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I LUOGHI DELLA CONOSCENZA PLACES OF KNOWLEDGE

Periodico semestrale anno VIII n° 15 - Poste Italiane Spa - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - DCB Bergamo

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Global Le regioni della conoscenza, ovvero dove nasce oggi il capitale intellettuale del domani Regions of knowledge, or where the intellectual capital of tomorrow is built today Projects Architettura per i luoghi del sapere, ovvero il delicato equilibrio tra funzione e forma Architecture for intellectual places, or the delicate balance between function and form News TX Active®: la risposta attiva di Italcementi all’inquinamento TX Active®: Italcementi’s active response to pollution Italia-Egitto: una partnership d’eccellenza Italy-Egypt: a partnership of excellence Lawrence Carroll: un poeta che dipinge il sociale Lawrence Carroll: a poet who paints social issues

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Rivista semestrale pubblicata da Six Monthly Magazine published by Italcementi Group via Camozzi 124, Bergamo, Italia Direttore responsabile Editor in Chief Sergio Crippa Caporedattore Managing Editor Francesco Galimberti Coordinamento editoriale Editorial Coordinator Ofelia Palma Realizzazione editoriale Publishing House l’Arca Edizioni spa Redazione Editorial Staff Elena Cardani, Carlo Paganelli, Elena Tomei Autorizzazione del Tribunale di Bergamo n° 35 del 2 settembre 1997 Court Order n° 35 of 2nd September 1997, Law Court of Bergamo

I luoghi della conoscenza

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Ján Figel aV

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I luoghi della conoscenza Places of Knowledge

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Uno sguardo al futuro

Looking ahead

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Vincere con il Brain Power

Winning with Brain Power

Intervista a Thomas L. Friedman

Interview with Thomas L. Friedman

Saroj Kumar Poddar

La sfida dell’economia della conoscenza

The Challenge of the Knowledge Economy

Ashanka Sen

L’India del talento

Talented India

Roberto Verganti

Nuove generazioni senza frontiere

New Generations Without Borders

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Livio Sacchi

Architettura e conoscenza

Architecture and Knowledge

Testi a cura / Texts by Carlo Paganelli

Entomologia progressista

Progressive Entomology

Progetto di Meyer & Van Schooten Architects

Project by Meyer & Van Schooten Architects

Se lo Zen è tecnologico

Technological Zen

Progetto di Tec Architecture

Project by Tec Architecture

L’era delle macchine volanti

The Age of Flying Machines

Progetto di Zaha Hadid Architects

Project by Zaha Hadid Architects

Trasparenza a scala urbana

Urban-Scale Transparency

Progetto di Murphy/Jahn

Project by Murphy/Jahn

L’invasione degli ultracorpi

Invasion of the Body Snatchers

Progetto di William Alsop

Project by William Alsop

Bioingegneria allo stato solido

Solid State Bioengineering

Progetto di Rafael Viñoly Architects

Project by Rafael Viñoly Architects

Emozioni rosso fuoco

Red Hot Emotions

Progetto di Jean Nouvel

Project by Jean Nouvel

La sostenibile purezza della ricerca

The Sustainable Purity of Research

Progetto di Richard Meier

Project by Richard Meier

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Copertina, quartier generale Inotera Memories a Taoyuan (Taiwan)

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TX Active®: la risposta attiva di Italcementi all’inquinamento

TX Active®: Italcementi’s active response to pollution

Italcementi Group: ricavi 2005 a 5 miliardi di euro (+10,4%)

Italcementi Group: revenues up 10.4% to €5bn in 2005

Italia-Egitto: una partnership d’eccellenza

Italy-Egypt: a Partnership of Excellence

Lawrence Carroll: un poeta che dipinge il sociale

Lawrence Carroll: a poet who paints social issues

Cover, Headquarters of Inotera Memories in Taoyuan (Taiwan)

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Chiuso in tipografia il 30 giugno 2006 Printed June 30, 2006


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I luoghi della conoscenza Places of Knowledge

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l Saggio di Omaha, al secolo il finanziere Warren Buffet, ha puntato tutto, nella valutazione dei rischi per la Berkshire Hathaway, sul talento di Ajit Jain, il capo del settore assicurativo. Raghuram Rajan è il capoeconomista del Fondo monetario internazionale. E nei posti di vertice delle principali banche d’affari mondiali siedono ormai personaggi che con i primi due hanno in comune il paese d’origine: quell’India che, abbandonato il ruolo di ex colonia britannica, si impone sui mercati internazionali con operazioni come quella condotta da Lakshmi Mittal, primo produttore siderurgico mondiale, per il controllo di Arcelor o i piani di sviluppo preannunciati nel settore automobilistico da Ratan Tata. India Everywhere è stato uno dei temi affrontati a inizio anno al World Economic Forum di Davos e la consacrazione del subcontinente indiano, che ha saputo puntare su crescita e valorizzazione del percorso di eccellenza della conoscenza, come uno dei protagonisti della crescita mondiale arriva dal recente rapporto elaborato da Merrill Lynch e Capgemini sulla ricchezza individuale: l’India – con un +19,3% – è fra i primi paesi dove più sono cresciuti gli high net worth individuals. Se si considera che il 20% della popolazione mondiale con meno di 24 anni è indiana e quanto il paese sta facendo nell’ambito dell’istruzione e della diffusione della conoscenza, risulta chiara la potenzialità dell’India come culla dello sviluppo della conoscenza nel mondo globalizzato. Come sottolinea Thomas L. Friedman autore di “The World is Flat”, sono cadute molte barriere nel mondo globalizzato e il potere della mente sta sovvertendo quelli che erano i valori tipicamente legati a un contesto prettamente industriale. Il Brain Power, inteso come istruzione superiore soprattutto di matrice scientifica e tecnologica, ci sta accompagnando in una fase di transizione dove proprio l’India e la Cina stanno prendendo il sopravvento anche sugli Usa. Per i due paesi asiatici si apre un periodo in cui coniugare salari molto bassi e potere intellettuale molto elevato, una miscela potenzialmente rivoluzionaria per gli equilibri mondiali. Sarà solo il completamento della migrazione intellettuale legata al processo della conoscenza che riporterà con gli anni a una situazione di nuovo equilibrio. Se, come indica Ján Figel, commissario europeo per l’Istruzione, la Formazione, la Cultura e il Multilinguismo, la conoscenza può essere schematizzata da un triangolo i cui vertici sono: ricerca (creazione di conoscenza), istruzione (diffusione della conoscenza) e innovazione (applicazione della conoscenza), un ruolo di primo piano è svolto dalle università e dal loro rapporto con l’impresa. Un campo dove l’Europa non ha ancora raggiunto un percorso comune nella ricerca di eccellenza nonostante i progetti avviati per costituire un Istituto Europeo di Tecnologia in grado di competere su scala globale. Proprio Scienza e Tecnologia – sottolinea Saroj Kumar Poddar, presidente della Confindustria dell’India, in questo numero di arcVision – sono i principali motori dell’economia della conoscenza. E in questo senso l’India ha saputo costruire un proprio patrimonio di conoscenze appena avviato il processo di indipendenza. Una valutazione che emerge in effetti anche da una recente indagine condotta da Deloitte secondo cui la leadership nei servizi delocalizzati si rafforzerà in India grazie alla superiore offerta di laureati formati nelle discipline tecnologiche e alla diffusa padronanza dell’inglese. Il Paese, racconta Ashanka Sen, analista software per Fineco Bank, ha una struttura culturale o formativa che premia le eccellenze: a fianco dei sette istituti tecnologici (Indian Institutes of Technology) e ai sei di management (IIM) esiste un’altra ventina di centri di eccellenza per scienze, ingegneria e medicina. D’altro canto anche gli investimenti in educazione sono cresciuti fra il 1983 e il 2003, almeno nelle grandi città dal 2,1 al 6,3% delle spese pro-capite. In questo “mondo piatto” si apre quindi anche per i luoghi della conoscenza una sfida globale. E l’analisi di Roberto Verganti, direttore dell’Alta Scuola Politecnica dei Politecnici di Milano e Torino, individua proprio nelle università il campo di competizione per i talenti, soprattutto in una logica di maggiore e più proficua collaborazione con le imprese. E ai quartier generali di alcuni tra i più vivaci gruppi industriali della scena mondiale è dedicata la sezione di architettura di questo numero. Le imprese transnazionali, impegnate a crescere in competitività attraverso strategie di espansione e riduzione dei costi ma anche attività di conoscenza altamente intensiva come la ricerca e sviluppo, riservano ai propri luoghi del sapere un’attenzione nuova che è conferma di questo impegno. Non più solo meri laboratori produttivi, le nuove architetture industriali si impongono come strutture ad alta complessità connotate da forme e funzioni in grado di dar vita a nuove città della conoscenza. In questi luoghi, perfetti emblemi della razionalità, si assiste allora a un sapiente connubio di forma e funzione, a una delicata corrispondenza tra significante e significato.


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S investor Warren Buffett, aka the Oracle of Omaha, has staked everything on the risk assessment skills of Ajit Jain, the head of Berkshire Hathaway’s reinsurance business. Raghuram Rajan is the economic counselor of the International Monetary Fund. And the senior posts of the world’s top banks are occupied today by executives who share the same country of origin with Jain and Rajan: India, the former British colony that is now setting the pace on the international markets with operations like the take-over of Arcelor by Lakshmi Mittal, the world’s top steel producer, or the growth plans announced in the automobiles industry by Ratan Tata. India Everywhere was one of the themes on the agenda at the World Economic Forum in Davos at the beginning of the year, and a recent report on individual wealth published by Merrill Lynch and Capgemini consecrates the Indian subcontinent, which has so successfully focused on developing excellence in knowledge, as one of the leaders of world growth: with an increase of 19.3%, India is one of the countries where high net worth individuals have made the greatest progress. Considering that Indians account for 20% of the world population aged under 24 and given the country’s commitment to education and knowledge, India is clearly a potential candidate for the cradle of knowledge in the global world. As “The World is Flat” author Thomas L. Friedman points out, in the global planet many barriers have fallen and intellectual ability is overthrowing the typical values of the industrial society. Brain power, especially higher education in science and technology, is leading us into a transition where India and China are gaining the upper hand even over the USA. The two Asian countries are on the eve of a period of very low salaries combined with outstanding intellectual expertise, a mixture that could cause a revolutionary shift in world balances. Only when the intellectual migration associated with the knowledge process has been completed will a new equilibrium gradually be established. If, like Ján Figel, European Commissioner for Education, Training, Culture and Multilingualism, we schematize knowledge as a triangle whose vertices are research (creation of knowledge), education (diffusion of knowledge) and innovation (application of knowledge), a leading role is played by universities and their relationship with business. This is an area where Europe still lacks a common path toward excellence, despite plans for a European Institute of Technology to compete on a global scale. As Saroj Kumar Poddar, President of the Federation of Indian Chambers of Commerce & Industry, observes in this issue of arcVision, the main drivers of the knowledge economy are Science and Technology. And here, once it had gained its independence, India has been building up an impressive store of resources. Similar views are reflected in a recent survey by Deloitte, which concludes that India will strengthen its leadership in service delocalization thanks to greater supplies of university technology graduates and widespread knowledge of English. India’s cultural and educational system fosters excellence, says Ashanka Sen, a software analyst for the Fineco Bank: the seven Indian Institutes of Technology and six Indian Institutes of Management are flanked by another twenty or so centers of excellence in science, engineering and medicine. Moreover, education spending between 1983 and 2003 increased, in India’s main cities at least, from 2.1 to 6.3% of percapita spending. In other words, the scene is set for a global challenge for the centers of knowledge in today’s “flat world”. And universities will provide the competition ground for talent in the analysis of Roberto Verganti, Director of the Alta Scuola Politecnica—the School for talents of Politecnico di Milano and Politecnico di Torino—especially when it comes to closer and more fruitful co-operation with industry. The architecture section of this issue looks at the head offices of some of the world’s most exciting industrial groups. With competitive growth strategies based not only on expansion and reduction of costs but also on highly knowledge-intensive activities such as R&D, transnational corporations are reassessing their corporate buildings, as confirmation of the new approach. The latest concepts in industrial architecture no longer design production labs but highly complex buildings, whose forms and functions create new cities of knowledge. These places, perfect emblems of rationality, present a skilful combination of form and function, a careful balance between signifier and signified.

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Uno sguardo al futuro Looking ahead di Ján Figel* by Ján Figel*

Il programma d’azione della Commissione europea in materia di istruzione e formazione per il prossimo quinquennio The EU Commission’s education and training policy for the next 5 years

Ján Figel

La nuova era della globalizzazione, ovvero l’appiattimento e l’allargamento dell’arena mondiale: il terreno di gioco è stato pareggiato e il nuovo atout competitivo è rappresentato dal capitale intellettuale e dalla capacità di innovazione. In quali paesi i luoghi della conoscenza troveranno le migliori condizioni di sviluppo? Negli ultimi anni in molti settori, dall’ingegneria alle scienze dell’educazione, India e Cina hanno formato più specialisti che l’Europa, e gli stessi Stati Uniti cominciano a perdere terreno di fronte alla massiccia invasione di talenti indiani e cinesi. In the age of globalization, the world arena has been flattened out and enlarged: on an even playing field, the new winning card in the competitive stakes is intellectual capital and capacity for innovation. So which countries will offer the most fertile conditions for the centers of knowledge? Over the last few years, in many disciplines, from engineering to educational sciences, India and China have trained more specialists than Europe, and even the USA are beginning to lose ground in the face of the massive invasion of Indian and Chinese talent.

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esidero iniziare questo mio intervento con una precisazione sul ruolo dell’Unione europea nel campo dell’istruzione e della formazione. L’Unione non ha una “politica comune” in questo campo, al contrario di altri settori come i trasporti e l’agricoltura. Il Trattato dà infatti alla Commissione solo un ruolo di supporto. La Commissione pertanto non può rendere esecutiva – né ha il potere per farlo – alcuna azione rivolta alla modernizzazione dei vari sistemi scolatici, ma vuole assumere invece il ruolo di catalizzatore di idee e good practices. Premesso ciò, la Commissione europea è molto attiva nel campo dell’istruzione e della formazione. Obiettivo comune dei nostri numerosi programmi e molteplici attività è quello di offrire il valore aggiunto di un’azione concertata a livello europeo in termini di mobilità, qualità o riforme. L’istruzione è di competenza principalmente dei governi nazionali o regionali e ciò comporta che i sistemi educativi differiscono notevolmente in termini di struttura sia all’interno di uno stesso paese, sia tra stato e stato. Nell’Unione, l’istruzione

è finanziata, gestita e valutata in molti modi diversi. Da un lato si tratta di una sfida per la mobilità non solo degli studenti, ma anche dei lavoratori che possono incontrare difficoltà nell’ottenere all’estero il dovuto riconoscimento dei propri titoli di studio. Dall’altro, una certa diversità fra i vari sistemi scolastici può dimostrarsi un vantaggio e dovremmo cercare di preservarla. Il lato positivo di tale diversità è rappresentato infatti dalla possibilità di osservare i molti e differenti modi di affrontare le sfide della formazione di oggi e di domani. Alcuni paesi e regioni sono più forti in alcuni punti del sistema scolastico, come per esempio un basso tasso di abbandono scolastico, altri paesi possono esserlo in altri. Da un capo all’altro dell’Europa possiamo dunque trarre insegnamento dal confronto fra differenti sistemi e metodi e la loro differente efficacia. Ciò risulta necessario al fine di elevare i livelli standard all’interno dell’Unione, rimuovere le barriere che ostacolano il diritto allo studio e soddisfare le richieste del sistema educativo del

ventunesimo secolo. Se ne ha un esempio concreto nella cosiddetta Strategia di Lisbona. Nel 2000, i capi di stato e di governo si incontrarono a Lisbona in occasione del Consiglio europeo e fissarono per l’Unione europea l’obiettivo di diventare: “l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”. Per raggiungere questo ambizioso risultato, istituirono un “impegnativo programma per la modernizzazione dei […] sistemi educativi”. L’anno successivo, durante il Consiglio europeo di Barcellona, i ministri dell’Istruzione concordarono tre obiettivi fondamentali da raggiungere entro il 2010: 1. migliorare la qualità e l’efficacia dei sistemi di istruzione e formazione nell’Unione; 2. garantire la loro accessibilità a tutti; 3. aprire i sistemi di istruzione e formazione al mondo esterno. Questi sono i pilastri della politica dell’Unione europea per gli anni a venire e, in quanto tali, non è necessario che ne enfatizzi ulteriormente l’importanza. Nel 2002, il ruolo dell’istruzione e della formazione fu ulteriormente specificato dal Consiglio europeo secondo il quale, entro il 2010, i sistemi scolastici e formativi del vecchio continente dovranno essere considerati veri e propri punti di riferimento in termini di qualità a livello mondiale. Raggiungere gli obiettivi fissati a Lisbona richiede, dunque, radicali riforme dei sistemi scolastici e formativi di tutta Europa: queste riforme devono essere introdotte in tutti gli stati nel rispetto del contesto e delle tradizioni nazionali, ma allo stesso tempo devono essere guidate da un profondo spirito


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di cooperazione fra gli stati membri. Questo è quanto sta accadendo nell’ambito del programma di lavoro che abbiamo denominato “Istruzione e Formazione 2010”. Avvalendosi del cosiddetto “metodo aperto di coordinamento”, gli stati membri hanno concordato obiettivi comuni (o “standard di riferimento”) nel campo dell’istruzione e della formazione e stanno condividendo esperienze e conoscenze al fine di adottare le giuste politiche per il raggiungimento dei traguardi prefissati. La Commissione ha recentemente adottato la risoluzione sulla Revisione a medio termine della Strategia di Lisbona, nella quale si è volutamente usato un linguaggio piuttosto diretto. In sostanza, la Strategia di Lisbona era diventata troppo dispersiva, aveva fissato troppi e troppo impegnativi obiettivi e non stava giungendo ad alcun risultato. Devo precisare che si tratta di un giudizio sulla Strategia in generale e non sui programmi educativi e formativi nello specifico. La Commissione in ogni modo non ha ritenuto che la Strategia

dovesse essere abbandonata; al contrario ha deciso che dovesse essere snellita e rifocalizzata su crescita e occupazione. Non si tratta di una sorta di nuovo programma neo-liberale, ma è invece l’unico modo, in una società sempre più anziana, di salvare il modello sociale europeo. In ogni caso, l’Europa non può certo pensare di competere sulla base di bassi costi di produzione, quanto piuttosto attraverso un superiore valore aggiunto, che può solo essere fondato sulla conoscenza. Ritengo infatti che la conoscenza possa essere considerata come un triangolo formato da: • ricerca – ovvero la creazione di conoscenza; • istruzione – ovvero la diffusione della conoscenza; • innovazione – ovvero l’applicazione della conoscenza. Per questo motivo, la revisione della Strategia di Lisbona sottolinea il ruolo della conoscenza nel garantire crescita e occupazione, con un occhio di riguardo per le università. La revisione a medio termine afferma che “diffondere la conoscenza attraverso sistemi scolastici di alta qualità è il modo migliore

per garantire all’Unione una competitività a lungo termine. In particolare, l’Unione deve assicurarsi che le università europee siano in grado di competere con i migliori atenei del mondo attraverso il perfezionamento di un’Area Europea dell’Istruzione Superiore (European Higher Education Area – EHEA)”. Se siamo seriamente convinti di voler dare nuovo slancio all’Agenda di Lisbona, allora dovremo creare le condizioni ottimali per aiutare i nostri cittadini a migliorare e sviluppare conoscenze e competenze. Investire nell’economia del sapere rappresenta il presupposto fondamentale per la crescita. A tale scopo, nel 2005 ho presentato una Comunicazione sull’Università e la Società della Conoscenza che individua le principali sfide che gli atenei dovranno affrontare fornendo al contempo alcuni suggerimenti strategici. Questo documento sarà seguito dalla seconda bozza di relazione biennale della Commissione sul programma per l’istruzione e la formazione per il 2010. Tutto ciò ci consentirà di valutare i passi avanti compiuti verso gli obiettivi di educazione e formazione stabiliti a Lisbona e di fornire raccomandazioni in merito a quanto dovrà essere fatto in futuro. Le autorità pubbliche di tutto il continente dovrebbero inoltre rispettare il loro impegno ad aumentare gli investimenti in capitale umano. L’Europa ha tutto ciò che serve per diventare ancora una volta leader mondiale non solo nelle discipline umanistiche, ma anche nella preparazione scientifica e nella ricerca. Se vogliamo avere successo, tuttavia, dobbiamo pensare seriamente a una strategia

comune per migliorare la qualità, l’attrattiva e il finanziamento del sistema dell’istruzione superiore in Europa. Quest’ultimo punto mi porta ad altri due processi che hanno preso il nome da altrettante bellissime città europee: il Processo di Bologna per la riforma del sistema europeo dell’istruzione superiore e il Processo di Copenaghen, che si è concentrato sulla formazione professionale. Per quanto riguarda il Processo di Bologna, si è trattato principalmente di un protocollo intergovernativo che attualmente interessa 40 paesi europei, fra i quali tutti gli stati membri, con la partecipazione della Commissione europea. Il Processo di Bologna, che rientra nel quadro più generale degli obiettivi di Lisbona, mira a far convergere i sistemi scolastici superiori verso una struttura concordata e basata su tre cicli principali: diploma/laurea, master e dottorato. Suo obiettivo è sviluppare un’Area Europea dell’Istruzione Superiore entro il 2010. Durante l’ultima Conferenza ministeriale degli stati firmatari del Processo di Bologna che si è tenuta nel maggio 2005, i ministri dell’Istruzione hanno concordato per tutti i paesi partecipanti quanto segue: 1. adozione di un sistema a due cicli (il terzo sarà proposto dalle riforme di Bologna in un secondo momento); 2. offerta di un diploma integrato in una delle lingue principali a tutti i laureati in modo assolutamente gratuito e senza che ciò sia esplicitamente richiesto; 3. introduzione di un sistema di controllo della qualità. L’adozione dei vari obiettivi del Processo di Bologna

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è fondamentale e i suoi vantaggi sono evidenti. È nostro compito perseguire con entusiasmo quanto sopra giacché una struttura maggiormente standardizzata renderà i titoli di studio più trasparenti e sfruttabili. Procedure di garanzia di qualità indipendenti e affidabili permetteranno ai cittadini di decidere autonomamente quali istituti meritano la loro fiducia. Un quadro comune europeo per le qualifiche e i crediti a tutti i livelli consentirà il riconoscimento dei titoli di studio in tutta Europa e favorirà la mobilità di studenti e lavoratori. Per quanto concerne il Processo di Copenaghen, vorrei ricordare che la Dichiarazione di Copenaghen del 2002 ha promosso una strategia per migliorare il rendimento, la qualità e le attrattive dell’istruzione e della formazione professionale. Il processo ha avuto nuovo slancio grazie al Comunicato di Maastricht sulle Priorità Future di una Maggiore Cooperazione Europea per l’Istruzione e la

Formazione Professionale. Il 14 dicembre 2004, a Maastricht, i ministri responsabili dell’Istruzione e della Formazione Professionale di 32 paesi europei, i partner sociali europei e la Commissione hanno concordato un rafforzamento della loro cooperazione. Due sono stati gli obiettivi principali prefissati: – in primo luogo, un ammodernamento dei sistemi d’istruzione e formazione professionale al fine di far fronte alle sfide dell’economia della conoscenza; – in secondo luogo, l’offerta a tutti gli europei, compresi giovani, lavoratori anziani, disoccupati e categorie svantaggiate, delle qualifiche e delle competenze necessarie per partecipare attivamente alla nostra società. Vorrei concludere sottolineando che il compito della Commissione in questi processi è quello di fornire una prospettiva europea, senza la quale le necessarie riforme non sarebbero possibili. Vi è tuttavia un ruolo imprescindibile che è lasciato agli studenti europei,

i quali daranno forma al futuro dell’istruzione superiore. A loro chiedo pertanto aiuto in questo processo di modernizzazione del Sistema Europeo dell’Istruzione Superiore.

* Nato a Vranov nad Toplou in Slovacchia, Ján Figel si è laureato al Politecnico di Kosice in Ingegneria elettronica. Ha lavorato nel campo della ricerca e dell’ingegneria della progettazione, impegnandosi a livello pubblico e politico poco dopo la “Rivoluzione di Velluto” del 1989. La sua levatura morale sia nella vita pubblica sia privata e il suo spirito pacato e tollerante nonché la professionalità che lo contraddistinguono nei dibattiti politici lo hanno portato all’elezione al Parlamento slovacco e gli sono valsi il rispetto di alleati e oppositori politici. Ján Figel ha ricoperto diversi ruoli di primo piano all’interno del Consiglio d’Europa quali: rappresentante del Governo slovacco nella Convenzione sul Futuro dell’Europa e negoziatore capo della Repubblica slovacca per l’adesione all’Unione europea. Figel è stato inoltre eletto presidente dell’Unione Paneuropea in Slovacchia. Il 22 novembre 2004 è stato nominato commissario europeo per l’Istruzione, la Formazione, la Cultura e il Multilinguismo, incarico che comprende responsabilità nel settore giovanile e dello sport oltre che rapporti con la società civile.

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would like to start touching the role of the European Union in the field of education and training. The Union does not have a “common policy” for education, as it does in the fields of transport or agriculture. Instead, the Treaty gives the Commission a supporting role. The Commission does not favor—and does not have the powers—to implement a top-down approach to the modernization of education systems. Above all, we want to be a catalyst for the exchange of ideas and good practices. This said, the European Commission is very active in the field of education and training. Our many actions and programs have one overarching goal: to bring the added value of concerted action at European level, be it in terms of promoting mobility, quality or reform. Education is primarily the concern of national or regional governments. This means that educational systems differ considerably in structure, both within and between countries. Across the Union, learning is


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funded, managed, and evaluated in many different ways. On the one hand, this is a challenge for mobility, not only of students but also of workers who may have difficulties in getting their qualifications recognized across borders. On the other hand, a degree of diversity among our educational systems is a good thing and we should preserve it. I say it is a good thing because this diversity means that we are presented with many different ways of meeting the educational challenges of the present and the future. Some countries and regions are stronger in some areas—such as low school drop out rates, for example—and others are stronger in other areas. Across Europe, we can all learn from comparisons between different systems and approaches—and their effectiveness. We need to do this in order to raise standards across the Union, remove barriers to learning opportunities, and meet the educational requirements of the 21st century. A concrete example of this can be seen in the so-called Lisbon Strategy. In 2000, Heads of State and Government, meeting in the European Council in Lisbon, set the Union the goal of becoming: “the most competitive and dynamic knowledge-based society in the world.” To achieve this ambitious goal, the Heads of State and Government called for “a challenging program for the modernization of […] education systems”. The following year, at the European Council in Barcelona, Ministers of education agreed on three major goals to be achieved by 2010: 1. to improve the quality and effectiveness of EU education

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and training systems; 2. to ensure that they are accessible to all; 3. to open up education and training to the wider world. These are the cornerstones of the European Union policy for the coming years, and as such I cannot overemphasize their importance. In 2002, the role of education and training in the strategy was further specified by the European Council: it adopted the goal that by 2010, Europe’s education and training systems should be a world reference in terms of quality. Meeting the Lisbon challenge therefore requires deep reforms of education and training systems throughout Europe. These reforms, of course, must be carried out in each country in accordance with national contexts and traditions. At the same time, however, they must be driven by a spirit of co-operation between Member States and this is what is happening now within a work program which we have called “Education and Training 2010”. Using the so-called “open method of coordination”, Member States have agreed on common targets (or “benchmarks”) in the field of education and training and are sharing experiences and learning from each other in order to adopt the right policies to achieve these targets. The Commission recently adopted its Mid-Term Review of the Lisbon Strategy. We used some straight talking in that review. In essence, the Lisbon Strategy had become too unfocussed with too many competing goals and it was not delivering the results. I hasten to add that this judgment applied to the Strategy as a whole and not to the education and training component in particular.

But the Commission did not conclude that the Strategy should be abandoned: on the contrary, it concluded that it should be slimmed-down and refocused on growth and jobs. This is not part of some neo-liberal agenda: it is in fact the only way, in an ageing society, that the European Social Model can be saved. In any case, Europe cannot possibly compete on the basis of cheap labor costs: we can only compete on the basis of superior value-added—and that can only be done on the basis of knowledge. And here I conceive of knowledge as a triangle consisting of: • research—that is, the creation of knowledge; • education—that is, the dissemination of knowledge; • innovation—that is, the application of knowledge. For this reason, the revised Lisbon Strategy highlights the role of knowledge in ensuring growth and jobs, and in particular the role of universities. The mid-term review states: “Spreading knowledge through high quality education systems is the best way of guaranteeing the long-term competitiveness of the Union. In particular, the Union must ensure that our universities can compete with the best in the world through the completion of the European Higher Education Area (EHEA).” If we are serious about reviving the Lisbon Agenda, we should create the best conditions to help our people increase their knowledge and develop their skills. Investing in the knowledge economy is a prerequisite for growth. To this end, I have presented in 2005 a Communication on Universities and the Knowledge Society, which will identify the main challenges facing

universities and outline some recommended policy responses. This will be followed by the Commission’s second biannual draft report on the Education and Training 2010 Program. This will allow us to assess the progress made against the Lisbon education and training objectives and to make recommendations on what needs to be done next. Public authorities across the continent should fulfill their pledge of increasing investment in our human capital. Europe has all it takes to regain its position as global leader not only in the humanities but also in scientific education and research. But if we are to succeed, we need to think seriously about our strategy to improve the quality, attractiveness, and funding of Europe’s higher education. This brings me to two other processes named after two fine European cities: the Bologna Process of reforms in Higher Education, and the Copenhagen Process, which is devoted to Vocational Training. As for the Bologna Process, the main remark is that it is essentially an intergovernmental process. It currently involves 40 European countries, including all EU Member States, and the European Commission is also present. The Bologna Process aims to make higher education systems converge toward a consistent system based on three cycles: Degree/Bachelor, Master and Doctorate. Its goal is to develop a European Higher Education Area by the year 2010. As far as the European Union is concerned, the Bologna process fits into the broader framework of the Lisbon objectives. At the last Ministerial Conference of the Bologna

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Two main objectives were formulated: – firstly, updating vocational education and training systems to meet the challenges of the knowledge economy; – secondly, offering all Europeans, including the young, older workers, the unemployed or the disadvantaged, the qualifications and skills they need to play an active role in our society. I would conclude by saying that the role of the Commission in these processes is to provide the European perspective without which these necessary reforms would not be possible. However, there is an even more crucial role, that lies in the hands of all the European students, that will shape the future of European Higher Education. I appeal for their support in the process of modernizing Europe’s Higher Education Systems.

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Signatory States, held in May 2005, Education ministers have agreed that all signatory countries should: 1. have adopted a two-cycle system (the third will be covered by the Bologna reforms at a later stage); 2. issue a diploma supplement in a major language to all their graduates free of charge without the need of a request; 3. have started to introduce a quality-assurance system. Implementing the various goals of the Bologna Process is crucial and their advantage is obvious. We must pursue them vigorously. A more standardized

structure will make degrees more transparent and portable. Independent and trustworthy Quality Assurance Procedures would allow citizens to see for themselves which learning institutions are worthy of their confidence. A common European framework for qualifications and credits at all levels would allow qualifications to be recognized and understood across Europe and favor both student and workforce mobility. As for the Copenhagen Process, I want to remember that the Copenhagen Declaration of 2002 launched

the strategy for improving the performance, quality, and attractiveness of Vocational Education and Training. The process was given fresh impetus by the Maastricht Communiqué on the Future Priorities of Enhanced European Cooperation in Vocational Education and Training. On 14 December 2004, in Maastricht, the Ministers responsible for Vocational Education and Training of 32 European countries, the European Social Partners and the European Commission agreed to strengthen their cooperation.

