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TECNOLOGIA TECHNOLOGY

Periodico semestrale - Spedizione in abbonamento postale - 70% - Bergamo

Global Biotecnologie: alla ricerca di nuovi equilibri tra scienza, conoscenza e coscienza Biotechnology: searching for new balance between science, knowledge and the conscience

Projects Tecnologie per il XXI secolo: dall’autogenerazione alla levitazione elettromagnetica Technology for the 21st century: from self-generation to electromagnetic levitation

News L’e-business ABC The ABC of e-business BravoBuild.com BravoBuild.com Essroc: per un milione di tonnellate in più Essroc: for a million tonnes more

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www.italcementigroup.com

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Rivista semestrale pubblicata da Six Monthly Magazine published by Italcementi Group via Camozzi 124, Bergamo, Italia Direttore responsabile Editor Sergio Crippa Comitato di redazione Editorial Committee Silvestro Capitanio, Antonio Carretta, Marielle Desmarais, Gérard Gosset, Jean-Pierre Naud, Ofelia Palma, Kenneth Wilder Coordinamento editoriale Editorial Coordinator Ofelia Palma Realizzazione editoriale Publishing House l’Arca Edizioni spa Redazione Editorial Staff Elena Cardani, Carlo Paganelli, Elena Tomei Autorizzazione del Tribunale di Bergamo n° 35 del 2 settembre 1997 Court Order n° 35 of 2nd September 1997, Bergamo Law Court

■ Global ■

In questo numero ■

In this issue ■

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André-Yves Portnoff

Scienza, Conoscenza e Coscienza

Science, Knowledge and Conscience

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Le grandi promesse del Progetto Genoma

The Human Genome Project's big promises

Interview with Renato M. Dulbecco

■ Projects ■

■ News ■

L'architettura della vita

The architecture of life

aV

Un approccio “morbido” alla genetica

A “soft” approach to genetics Interview with Jeremy Rifkin

Intervista a Jeremy Rifkin ■

Tecnologia Technology

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John Mac Lane Johansen

Visioni sul XXI secolo

Visions of the 21st Century

Testi a cura di Texts by Carlo Paganelli

Creatività e rigore funzionalista

Creativity in the midst of Functionalistic Rigor

Progetto di Frank O'Gehry & Associates

Project by Frank O'Gehry & Associates

Totem urbano sospeso nel vuoto

Urban Totem Suspended in Mid-Air

Progetto di Benthem Crouwel Architekten

Project by Benthem Crouwel Architekten

Architettura e culture mutanti

Architecture and Mutating Cultures

Progetto di Cesar Pelli & Associates

Project by Cesar Pelli & Associates

Energia, colore dell'architettura

Energy, The Color of Architecture

Progetto di The Hillier Group

Project by The Hillier Group

Misterioso e tecnologico

Mysterious and Technological

Progetto di Archea

Project by Archea

Il futuro è biomorfico

The Future is Biomorphic

Progetto di John Mac Lane Johansen

Project by John Mac Lane Johansen

Simbolismo e tecnologia

Symbolism and Technology

Progetto di Kisho Kurokawa Architect & Associates

Project by Kisho Kurokawa Architect & Associates

A misura territoriale

In Territory Measure

Progetto di Jean-Philippe Pargade

Project by Jean-Philippe Pargade

Tecnologia morbida e vellutata

Soft and Velvety Technology

Progetto di NL Architects

Project by NL Architects

Copertina, Kuala Lumpur, le Petronas Towers

L'ABC dell'e-business

The ABC of e-business

BravoBuild.com

BravoBuild.com

Essroc: un milione di tonnellate in più

Essroc: up by one million tonnes

Cover, Kuala Lumpur, the Petronas Towers

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Intervista a Renato M. Dulbecco

Paul Poupard

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Chiuso in tipografia il 15 novembre 2000 Printed 15 November 2000


In questo numero In this issue di André-Yves Portnoff* by André-Yves Portnoff*

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e gli esseri umani possono essere decodificati e riprodotti, se gli edifici sono senzienti e reagiscono all’ambiente, è evidente che ci troviamo di fronte a una realtà che richiede nuove griglie interpretative. Il profondo e rapidissimo mutamento in atto negli ultimi anni ci ha portato a una vera e propria “crisi della percezione”, che può essere superata solo adottando una nuova visione del mondo, più globale e sistemica. I nuovi paradigmi di interpretazione devono tenere conto di tutte le variabili in gioco, all’interno di un insieme dove ciascun elemento è in relazione e interagisce con gli altri. La Rete, quindi, come metafora del mondo, e nello stesso tempo come formidabile strumento evolutivo. La scienza delle informazioni influenza e determina la scienza della vita, ma nello stesso tempo cresce secondo modelli di sviluppo organici, in una dialettica che rappresenta l’essenza stessa della nostra epoca. Biotecnologie e Internet, geni e computer cambiano il nostro modo di vivere e comunicare, con implicazioni planetarie. Gli interventi ospitati in questo numero riflettono il clima di incertezza della comunità scientifica, divisa tra l’ottimismo neo-positivista di Renato Dulbecco, Premio Nobel nel 1975 per le ricerche sul DNA, e la cautela di Jeremy Rifkin, economista e fautore di un approccio “morbido” e consapevole. Il futurologo André-Yves Portnoff pone invece l’accento sulla necessità di una nuova cultura, necessaria alla comprensione di temi complessi, superando l’atteggiamento apocalittico dettato da paure irrazionali, ma evitando anche l’adesione incontrollata e acritica ai nuovi sviluppi della scienza e della tecnologia. Il discorso sulla conoscenza non può prescindere dalla coscienza, come sottolinea anche il Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il DNA umano diventa “la monumentale enciclopedia scritta dal Creatore con sole quattro lettere”, secondo una lettura trascendente preoccupata per la dignità e l’integrità dell’individuo. Echi della concezione “organica” e olistica del reale si trovano anche nella sezione di architettura tecnologica, dove il grande architetto John Johansen parla di artefatti animati, in una suggestiva prospettiva dove le costruzioni si auto-organizzano e si adattano all’ambiente, fino ad arrivare a veri e propri processi di crescita regolati da direttive artificiali. Ancora forme naturali emergono nel progetto del nuovo Aeroporto Internazionale di Kuala Lumpur, visto dall’architetto Kisho Kurokawa come un gigantesco mandala autogenerante. Nella stessa città si erge il complesso delle Petronas Towers, dove il concetto di grattacielo occidentale viene trapiantato in una metropoli orientale, senza stravolgerne l’identità. E se biotecnologie e Internet, geni e computer cambiano il nostro modo di vivere, comunicare e fare architettura con implicazioni planetarie, allo stesso modo stanno cambiando il modo di lavorare di Italcementi Group che infatti, come riportato nelle News, ha dedicato gran parte del suo annuale seminario alle nuove iniziative avviate in Internet, con la partecipazione del Nobel per la Fisica Arno Penzias e di Domenico Siniscalco, docente di Economia ed esperto di new economy.


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f human beings can be decoded and reproduced, if buildings can feel and react to the environment, then it’s obvious that we are being faced with a reality that requires new means of interpretation. The extremely fast and profound changes that have taken place over recent years have led to an authentic “perception crisis” that can only be overcome by viewing the world in a new, more global and systemic way. The new interpretation paradigms must take all the variables at play into account, within a system where each element is related to and interacts with all the rest. The Net, then, is a metaphor for the world and, at the same time, a wonderful means of making progress. Information science influences and dictates life science. At the same time it develops along organic lines, as part of a dialectical process which represents the very essence of the age in which we live. Biotechnology and the Internet, genes and computers, all alter our way of living and communicating, with implications on a planetary scale. The articles in this issue reflect the rather uncertain climate within the scientific community, split between the neo-positivist optimism of Renato Dulbecco, Nobel Prize winner in 1975 for his research into DNA, and the more cautious attitude of Jeremy Rifkin, an economist and proponent of a “soft,” conscious approach. On the other hand, the futurologist André-Yves Portnoff emphasizes the need for a new culture in order to understand complex issues, abandoning the kind of apocalyptic thinking dictated by irrational fears, while steering clear of blind and uncontrolled faith in scientific and technological progress. Knowledge must have a conscience, as Cardinal Paul Poupard, President of the Pontifical Council for Culture, points out. Human DNA is “a monumental encyclopaedia written by the Creator in just four letters,” according to a transcendent interpretation concerned about the dignity and integrity of the individual. Echoes of an “organic” and holistic conception of reality can also be found in the technological architecture section. Here, the great architect John Johansen talks about animate artefacts as part of a curious vision of buildings as self-organizing entities, adapting to the environment until they turn into real growth processes controlled by artificial commands. Natural forms also emerge in the project for the new International Airport in Kuala Lumpur, which the architect Kisho Kurokawa sees as a huge selfgenerating mandala. This city is also home to the Petronas Towers, where the idea of a Western skyscraper is transported to an Oriental city without jeopardizing its identity. And just as biotechnology and the Internet, genes and computers, all alter our way of living, communicating, and designing architecture with implications on a planetary scale, they are also changing the business operations of the Italcementi Group. As reported in the News column, it has dedicated most of its annual seminar to new projects on the Internet, with the participation of the Nobel Prize winner for Physics Arno Penzias and Domenico Siniscalco, a Professor of Economics and expert in the new economy.

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Global

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Decodificazione del patrimonio genetico umano, biotecnologie destinate a ricreare in vitro complessi processi naturali, ma anche edifici sensibili all’ambiente e autogeneranti: il futuro sembra davvero riservarci eventi straordinari, ma anche interrogativi di non facile soluzione. arcVision cerca di dare il suo contributo al dibattito, dando voce a studiosi e a figure di rilievo come il futurologo André-Yves Portnoff, che suggerisce uno sguardo non apocalittico sulle nuove realtà e il Cardinale Paul Poupard, che sottolinea la necessità di preservare dignità e integrità dell’individuo. E se da un lato il Premio Nobel Renato Dulbeccco esprime un moderato ottimismo, dall’altro l’economista Jeremy Rifkin si mostra fautore di un approccio “morbido” e consapevole. Decoding the human genome, biotechnology designed to recreate complicated natural processes in vitro, as well as self-generating buildings sensitive to the environment: the future really seems to hold some extraordinary events in store for us, along with plenty of questions with no easy answers. arcVision provides its own contribution to the debate: scholars and important figures express their views. The futurologist André-Yves Portnoff suggests taking a less apocalyptic look at the new reality, and Cardinal Paul Poupard emphasizes the need to hold on to human dignity and integrity. So whilst, on the one hand, the Nobel Prize winner Renato Dulbecco is moderately optimistic, on the other hand the economist Jeremy Rifkin proposes a "soft" and conscious approach.

Scienza, Conoscenza e Coscienza Science, Knowledge and Conscience di André-Yves Portnoff* by André-Yves Portnoff*

Il business-to-business offre alle imprese le migliori opportunità per essere presenti online. Ma se non sono ancora nel Web, potrebbe essere già tardi Business-to-business offers the best opportunities for companies to go online. But if they are not yet on the Web, they could already be late

André-Yves Portnoff

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e manifestazioni di Seattle e di Praga contro la globalizzazione, così come le paure suscitate dalle manipolazioni genetiche e lo sviluppo in generale, ricordano reazioni che hanno costellato tutta la storia dell’uomo. La fine del XIX secolo è stata caratterizzata da ondate di protesta contro le sofferenze provocate dalla rivoluzione industriale, vissuta in molti paesi come imposta dall’esterno. Questo sentimento ha contribuito alla trasformazione dei movimenti patriottici democratici e universalisti del 1830 e del 1848 in nazionalismi xenofobi e spesso razzisti, sempre portatori di conflitti le cui ferite non sono ancora rimarginate. Ancora oggi, gran parte dei nostri concittadini vive con la convinzione che le cose siano decise per loro e che il loro futuro sia in mano ad altri: l’essenziale si stabilisce a Bruxelles, a Wall Street, nel segreto delle direzioni generali delle multinazionali o nella testa di scienziati “pazzi”. Esistono due motivi per i quali queste reazioni non possono essere trattate né con disprezzo né con ironia. Da un lato la storia ci ricorda

che possono sfociare in catastrofi, come, per esempio, le paure anti-mondialistiche del XIX secolo hanno preparato i massacri del XX secolo. Dall’altro lato bisogna ricordare che chi protesta, nonostante spesso proponga delle soluzioni inaccettabili, segnala tuttavia dei problemi reali, che si potrebbero eludere solo con rischi di pericoli più gravi. Paura del cambiamento e esigenza di progresso È difficile porre questi problemi in maniera corretta a causa di due miti che occupano da sempre l’immaginario collettivo dell’umanità: il mito dell’Età dell’Oro, del nostro Paradiso perduto, e quello del Paradiso promesso da un progresso in costante sviluppo. Il primo mito, che risale agli albori delle nostre più antiche civiltà, mantiene in noi il rimpianto di un passato perduto e la paura dei cambiamenti. E ci impedisce di valutare oggettivamente i vantaggi e gli svantaggi del presente. Ieri tutto era migliore: gli alimenti più sani perché più naturali, un ambiente meno inquinato e

delle persone più oneste. Evidentemente questa nostalgia è errata: dove sono questo passato meraviglioso e questi bei tempi antichi? Non certamente sessant’anni fa, quando milioni di persone stavano morendo. E neanche un secolo prima, quando i bambini lavoravano nelle miniere e gli adulti morivano di vecchiaia prima ancora di aver avuto il tempo di invecchiare. E nello stesso momento in cui rimpiangiamo un passato che non è mai esistito, rafforziamo la nostra convinzione di diritto al progresso. Abbiamo delle esigenze sempre più forti di comodità e sicurezza. Gli apporti della medicina, della tecnica e dell’istruzione sono considerati come diritti acquisiti che non possono essere messi in discussione e per i quali non dobbiamo essere grati né ai ricercatori, né alle imprese, né al potere pubblico. Il legislatore traduce questa evoluzione nel cosiddetto principio di precauzione: se l’innocente aspirina fosse stata scoperta oggi, probabilmente non sarebbe omologata dalle autorità sanitarie per via dei suoi effetti collaterali. Queste precauzioni hanno un aspetto innegabilmente positivo poiché rappresentano il segnale di un progresso della coscienza collettiva. Siamo divenuti molto più esigenti circa la qualità dei medicinali, degli alimenti, della sicurezza e della ergonomia degli ambienti di lavoro perché accordiamo sempre più valore alla persona umana, alla sua vita e al suo benessere. Si possono forse biasimare i paesi democratici per non accettare più, come prezzo da pagare per i grandi lavori, la morte di migliaia di persone, come successe per gli scavi del canale di Suez o di Panama, o per la costruzione della


ferrovia transcontinentale americana? Dobbiamo proseguire per questa strada, poiché siamo ancora molto lontani dall’aver ottenuto una situazione dignitosa. Chi pensa sia un’esagerazione, dovrebbe ricordare che gran parte dell’umanità versa tuttora in condizioni indegne. Persino nei nostri paesi privilegiati, tutto resta ancora da fare. Lo stesso mondo della sanità, che ha appena scoperto che anche i neonati soffrono e che donne e uomini non sempre vengono trattati con la stessa considerazione, non ha ancora ultimato la propria fondamentale rivoluzione, quella che lo porterà ad umanizzarsi. Quasi ovunque, nel momento in cui un cittadino varca la soglia di un istituto sanitario, cessa di essere considerato un adulto in possesso della facoltà del libero arbitrio e in grado di decidere ciò che è meglio per lui. La difficoltà per il “cliente” di esercitare un controllo critico sul mondo della sanità lascia perdurare delle pratiche denunciate lo scorso anno dall’Istituto di Medicina americano: gli errori medici uccidono negli ospedali d’oltreoceano quasi 100.000 persone l’anno e costituiscono la quinta causa di mortalità. Ora, se non ci fosse una vergognosa legge del silenzio che nasconde gli incidenti, sarebbe possibile dimezzare la mortalità nell’arco di cinque anni con delle misure a livello di formazione e organizzazione. Questo tipo di critica andrebbe mosso alla maggior parte delle organizzazioni di tutto il mondo, sia pubbliche sia private. La nostra società accetta ancora troppo spesso che il suo funzionamento faccia soffrire ed uccida degli

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innocenti. Basti pensare al tempo occorso perché venissero finalmente presi in considerazione i pericoli dell’amianto e del tabacco. L’Era Prometeica Non abbiamo ancora costruito un mondo abbastanza umano, e la posta in gioco non è mai stata tanto vitale quanto oggigiorno. Siamo divenuti infinitamente più potenti dei nostri antenati, grazie e a causa del progresso tecnico. Per la prima volta nella storia dell’umanità, disponiamo di una potenza sufficiente a distruggere tutte le forme di vita esistenti sulla terra nel giro di poche ore. Come ha detto il filosofo Edgar Morin, siamo entrati in un’era prometeica. Occorre quindi essere vigili, ma senza permettere che questa vigilanza venga deviata per non creare nuovi pericoli. Una possibile deviazione, particolarmente sentita negli Stati Uniti, è di ordine

giudiziario. Ogni dubbio diventa occasione di profitto. Questo ha delle conseguenze molto gravi, poiché porta, tra l’altro, alcune industrie chimiche a non produrre certe resine plastiche utili nella realizzazione di protesi, per paura che un giorno si intenti contro di loro una causa in caso di complicazioni postoperatorie. Si pensi al caso degli impianti mammari che quasi mandò in rovina la Dow Chemical e terrorizza ancora molti industriali. In molti campi la ricerca rischia di essere fortemente frenata, se non addirittura arrestata, per colpa dei rischi giuridici. Dall’encefalite spongiforme, che può rivelarsi una catastrofe mondiale, alla manipolazione genetica, che finora non ha ancora ucciso nessuno, la moltiplicazione di questi casi può creare panico nell’opinione pubblica e far adottare ai poteri pubblici misure di interdizione

demagogiche. Entriamo in una società del sospetto, soprattutto a causa delle reti informatiche che permettono di espandere le voci e le paure collettive tanto velocemente quanto le informazioni utili e positive. Le manipolazioni genetiche suscitano timori più che legittimi, come tutte le tecniche potenti che possono essere utilizzate in bene o in male. Restano comunque indispensabili per cercare di guarire certe malattie attualmente incurabili e per accrescere la disponibilità di risorse alimentari. Chi avrebbe il coraggio di sostenere di fronte ad una persona affetta da una qualche malattia genetica che per ragioni di prudenza, per motivi etici o religiosi occorrerebbe impedire ai genetisti di ricercare delle soluzioni? L’umanità ha bisogno che la ricerca non venga mai paralizzata.


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Cinque ostacoli al dibattito democratico Il problema consiste tutto nel valutare correttamente, da una parte, i rischi ai quali si va incontro e, dall’altra, la posta in gioco. In una democrazia, tocca all’insieme dei cittadini, e non agli esperti, decidere in definitiva sui problemi più gravi. Questo è l’unico mezzo per creare un clima di fiducia che permetta di conciliare ricerca del progresso e sicurezza ragionevole. Ma occorre ancora creare i presupposti per un dibattito

democratico. Cinque sono gli ostacoli da superare. Il primo è il timore dei responsabili di far nascere delle inquietudini. La reazione costante delle autorità di fronte a un rischio non è di intervenire sui fatti per ridurre l’eventuale pericolo, ma di agire sull’opinione pubblica per tranquillizzarla e dimostrare che la situazione è pienamente sotto controllo. Il secondo ostacolo è rappresentato dal disprezzo degli specialisti per i non-iniziati, convinti che sia

inutile esporre loro dei problemi che comunque non riuscirebbero a comprendere. Questa politica della non comunicazione alimenta il sospetto, lo legittima ed ha contribuito, tra le altre cose, al rifiuto dell’energia nucleare a scopo civile. Il terzo problema rafforza i due precedenti: in molti casi, gli esperti sono sia giudice che parte civile, non sono estranei agli interessi in causa, spesso finanziari, talvolta anche personali. Questo dimostra l’importanza di una ricerca pubblica forte e la necessità di uno Stato di diritto capace di impedire agli interessi personali di nascondere le informazioni, di comperare gli esperti e di ostacolare l’applicazione dei regolamenti o la loro necessaria evoluzione. Questa debolezza dello Stato, difensore dell’interesse generale e del lungo termine, sarebbe il quarto ostacolo da superare. In una società che dispone dell’energia nucleare, la corruzione è portatrice di pericoli mortali! Il quinto ostacolo è la mancanza di cultura scientifica della nostra società. Tanto i nostri dirigenti quanto i nostri concittadini non riescono a comprendere completamente la scienza e la tecnica, la potenza e i limiti di un modo di ricercare la conoscenza che non è mai finito e che non ha né i mezzi né la pretesa della certezza assoluta. Non siamo preparati a comprendere i problemi complessi perché pensiamo in maniera binaria: tutto deve essere nero o bianco, vero o falso, sicuro o pericoloso. La nozione di rischio non è compresa in questo ragionamento. Su questo punto la nostra educazione è troppo influenzata da Cartesio, e non abbastanza da Pascal o Giambattista Vico… Il nostro

sistema educativo separa la scienza e la tecnica dalla cultura generale. Persino i futuri ingegneri non ricevono una vera e propria cultura scientifica e tecnica, che presuppone una prospettiva storica, una riflessione sulla natura della scienza e della tecnica, sui loro limiti e sui criteri etici. Ora più che mai, la “scienza senza coscienza non è che la rovina dell’anima” come diceva già cinque secoli fa François Rabelais. Questo lavoro di riflessione è possibile nonostante la complessità dei problemi moderni. Questa complessità è tale che nessuno specialista può comprenderla da solo; occorre unire le esperienze di numerose discipline, e questo implica l’adozione di un linguaggio comune. L’unico punto in comune nella formazione di un medico, di un fisico, di un sociologo e di un economista è quello del diploma, ovvero, il livello di formazione della maggioranza dei nostri concittadini. Questi ultimi sono di conseguenza in grado di capire i dati essenziali dei nostri grandi problemi a condizione che siano esposti con onestà e coraggio. È questa la posta in gioco per una società democratica, per definizione rispettosa dei cittadini che la compongono.

* André-Yves Portnoff, dottore in scienze della metallurgia, direttore dell’Observatoire de la Révolution de l’Intelligence alla Futuribles International. Coautore di La Révolution de l’Intelligence, (Rivoluzione dell’Intelligenza) (1983-1985), primo rapporto che introduce in Francia la nozione di società immateriale. Coautore del rapporto Concepire, produrre e distribuire nel 2010 (Gencod, novembre 2000). Giornalista e consulente in prospettiva, attualmente collabora con grandi e con piccole-medie imprese desiderose di integrare nelle loro strategie e nella loro gestione le conseguenze dell’evoluzione sia umana che tecnologica.


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he anti-globalization protests in Seattle and Prague, along with the fears raised by genetic manipulation and development in general, recall reactions to new events that have marked the history of mankind. The end of the 19th century has been characterized by waves of protest against the suffering caused by the industrial revolution; many countries consider this as something imposed on them from the outside. This feeling contributed to the transformation of patriotic, democratic and universalist movements in 1830 and 1848 into xenophobic and often racist nationalism – ever a primary source of conflict – the wounds of which have not yet healed. A large segment of our fellow citizens still live with the conviction that things are decided for them and that their future is held hostage in the hands of other people. Furthermore they feel that all essential decisions are made in Brussels, on Wall Street, in the secret Board meetings of multinational corporations or in the twisted minds of mad scientists. There are two concrete reasons why these reactions can be treated with neither contempt nor irony. On the one hand history has taught us that these reactions have the potential to lead to catastrophes such as the antiglobal fears of the 19th century which paved the way for the massacres of the 20th century. On the other hand, it is important to remember that these protesters, despite the fact that they often propose unacceptable solutions, usually highlight very real problems that we could avoid

only by risking much greater danger. Fear of change and the need for progress It is difficult to pose these problems correctly due to two myths which have always occupied center stage in humanity’s collective imagination. First, the myth of the Golden Age, of our lost paradise; and second, the myth of a promised paradise guaranteed by progress and constant development. The first myth, which dates back to the dawn of our civilization, keeps the regret and sadness for a lost past alive in our hearts, as well as a fear of change which forbids us from objectively evaluating the advantages and disadvantages of the present. Yesterday everything was much better: food was healthier because it was more natural, the environment was less polluted, and people were more honest. Obviously this brand of nostalgia is wrong. When was this wonderful past and the good old times? Certainly not sixty years ago when millions of people were dying. Nor a century prior to that, when children slaved away in mines while adults were dying of old age before they had had enough time to grow old. And while we weep for this perfect past of ours that never existed, we strengthen our conviction concerning the right to progress. We have needs which are increasingly more exacting in terms of convenience and security. The progress brought about by medicine, technology and education are considered to be a kind of acquired right that cannot be questioned and for which we do not need to feel grateful to researchers, companies, or to public

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powers. The legislator transforms this evolution into the so-called precautionary principle whereby if innocent aspirin had been discovered today, it would probably not be sanctioned by health authorities due to its negative side effects. These precautions have an undeniably positive side effect insofar as they represent a sign of progress in the collective conscience. We have become much more demanding when it comes to the quality of our medicines,

foods, security and the search for a healthy workplace because we are increasingly aware of the value of a single human person, of his individual life and well-being. Can anyone blame the democratic countries for no longer accepting the death of thousands of people as the price to be paid for great works, such as what happened with the excavations of the Panama or Suez canals or the construction of the American transcontinental railroads?


