Eco del Seminario 2021

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L’ Eco del

Seminario 2021

“Non Temere!” Mt 1,20


Sommario 1 Messaggio dell’Arcivescovo

S. E. Rev.ma Mons. Salvatore Gristina

3 “Giuseppe, non temere!”

di Don Antonino La Manna, rettore

4 Un dono immenso

di Don Francesco Abate, vice-rettore

6 Il nostro sì a Dio

di Placido Andrea Consoli

8 I nuovi seminaristi

Nicolò Greco - Sebastiano Scamporrino

10 La comunità del Seminario 12 Dal Seminario al Presbiterio di Don Carlo Palazzolo

14 Un grande tesoro in vasi di creta

di Don Antonino Carbonaro, Don Enrico Catania e Don Pietro Rapisarda

15 Tappe del nostro cammino: Lettorato e Accolitato di Nunzio Schilirò

16 Mons. Gaetano Zito: occhi aperti sul mondo e sulla storia a cura delle Benedettine del SS. Sacramento di Catania

18 Pro Memoria 20 Agenda

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L’ Eco del Seminario REDAZIONE Seminario Arcivescovile dei Chierici viale Odorico da Pordenone, 24 via Braille, 26 (ingresso secondario) 95126 Catania

GRAFICA E IMPAGINAZIONE Luca Vitaliti

Messaggio dell’Arcivescovo S. E. Rev.ma Mons. Salvatore Gristina

STAMPA Tipolitografia Urzì Via Nazareno Scolaro 21/A 95028 Valverde (Ct)

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’8 dicembre scorso si è compiuto il 150° anniversario della proclamazione di San Giuseppe quale patrono della Chiesa universale ad opera del Beato Papa Pio IX. In tale occasione, Papa Francesco ha pubblicato la Lettera apostolica Patris corde, annunciando alla Chiesa l’inizio di un anno particolarmente dedicato alla memoria di colui di cui Dio si è talmente fidato da consegnargli come vero figlio il Suo Figlio Unigenito. La speciale vocazione del carpentiere di Nazareth, quella di essere sposo e padre nella Santa Famiglia in cui l’Incarnato ha imparato a essere uomo, a crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52), ricorda a ciascuno di noi, in particolare a noi ministri ordinati che, come Giuseppe, siamo chiamati alla felicità, la quale raggiunge la sua pienezza solo quando impariamo a donare totalmente noi stessi nell’amore. Infatti, al n. 7 della Patris corde, il Santo Padre Francesco afferma in riferimento a San Giuseppe: «La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata, viene chiesto questo tipo di maturità.

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Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione». Non sacrificio, ma dono di sé. Se l’idea di sacrificio richiama alla mente, anche se non esclusivamente, gli altri concetti di rinuncia, sofferenza, mancanza, taglio, quella di dono fa pensare al regalo, alla gioia della sua preparazione, al sorriso di chi lo riceve e al legame che abbiamo con lui. Pensare al padre come a colui che si dona, che offre se stesso per la gioia del figlio, che fa di tutto perché il figlio sia felice, fa guardare alla vita presbiterale secondo un’ottica molto affascinante, la presenta come una vita i cui attimi sono tutti intessuti d’amore, di creatività, ma anche di silenzio inteso come spazio che lascio all’altro perché esprima se stesso senza invadere il suo campo, perché percepisca la sua crescita anche come propria conquista, senza paternalismi. Ogni padre quindi, compreso il prete (che nella nostra tradizione siciliana viene chiamato e percepito realmente come padre), ha davanti a sé una incoraggiante sfida: realizzare se stesso amando e cioè aiutando il proprio figlio a scoprire e formare giorno dopo giorno la propria identità. Così come Dio ha fatto con Israele e fa oggi con ciascuno di noi, ogni padre, imparando da Giuseppe, con tutto quello che ha a propria disposizione, offre al figlio la possibilità di essere libero e liberamente sceglie di amare. Lo fa prima di tutto con l’esempio silenzioso: di Giuseppe di Nazareth non si registra alcuna parola nel Vangelo, eppure ogni sua azione esprime quella libera offerta di sé nella quale si assume la responsabilità di ciò che gli viene donato e compie ogni atto che lo porti a realizzarla in piena corrispondenza alla volontà di Dio. E quando sarà giunto il momento sarà felice anche di eclissarsi, una volta portato a termine il suo compito, per lasciare spazio alla realizzazione della missione del Figlio che, comunque, porterà indelebile nella sua identità il segno della presenza, dell’esempio, della laboriosa e amabile paternità di Giuseppe: non sarà soltanto il figlio del carpentiere (Mt 13,55), ma la gente lo conoscerà anche semplicemente come il carpentiere (Mc 6,3), come suo padre Giuseppe. Catania, 11 febbraio 2021

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Salvatore Gristina

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non sacrificio ma dono di sè

“Giuseppe, non temere!” di Don Antonino La Manna, rettore … Eliud generò Eleazar. Eleazar generò Mattan. Mattan generò Giacobbe. Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale nacque Gesù chiamato il Cristo… (Mt 1,15-16)

