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spedizione in abb. postale 45% - art. 2 comma 20/b legge 662/96 - filiale di Napoli

gennaio 2001

architettinapoletani

rivista bimestrale dell’ordine degli architetti di napoli e provincia


architettinapoletani rivista bimestrale dell’ordine degli architetti di napoli e provincia numero 4 · gennaio 2001

editore Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia Paolo Pisciotta Francesco Bocchino Beatrice Melis

presidente vice presidenti

Gennaro Polichetti

segretario

Pasquale De Masi

tesoriere

Francesco Cassano consiglieri Gerardo Cennamo Vincenzo Corvino Pio Crispino Ermelinda Di Porzio Fabrizio Mangoni di S. Stefano Fulvio Ricci Antonella Palmieri Onorato Visone Antonio Zehender

in questo numero:

editoriale costruire una nuova legge urbanistica: considerazioni profane bernardo secchi

direttore responsabile Paolo Pisciotta

argomenti

direttore editoriale Vincenzo Corvino responsabile di redazione Gerardo M. Cennamo comitato editoriale Massimo Calenda Pasquale De Masi Ermelinda Di Porzio Fabrizio Mangoni di S. Stefano Antonella Palmieri redazione Antonio Acierno, Giuseppe Albanese, Antonio Ariano, Alba Cappellieri, Giovanna di Dio Cerchia, Claudio Correale, Marco De Angelis, Carmen Del Grosso, Luca Lanini, Giulia Morrica, Aldo Micillo, Mariarosaria Pireneo, Marcello Pisani, Adelaide Pugliese, Francesco Scardaccione, Roberto Vanacore hanno collaborato a questo numero Clotilde Bavaro, Emanuela Coppola direzione e redazione Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia via Medina, 63 tel. 081.552.45.50 · 552.46.09 fax 081.551.94.86 http://www.na.archiworld.it e-mail: infonapoli@archiworld.it servizio editoriale e pubblicità Eidos s.a.s. via Napoli, 201 Castellammare di Stabia Napoli tel./fax 081.8721910 e mail: eidosedizioni@libero.it stampa Grafiche Somma Gragnano Napoli progetto grafico Michele Esposito Carlo Buonerba Registrazione Trib. di Napoli n°5129 del 28/04/2000

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nel segno della qualità

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la regione campania tra pianificazione e nuova legislazione urbanistica

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per una nuova generazione di piani

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paolo pisciotta

ermelinda di porzio

francesco domenico moccia

la futura legge urbanistica regionale intervista a marco di lello

a cura di clotilde bavaro

la svolta del PTCP intervista a guido riano

a cura di clotilde bavaro

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punto di vista di un amministratore locale

13 politiche per il governo del territorio 16

intervista a gennaro polichetti

a cura di clotilde bavaro

eirene sbriziolo

l’educazione all’urbanistica 18

mario coletta

considerazioni sul “palinsesto urbanistico” 19 pierluigi giordani

urbanistica e sviluppo locale 23

osvaldo cammarota

giovanni cotroneo

dall’ANCE Campania 24 urbanistica e sicurezza 26

antonio acierno

Testo di accompagnamento a:

emanuela coppola

immagini della pianificazione campana

distribuzione gratuita agli architetti iscritti all’albo di Napoli e Provincia, ai Consigli degli Ordini Provinciali degli Architetti e degli Ingegneri d’Italia, ai Consigli Nazionali degli Architetti e degli Ingegneri, agli Enti e Amministrazioni interessate spedizione in abb. postale 45% - art. 2 comma 20/b legge 662/96-filiale di Napoli Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano il Consiglio dell’Ordine né la redazione della Rivista. Di questo numero sono state stampate n° 7.000 copie Chiuso in tipografia il 08/01/2001

in copertina programma comunitario Urban: Salvatore Bisogni, mercatino coperto ai Quartieri Spagnoli CM1YK


costruire una nuova legge urbanistica: considerazioni profane Bernardo Secchi

Bernardo Secchi (1934) insegna Urbanistica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. È autore di Squilibri territoriali e sviluppo economico (Venezia 1974), Il racconto urbanistico (Torino 1984), Un progetto per l’urbanistica (Torino 1989), Prima lezione di urbanistica (Roma, 2000) e di molti saggi in riviste di architettura ed urbanistica.Ha studiato ed elaborato piani e progetti per Siena, Bergamo, Prato, Brescia, Pesaro, Madrid, Ginevra, Marsiglia, Kortrijk. Fa parte del gruppo fondatore e di redazione della rivista Archivio di Studi Urbani e Regionali. Ha collaborato con la rivista Casabella. Dal 1984 al 1991 è stato direttore della rivista Urbanistica.

