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Global Ridefinizione delle regole del sistema finanziario globale. Ritorno all’economia reale, alla produzione, alla ricchezza del lavoro umano A redefinition of the rules of the global financial system. A return to the real economy, to production, to the value of labor

Projects Riduzione formale e semplicità, recupero di linee sobrie e rigorose per un’architettura tra nuove tecnologie e tradizione Formal reduction and simplicity, a new focus on rigor and sobriety for architecture combining new technologies and tradition

News Casa 100K€ Italcementi e Cucinella insieme per costruire nuove idee 100K K€ Home Italcementi and Cucinella join forces to build new ideas La magia del cemento: declinazioni artistiche in architettura e scultura The magic of cement: artistic inflexions in architecture and sculpture


Rivista semestrale pubblicata da Six Monthly Magazine published by Italcementi Group via Camozzi 124, Bergamo, Italia Direttore responsabile Editor in Chief Sergio Crippa Caporedattore Managing Editor Francesco Galimberti Coordinamento editoriale Editorial Coordinator Ofelia Palma Realizzazione editoriale Publishing House Arcadata srl Redazione Editorial Staff Elena Cardani, Elena Tomei Autorizzazione del Tribunale di Bergamo n° 35 del 2 settembre 1997 Court Order n° 35 of 2nd September 1997, Bergamo Law Court

Ritorno alle basi

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aV aV Guido Tabellini aV Enrico Sassoon

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Ritorno ai fondamentali Back to Basics

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Una crisi annunciata

A Crisis Foretold

Intervista a Jacques Attali

Interview with Jacques Attali

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Regolatori e regole globali

Global Regulators and Rules

Intervista a Michael Spence

Interview with Michael Spence

Insegnamenti per il futuro

Lessons for the Future

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Lo scatto del Dragone

The Dragon Springs Back

Intervista a Xiongwen Lu e Yihong Yu

Interview with Xiongwen Lu and Yihong Yu

Risveglio possibile

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Maurizio Vogliazzo

Ritorno alla base

Back to Base

Testi a cura di / Texts by Elena Cardani

Perla di luce

Pearl of Light

Progetto di Paul Andreu

Project by Paul Andreu

Dove comincia l’architettura

Where Architecture Begins

Progetto di Coop Himmelb(l)au

Project by Coop Himmelb(l)au

Tra acqua e struttura

Between Water and Structure

Progetto di Snøhetta

Project by Snøhetta

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Copertina, il nuovo Teatro dell’Opera di Oslo

www.italcementigroup.com

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Back to Basics

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A Concrete Diamond

Progetto di Rafael Viñoly Architects

Project by Rafael Viñoly Architects

Semplice complessità

Simple Complexity

Progetto di Studio Granda

Project by Studio Granda

Miraggi verticali

Vertical Mirages

Progetto di DPA Dominique Perrault Architecture

Project by DPA Dominique Perrault Architecture

Solo pelle e ossa

Nothing but Skin and Bone

Progetto di Rudy Ricciotti

Project by Rudy Ricciotti

Scolpiti nella materia

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Progetto di De Yturbe Arquitectos

Project by De Yturbe Arquitectos

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Costruire nuove idee

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Sull’onda dell’innovazione

Riding the innovation wave

Italcementi Group lancia Alipre®

Italcementi Group introduces Alipre®

La magia del cemento

The magic of cement

Cover, the new Oslo Opera House

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Diamante di cemento

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Chiuso in tipografia il 30 giugno 2009 Printed June 30, 2009


Ritorno alle basi Back to Basics

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eo-keynesiani o neo-liberisti? Protezionisti o monetaristi? Se fino a qualche mese fa era impensabile una qualunque critica al sistema economico del libero mercato, ci troviamo ora ad assistere alla delegittimazione del modello globale, alla contestazione del capitalismo finanziario. La globalizzazione attuale rispetto a fenomeni storici comparabili dell’Occidente, siano essi la globalizzazione dell’impero romano o quella inglese di fine Ottocento o quella degli Stati nazionali di Bretton Woods, manca di un potere centrale regolatore e riequilibratore e si caratterizza invece per una sostanziale anarchia dove l’unica legge sembra essere quella del mercato e della concorrenza competitiva che condiziona gli Stati nazionali e ne limita la sovranità economico-produttiva. Le promesse della globalizzazione sono state tradite: la convergenza economicofinanziaria tra le diverse aree del globo si è trasformata in una redistribuzione disequilibrata della ricchezza, la rimozione di barriere e dazi e la rapidità di proliferazione dei fenomeni hanno finito con l’esporre i mercati agli effetti delle crisi finanziarie straniere. Due decenni di eccezionale crescita hanno ceduto il passo a scetticismo e incertezza per l’eccezionale rapidità con cui si è conclusa una fase storica ricca di prospettive di sviluppo economico, sociale e culturale su scala planetaria. Il crac dei grandi colossi finanziari americani, la fragilità dell’economia Usa, la crisi energetica e l’emergenza clima, la caduta di credibilità dell’Occidente come modello economico da imitare e una recessione che non risparmia i paesi emergenti impongono riflessioni serie e contromisure tempestive. Da un lato chi invoca un intervento regolatore dello Stato attraverso salvataggi bancari, sostegno all’industria nazionale, chiusura delle fabbriche decentralizzate all’estero, pacchetti di interventi pubblici a favore del mercato interno e dell’economia locale. Un mix di misure protezionistiche che permetta maggiori controlli e restrizioni sui movimenti di capitale con una conseguente definanziarizzazione del sistema produttivo e la fine del dominio dei mercati finanziari sull’economia reale. Dall’altro chi, di fronte alla crisi, intravede lo spettro del protezionismo come male assoluto da combattere ed errore da non ripetere: il Buy American Act del ‘30 e le leggi protezionistiche inglesi del ‘31 acuirono la Grande Depressione e trascinarono il mondo nell’incubo della stagnazione degli anni Trenta, e via via al nazionalismo e alla Seconda Guerra Mondiale. Le tentazioni stataliste rappresentano la reazione classica alla recessione, la soluzione più rassicurante, ma non la più efficace: le crisi sono cicliche ed endemiche al capitalismo e al libero mercato, i rischi fanno parte del gioco, ma le economie aperte crescono e innovano più delle economie chiuse e sono le uniche a generare nuova occupazione. La riparazione dei bilanci di imprese o di istituti di credito di fatto già falliti finirebbe col produrre unicamente perdite di efficienza, asfissia degli investimenti privati e impennate inflazionistiche. Difficile trovare la ricetta giusta, di certo c’è che il Libero Mercato non è stato in grado di autoregolamentarsi e che la globalizzazione non può essere lasciata a se stessa, ma va governata. Non si tratta di dire “globalizzazione sì” o “globalizzazione no” ma “globalizzazione, quale”: se il mercato acquista una dimensione globale anche le regole – e le responsabilità – economiche, politiche e sociali devono essere fissate a livello globale. La ricapitalizzazione del sistema bancario, la creazione di liquidità e la riduzione delle imposte a sostegno dell’imprenditorialità e dell’economia reale sono tutti interventi necessari e urgenti, ma di per sé non decisivi sul piano sistemico. Risultati efficaci e duraturi sono invece da ricercarsi negli investimenti in innovazione e tecnologia e in una nuova finanza virtuosa nella quale il ruolo dei mercati monetari sia di alimentare e sostenere lo sviluppo, concorrere a una corretta informazione ed educazione dei cittadini in materia economica, incentivare all’accumulo di capitale umano più che di capitale materiale o finanziario. Ritorno ai fondamentali, dunque, ritorno al lavoro per tornare a produrre ricchezza. Un “Back to Basics” che non sia solo slogan per il rilancio dell’economia reale, ma concreto momento di ripensamento sociale e culturale, occasione per una nuova architettura della finanza mondiale, ma anche occasione per una nuova architettura urbana a misura d’uomo. “Torniamo alle sedie-sedie, alle case-case, alle opere senza etichetta, senza aggettivi, alle cose giuste, vere, naturali, semplici e spontanee” Giò Ponti (1949).


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eo-Keynesians or neo-liberists? Protectionists or monetarists? Up until a few months ago any criticism of the free market economic system was unthinkable, yet today we are witnessing the delegitimization of the global model, an outcry against financial capitalism. Unlike comparable globalization phenomena in Western history such as the Roman Empire, the British Empire at the end of the 19th century, or the Bretton Woods system of nation-states, today’s globalization lacks the checks and balances of a central power; its distinguishing feature is substantial anarchy, where the law of the market and competition seems to be the only law, conditioning the nationstates and limiting their economic and productive sovereignty. The promises of globalization have been betrayed: the economic and financial convergence of the regions of the world has been transformed into an uneven redistribution of wealth, while the removal of barriers and duties and the speed at which phenomena proliferate have left markets exposed to the effects of foreign financial crises. As a period of exciting prospects for economic, social and cultural growth on a planetary scale came to an end at breathtaking speed, two decades of exceptional growth have given way to skepticism and uncertainty. The collapse of America’s financial giants, the fragility of the US economy, the energy crisis and the climate emergency, the West’s loss of credibility as a benchmark economic model, and a recession that has not spared the emerging countries are phenomena requiring serious thought and timely countermeasures. Some commentators are calling for regulatory action by the State, with bank rescues, subsidies for national industry, closure of relocated overseas factories, public packages promoting domestic markets and local economies. A mixture of protectionist measures for tighter control of and restrictions on capital flows, leading to de-financialization of the production system and the end of the financial markets’ domination of the real economy. Other participants in the debate on ways to overcome the crisis regard the specter of protectionism as an absolute evil to be resisted, an error not to be repeated: the 1930 Buy American Act and Britain’s protectionist laws of 1931 amplified the Great Depression and dragged the world into the nightmarish stagnation of the 1930s, and from there toward growing nationalism and the Second World War. The temptation of State intervention is the classical response to recession, the most reassuring solution, but it is not the most effective answer: crises are cyclical, endemic phenomena of capitalism and the free market, risk is part of the game, but open economies grow and innovate more than closed economies and are the only system capable of creating new jobs. Patching up the balance sheets of companies or credit institutions that have effectively gone bust would only undermine efficiency, suffocate private investment and send inflation soaring. Finding the right remedy is no easy task: clearly, the Free Market failed to regulate itself and globalization has to be governed, not left to its own devices. The question is not whether we want globalization, but what sort of globalization we want: if the market operates in a global dimension, then all the economic, political and social rules—and responsibilities—have to be set at global level too. Recapitalizing the banking system, creating liquidity and cutting taxation to support business and the real economy are all urgent and necessary measures, but in themselves are not decisive at systemic level. Effective, lasting results should be sought through investment in innovation and technology, and through a new virtuous finance where the role of the money markets is to generate and sustain growth, provide correct information and education about economics, and stimulate accumulation of human rather than material or financial capital. A return to the fundamentals, in other words, a return to work to start producing wealth again. A “Back to Basics” that is not just a slogan for a recovery in the real economy, but a genuine social and cultural review, an opportunity for a new architecture in world finance and also for a new urban architecture designed for man. “Let’s go back to chairs that are chairs, houses that are houses, to creations without labels, without adjectives, to things that are real, true, natural, simple and spontaneous” Giò Ponti (1949).

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Una crisi annunciata A Crisis Foretold Intervista a Jacques Attali* Interview with Jacques Attali*

Origini della crisi finanziaria, responsabilità e possibili vie d’uscita. Senza troppo ottimismo. Origins of the financial crisis, underlying responsibilities and possible exit strategies. Little room for optimism.

Jacques Attali

Crisi finanziaria globale, e non solo. Contrazione del prodotto interno lordo, decremento del tasso di crescita delle esportazioni e stagnazione dei consumi colpiscono, sia pure in misura diversa, paesi avanzati e aree emergenti, dalla Cina alle tigri asiatiche, dall’Europa all’America all’Africa. La più grave recessione mai verificatasi nell’economia moderna, secondo le maggiori istituzioni sovranazionali, che impone la ridefinizione dei meccanismi di regolamentazione e governance a livello mondiale. Sperando in una moderata ripresa a partire dal 2010, ma, soprattutto, sperando che la lezione sia servita. A global financial crisis, and that’s not all. A decline in gross domestic product, falling export growth rates and a slump in consumer spending have, to a greater or lesser extent, hit the advanced countries and the emerging regions, from China to the Asian Tigers, from Europe to America and Africa. The worst recession of the modern economic age, say the top sovranational institutions, a crisis that has made a review of worldwide regulatory and governance mechanisms essential. In the hope that a moderate recovery will begin in 2010, and, above all, in the hope that we have learned our lesson.

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acques Attali, importante economista di caratura internazionale, propone in questa intervista il proprio punto di vista sulla crisi finanziaria in atto e sulle sue cause. Ne emerge un quadro decisamente poco ottimista e molto critico verso i governi nazionali e le istituzioni internazionali che, a suo parere, non stanno ancora facendo abbastanza. A suo avviso, il punto più grave della crisi finanziaria è stato superato, o ci sono

ancora da temere delle sorprese, specie nel settore bancario? La crisi non è ancora terminata e non lo sarà fino a che non avremo una visione più chiara, ancora in buona parte assente, della situazione patrimoniale e di rischio delle banche. Oggi non sappiamo ancora tutto dei titoli tossici che gli istituti finanziari detengono in portafoglio e delle perdite connesse. Nel caso delle banche americane, poi, non vi è ancora chiarezza su come potranno superare quello che viene definito lo stress test.

Lei aveva da tempo lanciato segnali d’allarme sull’aggravarsi della situazione. Si è stupito di non essere stato ascoltato? Per nulla. Avevo previsto la crisi da tempo, tanto è vero che ne ho scritto nel mio ultimo libro, Breve storia del futuro. È anche vero che non mi aspettavo che la situazione precipitasse così rapidamente. Che una crisi profonda stesse maturando era comunque chiaro per chiunque volesse osservare l’evoluzione non solo del settore finanziario negli Stati Uniti, ma anche di molti tra i principali settori industriali, che mostravano profondi e crescenti squilibri. Purtroppo, molti hanno trovato più comodo fare finta di niente, o hanno sottovalutato la gravità della situazione. Con pochissime eccezioni, anche gli economisti non sono stati capaci di anticipare la crisi e le sue così rilevanti dimensioni. Come lo spiega? Il motivo è che sono una categoria che non guarda adeguatamente la realtà: cercano, di norma, di essere


Vi sono delle organizzazioni pubbliche (come Fmi, Banca mondiale, banche regionali e banche centrali) o private (società finanziarie, agenzie di rating e le stesse banche) che portano delle responsabilità particolari per la crisi finanziaria? Sostanzialmente tutte quelle menzionate. Le grandi istituzioni finanziarie mondiali non hanno visto, le banche centrali non hanno vigilato, le agenzie di rating non hanno fatto le necessarie valutazioni. Quanto alle organizzazioni private, come le banche e le istituzioni finanziarie, non hanno detto niente perché era loro interesse non far sapere cosa stava accadendo. Hanno fatto soldi in questo modo.

importanti sul rifinanziamento del Fondo monetario internazionale, per il quale è stata triplicata la dotazione, e sull’incremento dei crediti all’export, soprattutto per evitare effetti drammatici sulle economie dei paesi in via di sviluppo. A suo parere si tratta di misure efficaci? La cosa principale che si può dire del G20 è forse proprio il fatto che abbia avuto luogo. Per il resto, le decisioni relative al Fmi richiederanno parecchio tempo per essere messe in pratica e quelle sui crediti al commercio internazionale ancora di più. Le modifiche degli aspetti di regolamentazione hanno, poi, bisogno di essere meglio precisate. Per ridare fiducia ai risparmiatori e agli investitori occorre che vengano fissate delle regole ben precise per disciplinare le società finanziarie e i mercati, e fare in modo che le regole vengano rispettate. In parte queste regole c’erano già, ma il problema è stato che non sono state fatte rispettare.

Agli inizi di aprile si è tenuto il vertice del G20, dove sono state prese decisioni

Il Fmi parla ormai apertamente della “peggiore crisi economica dell’economia

ottimisti a ogni costo, perché è così che si guadagnano da vivere. Fanno fatica a valutare i rischi e soprattutto a comunicarli per tempo. E, comunque, sono rimasti a loro volta molto sorpresi da quanto è accaduto.

moderna” e prevede una leggera ripresa solo nel 2010, e un po’ più consistente nel 2011. Quali sono le sue previsioni? È chiaro che una ripresa la potremo vedere certamente non prima del 2010, e forse anche del 2011. È difficile fare previsioni precise, perché dipende molto da quali misure verranno introdotte sia nei vari paesi, sia a livello internazionale. C’è il rischio di un eccesso di interventi statali e di misure non coordinate su scala globale, e questo potrebbe rallentare o compromettere la ripresa.

Non pensa che anche in questo caso siano giustificati per sostenere l’occupazione e salvare centinaia di migliaia di posti di lavoro? No, gli aiuti vanno dati solo ad aziende con una capacità competitiva e un orientamento all’innovazione, non per far sopravvivere aziende che senza gli aiuti non sarebbero in grado di resistere. Quanto meno, gli aiuti all’auto andrebbero condizionati a un forte impegno di rinnovamento tecnologico e ambientale, come ad esempio motori più puliti e auto più ecologiche.

Ma lei è a favore o contro una ragionevole quantità di intervento dello Stato a sostegno sia dei redditi delle persone, sia di aziende di portata rilevante e strategica? Sono in parte a favore e in parte contro. Naturalmente, un intervento come quello effettuato sulle banche per evitarne il collasso è stato indispensabile, ma sono contrario ad aiuti finanziari a imprese decotte e non competitive come quelle dell’auto negli Stati Uniti.

E per quanto riguarda il nuovo presidente americano Barack Obama, come valuta la sua azione in campo economico e finanziario nei primi mesi del suo mandato? Le azioni che ha avviato mi lasciano perplesso, almeno per ora. Di quanto ha fatto nei primi mesi di mandato presidenziale, trovo decisamente condivisibili la sua dottrina di comportamento politico generale, la sua visione del mondo, la sua strategia globale, il suo orientamento morale, il suo modo di lottare contro i guadagni spropositati

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dei banchieri e dei dirigenti delle imprese automobilistiche. Ma, per quanto riguarda il suo modo di affrontare la crisi finanziaria, trovo sbagliato che consenta che venga attuato il piano Geitner che, a mio parere, è almeno altrettanto scandaloso del piano Paulson, perché scarica tutte le perdite sui contribuenti. Se sarà attuato come annunciato, farà la fortuna dei banchieri di New York.

PlaNet Finance, organizzazione francese non-profit che ha come obiettivo lo sviluppo del microcredito. Editorialista de L’Express, è autore di numerosi libri, tradotti in più di venti lingue. Tra i suoi scritti vi sono saggi, romanzi, racconti per l’infanzia, una biografia di Blaise Pascal e anche un’opera teatrale. I suoi titoli più noti: La crisi, e poi? (2009), Liberare la crescita. 300 decisioni per cambiare la Francia (2008), Breve storia del futuro (2007), e il popolarissimo Noise: The Political Economy of Music con il quale nel 1985 ha spopolato negli Stati Uniti.

situation to collapse so quickly. Yet the fact that a severe crisis was imminent was obvious to anyone following trends not only in the US financial sector, but also in many key industrial sectors, where deep and growing imbalances had developed. Unfortunately, many people preferred to ignore the situation, or underestimated its severity.

Ogni paese dell’Unione europea persegue un proprio piano per combattere la crisi ed è stata ancora una volta evidente la mancanza di coordinamento o, ancor peggio, di una adeguata capacità di governance. Come uscirà l’Unione europea da questa crisi: più debole o più forte? Difficile a dire, quello che è chiaro è che la Commissione europea in questo frangente ha dato ancora una volta prova di eccessiva debolezza, e ora dovrà preoccuparsi di realizzare un rafforzamento della propria struttura. Abbiamo sempre più l’esigenza di una Commissione più solida e di un’Europa più potente, con un responsabile delle Finanze per tutto l’eurogruppo. Ma temo che, anche dopo la crisi, non raggiungeremo un grado più alto di capacità di decisione e di governo unitario ed efficace.

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With very few exceptions, economists failed to see the crisis coming and its overwhelming proportions. How do you explain this?

* Intellettuale, economista, filosofo e storico, Jacques Attali è consulente strategico di governi e organismi internazionali. È stato presidente della “Commissione per la liberazione della crescita”, istituita dal presidente francese Nicolas Sarkozy nel 2007 che ha concluso i lavori nel 2008 con 316 proposte formulate all’unanimità dai suoi componenti. Ha insegnato Economia teorica presso l’Ecole Polytechnique e l’Università Paris-Dauphine e dal 1981 al 1991 è stato consigliere economico del presidente francese François Mitterrand. Nel 1991 fonda e diviene primo presidente della Bers, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo dell’Europa dell’Est, e nel 1998 fonda

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well-known economist of international standing, Jacques Attali, in this interview, offers his view of the current financial crisis and its causes. The picture he paints leaves little room for optimism and is critical of national governments and international bodies, who, he believes, are still not doing enough.

Do certain public organizations (the IMF, the World Bank, regional banks and central banks) or certain private organizations (financial companies, ratings agencies and the banks themselves) bear specific responsibility for the financial crisis? By and large, all of them. The leading world financial institutions failed to see, the central banks failed to monitor, the ratings agencies failed to make the necessary assessments. As for the private sector, the banks and financial

In your opinion, has the financial crisis already hit bottom or there are other surprises in store for us, in the banking sector in particular? The crisis is not over yet and won’t be over until we have a clear view of bank balance sheets and risk, something that is still largely lacking today. We still don’t have the full story about the toxic assets held by financial institutions and the related losses. And as far as US banks are concerned, it is still not clear how they will pass the stress test. For some time you had been issuing warnings that the situation was worsening. Were you surprised that no one listened? Not at all. I predicted the crisis months ago, in fact I wrote about it in my recent book, A Brief History of the Future. At the same time, I have to say that I didn’t expect the

The reason is that economists, as a group, don’t look the facts full in the face: they tend to be optimistic whatever the cost, because that’s how they make a living. They have trouble assessing risks and, above all, giving people adequate warning. And in any case, they were taken by surprise, too.

institutions kept quiet because it was in their interest not to let people know what was going on. They made money that way. At the beginning of April, the G20 meeting took important decisions about the refinancing of the


International Monetary Fund, whose funds have been trebled, and about raising export credit, primarily to prevent dramatic effects on the economies of the developing nations. Do you think these measures are effective? Perhaps the main thing you can say about the G20 is the fact that it took place. Apart from that, it will take a long time to implement the decisions about the IMF and even longer to increase international trade credit. Also, the regulatory changes need to be specified in

greater detail. To restore confidence among savers and investors, the regulations governing financial companies and the markets have to be very clear, and they have to be enforced. Some of these regulations were already in place, the problem was lack of enforcement.

The IMF now talks openly about the “worst economic crisis of the modern economy” and forecasts a slight upturn only in 2010, and a somewhat stronger recovery in 2011. What are your thoughts? Obviously, we certainly shan’t see a recovery before 2010, and perhaps even 2011. Making precise forecasts is difficult, because a great deal depends on the measures that will be introduced by national governments and at international level. Excessive State intervention and a lack of

global coordination is a risk, and this could slow down or obstruct the recovery. But are you in favor or not of a reasonable level of State intervention to support personal income and companies of strategic importance?

I’m partly in favor and partly not. Clearly, the action taken to prevent the banks from collapsing was essential, but I am opposed to financial aid for insolvent, uncompetitive firms like the US automobile manufacturers. In this case isn’t State intervention justified to support employment and save hundreds of thousands of jobs? No, we should provide support only for companies with a competitive positioning and focus on innovation, not keep alive companies that otherwise would go under. At the very least, help for the automobile industry should be conditional upon a clear commitment to new technology and sustainability, for example development of cleaner engines and low-emission vehicles. Turning to the new US President, Barack Obama, how do you rate his economic and financial moves in the first few months of the presidency? For the time being at least, I am in two minds about his action in these early months. I welcome his general political approach, his world view, his global strategy, his moral stance, his fight against the exaggerated pay packets of bankers and executives in the auto industry. But in his approach to the financial crisis, I think he is wrong to give the go-ahead to the Geitner plan, which, in my view, is at least as outrageous as the Paulson plan, because it leaves the taxpayer footing the bill for all the losses. If the plan is implemented as announced, New York bankers stand to make a fortune. Each EU country has introduced its own plan to beat the crisis and once

again Europe’s lack of coordination or, worse, its inadequate governance has been obvious. How will the European Union come out of the crisis: weaker or stronger? It’s difficult to say, what is clear is that once again the European Commission has proved to be excessively weak, and now needs to think about beefing up its structure. There is a growing need for a more robust Commission and a more powerful Europe, with a financial officer for the entire eurogroup. But I’m afraid that even after the crisis we won’t improve decision-making and achieve more effective, unified governance.

* Intellectual, economist, philosopher, historian, Jacques Attali is a strategic consultant to national governments and international bodies. He chaired the “Commission for the Liberation of Growth” set up in 2007 by French President Nicolas Sarkozy, which produced a report in 2008 with 316 unanimous recommendations from its members. He taught Theoretical Economics at the Ecole Polytechnique and the Paris-Dauphine University and was an economic advisor to French President François Mitterrand from 1981 to 1991. In 1991 he founded and became the first President of the European Bank for Reconstruction and Development (EBRD), established to assist the economic growth of Eastern Europe, and in 1998 founded PlaNet Finance, a French non-profit organization for the development of microfinance. A leader writer with L’Express, Jacques Attali has written many books, translated into more than twenty languages. His literary output also includes articles, novels, children’s stories, a biography of Blaise Pascal and a stage play. His best-known works are: La crise, et après? (2009), 300 Decisions for Changing France (2008), A Brief History of the Future (2007), and the highly acclaimed Noise: The Political Economy of Music, a best-seller in the USA in 1985.