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embra l’interrompersi improvviso di una solenne processione in cui ciascun partecipante è colto nella sua capacità di generare e di mandare avanti, con il suo contributo, la storia (precisa come un cronometro: 14 generazioni a 3 riprese, quindi 42 generazioni, il tempo in cui, secondo la letteratura apocalittica più recente, Dio lascia agire l’uomo o le forze del male nella loro autonomia prima di intervenire…). È un pugno dritto in faccia questo blocco, questa frenata improvvisa del verbo γεννάω (generare), il grande orgoglio di Israele, la benedizione somma, quella di essere un popolo numeroso e fecondo che abita una terra dove scorre latte e miele, tanto da far ritenere maledetti, o meglio maledette (nell’antichità, in cui non si conosceva l’ovulazione, erano sterili solo le donne, incapaci di nutrire il seme sempre fecondo del maschio) le donne rimaste senza figli. E ora il Messia, colui che è chiamato il Cristo, il più atteso di Israele, l’estuario verso cui correva questo fiume di generazioni, di questi re, non tutti santi certamente, ma tutti eredi della promessa, non è frutto dell’ultimo rampollo della stirpe regale. In Giuseppe il fiume si riversa nel mare dal quale proviene sconosciuto il Grande Atteso, l’Erede e Origine di ogni promessa. E Giuseppe, legittimo erede di Davide, non reclama i propri diritti, non si mette lì a protestare al sindacato degli spodestati, ha un solo compito e lo svolgerà per tutta la vita: amare. Non dovrà fare altro. Il nostro Giuseppe amerà senza ripensamenti né rimpianti: amerà la sua Maria, tanto da essere pronto, se proprio deve obbedire alla legge del ripudio, a rimandarla in

segreto pur di non esporla alla vergogna, prima di sapere da dove proviene quel bambino che Maria stessa non conosce né sa da dove sia giunto dentro di lei (… si trovò incinta…, ci dice con circospezione e rispetto Matteo 1,18). Amerà quel suo strano figlio e lo educherà fino a renderlo un figlio di Israele motivato e cosciente della propria figliolanza nei confronti di Jahveh a livelli cui nessuno era mai giunto, ne farà un onesto carpentiere come lui, facendogli conoscere la bellezza e la fatica del lavoro quotidiano e la preziosità del pane guadagnato col sudore, quel pane con il quale un giorno Egli si identificherà. E soprattutto Giuseppe, povero uomo come tutti i figli di Adamo, darà la possibilità a Lui, allo Sconosciuto, al Dio misterioso fatto carne in maniera oscura anche per i due direttamente coinvolti, di vivere nella storia la stessa relazione che viveva nell’intimità divina, dato che Gesù non troverà altro nome da dare a colui che l’ha cresciuto, protetto e amato se non quello stesso nome con cui nell’eternità si rivolgeva al Mistero fino ad allora innominabile: Papà….

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L’ Eco del Seminario Negli anni della formazione, i candidati al presbiterato maturano e si preparano a questa paternità, ad essere segno, ombra, riflesso e strumento della paternità di Dio. Il Vangelo è la regola con la quale i seminaristi devono misurarsi, non per apprendere una lezione o una teoria, ma perché il loro cuore e la loro vita si accordino con Cristo Gesù, siano segno dell’amore di Dio per ogni uomo.

Un dono immenso

di Don Francesco Abate, vice-rettore

“La felicità più profonda nella vita è prendersi cura di qualcuno” (Azione Cattolica “Sant’Antonio Abate” - Belpasso, Natale 2017)

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a prima volta che ho scritto per L’Eco del Seminario, ero un ragazzino cresciuto all’ombra del campanile della mia parrocchia “SS. Apostoli Filippo e Giacomo” di Adrano, che entrava al Seminario Maggiore di Catania, con una grande passione per la musica sacra e col desiderio di voler imparare giorno dopo giorno a fare della Chiesa la mia Casa, affascinato dalla testimonianza sacerdotale dei parroci che mi hanno cresciuto, don Alfio Conti e padre Gaetano Milazzo.

Come san Giuseppe, essi accolgono un dono immenso, smisurato, che si impasta con le povertà, le fragilità e gli smarrimenti personali. Un dono che va coltivato e fatto crescere con dedizione, giorno per giorno, alla luce del Vangelo, nella preghiera e nello studio. Un dono che, senza essersi scelti, va condiviso fraternamente nello stare insieme ad altri, con personalità diverse per provenienza, esperienza umana, attitudini,

carismi, sensibilità ma, consapevoli della comune chiamata, tutti in cammino dietro Cristo, desiderosi di conoscere meglio se stessi ed essere se stessi, di imparare l’uno con l’altro e l’uno dall’altro, di arricchirsi a vicenda, di servire la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Un dono che deve diventare, nella vita quotidiana, non una funzione o un ruolo freddo, ma stile umile e vero, sintesi armoniosa, dedizione, servizio generoso e rispettoso, che sappia offrire vicinanza, luce e gioia nuova a tutti. A voi, cari seminaristi, auguro che possiate imparare cosa significhi voler bene secondo il cuore di Dio e sperimentare la felicità più profonda della vita nel prendersi cura di qualcuno. A voi, lettori, chiedo di accompagnare con la vostra vicinanza la comunità del Seminario: non fateci mancare mai la vostra preghiera ed il vostro sostegno.

cammino, del dono ricevuto, per scorgere dentro la propria storia, con meraviglia sempre nuova, il cuore del Padre, dal cui Amore proviene tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo. Allo stesso tempo, il ricordare mette in moto, in noi e attorno a noi, la carità creativa e generosa verso il Seminario per il suo compito altissimo e diventa, soprattutto, preghiera incessante, corale, fiduciosa, perché altri giovani si lascino afferrare da Cristo, Buon Pastore del Popolo di Dio.

