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arcireport

settimanale a cura dell’Arci | anno XII | n. 11 | 27 marzo 2014 | www.arci.it | report @arci.it

La débacle di Hollande: un monito per tutta l’Europa La débacle: il titolo del famoso romanzo di Emile Zola del 1892 è la migliore definizione per l’esito dei socialisti nel primo turno delle elezioni amministrative francesi. Si è votato in 36mila comuni, con un’astensione record – altro dato su cui riflettere intensamente – prossima al 40%. Nessun sindaco socialista di una grande città è stato rieletto al primo turno. A Parigi la candidata socialista, Anne Hidalgo, non sfonda, anche se può sperare di farcela al secondo turno di domenica prossima contro la rappresentante dell’Ump di Sarkozy. A Marsiglia, dove i socialisti erano convinti di strappare la seconda città di Francia alla destra, arrivano al terzo posto, dietro il rappresentante del Fronte Nazionale di Marine Le Pen. Quest’ultimo, presentatosi in 597 comuni, è il vero vincitore delle elezioni. È arrivato in testa in 17 comuni con più di 10mila abitanti e ha conquistato un comune al primo colpo. Mai successo. Le proiezioni nazionali del voto amministrativo indicano che la sinistra è ormai minoranza: non arriva al 43% con il Front de Gauche, che da parte sua ha ottenuto un risultato modesto anche se non da buttare, superando il 10% in

308 comuni. Mentre i Verdi salvano la faccia con la loro ambigua tattica delle alleanze variabili, presentandosi di volta in volta da soli, o con il Ps, o con il Front de Gauche. Ma la destra e l’estrema destra sommate superano il 55%. I rapporti si sono rovesciati rispetto alle elezioni che videro la vittoria di Hollande. Né vi è da sperare che, come invece avvenne nelle elezioni presidenziali del 2002, dove si sbarrò la strada al padre della Le Pen votando Chirac, scatti il meccanismo del ‘fronte repubblicano’ contro i fascisti del Fn al secondo turno. I leader dell’Ump lo hanno escluso. Anzi da qualche parte si stanno organizzando proprio per mettersi d’accordo con l’estrema destra. In questo quadro il partito della Le Pen rischia di piazzarsi come primo partito alle elezioni europee del 25 maggio prossimo, dove può capitalizzare il rifiuto dell’austerità imposta dalla Ue e dell’euro stesso, con il tradizionale nazionalismo dei francesi. Resta quindi da chiedersi come mai in così poco tempo i socialisti di Francia abbiano dilapidato un invidiabile consenso, che aveva fatto persino sperare in un cambiamento generale del vento in

Europa. È chiaro che c’entrano poco le vicende da Novella 2000 del presidente francese. Conta molto di più il fatto che tutte le promesse fatte in campagna elettorale sono state disattese. Aveva detto che non avrebbe accettato il fiscal compact, ma l’ha ingurgitato in un baleno. Recentemente, con il cosiddetto Patto di responsabilità che concedeva fior di sgravi di contributi al padronato nella speranza di rilanciare un’economia asfittica, Hollande ha attuato una conversione verso i principi neoliberisti che ha stupito persino i fans di questa teoria. Nel contempo ha deluso le classi lavoratrici, come si vede anche nei dettagli dell’esito elettorale nelle zone operaie, come a Florange. Né è servito a restaurare il prestigio perduto l’attivismo di Hollande sul fronte bellico nel nord Africa. Anzi. Ancora una volta si dimostra che se la sinistra perde identità praticando politiche di destra, si scava la fossa. A Matteo Renzi dovrebbero fischiare le orecchie. Nello stesso tempo la lezione vale per l’Europa: l’austerity facilita la rinascita del fascismo e del nazionalismo più becero in tutte le sue possibili forme. Per batterlo abbiamo bisogno di un’altra Europa.


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arcireport n. 11 | 27 marzo 2014

pace&disarmo

‘Taglia le ali alle armi’: dite NO ai caccia F-35! Una lettera ufficiale al presidente del Consiglio Renzi e al Ministro della Difesa Pinotti, per chiedere un incontro, è stata inviata dalle organizzazioni promotrici della campagna Taglia le ali alle armi contro i cacciabombardieri F-35. Nella missiva si legge: «Considerata la rinnovata attenzione di questi giorni sulla questione e soprattutto le vostre dichiarazioni a Parlamento e stampa, avanziamo con questa nostra lettera la richiesta di un incontro in cui illustrare le nostre posizioni e considerazioni per una cancellazione del programma F-35». Una proposta che viene ufficializzata sulla base del fatto che «in questi anni la nostra Campagna ha diffuso dati, analisi, riflessioni per sostanziare la nostra richiesta di uscita dal progetto anche fornendo alla politica e all’opinione pubblica quegli elementi di dettaglio che non sempre le strutture operative della Difesa hanno reso esplicite adeguatamente e con trasparenza». Nella lettera viene ricordato come problematiche tecniche, di costo e di ritardi

relativi al JSF «hanno spinto persino l’Amministrazione USA del Presidente Obama a prevedere un taglio nel numero di cacciabombardieri per il budget Federale del prossimo anno fiscale». L’incontro, che la Campagna auspica avvenga in tempi brevi, potrebbe essere davvero l’occasione per il Governo di acquisire tutte quelle considerazioni e informazioni che sostanziano concretamente la posizione per un deciso NO al programma F-35. La richiesta avanzata dalla Campagna è quella di una sospensione immediata di qualsiasi nuovo acquisto legato al programma (non solo aerei ma pezzi di lunga produzione e supporti logistici) per arrivare ad un percorso formale di cancellazione della partecipazione italiana. Ricordando i punti di partenza del 2009 (nessun ascolto e conferma in toto del progetto) la Campagna Taglia le ali alle armi considera positivi i passi fatti in questi ultimi mesi, ma non si fermerà sino a quando non verrà decisa l’uscita

completa dal programma. Ricorda poi che quello del cacciabombardiere F-35 è solo l’esempio più esplicito e lampante delle problematiche e delle scelte sbagliate in merito alle spese militari nel nostro Paese. Le nostre reti ed associazioni ritengono che la vera difesa delle cittadine e dei cittadini italiani si realizzi con più sanità, più istruzione, più lavoro e non certo con più armi. Nell’ultimo rapporto presentato dalla Campagna, Caccia F-35 la verità oltre l’opacità, sono riassunti i ritardi, i problemi tecnici e i costi finora sostenuti dall’Italia su un programma di acquisto militare che ha molteplici risvolti. Non siamo di fronte ‘solo’ a una questione che riguarda i pacifisti: sono in gioco il modello di Difesa del nostro Paese e le sue politiche di spesa militare, ma più in generale l’impostazione strategica che guida le scelte economico-finanziarie del Governo e l’impiego delle risorse pubbliche in una fase di crisi economica e sociale drammatica che sta colpendo gran parte dei cittadini italiani.

25 aprile 2014: Pace e Disarmo vanno in scena all’Arena di Verona Meno trenta. Il 25 aprile l’anfiteatro veronese ospiterà la manifestazione Arena di Pace e Disarmo, che riunirà l’intero movimento pacifista e nonviolento, laico e religioso, della solidarietà e del volontariato, per una giornata di resistenza e liberazione. Ridurre le spese militari, investire nella prevenzione dei conflitti armati, costruire i corpi civili di pace, rilanciare il servizio civile, smilitarizzare i territori: saranno alcuni dei temi forti dell’evento, che vedrà, tra gli altri, la presenza di Alex Zanotelli, Lidia Menapace (partigiana e femminista), don Luigi Ciotti, Alice Mabota (leader pacifista del Mozambico), Gad Lerner, con molte testimonianze dirette delle iniziative nonviolente e campagne antimilitariste promosse dal variegato movimento per la pace in Italia e all’estero. Sarà anche una giornata di festa, con tanta musica proposta dagli artisti che hanno aderito: Simone Cristicchi, Grazia De Marchi, Vittorio De Scalzi, Farabrutto, Eugenio Finardi, Deborah Kooperman, Alessio Lega, Alessandro Mannarino, Nardo Trio,