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Regolatori e regole globali Global Regulators and Rules Intervista a Michael Spence* Interview with Michael Spence*

Paura e confusione frenano investitori potenziali Fear and confusion hamper potential investors

sistemico associato a una leva sempre più forte, in connessione con valori molto elevati degli asset. Il risultato è stato che nessuno ha capito cosa stava accadendo finché il meccanismo non si è rotto.

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Michael Spence

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l Premio Nobel per l’Economia Michael Spence è noto innanzitutto per le sue analisi dei mercati in presenza di informazioni asimmetriche. Per Spence, la crisi finanziaria ha radici ben precise nell’insufficiente regolamentazione di ampie parti del sistema finanziario internazionale, che richiede energici interventi sia su scala nazionale sia globale. E si aspetta che le conseguenze reali della crisi possano durare a lungo, con una ripresa economica che si manifesterà non prima del 2010 o 2011. Prima della ripresa dell’economia, prevede il Premio Nobel, ci sarà un recupero del mercato azionario, già nel 2009. In questa intervista, rilasciata in occasione del convegno “L’America di Obama: ritorno al futuro” della Fondazione Italcementi, Michael Spence spiega in modo chiaro ed esteso i suoi punti di vista e le sue opinioni. Professor Spence, è stato colto di sorpresa dalla crisi finanziaria, o in qualche modo se l’aspettava? La crisi mi ha certamente sorpreso ma, ciò che è più importante, è che l’intero sistema, dagli operatori ai legislatori, è stato colto di sorpresa.

Perché, a suo parere, così poche persone, economisti compresi, sono state in grado di anticipare l’avvento della crisi, e ancor meno le sue colossali dimensioni e l’estensione globale? Per rispondere adeguatamente a questa difficile domanda occorrerebbe che un pool di autorevoli esperti di grande e provata capacità lavorasse a stretto contatto col mondo accademico per capire esattamente cosa è successo. In prima istanza, si può dire che quanto accaduto è strettamente correlato con la gestione del rischio. Il problema è stato che il mercato aveva dei modelli di rischio la cui caratteristica principale era di considerare i rischi essenzialmente come esogeni rispetto a un quadro stazionario e scarsamente interconnesso, che è quanto occorre per far sì che i modelli di assicurazione e diversificazione possano funzionare. La questione è che i rischi si sono rivelati essere del tutto endogeni, non stazionari nel tempo e progressivamente interrelati. E questo li ha resi sistemici. Nei fatti è successo che non provenivano dati sufficienti dal mercato per permettere di capire cosa stava accadendo, così è cresciuto un rischio

Ritiene che vi siano delle istituzioni pubbliche o organizzazioni private maggiormente responsabili rispetto ad altre nell’avere determinato la crisi? Banche, società finanziarie, grandi imprese o altro? No, penso vi sia una molteplicità di aspetti che riguardano gli attori del mercato, le loro operazioni, gli incentivi, le informazioni, la trasparenza, la gestione dei derivati, le agenzie di rating e le regole del mercato. Tutto questo andrà esaminato e affrontato allo scopo di rendere migliori e più efficienti i mercati, sia quelli nazionali, sia quello globale. Ma neppure le grandi istituzioni finanziarie mondiali, come il Fondo monetario e la Banca mondiale, o come le banche centrali e gli organismi di vigilanza sembrano avere capito cosa stava succedendo. E tanto meno hanno avvertito i risparmiatori dei pericoli che correvano. Neppure loro sono da biasimare? Penso che dobbiamo biasimare noi stessi, anche se nell’insieme ciascuna delle istituzioni menzionate deve assumersi una parte della responsabilità. Ritengo che nessuno di questi attori sapesse, o abbia capito, quanto fosse diventata pericolosa l’instabilità potenziale che si era venuta a creare. Il nostro compito più importante non è solo capire di chi è la responsabilità di quel che è successo, ma soprattutto perché è successo. Mettiamola così: se ci fosse davvero qualcuno in

particolare da biasimare, qualcuno che è stato tanto bravo da imbrogliare il sistema, allora oggi vedremmo un certo numero di bilanci di istituzioni finanziarie in ottimo stato. Ma non ce n’è neanche uno. Ciò significa che anche le più sofisticate istituzioni finanziarie del sistema globale detenevano titoli tossici e con un alto tasso di indebitamento. Questo per me significa che, in linea generale, c’è stata sia tra i regolatori sia tra gli operatori una diffusa mancanza di consapevolezza del crescente livello di rischio. Si può però argomentare che, se un’istituzione finanziaria forza la vendita di mutui a persone che sono prive di risorse e senza chiedere garanzie, ottiene il risultato immediato di arricchirsi, costruendo però una piramide di carta alla cui base non c’è nulla ed è quindi destinata prima o poi a cadere. Dunque, esistono delle precise responsabilità che vanno dal singolo venditore fino al Ceo e oltre. Non è d’accordo? Certamente sì. Per fare i conti giusti occorre guardare a tutte le parti del sistema e una di queste è senz’altro la mancanza di regolamentazione nella generazione di mutui, specie quelli definiti subprime. Su ciò non ho dubbi, ma una volta definito questo aspetto, ce ne sono molti altri che fanno la parte del leone. Questo non è stato un problema solo di mutui subprime, ma di un massiccio accumulo di debiti e di rischi sistemici, oltre che di una esagerata securitizzazione, solo in parte costituita dai subprime. Ci si era illusi che una frammentazione molto estesa dei rischi avrebbe disinnescato una potenziale bomba a tempo. Cosa non ha funzionato?


È vero, la frammentazione del rischio ha prodotto l’estensione del problema. D’altra parte la securitizzazione è una soluzione del tutto ragionevole, in grado di ridurre i rischi. Ma la sua efficacia dipende dalla qualità del credito sottostante e, se questa viene a mancare, nascono i problemi, come si è visto. Lei crede che le misure economiche e finanziarie adottate finora su scala nazionale e sovranazionale, comprese quelle approvate dal Gruppo dei 20 (G20), possano essere sufficienti a scongiurare una recessione globale? No, non credo che potremo evitare una recessione globale, che sarà più forte negli Stati Uniti che in Europa, e un po’ meno severa in Giappone. Il grosso punto interrogativo riguarda i paesi in via di sviluppo, specie quelli ad alta crescita; non sappiamo, infatti, fino a che punto potranno sostenere i tassi di sviluppo registrati finora. Cosa occorre fare, secondo lei, per ricostituire un ragionevole livello di fiducia nei mercati finanziari e, soprattutto, nei mercati azionari? Dobbiamo considerare il breve e il lungo termine. Nel breve termine occorre ridare stabilità ai mercati, e il problema è che c’è ancora una elevata indisponibilità di credito, anche se per fortuna si è potuto evitare un collasso del sistema creditizio, che avrebbe determinato una pressione insostenibile sui mercati. Per ridare stabilità alla situazione avremo bisogno di introdurre misure di stimolo fiscale coordinate, e acquisire asset a rischio. Dobbiamo, cioè, stabilizzare sia l’economia reale sia i mercati. Per ora il capitale privato fatica a tornare indietro verso il sistema finanziario, e sta alla finestra per quanto

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riguarda il mercato azionario. È un mercato di trading a breve, non ci sono investimenti finanziari che puntino alla creazione di valore. Il motivo è che gli investitori finanziari non sanno ancora se è stato toccato il fondo. E in effetti, la ragione per cui non sappiamo se è stato toccato è che dipende da un fattore esogeno, cioè dalla portata della recessione. Molti protagonisti del mondo economico e finanziario – economisti, banchieri, leader d’impresa, statisti e altri – dichiarano ripetutamente che occorrerà molto tempo per superare la situazione che si è creata, e questo spaventa a morte la gente. Non si dovrebbe curare in modo più responsabile l’aspetto psicologico della crisi, dato che la paura e l’incomprensione spesso aggravano i problemi reali? È certamente così. In una situazione come quella che abbiamo davanti l’aspetto psicologico è fondamentale. Ci sono paura e confusione e una sostanziale mancanza di coordinamento. Ci sono molti investitori potenziali che hanno denaro da investire e che sanno molto bene che siamo di fronte a una opportunità, ma restano a guardare perché non sanno se è già arrivato il momento, e non vogliono certo essere i primi

a muoversi. Non si può dire che non abbiano le loro ragioni: nell’anno precedente al settembre 2008, quando la crisi è precipitata, chi ha investito – fondi sovrani inclusi – ha registrato perdite comprese tra il 25 e il 60%. E dunque non si faranno vedere finché non ci sarà più chiarezza. C’è qui un problema di coordinamento che spetterà ai governi risolvere: in sostanza, saranno costretti ad acquistare asset sul mercato per ridare fiducia alla gente.

Lei si aspetta che la recessione che è già cominciata sarà lunga, come molti temono? Penso anch’io che ci vorrà molto tempo, perché il livello di indebitamento è molto elevato e ci vorrà parecchio perché scenda a uno stato fisiologico. Mi aspetto che occorrano due o tre anni per tornare a tassi di crescita positivi in molti paesi. Per fortuna, la stabilizzazione dei mercati finanziari potrà probabilmente procedere più velocemente, già dal 2009.

Molti dicono che stiamo per assistere a un’ondata di nazionalizzazioni, che si rischia che lo Stato occupi una parte eccessiva dello spazio di mercato. A quali asset ci si riferisce? Ci sono molte cose che un governo può fare, come acquisire titoli tossici, mettere mano al mercato dei mutui immobiliari, che è quanto era ed è supposto fare il Tarp (Troubled Assets Relief Program), andare in soccorso di soggetti fortemente indebitati che non ce la fanno da soli. Molte banche centrali stanno già acquistando titoli spesso detenuti da enti locali. Tutto questo può essere esteso in direzioni diverse. In alcuni casi, se le circostanze sono favorevoli, si può anche concepire la partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese o delle banche.

Che genere di riforme del sistema finanziario saranno necessarie per evitare che episodi di cattiva gestione, come quelli che hanno determinato la crisi dei subprime e quella finanziaria più generale, possano ripetersi? Ci sono due aspetti, uno su scala nazionale e uno di portata internazionale. Su scala nazionale occorre un nuovo set di regole che copra in modo più ampio il mercato. Oggi esiste in Europa e in America un sistema bancario “ombra” che rimane in buona parte non regolato e che può creare forti instabilità; questo va cambiato attribuendo delle precise responsabilità a ogni parte del sistema finanziario. Parlo di trasparenza, reporting, incentivi, norme. Sul piano globale occorre un ragionevole grado di

armonizzazione tra le diverse giurisdizioni, per avere maggiori possibilità di arbitraggio, e flussi di capitali meglio regolati. Ciò implica che le istituzioni finanziarie internazionali, come il Fondo monetario, dovranno avere maggiori poteri di regolazione e controllo e più risorse per fare fronte ai propri compiti.

* Premio Nobel per l’Economia nel 2001, insieme a George A. Akerlof e Joseph E. Stiglitz, per gli studi sui mercati con asimmetria di informazione, A. Michael Spence è presidente della Commission on Growth and Development (Commissione per la Crescita e lo Sviluppo), gruppo indipendente formato da eminenti rappresentanti governativi, decisori politici e operatori economici, sostenuto dalla Banca mondiale e da vari Stati. La Commissione è stata creata “per fare il punto sullo stato delle conoscenze teoriche ed empiriche sulla crescita economica allo scopo di fornire utili direttive politiche alle generazioni di governanti di oggi e di domani”. Nato nel 1943, Spence si laurea con lode in Filosofia a Princeton e ottiene successivamente un BA-MA in Matematica a Oxford e un PhD in Economia a Harvard. Ha insegnato a Stanford e Harvard ed è stato preside della Stanford Graduate School of Business dal 1990 al 1999.


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conomics Nobel Prize W inner, Michael Spence is best known for his analyses of markets with asymmetric information. According to Spence, the financial crisis can be clearly traced to insufficient regulation of broad areas of the international financial system, and requires vigorous national and global intervention. The crisis will have prolonged real consequences, he believes, with an economic recovery not emerging before 2010 or 2011. The turnaround in the economy, says the Nobel Laureate, will be preceded by a recovery on the equities markets, as early as 2009. In this interview, recorded at the Italcementi Foundation conference “Obama’s America: back to the future”, Michael Spence explains his views in detail. Professor Spence, did the financial crisis catch you by surprise, or were you expecting something to happen? The crisis certainly caught me by surprise, but the important point is that the entire system was caught unawares, from economic players to legislators. Why do you think so few people, including economists, foresaw the arrival of the crisis, let alone its global dimensions and the depth of its impact? To find a satisfactory answer to that difficult question, a pool of distinguished and highly experienced experts would have to work closely with the academic community to see exactly what happened. The first thing to say is that risk management was a key factor. Basically, the risk models used by the market treated risks as essentially exogenous with respect to a stationary situation

with few interconnections, which is what you need for insurance and diversification models to work. The trouble was that risks turned out to be completely endogenous, not stationary over time, with growing interconnections. This meant they became systemic risks. Meanwhile, the market was not providing sufficient data for analysts to understand what was happening. So we had a growing systemic risk associated with an increasingly powerful lever, together with very high asset values. And no one realized what was going on until the mechanism broke down. Do you think certain public institutions or private organizations bear greater responsibility than others for the crisis? Banks, financial companies, major corporations or others? No, I think numerous factors are involved, relating to market players, their operations, incentives, information, transparency, derivatives management, ratings agencies and market rules. All this will have to be analyzed and resolved to improve the markets, domestic and global alike, and make them more efficient. But not even the leading world financial organizations like the IMF or the World Bank, or the central banks and the regulatory authorities seem to have realized what was going on. And they certainly did nothing to advise savers of the risks they were running. Shouldn’t they at least be blamed? I think we have to blame ourselves, although as a whole each of the bodies you mentioned must take some responsibility. In my opinion, none of these players knew

or understood just how dangerous the potential instability we had created was. Not only do we have to understand who was responsible for what happened, but, more important, why it happened. Put it like this: if there really was someone in particular we could blame, someone clever enough to fool the system, then the balance sheets of a certain number of financial organizations would be in an excellent state of health today. But not one of them is. In other words, even the most sophisticated financial players in the global system were holding toxic assets and a heavy debt load. To me, this indicates a widespread unawareness of the growing level of risk, among regulators and operators alike. Yet you could argue that if a bank insists on selling mortgages to people with no means, without asking for guarantees, it may get rich in the short term but its wealth is a paper pyramid built on nothing and bound to collapse sooner or later. So there is a clear line of responsibility, from the individual advisor to the CEO and beyond. Wouldn’t you agree? Yes of course. To get a true picture, we have to consider every element of the system, and certainly one of these is the lack of regulations governing mortgages, and subprime mortgages in particular. There’s no doubt about this, but having established that, there are still many other elements playing a far greater role to be considered. The problem is not just subprime mortgages, but a massive accumulation of debt and systemic risks, as well as excessive securitization, relating only in part to subprime loans.

People thought that extensive risk fragmentation would defuse the potential time bomb. What went wrong? It’s true, the fragmentation of risk has extended the problem. Securitization is an entirely reasonable solution to reduce risk. But its effectiveness depends on the quality of the underlying credit, and when that quality crumbles then the problems begin, as we have seen. Do you think the economic and financial measures introduced so far at national and international level, including the action approved by the G20, can ward off a global recession? No, I don’t think we can avoid a global recession, which will hit the USA harder than Europe, and be a little less severe in Japan. The unknown factor are the developing nations, especially those with high growth rates; we don’t know to what extent they will be able to maintain their current growth rates. In your view, what can be done to restore a reasonable level of confidence on the financial markets and on the equities markets in particular? We have to consider the short and the long term. Over the short term stability has to be restored to the markets, and the problem here is that the credit squeeze is still very strong, even though we have been fortunate enough to avoid a collapse in the credit system, which would have put the markets under unbearable pressure. To restore stability we need to introduce coordinated fiscal stimulus measures and also acquire assets at risk. In other words, we have to stabilize the real economy and the markets.

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At the moment, private capital is reluctant to turn back to the financial system, and has taken a wait-and-see approach as far as equities are concerned. We are seeing a short trading market, with no financial investments geared to value creation, because financial investors don’t know yet whether the crisis has bottomed out. And the reason we don’t know whether we’ve hit bottom is because this depends on an exogenous factor, on the extent of the recession. Many members of the economic and financial community—economists, bankers, corporate executives, government ministers and so on—keep saying it will take a long time before the current situation improves, and this frightens people to death. Shouldn’t more care be taken with the psychological aspect of the crisis, given that fear and a lack of understanding often make problems worse? That’s certainly the case. In a situation like today, the psychological aspect is fundamental. There is fear and confusion and a substantial lack of coordination. There are many potential investors with money

to invest who know perfectly well this is an opportunity, but they are still waiting because they don’t know if this is the right time and they certainly don’t want to make the first move. You can’t blame them: the year before September 2008, when the situation suddenly crashed, investors, including sovereign funds, took losses of between 25 and 60%. So they won’t be making a move until things become clearer. There’s a problem of coordination here, which it is up to governments to sort out: basically, they will have to buy assets on the market to restore people’s confidence. Many observers say we shall see a wave of nationalizations, with the risk of excessive State intervention. What assets do they have in mind? Government can do a lot, buy toxic assets, intervene on the building loans market, which is what the TARP (Troubled Assets Relief Program) was and is supposed to do, help out when debt loads get too heavy. Many central banks are already buying a range of securities, often from local authorities. All this can be extended in a number of directions. In some cases, if conditions are right,

the State might even take shareholdings in companies or banks. Do you think the recession we are already facing will be a long one, as many people fear? I think it will take a long time, because debt levels are so high and will take considerable time to return to a physiological condition. In my view, many countries will need two or three years to return to positive growth. Fortunately, the situation on the financial markets will probably stabilize faster, as early as 2009. What sort of reforms are needed in the financial system to prevent a repetition of the kind of bad management that generated the subprime crisis and the financial crisis in general? Action has to be taken on two fronts, domestic and international. At domestic level, we need a new set of rules covering broader areas of the market. Today, America and Europe have a “shadow” banking system that is largely unregulated and can create enormous instability; this needs to be changed by attributing specific responsibilities to each

area of the financial system. I’m talking about transparency, reporting, incentives, standards. At global level we need a reasonable level of harmonization among the various jurisdictions to create greater opportunities for arbitrage and improve regulation of capital flows. This means that international financial bodies like the IMF should have greater powers of regulation and control and greater resources to perform their role.

* Winner of the 2001 Nobel Prize in Economic Sciences, along with George A. Akerlof and Joseph E. Stiglitz, for their analyses of markets with asymmetric information, A. Michael Spence chairs the Commission on Growth and Development, an independent group of leading practitioners from government, business and the policymaking arenas, supported by the World Bank and some governments. The Commission was established “to take stock of the state of theoretical and empirical knowledge on economic growth with a view to drawing implications for policy for the current and next generation of policymakers.” Born in 1943, Spence was awarded a BA summa cum laude degree in Philosophy from Princeton University, a BA-MA degree in Mathematics from Oxford University and a PhD degree in Economics from Harvard. He has held professorships at both Stanford and Harvard and served as Dean of Stanford’s Graduate School of Business from 1990 to 1999.


Insegnamenti per il futuro Lessons for the Future di Guido Tabellini* by Guido Tabellini*

Ripensare la regolamentazione del settore finanziario, vigilare sui rischi sistemici e garantire un maggiore coordinamento internazionale Financial regulation review, closer vigilance on systemic risk and greater international coordination

Guido Tabellini

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el dibattito sull’attuale crisi finanziaria ricorrono frequentemente tre tesi circa le cause della crisi e i rimedi per uscirne; tre argomentazioni che si rivelano però fallaci. Una prima diffusa opinione è che l’attuale crisi sia in gran parte causata da una regolamentazione eccessivamente blanda, che non ha saputo rispondere adeguatamente e in tempi rapidi alla crescente innovazione finanziaria, o da un’esagerata deregolamentazione. I fautori di questa tesi ritengono perciò che la soluzione consista nel correggere la “dose” della regolamentazione, aumentando la stessa e rendendola più severa.

È tuttavia erroneo ritenere che si tratti di un problema di quantità: tra i fattori responsabili della crisi vi è piuttosto un’impostazione complessivamente sbagliata della regolamentazione. Si considerino due dati: i mutui subprime, i prodotti finanziari la cui insolvenza ha dato origine alla crisi attuale, ammontano a un po’ più di un trilione di dollari su un totale di 80 trilioni di dollari di attività finanziarie del sistema bancario mondiale. Viene perciò spontaneo chiedersi come mai un errore di dimensioni relativamente ridotte rispetto al sistema finanziario globale possa avere oggi provocato una crisi di queste proporzioni. La risposta va cercata nella cattiva impostazione della regolamentazione e,

in particolare, in due fattori che hanno agito come “amplificatori” dello shock: la prociclicità della leva finanziaria, indotta dai vincoli imposti con Basilea 2, e alcuni principi contabili quali, ad esempio, le valutazioni delle minusvalenze secondo il principio “mark to market”. A fronte di uno shock che erode l’attivo degli intermediari finanziari, questi sono costretti a ridurre la leva finanziaria (cioè il loro debito) e, dunque, a vendere i titoli in attivo per fare cassa. Il problema viene in questo modo esacerbato: le vendite forzate riducono il prezzo degli assets, peggiorando i bilanci di altri investitori e inducendo ulteriori vendite di assets, in una spirale involutiva. Ma come è possibile che siano stati fatti simili errori nella regolamentazione? Certamente vi sono anche stati fenomeni di cattura dei regolatori e forse di arbitraggio, e una carenza nell’attuazione. Ma vi è stato soprattutto un errore di tipo concettuale: la scelta di monitorare ogni istituzione finanziaria su una base esclusivamente individuale, considerando quale parametro di valutazione il “value at risk” del singolo intermediario, senza tenere conto in alcun modo del rischio sistemico. Occorre pertanto ripensare la

regolamentazione e chiedersi quale debba essere in ultima analisi il suo obiettivo: quello di correggere gli incentivi distorti degli operatori, quello di creare dei cuscinetti che riducano la prociclicità della leva finanziaria, oppure quello di contenere i rischi, e se sì quali rischi? Una regolamentazione correttamente impostata dovrebbe rispondere a due esigenze: correggere gli incentivi distorti e ridurre le esternalità negative e il rischio sistemico, nella consapevolezza che valutare il risk management interno del singolo intermediario non è sufficiente. Questa impostazione dovrà tradursi in regole che riducano la dimensione assoluta della leva finanziaria e la sua prociclicità. Una seconda tesi frequentemente sostenuta è che alla base della crisi vi siano stati errori di politica monetaria, derivanti dall’adesione incondizionata e acritica a un paradigma che spingeva a guardare soltanto all’inflazione e alla necessità di stabilizzare le fluttuazioni economiche, e che ciò abbia alimentato le bolle speculative. Ed effettivamente, un eccesso di liquidità in circolazione è da annoverarsi fra le cause della crisi. Tuttavia, è sbagliato ritenere che si tratti di una diretta conseguenza di errori dei banchieri centrali.

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L’eccesso di liquidità riflette piuttosto squilibri globali connessi all’eccesso di risparmio della Cina e degli altri paesi emergenti, soprattutto asiatici, e ai loro massicci investimenti in titoli del Tesoro statunitensi. Un problema, questo, la cui soluzione è tutt’altro che ovvia. Gli squilibri globali possono, infatti, essere per certi versi efficienti nel convogliare liquidità là dove i rendimenti sono più elevati, ma al contempo rendono il sistema instabile, quale conseguenza dell’eccesso di offerta a livello mondiale. Un punto di partenza per affrontare tali squilibri è da ricercare in un maggiore coinvolgimento del Fondo monetario internazionale, che si assuma la responsabilità di vigilare sul rischio sistemico. A questo proposito, le recenti decisioni assunte dal G20 di aumentare le risorse a disposizione del Fmi sono un passo nella giusta direzione, e dobbiamo auspicare che alle parole seguano presto i fatti. Infine, è opinione diffusa che l’attuale situazione sia soprattutto il risultato di scelte sbagliate di politica economica (a livello di regolamentazione e di politica monetaria) compiute prima del manifestarsi della crisi. Il corollario di questa tesi è che basti correggere questi errori per scongiurare la prossima crisi. Ma, in realtà, alcuni tra gli errori più gravi sono stati compiuti durante la gestione della crisi stessa, e hanno contribuito significativamente a far precipitare la situazione; primo fra tutti l’aver consentito il fallimento di Lehman Brothers. Per evitare il perpetuarsi di simili sbagli, è necessario coordinare a livello internazionale nuove procedure per gestire fenomeni complessi quali il fallimento delle grandi banche e, più in generale, politiche tese a evitare l’aggravarsi di crisi sistemiche.

Un processo, questo, certamente non facile, poiché, in ultima analisi, l’unico soggetto che può coprire il rischio sistemico è lo Stato, dunque i contribuenti; sono questi ultimi, infatti, a doversi far carico dei debiti delle istituzioni in crisi, sia pure temporaneamente. Ma quale Stato, e quali contribuenti, quando l’istituzione finanziaria in crisi è una grande banca multinazionale? Questa crisi lascerà un segno profondo nell’economia e nella storia economica. L’impostazione di politica economica, l’assetto di regolamentazione, forse anche le istituzioni sovranazionali, non saranno più come erano prima della crisi. Ma per risolvere davvero i problemi rivelati dalla crisi, dobbiamo trarne le lezioni giuste, senza

farci incantare da idee sbagliate e superficiali come quelle ora ricordate.

