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Più futuro, ma saremo più felici? Further into the Future, but Will We be Happier? di Edoardo Boncinelli* by Edoardo Boncinelli*

Genetica e bioingegneria potranno farci vivere di più e meglio. Ne saremo contenti? Genetics and bioengineering will help us live longer and better. But will that makes us any happier?

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realized that we needed to know a lot more about our own intelligence if we were to design intelligent programs, and perhaps also about its material basis, the neurophysiology of the brain. In the meantime, everything was scaled down, including financial backing. There was (almost) no more talk of artificial minds; more often than not, methods of artificial intelligence - along with others - were applied to solve certain restricted, practical problems, such as, for instance, finding information on the Internet or developing algorithms or works of architecture on an abstract level, that might turn out to be useful in designing more “intelligent” systems. The “connectionist revolution” at the end of the 20th century made no qualitative difference to the situation: neural networks did some things better than traditional systems, others worse, while yet others were completely beyond its capabilities, but in any case they did not provide an immediate solution to the fundamental problems of artificial intelligence.

Nevertheless, in principle, nothing had really been proven. Even today, we cannot really claim to know where the ultimate limits of artificial intelligence lie (if there are any). Nobody has managed to show that computers will never be able, for instance, to recognize a face or tidy a room. The real, ascertained limits of computers lie elsewhere and are less related to the machines themselves than to the computations they carry out: which means they also apply to us because what these machines cannot do, we cannot do either. These “genuine” limits are described with great skill and know-how by David Harel in his recent book entitled “Computers Ltd.: What They Really Can’t Do”(Oxford University Press, 2000). Take every programmer’s dream: a program that takes other programs (or rather descriptions of them) as its input and replies “Yes” if the program being entered provides the right answer for all the input allowed and “No” if it does not end or gives a wrong answer for some input

or other. Well this is actually a pipe dream: it has been proved that the problem of controlling programs is undecidable, i.e. there is no algorithm - mechanical procedure - for answering it. There are plenty of undecidable problems. Some of them are mutually equivalent: if we knew how to answer one (if there was an oracle to provide the answer), we would be able to answer all the rest. Others, in contrast, are so undecidable that we could not answer them even if we had an infinite hierarchy of oracles. Now take an - apparently simple - problem like arranging a school timetable, viz. distributing the teachers and pupils through the available classrooms, given certain constraints. This is a decidable problem. But the algorithms for solving it are slow, because, as the input gets more complicated, the time for carrying them out increases exponentially (i.e. if N is the length of the input, mN is the computation time). So “slow” means very slow: certain exponential algorithms with an input of 100 characters give the answer after a 185 figure number of centuries. To get an idea of how long that is, bear in mind that the Universe has existed for a 9 figure number of centuries. The headmaster certainly could not wait that long for his timetable to be ready. Problems that can only be decidable using algorithms like this are called “intractable.” In actual fact we do not really know whether, for example, the timetable problem is intractable; what we do know is that it is a

decidable problem and that the algorithms we have for solving it are unacceptably slow. And we also know that, if there were a “reasonable” algorithm for handling this particular problem, there would be reasonable algorithms for dealing with all other similar problems. But we do not know whether these algorithms actually exist (although most mathematicians believe they do not). This is one of the most intriguing open issues in modern-day mathematics. Our culture assumes that if a problem makes sense, it must be solvable. But the problems we have looked at certainly are not meaningless, at least at first sight: they do not involve any contradictions or call for infinite capabilities. Yet some of them are absolutely unsolvable, while other are (most likely) unsolvable in our Universe, i.e. by us or other beings like us. Perhaps this means we ought to take a closer look at certain key aspects of our way of thinking.

* Diego Marconi teaches logic and philosophy of language at Piemonte Orientale University and is an expert on Wittgenstein, semantic theory and philosophy of cognitive science. His most important publications include: Lexical Competence (MIT Press 1997), Wittgenstein (Laterza 1997), La philosophie du langage au XXème siècle (L’éclat 1997), Filosofia e scienza cognitiva (Laterza 2001).