A distanza di dieci anni, mai avrei immaginato di ritrovarmi nuovamente a scrivere qui, con la stessa trepidazione ed entusiasmo con cui ho vissuto gli anni della formazione in Seminario, ma anche con diversa e grata consapevolezza, che ho avuto la grazia di maturare nelle varie esperienze pastorali in Chiesa Madre ad Adrano, nelle parrocchie “Cuore Immacolato di Maria” a Catania e “Risurrezione del Signore” a Librino, nella grande famiglia dell’Azione Cattolica diocesana, come assistente del settore ragazzi, e infine a Belpasso, dove ho vissuto i miei primi tre anni del ministero presbiterale nell’amata, prediletta e indimenticata parrocchia “Sant’Antonio Abate”.

Lo speciale Anno di San Giuseppe, indetto da Papa Francesco, costituisce in tal senso per tutti un incoraggiamento nel cammino verso il sacerdozio.

paternità”.

Guardare a San Giuseppe, per un seminarista, in particolare, significa comprendere la propria vocazione come una feconda chiamata alla paternità, non in quanto “padre che genera”, bensì in quanto “custode che dona

Il presbitero, infatti, viene posto da Dio come sentinella per una particolare comunità, che viene affidata alle sue cure, perché la ami con cuore di padre, con dedizione umile, totale e disinteressata, affinché il popolo veda il volto sollecito della Chiesa che, fedele al mandato di Cristo, si prende cura dei suoi figli.

Cari amici, celebrare la Giornata del Seminario e delle vocazioni sacerdotali, significa per me, come per ogni presbitero, fare memoria del proprio

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Il nostro sì a Dio di Placido Andrea Consoli

«Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste». Patris corde n.4

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e parole del Santo Padre forse, in questo particolare momento storico, feriscono o rischiano di non essere comprese. Come è possibile non temere di fronte a tutto ciò che sta vivendo l’intera umanità? Come non aver rabbia per i progetti di vita sfumati, i fallimenti economici e commerciali, lo stravolgimento della quotidianità, il continuo aumento dei contagi, il menefreghismo

di tanti? Come non essere delusi da chi, chiamato a perseguire il bene della collettività mira, invece, solo ad un becero tornaconto personale e non al bene di tanti? Come non essere rassegnati di fronte ad una pandemia i cui dati variano turbinosamente e che ha colorato le regioni del nostro Bel Paese con colori caldi ma che fanno tremare la mente e il cuore per ciò che rappresentano?

L’ Eco del Seminario Parimenti a San Giuseppe, stiamo vivendo quella tremenda notte, segnata dal dolore, in cui ci viene chiesto di scegliere; e proprio in questa affannosa ricerca di soluzioni ci viene sussurrato “Non temere!”. Già! Proprio nel momento più alto della nostra vulnerabilità, della nostra debolezza, nel buio della nostra esistenza si fa presente Dio il quale, con imperativo, ci invita a riprendere il coraggio. Da seminarista posso testimoniare come non sia sempre facile ascoltare e seguire questo invito. Tante domande urlo a Dio, e la sua risposta sconvolge sempre: “Non temere Andrea!”. Allora capisco che lo sconforto, la rabbia, la rassegnazione, la paura sono “luoghi” di grazia perché lì offro tutta la mia debolezza e il limite di ciò che sono: «Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza» (Patris corde n.2). Cosa fare allora? Riacquistare la certezza di essere

amati, di non essere soli, di essere pienamente voluti bene da Dio il quale, da Padre, non può che desiderare il bene dei figli. Il difficile presente che ci ha travolti, che ha segnato il lutto in tante, troppe, famiglie, che ci ha tolto abbracci e strette di mano e ha nascosto sotto le mascherine i nostri sorrisi, sia per tutti noi il personale si al “non temere” ed essere soggetti attivi del disegno d’amore di Dio. «Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande» (Patris corde n.2). Sia allora lo sposo di Maria esempio e conforto per ciascuno di noi a non lasciarci vincere dai problemi della quotidianità ma essere attivi collaboratori dell’amore di Dio.