Alberto Patrucco, Pippo Pollina, David Riondino e con la partecipazione delle ‘Bocche di rosa’. La manifestazione è promossa da un lungo elenco di reti, associazioni, fondazioni, media, centri studi ed organizzata dall’associazione Arena di Pace e Disarmo. Padre Venanzio Milani, della Fondazione Nigrizia, la descrive come «un racconto di ciò che si sta facendo per costruire la pace», e Mao Valpiana, direttore di Azione nonviolenta, aggiunge «metteremo in scena le proposte del movimento disarmista e nonviolento», mentre Michela Faccioli, del comitato organizzatore, conclude «sul prestigioso palco dell’Arena vedremo e sentiremo testimonianze, parole e musica che sapranno rappresentare le miriadi di azioni politiche, culturali, sociali che ogni giorno lavorano per la pace e contro la guerra». Venerdì 25 aprile, giornata della Liberazione dal nazi-fascismo, sarà celebrata dai pacifisti con lo slogan ‘La resistenza oggi si chiama nonviolenza, la liberazione oggi si chiama disarmo’. Si inizierà alle 12 in piazza Bra con

l’inaugurazione - che vedrà come testimonial Cecilia Strada – di mostre fotografiche e pittoriche, mentre la piazza si animerà di flash mob realizzati dagli studenti e dai giovani in servizio civile. Arriveranno le biciclettate ‘resistere-pedalare-resistere’ degli Amici della Bicicletta. I cancelli dell’Arena si apriranno alle 13 per prendere posto e allestire gli striscioni delle associazioni e i cartelli dei vari gruppi. Alle 14 inizierà lo spettacolo con alternanze di testimonianze, musica, letture, video; alle 18 verrà presentata la nuova campagna Disarmo e difesa civile non armata e nonviolenta e poi proseguirà la maratona musicale fino all’imbrunire. Una manifestazione-spettacolo, ad entrata gratuita, che vedrà la regia di Michelangelo Ricci, la direzione artistica di Enrico de Angelis, con la conduzione di Valeria Benatti e Antonio Silva. Molti i media partner. La diretta streaming sarà curata da LanuovaecologiaTV, e la diffusione radiofonica da Radio Popolare e Radio Articolo 1. www.arenapacedisarmo.org


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economia&lavoro

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Al via la campagna ‘New Deal for Europe’ Si è ufficialmente aperta la Campagna New Deal for Europe per un piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione. Il Trattato di Lisbona prevede che un milione di cittadini europei di almeno sette paesi dell’Unione possa presentare alla Commissione europea tramite un’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) una proposta di atto legislativo su questioni per le quali l’UE ha la competenza di legiferare. Si tratta di un importante istituto di democrazia partecipativa la cui attivazione può contribuire a riconquistare il consenso dei cittadini nei confronti del progetto europeo, nel momento in cui si elegge il nuovo Parlamento europeo e le tendenze populiste, nazionaliste ed euroscettiche stanno guadagnando terreno. I promotori sono convinti che sia giunto il momento di suscitare un forte movimento dal basso che chieda l’attivazione di un Piano europeo straordinario per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione. Considerati i limiti delle politiche di austerità finora sperimentate, questa

sembra essere la via maestra per uscire dalla crisi. Il Piano, che deve essere di almeno 350-400 miliardi di euro in tre anni, deve essere finanziato da nuove risorse proprie provenienti da: una tassa sulle transazioni finanziarie, per penalizzare la speculazione finanziaria (la Commissione ha calcolato che dovrebbe fruttare un gettito di almeno 30 miliardi all’anno); una carbon tax, per combattere i cambiamenti climatici e favorire la transizione verso le energie rinnovabili (che dovrebbe fruttare un gettito di almeno 50 miliardi all’anno); ed euro-obbligazioni, in particolare euro project bonds. I fondi messi a disposizione dall’UE per affrontare la disoccupazione sono del tutto insufficienti. È dunque necessario destinare nuove risorse a un fondo europeo per l’occupazione soprattutto dei giovani. La proposta di ICE è promossa da un ampio schieramento di forze politiche, economiche e sociali: Federalisti europei, Sindacati dei lavoratori, Organizzazioni della società civile, Sindaci di

importanti città, personalità del mondo della cultura. Si sono costituiti comitati nazionali promotori dell’ICE in Belgio, Francia, Grecia, Lussemburgo, Italia, Repubblica Ceca, Spagna, Ungheria. Sono in via di costituzione Comitati in altri paesi dell’Unione Europea. In Italia fanno parte del comitato: AcliFai, Aede, Aiccre, Altramente, Anci, Arci, Asege, Cesi, Cgil, Cife, Cime, Cisl, European Alternatives, Flare-Libera, Gfe, Laboratorio Politico per la Sinistra, Legambiente, Libertà e Giustizia, Mfe, Uil. Il Manifesto della Campagna è stato sottoscritto da intellettuali, esponenti politici e della società civile, giornalisti. Tra gli altri: Ulrich Beck, don Luigi Ciotti, Cohn Bendit, Giscard d’Estaing, Pascal Lamy, Romano Prodi, Salvatore Settis, Barbara Spinelli, Todorov. Per leggere il Manifesto: www.newdeal4europe.eu/download/ Manifesto_IT_03032014.pdf Il testo della scheda per la raccolta delle firme su carta in Italia può essere scaricato dal sito www.newdeal4europe.eu

Decreto sui contratti a termine: un obbrobrio da cancellare di Alfonso Gianni Fondazione Cercare Ancora

Diciamocelo con chiarezza: il nuovo decreto del governo sul lavoro (n.34 del 20 marzo) è un vero obbrobrio. Basta scorrere le sue principali norme per accorgersene e il fatto che venga promosso e difeso da un Ministro che arriva dalla Lega delle Cooperative dimostra solo l’omologazione alle logiche di sfruttamento cui è approdato il movimento cooperativo nel nostro paese. Il decreto agisce in particolare sui contratti a termine, lo strumento prediletto dal padronato per perpetuare il precariato. Lo fa peggiorando tutte le norme precedentemente in vigore, che già gridavano vendetta. Infatti non si distingue più tra primo contratto a termine e quelli successivi tra le stesse parti; nessuna causale è più richiesta, neppure quella finta per motivi organizzativi dell’impresa; la sequela di contratti a termine può durare fino a 36 mesi, che i datori di lavoro staranno ben attenti a non superare, altrimenti scatterebbe l’assunzione a tempo indeterminato. Viene stabilito un tetto per l’assunzione di lavoratori a termine: il 20% sul totale

degli addetti. Ma in primo luogo questo tetto è circa il doppio di quello previsto dai contratti collettivi e soprattutto non c’è un organo di controllo in grado di acclarare esattamente il rispetto di tale proporzione, che quindi può essere facilmente aggirata. Di fronte a simili meccanismi cade ogni foglia di fico. È evidente che il contratto a termine, se mai lo era stato, non serve più per ‘provare’ l’efficienza e l’affidabilità del lavoratore, ma semplicemente per tenerlo in una condizione di permanente ricatto, quindi di sottomissione psicologica e materiale. Tutto ciò contrasta persino con la normativa europea sui contratti a termine che risale al 1999, a suo tempo recepita dall’Italia in leggi che ora vengono stravolte. Infatti le norme europee chiedevano almeno l’esistenza di ragioni obiettivi per la stipula di un rapporto di lavoro a termine anziché a tempo indeterminato. Inoltre sono ravvisabili motivi di incostituzionalità, in particolare rispetto agli artt. 2 e 4 della nostra Costituzione, laddove si parla dei diritti fondamentali

di lavoratori, qui bellamente violati. Si apre quindi una reale possibilità di contrastare apertamente la trasformazione in legge di un simile decreto. Alcuni parlamentari del Pd hanno già annunciato il loro voto contrario in dissenso dal loro stesso partito. L’obiettivo deve essere quello di farlo ritirare. In subordine resta una azione emendativa tale da depotenziarne gli effetti più negativi. Poi rimane aperto il ricorso alla Magistratura, alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia europea. Nessuno strumento può essere trascurato per impedire che venga del tutto cancellato qualunque diritto al e del lavoro nel nostro paese, specialmente di fronte al fatto che oramai la grande maggioranza delle nuove assunzioni (poche peraltro) sono a termine e che questa misura si accanisce soprattutto sui giovani, ovvero sulle nuove energie che dovrebbero risollevare dalla crisi la nostra economia. Siamo di fronte a un atto miope e suicida da parte delle classi dirigenti, economiche e politiche del nostro paese.