Negli ultimi anni diverse Regioni hanno discusso ed approvato nuove leggi urbanistiche; altre si apprestano a farlo. E’ difficile, a me sembra, riconoscere nella diversità delle proposte che sono emerse o che sono allo studio qualcosa che le leghi fortemente a specifici caratteri della cultura, anche solo della cultura amministrativa, della regione che ne è promotrice. Più facile mi sembra osservare alcune tendenze comuni che le legano al quadro giuridico ed istituzionale precedente ed un insieme eterogeneo di idee e posizioni che, negli anni recenti, si sono spesso tra loro confrontate in modi anche vivaci. Benché forse i tempi siano prematuri, molte delle nuove leggi infatti non hanno ancora alle spalle un periodo sufficientemente esteso di sperimentazione, a me sembra sia possibile, forse anche necessario, riflettere con molta calma su alcuni aspetti generali che le nuove proposte mettono in luce. Cercherò di esporre, in modi necessariamente telegrafici ed allusivi, alcuni dei miei dubbi. Primo: non vi ha dubbio che i decenni recenti siano connotati da un progressivo decentramento di competenze dallo Stato, alle Regioni, alle Provincie ed ai Comuni ed oltre (ai Consigli di Zona, di quartiere, etc.) e che le competenze in materia urbanistica siano tra quelle che più velocemente si adeguano a questa tendenza. La retorica che alimenta e sostiene questo impetuoso flusso di competenze dal centro verso l’estrema periferia è quella da tempo fatta propria dall’urbanistica “ingenua” e dalle versioni più banali del localismo: maggior vicinanza del centro di decisione al cittadino destinatario, maggior competitività delle diverse amministrazioni nei mercati rilevanti. Le conseguenze sono quelle di un forte “oscuramento” di ogni riflessione su necessità e ruolo della pianificazione: di politiche generali che investano in modo articolato, ma fortemente coordinato, tutto il territorio nazionale. Eppure proprio le questioni territoriali dovrebbero oggi, nel nostro paese, spingere in questa direzione. La politica urbanistica e territoriale nel nostro paese è sempre stata fortemente decentrata. Non a caso l’unico strumento effettivo di politica urbanistica è, nel nostro paese, il piano regolatore comunale. Ogni tentativo di costruire piani di area vasta è stato destinato all’insuccesso od è stato ridotto ad uno spessore talmente esiguo da non essere altro che strumento di ridefinizione delle competenze e dei poteri dei diversi livelli amministrativi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Affrontare invece alcune delle più importanti questioni territoriali ed urbane implica oggi una totale re-invenzione della politica economica del paese. Tra le questioni più rilevanti vi sono certamente: la città, il rischio, la questione energetica e quella paesistica.

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Lo stato delle città italiane è tragico: mal fatte e peggio funzionanti esse spingono fasce sempre più consistenti della popolazione e delle imprese ad ubicarsi in modi dispersi nel territorio dando luogo alla formazione di una delle più vaste “città diffuse” europee. Il fenomeno non può più essere rimosso: oggi genera atteggiamenti e comportamenti sociali e politici nuovi ed imbarazzanti, tra poco darà luogo a serissimi problemi di natura tecnica. Ma la consapevolezza delle sue ragioni, delle sue differenti declinazioni, delle possibili azioni tese a governarlo è del tutto assente. La città richiede oggi un grande progetto ed una grande politica che, sull’esempio di altri paesi europei, non può essere affidata solo alla presunta creatività di ogni amministrazione. Le conseguenze di una seria politica della città sull’occupazione e su un numero consistente di settori produttivi non dovrebbero essere sottovalutate come si coglie immediatamente solo che si rifletta un poco ai temi successivi. I rischi per le cose e le persone che conseguono nel nostro paese più che ad eventi meteorologici straordinari ad una urbanizzazione disordinata e dispersa sono del tutto evidenti. Le risorse che vengono mobilitate per riparare i danni della nostra insipienza collettiva sono enormi, dello stesso ordine di grandezza di progetti che affrontino in modo serio ed avanzato i temi proposti da un territorio idrogeologicamente fragile, ma che ha, al contempo, alcune chances per il futuro. Il sole di molte nostre regioni non è solo una risorsa per il turismo, ma anche, insieme al vento, una risorsa per la costruzione di un serio e lungimirante piano energetico. Un piano che richiede non solo l’utilizzo e la sperimentazione di tecniche note, ma il loro concreto inserimento in una progetto del territorio. Grandi o diffuse stazioni eoliche, grandi o diffuse distese di pannelli solari, grandi o diffuse vasche d’acqua per l’accumulo dell’energia, implicano una diversa concezione della infrastrutturazione totale di territori vasti come regioni, implicano una intersezione forte tra la politica energetica, quella relativa al ciclo delle acque, dei rifiuti e del paesaggio. Un paesaggio che non può continuare ad essere utilizzato puntualmente, per progressivo degrado ed eliminazione di luoghi utilizzati entro cicli di brevissima durata e poi abbandonati, ma che richiede un riflessione attenta sull’intero modello turistico cui il nostro paese ha fatto inconsapevolmente ricorso. Secondo: in molte leggi regionali si è ritenuto di dover distinguere tra aspetti “strutturali” della politica e del piano urbanistico ed aspetti “operativi”. L’idea, assai astratta, è che vi siano interventi dei quali si sa ex-ante che avranno la capacità di organizzare diversamente il territorio conferendogli una chiara e riconoscibile struttura ed interventi, invece, meno rilevanti da questo punto di vista che