L’ Eco del Seminario

I nuovi seminaristi ALLA RICERCA DELL’AMORE NEI PICCOLI di Nicolò Greco «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano» (Lc 5, 30-32).

sono diventato più maturo, più coraggioso e più consapevole che potevo trovare Lui ovunque. Come segno provvidenziale nel Marzo 2019 due eventi hanno mosso la mia definitiva scelta: la malattia di un giovane gaglianese che mi ha permesso di capire che la vita può essere breve e bisogna viverla felicemente; e poi l’ordinazione sacerdotale di don Vincenzo Mascali e don Giuseppe Palazzo, diventati miei amici fraterni. Così il 30 settembre, dopo aver incontrato Mons. Salvatore Muratore, vescovo di Nicosia, ho iniziato il propedeutico presso la parrocchia “Immacolata Concezione” in Centuripe, dove ho potuto sperimentare il senso di parrocchia e di condivisione. In don Pietro Damiano Scardilli, vicario generale e parroco, ho trovato l’Amore di un Padre per me, per la sua comunità, per ogni Uomo di questo mondo, ma soprattutto per Cristo e la Sua Sposa. Il 28 settembre 2020 ho iniziato a far parte di questo seminario di Catania,

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o deciso di iniziare la mia presentazione con queste parole del Vangelo, perché mi hanno accompagnato fino al mio ingresso in seminario e credo che mi accompagneranno per tutta la vita. Ho scoperto,infatti, che il Signore si trova nei peccatori, nei piccoli, nei poveri, nei bisognosi, in ogni Uomo e che solo grazie al Suo Amore possiamo veramente capire chi siamo. Era il 23 Maggio 2018 quando ho detto il mio “Si” al Suo Amore e al Suo Progetto. Ed è cosi che ho iniziato a scoprire chi sono! Mi presento: sono Nicolò Greco, ho 21 anni e appartengo alla parrocchia San Cataldo, in Gagliano Castelferrato (diocesi di Nicosia), guidata da padre Pietro Antonio Ruggiero. Sono sempre stato un ragazzo inserito nella vita della parrocchia, sia con il defunto e mai dimenticato parroco padre Vito Bottitta, sia con l’allora parroco don Domenico Bannò. Non nego che nel periodo adolescenziale ho avuto un periodo di crisi e mi sono allontanato , fin quando ho deciso di partecipare alla messa domenicale e ho riscoperto che c’era un Amico pronto ad accogliermi cosi come sono, pieno di peccati, ma desideroso della Sua Misericordia. Comunicata al parroco la mia scelta vocazionale, mi sono messo in contatto con il rettore, don Filippo Rubulotta. Dopo aver fatto presente questo alla mia famiglia, di comune accordo, abbiamo deciso di prendere un periodo di tempo per discernere e, completati gli studi scientifici, mi sono iscritto alla facoltà di Matematica, in Catania. Sono grato ai miei genitori per avermi consigliato questo percorso , perché

L’ Eco del Seminario nel quale mi sono subito sentito accolto da una nuova Famiglia. Sento il bisogno di concludere con alcuni ringraziamenti. Grazie a quanti hanno pregato per me, a chi ho sopra citato, ai miei genitori,a mia sorella e mio cognato, a mia nonna, ai miei zii e ai miei cugini, alla mia migliore amica Giusy Palmisano per esserci sempre stata,a Peppe Sparti per la sua preziosa presenza, a don Giuseppe Maenza per il suo esempio e la sua guida,a don Daniele Baggieri perché mi fa

LA SUA FEDELTÀ HA RESO BELLA LA MIA VITA! di Sebastiano Scamporrino seminarista della Diocesi di Ragusa per quattro anni, e dopo un attento discernimento fatto insieme a chi mi ha accompagnato in questi anni, ho chiesto al nostro Arcivescovo di poter continuare il mio cammino formativo in questa Chiesa di Catania.

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ipercorrere la propria storia, scorgendo in essa le luci e le ombre che la caratterizzano, non è certamente un lavoro semplice. Tuttavia, nel farlo non posso che lodare e benedire il Signore perché nel mio vissuto ha sempre lasciato una sua impronta visibile. Mi chiamo Sebastiano Scamporrino, ho 26 anni e sono originario di Comiso. Seppur da soli pochi mesi sono membro della Comunità del Seminario di Catania, in realtà sono inserito nel cammino formativo in preparazione al sacerdozio già da diversi anni; infatti sono stato

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comprendere l’Amore per i piccoli, a suor Concetta Narcisi e alla comunità delle suore sacramentine per la loro preghiera incessante, a Graziano Li Calzi per avermi fatto riflettere saggiamente, a Piersalvo Briante,Roberta Amata e a tutti miei amici di Gagliano e Troina, alle comunità parrocchiali di Gagliano e di Centuripe. Grato al Signore per ciò che realizza in me, vi chiedo di accompagnarmi sempre con la vostra presenza e con la vostra sincera e costante preghiera.

Ho iniziato il mio percorso nel 2014, quando all’età di 19 anni chiesi all’allora Vescovo di Ragusa Mons. Paolo Urso di poter iniziare il cammino in Seminario. Sono molto grato al Signore per gli anni che mi ha donato di vivere in quella comunità, perché mi ha permesso di crescere, di comprendere meglio cosa volesse da me e come io potessi spendermi al meglio per il servizio degli altri. seppur giovanissimo, mi sono sforzato di entrare sempre più in un rapporto intimo con Gesù, perché sono convinto che non esiste vocazione alcuna se non si è prima discepoli attenti alla voce del Maestro. Posso affermare con voce ardita che, nonostante le miserie e le imperfezioni, se ci si lascia amare da Gesù e si entra in intimità con lui, Egli trasforma la nostra piccolezza in grandezza e opera meraviglie per mezzo nostro. E posso affermare questo perché, nella storia travagliata della mia vocazione Egli si è sempre mostrato fedele; e sono certo che il mio trovarmi qui a Catania è ancora una volta il segno del suo amore incondizionato nei miei confronti, come incondizionato è l’amore che nutre verso ognuno di noi.