* Guido Tabellini è professore di Economia presso l’Università Bocconi dal 1994 e rettore dal novembre 2008. Ha insegnato a Stanford e alla UCLA, è membro onorario straniero dell’American Academy of Arts and Sciences e fellow della Econometric Society e del Canadian Institute for Advanced Research. È stato insignito del Premio Yrjö Jahnsson dalla European Economic Association di cui è stato presidente. Fa parte di diversi centri di ricerca nazionali e internazionali, tra cui CESifo (Monaco) e Cepr (Londra), e di numerosi comitati scientifici ed editoriali. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche di macroeconomia e politica macroeconomica, economia internazionale e pubblica. Molte delle sue ricerche sono riassunte in due libri scritti con Torsten Persson: Political Economics: Explaining Economic Policy, MIT Press, 2000 e The Economic Effects of Constitutions, MIT Press, 2003.

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ebate on the current financial crisis tends to produce three theories about its underlying causes and possible remedies; all three arguments are misleading, however. A first common belief is that today’s crisis is largely the result of excessive deregulation or disproportionately lax regulation, incapable of delivering an effective, rapid response to growing financial innovation. According to the advocates of this theory, the answer is to adjust the “dose”, to increase regulation and make it more severe. Yet today’s problems are not a question of quantity: one of the reasons for the crisis is that the overall approach to regulation is faulty. Consider two figures: subprime mortgages, the financial products whose crack


triggered the catastrophe, amount to just over one trillion dollars on a total of 80 trillion dollars of financial assets in the world banking system. How, then, could an error of relatively minor proportions with respect to the global financial system have brought about a crisis of this magnitude? The answer lies in an ill-conceived regulatory approach and in two specific factors that “amplified” the shock: the procyclical effect of the financial lever generated by the restrictions imposed by Basel 2, and a series of accounting standards, such as mark-to-market recognition of capital losses. As the crisis erodes their assets, financial intermediaries have no choice but to reduce the financial lever (their debt, in other words), and sell assets to raise cash. This only makes the problem worse: forced sales bring down asset prices, impairing the balance sheets of other investors and leading to further asset sales, thus perpetuating the downward spiral. But how did these regulatory errors come about in the first place? Without doubt, there have been instances of regulatory capture and possibly of arbitrage, too, as well as

slack enforcement. Underlying it all, however, is a conceptual error: the decision to monitor each financial institution solely on an individual basis, to adopt “value at risk” of the individual intermediary as the criterion, without any thought at all for systemic risk. So we need to re-think regulation and decide what its ultimate objective is to be: to correct the unreasonable incentives of financial operators, to create buffers to mitigate the procyclicity of the financial lever, or to limit risks, and if so, which risks? An effective regulatory system should satisfy two requirements: it should correct unreasonable incentives and reduce negative external factors and systemic risk, bearing in mind that assessment of the individual institution’s internal risk management policy is only part of the picture. This approach should translate into rules designed to reduce the absolute dimension of the financial lever and its procyclicity. A second popular theory says that the crisis is the result of monetary policy errors stemming from unconditional, acritical deployment of a model focused solely on inflation and the need to stabilize economic fluctuations, and that this fueled

speculative bubbles. Certainly, a glut of liquidity is one of the reasons for the crisis. Yet this is not a direct consequence of errors by central bankers. Rather, excess liquidity is a reflection of global imbalances arising from an over-abundance of savings in China and the other emerging countries, in Asia in particular, and massive investment of these savings in US Treasury securities. This is a problem with no obvious solution. Global imbalances can, in some ways, prove efficient in channeling liquidity toward the highest yields, but in so doing they make for an instable system, as a result of excess supply at world level. A first step to deal with imbalances is to press for the International Monetary Fund to take on a greater role by assuming responsibility for monitoring systemic risk. On this point, the recent decisions taken by the G20 to boost funds for the IMF are a move in the right direction, and hopefully all the talk will soon be followed by action. The third widespread view is that the current situation is largely the outcome of bad economic policy decisions (concerning regulation and monetary policy) taken before the crisis emerged. The corollary is that a new crisis can be forestalled simply by correcting these mistakes. In fact, some of the most serious mistakes have been made in the actual management of the crisis and were significant contributing factors in the collapse; first and foremost, the decision to allow Lehman Brothers to go under. To avoid repetitions of this kind of mistake, we need coordination at international level of new procedures to handle complex phenomena such as the collapse of major banks and, more generally,

of policies designed to prevent systemic crises from deepening. This is certainly not an easy task, since, ultimately, the only party able to cover systemic risk is the State, in other words, the taxpayer; it is the taxpayer who has to take on the debts of firms in trouble, if only on a temporary basis. But which State, and which taxpayers, when the financial institution in trouble is a major multinational bank? This crisis will have lasting effects on the economy and on economic history. Economic policy models, the approach to regulation and perhaps even our sovranational institutions will change in its wake. But if we really want to resolve the problems highlighted by the crisis we have to learn the lessons it teaches, and not let ourselves be sidetracked by the superficial, poorly reasoned ideas examined here.

* Guido Tabellini has taught Economics at Milan’s Bocconi University since 1994 and became Rector in November 2008. He taught at Stanford and the UCLA. He is a foreign honorary member of the American Academy of Arts and Sciences, and a fellow of the Econometric Society and the Canadian Institute for Advanced Research. He is a recipient of the European Economic Association’s Yrjö Jahnsson Prize and was Chairman of this association. He is a member of a number of Italian and international research centers, including the CESifo (Munich) and the CEPR (London), and sits on several scientific and editorial committees. Guido Tabellini has published numerous scientific articles on macroeconomics and macroeconomic policy, international and public economics. Much of his research is collected in two books written with Torsten Persson: Political Economics: Explaining Economic Policy, MIT Press, 2000, and The Economic Effects of Constitutions, MIT Press, 2003.

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Lo scatto del Dragone The Dragon Springs Back Intervista a Xiongwen Lu e Yihong Yu* Interview with Xiongwen Lu and Yihong Yu*

Colpita dal calo della domanda globale, ma la Cina ha ottime prospettive già a breve termine China has been hit by the fall in global demand, but it already has excellent short-term prospects

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Xiongwen Lu

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ur se in misura inferiore ad altre importanti economie, anche la Cina è stata duramente colpita dalla crisi economica e finanziaria: crescita più lenta, export in calo, consumi interni stagnanti. Ma già dai prossimi mesi, secondo due importanti docenti della Fudan University, l’economia cinese potrebbe riprendere vigore, grazie a una serie di energiche misure varate dal governo alla fine del 2008. La Cina, insomma, sarà pronta a ripartire prima del resto del mondo. In che misura la Cina è stata colpita dalla crisi finanziaria, in termini di crescita del prodotto interno e di esportazioni, e quali le previsioni per il prossimo anno? Dato che le economie di tutto il mondo sono oggi fortemente interdipendenti, la Cina non ha purtroppo potuto evitare di essere colpita dalla crisi finanziaria, e questo si è manifestato innanzitutto con una brusca frenata nel tasso di crescita economica. Nel novembre 2008, i dati macroeconomici hanno chiaramente evidenziato un punto di svolta, mostrando un forte declino del tasso di

Yihong Yu

crescita delle esportazioni: quello denominato in dollari è calato del 2,2% (ed è stata la prima volta in un decennio), mentre quello denominato in renminbi è sceso del 9,9%. Se si guarda all’indice espresso in PPA (parità dei poteri d’acquisto), il calo è stato del 12,3%. Ma dopo l’annuncio da parte del governo centrale di una serie di misure di stimolo, il consumo interno ha preso a rafforzarsi, così il Pil 2009 dovrebbe, secondo le stime, salire di oltre l’8%. Le previsioni per il 2010 sono abbastanza diversificate, ma vi è un sostanziale consenso sul fatto che l’economia cinese si riprenda prima del resto del mondo. Qualcuno, tuttavia, teme possa essere ancora ostacolata dalla recessione internazionale, che si protrarrà anche nel 2010. È dunque forse ancora presto per fare previsioni. Sul lungo termine, però, l’economia cinese continuerà a registrare una forte crescita, quando anche l’economia mondiale si sarà ripresa, e l’aspettativa prevalente è che possa protrarsi ulteriormente per i prossimi, diciamo, 5-8 anni. Anche se meno di altri paesi asiatici, il modello di crescita della Cina degli ultimi

trent’anni si è basato su un forte orientamento all’export. Considerando i pesanti effetti sugli scambi internazionali della crisi finanziaria, ritenete che questo modello dovrà essere in qualche modo modificato, così da fondarsi maggiormente sul consumo interno? Indubbiamente, colpite dalla crisi finanziaria, molte aziende esportatrici sono fallite o hanno dovuto ridurre la produzione in maniera consistente. Il governo, in effetti, ha incoraggiato le imprese a modificare il proprio modello di sviluppo e a esplorare con maggiore attenzione le opportunità offerte dalla domanda interna. In effetti, le aziende che lavorano in prevalenza sul mercato domestico sono state scalfite solo marginalmente dalla crisi finanziaria, la qual cosa lancia un potente messaggio a molte delle vittime della crisi. Il governo cinese ha, dunque, predisposto una serie di politiche di sostegno. Va comunque tenuto

conto del fatto che, quando si verificherà la ripresa mondiale, la Cina continuerà a mantenere un vantaggio comparato relativamente alto sotto il profilo dell’export di prodotti, e questo in una prospettiva di lungo termine. Le esportazioni continueranno a costituire un’importante forza traente per l’intera economia cinese, anche se va appresa una fondamentale lezione, e cioè che dovremo sviluppare di più i settori ad alto valore aggiunto e forte intensità di conoscenze per rimpiazzare gradualmente quelli ad alta intensità di lavoro. Il governo cinese ha introdotto un pacchetto di stimolo all’economia del valore di ben 600 miliardi di dollari, per compensare gli effetti della crisi. Quali ne sono le componenti principali e quali i possibili effetti sull’economia? Il premier cinese Wen Jiabao ha presieduto, il 5 novembre dello scorso anno, un meeting


del Consiglio di Stato che ha individuato le principali azioni finalizzate a espandere i consumi interni e ad assicurare una crescita stabile e relativamente forte. Queste azioni comprendono progetti per il benessere delle persone, costruzione di infrastrutture, protezione dell’ambiente, ricostruzione di siti danneggiati da disastri naturali e incremento dei redditi medi in aree urbane e agricole, con sussidi più sostanziosi per i cittadini con bassi redditi (si veda, per un maggiore dettaglio, la scheda sulle “dieci misure di stimolo”). Secondo stime provvisorie, occorreranno come minimo 4.000 miliardi di renminbi per implementare queste misure entro la fine del 2010. Per accelerare i processi nel campo delle costruzioni, il Consiglio ha anche stabilito di aumentare di 100 miliardi di renminbi gli investimenti straordinari sostenuti dal governo centrale entro la fine dell’anno scorso e di allocare 20 miliardi

in via anticipatoria per i lavori di emergenza contro i disastri naturali. Tutto questo sarà seguito, secondo i programmi, da un totale di altri 400 miliardi di investimenti sociali a livello locale. La Cina e gli Stati Uniti sono strettamente legati sia dal punto di vista commerciale, sia finanziario. Non sorprende, dunque, che il segretario di stato americano Hillary Clinton abbia compiuto una visita ufficiale in Cina prima che in qualunque altro paese del mondo. Il fatto è che la Cina è il principale detentore di asset Usa a livello internazionale e nutre forti preoccupazioni in merito alla stabilità del dollaro. Cosa potrebbe accadere se, come è possibile, le autorità americane decideranno di lasciare indebolire ulteriormente il dollaro per combattere la recessione e migliorare la bilancia commerciale e corrente?

Nel corso della crisi attuale gli Stati Uniti sono certo molto motivati a svalutare il dollaro ma, come detto prima, le economie del mondo sono oggi fortemente interdipendenti ed è impossibile per l’America uscire dalla crisi da sola. La svalutazione del dollaro ha costretto molti paesi, e la Cina in special modo, a svendere molti dei loro asset in dollari, con conseguenti effetti negativi sugli sforzi americani di riavviare la propria crescita economica. La posizione del dollaro riflette l’andamento dell’economia Usa, ma anche lo status politico del paese sul piano globale. In questo speciale periodo di recessione, la posizione del dollaro condiziona la fiducia che altri paesi possono nutrire nell’economia americana nel quadro congiunturale mondiale. La conclusione è che sarebbe saggio per gli Stati Uniti sforzarsi di mantenere il valore del dollaro quanto più stabile possibile. Ovviamente, la moneta americana potrebbe subire una svalutazione in relazione alle più importanti commodity, una volta che si sarà concretizzata la ripresa mondiale, e si potrà verificare un nuovo ciclo d’inflazione, ma questa è un’altra storia. Quali sono in Cina le conseguenze sociali della crisi finanziaria in termini di disoccupazione e condizioni di vita, e cosa stanno facendo le autorità per fronteggiarle? La crisi ha avuto il risultato di aumentare il numero di disoccupati e di portare a una maggiore instabilità sociale. Il governo cinese ha così compiuto dei grossi sforzi per mantenere quanto più possibile la crescita su livelli sostenuti e per assicurare il pieno impiego ovunque fosse fattibile. Tutte le misure, quali gli incrementi negli investimenti, lo stimolo

dei consumi interni e il sostegno alle esportazioni hanno lo scopo di mantenere una crescita dinamica, il che a sua volta porta a contenere la disoccupazione e a scongiurare l’instabilità sociale. In termini generali, avete la sensazione che la crisi in atto abbia già raggiunto il punto peggiore, o vi aspettate nuove difficoltà? Da una prospettiva globale, si direbbe che la crisi finanziaria si stia avvicinando al punto più basso, mentre in termini di crisi economica ne siamo ancora ben lontani. La Cina, in effetti, non è molto colpita dalla crisi finanziaria, mentre lo è pesantemente dalla crisi economica, e per capire a che punto siamo di quest’ultima ci vorranno ancora diversi mesi. L’aspettativa più ottimistica è che l’economia globale inizierà a riprendersi in autunno, mentre quella pessimistica è che non ci sarà una ripresa fino al prossimo anno. Che genere di cooperazione internazionale, soprattutto in termini di nuove regole finanziarie globali, sarà necessaria per ridare fiducia agli investitori e ai consumatori di tutto il mondo? La crisi finanziaria si è propagata al mondo intero, rivelando la debolezza della supervisione e del controllo sui sistemi finanziari di ogni paese e la mancanza di coordinamento tra i vari paesi. Perciò, in primo luogo, occorre riformare il sistema finanziario globale. È necessario quindi che i governi si sforzino di attuare un maggiore coordinamento tra le proprie politiche economiche, evitando di adottare misure troppo rigide di controllo finanziario. Per esempio, la Cina potrebbe decidere di smettere di svendere gli asset americani se

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gli Stati Uniti decidessero di bloccare la svalutazione. Queste azioni vanno decise non solo come dimostrazione di senso di responsabilità nei paesi più importanti, ma anche come esempio di una maggiore coerenza di comportamento tra le diverse economie nazionali. In secondo luogo, le principali istituzioni finanziarie come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Asian Development Bank e altre ancora devono essere riformate per far sì che possano disporre di capitali sufficienti per affrontare con prontezza le crisi che si verificano nel mercato internazionale dei capitali. Se si pensa, poi, a una riforma del meccanismo di regolazione dei tassi di cambio, allora anche la creazione di una valuta regionale e mondiale può essere presa in seria considerazione. Ma la precondizione è che qualunque riforma deve avvenire solo dopo l’effettiva realizzazione della ripresa internazionale. Come per un’operazione

chirurgica, non si deve intervenire quando il paziente è troppo debole, ma unicamente quando è forte abbastanza. Solo così si può sperare di avere successo.

* Xiongwen Lu è preside della School of Management e direttore/fondatore del Chinese Marketing Research Center, alla Fudan University. È uno dei maggiori esperti di marketing della Cina, autore o co-autore di quattro libri e numerose pubblicazioni. Collabora come consulente di marketing con molte imprese cinesi e multinazionali straniere in Cina. È vicepresidente del Fourth National MBA Education Supervision Committee cinese, professore all’Università di Hong Kong e alla Norwegian School of Management. * Yihong Yu è vicepreside della School of Management della Fudan University. Ha insegnato in diverse università tra cui il MIT, la Sloan School, la Oxford University, la State University di New York e la Aoyama Gakuin University (Giappone). È autore o co-autore di oltre 30 saggi accademici e ha diretto oltre 10 importanti ricerche. Ha pubblicato più di 10 testi e manuali universitari su industria, economia, regolamentazione economica, competitività dell’industria cinese ed economia manageriale.

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lthough it has suffered less than other major economies, China has still taken a punishing blow from the economic and financial crisis: slower growth, falling exports, stagnating internal consumer demand. But thanks to a series of vigorous measures introduced by the government at the end of 2008, the Chinese economy could begin regaining strength over the next few months, say two distinguished professors at Fudan University. In short, China will be ready for a new start before the rest of the world. To what extent have China’s GDP and exports been affected by the financial crisis, and what is the outlook for the coming year? Since all the world’s economies are now closely interdependent, unfortunately China was unable to avoid the fall-out from the financial crisis, and the first sign was a sudden slowdown in economic growth. In November

2008 the macroeconomic data clearly reflected a downturn, with a sharp decline in export growth: the growth rate denominated in dollars fell by 2.2% (the first decrease in ten years), while the growth rate denominated in renminbi dropped by 9.9%. In terms of purchasing power parity, the decline was 12.3%. Nevertheless, since the central government announced its stimulus package, domestic consumer spending has begun to rise, and 2009 GDP should increase by more than 8% according to estimates. The forecasts for 2010 vary, but there is general agreement that China’s economy will recover before the rest of the world. Some observers are concerned, however, that China may continue to be hampered by the world economic recession, which will continue into 2010. So perhaps it is too soon to be making forecasts. Certainly, over the long term the Chinese economy will

Pechino vara dieci misure di stimolo 1 Casa. Costruzione di abitazioni a prezzi più accessibili e con affitti più bassi; accelerazione del programma di eliminazione delle baraccopoli; programmi pilota di ricostruzione di edifici rurali. 2 Trasporti. Accelerata espansione della rete di trasporti. Maggiori collegamenti ferroviari per passeggeri e trasporto di carbone. Estensione del trasporto merci. Nuovi aeroporti e autostrade. 3 Infrastrutture rurali. Costruzione di nuove infrastrutture. Miglioramento delle reti stradali, di distribuzione elettrica, di metano e di acqua potabile. Potenziamento delle reti di irrigazione. 4 Salute e istruzione. Miglioramento dei servizi sanitari e medici. Accelerazione dei programmi culturali ed educativi. Costruzione di licei nelle principali aree rurali. Nuovi centri culturali e scuole. 5 Ambiente. Migliore protezione ambientale con costruzione di sistemi fognari e di trattamento dei rifiuti. Prevenzione dell’inquinamento nelle città. Cinture verdi. Sostegni al risparmio energetico e controllo dell’inquinamento. 6 Industria. Stimoli all’innovazione e alla ristrutturazione industriale. Maggiore supporto allo sviluppo del settore high-tech e alle imprese di servizi. 7 Ricostruzione. Accelerazione dei programmi di ricostruzione nelle aree gravemente colpite dal terremoto del 12 maggio 2008. 8 Redditi. Aumento del reddito medio nelle aree urbane e rurali. Aumento dei sussidi all’agricoltura e all’allevamento. Aumento dei sussidi agli abitanti delle città con bassi redditi. Aumento dei fondi pensione per dipendenti di imprese. 9 Tasse. Estensione della riforma dell’imposta sul valore aggiunto a tutti i settori (con un beneficio per le imprese pari a circa 17,6 miliardi di dollari Usa). Incoraggiamento al miglioramento tecnologico. 10 Finanza. Maggiori supporti finanziari per sostenere la crescita. Aumento dei crediti bancari per progetti prioritari, aree rurali, piccole imprese, innovazione tecnologica e razionalizzazione industriale tramite M&A.


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continue to make robust progress, once the world economy has recovered, and the general view is that this will continue for an extended period, say 5-8 years. Even if less than in other Asian countries, exports have been a key driver of the growth model implemented by China over the last thirty years. In view of the severe effects of the financial crisis on international trade, do you think adjustments will have to be made, to give greater space to domestic consumption? Unquestionably, the financial crisis has put many exporters out of business or forced them to make sharp cuts in production. The government has encouraged companies to review their growth models and pay greater attention to the opportunities offered by domestic demand. And in fact companies focused primarily on the national market have been only marginally damaged by the financial crisis,

and this is a powerful message for many victims of the crisis. So the Chinese government has introduced a series of support policies. At the same time, however, when the world recovery comes, China will continue to retain a relatively strong comparative advantage in terms of exports, as far as the long term is concerned. Exports will continue to be a key driver for the Chinese economy as a whole, although we have to learn an important lesson: the need to put greater emphasis on developing knowledge-intensive sectors with high added value, to gradually replace labor-intensive sectors. The Chinese government has introduced a 600 billion dollar economic stimulus package to offset the effects of the crisis. What are the key elements of the package and what effects will it have on the economy? On November 5 last year, China’s premier, Wen Jiabao, chaired a meeting of the

Council of State to decide the key measures to boost domestic spending and guarantee stable and relatively strong growth. These measures include projects to improve people’s standard of living, build infrastructures, protect the environment, reconstruct areas damaged by natural disasters and raise average incomes in urban and agricultural areas, with larger subsidies for low-income earners (see the chart on the “ten stimulus measures” for further details). According to preliminary estimates, a minimum of 4,000 billion renminbi will be needed to introduce these measures by the end of 2010. To speed up construction work, the meeting also decided to raise the central government’s extraordinary investments by 100 billion renminbi by the end of last year and to provide an advance of 20 billion for emergency work to combat natural disasters. All this will be followed, under the plans, by local social investments for an additional 400 billion.

China and the USA have close trade and financial ties. So it was no surprise that Secretary of State Hillary Clinton’s first official foreign visit was to China. The fact is that China is the largest US asset holder in the world and is seriously concerned about the stability of the dollar. What might happen if, as is possible, the US authorities decide to allow the dollar to weaken still further to fight the recession and improve US trade and current account balances? In this crisis, the USA certainly have pressing reasons to devalue the dollar, but as we said earlier, the world’s economies are highly interdependent today and America cannot beat the crisis alone. The devaluation of the dollar has forced a large number of countries, China in particular, to sell off many of its dollar-denominated assets, and this will have negative consequences for US efforts to revitalize the economy. The position of the dollar


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reflects the position of the US economy, but also the country’s global political status. In this particular period of recession, the position of the dollar affects the confidence of other countries in the US economy within the world economic scenario. The conclusion is that the USA would be wise to keep the value of the dollar as stable as possible. Obviously, the American currency could lose value with respect to key commodities once the world recovery gets underway, triggering a new round of inflation, but that’s another story. What are the social consequences of the financial crisis for China in terms of unemployment and standards of living, and what action are the authorities taking on this front? The crisis has increased the numbers of unemployed and created greater social instability. So the Chinese government has made a great effort to keep

growth as high as possible and ensure full employment wherever possible. All the measures it has introduced—the increase in investments, action to boost domestic demand and support for exports—are designed to ensure a healthy growth

dynamic, which in turn will enable us to contain unemployment and ward off social instability. In general terms, do you think the crisis has already bottomed out or do you expect further difficulties?

From a global perspective, the financial crisis seems to be close to its lowest point, but the economic crisis still has a long way to go. China has not been particularly hard hit by the financial crisis, but the repercussions of the economic crisis have been severe and it

Beijing introduces ten stimulus measures 1 Housing. Construction of housing at more affordable prices and lower rents; intensification of slum clearance program; pilot programs for reconstruction in rural areas. 2 Transport. Faster expansion of the transport network. New railway lines for passengers and coal freight. Extension of freight transportation. New airports and freeways. 3 Rural infrastructures. Construction of new infrastructures. Improvements in roads, distribution of power, methane and drinking water. Enhancement of irrigation networks. 4 Health and education. Improvement of health and medical services. Intensification of cultural and educational programs. Construction of high schools in the main rural areas. New cultural centers and schools. 5 Environment. Better environmental protection with construction of sewage and waste processing systems. Pollution prevention in cities. Greenbelt areas. Support for energy saving and pollution control. 6 Industry. Incentives for innovation and industrial restructuring. Greater support for the growth of the high-tech sector and services providers. 7 Reconstruction. Intensification of reconstruction programs in the areas hit by the earthquake of May 12, 2008. 8 Income. Increase in average income in urban and rural areas. Larger subsidies for agriculture and livestock breeding. Larger subsidies for low-income earners in urban areas. Increase in pension funds for corporate employees. 9 Tax. Extension of the sales tax reform to all sectors (with a benefit of approximately 17.6 billion US dollars for business). Incentives for technological improvement. 10 Finance. Greater financial support to promote growth. Increase in bank credit for priority projects, rural areas, small businesses, technological innovation and industrial rationalization through M&A.


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will take good few months yet to assess what point the economic crisis has reached. The most optimistic forecasts say the global economy will begin an upturn in the fall, while the pessimists see no recovery until next year. What sort of international cooperation will be needed, particularly as regards new global financial regulations, to restore confidence among the world’s investors and consumers? The financial crisis has spread across the whole world, revealing the weakness of the controls on national financial systems and the lack of international coordination. So the first thing we need is a global financial system reform.

Then each government will have to coordinate more closely with other governments and avoid introducing excessively rigid financial controls. For example, China could decide to stop selling off its American assets if the USA blocks devaluation. These measures should be taken not only as evidence of the leading nations’ sense of responsibility, but also to demonstrate greater uniformity in their economic policies. Second, the top financial institutions like the World Bank, the International Monetary Fund, the Asian Development Bank and others too need to be reformed, to ensure they have access to sufficient capital to respond swiftly to crises on the international capitals market.

If reform of the exchange-rates mechanism becomes a possibility, then serious thought could also be given to creation of a regional and world currency. But the condition for any reform is that it can only take place after the international recovery. It’s like surgery, you can’t operate if the patient is too weak, you have to wait until he regains strength. Only then will you have a chance of success.