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We must continue to follow this path. We are still far from having reached what can be considered an optimum situation. And those who think this is an exaggeration would do well to remember that the vast majority of humanity still lives in deplorable conditions. Even in our most privileged countries there remains a great deal of work to be done. The health world, which has just recently discovered that even newborns suffer and that men and women are not always treated with the same consideration, still has not fulfilled its essential revolution, that which will allow it to humanize itself. Almost everywhere, the moment a citizen crosses the threshold of a hospital, he ceases to be considered an adult in full possession of his arbitrary freedom. He loses the right to choose that which he believes is best for himself. The difficulty a “client” faces in exercising critical control in the health world can be evidenced by the cases denounced last year by the American Institute of Medicine which said that

“medical errors kill nearly 100,000 people a year in American hospitals, accounting for the fifth highest cause of death in that country.” Now, without a shameful law of silence which hides these accidents, it would be possible to halve the mortality rate in five years thanks to formative and organizational measures. This type of criticism should be applied to a large number of the world’s organizations, both public and private. All too often our society continues to accept that the very mechanics which drive it are what brings suffering and even death to innocent people. Just consider the time it took before we finally took the risks and dangers presented by asbestos and tobacco seriously. The Promethium Era We have yet to construct a human enough world, and the stakes at play have never been as high as they are today. We have become infinitely more powerful than our ancestors, both thanks to and because of technological progress; for the first time in

the history of mankind we have enough power to destroy all forms of life on earth in the space of just a few short hours. As the philosopher Edgar Morin has stated, we have entered a Promethium era. Therefore, we must be careful and not let this awareness lead us astray, i.e. into avoiding progress simply for fear of creating new dangers. One possible deviation, particularly obvious in the United States, is suing. Every doubt becomes an opportunity for profit. This has particularly serious consequences as it leads, among other things, to some chemical industries ceasing production of certain plastic resins (which are useful in creating prostheses), for fear that one day they will have to face lawsuits brought against them in the event of post-operational complications. It recalls the legal troubles connected to breast implants that came close to destroying Dow Chemical and continue to terrorize many large industrial companies. In many fields research may be heavily curbed or even brought to a halt because of legal risks. From Spongiform Encephalitis, which may prove to be a worldwide catastrophe, to genetic manipulation, which has yet to kill a single person, the multiplication of these affairs may potentially create panic in the public opinion forcing public powers to adopt interventionary measures. We are entering into a society of suspicion, fueled essentially by the information networks which enable us to spread rumors and collective fears as quickly as useful and positive information. Genetic manipulation stirs up fears

which are entirely legitimate; like all powerful technologies which can be used both for good and evil. Nevertheless, this aspect of human progress remains indispensable in the search for cures for currently incurable diseases as well as to reinforce the availability of our nutritional resources. Who would have the courage, while standing face-to-face with the unfortunate victim of some terrible genetic disease to maintain that for mere prudence, or for ethical or religious motivations, geneticists should be prevented from searching for a cure for his affliction? Humanity needs this research to be in continuous progression – never at a standstill. Five obstacles in the democratic debate The entire problem lies in correctly evaluating the risks involved and the nature of what is at stake. In a democracy, responsibility lies with the citizens as a whole, and not with the experts, to make binding decisions on the most serious problems. This is the only way to create a climate of trust which will allow people to reconcile research for progress in an atmosphere of reasonable security. But first we must create the premises for a democratic debate. Five obstacles must be overcome. The first is that those responsible are scared of worrying people. The authorities’ constant reaction when faced with a risk is not to intervene when the facts call for it and reduce the risks of potential danger, but to respond to public opinion, calming the common man’s fears and demonstrating that politicians have the situation


fully under control. The second obstacle is created by specialists who despise any and all novices in their field, convinced that it would be useless to attempt to explain problems to them that they would in any case be incapable of comprehending. This policy of non-communication justifiably feeds suspicion, legitimates it and has contributed to, among other things, a general rejection of nuclear power for civil needs. The third problem reinforces the preceding two. In many cases, the experts are both judges and plaintiffs, and they are not impartial to the interests at stake which are often financial and sometimes even highly personal. This proves the importance of strong public research and the necessity for a rule of law capable of preventing personal interests from hiding information, buying off experts, and hindering the application of the rules or their necessary evolution. This weakness of the state, which should function as protector of general interests in both the short and the long terms, constitutes the fourth obstacle to be overcome. In a society dependent on nuclear energy, corruption carries with it mortal dangers! The fifth obstacle is the lack of a scientific culture in our society. Neither our leaders nor our fellow citizens are fully able to understand science and technology and to appreciate the powers and limits of a way of searching for knowledge which is never over, and which has neither the means nor the claim of being absolute certainties. We are not prepared to understand these complex problems because we think in a linear, singular manner.

Again, everything must be either black or white, true or false, secure or dangerous. The idea of risk is not part of this kind of thinking process. On this point, our education is far too influenced by Descartes, and not enough by Pascal or Giambattista Vico… Our educational system divides, and thus separates, science and technology from general culture. Even our future engineers do not receive a proper scientific and technical cultural background. There is no adequate concentration on historical perspective, reflection on the nature of science and technology – on their limits and ethical criteria. Now more than ever, François Rabelais’s words from five centuries ago

are appropriate: “Science without conscience is nothing more than the ruin of the soul.” This reflection is possible despite the complexity of modern problems. This complexity is such that no single specialist can possibly hope to understand it in its entirety all by himself. It is necessary to unite the experiences of numerous disciplines, which implies the adoption of a common language. The only common factor in the education and training of a doctor, a physicist, a sociologist and an economist is a diploma, that is to say the level of education of the majority of our fellow citizens. Most citizens are therefore fully capable of

understanding the essentials of our great problems. All we need to do is present these problems as clearly as possible with honesty and courage. This is what is at stake for a democratic society which is by definition respectful of the citizens which compose it. * André-Yves Portnoff is doctor in metallurgic sciences and director of the Observatoire de la Révolution de l’Intelligence at Futuribles International. He is co-author of La Révolution de l’Intelligence (1983-1985), the first report that introduced the concept of the immaterial society to France. Co-author of the report Design, production and distribution in 2010 (Gencod, November 2000). Journalist and consultant in foresight, he currently collaborates with large businesses and with SMEs interested in integrating the consequences of human and technological evolution into their strategy and management.

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Le grandi promesse del Progetto Genoma The Human Genome Project's big promises Intervista a Renato M. Dulbecco* Interview with Renato M. Dulbecco*

L’ingegneria genetica può portare immensi benefici in termini di salute e di migliore alimentazione. Ma occorre intensificare la ricerca e la diffusione della conoscenza Genetic engineering is capable of providing immense health benefits and improvements in nutrition for mankind. However, we must intensify the research and dissemination of knowledge in this field

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Renato M. Dulbecco

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e ultime scoperte nel campo della genetica, e in particolare l’accelerazione che ne ha subìto il programma di decifrazione del genoma umano (il Progetto Genoma), hanno sostanzialmente modificato le prospettive che si potevano intravedere solo due anni fa, aprendo nuovi orizzonti e sollevando nuove grandi speranze. Come valuta i recenti progressi e quali prospettive si aprono nel medio periodo? Il Progetto Genoma è da considerare un grande successo, perché ormai la mappa genetica è nota al 90% e ciò che manca verrà svelato in poco tempo. Va rilevato un fatto notevole e cioè che questo progetto è il risultato di uno sforzo massiccio sia a livello pubblico che privato. L’inizio è avvenuto in ambito pubblico, ma con eccessiva lentezza dovuta a un approccio forse troppo tradizionale. Quando, dopo un certo tempo, sono entrati i privati – e in particolare la Celera Genomics – il cammino è stato subito molto più rapido, anche se per diverso tempo sono stati guardati con sospetto.

La Celera ha realizzato il sequenziamento dei geni di un moscerino, la drosofila, i cui geni erano in gran parte già noti e hanno potuto procedere con grande rapidità, smentendo gli scettici e convincendo i critici nell’area pubblica. E questo è un grande risultato. Siamo, dunque, vicini a decifrare l’intera mappa genetica umana: quali benefici ne potranno venire sotto il profilo della prevenzione e della cura delle principali malattie in un arco di tempo ragionevole, ossia nei prossimi dieci anni? Innanzitutto, sarà molto più facile scoprire i geni relativi a malattie note e specialmente malattie dovute all’alterazione di un singolo gene. Occorre ricordare, però, che la maggior parte delle malattie ereditarie è dovuta all’alterazione di parecchi geni e questo costituisce un problema di difficile soluzione. Avendo, però, la conoscenza di tutta la sequenza del genoma, si apre una nuova porta, vale a dire quella di prendere punti specifici del genoma e compiere confronti tra popolazioni diverse, più o

meno afflitte da una specifica malattia. L’eventuale individuazione statistica della presenza di un certo gene con una certa malattia, permetterà di comprendere più facilmente quale sia il gene direttamente responsabile. Sono perciò molto ottimista sulla possibilità di arrivare a individuare i geni responsabili delle principali malattie ereditarie multigeniche. Un secondo aspetto importante che sta emergendo è che in aggiunta alle alterazioni del DNA che corrispondono alle malattie, ci sono delle piccole differenze individuali che di per sé non provocano alcuna malattia e sono minime. Ma la raccolta cumulata di centinaia di migliaia di queste piccole informazioni permette di definire polimorfismi sempre diversi tra loro, vale a dire che le mappe genomiche individuali sono tutte diverse fra loro e questo permetterà di riconoscere tendenze individuali a determinate malattie, anche quelle non così chiare come quelle ereditarie, ma solo tendenziali. E questo apre la strada a metodi di prevenzione per ogni individuo. Infine, sappiamo che individui diversi reagiscono in modo differente ai diversi farmaci e l’identificazione di questi polimorfismi permetterà di individuare i farmaci adatti o non adatti a ciascuno. L’ingegneria genetica è in questo momento al centro di una grande discussione planetaria. C’è chi ne esalta il potenziale benefico, che consente nuove e grandi possibilità di scelta, e chi teme l’abuso di tecniche come quella della clonazione e l’utilizzo delle cellule staminali. Lei che ne pensa? In generale, va detto che ci sono troppi errori di

interpretazione. Si mettono più in evidenza gli aspetti negativi di quelli positivi, e va detto che gli aspetti negativi hanno di solito scarsa rilevanza e scarso contatto con la realtà. Un recente sondaggio, condotto in Italia, sugli effetti dell’ingegneria genetica ha rilevato che il 70% degli intervistati ha dichiarato di averne paura, ma che solo il 10% aveva una qualche idea di ciò di cui si stava parlando. Questa è la vera situazione. Occorre invece sottolineare gli aspetti positivi. Qualche tempo fa ha sollevato molte discussioni il caso di una madre che ha fatto nascere un figlio che doveva diventare donatore di midollo osseo per la sorellina, ammalata dell’anemia di Fanconi, che è molto difficile da curare. È stata utilizzata una cellula tra otto o dieci cresciute dopo la fecondazione, per avere la certezza che in quella cellula il gene importante non fosse ammalato e così si è salvata la vita alla bambina, senza compromettere nient’altro. Più in generale, vedo che i risultati che si ottengono sono tutti favorevoli e che hanno permesso di fare delle buone cose. Certo, qualche volta l’ingegneria genetica non funziona, ma questo è nell’ordine delle cose. Uno sviluppo che di certo spaventa molti è la possibilità della clonazione umana, peraltro già approvata in alcuni Paesi. Secondo lei c’è il rischio di abusi? La mia opinione si basa sul fatto che, in primo luogo, non capisco perché si dovrebbe fare la clonazione umana. Non ne vedo la ragione, ma neanche i grandi pericoli che alcuni temono. Forse sarà possibile costruire un individuo fisico simile a un altro, ma non sarà


mai lo stesso individuo perché la persona più che dai geni è formata dall’ambiente e siamo tutti diversi gli uni dagli altri. E vedo che in generale tutti sono contrari a questi sviluppi, almeno nella comunità scientifica. C’è poi la questione dell’uso delle cellule staminali per la cura eventuale di certe malattie. Innanzitutto si tratta per ora solo di una possibilità, perché ci sono difficoltà enormi da sormontare; in secondo luogo, si prevederebbe di utilizzare solo le cellule embrionali nelle fecondazioni in vitro che siano in eccesso, e ve n’è una enorme quantità. Sono congelate e finiscono con l’essere distrutte. Invece se ne potrebbe utilizzare una parte per curare le malattie e non credo che questo coinvolga questioni etiche. Per parte mia, come scienziato, ne troverei l’uso del tutto accettabile. Negli Stati Uniti l’accettazione sociale ed emotiva della genetica e dell’ingegneria genetica è molto più alta che in Europa, forse ad eccezione dell’Inghilterra. Perché a suo parere? Negli Stati Uniti c’è in effetti una maggiore diffusione delle conoscenze. Sui grandi quotidiani come il New York Times, ad esempio, la pagina scientifica è di livello molto superiore rispetto a quelle che si trovano sui giornali italiani. Inoltre, in Italia la gente è disinformata perché spesso le questioni importanti come la genetica sono riportate come dei romanzi, con scarsa attenzione all’informazione vera. Negli USA c’è anche meno emotività e maggiore razionalità, il che forse è frutto di una tradizione anglosassone diversa da quella della maggior parte d’Europa.

Forse più ancora che sui problemi posti dalla genetica si è rilevata, di recente, una forte opposizione in rapporto alle questioni dei cibi geneticamente modificati. Anche in questo caso negli Stati Uniti le resistenze sono minori che in Europa. A suo parere, esiste una base per le paure e le inquietudini che pervadono l’opinione pubblica in Europa? Ci sono rischi reali per la salute o rischi potenziali di dispersione incontrollata delle sementi modificate nell’ambiente? I cibi geneticamente modificati si ritrovano, finora, essenzialmente raggruppati in due prodotti agricoli, il granoturco e la soia. Negli Stati Uniti questi prodotti sono stati consumati, negli ultimi tre anni, da almeno 500 milioni di persone e non si è mai verificato alcun problema. Perciò sono portato a ritenere che non vi siano rischi potenziali e che le paure al riguardo non abbiano una vera base su cui poggiarsi. Per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente, siamo in presenza di un’altra drammatizzazione, come nel caso dell’esperimento condotto con delle farfalle che si sono nutrite solo di polline da prodotti geneticamente modificati e che sembrerebbero poi presentare una mortalità superiore alla media. Ma occorre dire che le aziende che finora si sono occupate di OGM lo hanno fatto in modo particolare perseguendo degli interessi propri e non a beneficio del consumatore. I vantaggi sono andati essenzialmente a queste aziende e, in parte, agli agricoltori. Va piuttosto auspicata una maggiore attenzione verso cibi e sementi più adatti ai Paesi che soffrono

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di siccità o che hanno terreni aridi e a bassa resa. Andrebbe imitato maggiormente l’esempio di un’azienda svizzera che ha prodotto un riso particolarmente ricco di vitamina A, essenziale nel Terzo Mondo per combattere la carenza di vitamina A che spesso porta a cecità. È solo un principio, ma la direzione è questa. Spesso i giovani, negli ultimi due anni, hanno dato vita a opposizioni e resistenze anche violente. Alla base ci sono spesso motivazioni ideali giuste, ma si direbbe che si esprimano nel modo sbagliato. Che messaggio occorrerebbe dare loro per indurre comportamenti più coerenti con gli stessi obiettivi che si propongono? I giovani spesso hanno in mente concetti eccessivi che assorbono con scarso spirito critico. Ad esempio, vedono le multinazionali come un nemico

perché ritengono che facciano solo i propri interessi. In parte questo è vero, ma se si esagera non lo è più. Se l’opposizione ai cibi geneticamente modificati si esprime con la distruzione dei terreni in cui vengono coltivati o in cui si effettuano gli esperimenti, allora si agisce in modo incoerente perché l’unico modo per capire se ci sono rischi è proprio fare delle sperimentazioni sul campo. Allora questi esperimenti dovrebbero essere incoraggiati e non combattuti.

* Renato M. Dulbecco è uno dei più insigni studiosi mondiali di genetica e oncologia. Il professor Dulbecco ha oggi 86 anni e vive a Milano, dopo avere vissuto e lavorato per molti anni negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Nel 1975 è stato insignito del Premio Nobel per i suoi studi e le sue scoperte sul DNA. A lui si deve l’avvio, nel 1986, del Progetto Genoma, che di recente è stato coronato da successo con la decifrazione di quasi tutta la mappa dei geni umani.

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he most recent discoveries in the field of genetics have substantially modified its prospects as we perceived them even just two years ago, opening new horizons and raising significant new hopes. This field has undergone an especially rapid acceleration of knowledge thanks to the program dedicated to the deciphering of the human genome, or the Genome Project. How would you evaluate recent progress and what new possibilities do you foresee for the future? The Genome Project is to be considered a huge success because at present, 90 percent of the human genetic map is known and the remaining part will be revealed in a relatively short time. One important factor to take into account is that this project is the result of a massive effort both on the

public and private levels. It began in the public sector, but far too slowly due to what was perhaps a too-traditional approach. Private companies then entered the game – Celera Genomics in particular – and things began to move more rapidly, even if they were looked upon rather suspiciously at first. Celera accomplished the genetic sequencing of a small fly, the drosofila, most of whose genes were already recognized, allowing them to proceed with great speed, thus defying skeptics and convincing critics in the public arena. This was a considerable achievement. Therefore, we are close to deciphering the entire human genetic map. What benefits can we expect in terms of preventing illnesses and curing the main diseases within a reasonable time frame, let’s say within the next ten years? Well, to begin with, it will be much easier to pinpoint the genes that are relevant to known illnesses, especially those caused by a single gene. However, it is important to remember that most hereditary illnesses are caused by the alteration of many genes, which constitutes a problem that is difficult to resolve. Nevertheless, having complete knowledge of the entire genome sequence opens up a new door. I am referring to the possibility of taking genome specifics and making comparisons between different populations who are more or less afflicted with the illness. The potential statistical identification of the presence of a specific gene linked with a specific illness will allow us to more readily understand which genes are directly responsible. In any case, I am


very optimistic about the possibility of identifying the genes responsible for the main, hereditary, multi-genetic illnesses. Another important aspect now emerging is that in addition to alteration of the DNA which corresponds to an illness, there are also small individual differences which do not, in and of themselves, cause any illnesses. These differences must be considered minimal. But the accumulated gathering of hundreds of thousands of small pieces of information like this will ultimately allow us to define polymorphisms which are always different from one another. What I mean is that the individual genomic maps are all different and this fact will enable us to recognize individual tendencies towards specific illnesses, even those which are not as clear-cut as hereditary illnesses, but rather are simply underlying illnesses. This will open the way to develop prevention methods tailored to each individual. And finally, we know that different people react differently to different drugs. The identification of this polymorphism will allow us to identify the right and wrong medicines for each individual person.

negative aspects are highlighted far more than the positive benefits and it must be pointed out that the negative aspects usually have little relevance or contact with reality. A recent survey conducted in Italy on the effects of genetic engineering revealed that 70 percent of those interviewed declared that they were afraid and only 10 percent had some idea of what was being talked about. This is today's reality. We need to highlight the positive aspects. Some time ago there was a great deal of discussion around the case of a mother who gave birth to a son who was to become a bone marrow donor for his sister, stricken with Fanconi’s anemia, a condition that is very rare and difficult to cure. The doctors used one cell out of eight or ten which grew after fertilization, in order to be certain that the important gene in that cell was not ill. In doing so they were able to save the sister’s life, without compromising anything. In more general terms, I see that the results we are obtaining are all favorable and have allowed us to do wonderful things. Certainly, sometimes genetic engineering does not work, but this is part of the natural order of things.

Right now genetic engineering is at the center of a heated global debate. There are those who vaunt the potential benefits, those who talk about great new possibilities and choices, and those who fear abuse of genetic knowledge for things like cloning and the use of stem cells. What do you think of all the uproar? In general, it must be said that there are too many interpretation errors. The

One development that definitely scares many people is the possibility of human cloning, which has already been approved in some countries. Do you think there is a risk of abuse? My opinion is based on the fact that, to begin with, I don’t understand why we should have to clone humans. I can’t see any good reason, nor do I see the great dangers which some people fear. Perhaps it will be possible to

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construct an individual physique similar to another, but it will never be the same individual because more than by genes, people are formed by their surrounding environment, and we are all different from one another. I believe that in general, everyone is against these kinds of developments, at least within the scientific community. Then there is the issue regarding the use of stem cells for the potential cure of certain illnesses. First of all, we are talking about things which at present are nothing more than possibilities, because there are still enormous difficulties to overcome.

Secondly, if we consider only the use of excess embryonic cells from test-tube fertilization we are still talking about an enormous quantity of cells. Currently they are frozen and end up being destroyed. But some of these cells could be used to help cure illnesses, and I don’t think that this raises any ethical dilemmas. In my opinion, as a scientist, their use for scientific good would be entirely acceptable. In the United States social and emotional acceptance of genetics and genetic engineering is much higher than in Europe, with the possible

exception of Great Britain. Why do you think this is the case? In the United States there is a wider dissemination of information. In major newspapers like the New York Times, for example, the science pages are of a much higher level than their counterparts in Italian newspapers. Furthermore, in Italy people are often misinformed because often important issues such as genetics are treated like material for fictional novels, with little or no bearing to the true, factual information. In the USA there is also less emotional involvement and more rational thinking, which

is perhaps the fruit of an Anglo-Saxon tradition that is very different from that of most of Europe. Recently, the opposition to genetics in general, has been countered with strong controversy regarding the issues raised by genetically modified foods. Again, in this case there is less resistance in the United States than in Europe. In your opinion, do the fears and worries that pervade public opinion in Europe have any substantial base? Are there real or potential health risks posed by the uncontrolled spread of


genetically modified seeds in the environment? Up to now, genetically modified foods have been basically concentrated in two agricultural products: corn and soy. In the United States, these products have been consumed by at least 500 million people over the last three years, and there has never been a single problem. Therefore, I am inclined to believe that there are no real or potential risks involved and that the fears people are expressing are essentially groundless. With regard to environmental impact, we are witnessing another dramatization, like in the case of the experiment conducted on butterflies which fed solely on pollen from genetically modified products and which seem to suffer from an unnaturally high mortality rate when compared to other butterflies. But it must be said that the companies who have dealt with GMOs up until now, have done so through their own particular interests and not necessarily to the consumersË™ benefit. The benefits are essentially for the company but in part, for the farmer, too. I think it is important to encourage attempts to create foods and seeds adapted to the needs of countries who suffer from drought or who have particularly arid terrains which are unable to grow much. It would be good if more people imitated the initiatives of the Swiss company that produced rice rich in vitamin A, fundamental for third world countries which lack that nutrient often leading to blindness. This is just a beginning, but it illustrates the direction in we should be heading.

In recent years, young people have often taken part in opposition and even violent resistance against genetically modified foods. The ideals and motivations are often good, but they are expressed incorrectly. What message should we be giving these youths in order to encourage behavior which is more appropriate with the very objectives that are trying to be reached? Young people often have extreme concepts in their heads that they absorb with little or no thought. For example, they look at multinationals as an enemy because they believe that these companies only follow their own interests. This is partly true, but if the claim is exaggerated it ceases to be truth. If opposition to genetically modified foods is expressed through the destruction of land upon which these foods are cultivated or upon which experiments are carried out, then this is incoherent behavior as the only way to figure out if there are risks involved is to conduct experiments in the fields. Therefore these experiments should be encouraged and not attacked.

* Renato M. Dulbecco is one of the most important genetic and oncological researchers in the world today. Professor Dulbecco is 86 years old and currently lives in Milan, Italy, after having lived and worked in the United States and Great Britain for many years. In 1975, he was awarded the Nobel Prize for his studies and discoveries on DNA. And in 1986, he was responsible for initiating the Human Genome Project, which was recently crowned a success with the deciphering of almost the entire human gene map.

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L’architettura della vita The architecture of life di Paul Poupard* by Paul Poupard*

Il business-to-business offre alle imprese le migliori opportunità per essere presenti online. Ma se non sono ancora nel Web, potrebbe essere già tardi Business-to-business offers the best opportunities for companies to go online. But if they are not yet on the Web, they could already be late

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Paul Poupard

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l genoma umano è, in un certo senso, l’ultima frontiera rimasta da esplorare, dove l’uomo, in questo inizio di millennio, si sta addentrando, per svelarne i segreti. L’annuncio – fatto pubblico lo scorso 26 giugno – che era stata completata la sequenza completa del genoma umano, ha sconvolto sia gli ambienti scientifici che l’uomo della strada. Per la prima volta si è riusciti ad identificare l’intera catena di una molecola di DNA umano, la monumentale enciclopedia contenente le istruzioni per il funzionamento dell’organismo umano, scritta dal Creatore con sole quattro lettere. Queste scoperte e, in genere, i progressi della scienza, rivelano sempre più la grandezza di Dio e consentono all’uomo di scoprire l’ordine intrinseco della natura e apprezzare, nel suo stesso corpo, le meraviglie del Logos, per mezzo del quale tutte le cose sono state create. Ogni scoperta scientifica, fatta secondo le regole della ricerca scientifica, è sempre un bene per l’uomo, ancor prima delle sue applicazioni. Tuttavia, è un tratto

caratteristico di questa epoca il fatto che la scienza e le sue scoperte non vengano valutate in quanto verità da contemplare, ma in quanto strumenti di manipolazione della natura. Questa mentalità applicata alla conoscenza del genoma umano potrebbe condurre l’uomo a ripetere le tragiche esperienze di selezione, manipolazione e abuso del corpo e della persona che il XX secolo ha conosciuto ad Auschwitz e nei Gulag. La conoscenza del genoma umano non può essere uno strumento al servizio di nuove forme di schiavitù o discriminazione fra esseri umani, o un mezzo che crei nuove classi basate, non sul patrimonio economico, ma su quello biologico. Il genoma umano non possiede soltanto un significato biologico. In virtù dell’unità sostanziale che esiste, nell’uomo, fra il suo corpo e la sua anima, è carico anche di dignità antropologica. Il genoma umano sequenziato non è un semplice numero, o una catena molecolare: è sempre l’identità di una persona, la cui dignità, unica e inalienabile,

non può essere trascurata. La scienza ha bisogno di ritrovare la sua dimensione sapienzale, l’alleanza con la coscienza. Alcuni vorrebbero una scienza value-free, senza alcun vincolo di tipo etico, senza altri limiti se non quelli imposti dallo stesso progresso della scienza. Ma quando è in gioco la dignità dell’uomo, questo criterio diventa inaccettabile. Non ogni mezzo è lecito per raggiungere un buon fine. La biologia moderna non deve dimenticare che, con tutte le sue meravigliose scoperte, non può pervenire all’intrinseca unità dell’essere umano, alla sua integrità personale complessa che unisce soggettività e corporeità. La scienza della vita non è scienza del vissuto. Avvicina all’uomo dal di fuori, non dal di dentro, poiché l’uomo è quell’istanza psichica irriducibile che non si lascia spiegare come frutto emergente di un’evoluzione puramente materiale. Essa è di un altro ordine. “L’uomo supera infinitamente l’uomo”, ci ricorda Pascal. In lui c’è molto più di quanto riusciamo a scoprire grazie alle scienze biologiche, psicologiche e sociologiche. Come suggeriva il filosofo Maurice Blondel, occorre passare dalle scienze della vita alla scienza della vita. Scienza e vita assumono, allora, una profondità di significato che trascende la materia, diventando il riflesso di un Sé assoluto e richiamando a una vita che sta oltre ogni altra vita. * Sua Eminenza il Cardinale Paul Poupard è Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Fra i numerosi e prestigiosi titoli il Cardinale Paul Poupard annovera quelli di membro delle Congregazioni per il Culto Divino, l’Evangelizzazione dei Popoli, l’Educazione Cattolica e del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

È inoltre Vice Presidente della Società della Storia della Chiesa di Francia, membro emerito del Consiglio Superiore della Scuola pratica di Studi Superiori e dell’Alto Comitato della Lingua Francese. Le sue due tesi di dottorato in Teologia e in Storia (Sorbona) sono dedicate al rapporto tra Ragione e Fede e alle relazioni tra Chiesa e Stato. Numerose le sue opere pubblicate in diverse lingue: italiano, francese, inglese, tedesco, ma anche arabo, bulgaro, castigliano, cinese, coreano, croato, spagnolo, ungherese, giapponese, portoghese e russo. È inoltre autore di svariati contributi a opere collettive, nonché di pubblicazioni in diversi periodici e enciclopedie, tra cui Apollinaris, Dictionnaire d’Histoire et de Géographie Ecclésiastiques, New Catholic Encyclopedia e Theologisches Quartalschrift. ■ ■ ■ ■ ■ ■

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he human genome is, in a certain sense, the last unexplored frontier. As the new millennium begins, people have begun to delve into the human genome, in order to unlock its secrets. The announcement made on last 26 June, which revealed that the entire sequence of the human genome had been established, was as stunning in scientific circles as it was for the man in the street. For the first time, someone had successfully identified the entire chain of a molecule of human DNA, the miniature encyclopaedia containing the instructions which allow the human organism to function, written by the Creator in just four letters. These discoveries, and scientific progress in general, reveal more and more of God’s greatness. They allow us to discover the intrinsic order of nature and to appreciate in our own bodies the wonders of the Logos, through which every single thing has been created. Every discovery made in accordance with the rules of scientific research, even before


its various applications, is in itself something good for humanity. Nevertheless, it is typical of our age to consider science and its discoveries not as truths to be contemplated, but as tools for the manipulation of nature. If this mentality were applied to our knowledge of the human genome, it could lead to a repetition of the tragic experiences of selection, manipulation and abuse of the body and the person to which the twentieth century bore witness at Auschwitz and in the gulags. Knowledge of the human genome must not serve as a tool for new forms of slavery or discrimination between human beings, or as a means for creating new classes based on a heritage which is no longer economic, but biological. The significance of the human genome is not purely biological. It is also charged

with anthropological dignity, by virtue of the substantial unity that exists in the human person between body and soul. The human genome sequence is not merely a number or a molecular chain: it is the identity of a human person whose unique and inalienable dignity cannot be ignored. Science needs to rediscover its sapiential dimension, its alliance with conscience. Some people would like science to be value-free, without ethical bonds or limits, except those imposed by scientific progress itself. But when human dignity is at stake, this criterion becomes unacceptable. No end, however praiseworthy, can justify all means. Modern biology ought not to forget that, despite all its marvellous discoveries, it cannot attain to the intrinsic unity of the human being, to the complexity of personal integrity that combines

subjectivity and corporeality. The science of life is not the science of living. It approaches the human person from without, not from within. The human person is an irreducible psychic being which cannot be explained as the fruit of a purely material evolution. As Pascal reminds us, “man infinitely surpasses man.” There is much more in a person than what we can discover thanks to biology, psychology and sociology. If, as the philosopher Maurice Blondel suggested, we were to pass from the life sciences to the science of life, science and life would take on a profound significance which transcends matter. They would become the reflection of an absolute Self, and would recall us to a life that is beyond all other lives. * His Eminence Cardinal Paul Poupard is President of the Pontifical Council for Culture. Among the Cardinal’s numerous prestigious titles, it is worth

mentioning that he is a member of the Congregations for Divine Worship, the Evangelization of Peoples, the Catholic Education, and the Pontifical Council for Interreligious Dialogue. He is also Vice President of the Society of History of the Church of France, an emeritus member of the High Council for Further Education and the High Commission for the French Language. His two Ph.D. theses in Theology and History (at the Sorbonne) are on the relationship between Reason and Faith and the relations between the Church and the State. A number of his works have been translated into different languages: Italian, French, English, German, but also Arabic, Bulgarian, Castilian, Chinese, Korean, Croatian, Spanish, Hungarian, Japanese, Portuguese and Russian. He has also written numerous articles and collected works, as well as being published in many journals and encyclopaedias, such as Apollinaris, Dictionnaire d’Histoire et de Géographie Ecclésiastiques, New Catholic Encyclopedia, and Theologisches Quartalschrift.