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diritti

Per ridare dignità al sistema carcerario servono riforme, indulto e amnistia di Marco Solimano presidente Arci Livorno

Si avvicina la data del 28 maggio, scadenza entro cui lo Stato Italiano dovrà presentare alla Commissione Europea per i diritti dell’uomo, che nel gennaio 2013 aveva pesantemente sanzionato il nostro paese per «trattamenti inumani e degradanti» all’interno dei nostri istituti di pena, un piano strutturale che riaffermi all’interno delle nostre carceri legalità e diritti attraverso l’introduzione di misure concrete e verificabili che vadano verso il superamento dell’attuale inaccettabile sovraffollamento e riaprano spazi di socialità e progetto. L’ultimo timido decreto, cosiddetto svuota carceri, ha prodotto ben poco, anche se alcuni segnali di un certo interesse hanno cominciato a delinearsi. La recente sentenza della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’illeicità della legge Fini Giovanardi sulle droghe, una legge liberticida e carcerogena che ha prodotto vere devastazioni dal punto di vista culturale e giuridico, sta aprendo nuovi orizzonti. Ma soprattutto il pacchetto di misure che sarà prossimamente oggetto di discussione alla Camera dei Deputa-

ti potrà segnare una svolta decisiva all’interno del complesso sistema penitenziario. L’estensione delle misure alternative alla detenzione anche per detenuti non definitivi, l’introduzione della ‘messa in prova’, strumento mutuato dalla giustizia minorile, una diversa valutazione di circa un terzo dei detenuti oggi in carcere per i reati di detenzione di sostanze stupefacenti e di quanti potranno incorrere in questo reato, una nuova accezione e modulazione della carcerazione preventiva da non considerarsi come vera a propria anticipazione di pena ma come extrema ratio per reati di gravissimo allarme sociale, sono queste le misure che potranno produrre un significativo cambiamento del nostro sistema sanzionatorio. Interventi quali il risarcimento economico o lo sconto di pena per quanti sono stati vittime di questo sistema penitenziario, peraltro già smentiti dal Ministro di Giustizia, sembrano espedienti unicamente rivolti a contenere la pesantezza della condanna

della Corte Europea di Giustizia. Fra l’altro di difficilissima applicazione. Questo Paese ha bisogno di riforme strutturali che smantellino le cristallizzazioni di una costruzione legislativa che ha prodotto questa drammatica situazione e che ci consentano di riaprire una profonda riflessione sul senso della pena, di quale pena e nei confronti di chi. E di un provvedimento di indulto ed amnistia che accompagni questo processo riformatore, sicuramente mirato, ma unico strumento plausibile che possa concorrere al decongestionamento di una situazione oramai al collasso, consentendo il positivo avvio di un percorso di revisione e riforme oramai non più dilazionabile. Riforme accompagnate da indulto ed amnistia questa l’unica risposta possibile all’Europa ma soprattutto alle tantissime persone che in questi anni sono state vittime di una condizione indegna e lesiva di diritti fondamentali. La dimensione politica e parlamentare si assuma fino in fondo le responsabilità che le competono.

Chiamiamola tortura, una Campagna e una petizione di Antigone di Patrizio Gonnella presidente Antigone

Tra pochi mesi l’Onu dovrà valutare la tenuta dei diritti umani nel nostro Paese. L’ultima volta era accaduto nel 2009. In quella circostanza lo Human Rights Council ci aveva rivolto una serie di raccomandazioni, fra le quali quella di introdurre il delitto di tortura nel codice penale. Raccomandazioni non accolte dai governanti di allora. È questa una lacuna insopportabile per un sistema democratico. La Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 ci obbliga a farlo. Eppure la tortura in Italia non è reato nonostante essa sia un crimine contro l’umanità. Così è infatti definita dal diritto internazionale. Nel nostro paese puniamo più o meno tutto quello che ci capita sotto tiro. Abbiamo circa cinquemila norme penali che puniscono e proibiscono comportamenti di ogni tipo, ma non abbiamo il delitto di tortura nel nostro codice penale. Eppure la tortura esiste, eppure la tortura è praticata. Nessuna democrazia può ritenersi al sicuro. Per questo dobbiamo

tutti continuare incessantemente a lottare affinché il diritto italiano si adegui agli ordinamenti giuridici internazionali. Il Senato nei giorni scorsi ha approvato il disegno di legge diretto all’introduzione del crimine di tortura nel codice penale italiano. Adesso spetta alla Camera dover esaminare il testo. Il testo approvato a Palazzo Madama non ripropone fedelmente quello presente all’articolo 1 del Trattato Onu. La tortura non è configurata come un delitto proprio, ovvero un delitto che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale. Il legislatore l’ha qualificata come un delitto generico. L’autore può essere dunque chiunque. Nella discussione è stata data enfasi ad ambiti di applicazione (contesto mafioso o familiare) che non fanno parte però del campo giuridico internazionale tipico della tortura. Rispetto alla definizione internazionale di tortura manca inoltre il dolo specifico, ovvero non è previsto che le sofferenze prodotte siano finalizzate a scopi precisi. Va ricordato che la tortura

può essere giudiziaria o punitiva. Nel primo caso il fine del torturatore è quello di estorcere confessioni. Nel secondo caso umiliare la persona che subisce le violenze. Nel disegno di legge è prevista una circostanza aggravante specifica nel caso di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Per troppe volte in passato abbiamo visto una proposta di legge, più meno scritta bene, naufragare nel nulla. Le pressioni delle lobbies della sicurezza hanno prevalso. Per questo abbiamo deciso di ripartire con una campagna che abbiamo titolato Chiamiamola tortura. Per questo abbiamo deciso di chiedere il sostegno all’opinione pubblica attraverso una petizione on line e abbiamo deciso di farne una questione d’onore per il nostro Paese. Per questo ci appelliamo al Capo della Polizia affinchè si esprima a riguardo elevando le forze dell’ordine a forze di promozione dei diritti umani così recuperando un rapporto fiduciario con la cittadinanza.


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richiedentiasilo

Popoli in fuga, nel 2013 le domande di asilo nei paesi industrializzati sono aumentate del 28% Secondo un recentissimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nel 2013 nei 44 paesi industrializzati analizzati c’è stato un forte aumento delle domande di asilo, provocato principalmente dalla crisi in Siria. Secondo il documento Asylum Trends 2013, sono 612.700 le persone che hanno chiesto asilo in Nord America, Europa, Asia orientale e nel Pacifico lo scorso anno, la cifra annuale più alta rilevata dal 2001. Coerentemente con il cambiamento delle dinamiche internazionali, l’Afghanistan, che negli ultimi due anni era stato il principale paese di origine dei richiedenti asilo a livello mondiale, si assesta ora al terzo posto in termini di nuove richieste, alle spalle della Siria e della Federazione russa. Tra i primi dieci paesi di origine sei sono attualmente teatro di violenze o conflitti: Siria, Afghanistan, Eritrea, Somalia, Iraq e Pakistan. «A guardare questi numeri

appare chiaro come soprattutto la crisi in Siria stia interessando anche paesi e regioni del mondo lontane dal Medio Oriente - ha dichiarato l’Alto Commisario António Guterrres - questo fatto rende ancora più importante dare un sostegno adeguato ai rifugiati e alle comunità che li accolgono». Nel 2013, la regione che ha visto il più elevato aumento di richiedenti asilo è stata l’Europa, i cui 38 paesi hanno complessivamente ricevuto 484.600 richieste, segnando un aumento di un terzo rispetto al 2012. La Germania - con 109.600 istanze - è stato il paese con il maggior numero di nuove domande di asilo. Anche la Francia (60.100) e la Svezia (54.300) sono state tra i principali paesi di destinazione. Nel 2013 in Turchia, che è attualmente il paese europeo che ospita il maggior numero di rifugiati a causa della crisi in Siria (con una presenza di rifugiati siriani registrati di 640.889 unità, al 18 marzo

Chiamatela emergenza sbarchi Altrimenti non c’è copertura finanziaria! La gestione dell’ accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in Italia sembra un cane che si morde la coda. Il 2014 si era aperto con la pubblicazione – a fine gennaio – della graduatoria dei progetti Sprar per il triennio 2014/2016. Un bando che aveva previsto obbligatoriamente la preventiva disponibilità, da parte dei comuni titolari dei progetti, ad attivare dei posti aggiuntivi in caso ce ne fosse stato bisogno. Posti che si aggiungono a quelli del progetto ordinario, posti quindi la cui gestione è affidata a soggetti che sono stati valutati da una commissione ad hoc, posti ai quali è garantito il modello di accoglienza fatto di tutela e integrazione e di una permanenza minima di 6 mesi. Questi posti sono circa 7mila. Pronti per esser attivati. Ma il Ministero dell’Interno sostiene che non ci sia copertura. La copertura c’è solo se gli arrivi di questi ultimi mesi vengono denominati ‘emergenza sbarchi’. Ecco che allora la copertura,

almeno presunta, c’è. Ecco che il 20 marzo il Ministero dell’Interno ha diramato una circolare dove viene attivato, attraverso l’uso delle Prefetture, un canale parallelo emergenziale. Un canale che inquina le relazioni locali e obbliga a procedure straordinarie al di fuori delle regole e degli standard assicurati nella rete Sprar. L’emergenza rimette spesso al centro soggetti che non hanno competenze e che non danno alcuna garanzia neanche dal punto di vista amministrativo. Questa volta il modo per fare le cose bene, rispettando gli standard minimi di accoglienza e garantendo il coinvolgimento di soggetti con competenza ed esperienza c’era. L’Arci è stata interpellata in più province e non si è tirata indietro. Con forza però chiede che questi posti vengano integrati subito nei posti aggiuntivi Sprar e che si metta fine a queste politiche contraddittorie gestite sulla pelle dei richiedenti e titolari di protezione internazionale.