* Xiongwen Lu is Dean of the School of Management and Founding Director of the Chinese Marketing Research Center, at Fudan University. He is one of China’s leading marketing experts, author and co-author of four books and countless articles. He works as a marketing consultant for many Chinese companies and international firms active in China. He is Vice President of the Chinese Fourth National MBA Education Supervision Committee, an Honorable Professor at Hong Kong University and at the Norwegian School of Management. * Yihong Yu is an Associate Dean of the School of Management of Fudan University. He has taught in a number of universities, including MIT, the Sloan School, Oxford University, New York State University and Aoyama Gakuin University in Japan. He is author and co-author of more than 30 academic papers and has directed more than 10 major research projects. He has published 10 university books and textbooks on issues relating to industry, the economy, regulation of the economy, Chinese industrial competitiveness and management economics.


Risveglio possibile Possibility of a Recovery di Enrico Sassoon* by Enrico Sassoon*

Dopo la tempesta, nel 2010 inizierà il lento recupero? After the storm, will a slow recovery begin in 2010?

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Enrico Sassoon

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lle soglie dell’estate di un 2009 che si presenta come l’anno più difficile dal punto di vista economico e finanziario dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, come si presentano le prospettive di superamento della crisi, entrata nella sua fase più drammatica nell’autunno del 2008? Le risposte a un quesito che tutti si pongono, a ogni latitudine e in ogni continente, non sono univoche, né si può dire che il cammino di fuoruscita dalla crisi sia chiaramente segnato. Molte sono le incognite che tuttora permangono, specie sotto il profilo della tenuta del sistema finanziario internazionale e della capacità delle economie più deboli di reggere agli squilibri che si sono formati non solo nei mesi, ma negli anni scorsi. Eppure, assieme ai segnali di inquietudine, stanno emergendo anche segni di consolidamento e, in qualche caso, di ripresa. I primi segnali di maggiore ottimismo si sono manifestati nei mercati azionari a partire da marzo, e si sono lentamente consolidati nei mesi successivi, favoriti dalle continue riduzioni dei tassi di sconto negli Stati Uniti e in Europa, da qualche cenno di ripresa di un settore

fondamentale quale è quello dell’auto, da prese di posizione di alcune grandi banche internazionali come Goldman Sachs e Deutsche Bank, e dalle decisioni assunte dal G20 ai primi di aprile, per un robusto sostegno alle economie più in difficoltà tramite un forte rifinanziamento del Fondo monetario internazionale. Se è vero che, in sé, la ripresa del mercato azionario non va necessariamente interpretata come un oggettivo segnale di anticipazione della congiuntura a venire, poiché il rimbalzo è seguito al raggiungimento di soglie minime di valori per molte aziende anche in condizioni più che buone, l’andamento è comunque certamente ricollegabile a un sia pure moderato cambiamento nelle attese degli investitori e dei risparmiatori. Un elemento che, data la rilevanza del ruolo che le aspettative psicologiche hanno giocato nei mesi più gravi della crisi, va tenuto in debita considerazione anche se non sopravvalutato. E ciò tanto più in quanto, proprio all’inizio della primavera, le grandi istituzioni internazionali – Fmi, Banca mondiale, Ocse e Wto in primo luogo – hanno trasmesso al mondo le previsioni più negative che ci si potesse

aspettare, definendo la recessione del 2009 come la peggiore del dopoguerra, se non addirittura la “più grave mai verificatasi nell’economia moderna”, come ha detto il vicepresidente del Fmi, John Lipsky. D’altra parte, le cifre parlano da sole. L’Eurozona registrerà nel 2009 una contrazione del Prodotto interno lordo del 3,2%, gli Stati Uniti del 2,6% e il Giappone, in una crisi realmente epocale, addirittura del 5,8%. Nell’insieme, l’area Ocse subirà nel 2009 un calo del Pil del 4,3%, a fronte di una debole crescita dell’insieme dei paesi in via di sviluppo che si fermerà attorno al 2% circa. La Cina potrebbe rappresentare l’eccezione, poiché le forti misure di stimolo introdotte dal governo sembrano poter spingere l’espansione del 2009 al 6,5%, che rimane comunque lontano dal 9-10% medio degli ultimi anni. Il contesto degli scambi mondiali, d’altra parte, risulta particolarmente punitivo per economie, come quelle emergenti, la cui strategia di sviluppo si è fortemente basata sulle esportazioni verso il resto del mondo. Nel 2009 il commercio internazionale calerà a un incredibile tasso del 13%, un fatto senza precedenti negli ultimi cinquant’anni che hanno visto gli scambi crescere regolarmente grazie all’abbattimento delle barriere tariffarie e alle liberalizzazioni sia in campo finanziario che commerciale, oltre che per la spinta fornita dal miglioramento dei trasporti e delle telecomunicazioni. Se questo è il quadro globale, ormai certo, del 2009, le prospettive del 2010 appaiono meno pessimistiche, poiché prevedono nell’insieme una sia pure leggera ripresa che si dovrebbe poter manifestare a partire dall’ultimo trimestre

2009, per poi consolidarsi in modo più deciso nel 2011. È ben vero che su questa potenziale ripresa pesano alcuni importanti fattori d’incertezza, a partire dall’effettiva implementazione e dal coordinamento delle misure di stimolo su scala nazionale nei diversi paesi e del citato rifinanziamento del Fmi da oltre un trilione di dollari. Ma l’orientamento di consenso sembra ormai indirizzato verso un graduale superamento delle difficoltà economiche e verso una moderata ripresa a partire dall’autunno, sempre che naturalmente non intervengano fattori nuovi e inattesi a modificare il quadro. Il tema del coordinamento delle misure di stimolo per il rilancio dell’economia non va, peraltro, preso alla leggera. Non è sensato sottovalutare il potenziale delle misure di reflazione introdotte in tutti i maggiori paesi, sia sotto il profilo monetario che sotto quello fiscale. Ma l’efficacia di queste misure può venire notevolmente attenuata dalla cadenza con la quale vengono realmente introdotte. Una prima discrasia si era verificata nell’autunno scorso,


quando i tagli successivi del tasso di sconto varati dalla Federal Reserve non erano stati parallelamente seguiti dalla Banca centrale europea, con effetti di rallentamento sull’Eurozona che si sarebbero probabilmente potuti contenere, anche se non evitare. Oggi, peraltro, la situazione appare maggiormente allineata e i tassi di sconto sono ormai virtualmente giunti allo zero in ambedue le aree. Sotto il profilo degli stimoli all’economia, il pacchetto di 787 miliardi di dollari proposto dal presidente Obama, e approvato in febbraio dal Congresso, sta progressivamente producendo i suoi effetti, ma la ripresa dei consumi interni negli Stati Uniti tarda a manifestarsi, mentre i mercati della casa e dell’auto restano in condizioni di forte precarietà. In Europa è difficile calcolare la sommatoria degli interventi decisi dai diversi paesi, anche se il totale ammonta a svariate centinaia di miliardi, ma ciò che è certo è che avranno effetti diversificati, dato lo scarso livello di coordinamento con cui sono state introdotte le misure

di stimolo, il che spiega la maggiore debolezza della congiuntura economica europea attesa per il 2009 rispetto a quella americana. Non va trascurata la drammatica situazione in cui versa il Giappone, ormai orientato a sperimentare un secondo decennio di stagnazione dopo quello già drammatico iniziato a metà anni Novanta. Nel quarto trimestre 2008 il Pil del Giappone è caduto a un tasso inimmaginabile del 12% in ragione d’anno e il 2009 soffrirà, come si è detto, di una caduta che se il Fmi stima al 5,8%, l’Ocse prevede addirittura al 6,6%, e questo nonostante il pacchetto di stimolo da 154 miliardi di dollari annunciato in primavera, composto da sostegni al reddito mediante alleggerimenti fiscali e da finanziamenti all’economia in settori di punta. Ben oltre le incognite che riguardano i maggiori paesi industrializzati, si pongono quelle che si riferiscono ai paesi emergenti, mediamente molto più dipendenti dall’andamento dei mercati mondiali rispetto ai primi. Non solo la già ricordata Cina, ma anche le “tigri”

del sudest asiatico stanno sperimentando una grave situazione di rallentamento che mette in discussione lo stesso modello export-oriented assunto da decenni a questa parte; un tema che, sia pure in misura diversa, riguarda un po’ tutte le aree emergenti, dall’Est Europa all’America Latina all’Africa. Questo problema è stato ben presente al vertice del G20 di aprile dove si è cercato di dare una risposta alle esigenze di finanziamento degli scambi internazionali. La Banca mondiale e il Wto hanno espresso, nei mesi scorsi, forti preoccupazioni al riguardo, specie in relazione al forte deflusso di capitali che si sta verificando dalle aree emergenti. Per compensare la carenza di liquidità nei paesi più deboli, la Banca mondiale ha già annunciato un programma di finanziamento da 50 miliardi di dollari, destinato a garantire gli investitori rispetto ai rischi di default nei paesi esportatori più sofferenti a causa della crisi. Anche il G20 ha annunciato misure analoghe, probabilmente di portata superiore, anche se difficilmente valutabili a causa di possibili

doppi conteggi e crediti revolving tipici delle attività di finanziamento delle esportazioni. Nell’insieme, queste misure potrebbero però riuscire a stabilizzare i mercati internazionali e rassicurare gli operatori attivi nel commercio mondiale. Specie se la parte preponderante delle misure annunciate dal G20 si concretizzerà nei tempi e nei modi sperati, il che non sembra ancora di poter essere dato per scontato. Il mondo intero è rimasto impressionato dalla notizia di un finanziamento di 1.100 miliardi di dollari a salvataggio delle sorti dell’economia mondiale ma, nei fatti, almeno in parte questa cifra va ridimensionata. Infatti, il grosso riguarda la dotazione di 500 miliardi di dollari destinata a rimpolpare le casse del Fmi, ridotte a circa 250 miliardi di dollari prima dell’annuncio e, comunque, non facilmente utilizzabili. Con una massa di 750 miliardi di certo il Fmi potrà sostenere molte economie emergenti in seria difficoltà e, soprattutto, rassicurare gli investitori nei paesi avanzati. Ma, in primo luogo, non tutti i fondi sono stati ancora stanziati e, in secondo luogo, non è ancora chiaro quale tipo di politica il Fmi si accinge a mettere in pratica. Al di là dei dettagli e delle incertezze, comunque, le decisioni del G20 avranno certamente effetti largamente positivi e questo consente di proiettare momenti migliori per l’economia mondiale nel 2010. Come si è detto, la ripresa dovrebbe manifestarsi già verso fine 2009 e per l’anno prossimo potremo beneficiare di una situazione meno tesa, anche se non ancora brillante, dato che l’Eurozona e gli Stati Uniti si fermeranno a un ben modesto incremento dello 0,1-0,2%, e il Giappone ristagnerà ancora

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attorno a una crescita zero. Una situazione certamente migliore della grave recessione in corso, ma non ancora tale da consentire di recuperare i danni in termini di occupazione, produzione e consumi del biennio precedente.

* Enrico Sassoon è direttore responsabile della rivista mensile di management Harvard Business Review Italia e amministratore delegato della StrategiQs Edizioni. Dal 1996 è presidente della società di studi, ricerche e comunicazione Global Trends. È stato amministratore delegato della American Chamber of Commerce in Italy e ha lavorato nel gruppo Il Sole 24 Ore, per il quale ha diretto varie testate, tra cui Mondo Economico, L’Impresa-Rivista italiana di management, Impresa Ambiente (di cui è stato fondatore) e Il Sole 24 Ore On-Line. È stato direttore responsabile della rivista on-line Affari Internazionali e ha pubblicato oltre 2.000 articoli su numerose testate, oltre 50 saggi su riviste accademiche e dieci libri di economia internazionale, l’ultimo dei quali è Alleanze alla prova. Europa e Stati Uniti tra cooperazione e conflitto (2006).

n the eve of the summer of what, financially and economically, looks set to be the most difficult year since the end of the Second World War, what are the prospects for overcoming the crisis, which took an even more dramatic turn in the fall of 2008? There is no straightforward answer to a question everyone is asking, at every latitude and in every continent, nor is the way out of the crisis clearly signposted. The situation continues to present many uncertain elements, notably the solidity of the international financial system and the ability of the weaker economies to withstand the imbalances accumulated not only in the past few months, but over the past few years. Even so, together with all the worrying news, signs of consolidation and, in some cases, recovery, are beginning to emerge. The first indications of greater optimism appeared on the stock markets at the beginning of March and have been slowly gathering strength, aided by the repeated reductions in the discount rates in the USA and Europe, by hints of an upturn in the automobile industry, a key sector, by the stances of several leading international banks like Goldman Sachs and Deutsche Bank, and by the decision taken at the G20 summit in early April to provide substantial help for the worst hit economies by boosting the resources of International Monetary Fund. Although it is true that the upswing on the equities market is not, in itself, necessarily an objective portent of a coming recovery, since the rebound followed minimum levels even for many companies in a more than satisfactory condition, the trend is certainly symptomatic of an albeit moderate shift in mood among investors and savers. In view of the important role played by psychological

expectations during the worst months of the crisis, this change should be taken into account, although not over-estimated. Particularly in view of the fact that the outlooks published in early spring by the main international organizations—the IMF, the World Bank, the OECD, and the WTO, for starters—could not have been more dire, with the 2009 crisis described as the worst since the war, if not “the most severe ever in the modern economy”, to quote IMF First Deputy Managing Director John Lipsky. The figures speak for themselves of course. In 2009 GDP will drop by 3.2% in Europe, by 2.6% in the USA and by no less than 5.8% in Japan, a country in the grip of a truly epochal crisis. The OECD area as a whole will see GDP fall by 4.3%, while the emerging countries will report weak overall growth of around 2%. China could be the exception, since the strong stimulus package introduced by the Chinese government could secure growth of 6.5% in 2009, although this is still a long way from the 9-10% average growth of the past few years. Clearly, the world trade situation is particularly difficult for economies like the emerging countries, whose growth strategy depends heavily on exports. In 2009 international trade will slide by an unbelievable 13%, a figure without precedent in the last 50-year period in which trade has flourished steadily thanks to the elimination of tariff barriers and financial and commercial deregulation, and also to the improvements in transport and telecommunications. If this is the now certain global picture for 2009, the prospects for 2010 are less gloomy: overall, they point to an albeit mild recovery, which should begin to emerge in the fourth quarter of 2009, and subsequently gather

strength in 2011. True, a series of significant uncertainties have to be taken into account, beginning with the effective implementation and coordination of the stimulus measures taken at national level in the various countries, and the refunding of the IMF for more than a trillion dollars. But the general consensus now seems to be for a moderate upturn beginning in the fall, provided of course that no new and unexpected events change the situation. Coordination of economic stimulus measures is not, of course, a question to be taken lightly. It would be unwise to underestimate the potential of the reflationary measures introduced in all the major nations, on both the monetary and the fiscal fronts. But their timing could have a significant impact on their effectiveness. An initial dyscrasia developed last fall, when the series of discount rate cuts announced by the Federal Reserve were not mirrored by similar moves by the European Central Bank, causing a slowdown in the Eurozone that could probably have been minimized, if not avoided altogether. Today, however, alignment is closer and the discount rates are now virtually at zero in both areas. As far as economic stimuli are concerned, the 787 billion dollar package proposed by President Obama, and approved by Congress in February, is gradually making itself felt, but the recovery in US domestic consumer spending is slow in coming, while conditions on the housing and automobile markets remain highly precarious. In Europe, it is difficult to determine the sum of the measures decided in the various countries, although the total amounts to several hundreds of billions; their impact will certainly vary, however, given the lack of coordination behind their


introduction, which explains why the economic situation in 2009 is expected to be weaker in Europe than in the USA. The dramatic situation in Japan, which now appears to be experiencing a second decade of stagnation after an already painful period that began in the mid-1990s, should not be neglected. In the fourth quarter of 2008, Japan’s GDP shrank by a staggering 12% on an annualized basis and 2009, as we said, will bring a decline put at 5.8% by the IMF and no less than 6.6% by the OECD, despite a 154 billion dollar stimulus package announced in the spring, designed to support income through lower taxation and funding for key sectors of the economy. If the outlook is unclear for the main industrialized nations, far greater uncertainty surrounds the emerging countries, which on average depend to a far larger extent on world market trends. China, discussed above,

is not alone: a severe slowdown has also hit the “tigers” of southeast Asia, casting doubt over the export-oriented growth model the region has followed for decades. Similar questions apply, to a lesser or greater extent, in all the emerging areas, from Eastern Europe to Latin America and Africa. This was a key issue at the G20 summit in April, where delegates discussed ways to finance international trade. The World Bank and the WTO have both voiced serious concern in the last few months, particularly about the sharp outflow of capital from the emerging areas. To counter the shortage of liquidity in the weaker nations, the World Bank has already announced a 50 billion dollar funding program to guarantee investors against default risk in exporter countries hardest hit by the crisis. The G20 meeting announced similar measures, probably for a larger amount,

although the total is difficult to estimate due to possible double-counting and revolving credit facilities typical of export finance operations. Taken as a whole, however, these measures could prove successful in stabilizing the international markets and reassuring world traders. Especially if the majority of measures announced by the G20 are implemented as and when recommended, something that so far cannot be taken for granted. The whole world caught its breath when funding of 1,100 billion dollars was announced to rescue the global economy, but in reality at least part of this figure has to be down-sized. A significant portion is the 500 billion dollar injection intended to beef up the reserves of the IMF, which were down to about 250 billion dollars before the announcement and are not in any case easy to use. With 750 billion dollars, the IMF will certainly be in a position to support many emerging

economies currently in trouble and, above all, provide reassurance for investors in the advanced nations. First of all, however, not all the funds have been provided yet, and, second, it is still not clear what type of policy the IMF intends to implement. Nonetheless, setting aside the details and uncertainties, the decisions taken at the G20 will certainly bring significant benefits and this is the basis on which better times can be foreseen for the world economy in 2010. As we said, the recovery should emerge toward the end of 2009 and the mood next year should be less tense, although, with the Eurozone and the USA reporting very modest improvements of 0.1-0.2%, and Japan still stagnating at zero growth, it will not be lively. Compared with the current severe recession, the picture certainly looks brighter, but it will not be sufficient to repair the damage caused to employment, production and consumer spending in the two previous years.

* Enrico Sassoon is the Editor-in-Chief of the Harvard Business Review Italia monthly, and Chief Executive Officer of StrategiQs Edizioni. He has been Chairman of the Global Trends study, research and communication company since 1996. He was Chief Executive Officer of the American Chamber of Commerce in Italy and worked at the Il Sole 24 Ore group, as editor of a number of publications, including Mondo Economico, L’Impresa-Rivista Italiana di management, Impresa Ambiente (which he founded) and Il Sole 24 Ore On-Line. He was Editor-in-Chief of the on-line review, Affari Internazionali and has published more than 2,000 articles in many newspapers and magazines, more than 50 papers in academic journals and ten books on international economics, the most recent being Alleanze alla prova. Europa e Stati Uniti tra cooperazione e conflitto (2006).

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Projects

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Crisi mondiale della globalizzazione e ritorno a una cultura dell’eticità si traducono in nuove tendenze inneggianti al rifiuto del non necessario non solo in economia ma in tutti i settori del vivere civile. Minimalismo economico, dunque, ma anche minimalismo architettonico dichiarato da scelte linguistiche epurate che esaltano il ruolo della struttura in quanto elemento fondante dell’archetipo. Nuovi registri espressivi orientati a una sintesi intelligente tra tecnologie all’avanguardia, valori plastici e prestazioni funzionali per una dimensione dello spazio costruito armonica e mai invasiva dell’elemento umano e naturale. The worldwide crisis in globalization and return to a culture of ethics translate into new trends encouraging the rejection of the unnecessary, not just in economics but in every realm of civil life. So this means economic minimalism and also architectural minimalism based on simplified stylistic options exalting the role of structure as a grounding element of the archetype. New stylistic keys directed toward a clever synthesis of cutting-edge technology, sculptural values and functional performance for a harmonious vision of built space which never invades either the human side of life or nature.

Ritorno alla base Back to Base

Maurizio Vogliazzo*

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ack to Basics”. Lo slogan non è male, ha un suo fascino. È anche così convincente che sarebbe proprio difficile, o per lo meno curioso, non essere d’accordo. Se fra qualche tempo, diciamo una decina d’anni, qualcuno volesse tentare uno zibaldone di questo periodo che stiamo attraversando, Back to Basics ne sarebbe il titolo perfetto. In inglese, perché all’epoca non si potrà fare diversamente: al massimo, per l’edizione italiana, destinata a lettori dalle note e forse invincibili refrattarietà linguistiche, potremmo avere un sottotitolo per la verità un poco infedele, ma per fortuna più ambiguo, “Ritorno ai fondamentali”. Avrebbe un successo molto vintage, a ben vedere: nostalgia su nostalgia. Come non ricordare le parole d’ordine fra il punitivo e il repressivo, più che altro dementi al di là della loro confezione accuratamente mirata a un target assai poco laico e modernizzato quale quello italico, che hanno segnato due o tre generazioni cresciute nell’ultimo quarto del ventesimo secolo? “Austerità”, per esempio, largamente proposto come minaccioso life style, che da parecchio ormai ricompare sotto le mentite spoglie di “sostenibilità”, “eco-compatibilità”, e così via, necessità ovviamente indifferibili ma purtroppo spesso spappolate in rituali vulgate da schiere di benintenzionati ma ingenuissimi operatori sociali e astuti costruttori di consenso. Questi ultimi poi hanno, ahimè, o meglio pretendono di avere, competenze onnivore, quindi anche architettoniche, contribuendo involontariamente e non poco al deprimente complessivo abbattimento della qualità del nostro habitat costruito ma non soltanto. Con tutto ciò, l’architettura non sta sulla luna, non è che passi indenne attraverso periodi critici come quelli attuali. E non soltanto per i risvolti più diretti, prettamente immobiliari. Tuttavia, lasciarsi trascinare da un generale overpressing favorisce facilmente, nei propri cantucci, il riemergere di rancori mai sopiti. Coniugando reminiscenze vitruviane (derivate probabilmente da frequentazioni liceali), nostrani fascini storicistici postbellici (quelli che avevano fatto rilevare a Reyner Banham1 la famosa ritirata italiana dall’architettura moderna), superficiali suggestioni ecologiche e ambientalistiche orecchiate dal gran battage dei temi dello sviluppo sostenibile, insofferenze e moralismi vari, non è raro negli ultimi tempi sentir classificare le architetture di Gehry come non sostenibili, o quelle di Zaha Hadid come formaliste (quando magari si tratta più propriamente di mancato controllo delle diversità di scala), tanto per fare degli esempi. Per

riproporre magari, anche sotto sotto come antidoto alla crisi in nome di una supposta apodittica serietà, il vecchio tandem italiota tipologia/morfologia, che in quarant’anni e più non ha portato da nessuna parte, tanto meno a un anche marginalissimo miglioramento di qualche città o cittadina o paese, ma invece alla quasi totale paresi della nostra architettura e delle scuole nelle quali viene insegnata questo sì, col conseguente totale deterioramento e sfascio di ogni qualità dell’ambiente, fisica e della vita di ciascuno. Bel colpo, non c’è che dire: neppure a volerlo sarebbe stato possibile fare peggio e più danni. Per quanto riguarda l’architettura e il built environment (basta parlare di natura: non esiste paesaggio senza modificazione umana), la questione è qui (i discorsi planetari sono sfondi interessanti ma privi di ricadute operative), nella miseria quotidiana in cui in Italia si dibattono ricerca, professione, gestione. D’altra parte che senso può avere trasferire Back to Basics tout court in questo milieu così infelice? Si può tuttavia tentare di trovarlo. L’architettura, la qualità degli spazi e della vita, che altro hanno costituito se non quel Basics, quando Barcellona in una decina d’anni e poi in seguito con ammirevole continuità (a fronte di traversie non indifferenti) è stata rivoltata come un guanto, da conurbazione infetta da rottamare a vera metropoli contemporanea, sotto quasi tutti i profili possibili e immaginabili? E non è finita lì, perché la scala degli interventi è poi divenuta regionale e ben oltre, se si prendono in considerazione, come è d’obbligo, le infrastrutture e i flussi finanziari. Senza contare l’impressionante ammodernamento amministrativo, giunto ormai mille miglia lontano dai nostri uffici ossificati che ben si conoscono. Malgré tout con complessiva soddisfazione e consolidamento dei margini identitari di autoriconoscimento nei luoghi in cui si vive e si lavora, con procedimenti nel complesso soft di conduzione delle modificazioni e di gestione dei conflitti (non è questo il famoso e tanto qui da noi agognato consenso?). Qualcuno dirà: ma che noia, sempre Barcellona, è un esempio sdrucito. Sbagliato: non lo è per nulla, e la dimensione e la scala di ogni intervento, fisico e amministrativo, e perfino, in parte, il tessuto sociale, sono quanto di più vicino e paragonabile si possa trovare con le nostre città. Berlino, Londra e Parigi, tanto per fare degli esempi, è come se si trovassero su di un altro pianeta. Semplice dunque: basterebbe guardare, cercare di riprodurre modificando quando e se del caso.


RITORNO AI FONDAMENTALI BACK TO BASICS

Vista area di Barcellona. Aerial view of Barcelona.