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Un approccio “morbido” alla genetica A “soft” approach to genetics Intervista a Jeremy Rifkin* Interview with Jeremy Rifkin*

L’uomo deve imparare a gestire la potenza dei geni in modo naturale e sistemico, senza perdersi in deliri di onnipotenza Man must learn how to manage genetic potential in a natural and systemic manner, without losing himself in a frenzy of omnipotence

prevalso finora: dovremo riformulare concetti come la governabilità, i diritti naturali, i nostri rapporti con la biosfera. Tutto questo dovrà essere ripensato a mano a mano che le due forze di cambiamento modificheranno la stessa economia di mercato.

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Jeremy Rifkin

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n un mondo crescentemente globalizzato, le due principali forze traenti sembrano essere l’affermazione della Net Economy e l’irresistibile emergere delle biotecnologie e della genetica. In che modo, a suo parere, queste due forze stanno cambiando il nostro modo di vivere e di lavorare? Nella storia del mondo le grandi innovazioni tecnologiche sono sempre emerse alla confluenza di due fenomeni: un nuovo modo di comunicare e un cambiamento nelle risorse disponibili. È ciò che è accaduto, ad esempio, quando siamo passati dalla stampa a mano alle macchine da stampa e quando, quasi contemporaneamente, si è potuto contare sui combustibili fossili e sulle macchine a vapore. La stampa di giornali a grande tiratura ha permesso di raggiungere milioni di persone allo stesso tempo e ha fornito un importante strumento per la diffusione di un’economia basata sui combustibili fossili e sul vapore, impossibile da sviluppare in un contesto di scarsa comunicazione.

Analogamente, negli ultimi quarant’anni, abbiamo sperimentato una nuova combinazione di nuovi modi di comunicare e di una nuova base di risorse: i computer, che hanno rivoluzionato comunicazioni e linguaggio, e i geni, che rappresentano le nuove risorse. Ora queste due rivoluzioni, quella della scienza delle informazioni e quella delle scienze della vita, si stanno cumulando in un paradigma unico e creano la premessa per la nuova era dell’accesso e per il secolo delle biotecnologie. Il computer è il linguaggio che consente di decifrare la mappa dei geni e di organizzare milioni d’anni di informazioni genetiche in realtà economiche utilizzabili. È un grande cambiamento rispetto all’era della chimica e della fisica che avevano dominato la scienza dell’era industriale. Ora saranno l’Information Technology e le biotecnologie a dominare la nuova scienza mondiale. Che implicazioni ne verranno sotto il profilo sociale? Saremo costretti a ripensare l’intero assetto sociale e lo stesso contratto sociale che ha

La Net Economy e i suoi strumenti sono considerati, dal punto di vista sociale e politico, facilmente accettabili e, nei fatti, tranne qualche opposizione di retroguardia, sono generalmente bene accettati. Ben diversa è la sorte della genetica e delle trasformazioni che essa annuncia. Perché questa differenza? Perché la genetica va a toccare e a scoprire le componenti di base della vita stessa e questo, naturalmente, impressiona molta gente. Ci sono, in genere, due opinioni diverse su questo tema. Da un lato chi ne prefigura le immense opportunità e i vantaggi, dall’altro chi è terrorizzato dalle possibili conseguenze. La maggioranza di noi porta dentro di sé ambedue questi sentimenti, la speranza delle opportunità e il timore degli effetti incontrollabili. Ma il punto in questione non è, come dicono alcuni, la scienza stessa. Imparare tutto il possibile sui geni è un’ottima cosa e nessuno andrà mai a dire ai giovani che studiano questi sviluppi di astenersene. Il problema è di uscire da una falsa contrapposizione, secondo la quale se non si è indiscriminatamente a favore del futuro si è contro il progresso. Questo è un modo rozzo di porre la questione. Il problema non è la scienza, ma come viene applicata dal punto di vista economico e sociale.

Già, ma qual è, secondo lei, il modo giusto per sviluppare la genetica in modo socialmente accettabile? Per come la vedo io c’è un percorso “duro” e un percorso “morbido”. La strada dura discende da un approccio riduzionista alla scienza, che descrive i geni come capaci di fare qualunque cosa, che ignora i rapporti complessivi con la natura e che illude che ci si possa mettere a giocare a fare gli architetti della natura come se fossimo diventati degli dei e potessimo scrivere una seconda Genesi. Non c’è dubbio che la genetica costituisce una prospettiva di grande potenza, in grado di suscitare grandi entusiasmi. Ma occorre rendersi conto che porta con sé profonde implicazioni sociali, filosofiche e ambientali per il mondo intero. L’approccio morbido è basato su un modo diverso di sentire la questione. Si fonda sull’idea di una profonda comprensione dei meccanismi di base della natura, sul riconoscimento del fatto che i geni e le proteine possono modificare la natura e l’ambiente e sulla convinzione della necessità di capire i meccanismi dell’evoluzione per poter sviluppare le scoperte genetiche in accordo con essa, e non contro di essa. Dal punto di vista dei principi, è difficile non essere a favore dell’approccio morbido, ma cosa significa in pratica? Prendiamo due esempi, uno relativo all’agricoltura e uno alla medicina. Nel campo dell’agricoltura il percorso duro è quello degli organismi geneticamente modificati, gli OGM. Si prende, ad esempio, un appezzamento di terreno per coltivare del granoturco e lo si equipaggia con delle vere


e proprie armi, i geni modificati, che consentono alla pianta di combattere contro i parassiti o di aumentare la bio-resistenza, così da trasformare la pannocchia in un vero e proprio soldato che si pone contro la natura grazie alle armi costituite dai geni modificati. Io credo che questo sia un approccio primitivo, ottocentesco, fondato su una strumentazione scientifica violenta che non sa tenere conto di una visione sistemica d’insieme, non capisce la complessità, non comprende la struttura della materia così come invece i fisici la stanno scoprendo. Ignora tutto dei meccanismi di rete, delle connessioni, delle relazioni, dei meccanismi di incorporazione. È un modo di accostarsi al problema vecchio e superato, addirittura fuori moda, ed è destinato al fallimento. L’approccio morbido è usare la stessa scienza applicandola però in modo nuovo, integrato e intelligente per sviluppare un’agricoltura sostenibile. Una genetica di questo genere non si mette a pasticciare con la natura, prendendo dei geni da specie non correlate, per inserirli in un’altra specie del tutto diversa rischiando di produrre danni colossali all’ambiente e alla biosfera. L’approccio morbido richiede di apprendere l’intera mappa genetica delle diverse specie e rendere trasparenti le strutture di cibi come il granoturco o il frumento, prima di manipolarli. Occorre sapere tutto delle mappe genomiche e capire dove stanno eventuali inneschi nei processi di mutazione. È chiaramente un approccio sistemico che potrà permettere di inserire le colture più appropriate ai diversi ambienti locali, lavorando con l’ambiente per

sviluppare un’agricoltura organica. E nel campo della medicina? In questo caso l’approccio duro si basa su un certo modo di intendere la malattia. Di solito, quando ci si ammala, vengono prescritte delle medicine sviluppate attraverso la genetica; il che potrebbe anche andare bene, ma solo come risorsa di ultima istanza. Il problema è che questo approccio si basa sull’intervento diretto sulla struttura genetica degli esseri umani, attraverso una terapia “somatica”. Un grosso pericolo è costituito dalle tecniche eugenetiche che vanno a toccare i geni nello stesso sperma e nell’ovulo, cambiando così il disegno del feto prima che nasca. Uno sviluppo che non può non turbare la società perché va a toccare direttamente i nostri figli. Ma esiste la possibilità di un modo di operare diverso, appunto con l’approccio morbido, basato essenzialmente sulla prevenzione. Si usano le stesse conoscenze scientifiche per mantenere le persone in buona salute, anziché curarle quando sono già ammalate. Si ingegnerizza la buona salute anziché ingegnerizzare il feto prima che nasca o ingegnerizzare la cura quando si è già ammalati. Con questa visione l’uomo non si mette a scimmiottare Dio, ma diventa un guardiano capace di provvedere alla natura. Perché, a suo parere, la genetica e gli organismi geneticamente modificati hanno un’accoglienza molto più facile negli Stati Uniti che in Europa, dove la resistenza agli OGM è fortissima? Il motivo è molto semplice, ed

è che negli Stati Uniti l’opinione pubblica non è abbastanza informata su questi argomenti. Se si va a chiedere un’opinione al classico uomo della strada negli USA, di norma non saprà nemmeno di cosa si sta parlando e si scopre che non sa neppure che c’è del cibo geneticamente modificato nei negozi. E se c’è ignoranza non può esserci opposizione. Ma se si informano le persone sulla presenza di organismi modificati geneticamente nel cibo che mangiano, si scopre che c’è un’opposizione del 90-95%, come è emerso in tutti i sondaggi effettuati. Ora si stanno svegliando un po’ tutti: le organizzazioni

di consumatori, quelle ambientaliste, i raggruppamenti dei genitori, e sono certo che nei prossimi due anni l’opposizione crescerà gradualmente. In Europa è già così, perché la stampa si è occupata di queste cose in modo più tempestivo e più aggressivo, così la gente è molto più informata. Certo, l’opinione pubblica è importante e sappiamo che percepisce un pericolo dai cibi geneticamente modificati. Ma secondo lei sono effettivamente pericolosi? Ne sono convintissimo. Sono stato io ad avviare la prima causa legale contro gli OGM

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nel 1983 e dopo di essa ne ho portate avanti diverse contro lo stesso Governo. Inserire in una determinata coltura un gene di una specie diversa e non correlata equivale ad introdurre una specie esotica in un habitat del tutto diverso. Il risultato è che una volta su dieci questa specie esotica muta e si trasforma in un parassita nocivo per le colture indigene e le danneggia effettivamente. Nell’agricoltura tradizionale è diverso perché gli incroci si possono fare solo con specie tra loro correlate, in armonia con i principi evolutivi. Negli OGM, invece, si possono introdurre geni di qualsiasi specie, vale a dire che si possono introdurre nelle specie vegetali dei geni animali o anche umani, si può fare ciò che si vuole e attraversare qualsiasi confine. Perciò quando accade, come adesso, che si effettuano ben 72 mila esperimenti sul campo contemporaneamente, incrociando geni di tutte le specie anche le più distanti fra loro, si rischia un danno colossale su scala planetaria. È un esperimento gigantesco e sostanzialmente senza controllo, di cui non sappiamo nulla. Lei dunque condivide l’approccio precauzionale che guida l’Unione Europea, anche se gli Stati Uniti hanno bollato questa politica come protezionistica? Sì, e come americano mi dà molto fastidio che questo principio non venga adottato anche negli Stati Uniti. Tutti dovrebbero seguire questo principio che è molto saggio e sofisticato: primo, non fare del male. E noi non sappiamo quali reazioni allergeniche si

possono produrre introducendo migliaia di specie nuove nel nostro mondo. Chi si oppone alla genetica e agli OGM spesso finisce con l’accusare in primo luogo le imprese multinazionali, considerate l’origine di tutti i mali perché dedite solo all’obiettivo di massimizzare i profitti senza alcun riguardo per il benessere generale. Lei che ne pensa? In generale, il top management di queste organizzazioni porta la responsabilità delle scelte di lungo periodo relative alla propria azienda e credo che in molti casi queste scelte non siano abbastanza meditate e che non tengano abbastanza conto delle possibili alternative. Credo che, alla fine, i Governi sceglieranno di seguire l’approccio morbido e di riservare quello più drastico solo a casi specifici e selezionati. Ma per le aziende è diverso, ed è possibile che un management miope vada per la strada apparentemente più semplice e di breve periodo; ma in questo modo si danneggeranno non solo i consumatori, ma anche la stessa azienda che sarà condannata a perdere di fronte a concorrenti più sofisticati e con una maggiore capacità di visione a lungo termine.

* Jeremy Rifkin è uno dei più noti economisti non-ortodossi degli Stati Uniti. È presidente della Foundation on Economic Trends a Washington e della Greenhouse Crisis Foundation. Negli ultimi anni è divenuto celebre per alcuni suoi libri come Il secolo biotech e L’era dell’accesso che affrontano temi di grande rilevanza, come l’economia delle reti e le biotecnologie.


I

n an increasingly globalized world, the two primary directing forces seem to be the affirmation of the Net Economy and the irresistible emergence of biotechnology and genetics. In your opinion, how are these two forces changing the way we live and work? Over the course of world history great technological innovations have always emerged in conjunction with two phenomena – a new method of communication and a change in available resources. For example, that is what happened, when we moved from hand-printed paper to a machine-printed press while at almost the same time, we could suddenly count on combustible fossil fuels and steam-driven machines. The mass printing of newspapers allowed news to reach millions of people at the same time and in so doing provided an important instrument for the expansion of an economy based on fossil fuels and steam power that would have otherwise been impossible to develop in a context with little communication. Similarly, over the past forty years, we have experimented with a series of novelties – innovative combinations of communications technologies and a new resource base. Computers have revolutionized communications and language while genes can be said to represent the new resources. Now these two revolutions, information science and life science, are coming together in a unique paradigm, creating the possibility for a new era of access and for the century of biotechnology. The computer is the language which allows us to decipher the gene map

and to organize millions of years of genetic information into useful economic realities. It is an enormous change compared to the chemical and physical eras which dominated science in the industrial age. Now information technology and biotechnologies will dominate the new global science. What are the implications from a social perspective? We will be forced to reconsider our entire social arrangement and the selfsame social contract which has prevailed up to this point. We will have to reformulate concepts such as governability, natural rights and our relationship with the biosphere. All this will have to be reconsidered step by step as the two forces of change modify the market economy. The Net Economy and its tools are considered, from a social and political point of view, easily acceptable, and in fact, with the possible exception of certain old-guard conservatives, they are generally well-accepted. However, there exists a far different reaction to genetics and the changes they herald. Why is there such a difference? Genetics touch and uncover the basic components of life, and this naturally troubles people greatly. Generally speaking, there are two different opinions on this theme. On the one hand there are those who see immense opportunities and advantages, and on the other hand there are those who are terrorized by the possible consequences. Most of us share both these opinions – hope for the opportunities and fear of some uncontrollable effects. But the point in question is

not science itself, as some people maintain. Learning everything we can about genes is a wonderful objective, and no one will ever go around telling young people that studying these subjects is a waste of time and should be avoided. The problem is to do away with the contradiction that if one is not indiscriminately in favor of the future then one is against progress. This is a crude way of presenting the issue. The problem is not science per se, but how it is applied from an economic and social point of view. Of course, but what is, according to you, the correct way to develop genetics in a socially acceptable manner? In my opinion there is a “hard” path and a “soft” path. The hard path comes from a reductionist approach to science that describes genes as capable of doing everything. It ignores the complex relationships with nature and fools people into thinking that we can play at being nature’s architects as if we had become God, taking it upon ourselves to write a second Genesis. There is no doubt that controlling genetics constitutes a great power, capable of generating enormous enthusiasm. But we must also realize that it carries with it profound social, philosophical and environmental implications for the entire world. The soft approach is based upon the idea of a deep understanding of the basic mechanisms of nature. It is based on a recognition of the fact that genes and proteins can modify nature and the environment and on a conviction regarding the necessity to understand the mechanisms of evolution in

order to develop genetic discoveries in agreement with nature rather than against it. From a principled point of view, it is hard not to be in favor of the soft approach, but what does it really entail? Let’s take two examples, one in agriculture and another in medicine. In agriculture the hard approach is characterized by genetically modified organisms – the GMOs. We take, for example, a plot of land on which we intend to cultivate corn and we equip it with what can only be considered weapons – modified genes – which allow the plant to fight parasites or increase its bio-resistance. Soon, an ear of corn is transformed into a kind of soldier at war with nature thanks to its genetically modified armament. I believe that this is a primitive, out-dated approach founded on a violent scientific instrumentation that does not know how to apprehend a systemic vision of the whole. It does not understand the complexity or the structure of the matter in ways that physicists are coming to understand it. It ignores all the network mechanisms, the connections, the relationships, the incorporation mechanisms. It is an old and out-dated way of addressing the problem that has fallen out of favor and is destined to fail. The soft approach uses the same science but applies it in a new, integrated and intelligent way in order to develop a sustainable agriculture. This kind of genetics does not meddle with nature by taking genes from non-correlated species, for example, and inserting them in another, entirely different species thereby risking colossal

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damage to the environment and the biosphere. The soft approach requires a complete understanding of the genetic map of all the different species. It renders transparent the structure of foods such as corn and grain before attempting to manipulate them. It is vital to know everything about the gene map and to understand where potential pitfalls in the mutation process may be located. Clearly, it is a systemic approach which can allow us to insert the most appropriate cultures in a variety of local environments in order to develop an organic agriculture. And in the field of medicine? In this case the hard approach is based on a particular way of understanding an illness. Usually, when someone is sick medicines developed through genetics are prescribed. This may work, but only as a last resource. The problem is that this approach is based on a direct intervention of the human being’s genetic structure by means of a “somatic” therapy. Eugenetic techniques constitute a great danger that targets the sperm and the ovula, effecting changes on the fetus before it is born. It is a development that cannot help but disturb society because it directly affects our children. But there is another possible way of operating – the soft approach. It’s an approach which is essentially based on prevention rather than intervention. We use the same scientific knowledge to maintain people in good health, rather than cure them when they have already fallen ill. We strengthen good health rather than strengthening the fetus before it is born or

strengthening the cure for someone who is already ill. With this vision of things, man does not work at aping God. Instead, he actually becomes a guardian capable of defending nature. Why, in your opinion, do genetics and genetically modified organisms have a warmer welcome in the United States than in Europe, where the resistance to GMOs is extremely strong? The simple truth is that U.S. public opinion is not informed enough about these subjects. In the United States, if we ask our average guy in the street about these things, he usually won’t even know what we’re talking about. In fact, we might discover that he doesn’t even know that there are genetically modified foods in his supermarket. If there is ignorance, then there can’t possibly be opposition. But if we were to inform people about the presence of genetically modified organisms in the food they eat, we would suddenly discover that there is 90 to 95 percent opposition, a fact that all the surveys conducted have revealed. Now everyone is starting to wake up including the consumer and environmental organizations as well as the parent groups. I’m sure that in the next couple of years opposition will gradually grow. In Europe things are already underway, because the press has dealt with these issues much more adroitly and aggressively than in the United States, and so the population is much more well-informed. Public opinion is undoubtedly important and we know that it recognizes a danger in genetically


modified foods. But in your opinion are there real dangers? I am absolutely convinced that there are. I brought the first legal case against GMOs in 1983, and after that I brought various cases against the same government. Injecting a certain crop with a gene from a different and non-correlated species is the equivalent of introducing an exotic species in an entirely new habitat. The result is that one time out of ten this exotic species mutates and transforms itself into a dangerous and damaging parasite for the indigenous crop. In traditional agriculture this is different because hybrids can only be created between correlated species, in harmony with the principles of evolution. In the case of GMOs, however, it is possible to introduce genes from any species, meaning that we can put animal or human genes in vegetables. We can do what we want and cross any natural boundaries. Therefore when, as happens nowadays, we perform 72 thousand experiments on a field contemporarily, crossing genes of all kinds of different, unrelated species, we are risking colossal damage on a planetary scale. It is an enormous and essentially uncontrolled experiment of which the population at large knows nothing. Therefore you share the cautionary approach that the European Union embraces, even if the United States has branded it as protectionist? Yes, and as an American I am extremely bothered that this more cautionary principle is not adopted in the United States as well. Everyone should follow this essentially wise and sophisticated approach – first

and foremost, do no harm. Furthermore, we do not know what allergenic reactions we may produce as we cross thousands of new species in our world. Often, those who oppose genetics and GMOs end up blaming multinational companies above and beyond anything else. They are considered the root of all evil, dedicated to maximizing profits without any regard for the general health and welfare. What do you think? Generally, the top management in these organizations bears full responsibility for the long-term choices they make relative to their company, and I believe that in many cases these choices are not well thoughtout and do not take enough possible alternatives into account. I believe that in the end, governments will choose to follow the soft approach and reserve the more drastic approach only for extreme cases, or for specific and selected cases. But for companies this is different, and it is possible that shortsighted management opts for the seemingly simple shortterm route. This path will not only damage consumers, but also the short-sighted companies themselves. It is these companies which will be condemned to lose when faced with more sophisticated competition equipped with greater, more long-term vision. * Jeremy Rifkin is one of the most wellknown non-orthodox economists in the United States. He is president of the Foundation on Economic Trends in Washington and of the Greenhouse Crisis Foundation. In recent years he has become famous for several of his books including The Biotech Century and The Era of Access which address major themes such as the economy of the Internet and biotechnologies.

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Projects

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La globalizzazione sta mutando anche l’architettura: un edificio non esprime più la sapienza costruttiva di un Paese, ma un particolare momento culturale. La tecnologia, per esempio, è oggi più una questione di linguaggio che la risposta a un problema tecnico-costruttivo. Una nuova coscienza collettiva sta formando architetti “globali”, in grado di creare opere elaborando concetti un tempo fra loro incompatibili. Globalization is changing even architecture: a building no longer expresses the combined constructive knowledge of a country, but rather a particular cultural moment. Today technology, for example, is more a question of language than the response to a technicalconstructive problem. A new collective conscience is creating a host of “global” architects, capable of building edifices through the use of concepts that were once incompatible.