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L’ Eco del Seminario

L’ Eco del Seminario

La Comunità del Seminario

PRIMO ANNO

QUARTO ANNO

Nicolò Greco (Diocesi di Nicosia)

Marco Cuttone

Sebastiano Scamporrino

Luca Vitaliti

SECONDO ANNO

SESTO ANNO

Nicola Coco

Placido Andrea Consoli

Luigi Scarlata

Nunzio Schilirò

TERZO ANNO

DIACONI Don Antonino Carbonaro

Moma Kalela Patient (Diocesi di Nicosia)

Don Enrico Catania Don Pietro Rapisarda

“Chi è chiamato al ministero non è “padrone” della sua vocazione,

RETTORE

PADRE SPIRITUALE DEL BIENNIO

Don Antonino La Manna

Don Enzo Fatuzzo

VICE-RETTORE

PADRE SPIRITUALE DEL TRIENNIO

Don Francesco Abate

Mons. Salvatore Scribano

AMMINISTRATORE

RESPONSABILE TEMPO PROPEDEUTICO

Don Salvatore Cubito

Don Duilio Melissa

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ma amministratore di un dono che Dio gli ha affidato per il bene di tutto il popolo, anzi di tutti gli uomini, anche di coloro che si sono allontanati dalla pratica religiosa o non professano la fede in Cristo. Al tempo stesso, tutta la comunità cristiana è custode del tesoro di queste vocazioni, destinate al suo servizio, e deve avvertire sempre più il compito di promuoverle, accoglierle ed accompagnarle con affetto. Dio non cessa di chiamare alcuni a seguirlo e servirlo nel ministero ordinato. Anche noi, però, dobbiamo fare la nostra parte, mediante la formazione, che è la risposta dell’uomo, della Chiesa al dono di Dio, quel dono che Dio le fa tramite le vocazioni. Si tratta di custodire e far crescere le vocazioni, perché portino frutti maturi. Esse sono un “diamante grezzo”, da lavorare con cura, rispetto della coscienza delle persone e pazienza, perché brillino in mezzo al popolo di Dio

Papa Francesco, Discorso alla Plenaria della Congregazione per il clero, 03 ottobre 2014

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L’ Eco del Seminario

Dal Seminario al Presbiterio di Don Carlo Palazzolo

“Ti rendiamo grazie perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale”

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’anno che è passato alla storia per l’inaspettata pandemia da Covid-19, credo che rimarrà impresso nella memoria di ciascuno di noi. Si è trattato di un anno particolarmente difficile che ha creato non poche sofferenze, non solo alla nostra nazione, ma al mondo intero creando nuove ferite, povertà e bisogni. Un lungo lockdown, durato tre mesi, ha costretto noi italiani, per evitare la diffusione del virus, a rimanere in casa limitando le uscite solo in caso di necessità e ha impedito, inoltre,

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in merito alla vita di fede, la partecipazione dei fedeli alle Celebrazioni liturgiche che si sono svolte regolarmente a porte chiuse, in assenza di fedeli, ma trasmesse via web attraverso i diversi mezzi di comunicazione. Le nostre celebrazioni liturgiche hanno certamente risentito di questa pandemia richiedendo, all’inizio, il grande sacrificio di assistere su uno schermo il grande dono che il Signore ci fa nell’Eucaristia, e poi, l’attenta cura attraverso il giusto uso di misure di protezione individuale e collettive per il ritorno dei fedeli alle S. Messe, sebbene in numeri contenuti. È in questo contesto che il Signore mi ha dato la grazia del dono del Presbiterato ricevuto lo scorso 5 ottobre 2020 nella nostra Basilica Cattedrale di Catania per l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del nostro Arcivescovo Mons. Salvatore Gristina. In quella stessa occasione, il nostro Arcivescovo ha ricordato i 50 anni di ordinazione presbiterale, non essendo stato possibile celebrarli lo scorso 17 maggio 2020 in presenza dei fedeli, a causa del lockdown che impediva, come già detto, la partecipazione del popolo di Dio alle celebrazioni Eucaristiche, e i 28 anni di ordinazione episcopale celebrati, invece, il 3 ottobre 2020. Sobria, ma allo stesso tempo solenne, nonostante le diverse restrizioni circa anche il numero dei partecipanti che non poteva superare le 200 persone, la celebrazione liturgica si è svolta nella piena osservanza delle norme anti Covid-19.