* Born in Vranov nad Toplou, Slovakia, Ján Figel graduated at the Technical University in Kosice with an academic degree of Engineer in Power Electronics. He worked in Research and Design Engineering, but became publicly and politically active soon after the “Velvet Revolution” in 1989. His high moral standards in private and in public life and his non-combative, tolerant, professional approach to the political debates led to his election to the Slovak Parliament and earned him the respect of his allies and his opponents alike. Ján Figel served in several top positions in the Council of Europe as the Slovak Government Representative in the Convention on the Future of Europe and as the Chief Negotiator of the Slovak Republic for Accession Negotiations with the European Union. He was also elected Chairman of the Pan-European Union in Slovakia. On November 22, 2004, he was appointed European Commissioner for Education, Training, Culture and Multilingualism, which also includes responsibility for youth and sport and relations with civil society.


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Vincere con il Brain Power Winning with Brain Power Intervista a Thomas L. Friedman* Interview with Thomas L. Friedman*

La sfida di Cina e India si gioca sull’istruzione superiore. E l’Occidente è in ritardo The challenge presented by China and India pivots on higher education. And the West is running late

Thomas L. Friedman

L

e rivoluzioni di Internet, della banda larga, del software applicativo sempre più sofisticato e di un crescente grado di istruzione nei paesi di nuova industrializzazione stanno producendo, in questi mesi e anni, un fenomeno globale del tutto nuovo: quello dell’appiattimento e dell’allargamento dell’arena competitiva mondiale, con l’ingresso di nuovi concorrenti (come India e Cina, ma anche molti altri) che sono in grado di competere non più solo sulla base del basso costo del lavoro, ma proprio sulle sempre più elevate capacità intellettuali delle persone. In sostanza, sostiene Thomas L. Friedman nel suo bestseller “The World is Flat” (Il mondo è piatto), il terreno di gioco è stato pareggiato, sono cadute molte barriere all’ingresso e sempre di più conta il potere della mente e la capacità di essere innovativi rispetto ai vecchi parametri competitivi tipici delle società industriali. Chiave di volta di questo nuovo sistema globale è l’educazione superiore, specie nelle discipline scientifiche, dove sempre più eccellono i paesi asiatici, dove la pur poderosa America teme di perdere terreno e dove l’Europa

si trova crescentemente a disagio, per i suoi ritardi ed esitazioni. Cosa potrà succedere in futuro se queste tendenze si consolideranno? È quello che abbiamo chiesto a Thomas Friedman. Nel suo bestseller “The World is Flat”, e in molti recenti articoli sull’International Herald Tribune, lei ha espresso forti preoccupazioni sul crescente divario nel campo dell’istruzione superiore tra gli Usa e paesi emergenti come l’India e la Cina per quanto riguarda gli studi di matematica, scienze e ingegneria. Lei riferisce anche opinioni autorevoli secondo le quali, anche se in America si iniziasse ora a prendere provvedimenti, il trend in corso verrebbe rovesciato solo a partire dal 2015. Se è effettivamente questa la situazione, quali conseguenze avrà sulla capacità Usa di innovare e di competere su scala globale? Quando ho scritto che “il mondo è piatto”, ciò che ho voluto significare è che ormai il mondo è diventato una piattaforma globale in cui sempre più persone possono

realizzare l’innovazione, diventare imprenditori, godere di una buona istruzione o, dal lato negativo, praticare una nuova forma di terrorismo. È una piattaforma tecnologica dove sempre più persone in sempre nuovi luoghi, più che in un qualunque altro periodo della storia passata, possono connettersi a questa piattaforma. A causa di ciò, l’elemento nuovo è costituito dalla sfida rappresentata dal fatto che ognuno di noi ha oggi accesso alla stessa infrastruttura tecnologica. Certo, ci sono differenze anche marcate, ma quello che realmente fa la differenza è la qualità del talento individuale. Le persone che possiedono la migliore qualità intellettuale, cioè il migliore brain power, possono aggregarsi alle migliori imprese là dove nascono ed è proprio lì che si trovano i migliori posti di lavoro. Naturalmente, questo processo non si verifica da un giorno all’altro, ma nel lungo termine matematica e scienze sono la chiave alla base dell’innovazione. Prendiamo il caso più di successo del momento, che è Google: apparentemente un’azienda che ha realizzato il proprio successo sulle parole, ma nei fatti lo ha raggiunto grazie agli algoritmi sottostanti. Perciò se i migliori talenti matematici e scientifici non si troveranno più negli Stati Uniti ma altrove, alla fine questo inciderà sui nostri stessi standard di vita. Se consideriamo a rischio l’America, oggi assolutamente in testa nel mondo in quanto a capacità di innovare e produrre risultati in campo scientifico e tecnologico, cosa dobbiamo pensare della situazione di una Europa che in scienza, tecnologia e R&D

se la passa assai peggio degli Stati Uniti? Quando penso all’Europa ho la sensazione di guardare un museo. Certo, mi piace andare per musei, ma non è lì che posso trovare la migliore innovazione. Ci sono delle aree più dinamiche e nel mio libro ho citato l’Italia settentrionale come una di esse, ma nell’insieme l’Europa non è all’avanguardia nell’innovazione, non produce a sufficienza quel tipo di persone che possono connettersi facilmente (plug and play) alla nuova piattaforma tecnologica globale. Gli Usa soffrono da molti anni di un deficit commerciale non solo molto consistente, ma ormai del tutto strutturale. Va però detto che una parte non insignificante di esso è determinata dalle ri-esportazioni delle società americane che hanno delocalizzato la produzione in Cina e altri paesi. Non crede che questo deficit meriti di essere accettato come un prezzo che vale la pena di pagare per godere dei benefici dell’outsourcing? Assolutamente sì, e non lo dico io, è il mercato che lo dice. Se, infatti, il mercato la pensasse altrimenti, assisteremmo a un crollo del dollaro che di sicuro non si situerebbe al livello attuale nei confronti delle monete asiatiche. La Cina sta finora battendo la concorrenza internazionale grazie soprattutto a un basso costo del lavoro. Ma le classi dirigenti sembrano del tutto consapevoli dell’esigenza di competere in segmenti più alti della catena del valore e, cioè, di dover portare

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il paese a competere sempre di più sulla base della qualità e di crescenti contenuti tecnologici. E stanno preparando i loro giovani a questo scopo. Ma lei ritiene possibile che in futuro la Cina possa competere contemporaneamente su due fronti, e cioè sia nelle produzioni basate su un contenuto costo del lavoro sia su quelle di alta qualità e costi elevati? Sono convinto che, in effetti, la più grande e difficile sfida che la Cina dovrà affrontare è proprio quella di trovare una appropriata combinazione che le permetta di competere sui due fronti citati. È certo molto difficile riuscirci, forse nessuno lo ha mai fatto prima, ma è sicuramente una sfida sulla quale si dovranno misurare sia la Cina sia l’India. Dovranno trovare una formula che consenta di gestire al meglio una situazione che si basa contemporaneamente su salari molto bassi e potere intellettuale molto elevato e mettere tutto questo assieme a competenze tecnologiche crescenti. Siamo abituati a pensare che alta tecnologia e forte brain power si portino dietro alti salari, ma in India e Cina questo non si sta ancora verificando. Il motivo è probabilmente che assieme alle componenti di cui ho parlato ce n’è una quarta, quella che io chiamo la high energy, vale a dire una straordinaria energia sociale sostenuta da una fortissima ambizione di competere e vincere. Mettiamo insieme queste quattro componenti e vediamo che ne risulta un mix che potrebbe essere micidiale per le nostre società. Consideriamo l’lndia, la vera terra dell’outsourcing.

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Di recente persino la Deutsche Bank ha annunciato di volere trasferire in quel paese le attività di backoffice, e si tratta solo dell’ultimo anello di una catena iniziata molti anni fa. Anche in questo caso siamo di fronte a un forte divario nei costi del lavoro, ma i servizi offerti dagli indiani sono già oggi frutto di un ottimo livello di istruzione, eccellente training professionale e forte motivazione al risultato. D’altra parte, così come è successo in tutti i paesi il cui decollo è avvenuto prima, anche in India salari e costo del lavoro tenderanno a salire. Allora le società straniere che hanno creduto all’outsourcing e gli indiani che oggi vivono su queste attività dovranno trovare un altro driver per restare competitivi. Cosa pensa che potrà accadere? Da un lato, naturalmente, è bene che i salari in India tendano a salire, dall’altro questo diventerà un problema rispetto al quale le aziende

europee e americane che hanno realizzato operazioni di outsourcing dovranno compiere attente riflessioni. Il fenomeno è comunque complesso, perché se è vero che in India gli stipendi degli ingegneri, dei matematici e degli esperti di computer stanno salendo, lo stesso accade in America, per cui l’esigenza dell’outsourcing permane. Occorre chiedersi perché le aziende ricorrono alla pratica dell’outsourcing. La risposta non è che cercano di collocare altrove parti di attività per diventare più agili o leggere, ma perché vogliono diventare più competitive per vincere sul mercato. L’obiettivo è risparmiare risorse in determinate funzioni per poterle investire in attività a ritorno più elevato. E il risultato, alquanto inaspettato, è che le aziende che effettuano l’outsourcing tendono ad assumere più personale sia in India sia in America. Un effetto ignorato da chi si lamenta dei posti di lavoro che teoricamente si perdono quando un’azienda terziarizza alcune funzioni in altri paesi. La verità è che le imprese

che ricorrono all’outsourcing alla fine crescono di più e crescendo di più finiscono con l’assumere di più. Recentemente, lei ha denunciato uno sviluppo paradossale. Lei ha infatti scritto in alcuni articoli che, nonostante in Occidente si consideri la capacità dei paesi emergenti di evolvere velocemente nel campo dell’istruzione tecnologicoscientifica una minaccia da fronteggiare, molti cinesi e indiani esprimono preoccupazione per il fatto che si laureano addirittura troppi ingegneri e scienziati. Questo, secondo loro, è un grave rischio perchè sono troppo pochi gli studenti che abbracciano studi umanistici, una tendenza che potrebbe compromettere un sano sviluppo della società. In sostanza, queste denunce invocano un approccio educativo più bilanciato fra studi scientifici e studi umanistici, il che, alla luce delle preoccupazioni


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occidentali espresse sinora, suona appunto alquanto paradossale. Lei che ne pensa? Si tratta indubbiamente di una contraddizione, anche se più apparente che reale. Nei fatti, la soluzione non è così complessa perché si capisce bene che consiste nell’individuare un migliore equilibrio fra istruzione scientifica e istruzione umanistica. Troppi ingegneri e troppo pochi letterati e artisti non porteranno mai nessuna società a innalzare in modo significativo il livello culturale generale. Ma troppi artisti e troppo pochi ingegneri non porteranno sufficiente capacità di innovazione. Dobbiamo tutti cercare di trovare un migliore equilibrio, il giusto mezzo. C’è un paese che lei considera quello più vicino a realizzare il giusto mezzo? Penso che, almeno finora, siano proprio gli Stati Uniti ad avvicinarsi di più al modello ideale. Consideriamo l’Italia, un paese pervaso da forti preoccupazioni per l’insufficiente livello di istruzione superiore di tipo scientifico e tecnologico. Moltissimi studenti italiani scelgono facoltà umanistiche e in generale sono gravemente trascurati gli studi di matematica, ingegneria e scienze. Molti sono convinti che questa tendenza sia da ribaltare perché danneggia la capacità delle imprese italiane di restare competitive in un quadro di concorrenza globale. Ma è comunque vero che gli studenti sono contrari all’istruzione di tipo tecnico e, per strano che possa sembrare, la cultura ufficiale del paese condivide

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questo punto di vista. Non le sembra anche questo un pericoloso paradosso? L’Italia ha alcuni importanti vantaggi competitivi che risiedono più nel design, nella capacità di creare il bello, nelle arti e nelle lettere che non nella produzione manifatturiera. Ma anche l’Italia si deve preoccupare di trovare un migliore equilibrio, perché in futuro anche il design beneficerà sempre di più di una elevata capacità tecnico-scientifica e matematica. E dato che i migliori talenti tendono a spostarsi là dove nascono le idee e le iniziative, non è indifferente rispetto al risultato l’essere in grado di produrre innovazione. Io sono convinto che l’Italia continui ad avere molte attrattive, in senso artistico e culturale, nell’area del turismo e delle bellezze naturali e nel patrimonio monumentale, ma tutte queste sono ricchezze che occorre continuare a mantenere e migliorare. Questo però richiede di avere persone in grado di farlo in modo innovativo, di creare buoni progetti e di realizzarli. Per fare questo ci vogliono, una volta di più, buoni matematici e buoni ingegneri. E se non saranno italiani, arriveranno inevitabilmente da altre parti del mondo.

* Thomas L. Friedman, vincitore di tre Premi Pulitzer, è giornalista del New York Times, per il quale si occupa di politica internazionale. Ha scritto molti libri di successo, tra cui From Beirut to Jerusalem (1989); The Lexus and the Olive Tree (1995); Understanding Globalization (1999); Longitudes and Attitudes (2002). Il suo più recente bestseller, The World is Flat, è in via di pubblicazione in decine di paesi e di lingue (per l’Italia è edito da Mondadori).

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n recent months and even years, the Internet revolution, broadband, increasingly sophisticated software applications, and an emphasis on higher education in newly industrialized nations have resulted in a totally new global phenomenon: the leveling and widening of the worldwide arena, with the entry of new competitors (especially India and China, but also several others) capable of competing not only with lower labor costs, but also with an increased intellectual capacity among members of the workforce itself. In his bestseller “The World is Flat”, Thomas L. Friedman essentially maintains that the playing field has been evened out, that many qualification barriers have been removed and that intellectual power and innovation count more than ever before when competing against the traditional competitive parameters of industrial societies. The keystone of this new global system is higher education, especially in scientific subjects, where Asian countries have always excelled and where even mighty America fears it is losing ground while Europe finds itself lagging further and further behind due to delays and hesitation. What might happen in the future if these trends find a foothold? This is exactly what we asked Thomas Friedman.

In your bestseller “The World is Flat”, and in many recent articles in the International Herald Tribune, you express considerable concern about the growing gap between the USA and emerging countries like India and China with regard to their math, science, and engineering degree

programs. You have also offered convincing arguments concluding that, even if America should immediately begin taking specific measures, the current trend would be reversed beginning only in 2015. If this truly reflects the situation, what consequences will this have on the USA’s capacity to innovate and compete on a global scale? When I wrote that “the world is flat,” I meant that nowadays the world has become a global platform where more people have the opportunity to attain innovation, become entrepreneurs, benefit from a good education or, on the negative side, pursue a new form of terrorism. Never before in the history of the world has it been easier for more and more people to connect to this new technological platform, even in new areas. The new element in this challenge is represented by the fact that today each of us has access to the same technological infrastructure. Of course there are still significant differences, but the most significant one is the level of individual talent. Those who possess the best intellectual qualities, or the best brain power, can join the best businesses where they are started and where there are the best employment opportunities. Naturally, this process doesn’t happen overnight, but in the long term math and science are the keystones of innovation. Let’s take the most successful example at this time, which is Google—a business that has ostensibly reached success through words, but that in fact is where it is today thanks to its underlying algorithms. So if the most brilliant mathematical and scientific talents are not found

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in the United States but elsewhere, this will eventually influence our very own standard of living. If we consider that America is at risk, even though today it is the world leader in innovation and production capacities in scientific and technological fields, what can be said about Europe’s standing, which is undoubtedly behind the United States in science, technology, and R&D? Whenever I think about Europe I feel like I’m visiting a museum. Of course, I like going to museums, but that’s not where I’m going to find the best innovations. There are some areas that are more dynamic and in my book I mentioned northern Italy as one of these, but all in all, Europe is not on the cutting edge of innovation. It doesn’t produce enough of those “plug and play” kind of people who can easily connect to the new global technological platform. For many years, the USA has been suffering from a trade deficit that is not only substantial, but is now

totally structural. It should however be mentioned that a significant part of the deficit is the result of the re-exportation of American companies who have outsourced their production to China or other countries. Don’t you think that this deficit should be accepted as a price worth paying in order to enjoy the benefits of outsourcing? Absolutely. But I am not saying this, the market is. If, in fact, the market thought otherwise, we would see a collapse of the dollar, which would certainly not be where it is today with respect to Asian currencies. Up to now, China has been beating international competition thanks mostly to low labor costs. But the executive classes seem totally aware of the need to compete in segments further up the value chain, which means having the country compete increasingly through quality and greater technological content. Moreover, they are preparing their young people for this purpose. Do you think it is possible

that in the future China may compete contemporaneously on two fronts, the first being production based on limited labor costs and the other based on high quality and high costs? I am convinced that the greatest and most problematic challenge that China will have to face is indeed that of finding an appropriate combination that will allow them to compete on the two fronts you mentioned. It will certainly be very difficult to succeed, perhaps no one ever has, but it is certainly a challenge that both China and India will have to face. They will have to find a formula that allows them to optimize the management of a situation that is contemporaneously based on very low salaries and very high intellectual power and put all of this together with growing technological competencies. We are used to thinking that high technology and strong brain power lead back to high salaries, but in India and China we have yet to find evidence of this. The reason is probably that, together with the components that I have spoken about, there is a fourth

component that I call high energy. By this I mean an extraordinary social energy sustained by a strong drive to compete and win. Put these four components together and we will see that the result is a mixture that could be fatal for our businesses. Let’s talk about India, the true land of outsourcing. Recently even Deutsche Bank announced that it would like to transfer their back office activities to India, and this is only the most recent link of a chain that began many years ago. Even in this case we are witnessing a strong gap in labor costs, but the services offered today by Indians are the fruit of an excellent level of education, excellent professional training, and a strong, objective-oriented drive. On the other hand, as in all countries where this has already occurred, salaries and labor costs will tend to rise in India as well. Then foreign companies who believed in outsourcing and the Indians who today live on these activities will have to find another driver in


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order to maintain their competitiveness. What do you think might happen? On one hand, of course, it is positive if salaries in India tend to increase; on the other hand, this will become a problem that European and American firms that have undertaken outsourcing operations there will have to take carefully into consideration. The phenomenon is therefore complex. If it is true that the salaries of engineers, mathematicians, and computer experts are increasing in India,

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resort to outsourcing tend to hire more personnel both in India and in America. This is an effect that is ignored by those who complain about jobs that are theoretically lost when a company outsources some functions to other countries. The truth is that, in the end, the companies that resort to outsourcing grow more and therefore hire more precisely because they have grown more. Recently, you reported a paradoxical development. You wrote in some articles

Essentially, these statements call for a more balanced educational approach between scientific and humanistic studies, which, in light of western concerns expressed up to now, sounds rather paradoxical. What is your opinion? This is undoubtedly a contradiction, although more apparent than real. The facts demonstrate that the solution is not so complex because it simply consists in identifying an improved balance between scientific and humanistic education. Too many engineers and too few men of letters and artists will never cause any society to significantly raise its overall cultural level. But too many artists and too few engineers will never result in a sufficient capacity for innovation. We must all seek to find a better balance, a just compromise. Is there a nation that you think is closer to realizing this just compromise? I think that, at least at this point in time, the United States is the closest to reaching an ideal model.

the same is happening in America, so the need for outsourcing remains. Rather, we need to ask why companies resort to outsourcing. The answer is not that they are seeking to locate their activities elsewhere in order to become more flexible or streamlined, but because they want to become more competitive in order to win on the market. The objective is to save resources in specific functions so as to be able to invest them in activities with higher returns. And the somewhat unexpected result is that the companies that

that, although Westerners regard China and India’s potential to evolve rapidly in the field of technological-scientific instruction as a threat to be countered, many Chinese and Indians express concern about the fact that there are too many engineers and scientists graduating from university. According to them, this is a serious risk because too few students study the humanities—a tendency that may compromise the healthy development of their society.

Let’s consider Italy, a country brimming with serious doubts concerning its insufficient level of higher scientific and technological education. Many Italian students choose humanities majors and in general tend to neglect mathematics, engineering and science programs. Many are convinced that this trend should be reversed because it damages the capacity of Italian companies to maintain their competitiveness on the global scene. However, it is true that students are against this technical type

of instruction and, as strange as it may seem, the official culture of Italy shares this point of view. Don’t you also see this as a dangerous paradox? Italy has some important competitive advantages that can be found more in design, in its capacity to create something beautiful, in the arts or in letters than in manufacturing. But even Italy must worry about finding a better equilibrium because, in the future, even design will benefit more from a higher technical-scientific and mathematical capacity. And given that the most talented tend to go where ideas and initiatives are born, being capable of producing innovation is an important part of the end result. I am convinced that Italy will continue to maintain its appeal in an artistic and cultural sense, in tourism and natural attractions, and in its monuments, but all of these are resources that must be continually maintained and improved upon. This sort of development requires people capable of creating the necessary projects and carrying them out in an innovative fashion. In order to reach these ends, once again you need good mathematicians and engineers, and if they are not Italians, they will inevitably arrive from other parts of the world.

* Thomas L. Friedman, winner of three Pulitzer Prizes, is a journalist with the New York Times, where he writes on international politics. He has written many successful books, including From Beirut to Jerusalem (1989); The Lexus and the Olive Tree (1995); Understanding Globalization (1999); Longitudes and Attitudes (2002). His recent bestseller, The World is Flat, is about to be published in dozens of countries and languages (in Italy by Mondadori).

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La sfida dell’economia della conoscenza The Challenge of the Knowledge Economy di Saroj Kumar Poddar* by Saroj Kumar Poddar*

Scienza e tecnologia nell’India del nuovo millennio Indian Science and Technology in the New Millennium

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Saroj Kumar Poddar

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cienza e tecnologia sono i principali motori dell’economia della conoscenza a livello mondiale nel ventunesimo secolo e restano pertanto uno strumento fondamentale per potenziare la competitività e accelerare la crescita. La capacità di creare, avere accesso, adattare e utilizzare la conoscenza nei vari settori produttivi e della distribuzione sarà l’asso nella manica per il successo competitivo di ogni nazione nel panorama internazionale. La scienza e la tecnologia indiane nel nuovo millennio Il ruolo della conoscenza nello sviluppo economico è stato largamente riconosciuto e documentato sin dalla metà del secolo scorso. Il Premio Nobel Robert Solow ha stimato che fu il progresso tecnologico a favorire una parte significativa della crescita dell’economia statunitense nella prima metà del ventesimo secolo. Studi successivi hanno confermato questo fatto, sottolineando che il 64% di questa crescita era legato a un miglioramento delle conoscenze, in particolare nel campo della ricerca e sviluppo, mentre un altro 30% era ascrivibile ai progressi nell’ambito

del sistema scolastico. Questa esperienza ha poi trovato conferma in India, la cui “rivoluzione verde” è stata uno dei tentativi di maggior successo per migliorare la produzione agricola attraverso metodi intensivi basati su nuove conoscenze. Le tecnologie utilizzate erano principalmente di importazione, in seguito adattate alla situazione del paese. L’utilizzo delle conoscenze per aumentare la produzione è stato successivamente riproposto su piccola scala in altri settori come quello dei latticini, della piscicoltura e dei prodotti oleosi. L’India è stata in grado di crescere e sviluppare il proprio patrimonio di conoscenze in diversi campi come la tecnologia nucleare, l’astronautica, le biotecnologie e le tecnologie informatiche. Quest’ultimo comparto è stato accolto come la prima e principale dimostrazione delle eccezionali capacità del paese nei settori più all’avanguardia e resta il miglior esempio della schiacciante supremazia delle competenze sul capitale. Questo marcato passaggio da competenze materiali a risorse basate sul sapere ha implicazioni di grande rilevanza per paesi in via di sviluppo come l’India,

in particolare da quando le biotecnologie si stanno imponendo come un settore trainante in grado di rivoluzionare diverse altre aree chiave, tra cui l’agricoltura e la sanità. Il vasto impiego di biotecnologie in questi due settori consentirà all’India di affrontare in modo totalmente nuovo i problemi legati alla nutrizione e alla salute, due comparti in cui il paese è ancora arretrato. Anche nel caso della Information Technology, è opinione comune tra gli esperti che l’India non sia dopotutto in una posizione così avanzata nella curva di apprendimento. Finora, la crescita in questo settore è stata trainata dall’esportazione di software e servizi di IT. L’impiego della tecnologia informatica all’interno dell’economia nazionale è ancora in fase embrionale, anche se il suo potenziale è decisamente rilevante. Sono stati elaborati veri e propri programmi per incoraggiare un uso estensivo delle ultime tecnologie informatiche nelle pratiche di governo, al fine di affrontare un altro serio handicap del paese, che è al contempo una piaga per quasi tutte le nazioni in via di sviluppo. L’introduzione delle tecnologie informatiche nel campo dell’istruzione, della sanità, della produzione agricola e dei servizi amministrativi rappresenterà una svolta epocale nella quantità e qualità dei servizi a disposizione anche dei cittadini meno abbienti. I primi passi dell’India per acquisire le proprie competenze tecnologiche Pur avendo perso tempo prezioso durante la rivoluzione industriale a causa del dominio coloniale, l’India ha dimostrato notevole lungimiranza

nell’iniziare a costruire il proprio patrimonio di conoscenze immediatamente dopo l’indipendenza. I primi tentativi erano incentrati sulla formazione superiore tecnologica e gestionale, necessaria per amministrare le vaste società del settore pubblico istituite grazie a piani quinquennali. L’istruzione restò un’attività di competenza prettamente statale, finanziata sia dal governo centrale sia da quelli regionali, mentre le iniziative private erano principalmente affidate a organizzazioni no-profit e a progetti sponsorizzati dalle comunità per far fronte alla crescente domanda di istruzione elementare e superiore. Fu solo negli anni Novanta, con l’apertura dell’economia, che l’iniziativa privata nel settore dell’istruzione si impose come una valida opportunità imprenditoriale. Questi sforzi furono sostenuti dalla crescente domanda di competenze tecnologico-informatiche, in particolare da parte dei paesi industrializzati, che portò a un fiorire di istituti formativi specializzati in IT con particolare attenzione per la programmazione e l’hardware. Questa storia di successo si sta progressivamente riproponendo nel campo farmaceutico, biotecnologico, della chimica fine e in molti altri comparti. Le maggiori prospettive di crescita in questi settori sono state largamente agevolate dalla presenza di manodopera qualificata formatasi in grande quantità nei vari centri di istruzione superiore istituiti da cinquant’anni a questa parte. Così, mentre le riforme economiche dell’ultimo decennio hanno cercato di rimuovere alcuni dei principali ostacoli allo sviluppo dell’industria, il boom


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dell’istruzione superiore ha aiutato molti nuovi settori a raggiungere risultati prima impensabili, anche se il grado di produttività economica è rimasto in generale molto al di sotto del proprio potenziale. Uno dei principali impedimenti è rappresentato dalla difficoltà di reperimento di personale specializzato a diversi livelli. Gli investimenti del governo indiano nel settore dell’istruzione in una prospettiva comparativa Dati recenti relativi alle spese del governo centrale indiano per il sistema scolastico fra il 2003 e il 2004 dimostrano che l’85,6% dei fondi sono stati stanziati per l’istruzione generale, mentre solo il 14,4% è andato alla formazione tecnica. È stato inoltre

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evidenziato che la maggior parte delle sovvenzioni – circa il 55% – è stata impiegata per l’istruzione elementare, il 14,1% per quella secondaria e il 17,7% per quella superiore. Questi dati, tuttavia, non riflettono completamente le spese totali del governo, dato che i vari stati si accollano una percentuale notevole dei costi scolastici. Un confronto fra le informazioni disponibili relative alle spese totali del governo per l’istruzione dimostra come la loro percentuale rispetto al Pil

dell’India fosse del 4,1% nel periodo 1998-2000, un dato molto superiore rispetto ai medesimi investimenti in Cina, Corea del Sud, Sri Lanka e Pakistan. La stessa percentuale degli stanziamenti per l’istruzione rispetto alle spese generali dello stato era più elevata in India rispetto a molti altri paesi, fatta eccezione per Malaysia e Corea del Sud. Un confronto fra India, Cina e Malaysia sulla percentuale delle spese dei vari governi per le scuole primarie, secondarie e terziarie ha dimostrato ancora

Istruzione superiore in India: situazione attuale L’India possiede uno dei più vasti sistemi educativi del mondo, commensurato peraltro alla vastità della sua popolazione. La diffusione dell’istruzione, in particolare di quella superiore, è aumentata in modo significativo dall’Indipendenza. Il livello di alfabetizzazione è passato dal 18,3% nel 1951 al 65,38% nel 2001. Dati più recenti, risalenti al 2001-02, mostrano la presenza di 664.041 scuole elementari, 219.626 scuole secondarie inferiori e 133.492 scuole secondarie superiori frequentate, nel 2000-01, da 184 milioni di studenti. Sempre nel 2000-01, i college universitari erano 8.737 e 2.409 i centri di formazione professionale, molti dei quali affiliati alle 351 università del paese. Gli studenti iscritti a corsi di laurea nel 2001-02 erano 7,9 milioni, mentre 816.335 frequentavano corsi post-laurea e altri 60.516 erano impegnati in corsi superiori di ricerca come master in filosofia o dottorati. Negli ultimi anni sono migliorate in modo significativo anche le strutture utilizzate dai corsi dell’istruzione pubblica. Il programma pensato per regalare una maggiore attenzione alle capacità vocazionali nell’istruzione secondaria e annunciato dalla Politica Nazionale per l’Istruzione del 1986, ha portato all’apertura di 6.800 istituti, con una capacità di assorbimento di 972.750 studenti e circa 150 diversi indirizzi di studi fra i quali agricoltura, economia e commercio, ingegneria, tecnologie, sanità, economia domestica e molti altri, a cui è possibile accedere dopo aver superato il 10° anno di studi. Altri 628.000 posti in circa 4.500 Istituti per la Formazione Industriale (ITI – Industrial Training Institutes) sono inoltre a disposizione degli studenti dopo l’8° il 10° anno della loro carriera scolastica. Gli istituti di formazione industriale offrono 43 corsi in ingegneria e 24 in settori diversi. Un altro importante sistema per la formazione professionale è rappresentato dai 1.224 politecnici che contano 186.200 iscritti e garantiscono corsi triennali agli studenti che hanno superato il 10° livello di studio. Un’ulteriore diramazione di questi istituti sono i politecnici locali, che forniscono servizi di supporto tecnico e formazione a livello delle singole comunità. I 675 politecnici locali offrono programmi di formazione a circa 450.000 studenti. Non sono previste qualifiche formali specifiche per accedervi e la durata dei corsi varia fra i 3 e i 9 mesi. Altri 34 diversi corsi professionali in scienze e tecnologie ed economia e commercio sono offerti in 1.850 istituti superiori. In questo caso la formazione professionale è a disposizione degli studenti in abbinamento ad altri due corsi opzionali. È inoltre possibile svolgere un apprendistato grazie a una legge specifica, il cosiddetto Apprentice Act, che prevede una formazione fino a un anno per coloro che abbiano concluso un corso professionale biennale. Vi sono poi altri programmi formativi di minori dimensioni gestiti da altri dipartimenti ministeriali nonché strutture per la formazione professionale a distanza. Ci sono numerose altre strutture della formazione e istruzione pubblica rivolte ad altri tipi di corsi professionali. È tuttavia nell’istruzione tecnica ad alto livello che l’India ha fatto veri e propri passi da gigante. Attualmente, vi sono circa 1.208 facoltà di ingegneria, 1.006 istituti che gestiscono master in programmazione informatica, sette Istituti Indiani di Tecnologia e 14 Istituti Nazionali di Tecnologia. La crescita dell’economia della conoscenza ha dato nuovo slancio all’istruzione superiore nei settori che richiedono una specializzazione. Negli ultimi cinque anni, il numero di posti disponibili nei corsi di laurea in ingegneria è aumentato del 130%, arrivando a 359.721, mentre i corsi di laurea in farmacia hanno raggiunto un incremento del 60%, fino a 15.415, e i master in programmazione informatica sono quadruplicati, raggiungendo i 53.256 iscritti. Motivo di preoccupazione, tuttavia, è la disomogenea distribuzione degli istituti tecnici. Circa il 56% dei posti disponibili per diplomi tecnici, infatti, si trova nei quattro stati più meridionali del paese.