Visioni sul XXI secolo Visions of the 21st Century Autogenerazione, nuova frontiera del progetto Self-generation, design’s new frontier John Mac Lane Johansen*

Il nuovo paradigma Il paradigma della Vecchia Modernità del recente passato rappresentava un ordine e una realtà basati sui concetti cartesiani e newtoniani dell’universo. È una visione del mondo obsoleta. Eppure, ancora oggi si cerca di applicare il modello meccanicista alla nostra esistenza. Dal momento che non riusciamo a capire tale discrepanza, la nostra crisi, dice Fritjof Capra, è essenzialmente “una crisi di percezione”. Il nuovo paradigma è una visione sistemica della vita che ha grandi conseguenze in architettura. Si chiama sistema un gruppo di cose che lavorano insieme come un unicum e le cui proprietà, unite in tale relazione, sono maggiori della somma delle singole parti. Secondo la teoria sistemica, si può e si deve esperire il mondo nella inseparabile relazione tra tutti i suoi fenomeni naturali. Questa nuova visione del mondo è olistica ed ecologica. È la nuova struttura sulla quale si fondano i nostri sforzi nelle varie scienze, teologia e arti, in cui dobbiamo sicuramente includere anche l’architettura e l’urbanistica il cui obiettivo è quello di dare un’espressione ambientale a tali sforzi umani. I principi organici della tecnologia Sir James Jeans ha detto dell’universo: “Sembra che ci muoviamo verso una realtà non meccanica. Nell’industria si comincia a pensare in termini di un’integrazione tra ricercasviluppo-management e il sistema del marketing, descritta in termini biologici come ‘metabolismo della produzione’”. Per quanto riguarda la gestione aziendale, l’economista John Galbraith osserva che le grandi corporazioni sono sempre più governate secondo principi organici. Il principio organico è diventato una parte essenziale della nostra nuova visione del mondo e acquisterà sicuramente una maggiore autorità in architettura. In un suo recente articolo, Forrest Wilson ha affermato che “le componenti controllate elettronicamente, come per esempio le parti mobili, si sono modificate più velocemente degli elementi architettonici. Dobbiamo rivedere la nostra visione degli edifici da artefatti inanimati ad animati”. Le proprietà più significative di tutti i sistemi viventi sono: “l’autoorganizzazione”, cioè la facoltà di mantenere

la propria esistenza in una continua interazione col proprio ambiente; e la “auto-regolazione”, cioè la capacità di mantenere l’equilibrio attraverso costanti aggiustamenti all’interno del proprio sistema di auto-programmazione. Tale “auto-regolazione” e immediato aggiustamento assumono uno stato di “non-equilibrio” in cui i nostri edifici del futuro saranno sempre “al lavoro”. Questa è la stabilità dinamica dei sistemi auto-organizzanti. Simbiosi Charles Darwin ha osservato che l’esistenza di piante e animali è una lotta per la sopravvivenza, come nelle nostre città. New York, con il suo terribile sovraffollamento, lotta per mantenere un equilibrio in ambito commerciale, sociologico ed estetico. Più di recente, tuttavia, abbiamo accettato l’idea di Lewis Thomas per cui la vita è un adattamento e un equilibrio ecologico in cui tutte le specie sono collegate e reciprocamente dipendenti le une dalle altre. Ritengo che anche i nostri edifici, come pure i settori specializzati della ricerca umana potrebbero relazionarsi in un simile stato di simbiosi. Il concetto biologico di simbiosi si applica a una tipologia di edificio attualmente in fase di sviluppo, l’omni-edificio onnicomprensivo, dotato di operazioni di trasporto e funzioni di servizio capaci di un continuo adattamento, che assumono così le caratteristiche di un ecosistema vivente. L’omni-edificio si è sviluppato non come concetto estetico, ma più prosaicamente attraverso processi di analisi di mercato e di mutuo beneficio per investitori, operatori immobiliari e consumatori. Da un punto di vista urbanistico, tali edifici rappresentano la pacifica aggregazione di funzioni e obiettivi apparentemente non relazionati col fine di un vantaggio comune. In qualità di specie superiore, noi possiamo quindi presumere che l’omni-edificio prolifererà. La vita come tessuto di eventi Come ha detto il grande fisico Werner Heisenberg, parlando della nuova fisica, “Il nostro concetto di realtà è passato da un interesse per gli oggetti a un interesse per le relazioni. Il nostro mondo appare come un complesso tessuto di eventi, in cui connessioni di vario tipo si alternano, si sovrappongono o si


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combinano determinandone così la trama generale”. Questa brillante osservazione apre le nostre menti a una visione completamente nuova di quello che i nostri edifici potrebbero essere. Vediamo i nostri edifici non come statiche formalità, ma più come luoghi di accoglienza per gli eventi umani. Dal momento che il mondo appare sempre meno come una collezione di oggetti e sempre più come una trama di eventi, possiamo acquisire una maggiore coscienza della bellezza dell’edificio come luogo di accoglienza sensibile, sempre mutevole e sempre in fase di adattamento alle nostre vite. Elettrotecnologia In architettura e urbanistica, come anche in campi più ampi, vediamo che l’enfasi si sposta dalla tecnomeccanica all’elettrotecnologia. Nel corpo dell’edificio si prevede che l’acciaio venga rimpiazzato da nuove sostanze plastiche al carbonio, quattro volte più resistenti dell’acciaio, con componenti strutturali cavi e schiume strutturali. Si prevede l’utilizzo di membrane nebulizzate con permeabilità regolabile alla luce, alla temperatura, alla qualità dell’aria. Colpiti come siamo stati dalle strutture hightech, aggiungiamo ora una “mente” al corpo dell’edificio, e a quello più complesso della città. Già si parla di edifici intelligenti, che saranno auto-organizzanti, auto-regolanti e che assumeranno le caratteristiche tipiche degli organismi viventi. Il punto fondamentale è che questi edifici elettrotecnologici saranno, per loro intrinseca natura, organici. L’aspetto che più lascia perplessi della vita con l’elettrotecnologia (rispetto alle precedenti tecnologie

edilizie) è che essa fa funzionare gli edifici restando per la maggior parte invisibile. Forrest Wilson si chiede “Come si può demistificare e rendere comprensibili gli edifici per coloro che manipolano una tecnologia incomprensibile?”. Proporrei di rendere queste invisibili operazioni in qualche modo vividamente percepibili ai nostri sensi. Nella cinetica, come negli esseri umani, vi è la prova dell’esistenza di un’intelligenza-guida interiore. Così, si potrebbe fare in modo che l’edificio sensibile del futuro, nel processo di auto-regolazione e adattamento, emani bagliori visibili, ronzii udibili e vibrazioni percepibili fisicamente. L’edificio intelligente si sta avvicinando alle prestazioni di ciò che conosciamo come “macchina di Livello Quattro”, o robot, dotato di controlli automatici multivariabili abbinati a capacità euristiche e di apprendimento. Non ci bastano più gli edifici che possiamo vedere, vogliamo edifici che possano vederci! Reti Il futurologo John Naisbitt ha descritto nel suo popolare libro Megatrends l’avvento del passaggio dalle gerarchie alle reti. Egli afferma che nel prossimo futuro le istituzioni saranno organizzate secondo un sistema gestionale basato sul modello della rete che offre collegamenti laterali e orizzontali, perfino sovrapposti e multidirezionali, come nel cervello umano. La gerarchia, che non è né un’organizzazione soddisfacente dal punto di vista funzionale né un concetto moralmente accettato, rappresenta il metodo rigido di dominazione e controllo con il quale gli ordini vengono trasmessi dall’alto verso il basso. Al contrario, il modello

Levitazione elettromagnetica. In un futuro non molto lontano, grazie a superconduttori capaci di immagazzinare enormi quantità di energia elettrica, sarà possibile neutralizzare la forza di gravità. Nelle pagine seguenti, modello e schizzo di ambienti pneumatici in grado di interscambiare aria fra l'esterno e l'interno di un'abitazione. Electromagnetic levitation. In the not-too-distant future, thanks to superconductors capable of storing enormous quantities of electric energy, it will be possible to neutralize gravity. On the following pages, a model and sketch of pneumatic environments capable of exchanging air between the inside and outside of a building.


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delle reti permette una comunicazione istantanea da punto a punto, resa possibile solo dall’era elettronica. Per dirla con Alvin Toffler: “[in] un sistema in cui tutte le parti interagiscono, se una parte cambia devono cambiare anche tutte le altre”. Non è forse questa un’idea liberatoria e una sfida per gli architetti che progetteranno gli edifici e le città del futuro?

so modo oggetti della medesima scala. Quanto ai tempi di produzione, riferisce l’autore, si potrebbe realizzare una casa in meno di un’ora e con pochissima manodopera. È fantascienza? Sì, dice Drexler, ma aggiunge che “il futuro spesso assomiglia alla fantascienza di oggi, proprio come i robot, le navi spaziali e i computer di oggi assomigliano alla fantascienza di ieri”.

Dall’uniformità alla diversità Una delle molte possibilità offerte dal computer sarà visibile nei processi produttivi e nei prodotti da essi risultanti. Dalla programmazione e dalle attrezzature fisse che determinavano una produzione di massa di oggetti identici ci si sta muovendo verso programmazioni e attrezzature variabili robotizzate, che possono produrre una grande varietà di oggetti con la qualità della produzione su misura. Ci sono già produttori che offrono ai loro clienti la possibilità di disegnare al computer il proprio tappeto. Come ha detto Buckminster Fuller: “Maggiore è la tecnologia, maggiore è la scelta”. Paradossalmente, con il progredire della tecnologia si torna alla diversità e alla variabilità dell’artigianato.

La poetica della tecnologia In ogni periodo storico, il simbolo era espresso in immagini strettamente legate al suo tempo. Pur muovendoci in quest’era organico-elettronica, rimaniamo tuttavia legati ai simboli spaziali primordiali che ci sono familiari, ma dobbiamo riconoscerli nella forma in cui appaiono attualmente. È mia intenzione dar vita a un vocabolario architettonico completamente nuovo, che ponga l’accento non tanto sulla meccanica quanto sull’espressione poetica e organica dell’elettrotecnologia. La mia audacia sta nel proiettare tali applicazioni in un futuro non troppo lontano e provo piacere nell’essere, come spero, il primo ad esprimerle in termini architettonici.

Levitazione elettromagnetica Una possibilità divertente e tuttavia realistica per il prossimo futuro è la levitazione elettromagnetica; l’introduzione di movimento senza l’uso di meccanismi elettrici. Ci sono familiari i recenti rapporti relativi alla svolta nel campo dei superconduttori, che hanno reso possibile un forte incremento nella distribuzione, concentrazione e immagazzinamento di energia elettrica che a sua volta può sostenere potenti campi elettromagnetici. Entro certi limiti di applicazione essi saranno in grado di neutralizzare la gravità. Prevedo che l’elettromagnetica sarà un fattore di cui tener conto in futuro nella progettazione degli edifici.

Radunare le forze Essendomi trasferito in un ufficio più piccolo e avendo abbandonato lo staff e tutto l’apparato necessario alla stesura dei contratti edilizi, avevo negato a me stesso quella preziosa e appagante esperienza di muovermi attraverso gli spazi reali dell’edificio ultimato dopo averlo concepito e averci vissuto insieme durante il periodo di gestazione. D’altra parte, ero libero di dedicarmi a progetti sperimentali, occupandomi di concetti tecnologici, funzionali ed estetici senza che questi venissero compromessi dalle realtà e dalle fatiche di uno studio professionale. Era giunto per me il momento di andare avanti; di allontanarmi dall’istituzione professionale e da me stesso. Quel “me stesso” rappresentato da trentacinque anni di lavoro. Pensai allora di raccogliere tutto il materiale sparso di quegli anni di lavoro, rappresentarlo su trenta grandi pannelli, godermi la soddisfazione dei miei risultati professionali, condividerla con i miei colleghi e poi andare avanti. Il risultato fu la mostra “JohansenRetrospective-Prospective”, sponsorizzata e allestita dal National Institute of Architectural Education di New York nel 1987. L’esposizione fu accompagnata da una videoconferenza durante la quale ebbi il piacere di ascoltare i pareri di critici quali Paul Heyer, Peter Blake, James Wines, Paul Rudolph, Harry Cobb, John Mascioni, Lebbeus Woods e Christen Johansen. Fatto questo, fui libero di occuparmi dei progetti per il futuro. Ma non considerai questo periodo come un pensionamento, quanto piuttosto come una specie di punto d’arrivo o, più correttamente, un nuovo inizio.

Nanotecnologia e ingegneria molecolare Le attuali ricerche di biochimica e biotecnologia stanno cercando di isolare le molecole e di raggrupparle in nuovi materiali e veri e propri prodotti. Questo sbalorditivo sviluppo è visto da K. Eric Drexler, autore di Engines of Creation (1986), come una nuova era nello sforzo umano per comprendere, controllare e utilizzare i processi costruttivi della natura. Come nelle proprietà di programmazione del DNA, le direttive artificiali determineranno gli assetti molecolari. In termini architettonici, tale processo potrebbe far “crescere” una casa da un seme, rimpiazzando i modelli di progettazione convenzionali. Grazie ad assemblatori e disassemblatori molecolari adeguatamente programmati, la casa assumerebbe la sua struttura fondamentale, eventualmente anche in un secondo tempo, e anche le parti danneggiate potrebbero essere riparate con un processo auto-curativo. Invece di essere un massivo assemblaggio di parti meccaniche separate, questa casa potrebbe avere l’ininterrotta continuità della crescita cellulare di un tessuto vivente. Se squadre di “nanomacchine” in natura organizzano gli atomi nell’enorme struttura di cellulosa di una sequoia, potremmo aspettarci di produrre allo stes-

*John Mac Lane Johansen (New York 1916) è stato allievo di W. Gropius e di M. Breuer alla Harvard University. La sua ricerca è soprattutto orientata verso le strutture architettoniche tecnologicamente avanzate, studiate in funzione espressiva. Tra le sue opere più significative si ricordano: la “Casa aerodinamica” e l’“Oklahoma Theater Center” (1970); in Italia ha partecipato al concorso per la ristrutturazione del “Lingotto-Fiat” a Torino (1983).


The New Paradigm The paradigm of the Old Modernity of the recent past represented order and reality based upon the Cartesian and Newtonian concepts of the universe. This is an outdated world view. Yet we are still trying to apply the mechanistic model to our existence today. Since we fail to recognize this discrepancy, our crisis, says Fritjof Capra, is essentially “a crisis of perception.” The new paradigm is a systems view of life which has great consequences for architecture. A system is said to be a set of things which work together as a whole and whose properties in this relationship are greater than the sum of its parts. According to systems theory, we can and should experience the world in its inseparable relatedness of all natural phenomena. This new world view is holistic and ecological. It is the new framework upon which are being rigged our endeavors in the various sciences, theology and the arts; and we must surely include architecture and urban design, whose purpose it is to give to these human endeavors environmental expression.

The Organics of Technology Sir James Jeans has said of the universe, “We seem to be moving towards a non-mechanical reality. In industry they begin to think in terms of an integrated research-development-management and marketing system described in biological terms, as ‘production metabolism.’ In business management, the economist John Galbraith observes that giant corporations are increasingly governed by organic principles. The organic has become an essential part of our new world view, and will certainly take stronger governance in our architecture. In a recent article, Forrest Wilson stated that “electronically controlled components, i.e., moving parts, have changed faster than architectural elements. We must revise our view of building from inanimate to animate artifact.” Now the most significant faculties of all living systems are: “selforganization,” i.e., maintaining its existence through continual interaction with its environment; and “self-regulation,” i.e., maintaining equilibrium through constant adjustment within its own sys-

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tem of self-programming. Such “self-regulation” and instant adjustment is said to assume a state of “non-equilibrium” in which our buildings in the future will always be “at work,” as it were. Such is the dynamic stability of self-organizing systems.

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Symbiosis Charles Darwin observed that plant and animal existence was a struggle to the death for survival, and our cities. New York, with its terrible overcrowding, struggles to maintain an equilibrium in commercial, sociological, and esthetic areas. More recently, however, we have accepted the views of Lewis Thomas that life is an accommodation and ecological balance whereby all species are connected and mutually dependent on the rest. I believe our buildings as well as specialized fields of human endeavor might also relate in such a state of symbiosis. The biological concept of symbiosis applies to a presently developing building type, the all-inclusive “omnibuilding,” which has continually adjusting operations of transport and services functions that come to assume the characteristics of a living ecosystem. The omnibuilding has developed not as an esthetic concept, but rather through mundane processes of marketing analysis and mutual profit to investors, developers, and consumers. In an urban sense, such buildings represent the peaceful aggregation of seemingly unrelated functions and purposes to some mutual advantage. As the stronger species, we can assume that the omnibuilding will proliferate. Life as a Tissue of Events As the great physicist Werner Heisenberg has said, speaking of the new physics, “Our new concept of reality has shifted from a concern for objects to a concern for relationships. Our world appears as a complicated tissue of events, in which connections of various kinds alternate, overlap or combine and thereby determine the texture of the whole.” This brilliant observation liberates our minds to an altogether fresh view of what our buildings might be. We see our buildings not as static formalities, but more as accommodations for human events. As our world appears less as a collection of objects but more as a texture of events, we may become more aware of the beauty of the building as a responsive, ever changing, ever adjusting accommodation to our lives. Electro-Technology In architecture and urban design, as in broader fields, we see the emphasis moving from mechano-tech to electro-tech. In the body of the building, we foresee steel replaced by new carbon plastic substances with four times the strength of steel, hollow-core structural elements, and structural foams. We foresee sprayed-on membrane skins of adjustable permeability to light, temperature, and air quality. But as impressed as we have been with high-tech structures, we are now adding to this body of the building and to the composite body of the city the “brain.” We already speak of intelligent buildings, which will

be self-organizing, self-regulating, and assume those faculties heretofore unique to living organisms. My main point is that these electro-tech buildings will be, by their own nature, organic. The perplexing aspect of living with electro-technology (as opposed to previous building technologies), is that it operates our building for the most part unseen. Forrest Wilson asks, “How can buildings be demystified and made comprehensible to those who manipulate an incomprehensible technology?” I would propose that these unseen operations somehow be made vivid to our senses. In kinetics, as in human beings, there is evidence of a guiding intelligence within. So the responsive building of the future, in the process of self-regulation and adjustment, might be made to visibly glow, audibly hum, and physically vibrate. The intelligent building is approaching the performance of what we know as the “Level Four machine,” or robot, having multivariable, automatic controls coupled with an heuristic or learning capacity. We are no longer content with buildings we can see, but rather insist on buildings that can see us! Networks The futurologist John Naisbitt has reported in his popular book Megatrends, the coming shift from hierarchies to networks. He contends that in the near future institutions will be organized according to a management system based upon the network model which provides lateral and horizontal, even multidirectional and overlapping linkages, as in the human brain. The hierarchy, which is neither a workable organization nor a morally accepted concept, represents the rigid method of domination and control by which orders are transmitted from the top down. In contrast, the networking model allows for an instantaneous point-to-point communication, only possible in this electronic age. As Alvin Toffler puts it, “[in] a system with all parts interacting --if one part changes, all the others must change also.” Is this not a liberating idea, and a challenge to architects who will design the buildings and cities of the future? From Uniformity to Diversity One of the many possibilities offered by the computer will be seen in the manufacturing process and its resultant products. From fixed programming and tooling devices which formerly mass-produced identical items, we are changing to variable programming and tooling by the robot, thereby producing items of greater variety, offering the qualities of custom design. Already there are manufacturers offering their customers the opportunity to computerdesign their own carpets. As Buckminster Fuller said, “the higher the technology, the greater the choice.” Paradoxically, by going forward technologically, we go backward to the diversity and variability of handicraft. Electromagnetic Levitation An amusing yet real possibility for the near future is electromagnetic levitation; the introduction of movement without the use of power driven


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mechanics. We are familiar with recent reports of a breakthrough in superconductors, which make possible greatly increased distribution, concentration, and storage of electric power, which in turn can support powerful electromagnetic fields. Within certain limits of application these will actually neutralize gravity. I foresee electromagnetics as a factor in the future design of buildings.

organic and poetic expression of electro-technology. My audacity is to project these applications some years into the future, and I take some delight in being, I hope, the first in expressing them in architectural terms.

Nanotechnology and Molecular Engineering Current vigorous investigations in biochemistry and biotechnology are trying to isolate molecules and regroup them into new material and actual products. This astonishing development is seen by K. Eric Drexler, author of Engines of Creation (1986), as a new era in efforts by man to understand, control, and put to use the building processes of nature. As in the programming faculties of DNA, man-made directives will determine molecular arrangements. In architectural terms, such a process would “grow” a house from seed, replacing conventional blueprints. With properly programmed molecular assemblers and disassemblers, the house would assume its fundamental structure, which might be at a later time; even repair its worn parts as a self-healing process. Rather than being a massive assembly of separate mechanical parts, this house would assume that seamless continuity of the cellular growth of living tissue. While teams of “nanomachines” in nature organize atoms into the vast, cellulous structures of sequoia trees, we can likewise expect to produce objects of equal scale. As to production time, the author reports, a house may be turned out in less than an hour, and with a modicum of human attendance. Is this science fiction? Drexler says yes, but adds that “the future often resembles today’s fiction, just as robots, spaceships, and computers resemble yesterday’s fiction.”

Regrouping the Forces Having moved to a smaller office, abandoning a staff and the wherewithal to produce contract documents from which buildings could be built, I had denied myself that precious rewarding experience of moving through the actual spaces of the completed building that one has earlier conceived and lived with during periods of gestation. On the other hand, I was free to devote myself to experimental design; dealing with technological, functional, and esthetic concepts, which would not be compromised by the realities and the travails of professional practice. It was for me a time to again move ahead; to get away from the professional establishment and away from myself. The “myself” represented some 35 years of work. I thought it well then, to cull this scattered material, place it on some 30 large panels, enjoy the satisfaction of the achievement, share it with the profession, and then get on with it. This was the exhibit “Johansen-Retrospective-Prospective,” sponsored and shown by the National Institute of Architectural Education in New York, 1987. Accompanying the exhibit was a videotaped symposium at which I was gratified to hear the criticism of the discussants, among others, Paul Heyer, Peter Blake, James Wines, Paul Rudolph, Harry Cobb, John Mascioni, Lebbeus Woods and Christen Johansen. With this behind me I was free to deal with projects for the future. I considered this not a time of retirement but one of graduation or more correctly, a commencement.

The Poetics of Technology In each historic period, the symbol was expressed in images which were compelling to its time. As we move into this organic-electronic age, we hold to the familiar primordial spatial symbols, but must recognize in what present forms they appear. It is my intent to initiate an entirely new architectural vocabulary, stressing not mechanics but the

* John Mac Lane Johansen (New York 1916) was a student of both W. Gropius and M. Breuer at Harvard University. His research is mainly directed towards technologically advanced structures, studied in an expressive function. Some of his most significant works include: “Aerodynamic House” and “Oklahoma Theater Center” (1970); in Italy he has participated in the competition for the renovation of the “FiatLingotto” in Turin (1983).


Creatività e rigore funzionalista Creativity in the midst of Functionalistic Rigor Bilbao, Guggenheim Museum Bilbao, Guggenheim Museum Progetto di Frank O. Gehry & Associates Project by Frank O. Gehry & Associates

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utogenerazione è la parola-chiave per interpretare l’architettura di Frank Gehry. E il recente Guggenheim Museum di Bilbao in Spagna ne è l’esempio più eclatante, l’opera dove convergono simultaneamente tutti gli elementi della sua poetica progettuale, in sintonia con le tensioni e i processi biologici del mondo organico. Il processo di autogenerazione avviene per gradi: il tutto inizia con Gehry che pone una figura geometrica elementare nel contesto entro cui verrà costruito il nuovo edificio. In seguito, l’architettura cresce espandendosi in più direzioni secondo tensioni interne, generate dalla struttura portante e dalle funzioni cui è destinata la nuova costruzione. Nel caso del Guggenheim Museum, la logica distributiva non segue un percorso lineare secondo sequenze spazio-temporali unidirezionali, ma esplode in una miriade di frammenti volumetrici, ciascuno con una sua particolare conformazione, con una sua precisa autonomia formale, anche se poi ogni “scheggia” è sempre riconducibile alla morfologia generale dell’insieme. Posto in una posizione di grande visibilità, il Guggenheim Museum sorge nel mezzo di un’area triangolare, i cui lati si identificano con altre strutture di particolare importanza culturale come il Museo de Bellas Artes, la sede della principale università di Bilbao e l’antica torre comunale della città. Il percorso all’interno del Museo inizia con un monumentale atrio, alto circa cinquanta metri, che permette la percezione quasi totale dello spazio espositivo – caratteristica propria della moderna concezione museale – e da cui dipartono percorsi in forma di vertiginosi ponti curvilinei collegati a scale a torre e ad ascensori vetrati. Paesaggio museale di grande fascino, l’interno del Museo di Bilbao presenta una spazialità caratterizzata da luo-

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In queste pagine, il Guggenheim Museum di Bilbao. La realizzazione del rivestimento in lastre di titanio è stata possibile grazie all'impiego del software tridimensionale “Catia”, sviluppato dall’industria aerospaziale. The Guggenheim Museum in Bilbao. The titanium-strip siding was made possible thanks to the use of “Catia,” a three-dimensional software developed by the aerospace industry.

ghi espositivi distribuiti lungo un percorso concentrico disposto su tre piani, con un gioco di pieni e vuoti che rimanda a una sorta di spazio labirintico, in cui le opere esposte appaiono a volte con sorprendente immediatezza, a volte, invece, come eventi improvvisi di grande efficacia spettacolare. La forza espressiva, le tensioni formali presenti in tutte le architetture di Gehry potrebbero trarre in inganno, nel senso che si potrebbero fraintenderne le vere intenzionalità progettuali riconducendo erroneamente l’opera del maestro californiano a pure astrazioni scultoree, adattate poi a funzioni proprie dell’opera architettonica. In realtà, Gehry, come lui stesso afferma, si considera “l’ultimo funzionalista” della scena architettonica internazionale. Esiste infatti uno stretto legame fra rigore funzionalista e libertà creativa espresso nel rapporto fra le piante e gli alzati dei suoi edifici. Percorsi e connessioni tra i vari ambienti seguono una logica distributiva legata alle specifiche funzioni cui è destinata l’opera; gli alzati invece nascono e si sviluppano come espressione volumetrica della stesura planimetrica, dando al tutto una fluidità organica che rispetta priorità e direzioni dei flussi di persone e cose. Ciò che lega l’opera di Gehry al percorso progettuale dell’architetto, piuttosto che a quello dello scultore, è il rapporto con il committente. Quando Gehry incontrò la delegazione municipale per il progetto del Guggenheim Museum vennero posti alcuni punti fermi. Il nuovo museo doveva essere impostato su tre metaforeguida: Metropolis, il film di Fritz Lang, per la sua idea di città utopica; le forme plastiche riprese dalle sculture di Constantin Brancusi e, infine, doveva ricordare le vele di una nave, per omaggiare Bilbao come città portuale. Pensata come una grande macchina espositiva, il Museo offre in più una forte immagine simbolica di se stesso. È, insomma, una struttura autoreferenziale che non rappresenta nulla se non se stessa. Ciò spiega come Gehry sia considerato un architetto con forti contaminazioni con il mondo dell’arte grazie alla sua posizione di ricercatore solitario, che porta avanti un suo linguaggio fuori da tendenze e strategie di gruppi omogenei. Gehry esprime emblematicamente la condizione dell’arte contemporanea, caratterizzata da una grande varietà di linguaggi e punti di vista, che in un qualche modo rispecchiano la complessa stereometria delle architetture progettate da Gehry.


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Pianta del primo piano. Nella pagina a fronte, dettagli dell’esterno. First floor plan. Opposite page. Exterior details.