L’ Eco del Seminario Nonostante tali difficoltà, grande è stata la mia commozione, mista a gioia e gratitudine a Dio, ma anche quella di coloro che in presenza, dotati di mascherine e distanziati, o attraverso la diretta, resa fruibile grazie ai diversi mezzi di comunicazione sociale, ne hanno preso parte da casa. Sono infintamente grato al Signore per avermi chiamato ad esercitare il ministero sacerdotale proprio in questo periodo della storia, tempo in cui ho potuto davvero sperimentare l’essenza del servizio che richiede il sacramento dell’Ordine.

vita, durante i quali ho fatto un’esperienza meravigliosa e se tornassi indietro la rifarei. Senza questa esperienza non mi sarebbe stato possibile crescere in umanità, nella fede, nella conoscenza di Dio, nella carità, e nella vita spirituale, elementi imprescindibili per un cristiano e, soprattutto per un presbitero. Proprio per questo motivo, il 6 ottobre 2020, anche se con un discreto numero di partecipanti ho voluto presiedere per la prima volta l’Eucaristia in seminario. Durante gli anni della formazione sono state

Essere presbiteri non significa vestire vesti, più o meno pregiate, nemmeno esclusivamente presiedere riti, ma vivere quanto il rito di ordinazione dice: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Si tratta, non tanto di un traguardo a cui si giunge dopo alcuni anni di seminario, ma l’inizio di un percorso in cui siamo chiamati ad essere sempre più discepoli di Gesù, capaci di non trovare scandalo dinnanzi alla sua croce ma di saperla portare nella fedeltà quotidiana e nella gioia del dono di sé sull’esempio di Colui che non è venuto per farsi servire ma per servire (cfr. Lc 9,23 e Mc 10,45). Siamo, dunque, chiamati, come ricorda papa Francesco, a ungere il popolo di Dio «distribuendo noi stessi, la nostra vocazione e il nostro cuore» (S. Messa del Crisma, 19 aprile 2019). Dal 5 ottobre sono trascorsi, ormai, diversi mesi e, ogni giorno che passa sperimento che l’efficacia del ministero non dipende esclusivamente dai nostri sforzi umani, ma dalla capacità di diminuire per fare crescere in noi Cristo Signore, eterno sacerdote (cfr. Gv 3,30) e tutto ciò attraverso la preghiera personale e comunitaria; lo studio, meditazione e preghiera della Parola di Dio, e i sacramenti. Sono infinitamente grato al Signore per gli anni del seminario, i più belli della mia

per me importanti diverse figure e realtà: anzitutto, il nostro Arcivescovo del quale custodirò gelosamente tutti i suoi insegnamenti, i due rettori a cui il Signore ha affidato la mia formazione, mons. Giuseppe Schillaci, oggi vescovo di Lamezia Terme, e padre Antonino La Manna; i padri Spirituali, prima mons. Salvatore Genchi, e poi p. Enzo Fatuzzo; fra Vincenzo Soffia che è stato il parroco che mi ha tanto aiutato e guidato nella vocazione sacerdotale e negli anni di formazione; il gruppo Opera Vocazioni Sacerdotali, realtà che va tanto incoraggiata per il suo indispensabile servizio di preghiera, accompagnamento e sostegno per le vocazioni; il Serra Club che non ha mai esitato a dimostrare il suo affetto e vicinanza per la formazione dei seminaristi; i sacerdoti che mi hanno accompagnato e guidato nelle diverse esperienze pastorali, gli amici e i fedeli di Hong Kong e Singapore conosciuti durante le mie esperienze estive in Oriente; la parrocchia Santa Maria di Gesù, dove è nata la mia vocazione, e la parrocchia San Luigi dove ho ricevuto i sacramenti della iniziazione cristiana. Pregate per me il Signore perché possa servirlo con fedeltà, amore, dedizione, umiltà e perseveranza che duri sino alla fine ovunque Egli mi chiamerà ad esercitare il ministero presbiterale e, soprattutto, non dimenticate di pregare per il nostro seminario.

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L’ Eco del Seminario

Un grande tesoro in vasi di creta

di Don Antonino Carbonaro, Don Enrico Catania e Don Pietro Rapisarda In un periodo segnato da parecchie difficoltà a causa della pandemia da Covid-19, nonostante le varie restrizioni, la grazia di Dio continua a visitare le nostre fragili vite consegnandoci doni di inestimabile valore. Lo scorso mese di novembre è stato segnato da due momenti di immensa grazia poiché, attraverso l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione da parte del nostro Arcivescovo, Mons. Salvatore Gristina, abbiamo ricevuto l’Ordine Sacro del Diaconato. Le disposizioni governative vigenti non consentivano di oltrepassare i confini del proprio comune di residenza, pertanto, Mons. Gristina ha ritenuto opportuno conferire il diaconato presso le parrocchie di appartenenza dei candidati suddividendole in due giorni: Enrico Catania è stato ordinato martedì 24, presso la parrocchia “Santa Maria del Carmelo alla Barriera” in Catania, mentre Pietro Rapisarda e Antonino Carbonaro sono stati ordinati mercoledì 25 presso la parrocchia “Maria SS. della Guardia” in Belpasso. Queste celebrazioni sono state molto toccanti perché hanno segnato una tappa molto importante nel nostro cammino verso il presbiterato. Gli anni di formazione vissuti in Seminario si sono concretizzati con il ricevimento di questo inestimabile dono che, appena sperimentato sulla nostra pelle, ci ha fatto comprendere di aver ricevuto anche una grande e delicatissima responsabilità. La gioia incontenibile, sin da subito, ha lasciato spazio al senso di responsabilità che il diaconato comporta e ci ha reso consapevoli, in misura ancora maggiore, che la nostra fragilità umana nasconde la forza e l’amore di Dio e che noi abbiamo il doveroso compito di trasmettere al prossimo attraverso lo spirito del servizio. Solo assumendo tale atteggiamento possiamo dire, come l’apostolo Paolo, di custodire un grande tesoro in vasi di creta (cfr. 2Cor 4,7) perché siamo consapevoli che è la potenza di Dio ad operare attraverso di noi.