una volta che era l’India il paese con il maggiore sviluppo degli investimenti e con la più alta percentuale di spesa – il 39,4% – per le scuole d’infanzia ed elementari. L’unico suo punto debole rispetto alle altre grandi nazioni asiatiche era la percentuale relativamente scarsa di iscrizioni alle scuole superiori; solo l’11% rispetto al 26% della Malaysia e all’82% della Corea del Sud. Livelli di istruzione dell’attuale forza lavoro Il miglioramento della preparazione e delle competenze della forza lavoro indiana negli ultimi sessant’anni di indipendenza, sebbene sostanziale come nel caso dell’istruzione superiore, è ancora molto al di sotto dei requisiti richiesti da un’economia in rapida espansione. Dati recenti sulle caratteristiche della forza lavoro indiana dimostrano che il 44% di questa non è alfabetizzata, solo il 22,7% ha un’istruzione elementare e la percentuale di lavoratori in possesso di un diploma di scuola media inferiore o superiore è solo del 33%. I dati sono persino più scoraggianti se si analizza il lavoro femminile, che rappresenta il 30,54% del totale della forza lavoro del paese. Il problema principale in termini di competenze è il numero relativamente ristretto di lavoratori che hanno conseguito una formazione professionale. A metà degli anni Novanta,


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Qualità e disponibilità di personale specializzato

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la percentuale dei lavoratori indiani che avevano preso parte a corsi professionali nella fascia d’età fra i 20 e i 24 anni raggiungeva solo il 5%. Dati facilmente paragonabili relativi ad altri paesi dimostrano che la percentuale di forza lavoro formata professionalmente fra i 20 e i 24 anni era del 95% in Corea, dell’86% in Russia, dell’81% in Israele e dell’80% in Giappone. La quota di forza lavoro con formazione professionale era superiore a quella indiana anche in altri paesi in via di sviluppo come il Botswana, la Colombia, le Mauritius e il Messico. Opportunità di collaborazione con i paesi industrializzati L’attuale panorama internazionale evidenzia un notevole potenziale di sviluppo di sinergie fra l’India e i paesi industrializzati nel campo della formazione e dell’istruzione. Il crescente ruolo dell’India all’interno dei mercati globali ha accentuato ulteriormente la necessità di un sostanziale passo avanti per fornire alla forza lavoro di questo paese competenze spendibili sul mercato. Tutto ciò richiederà tuttavia che le strutture per la formazione professionale e tecnica effettuino un cambiamento epocale sia in termini quantitativi sia qualitativi. I principali ostacoli operativi che si sono opposti all’adeguamento della formazione professionale e tecnica della forza lavoro agli standard mondiali sono molteplici. In linea generale, i maggiori handicap identificati comprendono la molteplicità dei controlli e delle regolamentazioni da parte dei governi centrale e statali, nonché degli enti regolatori

Uno dei principali svantaggi dell’attuale panorama educativo e, in particolare, dell’istruzione tecnica è rappresentato dal fatto che sia la qualità delle infrastrutture sia i contenuti dei diversi corsi sono decisamente obsoleti rispetto agli standard internazionali. Fanno eccezione solo gli istituti di istruzione superiore, in particolare quelli d’eccellenza a livello nazionale, dove il piano di studi e i docenti sono fra i migliori al mondo. Nella maggior parte di questi istituti d’elite il rapporto fra numero di studenti e professori nonché la preparazione professionale dei tutor sono esemplari. Numerosi studi di valutazione hanno dimostrato che vi è una notevole differenza nella qualità degli studenti che escono dagli Istituti di Formazione Industriale e ciò è dovuto principalmente alla mancanza di un adeguato lavoro preparatorio prima dell’apertura degli istituti stessi. Questi ultimi forniscono spesso formazione in settori non altamente richiesti e sovente il piano di studi non è adeguato alle effettive necessità del mercato. Una delle cause di tutto ciò è la mancanza di contatti e collaborazioni con il settore industriale. Un miglioramento della qualità degli Istituti di Formazione Industriale richiederebbe migliori strutture per il trasferimento delle competenze, processi valutativi più affidabili, maggiori fondi per le infrastrutture di base e una più ampia disponibilità di docenti debitamente preparati. Allo stesso modo, la qualità dei programmi di apprendistato manca di uniformità e la maggior parte dei posti disponibili sono in imprese del settore pubblico. Il programma, inoltre, è spesso visto come un mezzo per ottenere in seguito un impiego, piuttosto che come un’occasione per acquisire competenze. Alcune sentenze della magistratura hanno contribuito fra l’altro a consolidare questa convinzione, scoraggiando i datori di lavoro, che sempre più spesso rinunciano agli apprendisti. Quasi la metà dei laureati in ingegneria in India sono specializzati in meccanica o ingegneria civile sebbene, negli ultimi anni, altre branche dell’ingegneria stiano acquisendo importanza. Nonostante il totale dei laureati in ingegneria sia aumentato a un tasso annuo del 6,6% in sette anni, dal 1995 al 2002, il tasso di crescita dell’ingegneria meccanica e civile si è attestato solo al 4,8% e 4,3% rispettivamente. Le specializzazioni con il più alto tasso medio annuo di crescita dei laureati nei sette anni compresi fra il 1995 e il 2002 sono state ingegneria della strumentazione (33,2%), ingegneria informatica (12,1%), ingegneria della produzione (11,6%) e ingegneria elettronica/delle telecomunicazioni (11,3%). La percentuale di queste quattro specializzazioni sul totale dei laureati in ingegneria è passata dal 19% circa nel 1995 al 29% nel 2002. Il totale dei diplomati in materie tecniche era anch’esso fortemente sbilanciato a favore dell’ingegneria civile e meccanica, con questi due segmenti di specializzazione che rappresentavano più della metà del totale degli studenti. Ora però stanno facendosi strada nuove tendenze. Queste due specializzazioni stanno infatti crescendo a una velocità molto inferiore rispetto alla crescita totale dei laureati in ingegneria nei sette anni compresi fra il 1995 e il 2002. Dati più recenti dimostrano che, a livello di istituti superiori, le specializzazioni in ingegneria con il più alto tasso medio annuale di crescita nei sette anni tra il 1995 e il 2002 sono state ingegneria informatica (14,5%), ingegneria elettronica/delle telecomunicazioni (12,1%) e ingegneria della produzione (10,3%). La percentuale dei diplomati in queste tre branche dell’ingegneria è aumentata dal 9,2% al 14,5% fra il 1995 e il 2002. Secondo un recente studio della Banca mondiale, la mancanza di diplomati nei settori tecnici fra il 1997 e il 2002 è stata maggiormente sentita nel campo dell’ingegneria informatica (27.488), seguita da altre discipline come tecnologia conciaria (1.074), ingegneria petrolchimica (598), tecnologia cartaria (448), ingegneria ceramica (130) e tecnologia saccarifera (107). I diplomati in ingegneria che presentavano numeri più significativi erano concentrati in elettronica (68.550), meccanica (50.924), ingegneria elettrica (21.657) e chimica (6.604). Nel caso dei laureati in ingegneria, fra il 1997 e il 2002, i corsi meno seguiti sono stati quelli in ingegneria informatica (15.753), ingegneria metallurgica (1.695), ingegneria mineraria (1.668), tecnologia saccarifera (662), tecnologia dei polimeri e della gomma (283) e ingegneria ceramica (235). Il numero più vasto di laureati era invece riscontrabile in ingegneria elettronica (54.158), ingegneria meccanica (26.713) e ingegneria elettrica (4.669). Uno studio condotto dall’Istituto di Ricerca Applicata alla Manodopera (IAMR – Institute of Applied Manpower Research) di Karnataka, uno degli stati più grandi dell’India con un vasto numero di istituti per la formazione professionale – pari all’11% circa dei posti disponibili per la formazione tecnica di livello superiore – ha dimostrato che la richiesta di diplomati è cambiata in modo sostanziale. Mentre il 100% dei diplomati in ingegneria mineraria e il 97% di quelli in architettura trovavano un impiego entro un anno dalla conclusione degli studi, il 28% dei diplomati in tecniche automobilistiche e il 25% dei diplomati in ingegneria della strumentazione dovevano attendere fino al terzo anno dal conseguimento del titolo di studio prima di trovare un’occupazione. Allo stesso modo, nel caso dei laureati in diverse specializzazioni di ingegneria, quasi il 100% di chi aveva studiato architettura, costume design e moda, tecnologie della strumentazione, scienza dei polimeri e ingegneria del suono e delle telecomunicazioni era assorbito dal mercato del lavoro entro un anno dalla laurea. Il 22% degli ingegneri chimici, il 15% degli ingegneri meccanici, il 10% degli ingegneri delle macchine utensili e il 9% degli ingegneri elettronici e delle comunicazioni, invece, doveva attendere fino a quattro anni per trovare un impiego.

a livello nazionale che non solo hanno calpestato l’autonomia degli istituti scolastici, ma hanno anche frammentato il potere decisionale tra un vasto numero di organismi, rendendo di conseguenza spesso inascoltate le problematiche legate alle responsabilità. La mancanza di autonomia degli istituti scolastici interessa una vasta gamma di attività fra cui le nomine dei docenti, l’ammissione degli studenti, la struttura e i contenuti dei programmi didattici, l’amministrazione e le valutazioni. Queste problematiche sono ulteriormente aggravate dalla scarsità di fondi disponibili, dall’inadeguatezza delle normative, da programmi inutilmente rigidi, pessimi piani di studi e da una crescente disparità fra domanda e offerta di professionisti competenti in vari settori. Un’altra area che desta preoccupazione è il crescente

divario fra la domanda del mercato del lavoro e l’offerta di personale e le modalità della loro formazione in un vasto numero di incarichi professionali. Detti problemi sono inoltre accentuati dall’inadeguatezza delle infrastrutture, giacché solo il 20% degli istituti può avvalersi di impianti di laboratorio appena sufficienti. Le attività di ricerca sono anch’esse generalmente limitate a un ristretto numero di istituti che si occupano di istruzione superiore. La disponibilità di strutture di formazione professionale e tecnica è distribuita inoltre in maniera ampiamente disomogenea, con molte delle regioni più arretrate e delle aree rurali con un livello minimo appena accettabile. La cooperazione fra l’India e i paesi industrializzati nel campo dell’istruzione deve concentrarsi sulla risoluzione di queste problematiche fondamentali. Alcuni dei problemi di più vasta portata possono essere gestiti

introducendo un cambio radicale di politiche per garantire una maggiore autonomia all’intero sistema e accrescerne la credibilità. Al contempo, un aumento dei sussidi richiederebbe un importante incremento della percentuale di investimenti privati nel settore dell’istruzione professionale e tecnica, con un conseguente adeguamento dei quadri normativi già esistenti. L’alleanza dell’India con i paesi industrializzati nel campo dell’istruzione e della formazione sarebbe tuttavia altamente efficace nella creazione di migliori meccanismi di garanzia della qualità. Tutto ciò richiederebbe però cooperazione nel campo della selezione e della formazione del personale docente, introduzione di nuove discipline, arricchimento del programma didattico e adozione di più appropriati meccanismi di valutazione per verificare la preparazione degli studenti.


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L’India potrebbe altresì collaborare con i paesi industrializzati per l’introduzione di network istituzionali mirati a un monitoraggio efficace e trasparente delle strutture fisiche e accademiche e della qualità dei risultati ottenuti. I meccanismi istituzionali dovrebbero inoltre garantire le necessarie modifiche dei sistemi di formazione, in linea con i bisogni dei mercati in costante evoluzione. Una ulteriore area di cooperazione fra l’India e i paesi industrializzati è rappresentata dalla creazione di una efficace rete di scambi fra le istituzioni didattiche a vari livelli affinché le infrastrutture disponibili siano ottimizzate al massimo. Tali organismi istituzionali dovrebbero inoltre garantire che i centri formativi di base abbiano le risorse per legarsi a centri di istruzione superiore, istituti di ricerca e sviluppo e organizzazioni industriali. Sarebbe inoltre vantaggiosa una maggiore collaborazione fra l’India e l’Unione europea al fine di ampliare le strutture esistenti e adottare nuovi strumenti nel campo della formazione continua e dell’istruzione a distanza, attraverso la creazione di istituti virtuali on-line. Queste misure potrebbero altresì consentire di ridurre le evidenti disparità fra le varie regioni del paese. Rafforzamento delle competenze tecnologiche di base Dati recenti relativi alle risorse umane impiegate nel campo della scienza e della tecnologia nell’ultimo decennio dimostrano che la Cina è al secondo posto al mondo per numero di ricercatori (862.000) dopo gli Stati Uniti (1,3 milioni). Il paese terzo classificato è anch’esso asiatico, il Giappone,

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con 675.000 unità. La Russia si è posizionata quarta con 487.000 ricercatori. Per quanto concerne l’India, i dati più recenti riferiti al 2004 indicano che il paese aveva a quella data ben 1,8 milioni di post-laureati in possesso di diplomi di dottorato in materie scientifiche e altri 8,7 milioni di laureati nelle stesse discipline. Secondo un sondaggio ancora più attuale, circa il 50% dei post-laureati e di coloro in possesso del dottorato in materie scientifiche era impiegato in occupazioni professionali, tecniche o simili. Cifre grazie alle quali si può evincere che il numero totale di risorse umane impiegate in campi legati alla scienza e alla tecnologia ammontava a 900.000, quasi quanto la Cina. Le prospettive di crescita del settore scientifico e tecnologico sono anch’esse piuttosto rosee. L’istruzione scientifica interessa circa un terzo degli iscritti a corsi di laurea e il 41% degli iscritti a corsi post-laurea. Il totale delle iscrizioni a istituti scientifici superiori – a livello universitario o successivo – ha raggiunto i 3,29 milioni nel 2003-04, dei quali 1,78 milioni in scienze naturali, 1,07 milioni in ingegneria, 0,36 milioni in medicina e 0,09 milioni in specializzazioni legate all’agricoltura e alla veterinaria. Questi dati collocano l’India fra le prime nazioni per numero di studenti iscritti a corsi di formazione scientifica. Altri paesi con una percentuale tanto significativa di iscrizioni a istituti scientifici superiori all’inizio del decennio erano la Cina con 2,6 milioni e la Russia con 2,4 milioni. Le iscrizioni negli Stati Uniti raggiungevano solo 1,7 milioni. Ulteriori indicatori dimostrano la crescente forza dell’India nel campo della scienza e della

tecnologia. Secondo gli ultimi dati il paese è prossimo a raggiungere la Cina per numero di brevetti presentati e concessi dall’Ufficio Marchi e Brevetti degli Stati Uniti; un elemento di fondamentale importanza per imporsi sui mercati di tutto il mondo. Nel 1990 solo 23 brevetti furono concessi a soggetti indiani dal suddetto ufficio americano, mentre la Cina se ne assicurò 48, ovvero più del doppio dell’India. Nel 2003, le società indiane ottennero il rilascio di 355 brevetti, rispetto ai 424 di origine cinese. Le attività di ricerca e brevettazione erano molto più organizzate in India e Cina rispetto agli altri paesi asiatici. Ben il 41% dei brevetti presentati dall’India all’Ufficio Marchi e Brevetti statunitense provenivano da società e organizzazioni nazionali, una percentuale simile al 42,7% della Cina. I risultati dell’India, tuttavia, non hanno eguali quando si tratta di legami internazionali nel campo della ricerca e sviluppo. Le attività di ricerca del paese sono sempre state orientate principalmente all’estero grazie al vasto numero di società internazionali che hanno ceduto in outsourcing all’India le proprie attività di ricerca e sviluppo. I dati relativi ai brevetti presentati negli Stati Uniti durante la seconda metà degli anni Novanta dimostrano che il 29,6% dei brevetti provenienti dall’India era di proprietà di società multinazionali, mentre la percentuale scendeva solo al 17,2% in Cina, allo 0,8% in Corea e all’1,9% a Taiwan. I legami internazionali dell’India nel campo della ricerca e sviluppo si evincono inoltre dai brevetti presentati nel settore della tecnologia informatica e della comunicazione (ICT).

Ben il 74,5% delle invenzioni indiane legate all’ICT, per esempio, e presentate all’Ufficio Brevetti Europeo sono di proprietà straniera, più del 40,1% di tutte le invenzioni presentate dal paese. Si tratta comunque solo di indicatori dell’enorme ondata di outsourcing nel campo della ricerca e sviluppo in India. L’ingresso in India di grandi società impegnate in attività di ricerca e sviluppo ha subito una forte accelerazione negli ultimi anni e l’opinione generale è che il paese sia destinato a diventare il cuore della ricerca e sviluppo a livello mondiale per tutte le maggiori imprese del settore. Rimangono tuttavia alcuni ostacoli da superare, se l’India vorrà far perdurare questo momento positivo e diventare uno dei primi paesi nell’economia della conoscenza. Sebbene si sia verificata una crescita senza precedenti degli istituti scientifici e del numero dei loro iscritti, vi è anche stato un mutamento nella qualità degli studenti di materie scientifiche, in particolare i laureati con specializzazioni non tecniche. Il numero di studenti motivati e competenti che si dedicano a ricerca e sviluppo sta infatti diminuendo a causa di nuove opportunità in altri comparti. Una ragione di quanto sopra è rappresentata dal deterioramento della qualità dell’istruzione scientifica, in particolare a livello universitario. Le strutture negli istituti superiori sono sovraffollate, i laboratori e le biblioteche hanno scarse dotazioni e il personale è insufficiente. L’India deve sforzarsi di integrare i fondi governativi per l’istruzione scientifica con investimenti provenienti dal settore privato. Gli incentivi fiscali devono essere strutturati in modo tale da

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attrarre fondi per investimenti in progetti con lunghi periodi di gestazione. Gli studenti si trovano davanti programmi ormai obsoleti e l’organizzazione scolastica è eccessivamente rigida. L’interazione fra mondo accademico e settore industriale resta limitata e gli attuali sistemi di valutazione sono anch’essi datati giacché pongono l’accento più sull’apprendimento mnemonico che sulle capacità analitiche o sul pensiero innovativo. Solo pochi istituti d’eccellenza sono stati in grado di superare queste problematiche. L’India ha ancora molto da imparare dalle università e dai centri di ricerca meglio gestiti del mondo. Alcuni degli istituti tecnici di eccellente livello continuano ad attrarre i migliori talenti, ma questi dati sono comunque troppo esigui data la vasta richiesta di forza lavoro specializzata. Questi successi devono invece essere riproposti su vasta scala avvalendosi di investimenti del settore privato e dell’assistenza tecnica delle principali istituzioni a livello internazionale. L’India ha ancora molta strada da fare per arrivare all’eccellenza nel settore dell’istruzione scientifica e per motivare e attrarre i migliori studenti affinché seguano studi scientifici. Il vantaggio demografico e la forza di un’economia in crescita Le prospettive dell’India nella corsa scientifica e tecnologica restano ottimistiche, considerando gli importanti passi avanti degli ultimi sessant’anni. La vasta sovrastruttura necessaria per dare impulso al settore tecnologico è già stata predisposta; il prossimo passo da compiere consiste nell’aumentare progressivamente

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le cifre e migliorare gli standard rispetto ai risultati già ottenuti nei paesi industrializzati. Si tratta di obiettivi conseguibili, visto che le forze di mercato in economia si sono adattate ai cambiamenti mondiali e sono state messe in campo le riforme necessarie per incoraggiare questi sviluppi futuri. A prescindere dalle infrastrutture già realizzate nel settore della tecnologia, l’altro grande vantaggio che consentirà al paese di posizionarsi primo rispetto a molte altre nazioni è il trend demografico. Sebbene l’India continuerà ad avere una popolazione inferiore a quella della Cina fino al 2050, l’apporto alla forza lavoro di personale fra i 20 e i 59 anni d’età sarà il più significativo del mondo. Fra il 2005 e il 2050, l’India accrescerà la propria popolazione di 484 milioni di persone, rispetto ai 191 milioni della Cina. La forza lavoro compresa fra i 20 e i 59 anni d’età aumenterà di 263 milioni raggiungendo gli 812 milioni entro il 2050 mentre i lavoratori cinesi cresceranno solo di 94 milioni, raggiungendo 862 milioni di unità. Il vasto incremento della forza lavoro in India deve essere confrontato con lo stesso dato nei paesi industrializzati. I numeri dimostrano che fra il 2005 e il 2050, la popolazione attiva degli Stati Uniti aumenterà di soli 11 milioni di unità, mentre diminuirà in quasi tutti gli altri paesi. I lavoratori si ridurranno di 14 milioni in Giappone, di 8 milioni in Germania, di 3 milioni nel Regno Unito e di 1 milione in Francia. Questi dati dimostrano il grande potenziale dell’India di imporsi come forza trainante della crescita economica mondiale. La sua giovane popolazione, con le giuste competenze, fornirà non solo beni e servizi

per la produzione e il consumo, ma anche un patrimonio di conoscenze per migliorare efficienza e produttività. Tutto ciò posiziona l’India su un piano completamente diverso rispetto a quello a cui appartengono tutti gli altri paesi industrializzati o in via di sviluppo. Non è tuttavia solo la vasta popolazione la carta vincente dell’India. Il paese è già fra le prime 4 nazioni al mondo per produttività, se calcolata a parità di potere d’acquisto. L’India ha già raggiunto un tasso di crescita dell’8% e si sta avvicinando a percentuali a due cifre. Si prevede che questo trend continui nei prossimi decenni, trasformando l’India nella terza più grande economia del mondo entro la fine della prima metà del secolo. Le alte percentuali della crescita economica renderanno disponibili cospicue e straordinarie risorse, che andranno ad aumentare la già vasta base di competenze dell’economia. Una rivoluzione nel settore delle tecnologie informatiche garantirebbe poi un uso più efficace di queste risorse per acquisire nuove professionalità e consentire così all’India di raggiungere i primi posti delle classifiche mondiali. L’India potrebbe finalmente riacquistare il suo giusto ruolo nel panorama internazionale e contribuire al benessere dell’economia mondiale.

Emergerà come un paese attraente dove si sviluppano idee, si elaborano progetti e si scambiano esperienze provenienti da tutto il mondo, dall’Occidente come dall’Oriente. L’etica e la cultura scientifica che caratterizzano questo paese costituiranno il nuovo fulcro della società mondiale e l’India potrà così dare il proprio apporto all’umanità con tutte le risorse a sua disposizione.

* Saroj Kumar Poddar è il presidente della Federazione delle Camere di Commercio e delle Industrie Indiane (FICCI). A capo della propria azienda, la Poddar Heritage Enterprises, ha promosso numerosi progetti fra i quali diverse joint-venture di cui è presidente con società leader a livello internazionale. Saroj Poddar è anche presidente di Areva T&D India, Sri Vishnu Cement, Zuari Cement; co-presidente di Chambal Fertilizers & Chemicals e di Zuari Industries; membro del consiglio di amministrazione di importanti società quotate; vice presidente di Texmaco e direttore di Essar Shipping. A livello internazionale, Saroj Poddar è membro dei consigli di amministrazione di Gillette Management (Boston) e di IMACID (Indo Maroc Phosphore Company) in Marocco. Ex presidente della Camera di Commercio Indiana a Calcutta, Poddar è stato anche membro del locale consiglio di amministrazione della Reserve Bank of India e del Consiglio dei Governatori dell’Indian Institute of Technology di Kharagpur per un lungo periodo. Ex presidente dell’Organizzazione Indiana dei Datori di Lavoro (AIOE) e del Consiglio Nazionale dei Datori di Lavoro (CIE) Saroj Poddar è attualmente presidente del Consiglio Indiano di Arbitrato (ICA).


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Higher education in India: current scenario India has one of the largest education systems in the world, commensurate with the large size of its population. Spread of education, especially that of higher education, has improved significantly since Independence. Literacy has increased from 18.3% in 1951 to 65.38% in 2001. Most recent figures for 2001-02 show 664,041 primary schools, 219,626 middle schools and 133,492 higher secondary schools. The number of students attending schools in 2000-01 totaled 184 million. In 2000-01 there were 8,737 general colleges and 2,409 professional education institutions, most of which were affiliated to the 351 universities in the country. 7.9m students were enrolled in graduate courses in 2001-02. 816,335 students were enrolled in post-graduate studies and another 60,516 in research courses such as masters in philosophy or doctoral studies. The facilities in applied education and training courses have also improved significantly in recent years. The program aimed at creating a greater emphasis on vocational skills in secondary education, announced in the 1986 National Policy of Education, has led to the establishment of 6,800 schools with an enrolment capacity of 972,750 students providing around 150 different post-10th-class vocational courses in subjects such as agriculture, commerce, engineering, technology, health, home science and so on. Furthermore, another 628,000 seats in 4,500 odd Industrial Training Institutes (ITI) are open to students after 8th or 10th class. The ITIs offer training in 43 engineering and 24 non-engineering trades. The other major vocational training mechanism is constituted by 1,224 polytechnics, which enroll 186,200 students, and provide training for three years to students who have passed the 10th standard. Annexed to the polytechnics are the community polytechnics, which provide technical support services and training to the community. The 675 community polytechnics provided training for another 450,000 students. There are no formal qualification requirements for entry into the community polytechnics, and the duration of the courses ranges from 3 to 9 months. A further 34 different vocational courses in science and technology, business and commerce are offered at 1,850 colleges. Here, a vocational subject is offered to students in combination with two other optional subjects. Then it is possible to take up apprenticeship under the Apprentice Act, during which up to 1-year is provided to those who have passed the +2 vocational system. There are also other smaller vocational programs run by other government departments, and also facilities for distance vocational education. There are numerous other education and training facilities in other applied courses. However, it is in higher technical education that India has made the greatest strides forward. Currently, there are around 1,208 engineering colleges, 1,006 institutions that run the Master of Computer Application program, seven Indian Institutes of Technology and 14 National Institutes of Technology. The growth of the knowledge economy has given new impetus to higher education in specialized areas. Over the last five years the number of seats in engineering graduate courses has increased by 130% to 359,721 while that in pharmacy has gone up by 60% to 15,415 and that in the Master of Computer Application program by over fourfold, to 53,256. The uneven spread of the technical education institutions is a cause for concern. For instance, around 56% of the total seats in degree level technical courses were located in the four southern states of the country.

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cience and technology are the main drivers of the 21st century global knowledge economy. They remain key concerns in improving competitiveness and accelerating growth. The ability to create, access, adapt and utilize knowledge in the spheres of production and distribution lies at the core of a nation’s success in attaining global competitiveness. Indian science and technology in the new millennium The role of knowledge in economic development has been substantially acknowledged and documented since the middle of the last century. Robert Solow, the Nobel Laureate, estimated that technical progress accounted for a substantial share of growth in the US economy during the first half of the twentieth century. Further studies also highlighted this phenomenon in detail, pointing out that 64% of growth was linked to advances in knowledge generation, mainly research and development, and another 30% to advances in education. This experience has been validated time and again in India, a country whose green revolution constituted one of the most successful efforts to improve agricultural production

through knowledge-intensive methods. The technologies used were mainly imported and later adapted to the Indian situation. The use of knowledge in raising production has been replicated on a smaller scale in other sectors, such as dairying, inland fish production and oil seeds. India has been able to build substantially on its knowledge base in a number of areas such as nuclear technology, space science, biotechnology and information technology. The latter has been hailed as a forerunner of India’s prowess in cutting edge sectors, and remains the best example of the paramount supremacy of knowledge skills over capital. This marked shift from material-based skills to knowledge-based resources has major implications for developing countries like India, especially since biotechnology is emerging as a leading sector with enormous potential for revolutionizing a number of key sectors including agriculture and health. The large scale use of biotechnology in these two areas would lead India to break new ground in tackling problems relating to food and health, two major areas where India currently lags behind. Even in the case of information technology, the expert opinion is that India is still only a few steps ahead of the learning curve. So far, growth in this sector has

been led by exports of software and information technology enabled services. The use of information technology in the national economy is still at a budding stage, and the potential is huge. Plans are being rolled out to encourage extensive use of information technology in governance. This would help tackle another important handicap, which is a scourge in almost all developing countries. The use of information technology in the areas of education, health care, agricultural production and administrative services will mean a quantum jump in the quantity and quality of services available to the less affluent. India’s early initiatives in building technology skills Having missed out on the industrial revolution under colonial rule, India has shown great foresight in building up a knowledge-base right from the time of independence. Initial attempts focused on generating higher education in technology and management skills, needed for running the large public sector enterprises set up under the country’s five-year plans. Education remained a state activity, funded by both the central and state governments, and private initiatives were restricted largely to

non-profit organizations and community-sponsored efforts to meet growing demand for elementary and higher education. It was only in the nineties, with the opening up of the economy, that private initiatives emerged as viable corporate enterprises. These efforts were boosted by the growing demand for information technology skills, especially from the developed countries. This led to a boom in information technology related education, especially computer programming and hardware. Slowly, this success story is being replicated in pharmaceutics, biotechnology, fine chemicals and other sectors. The increased growth prospects for these sectors has largely been facilitated by the skilled manpower that has been trained in large numbers in the higher learning institutions established over the past five decades. Thus, while the economic reforms over the past decade have sought to remove some of the major handicaps faced by industry, the boom in higher education has helped the many new sectors to scale higher peaks. But the overall levels of productivity in the economy still remain much below potential. A major constraint here is the availability of skilled personnel at different levels. A comparative perspective of government spending on education in India Most recent figures on Indian government spending on education in 2003-04 shows that as much as 85.6% of funds went for general education, and only 14.4 for technical education. It may also be seen that the bulk of the funds—as much as 55%—went for elementary education, 14.1% for secondary education and

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17.7% for higher education. But these figures do not fully reflect total government spending, as the various states account for a substantial share of government spending on education. A comparison of the information available on total government spending on education shows that in 19982000 the ratio of government expenditure on education to GDP in India was 4.1%, much higher than the relative spending on this segment in China, South Korea, Sri Lanka and Pakistan. The Indian share of spending on education in total government expenditure was also better than most countries. The only exception here was Malaysia and South Korea. A comparison of India, China and Malaysia on the share of government spending in primary, secondary and tertiary levels also showed that India had the most progressive spending pattern, with the highest share (39.4%) spent on pre-primary and primary education. The only major failing of India, as compared with other major Asian nations, was the relatively small share of enrolment in the tertiary level—just 11% as compared to 26% in Malaysia and 82% in South Korea. Levels of education of current workforce The improvement in the education and skills of the Indian workforce over the last six decades of independence, though substantial in the case of higher education, is still far below the requirements of a fast growing economy. Most recent figures on the characteristics of the Indian workforce show that as much as 44% of the workforce was not

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literate, only 22.7% had schooling up to primary levels, and the share of workforce with higher education of middle level and beyond was just 33%. The figures are even more dismal when it comes to the female workforce, which accounts for 30.54% of the total workers in the country. The most serious drawback in terms of skills is the relatively insignificant number of workers trained in vocational skills. The share of the workforce trained in vocational skills in India, in the 20 to 24 age group, was around just 5% in the mid nineties. Roughly comparable figures for other countries show that the share of the workforce trained in vocational skills in the 20 to 24 age group was as much as 95% in Korea, 86% in Russia, 81% in Israel and 80% in Japan. The share of the workforce with trained vocational skills was higher than that of India in other developing countries such as Botswana, Colombia, Mauritius and Mexico. Scope for collaborations with developed countries The current scenario indicates a substantial potential for the build up of synergy between India and the developed countries as regards training and education. India’s growing role in the global markets has further accentuated the need for a substantial step up in the marketable skills of India’s workforce. This would require that facilities for the training of professional and technical manpower make a quantum leap in terms of quantity and even more so in terms of quality. Various major operational constraints have stood in the way of benchmarking the training of professional and technical manpower to global standards. At the macro level,

the major handicaps identified include a multiplicity of controls and regulations by central and state governments and the statutory bodies at national level that have not only infringed on the autonomy of institutions but have also shifted authority across a wide number of institutions, so that issues of accountability are continuously evaded. The lack of autonomy of educational institutions infringes on a wide range of activities, including faculty appointment, student admission, structure and content of programs, administration and evaluation. These problems are further compounded by limited funds, poor regulations, unduly rigid programs, bad curricula and a growing mismatch between the demand and supply of skilled professionals in various disciplines. Another major area of concern is the growing mismatch between demand in the labor market and the supply of personnel, and their training modalities in a large number of occupations. These problems are further accentuated by inadequate infrastructure facilities, with hardly 20% of institutions having the barest minimum laboratory facilities. Research activities are also

generally limited to a few higher education institutions. The availability of professional and technical training facilities is also highly skewed, with many of the more backward regions and rural areas managing with just the bare minimum. Cooperation between India and developed countries in the area of education has to focus on tackling these major issues. Some of the macro issues can be handled by introducing broad policy changes that will help to foster greater autonomy and also enforce accountability in the entire system. Similarly, increased funding would necessitate a substantial step up in private investment in professional and technical education. This would require fine-tuning of existing regulatory frameworks. India’s alliance with the developed countries in the area of education and training would however be most effective in establishing improved quality assurance mechanisms. This would require cooperation in the areas of teaching staff recruitment and training, the introduction of new disciplines, enriching the curriculum and introducing more appropriate evaluation mechanisms for testing the quality of the trainees.