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elf-generation is the keyword for the interpretation of Frank Gehry’s architecture. The recently constructed Guggenheim Museum in Bilbao, Spain, is the most outstanding example available. It is a construction in which all the elements of his projectural poetry converge simultaneously and in harmony with the tensions and biological processes of the organic world. The process of self-generation takes place by degrees. Everything begins with Gehry placing an elementary geometric figure where the new edifice will be constructed. Then the architecture grows, expanding itself in multiple directions according to internal tensions generated by the bearing structure and the functions for which the new edifice is intended. In the case of the Guggenheim Museum, the distributive logic does not follow a linear path defined by unidirectional space-temporal sequences. Rather it explodes into a myriad of volumetric fragments, each with its own unique formation and its own precise formal autonomy. Yet each “fragment” may always be traced back to the general morphology of the whole. Positioned in a highly visible location, the Guggenheim Museum occupies the center of a triangular area, the sides of which border other structures of particular cultural importance such as the “Bellas Artes” Museum, the administrative offices of Bilbao’s main university and the city’s ancient municipal tower. The pathway inside the

Museum begins with a monumental atrium nearly fifty meters high that allows for an almost total perception of the exhibition space (a characteristic proper to modern museum concepts). Walkways begin and turn into vertiginous curvilinear bridges connected to towering stairways and glass enclosed elevators. The inside of the Bilbao Museum is an extraordinarily fascinating museum landscape. It presents a spatiality characterized by exhibition space that is distributed along a concentric path covering three floors. The play on full and empty spaces resembles a labyrinth in which the exhibited works appear at times with surprising immediacy and at other times as sudden events constructed with spectacular efficiency. The expressive force, the formal tensions present in all of Gehry’s architecture, is capable of misleading the onlooker, in the sense that one could mistake their true projectural intentions thereby reducing the work of this Californian master to pure sculptured abstractions which have been adapted to function as architectural constructions. In reality, Gehry himself affirms that he considers himself to be “the last functionalist” on the international architectural scene. There is in fact a strong link between the functionalistic rigor and creative freedom expressed in the relationship between the plans and the elevations of his edifices. Pathways and connections between the various environments follow a dis-


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tributive logic that is bound to the project's specific functions. On the other hand, the elevations are born and develop as volumetric expressions of the plan drawing giving all design elements an organic fluidity that respects the priorities and directions of the flow of people and things. Gehry's relationship with his client binds his work to the architect's projectural pathway. When Gehry met the municipal delegation for the Guggenheim Museum project, several immutable points were imposed. The new museum had to be designed according to three metaphor-guides. First, Metropolis, the film by Fritz Lang which captured his idea of a utopian city. Secondly, the plastic forms embodied by Constantin Brancusi’s sculpture, and finally, the construction had to evoke a ship’s sails as a tribute to the city’s history as a port. Conceived as a giant exhibition machine, the Museum also offers a strong symbolic image of itself. Essentially, it is a self-referring structure that represents nothing but itself. This explains why Gehry is considered an architect who has been strongly influenced by the art world, thanks to his position as a solitary researcher who carries forward his expression beyond fashions and strategies of homogeneous groups. Gehry emblematically expresses the condition of contemporary art, characterized by a large variety of languages and points-of-view, which somehow mirror the complex stereometry of Gehry’s architecture.


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Nella pagina a fianco, particolare dell’atrio intorno al quale sono organizzate le sale espositive poste concentricamente su tre livelli, raggiungibili attraverso ponti curvilinei e ascensori vetrati. A sinistra, sezioni parziali e, sotto, particolare del monumentale atrio alto oltre cinquanta metri. Opposite. Details of the atrium which is concentric to three levels of exhibition rooms that are accessed via curvilinear bridges and glass escalators. Left. Partial elevations. Below. Details of the monumental atrium which stands more than fifty meters high.

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Totem urbano sospeso nel vuoto Urban Totem Suspended in Mid-Air L’Aia, Malietoren The Hague, Malietoren Progetto di Benthem Crouwel Architekten Project by Benthem Crouwel Architekten

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a conformazione concentrica della città occidentale spiega la dinamica del suo sviluppo generato dalle sue aree periferiche. La città è simile a una struttura biologica che cresce attraverso parti poste attorno a un nucleo originario che rimane sostanzialmente immutato nel tempo. Quando si cerca di invertire questa dinamica, è indispensabile inventare architetture in grado di addizionare nuovo spazio al centro urbano con spericolati innesti, senza però distruggere il tessuto urbano storicizzato della città. In tal senso è emblematico il caso della Malietoren, edificio a torre destinato al terziario e realizzato recentemente a L’Aia, su progetto dello studio Benthem Crouwel Architekten BV bna. La Malietoren è un riuscito esperimento di integrazione fra un edificio e il sistema infrastrutturale che attraversa la città con i suoi flussi di traffico su gomma e su ferro. Invertendo lo schema planimetrico che normalmente governa l’architettura urbana, il progetto della Malietoren sonda la possibilità di creare spazi abitativi rapportati a un'ideale linea di separazione fra ciò che sta sotto e ciò che sta sopra la linea dell’orizzonte. Il riferimento è insomma non più sulla sezione orizzontale dello spazio urbano, ma sulla sezione verticale, inusuale quanto affascinante per le sue implicazioni innovative. L’operazione portata a termine dagli architetti Jan Benthem e Mels Crouwel è una realizzazione di grande modernità, che però trae origine da un’idea antica, rinascimentale, su cui lavorò nientemeno che Leonardo da Vinci nei suoi studi sulla città a strade sovrapposte. La Malietoren è un “miracolo” statico, una sorta di capolavoro illusionistico poiché appare come sospesa e indipendente da ogni aggancio o sostegno visibile, svettando sopra un’arteria di grande traffico che ne accentua il virtuosismo strutturale. La Malietoren sorge in una zona semicentrale, dove passa un importante asse viario come la Utrechtsebaan, che in quel punto attraversa una fascia a verde posta a ridosso del centro urbano de L’Aia. Visibile anche a grandi distanze, la torre esibisce un impianto strutturale di grande complessità, che però lascia intravedere chiaramente lo schema costruttivo di base. Tutto l’insieme sembra come percorso da una tensione che ne accentua la drammaticità statica attraverso sforzi prodotti

dal reticolo delle controventature in acciaio. Anche le superfici, per esempio quelle della facciata principale – leggermente concava verso l’inter no dell’edificio – disposte a fronte dell’Utrechtsebaan, sono percorse da un’energia tensionale pari a quella delle vele gonfiate dal vento. Strutturalmente l’edificio è sorretto da quattro grandi pilastri triangolari in cemento armato disposti sugli angoli della torre che, insieme ai pilastri posti lungo le facciate laterali, sostengono una robusta struttura metallica che attraversa l’atrio principale e sorregge tutto il carico centrale, liberando così una vasta area di spazi interni e potenziandone la flessibilità distributiva. Una spettacolare rampa ovoidale collega il piano strada con i primi cinque piani dell’edificio adibiti a parcheggio. A fronte di un’immagine complessiva fortemente innovativa corrisponde uno schema distributivo degli spazi alquanto tradizionale. Gli interni sono caratterizzati da uno schema delle distribuzioni verticali e degli spazi di servizio posti sull’asse centrale della costruzione. Alla sommità della torre sono raccolti tutti gli impianti tecnologici, schermati da una copertura in acciaio leggermente sporgente dall’ingombro dell’edificio. Volumetricamente elementare, la Malietoren offre il meglio di se stessa nelle ore notturne, allorquando le luci interne proiettano all’esterno una trama strutturale geometricamente complessa, dove sono ravvisabili influenze di matrice gotica visibili nelle membrature d’acciaio oblique, disposte secondo uno schema simile alle grandi cattedrali trecentesche del Nord Europa. Ciò dimostra come sia possibile realizzare opere di grande modernità attraverso apparati tecnologicamente avanzati “contaminati” da citazioni e stilemi presi da epoche storiche lontane, sovrapponendo passato e presente in un affascinante mix di culture e saperi dell’arte del costruire.

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Nella pagina a fianco, la fronte nord della Malietoren, realizzata nel punto di transizione tra la fascia verde periferica e l’area urbana de L’Aia. La struttura è costituita da quattro pilastri di cemento a base triangolare, stabilizzati da montanti in acciaio posti sulla facciata. Opposite page. Northern facade of the Malietoren, situated at the transition point between the expanse of green outside the city and The Hague’s urban district. The structure is composed of four concrete columns with triangular bases, and is stabilized by steel stanchions placed along the facade.


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he Western city's concentric conformation explains the dynamics of its development, generated by its suburban areas. The city is similar to a biological structure as it grows through parts placed around a common nucleus that has remained essentially unchanged over time. When trying to invert these dynamics, the invention of an architecture capable of adding new space to the urban center with daring grafts becomes indispensable. Yet, it must not destroy the historical urban fabric of the city. Emblematic is the Malietoren, a tower-shaped building for the tertiary sector, designed by the Benthem Crouwel Architekten BV bna studio and recently constructed in The Hague. The Malietoren is an example of the integration between a building and the existing infrastructure system which passes through the city with its flux of automobile and railway traffic. Inverting the planimetric scheme, which normally governs urban architecture, the Malietoren project explores the possibility of creating living spaces linked to an ideal separation line between that which remains below and that which rises above the horizon. The reference is no longer the horizontal section of urban space, but the vertical section. It is an idea as unusual as it is fascinating due to its innovative

implications. The operation carried out by the architects Jan Benthem and Mels Crouwel is a modern creation whose origins lie in an ancient idea from the renaissance period, elaborated by none other than Leonardo da Vinci in his studies of cities and overlapping roads. The Malietoren is a static “miracle,” a kind of illusionary masterpiece. It appears to be freely suspended over a heavily trafficed urban route that accentuates its structural virtuosity. The Malietoren rises in an urban zone, through which the Utrechtsebaan, an important urban travel axis, passes before crossing through to a strip of green positioned behind The Hague's urban center. Visible even at great distances, the tower exhibits a highly complex structural plant, which still allows the onlooker to clearly see the basic construction layout. The entire construction appears to be riddled with tensions that accentuate its static drama through exertions produced by the network of steel wind braces. Even the surfaces, for example that of the slightly concave principal facade laid out in front of the Utrechtsebaan, are characterized by a tense energy equal to that of a ship’s sails filled by the wind. Structurally, the building is upheld by four great triangular columns in steel-reinforced concrete placed at the corners of the tower. Together with the columns placed along the lateral facades, they sustain a robust metallic structure that crosses through the main atrium and bears the weight of the entire central load. In this way, it opens a vast area of internal space, thus strengthening the distributive flexibility. A spectacular ovoid-shaped ramp connects the street level with the first five floors of the building used for parking. Along with a strongly innovative comprehensive image, there is an equally traditional scheme for the distribution of spaces. The inside is characterized by an outline of vertical distribution and service spaces placed around the central axis of the building. The top floor houses the building’s technology units shielded by a steel covering that projects slightly from the structure. Volumetrically elementary, the Malietoren appears best at night when the internal lights project a geometrically complex structure externally. The influence of Gothic matrices can be identified in the oblique steel framework laid out according to a scheme similar to the great Northern European cathedrals of the 1300s. This demonstrates how it is possible to create works of great modernity through technologically advanced apparatuses otherwise “contaminated” and styles from distant historical periods, that seem to overlap the past and the present in a fascinating mix of cultures and know-how in the art of construction.

A fianco, dal basso in alto, piante del piano terra e del piano destinato a centro conferenze. Nella pagina a fronte, particolare dell’ingresso e, sotto, l’atrio con il blocco servizi.

Bottom to top. Plans of the ground floor and the conference center floor. Opposite page. Details of the entryway, and below, the atrium with the service unit.


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Particolare della vetrata strutturale e, nella pagina a fronte, i montanti della facciata sud. Details of the structural glass window, and on the opposite page, stanchions on the southern facade.


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Architettura e culture mutanti Architecture and Mutating Cultures Kuala Lumpur, complesso Petronas Towers Kuala Lumpur, Petronas Towers complex Progetto di Cesar Pelli & Associates Project by Cesar Pelli & Associates

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La sommità delle Petronas Towers. Situate nel centro di Kuala Lumpur, con i loro 451,9 m sono tra gli edifici più alti del mondo. Top of the Petronas Towers. Situated in the center of Kuala Lumpur and soaring more than 451.9 meters into the air, they range among the tallest buildings in the world.

a diffusa globalizzazione dell’economia influisce anche nelle strategie del progetto architettonico? Certamente sì. È pur vero, però, che ciò riguarda più l’area occidentale del mondo, poiché l’Oriente sembra invece reagire diversamente. Insomma, mentre l’Occidente si sta sempre più normalizzando verso un’architettura di matrice tecnologica, l’Oriente è meno disposto alla perdita di identità della propria cultura architettonica. Anche quando la committenza si rivolge a un architetto americano come Cesar Pelli, non intende “americanizzarsi” più di tanto. Anzi, crea le condizioni per attuare il contrario, dettando le proprie regole del gioco. A volte ciò provoca vere e proprie mostruosità architettoniche. Altre volte, invece, si creano le migliori condizioni per realizzare grandi opere dove il melting pot è straordinariamente bilanciato e armonioso. È il caso delle Petronas Towers, realizzate a Kuala Lumpur, dove il mix di Oriente e Occidente ha dato vita a un’architettura che sembra indicare una nuova strada da percorrere per salvaguardare l’identità locale e il progresso tecnologico. Alto oltre 450 metri, il complesso Petronas Towers è geometricamente relazionato a figure simbolicamente significative della religione islamica. Attraverso due quadrati sovrapposti, di cui uno ruotato di 45 gradi, che rappresentano la Terra e i suoi quattro punti cardinali, Pelli ha ottenuto una pianta via via sempre più complessa generando così all’interno dell’insieme una corona circolare di sedici pilastri che forma l’ossatura portante di entrambi gli edifici. La complessa figurazione ottenuta in pianta rivela come nella cultura islamica anche il progetto di architettura concorra a simboleggiare il complesso percorso necessario per accettare l’incomprensibilità di Dio. Il concetto di grattacielo, di chiara matrice occidentale, è stato modificato attraverso il suo sdoppiamento per adattarlo alla cultura architettonica malese attraverso rispecchiamenti e analogie con i templi dell’antico Siam. La perfetta simmetria delle due torri sta inoltre a significare una presa di distanza dalle modalità progettuali tipiche del Movimento Moderno, in cui le coppie di edifici sono quasi sempre asimmetriche come, per esempio, quelle del Lakeshore Drive Apartments di Mies van der Rohe. Il vuoto fra le due torri è interrotto da un ponte pedonale, collocato tra il quarantunesimo e il qua-

rantaduesimo piano. Il ponte e le sue strutture portanti formano un portale alto circa 170 metri, posto sullo sfondo del cielo, una sorta di arco lanciato verso l’infinito. La forza simbolica del ponte sottolinea la presenza di una skylobby, dove è collocato un centro conferenze, dotato di ristorante e di un suran, tipico ambiente destinato alle preghiere della tradizione malese. Sormontate da due grandi puntali, che aumentano l’altezza di ulteriori settantatré metri, le torri sono caratterizzate da una sagoma che salendo si restringe, richiamando la forma dei pinnacoli con cui si concludono i templi nelle foreste tailandesi. Tradizione e modernità si fondono in una struttura di grande presenza formale anche grazie al materiale impiegato per il rivestimento delle torri. Gli edifici sono infatti interamente ricoperti di lastre di acciaio inossidabile, che brilla con infinite sfumature dorate sotto i raggi del sole tropicale della Malesia. Trattandosi di uno dei più grandi grattacieli realizzati nei Tropici, le condizioni climatiche hanno svolto un ruolo fondamentale nella configurazione generale del complesso. Il forte irraggiamento solare ha imposto l’impiego di finestrature a nastro di ridotte dimensioni rispetto a quelle realizzate in ambienti occidentali meno estremi. Si è dovuta inoltre studiare una particolare protezione attraverso “visiere” sporgenti, capaci di offrire uno sbarramento di tipo tridimensionale, per certi versi innovativo, definito dallo stesso Cesar Pelli “tropical wall”. Simbolo eclatante di uno sviluppo economico esploso negli ultimi anni, il complesso Petronas Towers è inserito in un contesto urbano destinato a completarsi entro il primo ventennio del Duemila attraverso la creazione di grandi complessi destinati al terziario avanzato, centri commerciali e culturali come, per esempio, grandi shopping center, sale per concerti e convegni, ma sono anche previsti una grande moschea e un parco pubblico che, intorno al 2020, completeranno quel Kuala Lumpur City Center (KLCC) concepito come il più importante e rappresentativo segno di raggiunta modernità del Paese asiatico.


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Sopra, planimetria e rendering e, a fianco, schema dello sviluppo geometrico dei piani che riprende la tradizione islamica degli arabeschi. Nella pagina a fronte, il complesso visto nel contesto urbano.

Above, plan view and rendering. On the right, diagram of the geometrical development of the floors which recalls the Islamic tradition of arabesques. Opposite page. The Petronas complex seen in its urban setting.


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oes widespread globalization of the economy influence even architectural project strategies? Undoubtedly, the answer is yes. However, it is also true that this response is more closely linked to the Western world, as the Far East seems to be reacting differently. While the West is becoming increasingly standardized, leaning towards an architecture with a technological matrix, the Far East is less willing to lose its cultural identity in architecture. Even when a Far Eastern client contacts an American architect such as Cesar Pelli, he has no intention of “americanizing” his building to any real extent. On the contrary, clients usually dictate conditions that must be met by the architect in order for the contract to be put into effect. While this sometimes creates real architectural monstrosities, at other times it can create the best possible conditions for designing great structures that are extraordinarily well-balanced and harmonious. Such is the case of the Petronas Towers, built in Kuala Lumpur. It is a project in which the mix of East and West has given birth to an architecture that seems to indicate a new path that encompasses the protection of both local identities and technological progress. The Petronas Towers complex is more than 450 meters high and is geometrically related to figures that are symbolically significant in the Islamic religion. The Earth and its four cardinal points are represented through two superimposed squares, one of which is rotated 45 degrees. Pelli has obtained a plan that becomes increasingly complex, thus generating a circular sixteen-pillar crown inside the structure that forms the bearing framework for both buildings. The complex configuration obtained in the plan reveals how, in the Islamic culture, even an architectural project helps symbolize the complex path one must travel in order to accept God's incomprehensibility. The skyscraper concept, clearly a Western idea, has been modified through the use of mirrored images and analogies with the temples of ancient Siam in order to adapt it to the Malaysian architectural culture. The perfect symmetry of the two towers also signifies a distancing from the typical projectural modalities of the Modern Movement, in which pairs of buildings are almost always asymmetrical, such as, for example, Mies van der Rohe’s Lakeshore Drive Apartments. The empty space between the two towers is interrupted between the forty-first and forty-second floors by a foot bridge. The bridge and its bearing structures form a 170 meter-high portal against a backdrop of sky. It resembles a kind of arch launched into infinity. The symbolic force of the bridge underlines the presence of a sky-lobby in which there is a conference center with a restaurant and a suran, a typical example of the traditional Malaysian prayer area. Capped with two great spires, that increase the overall height by an additional seventy-three meters, the towers are characterized by an outline which tapers as it extends upward into the sky, reminding the viewer of the shape of the pinnacles which sit atop temples in Thai forests. Tradition

and modernity blend together in a structure of great formal presence also thanks to the materials used to coat the towers. The buildings are covered in their entirety by stainless steel sheets that shine in an infinite array of golden reflections under the Malaysian sun’s tropical rays. Because this is one of the largest skyscrapers ever built in the tropics, climatic conditions played a fundamental role in the general configuration of the complex. The extreme exposure to sun made it necessary to use smaller strip windows than those utilized in less demanding Western environments. It was also necessary to study a special kind of protection provided by projecting “visors” capable of offering a rather innovative three-dimensional barricade, also defined by Cesar Pelli’s “tropical wall.” An extraordinary symbol of the economic development that has exploded during recent years, the Petronas Towers complex is inserted into an urban context that should be completed within the first twenty years of this new millennium. This will include the creation of enormous complexes for the advanced tertiary sector along with commercial and cultural centers such as large malls, concert halls and convention rooms. There are also plans for a large mosque and a public park which, around the year 2020, will complete the Kuala Lumpur City Center (KLCC), conceived as the most important and representative sign of achieved modernity in this Asian country.

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Nella pagina a fianco e, sotto, particolari del ponte panoramico sospeso a circa 171 m. Opposite page and below. Details of the panoramic bridge suspended 171 meters above ground level.


In questa pagina, particolare del rivestimento esterno in vetro e acciaio e pianta del piano terra. Nella pagina a fronte, veduta generale delle torri gemelle.

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Details of the exterior siding in glass and steel and a ground floor plan. Opposite page. Overall view of the twin towers.


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Energia, colore dell’architettura Energy, The Color of Architecture New York, JFK Co-Generation Facility New York, JFK Co-Generation Facility Progetto di The Hillier Group Project by The Hillier Group

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l mito della città-fabbrica, quale metafora di progresso, trae origine dalla visione tecnologica del Razionalismo, che poneva sullo stesso piano il palazzo urbano e il grande impianto industriale destinato a produrre merci, ma anche a creare energia indispensabile alle funzioni della moderna metropoli. Con questo spirito è stato progettato il JFK Co-Generation Facility. Luogo di passaggio, moderna porta di accesso alla città, l’aeroporto è un luogo denso di significati, è di tutto di più. È anche una struttura “iperlocale”, come l’ha definita l’architetto e studioso olandese Rem Koolhas, poiché vi si possono reperire segni e merci non presenti altrove. È chiaro che in un simile contesto, così carico di segnali e suggestioni, ogni nuovo intervento, per esistere con sufficiente dignità architettonica, deve avere una forte identità da proporre al suo intorno. La realizzazione di un impianto di cogenerazione, quindi di una struttura squisitamente tecnica, certo non poneva l’imbarazzo della scelta progettuale, poiché normalmente in questi casi si tratta di costruire sostanzialmente un ricovero per turbine, tubi e quant’altro. Seguendo la rigida disposizione funzionale dell’apparato tecnico, i progettisti di The Hillier Group sono riusciti a dare dignità architettonica a una macchina, il cui destino progettuale è solitamente affidato a ingegneri, spesso poco propensi a studiare soluzioni di particolare valore estetico. Posto al centro del terminal dell’aeroporto internazionale John F. Kennedy a New York, il JFK CoGeneration Facility è circondato dal complesso sistema di strade che distribuisce il traffico aeroportuale.

L’ubicazione nel cuore del sistema infrastrutturale dona particolare significato a questa sorta di Beaubourg americano, in quanto capace di ricreare atmosfere e suggestioni urbane di una città-fabbrica, posta nel cuore della città del viaggio quale è l’aeroporto. Questa struttura da 100 megawatt, in grado di assicurare energia elettrica, acqua calda e acqua refrigerata all’intero scalo aeroportuale, ha parecchi elementi in comune con un’architettura urbana. A cominciare dalle ampie vetrate azzurrate, che lasciano intravedere il groviglio impiantistico, caratterizzato da varie soluzioni cromatiche. Le diverse funzioni, i tipi di liquido e i vapori ad alta pressione che scorrono all’interno di tubi e turbine sono individuabili attraverso diverse colorazioni, che vanno dal blu intenso al verde acqua, dal giallo al grigio. Insomma, è stato approntato un vero e proprio progetto cromatico, solitamente destinato più a organizzare un lussuoso interno che una centrale per la produzione di energia. Il grande volume del boiler, con i grandi camini, è racchiuso sui due lati da una struttura metallica reticolare dipinta di rosso, al cui interno sono sistemati percorsi e passerelle di ispezione. Caratterizzato da una sagoma dinamica, spiccante verso il cielo come dev’essere un’architettura aeroportuale, il JFK Co-Generation Facility possiede una sua vitalità anche nelle ore notturne allorquando luci, colori e giochi di trasparenza vengono proiettati nella notte. Si tratta insomma non solo di dare energia, ma di produrre anche un vero e proprio spettacolo tecnologico in un luogo dove la tecnologia è linguaggio di comunicazione verso il mondo.


TECNOLOGIA TECHNOLOGY

Il JFK Co-Generation Facility, impianto di cogenerazione da 100 megawatt realizzato nell’aeroporto John F. Kennedy di New York. Il complesso fornisce energia elettrica, acqua calda e refrigerata a uno degli aeroporti più attivi del mondo. The JFK Co-Generation Facility, a 100-megawatt co-generation plant created in New York’s John F. Kennedy airport. The complex supplies electric energy and hot and cold water to one of the world’s most active airports.

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In alto, l’edificio delle turbine e, sopra, planimetria e pianta del piano terra. Sotto, sezioni trasversale e longitudinale e prospetto del boiler.

Top. The turbine building, and above, plan view and plan of the ground floor. Below. Transversal and longitudinal sections as well as elevations of the boiler unit.


Planimetria generale del complesso aeroportuale e, sotto, il corpo dove è alloggiato il boiler. General plan of the airport complex and below, the unit which houses the boiler.

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In queste pagine, la sala turbine e, in alto da sinistra a destra, prospetto sud, particolare del boiler e dettaglio costruttivo della copertura dell’edificio turbine. The turbine room, and above from left to right, southern elevation, details of the boiler unit and construction details of the covering for the turbine building.

he myth of the urban-factory as a metaphor for progress traces its origin back to the technological vision of Rationalism which placed both urban buildings and large industrial plants on the same level. Large industrial plants not only produced goods, but also created energy, indispensable for a modern metropolis. The JFK Co-Generation Facility was designed within this same vein. The airport is a place of transit and a modern port of entry to the city. It is an area filled with meaning. It is also a “hyperlocal” structure, as defined by the Dutch architect and researcher Rem Koolhas, because it can provide goods and services not present anywhere else. Clearly, in such a context – one that is so full of signs and suggestions – each new intervention must have a strong identity to present to its surroundings in order to exist with sufficient architectural dignity. The creation of a co-generation plant, which alone is an extraordinarily technical construction, undoubtedly presented a meager selection of projects. Normally, in these cases the building to be constructed is essentially a cover for turbines, tubes, and so forth. Following the rigid functional design requirements for the technical apparatus, the Hillier Group designers were somehow able to give architectural dignity to a machine whose projectural destiny is traditionally handed over to engineers who are not often inclined toward presenting solutions of any great aesthetic value. The JFK Co-Generation Facility is located at the center of the John F. Kennedy International Airport terminal in New York, and is surrounded by a complex network of airport access roads. This kind of American Beaubourg, located in the heart of the infrastructure system, takes on a particular significance insofar as it is capable of recreating the atmosphere and suggestiveness of an urban factory situated in the heart of the travel-city, the airport. This 100-megawatt structure is capable of supplying hot and cool water and electricity to the entire airport complex and has many elements in common with urban architecture. First, there are the large light-blue tinted glass windows that make it possible to see the engineering maze within, characterized by various chromatic solutions. The various functions, the types of liquid and high-pressure vapors that flow inside the tubes and turbines can be identified by their various colors ranging from intense blue to watery green and from yellow to gray. Essentially, they have created a truly chromatic project, one that is more typically found in a luxury interior rather than a co-generation plant. The giant boiler, along with its large chimneys, is enclosed on both sides by a reticular bright red metal grid that holds inspection paths and walkways. Characterized by a dynamic outline, pointing toward the sky as an airport structure should, the JFK Co-Generation Facility possesses a real vitality even during nocturnal hours when lights, colors and transparencies are projected into the night. This is not simply a construction for the production of energy, it also provides a truly captivating technological show in a place where technology is the language of communication with the rest of the world.