di quest’anno), sono state presentate 44.800 domande d’asilo, soprattutto da parte di cittadini iracheni e afghani. L’Italia ha ricevuto 27.800 domande di asilo e la Grecia 8.200. Il Nord America è la seconda regione per numero di richieste di asilo, pari a un totale di quasi 98.800. In questo caso, tuttavia, il principale paese di origine dei richiedenti asilo è stata la Cina. Il Canada, a causa del cambiamento delle politiche in materia d’asilo, ha ricevuto circa 10.400 domande, la metà di quelle presentate nel 2012. Gli Stati Uniti (con 88.400 domande) è stato per molto tempo il principale luogo di asilo tra i paesi industrializzati e nel 2013 è stato secondo solo alla Germania per numero di domande ricevute. In Asia orientale e nel Pacifico, sia il Giappone (3.300) che la Repubblica di Corea (1.600) hanno ricevuto un numero record di domande di asilo rispetto agli anni precedenti. Anche l’Australia (24.300) ha visto un aumento significativo rispetto al 2012, al punto da raggiungere quasi i livelli toccati dall’Italia. I richiedenti asilo che arrivano nei paesi industrializzati sono sottoposti a un esame individuale attraverso cui si determina se hanno i requisiti per esser riconosciuti come rifugiati. Di conseguenza, il numero di richiedenti asilo è sempre più elevato rispetto al numero delle persone che alla fine vengono riconosciute come rifugiati. Nei 44 paesi industrializzati citati nel rapporto Asylum Trends 2013, i tassi di riconoscimento variano molto e tendono ad essere più elevati tra le persone in fuga da conflitti in corso. Le percentuali di riconoscimento tra le persone provenienti dalla Siria, dall’Eritrea, dall’Iraq, dalla Somalia e dall’Afghanistan, per esempio, variano tra il 62 e il 95%. Per contro i tassi di riconoscimento tra i cittadini provenienti dalla Federazione russa e dalla Serbia (e dal Kosovo) sono significativamente inferiori e si assestano rispettivamente a circa il 28 e il 5%. Le tre componenti principali delle migrazioni forzate sono i casi di esodo interno, il numero di rifugiati e quello dei richiedenti asilo (che presi complessivamente raggiungono quota 45,2 milioni di persone, secondo i dati di inizio 2013). La pubblicazione del prossimo Rapporto annuale sulle tendenze globali (Global Trends Report) è attesa per il giugno di quest’anno.


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acquabenecomune

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Depositata la legge nazionale per l’acqua pubblica e partecipata Una legge in attuazione dei referendum del 2011 Per l’acqua pubblica finalmente una buona notizia. Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ha annunciato che lo scorso 20 marzo è stato depositato, presso la Camera dei Deputati, il testo aggiornato della legge di iniziativa popolare - presentata nel lontano 2007 e mai discussa – ‘Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico’. Questo fatto assume un valore ag-

giunto e una grande valenza politica poichè avviene a ridosso della Giornata mondiale per l’acqua che si celebra il 22 marzo. All’inizio dell’attuale legislatura, il Forum si è adoperato affinchè nascesse l’intergruppo parlamentare ‘Acqua Bene Comune’, che si ponesse come obiettivo prioritario la condivisione di quel testo in modo da poterlo riproporre alla discussione parlamentare. Il testo della proposta di legge è stato depositato con la firma di decine di parlamentari appartenenti a diversi gruppi politici (Movimento 5 Stelle, Sinistra Ecologia e Libertà, Partito Democratico), in armonia con lo spirito che ha portato alla costituzione dell’intergruppo Acqua Bene Comune, al quale hanno aderito più di 200 parlamentari. L’attuale proposta di legge risponde quindi all’urgenza di dotare il nostro paese di un quadro legislativo unitario

rispetto al governo delle risorse idriche come bene comune, introducendo modelli di gestione pubblica e partecipata del servizio idrico, procedendo da subito alla sua ripubblicizzazione. Il testo scaturisce dunque dalla necessità di un cambiamento normativo nazionale e, se approvato, darebbe finalmente luogo alla reale e concreta attuazione dell’esito referendario, determinando una svolta radicale rispetto alle politiche fin qui seguite che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione. Il Forum chiede quindi che il Parlamento calendarizzi al più presto la discussione di questa legge, nel rispetto della volontà chiaramente espressa dalla maggioranza assoluta del popolo italiano con il voto sui referendum del 2011, perchè ancora una volta si scrive acqua ma si legge democrazia.

Cresce il costo dell’acqua: in Italia 333 euro a famiglia. Se ne perde nei tubi il 33% L’Italia perde nei tubi in media il 33% dell’acqua. Il costo che ne deriva per la risorsa idrica ‘sprecata’ è pari a 3,7 miliardi di euro ogni anno, più del valore di una manovra finanziaria. Tutto questo mentre il costo di questa risorsa indispensabile è salito del 43% dal 2007. È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva sul 2013. Un documento diffuso alla vigilia della Giornata mondiale dell’acqua che si è tenuta il 22 marzo. Per Cittadinanzattiva - che cita un’analisi di Legambiente - il problema è particolarmente accentuato al sud (42%) e al centro (33%); va «meglio il nord che presenta percentuali di perdite al di sotto della media nazionale (27%)». Inoltre, viene messo in evidenza come la dispersione idrica sia addirittura aumentata dal 2007 in ben 56 città. E in 11 capoluoghi viene dispersa oltre la metà dell’acqua immessa nelle tubature, da L’Aquila a Cosenza con il 68% di dispersione, da Latina

(62%) a Gorizia (56%), da Salerno ad Avellino e Pescara (55%), da Grosseto (54%) a Catania (53%), a Palermo e Potenza (52%). Secondo il rapporto di Cittadinanzattiva il costo medio dell’acqua è salito a 333 euro a famiglia nel 2013 (più 7,4% rispetto all’anno precedente). Dal rapporto emerge inoltre che anche la dispersione idrica non accenna a diminuire. Secondo questo studio, realizzato su tutti i capoluoghi di provincia con dati riferiti ad una famiglia tipo di tre per-

sone con un consumo di 192 metri cubi d’acqua all’anno, le differenze regionali sono rilevanti. La Toscana è la regione più cara con una media di 498 euro; il Molise è la meno cara con 143 euro in media. Superano la media nazionale per costi dell’acqua anche le Marche (429 euro), l’Umbria (421 euro), l’Emilia-Romagna (407 euro), la Puglia (389 euro). L’aumento record per l’ultimo anno spetta a Vibo Valentia (più 54,7% rispetto al 2012). Le città più ‘care’ d’Italia sono Firenze, Pistoia e Prato con 542 euro all’anno; a Isernia si spende meno di tutte (in media 120 euro). Anche all’interno della stessa regione ci sono differenze elevate: per esempio in Calabria ci sono 302 euro di distacco tra due capoluoghi, si va dai 473 euro di Reggio Calabria ai 171 di Cosenza. In base ai dati di Cittadinanzattiva ‘il caro bolletta’ dell’acqua ha riguardato soprattutto il nord (9,2%), seguito dal sud (6,4%) e dal centro (5,3%).


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spaziurbani

Angelo Mai: sgomberato uno spazio dove si insegna la libertà di Simona Sinopoli presidente Arci Roma

Si potrebbero raccontare un sacco di cose sulla giornata del 19 marzo, la giornata in cui l’Angelo Mai Altrove Occupato è stato sgomberato e la giornata in cui nelle stesse ore venivano messe per strada tantissime famiglie che avevano occupato 2 stabili in zona Roma Est: la brutalità dell’azione di polizia, le accuse surreali mosse agli attivisti dell’Angelo Mai e agli occupanti degli stabili, lo sconcerto di tanti romani che si risvegliano con la notizia dell’ennesima conferma che la loro città è in mano ai poteri forti e che nessuno, nemmeno le istituzioni sanno più come gestire questo disastro annunciato. Ma queste riflessioni le abbiamo fatte già, in tanti, tutti. Noi vogliamo dunque raccontare quella giornata da un altro punto di vista. È una splendida giornata di sole anche se i nostri compagni sono in questura dall’alba. La forza e la solidarietà che esprimono le persone che ogni giorno lottano per un mondo più equo e più bello, in questi momenti si amplifica. Passa di bocca in bocca la notizia, attraversa tutta la città grazie