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Quality and availability of trained personal A major drawback of the current educational scenario, and especially that of technical education, is that both the quality of the infrastructure and the content of the various courses have been lagging behind the global benchmarks. The only exception is given by the institutes of higher learning, especially the institutes of national excellence, where the educational curriculum and instructors are at par with the best in the world. In most of these institutes of excellence, the student teacher ratio and the professional attainments of the tutors are exemplary. Many evaluation studies have shown that there is a vast difference in quality between students leaving the Industrial Training Institutes. This is mainly because of the lack of adequate preparatory work before setting up the institutions. They often provide training in skills that are not in demand, and in most cases the curriculum is not suited to the current market needs. One reason for this is the lack of any linkages with industry. Improvement in the quality of the ITIs would require better facilities for the transfer of skills, more reliable testing processes, larger funds for basic infrastructure, and better availability of suitably trained faculties. Similarly, the apprenticeship programs also lack uniformity. Most of the seats are in public sector enterprises. The program is more often seen as an avenue for taking up subsequent employment rather than as a training facility. Various court judgments have also helped disseminate this view, and this has discouraged employers from taking on more apprentices. Close to half of the graduate engineers in India were in the mechanical and civil engineering streams. But other engineering disciplines have been gaining prominence in recent years. Though the total stock of engineering graduate staff grew at an annual rate of 6.6% in the seven years between 1995 and 2002, the rate of growth for mechanical and civil engineers was only 4.8% and 4.3% respectively. The engineering disciplines with the highest annual average rate of growth in graduate staff during the seven years from 1995 to 2002 included instrumentation engineering (33.2%), computer engineering (12.1%), production engineering (11.6%) and electronic/ telecommunication engineering (11.3%). The share of these four engineering segments compared to the total stock of graduate engineers increased from around 19% in 1995 to 29% in 2002. The stock of technical diploma holders was also heavily skewed in favor of the civil and mechanical engineers, with these two segments accounting for more than half of the total stock. But new trends are now emerging. Indeed, these two streams picked up at a much slower pace than the overall increase in stock of diploma engineers during the seven years from 1995 to 2002. Most recent trends show that the engineering diploma disciplines with the fastest average annual growth rate over the last seven years up to 2002 were computer engineering (14.5%), the electronic/telecommunication segment (12.1%) and the production engineering segment (10.3%). The share of diploma engineers in these three streams increased from 9.2% to 14.5% over the seven years prior to 2002. According to a recent World Bank study, the highest shortage of diploma holders in the technical stream during 1997 and 2002 was registered in computer engineering (27,488), followed by other disciplines such as leather technology (1,074), petrochemical engineering (598), paper technology (448), ceramics engineering (130) and sugar technology (107). The engineering diploma holders with the largest surplus stocks were concentrated in the disciplines of electronic engineering (68,550), mechanical engineering (50,924), electrical engineering (21,657) and chemical engineering (6,604). In the case of graduate engineers, the largest deficits from 1997 to 2002 were in the disciplines of computer engineering (15,753), metallurgy engineering (1,695), mining engineering (1,668), sugar technology (662), polymer and rubber technology (283) and ceramic engineering (235). Similarly, the largest stocks of surplus were in electronic engineering (54,158), mechanical engineering (26,713) and electrical engineering (4,669). A survey conducted by the Institute of Applied Manpower Research in Karnataka, which is one of India’s major states with a large share of technical training institutes—as many as 11% of degree level engineering seats—showed that the demand for diploma holders varied substantially. While 100% of mining engineering diploma holders and 97% of architecture diploma holders were employed within the first year of graduating, as many as 28% of automobile diploma holders and 25% of instrumentation diploma holders had to wait three years to find employment. Similarly, in the case of graduate degree holders in various engineering disciplines, as many as 100% of graduates in architecture, costume design and dress making, instrumentation technology, polymer science, and sound and television engineering found employment within the first year. Instead, 22% of chemical engineering graduates, 15% of mechanical engineering graduates, 10% of machine tool engineering graduates and 9% of electronics and communication engineering graduates had to wait four years before finding employment.

India could also cooperate with developed countries in introducing institutional networks for the effective and transparent monitoring of physical and academic facilities and the quality of output. The institutional mechanisms should also ensure that appropriate corrections are made in the training systems, in tune with changing markets needs. Another area of cooperation between India and the developed countries lies in building up structures for effective networking between teaching institutions of various levels, so that the available infrastructure facilities are optimized to the utmost. These institutional structures should also ensure that grass root level training facilities have resources to link up with centers of higher learning, research and development institutions and industrial establishments. Increased cooperation can also be built up between India and the European Union in the expansion of facilities and the setting up of new mechanisms in the areas of continuing

education and distance education, by setting up virtual institutions on the World Wide Web. These measures would also help reduce the sharp disparities in the regions. Strengths of the Indian technology skill base Information on the human resources employed in science and technology in the current decade shows that China has the second highest number of researchers in the world (862,000) after the United States (1.3 million). The country with the third largest number of researchers was also in Asia—Japan with 675,000. Russia came fourth with 487,000 researchers. Most recent figures for India in 2004 show that the country has a stock of 1.8 million post graduates in science. There were another 8.7 million graduates too in these disciplines. According to a recent survey, about 50% of the post graduates and doctorates in science were engaged in professional, technical and related occupations. This would

mean that the total number of human resources employed in science and technology-related areas was equal to around 900,000, almost the same number as in China. Prospects of growth in the science and technology sector are also very optimistic. Science education accounts for around one third of total enrolment at graduate level and 41% of enrolment at post-graduate level. As regards science, gross enrolment in higher education—graduate and above—touched on 3.29 million in 2003-04, of which 1.78 million were in natural sciences, 1.07 million in engineering, 0.36 million in medicine and 0.09 million in agriculture and veterinary subjects. This put India among the top nations with the largest number of students enrolled in science education. The other countries with the largest number of students enrolled in science at higher education level at the start of the decade were China with 2.6 million and Russia with 2.4 million. Enrolment in the United States was only

1.7 million. Other pointers also indicate to India’s growing strengths in science and technology. Most recent figures show that India is close to catching up with China in the number of patents filed and granted by the United States Patent and Trademark Office, which is important for catering to the global markets. In 1990, only 23 patents were granted to Indian entities by the US patent office, while China could secure 48—more than double that of India. In 2003, Indian entities secured 355 patents from the US patent office as compared to 424 granted to those of Chinese origin. Research and patenting activities were much more organized in India and China as compared to other Asian countries. As many as 41% of the patents filed from India at the US Patent and Trademark Office were from domestic firms and organizations, and the relevant share was a similar 42.7% in China. However, India scores when it comes to the global links of the research and development sector. India’s research activities were more globally oriented because of the large number of transnational corporations who are outsourcing research and development activities to India. Data on patent activity filed in the United States during the latter half of the nineties show that 29.6% of the filing from India was from multinational companies while their share was only 17.2% in China, 0.8% in Korea and 1.9% in Taiwan. India’s global links in research and development are also reflected in the case of patents filed in the area of Information and Communication Technology (ICT). For instance, as much as 74.5% of the Indian ICT related

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inventions filed at the European Patent Office are foreign owned, far above the 40.1% foreign ownership of all domestic inventions filed from the country. These, however, are simply the indicators of the giant wave of research and development outsourcing which has come India’s way. The entry into India of large research and development companies has accelerated sharply in recent years, and the general view is that India is poised to become the global hub of research and development for all top companies. But a few hurdles remain to be tackled if India is to maintain its momentum, ascending to the top rungs of the knowledge economy. Though there has been a phenomenal growth in the institutions imparting science education and in student enrolment, there is a marked shift in the quality of students taking to the science stream, especially in non-technical graduate courses. Motivated and competent students taking up research and development are dwindling because of new opportunities in other segments. One reason for this is the deterioration in the quality of science education, especially at graduate level. Facilities in undergraduate colleges are over crowded, while laboratories and libraries are under equipped and poorly staffed. India has to make efforts to supplement government spending in science education with private sector investments. Fiscal incentive structures have to be built in order to attract funds for investment in projects with long gestation periods. Students are confronted with outmoded curricula, and the institutional set up is rigid. The

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academic and industry interaction remains limited. Furthermore, the current examination systems are also outmoded, as the emphasis is more on rote memory rather than on analytical abilities or innovative thinking. Only a few of the top rung institutions have been able to surmount these problems. India has a lot to learn from the best run universities and research institutes in the world. Some top level technical institutes continue to attract the best talents. But their numbers are too few given the vast demand for skilled workforce. But this success needs to be replicated on a massive scale using private sector investments and technical assistance from leading worldwide institutions. India still has a long way to go to nurture excellence in science education and to motivate and attract the best talents to pursue a career in science. Demographic dividend and growing economic strength India’s prospects in the science and technology race remain optimistic considering the significant advances made over the last six decades. The broad superstructure for achieving the big push in the technology areas has already been laid, and the next step is to scale up the numbers and improve standards to the benchmarks achieved in developed countries. These are attainable targets given that market forces in the economy have adapted to global changes and reforms established to further these prospects. Apart from the infrastructure already set up in the technology area, the other great advantage that will launch the country way ahead of other nations is India’s demographic trends. Though India will continue to have a

smaller population than China until 2050, the addition to the workforce in the 20-59 age bracket will be the largest in the world. Between 2005 and 2050, India will add 484 million to its population as compared to 191 million in China. But the size of the workforce in the 20-59 age group will increase by 263 million to 812 million by 2050. In contrast, the Chinese workforce will increase by 94 million along, to 862 million. This huge addition to the Indian workforce must be compared to the size of the workforce in developed countries. Numbers show that between 2005 and 2050 the size of the workforce in the United States will increase by only 11 million, while it will decline in most other countries. The Japanese workforce will reduce by 14 million, the German by 8 million, the British by 3 million and the French by 1 million. This shows India’s vast potential as the growth driver of the global economy. With the right skills, India’s young population will provide the world not only goods and services for production and consumption, but also the knowledge inputs required for improving efficiency and productivity. This puts India on a different plane amid all developed and developing countries. But it isn’t just the size of the population that will help India. The country is already among the top 4 nations in the world for output, when estimated on a purchasing power parity basis. The country has already attained an 8% growth rate, and is edging toward double digit growth. These trends are expected to continue over the next few decades, making India the third largest economy in the world by the end of the

first half of the century. The high rates of economic growth will free tremendous resources, adding further to the already large skill base of the economy. A revolution in the information technology sector would ensure that these huge resources are used far more efficiently to build new skills, thus goading India to the top of the league. India would regain its rightful role in the comity of nations and contribute to the welfare of the global economy. It will emerge as an attractive destination for all fusion of ideas, both from the east and the west. Its scientific ethos and culture will be the new fulcrum of human civilization. It will contribute to mankind with all the resources at its command.

* Saroj Kumar Poddar is President of the Federation of Indian Chambers of Commerce & Industry (FICCI) and Chairman of Poddar Heritage Enterprises. Under Mr. Poddar, the group has promoted various new projects including several joint ventures with leading international corporations. Mr. Saroj Poddar is the Chairman of these joint ventures. Besides the above, Mr. Poddar is Chairman of Areva T&D India Ltd, Sri Vishnu Cement Ltd and Zuari Cement Ltd, and Co-Chairman of Chambal Fertilizers & Chemicals Ltd and Zuari Industries Ltd. Mr. Poddar is on the Board of leading Public Limited Companies and is Vice Chairman of Texmaco Limited and Director of Essar Shipping Ltd. Internationally, Mr. Poddar is on the Board of Gillette Management Inc. Boston and IMACID—Indo Maroc Phosphore Company, SA of Morocco. A Past President of Indian Chamber of Commerce, Kolkata, Mr. Poddar was a Member of the Local Board of Reserve Bank of India. Mr. Poddar has also served on the Board of Governors of Indian Institute of Technology, Kharagpur, for a long time. He is also Past President of All India Organization of Employers (AIOE), Council of Indian Employers (CIE). Mr. Poddar is currently also President of the Indian Council of Arbitration (ICA).


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L’India del talento Talented India di Ashanka Sen* by Ashanka Sen*

L’istruzione è di fondamentale importanza sia per l’economia sia per la società Education is deemed of the highest importance for both the economy and the society

Ashanka Sen

A

cinquant’anni dall’indipendenza, l’India è riuscita a diventare una potenza economica e politica di primo piano nel panorama internazionale. Quanto si apprezza ora è il risultato di una strategia coesa di evoluzione e maturazione delle capacità della popolazione all’interno e all’esterno del paese, arricchita dalla sua secolare saggezza. I primi trent’anni sono stati testimoni di una crescita dell’industria indiana in un ambiente estremamente tutelato, in cui l’apporto di merci e servizi dall’estero era pressoché inesistente. Un periodo che ha aiutato gli imprenditori a crescere e affermarsi sul mercato nazionale. Considerando che quello indiano è un mercato più vasto di quello europeo nel suo complesso, le imprese nazionali hanno avuto una possibilità unica di apprendere e svilupparsi. Forza trainante irrinunciabile fu la disponibilità di talenti nel campo della tecnologia che avevano studiato in patria e si erano formati negli istituti aperti immediatamente dopo la nomina a Primo ministro di Pandit Nehru. Quest’ultimo infatti, con la collaborazione dei

paesi più tecnologicamente avanzati del periodo, istituì gli IIT (Indian Institutes of Technology – Istituti indiani di tecnologia) per formare i giovani indiani. A questa iniziativa fecero seguito alcuni progetti di enorme portata per i quali furono immediatamente impiegati questi giovani talenti. Al giorno d’oggi, gli IIT sono fra i primi 10 istituti al mondo nel campo della tecnica e della tecnologia. Un terzo di Microsoft, un quarto di Ibm e un sesto di Intel sono indiani. Gli studenti del paese rappresentano il più vasto gruppo etnico negli Stati Uniti. Attualmente, inoltre, l’India può vantare uno dei più ampi Sistemi di Istruzione Superiore del mondo. Com’è possibile che un paese definito del Terzo Mondo possa contare al suo interno tanti intellettuali in grado di distinguersi a livello mondiale? La risposta è da ricercare nell’intatta eredità culturale del paese, che risale a più di 5.000 anni fa. La filosofia indiana si basa sul porsi domande e non sul dare risposte dirette, obbligando così l’uomo a sfidare se stesso, pensare e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. L’istruzione ha sempre

avuto un ruolo di primo piano fra le priorità dei giovani e gli insegnanti sono tradizionalmente molto rispettati e considerati quasi come se fossero dei veri genitori. I docenti sono riveriti poiché condividono la parola di Dio con i loro allievi. La società indiana, in generale, considera la conoscenza più importante della ricchezza materiale. Una moderna famiglia indiana media ha un solo modo per salire i gradini della scala sociale: l’istruzione. È l’unica strada percorribile, se si desidera trovare un lavoro e un compagno per la vita. I matrimoni, molti dei quali ancora combinati, sono spesso più influenzati dal livello di istruzione del possibile consorte che dal suo reddito. Un’istruzione di qualità, infatti, è garanzia sufficiente di una futura capacità di guadagno. Mentre nel passato l’istruzione era destinata solo agli uomini, la tendenza attuale è quella di scegliere la propria futura moglie anche dal livello scolastico raggiunto. Pertanto, in un certo senso, la selezione naturale darwiniana è una forza trainante che spinge ragazzi e ragazze verso l’istruzione superiore, cercando di raggiungere i livelli più alti loro consentiti dalle condizioni economiche e sociali in cui vivono. I genitori, inoltre, si interessano molto dei progressi accademici dei propri figli e dialogano costantemente con gli insegnanti in merito ai loro miglioramenti e a qualsiasi attività extra-scolastica che possa risultare necessaria. La situazione socio-economica indiana è in netto contrasto con quella dei paesi industrializzati, dove si può ottenere un lavoro anche senza un diploma superiore, la concorrenza è inferiore e i partner si scelgono

personalmente e non sono selezionati dalla famiglia. Il percorso educativo a disposizione dei giovani è suddiviso in due macrocategorie: diploma professionale (in materie tecniche) e non professionale (in materie umanistiche). I corsi professionali sono per esempio ingegneria, architettura, medicina ed economia. Dopo una laurea in una di queste materie, la scelta più logica è studiare management. Un altro sbocco per i giovani laureati è la Pubblica Amministrazione, che apre agli studenti le porte verso incarichi prestigiosi a livello governativo. I corsi non professionali comprendono materie come letteratura, psicologia, sociologia e altri corsi umanistici. La maggior parte degli studenti, però, per le motivazioni prima ricordate, opta per una laurea di tipo professionale. Accedere a questi corsi, tuttavia, non è affatto semplice e la concorrenza è spietata. Ogni anno, per esempio, circa centomila aspiranti partecipano all’esame di ammissione agli IIT, che tuttavia accettano solo quattromila iscritti. Motivo per il quale i loro laureati sono considerati la créme-de-la-créme della società. Questa situazione ha comportato di conseguenza la proliferazione di migliaia di scuole private specializzate nella preparazione degli studenti agli esami di ammissione all’università. Statisticamente, a livello nazionale la scelta del corso di studi da parte dei giovani segue i trend macroeconomici generali. Fino agli anni Settanta e Ottanta, si prediligevano ingegneria e medicina. Negli anni Novanta, a seguito dell’apertura dell’economia indiana al mondo, si è passati con decisione a economia

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e commercio, scienze bancarie e management. Gli IIM (Indian Institutes of Management – Istituti indiani di management) sono università molto quotate specializzate in economia e possono contare su programmi di scambio con alcune delle più prestigiose facoltà economiche del mondo. È interessante notare come gli indiani più istruiti parlino correttamente almeno tre lingue. La prima è normalmente una lingua regionale, che considerano la loro lingua madre. La seconda è l’Hindi, la lingua nazionale. La terza, e più importante, è l’inglese, che è la lingua usata per i corsi di più alto livello in tutte le università. Questo fatto in particolare ha aiutato moltissimo gli studenti che si sono recati all’estero per motivi di studio o lavoro. E questa è anche la ragione per cui le principali società informatiche si stanno espandendo in India. Dopo aver conquistato l’indipendenza, i padri costituzionalisti ritennero di includere l’istruzione fra le priorità irrinunciabili e, attualmente, è responsabilità sia del governo centrale sia di quelli statali. Fu imposto agli stati di garantire un sistema educativo gratuito e obbligatorio a tutti i bambini fino ai 14 anni. Il governo centrale gestisce inoltre gli istituti scolastici e fornisce i pasti ai figli delle famiglie meno abbienti per incoraggiarne la frequenza. Per quanto concerne l’istruzione superiore, vi è una vasta gamma di istituti e college statali e privati per far fronte al numero sempre crescente di studenti. L’attuale sistema educativo indiano è basato su quello inglese preuniversitario di Livello O e Livello A. Il percorso scolastico dura circa 14 anni, a partire dall’asilo fino alla scuola

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secondaria superiore, che gli studenti completano a 17 anni circa. In seguito vi sono la formazione universitaria, post-universitaria e i dottorati. A parte la formazione prettamente accademica, gli istituti scolastici danno particolare rilevanza anche alle attività extra-curriculari come lo sport, l’arte e altri hobby. Per promuovere tali attività, sono organizzate regolarmente gare a livello regionale e nazionale. La suddivisione del percorso scolastico è descritta nella tabella in basso. Attualmente è in atto un processo di modifica dei programmi di studio al fine di aggiornarli e renderli adatti alle necessità del mondo moderno. Istruire le masse è un compito titanico a causa degli enormi numeri coinvolti. Nonostante ciò, stati come Kerala possono vantare un tasso di alfabetizzazione del 98%. Un risultato raggiunto attraverso politiche di governo e sforzi personali. Dopo la scuola superiore, gli studenti devono scegliere se frequentare ingegneria, medicina, architettura, economia o materie umanistiche. Negli ultimi anni, una percentuale crescente di giovani si sta orientando verso il settore informatico. Il corso di laurea ha di norma una durata di 4 anni per ingegneria, 5 e mezzo per medicina e 3 per le restanti facoltà. Non è possibile non citare, fra i politecnici, gli IIT, che furono

istituiti negli anni Cinquanta grazie alla collaborazione di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Urss, Nazioni Unite e Unesco. A prescindere dalla forte concorrenza per accedere agli atenei più prestigiosi, la formazione in generale è di eccellente qualità e gli studenti laureatisi in questi istituti sono molto apprezzati in tutto il mondo. Si calcola che circa il 50% degli studenti degli IIT e IIM, il 20% dei laureati in medicina e il 15% degli studenti di materie umanistiche riesca a ottenere un lavoro all’estero. Tutto ciò ha garantito agli studenti indiani rispetto a livello internazionale, portando l’India al secondo posto nel mondo come importante bacino di professionisti specializzati. Il principale organo di governo legato al sistema educativo del paese è l’UGC (University Grants Commission), che è responsabile per il coordinamento, la determinazione e il mantenimento degli standard accademici. Suo compito è garantire livelli minimi di qualità nell’istruzione attraverso la concessione di sovvenzioni e fondi per lo sviluppo. Nel 1994, l’UGC ha fondato il National Assessment and Accreditation Council (NAAC – Consiglio nazionale di valutazione e accreditamento), un ente autonomo in grado di valutare e riconoscere gli istituti di istruzione superiore e le strutture a essi legate. L’ente di governo concede il riconoscimento agli

istituti scolastici sulla base dei contenuti curriculari, della valutazione del corpo docente, della ricerca, delle infrastrutture, del supporto agli studenti, dell’organizzazione, del management e dei livelli di igiene. Il Governo Centrale è responsabile per le politiche riguardanti l’istruzione e sovvenziona l’UGC affinché possa svolgere la sua attività. I singoli governi statali sono invece responsabili della creazione di università e scuole superiori statali. Il Central Advisory Board of Education (CABE – Consiglio centrale di consulenza per l’istruzione) garantisce poi il coordinamento e la cooperazione fra l’Unione e gli Stati. Attualmente vi è più di un milione di istituti scolastici, di cui il 60% sono scuole elementari. L’anno dell’indipendenza, vi erano 25 università e 700 istituti superiori per circa 200.000 studenti. Nel 1984, si giunse a 121 università, 5.040 istituti superiori e 3,1 milioni di studenti. Nel 2006, eravamo ormai a 234 università, 17.625 istituti superiori e 10,5 milioni di studenti. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una rapida crescita del sistema educativo secondario superiore, con un aumento degli iscritti del 5% l’anno negli ultimi vent’anni. Si tratta di una percentuale due volte e mezzo più elevata rispetto al tasso di crescita della popolazione. Il governo si sta impegnando

5 anni

Scuola elementare

Matematica di base e lingue

5 anni

Scuola secondaria (Livello O)

Matematica, scienze, storia (indiana e mondiale), geografia, lingue ed economia

2 anni

Scuola secondaria superiore (Livello A)

Scienze, arte ed economia

3-5 anni Laurea – Bachelor

Laurea di base in ingegneria, medicina, economia o materie umanistiche

2-3 anni Post-laurea – Master 3+ anni Dottorato – PhD

Diploma di specializzazione Ricerca ed elaborazione tesi


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per aumentare il tasso di alfabetizzazione elementare e per migliorare le condizioni in cui versa l’istruzione superiore. Il compito è gravoso e lento, ma sono osservabili progressi costanti su tutti i fronti. Per concludere, l’India ha fatto numerosi passi avanti nel settore dell’istruzione e i suoi studenti sono apprezzati in tutto il mondo. L’istruzione è fondamentale per la crescita economica, a livello sia personale sia nazionale. Il sostegno governativo all’istruzione in generale e l’importanza culturale abbinata a essa hanno contribuito ad accrescere il numero di laureati ogni anno. L’istruzione è sempre stata uno dei punti di forza dell’India e continuerà a esserlo anche in futuro. * Nato a Calcutta nel 1965 Ashanka Sen si è laureato in Ingegneria elettronica presso l’Indian Institute of Technology di Bombay e ha conseguito un Master alla Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi di Milano dove attualmente lavora come analista software per Fineco Bank. Nato in una famiglia di musicisti – la madre è un’apprezzata vocalist – ha cominciato a suonare il sitar all’età di 14 anni e ha coltivato lo studio della musica in parallelo agli studi in ingegneria. Ashanka Sen è oggi un musicista professionista, compositore e virtuoso del sitar. ■ ■ ■ ■ ■ ■

F

ifty years after independence India is already a formidable force in the economic and political matters in the global arena. What is visible now is the result of a concerted strategy of evolution and ripening of Indian talent within the country and abroad, thriving on the wisdom of centuries in the past. The first thirty years saw the growth of Indian industry in a much protected environment with very little inflow of good and services from outside. This period helped

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the entrepreneurs grow and mature in the domestic market. Considering that the domestic market is larger than all of Europe put together, it gave ample scope to come up the learning curve. One of the main drivers of this was the availability of local technological talent home-bread and nurtured with institutes setup immediately after Pandit Nehru took over as Prime Minister. He set up the Indian Institutes of Technology (IITs) to train local youth with the collaboration of the most technologically progressed countries present at that time. This was also followed by mega-projects where this talent was immediately put to use. These institutes are now ranked within the top 10 in the world for technical knowledge. One-third of Microsoft, one-fourth of IBM and one-sixth of Intel are Indians. Indian students are the largest ethnic group in the US. As of today, India has one of the largest Higher Education Systems in the world. How is it that a so-called third-world country produces such a lot of intellectuals who are making their mark at a global level? The answer lies deep within the unbroken cultural heritage of the country, which dates back more than 5,000 years. The Indian philosophy is based on asking questions, not giving direct answers, forcing one to challenge, think, and take responsibility of one’s own decisions. Education has always been given the highest status amongst young people’s activities, and a teacher is traditionally held in a very high esteem, elevating him or her to the status of one’s own parents. Teacher is revered as one who brings the word of God to the

disciples. The Indian society in general esteems knowledge more than wealth. The average Indian family of today has one and only one accepted means of climbing up the socio-economic ladder, and that is education. This is a sure way of a) finding a job and b) finding a life-partner. Marriages, a lot of which are still arranged, are more influenced by the education of the person than the current earning. A high-quality education is a proxy for future earning capacity of the person. Whereas in the past the burden of educational qualification was on males, the recent trends point to selection of suitable girls with an education degree as well. So, in a way, the Darwinian force of natural selection is a large motivator for young boys and girls to follow the path of higher education till as much as is possible in their particular circumstances. Moreover, parents take a very keen interest in the academic progress of the child and are in constant touch with teachers for their progress and any extra coaching wherever needed. This socio-economic situation is in sharp contrast with that of the developed countries where a job can be obtained even without the need for a higher degree, competition is lower and life-partners are selected individually and not arranged. The educational path that a young individual may choose falls into two large categories: professional degree and non-professional degree. Professional courses imply engineering, architecture, medicine and business administration. After graduating in these the next logical choice is a post-graduate course in management. Another popular line of higher education is the

Indian Civil Services which opens the doors of the students to prestigious jobs in the government. Non-professional courses include the arts subjects of literature, psychology, sociology and other humanities courses. The preferred choice for most students is a professional degree, for the reasons stated above. Entrance to professional courses is highly competitive. For example, every year about a hundred thousand aspirants sit for the entrance exam of the IIT’s, of whom, only four thousand are accepted. They are hence considered the crème-de-la-crème of the society. This has led to the mushrooming of thousands of private schools specialized in coaching students for these entrance exams. At a nationwide level, statistically, the choice of education pursued by the youth follow the general patterns of macro-economic trends. Up to the 70’s and 80’s the preferred choices were engineering and medicine. In the 90’s, following the opening of India’s economy to the world, enrolment to economics, banking and management degrees took a huge leap. The IIM’s, (Indian Institutes of Management) are highly reputed management schools with world ranking having student-exchange programs with most of the top management schools world-wide. It is interesting to note that most educated Indians are fluent in at least three languages. First being the regional language, being the mother-tongue. Second being Hindi, the national language. Third, and most important, English, which is the language used for all higher education in all universities. This particular

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fact has also been of immense help for students who travel to other countries for higher studies and jobs abroad. This is also the reason the biggest IT companies are making a bee-line to India. After gaining independence, the constitution framers have put education on a high priority and right now it is a combined responsibility of central as well as state governments. They have urged the states to provide free and compulsory education to all children up to the age of 14. Government run schools also provide the mid-day meals to financially underprivileged children to encourage attendance amongst the masses. As for higher education, there is a whole gamut of government-run and private schools and colleges to cater to the ever-increasing number of enrolling students. The current Indian education system is based on the English system with O-levels and A-levels before university. The schooling takes basically 14 years starting with nursery up to higher secondary where the student is around 17 years of age. Following this is the university training with graduation, post-graduation and doctorate. Apart from academic training, schools also emphasize on extra-curricular activities like sports, fine-arts and other hobbies. To promote such activities regular competitions are held at state and central level.

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The years spent in each level is typically as described in the table below. There is an on-going process of changing the syllabi and bring them up to date with requirements of the current world. Educating the masses is a Herculean task due to the sheer numbers involved. In spite of this, states like Kerala boast of 98% literacy rate. This has been achieved through government policies as well as individual efforts. Just after high-school the student has to select the professional line of engineering, medicine, architecture, commerce or arts. In the recent years there is a large fraction of students opting for training in IT related field. The graduation course takes typically 4 years for engineering and 51/2 years for medicine and 3 years for the rest. Of special mention amongst the engineering colleges are the IIT’s which were set up in the 1950’s with the collaborations of US, UK, Germany, USSR, UN and the UNESCO. Apart from the intense competition on entering the prestigious colleges, the training itself is of the highest quality, and students graduating from these institutes are highly appreciated all over the world. It is estimated that about 50% of students from the IIT’s and IIM’s, 20% of graduates of medical schools and about 15% students of humanities courses manage to get jobs outside of

the country. All this has led to a high degree of respect for Indian students internationally and has brought India to the second position in the world for acquiring the largest pool of technical manpower. The main governing body related to the education system of the country is the UGC (University Grants Commission), which is responsible for the co-ordination, determination and maintenance of standards. It ensures a minimum standard of educational quality through distribution of grants and development funding. In 1994 the UGC established the National Assessment and Accreditation Council (NAAC) as an autonomous body to assess and accredit institutions of higher education and its related units. This governing body assesses the institutes on the basis of the curricular content, teaching evaluation, research, infrastructure, student support, organization, management and healthy practices. The Central Government is responsible for the policy matters regarding education and funds the UGC to carry out its activities. The state governments are responsible for establishment of state universities and colleges. There is a Central Advisory Board of Education (CABE) to ensure co-ordination and cooperation between the Union and the States. Currently there are over a million schools of which 60%

5 years

Primary school

Elementary maths and languages

5 years

Secondary school – (O level)

Maths, science, history (Indian and world), geography, languages and commerce

2 years

Higher secondary level – (A Level)

Focus in science, arts and commerce fields

3-5 years Graduation – Bachelor degrees

Basic degree in engineering, medicine, commerce or arts

2-3 years Post-graduation – Master degrees

Specialization degree

3+ years Doctorate – PhD

Research and thesis

are for primary education. At independence, there were 25 universities and 700 colleges enrolling about 200,000 students. In 1984 there were 121 universities, 5,040 colleges enrolling about 3.1 million students. In 2006 there are 234 universities, 17,625 colleges enrolling over 10.5 million students. In the recent years there has been a rapid expansion in higher education, with student enrolment growing at about 5% every year for the past two decades. This growth is about 21/2 times the population growth rate. The government is striving to increase the literacy rate at the primary level as well as improve the conditions for higher education. The task is enormous and slow and steady progress is being made in all fronts. To conclude, India has made a lot of progress in the field of education and Indian students are appreciated all over the world. Education is crucial for economic growth, both at the individual level as well as the national level. Government support to education at all levels as well as the cultural importance given to education has contributed the large number of students graduating every year. Education has always been one of India’s strengths and will continue to be so in the future. * Born in Kolkata (India) in 1965, Ashanka Sen graduated in Electrical Engineering from the Indian Institute of Technology, Mumbai and received a Master degree from the SDA Bocconi School of Management, Milan, Italy where he currently works as a software analyst for the Fineco Bank. Born in a music family–his mother is an accomplished vocalist–he began studying sitar at the age of 14 and continued his music along with engineering studies. He is a professional musician as a composer and as sitar player.