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Misterioso e tecnologico Mysterious and Technological Curno, Stop Line Curno, Stop Line Progetto di Archea Project by Archea

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Nelle pagine precedenti, fronte principale dello Stop Line, centro destinato allo spettacolo e al ritrovo serale. Sotto, particolare della fronte principale con le uscite di sicurezza e, nella pagina a fronte, particolare dell’ingresso. Preceding pages. Main facade of Stop Line, a center intended for shows and evening events. Below. Details of the main facade with security exits, and opposite, details of the entrance.

top Line, centro destinato allo spettacolo e al ritrovo serale, appartiene a quella categoria di edifici in grado di relazionarsi al contesto per opposizione. L’estraneità con l’intorno è la ragione del valore architettonico, poiché la nuova struttura crea un luogo con una nuova identità. Realizzato a Curno, cittadina della provincia bergamasca, Stop Line è stato costruito recuperando un edificio industriale dismesso. A un interno organizzato su più livelli, e caratterizzato da una messinscena di particolare spettacolarità, corrisponde un esterno minimalista, di grande appeal proprio per la sua sorprendente elementarità formale. La comunicazione con l’esterno e i suoi fruitori è tutta giocata attraverso un materiale grezzo (lastre di acciaio corten color ruggine), un semilavorato a vista, che può significare un cantiere sospeso prima di ultimare i lavori, una fonderia abbandonata, ma anche il frammento della fiancata di un grande transatlantico. L’ambiguità è dunque il segno forte su cui si basa l’identità di quest’opera architettonica. La facciata principale dispone di una doppia identità grazie alla sua mutevolezza: di giorno dalla strada statale appare come un fronte cieco, con una pensilina a sbalzo posta sopra un taglio verticale, una fessura larga quanto basta per accogliere una stretta passerella. Insomma, a parte due piccole porte di sicurezza, il fronte è una superficie impenetrabile, misteriosa. Durante la notte tutto cambia: la facciata si trasfigura, si smaterializza e, da superficie cieca, si trasforma in un piano segnato da tagli e punti luminosi, moltiplicati grazie a una vasca d’acqua posta sotto la facciata. Varcato il ponte d’ingresso, caratterizzato da un tappeto di cocci luminosi, iridescenti, il percorso appare come una galleria degli arrivi di uno scalo

aeroportuale, con segnali e luci di orientamento. È in questo punto che iniziano i primi messaggi video e si percepisce il complesso spazio di soppalchi e di aree diversificate da più livelli. Il piano terra è destinato principalmente a manifestazioni musicali, ma il grande invaso può essere anche utilizzato come pista di pattinaggio su ghiaccio, oppure destinato a spettacoli a scena centrale. Scendendo al piano inferiore, si incontra la discoteca ipogea, una sala rettangolare di oltre cinquecento metri quadrati, caratterizzata da strutture in metallo e vetro. Al centro dello spazio, un sistema strutturale trilitico attraversa longitudinalmente la grande sala sorreggendo il solaio, che poggia su una struttura in forma di affusolato cono ribaltato, su cui è sistemata una gigantesca trave d’acciaio. La scena generale è quella di un giardino raffigurato dagli elementi in elevazione che simulano parterre, recinti, bersò, chioschi, scalinate, finte rovine, grotte e specchi d’acqua. Come una specie di Giardino di Boboli contemporaneo indoor, lo Stop Line si presenta come un luogo di straordinaria dinamicità, dove il pubblico è costantemente stimolato da immagini e suoni prodotti da una macchineria ad alta tecnologia, integrata da fondali mobili. Speciali computer selezionano segnali che regolano il flusso ininterrotto di immagini, l’effetto generale è quello di una scena in mutazione continua, un teatro di eventi simultanei per i riti collettivi del loisir contemporaneo. Ideato come una piazza-teatro-giardino coperta, lo Stop Line è un ambiente ad alto tasso di artificialità, quasi con la complessità di un tessuto urbano in cui rivivere l’antica abitudine del passeggio, ma è anche un pretesto per sostare all’aperto ed essere partecipe di uno spettacolo di accadimenti e di folla.


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top Line, a center for shows and evening entertainment, belongs to that category of buildings capable of establishing a contextual relationship through opposition. Its alienation with its surroundings is the reason for its architectural value, insofar as the new structure creates a place with a new identity. Built in Curno, a small city in the Bergamo province of Italy, Stop Line was created out of an abandoned industrial building. Its multi-level interior is characterized by a particularly spectacular mise en scène, contrasted by a minimalist exterior that is particularly appealing precisely because of its formal simplicity. It communicates with the outside and its users through coarse materials (sheets of rust-colored corten steel), which at first glance look unfinished, signifying perhaps an abruptly stopped work-in-progress.

It could also have been an abandoned foundry, or maybe even the grand hull fragment of some unknown transatlantic oceanliner, but in this way, ambiguity becomes the foundation upon which this building’s identity rests. The main facade presents a double-identity thanks to its versatility. By day it appears as a blind wall from the state highway, with its cantilevered roof located above a vertical cut – an opening which is just large enough to welcome a narrow walkway. But, apart from two small security doors, the facade is an impenetrable, mysterious surface. By night everything changes. The facade is transformed, dematerialized and changes from a simple blind wall into a surface marked by luminous cuts and points, multiplied in the reflection of a basin of water under the facade. Once over the access bridge, characterized by a


carpet of iridescent, luminous fragments, the walkway has the appearance of an airport terminal, with its orientation lights and signals. This is where the first video messages appear and the viewer first sees the multi-level complex space filled with balconies. The ground floor is primarily intended for music concerts, but the large area can also be used as an ice-skating rink or a venue for large stage shows. There is a five hundred square meter metal and glass discotheque underground on the lower floor. In the center of the discotheque, there is a trilithic structural system that crosses the large room longitudinally, supporting the floor that includes a structure shaped like an overturned, tapered cone, upon which a gigantic steel girder is positioned. The general scene is that of a garden represented by design elements in elevation simulating flower

beds, fences, bowers, kiosks, stairways, false ruins, grottoes and little pools of water. Like a kind of indoor contemporary Boboli Garden, the Stop Line presents itself as an extraordinarily dynamic place, where the public is constantly stimulated by images and sounds produced by high-tech machinery integrated into mobile backdrops. Special computers regulate the uninterrupted flow of images. The general effect is that of a constantly changing scene, a theater of simultaneous events for the collective rites of contemporary leisure. Created as a covered plaza-theater-garden, Stop Line is a highly artificial environment. Its complexity mirrors an urban setting in which the age-old strolling ritual may be relived. Yet it is also an excuse to stay out in the open and participate in a show of events and crowds.

In queste pagine, pianta, sezioni, prospetti e veduta complessiva dell’interno. Plan, sections, perspectives and overall view of the inside.

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Il futuro è biomorfico The Future is Biomorphic Project #9 Project #9 Progetto di John Mac Lane Johansen Project by John Mac Lane Johansen

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A fianco, una barca da regata. In Project #9, Johansen ha adattato all’architettura il sistema costruttivo impiegato nella realizzazione degli scafi delle barche da regata. Here, a regatta boat. In Project #9, Johansen adapted the construction system used in the creation of regatta boat hulls to architecture.


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ra i grandi architetti americani del Ventesimo secolo, John M. Johansen è probabilmente uno tra i più versatili, quello più disposto a rimettersi in discussione attraverso ricerche e studi in territori alquanto inesplorati. Il mondo organico in generale, e la biologia in particolare, lo hanno sempre affascinato e, spesso, durante le sue lezioni all’università ha spiegato ai suoi allievi del corso di architettura l’esistenza di una sorta di DNA dello spazio abitato dall’uomo in grado di generare e autogenerarsi. Sostanzialmente, il maestro americano, alla veneranda età di ottantacinque anni, ha ancora energie e interessi per aprire nuovi canali di ricerca. I suoi studi più recenti, per esempio, nascono dalla messa in crisi dell’idea che l’architettura sia la somma dei processi di trasformazione della superficie terrestre, ipotizzando invece sistemi costruttivi estremamente leggeri, per un’architettura “mobile”, costituita da materiali tecnologici non invasivi. Dimostrando che il progetto di architettura, per evolvere, non deve rimanere prigioniero di schemi precostituiti, né racchiuso entro recinti disciplinari, Johansen ha volto la sua attenzione al settore delle costruzioni navali, osservando come vi possano essere punti di contatto fra ingegneria navale e architettura, sia nella formalizzazione di strutture abitative sia nell’impiego dei materiali. Il modello di riferimento è lo scafo in fibra di vetro delle imbarcazioni che, grazie alla sua leggerezza e rigidità strutturale, può anche essere impiegato per costruire involucri di notevole cubatura con un rapporto peso-dimensione estremamente vantaggioso. In pratica la fibra di vetro ha valori strutturali simili a quelli del guscio d’uovo che, grazie a una forma geometrica perfetta, può sopportare enormi carichi senza cedimenti strutturali. Project #9 è infatti impostato su una figurazione geometrica che ricorda molto l’aspetto di un guscio. L’architettura di Johansen potrebbe davvero chiamarsi a pieno titolo “biotecnologica” poiché della biologia assume i criteri fondativi alla base dei processi autogenerativi del mondo organico. Project #9 è sostanzialmente il progetto di una casa galleggiante; l’essere concepita come una struttura sull’acqua rende questa casa una sorta di organismo mobile messo a dimora in un liquido amniotico che ne conserva l’integrità e ne alimenta la crescita. Si tratta di una casa il cui sviluppo è simile a quello di un fiore composto di petali tra-

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sparenti in fibra di vetro, con una struttura portante che si identifica con la stessa superficie dell’involucro rigido grazie a un sistema di “grinzature” e piegature generate dalla superficie stessa. Il controllo del peso sulla materia distribuita sotto sforzi di carico è una prassi progettuale diffusa quando si calcola il momento d’inerzia delle sezioni strutturali dei telai, sia in ambito nautico che in quello aeronautico. Il sofisticato strutturalismo neorganico di Johansen va considerato anche nella sua logica temporale, in quanto non nasce semplicemente dalla improvvisa intuizione di un genio dell’architettura, ma è il risultato contemporaneo di esperienze iniziate tempo prima da altri ricercatori, magari con altri presupposti come, per esempio, le ricerche di André Bloc quando, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, progettò e realizzò gli “Habitacles di Meudon”. Oppure le esperienze delle caverne metafisiche di Claude Parent e Frederick Kiesler. Le recenti ricerche di Johansen vanno lette trasversalmente, inoltrandosi anche nel settore del design, figlio naturale dell’architettura. Non bisogna ignorare infatti che oggi il design sta effettivamente ritagliandosi ampi spazi, candidandosi quale nuova frontiera nella ricerca di nuovi linguaggi progettuali. L’architettura è infatti pronta a orientarsi anche verso la costruzione programmata attraverso l’impiego di una sorta di grande “Meccano”, dove l’architetto può scegliere componenti e strutture serializzate e comporre la propria architettura mettendo insieme componenti industrializzate, dotate quindi di grande affidabilità prestazionale e di durata nel tempo. Sta dunque definitivamente tramontando un’architettura “vecchia”, greve e preindustriale, mentre sta nascendo un’architettura immateriale, leggera e più in sintonia con il suo intorno naturale.

Modello di casa galleggiante la cui struttura corrisponde alla stessa superficie di rivestimento, piegata e curvata per aumentarne la resistenza.

A model for a floating house, whose structure corresponds to the surface of the siding, bent and curved in order to enhance structural resistance.


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ohn M. Johansen is one of the great American architects of the twentieth century. He is one of the most versatile and one of the most willing to expose himself to controversy through research and study in relatively unexplored territory. The organic world, biology in particular, has always fascinated him. Often, during his classes at the university, he would explain the existence of a kind of DNA of man’s inhabited space to his architecture students – a DNA cap-able of generating and self-generation. Although the American master has reached the venerable age of eighty-five, he still has the energy and interest to open up new channels of research. His latest studies, for example, challenge the idea that architecture is the sum of the processes for the transformation of the earth’s surface, theorizing instead on a set of extremely light constructive systems, a “mobile” architecture, comprised of non-invasive technological materials. By demonstrating that in order to evolve, architectural projects should neither remain prisoners of

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Due vedute del modello di casa galleggiante. Il guscio biomorfico in fibra di vetro assicura rigidità strutturale e sufficiente diffusione di luce all’interno. Two views of the floating house model. The biomorphic fiberglass shell ensures structural rigidity and sufficient internal diffused light.

preconceived schemes nor closed within disciplinary walls, Johansen has turned his attention toward the naval construction sector. He observes how there can be common ground between nautical engineering and architecture, both in the formalization of living structures and in the use of materials. The reference model is the fiberglass hull of boats which, thanks to the lightness and structural rigidity of fiberglass, can also be used to construct shells of notable cubic volume with an extremely advantageous weight/dimension ratio. In practice fiberglass has structural values similar to those of an eggshell which, because of its perfect geometric shape, can sustain enormous weight without structural breakdown. Project #9 is in fact constructed on a geometric figuration that recalls the outline of an eggshell. Johansen’s architecture could truly call itself “biotechnological,” since it assumes the foundational criteria which are at the base of the autogenerational processes in the organic world.


Project #9 is a plan for a floating house. Conceived as a structure on water it is a kind of mobile organism ensconced in an amniotic fluid to conserve its integrity and feed its growth. It is a house whose development is similar to that of a flower made of transparent fiberglass petals with a weight-bearing structure that identifies with the same surface as the rigid shell, thanks to a system of “wrinkles” and folds generated by the selfsame surface. Controlling the weight on the material distributed under great pressure is a common projectural practice when calculating the moment of inertia of the chassis’ structural sections, both in the nautical and aeronautical environments. Johansen’s sophisticated neorganic structuralism must also be considered in its temporal logic, insofar as it is not simply born from the sudden architectural genius's intuition, but also from the experiences initiated some time ago by other researchers, who perhaps possessed other assumptions. An example is the research conducted by André

Bloc when he designed and constructed the “Habitacles of Meudon,” between the end of the 1950s and the beginning of the 1960s. Or perhaps Claude Parent’s or Frederick Kiesler’s experiences in the metaphysical caverns. Johansen’s recent research must be read horizontally, involving the design sector as well, architecture's natural offspring. It is important not to ignore the fact that today design is effectively carving out ample space for itself and candidating itself as the new frontier in the research of new projectural languages. Architecture is ready to direct itself toward programmed construction through the use of a kind of great “Erector Set” from which the architect can choose serialized structures and components, composing his architecture by putting together reliable and long-lasting standardized pieces. The sun is unquestionably setting on the “old” and heavy preindustrial architecture, and a new, immaterial architecture is being born that is lighter and more in harmony with its natural surroundings.

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In queste pagine, piante, sezione e modello della casa galleggiante. Plans, section and model of the floating house.


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Simbolismo e tecnologia Symbolism and Technology Kuala Lumpur, Aeroporto Internazionale Kuala Lumpur, International Airport Progetto di Kisho Kurokawa Architect & Associates Project by Kisho Kurokawa Architect & Associates

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iò che distingue le grandi metropoli asiatiche come Hong Kong o Kuala Lumpur dal resto del mondo non sono i giganteschi grattacieli d’acciaio e vetro che caratterizzano gli skyline delle metropoli americane, ma le grandi opere infrastrutturali come le grandi stazioni o gli importanti aeroporti internazionali. Tra i maggiori punti di incontro di Kuala Lumpur c’è, infatti, il nuovo aeroporto della capitale malese, voluto dal Governo per rappresentare il forte sviluppo in atto nel Paese. Moderna porta urbana, l’aeroporto è uno dei segni forti che rivelano il grado di trasformazione del territorio attraverso cui i Paesi emergenti diffondono la loro immagine nel mondo. Affidando a Kisho Kurokawa l’incarico di progettare l’Aeroporto Internazionale di Kuala Lumpur, il Governo della Malesia si aspettava un intervento di grande modernità sul piano tecnico e di qualità sul piano dell’immagine. Esperto progettista di grandi infrastrutture aeroportuali, Kisho Kurokawa è riuscito a fondere alta tecnologia e tradizione, trasformando una macchina destinata a smistare persone e merci che viaggiano attraverso il cielo in una sorta di grande tempio del viaggio e della comunicazione. Visto dall’alto, il complesso evoca una misteriosa figura geometrica autogenerante, una sorta di mandala in grado di sprigionare energia vitale. Trasformando alcuni elementi strutturali verticali in grandi pilastri arborei, Kurokawa riporta l’architettura nell’alveo del simbolismo orientale, ma senza dimenticare la componente “biotecnologica” espressa dalle forme organiche del mondo vegetale. Mettere insieme modernità, natura e tradizione architettonica del luogo è stata una sfida progettuale di grande rilevanza. Per coniugare immagine e funzione all’interno di un dispositivo di così elevata complessità come un grande aeroporto internazionale era necessario mettere da parte ogni schema precostituito e lavorare su nuovi concetti distributivi. L’aeroporto è una struttura cristallizzata in uno schema sostanzialmente costituito da gallerie convergenti in alcuni nodi dove confluiscono flussi di merci e passeggeri che andranno organizzati secondo destinazioni che possono concludersi in trasporti su gomma o su rotaie. La funzionalità dell’aeroporto si misura dunque sulla sua capacità di interfacciarsi nel modo più fluido possibile con il territorio circostante. Il nuovo aeroporto di Kuala Lumpur è stato pensato secondo uno schema attualmente considerato


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tra i più funzionali possibili, ovvero come una struttura con un ampio spazio centrale da cui si irradiano più ramificazioni connesse con diversi livelli. Il complesso aeroportuale presenta un nucleo centrale perfettamente simmetrico, con al centro due corpi a pianta rettangolare connessi tra loro da un sistema di percorsi infrastrutturali. Due grandi gallerie mettono in comunicazione i due terminal (i corpi rettangolari) con il traffico degli aeromobili più piccoli, in grado di sviluppare un traffico di maggiore intensità. Le due gallerie sono inoltre vie di comunicazione fra il nucleo centrale dell’aeroporto e i quattro satelliti cruciformi destinati a controllare autonomamente, e per fasi distinte, il traffico passeggeri. La funzionalità della macchina-aeroporto sembra insomma non soffrire minimamente della raffinata fattura compositiva sviluppata attraverso spericolate ibridazioni fra un’architettura modernissima e gli antichi templi dell’area indonesiana. Le grandi vele sostenute da pilastri arborei sono un omaggio

all’immaginario di un Paese dalle magiche atmosfere. Fondamentale è, infatti, il gioco di luci e ombre che si crea all’incrocio delle volte, là dove il manto di copertura lascia filtrare la luce, accentuando l’effetto di smaterializzazione e levità, provocato dai fasci di luce che tagliano obliquamente lo spazio. Destinato a divenire una delle nuove icone dello sviluppo economico asiatico, il nuovo aeroporto di Kuala Lumpur non disdegna l’esibizione dei suoi retaggi storico-culturali attraverso simboli naturalistici senza però dimenticare che ogni grande opera architettonica è anche occasione di sperimentazioni tecnico-costruttive. In questo caso è sorprendente come Kurokawa sia riuscito ad articolare in maniera così magistrale variazioni tematiche comprendenti tecnologie costruttive che vanno dalle costruzioni in acciaio a quelle lignee, con elementi che inglobano trasparenti vetrate e complesse orditure strutturali delle coperture.


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Nelle pagine precedenti, particolare della copertura in acciaio dell’aeroporto internazionale di Kuala Lumpur. In questa pagina, sopra, veduta complessiva del terminal e, sotto, planimetria generale. Nella pagina a fianco, planimetria del complesso aeroportuale, che copre una superficie di 405.930 mq. Preceding pages. Details of the steel covering for the international airport in Kuala Lumpur. This page, above, overall view of the terminal, and below, general plan. Opposite page. Plan of the 405,930 square meter airport complex.


Particolare della facciata sud del corpo di ingresso. In basso, particolare della vetrata del ponte che collega l’ingresso al terminal principale. Nella pagina a fronte,

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rampa di accesso al livello partenze sul lato ovest. Details of the southern facade of the entryway. Below. Details of the glass section of the

bridge which connects the entryway to the main terminal. Opposite page. Access ramp at the departure level on the west side.


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reat Asian metropolises like Hong Kong and Kuala Lumpur stand out from the rest of the world not so much for the giant steel and glass skyscrapers that typically characterize American skylines, but rather for their impressive infrastructure projects like their massive railroad stations and their prominent international airports. For example, one of the more important meeting points in Kuala Lumpur is the capital's new airport requested by the Government to represent the strong development taking place in Malaysia. As modern urban gateways, airports are one indicator of an area’s degree of economic and social transformation and one which emerging countries use to project their image to the rest of the world. When the Malaysian Government was looking for someone to design a new International Airport for Kuala Lumpur, one with a highly modern intervention on a technical level and yet that could project a high-quality image, it selected Kisho Kurokawa. Kisho Kurokawa is an expert designer of large airport infrastructures and has managed to successfully blend high technology and tradition, transform-

ing a machine intended to sort people and goods that travel through the sky into a kind of huge temple dedicated to travel and communication. Seen from above, the complex evokes a mysterious self-generating geometric figure, a kind of mandala capable of freeing vital energy. By transforming several vertical structural elements into large arboreal columns, Kurokawa takes architecture back to the heart of oriental symbolism, but without omitting the “biotechnology� component that is expressed by the organic forms of the plant world. Combining modernity, nature and the architectural tradition of a place and culture has been a big challenge. Matching images with functions within a structure as complex as a large international airport made it necessary to put all preconceived plans aside and to concentrate on new distributive concepts. The airport is a structure crystallized in a scheme primarily comprised of tunnels. The tunnels converge in several nodes where the flow of goods and passengers is concentrated and will be organized according to final destinations that can be reached by road or rail. Therefore, the function-


ality of an airport can be measured through its capacity to interface with the surrounding area in the most fluid way possible. The new Kuala Lumpur airport has been conceived according to a plan currently considered among the most functional. It is a structure with an ample central space from which many branches radiate and connect on various levels. The airport complex has a perfectly symmetrical central nucleus, with two rectangular blocks in the center interconnected by a system of infrastructural pathways. Two large tunnels link the two terminals (the rectangular blocks) with the gates for smaller airplane traffic. The two tunnels are capable of developing a more intense traffic flow and also serve as communications pathways between the airport’s central nucleus and the four cross-shaped satellites, which are intended to autonomously control the flow of passengers through distinct phases. The airport's functionality does not seem the least bit bothered by the refined compositive workmanship, developed through daring hybridizations between an extremely modern architecture and the ancient

Indonesian temples of the surrounding countryside. The large sails held up by arboreal columns pay homage to the imagery of a country renowned for its magical atmosphere. The play of light and shadow created where the vaults meet and where the covering mantle allows light to filter through, accentuating the effect of dematerialization and levity that is created by the strips of light obliquely cutting through the space, is essential. Destined to become one of the new icons of Asian economic development, the new Kuala Lumpur airport does not disdain the exhibition of its historical-cultural heritage through naturalistic symbols. At the same time, it never forgets that every great architectural work is also an occasion for technoconstructive experimentation. In this case it is surprising how Kurokawa has been able to link the thematic variations in such a majestic fashion, combining constructive technologies, that range from steel to wood, with elements that include transparent glass panes and the covering's complex structural framework.

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Nelle pagine precedenti, dall’alto in basso, piante dei piani terzo e terra e l’atrio di uno dei satelliti. In questa pagina, particolari costruttivi e veduta del porticato di ingresso dell’aeroporto. Nella pagina a fronte, particolare di una delle colonne in cemento che sostengono la copertura.

Preceding pages, from top to bottom. Plans for the third and ground floors, as well as the atrium of one of the satellites. This page. Construction details and a view of the airport’s entrance arcade. Opposite page. Details of one of the concrete columns which support the covering.


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A misura territoriale In Territory Measure Strasburgo, Istituto Universitario di Tecnologia Louis Pasteur Strasbourg, The Louis Pasteur University Institute of Technology Progetto di Jean-Philippe Pargade Project by Jean-Philippe Pargade

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n architettura, la tecnologia si esprime spesso attraverso un linguaggio in opposizione alla natura poiché tende a sottolineare il massimo dell’artificio. A volte capita però che la tecnologia più è sofisticata più tende a dar risalto all’elemento naturale. L’Istituto Universitario di Tecnologia (IUT) a Strasburgo, dedicato a Louis Pasteur, è un esempio di architettura tecnologica progettata per inserirsi in maniera armoniosa in un ambiente naturale di grande fascino paesaggistico. Insomma, chi si aspettava grande sfoggio di sofisticate tecniche costruttive, pensando che un istituto universitario dedicato allo studio delle tecnologie dovesse autorappresentarsi attraverso un linguaggio al massimo dell’artificio, sarà rimasto deluso dalla leggerezza formale di questa recente opera di Pargade. In realtà, nello IUT, la tecnologia c’è, ma non si vede. O, almeno, non è esibita quale elemento primario, ma è funzionale alla realizzazione di una forma che non distrugga quel sottile equilibrio fatto di orizzonti che tagliano il cielo e di pianure delimitate da una linea mutante ora net-

ta come un segno, ora evanescente come un soffio di vento. Ubicato in un territorio di confine fra città e campagna, lo IUT si percepisce prima come dimensione segnica, poi come struttura tridimensionale. Il grande arco di copertura che racchiude quella sorta di villaggio scientifico che è lo IUT è davvero, prima ancora che un’architettura, una traccia visiva, una separazione virtuale fra cielo e terra. Pargade pare dunque essere stato soggiogato dalla bellezza delle grandi distese di campi coltivati di quella regione, sembra aver cercato l’identità di un territorio privo di segni forti. Il complesso IUT è caratterizzato da una distribuzione funzionale basata sulla differenziazione dei settori didattici. Ogni destinazione di ricerca è, infatti, come una microarchitettura con una sua particolare definizione formale. L’insieme è una sorta di villaggio composto di tante unità diverse ma comunicanti. L’autonomia formale non preclude la comunicazione: ogni dipartimento è collegato agli altri e offre il massimo di scambio fra studenti e professori, che possono incontrarsi


TECNOLOGIA TECHNOLOGY

nell’atrio come nella caffetteria oppure nel giardino interno. Elemento ordinatore è la grande copertura ad arco, caratterizzata da leggerezza e immaterialità. È come un’ala appoggiata sopra piccole architetture, quasi a proteggerne la fragile esistenza. Formata da una struttura in tondini di acciaio metallizzato e pannelli di alluminio, la copertura è il denominatore comune di tutta la composizione e segnala con la sua particolare sagoma la presenza di un elemento rilevante del paesaggio. Punto focale del complesso IUT è l’atrio d'ingresso, spazio in cui convergono tutte le attività del complesso universitario. L’atrio è disposto sull’asse che unisce il piazzale esterno ai blocchi delle aule universitarie, da cui si accede anche agli auditori e alla biblioteca; quest’ultima è un ambiente disposto sopra l’atrio di ingresso ed è attrezzata con apparecchiature multimediali. Negli spazi al piano terreno è invece sistemato il Dipartimento di Biologia mentre al primo piano sono organizzati gli uffici del Dipartimento di Gestione Amministrativa (GEA).