Occorre tuttavia per poterlo fare avere occhi che vedono, e non “des yeux qui ne voient pas”2: la questione rimane sempre quella. Invece qui da noi la cecità avanza, fra non molto tempo diventerà totale. Mentre sta sviluppandosi un altro genere di vista, che non sembra, al momento, farci molto onore. Né, a parte questo, essere molto utile. All’opposto dell’accezione di Basics che ha rimesso Barcellona all’onor del mondo prende invece sempre più piede, negli ambienti che si autodefiniscono più aggiornati, l’idea che l’architettura e la qualità degli spazi (quella della vita non è ben chiaro in che termini interessi e venga o non venga affrontata) devono esclusivamente derivare da ciò che a tutti gli abitanti piace. Eredità remota (diretta anche se distorta) dell’ideologia perversa della progettazione partecipata, mai vituperata a sufficienza, questa dichiarata convinzione e questo intento (già qua e là messo in pratica, ovviamente con l’unico strumento operativo possibile: dichiarazioni e parole), mentre apre squarci su scenari fisici e non soltanto squallidi e depressi, cancella in un sol colpo l’unico significato di Basics per noi adatto e possibile. Così purtroppo rischia davvero di rimanere soltanto il Back, l’indietro. Back, back, back. Reyner Banham lo aveva già allora perfettamente capito.

* Maurizio Vogliazzo, architetto, è professore ordinario di Architettura del Paesaggio e delle Infrastrutture Territoriali presso il Politecnico di Milano, dove presiede il Corso di Laurea Magistrale in Architettura. È titolare di “Storia e Teoria del Design Italiano” presso lo University College di Londra (UCL) e insegna Architettura del Paesaggio presso lo IULM di Milano. Visiting professor a Barcellona, Lisbona, Matosinhos, Parigi, Brisbane, è direttore di ricerca per CNR, MPI, MIUR, UE ed enti pubblici e privati. Coordinatore ICP Erasmus dal 1987, dirige ALAD Laboratories (Architecture&LandAmbientDesign), area di ricerca del Politecnico di Milano che ha vinto come migliore scuola di architettura del paesaggio la V Biennale europea di Barcellona. Premiato in concorsi nazionali e internazionali, è autore di opere realizzate e pubblicate. Espone a New York, Berlino, Parigi, Milano, Venezia e altrove. È membro di giurie nazionali e internazionali ed è autore di articoli, saggi e libri, apparsi in Italia e all’estero. È attualmente vicedirettore de l’Arca.

Note 1. Reyner Banham (1922-1988), prolifico critico e teorico dell’architettura meglio conosciuto per il suo libro Theory and Design in the First Age Machine, 1960 (Architettura della prima età della macchina) e per Los Angeles: The Architecture of Four Ecologies, 1971 (Los Angeles: l’architettura di quattro ecologie). 2. Le Corbusier, Vers une architecture, Ed. G. Crès & Cie, Paris, 1923.

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ack to Basics” is not a bad slogan, it has a certain charm. It is also so convincing that it would be truly difficult, or at least strange, not to agree with it. If some time from now, say in about 10 years time, somebody wanted to give an account of this period we are going through, then Back to Basics would be a perfect title. In English of course, because there will be no choice by then: at most, for the Italian edition, written for those readers unable to overcome their familiar and perhaps insuperable linguistic limits, we might use a subtitle which, to tell the truth, is not very faithful to the original but, at least, has the benefit of being more ambiguous, “Ritorno ai fondamentali”. Its vintage flavor would be quite successful: nostalgia heaped upon nostalgia. How could we ever forget those sound-bites, lying somewhere between the punitive and repressive (demented than anything else), carefully concocted for an anything but secular and modernized target group like Italy, which have now left their mark on the two or three generations growing up during the last quarter of the 20th century? “Austerity”, for example, mainly put forward as a threatening kind of lifestyle, which cropped up again over recent times thinly disguised as “sustainability”, “eco-compatibility” and so forth. Obviously pressing needs but, alas, often mangled into ritual vulgates by hoards of well-intentioned but naive social workers and clever opinion-makers. Unfortunately, the latter have (or rather claim to have) all-encompassing expertise even covering architecture, involuntarily contributing considerably to the depressing overall decline in the quality of our built habitat and much more. Bearing all this in mind, architecture certainly is not a world apart and most definitely has not been unaffected by critical periods like the one we are going through at the moment. And not just in terms of direct and largely property-related implications. Nevertheless, allowing ourselves to be overwhelmed will certainly allow certain unresolved grudges and resentments to resurface. Lumping together Vitruvian reminiscences (probably deriving from what was learnt at high school), a distinctly Italian brand of post-war fascination with historicism (what eventually caused Reyner Banham 1 to sound the famous Italian retreat from modern architecture), superficial ecological and environmentalist ideas taken from the great barrage of issues related to sustainable growth, and all kinds of intolerance and moralizing, it is not rare these days to hear Gehry’s architecture described as unsustainable and Zaha Hadid’s as formalist (when, in actual fact, it is probably more a matter of lack of control over various differences in scale), just to quote a few examples.

Only to re-propose perhaps (deep down as an antidote to the crisis in the name of some sort of alleged apodictic seriousness) the old-fashioned Italian combination of typology/morphology, which has got us nowhere over a period of 40 years and more. Certainly not even bringing about even the tiniest improvement in some city, town or village, but which, in contrast, has certainly totally paralyzed architecture and the institution where it is taught, consequently bringing about the complete deterioration and destruction of the physical environment and everybody’s life. Congratulations, it must be said: we could not have done worse or caused more damage even if we had tried. As regards architecture and the built environment (enough talk of nature: there is no such thing as landscape untouched by human hand), the issue is right here (planetary debate forms an interesting backdrop, but with no practical implications) in the day-to-day misery in which research, the profession and management are debated in Italy. After all, what would be the point of simply transferring Back to Basics into such an unhappy milieu? But we could at least try to find the point. Architecture, the quality of spaces and life, what else are they constructed out of if not those Basics, look at the way Barcelona has been turned inside out like a glove in the space of about 10 years and then, even after that, with admirable continuity (despite facing considerable problems)? What was once an infected conurbation ready to be thrown on the rubbish heap was transformed into a real modern-day metropolis from almost every possible and imaginable point of view. And it does not end there, because the scale of operations was then upgraded to a regional and then even wider scale, if we take into consideration, as we must, infrastructures and financial flows. Without counting the striking modernization of administration, now light years away from the ossified offices we are so familiar with over here. Achieving all this with the overall approval of almost everybody and without jeopardizing the identity of the places where people live and work, operating along gentle lines of alteration and conflict management (is not this the famous notion of consensus Italy is so desperately searching for?). Somebody might say that it is boring to keep on talking about Barcelona and that the example is overstretched. Wrong: it is not overstretched at all, and the scope and scale of all the physical and administration operations (and even part of the social fabric) is as close and comparable to our cities as you can find. Berlin, London and Paris, just to name a couple of examples, might indeed be


Prefigurazione del futuro quartiere d’affari a La Défense, Parigi (©EPAD). Prefiguration of the future business district at La Défense, Paris (©EPAD).

described as being from another planet. So it is all too easy: you just need to look at what has been done and then try and reproduce it, with all the due modifications as and when required. But in order to do this, you need to have eyes which can see and not “des yeux qui ne voient pas”2: it is always the same problem. But here in Italy blindness seems to be contagious and soon nobody will be able to see. Meanwhile, a different kind of sight is being developed, which, at least for the time being, is not very admirable. Neither is it very useful. In complete contrast with the meaning of Basics, which has taken Barcelona to the very center of the world’s attention, in our allegedly most up-to-date milieus, the idea is emerging that architecture and space quality (it is not clear in what terms the quality of life is being considered or even whether it is being considered at all) must exclusively derive from what everybody actually likes and is most popular. This openly avowed belief and intention (actually implemented here and there, obviously using the only operating tool available: statements and words) is a distant (and direct, although distorted) legacy from an ideology shot through with the idea of participated planning, never sufficiently reviled. Meanwhile, in one fell swoop the only meaning of Basics possible and adaptable to us has been canceled out amidst a maze of squalid and dilapidated physical scenarios and settings. In this way there really is a danger that all that will be left of Back to Basics is the Back. Back, back, and even further back. Something Reyner Banham realized a long time ago.

* The architect Maurizio Vogliazzo is a Full Professor of Landscape Architecture and Territorial Infrastructures at Milan Polytechnic, where he is also Head of the Postgraduate Course in Architecture. He teaches “History and Theory of Italian Design” at University College in London (UCL) and Landscape Architecture at the IULM in Milan. He is a Visiting Professor in Barcelona, Lisbon, Matosinhos, Paris and Brisbane, and Head of Research for the CNR, MPI, MIUR, EU and other public and private associations. He has been the ICP Erasmus Coordinator since 1987 and runs the ALAD Laboratories (Architecture&LandAmbientDesign), a research department at Milan Polytechnic, which won the 5th European Biennial in Barcelona as the best school of Landscape Architecture. He has won both national and international competitions and has built and written numerous works. His work has been exhibited in New York, Berlin, Paris, Milan, Venice and elsewhere. He is a member of national and international panels of judges and the author of articles, essays and books published in Italy and abroad. He is currently the Assistant Editor of l’Arca.

Notes 1. Reyner Banham (1922-1988), prolific architecture critic and theorist best-known for his book Theory and Design in the First Age Machine, 1960, and for Los Angeles: The Architecture of Four Ecologies, 1971. 2. Le Corbusier, Vers une architecture, Ed. G. Crès & Cie, Paris, 1923.

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Perla di luce Pearl of Light Pechino, Gran Teatro Nazionale Beijing, Grand National Theater Progetto di Paul Andreu Project by Paul Andreu

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ra sublimazione poetica e tecnologie all’avanguardia, il Gran Teatro Nazionale di Pechino, opera maggiore dell’architetto francese Paul Andreu, è uno dei simboli della Nuova Cina. La sua inaugurazione, nel dicembre del 2007, segna la riuscita conclusione di un percorso durato circa 10 anni e più volte contrastato da non poche critiche e posizioni divergenti. Giudicato troppo poco cinese e troppo poco coerente col contesto urbano di Pechino, nonché esageratamente costoso (oltre 300 milioni di euro), il Grand National Theater è invece uscito da questo travagliato cammino con un’opera maestosa e unica, guadagnandosi il riconoscimento della testata americana Business Week come una delle prime dieci meraviglie architettoniche della Nuova Cina. Un raffinato lavoro sulla forma, sulle superfici, sulle trasparenze e sui giochi di luce e di riflessi, che ha permesso ad Andreu di trasformare la semplicità di una forma morbida e bombata come quella dell’uovo in un oggetto vivente, uno scrigno cangiante che rivela sensazioni, suggestioni e dimensioni sempre nuove e coinvolgenti. Nel cuore di Pechino, vicino a Piazza Tiananmen e alla Città Proibita l’edificio è adagiato al centro di un lago artificiale, “come una perla barocca” racchiusa in un guscio ovoidale in lastre di titanio e vetro. La struttura è un mega ellissoide – 213 metri sull’asse maggiore e 144 su quello minore – definito da una sovrapposizione di involucri successivi da cui si generano giochi di trasparenze e di luce che si riflettono sullo specchio del lago e si trasformano con le condizioni del cielo e del clima. L’involucro in titanio e vetro concepito da Andreu non doveva “urtare con il cielo” ma sposarne le

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La “bolla” in titanio del Gran Teatro Nazionale di Pechino. Pagina a fianco, particolare della grande vetrata curva che delimita gli ambienti interni comuni. The titanium “bubble” of the Beijing Grand National Theater. Opposite page, detail of the large curved glass window bordering around the communal interiors.

variazioni: la pelle metallica gli risponde così con i riflessi, mentre l’onda vetrata che la taglia centralmente lascia penetrare la luce naturale. Il senso di galleggiamento, di sospensione, è esaltato dal piano dell’acqua che circonda sull’intero piano di appoggio il volume dell’edificio, nascondendo il percorso d’ingresso. Sommersa a una profondità di 80 metri, una galleria trasparente lunga 60 metri accompagna il pubblico alla scoperta di un universo inatteso e sorprendente dove si svolge la scena dello spettacolo. Nello spazio di 3.500 metri quadrati racchiuso sotto la bolla luminescente sono organizzate una sala principale dell’Opera di 2.416 posti e due sale minori, di 2.017 e di 1.040 posti, rispettivamente per concerti e teatro. I tre ambienti si affacciano su un ampio atrio pubblico avvolto in un involucro in legno rosso; concepito come un quartiere urbano con strade, piazze, negozi, ristoranti e zone di riposo e di attesa, offre un luogo protetto e denso di stimoli e suggestioni aperto a tutti. Il gioco degli involucri viene ripreso nell’individuazione dei volumi delle sale, una maglia dorata definisce quello principale dell’Opera che nasconde un’anima rivestita di rosso acceso, mentre una pelle argentea riveste i volumi delle due sale minori, disposte lateralmente. Lo spazio interno interagisce con la superficie dell’involucro esterno per esaltare la scenografia urbana: di giorno, la vela vetrata tagliata nel titanio si apre alla luce naturale che inonda gli spazi in un infinito gioco di riflessi, la notte, la vita del teatro si proietta sulla città, arricchita dai sorprendenti effetti di luce creati dai lighting designer Kaoru Mende e Yosuke Hiraiwa.


RITORNO AI FONDAMENTALI BACK TO BASICS

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oised between poetic sublimation and cuttingedge technology, the Grand National Theater in Beijing, a major work by the French architect Paul Andreu, is one of the symbols of New China. Its opening in December 2007 marked the successful completion of a process which lasted about 10 years and was often strongly criticized from opposing fronts. Judged as being far too un-Chinese and far too inconsistent with the Beijing cityscape, as well as much too expensive (over € 300 million), the Beijing Grand National Theater has actually emerged from all these skirmishes as a majestic work unique of its kind, actually being acknowledged by the US-based journal Business Week as one of the top ten architectural wonders of New China. By working elegantly on its form, surfaces, transparencies and interplay of light and reflections, Andreu has managed to turn a simple, soft and rounded form, rather like an egg, into a living object, a shimmering case revealing constantly new and engaging sensations, suggestions and dimensions. The building, which is situated right in the heart of Beijing, near Tiananmen Square and the Forbidden City, rests gently in the middle of a man-made lake, “like a baroque pearl” enclosed in an egg-shaped shell made of sheets of titanium and glass. The structure is a mega-ellipsoid—213 m along the main axis and 144 along the minor axis—defined by overlapping shells generating interplays of transparency and light, which are reflected in the water of the lake and change with the weather and sky conditions. The titanium and glass shell designed by Andreu was not

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Viste notturne del teatro che si specchia in un lago artificiale, come un’isola nel cuore della capitale. Il gioco di riflessi e di luce che emanano dalla superficie vetrata, ritagliata al centro del volume in titanio, crea suggestivi effetti scenografici. Night-time views of the theater which is mirrored in an artificial lake, like an island in the heart of the capital. The interplay of reflections and lights emanating from the glass surface, cut into the center of the titanium structure, creates striking visual effects.

supposed to “clash with the sky,” just blend in with its variations: hence the metal skin responds with its own reflections, while the glass wave cutting through it centrally lets natural light flow in. The floating and suspended feeling is enhanced by the surface of the water surrounding the building’s entire base level, concealing the entrance path. Submerged at a depth of 80 m, a 60-meter-long transparent tunnel allows the general public to discover an unexpected and startling world, where shows are staged. A space covering 3,500 square meters enclosed beneath a luminescent bubble holds a main hall for operas with 2,416 seats, and two smaller halls with seating for 2,017 and 1,040, used respectively for concerts and theatrical productions. The three halls surround a spacious public lobby enveloped in a red wooden shell; designed like an urban neighborhood with streets, squares, shops, restaurants and relaxation/waiting areas, it is a very carefully sheltered place full of stimulating and suggestive features open to everybody. The interplay of shells is reiterated in the structural design of the halls, a golden web marks the main Opera hall, which hides away a core made of bright red, while a silvery skin covers the structures of the two smaller halls, set out laterally. The interior space interacts with the surface of the outside shell to focus on the urban setting: during the daytime the glass veil cut into the titanium opens up to natural light which floods the spaces with endless reflections, at night-time life in the theater is projected onto the city, enhanced by startling light effects created by the lighting designers Kaoru Mende and Yosuke Hiraiwa.


Planimetria dell’area dove sorge il Teatro Nazionale, situato a circa 500 metri da piazza Tiananmen e dalla Città Proibita, e sezione del volume sulla sala dell’Opera. In basso, a sinistra, pianta del livello a quota -7 e, a destra, pianta del piano terreno.

Site plan of the area where the National Theater stands, located approximately 500 m from Tiananmen Square and the Forbidden City, and section of the Opera hall. Bottom, left, plan of level -7 and, right, ground floor plan.

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Pagina a fianco, particolari costruttivi e sviluppo assonometrico della struttura vetrata. In questa pagina, in senso orario, assonometria della galleria vetrata di ingresso, sviluppo concettuale del volume ellissoidale e schizzi di progetto. Pagine seguenti, particolari degli spazi comuni e delle sale del teatro e dell’Opera.

Opposite page, construction details and axonometric development of the glass structure. This page, clockwise, axonometry of the glazed entrance gallery, conceptual development of the ellipsoidal structure, and project sketches. Following pages, details of the public areas, the theater and the Opera hall.

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Dove comincia l’architettura Where Architecture Begins Vienna, Complesso per residenze e uffici Schlachthausgasse Vienna, Residential and Office Complex Schlachthausgasse Progetto di Coop Himmelb(l)au Project by Coop Himmelb(l)au

L’

architettura dello studio austriaco Coop Himmelb(l)au, attivo da circa trent’anni in campo internazionale, è emblematica di una ricerca mirata al superamento dei confini della statica strutturale. I due fondatori, Wolf D. Prix e Helmut Swiczinsky, si fanno portatori di un’architettura che “sanguini, svuoti, si contorca e, perché no, si spezzi”. Lo stesso nome scelto per lo studio, Cielo (Himmel) blu (blau), designa un’architettura fluida, contrastata, in movimento, cangiante, aerea e libera “come le nuvole”. Non solo, la (l) si rifà all’edificio, Bau in tedesco, quindi il nome può essere anche letto come “Edificio Cielo”, quindi manufatto libero da vincoli tipologici e immaginato in modo fluido e dinamico come il ritmo delle nuvole. Una visione che solo grazie alle moderne tecnologie può tradursi in realtà, come ben dimostrato da questo edificio per appartamenti e uffici realizzato a Vienna. Alle spalle un concorso bandito dalla municipalità per la risistemazione di un’area di circa 22.000 metri quadrati precedentemente occupata da un ospedale per bambini, chiuso nel 1998. Il progetto di Coop Himmelb(l)au, vincitore del concorso, ridisegna l’allineamento su via Schlachthausgasse salvaguardando il verde e gli alberi ad alto fusto del lotto interno, lungo la via Kleingasse. I progettisti lavorano su un impianto tradizionale a stecca, spezzando l’orizzontalità del blocco lungo 130 metri con alcuni episodi dirompenti che esasperano gli ordini strutturali segnando la testa dell’edificio e il volume dell’audito-

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Il volume scultoreo in corrispondenza dell’auditorium che segna il prospetto del complesso. Pagina a fianco, il volume di testa dell’edificio, individuato dalla struttura trapezoidale a triliti. The sculptural structure near the auditorium, which marks the elevation of the complex. Opposite page, the head block of the building featuring trapezoidal structure with triliths.

rium proteso nella parte retrostante. Scultoreo e incombente, il telaio a triliti del pignone, doppiamente trapezio e inclinato, si stringe dal livello strada verso il centro della facciata interna per poi riaprirsi con un maggiore aggetto e una dinamica ancora più dichiarata. Inquadrati dalla maestosa struttura gli affacci degli 82 appartamenti, ritmati dalle aperture sfalsate delle finestre e dai volumi delle terrazze. A questa dirompente architettura si affianca il ritmo costante del prospetto sulla Schlachthausgasse, fortificato dai sei corpi scala che esasperano con un ordine gigante l’enfilade prospettica. Tra questo affaccio e la testa del blocco, si innesta il corpo dei servizi leggermente arretrato quasi a indicare il passaggio al lotto retrostante. Qui si rivela un altro paesaggio scultoreo, animato dalla protuberanza sospesa che segna la corrispondenza dell’auditorium e libera un ampio spazio per la hall, assicurandone il collegamento con l’ingresso principale sulla Schlachthausgasse. Anche qui è la forma trapezoidale a dettare le regole della composizione, due prismi opposti e convergenti che permettono a quello proiettato in aggetto di aprirsi con una ampia vetrata per dare luce e punti prospettici molteplici agli spazi comuni e di collegamento. Il rosso acceso che individua questo volume e quello, questa volta più discreto, del corpo scala principale, si stagliano sulla facciata regolare degli spazi destinati agli uffici, circa 12.000 metri quadrati su sette piani.


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Particolari del blocco di testa. Pagina a fianco, in alto, sezione trasversale e vista della facciata retrostante dove si affacciano gli uffici, in basso, il volume in corrispondenza dell’auditorium. Pagine seguenti, planimetria generale e piante dei sette livelli fuori terra e del piano interrato che ospita un parcheggio per 260 automobili. Details of the head block. Opposite page, top, cross section and view of the rear facade overlooked by the offices; bottom, the structure near the auditorium. Following pages, site plan and plans of the seven levels above ground and basement holding a car park for 260 vehicles.

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he architecture designed by the Austrian firm, Coop Himmelb(l)au, which has been working internationally for about 30 years, is emblematic of research aimed at breaking the bounds of structural statics. The two founders, Wolf D. Prix and Helmut Swiczinsky, promote a kind of architecture “that bleeds, that exhausts, that whirls and even breaks.” The name of the firm itself, Sky (Himmel) blue (blau), designates architecture which is fluid, contrasted, in motion, shimmering, airy and as free “as the clouds.” Moreover, the (l) is connected with the word building, Bau, in German, so the name can also be interpreted as “Heavenly Building”, meaning it is free from stylistic constraints and envisaged fluidly and dynamically like the flow of the clouds. A vision which, only thanks to modern technology, can actually be turned into reality, as is clearly demonstrated by this apartment and office building in Vienna. Behind it lies a competition organized by the city council to redevelop an area of approximately 22,000 square meters previously taken up by a children’s hospital, which closed down in 1998. Coop Himmelb(l)au’s project, which won the competition, realigns Schlachthausgasse street while protecting the greenery and tall-trunked trees across the entire lot along Kleingasse street. The architectural designers worked on a conventional block-style layout, breaking down the 130-meter block’s horizontality by means of some striking features, which exaggerated the structural

arrangements at the end of the building and the auditorium structure at the rear. Sculptural and cumbersome, the gable’s trilith frame, a double trapezoid and inclined, narrows from road level toward the center of the internal facade before opening up again with a bigger overhang and even more dynamism. Framed by the majestic structure of fronts of the 82 apartments, the rhythm is set by the staggered apertures of the windows and terrace structures. This striking architecture is reinforced by the constant rhythm of the elevation along Schlachthausgasse, further enhanced by six stairwells, whose massive presence exalts the perspective enfilade. The services structure, gently setback as if to indicate the transition through to the lot at the rear, lies between this front and the end of the block. Here another sculptural form emerges, enlivened by a suspended protuberance which marks the auditorium and frees up plenty of space for the hall, guaranteeing its link with the main entrance along Schlachthausgasse. Here again it is the trapezoidal form which dictates the rules of the composition, two opposing and converging prisms allowing the one overhanging to open up through a wide glass window to cast light and multiple perspective points into the communal and connection spaces. The bright red marking the structure, and the more discrete red of the main stairway, stand out on the regular facade of the office spaces, approximately 12,000 square meters set over seven floors.


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Level +/- 0.00

Level +3.80

Level +7.00


Level +10.20

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Level +13.40

Level +16.60

Level +19.80

Level +23.00


Tra acqua e struttura Between Water and Structure Oslo, Teatro dell’Opera Oslo, Opera House Progetto di Snøhetta Project by Snøhetta

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ffacciato sul fiordo della penisola Bjørvika, il nuovo Teatro dell’Opera di Oslo inaugurato nell’aprile 2008, è un’opera monumentale che nasce da una logica di progetto profondamente ancorata alla natura e alla dimensione del paesaggio. La proposta dello studio norvegese Snøhetta, vincitrice nel 2002 di un concorso internazionale promosso dal Ministero degli Affari Culturali ed Ecclesiastici, traduce l’esigenza di un edificio rappresentativo ed emblematico di una zona in divenire. Linea guida di sviluppo è l’estensione in orizzontale da cui si genera il disegno di superfici ascendenti che dal mare si proiettano verso la terra ferma. Una scelta profondamente ancorata alle dinamiche del sito naturale che divengono parte dell’organismo architettonico, ne plasmano lo sviluppo e danno origine a un nuovo paesaggio fatto di piani inclinati, quinte trasparenti, percorsi panoramici, spazi pubblici fruibili liberamente e informalmente, a contatto con la natura e proiettati sulla baia e sulla città. L’edificio, sede della Compagnia d’Opera e Balletto norvegese, è individuato da una grande piastra pubblica in marmo bianco che partendo dalle rive del fiordo si solleva da terra con un’inclinazione controllata per trasformarsi in copertura. Il sollevamento della piastra, del “tappeto” come lo definiscono i progettisti, è tagliato da una quinta verticale vetrata che si inserisce

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Vista aerea e, pagina a fianco, particolare della quinta vetrata. Aerial view and, opposite page, detail of the glazed curtain front.

perfettamente nella dinamica di piani inclinati aprendo ampie panoramiche e amplificando la continuità tra lo spazio pubblico del foyer e quello della spianata in marmo. La marcata mineralità della dimensione esterna viene ribaltata negli ambienti interni dove si respira un’atmosfera calda e accogliente. Si ritrovano qui altri due elementi fondamentali dell’insieme, il “muro onda” e la “fabbrica”, che con il “tappeto” formano la base concettuale da cui si è generato l’edificio. Come all’esterno, anche per gli interni è il linguaggio dei materiali che declina ed enfatizza la forza espressiva e la monumentalità dell’insieme. Il “muro onda” è una sorta di facciata interna del foyer che rappresenta la materializzazione della soglia, dove il mare si congiunge con la terra e l’arte con la vita quotidiana. Realizzata con un legno di quercia bianca americana, questa parete ritmata da un movimento ondivago, ammorbidisce lo spazio pubblico del foyer dove sono organizzati i due grandi auditori, di 1.400 e 400 posti, rivestiti internamente in rovere scuro e dall’acustica perfetta. Gi spazi dell’amministrazione e i laboratori sono infine riuniti nel terzo elemento forte del progetto, la “fabbrica”, un corpo metallico di quattro piani collocato sul lato orientale e concepito secondo criteri di massima funzionalità e flessibilità degli spazi.