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Nuove generazioni senza frontiere New Generations Without Borders di Roberto Verganti* by Roberto Verganti*

La globalizzazione del sistema universitario e la competizione per i talenti The globalization of the university system and competing for talent

Roberto Verganti

I

l mondo è “piatto”, o lo sta diventando? Difficile a dirsi. Certamente siamo di fronte a uno scenario turbolento, complesso, in continuo cambiamento. E il sistema universitario non ne sarà immune. In questi anni l’università sta affrontando la sua terza rivoluzione. La prima, alle origini, ha visto l’affermarsi degli atenei come luogo di alta formazione. La seconda, avviata due secoli fa, ha visto affiancarsi alla missione della formazione quella della ricerca. La terza, attuale, ha aggiunto anche la missione del trasferimento tecnologico: con quest’ultima rivoluzione alle università è chiesto di operare attivamente per trasferire la ricerca in applicazioni industriali. È un cambiamento epocale, criticato in certi circoli universitari (secondo i detrattori, la collaborazione con l’industria, naturalmente orientata al breve termine, potrebbe compromettere le capacità di creare grandi sviluppi nel lungo termine e distogliere l’attenzione da obiettivi di natura sociale), da altri auspicato (è sempre più difficile fare ricerca senza occuparsi delle sue applicazioni, anzi,

alcuni studi recenti mostrano come i ricercatori che più collaborano con l’industria sono anche quelli più attivi scientificamente), sicuramente inevitabile. Questa terza rivoluzione del sistema universitario non è stata colta in tutte le sue implicazioni. Non solo da chi opera nell’università stessa, ma anche dai policy maker e dalle imprese. È chiaro che l’università debba aprirsi a una maggiore collaborazione con il contesto industriale. Tuttavia, l’interpretazione corrente e diffusa che se ne fornisce è che il contesto industriale di riferimento per l’università dovrebbe essere quello locale. Le politiche per esempio stimolano a una maggiore collaborazione tra università e imprese locali (nel caso italiano leggasi spesso piccole e medie imprese con difficoltà a investire in innovazione). Le imprese locali a loro volta lamentano una scarsa apertura delle università a loro vicine geograficamente. In altre parole ci si immagina un modello di sviluppo in cui sono le imprese a competere globalmente e a creare sviluppo, e il ruolo delle università è offrire servizi a tali imprese locali affinché possano

competere al meglio. È un modello di sviluppo sicuramente rilevante, in questo momento cruciale, ma che coglie solo una parte delle potenzialità di crescita territoriale. Esiste già oggi e si affermerà sempre di più anche un processo di crescita speculare: in questo processo sono le università a competere a livello globale. Esse possono creare direttamente valore per il territorio esportando ricerca e proprietà intellettuale, attraendo talenti da tutto il mondo, offrendo formazione continua sui mercati internazionali. In questo modello di sviluppo quindi il sistema di alta formazione opera come un’“industria” a tutti gli effetti. È un modello che spesso sfugge ma che nella realtà sta assumendo una centralità notevole. Un solo esempio: la regione di Rochester (NY) negli Stati Uniti non è annoverata tra i centri di conoscenza tanto conclamati a livello internazionale (come la Silicon Valley in California o Boston). Eppure la prima “industria” locale è proprio quella dell’educazione e della salute (con il 18% degli addetti), mentre le imprese manifatturiere hanno il 16% degli addetti. E se l’alta formazione è un’industria in un contesto globalizzato, allora gli atenei che la costituiscono debbono operare come in tutte le industrie globalizzate: aprendosi ai mercati internazionali. Gli atenei dovranno anche essere in grado di trasferire conoscenza direttamente a imprese straniere e non solo a quelle locali (così come le imprese possono acquisire conoscenza collaborando con università straniere e non solo con quelle a loro vicine). Chiaramente non è una sfida

raggiungibile per tutti gli atenei: così come avviene per le imprese, non tutte in grado di affermarsi sui mercati internazionali, la partita della competizione globale sarà aperta solo ad alcuni atenei (altri rimarranno al servizio dell’industria locale). Ovviamente i due modelli di sviluppo possono (e in larga misura devono) convivere. Un’università è forte solo dove l’industria è forte e viceversa. E così come nel primo modello di sviluppo agli atenei locali è chiesto di aiutare l’industria locale a innovare e a competere internazionalmente, in questo secondo modello di sviluppo è l’industria locale che deve aiutare le università locali a competere al meglio con le loro concorrenti straniere, creando un contesto applicativo avanzato. Purtroppo l’errore spesso fatto nelle politiche territoriali è di concentrarsi unicamente sul primo modello, chiedendo all’università di mettersi al servizio di tutta l’industria locale in modo indiscriminato. Ma non tutta l’industria è avanzata, non tutta l’industria fa innovazione e non tutta l’industria aiuta anche l’università a crescere. Le università a cui è chiesto di risolvere a tappeto i problemi di innovazione di tutte le imprese del territorio, cercando di scuotere anche quelle che non sono innovative, semplicemente fanno male il proprio lavoro, sono zavorrate verso il basso, e alla fine compromettono anche il proprio supporto a quelle (necessariamente poche) imprese locali che invece sanno e vogliono innovare. Occorre invece coniugare entrambi i modelli di sviluppo: un’industria caratterizzata da un certo numero di imprese forti sui mercati internazionali dei prodotti e un sistema

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di alta formazione caratterizzato da un certo numero di università forti sui mercati internazionali della conoscenza. E se la connessione tra questo numero limitato e di alto profilo di imprese e di università si attiva, allora è tutto il territorio che cresce. Un esempio concreto di come l’università operi in un contesto di competizione globale e di come possa agire da “industria” è quello della competizione sui talenti. Si parla spesso di “giovani talenti” e della loro importanza per lo sviluppo della nostra società. I giovani talenti sono i principali candidati a ricoprire in futuro posizioni chiave nelle imprese e nelle istituzioni. Una società ricca di talenti ha maggiore probabilità di avere le persone giuste al posto giusto: persone dotate di valori, di progettualità, motivate, competenti, persone insomma che danno la marcia in più a un intero territorio. Vi sono due modi per coltivare giovani talenti. Il primo è produrli localmente: riconoscere, formare e valorizzare i talenti che naturalmente ogni territorio genera. Il secondo è attrarli da altre regioni e nazioni. Questi due modi si sommano, rafforzandosi l’un l’altro: difficilmente un talento straniero si reca in un luogo in cui mancano intelligenze locali. A questi due fattori si sottrae un terzo, dato dal numero di talenti cresciuti localmente che se ne vanno. In una società globalizzata, è naturale che vi siano giovani che decidono di sviluppare la loro carriera all’estero e senz’altro dobbiamo vedere la cosa positivamente. Anzi, la mobilità dei talenti crescerà sempre di più e interesserà fasce sempre più giovani di ragazzi, soprattutto grazie all’armonizzazione della

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struttura dei percorsi di alta formazione (il Processo di Bologna, che ha istituito la ben nota struttura 3+2 o bachelor+master). Se in passato il fenomeno dell’emigrazione dei cervelli era limitato a pochi dottorandi (e quindi al sistema della ricerca), in futuro vi saranno masse di giovani che acquisiranno la laurea di primo livello sotto casa, per poi spostarsi all’estero per la laurea di secondo livello e cambiare nuovamente paese per un eventuale dottorato. Il fenomeno quindi interesserà i grandi numeri e toccherà direttamente il bacino di forza lavoro delle imprese. E il tutto è ulteriormente incentivato dalla disponibilità presso le istituzioni straniere di borse di studio per la mobilità negli studi, residenze per studenti e bassi costi di viaggio (per cui oggi per un giovane di Bari può costare meno recarsi a studiare a Londra piuttosto che a Milano).

Dovremo quindi attrezzarci affinché il “bilancio dei talenti” (la differenza tra quanti arrivano e quanti se ne vanno) sia positivo, e quindi aumentare la nostra capacità di attrazione. Come fare? Qui entra in gioco il secondo modello di sviluppo sopra discusso: dobbiamo avere un sistema di alta formazione che possa competere con le migliori università straniere. I Politecnici di Milano e Torino hanno per questo motivo unito le loro forze fondando nel 2005 l’Alta Scuola Politecnica (ASP), proprio per attrarre i migliori talenti da tutto il territorio nazionale e da tutto il mondo. L’ASP unisce in un’unica classe 150 talenti selezionati tra i 6.000 iscritti alle lauree magistrali delle facoltà di ingegneria, architettura e design dei due politecnici. A questi talenti offre un percorso formativo aggiuntivo e parallelo alle lauree magistrali con l’obiettivo di potenziarne le capacità di pensare,

promuovere e realizzare l’innovazione. Questa iniziativa, nata grazie a un finanziamento ministeriale che permette di coinvolgere prestigiosi docenti nazionali e stranieri e di offrire agli allievi borse di studio e ospitalità nelle residenze universitarie, sta contribuendo positivamente al “bilancio dei talenti”: il 25% degli studenti sono stranieri (37 selezionati tra 215 domande), e un altro 25% sono italiani provenienti da fuori Lombardia e Piemonte. Il modello formativo dell’ASP è del tutto peculiare e unico a livello internazionale. Il primo elemento che lo contraddistingue è coniugare multidisciplinarità e specializzazione. La multidisciplinarità è un ingrediente centrale nei processi innovativi, soprattutto nei progetti complessi. Oggi l’innovazione nasce dalla ricombinazione e dall’integrazione di molti fattori e discipline diverse. Il percorso


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ASP quindi è volto a promuovere l’interdisciplinarità attraverso corsi avanzati e applicazioni in progetti. Ma questa apertura è fatta senza nulla togliere alla formazione specialistica. L’interdisciplinarità è sviluppata in un percorso aggiuntivo che affianca la classica formazione disciplinare che gli studenti sviluppano nelle lauree di II livello. Gli studenti ASP in buona sostanza lavorano più intensamente (un carico di lavoro pari a un semestre in più distribuito sui due anni delle lauree di II livello). Sono bravi specialisti con forti capacità di visione trasversale e di progettualità complessa. Il secondo elemento che contraddistingue il modello formativo ASP è la forte collaborazione con le imprese e le istituzioni. Metà dell’impegno degli allievi è dedicato a sviluppare progetti in team multidisciplinari su brief forniti da partner esterni. Team composti da ingegneri delle telecomunicazioni, dei trasporti, gestionali e architetti sviluppano servizi avanzati per la rete ad alta velocità delle Ferrovie dello Stato. Ingegneri chimici, dei materiali, meccanici, gestionali e designer sviluppano nuove lenti e nuovi occhiali per Luxottica. E così via. Un’esperienza unica per un giovane allievo: poter operare su progetti concreti in team realmente multidisciplinari, sotto la supervisione di un gruppo altrettanto multidisciplinare di docenti. Non è nuovo il fatto che studenti universitari sviluppino progetti con le imprese, ma che questo avvenga in un contesto realmente multidisciplinare e internazionale è un fatto che ha pochi altri esempi al mondo (qualche esperimento è in corso a Stanford).

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È un modello formativo che piace molto alle imprese, che ci stanno affiancando in questa avventura, e che trae linfa proprio dalla capacità di tali imprese di sostenerci. Un esempio concreto di come il duplice modello di sviluppo sopra presentato possa essere realizzato: l’università aiuta le imprese a competere a livello internazionale formando talenti e collaborando ai progetti di innovazione, e le imprese (alcune, le più avanzate) aiutano l’università ad affermarsi globalmente fornendo terreni applicativi avanzati e spazi di inserimento in azienda. Un esempio concreto di come a competere siano di fatto sistemi territoriali e non singoli attori. Un giovane talento straniero deciderà di recarsi a Milano a studiare non solo se potrà trovarvi un eccellente percorso formativo, ma anche un sistema di servizi che ne faciliti l’inserimento nella comunità locale, un territorio culturalmente ricco, e soprattutto un sistema industriale che saprà valorizzarne il talento.

* Roberto Verganti è direttore dell’Alta Scuola Politecnica (ASP), la scuola per talenti dei Politecnici di Milano e Torino. In precedenza è stato fondatore e primo direttore della Scuola di Dottorato di Ricerca del Politecnico di Milano. È professore ordinario di Gestione dell’Innovazione e direttore di “Made in Lab”, il laboratorio di alta formazione su Marketing, Design and Innovation Management della School of Management dell’ateneo milanese. È inoltre membro dello Scientific Committee dell’European Institute for Advanced Studies in Management, dell’Editorial Board del Journal of Product Innovation Management, dell’Advisory Council del Design Management Institute di Boston. Nel 1997-1998 è stato visiting professor alla Harvard Business School, dove tiene oggi regolarmente seminari e lezioni sui temi del design management.

I

s the world “flat” or is it becoming so? It’s difficult to say. We are certainly facing a turbulent scenario that is both complex and continually changing. And the university system will not be immune to it. In recent years the university has been facing its third revolution. The first, during its origins, saw the establishment of universities as institutes of higher education. The second, which began two centuries ago, witnessed this educational mission flanked by that of research. The third, the current one, has also added the mission of technology transfer; with this latest revolution universities are asked to operate actively in the transfer of research to industrial applications. This is a momentous change that is frowned upon in certain university circles (according to detractors, collaboration with industries, which is naturally oriented toward a short term, may compromise the capacity to create significant developments in the long term and shift the focus away from objectives of a social nature), and smiled upon by others (it is increasingly difficult to carry out research without dealing with its practical applications. Indeed, some recent studies demonstrate how researchers who collaborate more with industries are also more scientifically active), but surely inevitable. All of the implications of this third revolution of the university system have not yet been fully understood, not only by those responsible for the university itself, but also by policy makers and businesses. It is clear that universities must be increasingly willing to collaborate with the industrial context. However, the most common interpretation currently found is that the

industrial context of reference for the university should be the local one. The policies, for example, stimulate an increased collaboration between the university and local businesses (in Italy this implies small and mid-sized businesses with limited possibilities of investing in innovation). In turn, local businesses complain about the lack of willingness to collaborate on behalf of universities located in their geographic vicinity. In other words, one imagines a model of development where businesses are the driving force in global competition and in creating development, and the role of the universities is to offer services to the local industries in order to optimize their competitive edge. It is undoubtedly a significant model of development in this crucial moment, but it exploits only a part of the potential for territorial growth. Today there is also a specular growth process that will become increasingly apparent over time: in this process the universities are the ones to compete on a global level. They can create value for the territory by exporting research and intellectual property, attracting talent from all corners of the globe, and offering continual training on international markets. In this development model, therefore, the higher education system operates as an “industry” in all effects and purposes. It is a model that often goes unnoticed, but that in reality is assuming considerable centrality. One example: the region of Rochester (NY) in the United States is not numbered among the best known think tanks on an international level (as are instead Silicon Valley

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in California and Boston). Yet the leading local “industries” are precisely those of education and health (accounting for 18% of the employees), while manufacturing industries account for 16% of the employees. And if higher education is an industry in a globalized context, then the universities that comprise it must operate as all globalized industries do: by opening up to international markets. The universities must also be capable of transferring knowledge directly to foreign businesses and not only to local ones (the same way in which businesses can acquire knowledge by collaborating with foreign universities and not only with those in the immediate vicinity). This is clearly not a feasible challenge for all universities. As in the case of businesses, not all of which are capable of attaining a foothold on international markets, global competition will be in the sights of only some universities (while others will continue to offer service to local industries). Obviously these two models of development can (and, for the most part, must) coexist. A university is strong only where industry is strong and vice-versa. In the first model of development, the local university is asked to help local industry to innovate and compete internationally, while in this second model, it is local industry that must help the local university to do its best against foreign competitors by creating an advanced context of application. Unfortunately, the error often made in territorial policies is to concentrate solely on the first model, asking the university to offer its services to all local industries

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indiscriminately. But not all industries are advanced, not all industries innovate, and furthermore, not all industries help the university to grow. The universities asked to solve all the innovation problems of all the businesses in the territory, seeking to shake up even those that are not innovative, simply do their own job badly. They are taking on too much deadweight, which in the end will compromise the support they can offer to those (necessarily few) local businesses that instead can and want to innovate. It is necessary to merge both models of development. An industry characterized by a certain number of businesses that are strong on international commodities markets and a system of higher education characterized by a certain number of universities that are strong on international knowledge markets. And if the connection between this limited number of high-profile businesses and universities is activated, then all of the territory will grow. A concrete example of how the university operates in a context of global competition and of how it may act as an “industry” is that of competition for talents. It is common to speak of “young talents” and of their importance for the development of our society. Young talents are those who are earmarked to cover key positions in businesses and institutions in the future. A society rich in such gifted individuals has a better chance of having the right people in the right place: people gifted with values, plans, motivation, competence—in other words, those who are capable of giving the entire territory

an edge over the others. There are two ways to cultivate young talents. The first is to produce them locally: recognize, educate, and promote the gifted individuals that each territory naturally generates. The second is to attract them from other regions and nations. These two methods can be summed, and thereby reinforce each other, also because it is improbable that a foreign talent will go to a place where local talent is lacking. A third factor must then be detracted from these two initial ones, determined by the number of talents cultivated locally and who subsequently leave. In a globalized society, it is natural for young people to decide to develop their careers abroad, and this fact must be perceived as being positive. Indeed, mobility of talents will continue to increase and will involve younger and younger men and women, above all thanks to the harmonization of higher education programs (the Process of Bologna, which has instituted the well-known 3+2 year Bachelor+Masters program). If in the past the phenomenon of brain emigration was limited to a few doctorate researchers (and therefore to the research system), in the future there will be masses of young people who will obtain their Level I degrees near home, and then move abroad to obtain a Level II degree and change country again for an eventual doctorate. The phenomenon therefore involves considerable numbers and will directly influence the pools from which businesses may select their work force. And all of this is further encouraged by the fact that foreign institutions offer scholarships for student

mobility, residences, and low travel costs (today it costs a student from Bari less to study in London than in Milan). We should therefore equip ourselves to maintain a positive “balance of talent” (the difference between how many arrive and how many leave) by increasing our capacity to attract them. How? With the second model of development discussed above: we must have a higher education system that can compete with the best foreign universities. For this reason, the Polytechnic Institutes of Milan and Turin have joined forces by founding the Alta Scuola Politecnica (ASP) in 2005, with the aim of attracting the most promising students from all over Italy and the entire world as well. The ASP unites 150 talented individuals—selected from among the 6,000 registered in one of the courses of laurea magistrale (Master of Science) in Engineering, Architecture, and Industrial Design of both Polytechnic Institutes—into a single class. These individuals are offered a course of studies that is both supplemental and parallel to the three-year degree program, with the objective of strengthening their capacity to think, promote, and create innovation. This initiative, made possible by ministerial financing that allows the involvement of prestigious Italian and foreign instructors as well as students scholarship and hospitality in university residence halls, is contributing positively to the “balance of talents”: 25% of the students are foreigners (37 selected from among 215 applications), and the other 25% are Italians from outside of the regions of Lombardy and Piedmont. The educational model of the


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ASP is one of a kind on an international level. The first element that distinguishes it is a combination of multidisciplinary and specialization approaches. A multidisciplinary approach is a central ingredient in innovative processes, especially in complex projects. Today, innovation is born of the recombination and integration of many different factors and disciplines. The ASP program is therefore aimed at promoting an interdisciplinary approach through advanced courses and project applications. However, this eclectic approach is taken without neglecting specialization. The interdisciplinary approach is developed during a supplemental program that is alternated with the traditional one that the students follow during their Level II degree programs. Essentially, ASP students work more intensely (a workload equal to an extra semester distributed over the two year Level II degree program). They become skilled specialists with strong capacities for transversal vision and complex projects. The second element that distinguishes the ASP program model is the close-knit collaboration with businesses and institutions. Half of the students’ efforts are dedicated to working in multidisciplinary teams to develop projects based on briefs supplied by external partners. Teams comprising telecommunications, transportation, and management engineers and architects develop advanced services for the State high-speed railway network. Chemical, materials, mechanical, and management engineers and designers develop new lenses and glasses

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for Luxottica—and so on. This is a unique experience for a young student: to be able to work on concrete projects in truly multidisciplinary teams and under the supervision of an equally multidisciplinary group of instructors. The fact that university students develop projects with businesses is not new, but that this takes place in a truly multidisciplinary and international context is a rare phenomenon anywhere in the world (although some experiments are being carried out at Stanford). This is an educational model that appeals greatly to the businesses that are backing us in this venture, and it gains its very lifeblood from the capacity of these businesses to support us. Here is a concrete example of how the dual development model presented

above can be actuated: the university helps businesses to compete on an international level by cultivating talents and collaborating in innovation projects, and the businesses (some of the more advanced ones) help the university to establish itself on a global level by supplying terrain for advanced applications and entry level positions in the firm. Here is a concrete example to demonstrates how the territorial systems are the ones that compete and not individual actors: a young, foreign talent will decide to go to Milan to study if he can find not only an excellent educational program, but also a service system to facilitate his integration into the local community, a culturally rich territory, and above all, an industrial system capable of appreciating his talent.

* Roberto Verganti is the Director of the Alta Scuola Politecnica (ASP), a joint institution of the Polytechnic Institutes of Milan and Turin, addressed to young talents. He was the founder and first Director of the School of Doctoral Programs of the Milan Polytechnic Institute. He is a Full Professor of Innovation Management and Director of “Made in Lab”, the advanced laboratory course for Marketing, Design, and Innovation Management of the School of Management of the Milan Polytechnic Institute. He is also a Member of the Scientific Committee of the European Institute for Advanced Studies in Management, of the Editorial Board of the Journal of Product Innovation Management, and of the Advisory Council of the Design Management Institute of Boston. In 1997-1998, he was Visiting Professor at the Harvard Business School, where he still regularly holds seminars and lessons on design management.


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Le tre componenti vitruviane dell’architettura sono ancora attuali o la dilagante sindrome dell’icona e le spettacolari architetture degli “archistar” testimoniano il prevalere di una deriva formalistica? È ancora l’utilitas uno dei postulati fondamentali della qualità del costruire o stiamo piuttosto assistendo a un configurarsi dell’architettura come arbitrarietà morfologica? arcVision ha scelto le architetture dei luoghi destinati alla conoscenza, di per sé perfetti emblemi della razionalità, per osservare questo mutevole e delicato equilibrio tra funzione e forma. Are the three components of architecture set down by Vitruvius as topical as ever or are the widespread icon-syndrome and the spectacular works of architecture designed by the socalled “archistars” evidence of an increasing drift toward pure style? Is utilitas still one of the fundamental postulates of quality construction or are we rather witnessing architectural design turning into sheer arbitrary morphological innovation? arcVision has chosen works of architecture in places serving knowledge purposes, in themselves perfect emblems of rationality, to study this everchanging and delicate balance between function and form.

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Architettura e conoscenza Architecture and Knowledge

Livio Sacchi*

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luoghi della conoscenza costituiscono alcuni fra gli esempi più interessanti della scena architettonica contemporanea, una scena sempre più al centro dell’interesse dei media, rivoluzionata dalla digitalizzazione dei processi progettuali, preoccupata dalla questione della sostenibilità, e molto influenzata da quel processo di globalizzazione che costituisce uno degli aspetti più discussi e facilmente identificabili del clima culturale d’oggi. Principale responsabile di quest’ultima condizione è proprio l’amplificazione della sfera comunicativa, dovuta alla ipertrofica crescita dei media tradizionali, specializzati e non, dall’editoria alla radio alla televisione e, soprattutto, di Internet, che, con website, newsgroup, riviste on-line, newsletter ecc., consente una informazione immediata su quanto accade in ogni parte del mondo. Ciò implica che, in paesi diversi, si guarda con lo stesso interesse alle stesse realizzazioni e agli stessi architetti, discutendo problemi progettuali sostanzialmente simili. Ma, soprattutto, l’architettura appare oggi segnata da un appariscente pluralismo linguistico, che, nelle mani degli architetti più famosi, si configura come vera e propria ricerca del valore iconico all’interno di processi di formalizzazione fondati sostanzialmente sull’arbitrio. La “rivoluzione” progettuale innescata e favorita, sin dagli anni Ottanta del secolo scorso, dalla massiccia introduzione delle tecnologie informatiche all’interno degli studi di progettazione, assieme alle possibilità offerte da nuove, sofisticate tecniche costruttive, ha prodotto una serie di edifici che si connotano soprattutto per l’arbitraria innovazione morfologica, in aperta sfida alla tradizione, ai fondamenti euclidei della geometria, al concetto di ordine, alla stessa forza di gravità. Le innegabili valenze spettacolari di tali costruzioni hanno profondamente rinnovato il panorama architettonico più recente ma anche prodotto alcune conseguenze secondarie. Fra quelle positive, oltre alla crescita d’interesse per l’architettura da parte del pubblico non specializzato, sono la nascita di un turismo architettonico legato alla produzione contemporanea e l’elezione dell’architettura a strumento privilegiato nella competizione fra istituzioni – è il caso, appunto, dei luoghi della conoscenza –, ma anche fra città e paesi diversi. Competizione sempre più sensibile all’interno di sistemi politico-sociali omogenei come gli Stati Uniti d’America, ma che sta diventando tale anche all’interno dell’Unione europea. La crescente mobilità e i sempre maggiori interessi di carattere politico, sociale, economico, commerciale, turistico e

culturale hanno riscoperto ciò che è sempre stato storicamente valido, e cioè la centralità del ruolo svolto dall’architettura. Questa rinnovata proposizione del concetto di arbitrarietà della forma architettonica appare dunque il carattere invariante nella gran parte della produzione. Si tratta di un concetto, peraltro presente sin dalle origini della storia dell’architettura, i cui risvolti nei confronti della modernità non sono esenti da contraddizioni. Se infatti l’arbitrarietà della forma è più o meno dichiaratamente legata alla ricerca fine a se stessa del nuovo e l’assunzione del nuovo come valore estetico non è che un tipico tratto delle avanguardie storiche poi riversatosi all’interno delle principali linee creative del Novecento, è certamente corretto mettere in relazione tale arbitrarietà morfologica con l’idea stessa di modernità quale si è andata configurando nel corso del secolo scorso. Dall’altra parte, non è chi non veda come essa vada contro la sistematica precettistica della modernità, i cui maestri, da Le Corbusier a Mies van der Rohe a Gropius, hanno pazientemente lavorato alla definizione di codici semplici, giustificabili, e reiterabili da parte di chiunque. Anche se proprio Le Corbusier, in un momento della sua vita creativa non esente da contraddizioni, disegnò una delle più potenti e straordinarie icone architettoniche del Novecento: la cappella di Notre Dame du Haut a Ronchamp. Non tutti gli architetti sono ovviamente su tali posizioni. Non pochi, infatti, continuano a operare, in maniera più o meno ortodossa, proprio sull’eredità del Movimento Moderno e sul suo estremo, talvolta manieristico, consumo. Ciò si verifica anche per la migliore produzione edilizia media: in generale, la parte più qualificata di essa si muove, fisiologicamente, all’interno delle molte possibilità di declinazione dei linguaggi della tarda modernità, nelle sue diverse accezioni più o meno connotate verso l’esibizione tecnologica, le varie forme di neo-razionalismo, un più o meno radicale minimalismo o altro. Ma è indubitabile che alcuni fra i personaggi più in vista della scena internazionale sembrano invece aver imboccato con audacia la strada dell’arbitrarietà, spesso con connotazioni neo-espressioniste, esplorando instancabilmente nuove, personalissime forme architettoniche, più o meno occultate dietro ragionamenti quasi sempre eteronomi rispetto alle classiche ragioni dell’architettura. Il ruolo svolto dalla rivoluzione digitale negli ultimi anni del Novecento, è parte del più ampio fenomeno della digitalizzazione di ogni forma della vita culturale. A distanza di tempo, i suoi sempre meno numerosi detrattori da una parte e sempre più


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numerosi fautori dall’altra, hanno smesso di misurarsi da schieramenti contrapposti in quella che era diventata una sorta di rinnovata querelle des anciens et des modernes. La vittoria è andata evidentemente ai secondi: non esiste oggi studio professionale o scuola di progettazione che possa fare a meno delle tecnologie digitali, e ciò si è dimostrato vero sia dal punto di vista propriamente ideativo sia da quello più semplicemente rappresentativo. Sul primo punto basti ricordare che sempre più numerosi sono i software che mirano alla gestione della modellazione conformativa dello spazio architettonico, in un’accezione evidentemente creativa; sempre di più gli architetti che dichiarano esplicitamente che i propri progetti o edifici non sarebbero stati pensabili né realizzabili in assenza di tali ausili informatici. Tuttavia, al di là degli innegabili successi e della effettivamente straordinaria apertura di nuovi orizzonti progettuali e costruttivi, non tutto è andato secondo le aspettative dei più ottimisti propugnatori del nuovo. Da una parte infatti sembra che la stessa arbitraria ed eteronoma sperimentazione morfologica di cui s’è detto dia qualche segno di stanchezza e che la strada della continua innovazione sia, per certi aspetti, in salita. Dall’altra, la prevista sparizione di una lunga serie di tipologie edilizie, date per spazzate via dall’avvento dell’era digitale, non è nei fatti avvenuta. Le seducenti possibilità di operare on-line nella dimensione virtuale, pur esperite da molti (ma si tratta di una percentuale relativamente esigua e limitata al mondo occidentalizzato), non sembrano aver eliminato la legittima voglia di continuare a vivere nella dimensione reale. Va anche osservato che all’interno dell’ambito tipologico cui è dedicato questo numero la metafora del digitale è spesso, prevedibilmente, alla base dell’ispirazione formale dell’edificio; è anzi forse possibile dire che l’imagerie digitale è sostanzialmente coincidente con quella ritenuta più appropriata per gli edifici dedicati alla ricerca scientifica e tecnologica. Una simile coincidenza vale probabilmente anche per la questione della sostenibilità. Gli obiettivi di quest’ultima – far sì che il soddisfacimento dei bisogni dell’attuale generazione non comprometta un’analoga capacità di quelle future – sono ampi e, attraversando ambiti disciplinari diversi, investono pure, e in misura determinante, l’architettura, la città e il territorio; ma sono anche evidentemente centrali, in particolare, per i luoghi della conoscenza. L’esplosione demografica in atto in alcune parti – spesso le più povere – del nostro pianeta, i movimenti migratori e le conseguenze che tali fenomeni

hanno sulle città, la continua crescita degli ambienti artificiali e la conseguente sottrazione di spazi alla natura, fa sì che da molte parti la questione sia considerata la vera sfida progettuale del XXI secolo. Si stima che circa il 50% dei consumi energetici mondiali venga oggi assorbito dall’edificato. Quest’ultimo dovrà essere sempre meglio isolato; favorire, nei limiti del possibile, l’impiego di materiali locali; funzionare come un vero e proprio generatore di energia, con la possibilità di vendere o scambiare l’energia prodotta; dimostrare elevata flessibilità rispetto ai cambiamenti imposti dalle mutevoli necessità dell’utenza. Flessibilità che va intesa in maniera duplice: rispetto alla talvolta desiderabile lunga durata di un edificio o, viceversa, rispetto a una previsione di vita relativamente breve che si accompagna alla facilità con cui la stessa fabbrica possa essere demolita e i suoi materiali opportunamente riciclati. Facciate a strati multipli, atri, corti o cavedi meccanicamente o naturalmente ventilati, soluzioni ad alta o bassa tecnologia, cellule fotovoltaiche, schermi solari, vetrate interattive, muri polivalenti, mulini a vento, serre o tetti giardino, sistemi di recupero del calore prodotto all’interno dell’edificio o dell’acqua piovana ecc. sono solo alcuni dei molti temi con i quali è costretta a misurarsi una progettualità sostenibile. È peraltro opinione diffusa che una svolta decisiva nella progettazione e gestione di edifici “intelligenti” si verificherà, più che con la ormai scontata, massiccia adozione dell’elettronica, con l’introduzione delle bio- e nano-tecnologie nei processi di produzione dei materiali da costruzione, in maniera da modificarne le caratteristiche intrinseche (per esempio, vetrate che reagiscono al passaggio della luce e che, in combinazione con cellule solari, sono in grado di trattenere energia). Quanto alle normative, in alcuni paesi dove la sensibilità politica, culturale e sociale sul tema è molto elevata, va anche facendosi strada l’opinione in base alla quale un effettivo miglioramento della sostenibilità non si otterrà tanto imbrigliando in un reticolo di veti la creatività progettuale, quanto piuttosto liberandola e puntando a rendere i prodotti edilizi sostenibili prima di tutto belli e piacevoli da usare. Le norme insomma cominciano a essere viste come un indebito surrogato di un autenticamente consapevole pensiero architettonico; e la nozione di sostenibilità è sempre più percepita come una logica da integrare, come preziosa opportunità aggiuntiva, all’interno del processo progettuale.