Raffinato e brillante nelle soluzioni distributive, l’Istituto Universitario di Tecnologia fonde valenze di un linguaggio tecnologico sottile, con suggestioni contestuali caratterizzate più dall’assenza che dalla presenza. Pargade ritrova nelle assenze la matrice più consona al suo particolare modo progettuale attraverso decisi allontanamenti dal dettato razionalista, in funzione di una maggiore relazione fra paesaggio e struttura architettonica. La sua è un’architettura più a misura territoriale che implosa in forme concluse. Essa prende a prestito meccanismi compositivi generati più che da una geometria euclidea da energie sprigionate dalle dinamiche del caos. Insomma, Pargade sembra voglia candidarsi come iniziatore di un nuovo ordine architettonico fondato sulle suggestioni più che sulle funzioni, sulle emozioni più che su rigide griglie compositive. Transizione e contaminazione sembrano dunque essere i parametri di un’architettura in grado di mostrare più l’invisibile che il materico, ciò che vorremmo vedere, piuttosto che quello che effettivamente vediamo.

Il nuovo Istituto Universitario di Tecnologia Louis Pasteur a cui è stato recentemente aggiunto un blocco che riunisce i Dipartimenti di Biologia Applicata e di Gestione Amministrativa. La particolare copertura curvilinea è realizzata in tondini d’acciaio e pannelli di alluminio. The new Louis Pasteur University Institute of Technology, to which a unit that joins together the Applied Biology and Administration Management Departments has recently been added. The unusual curvilinear covering was created with steel rods and aluminum panels.

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n architecture, technology often expresses itself through a language opposed to nature insofar as it tends to emphasize artifice as much as possible. However, sometimes the more sophistic-ated the technology, the more the natural elements are highlighted. Dedicated to Louis Pasteur, the University Institute of Technology (IUT) in Strasbourg is an example of how technological architecture can be harmoniously blended with the natural environment of a beautiful countryside. Those who believe that an institute dedicated to the study of technology must be a showcase of its own sophisticated construction techniques that evolved from as much of its own artificial language as possible, will be quite disappointed by the levity of Pargade’s most recent work. In reality, the technology is there, but it is hidden, or, at least, it is not exhibited as a primary element. It remains functional for the creation of shape but does nothing to destroy that subtle equilibrium between horizons that cut the sky and flatlands defined by a changing line that is clear in one

moment yet as evanescent as a breath of wind in the next. Located in an area bordering both the city and the countryside, the IUT is first perceived as a sign, then as a three-dimensional structure. The giant arch which encloses the scientific village that makes up the IUT is in fact a visible trace more than architecture; it is a virtual separation between sky and earth. Pargade seems to have been conquered by the beauty of the great expanses of cultivated fields in that region and to have sought the identity of a territory devoid of strong signs. The IUT complex is characterized by a functional distribution based on the differentiation of its educational sectors. In fact, each research site resembles a micro-architecture, with its own particular formal definition. The complex as a whole is a kind of village composed of different but communicating units. The formal autonomy does not preclude communication, rather departments are interconnected to offer the highest possible level of exchange between students and professors


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who may choose to meet in the foyer, the cafeteria or in the internal garden. The ordering element is the large arch covering, characterized by lightness and immateriality. It is like a wing extended over small buildings as if protecting their fragile existence. The covering is formed by a structure composed of metal-coated steel rods and aluminum panels and is the common denominator of the entire composition as its particular silhouette signals the presence of a remarkable element in the landscape. The main foyer is the focal point of the IUT complex. It is a space in which all the university’s activities converge. The foyer is laid out on an axis which links the external courtyard to the blocks of university lecture halls from which one can also access the auditoriums and the institute’s multimedia-equipped library above the foyer. The Biology Department is located on the ground floor, while the first floor is reserved for the Department of Administration Management (GEA). Refined and brilliant in its distributive solu-

tions, the University Institute of Technology establishes the valences of a subtle technological language that is characterized more by apparent absence than its visual presence. Pargade finds the most appropriate matrix for his particular projectural method in the absences through a decisive distancing from the rationalist doctrine, and establishes a more extensive relationship between the landscape and the architectural structure. His architecture is more a territory measure than an implosion in conclusive forms. It borrows composing mechanisms generated more from energy released from the dynamics of chaos than from Euclidean geometry. Essentially, Pargade seems to want to be known as the new initiator of a new architectural order founded on the power of suggestion more than function, on emotion more than a rigid compositive scheme. Transition and contamination seem to be the parameters of an architectural style capable of exhibiting the invisible more than the material, or what we would like to perceive rather than what we actually see.

In queste pagine, vedute dell’esterno e dei ponti di connessione fra i vari corpi dei dipartimenti. View of the outside and of the bridges between the various department areas.


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A fianco, pianta del piano terra. In basso, due diversi settori contraddistinti dai rivestimenti in legno o alluminio. Nella pagina a fronte, particolare dei rivestimenti.

Left. Plan of the ground floor. Below. Two different sections characterized by wood and aluminum siding. Opposite page. Details of the siding.

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Tecnologia morbida e vellutata Soft and Velvety Technology Utrecht, WOS 8 (Warmte Overdracht Station) Utrecht, WOS 8 (Warmte Overdracht Station) Progetto di NL Architects Project by NL Architects

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rima di essere un edificio tecnico, WOS 8 è una presenza metafisica in cui arte e tecnologia si fondono in un oggetto urbano coinvolgente e seduttivo. La dimensione metafisica di WOS 8 si esplica soprattutto nella densità di significati oltre l’apparenza. Totalmente rivestito di morbida schiuma poliuretanica, questo edificio a destinazione tecnica emana sensualità, rimanda alla morbida fisicità di un corpo femminile avvolto in un’aderente tuta in lattice. La metafora corpo/architettura deve aver notevolmente influenzato il concept di progetto, è infatti piuttosto evidente la relazione tra il calore corporeo e il calore generato da una centrale termica qual è WOS 8. Realizzato a Utrecht, WOS 8 (Warmte Overdracht Station) contribuisce a soddisfare il fabbisogno energetico di Leidsche Rijn, un nuovo quartiere suburbano alle porte della città olandese. La forte valenza comunicazionale di questa recente realizzazione del gruppo formato da Pieter Bannenberg, Walter van Dijk, Kamiel Klaasse e Mark Linnemann, conferma come la matrice segnica sia una costante nelle opere di NL Architects, studio d'architettura già autore di progetti di forte impatto visivo e contenuti tecnologici come Pixel City e Parkhouse/Carstadt, le cui immagini rispecchiano gli immaginari informatico e mediatico. Pur muovendosi all’interno di linguaggi allineati alle attuali tenden ze a rch ite tto n ich e , N L Architects si differenzia per la spiccata contaminazione con il mondo dell’arte, ma anche con le tensioni e il dinamismo della metropoli postin-

dustriale. Il gruppo olandese è spesso sottilmente polemico con il mondo del progetto attraverso atteggiamenti e linguaggi caratterizzati da un sovraccarico di informazioni. Appare insomma, con particolare evidenza, uno slancio di forte ribellione, quasi a voler colmare quel vuoto progettuale creatosi dopo la caduta delle utopie metropolitane, sviluppatesi negli anni Sessanta s o p ra ttu tto d a p a rt e d i u n g r u p p o c o m e Archigram. La forma compatta, scatolare, gli spigoli arrotondati e quel foro obliquo e passante, ricordano molto anche il coperchio coprivalvole di un motore di automobile. La metafora mediata dal mondo automobilistico è prorompente, con un impatto sull’intorno puntato sul massimo contrasto: WOS 8 sorge infatti in un contesto pressoché agricolo. L’esasperata modernità di questa architettura si confronta dunque con una campagna caratterizzata da coltivazioni intensive e da mucche sparse ovunque. Eppure il contrasto non appare disarmonico poiché laddove il confronto fra arcaico e moderno è totale, scatta una sorta di mimesi in cui le differenze assumono valore poetico. Al di là della ricerca di un’immagine forte e provocatoria, il progetto di WOS 8 risulta ben impostato, sia dal punto di vista funzionale che per la scelta dei materiali: considerando che in quella zona piove mediamente per oltre 130 giorni all’anno, la particolare guaina di rivestimento in gomma poliuretanica è in grado di assicurare un’ottima impermeabilità agli agenti atmosferici.


TECNOLOGIA TECHNOLOGY In queste pagine, rendering di WOS 8, centrale termica in grado di fornire energia per circa 11.000 abitazioni. Completamente impermeabilizzato con un rivestimento poliuretanico, WOS 8 ha le pareti esterne attrezzate per basketball e free-climbing.

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armte Overdracht Station, or WOS 8, is a metaphysical presence in which art and technology blend into a seductive and involving urban object. WOS 8's metaphysical dimension expresses itself in a density of connotations beyond the external appearance. Completely covered in a soft polyurethane foam, this structure designed for technical use emanates sensuality. It reminds one of the lush physique of a female body wrapped in a tight latex leotard. The body/architecture metaphor must have had considerable influence on the project's concept. In fact, the relationship between body heat and the heat generated by a thermal power station, such as WOS 8, is more than a little evident. Designed in Utrecht, WOS 8 (Warmte Overdracht Station) helps satisfy the energy needs of Leidsche Rijn, a new suburban area at the entrance of the Dutch city. The strong communications valence of this recent creation by the group made up of Pieter Bannenberg, Walter van Dijk, Kamiel Klaasse and Mark Linnemann confirms how the sign-system matrix marks a constant in NL Architects’ work. They are already the authors of projects with a strong visual impact and notable technological contents, such as Pixel City and Parkhouse / Carstadt, images of which mirror the media and IT imagery. Although they move within the languages aligned with the current architectural tendencies, NL Architects stands out thanks to the pronounced contamination by the art world, but also by the tensions and dynamism of the post-industrial metropolis. The Dutch group is often subtly controversial within the project world, through behaviors and languages characterized by an overload of information. Essentially, a strongly rebellious rush shows through, almost as if to fill that project vacuum created after the fall of the metropolitan utopias that were developed in the 1960s, mainly by groups such as Archigram. The compact, box-like shape, the rounded edges and that oblique and looping hole resemble the valve cover of a car engine. The metaphor tied to the automobile world bursts forth, aiming for maximum contrast with the surroundings. In fact, WOS 8 emerges into an almost agricultural context. This architecture’s exasperated modernity faces a countryside characterized by cultivation and cows scattered everywhere. And yet the contrast does not seem unharmonious because where the compar-

ison between archaic and modern is complete, a kind of mimesis sprouts in which the differences assume poetic values. Besides the search for a strong and provocative image, the WOS 8 project seems to be well planned, both from the functional point of view as well as for the choice of materials. In this respect, it is worth considering that area precipitation averages 130 days per year, and the polyurethane sheath maintains WOS 8's atmospheric impermeability.

Rendering of WOS 8, a thermal power station capable of supplying energy to around 11,000 houses. Completely weatherproofed with a polyurethane covering, the exterior walls of WOS 8 are outfitted for basketball and free-climbing.

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News

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L’ABC dell’e-business Il punto sul meeting di Atene The ABC of e-business Review of the Athens meeting

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L’ABC dell’e-business Il punto sul meeting di Italcementi Group ad Atene The ABC of e-business Review of the Italcementi Group meeting in Athens BravoBuild.com Il primo portale europeo B2B per il settore dell’edilizia BravoBuild.com The first European B2B portal for the building sector Essroc: un milione di tonnellate in più. Il programma di ampliamento per le cementerie di Picton e Speed Essroc: up by one million tonnes. The expansion program at Picton and Speed plants

entre leggete queste righe il frenetico mondo della net-economy avrà già raggiunto nuovi traguardi, in un processo di evoluzione che non sembra conoscere soste. Ma non conosce soste nemmeno il processo di confronto e formazione continua del top management di Italcementi Group, recentemente riunitosi ad Atene per un seminario in cui si è parlato, tra l'altro, delle iniziative di e-business dell’azienda. Nell'ambito dei progetti di e-business di Italcementi Group è stato illustrato il ricco programma in via di attuazione, con un ampio e documentato excursus sulle diverse iniziative. Internet-oriented, il Gruppo prevede di rivolgere la propria attenzione all’e-procurement (approvvigionamento in rete, attraverso un sistema di aste inverse e offerte) e all’e-commerce in generale, anche mediante due portali verticali. E-cement.com è una piattaforma dedicata al settore cementiero a cui Italcementi Group si è associato, mentre BravoBuild.com nasce da un impegno diretto del

Da sinistra: Rodolfo Danielli, Giampiero Pesenti, Yves René Nanot, rispettivamente Chief Operating Officer, Chief Executive Officer e Chief Development Officer di Italcementi Group. From left to right: Rodolfo Danielli, Giampiero Pesenti, Yves René Nanot, Chief Operating Officer, Chief Executive Officer and Chief Development Officer of Italcementi Group, respectively.

Gruppo, e ha la struttura di un moderno mercato aperto (marketplace) dedicato al B2B, con il valore aggiunto di una serie di informazioni e servizi indispensabili per gli operatori del settore delle costruzioni. La completa realizzazione del programma prevede numerosi vantaggi ottenibili per la maggior parte grazie alla riduzione dei costi d’acquisto e di processo, e in minor misura per il miglioramento dell’efficienza logistica e per un generale incremento dello standard dei servizi e dei processi interni. Lo scenario attuale e futuro dell’e-business è indubbiamente complesso e di difficile interpretazione. Per approfondirne la storia e i prossimi sviluppi, sono state invitate due personalità d’eccezione. Domenico Siniscalco, Professore di Economia all’Università di Torino, editorialista de Il Sole 24 Ore e autore di numerose pubblicazioni in materia economica, e Arno Penzias (la sua è stata una presenza “virtuale” sotto forma di video-intervista), Premio Nobel per la Fisica nel 1978 per i suoi studi

Arno Penzias

sul Big Bang, nonché consulente di Information Technology. Due interventi che tracciano il cammino della new economy dalle origini ad oggi e mettono a fuoco le problematiche relative a un mutamento traumatico non solo in campo economico, ma anche culturale. Al di là dei facili e pericolosi entusiasmi, delineano un avvenire dove la vecchia e nuova economia trovano equilibri sempre diversi, e dove le aziende devono interrogarsi, in primo luogo, sulla propria identità. Il Big Bang e i fiocchi di neve Il futuro tra old e new economy Estratto dell’intervista a Arno Penzias

Internet è esplosa con l’effetto di un Big Bang della comunicazione, e ha creato un nuovo universo telematico. Ma Internet rappresenta solo in parte l’evoluzione dell'Information Technology, e non tutto è rivoluzionario in questo settore. Un’azienda come la General Motors, per esempio, ha informatizzato le sue funzioni relative agli


acquisti, con un risparmio di ben 50 milioni di dollari. La catena di grandi magazzini Wal-Mart ha adottato lo stesso criterio con tutte le proprie procedure, e oggi lavora con scorte ridotte al minimo. In altre parole, l’informatica serve anche senza il Web. Il segreto piuttosto è quello di trasformare le aziende da cubetti di ghiaccio in fiocchi di neve, per usare una metafora presa dal mondo della fisica. Nel cubetto di ghiaccio ci sono forti legami tra le particelle interne, ma un contatto con l’esterno limitato, e l’unica prospettiva del progressivo scioglimento. Una tempesta di fiocchi di neve invece interagisce con l’ambiente in modo creativo, attraverso un confronto più diretto con il mondo o, fuor di metafora, con gli utenti. Questa volta l’esempio viene dal settore del cemento. Un'azienda dell'old economy come Italcementi Group potrebbe arrivare a snellire il proprio sistema logistico per esempio riducendo il numero dei camion e velocizzando i tempi di consegna attraverso l'installazione sui propri mezzi di trasporto di dispositivi di rilevamento satellitare GPS, dotati di sistemi di tracciamento per identificare istante per istante la posizione di ogni veicolo. Le consegne diventano più razionali e i costi scendono, grazie appunto alla logica dei “fiocchi di neve”. Non esistono frontiere o barriere tra old, new e net economy. L’importante è intervenire in maniera adeguata al proprio business. L’eccesso di entusiasmo verso Internet e le nuove tecnologie può portare paradossalmente ad ignorarne alcuni aspetti, accontentandosi della superficie. È invece necessario approfondire e studiare ogni implicazione, con adeguati investimenti di tempo e denaro. Solo così se ne possono sfruttare le potenzialità. Basti pensare alle comunicazioni interne di una grande azienda. La semplice pubblicazione di un curriculum vitae sull’Intranet aziendale

consente di fornire l’informazione a tutti gli interessati, con il massimo rispetto per il tempo di ciascuno e l’eliminazione di tortuosi percorsi di ricerca individuali. Lo stesso vale, ad esempio, per la posizione contributiva di un dipendente, e così via. Per usare correttamente le nuove tecnologie, è necessario mettere perfettamente a fuoco i propri obiettivi. In altre parole, dobbiamo sforzarci di capire cosa vogliamo fare, e farlo nel modo migliore, indipendentemente dal nostro settore. Cambiare la nostra cultura, il nostro modo di pensare per migliorare la tecnologia, per servire meglio i nostri clienti e soprattutto per creare rapporti interni ed esterni migliori.

Domenico Siniscalco

Un telefono in ogni città Gli ingredienti di un’ascesa irresistibile Estratto dell’intervento di Domenico Siniscalco

Quando Alexander Graham Bell presentò al Senato degli Stati Uniti la sua invenzione, il telefono, dichiarò che un giorno tutte le città americane ne avrebbero avuto almeno uno. Questo aneddoto mostra che le previsioni su un’innovazione tecnologica possono essere clamorosamente disattese per difetto. Se questo avveniva nel 1887, a maggior ragione avviene adesso, in un’epoca di trasformazioni rapidissime. Per capire meglio il fenomeno della new economy, è opportuno quindi gettare uno sguardo là dove la rivoluzione ha avuto inizio. Da dieci anni l’economia americana cresce con tassi del 4-5%,

fuori da ogni statistica e da ogni regola. Parallelamente, assistiamo a una diminuzione drammatica dei costi di transazione. Il motore di questa crescita è Internet. Gli ingredienti di questo fenomeno eccezionale sono diversi. Innanzitutto i PC, ovvero lo sviluppo del personal computer e della microelettronica. Oggi un PC è 2000 volte più veloce e molto meno costoso del suo progenitore di quindici anni fa. Il secondo elemento è lo sviluppo delle infrastrutture, cioè le reti e i protocolli Internet. E infine le risorse umane. Un patrimonio di capacità intellettive e progettuali che hanno creato la situazione attuale. Ma tutto questo non serve a nulla, se non si ha anche un mercato dei prodotti liberalizzato e un mercato dei capitali ben sviluppato. Una volta dipinto lo scenario, restano da definire gli attori del cambiamento. Innanzitutto le università: è praticamente impossibile leggere un articolo su Silicon Valley senza veder citata l’università di Stanford. In mancanza di un ateneo prestigioso, mancano le basi per la formazione del capitale umano. Il secondo attore è l’imprenditore, una persona disposta a rischiare il proprio denaro in un settore nuovissimo. E poi il governo, che deve creare il clima favorevole agli investimenti. Negli USA non si pagano tasse sul commercio elettronico, e questo è significativo. Tutti questi fattori creano uno sviluppo destinato a durare nel tempo, perché non è basato sulla disponibilità di una materia prima, ma sulla conoscenza, che si può espandere all’infinito. Un effetto collaterale della diffusione di Internet è la globalizzazione. Una piccola società, in qualsiasi paese europeo, può avere come interlocutore il mondo. La New Economy è, in sintesi, un formidabile strumento per collegare il business e i mercati attraverso le tecnologie dell’informazione. Un

modello di successo, perché consente un contatto diretto tra produttoredistributore e consumatore. Pensate al successo di Amazon.com, una libreria virtuale che permette di ricevere, in due giorni, al proprio domicilio, libri difficili da trovare pagando comodamente con la carta di credito. Molto spesso l’uso di Internet richiede però cambiamenti nella mentalità e nei processi di produzione. In Italia il lancio del quotidiano “in rete” con Il Sole 24 Ore è stato un flop, perché il vero giornale è più flessibile, si può leggere ovunque, anche in aereo e in treno. L’iniziativa ha funzionato solo quando sono state ripensate le modalità di produzione, e il sito Internet è diventato la combinazione di quattro fonti di informazione diverse: agenzia stampa, radio, televisione e il giornale stesso. Un importante fattore di successo è anche il cosiddetto “marketing del dono”. L’esempio più evidente in Italia è Tiscali, con il suo accesso gratuito a Internet che ne ha decretato il boom. Non si paga il collegamento, ma si pagano altri servizi, con una logica adottata anche dalla Tate Gallery di Londra. Un museo dove non si paga il biglietto, ma si pagano i numerosi oggetti del merchandising interno. Non è da sottovalutare infine l’importanza di una partnership strategica con società più esperte del nuovo settore. Un’alleanza decisiva nel momento in cui un’azienda intraprende un viaggio in un mondo che non conosce a fondo. Ma questa tendenza è destinata a continuare? Sicuramente, perché stiamo assistendo a una progressiva osmosi tra vecchia e nuova economia, in un processo che richiederà del tempo ma che è già ben delineato. La rete influirà sempre più sul commercio, anche in modo indiretto, come dimostrano dati recentissimi sugli USA, dove il 25% dei consumi ha qualche relazione con Internet, ma solo il 3% appartiene all’e-commerce. Questo perché il consumatore

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studia a fondo le caratteristiche del futuro acquisto sul proprio PC, e poi si serve di un punto vendita tradizionale. Le vie della rete sono infinite, e dipende dalla conoscenza, dall’iniziativa e dal coraggio di ogni singola azienda la capacità di percorrerle nel migliore dei modi possibile. La riscoperta della ruota Una nuova struttura per i “mercati virtuali” Estratto dell’intervento di Domenico Siniscalco

2B or not 2B? L’interrogativo esistenziale diventa commerciale, e ci si interroga sul futuro dell’ ebusiness. Non ci sono dubbi sulla crescita superiore delle transazioni tra aziende (B2B, business-to-business) rispetto alle operazioni tra produttore e consumatore (B2C, business-toconsumer). Secondo una recente proiezione di Forrester Research e Morgan Stanley Dean Witter, la stima per il 2003 è di un miliardo e trecento milioni di dollari per il B2B, mentre la crescita del B2C è molto più lenta. Il modello più recente adottato dalle aziende è quello del “mercato virtuale”, una sorta di piazza dove aziende, non necessariamente dello stesso settore, interagiscono tra di loro e con gli acquirenti. Un punto d’incontro molto simile concettualmente al mercato medievale, con quote associative, regole interne e sponsor strategici. Un sistema che consente maggiore efficienza,

riduzione dei costi di transazione e un incremento della produttività. Questo modello è l’ultima tappa di una crescita che ha previsto fasi diverse, dal semplice sito proprietario con aste anonime tra fornitori certificati, al sito dove l’azienda, oltre ad acquistare, vende. La tendenza più attuale prevede invece l’organizzazione di diversi mercati “verticali” attorno a un nucleo centrale (hub), con una struttura simile a quella di una ruota, dove l’hub è il mozzo e i diversi mercati sono i raggi. I settori specialistici (automobili, chimica, carta, ecc.) godono di una serie di servizi in comune, che possono comprendere le assicurazioni, i trasporti, la certificazione, e così via. Ogni azienda può soddisfare facilmente le proprie necessità cercando le risorse all’interno dell’hub, e cioè al centro della raggiera. Tra le numerose aziende che negli USA hanno adottato con profitto questo modello c’è Enron, un’azienda del gas che è riuscita a diventare, attraverso Internet, una vera e propria trading company nel settore dell’energia, con il risultato di un rapporto tra redditività e prezzi del 60%, il triplo rispetto ad altre aziende del settore. Tra gli altri vantaggi del mercato virtuale c’è la creazione di un’enorme banca dati di clienti e fornitori, e la possibilità di avere un’interfaccia che può gestire fornitori piccoli, medi e grandi. Ogni sistema ha i suoi costi, e anche questo non fa

eccezione. Oltre alla quota d’accesso annuale e alle licenze per il software, ci sono le varie commissioni che riguardano le transazioni, i servizi bancari e assicurativi, l’utilizzo di linee a larga banda, le certificazioni, la pubblicità e l’analisi delle transazioni. L’obiettivo finale di un mercato virtuale è però quello di azzerare le commissioni sulle transazioni, facendo pagare solo gli altri servizi, una finalità che si può raggiungere solo se il sistema ha successo. Se un gruppo come Italcementi Group decidesse di aderire a questa logica, dovrebbe considerare altri due punti fondamentali. L’attenzione alla proprietà del sito come asset strategico e la presenza di sponsor strategici/finanziari. Il mercato elettronico deve essere affrontato con personale qualificato e preparato professionalmente, con un’esperienza specifica alle spalle. È importante infine muoversi gradualmente, senza investire capitali nella direzione sbagliata. Perché sia la nuova che la vecchia economia sono basate sugli utili, e non c’è successo senza reddito. ■ ■ ■ ■ ■ ■

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s you read this article, the frenetic world of the net-economy will already have reached new objectives, as part of an evolution process that nothing seems to stop. And there is also no stopping the process of confrontation and ongoing training of the Italcementi

Group executives, who recently met in Athens for a seminar where, among other issues, the company e-business activities were discussed. Within the framework of the Italcementi Group e-business projects, the busy program under way was outlined, providing a well documented account of various activities. The Group, which is Internet-oriented, plans to focus on e-procurement (by means of reverse auctions and bids) and e-commerce in general, also exploiting two vertical portals. E-cement.com is a platform dedicated to the cement sector which the Italcementi Group has joined. On the other hand, BravoBuild.com was directly created by the Group itself and is organized like a modern outdoor marketplace dedicated to B2B, backed up by a range of indispensable information and services for people working in the building sector. The completed program will have many benefits, mainly achievable by reducing purchasing and processing costs and, to a lesser extent, by improving logistical efficiency and the standards of internal services and procedures. The present and future of e-business are certainly complicated and hard to read. Two key figures were invited to outline its history and forthcoming developments. Domenico Siniscalco, Professor of Economics at Turin University, a column writer for Il Sole 24 Ore newspaper and the author of numerous articles on economic affairs, and Arno Penzias (whose presence was “virtual”


and consisted of a video-interview), Nobel Prize winner for Physics in 1978 for his research into the Big Bang and an Information Technology consultant. Two reports outlining the progress of the new economy from its origins to the present day, focusing on problems related to a traumatic change in the fields of both economics and culture. Without getting too carried away, they point to a future when there will be increasingly different balances between the old and new economy, and when businesses will, above all, have to reassess their own identities. The Big Bang and Snowflakes The future between the old and new economy An extract from the interview with Arno Penzias