a radio, social network e passaparola. Si arriva alla conferenza stampa delle 12 e all’Assemblea delle 17. In queste ore tutti esprimono la solidarietà ai fermati, agli attivisti dell’Angelo Mai e delle case occupate. Tutti: tutti quelli che hanno avuto un posto dove poter portare in scena uno spettacolo, quelli che hanno potuto fare un laboratorio, quelli che hanno potuto fare una mostra o un concerto, quelli in cui gli attivisti dell’Angelo Mai hanno creduto, quelli che credono nell’esperienza dell’ Angelo Mai. Alle 17 l’atmosfera alle terme di Caracalla è surreale: file di blindati presidiano il parco che è l’accesso alla struttura, decine di bambini giocano nel parco mentre comincia l’Assemblea a cui tutti vogliono partecipare, bambini compresi. E una dopo l’altra vengono snocciolate le ragioni per cui l’Angelo Mai è un posto da difendere: è un posto libero, dove si fa cultura indipendente, dove è possibile accogliere le ambizioni artistiche fra le più diverse, dove si crea socialità diffusa, orizzontale, dove è

possibile dare spazio a un’educazione altra, quella che le scuole non riescono a fare perché non hanno spazi e fondi, insomma un posto per tutti, di tutti. E lo dimostrano le voci che si alternano al microfono dell’assemblea: attivisti delle occupazioni e artisti dell’Angelo Mai, genitori dei bambini che all’Angelo Mai hanno trovato uno spazio per crescere ed insegnanti, rappresentanti di altre realtà culturali della città, portavoce istituzionali e bambini che nella loro semplicità esprimono la verità di questa giornata. Dicono semplicemente che non è giusto quello che la Polizia sta facendo, che quello è un posto bello e che loro non possono chiuderlo, che tanto siamo in tanti e lo possiamo riaprire. E questo vale più di qualsiasi comunicato politico. Vale più di qualsiasi attestato di solidarietà istituzionale e non. Vale più di qualsiasi promessa di cambiamento. Dimostra che fa paura un posto dove si insegna la libertà, dove cresce una generazione che sa quello che vuole. È per questo che vogliamo difenderlo.

Un censimento degli spazi urbani da riqualificare Un social network per individuare gli spazi urbani abbandonati e restituirli temporaneamente alla città. Si chiama City-hound: segugi urbani per un’urbanistica Open source lo strumento nato dall’idea di tre giovani architette romane con lo scopo di individuare le aree della Capitale che non sono utilizzate e farle gestire temporaneamente da quei cittadini attivi che hanno delle idee ma non hanno degli spazi dove svilupparle. Per ora a sperimentare l’idea è il I municipio (centro storico di Roma) dove è iniziata una mappatura di tutti gli edifici ed aree verdi abbandonati in cui intervenire attivamente. Tra i primi esempi il mercato rionale abbandonato in zona Monti o il pergolato in zona Prati, ma il progetto si estende anche al Pigneto dove gli spazi sono stati segnalati da studenti residenti in zona. È una «rete attiva di collaborazione», spiegano le

ideatrici del progetto «dove possono pervenire direttamente le segnalazioni allo studio dai cittadini». «Per scavalcare la rigidità della burocrazia è prevista per questi spazi una formula di gestione temporanea - spiegano - in questo modo si riduce anche il carico di lavoro per il Comune, promuovendo un’urbanizzazione open source e mirando allo sviluppo della città secondo il principio della sussidiarietà orizzontale». Il social network metterà in contatto i proprietari di edifici dismessi o sfittati con associazioni, cittadini attivi, giovani che hanno idee ma non hanno uno spazio dove poterle elaborare. «Verranno valorizzati tutti quei beni comuni come parchi abbandonati, giardini, locali inutilizzati attraverso una collaborazione che viene dal basso» aggiungono le architette. Dopo il I municipio, che si è offerto

come ‘tester’ del sistema, la sperimentazione verrà estesa anche agli altri municipi «perché Roma è piena di aree abbandonate ma con alto potenziale». L’idea del social network è nata nel 2011 in occasione della partecipazione dello studio in cui lavorano le tre architette a un concorso a Valencia per la riqualificazione di lotti vuoti. Il progetto è stato poi ripresentato a Roma in occasione del bando ‘Vocazione Roma’ lanciato dalla provincia, suscitando sin da subito l’interesse del presidente della Regione Lazio, fino a essere esposto alla Biennale dello Spazio Pubblico, che si è svolta a Roma presso la Casa dell’architettura. La mostra presentava 24 progetti che coinvolgevano grandi metropoli come Parigi, New York e Berlino mostrando la riqualificazione di aree prima abbandonate con la creazione di spazi ricreativi, laboratori artistici ecc.


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Diciamo stop al femminicidio, mettiamo un punto alla violenza contro le donne Ogni giorno la cronaca ci racconta di crimini e atti violenti che attentano alla vita e alla dignità delle donne. Un interminabile elenco di delitti contraddistinti dalla ferocia con la quale uomini violenti - spesso legati alle vittime da vincoli relazionali o familiari - si accaniscono contro donne e ragazze. Nel nostro Paese il numero degli omicidi cala, ma aumenta quello dei femminicidi. Questo accade anche perché la violenza appare una risposta rabbiosa e impotente all’accresciuta indipendenza conquistata in questi anni dalle donne che ha messo in crisi l’autorità patriarcale. Lo stillicidio è il risultato di un potere maschile che, ancorché sempre più privo di egemonia, continua ad essere esercitato per via delle relazioni storicamente segnate dall’ineguaglianza tra

uomini e donne e dalla discriminazione sistemica basata sul genere. Eppure la violenza e il femminicidio non sono un destino inscritto nelle vite delle donne, ma sono quasi sempre cronache di morti annunciate che speriamo di scongiurare anche grazie alla legge in materia recentemente approvata dal Parlamento italiano. Tuttavia oltre all’adozione di nuove misure contro lo violenza e il sostegno delle vittime, è necessaria una capillare azione formativa rivolta in primo luogo alle nuove generazioni per insegnare la cultura del rispetto della dignità delle donne e del rifiuto delle azioni violente. La battaglia contro violenza e femminicidio è in primo luogo una battaglia culturale, pertanto una battaglia che Arci può impegnarsi a sostenere con convinzione e determinazione in ogni

L’Arci che cresce

Ordine del giorno per un riconoscimento del lavoro con bambine/i e ragazze/i nei circoli e nei territori A fronte della positiva esperienza del lavoro del gruppo Infanzia ed Adolescenza (in particolare grazie ai risultati ottenuti nella relazione con Arciragazzi, nella pubblicazione del Manifesto Pedagogico di Arci e nel percorso formativo interno dedicato anche all’adolescenza) chiediamo che il Congresso impegni l’Arci a: • Garantire la continuità di questo percorso, sia rafforzando le relazioni esistenti, sia costruendo nuove progettualità su tutto il territorio nazionale. • Rafforzare il percorso attivato con Arciragazzi in questi ultimi anni, nell’ottica della creazione di un ‘Movimento Educativo’ che elabori una proposta di ‘nuovo progetto di educazione popolare’. • Facilitare la nascita di un coordinamento politico permanente tra il gruppo infanzia Arci e il Consiglio Nazionale Arciragazzi, per omogeneizzare sempre più le proposte politiche e garantire la presenza sui tavoli tecnici /politici ai vari livelli territoriali. (Al tempo stesso l’intergruppo potrebbe garantire la promozione di spazi aggregativi, di strutture di lotta all’analfabetismo e alla bassa scolarizzazione, il sostegno ai comitati di genitori e al mutuo soccorso tra famiglie, l’apertura di spazi adatti alla fascia 0-3 anni, la presa incarico

dell’esperienza associativa da parte degli adolescenti nei circoli ed il lavoro di rete tra i circoli che più direttamente si occupano di gestire attività specifiche - anche attraverso mappature, attività di ricerca, sviluppo di strategie educative comuni e sperimentazioni di linguaggi e strumenti legati alle nuove tecnologie - come le esperienze in essere di web radio e i tentativi di street tv, nuovi strumenti di partecipazione attiva sul proprio territorio - l’apertura di ludoteche e biblioteche di quartiere aperte ai soci e ai loro figli). • Facilitare l’istituzione di un gruppo scientifico progettuale di specialisti rappresentativi delle due realtà, ma anche del mondo esterno, che avrebbe la funzione di presidiare e mettere in rete le sperimentazioni territoriali ed i progetti pilota. E’ attraverso questo impegno che la rete Arci nel suo complesso, in quanto rete mutualistica e generalista, può ambire ad essere il luogo autentico in cui le comunità possono sperimentare ‘patti generazionali’ impegnativi, autentici e realmente praticabili nei territori. Può essere un luogo vero dove usare la Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza per accendere una luce verso il cambiamento possibile.

ambito del suo agire. Chiediamo pertanto che il nuovo gruppo dirigente di Arci si impegni a • sostenere campagne e iniziative volte alla prevenzione della violenza sulle donne e di denuncia, anche attraverso attività culturali; • promuovere sui territori a partire dai nostri circoli azioni formative, anche nelle scuole, di prevenzione della violenza rivolte alle generazioni più giovani; • collaborare con i centri antiviolenza dei territori per prevenire la violenza e sostenere la loro azione di protezione di donne e bambini. Diciamo stop al femminicidio, mettiamo un punto alla violenza contro le donne.