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Tappe del nostro cammino: Lettorato e Accolitato di Nunzio Schilirò

«In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro perché erano come pecore senza pastore e si mise ad insegnare loro molte cose» (Mc 6,34).

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el contesto delle festività natalizie, lo scorso venerdì 8 gennaio, nella nostra chiesa del Seminario, abbiamo vissuto un momento forte del nostro cammino di formazione: l’istituzione di due nuovi Lettori, Marco Cuttone e Luca Vitaliti, e due nuovi Accoliti, Placido Andrea Consoli e Nunzio Schilirò. Il passo del vangelo di Marco riportato qui è l’inizio del brano che la Liturgia della Parola in quel giorno ha previsto: Gesù che, come Padre che “con-patisce” la folla che lo segue, si mette ad insegnare, mostra i suoi prodigi, dà loro da mangiare. Questo passo racchiude benissimo il significato dei due ministeri che ci sono stati conferiti: il Lettorato, ministero della Parola, che rimanda al compito di essere veri annunziatori del Vangelo

sull’esempio di Cristo-Parola vivente di Dio Padre, e l’Accolitato, ministero dell’Eucaristia, che rimanda al compito di portare al mondo CristoPane di vita sull’esempio di Gesù che offre il pane alla folla che gli sta intorno e, più tardi, offrirà tutto se stesso sulla Croce per la salvezza del mondo. La celebrazione è avvenuta nel giorno stesso in cui, da calendario, era prevista l’annuale agape fraterna con l’OVS, in cui si compie la raccolta dei beni pro-Seminario, momento che, date le circostanze difficili legate alla pandemia, non è stato possibile vivere come sempre, ma che siamo certi ha visto la partecipazione con la preghiera da parte di tutti quelli che, in diverso modo, sostengono questa nostra realtà. Ed è da questo che, ringraziando ancora una volta tutti, rinnoviamo l’invito a pregare per noi affinché possiamo crescere nell’amore a Cristo e ai fratelli ricordando che «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).

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L’ Eco del Seminario

Mons. Gaetano Zito: Occhi aperti sul mondo e sulla storia

a cura delle Benedettine del SS. Sacramento di Catania La nostra comunità monastica ha indubbiamente avuto il privilegio di sperimentare più da vicino la dimensione pastorale propria di mons. Gaetano Zito nei 27 anni in cui ha svolto il suo ministero di cappellania presso la nostra chiesa di San Benedetto. Notoriamente conosciuto per le sue eccezionali doti di storico, di professore, di conferenziere, archivista e altro ancora, il nostro defunto cappellano ha prima di tutto messo a servizio di tantissime persone la sua paternità vigile ed accorta, nella profonda e feconda consapevolezza che il dono del sacerdozio non apparteneva a lui, ma che gli era stato affidato da Dio per il bene e la crescita dei fratelli. Forgiato dal

In memoriam

contatto con la Parola di Dio e il Mistero eucaristico, ha sempre più consegnato i suoi molteplici talenti all’azione della Grazia sino alla trasfigurazione finale di una malattia che è divenuta una porta di accesso, per lui verso il Regno dei Cieli, per noi alla sua spiritualità più autentica. Ecco che guardando alla figura di San Giuseppe in questo speciale anno voluto da papa Francesco, spigolando tra le righe della Lettera apostolica Patris corde, vogliamo cogliere un passaggio tra i diversi possibili che, per certi versi, possiamo rileggere in riferimento al particolare “carisma” di mons. Zito. Al n. 4 il Santo Padre afferma che «Giuseppe non

Gaetano Zito, nato a Troina, diocesi di Nicosia, il 9 marzo 1954, fu ordinato sacerdote il 17 dicembre 1977. Conseguì il dottorato in Storia Ecclesiastica presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma, specializzandosi in biblioteconomia ed archivistica presso la Scuola Vaticana. E’ stato parroco di “Santa Maria di Nuovaluce” a Monte Po’, poi cappellano del Monastero “San Benedetto” di Catania e rettore della Chiesa “San Nicola l’Arena”, nonché docente di Storia della Chiesa e preside dello Studio Teologico “San Paolo” di Catania, direttore dell’Archivio storico diocesano, vicario episcopale per la cultura, presidente dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica e vicepresidente dell’Associazione dei professori di Storia della Chiesa in Italia. La partecipazione a convegni di studio e rilevanti percorsi di ricerca, sono confluiti nella pubblicazione di numerosi libri. Insigne studioso del Beato Cardinale Dusmet e grande devoto di Sant’Agata, ha amato la Chiesa con squisito stile pastorale e carità culturale. Durante i festeggiamenti agatini, era particolarmente atteso, all’alba del 6 febbraio, il suo intervento dopo il canto delle Benedettine, durante la storica fermata di via Crociferi. All’età di 65 anni, è deceduto l’8 ottobre 2019, dopo una lunga malattia.