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* Livio Sacchi, architetto, è professore ordinario di Disegno dell’Architettura presso la Facoltà di Architettura di Pescara. Targa d’argento UID–Unione Italiana per il Disegno; presidente della sezione laziale dell’InArch–Istituto Nazionale di Architettura; consigliere dell’Ordine degli Architetti di Roma, è responsabile per l’architettura, l’urbanistica e il design presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da G. Treccani. Redattore della rivista “Op. Cit., Selezione della critica d’arte contemporanea”, vicedirettore della rivista “Il Progetto”. Fra le sue pubblicazioni recenti: Tokyo-to, Architettura e città, Skira, Milano 2004. Suoi scritti, progetti e realizzazioni sono pubblicati sulle principali riviste italiane e straniere.


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laces of knowledge provide some of the most interesting examples of modern-day architecture, as the profession is increasingly catching the attention of the media now that it has been revolutionized by the digitization of design procedures, focusing on the issue of sustainability and feeling the influence of that process of globalization which is one of the most hotly debated and easily identifiable aspects of contemporary culture. The boom in the realm of communication is mainly responsible for this latter state of affairs, as specialist and non-specialist traditional media are undergoing hypertrophic growth, ranging from publishing and the radio to television and, above all, the Internet, whose websites and newsgroups, on-line magazines and newsletters etc. provide instantaneous information about everything happening all over the world. This has resulted in a number of countries looking to architecture and architects with the same kind of interest, debating very similar architectural issues. But, most significantly, modern-day architecture seems to now feature a wide range of stylistic idioms, which, in the hands of the most famous architects, take the form of authentic experimentation into the iconic value inherent in formalization processes, which are basically arbitrary. The design “revolution”, triggered off and pushed along ever since the 1980s by the introduction on a massive scale of computer technology into architectural firms, together with the possibilities opened up by new and sophisticate building technology, has resulted in a series of buildings which mainly stand out for their arbitrary morphological innovation, openly challenging tradition, the Euclidean groundings of geometry, the concept of order, and even the very force of gravity. The undeniably spectacular nature of these constructions has had profound effects on the architectural scene over recent years, but it has also had a number of spin-offs. On a positive side, as well as increasing interest in architecture on the part of non-specialists, we have seen the advent of architectural tourism connected with modern-day building and the decision to make architecture the privileged means of competition between institutions—as in the case in question with the places of knowledge—and also cities and different countries. Such competition is increasingly conscientious within homogeneous political-social systems like the United States of America, although something similar is now happening within the European Union. Increased mobility and growing interest of a political, social, economic, commercial, tourist and cultural nature has resulted in the rediscovery of something which has always been true: the central importance of

the role performed by architecture. This renewed proposition of the idea of the arbitrary nature of architectural form seems to be the unchanging leit-motif in most designs. This idea has, incidentally, been around ever since the origins of the history of architecture, and its repercussions on modernity certainly not free from their own contradictions. Actually, if arbitrariness of form is more or less openly associated with the pursuit of the new-for-its-own-sake, and the taking of the new as an aesthetic value is merely one distinctive trait of the historical avant-gardes, which then spilled over into the main creative forces of the nineteenth century, it is certainly right to relate this morphological arbitrariness to the very idea of modernity as it took shape last century. On the other hand, we can easily see how this morphological arbitrariness goes against the systematic precepts of modernity, whose masters, such as Le Corbusier, Mies van der Rohe and Gropius, patiently worked away at setting down simple, justifiable codes which could be reiterated by anybody—although, it must be said that during one rather contradictory moment in his creative career Le Corbusier actually designed one of the most incredibly powerful architectural icons of the 20th century: Notre Dame du Haut Chapel in Ronchamp. Of course, not all architects adopt this stance; a number are still working, along more or less orthodox lines, on the legacy of the Modern Movement in extreme and at times manneristic ways. This also applies to the best of media buildings: generally speaking, the leading figures in this realm move, physiologically, within all the various stylistic possibilities offered by late modernity, in all its various guises more or less geared to technological exhibitionism, various forms of neorationalism, and fairly radical minimalism etc. But there can be no doubt that some of the most prominent figures on the international scene seem, in contrast, to have bravely opted for the arbitrary approach, often with neo-expressionistic connotations, tirelessly exploring new and very personal architectural forms, more or less concealed behind lines of thinking that are virtually always heteronymous compared to the classical groundings of architecture. The part played by the digital revolution over the last few years of the 20th century is part of the wider phenomenon of the digitization of all walks of cultural life. Now, some time later, the various factions (increasingly few against, and more and more in favor) have stopped fighting on opposing sides in what was turning into a sort of new querelle des anciens et des modernes. Of course the latter were the winners: nowadays, no design firm or school can do without digital


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technology, and in the design process this applies just as much to conception as to representation. It is worth pointing out that more and more software is designed to handle the shaping of architectural space along what are obviously creative lines; an increasing number of architects are willing to openly admit that they could neither think up nor build their projects without these computer aids. Nevertheless, despite the undeniable successes and striking new design and building horizons that have been opened up, not everything has gone according to the most optimistic expectations of the proponents of all that is new. On the one hand, it would seem that the aforementioned arbitrary and heteronymous morphological experimentation is showing some signs of tiring, and that the path of constant innovation is, in some respects, an uphill struggle. On the other hand, the expected disappearance of a whole range of building types, which were supposed to be swept away in the wake of the digital age, has not actually come about. The enticing possibilities of working on-line in a virtual dimension, which many have actually taken up (although a relatively low percentage overall, and mainly confined to the West), certainly does not seem to have obliterated the legitimate desire to live in the real world. It is also worth pointing out that, in the particular typological realm this issue is focusing on, the digital metaphor is, rather predictably, often at the root of the stylistic inspiration behind a given building; indeed, it might even be said that digital imaging is generally taken as being the most appropriate for buildings devoted to scientific-technological research. The same most probably applies to the issue of sustainability. The latter’s goals—to ensure that this generation’s needs do not jeopardize those of later generations—are far-ranging, crossing various disciplines and touching on architecture, the city and the territory; of course, they are also crucial for places serving knowledge purposes in particular. Issues such as the demographic explosion under way in certain parts—often the poorest parts—of our planet, migratory movements and the consequences these phenomena have on the city, and the continuous developments in manmade environments and the subsequent subtraction of spaces from nature, mean that in many places sustainability is seen as the real design challenge of the 21st century. It is estimated that about 50% of world energy consumption is now taken up by building. Buildings need better insulation, drawing as much as possible on local materials. They should function like authentic energy generators with the possibility of selling or exchanging

the energy they generate. They should also be highly flexible in relation to the changes imposed by all kinds of user needs. This kind of flexibility needs to be seen in two ways: in relation to the often desirable longevity of a building or, vice-versa, in relation to lower expectations in terms of durability, connected with the ease with which a building can be knocked down and its materials suitably recycled. Multi-layered facades, lobbies, courtyards or mechanically or naturally ventilated shafts, high- or low-tech solutions, photovoltaic cells, sunscreens, interactive glass, multi-purpose walls, windmills, glasshouses or garden roofs, systems for retrieving rainwater or the heat released in buildings etc., are just some of the numerous issues which sustainable design must deal with. It is, moreover, now widely believed that the decisive turning-point in the design and management of “intelligent” buildings will derive not so much from the inevitable widespread adoption of electronics, as from the introduction of bio- and nano-technology into the processes for manufacturing building materials, so as to alter their intrinsic characteristics (e.g. glass which reacts to the passage of light and which, in combination with solar cells, can store energy). As regards regulations, in those countries where political, cultural and social awareness of this issue is particularly keen there is a growing belief that improved sustainability will never be achieved by trapping design creativity in a net of vetoes, but rather by setting it free and focusing on making sustainable building products attractive and pleasant to use, above all else. In other words, regulations are beginning to be seen as an undue surrogate for genuinely sensitive architectural thinking; and the notion of sustainability is being increasingly viewed as something to be incorporated, as a precious further opportunity, in the design process.

* Livio Sacchi, architect, is a full professor of Architectural Design in the Faculty of Architecture in Pescara, Italy. He has been awarded the “Silver Plaque” by the UID, Italian Union of Design; he is also the president of the Lazio regional section of InArch (National Architecture Institute), and advisor to the Rome Association of Architects. He is in charge of the architecture, town planning and design section of the Italian Encyclopedia Institute founded by G. Treccani. He is on the editorial staff of the magazine “Op. Cit., Selezione della critica d’arte contemporanea”, and deputy editor of the magazine “Il Progetto”. His recent publications include: Tokyo-to, Architettura e città, Skira, Milan 2004. His writings, projects and constructions have been published in leading Italian and international magazines.

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Entomologia progressista Progressive Entomology Amsterdam, quartier generale ING Group Amsterdam, ING Group Headquarters Progetto di Meyer & Van Schooten Architects Project by Meyer & Van Schooten Architects

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ra gli anni Sessanta e Settanta, Archigram Group irrompeva sulla scena architettonica internazionale proponendo utopie metropolitane surreali, in contrapposizione ai tradizionali processi di crescita urbana. La forza di quelle immagini veicolate con un linguaggio mediato dai fumetti riuscì a smuovere le acque stagnanti di un mondo accademico convinto che, oltre le teorie del Movimento Moderno, non si potesse andare. Insomma, si riteneva che progetti come Walking City, Plug-In City e Blow-Out Village non fossero che metafore per criticare ironicamente il sistema che governa l’evoluzione della città. Il nuovo quartier generale ING Group (gruppo internazionale bancario e assicurativo) di Amsterdam dimostra che non tutte le utopie sono destinate a rimanere sogni. Ma affinché ciò avvenga, occorre innanzi tutto un committente in grado di capire che l’innovazione, oltre a essere un passo avanti nel rinnovamento di un sistema, deve anche essere veicolata con una comunicazione efficace e di grande impatto. In tal senso, un’opera architettonica, purché di grande qualità, può essere la soluzione migliore per ottenere massima intensità di comunicazione. Della stupefacente Walking City, il complesso ING Group possiede, oltre all’accenno a un sistema di zampe meccaniche, la carica utopistica dell’opera d’avanguardia, ma anche i requisiti di una macchina per produrre profitto grazie a sofisticati impianti per la connessione con le reti informatiche sparse in tutto il mondo. Pur essendo una delle città europee più sensibili al

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Piante di due differenti livelli. Pagina a fianco, rendering dell’edificio, costituito da otto piani tutti di superficie diversa. In basso, la sala riunioni. Plans of two different levels. Opposite page, rendering of the building whose eight stories all have different surfaces. Bottom, the meeting room.

rinnovamento urbano, Amsterdam non presenta edifici innovativi di pari livello come il complesso ING Group, il quale risulta un unicum, una sorta di grande millepiedi, un alieno proveniente da altri mondi. In realtà, con la diffusione delle reti digitalizzate sono emerse “realtà virtuali” che stanno rivoluzionando il modo di concepire la città di domani. Oggi è la connettività della rete, la geografia dei nodi in cui è inserita una struttura architettonica a fare la differenza, a stabilire quale sia il contesto di riferimento e quale l’identità dei nuovi soggetti urbani. Insomma, il paesaggio metropolitano del futuro avrà due livelli distinti: uno visibile, fisico e l’altro digitale. Gli edifici saranno organismi fuori terra alimentati da un sistema sotterraneo complesso, composto di reti in cui scorre un’enorme quantità di flussi di informazione. Il fatto nuovo e rilevante è che stanno nascendo metropoli senza confini. Qualcuno le chiama Mediopolis, poiché ibridate con sistemi multimediali avanzati. Mediopolis è l’espressione di una città diffusa formata da migliaia di unità sparse su tutto il pianeta. La distanza fisica non è più un ostacolo alla comunicazione globale, poiché le informazioni sono disponibili in tempo reale. Saranno dunque altri i parametri su cui impostare relazioni contestuali. La metafora della città “che cammina” di Archigram anticipava il dissolversi della nozione di contesto come ambiente statico. Infatti, ora tutto sta mutando in una sorta di territorio provvisorio, sfondo effimero di strutture urbane nomadiche che viaggiano nelle reti del ciberspazio.


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he Archigram Group dominated the international architectural scene in the 1960s and early 1970s, advocating surreal metropolitan utopias as an alternative to the conventional processes of urban development. The sheer power of its cartooninspired images shook an academic world unable to see beyond the theories of the Modern Movement out of its torpor. The feeling was that projects like Walking City, Plug-In City and Blow-Out Village were nothing but metaphors poking fun at the system governing the evolution of urban morphology. The new headquarters in Amsterdam of ING Group, the international banking and insurance concern, proves that not all utopias are impossible dreams. To realize the dream, however, the first requirement is a client who understands not only that innovation is a step forward in renewing a system, but also that it needs to be channeled through communication tools with maximum impact. An architectural project, provided it is of the highest quality, may be the best medium for this sort of full-power communication. As a reference to Archigram’s astonishing Walking City, the ING Group complex, in addition to hinting at a system of mechanical legs, offers the same utopian force. It also meets the requirements for a profit-making machine, thanks to sophisticated systems for connection to computer networks across the world. Despite being one of Europe’s most sensitive cities to urban regeneration, Amsterdam does not have other innovative buildings on a par with the ING Group complex, a sort of huge centipede, an alien from another world. The fact is that the spread of digital networking has fostered the emergence of “virtual realities”, revolutionizing design concepts for the city of tomorrow. Nowadays, network connectivity, the layout of the nodes underpinning an architectural structure are the differentiating factors, the elements that establish the reference context and identity of the latest additions to the cityscape. Tomorrow’s metropolitan landscape will operate at two different levels: a visible, physical level and a digital level. Buildings will be aboveground entities fed by an intricate underground system of networks transporting a relentless flow of information. The latest and most striking phenomenon is the city without boundaries, the Mediopolis, so called because it is cross-bred with cutting-edge multimedia systems. A Mediopolis is a diffused city consisting of thousands of units located across the planet. Physical distance is no longer an obstacle to global communication, because information is available in real time. So contextual relations will be based on other criteria. Archigram’s metaphorical Walking City prophesied the end of the notion of context as a static setting. And today everything is turning into a sort of temporary territory, a constantly shifting backdrop of nomadic urban structures traveling on the networks of cyberspace.

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Dall’alto, scorcio della facciata e particolare del sistema di scale per il collegamento verticale. Pagina a fianco, dettaglio di un terrazzo. From top, partial view of the facade and detail of the system of stairs providing vertical links. Opposite page, detail of a balcony.


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Il giardino ricavato negli spazi interni e dettagli delle scale. The indoor garden and details of the stairs.

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Rapporto fra il nuovo complesso e il contesto formato dai percorsi stradali e da piantumazioni arboree. Interaction between the new complex and the surrounding landscape featuring roadways and tree-scaping.


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Se lo Zen è tecnologico Technological Zen Taoyuan (Taiwan), quartier generale Inotera Memories Taoyuan (Taiwan), Headquarters of Inotera Memories Progetto di Tec Architecture Project by Tec Architecture

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Planimetria generale e, pagina a fianco, rendering del porticato. Site plan and, opposite page, rendering of the colonnade.

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unzionalismo, Razionalismo e Movimento Organico, tutti diffusi internazionalmente, sono stati per molto tempo fondamentali correnti di pensiero che hanno attraversato l’architettura moderna. Sullivan, Le Corbusier e Wright avevano individuato nella pianta libera e nella continuità dei percorsi gli elementi fondativi in grado di rinnovare radicalmente la configurazione spaziale. Nel secolo scorso, l’architettura è stata condizionata da tali assunti progettuali; nessuno poteva immaginare che la rivoluzione digitale negli ultimi decenni avrebbe radicalmente cambiato l’approccio al progetto, dimostrandosi un potentissimo motore capace di produrre soluzioni strutturali inedite e un’estetica altrettanto originale e in perfetta sintonia con le nuove tecnologie del Terzo Millennio. Tuttavia, non sempre tali occasioni sono state comprese pienamente tanto da produrre linguaggi davvero contemporanei. Quelli che più di altri si sono lasciati contaminare dal mondo dell’Information Technology sono committenti e architetti di area asiatica (meno legati a un passato, spesso anche ingombrante) molto interessati a entrare pienamente nella modernità, non solo attraverso una straordinaria dinamicità economica ma anche distinguendosi come progettisti attenti ai vari mutamenti socio-culturali che avvengono nel mondo. Se microchip e computer sono dunque una realtà quotidiana ineludibile, tanto vale produrre architetture strettamente correlate? Per Tec Architecture la risposta

è chiara e visibile nel quartier generale Inotera Memories (azienda produttrice di memorie per computer), anche se è presente qualche traccia riconducibile alla tradizione, seppure ben mascherata, o meglio integrata in un insieme dove è difficile distinguere i confini fra passato, presente e futuro. Il futuro è soprattutto evocato nell’originale soluzione del sistema strutturale del particolare porticato, risolto impiegando una sorta di sinusoide, una “scarica elettromagnetica” che alleggerisce la statica massa architettonica dell’insieme. Un omaggio alla tradizione è invece la citazione della piastrella ceramica cui fanno riferimento le ampie superfici trattate con un mosaico irregolare dallo straordinario effetto cromatico, che se da una parte ricorda il passato nel contempo evoca la componentistica elettronica di computer e quant’altro fa parte dell’universo informatico. A differenza di Cina e di altri paesi asiatici, ancora non perfettamente in grado di gestire la fusione della propria cultura con un mondo occidentale molto diverso, e che puntano tutto sulla costruzione (a volte dissennata di grattacieli sparsi ovunque e di aspetto discutibile), Taiwan pare invece sulla buona strada della valorizzazione di un patrimonio culturale di tutto rispetto, plasmato con una modernità metabolizzata con buon gusto e misura, senza voler strafare e per nulla voglioso di ricreare tante asiatiche Manhattan, di cui non si sente davvero il bisogno.


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unctionalism, Rationalism and the Organic Movement, which all spread right across the world, were for a long time key lines of thought running through modern architecture. Sullivan, Le Corbusier and Wright all realized that a free layout and flowing spaces were founding features capable of radically updating spatial design. Architecture in the last century was deeply constrained by these assumptions, and nobody could have imagined that the digital revolution of the last few decades would have radically changed this approach to design, becoming a powerful driving force in developing new structural solutions and equally original aesthetic touches, in perfect harmony with new Third Millennium technologies. Nevertheless, these opportunities have not always been fully exploited to create truly contemporary idioms. It is Asian clients and architects who have allowed themselves to be most deeply affected by the world of Information Technology (less entrenched in the past, which can often be a burden), keen to really open up to modernity, not just through their incredible economic dynamism but also by standing out as designers with a keen eye for the socio-cultural changes sweeping across the globe. Therefore, if microchips and computers are now an inevitable part of everyday life, might not just as well design architecture closely correlated to them? According to Tec Architecture the answer can clearly be seen in the new headquarters of Inotera Memories (a memory chip manufacturer) where, even though some traditional touches are present, these are carefully concealed, or rather incorporated, in a whole in which it is hard to distinguish the boundaries between past, present and future. The future is most notably evoked by the original structural design of the characteristic gateway, featuring a sort of sinusoid, an “electromagnetic discharge� lightening up the overall static architectural mass. The reference to ceramic tile manufacturing is, on the other hand, a tribute to tradition, here taking form in wide surfaces featuring an irregular ceramic pattern with striking color effects. This design simultaneously evokes the past and alludes to electronic computer components and the computer world as a whole. Unlike China and other Asian countries, which are not yet fully able to deal with their culture merging with our highly different Western society and which focus entirely on construction (often resorting to a plethora of rather dubious-looking skyscrapers), Taiwan seems to have found the right method to enhance its very respectable cultural heritage, shaped around a modernity metabolized with fine taste and good measure, without excess or striving to recreate a series of Asian Manhattans, for which there really is no need.


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Particolare della facciata vetrata interpretata in chiave contemporanea utilizzando un materiale configurato con la varietĂ di forme e dimensioni presenti in natura. Detail of the glass facade given a modern-day rendering using materials configured in the variety of forms and dimensions found in nature.

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Particolare del porticato realizzato con pilastri disposti a zigzag. Detail of the colonnade made of columns set out in a zigzag pattern.

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In queste pagine, particolare di un interno e dettagli dei grandi cavedi vetrati che distribuiscono la luce naturale all’interno degli ambienti. These pages, detail of an interior and details of the large glass courtyards letting natural light flow inside.

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L’era delle macchine volanti The Age of Flying Machines Lipsia, sede centrale BMW Leipzig, BMW Headquarters Progetto di Zaha Hadid Architects Project by Zaha Hadid Architects

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Sezione di uno degli spazi produttivi e, pagina a fianco, particolare del rapporto fra sistema strutturale e finiture dei rivestimenti di facciata. Section of one of the manufacturing spaces and, opposite page, detail of the interaction between the structural system and the finishes of the facade coverings.

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l noto assunto funzionalista “la forma segue la funzione” non l’ha certamente inventato Zaha Hadid, ma la nuova sede centrale BMW è una reinterpretazione di grande interesse, un pattern, un’innovazione tipologica dell’edificio produttivo. Che il tema del progetto fosse in linea con la poetica dell’architetto anglo-iracheno, da sempre interessata alle avanguardie russe degli anni Venti, specialmente al Costruttivismo, è stato un punto in più per la buona riuscita dell’operazione, ma il risultato finale ha superato ogni più ottimistica previsione. In architettura, vi sono edifici che, per dovizia tecnica o per particolare preziosità di linguaggio, diventano opere esemplari che segnano il proprio tempo, ma alcune, ed è il caso della sede BMW, diventano anche anello mancante fra linguaggi eterogenei, rappresentano una straordinaria alchimia poetica in grado di creare sottili relazioni e inediti riferimenti a universi altri. Il progetto di Zaha Hadid muove non solo dall’interno della struttura, ovvero configurando secondo razionalità volumi destinati a contenere funzioni e parti meccaniche, ma dà forma e sostanza anche alla componente spazio-temporale del ciclo produttivo, superando così la nozione di contenitore statico, cogliendo l’essenza della mobilità attraverso forme dinamiche in sintonia con i percorsi di macchine, cose e uomini durante lo svolgersi del complesso sistema di assemblaggio delle autovetture. Gli spazi interni presentano uno scenario suggestivo e futuristico. Enormi nastri trasportatori in quota movi-

mentano parti di carrozzeria, scocche semicomplete, componenti motoristici: il tutto viaggia tracciando complesse traiettorie che andranno a confluire là dove sono previste le varie fasi di assemblaggio. Ciò avviene a una certa altezza da terra, praticamente sopra le teste di operai e gruppi di tecnici impegnati nei controlli. Collegati da passerelle e nastri trasportatori, gli spazi operativi non presentano mai elementi che interrompano la fluidità degli ambienti. Ciò grazie all’impianto dei percorsi, concepiti come vere e proprie strade in scala ridotta. Insomma, tutto è all’insegna della mobilità, compresi gli spazi non produttivi come, per esempio, la grande sala mensa, un ampio volume unitario attraversato da ponti e passerelle che consentono libero movimento anche quando le squadre operative sono impegnate in attività diverse e potrebbero verificarsi interferenze fra le diverse fasi produttive. Così configurata, la fabbrica non è più solamente il luogo della produzione, spazio in cui si celebra il rito del lavoro, ma è anche ambiente stimolante ed emozionale generato da un microcosmo attraversato da forze positive – energia destinata a produrre uno dei grandi simboli dell’era moderna, l’automobile. Un oggetto sempre più del desiderio per la sua capacità di annullare le distanze, agevolando la comunicazione interpersonale. Con tali premesse, Hadid sarebbe potuta cadere nell’enfasi, nell’esaltazione della Macchina, nella deriva tecnocratica e non produrre architettura ma un suo simulacro svuotato di senso.


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he functionalist maxim that “form follows function” was certainly not coined by Zaha Hadid, yet the new BMW headquarters is a particularly interesting rendition, an innovative template or model for the production facility. The fact that the project theme was closely related to the poetics of the Anglo-Iraqi architect, who has always been interested in Constructivism and the Russian avantgarde of the 1920s, was another factor boosting the project’s chances of success, but the end result has exceeded even the most optimistic expectations. In architecture, there are buildings whose technical munificence or outstanding aesthetic quality establish them as symbols of their age, but some, and the BMW building is a case in point, also become the missing link among different idioms, an exceptional artistic alchemy capable of creating a subtle connection with and original references to other realms. Zaha Hadid’s project not only operates inside the building, rationally organizing the space to host functions and mechanical parts, it also gives shape and substance to the spatio-temporal aspect of the production cycle. In so doing, it moves beyond the notion of a static container to reveal the essence of mobility, through dynamic forms matched to the flows of machinery, objects and people during the complex automobile assembly process.

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Dall’alto, piante dei piani primo e secondo. From top, plans of the first and second floors.

The interiors create a strikingly futuristic setting. In an intricate web of trajectories, huge suspended conveyor belts transport vehicle body parts, half-finished frames and engine components to the assembly stations, over the heads of the workers and process control engineers. Catwalks and conveyor belts interconnect the assembly areas, while the floor plan, designed like a system of roads on a reduced scale, ensures that nothing interrupts the overall fluidity of the production floor. Everything is organized for mobility, even the nonmanufacturing areas like the canteen, a single spacious area whose elevated bridges and walkways allow free movement within the building, without interfering with the work teams and manufacturing operations. In this building, the factory is no longer just a production shop, the stage on which the ritual of labor is performed, it is also a source of stimuli and emotions generated by a microcosm of positive energy forces geared to producing one of the core symbols of the modern age: the motor car. An object of desire that cancels out distances and fosters interpersonal communication. Under these conditions, Hadid might have lapsed into an overly emphatic exaltation of the Machine, into technocracy, and simply created a simulacrum devoid of meaning, rather than a real work of architecture.


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Dall’alto, pianta del piano terra, sezioni e veduta della facciata prospettante sull’area di parcheggio. From top, plan of the ground floor, sections and view of the facade overlooking the car park area.

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A destra, dettagli e, in basso, il complesso nelle ore notturne. Right, details and, bottom, the complex at nighttime.

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Particolare del sistema strutturale e sezione. Detail of the structural system and section.


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Particolari degli interni caratterizzati da una spazialitĂ dinamica con ambienti aperti. Pagina a fianco, particolare delle passerelle che attraversano sia gli spazi produttivi sia le aree relazionali. Details of the interiors treated as a system of open spaces enhancing spatial dynamics. Opposite page, detail of the walkways crossing both the manufacturing and relational spaces.

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Trasparenza a scala urbana Urban-Scale Transparency Leverkusen, quartier generale Bayer Leverkusen, Bayer Headquarters Progetto di Murphy/Jahn Project by Murphy/Jahn

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Sezione e, pagina a fianco, particolare della facciata prospettante l’area interna del complesso. Section and, opposite page, detail of the facade overlooking the inner courtyard of the complex.

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e in passato l’immagine aziendale si identificava soprattutto nella grafica del logo e nella metodologia di comunicazione, ora è anche l’architettura a porsi come segno identitario del brand. La nuova sede Bayer a Leverkusen rappresenta in modo eclatante tale tendenza. Ciò è evidente nella configurazione planimetrica generata dal tradizionale logo circolare, che da sempre rappresenta una delle più antiche aziende chimiche del mondo. La soluzione dell’anello aperto, in forma di grande “C”, è una variante, sia funzionale sia metaforica, poiché serve a veicolare l’immagine di un’azienda aperta al futuro ma senza dimenticare il passato (chiaro il richiamo al colonnato del Bernini della Basilica di San Pietro in Vaticano, di cui “copia” il simbolico abbraccio rivolto ai fedeli). L’operazione “comunicazione totale” non finisce in una forma che esalta il logo in versione tridimensionale, ma si estende anche alla scelta del materiale dell’involucro architettonico. La chimica è un mondo che fa della trasparenza una delle sue peculiarità, è un ambiente di alambicchi e provette: dunque il nuovo complesso non poteva che configurarsi come un gigantesco contenitore da laboratorio chimico. La tendenza a costruire architetture come oggetti a scala urbana non autorizza a eludere un contesto importante, in questo caso caratterizzato da un asse urbano con presenze monumentali e un ampio parco. La cristallina purezza della costruzione si confronta con la natura e l’artificio, due polarità a volte conflittuali, ma

in questo caso complementari grazie all’edificio che funge da elemento di mediazione, che se da una parte impone la sua presenza attraverso ampi volumi, dall’altra la quasi totale trasparenza crea un forte effetto di dematerializzazione in grado di rendere il tutto mai invasivo rispetto all’intorno. Quando la trasparenza è quasi totale, si pone sempre il tema della transizione esterno-interno, in altre parole di come evitare che una delle due condizioni sia prevalente sull’altra; quando ciò si verifica viene a mancare il senso dell’impermeabilità, della protezione che l’architettura deve comunque assicurare, senza compromessi. Il problema è stato risolto attraverso un sistema attualmente molto in uso, ovvero impiegando una doppia pelle di vetro. Il tutto inframmezzato da un’intercapedine che permette ventilazione e un’adeguata schermatura dai raggi solari. Ovviamente, tale accorgimento ha qualche limite, peraltro risolvibile: nei periodi primaverile e autunnale la ventilazione avviene naturalmente per convezione, mentre in estate e in inverno il sistema è coadiuvato da apparecchiature motorizzate che assicurano la diffusione dell’aria fresca o calda in tutti gli ambienti. A completamento del sistema di climatizzazione, in linea con tutti gli accorgimenti in fatto di sostenibilità, è stata realizzata una griglia frangisole composta di lamine metalliche destinata al controllo dell’incidenza dei raggi solari, che contribuisce inoltre a evidenziare lo sviluppo orizzontale dell’involucro curvilineo.