Sulla riforma elettorale L’Arci è impegnata da sempre a difendere ed estendere la democrazia, i diritti e le garanzie scritti nella nostra Costituzione, a cambiare la politica per ricostruire la connessione tra partecipazione popolare, rappresentanza e istituzioni. Su queste basi abbiamo contribuito a costruire lo schieramento sociale che ha promosso il 12 ottobre la grande manifestazione ‘La via maestra’, il cui percorso seguiremo con convinzione. Per questo crediamo che la nuova legge elettorale votata dalla Camera sia un obbrobrio. È finalizzata a consegnare chiavi in mano a due soli partiti la rappresentanza e il governo del paese, senza alcun limite o condizione, neanche quelli chiesti a gran voce dalle loro deputate come le cosiddette quote rosa. È basata su liste bloccate, sbarramento alto, grande premio di maggioranza. Non prevede preferenze. È una legge che va in direzione contraria al parere della Corte Costituzionale, concentrando il potere nelle mani di chi già ce l’ha, erigendo muri e steccati per proteggersi, escludendo qualsiasi elemento di disturbo – inclusi quelli che arrivano dal loro stesso interno. Una classe politica alle prese con una gigantesca crisi della rappresentanza non esita a escludere dalla partecipazione democratica sempre più persone, ad alimentare disgusto per la politica e l’astensione, a consegnare sempre più persone all’anti-politica e alle sirene della possibile regressione autoritaria.


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Una generazione al centro del cambiamento dentro e fuori l’associazione Negli ultimi anni, in modo sempre più drammatico, sta esplodendo una questione generazionale nel nostro Paese. I giovani italiani sono motivo di retorica del dibattito pubblico. Eppure non si risponde in alcun modo ad una generazione espulsa dai luoghi della formazione, penalizzata dallo smantellamento del sistema di welfare, dalle politiche di austerity e costretta a confrontarsi con un mercato del lavoro caratterizzato dalla precarietà e dal diffondersi apparentemente inarrestabile della disoccupazione. A fronte delle difficoltà che molte organizzazioni sociali e politiche hanno nell’intercettare i giovani e le giovani, l’Arci può vantare potenzialità ad oggi inespresse, riscontrabili sia nella composizione degli iscritti, sia nel numero di ‘dirigenti’ giovani, soprattutto a livello locale. Questa ricchezza non sempre viene sfruttata adeguatamente e le potenzialità dell’Arci sia come luogo di partecipazione, sia come possibile risposta ai problemi che vive la nostra generazione non sono state opportunamente valorizzate in questi anni. Indubbiamente costituisce un elemento di avanzamento per l’Arci tutta aver creato allo scorso Congresso un gruppo di lavoro sulle politiche giovanili, coordinato da un componente della Presidenza. Crediamo che questo percorso vada sviluppato e potenziato, e che debbano essere i giovani stessi a mettere al centro dell’associazione i propri temi e bisogni. L’Arci ad oggi offre molteplici possibilità ai giovani che vi si avvicinano. Molti sono i circoli aperti o gestiti da giovani, il sostegno a tali esperienze può quindi rivelarsi un fondamentale strumento per la creazione di professionalità e lavoro. Per consentire ciò è importante l’investimento a tutti i livelli dell’associazione nella formazione. Altrettanto importante è l’impegno dei circoli nel mettere in atto forme mutualistiche che rispondano ai bisogni che l’attuale sistema di welfare non riesce più a coprire. I circoli possono infine essere luoghi di espressione della creatività giovanile, moltiplicatori di energie e risorse, anche economiche, soprattutto in questa fase

in cui i tagli alla cultura sono all’ordine del giorno. Molto importante diventa oggi anche la progettazione europea, a partire dai programmi rivolti ai giovani. Molto importante è il ruolo che l’Arci ha o può avere nei movimenti sociali e territoriali, ruolo che non ha solo un significato politico ma è anche occasione di sviluppo associativo. Centrale da questo punto di vista è quindi la collaborazione con le altre organizzazioni sociali, a partire dalle organizzazioni studentesche, da implementare a tutti i livelli. Per migliorare la partecipazione dei giovani e delle giovani, sia da un punto di vista qualitativo sia quantitativo, è necessario un investimento massiccio sulla formazione, a livello locale e nazionale, sui vari aspetti della vita associativa. In questo quadro, riteniamo che debba essere mantenuto e rilanciato il gruppo di lavoro sulle politiche giovanili. Immaginiamo quindi debba essere composto da giovani (under 35) con-

siglieri nazionali e, affinché sia efficace ed effettivamente rappresentativo, anche da giovani dirigenti di comitati territoriali che non siedono in Consiglio nazionale, tenendo conto della dinamicità del tessuto giovanile proveniente dai territori che muta continuamente il quadro in essere. Si tratterà di uno spazio di elaborazione fortemente rivolto a tutto il corpo dell’associazione, come ambito di innovazione e forte contributo allo sviluppo associativo. Per questo è importante che non si trasformi nel ‘ghetto’ dei giovani, ma piuttosto in un punto di raccordo tra esperienze diverse, a partire dalla partecipazione degli stessi componenti del gruppo ad altri gruppi di lavoro (opportunità che non solo deve essere consentita, ma addirittura consigliata). Si chiede che questo gruppo di lavoro si impegni ad organizzare annualmente incontri nazionali di conoscenza, scambio e formazione per i giovani dirigenti nazionali.

Mobilità e protagonismo giovanile Si propone, come impegno politico dell’Arci per i prossimi cinque anni, un’attenzione particolare ai programmi di scambio giovanile previsti nella nuova programmazione europea 2014-2020 Erasmus +, con particolare attenzione per le azioni rivolte a scambi e protagonismo giovanile e alla modalità già adottata dall’Arci come veicolo di formazione dell’educazione non formale. In quest’ottica si rende necessario un ulteriore impegno nel contrastare il taglio indiscriminato delle risorse destinate al protagonismo giovanile in atto progressivamente e trasversalmente dai Governi succedutisi nel corso degli scorsi vent’anni. Rivendichiamo inoltre un ruolo centrale, come Arci, nella promozione del protagonismo giovanile e dell’emancipazione giovanile anche attraverso le esperienze di scambio, che configurano e costruiscono quella ‘Europa dei popoli’, sogno ad oggi irrealizzato di Altiero Spinelli e dei padri dell’Europa, attraverso lo scambio, l’integrazione e la promozione della pace come valore fondante della società, convinti che da progetti di questo tipo non si possa prescindere.


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Contro le grandi opere inutili e dannose per l’ambiente e la salute Siamo immersi in una cultura politica che individua nei grandi investimenti destinati alle infrastrutture priorità strategiche di intervento e che fa leva su una presunta carenza infrastrutturale italiana per sollevare timori di isolamento, ritardo, mancato ‘aggancio’ a opportunità di crescita e investimento comunitario. Moltissimi di questi programmi, deliberati decine di anni fa, in base a stime di traffico e di crescita poi smentite dai fatti e ormai superati, sono stati recuperati attraverso ‘leggi obiettivo’ o altri provvedimenti straordinari, sottraendoli al dibattito pubblico e alla possibilità di controllo da parte dei cittadini. Siamo contestualmente testimoni, settimana dopo settimana, degli effetti della vasta infrastrutturazione e impermeabilizzazione del nostro territorio: frane, sprofondamento o interruzione delle falde acquifere, inondazioni e allagamenti, perdita dei risparmi della vita delle famiglie e, quel che è peggio, spesso perdita di vite umane. Sappiamo ormai anche quale rischio di infiltrazione malavitosa e di avvelenamento del territorio (sversamento di liquami, interramento di rifiuti tossici e radioattivi) sia connesso alle grandi opere. Siamo da ultimo consapevoli che per la stragrande maggioranza di questi progetti non sono comunque disponibili i fondi. Le opere, molte delle quali hanno tempi di realizzazione pluridecennali, verranno quindi avviate e poi interrotte mentre la devastazione del territorio resterà. In tutta Italia un grande movimento popolare fatto di associazioni, comitati, reti e coordinamenti si batte per rimettere in discussione la realizzazione di queste opere, contrastando una visione strategica di ‘snodo logistico del Sud del Mediterraneo’, di un paese attraversato dalle merci per restituire il ruolo di produttore di valore aggiunto, eccellenza, capacità di innovazione. E quindi indirizzare gli investimenti alla promozione di piccole e medie imprese energeticamente sostenibili, di parchi tecnologici, start up giovanili, ristrutturazione ed efficientamento energetico del patrimonio urbanistico delle città, turismo sostenibile, agricoltura biologica e industria alimentare di qualità, artigianato d’eccellenza, promozione culturale, mobilità leggera ecc. Tutti ambiti di intervento che produrreb-