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A sinistra, particolare della parete vetrata e, in basso, i volumi in metallo della “fabbrica”. Pagina a fianco, il suggestivo paesaggio generato dal succedersi dei piani inclinati che sembra si sviluppino naturalmente dalle acque del fiordo.

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verlooking the fjord on Bjørvika peninsula, the new Oslo Opera House, which opened in April 2008, is a monumental work designed in very close relation to nature and the landscape. The project designed by the Norwegian firm Snøhetta, which won an international competition organized by the Ministry of Culture and Church Affairs in 2002, renders the need for an emblematic and representative building in a developing area. The guideline behind the design was horizontal extension, resulting in the creation of ascending surfaces projecting up from the sea toward the mainland. An approach closely tied to the dynamics of the natural site, which becomes an integral part of the architectural organism, shaping its development and creating a new landscape made of sloping planes, transparent curtains, panoramic pathways and public spaces open for free and easy usage in contact with nature and projected toward the bay and city. The building, which houses the Norwegian National Opera and Ballet, features a large public platform made of white marble, which starts from the banks of the fjord and rises up from the ground at a carefully controled angle until it turns into a roof. The raising of the platform, the “carpet” as the designers call it, is cut

Left, detail of the glass wall and, bottom, the metal structures of the “factory”. Opposite page, the striking builtscape created by the sequence of sloping planes, which seem to naturally develop out of the fjord’s waters.

through by a vertical glass curtain, which fits in perfectly with the dynamics of sloping planes, opening up wide panoramic views and extending the continuity between the foyer’s public space and the marbled zone. The distinctive mineral feel of the exteriors turns to a feeling of warmth and comfort in the interiors. Here we find two key features of the overall construction, the “wave wall” and the “factory”, which with the “carpet” form the conceptual basis underpinning the building. As on the outside, it is again the vocabulary of materials used in the interiors, which dictates and emphasizes the stylistic force and monumentality of the overall design. The “wave wall” is a sort of internal facade in the foyer, which is a sort of materialization of the threshold, where the sea meets the land and art meets everyday life. Made of white American oak, this wave-patterned wall softens down the foyer space where the two large auditoriums are located with seating room for 1400 and 400, clad on the inside in dark oak and with perfect acoustics. Finally, the administration spaces and workshops are combined into the project’s third powerful feature, the “factory”, a four-story metal section set over on the east side and designed along the lines of maximum spatial functionality and flexibility.


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A sinistra, dal basso, piano interrato, piano terra e primo piano. A destra dall’alto, particolari della sala prova per l’orchestra, del laboratorio di pittura e della sala 2.

Left, from bottom, underground floor, ground floor and first floor. Right from top, details of the orchestra rehearsal room, the painting workshop, and stage 2.


A sinistra, dal basso, piante del secondo e terzo piano e sezione longitudinale del complesso. A destra, dall’alto, vista dell’auditorium principale e alcuni momenti del galà di inaugurazione.

Left, from bottom, plans of the second and third floors and longitudinal section of the complex. Right, from top, view of the main auditorium, and excerpts from the official opening gala.

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Particolare dell’auditorium principale e, in basso, la parete fonoassorbente della sala 2. Pagina a fianco, particolare del muro onda.

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Detail of the main auditorium and, bottom, the stage 2’s soundproof wall. Opposite page, detail of the wave wall.


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Diamante di cemento A Concrete Diamond Wageningen, Dipartimento universitario di scienze ambientali Wageningen, University Department of Environmental Sciences Progetto di Rafael Viñoly Architects Project by Rafael Viñoly Architects

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ome avviene spesso nei grandi progettisti, le costrizioni e i vincoli imposti dalla committenza si trasformano in stimoli e divengono materia per affrontare nuove sfide, sperimentare nuovi linguaggi, creare soluzioni di straordinaria innovazione e maestria tecnica. Rafael Viñoly (1944), architetto uruguaiano da trent’anni naturalizzato statunitense e a capo dello studio Rafael Viñoly Architects, ci offre un esempio emblematico con l’Atlas Building, realizzato nel giugno del 2007 presso l’Università di Wageningen in Olanda. L’edificio sorge all’interno del Centrum de Born, il nuovo campus dove sono state accorpate tutte le attività della Wageningen University, uno dei principali centri al mondo per la formazione e la ricerca scientifica nei settori dell’ambiente, delle scienze alimentari, animali e

vegetali. La struttura progettata da Viñoly, una tra le più avanzate piattaforme tecnologiche per la ricerca e lo sviluppo, sintetizza nella mineralità e plasticità di un volume monolitico le ambizioni del programma funzionale e i condizionamenti di un piano urbanistico che richiedeva un edificio compatto. Il rigore della geometria cubica che definisce il corpo dell’edificio si anima di una dimensione scultoria grazie alla ingabbiatura di una struttura reticolare esterna in cemento. Sensibile e attento alle più moderne tecnologie, Viñoly parte da una forma elementare per ribaltare il concetto stesso di scheletro costruttivo e portare all’esterno la struttura dell’edificio. Il tessuto alveolare che dà grazia e carisma al nuovo centro, non è infatti una semplice pelle che maschera e


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impreziosisce una scatola in cemento, ma è esso stesso struttura portante che sostiene l’edificio e garantisce la flessibilità degli spazi interni. La plasticità del disegno della griglia regolare diviene icona del campus sdoppiandosi in un gioco di riflessi nell’acqua del lago e dando luce e aria agli ambienti di studio e ricerca. Esteso su una superficie di circa 10.000 metri quadrati distribuiti su sei piani, l’Atlas Building è occupato per circa un terzo da laboratori di ricerca, e per la restante parte da uffici secondo un impianto planimetrico che, grazie alla struttura portante spostata all’esterno, risulta libero da pilastri interni e suddivisibile, su un modulo base di 1,8 metri, in funzione delle diverse esigenze. L’atrio e l’ingresso principale, organizzati al primo piano e accessibili attraverso una lunga rampa leggera, lasciano il piano terreno a disposizione dei laboratori che esi-

gono un’entrata diretta dal livello strada. L’ingresso, sul lato nord, viene evidenziato da un’interruzione del disegno reticolare che si apre in corrispondenza dell’entrata immettendo nell’atrio centrale, cuore formale e funzionale dell’intero organismo. In questo ampio spazio illuminato naturalmente confluiscono in modo informale ricercatori e utilizzatori del centro. Attorno a esso si organizzano i laboratori, mentre il sistema di passerelle aeree che lo attraversa offre percorsi verticali alternativi tra i diversi livelli e al tempo stesso luoghi di scambio e di incontro. Al piano superiore sono riuniti gli uffici con vetrate a tutt’altezza proiettate sul campus e sugli edifici circostanti, e protette da un sistema esterno di schermatura dal sole controllato da ogni utente in modo manuale.

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s is often the case with great architects, the restrictions and constraints imposed by clients turn into positive input and stimuli for taking on new challenges, experimenting with new languages and creating extraordinarily innovative solutions of great technical mastery. Rafael Viñoly (1944), a Uruguayan architect and naturalized US citizen for the last thirty years who is the head of Rafael Viñoly Architects, provides a fine example with his Atlas Building constructed in June 2007 on the campus of Wageningen University in the Netherlands. The building is located inside the Centrum de Born, the new campus where all the various activities of Wageningen University have been grouped together, one of the world’s leading centers for scientific training and research in the fields of the environment and food/animal/vegetable sciences. The structure designed by Viñoly, one of the most advanced technological platforms for research and development, embodies the functional program and constraints imposed by an urban blueprint calling for a compact building in the mineral and sculptural features of its monolithic structure. The rigor of cubic geometry characterizing the main body of the building is injected with sculptural life through the cage-style effect of an external reticular structure made of concrete. With a keen eye for the latest technology, Viñoly works from a simple form to turn the concept of a construction skeleton on its head and take the building structure outside. The honeycomb-shaped weave, which instills the new center with grace and charisma, is not just a simple skin masking and embellishing a concrete box, it is actually the bearing structure itself, which holds up the building and ensures the interiors are flexible. The sculptural nature of the design of the regular grid becomes the icon of the campus, dividing itself up in an interplay of reflections in the water of the lake and bringing light and air into the study and research premises. About one third of the Atlas Building, which covers an area of approximately 10,000 square meters over six levels, is taken up by research laboratories and the rest by offices based on a layout, which, thanks to the bearing structure shifted to the outside, is free from internal columns and can be divided up according to a base module of 1.8 m, in order to cater for various requirements. The lobby and main entrance, located on the first floor and accessible along a lengthy light ramp, leave the ground floor free for laboratories, which require a direct entrance at road level. The entrance on the north side is emphasized by an interruption in the reticular design, which opens up by the entrance to provide access to the central lobby, the formal and functional heart of the entire organism. Researchers and other people using the center flow informally into this naturally lit and spacious area. The laboratories are set around it, while the system of overhead walkways running across it provides alternative vertical pathways between the various levels and, at the same time, introduces meeting and socializing places. The offices are grouped together on the top floor with full-height glass windows overlooking the campus and surrounding buildings, sheltered by an outside system of sunscreens controled manually by each individual user.


Pagine precedenti, particolare della griglia in cemento che individua il volume dell’Atlas Building. In queste pagine, planimetria generale, la passerella che collega il nuovo centro di ricerca con gli edifici universitari esistenti e particolare ravvicinato della griglia in cemento portante e della scatola vetrata. Lo spazio tra i due involucri è utilizzato come semplice vano tecnico per la manutenzione della facciata. Previous pages, detail of the concrete latticework marking the structure of the Atlas Building. These pages, site plan, the walkway connecting the new research center to the old university buildings, and close-up detail of the grille in load-bearing concrete and the glass box. The space between the two shells is used as a simple technical shaft for carrying out maintenance work on the facade.

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Sezione del volume cubico e, in basso, pianta di un piano tipo. Il layout interno, basato su moduli di 1,8 metri, consente un’ampia flessibilità nella distribuzione funzionale degli spazi. Pagina a fianco, particolare dello sviluppo in alzato della griglia e del gioco d’ombre creato sulla superficie del volume vetrato e, in basso, particolare costruttivo del sistema di rivestimento di facciata. Section of the cube-shaped structure and, bottom, plan of a standard floor. The interior layout, based on 1.8-meter modules, allows plenty of flexibility in the functional layout of spaces. Opposite page, detail of the development of the grille in the elevation and interplay of shadows on the surface of the glass structure and, bottom, construction detail of the facade’s cladding system.


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In questa pagina, dall’alto, particolare dell’ingresso, la sala riunioni e l’area laboratori.

A destra e nella pagina a fianco, le passerelle che attraversano l’edificio.

This page, from top, detail of the main entrance, the meeting room and laboratory spaces.

Right and opposite page, the crisscrossing ramps.


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Semplice complessità Simple Complexity Hofdastrond, residenza Hof Hofdastrond, Hof Residence Progetto di Studio Granda Project by Studio Granda

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er apprezzare a fondo il senso e la natura del complesso residenziale Hof, a 100 km dal Circolo Polare Artico nella lontana terra d’Islanda, è necessario leggerlo nella complessità della sua storia in cui confluiscono culture e sensibilità diverse. Due committenti provenienti dal milieu creativo, l’artista Lilja Pálmadóttir e l’attore regista Baltasar Kormákur Baltasarsson, e una équipe di giovani e coraggiosi progettisti, gli islandesi dello Studio Granda, che si sono calati nel luogo cogliendone il potenziale di suggestioni e assolutezza in completa sintonia con lo spirito e le esigenze dei clienti per realizzare la loro casa di campagna. Siamo nel verde fiordo Skakafjördur, rive coperte da un

ampio manto erboso e profili montagnosi percorsi da lunghe valli protese verso l’isola rocciosa di Drangey. Lungo il fiume, un gruppo di edifici esistenti, una casa, una chiesa, un fienile e una stalla; in posizione più arretrata verso l’interno due stalle di più recente costruzione. Il progetto coinvolge la risistemazione dell’esistente e una nuova residenza leggermente spostata rispetto all’insediamento originario e situata in un terreno rialzato che domina il mare. L’elemento naturale, il rapporto con il sito, la dimensione panoramica e la tensione poetica che da essi sprigiona sono gli elementi da cui si è generato l’intero intervento, a livello sia di articolazione dei volumi, sia di scelte di materiali e tecnologie costruttive. Il linguaggio, semplice, lineare, quasi


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scarno, privo di aggettivazioni formali dell’architettura, è un omaggio a questa terra di cui rispetta i ritmi, le luci, gli spazi e i colori. In posizione rialzata, la casa è individuata esternamente da facciate squadrate in calcestruzzo che variano di aspetto e tonalità cromatiche a seconda del tempo e del clima. Le coperture sono rivestite di un tappeto erboso realizzato reimpiantando l’erba tolta dal prato, mentre i leggeri sbalzi di quota delle terrazze e dell’ingresso dell’edificio sono stati collegati al suolo con terrapieni di torba e pietra ricavati falciando e smuovendo i campi intorno. In fase di cantiere, sono stati scavati durante la preparazione delle fondamenta dei pilastri esagonali in basalto utilizzati poi per rivestire le superfi-

ci esterne. La semplicità e la discrezione dell’immagine dell’impianto volumetrico la si ritrova all’interno, dove ogni ambiente vive grazie all’orientamento pensato per catturare in ogni punto il panorama esterno. Pavimenti lastricati in basalto nella zona giorno e negli spazi di circolazione, muri in cemento grezzo o dipinto, soffitti, porte e carpenteria in legno trattato a olio con inserti in acciaio. Un tocco di raffinatezza è concesso ai soli spazi della cucina e del bagno dove compare il marmo, quasi a richiamare la tradizione di ambienti domestici a latitudini più “vivibili”. Un sistema secondario di lucernari e altre aperture sul tetto potenzia il grado di luce naturale negli interni integrando le ampie viste panoramiche e amplificando il rapporto con il paesaggio.

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Vista del prospetto est della residenza Hof. Il complesso è realizzato con tecnologie e materiali – legno, cemento, pietra e manto erboso sulle coperture – che rispettano l’inserimento ambientale. View of the east elevation of the Hof residence. The complex is built using technology and materials—wood, concrete, stone and grass roofs—which blend in with the environment.


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n order to fully understand the meaning and nature of the Hof residential complex, 100 km from the Arctic Circle in the distant land of Iceland, it needs to be interpreted in the full complexity of its history, which combines different cultures and sensibilities. Two clients from a creative milieu, the artist Lilja Pálmadóttir and actor-director Baltasar Kormákur Baltasarsson, working with a team of young and courageous designers from the Icelandic team Studio Granda, really delved into the setting, grasping its full evocative potential in complete harmony with the clients’ spirit and demands to create their house in the country. We are actually in the green fjord of Skakafjördur, whose banks are covered in a grassy surface lined by

mountains with long valleys running through them out toward the rocky island of Drangey. Along the river there is a group of old buildings, a house, church, barn and a stable; set further back inland there are two more recently constructed stables. The project involves redeveloping what is already there and creating a new residence slightly setback in relation to the original settlement and located on raised ground overlooking the sea. Nature, interaction with the site, panoramic views, and the poetic tension they give off, provide the inspiration for the entire project, both in terms of the structural layout and choice of building materials and technology. The simple, linear, almost terse language, with no striking architectural features,


is a tribute to this land, respecting its rhythms, light, spaces and colors. Set in a raised position, the house has square concrete facades on the outside, which change in color tone and appearance depending on the weather and time of day. The roofs are covered with a grassy surface created by replanting grass from the lawn, while the slight shifts in height of the terraces and building entrance are connected to the ground by turf and stone embankments created by scything them out of the surrounding fields and moving them to the site. During building work, hexagonal columns of basalt were cut out for preparing the foundations and then used for cladding the outside surfaces. The simplicity

and unobtrusiveness of the overall structural image reemerges on the inside, where each room is carefully positioned to capture outside views from every point. There are paved basalt floors in the lounge areas and circulation spaces, raw or painted concrete walls, ceilings, floors and wooden frames treated with oil and inset with steel. A touch of elegance is confined to the kitchen and bathroom spaces, where marble appears almost as an allusion to traditional home environments in more “livable� latitudes. A secondary system of skylights and other apertures in the roof enhances the amount of natural light in the interiors, integrating spacious panoramic views and extending relations with the countryside.

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Vista del prospetto ovest. View of the west elevation.


Pianta del piano terra. In basso, vista della scala elicoidale e particolare dell’angolo esterno dell’ala contenente il soggiorno. Ground floor plan. Bottom, view of the spiral staircase and detail of the external corner of the wing holding the lounge.

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Planimetria generale e, a destra, sezioni a, b, d, e. In basso, corridoio della zona notte e zona pranzo/cucina. Site plan and, right, a, b, d and e sections. Bottom, the corridor of the sleeping quarters and the dining area/kitchen.

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Miraggi verticali Vertical Mirages Rho Pero Milano, Hotel NH Fiera Rho Pero Milan, NH Fiera Hotel Progetto di DPA Dominique Perrault Architecture Project by DPA Dominique Perrault Architecture

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Schizzo di progetto e, pagina a fianco, vista generale dei due monoliti dell’NH Fiera. Alte 60 metri e inclinate di 5°, le due torri sono collegate da un elemento a crociera in metallo perforato, mentre un percorso pavimentato protetto da una pensilina trasparente in vetro serigrafato collega gli hotel al centro congressi. Project sketch and, opposite page, overall view of the two monolithic blocks of the NH Fiera. 60 m tall and inclined at an angle of 5 degrees, the two towers are connected by a perforated metal cross-base, while a paved pathway, protected by a transparent canopy made of serigraphed glass, connects the hotels to the conference center.

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ominique Perrault non impone un oggetto, ma crea degli spazi; un’architettura che si attraversa, che si può sperimentare”, è questo uno dei tratti più originali e distintivi dell’opera dell’architetto della Bibliothèque nationale de France di Parigi, che Frédéric Migayrou, commissario della grande esposizione organizzata nel 2008 dal Centre Pompidou, ha sottolineato molto acutamente descrivendo la sua opera. Quella di Perrault è infatti un’architettura che parte da elementi semplici, volumi e forme geometriche primarie, e quindi li lavora, gioca con i limiti imposti dalla scatola strutturale e la trasforma per metterla in relazione con il paesaggio, con il contesto che la accoglie. Un percorso che lo ha portato ad approfondire la ricerca sui materiali, sull’involucro, sulle possibilità aperte dalle moderne tecnologie e sui sistemi di produzione e utilizzo della materia. “È possibile fare molto con poco, dell’architettura senza ornamento, e scomparire costruendo un edificio” afferma il progettista, e le sue architetture lo dimostrano, alcune in modo particolarmente emblematico come le due torri della catena NH Hoteles, costruite a Milano, nell’area della nuova Fiera Rho Pero. Due parallelepipedi gemelli a pianta quadrata si innalzano solenni a sud del nuovo quartiere espositivo imprimendo al territorio della periferia milanese una nuova dinamica. Una leggera inclinazione e lo sfalsamento sul piano orizzontale “creano due edifici in movimento” che si liberano con un gesto raffinato dal rigore ortogonale dell’impianto di base. Perrault ricorre a una forma geometrica consolidata per proiettarla in un gioco di nuovi equilibri e declinare un nuovo paesaggio architettonico. La scenografia viene esaltata da un rivestimento nero lucente sui lati meno esposti al sole, che riflette la luce, lo scorrere delle nubi, le mutazioni del cielo, rafforzando le suggestioni dei due monoliti che si rivelano all’orizzonte con l’illusione di un “miraggio”. Raffinatezze strutturali ed effetti materici inediti, spinti dalla sperimentazione di nuovi materiali, coronano l’iter tecnico-costruttivo dell’intervento. Una struttura in cemento armato con un’anima centrale destinata ai collegamenti verticali, i locali tecnici e gli office di piano, sostiene le due torri, alte rispettivamente 19 e 18 piani. Le facciate ventilate, dalle elevate prestazioni termiche e

acustiche, sono declinate con materiali diversi a seconda dell’orientamento. Quelle orientali e settentrionali sono rivestite con 20 mila lastre in vetro gres di colore nero, quelle più soleggiate, a mezzogiorno e occidente, in marmo bianco. Le aperture, di dimensioni variabili, sono intagliate nelle superfici con infissi in alluminio verniciato a taglio termico e frangisole in alluminio lucido motorizzati. Altro registro espressivo per l’atrio con pianta a crociera che distribuisce sia gli accessi ai piani delle camere, sia i percorsi verso gli spazi di ristorazione e i servizi. La marcata mineralità delle torri trova nella leggerezza e trasparenza di questo nodo di collegamento un prezioso polmone di energia dove si concentra la carica emotiva di una nuova dimensione dell’accoglienza. Tutto è calibrato sulle variazioni e i riflessi della luce naturale che penetra attraverso un involucro in vetro e metallo perforato, color oro, giocando con le trasparenze. Una luce sempre unidirezionale, garantita da un’avanzata soluzione tecnologica che adotta una parete a doppia pelle costituita da un sandwich di due lastre di vetro, stratificato all’esterno e temperato all’interno, dove è inserita una lastra piegata in alluminio di colore dorato. Alle prestazioni di efficienza termica e acustica si coniugano le particolari proprietà ottiche che, come nella lucentezza del rivestimento delle torri, confermano la straordinaria sensibilità dell’architetto parigino nel trattare le sinergie tra superfici diverse, qualità riflettenti e componenti luminose dei materiali, per disegnare nuove poetiche del territorio.


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ominique Perrault does not impose an object, he creates spaces; architecture you can pass through and experiment with” sums up one of the most original and distinctive traits of the architect who designed the French National Library in Paris. The aforementioned quote is how Frédéric Migayrou, the commissioner of the major exhibition held in 2008 at the Pompidou Center, most acutely described his work. Perrault’s architecture actually starts from simple elements, structures and primary geometric forms and then works with them, playing with the limits imposed by the structural box and transforming it so that it relates with the landscape and setting in which it is accommodated. A process, which has led him to deepen his research into materials, shells, the possibilities opened up by modern technology, and systems for manufacturing and using materials. “A lot can be done with very little, creating architecture free from ornamentation and then vanishing as the building is constructed,” the architectural designer himself states and his works prove so, some in a particularly emblematic way such as the two towers belonging to the NH Hoteles chain in Milan on the site of the new Rho Pero Trade Fair. Two twin square-based parallelepipeds rise up solemnly to the south of the new exhibition site, instilling fresh dynamism into this area of the Milanese suburbs. A slight inclination and a staggering of the horizontal plane “create two buildings in motion,” which, with extreme elegance, break free from the orthogonal rigor of the base plan. Perrault resorts to a trusted geometric form, which is projected into an interplay of new balances to shape a new architectural landscape. The scenario is exalted by the shiny black coating on the sides least exposed to the sun, which reflects light, passing clouds and any changes in the sky, enhancing the striking force of the two monoliths creating the illusion of a “mirage” on the horizon. Elegant structural features cre-

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Planimetria generale dell’area a sud del polo fieristico milanese di Rho Pero. Site plan of the area south of the Milan Trade Fair in Rho Pero.

ating surprising physical effects, driven along by experimentation with new materials, crown the project’s technical-construction process. A reinforced concrete structure, with a central core holding the vertical links, utility rooms and offices, supports the two towers, which are respectively 19 and 18 stories high. The ventilated facades with notable heat and sound insulation properties are made of various different materials according to their position. Those to the east and north are clad with 20,000 black sheets of glass ceramic, those to the south and west (absorbing most sunshine) are made of white marble. The apertures, which vary in size, have heat-cut painted aluminum inserts in their surfaces and motorized shiny aluminum shutters. The lobby is designed differently, with a cross-shaped layout for setting out the entrances to the floors holding the hotel rooms and the corridors running through to the catering facilities and services. The distinctly mineral nature of the towers draws a lungful of energy from the lightness and transparency of the connection hub, adding a fresh dimension of emotional force in the name of hospitality and accommodation. Everything is geared to variations in and reflections of natural light, which flows in through the golden-colored perforated metal and glass shell playing on transparencies. Light always flows in one direction thanks to a cutting-edge technological solution using a doubleskinned wall formed by a sandwich of two sheets of glass, stratified on the outside and reinforced on the inside, with a golden-colored folded sheet of aluminum between them. Heat and sound insulation efficiency combines with peculiar optical properties, which, as in the case of the shiny cladding on the towers, confirm the Parisian architect’s extraordinary awareness of how to handle the synergies between the different surfaces, reflective qualities and luminous aspects of materials to enhance stylishly the territory.


Prospetti est e sud e sezione longitudinale sulla crociera. In basso, sezione della torre di 19 piani inclinata verso la Fiera. East and south elevations and longitudinal section of the cross-base. Bottom, section of the 19-story tower inclined toward the Trade Fair.

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Viste delle due torri dal bacino artificiale che le riflette amplificandone la proiezione in verticale. Pagina a fianco, particolari del rivestimento in gres porcellanato con

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superficie nera in vetroceramica che coniuga le qualitĂ  specchianti con elevate prestazioni termo-acustiche, totale impermeabilitĂ , e resistenza agli sbalzi termici, agli agenti esterni e alla flessione.

Views of the two towers from the man-made basin mirroring and extending their vertical projection. Opposite page, details of the porcelain gres cladding with black glass ceramic

surfaces, which combines reflective qualities with high heat-sound insulation properties, total impermeableness and resistance to sudden jumps in temperature, external agents and bending.