The Internet has exploded like a Big Bang in communications, creating a new telematics universe. But the Internet is only part of new developments in Information Technology, and not everything in this sector is quite as revolutionary. For instance, a company like General Motors has computerized its purchasing functions, saving a total of 50 million dollars. The WalMart chain of stores has adopted the same approach for all its procedures and now works with only minimum supplies. In other words, computer technology is useful even without the Web. The real secret is to turn companies from ice cubes into snowflakes, to borrow a metaphor from the world of

physics. There are tight bonds between the internal molecules of an ice cube, but once they come into even minimal contact with the outside, they are inevitably destined to slowly melt. On the other hand, a storm of snowflakes interacts creatively with the environment by directly confronting the world or, metaphors apart, users. This time we can take an example from the cement sector. An old economy company such as Italcementi Group could slim down its logistics system by, say, reducing the number of trucks it uses or speeding up its delivery times by using tracer systems (GPS) to pinpoint the position of each vehicle at any given time. Deliveries are rationalized and costs reduced, thanks to the “snowflake” theory. There are no frontiers or barriers between the old, new, and net economy. The important thing is to act in the appropriate way for one’s own business. The over-enthusiasm surrounding the Internet and new technology can, paradoxically, mean that certain aspects are overlooked, resulting in a rather superficial approach when, in actual fact, everything needs to be analyzed in-depth for all its implications, making adequate investments in terms of both time and money. This is the only way of taking full advantage of all its potential. Take, for instance, internal communications. Merely publishing a curriculum vitae on the company Intranet provides anyone interested with all the information they require, without

wasting anyone’s time and cutting out all those timeconsuming personal research operations. The same goes, for example, for staff tax payments/contributions and so forth. The only way to make proper use of new technology is to focus carefully on one’s objectives. In other words, we are forced to try and understand what we want so that we can set about achieving it as effectively as possible, regardless of our own particular sector. Changing our culture and way of thinking to improve technology, to provide our customers with a better service and, above all, to create better internal and external relations. A telephone in every city The ingredients of an irresistible rise An extract from Domenico Siniscalco’s speech

When Alexander Graham Bell presented the telephone he had invented to the United States Senate, he claimed that there would be at least one in every city in America one day. This anecdote proves that predictions about technological innovations are often under-optimistic. And what was true in 1887 is even truer in this modern age of high-speed changes. The best way to come to terms with this phenomenon called the new economy is to look back at where the revolution first began. Over the last ten years the American economy has grown at a rate of between 4-5%, an unprecedented figure of quite inexplicable

proportions. At the same time we are witnessing a dramatic fall in business transaction costs. The driving force behind this growth is the Internet. This exceptional phenomenon has a variety of different ingredients. First of all, there was the PC or the development of the personal computer and micro-electronics. A PC is now 2000 times faster and far cheaper than its predecessor of fifteen years ago. Secondly, there is the development of infrastructures, that is to say the Internet networks and protocols. And, finally, human resources. A wealth of intellectual know-how and design expertise resulting in the present state of affairs. But all this is useless without a free trade market of well-developed capital. Having outlined the situation, we still need to indicate the main players involved in these changes. First and foremost universities: it is virtually impossible to read an article about Silicon Valley without the University of Stanford being mentioned. It takes a prestigious university to shape and mould the right human resources. The second link in the chain is the entrepreneur, somebody willing to risk his own money in a totally new sector. It is then up to the government to create the right climate for investments. In the USA there are no taxes on e-commerce, and this is a very significant factor. All these factors create a boom destined to last, because it is not based on the availability of raw

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material, but on knowledge which can expand indefinitely. A side effect of the spread of the Internet is globalization. A small company in any European country can do business with the entire world. The New Economy can best be described as a wonderful means of connecting business and markets through Information Technology. A great success because it allows direct contact between the manufacturer-distributor and consumer. Take, for instance, the success of Amazon.com, a virtual book store delivering even the most difficult books to find to your home within two days, with easy payment by credit card. Often it takes a change in mentality and production processes to use the Internet. The launching of the online Il Sole 24 Ore newspaper was a flop in Italy, because the real paper is more flexible, you can read it anywhere, even on a plane or train. The idea only worked when it was transformed into an Internet site featuring a combination of four different sources of information: press agency, radio, television, and the paper itself. An important factor in success is so-called “gift marketing.” The best example in Italy is Tiscali, which really boomed after offering free access to the Internet. You do not pay to connect up, but you do pay for other services, the kind of approach adopted by the Tate Gallery in London. You do not have to buy a ticket to enter the museum, but you do pay

for all the merchandising gadgets inside. Finally, it is worth bearing in mind the importance of a strategic partnership with companies who have greater experience in the new sector. A key factor when a company sets out on a new venture in a world with which it is quite unfamiliar. But is this trend likely to continue? Without a doubt, because we are witnessing a gradual osmosis between the old and new economy, as part of a process that will take time to develop but is already on the right track. The web will exercise increasing influence on business, even indirectly, as can be seen from recent figures from the USA, where 25% of consumption is in some way related to the Internet, but only 3% is connected with ecommerce. This is because the consumer carefully studies the characteristics of his/her future purchase on a PC before making his/her buy from a conventional sales outlet. The ways of the web are infinite, and depend on the know-how, enterprise, and daring of each individual company, and its ability to exploit them as effectively as possible. Re-inventing the wheel A new set-up for “virtual markets” An extract from Domenico Siniscalco’s speech

2B or not 2B? This existential brain-teaser is turning into a business issue, as we ponder over the future of e-business. It is a fact that there has been a greater growth in business

deals between companies (B2B, business-to-business) than in deals between manufacturers and consumers (B2C, business-toconsumer). According to a recent projection by Forrester Research and Morgan Stanley Dean Witter, the estimate for the year 2003 is one billion three-hundred million dollars for B2B, while the growth in B2C is much slower. The most recent model adopted by companies is the “virtual market,” a sort of market place where companies, not necessarily from the same sector, can interact with each other and with buyers. A meeting place conceptually very similar to the Medieval market place, with membership fees, internal rules, and strategic sponsors. A system that allows greater efficiency, reduced business transaction costs, and increased output. This model is the final stage in a process of growth organized in different stages, from the simple owner’s site with anonymous auctions between certified suppliers to sites where companies can both buy and sell. The current trend will see the organization of different “vertical” markets revolving around a central hub rather like a wheel, where the markets are like the spokes around the hub. Specialist sectors (cars, chemicals, paper etc.) enjoy a series of joint services ranging from insurance to transport, certification etc. Companies can easily satisfy their needs by seeking out resources inside the hub, or in other words in the middle of the spokes. One of the numerous US firms to profit

from this model is Enron, a gas company that has turned into an authentic trading company in the energy sector thanks to the Internet, resulting in a profit/price ratio of 60%, three times higher than other companies in the sector. Another of the benefits of the virtual market is the creation of a huge database of customers and suppliers, and the possibility of an interface between small, medium-size, and major suppliers. Every system has its costs, and this is no exception. In addition to the annual membership fee and software licenses, there are commissions on business transactions, banking/insurance services, the use of broadband lines, certifications, advertising, and business analysis. The ultimate purpose of a virtual market, however, is to cancel out commissions on business transactions, so that people only pay for services, an objective which can only be reached if the system works. If a group like Italcementi Group decided to adopt this approach, it would need to take two other key factors into consideration: the ownership of the site as a strategic asset and the presence of strategic and/or financial sponsors. The electronic market must be tackled with the help of extremely well-trained staff with plenty of experience behind them. Last of all, it is vitally important to move cautiously, so as not to make the wrong investments. Both the new and old economy are based on profits, and success is synonymous with income.


BravoBuild.com BravoBuild.com

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l primo portale europeo business-to-business (B2B) per il settore dell’edilizia è online all’indirizzo http://www.bravobuild.com dal 17 luglio con il sito vetrina e dal 9 ottobre con il sito operativo. BravoBuild.com è un portale B2B all’interno del quale gli operatori del settore dell’edilizia trovano una serie di funzionalità, di servizi e di informazioni indispensabili per lo svolgimento della loro attività. Con BravoBuild compratori, venditori e professionisti possono rendere più efficiente la loro attività incrociando domanda e offerta di prodotti e servizi per l’edilizia. Attraverso una semplice, rapida e gratuita procedura di registrazione, gli utenti entrano in una piazza virtuale dove la comunità partecipa ad aste di acquisto, scambia richieste di offerta, organizza aste di vendita, rende disponibile on-line il proprio catalogo prodotti e utilizza servizi di supporto e di informazione. Il mese di ottobre 2000, dopo soli cinque mesi dalla nascita del progetto, ha visto l’avvio delle operazioni di e-commerce e il lancio del portale al grande pubblico. Il 16 ottobre, per la prima volta in Italia, BravoBuild.com e la Cooperativa Bilanciai, azienda associata al Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, hanno realizzato con pieno successo una transazione online, con una trattativa effettuata con il meccanismo dell’asta di acquisto, per l’aggiudicazione di una

fornitura annuale di parti metalliche per un importo pari a 3 miliardi di lire. Il lancio al grande pubblico è avvenuto in occasione del SAIE 2000, la principale fiera italiana del settore, che si è svolta a Bologna dal 18 al 22 ottobre. Preceduta da una intensa campagna di comunicazione – presenza sulla stampa istituzionale e specializzata, diffusione di comunicati radio nelle fasce di maggiore ascolto sulle emittenti RAI, RTL e Radio 24, invio di mailings fortemente personalizzati a oltre 90.000 nominativi – l’attività di contatto effettuata presso lo stand è stata molto efficace fornendo oltre 1.500 registrazioni e consentendo l’avvio di relazioni con tutte le categorie interessate, imprese, professionisti, committenti e produttori. Le funzioni di commercio elettronico, punto di forza del portale e chiave di differenziazione dagli altri portali del settore presentati in questo periodo, sono in continua espansione: al momento sono attive l’asta di acquisto (asta inversa), che con il meccanismo delle quotazioni al ribasso permette interessanti risparmi, e la richiesta di offerta (RDO) che, grazie al processo di analisi e confronto operato da BravoBuild, semplifica il lavoro dell’acquirente. Il database “produttori”, di prossima introduzione, consentirà ai responsabili degli approvvigionamenti di individuare sempre le migliori condizioni di acquisto grazie all’ampiezza del numero di nominativi, alla qualità dei fornitori selezionati e alla possibilità di effettuare ricerche per

area geografica, per settore di attività, per tipologia di servizio etc. Per coloro, che invece vogliono vendere, il database sarà una vetrina grazie alla quale aumentare la visibilità e le possibilità di contatto con la clientela potenziale. All’interno del database si potranno inoltre trovare: informazioni sull’azienda, informazioni sui prodotti e i servizi offerti, listini personalizzati, liste di referenze, offerte particolari etc. A complemento delle offerte di e-commerce, BravoBuild offre una serie di servizi a valore aggiunto per gli operatori del settore: accesso a banche dati, servizi di carattere finanziario, servizi di logistica e di project management. Una sezione dedicata esclusivamente ai servizi informativi consente di avere in tempo reale tutte le notizie del settore, la legislazione aggiornata, i calendari delle fiere, i consigli utili per l’uso corretto dei materiali e gli indici delle riviste specializzate. BravoBuild consente anche alle aziende di medie e piccole dimensioni di ampliare il proprio raggio di attività su scala europea e di operare su di un mercato più efficiente in termini di tempi e di costi. Le potenzialità del portale sono molto rilevanti. Secondo un’analisi McKinsey, gli operatori nel settore delle costruzioni e dell’edilizia sono oltre 400.000 in Italia, per un giro di affari dei materiali da costruzione superiore a 80 mila miliardi di lire e di circa 500 mila miliardi di lire su scala europea. In un mercato così grande

e frammentato, in cui le relazioni tra i vari attori risultano difficoltose e costose, l’utilizzo di Internet permette agli operatori di conseguire risparmi dal 5% ad oltre il 20%. BravoBuild è nato per iniziativa di Italcementi e si avvale della collaborazione di McKinsey come advisor strategico, Broadvision, società leader a livello mondiale in applicazioni integrate per l’e-business e il marketing one-to-one, TXT e-solutions, società specializzata in soluzioni informatiche per il B2B, e Siebel System, leader mondiale nelle soluzioni ebusiness orientate al cliente, incluse le soluzioni di commercio dinamico online, tra cui le e-auction. A questi “soci fondatori” si sta unendo una serie di partner qualificati: la Banca Sella e Cerved per i servizi finanziari e per le informazioni, il gruppo Rina per i servizi di certificazione e attestazione, testate specializzate per i contenuti informativi. Per realizzare questa operazione Italcementi ha costituito una nuova società, Newco.com, che ha come missione lo sviluppo di tutte le iniziative nel settore della new economy per il mondo delle costruzioni. L’investimento previsto per il lancio e lo sviluppo è di 100 miliardi di lire nei prossimi tre anni. Il piano di implementazione internazionale prevede che dal 2001 l’operatività di BravoBuild sia estesa progressivamente in Francia, Belgio, Spagna, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti a conferma del carattere internazionale dell’iniziativa.

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he first European business-to-business (B2B) portal for the building sector – http://www.bravobuild.com – has been online since July 17 for its showcase web site, and since October 9 for its operational web site. BravoBuild.com is a B2B portal through which participants in the building sector find a series of essential functions, services and information to support their business development activities. With BravoBuild, buyers, vendors and professionals can increase their business efficiency by matching offers with requests for numerous products and services. Using a simple, rapid and free registration procedure, the users enter a virtual market place where the whole community takes part in purchasing auctions, requests for bids are swapped, sales auctions are organized, their product catalogue is made available on line, and support and information services are used. October 2000, only five months after the project’s outset, saw the beginning of e-commerce operations and the portal’s public launch. On October 16, for the first time in Italy, BravoBuild.com and Cooperativa Bilanciai (a company associated with the Consorzio Cooperative Costruzioni of Bologna), successfully completed an online transaction. It was through the purchasing auction and involved the tender for an annual supply of metal components totaling 3 billion Italian lira. The public launch occurred during the SAIE 2000, the

sector’s main Italian trade show, which took place in Bologna from October 18 to 22. It was preceded by an intense communication campaign: ads in both the institutional and specialized written press; radio spots during peak time-slots on RAI, RTL and Radio 24; extremely personalized mail shots to over 90,000 people. The stand enabled many contacts to be made producing over 1,500 registrations, and initiated relationships with all the parties involved: companies, professionals, contractors and manufacturers. The e-commerce functions, the portal’s strength and that which differentiates it from other portals within the sector which were presented during the same period, are continually growing. At present the following are active: the purchasing auction (reverse auction), which through its mechanism of lower quotes allows for significant savings; the request for bids which, thanks to the analysis and comparison process established by BravoBuild, simplifies the purchaser’s workload. The “producers” database, soon to be introduced, will also enable those responsible for supplies to recognize ideal buying conditions at all times thanks to the vast number of registrations, the quality of suppliers selected, and the possibility of searching by geographic area, business sector, types of service, etc. For those who wish to sell, the database will be a display window capable of expanding visibility and potential customer contact possibilities. Inside the

database users will also be able to find company information, information on products and services offered, personalized lists, reference lists, special offers, etc. To complement its e-commerce, BravoBuild also offers a series of valueadded services at this site including access to databanks, financial and logistics services, as well as project management. An entire section is dedicated exclusively to information services, allowing the user real-time access to all the relevant news for the sector, up-to-date legislation, convention and trade show calendars, helpful advice for the correct use of different materials and trade journal indexes. BravoBuild also helps smalland medium-sized companies widen their range of activities on a European scale and operate more efficiently in the market in terms of both time and cost. The portal’s potential is extremely high. According to a McKinsey analysis, there are more than 400,000 workers in the building and construction sector in Italy who, in total, account for more than 80 thousand billion Italian lira in building materials and a total business market of around 500 thousand billion Italian lira on a European scale. In such an enormous and fragmented market, in which the relationships between various participants can be difficult and expensive, the use of the Internet allows companies to make savings from 5 percent to more than 20 percent.

BravoBuild was created through an initiative by Italcementi together with various other companies, including McKinsey as strategic advisor; Broadvision, a world leader in integrated applications for e-business and one-toone marketing; TXT e-solutions, a company that specializes in B2B information solutions and Siebel System, a world leader in customer-oriented e-business solutions, including dynamic online commercial solutions and e-auctions. An additional number of qualified groups are joining the original “founding partners:” Banca Sella and Cerved for financial services and information; the Rina Group for certification and verification services, specialized titles for information content. In order to realize this initiative Italcementi established a new company, Newco.com, whose objective is the development of all new economy initiatives in the global construction sector. The launching and development forecast calls for 100 billion Italian lira to be spent over the next three years. The international implementation plan foresees a progressive expansion of BravoBuild’s operability in France, Belgium, Spain, Germany, Great Britain and the United States, during the year 2001, thereby confirming the international scope of the initiative.


Essroc: un milione di tonnellate in più Essroc: up by one million tonnes

E

ssroc, filiale nordamericana di Italcementi Group, ha presentato domanda per il rilascio del benestare alla seconda fase del programma di ampliamento per 260.000 tonnellate nella cementeria di Picton in Ontario e per 750.000 tonnellate nella cementeria di Speed nell'Indiana. Si prevede che, una volta ottenute le necessarie autorizzazioni ambientali ed edilizie, il programma di ampliamento sarà completato in un lasso di tempo di un anno per il sito di Picton e di due anni per quello di Speed. I programmi di modernizzazione e ampliamento utilizzeranno molte delle più avanzate tecnologie tese a massimizzare la tutela ambientale e a fornire alla società tutti gli strumenti necessari a far fronte a future nuove regolamentazioni in difesa dell'ambiente attualmente in corso di esame da parte dell'Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (USEPA) e del Ministero dell'Ambiente e dell'Energia (MOEE) del Canada. L'ampliamento di Speed comporterà un investimento di 148 milioni di dollari per un molino e una linea di produzione da 3.300 tonnellate di clinker al giorno e un investimento di circa 15 milioni di dollari per migliorie ambientali. L'ampliamento dell'impianto di Picton, per un investimento di 55 milioni di dollari, non solo porterà grossi benefici ai clienti di Essroc operanti in un mercato da otto milioni di tonnellate comprendente la regione dei Grandi Laghi, l'Ontario e il midwest, ma

incrementerà anche le generali performance ambientali dell'impianto stesso. La cementeria di Speed, costruita dalla Louisville Cement Co. nel 1870, è stata rinnovata nel 1977 con un investimento di 25 milioni di dollari. Fu poi acquisita nel 1985 da Coplay Cement, che cambiò il proprio nome in Essroc nel 1989. Con un organico di 212 unità, l'impianto serve principalmente il mercato del Midwest e le aree sud atlantiche che comprendono l'Indiana, il Kentucky, l’Ohio, l'Illinois, il Tennessee, e il Nord e Sud Carolina. L'impianto di Picton, costruito dalla Lake Ontario Cement Co. nel 1955, è stato acquisito da Essroc nel 1986. Con un organico di 205 unità, serve principalmente il mercato dell'Ontario e, negli Stati Uniti, le aree del midwest e della costa est in particolare il Michigan, l'Ohio e New York. L'espansione dell'impianto di Picton farà seguito al programma di modernizzazione da 120.000 tonnellate e per un investimento di 26 milioni di dollari attualmente in corso. La modernizzazione prevede una serie di migliorie al sistema di macinazione e ai silos di miscelazione, l'installazione di un sistema di campionatura dei materiali in linea, un nuovo sistema di alimentazione del molino del crudo e un sistema di riscaldamento indiretto. Il programma di modernizzazione e ampliamento di Picton dovrebbe incrementare la sua capacità produttiva annua di 260.000 tonnellate. Importanti migliorie saranno fatte ai sistemi di preriscaldamento e di raffreddamento del clinker e

un nuovo molino verticale sarà installato al forno 4. L'esistente molino del forno 4 con il relativo equipaggiamento di depolverazione sarà usato per il forno 3 per accrescerne le performance ambientali e operative. Due molini a sfere saranno convertiti per la macinazione del cemento. Il sistema di riscaldamento indiretto e il sistema di esclusione delle polveri del forno del cemento saranno operativi entro la fine dell'anno. L'attuale precipitatore elettrostatico sarà sostituito da un locale filtri. Il locale filtri opererà come un gigantesco pulitore pneumatico che forza l'aria attraverso un sacco e intrappola la polvere che può o essere rimessa in produzione o venduta come prodotto derivato del processo di produzione del clinker. Una nuova strumentazione per il monitoraggio delle emissioni sarà installata per assicurare che i livelli degli impianti siano conformi alla futura legislazione. Benché i metodi

La torre di preriscaldamento a Speed. The preheater tower at Speed.

di monitoraggio attualmente utilizzati indichino che l'impianto è già conforme alle norme di legge, la nuova strumentazione permetterà a Essroc di controllare e monitorare i livelli di emissione in modo costante. L'aumentata efficienza termica del nuovo sistema di riscaldamento indiretto ridurrà già di per sé le emissioni per ogni tonnellata prodotta. Oltre il 35% del clinker prodotto da Picton e destinato al mercato del Michigan è attualmente sottoposto al processo di macinazione presso l'impianto di Essexville, Michigan. Poiché la capacità di macinazione dell'impianto canadese è stata ampliata soltanto per la macinazione delle addizionali 260.000 tonnellate di clinker, il centro di macinazione di Essexville continuerà a giocare un ruolo fondamentale nella distribuzione della produzione di Picton. “Una volta completati gli ampliamenti ci

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posizioneremo bene per il futuro”, afferma Robert M. Rayner, presidente e direttore generale. “Aumenteremo il livello della nostra capacità produttiva interna e contemporaneamente miglioreremo la nostra efficienza operativa per diventare più competitivi e realizzare il nostro obiettivo di trasmettere maggior valore attraverso i nostri uomini, i nostri prodotti e i nostri servizi”. “Entrambi gli ampliamenti da un lato ridurranno la dipendenza dell'azienda dalle importazioni, dall'altro soddisferanno l'aumentata richiesta da parte del mercato. Comunque, Essroc gode ancora di una certa flessibilità per aumentare le proprie importazioni in caso di possibili picchi di richiesta che eccedano il più alto livello di capacità produttiva.” Stando alle previsioni della Portland Cement Association (PCA) e della Cement Association of Canada (CAC), la domanda totale di cemento dovrebbe essere di circa 10 milioni di tonnellate per la zona servita dall'impianto di Speed e di circa 8 milioni di tonnellate per l'area approvvigionata dalla cementeria di Picton. A trarre beneficio dalle capacità produttive supplementari non saranno comunque solo i due mercati locali per i quali i due progetti di ampliamento sono stati inizialmente concepiti: Essroc dispone infatti di un sistema logistico flessibile che collega tutti i suoi impianti e consente di ottimizzare lo sfruttamento della propria capacità produttiva garantendo anche ai mercati più lontani affidabilità e continuità di approvvigionamento. ■ ■ ■ ■ ■ ■

I

n North America, Essroc (Italcementi Group) is applying for permits for the second phase of the 260,000 metric ton expansion of its Picton, Ontario, plant and a 750,000 metric ton expansion of its Speed, Indiana, plant. The expansions are expected to take one and two years, respectively, once the proper environmental and construction permits are

approved. The modernization and expansion programs will incorporate many of the latest technologies to maximize environmental improvements, helping the company to prepare for proposed environmental regulations currently under consideration by the U.S. Environmental Protection Agency (USEPA) and by the Ministry of the Environment and Energy (MOEE) of Canada. The $148 million expansion at Speed will include a new 3,300-ton per day clinker production line and finish mill as well as nearly $15 million in environmental improvements. Picton’s $55 million expansion will not only benefit customers in Essroc’s eight million tonne Great Lakes, Ontario and midwest markets but will also improve the plant’s overall environmental performance. The Speed plant was built by Louisville Cement Co. in 1870 and underwent a $25 million renovation in 1977. It was purchased in 1985 by Coplay Cement, which changed its name to Essroc in 1989. The plant has a workforce of 212 people and serves primarily the midwest and south Atlantic market areas that include Indiana, Kentucky, Ohio, Illinois, Tennessee, North Carolina and South Carolina. The Picton plant was built by Lake Ontario Cement Co. in 1955 and was purchased in 1986 by Essroc. With a workforce of 205 people, the plant primarily serves the province of Ontario and customers in the Midwest and East Coast regions of the United States, in particular Michigan, Ohio and New York. The Picton expansion will follow the $26 million 120,000 tonne modernization program currently underway. The modernization includes improvements to the grinding system and blending silos, installation of online material sampling, a new raw mill feeding system and an indirect firing system. Picton’s modernization and expansion program is expected to increase its annual production capacity by 260,000 metric tons. Major improvements will be made to the preheater and

clinker cooling systems, and a new vertical roller mill will be installed for kiln #4. One existing kiln #4 roller mill and relative dedusting equipment will be used for kiln #3 to enhance the environmental and operating performance of this line. Two ball mills will be converted to grind cement. The indirect firing system and the cement kiln dust bypass systems will be operational by the end of this year. The current electrostatic precipitator will be replaced by a more efficient baghouse. The baghouse will operate like a giant vacuum cleaner as it forces air through a bag, trapping dust that can be either put back into production or sold as a byproduct of the clinker production process. New emissions monitoring instrumentation will be installed to insure that our levels are in compliance with anticipated legislation. Although current alternative periodic testing methods indicate the plant is in compliance now, the new instrumentation will allow Essroc to constantly monitor and report output levels. The increased thermal efficiency of the new indirect firing system alone will actually reduce emissions further on a per tonne basis. Currently, Essroc relies on the Essexville, Michigan, plant to grind more than 35 percent of Picton’s clinker production for the Michigan market. Because the Canadian plant’s grinding capacity is only being expanded enough to grind the incremental 260,000 tonnes clinker, the Essexville grinding facility will

La torre di preriscaldamento a Picton. The preheater tower at Picton.

continue to play an integral role in the distribution of Picton’s overall production capabilities.“Once completed, the expansions will position us well for the future,” says Rovert M. Rayner, president and chief operating officer. “We will raise our domestic production capacity another level while at the same time improve our operating efficiencies to make us more competitive and help us fulfill our mission to deliver superior value through our people, products and services.”“Both expansions will reduce the company’s dependence on imports and at the same time meet increased market demand. However, Essroc’s still retains flexibility to increase its import activity in response to any future demand surges in excess of the higher level of production capacity.” According to the cement industry projections by the Portland Cement Association (PCA) and Cement Association of Canada (CAC), the total market demand in the areas served by the Speed facility, is about 10 million metric tons and the Picton facility, about eight million metric tons. While the additional capacities are designed to satisfy local demand in both plant markets, they will undoubtedly benefit Essroc customers regardless of location through Essroc’s flexible distribution system that is designed to provide continuous reliable supplies throughout its markets while maintaining the maximum use of its production capacities.


ArcVision 4  

Biotecnologie destinate a ricreare in vitro complessi processi naturali, ma anche edifici sensibili all’ambiente e autogeneranti: il futuro...

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