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hile in the past corporate image was mainly associated with the graphic design of the company logo and with communication methods, nowadays architecture is also being used for branding purposes. The new Bayer headquarters in Leverkusen is a striking example of this approach, as can clearly be seen in the site plan designed around the traditional circular logo of one of the world’s oldest chemical companies. The open ring solution in the shape of a large “C” is both a functional and metaphorical variant, since it conveys the image of a company open to the future without forgetting the past (this is a clear reference to Bernini’s colonnade in the Vatican’s St. Peter’s Basilica, “copying” its symbolic community embrace). The “total communication” approach is not confined to a form exalting a three-dimensional version of the logo, but also extends to the choice of material for the architectural skin. The world of chemicals takes transparency as one of its most distinctive features, amidst all its stills and test tubes. Therefore, the new complex was bound to be shaped like a huge container from a chemical laboratory. This tendency to construct urban-scale objects is no reason for ignoring the importance of setting, in this case featuring an urban thoroughfare lined with monuments and set in a large park. The building’s crystalline purity interacts with nature and artifice, two often-conflicting

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Alcune vedute del complesso Bayer situato nel parco dedicato al fondatore Carl Duisberg. Pagina a fianco, diagramma delle temperature presenti sulla superficie della vetrata e particolare dell’area d’ingresso al complesso. Views of the Bayer complex situated in the park named after its founder Carl Duisberg. Opposite page, diagram of the temperatures recorded on the surface of the glass front and detail of the entrance area to the complex.


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extremes that here complement each other, through the construction, which serves for mediation purposes—on the one hand, it makes its presence felt through extensive structures; on the other, its almost total transparency creates a powerful sense of dematerialization, making everything less invasive on the surroundings. When transparency is almost total, the issue of the transition between outside and inside always stands out as the need to prevent the predominance of one over the other. When this happens, there is no way to avoid the loss of the very sense of impermeability and protection that architecture must uncompromisingly provide. The problem has been dealt with by drawing on a currently popular system: using a twin glass skin with a cavity between it for ventilation purposes and proper shielding against sunshine. Of course this method has its limits, which can, however, be overcome: in spring and autumn ventilation occurs naturally by means of convection, while in summer and winter the system is helped along by motorized devices ensuring fresh or warm air is conveyed into all the premises. To complete the air-conditioning system in line with all the latest sustainability measures, a sunscreen grid has been constructed out of metal laminas designed to control the inflow of sunrays. This structure also helps underline the horizontal development of the curved skin.

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Il giardino interno dell’edificio con un sistema di facciata composto di un telaio metallico cui sono affrancati i pannelli vetrati. The building’s garden courtyard is surrounded by a facade system made of a metal frame supporting glass panels.

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Vetro e acciaio compongono un volume in cui trasparenza e leggerezza rendono il tutto pienamente inserito in un contesto urbano vario e storicamente stratificato. Glass and steel form a structure in which transparency and lightness slot everything fully into a varied and historically stratified urban setting.


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Particolari della vetrata e, in basso, pianta del terzo piano. Pagina a fianco, particolare del sistema strutturale che regge la grande superficie vetrata della facciata. Details of the glass wall and, bottom, third-floor plan. Opposite page, detail of the structural system holding up the facade’s wide glass surface.

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L’invasione degli ultracorpi Invasion of the Body Snatchers Londra, Blizard Building London, the Blizard Building Progetto di William Alsop Project by William Alsop

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eincarnazione assistita. Ovvero quando l’architettura guarda oltre i propri confini e sogna d’essere altro da sé. Ciò capita grazie al più visionario degli architetti d’Oltremanica, cui tutto è permesso poiché sempre all’altezza di qualsiasi aspettativa. Il Blizard Building è un’ulteriore prova di come si possa realizzare un complesso destinato alla formazione medica senza cadere nell’ovvio, ossia non dando spazio a luoghi comuni inequivocabilmente portatori di un immaginario scientifico troppo spesso identificato nelle forme asettiche del Movimento Moderno. Rimanendo fedele alla fama d’enfant terrible, Alsop mette insieme diavolo e acqua santa attraverso un progetto di straordinaria originalità: un contenitore funzionalista rivitalizzato da giganteschi microrganismi sospesi. È dunque l’apoteosi di una babele linguistica in grado di annullare derive passatiste (pur sempre dietro l’angolo), creando così altri mondi, altre suggestioni visionarie, aprendo la strada all’innovazione e alla ricerca e innescando nuove relazioni fra ambiti culturali diversi. Avvalendosi della consulenza del gruppo AMEC (importante società di management), Alsop ha realizzato una struttura di notevoli dimensioni (superficie totale di novemila metri quadrati) puntando sulla visione simultanea di elementi destinati a diverse funzioni: laboratori per la ricerca; ambienti particolarmente adatti per accogliere seminari di studio; un’area reception condivisa con altri spazi come la caffetteria; ma anche

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Sezione del Center of the Cell. Pagina a fianco, particolare della galleria che si estende sopra i laboratori sotterranei. Section of the Center of the Cell. Opposite page, detail of the gallery extending above the underground laboratories.

aree per letture e spettacoli teatrali. Il tutto con la possibilità di accogliere fino a quattrocento persone, incluse quelle interessate a frequentare lo spazio espositivo per mostre scientifiche, destinate principalmente a un pubblico di studenti di ogni ordine e grado. Insomma, il Blizard Building è davvero una struttura ad alta complessità in cui convergono segni e funzioni capaci di dare forma a una città del sapere, non un museo di delizie scientifiche bensì una metafora di paesaggio urbano “in vitro” strettamente connesso a un’istituzione quotidianamente attiva nella ricerca. Grazie all’elevata trasparenza dell’involucro architettonico, l’estensione dello spazio interno verso la città è un perfetto assist in grado di produrre una straordinaria billboard architecture, un landmark di grande impatto su un intorno di segno opposto. L’intervento dell’architettodemiurgo che ridisegna emergenze significative là dove prevale l’indistinto urbano, è un segnale di vitalità che non può che giovare alla riconfigurazione della metropoli del futuro. Se l’arte non è più in grado di essere parte di un sistema di comunicazione a scala urbana, in quanto sempre più relegata nelle circonvoluzioni elettroniche delle reti dell’Information Technology, ben venga un’architettura fortemente ibridata con l’immaginario del mondo cellulare, preso a modello per creare forme primarie, identitarie di un mondo privo di qualsiasi legame con l’avvicendamento degli stili della storia dell’architettura.


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ssisted reincarnation. Or, to put it another way, architecture that looks beyond its boundaries and dreams of becoming something else. If this is possible, it is thanks to Britain’s most visionary architect, granted carte blanche because he always exceeds expectations. The Blizard Building is another example of how to design a medical training center without being obvious, avoiding the hackneyed clichÊs inextricably linked with a scientific vision too often identified with the austere forms of the Modern Movement. True to his reputation as an enfant terrible, Alsop brings the devil and holy water together in this strik-

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La passerella vetrata che congiunge il Clinical Science Research Building al nuovo Blizard Building. The glass walkway connecting the Clinical Science Research Building to the new Blizard Building.

ingly original project: a functionalist container energized by huge suspended micro-organisms. A quintessential linguistic Babel, his building resists the ever-present temptation to lapse into traditionalism and creates other worlds, suggests other visions, opening the way to innovation and experimentation and stimulating new relationships among different forms of cultural expression. Drawing on the expertise of the AMEC group (a leading management company), Alsop has designed an imposing structure (total surface area of nine thousand square meters) that simultaneously offers facilities for a variety of purposes: research laboratories; areas for study seminars; a reception area


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shared by other amenities including a cafeteria; reading areas and spaces for stage performances. The building can hold up to four hundred people, including visitors to the science exhibition area, of particular interest to students of all ages. In short, the Blizard Building is a truly complex construction whose multitude of signs and functions form a city of knowledge: not a museum of scientific delights but a metaphor for an “in vitro� cityscape closely related to an institute involved in research on a daily basis. Through the highly transparent architectural shell, the extension of the interior space toward the city is a perfect assist, producing an extraordinary form of billboard architecture,

a striking landmark on otherwise unimpressive surroundings. The work of this architectural Demiurge in endowing a predominantly undistinguished urban environment with distinctive features is a sign of life that is bound to contribute to the reconfiguration of tomorrow’s metropolis. If art, relegated increasingly to the electronic convolutions of information technology networks, can no longer be part of an urban communication system, then we can only welcome an architectural approach that takes the cellular world as a model to create the primary forms of a universe entirely unrelated to the transient fashions of the history of architecture.

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Dal basso in alto, sezione trasversale generale e particolare della sezione sul Center of the Cell. Pagina a fianco, particolare del Center of the Cell. From bottom up, main cross section and detail of the section of the Center of the Cell. Opposite page, detail of the Center of the Cell.

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Pianta generale e, pagina a fianco, particolare del Mushroom Pod, collocato nei pressi dell’ingresso. Site plan and, opposite page, detail of the Mushroom Pod set near the entrance.

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Pianta e sezione dello Spiky Pod e, pagina a fianco, particolare dello Spiky Pod, spazio in quota da utilizzare come sala riunioni, realizzato attraverso il sistema tensostrutturale. Plan and section of the Spiky Pod and, opposite page, detail of the Spiky Pod, the elevated space to be used as a meeting room constructed out of a tensile structure.

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Bioingegneria allo stato solido Solid State Bioengineering Princeton, Carl Icahn Laboratory Princeton, Carl Icahn Laboratory Progetto di Rafael Viñoly Architects Project by Rafael Viñoly Architects

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e la ricerca della leggerezza (inizia con il Gotico e si protrae fino all’architettura contemporanea) è uno degli obiettivi più inseguiti, è anche vero che ogni progettista adotta criteri e metodologie diversi. Gli architetti più radicali si concentrano su edifici a tutto vetro, altri, come Viñoly, sulla sospensione dei volumi, sugli aggetti mozzafiato e sulla complessità compositiva. Chi opta per il minimo contatto con il terreno, dimostra un certo gusto per la sfida ed è consapevole d’intraprendere un percorso insidioso, irto di ostacoli: si tratta di far convivere le leggi della statica con l’armonia compositiva dei pieni e dei vuoti. Non sempre tale operazione si risolve con successo: a volte si è costretti a impiegare tecniche costruttive inidonee, legate a materiali poco adatti per

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Veduta della facciata con i frangisole verticali. Nei due volumi aggettanti sono ubicate le sale riunioni. View of the facade with vertical shutters. The meeting rooms are located in the two overhanging structures.

strutture con aggetti estremi e ampie campate al limite della tenuta. Il Carl Icahn Laboratory del Lewis-Sigler Institute for Integrative Genomics, della Princeton University, dimostra che non di rado un buon progetto scaturisce dalla complessità dei problemi da risolvere. Il programma generale del nuovo insediamento prevedeva l’inserimento di un nuovo edificio in un campus occupato già da alcune strutture. Era quindi fondamentale operare una scelta, ovvero puntare su una dichiarata differenziazione formale, oppure sull’ampliamento del preesistente, seguendone l’impostazione originaria. In entrambi i casi, occorreva prevedere una serie di accorgimenti affinché non si creassero interferenze fra le varie attività; prevedere criteri formali per gli


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edifici in sintonia con l’ordine gerarchico delle funzioni. Obiettivo di Viñoly era dare massimo risalto ai vuoti, agli spazi di accoglienza, ottenere un minimo impatto sull’intorno, ma anche rendere il campus più vivibile attraverso un’architettura che, oltre a fornire spazi per lo studio e la ricerca, favorisse i contatti fra docenti e studenti. In tal senso, il grande porticato con i giganteschi elementi frangisole non solo è in grado di creare nuovi spazi di relazione protetti, ma possiede inoltre una forte valenza estetica e aggiunge un segno di forte identità al luogo. È chiaro che il sistema frangisole, oltre alla protezione dall’irraggiamento solare, è anche una macchina che può determinare diverse configurazioni spaziali, rendendo il complesso architettonico sempre diverso e potenzialmente rinnova-

bile quasi all’infinito grazie anche ai giochi di luce in forma di proiezioni luminose sagomate secondo l’angolo d’incidenza con cui la luce attraversa i fori romboidali. La galleria formata dalla copertura che si protrae verso l’esterno e le “pinne” ad assetto variabile (gli elementi frangisole), può trasformarsi in un caleidoscopico tunnel punteggiato di infiniti raggi luminosi. Anche in questa recente opera l’architetto di origine uruguaiana (trapiantato però da molti anni a New York) è intervenuto con leggerezza ma anche con originalità, realizzando una struttura in linea con l’architettura contemporanea e tuttavia ricca di rimandi alla tradizione costruttiva nordamericana attraverso un materiale come il legno che, se usato opportunamente, è sempre all’altezza della situazione.

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very architect, from the Gothic age to modernday architecture, has had his or her own ways and means of pursuing that much sought-after goal of lightness. The most radical architects focus on all-glass buildings; others, like Viñoly, on suspended structures, breathtaking projections and stylistic complexity. Those opting for minimum contact with the ground show a certain relish for the challenge and an awareness of having taken a tricky path riddled with obstacles—it is a matter of bringing together the laws of statics with the stylistic interplay of mass and void. This does not always have a successful outcome. At times architectural designers are forced to use inappropriate construction methods associated with unlikely materials for building structures with extreme overhangs and wide spans taken to the extreme. The Carl Icahn Laboratory belonging to the LewisSigler Institute for Integrative Genomics at Princeton University shows that good designs often spring from the complexity of the problems at hand. The basic brief for the new complex called for a new building to be incorporated on a campus already furbished with a number of structures. This meant it was vital to make a choice or, in other words, to either focus on openly stated stylistic differentiation or, alternatively, on extending what was already there by fitting in with the original design. In both cases, a number of measures had to be taken to ensure the various activities did not interfere with each other, and to set stylistic

guidelines for the buildings in line with the hierarchical arrangement of functions. Viñoly’s aim was to emphasize the voids and reception areas to the maximum, and to affect the surroundings as little as possible, but also to make the campus more pleasant, using architecture that, in addition to providing study and research facilities, also encourages interaction between the teaching staff and students. In this respect, the large colonnade with its huge shutters creates new, protected relational spaces. It is also aesthetically striking and a powerful landmark on its surroundings. Needless to say, as well as providing shelter against sunshine, the shutter system is also capable of shaping space, constantly changing the architectural complex and rendering it potentially renewable in virtually endless ways, thanks to a play of luminous projections generated by the impact of the light flowing through rhomboidal apertures. The gallery formed by the roof, which projects outwards, and the adjustable “fins” (i.e. the shutter features), can turn into a kaleidoscopic tunnel speckled with endless sunrays. This architect of Uruguayan descent (living in New York for many years now) has worked with great lightness and originality on this recent design. He has succeeded in constructing a building that reflects modern-day architecture, but is also packed with references to the North American building tradition, such as the use of wood, which, if suitable employed, is always up to the task.

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FIRST FL SCALE: 3/32" = 1' - 0" SW W N

Pianta del piano terra del complesso situato in un lotto triangolare aperto verso un’area ellittica. Pagina a fianco, particolare del porticato caratterizzato dai grandi frangisole verticali. Plan of the ground floor of the complex set on a triangular lot opening up toward an elliptical area. Opposite page, detail of the colonnade featuring large vertical shutters.

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Rapporto con l’ambiente circostante. Pagina a fianco, alcuni dettagli relativi all’esterno e i laboratori. Interaction with the surroundings. Opposite page, details of the outside and laboratories.

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Particolari del porticato con i frangisole. Details of the colonnade with its shutters.

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Una delle aree destinate a incontri informali e, in basso, particolare dello spazio del porticato compreso fra la cortina frangisole e la facciata vetrata. One of the areas to host informal meetings and, bottom, detail of the colonnade space set between the sunscreen front and the glass facade.

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Emozioni rosso fuoco Red Hot Emotions Bergamo, parco scientifico e tecnologico Kilometro Rosso Bergamo, “Kilometro Rosso” Science and Technology Park Progetto di Jean Nouvel Project by Jean Nouvel

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Prospetto del Kilometro Rosso, ubicato sul percorso dell’A4, l’autostrada che collega Milano a Venezia. Pagina a fianco, rendering dell’area di progetto. Elevation of the Kilometro Rosso located along the A4, the motorway connecting Milan to Venice. Opposite page, rendering of the project area.

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efinirla architettura on the road sarebbe appropriato ma anche banale, e poi Jack Kerouac, personaggio indipendente e ribelle, non sarebbe a proprio agio come testimonial di qualcosa non in sintonia con la trasgressiva poetica della Beat Generation. Kilometro Rosso è però un’architettura che della strada non può fare a meno. Messo da parte Kerouac per incompatibilità ideologica, riferimenti possibili potrebbero essere le puntuali riflessioni di Kevin Lynch – professore di Pianificazione Urbana presso il Massachusetts Institute of Technology – che, a proposito del rapporto fra strada, architettura e territorio, pubblicò negli anni Sessanta un saggio fondamentale come The View from the Road. La strada, o meglio l’autostrada. Il nuovo complesso, che sorge ai bordi dell’A4 (l’autostrada Milano-Venezia), nel tratto compreso fra la metropoli lombarda e Bergamo, racchiude in sé quell’idea di modernità legata alla mobilità e al progresso scientifico che Kilometro Rosso vuole esprimere: si tratta, infatti, una volta completato e con il previsto insediamento di imprese e istituti di ricerca, del parco scientifico e tecnologico più importante d’Italia. Ma al suo interno vi sono anche presenze internazionali, fra cui il Centro Ricerche Daimler-Chrysler. Naturalmente ampio spazio è riservato al Centro Ricerche di Brembo. Promotore del progetto e struttura produttiva di eccellenza tecnologica, Brembo si occupa soprattutto di meccatronica e sensoristica applicate ai sistemi frenanti. Essendo l’azienda legata (sin dagli anni Settanta) alla Ferrari come partner tecnico, il colore di

Kilometro Rosso non poteva che essere il rosso fuoco delle auto di Formula 1 realizzate a Maranello. Nelle giornate soleggiate ma soprattutto nelle brume degli inverni padani la “stecca” di Kilometro Rosso, vista a circa cento chilometri l’ora, è una scia infuocata che non può che generare forti emozioni. A proposito di emozioni, chi se non Jean Nouvel poteva interpretare con tanta forza immaginifica un tema di progetto in cui tecnologia e invenzione formale si fondono alla perfezione, generando così uno straordinario evento visivo a scala territoriale. Un’architettura lunga mille metri è indubbiamente una presenza di grande impatto sull’intorno, soprattutto quando è collocata in aree poco urbanizzate. Sul piano percettivo, il complesso riserva per ognuno visioni diverse, in relazione alla velocità del veicolo. Dunque si tratta di un’architettura con un alto grado di variabilità percettiva, un unicum destinato a fare scuola. Cosa più che auspicabile. Le aree industriali sono da sempre luogo di esibizione di capannoni privi di qualsiasi qualità estetica, veri e propri “kamikaze edilizi” in grado di distruggere qualsiasi ambiente con qualche attributo naturalistico. Linearità e omogeneità cromatica fanno di Kilometro Rosso un elemento ordinatore, sia al presente sia per i previsti insediamenti futuri. Il parco è, infatti, struttura molto ambita anche grazie alla sua ubicazione strategicamente vantaggiosa, al centro di un bacino fortemente industrializzato e a breve distanza da Milano, importante nodo metropolitano nella complessa rete infrastrutturale europea.


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t would be fitting but rather prosaic to describe it as architecture on the road. And, in any case, Jack Kerouac—a somewhat rebellious and independent character—would not be very comfortable acting as a testimonial for something that is out of tune with the irreverent poetics of the Beat Generation. The Kilometro Rosso, however, is a work of architecture that simply can’t do without the road. Leaving Kerouac aside for reasons of ideological incompatibility, possible reference points might include the comments made by Kevin Lynch—a Professor of Urban Planning at the Massachusetts Institute of Technology—who, referring to relations between roads, architecture and the territory, in the 1960s wrote a key essay entitled The View from the Road. In our case we might say the highway, as the new complex, built along the A4 (Milan-Venice highway) on the section between Milan and Bergamo, encompasses that idea of modernity connected with mobility and scientific progress which the Kilometro Rosso is so keen to express—when it is finished and occupied, as planned, by research institutes and businesses, it will be Italy’s most important science and technology park. It will also accommodate international facilities, including the Daimler-Chrysler Research Center. Of course, plenty of room has been allocated to the Brembo Research Center. Brembo—project promoter and cutting-edge manufacturing company—mainly works on mechatronics and sensory systems applied to braking systems. Its role as a technical partner of

Ferrari (ever since the 1970s) has inevitably led the Kilometro Rosso to opt for the same bright red color as the Formula 1 racing cars built at Maranello. On sunny days and, most notably, in the foggy winters of the Po Valley, the Kilometro Rosso “block”, seen while traveling at 100 kilometers-an-hour, is like a red blur conjuring up powerful emotions. Talking of emotions, who other than Jean Nouvel could work so imaginatively on giving shape to a project in which technology and stylistic invention come together to perfection, creating an extraordinary territorial-scale visual event? Architecture stretching along one thousand meters certainly makes a powerful impact on its surroundings, particularly when it is located in highly un-urbanized areas. Perceptually speaking, the complex is viewed in all kinds of different ways according to how fast your vehicle is traveling. This means it is an architectural work of great perceptual variability, a unicum destined to set a trend. This is certainly to be hoped. Industrial warehouses are always totally bereft of any aesthetic qualities, real “kamikaze buildings” capable of destroying any location boasting any form of natural resources. Chromatic coherence and linearity make the Kilometro Rosso a means of instilling order, both in the present and in view of future settlements. The park is actually a highly desirable facility, partly due to its strategically advantageous location right in the heart of a highly industrialized basin and close to Milan, an important city on the intricate European infrastructural net.


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Dettagli della maxigrafica che caratterizza il complesso. Details of the maxi-graphics characterizing the complex.

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La lunga barriera interposta fra l’autostrada e il complesso funge oltre che da segnale di presenza di una struttura architettonica anche quale diaframma antirumore. The long barrier set between the motorway and the complex acts as soundproofing diaphragm as well as signaling the presence of an architectural feature.

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La sostenibile purezza della ricerca The Sustainable Purity of Research ITCLab-Innovation and Technology Central Laboratory Progetto di Richard Meier Project by Richard Meier

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In basso, alcuni prospetti del complesso. Il nuovo edificio ospiterà dipendenti e ricercatori di Italcementi Group. Bottom, elevations of the complex. The new building will accommodate Italcementi Group staff and researchers.

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TCLab prevede una struttura di 11.000 metri quadrati di cui 7.500 adibiti esclusivamente a laboratori di ricerca. Ospiterà un centinaio di ricercatori del Gruppo Italcementi. ITCLab vuole essere un punto di riferimento per l’architettura sostenibile in Europa. Il team di progettazione è impegnato in un processo con cui massimizzare la prestazione ambientale e il ritorno economico. L’obiettivo è la “Leadership in Energy and Environmental Design” (LEED), la più importante e rigorosa certificazione americana in materia energetica e ambientale che analizza sei differenti parametri qualitativi: sostenibilità dell’insediamento, consumo efficiente di acqua, consumo efficiente di energia e contenimento delle emissioni in atmosfera, impiego di materiali e consumo di risorse, qualità degli ambienti indoor, principi di progettazione e innovazione. A livello europeo, in collaborazione con il Politecnico di Milano, il progetto concorre a diventare “partner” del programma della Commissione europea “Green Building” che riconosce l’efficienza energetica e l’introduzione di fonti rinnovabili per l’approvvigionamento energetico. L’edificio sarà realizzato in cemento bianco TX Aria® a base di TX Active®, il principio fotocatalitico brevettato da Italcementi, già utilizzato da Meier per la Chiesa “Dives in Misericordia”. TX Active® consente ai manufatti di preservare le caratteristiche estetiche delle superfici e contribuisce a un abbattimento significativo delle sostanze inquinanti. La copertura avrà pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica, pannelli solari per l’impianto di riscaldamento e aria condizionata, con lo scopo di ridurre il consumo delle energie tradizionali e quindi l’emissione di CO2 in atmosfera. Un ulteriore contributo energetico sarà dato dall’impianto geotermico che sfrutta il calore accumulato nel suolo e nel sottosuolo.

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TCLab is to be an 11,000 square meter facility, of which 7,500 square meters will house research laboratories. It will be staffed by about one hundred researchers from the Italcementi Group. ITCLab is intended as a benchmark for sustainable architecture in Europe. The design team is working on a process designed to maximize eco-friendliness and business returns, with a view to achieving “Leadership in Energy and Environmental Design” (LEED) certification, the top standard in the USA for measuring building sustainability. The LEED rating system awards credits in respect of six quality parameters: sustainable sites, water efficiency, energy & atmosphere, materials & resources, indoor environment, design & innovation process. At European level, the project in conjunction with Milan Polytechnic is a candidate to be a “partner” on the European Commission’s Green Building program recognizing energy efficiency and use of renewable energy sources. The new laboratory will be constructed in TX Aria® white cement based on TX Active®, a photocatalytic formulation patented by Italcementi and used previously by Meier for the “Dives in Misericordia” Church. TX Active ® conserves the aesthetic features of surfaces and helps reduce pollutants. The roof will be fitted with photovoltaic panels for power generation and solar panels for the heating and air-conditioning systems, to cut consumption of conventional energy sources and reduce CO2 emissions into the air. A further contribution to energy efficiency will come from a geothermal pump system exploiting heat stored in the soil and subsoil.


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Il logo e alcune immagini di come sarà realizzato il nuovo complesso, costruito impiegando cemento bianco TX Aria® a base di TX Active®. The logo and pictures of the design of the new complex built out of TX Aria® white cement made from TX Active®.


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TX Active®: la risposta attiva di Italcementi all’inquinamento TX Active®: Italcementi’s active response to pollution

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TX Active®: la risposta attiva di Italcementi all’inquinamento TX Active®: Italcementi’s active response to pollution Italcementi Group: ricavi 2005 a 5 miliardi di euro (+10,4%) Italcementi Group: revenues up 10.4% to €5bn in 2005 Italia-Egitto: una partnership d’eccellenza Italy-Egypt: a Partnership of Excellence Lawrence Carroll: un poeta che dipinge il sociale Lawrence Carroll: a poet who paints social issues

LUCE LIGHT

anni di ricerca e sperimentazione; un investimento complessivo di circa 10 milioni di euro; nove brevetti depositati. Questi i numeri che hanno supportato il percorso di TX Active®: la nuova sfida di Italcementi Group che con questo prodotto sottolinea il proprio impegno nel campo dello sviluppo sostenibile. “Abbiamo puntato su ricerca e innovazione perché, per un gruppo come il nostro, rappresentano garanzia di sviluppo e competitività a livello globale. Si sottolinea spesso che il fare innovazione sia un imperativo per lo sviluppo di un paese, e oggi mi fa piacere sottolineare che questo risultato è frutto della ricerca italiana”. Così il consigliere delegato di Italcementi, Carlo Pesenti, ha presentato l’avvio della produzione e commercializzazione su scala industriale dei prodotti cementizi fotocatalitici realizzati con il principio attivo TX Active®. TX Active® è un principio attivo fotocatalitico per prodotti cementizi in grado di abbattere gli inquinanti organici e inorganici presenti nell’aria la cui efficacia è stata testata e certificata da importanti centri di ricerca indipendenti (CNR–Consiglio Nazionale delle Ricerche, ARPA–Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, Centro Ricerche di Ispra). In presenza di aria e luce si attiva un forte processo naturale di ossidazione che porta alla decomposizione di sostanze organiche e inorganiche inquinanti presenti in città come ossidi e biossidi d’azoto, biossidi di zolfo, monossido di carbonio. La reazione fotocatalitica – battezzata con il termine di “fotocatalisi urbana” – che avviene sulla superficie del materiale trattato con TX Active® trasforma questi inquinanti in sali innocui per l’ambiente e la salute. Prove di laboratorio hanno mostrato che è sufficiente un irraggiamento di soli 3 minuti per ottenere una riduzione degli agenti inquinanti fino al 75%.

Inquinanti organici Organic pollutants

Inquinanti inorganici Inorganic pollutants

La piena efficacia delle applicazioni di prodotti TX Active® si manifesta negli interventi su larga scala, dove la maggiore superficie esposta agli inquinanti e alla luce può restituire i migliori risultati in termini di riduzione degli agenti nocivi alla salute. In questo senso interventi su pavimentazioni o su rivestimenti murali in zone urbane sottoposte ad alto traffico sono i principali esempi di applicazione. Ma il principio attivo di TX Active® può essere anche utilizzato, grazie alla sua capacità “autopulente”, per la preservazione e conservazione dell’aspetto estetico di opere architettoniche di pregio. Opere di grande valore artistico sono già state realizzate con prodotti TX Active®, tra queste: la chiesa Dives in Misericordia di Roma, la nuova sede di Air France all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, la Cité de la Musique et des Beaux-Arts a Chambéry, l’Hôtel de Police a Bordeaux, mentre è di prossima realizzazione il residence Saint John’s Court Monte Carlo Bay nel Principato di Monaco. “L’impegno per lo sviluppo sostenibile che caratterizza l’attività di Italcementi Group – ha spiegato Pesenti – non si ferma alle nostre politiche di gestione industriale. Alla produzione di cementi sempre più performanti sotto l’aspetto strutturale, si affiancano ora speciali prodotti cementizi destinati a dare una risposta concreta e industrializzata al problema dell’inquinamento delle città. Crediamo che la mission di un grande gruppo industriale sia anche quella di dare risposte alle necessità di miglioramento della qualità della vita per noi tutti. Con questo prodotto riteniamo di poter fornire una soluzione attiva almeno a una parte di quei problemi che quotidianamente vengono evidenziati dalla qualità dell’aria nelle nostre città. Offriamo così alle Pubbliche Amministrazioni e agli altri committenti la possibilità di effettuare scelte di interventi strutturati, duraturi e mirati nei programmi per combattere l’inquinamento”. Nel corso del 2005 è stata completata la fase di sperimentazione e test con applicazioni in opera e si è curata l’attività di consolidamento dei rapporti di partnership con i principali operatori dei vari settori merceologici (pitture, intonaci, manufatti prefabbricati); questa scelta ha permesso di vendere circa 1.000

tonnellate di prodotto che poi sono state trasformate in materiali fotocatalitici utilizzati in diverse località in Italia e all’estero. Nel 2006 è previsto un significativo aumento della produzione con l’obiettivo di quintuplicarne le vendite dal 2005 al 2010. Per quanto riguarda il costo di applicazione del cemento fotocatalitico bisogna precisare che ciò che si trova sul mercato è il prodotto finito, cioè la pittura, l’intonaco o il manufatto. Per cui, considerato che la porzione che interagisce con l’atmosfera è la sola superficie, il principio fotocatalitico non viene impiegato in applicazioni strutturali, ma solo laddove sia possibile mantenere spessori modesti, si parla di centimetri fino a pochi millimetri. Se quindi il costo dei cementi Italcementi contenenti TX Active® si aggira attorno a 1 euro al chilo, il numero significativo è il costo a metro quadrato di superficie fotocatalitica. E l’incidenza è veramente bassa, come può evidenziare qualche esempio: per trasformare la facciata di un palazzo di 5 piani in una superficie fotocatalitica basta aggiungere al costo di una pittura o di un intonaco tradizionale la somma di circa 100 euro. Una pavimentazione in masselli fotocatalitici costa in media dal 10% al 20% in più di una pavimentazione tradizionale messa in opera. ■ ■ ■ ■ ■ ■

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years of research and testing, a total investment of about €10m, nine deposited patents. These are the key figures that have contributed to the development of TX Active®: the new challenge for Italcementi Group in the field of sustainable development. “The reason we back research and innovation is that, for a group such as ours, it ensures development and the ability to be competitive on a global scale. It is often stressed that innovation is essential for a country’s development, and today I am delighted to underline the fact that this outcome is the result of Italian research.” With these words Carlo Pesenti, Italcementi CEO, presented the launch of the industrial scale production and marketing of photocatalytic cement products manufactured with the TX Active® principle. TX Active® is a photocatalytic principle for cement products which can reduce organic and inorganic pollutants present in the air. Its effectiveness has been thoroughly tested and certified by important independent research centers—the National Research Council (CNR), the Regional Agency for Environmental Protection (ARPA), and the European Commission Joint Research Center (JRC) in Ispra.