Edoardo Boncinelli

L’

uomo è un animale molto particolare, con alle spalle una storia biologica di qualche milione di anni e una storia culturale di qualche migliaio. Dal punto di vista biologico può certamente evolvere, ma molto lentamente; basti pensare che nel suo DNA è successo ben poco negli ultimi 200 mila anni. La sua costituzione gli permette, però, di comunicare con i suoi simili, anche a distanza, e ciò ha dato inizio a un processo assolutamente nuovo nel regno animale, se non nell’intero universo: un’evoluzione culturale. Così anche se a livello individuale ben poco è cambiato, lo sforzo collettivo sottostante a questo tipo di evoluzione ha permesso l’enorme avanzamento culturale e tecnologico del quale siamo tutti testimoni. Non è probabilmente un futile esercizio quello di cercare di immaginarci che cosa potremo e che cosa non potremo fare nel prossimo futuro, per esempio per il nostro corpo. Questi risultati saranno a loro volta raggiungibili per via

puramente biologica o attraverso la massiccia utilizzazione di microtecnologie elettroniche. Sono convinto che dall’impianto di microcircuiti e chip verranno incredibili avanzamenti che saranno complementari rispetto a quelli raggiungibili per via puramente biologica. La mia convinzione è basata sulla constatazione dell’incredibile accelerazione che hanno subito e stanno subendo gli studi di bioingegneria e protesi elettroniche, ma soprattutto dalla considerazione, di sapore vagamente vichiano, che le macchine possono essere molto meglio conosciute del nostro corpo in quanto quelle le facciamo noi, mentre il corpo ce lo siamo trovato fatto. Ma veniamo alle opportunità offerte dalla biologia avanzata e dalla biomedicina. Conosciamo la causa di un numero altissimo di malattie ereditarie monofattoriali, cioè causate dalla disfunzione di un singolo gene. Questa conoscenza, che risale a non più di venti anni, ci permette una diagnosi sicura e

differenziale, nelle fasi precoci della vita o anche in utero. Non altrettanto avanzati sono il trattamento e la terapia di tali disturbi, ma non c’è dubbio che la maggior parte dei portatori di questi difetti conducono oggi una vita incomparabilmente migliore di quella degli individui della generazione precedente. Stiamo appena cominciando ad indagare le cause delle malattie, ereditarie e non, aventi una base multifattoriale, dipendenti cioè dalla incerta funzione o dall’aperta disfunzione di molti o moltissimi geni. Questo sarà il traguardo più importante del prossimo futuro, poiché in questo capitolo si vengono a trovare patologie diffusissime come il diabete, l’ipertensione, il ritardo mentale, una grande varietà di disturbi psichici e soprattutto i tumori. Con l’allungamento progressivo della vita e la scomparsa di altre entità patologiche, i tumori e il complesso delle malattie degenerative tipiche

dell’età avanzata saranno i principali nemici biologici della nostra esistenza. Connesso con questo tipo di patologie abbiamo il capitolo fondamentale delle predisposizioni. Per esempio, essere predisposti, all’ipertensione o al tumore dell’ovaio non significa essere condannati a sviluppare queste patologie. Chi era predisposto può non averle sviluppate, mentre chi non lo era sì, ma sui grandi numeri la predisposizione ha una certa rilevanza e sapere di essere predisposti è un utile avvertimento. Non c’è nessuno che non sia predisposto a qualche cosa e saperlo è meglio di non saperlo. Parallelamente alla diagnosi e alla prevenzione, le moderne tecniche ci offriranno la possibilità di usufruire di tessuti, parti di organo e organi di ricambio per poter effettuare impianti e trapianti per le evenienze più diverse e farmaci sempre più efficienti e mirati, capaci cioè di suscitare un numero

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arcVision 9  

Un approfondimento sul concetto di limite. Da un lato la propensione tutta umana a superare ogni confine attraverso uno sviluppo continuo de...

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