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Particolari del gioco di riflessi generati dai due monoliti lucenti. Pagina a fianco, particolari costruttivi e sezione sulla crociera che collega le due torri. Pagine seguenti, vista della crociera, gli spazi comuni (reception, sala bar e ristorante, zona relax) e particolari di una camera tipo.

Details of the interplay of reflections generated by the two shiny monoliths. Opposite page, construction details and section of the cross-base connecting the two towers. Following pages, view of the cross-base, the communal spaces—reception, bar, restaurant and relaxation area—and details of a standard room.


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Solo pelle e ossa Nothing but Skin and Bone Aix-en-Provence, Centro Nazionale di Coreografia Aix-en-Provence, National Choreography Center Progetto di Rudy Ricciotti Project by Rudy Ricciotti

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Particolari della struttura in cemento a geometria variabile che ingabbia il cubo vetrato. Details of the geometrically variable concrete structure, which frames the glass cube.

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l Pavillon Noir di Aix-en-Provence è un edificio che riflette in modo particolarmente rappresentativo ed efficace la personalità e la forza progettuale del suo autore. Figura di spicco nel panorama dell’architettura francese ed europea, Grand Prix National d’Architecture 2006, Rudy Ricciotti è un personaggio che non lascia indifferenti, sia per la carica emotiva e turbolenta del suo temperamento, spesso in polemica con la banalizzazione di stili e tendenze comunemente diffuse, sia per lo straordinario potenziale poetico che emana da ogni sua opera. Di formazione ingegnere e poi architetto, Ricciotti rivendica l’amore per la forma, per la struttura, per i materiali “portatori di un’evidenza architettonica”. Il Pavillon Noir, pensato e progettato per ospitare il Centro Nazionale di Coreografia (CCN) della regione ProvenceAlpes-Côte d’Azur (PACA), concilia in un intervento carismatico e provocatorio i valori di contemporaneità, sperimentazione e sfida alle tradizioni consolidate. Il registro linguistico privilegia una grammatica cruda, senza sentimentalismi; l’edificio si afferma per l’esasperazione della struttura e l’essenzialità della materia ridotta ai soli cemento e vetro. Costruito in prossimità del centro di Aixen-Provence, in una zona di nuova pianificazione disegnata dallo studio catalano MBM Arquitectes, il CCN prende le distanze dal contesto, “tenta di esistere in un principio di solitudine esasperata” spiega Ricciotti che, in posizione critica rispetto al progetto urbanistico, interviene in un’area costretta tra spazi urbani “enormi e sovradimensionati”. Sul principio di questo “autismo” – sono ancora le sue parole – nasce l’idea di un edificio “nervoso come lo sono i ballerini”. La stretta collaborazione e le sinergie di pensiero con il coreografo Angelin Preljocaj, direttore artistico del CCN, hanno alimentato un’architettura ridotta alle sue componenti fondamentali, una struttura “pelle e ossa” animata solo dall’attività dei ballerini e dalla rappresentazione del corpo e dello spettacolo quotidiano durante le prove. Coraggioso e provocatorio il concetto strutturale, che dichiara il sistema portante all’esterno elevandolo a icona del progetto. Un volume cubico di 18x36 metri di base viene fasciato da un intreccio di nastri in cemento lasciato grezzo, che ingabbiano un’anima vetrata dove sono contenute le quattro sale per le prove e quella per gli spettacoli, oltre agli ambienti comuni e i locali di servizio. L’ingegneria della maglia strutturale è dettata dai condizionamenti dovuti ai forti vincoli urbanistici e alla natura del sito – dalla sua origine sismica alla presenza di una falda freatica che può interferire con la sala degli spettacoli nel sottosuolo, fino allo sferragliare della vicina ferrovia – a cui si aggiunge l’esigenza di ambienti privi di vibrazioni necessari all’attività dei ballerini. Il senso di questa ricercata soluzione strutturale è ancor più evidente una volta penetrati nell’edificio dove si aprono ampi spazi completamente liberi da partizioni e pilastri di sostegno. La proiezione sull’esterno è amplificata dalle ampie superfici vetrate che accompagnano il succedersi dei piani dove sono organizzate le sale di prova. Lo spettacolo dei corpi in esercizio si offre alla vista dei passanti facendo vivere di una nuova dinamica il rigore e la radicalità dell’espressione architettonica. Un elogio alla materia, allo sforzo insito nella struttura, ma anche all’energia, all’impegno, alla fatica che qualificano l’attività umana e di cui questa architettura si fa portatrice, sfidando il rischio di un’espressione cruda e brutale per elevarsi oltre l’inconsistenza di effimere estetizzazioni dell’immagine.

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he Pavillon Noir in Aix-en-Provence is a particularly emblematic and effective embodiment of the personality and design expertise of its creator. A leading figure on both the French and European architecture scene and winner of the 2006 Grand Prix National d’Architecture, Rudy Ricciotti is a character who never goes unnoticed either for his turbulent, emotive personality, often criticizing the blandness of widespread styles and tendencies, or for the incredible poetic potential emanating from all of his work. With a background in engineering and then architecture, Ricciotti has a genuine love for form, structure and materials “carrying with them architectural force.” The Pavillon Noir, devised and designed to accommodate the National Choreography Center (CCN) for the ProvenceAlpes-Côte d’Azur region (PACA), brings together the values of the contemporary scene, experimentation and a challenge to well-established traditions in one charismatic and provocative work. The stylistic design works around a rather crude vocabulary with no signs of sentimentalism; the building stands out for its exasperated structure and the simplicity of the material, which is confined to just two types, concrete and glass. Built close to the center of Aix-en-Provence in a recently developed area whose master plan was designed by the Catalonian firm MBM Arquitectes, the CCN distances itself from its setting “attempting to be in a state of exasperated solitude,” according to Ricciotti, who, adopting a critical stance to urban design, has worked in a confined area amidst “huge and oversized” urban spaces. Drawing on this “autism,” to quote him again, we have the idea of a building “as nervous as the dancers.” A close working relationship and converging lines of thinking with the choreographer Angelin Preljocaj, the artistic director of CCN, have inspired a work of architecture reduced to its barest components, a structure which is nothing but “skin and bone” enlivened only by the dancers and the representation of the body during the daily spectacle of rehearsals. The structural concept is brave and thought-provoking, placing the bearing system on the outside and raising it to the status of a design icon. A cubic volume with a base measuring 18x36 meters is enveloped in a web of concrete strips left rough, which encompass a glass core holding the four rehearsal rooms and the stage area, as well as the communal facilities and utility rooms. The engineering of the structural web is dictated by constraints due to town-planning restrictions and the nature of the site—ranging from its seismic origin to the presence of a water table which could interfere with the stage area in the underground, and also the clatter from the nearby railway—plus the need for premises with no vibrations to allow the dancers to perform properly. The sense of this elaborate structural design is even more obvious once inside the building, where wide spaces open up completely free from partitions and support columns. The projection toward the outside is amplified by the wide glass surfaces throughout the various floors holding the rehearsal rooms. The spectacular sight of exercising bodies can be seen by passers-by, allowing the rigor and radicalness of the architectural design to experience a new kind of dynamics. A tribute to matter, the intrinsic force of the structure and also the energy, commitment and hard work characterizing human activity, this work of architecture manages to defy the danger of being a crude and brutal design, raising itself above the inconsistency of the transient aesthetics of image.


A sinistra, dal basso, piante del primo, secondo e terzo piano e sezione longitudinale. Sotto, a destra, sezioni trasversali.

Left, from bottom, plans of the first, second and third floors and longitudinal section. Bottom, right, cross sections.

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Viste del Pavillon Noir, particolari dell’ingabbiatura in cemento e una sala prove.

Views of the Pavillon Noir, details of the concrete cage, and a rehearsal room.

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Scolpiti nella materia Sculpted in Matter Città del Messico, Complesso residenziale Haus Santa Fe Mexico City, Haus Santa Fe Residential Complex Progetto di De Yturbe Arquitectos Project by De Yturbe Arquitectos

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Particolari del rivestimento di facciata della Haus Santa Fe. Details of the facade coating of Haus Santa Fe.

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ostruito in una zona particolarmente densa e abitata di Città del Messico, la torre per residenze e uffici progettata da De Yturbe Arquitectos rivisita il tema dell’edificio alto con lo spirito e le declinazioni stilistiche proprie della tradizione messicana moderna. José De Yturbe Bernal, capostipite del gruppo di progettazione con sede a Mexico City, ripropone in modo originale una linea di percorso di stampo minimalista supportata dalla maestria nel disporre le superfici, articolare rapporti di forze equilibrati e sperimentare usi insoliti dei materiali. L’essenzialità e l’immediatezza di geometrie e volumi evolve però in una dimensione amplificata dalla passione per la luce e i colori dove si leggono, in una proiezione contemporanea, riferimenti filtrati dalla scuola di Luis Barragán. In questo edificio di trenta piani, per un’altezza di 105 metri, vengono riunite diverse funzioni: appartamenti e suite di lusso, una palestra, aree commerciali, servizi, oltre a 400 metri quadrati di uffici e un parcheggio sotterraneo. La soluzione architettonica parte da un volume prismatico a pianta quadrata e lo lavora nella massa e nella materia, frazionandolo in due corpi principali separati da una “falda” centrale che libera un angolo della base per ricavare un patio alberato. La Haus Santa Fe completa una cortina di costruzioni alte, imprimendo una nuova immagine a un contesto urbanizzato senza particolari attrattive e piuttosto ano-

nimo e banale. Lo studio De Yturbe reinterpreta in chiave contemporanea la cultura architettonica messicana giocando sulla texture dell’involucro e sui cromatismi dei materiali per sottolineare l’articolazione dei volumi, esaltare i giochi di luce e di ombre e dare maggior enfasi ai tagli prospettici. I due blocchi laterali, allineati su strada, sono rivestiti con pannelli in cristallo temperato di colore bianco, combinati con pannelli trasparenti protetti da una pellicola riflettente che mitiga gli effetti di un eccessivo irraggiamento. In contrappunto alla solarità di questa pelle scolpita nel profilo della città l’arretramento della faglia centrale, tagliata all’interno del lotto. Con un gesto coraggioso e deciso, i progettisti ricorrono a un rosso vivace per annunciare il cambiamento di registro formale. La monoliticità dell’edificio si anima della dinamica dell’apertura centrale che trova un’altra dimensione espressiva rivelando nuovi tagli prospettici e nuove verticalità. All’interno si incontra il patio luminoso che distribuisce l’ingresso ai due corpi laterali e ne distingue la separazione funzionale. Appartamenti e suite possono godere di un affaccio protetto dal traffico della città, beneficiando del riparo delle fronde degli alberi e degli effetti rinfrescanti di un bacino artificiale. Un’attenzione al recupero energetico ha guidato la scelta della pavimentazione del patio, realizzato in un materiale completamente impermeabile alla pioggia, che può essere così convogliata in cisterne e totalmente riciclata.


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In basso, la cortina di alti edifici in cui si iscrive la Haus Santa Fe imprimendo un vivace tocco cromatico al denso contesto urbano. Pagina a fianco, particolare della “falda” che divide i due blocchi.

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Bottom, the curtain of tall buildings in which Haus Santa Fe is set, adding a brightly colored touch to the dense cityscape. Opposite page, detail of the “fault” separating the two blocks.

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uilt in a particularly densely populated area of Mexico City, the housing and office block designed by De Yturbe Arquitectos is a reworking of the theme of tall buildings in the stylistic spirit and traditions of modern Mexico. José De Yturbe Bernal, head of the design team based in Mexico City, has come up with a very original minimalism style approach, backed up by a masterful arrangement of surfaces, carefully balancing of forces and experimental use of materials. The simplicity and immediacy of the geometric relations and structures is enhanced by a passion for light and colors, whose inspiration lies in a modern-day reading of the Luis Barragán school of thought. This 30-story building rising up to a height of 105 m combines various functions, luxury suites and apartments, a gym, retail areas, utilities, 400 square meters of office space, and an underground car park. The architectural design derives from a square-based prismatic structure whose mass and material has been carefully worked, dividing it into two main structures separated by a central “fault”, which frees up a corner of the base for accommodating a tree-lined patio. Haus Santa Fe completes a curtain of tall buildings, instilling a fresh image on a rather bland and faceless urbanized setting with no really attractive features. De Yturbe architects have come up with a modern-day ren-

dition of Mexican architecture playing on the texture of the shell and colors of the materials to underline the structural layout, exalt the interplay of light and shadow and place greater emphasis on perspective cuts. The two side blocks, aligned with the road, are clad with white-colored reinforced glass panels combined with transparent panels protected by a reflective film, which mitigates the effects of excessive sunlight. As a counterpoint to the solar nature of this skin sculpted into the skyline, the central fault cut inside the lot has been carefully set back. With a brave and decisive gesture, the designers have used bright red to announce the change in stylistic key. The monolithic nature of the building is enlivened by the dynamics of the central aperture, which finds fresh expressivity by revealing new perspectives and new vertical forms. Inside, the brightly lit patio sets out the entrance to the two side constructions and marks the functional separation. The apartments and suites have a front which is protected from city traffic, enjoying the sheltering effect of the foliage of the trees and refreshing effects of a man-made pool. Attention to energy recycling guided the choice of patio flooring, made of a material totally impermeable to rain, which is conveyed into tanks and completely recycled.


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Dall’alto, sezione della torre, e piante del piano terreno e di un piano tipo. From top, section of the tower and plan of the ground floor and a standard floor.

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In questa pagina, prospetto dell’edificio. Pagine seguenti, particolari degli appartamenti e il patio alberato interno al lotto. This page, elevation of the building. Following pages, detail of the apartments and the tree-lined patio inside the lot.

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News

Costruire nuove idee Building new ideas

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Costruire nuove idee Building new ideas Sull’onda dell’innovazione Riding the innovation wave Italcementi Group lancia Alipre® Italcementi Group introduces Alipre® La magia del cemento The magic of cement

ispettare l’ambiente, risparmiando. È questo il valore aggiunto della Casa 100K€, il progetto abitativo “low cost” che nasce da un’idea dell’architetto bolognese Mario Cucinella e dalla ricerca Italcementi. Si tratta di una proposta di housing attenta all’ambiente, ma anche al bilancio familiare, in un periodo in cui comprare casa è sempre più un “lusso” per pochi. Una casa con tre punti di forza: costo accessibile, profilo adattabile alle esigenze di tutti e ridotto impatto ambientale. Di fronte a pericoli sempre più reali per il pianeta, non basta tenere alta l’attenzione: i rischi ambientali che minacciano l’eco-sistema, distruzione del paesaggio, rottura degli equilibri ecologici e spaccature nel tessuto sociale, necessitano interventi tempestivi. La Casa 100K€ vuole contribuire a disegnare un futuro in cui questi problemi vengono superati con intelligenza e capacità di scommettere sull’innovazione. La scelta di Italcementi e Mario Cucinella di partire dal tema della casa non è casuale. Si tratta di una risorsa fondamentale sulla quale investire, perché tocca in modo diretto il vissuto della società. “Nella crescente omologazione propria di un’urbanizzazione che tende ad appiattire su pochi ‘tipi’ statici, emerge la necessità di una risposta critica alla standardizzazione che tenga conto di uno spostamento di attenzione dall’oggetto al soggetto, attraverso nuove forme dell’abitare, che facciano prevalere i bisogni individuali come necessità di esprimere le differenti identità”, spiega l’architetto. Se a questo

si aggiunge il fatto che, in Italia, gli edifici sono responsabili del 40% del consumo energetico e dell’inquinamento da CO2, con livelli che superano del doppio la media europea, appare ancora più evidente l’urgenza di intervenire nel settore dell’edilizia. Il progetto della “casa ecologica” prevede la costruzione di un’abitazione di 100 mq al costo di 100 mila euro, coniugando risparmio energetico e ridotto impegno finanziario. Vera macchina bioclimatica, la Casa 100K€ è dotata di completa autonomia energetica con un conseguente contenimento dei costi di costruzione, di finanziamento e di impiantistica: l’installazione di pannelli fotovoltaici, infatti, consente di produrre energia sia per autoconsumo che per vendita dell’eccedenza alla rete elettrica. “Le fonti energetiche alternative sono una grande opportunità di microcredito, – spiega Cucinella – la casa ecologica può produrre energia pulita che si può vendere. Questo modello di abitazione non fa solo bene all’ambiente, ma diventa anche una forma di finanziamento, aprendo uno scenario davvero tutto nuovo”. Le prestazioni energetiche della Casa 100K€ sono ottenute grazie a materiali innovativi messi a punto da Italcementi. I ricercatori del centro Ricerca e Sviluppo del Gruppo (CTG) hanno realizzato un “sistema” di materiali studiati specificatamente per svariate tipologie di impiego, dal campo strutturale a quello dei tamponamenti (interni/esterni), in grado di fornire all’edificio soluzioni ottimizzate sotto il profilo energetico e del benessere ambientale.

Il “cemento termico” concepito da Italcementi ha le stesse caratteristiche di durabilità e resistenza dei calcestruzzi tradizionali, ma con coefficienti di conducibilità termica molto bassi, elevata permeabilità al vapore e apprezzabile inerzia termica per un comfort climatico garantito sia d’estate che d’inverno. È inoltre competitivo, oltre che per le sue caratteristiche intrinseche, anche sul fronte dell’intero ciclo di vita: gli aggregati presenti nel calcestruzzo, infatti, non provengono da materie prime, ma dal riutilizzo di altri materiali e di conseguenza non vanno a intaccare risorse non rinnovabili. Si tratta, nello specifico, di aggregati provenienti da materiali inorganici di riciclo (in modo particolare vetrosi), opportunamente trattati per ottenere un prodotto alleggerito non nocivo, impermeabile all’acqua e in grado di conferire ottime proprietà isolanti ai manufatti. Attenzione all’eco-sostenibilità non significa, però, rinuncia all’estetica. La casa è un ambiente di vita quotidiano e intimo e per questa ragione la Casa 100K€ è studiata per dare spazio alle più svariate identità e stili di vita. La sua composizione modulare può essere personalizzata scegliendo tra diverse ipotesi disponibili per tradurre bisogni e desideri abitativi in soluzioni spaziali mirate. Una prefabbricazione non standardizzata, con elementi strutturali leggeri e attrezzature mobili, come pareti scorrevoli e curvabili e sistemi di chiusura a monoblocchi, consente di diversificarne l’aspetto sia esterno che interno. Una forma aperta che permette a ognuno di elaborare


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e costruire il proprio ambiente domestico. La Casa 100K€ si presenta come una risposta concreta alla necessità di ricercare l’eccellenza nell’edilizia e nelle performance economiche: ricordando che costruire significa anche avere a cuore la tutela ambientale e il miglioramento della qualità della vita.

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espect the environment and save money. This is the added value of 100K€ Home, a low-cost housing project based on an idea by Bologna architect Mario Cucinella and on Italcementi research. The project focus is housing that cares not only for the environment but also for the family budget, at a time when a house purchase is a “luxury” beyond the means of growing numbers of people. The 100K€ Home project has three key strengths: an affordable price, a model that can be tailored to everyone’s needs, a low impact on the environment. Simply monitoring the increasingly real dangers threatening the planet is no longer enough. Timely action is needed to combat today’s environmental risks: devastation of

landscapes, destruction of ecological balances, social divisions. The 100K€ Home is intended as a contribution to a future where these problems are resolved with intelligence and a capacity for innovation. Italcementi and Mario Cucinella’s decision to begin with housing was not a random choice. As an element directly related to people’s daily lives, the home is a fundamental resource in which to invest. “With the growing homologation of urban growth models based on a limited number of static ‘types’, we need a critical response to standardization that shifts attention from the object to the subject, through new forms of housing allowing personal needs to prevail as an expression of individual identity,” says the architect. The fact that, in Italy, buildings account for 40% of energy consumption and CO2 pollution, more than twice the European average, underscores the need for urgent action in the building sector. The “environment-friendly house” is a 100 sq.m house costing 100,000 euro, designed to combine energy savings and reduce financial outlay. A genuine bioclimatic system, the 100K€ Home is entirely self-reliant as far as energy is concerned, thus

reducing construction costs, financing and plant installations: photovoltaic panels produce sufficient energy for the occupants’ needs, and any surplus can be sold to the national power grid. “Alternative energy sources are an enormous opportunity for microcredit, since the environment-friendly house can produce clean energy for sale,” explains Cucinella. “This type of house not only cares for the environment, it generates finance, opening up a completely new type of scenario.” The energy capabilities of the 100K€ Home are the result of innovative materials developed by Italcementi. Researchers at the Group’s R&D center (CTG) have devised a “system” of materials intended specifically for various uses, from building structures to curtain walls (internal/external), to provide the building with optimized solutions for energy efficiency and environmental friendliness. The “thermal cement” developed by Italcementi delivers the durability and strength of traditional cements, together with very low thermal conductivity, high steam permeability and appreciable thermal inertia, guaranteeing a comfortable climate all year round. In addition to its intrinsic characteristics, the cement is competitive over the entire life cycle: the aggregates in the concrete mix are obtained from recycled not raw

materials, and thus have no impact on non-renewable resources. Specifically, they are produced from recycled inorganic substances (vitreous materials in particular), processed to produce a lightweight, non-toxic waterproof product offering excellent insulating properties. If the project focus is on environmental sustainability, aesthetics are an equally important consideration. The home is the intimate center of people’s daily lives, which is why the 100K€ Home has been designed to cater for a wide and varied range of individual requirements and lifestyles. Its modular configuration can be personalized with a choice of elements, to translate housing needs and preferences into tailored spatial solutions. Non-standardized prefabrication, with lightweight structural elements and mobile fittings including sliding, curved walls and monoblock enclosure systems, permits personalization of the house’s external and internal appearance. An open approach that lets each user plan and build a home of their own. The 100K€ Home is a tangible response to the pursuit of excellence in building construction and economic performance: bearing in mind that housing also means caring for the environment and improving people’s quality of life.


Sull’onda dell’innovazione Riding the innovation wave

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a Ricerca è per Italcementi Group un’attività strategica finalizzata a progetti di innovazione per lo sviluppo di sistemi e tecnologie in un’ottica di sostenibilità economica, ambientale e sociale. Un impegno concreto e mirato che si sintetizza in i.nova. Contenitore e laboratorio di conoscenze, informazioni e opportunità che rafforza e valorizza

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la qualità estetica delle superfici e abbattere gli agenti inquinanti presenti in atmosfera, contribuendo al miglioramento della qualità di vita delle città. i.nova. è attività operativa di indagine e analisi sui materiali prodotti dalle società di Italcementi Group, sulle loro applicazioni e sulle risultanze di test condotti nelle più diverse condizioni progettuali,

rispettoso delle bellezze naturali e dell’identità culturale del territorio. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi legati alla tutela dell’ambiente, Italcementi vara nel 2006 un piano di sponsorizzazioni sportive a sostegno del principio attivo ecocompatibile TX Active® con speciale attenzione per le discipline particolarmente connotate da valori sostenibili: lo sci nordico

Simeoli, che ricopre il ruolo di skipper. La stagione velica 2007 vede l’equipaggio vincitore del Campionato Invernale di Roma e del Trofeo Città di Fiumicino e terzo classificato alla Rolex Capri Sailing Week. Nelle acque della Costa Azzurra, per la Giraglia Rolex Cup, ottiene il primo posto di classe e un ottimo terzo posto Overall. Il 2008 vede il varo di i.nova.,

il patrimonio di competenze del Gruppo, i.nova. è il marchio che firma l’innovazione di Italcementi. Vero e proprio volano di idee, comunicazione e know-how. Una piattaforma di crescita e arricchimento tra l’innovazione di Italcementi e la building community in termini di servizi, prodotti e soluzioni per il mondo delle costruzioni. i.nova. è sviluppo sostenibile declinato come strategia di ricerca su prodotti e tecnologie ecocompatibili. Processi produttivi idonei al riutilizzo di materiali secondari a basso impatto ambientale e minor impiego di materie prime non rinnovabili. Nuovi materiali cementizi basati sul principio attivo fotocatalitico TX Active® in grado di preservare

funzionali e climatiche. Un punto di riferimento essenziale nella produzione, vendita e assistenza agli utenti finali, e insieme una vasta ricchezza di conoscenze, esperienze e dati che si riflette direttamente sulla qualità dei prodotti e dei servizi offerti alla clientela. i.nova. è una fitta rete di collaborazioni scientifiche a livello internazionale attraverso un network di 10 centri di ricerca, 26 università e 30 aziende del settore costruzioni, operativa su temi e problematiche trasversali (riduzione delle emissioni di CO2, sviluppo sostenibile, durabilità dei materiali, etc.), obiettivi industriali, sviluppo di normative tecniche, ricerche di base e ricerche finalizzate. Ma i.nova. è anche sport ecologico,

che richiama valori quali l’uomo, il paesaggio e la tradizione, il ciclismo che richiama la libertà, la campagna e il movimento pulito, e la vela che fa riferimento all’orizzonte mediterraneo, al contesto di prestigio e a uno sport pulito. Nasce così il TX Active® Sailing Team con l’obiettivo di promuovere il marchio attraverso la partecipazione a competizioni veliche di primo livello, in Italia e nel bacino del Mediterraneo. Sul finire del 2006 il TX Active® Sailing Team raggiunge un’intesa con la Sezione Vela dell’Aeronautica Militare Italiana, in virtù della quale il nucleo principale dell’equipaggio risulta ancora oggi composto dai migliori atleti della Sezione, sotto il comando del M.llo 1° Giancarlo

Comet 45S, armato da Seci Yachting Consortium, progettato dallo Studio Vallicelli e realizzato dal cantiere Comar Yachts. La stagione è ricca di buoni risultati, anche se manca una vittoria: terzo gradino del podio alla Rolex Capri Sailing Week, alla Giraglia Rolex Cup e al Campionato Italiano ORC dopo un avvincente duello con Libertine. Nel programma velico 2009 i.nova. ha già all’attivo due terzi posti nella Comet Cup di Porto Santo Stefano e nella lunga di 243 miglia nella classica Giraglia Rolex Cup, a conferma della costante crescita del team, in nome di un sodalizio vincente tra rispetto per l’ambiente, attenzione ai temi dell’inquinamento e passione per lo sport. Nei prossimi


mesi l’equipaggio sarà chiamato a importanti sfide nelle regate dell’ORC International World Championship (Brindisi, 5 - 11 luglio), la prestigiosa Copa del Rey di Palma de Mallorca (1 - 8 agosto), il Campionato Italiano Assoluto ORC (Gaeta, 22 - 29 agosto) e la Rolex Middle Sea Race (La Valletta, 14 - 24 ottobre). Un impegno nel Mediterraneo in associazione con le filiali rivierasche di Italcementi Group.