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L’ Eco del Seminario è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo […]. Come Dio ha detto al nostro Santo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere” (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. […] La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. Torna ancora una volta il realismo cristiano, che non butta via nulla di ciò che esiste. La realtà, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, è portatrice di un senso dell’esistenza con le sue luci e le sue ombre». Proprio partendo da Cristo mons. Zito era capace di recuperare il senso della storia, universale e personale, senza il quale è impossibile essere protagonisti nel nostro tempo in modo consapevole, responsabile e fattivo. Come Giuseppe, è stato un uomo che guardava «ad occhi aperti», costantemente attento a cogliere i segni dei tempi e a discernere gli eventi quale continuo intreccio del Soprannaturale innestato nell’umano. Anche laddove la fragilità umana scrive pagine non esenti da ambiguità e contraddizioni. Tutto questo non deve scoraggiare, bensì far andare oltre per rintracciare, anche in ciò che può essere oscuro, l’opera di Dio: urgente nel cammino di un uomo e di un cristiano «è accogliere la propria storia» (n. 4) con «coraggio creativo» (n. 5). Mons. Zito ci ha insegnato che bisogna andare dritti verso la meta senza cercare scorciatoie, così come ha fatto il falegname di Nazareth. La vita va vissuta in tutta la sua pienezza perché possa essere portatrice di un significato e di una finalità Alta e Altra. Da storico e soprattutto da sacerdote, aveva capito – trasmettendolo continuamente – che solo se non si ha paura di guardare e accettare la realtà così com’è si può essere validi collaboratori nella realizzazione del piano di salvezza del Signore che è anche quello di restituire l’uomo a se stesso perché possa essere nel mondo e nella Chiesa lievito, sale, luce…

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L’ Eco del Seminario

Pro memoria L’Anno del Signore 2021 - 2022 sarà ricordato, speriamo, a motivo di alcuni anniversari che ci riportano indietro nel tempo, ma la cui grata memoria storica dovrà aiutarci a leggere il nostro vissuto e a riprendere il cammino presente con rinnovato entusiasmo. In particolare, 70 anni fa, il 15 agosto 1951, venivano inaugurati i nuovi locali dove è ubicato attualmente il Seminario; mentre 450 anni fa, il 18 aprile 1572, veniva fondato il Seminario diocesano di Catania. Queste due circostanze giubilari possono diventare occasioni da vivere intensamente, affinché il Seminario sia sempre più il cuore della diocesi e stia a cuore ad ogni cristiano, imparando molto concretamente a conoscere il luogo e la realtà del Seminario e a farla conoscere, e poi pregando per le vocazioni, promuovendo il gruppo Opera Vocazioni Sacerdotali e Serra Club, impegnando la propria creatività nella pastorale vocazionale.

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Puoi versare la colletta della Giornata del Seminario o altre offerte liberali, specificando la causale, attraverso le seguenti modalità: Presso l’economato della Curia diocesana Direttamente in Seminario Tramite cc postale n. 11 66 79 53 Tramite bonifico bancario IT27N0335901600100000100429 intestato a: Seminario Arcivescovile dei Chierici Viale O. da Pordenone, 24 - 95126 CATANIA


L’ Eco del Seminario

Agenda dal 20 al 25 luglio

24 novembre

Il Seminario trascorre la settimana estiva presso la Ordinazione diaconale di Enrico Catania, presso la Domus Seraphica di Nicolosi. Parrocchia “S. Maria del Carmelo alla Barriera” in Catania.

dal 13 al 18 settembre

Presso la Casa di Esercizi Spirituali dei PP. Passionisti di Mascalucia, si tengono gli esercizi spirituali per la comunità del Seminario, guidati da Don Giuseppe Buccellato SDB.

25 novembre Ordinazione diaconale di Antonino Carbonaro e Pietro Rapisarda, presso la Parrocchia “S.Maria della Guardia” in Belpasso.

29 settembre I seminaristi Andrea Consoli e Nunzio Schilirò vengono istituiti lettori, presso la Basilica Cattedrale. In tale occasione, l’Arcivescovo comunica di aver nominato don Francesco Abate vicerettore del Seminario, il quale dovrà pure continuare gli studi presso il Pontificio Istituto di Musica Sacra a Roma.

5 ottobre Ordinazione presbiterale di don Carlo Palazzolo, 8 gennaio presso la Basilica Cattedrale, in occasione del 28° I seminaristi Marco Cuttone e Luca Vitaliti anniversario di episcopato dell’Arcivescovo. vengono istituiti lettori, mentre Andrea Consoli e Nunzio Schilirò accoliti, presso la Chiesa “Regina 9 ottobre Apostolorum” del Seminario. Il seminarista Andrea Consoli discute la tesi per il Baccalaureato in Teologia, dal titolo “Sub sigillum confessionis: il sigillo sacramentale e la sua violazione tra Ius canonicum e Ius civile”.

12 febbraio Il seminarista Nunzio Schilirò discute la tesi per il Baccalaureato in Teologia, dal titolo “Il Sacramento della penitenza. Continuità e discontinuità tra riflessione teologica e prassi celebrativa”.

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Momenti di fraternità