bero, e sono stime largamente condivise, un impatto occupazionale di gran lunga più rilevante di quello delle grandi opere. Centinaia di circoli e decine di comitati Arci sono protagonisti di questo movimento. Dentro le reti locali hanno svolto un fondamentale ruolo di animazione, approfondimento, connessione, divulgazione; hanno promosso la partecipazione dei cittadini tutti, motivando chi si sentiva meno ‘esperto’ e fiducioso. Molti di questi circoli hanno animato il lavoro del gruppo ambiente e stili di vita, portando all’interno del nostro dibattito le parole vive della società civile, le sue fatiche e le sue emozioni, così come la paziente esperienza di mantenere coese le reti, integrando differenze di stili, linguaggi, sensibilità. Queste esperienze sono vitali per un’associazione che vuole agire da fermento, farsi argine contro la sfiducia dei cittadini nella politica e nella capacità di incidere e contro l’individualismo e la frammentazione che segnano il nostro panorama politico. Per questi motivi chiediamo che il Con-

gresso nazionale dell’Arci impegni l’associazione: - a prendere una posizione chiara di contrasto alle grandi opere logistiche inutili e dannose per l’ambiente e la salute pubblica, quali ad esempio TAV, Terzo Valico, Gronda di Ponente (Ge), MUOS, trivellazioni diffuse sul territorio e a mare; - a farsi promotrice, nell’ambito dei rapporti e delle alleanze con le grandi organizzazioni sindacali, di una diversa visione di sviluppo e di opportunità lavorative, che metta al centro il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini; - a investire concretamente energie per modificare la posizione confederale su queste opere così come sul mantenimento in attività di industrie inquinanti come l’Ilva e le centrali a carbone; - a promuovere il ruolo attivo dei circoli nella formulazione delle politiche associative su questi temi, garantendo e facilitando organizzativamente ed economicamente la loro partecipazione ai gruppi di lavoro.

No al MUOS e smilitarizzazione della Sicilia Il Congresso nazionale dell’Arci esprime la sua più netta opposizione al sistema di comunicazione satellitare MUOS realizzato nella sughereta di niscemi. Il MUOS rappresenta l’ultimo tassello di un più ampio e preoccupante processo di militarizzazione del mediterraneo e della Sicilia. La scelta di realizzare il sistema nell’area della sughereta di Niscemi (area protetta e di straordinario valore naturalistico) si affianca alla scelta di trasferire a Sigonella le forze di pronto intervento dell’esercito americano e i droni di nuova generazione e si completa con la decisione fin qui sostenuta dai diversi governi nazionali di potenziare il nostro apparato bellico con l’acquisto degli F35.

Queste scelte violano l’articolo 11 della nostra costituzione, ma violano, feriscono, calpestano ancor più la vocazione del popolo italiano ad una convivenza pacifica, allo scambio, all’incontro con i popoli che si affacciano, vivono sulle sponde del mediterraneo. Il Congresso nazionale dell’Arci impegna l’associazione tutta a sostenere la lotta pacifica e non violenta dei niscemesi, dei siciliani contro lo sciagurato progetto di militarizzazione dell’isola, si impegna a rilanciare il movimento pacifista italiano ed europeo per la smilitarizzazione della Sicilia e dell’Italia, per una drastica diminuzione delle spese militari, per il rilancio di una diplomazia dei popoli.


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A Viterbo parte il progetto ‘Reimmaginare la Via Francigena’ Il progetto Reimmaginare la Via Francigena entra nel vivo. Dal 17 al 19 aprile è previsto il workshop itinerante Storie, paesaggi, attraversamenti, diretto dallo scrittore e camminatore Wu Ming 2, membro del collettivo Wu Ming. Il workshop, dopo una giornata di presentazione presso il Biancovolta a Viterbo, percorrerà la ‘variante cimina’ della Via Francigena tra San Martino al Cimino, Ronciglione e Caprarola. Il progetto è realizzato grazie al contributo della Regione Lazio, nell’ambito degli interventi previsti dalla L.R. 19/06.

«Il paesaggio è una scrittura a quattro mani tra l’uomo e l’ambiente, della quale stiamo dimenticando la sintassi, il lessico e persino l’alfabeto. Per questo non siamo in grado di leggere il territorio che ci circonda e lo riempiamo di sgorbi e pagine strappate, quando invece dovremmo imparare a tradurlo in un racconto comprensibile da tutti. Questo workshop si propone come momento di riflessione pratica e teorica sul rapporto tra narrazione e territorio, utilizzando il cammino, l’attraversamento a piedi come strumento comune d’indagine per diversi mezzi espressivi: scrittura, cinema, disegno,

daiterritori

in più SALVIAMO IL CINEMA AREZZO Arci e Acli, saputo del-

la imminente chiusura del Cinema Eden, ribadiscono la loro contrarietà e convocano un’assemblea cittadina per avanzare delle proposte volte a mantenere in vita questo importante spazio culturale. www.arciarezzo.it

DONANDO MUSICANDO GENOVA Venerdì 28 e sabato 29

marzo, presso il circolo Arci Filippo Merlino di via Galliano a Sestri Ponente, torna Donando Musicando, la maratona musicale a carattere benefico a sostegno di Abeo Liguria, l’associazione no profit di genitori di bambini affetti da patologie oncoematologiche, in cura presso l’ospedale Giannina Gaslini di Genova. Nel 2014 Donando Musicando giunge alla sua terza edizione e si prepara ad accogliere alcune delle migliori cover band della città di Genova. Il programma è sulla pagina facebook.

fb CIRCOLO ARCI FILIPPO MERLINO

La Via Francigena è un percorso che, muovendosi tra il visibile e l’invisibile, attraversa il paesaggio della Tuscia prima di raggiungere Roma. Intervenire sulla via Francigena significa quindi reinterpretare e rileggere i percorsi che i pellegrini hanno tracciato per secoli e che negli anni hanno popolato il territorio con luoghi di ritrovo e di riparo, di preghiera e di ristoro. La narrazione delle storie e degli itinerari del passato rappresenta una forma empatica di scoperta e di valorizzazione, una esperienza emotiva che – attraverso diverse forme artistiche – può svelare quello che ancora oggi è rimasto nascosto.

fotografia ecc.» (Wu Ming 2). Reimmaginare la Via Francigena è un progetto promosso da Arci Viterbo in collaborazione con Aucs Viterbo, Parole a km0, Legambiente Lago di Vico, Ammappalitalia, Comune di Caprarola e DISUCOM, Università degli Studi della Tuscia. La partecipazione al workshop è aperta a scrittori, artisti visivi, architetti, musicisti, attori e registi teatrali, esperti di paesaggio e del territorio, camminatori. Per prender parte all’iniziativa è necessario prenotarsi entro il 6 aprile 2014. Per informazioni e prenotazioni ufficiostampaarciviterbo@ gmail.com o telefonare allo 0761333958.

A Lecco Rita Borsellino Rita Borsellino, europarlamentare, presidente dell’associazione Un’Altra Storia nonchè presidente onorario del Centro Studi e Ricerche ‘Paolo Borsellino’ sarà a Lecco il 3 e 4 aprile. Giovedì 3 aprile alle ore 20 presso il circolo Arci La Lo.Co. di Osnago ci sarà un incontro pubblico su La Carovana Antimafie: 20 anni in cammino. Venerdì 4 aprile, dalle 10.30 alle 13, presso l’Aula Magna del liceo M.G. Agnesi e dell’Istituto F. Viganò, Rita Borsellino parteciperà alla cerimonia di intitolazione

dell’Aula Magna a Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. A seguire, ci sarà la presentazione dei campi antimafie 2014. Questo incontro si inserisce all’interno dei progetti che il comitato Arci Lecco sta realizzando sul territorio provinciale nell’ambito dell’antimafia sociale, in particolare con il percorso Verso la Carovana Antimafie che ha già visto la realizzazione di un’iniziativa a gennaio presso il circolo La Lo.Co. di Osnago dal titolo Pizzo e consumo critico: quale relazione? www.arci.lecco.it

IL DESERTO NEGLI OCCHI PALERMO Una storia vera, la

vita di Kane Annour Ibrahim, tuareg del deserto: dall’infanzia tra scuola e nomadismo al lavoro come guida turistica; dalla fuga dal Niger, sospettato di appoggiare i ribelli, all’accoglienza in Friuli Venezia Giulia, a Pordenone, ‘capitale’ dei tuareg d’Italia. Questa storia è raccontata nel libro Il deserto negli occhi, che sarà presentato al circolo Arci Malaussène il 28 marzo alle 17.30. Saranno presenti gli autori Ibrahim Kane Annour ed Elisa Cozzarini. Presenta Fausta Ferruzza del Collettivo Malaussène.