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esearch, at the Italcementi Group, is a strategic activity focused on innovation projects for the development of systems and technologies to advance economic, environmental and social sustainability. A tangible, specific commitment condensed into a single name: i.nova. A container and laboratory for knowledge, information and opportunities that strengthen and enhance Group competencies, i.nova. is the brandname for Italcementi innovation. An authentic driver of ideas, communication and know-how. A platform for growth linking Italcementi innovation and the building community in the pursuit of services, products and solutions for the construction industry. i.nova. is sustainable development in the shape of a research strategy for clean products and technologies. Production processes that re-utilize secondary materials with a low environmental impact and minimize use of non-renewable raw materials. New cements based on TX Active®, the photocatalytic active principle that preserves the original appearance of surfaces and eliminates atmospheric pollutants,

helping to improve the quality of life in our cities. i.nova. is investigation and analysis of the materials produced by the companies in the Italcementi Group, their applications and the results of tests conducted under an extensive range of engineering, functional and atmospheric conditions. A vital point of reference for production, sale and end-user service operations and, equally, an invaluable source of knowledge, experience and data directly reflected in the quality of the products and services offered to customers. i.nova. is a close-knit network for international scientific cooperation consisting of 10 research centers, 26 universities and 30 construction companies, whose work focuses on a series of interdisciplinary issues and concerns (reduction of CO2 emissions, sustainable growth, durability of materials, etc.), industrial goals, technical regulations, basic research and targeted research projects. Yet i.nova. is also ecological sport, a statement of care for the beauty of nature and the community’s cultural identity. To raise public awareness about environmental conservation issues, in 2006 Italcementi launched a sport sponsorship program for the TX Active® clean principle, linked to sports with specific sustainability connotations: downhill skiing, associated with the individual, landscapes, tradition; cycling, associated with freedom, the countryside, clean movement; and sailing, with the focus on Mediterranean horizons, prestige, clean sport. This is the thinking behind the TX Active® Sailing Team, which promotes the brand by competing in the main regattas in Italy and the Mediterranean. At the end of 2006 the TX Active®

Sailing Team reached an agreement with the Sailing Section of the Italian Air Force, under which the section’s top athletes form the main body of the crew, skippered by Primo Maresciallo Giancarlo Simeoli. During the 2007 sailing season, the crew won the Winter Championship in Rome and the Fiumicino City Trophy, and was classified third in the Rolex Capri Sailing Week. On the Côte d’Azur, in the Giraglia Rolex Cup, it made first place in its class and conquered an excellent overall third place. 2008 saw the debut of the i.nova. Comet 45S commissioned by Seci Yachting Consortium, designed by the Vallicelli Studio and built at the Comar Yachts yard. The season brought important results, although no outright victory: third place at the Rolex Capri Sailing Week, the Giraglia Rolex Cup and the ORC Italian Championship, after an exciting battle with Libertine. For the 2009 sailing season, i.nova. has already notched up two third places, in the Comet Cup at Porto Santo Stefano and the 243-mile long-distance race in the classic Giraglia Rolex Cup, confirming the continuing growth of the team through a winning combination of respect for the environment, attention to pollution-related issues and a passion for sailing. Over the next few months, the crew will be taking on important challenges at a series of regattas: the ORC International World Championship (Brindisi, July 5-11), the prestigious Copa del Rey at Palma de Mallorca (August 1-8), the ORC Italian Absolute Championship (Gaeta, August 22-29) and the Rolex Middle Sea Race (La Valletta, October 14-24). A commitment in the Mediterranean in association with the Italcementi Group’s coastal branches.

Italcementi Group lancia Alipre® Italcementi Group introduces Alipre®

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talcementi Group ha presentato all’European Coating Show di Norimberga 2009 Alipre®, la nuova gamma di prodotti a base di clinker solfoalluminoso, ad alta tecnologia ed eco-compatibili. Con più di 800 espositori provenienti da 40 paesi, l’European Coating Show è la più importante manifestazione a livello mondiale nel settore dei materiali chimici per l’edilizia. Alipre®, distribuito sul mercato europeo, amplia il portafoglio di prodotti del Gruppo con un cemento solfoalluminoso ideale per la formulazione di un’ampia gamma di materiali pronti all’uso e per la produzione di collanti, malte, calcestruzzi, massetti e sigillanti rapidi e semirapidi – caratterizzati da bassi valori di ritiro ed eccellente durabilità – per applicazioni diversificate come pavimentazioni, gallerie, trattamento rifiuti, rivestimenti antiacido.

Alipre® costituisce un esempio di innovazione con un ciclo produttivo a basso impatto ambientale che garantisce consumi di energia ed emissioni di CO2 di gran lunga inferiori a quelli del cemento comune a base di clinker Portland. Questo risultato è reso possibile grazie a moderni impianti industriali e sofisticati metodi di controllo dei parametri di processo. Italcementi Group pone nuovamente l’accento su materiali innovativi dall’animo verde. Dopo TX Active®, il cemento “mangiasmog” già ampiamente utilizzato sul mercato, la nuova gamma solfoalluminosa completa e valorizza la linea di prodotti eco-compatibili. Attraverso il Centro Tecnico di Gruppo (CTG), Italcementi colloca Ricerca e Innovazione al centro dei propri assi strategici con l’obiettivo di rafforzare la qualità dei propri prodotti e implementare progetti sostenibili in tutto il mondo.

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he Italcementi Group introduced its new Alipre® range of high-tech, eco-compatible sulfoaluminate clinker-based products at the 2009 European Coating Show in Nuremberg, the leading international exhibition of chemicals for the building industry, attended by more than 800 exhibitors from 40 countries. Alipre®, to be distributed in Europe, broadens the Group’s product portfolio with sulfoaluminate cement, an ideal base for formulating a wide range of premixed products and producing adhesives, mortars, concrete, rapid and semi-rapid screeds and sealants featuring low shrinkage and excellent durability. An effective solution for a wide variety of applications: paving and flooring, tunneling, waste treatment, acid-resistant coatings. Alipre® is an example of innovation obtained from a production process

with a low environmental impact: thanks in part to a modern industrial system and use of advanced process parameter control techniques, energy consumption and CO2 emissions are significantly lower compared with OPC manufacturing. The Italcementi Group is putting renewed emphasis on innovative clean materials. After TX Active®, the smog-eating cement now well established on the market, this new line of sulfoaluminate cements has been specially developed to extend and enhance the existing range of eco-compatible products. For Italcementi, research and innovation conducted through CTG, the Group’s Technical Center, are primary strategic assets to improve product quality and carry out leading-edge sustainable projects all over the world.

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artVision

La magia del cemento The magic of cement

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pesso associato a un giudizio di valore negativo sia dal punto di vista estetico che ambientale, il cemento viene generalmente percepito come un materiale edile moderno diffusamente impiegato soprattutto nel corso del XX secolo. In realtà, conglomerati assimilabili al cemento venivano utilizzati già alcuni secoli prima di Cristo e, come riportato da Vitruvio nel suo De Architectura, i Romani impiegavano ampiamente un legante idraulico a base di sola calce sostituito successivamente da un materiale composito calce-pozzolana più resistente. Il Medioevo perse memoria delle tecniche costruttive dei Romani e degli insegnamenti di Vitruvio; la qualità dei leganti si deteriorò e si dovette attendere il XIV secolo per sentire ancora parlare di “rena di Cuma”, la stessa usata per la costruzione del Pantheon, allorché furono tradotti e riletti i testi di Vitruvio e reintrodotti i metodi di costruzione degli antichi architetti. Il cemento moderno, il cosiddetto Portland oggi comunemente usato, fu inventato nel 1824 in Inghilterra e nel corso del XX secolo si diffuse in ogni angolo del mondo industrializzato per la realizzazione di grandi infrastrutture, imponenti edifici e costruzioni speciali. Simbolo della modernità, il cemento ha dominato la scena architettonica degli ultimi cento anni, ha dato vita a straordinarie creazioni, ma è stato anche oltremodo abusato: messe da parte le qualità plastiche, i pannelli rettangolari in calcestruzzo sono diventati moduli prefabbricati e la naturale versatilità del materiale è stata appiattita su brutali superfici grezze faccia a vista. In una degenerazione del fondamentalismo geometrico di Le Corbusier i progettisti del XX secolo hanno finito con l’estremizzare i principi del funzionalismo: ossessionati da superfici e strutture lisce e omogenee, preoccupati unicamente della combinazione di praticità e utilità, hanno portato a un progressivo svuotamento di contenuto delle forme architettoniche del Movimento Moderno e alla loro successiva banalizzazione nella edilizia selvaggia degli anni Cinquanta e Sessanta. Si è giunti così alla “giungla urbana”, agli “incubi di cemento”, alla “serialità metropolitana” con conseguenze catastrofiche nella percezione e nella fruizione del tessuto storico e sociale delle nostre città. Da qui la demonizzazione del cemento. Fluido per natura, il cemento, con le sue applicazioni nel calcestruzzo, si presta invece a essere modellato secondo variegate configurazioni formali, sinuosità libere e inaspettate, sperimentazioni ardite tanto nella organizzazione tecnico-funzionale dello spazio quanto nella definizione di nuove morfologie estetiche e nuovi universi espressivi. Un linguaggio del cemento che parla al tempo stesso di volumi e leggerezza, di struttura e plasticità, di matericità e incorporeità. Un linguaggio che si fa immagine nelle opere di grandi maestri dell’architettura e della scultura contemporanea.

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ften judged negatively in both aesthetic and environmental terms, cement is generally considered a modern construction material that came into widespread use during the XX century. In actual fact, conglomerates similar to cement were already being adopted several hundred years before Christ: as Vitruvius notes in De Architectura, the Romans favored a lime-based hydraulic binder, later replaced by a more resistant lime-pozzolan mixture. Roman construction techniques and Vitruvius’ teachings fell into disuse in the Middle Ages, and binder quality deteriorated. References to the “sand of Cuma”, the concrete used to build the Pantheon in Rome, did not re-appear until the XIV century when Vitruvius’ texts were translated and studied and the construction methods of the ancient architects were re-introduced. The modern building material, today’s widely used Portland cement, was developed in 1824 in Britain and spread during the XX century to every corner of the industrialized world to build infrastructures, major edifices and special constructions. A symbol of modernity, cement has dominated the architectural scene for the past 100 years, providing the means to realize extraordinary creations. Yet it has also been extraordinarily abused: its plastic qualities have been forgotten, while rectangular concrete blocks have turned into prefabricated modules and its natural versatility has been flattened on to brutal exposed surfaces. In a degeneration of Le Corbusier’s geometric fundamentalism, XX century designers took the principles of functionalism to extremes: obsessed by smooth, even surfaces and structures, concerned only with combining practicality with utility, they gradually removed all content from the architectural forms of the Modern Movement, replacing them with the banalities of the wild building of the 1950s and 1960s. The result was an “urban jungle”, “cement nightmares”, a “metropolitan seriality”, with catastrophic consequences for the perception and use of our cities’ historic and social fabric. From there, it was a short step to the demonization of cement. Naturally fluid, cement and its applications in concrete can in fact be modeled to create any variety of formal configurations, free and unexpected curves, audacious innovations in the technical and functional organization of space, exciting new aesthetic morphologies and expressive dimensions. A language in cement, an idiom based equally on volumes and lightness, on structure and plasticity, on consistency and incorporeity. A language that becomes the medium of expression for the works of the great names of contemporary architecture and sculpture.

Quando il cemento incontra l’architettura

When cement meets architecture

Santiago Calatrava nel complesso olimpico di Atene, l’OAKA (Athens Olympic Sport Complex), coniuga ingegneria e scultura in monumentali strutture portanti di cemento e acciaio, dalle linee morbide e sinuose, liberate dalla propria fisicità e ai limiti dei principi della statica. Il segno inconfondibile dell’architetto spagnolo prende a prestito forme ed elementi della natura fermandone il movimento, come in un fotogramma, in strutture solide e volumi leggeri, sviluppati attraverso un impiego complesso della geometria e soluzioni tecnologiche innovative. Frank O. Gehry per il Museo Guggenheim a Bilbao ha plasmato le forme in cemento armato in finissime foglie ondeggianti rivestite da sottili lamine di titanio realizzando un’architettura scultorea fatta di superfici curve e masse distorte. La forza espressiva presente in tutte le composizioni del maestro californiano potrebbe fraintenderne le intenzionalità progettuali riconducendone l’opera a pure astrazioni iconografiche piuttosto che a una perfetta sintesi di rigore razionalista e libertà creativa dietro cui

In the Athens Olympic Sport Complex (OAKA), Santiago Calatrava combines engineering and sculpture to create monumental concrete and steel bearing structures, whose smooth, sinuous lines are unrestrained by their own physicity and indifferent to the principles of statics. The Spanish architect characteristically borrows shapes and elements from nature, freezing their movement, in a sort of snapshot, to create solid structures and airy volumes resulting from a complex blend of geometry and innovative technological solutions. At the Guggenheim Museum in Bilbao, Frank O. Gehry has modeled his reinforced concrete forms to create fine undulating leaves covered in fine sheets of titanium, producing a sculptural architecture of curved surfaces and distorted masses. The expressive force visible in all the works of this Californian artist could create confusion over his intentions, reducing his work to a set of pure iconographic abstractions rather than a perfect synthesis of rationalist rigor and


si celano raffinatissimi calcoli strutturali. Per l’aeroporto internazionale di Bangkok lo studio americano Murphy/Jahn ha voluto coniugare in un’unica veste architettonica qualità estetica e funzionalità: il progetto ha richiesto l���impiego di materiali e tecniche innovative per la realizzazione di un sistema strutturale a travi reticolari in acciaio e ossature in cemento armato a vista che assicurasse solidità e durata, garantendo al contempo uno spazio interattivo ed emozionale con minimo impatto sul territorio. Oltre i limiti dell’estetica tradizionale, il progetto di Dominique Perrault per la Bibliothèque Nationale de France di Parigi rimanda al concetto di una anti-forma primitiva ed essenziale non costruita dall’autore ma dalla sua volontà di dialogare con la natura e le sue leggi. Non più architettura-design ma architettura-paesaggio, il complesso con le sue quattro torri d’angolo che sembrano quattro libri aperti uno di fronte all’altro impone la propria presenza su scala urbana mescolando la città con l’ambiente naturale. Come afferma lo stesso Perrault, “Oggi, il materiale per l’architettura non è più inesorabilmente il vetro, il cemento e il metallo; è la stessa terra dentro la quale ci si può infiltrare e circolare.” Il Museo Nazionale di Arte del XXI Secolo (MAXXI) di Roma si è affidato all’estro creativo di Zaha Hadid che ha firmato una soluzione architettonica altamente innovativa ma al tempo stesso funzionalmente accessibile e permeabile al tessuto urbano. Piani inclinati, pareti e forme avvolgenti plasmano e modellano un materiale cementizio tecnologicamente avanzato in una trama spaziale di grande complessità. Perfetta sintesi qualitativa tra paradigmi estetici e standard tecnico-prestazionali. Complesso museale interamente dedicato alla celebrazione della Costituzione Usa dai tempi della Guerra di Indipendenza fino ai giorni nostri, il National Constitution Center di Filadelfia nasce dalla matita dello studio Pei Cobb Freed & Partners. La solennità e la grandezza dell’incipit della Carta americana “We the People” inciso sulla facciata dell’edificio viene ripresa e amplificata nella imponente morfologia del complesso realizzato in vetro e calcestruzzo ad alta prestazione strutturale e cromatica. La razionalità delle linee geometriche parla di metodo e sovranità della legge, la trasparenza dei materiali parla di apertura e senso di responsabilità politica, la fluidità dei volumi parla di libertà individuale ed economica: eterni ideali e valori incrollabili del popolo degli Stati Uniti. Fornito dalle filiali di Italcementi Group di Grecia, Spagna, Thailandia, Francia, Italia e Usa, il cemento impiegato nella realizzazione di queste opere straordinarie nasce dalla precisa volontà di contribuire a perfezionare il dialogo tra architettura e progresso tecnico-scientifico per un approccio integrato a una progettazione consapevole del patrimonio naturale e responsabile dello sviluppo del territorio.

creative freedom hiding extremely refined structural calculations. At Bangkok International Airport, America’s Murphy/Jahn firm of architects have created a project integrating aesthetic quality and functionality: innovative materials and techniques have been used to build a structure of steel truss girders and an exposed reinforced concrete frame providing solidity and durability. The result is an emotional, interactive space with minimal impact on its surroundings. Moving beyond traditional aesthetic limits, Dominique Perrault’s project for the French National Library in Paris reflects the concept of primitive, essential anti-form arising not from the author but from a desire to communicate with nature and the laws of nature. An architectural landscape rather than an architectural design, this complex with its four corner towers like four open books standing face to face imposes its presence on an urban scale, integrating the city with its natural surroundings. To quote Perrault: “Today’s architectural material is no longer relentless glass, cement and metal, but the actual landscape into which the building can be infiltrated and circulated.” The National XXI Century Art Museum (MAXXI) in Rome is the creation of Zaha Hadid, who has come up with a highly innovative architectural solution that is also functionally accessible and accommodating to the urban fabric. Sloping floors, encircling walls and shapes mold and model a high-tech concrete into a complex spatial layout. A perfect qualitative synthesis of aesthetic paradigms and superior technical standards. A museum intended as a celebration of the US Constitution from the War of Independence to the present day, the National Constitution Center in Philadelphia was designed by Pei Cobb Freed & Partners. The solemn grandeur of the incipit of the American Charter “We the People” carved on the front of the building is reprised and amplified in the imposing morphology of a glass and concrete construction of outstanding structural and chromatic caliber. Its rational geometric lines express the method and sovereignty of law, the transparency of the materials evokes openness and a sense of political responsibility, the fluidity of the volumes reflects individual and economic liberty: the eternal ideals and unshakeable values of the people of the United States of America. Supplied by the Italcementi Group subsidiaries in Greece, Spain, Thailand, France, Italy and the USA, the cement used to build these extraordinary edifices is the product of a specific commitment to contribute to the on-going enhancement of the dialogue between architecture and technical-scientific progress, for an integrated planning approach that cares about our natural heritage and makes sustainability the cornerstone of local development.

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Quando il cemento incontra la scultura

When cement meets sculpture

Il gesto inequivocabile di Lucio Fontana, che squarciando la tela ha liberato l’arte dall’angusto spazio del quadro aprendole le porte dell’infinito, ha accelerato la ricerca di tutte quelle nuove forme espressive che hanno animato la scena artistica italiana e internazionale del primo dopoguerra. L’uso di materiali “poveri” per la rappresentazione concettuale e pittorica dei nuovi linguaggi ha caratterizzato il lavoro di intere generazioni di artisti: dai sacchi di juta di Alberto Burri al legno assemblato di Louise Nevelson. Dal carbone e ferro di Jannis Kounellis ai cartoni riciclati di Robert Rauschenberg, fino al cemento di Giuseppe Uncini. Proprio quel cemento, che negli anni del boom economico veniva ampiamente utilizzato per la costruzione di interi quartieri e di grandi infrastrutture autostradali, divenne la fonte di ispirazione e il mezzo espressivo di artisti capaci di trasformare in poesia un materiale apparentemente ostico e senz’anima. Senza dubbio, Giuseppe Uncini, recentemente scomparso alla soglia degli ottant’anni, rappresenta il cantore per eccellenza del cemento. Dalla fine degli anni Cinquanta lo ha lavorato, plasmato, per realizzare i suoi “oggetti autosignificanti” capaci di tenere da soli la scena senza dover rappresentare nulla. Tutto il bello del cemento armato. Tutta l’arditezza espressiva di un materiale grezzo, piatto, incolore, d’una melanconica natura industriale. Tutta la sorprendente forza plastica di un materiale relegato solo all’edilizia. È quello che ha dimostrato Giuseppe Uncini in oltre cinquant’anni di carriera, pioniere di una pratica scultorea drasticamente innovativa che all’alba degli anni Cinquanta spianava la strada a quelle che sarebbero poi state le ricerche dell’Arte Povera e del Minimalismo americano. “Chi fa arte – disse una volta Uncini – deve riflettere a fondo sui materiali che usa, per poter esprimere un significato reale”. L’importanza di Giuseppe Uncini è stata proprio quella di consegnare nuova dignità espressiva a materiali improbabili, dando loro una posizione di prestigio nella lunga tradizione plastica italiana. Un’operazione ambiziosa e coraggiosa, sotto il segno del cemento, appunto, e del ferro, dell’acciaio e dell’alluminio, che attraversa tutta la parabola creativa di Uncini da “Primo Cementarmato” del 1958-1959 fino alle opere monumentali più recenti come “Artificio n.1” del 2007. Un’arte mai omologata, quella di Uncini, quasi percorsa da una idiosincrasia verso il resto delle voci italiane, ma anche del tutto indipendente dalle influenze internazionali, instillata da una prima esperienza nel Movimento Informale che ha stimolato l’euforia per innesti di sabbie, terre, cenere e cemento. La predilezione per materiali non nobili lo spinge a una sperimentazione accanita verso procedure ingegneristiche di assemblaggi sempre più complesse che sembrano quasi scippate a sistemi industriali. Ne nasce la sua cifra stilistica. E i suoi cementi armati ne diventano il leit-motif a rivelare rivoluzionari aspetti tecnici nel trattare la scultura. Il senso architettonico gradualmente prende il sopravvento dando una sterzata quasi ambientale alla concezione dell’opera dove la massiccia presenza architettonica dialoga e si confronta con la propria ombra, anch’essa costruita e resa volume. Una ricerca questa che confluisce poi nelle “Dimore”, superfici che danno l’idea di un paesaggio architettonico evocando edifici, porte, finestre, soglie, sempre con la loro ombra fisica che incombe. Un’idea di terza dimensione quasi abitativa che continua a emergere costante anche negli “Spazicemento”, e che lo accompagna fino alle serie dei “Tralicci” e dei “Muri di cemento” che documentano gli ultimi vent’anni di attività dell’artista.

When Lucio Fontana began slashing canvases he took a decisive step that freed art from the narrow confines of the picture, opening up the horizons of infinity. Fontana’s unequivocal gesture intensified experimentation with the new forms of expression animating the Italian and international art scene in the immediate postwar years. Use of “poor” materials for the conceptual and pictorial representation of the new languages was the distinguishing characteristic of whole generations of artists: from Alberto Burri’s burlap sacks and Louise Nevelson’s wood assemblages to Jannis Kounellis’ coal and iron, Robert Rauschenberg’s recycled cardboard and Giuseppe Uncini’s cement. Cement, the material extensively used in the years of the economic boom to build entire urban districts and major motorway complexes, became a source of inspiration and the medium of expression for a group of artists who successfully transformed an apparently harsh and soulless substance into poetry. Giuseppe Uncini, who died recently shortly before his eightieth birthday, was unquestionably the supreme poet of cement. He had worked and molded it since the 1950s, creating “self-signifying objects” that could hold their own without having to represent anything. All the beauty of reinforced cement. All the expressive boldness of a rough, flat, colorless, melancholic industrial substance. All the surprising plastic strength of a material confined to the building industry. This is what Giuseppe Uncini showed us in a career spanning more than fifty years, pioneering a radically innovative sculptural approach, which, at the beginning of the 1950s, would pave the way for the developments of Arte Povera and American Minimalism. “The artist should think very carefully about the materials he uses, in order to express a real meaning,” Uncini once said. The importance of Giuseppe Uncini lies in his ability to imbue unlikely materials with a new expressive dignity, to invest them with a position of prestige in Italy’s long tradition of plastic art. This ambitious, courageous project in cement, and in iron, steel and aluminum, traces the creative parabola of Uncini from “Primo Cementarmato” of 1958-1959 to the last monumental works such as “Artificio n.1” of 2007. An art form that was never type approved, Uncini’s work seems to have some sort of dislike for his Italian contemporaries, but is also entirely independent of international influences. It was instilled by an early experience with the Informal Movement, which triggered his enthusiasm for additions of sand, earth, ash and cement. Uncini’s predilection for common materials drove him to relentless experimentation with increasingly complex engineering procedures to create assemblies apparently stolen from industrial systems. This was the basis for his stylistic code and the reinforced concrete pieces were the leit motif revealing the revolutionary technical aspects of Uncini’s approach to sculpture. An architectural sense gradually came to predominate, effecting an almost environmental shift in the conceptual thinking behind his work where massive architectural objects interact with and confront their own shadow, transformed in turn into a volume. This research produced the “Dimore” series, surfaces that render the idea of an architectural landscape by suggesting buildings, doors, windows, entrances, all with a looming physical shadow. The idea of an almost habitable third dimension emerges again in Uncini’s “Spazicemento” series and is also a constant in the “Tralicci” and the “Muri di cemento” series from the last twenty years of his work.


Periodico semestrale anno XI n째 21 - Poste Italiane Spa - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Bergamo


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