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A natural process of oxidization is created in the presence of air and light, which leads to the decomposition of organic and inorganic substances present in the city such as, for example, nitric oxides and dioxides, sulfur dioxides, carbon monoxide. The photocatalytic reaction—named “urban photocatalysis”—that occurs on the surface of the material treated with TX Active® transforms these pollutants into salts that have no impact on the environment and health. Laboratory tests have shown that just 3 minutes of exposure to the sun is sufficient to obtain a reduction in polluting agents of up to 75%. The most effective use of products made with TX Active® is evident in large-scale works, where the greater surface area exposed to pollutants and light can provide the best return in terms of the reduction in harmful agents. Therefore, work on road and wall surfaces in urban areas subject to high traffic flow constitute the main applications of use. The TX Active® principle—thanks to its “self-cleaning” effect—can also contribute to the maintenance and preservation of highly aesthetical architectural works. Outstanding buildings of great artistic value have already been constructed with

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performance from a structural viewpoint, we are entering a new sector—that of special cement products aimed at providing a genuine industrialized solution to the problem of pollution in cities. We believe that La Cité de la Musique et des Beaux-Arts a Chambéry in Francia. the mission of a The Cité de la Musique et des Beaux-Arts in Chambéry, France. major industrial group must also TX Active® products, such as the include meeting the need to improve Dives in Misericordia church in Rome, the quality of life for all of us. With this the new headquarters of Air France at product we feel we can provide a Charles de Gaulle airport in Paris, the proactive solution for at least one of Cité de la Musique et des Beaux-Arts those problems that are everyday in Chambéry and the Hôtel de Police in emphasized by the air quality of our Bordeaux. Furthermore, various other cities. Thus we offer the major projects, like the Saint John’s public sector and other principals the Court Monte Carlo Bay residence possibility of opting for structured, in the Principality of Monaco, long-lasting, and targeted solutions are currently under way. as part of their programs to fight “The commitment to sustainable pollution.” development, which is a feature of the During 2005 the experimentation and operations of the Italcementi Group— testing stage was completed with explained Mr. Pesenti—does not end on-site applications and efforts were with our industrial management concentrated on consolidating policies. Alongside the production of partnership arrangements with leading cement, which is of increasingly high operators in the various sectors

Italcementi Group: ricavi 2005 a 5 miliardi di euro (+10,4%) Italcementi Group: revenues up 10.4% to €5bn in 2005

L’

avvenimento sicuramente più significativo dell’esercizio 2005 per Italcementi Group è stato l’ampliamento delle attività in Egitto, con il consolidamento integrale di Suez Cement e di Asec Cement. Nel marzo 2005 Italcementi Group, in collaborazione con investitori locali e internazionali, ha infatti incrementato la propria partecipazione in Suez Cement Company raggiungendone il controllo con un investimento complessivo, a partire dal 2001, di 454 milioni di euro. Nel mese di agosto, poi, attraverso Suez Cement, è stata perfezionata l’acquisizione della società Asec Cement Company, quinto produttore egiziano e secondo esportatore di cemento del paese con un investimento di circa 491 milioni di euro. Suez Cement Company, con le sue controllate, è oggi il principale operatore egiziano nel settore del cemento con una quota di mercato di oltre il 30% nel cemento grigio e del 50% nel cemento bianco; opera attraverso cinque siti industriali (Suez, Kattameya, Tourah, Helwan e El Minya) con una capacità produttiva annua vicina a 12 milioni di tonnellate di clinker. L’allargamento della presenza internazionale di Italcementi Group alle attività egiziane, il contributo degli altri paesi mediterranei, in particolare della Turchia, nonché il miglioramento

sia nelle componenti finanziarie sia in quelle fiscali hanno consentito una crescita dei risultati d’esercizio. Nel 2005 il Gruppo ha registrato un significativo incremento dei volumi venduti nel settore cemento (+17%), un miglioramento dell’attività nel settore calcestruzzo (+0,7%) e una contrazione dei volumi nel settore inerti (-5,1%). I ricavi consolidati sono stati pari a 4.999,6 milioni di euro, in crescita del 10,4% rispetto al 2004. In particolare l’evoluzione dell’attività ha comportato un incremento del 4,3%, la variazione dell’area di consolidamento del 5,3% mentre l’effetto cambi ha avuto un impatto più limitato (+0,8%). I ricavi – disaggregati per area geografica – hanno registrato una forte crescita in tutte le zone in cui opera il Gruppo, ad eccezione dell’Unione europea dove l’incremento si è limitato allo 0,6% per la flessione, leggera, registrata in Italia e, più marcata, in Grecia. Particolarmente positivo l’apporto dei paesi emergenti che hanno permesso proficue performances nell’area del Mediterraneo (+84%, con un significativo effetto perimetro) e in Asia (+11,1%). Anche in Nord America i ricavi hanno segnato un netto miglioramento (+8,9%). Il margine operativo lordo corrente, pari a 1.152,7 milioni di euro, e il margine operativo lordo, pari

a 1.136,6 milioni di euro, in crescita rispettivamente del 5,7% e del 3,7% rispetto al 2004, hanno beneficiato in modo significativo del consolidamento delle attività in Egitto che hanno più che compensato il deciso calo dell’Italia dove i margini sono stati condizionati dall’aggravio dei costi operativi e dal negativo effetto volumi e prezzi di vendita. Il risultato operativo, dopo oneri non ricorrenti per programmi di riorganizzazione e ammortamenti in crescita per l’integrazione delle società egiziane, si è attestato a 765,8 milioni, con un calo del 2,9% rispetto al precedente esercizio. L’utile netto totale, che ha beneficiato della riduzione degli oneri finanziari netti e degli oneri fiscali, ha raggiunto 540,6 milioni di euro, con un progresso del 16,2%. L’utile attribuibile al Gruppo, dopo un utile di terzi pari a 149,4 milioni, è stato di 391,2 milioni, in crescita dell’11,5%. Il 2005 è stato un anno caratterizzato da forti investimenti finanziari e industriali destinati al rafforzamento della struttura del Gruppo. Gli investimenti in immobilizzazioni materiali, pari a 452,7 milioni (303,8 milioni nel 2004) sono stati finalizzati al potenziamento e alla razionalizzazione della struttura industriale in Unione europea (in particolare Italia, Francia e Spagna), Nord America e Egitto. Gli investimenti

(paint, plaster, prefab materials). This choice enabled the sale of approximately 1,000 metric tons of the product, which was then transformed into photocatalytic material used in various locations in Italy and abroad. In 2006, a significant increase in production is planned aimed at multiplying sales by five by 2010. As regards the cost of application of photocatalytic cement, it must be stated that what reaches the market is the finished product, i.e. the paint, the plaster, or the manufactured block. Therefore, given that only the surface interacts with the atmosphere, the photocatalytic principle is not used in structural applications, but only where it is possible to maintain limited thicknesses, say from a few centimeters to a few millimeters. The cost of Italcementi cement containing TX Active® is around €1 per kilo; however, the important figure is the cost per square meter of the photocatalytic surface. Therefore the cost is remarkably low, as can be seen from a few examples: to transform the facade of a 5-story block into a photocatalytic surface, it is enough to add around €100 to the cost of a traditional paint or plaster. Paving in photocatalytic blocks costs on average between 10-20% more than traditional paving.

in immobilizzazioni finanziarie, pari a 744,9 milioni (58,1 milioni), hanno principalmente riguardato le acquisizioni effettuate in Egitto (Suez Cement Company e Asec Cement), in Italia e l’acquisto di azioni Ciments Français per 53,6 milioni. Con quest’ultimo investimento la quota detenuta indirettamente da Italcementi S.p.A.in Ciments Français è salita al 75,76% dal 74,51% di fine 2004. Per quanto riguarda l’esercizio in corso, nonostante il rischio di nuove tensioni sui prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici, che potrebbero tradursi in ulteriori aggravi dei costi operativi e logistici, diverse circostanze favorevoli, come il miglioramento dei prezzi di vendita atteso in Italia, negli Stati Uniti e in altri paesi, nonché la prevedibile crescita del contributo dei paesi emergenti, compresi gli effetti del consolidamento sull’intero esercizio 2006 delle attività egiziane, dovrebbero consentire un miglioramento del risultato operativo del Gruppo, a meno di eventi ad oggi non prevedibili. ■ ■ ■ ■ ■ ■

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he most significant item of Italcementi Group’s 2005 financial year was undoubtedly the enlargement of operations in Egypt with the line-by-line consolidation of operations at Suez Cement and at Asec Cement. In March 2005, in coordination with local and international investors, the Italcementi Group increased its holding in Suez Cement Company thus taking control of the company with a total outlay, since 2001, of €454m. Subsequently, in August, through Suez Cement, the Group acquired the Asec Cement Company,

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Egypt’s fifth-largest cement producer and second-largest exporter, for an investment of about €491m. Suez Cement Company, together with its subsidiaries, is Egypt’s current leading cement player, with a market share of more than 30% in gray cement and 50% in white cement; the company has five manufacturing facilities (Suez, Kattameya, Tourah, Helwan and El Minya) and an annual clinker production capacity of close on 12 million metric tons. The expansion of Italcementi Group’s international operations to include Egypt, the contribution of other Mediterranean countries (primarily Turkey), and the improvement in financial and tax items enabled the Group to report growth for the year. During 2005 the Group reported a significant increase in sales volumes in the cement business (+17%), an improvement in the ready mixed concrete business (+0.7%) and a slowdown in aggregates (-5.1%). Consolidated revenues equaled €4,999.6m, up 10.4% from 2004.

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In particular, this improvement related to business operations for 4.3% and to the change in the consolidation area for 5.3%, while the exchange rate effect had a more limited impact (+0.8%). Revenue, split by geographical region, registered significant growth in all regions except the European Union, where this was limited to 0.6% due to a slight slowdown in Italy and a stronger downturn in Greece. The Emerging Nations made a particularly positive contribution, producing lively performances in the Mediterranean Rim (+84%, with the change in the consolidation area playing a significant role) and in Asia (+11.1%). Revenues in North America also showed strong improvement (+8.9%). Current gross operating profit, at €1,152.7m, and gross operating profit, at €1,136.6m, grew by 5.7% and 3.7% respectively from 2004, benefiting significantly from the consolidation of operations in Egypt, which more than made up for the sharp fall in Italy (where margins were

affected by higher operating costs and negative sales volumes and sales prices). Operating profit, after non-recurring charges relating to re-organization measures and higher amortization and depreciation connected with the inclusion of the Egyptian companies, stood at €765.8m, down 2.9% from the previous year. Net profit before minority interest, which benefited from the decrease in net finance costs and income tax expenses, gained 16.2%, reaching €540.6m. Group net profit, after minority interest of €149.4m, equaled €391.2m, registering an improvement of 11.5%. During 2005, Italcementi invested heavily in industrial and financial fixed assets to strengthen the Group structure. Investments in tangible fixed assets totaled €452.7m (€303.8m in 2004) and were designed to strengthen and rationalize industrial operations in the European Union (specifically Italy, France and Spain), North America and Egypt. Investments

Italia-Egitto: una partnership d’eccellenza Italy-Egypt: a Partnership of Excellence

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Egitto e l’Italia mantengono da sempre relazioni commerciali ed economiche ben salde rafforzate da una vicinanza che non è solo geografica ma anche di cultura e costumi. I rapporti economici e commerciali tra i due paesi, intensificatisi negli ultimi anni, sono stati sanciti ufficialmente lo scorso gennaio con la costituzione del Business Council Italo-Egiziano con una cerimonia alla presenza dell’allora ministro italiano per le Attività Produttive, Claudio Scajola, e il ministro dell’Industria e del Commercio egiziano, Mohamed Rachid, accompagnati dalle rispettive delegazioni. L’organizzazione, no profit, avrà l’obiettivo principale di agevolare, ampliare e potenziare la collaborazione già esistente tra Italia e Egitto e incrementarne l’interscambio economico. Il Business Council, che si terrà almeno due volte l’anno, alternativamente in Italia e Egitto, sarà presieduto da due

rappresentanti dei settori commerciali italiano e egiziano nominati dal Board del Business Council. Per il biennio 2006-2007 sono stati nominati co-presidenti il consigliere delegato di Italcementi, Carlo Pesenti, e il presidente di Orascom Telecom, Naguib Sawiris, che attraverso Weather Investment Fund ha di recente acquisito l’italiana Wind: rispettivamente il maggiore investitore italiano in Egitto e il più importante investitore egiziano in Italia. L’Italia è il principale paese di sbocco per le esportazioni egiziane – circa il 13% del totale – rappresentate per circa il 50% da petrolio, gas e prodotti omogenei. Le esportazioni italiane verso l’Egitto – pari al 7% delle importazioni egiziane totali – sono costituite principalmente da beni strumentali, in particolare macchinari e altri investimenti in capitale fisso. “Nei rapporti tra l’Italia e l’Egitto – ha dichiarato Carlo Pesenti – l’area in cui esistono molte possibilità di miglioramento è quella degli investimenti. Solo una quota molto piccola dei circa due miliardi e mezzo di dollari di investimenti stranieri diretti in Egitto origina infatti dall’Italia, situazione che segnala una significativa sproporzione rispetto agli scambi commerciali. Esistono opportunità per nuove iniziative non solo nel I due co-presidenti del Business Council Italo-Egiziano. Da sinistra: il consigliere delegato di Italcementi, Carlo Pesenti, settore immobiliare e in e il presidente di Orascom Telecom, Naguib Sawiris. quello del turismo, ma The two Co-Chairmen of the Italian-Egyptian Business Council. anche nell’industria, From left, Carlo Pesenti, Italcementi Group CEO, nelle utilities e in molti and Naguib Sawiris, Chairman of Orascom Telecom.

servizi finanziari, dove le imprese italiane potrebbero agire in modo molto più significativo. Le prospettive sono favorevoli. Il Gruppo Italcementi, certo delle potenzialità del paese, è presente in Egitto dal 2001. Nel 2005, con l’acquisizione della maggioranza di Suez Cement e di Asec Cement, il Gruppo è diventato il maggiore operatore del settore del cemento nel paese. Questo importante investimento è stato realizzato grazie anche alle istituzioni italiane ed egiziane che, nell’occasione, hanno dimostrato una elevata sensibilità e un grande rispetto delle regole del mercato. È proprio in questa direzione che dovrà essere orientato lo sviluppo del Business Council Italo-Egiziano”. ■ ■ ■ ■ ■ ■

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gypt and Italy have always maintained strong commercial and economic ties, strengthened by a proximity that is not only geographical but also one of cultural and customs. The economic and commercial relationships between the two countries, which have improved remarkably over recent years, were formally ratified last January, with the inaugural ceremony of the Italian–Egyptian Business Council in the presence of the then Italian Minister for Production Activities, Claudio Scajola, and the Egyptian Minister for Trade and Industry, Mohamed Rachid, along with their respective delegations. The Business Council is a non-profit organization formed to facilitate, broaden and strengthen the existing co-operation between Italy and Egypt and to enhance

in financial fixed assets amounted to €744.9m (€58.1m) and related largely to the acquisitions in Egypt (Suez Cement Company and Asec Cement), in Italy, and the purchase of Ciments Français shares for €53.6m. The French stock purchases raised the Italcementi S.p.A. indirect stake in Ciments Français from 74.51% at the end of 2004 to 75.76%. As far as the outlook for the current year is concerned, despite the risk of renewed pressure on the prices of raw materials and energy products, which could lead to further increases in operating expenses and logistic costs, a number of favorable trends are expected: an improvement in sales prices in Italy, the USA and other countries, as well as a higher contribution from the Emerging Countries, due in part to the effect of consolidation of operations in Egypt over the entire year. Consequently, subject to currently unforeseeable events, the Group expects to report an improvement in 2006 operating profit.

import/export opportunities. The Business Council will be held at least twice a year, alternatively in Italy and Egypt, and will be chaired by two representatives of the Italian and Egyptian business sectors appointed by the Business Council Board. Carlo Pesenti, Italcementi Group CEO, and Naguib Sawiris, Chairman of Orascom Telecom and new owner of the Italian company Wind through the Weather Investment Fund—respectively the major Italian investor in Egypt and the most important Egyptian investor in Italy—have accepted to co-chair the Business Council for the first two years, 2006 and 2007. Italy is the main destination of Egyptian exports—absorbing roughly 13% of the total—which are made up for approximately one half of oil, gas and related products. On the other hand, Italian exports toward Egypt— accounting for 7% of total Egyptian imports—are mainly composed of capital goods, particularly machinery and other investment equipment. “In relations between Italy and Egypt— Carlo Pesenti stated—the area where there is much room for improvement is in investment flows. Only a negligible share of the roughly US$2.5bn of foreign direct investments in Egypt stems from Italy, a situation that signals a gigantic disproportion compared to trade flows. There is scope for new initiatives, not only in real estate and tourism, but also in the industrial field, in the utilities and in many financial services, where Italian firms could perform much more brilliantly than in the past. The outlook is promising. The Italcementi Group believes in the potential of Egypt and has been operating there since 2001. In 2005, the Group purchased a majority stake in Suez Cement and Asec Cement, becoming the largest player in Egypt’s cement industry. This major investment was made possible thanks also to Italian and Egyptian institutions, which displayed a great sensitivity to and respect for market rules. This is the direction that should be followed by the Italian-Egyptian Business Council.”


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arcVision 15 news

17-07-2006

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Lawrence Carroll: un poeta che dipinge il sociale Lawrence Carroll: a poet who paints social issues

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a oltre vent’anni Lawrence Carroll racconta il sociale. E lo fa con rigore e discrezione. Con la sensibilità e la leggerezza di un poeta. Senza mai concedere nulla alla spettacolarità e al facile consenso. Le sue opere rappresentano in maniera cruda ed essenziale la drammaticità dell’esistenza umana in tutti i suoi ambienti e nelle sue molteplici espressioni: dai quartieri “alti” e lussuosi delle grandi metropoli fino ai ghetti e alle periferie degradate, popolate di emarginati, di diseredati. L’artista raccoglie materiali abbandonati nelle discariche, lungo le strade, e li assembla in modo approssimativo, ricoprendoli con tele dipinte dai colori tenui, mai aggressivi. Per Carroll usare materiali già utilizzati e abbandonati significa farli rinascere, dar loro nuova vita, sottrarli alla corruzione e all’incuria del tempo. Un oggetto, sottratto al proprio destino e re-interpretato dall’artista, diventa così simbolo di riscatto, di rinascita.

Le sue opere, anche quelle di grande dimensione – e alcune sono veramente grandi – rispecchiano l’umanità dell’artista e non sono mai intimidatorie. I materiali usati sono già stati adoperati per qualche altro scopo e le tracce di quest’impiego rimangono visibili: mantengono la memoria della propria storia. Poi il lento e accurato lavoro dell’artista li trasforma in opere che vivono di vita propria, senza perdere però il senso della loro vita precedente. La pittura, sommessa ma calda, rispetta la colorazione originale, enfatizza le forme e caratterizza i lavori di Carroll rendendoli immediatamente riconoscibili. Una nuova pelle di cera, infine, permette alle precedenti vicissitudini del legno e della tela di trasparire. In occasione di una recente mostra antologica organizzata dal FAI–Fondo per l’Ambiente Italiano a Villa Panza, a Varese, curata da Angela Vettese, dal significativo titolo Pitture attorno al bianco, la nota critica d’arte evidenziava come Carroll dispieghi nelle sue opere, in apparenza così semplici, una vasta capacità manuale: i teli di cui si serve risultano cuciti e aggiustati come accadeva una volta con le vecchie lenzuola che accompagnavano un’esistenza intera. Coperti di pigmento in strati densi, questi teli ricordano anche l’intonaco e le forme dell’abitare, soprattutto nel caso di interni che contengano stratificazioni di memoria. I quadri assumono dunque una estrema raffinatezza formale, contemperando una riflessione esistenziale con la

ricerca specifica sul linguaggio della pittura ai giorni nostri. Il bisogno di verità e di purezza si scontra sempre, nell’operato di Carroll, con la coscienza del nostro stato transitorio, segnato dal tempo, dal nostro stesso invecchiare insieme alle cose che ci circondano. Le sue ultime opere, create a Venezia e influenzate dalla speciale atmosfera della città, accolgono spesso colori come il giallo, l’ocra, il rosato. Tali spostamenti dal bianco – sottolineava Angela Vettese – vanno assunti come riflessioni sui diversi caratteri che assume la luce bianca. Per lo stesso motivo, l’ultima produzione mostra spesso caratteri più fortemente tridimensionali che in passato, sempre portando in sé la dialettica tra uno stato di solidità e uno di precarietà. All’opera di Lawrence Carroll è stata accostata la Deposizione di Sant’Andrea Apostolo attribuita recentemente a Luca Giordano da Valentina Maderna della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Antropologico di Milano. Uno splendido quadro inedito

del celebre pittore napoletano del XVII secolo. Il tema dell’opera si incentra sulla deposizione dalla Croce di un uomo morto per la testimonianza della propria fede. Andrea segue il Cristo, sin dagli inizi della sua predicazione e, come lui, muore sulla Croce, attraversando la sofferenza, il dolore, l’umiliazione. I toni del quadro sono terrei, opachi, come se parlassero della disperazione della morte. Tuttavia, dare la vita per il Cristo significa testimoniare che la morte non si dischiude su di un baratro senza uscita, su di un cammino senza ritorno, ma alla resurrezione. La vita del credente si apre su di un orizzonte che non si esaurisce in un semplice “al di qua”. Il corpo di Sant’Andrea è deposto dalla Croce. Sta per essere sepolto, interrato, abbandonato nell’oscurità della notte. Tuttavia, non sarà dimenticato. Certo, è un corpo che dopo avere annunciato la vita dopo la morte si trova ora sul punto di essere gettato nella fossa, ma per rivivere, per rinascere accanto a Dio, nella memoria e nell’affetto dei

credenti che ne proseguiranno l’annuncio e la testimonianza. È un corpo deposto dalla Croce, ma che paradossalmente si rivolge al futuro. Proprio come i materiali usati da Carroll che con il “gesto” artistico del maestro tornano a nuova vita, a nuova speranza. La luce della West Coast californiana, protesa nella vastità dell’immenso, e i bagliori soffusi dei tramonti veneziani, sono la fonte d’ispirazione di Carroll, che si divide tra la California e la città lagunare, dove insegna alla Università Iuav. Ma un’indagine più approfondita ci trasporta in un viaggio dentro la sofferenza dei più deboli e sulla soglia dell’emarginazione. Quartieri americani dove la povertà, i drogati, i malati di mente, sopravvivono sul confine con l’abisso. Una vita durissima, da “vivere” e da raccontare con la giusta e dovuta discrezione e sensibilità. Carroll, con un forte senso di rispetto, affronta questa realtà e la traduce, con la voce dell’arte, in sentimenti e riflessioni. Vecchi generi come astrazione e figurazione non reggono più di fronte alle opere di Lawrence Carroll, uno di quegli artisti che attraverso i suoi lavori sta imponendo nuove categorie critiche. Di primo acchito Carroll – scrive di lui Maria Marinelli – sembrerebbe un artista astratto, ma allora perché ci troviamo davanti a una lampadina accesa, a un paio di scarpe, a oggetti concreti, tangibili? In realtà più che ai soggetti dobbiamo guardare al lavoro di Carroll come a un modo di vedere il mondo, un’attitudine. L’artista ci pone di fronte all’opera, con un atteggiamento che è un misto di emotività frenata e di pragmatica tranquillità. E questo diventa l’atteggiamento dello spettatore: oggetti che suscitano confidenza perché conservano il gesto dell’artista, le sue esigenze, il marchio del suo mondo introspettivo. Questo è il modo della percezione. Le opere di Carroll offrono una visione individuale, ma non individualistica perché nel momento stesso in cui le guardiamo capiamo che ci parlano di un uomo che in quel momento potrebbe essere ognuno di noi. Gli oggetti provengono dal quotidiano, ma al contrario di quanto accadeva con il Dadaismo, non vige più quell’atteggiamento corrosivo e ironico. Lo sguardo che l’artista getta sulle cose è semmai uno sguardo pieno di compassione, di pietà, e questa specie di sentimento empatico viene restituito da ogni opera con una compostezza e una composizione che esclude ogni sentimentalismo. Così una vecchia finestra su cui viene steso del colore a olio apre sì una visione sul mondo a Lawrence Carroll, ma è anche semplicemente una vecchia finestra. Il risultato è quindi una sintesi espressiva di concetto e oggetto che solo grazie agli strumenti dell’arte si può raggiungere. Lawrence Carroll nasce a Melbourne, in Australia, nel 1954. Vive e lavora a Los Angeles e a Venezia. Le sue opere fanno parte di importanti istituzioni pubbliche e collezioni private in tutto il mondo, come il Guggenheim Museum di New York, il Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles, il Museum of Fine Arts di Houston, il Museo de Bellas Artes di Caracas, il Municipal Museum of Contemporary Art di Tokyo, lo Städtisches Museum

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arcVision 15 news

17-07-2006

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Abteiberg di Mönchengladbach, la Städtische Kunsthalle di Mannheim, la Galerie der Stadt Stuttgart e la Collezione Giuseppe Panza di Biumo. Nel 2002 partecipa alla mostra Le stanze dell’arte allestita negli spazi del MART di Rovereto e nel 2003 espone il suo lavoro accanto a quello di Kounellis e di Cragg al Centro Cultural Pelaires di Mallorca, in Spagna. È stato uno dei protagonisti della mostra Visioni nella ex chiesa di Sant’Agostino a Bergamo curata da Anna Maria Maggi, realizzata nel 2004 con il contributo di Italcementi. Giuliano Papalini ■ ■ ■ ■ ■ ■

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or more than twenty years, Lawrence Carroll has been narrating social issues. Doing it methodically and with discretion, with the sensitivity and the delicacy of a poet. Never giving in to the spectacular or to simple consensus. His works represent the drama of human existence in all its settings and in its multiple expressions in a crude and essential manner: from the “upper-class” and luxurious quarters of the great metropolises to the ghettos and the decadent outskirts inhabited by the isolated and impoverished. The artist gathers abundant materials in landfills and along the roads, and he assembles them loosely before blanketing them with canvases painted with pastel colors, never aggressive ones. For Carroll, using materials that have already been used and abandoned means resuscitating them, giving them a new life, saving them from the corruption and ruin of time. An object, saved from its own destiny and re-interpreted by the artist, becomes a symbol of redemption, of rebirth. His works, even the larger ones—some of which are truly enormous—reflect the artist’s humanity and are never intimidating. The materials used have already been used for another purpose and the traces of this previous use are still visible: they maintain the memory of their own history. Then the slow and accurate labor of the artist transforms them into creations that live their own lives without ever losing the meaning of their original ones. The painting, understated but warm, respects the original coloration, emphasizes the forms, and in brief characterizes Carroll’s work, making it easily recognizable. Finally, a fresh wax skin allows the previous vicissitudes of the wood and the canvas to appear through. For the occasion of a recent anthological exhibit organized by the FAI–Fondo per l’Ambiente Italiano (The Italian Environment Fund) at Villa Panza in Varese, appropriately entitled Pitture attorno al bianco (Paintings around white), Angela Vettese, curator and well-known art critic, called attention to how Carroll demonstrates an enormous manual capacity in his works, which are ostensibly so simple: the canvases he uses are sewn and mended the same way old sheets

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once were, back when they were intended to last a lifetime. Coated in thick layers of color, these canvases recall the plaster walls and homey forms, above all in the case of interiors that contain a stratification of memory. The paintings therefore assume an extremely formal sophistication, an existential reflection with the specific study of the idiom of today’s painting. In Carroll’s works, the need for truth and purity always clashes with the consciousness of our own transitory state, marked by time, by our very own aging together with the things that surround us. His latest opus, created in Venice and influenced by the special atmosphere of that city, often combine colors like yellow, ochre, and pinks. These variations on a theme of white—emphasized Angela Vettese—should be perceived as reflections on the different characters that white light assumes. For the same reason, the most recent works often demonstrate characters that are more strongly three-dimensional than in the past, always incorporating the dialectics between the state of solidity and that of precariousness. This work by Lawrence Carroll has been compared to the Deposition of Saint Andrew the Apostle, which Valentina Maderna of the Milan Artistic and Anthropological Heritage Department (Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico e Antropologico di Milano) has recently attributed to Luca Giordano. This is a splendid, never-exhibited painting by the celebrated, 18th century Neapolitan painter. The theme of the work focuses on the deposition from the Cross of a man who died a witness to his own faith. Andrew follows Christ from the very beginnings of his preaching and, like him, dies on the Cross, suffering pain and humiliation. The tones of the painting are earthy and opaque, as if to express the desperation of death itself. However, giving his life for Christ means bearing witness that death does not lead to a bottomless abyss, or to a path of no return, but rather to resurrection. The life of the faithful opens onto a horizon that does not fade into a simple “here”. The body of Saint Andrew is deposed from the Cross. It is about to be buried, entombed, abandoned to the darkness of the night. However, he will not be forgotten. Of course he is a body that, after having announced life after death, is about to be tossed into a grave, yet he will relive—he will be reborn beside God in the memory and in the love of the faithful who will carry on his message and testimony. He is a body deposed from the Cross, yet a body that paradoxically moves into the future in the same way that the materials used by Carroll are given a new life full of renewed hope through the master’s artistic “gesture”. The lights of the Californian West Coast stretching into the vastness of the immense, together with the suffused lights of Venetian sunsets serve as sources of inspiration for Carroll, who spends his time between California and the city of lagoons, where he teaches at the IUAV University. Nevertheless, a deeper study invites us on a voyage inside the suffering of the weakest and on to the threshold of social exclusion: American

neighborhoods where poverty, drug addicts, and the mentally ill survive on the edge of the abyss. A desperately difficult life to be “lived” and to be narrated with the proper dose of discretion and sensitivity. Carroll, with a strong sense of respect, confronts this reality and translates it, with the voice of art, into feelings and meditative reflection. Older genres like abstraction and imaging can no longer contain the power of Lawrence Carroll’s works. He is one of those artists who forces critics to invent a new category for his work. At first glance—writes Maria Marinelli of Carroll—he would seem to be an abstract artist, but then why do we find ourselves in front of a lit light bulb, a pair of shoes, and other concrete, tangible objects? In reality, rather than looking at the subjects, we must look at the works of Carroll as a way of seeing the world, an attitude. The artist presents the work to us with an attitude that is a mixture of repressed emotion and pragmatic tranquility. This then becomes the attitude of the spectator: objects that inspire confidence because they hold the artist’s gesture, his needs—the trademark of his introspective world. This is the way to perceive it. The works of Carroll offer an individual but

not individualistic vision, because at the precise moment in which we look at them we understand that they speak to us of a man who, at that moment, could be any one of us. The objects come from our everyday experience, but the corrosive and ironic attitude associated with Dadaism no longer dominates. The artist views these things with compassion and pity, and this sort of empathy is restituted by each work with a composure and composition that excludes all sentimentalism. In this way an old window painted with oil colors offers a view onto the world of Lawrence Carroll, but it is also simply an old window. The result is therefore an expressive synthesis of concept and object that can be reached only through artistic means. Lawrence Carroll was born in Melbourne, Australia in 1954. He lives and works in Los Angeles and in Venice. His works are part of important public institutions and private collections throughout the world, like the Guggenheim Museum in New York, the Los Angeles Museum of Contemporary Art, the Museum of Fine Arts in Houston, the Museo de Bellas Artes in Caracas, the Municipal Museum of Contemporary Art in Tokyo, the Städtisches Museum Abteiberg of Mönchengladbach, the Städtische Kunsthalle in Mannheim, the Galerie der Stadt Stuttgart and the Giuseppe Panza’s collection of modern art in Biumo, Italy. In 2002 he participated in the Le stanze dell’arte (Art Rooms) show organized in the spaces of the MART in Rovereto and in 2003 exhibited his work alongside that of Kounellis and Cragg at the Centro Cultural Pelaires in Majorca, Spain. He was one of the protagonists of the Visioni (Visions) show in the ex-church of Sant’Agostino in Bergamo, organized by Anna Maria Maggi, held in 2004 with a contribution by Italcementi. Giuliano Papalini




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