fb Associazione Malaussène circolo Arci

MANTOVAJAZZ2014 MANTOVA Inizia il 27 marzo,

con una cena introduttiva all’Arci Virgilio, il Mantovajazz 2014. Un’edizione ricchissima di straordinari musicisti ideata e organizzata dall’Arci, dal Circolo del jazz ‘Roberto Chiozzini’ e con il contributo di Comune, Provincia e Conservatorio, che proseguirà fino all’8 maggio. Fb Mantova Jazz


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azionisolidali le notizie di arcs

a cura di Francesco Verdolino

Erasmus+

Il nuovo programma Erasmus+, gestito dalla Commissione europea – DG Istruzione e Cultura – in cooperazione con gli Stati Membri, con l’assistenza dell’Agenzia esecutiva per l’istruzione, gli audiovisivi e la cultura e delle Agenzie nazionali dei diversi paesi partecipanti, combina tutti gli attuali regimi di finanziamento dell’Unione Europea nel settore dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport, compreso il programma di apprendimento permanente (Erasmus, Leonardo da Vinci, Comenius, Grundtvig), Gioventù in azione e cinque programmi di cooperazione internazionale (Erasmus Mundus, Tempus, Alfa, Edulink e il programma di cooperazione con i paesi industrializzati). Il nuovo Programma unisce quindi educazione formale e non formale con l’obiettivo di puntare alla valorizzazione delle competenze in un’ottica di cooperazione trasversale. Il Programma prevede 3 Azioni Chiave - Key Actions: Mobilità degli individui; Cooperazione e scambio di buone prassi; Politiche per riformare muovendosi all’interno di 4 Capitoli, Educazione e Formazione, Youth, Sport, Jean Monnet. Arcs sarà sicuramente attiva nel nuovo programma nel capitolo Youth. Rafforzeremo le opportunità di educazione informale e non formale per i giovani e gli youth workers, i progetti di mobilità (SVE e scambi di giovani) e i progetti di capacity- building in youth. Per le prossime scadenze del programma stiamo costruendo delle nuove opportunità, teneteci d’occhio!

I volontari di ARCS nel mondo

Ecco l’elenco di tutti i giovani impegnati in attività di volontariato internazionale nell’ambito del programma SVE o del Servizio Civile Nazionale all’estero. Molte le destinazioni, così come molte sono state le richieste di partecipazione. SVE in corso - Alberto Piva in Kosovo a Kline; Gioia Benedetti in partenza il 1 Aprile per Giordania, Amman. Servizio civile estero - Elisa Piccioni e Silvia Martelli in Libano, a Beyrouth; Manuela Gallo e Alessandra Mussi a Gerusalemme; Jacopo Giannangeli e Patrizia Riso in Serbia, Novisad; Vittoria Witula e Sara Di Giacinto in Mozambico, Zambesia; Caterina Gavazzi e Francesco Caruso in Brasile, Marahano. www.arciculturaesviluppo.it

società

Gioco d’azzardo, aumenta il numero di anziani ludopatici Ci sono più slot machine che posti letto in ospedale. Un dato allarmante che negli ultimi anni ha contribuito all’impennata del numero di persone cadute nel vortice del gioco d’azzardo. L’indagine Anziani e azzardo di Auser, gruppo Abele, Coop Piemonte e Libera rivela come le più colpite dal fenomeno siano le classi sociali più deboli, tra cui spiccano gli over 65 che sempre più spesso cedono alla giocata. Su mille anziani intervistati, il 70,7% ha ammesso di aver giocato almeno una volta nell’ultimo anno. Nel 16,4% dei casi i questionari hanno rilevato una situazione ‘problematica’ in cui l’assuefazione all’azzardo è di gravità medio-alta. Non tutti i giocatori sono patologici: il 56,4% scommette senza ripercussioni economiche o sociali. Secondo l’indagine la maggior parte gioca per vincere denaro, per divertimento e per incontrare persone. Quest’ultimo dato rispecchia la ‘logistica del gioco’. I luoghi in cui si scommette maggiormente sono le ricevitorie e i bar. Il boom delle varie forme di gioco d’azzardo nel nostro Paese è un fenomeno non recentissimo, ma negli anni ha assunto una dimensione massiccia e, soprattutto, si sono sviluppate forme assai diffuse di vera e propria patologia sociale. Con un fatturato di 90 miliardi di euro, l’azzardo è uno dei pochi settori che non ha risentito della crisi economica, anzi si nutre del disagio e delle speranze di precari e anziani. In Italia sono quasi due milioni i giocatori sociali, ossia quelli a basso rischio dipendenza, mentre sono più di 800mila le persone che si avviano verso la patologia. Secondo lo studio, il 30% degli anziani gioca a Lotto e Superenalotto, il 26,6% al Gratta e vinci e alle lotterie istantanee. Questi dati non solo gravano sulla qualità di vita delle persone che spesso dilapidano pensioni già esigue, ma hanno un costo anche per lo Stato. Si stima che ogni anno le casse statali sborsino circa 6 miliardi di euro in spese sanitarie e giudiziarie, per non parlare dell’aumento dei crimini legati all’usura. La ricerca mette in risalto la capillarità che ha raggiunto oggi il gioco d’az-

zardo in Italia. I dati sembrerebbero far emergere stime superiori a quelle generalmente diffuse sulla valutazione del gioco a rischio, sia per frequenza che per volume di giocate. Sebbene il gioco d’azzardo rappresenti un problema, per ora le istituzioni restano sorde alle richieste delle associazioni. Il mercato fiorisce di giochi a bassa soglia di accesso, camuffati da intrattenimento ludico per tutte le età che superano le resistenze del consumatore. «Tutte le forze democratiche - afferma l’Auser - devono domandarsi quale modello culturale e di sviluppo ne può derivare. Se è eticamente accettabile che lo Stato favorisca le società concessionarie anche mediante una politica fiscale in virtù della quale alcuni giochi sono tassati meno dell’1%». Molte le proposte per combattere il fenomeno: limiti all’apertura di nuove sale da gioco nei pressi di luoghi sensibili (scuole, uffici postali ecc), regole sulla pubblicità, finanziamenti per i servizi di prevenzione e cura della dipendenza da gioco.

arcireport n. 11 | 27 marzo 2014 In redazione Andreina Albano Maria Ortensia Ferrara Carlo Testini Direttore responsabile Emanuele Patti Direttore editoriale Paolo Beni Progetto grafico Avenida Impaginazione e grafica Claudia Ranzani Impaginazione newsletter online Martina Castagnini Editore Associazione Arci Redazione | Roma, via dei Monti di Pietralata n.16 Registrazione | Tribunale di Roma n. 13/2005 del 24 gennaio 2005 Chiuso in redazione alle 17.30 Arcireport è rilasciato nei termini della licenza Creative Commons Attribuzione | Non commerciale | Condividi allo stesso modo 2.5 Italia

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Campania Terre di lavoro e dignità

PARETE - 3/12 luglio; 13/22 luglio 23 luglio/2 agosto; 3/12 agosto 22/31 agosto; 1/10 settembre

Puglia I campi di Hiso

CERIGNOLA - 1/11 agosto MESAGNE - 1/10 luglio; 11/20 luglio 21/30 luglio BARI - in via di definizione

Calabria Campi del sole

CONDOFURI - 20/26 luglio PENTEDATTILO - 27 luglio/2 agosto RIACE - 26 luglio/2 agosto; 3/9 agosto

Veneto Il giardino della legalità

CAMPOLONGO - 1/8 settembre

Marche

ISOLA DEL PIANO - 20/27 luglio

Liguria Legalità, Costituzione, Resistenza VENTIMIGLIA - 17/26 luglio Laboratori

Lombardia

LECCO - 25 luglio/3 agosto MILANO - in via di definizione Laboratori

Toscana

SANT’ANNA DI STAZZEMA-MARZABOTTO - 12/17 agosto

Sicilia Liberarci dalle spine

CORLEONE - 28 aprile/3 maggio 5/10 maggio; 15/24 maggio 26 maggio/4 giugno; 5/14 giugno 16/25 giugno; 26 giugno/5 luglio; 7/16 luglio 17/26 luglio; 28 luglio/6 agosto; 7/16 agosto 18/27 agosto; 28 agosto/6 settembre 8/17 settembre; 18/27 settembre 29 settembre/8 ottobre; 9/18 ottobre CANICATTì - 11/20 settembre CATANIA - 1/10 agosto

con

Info: campidellalegalita@arci.it


Arcireport n 11 2014