Immagini della pianificazione campana Emanuela Coppola Questa breve rassegna di piani urbanistici campani, punta ad evidenziare alcune tendenze di fondo che hanno caratterizzato le città della regione e ne hanno significativamente influenzato i processi di sviluppo e configurazione. Prescindendo dai casi più noti, si è posta particolare attenzione alle tendenze pervasive, cogliendone anche nei centri minori o al nascere delle svolte più significative. Questo percorso di immagini comincia con l’illustrazione del Piano Urbanistico Intercomunale del Comprensorio di Napoli (1964) di Luigi Piccinato che recepisce le indicazioni del primo documento programmatorio dello sviluppo regionale, il Documento NavaccoRossi Doria (1956), famoso per la cristallizzazione della figura dell’osso-polpa, per l’intuizione della costa come area avanzata caratterizzata potenzialmente da un’elevata economia di scambio e produttività e per la localizzazione degli impianti produttivi regionali. In concomitanza con la costituzione del Consorzio per l’Area di Sviluppo Industriale di Napoli, il Piano di Piccinato individua nelle aree interne del comprensorio napoletano i primi nove agglomerati industriali. (continua a p. 4)

appartengono per così dire alla quotidianità della costruzione della città e del territorio. I primi di solito vengono associati alla costruzione di infrastrutture, i secondi alla costruzione di edifici; i primi sono solitamente e contraddittoriamente indicati e disegnati vagamente nei piani, i secondi danno luogo ad atti amministrativi assai precisi e cogenti come le concessioni edilizie; i primi sono in via di principio difficilmente modificabili (anche se la pratica delle varianti ai piani ha mostrato quanto questo argomento sia poco credibile), i secondi sono, in via di principio, modificabili ad ogni seduta del Consiglio Comunale; i primi appartengono alla retorica del piano, i secondi alla sua dimensione pragmatica. In un paese nel quale la politica urbanistica è stata da sempre concepita come politica dell’edificabilità dei suoli, eventualmente limitata per ragioni, invero sempre più estese, di pubblica utilità, tutto ciò può apparire assai strano. Ciò che più stupisce nelle diverse

proposte regionali è che, nei diversi casi, il medesimo tipo di intervento viene considerato strutturale o meno e ciò contrasta con quanto sappiamo della specificità di alcuni importanti problemi in ogni regione. Un esempio, che costituisce la mia terza considerazione, potrà forse chiarire, sempre in modi telegrafici, questo punto. Terzo: molte regioni, praticamente tutte, sono state investite, nei decenni recenti (ma la cosa ha origini ben più antiche), da estesi fenomeni di abusivismo. Trasgredire le leggi è sempre reato (nel nostro paese lo è “quasi” sempre) e, come l’esperienza mostra, le diverse leggi di condono si sono risolte in una incitazione di stato a delinquere. Ma, stranamente, il fenomeno dell’abusivismo, che pure è uno dei fenomeni più estesi nel nostro paese cui, in alcune regioni, si deve buona parte della dispersione urbana, dopo i primi risibili tentativi di distinzione tra abusivismo di necessità e non, non ha dato luogo a seri tentativi di analisi delle sue

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Sulla questione paesistica si registra invece un forte ritardo della Regione. Non è un caso che dal 28 marzo 1985, con l’emanazione dei primi decreti attuativi della legge Galasso, vaste aree della regione furono sottoposte al vincolo di inedificabilità temporanea a seguito della mancata approvazione dei piani paesistici da parte della Regione Campania. È solo nel luglio del 1987 che il Consiglio regionale approva il Piano Urbanistico Territoriale della Penisola sorrentino-amalfitana quale primo provvedimento in materia di tutela ambientale del territorio, piano che sancisce un momento di evoluzione della pianificazione di area vasta fondendo in un unico strumento i contenuti di sviluppo propri di un Piano Territoriale di Coordinamento, con quelli di tutela del paesaggio. Soltanto nel 1992 la Regione approverà i principali piani paesistici dei principali compendi vincolati, tra i quali il Vesuvio e i Campi Flegrei. (continua a p. 5)

diverse declinazioni e delle sue ragioni profonde. Da ciò deriva forse anche l’evidente insuccesso di ogni norma che abbia tentato di provi fine. Tra l’abusivismo di chi erige una tramezza o trasforma un balcone in una veranda, quello di chi si costruisce una casetta sul proprio lotto di terreno agricolo, quello di chi costruisce un’intera lottizzazione, o un albergo di qualche migliaio di metri cubi in uno dei più bei punti della costiera non vi è una differenza di “grado” che possa essere contemplata da una gradualità di pene, ma una differenza di natura. Essi affondano le proprie ragioni in comportamenti ed istanze profondamente differenti. In molti casi l’abusivismo è stato la risposta, rozza e pre-politica, a piani ed a norme che non avevano saputo cogliere per tempo le domande (non le necessità) che emergevano dalla società. Imbrigliando i piani entro criteri di dimensionamento e criteri progettuali esse non consentivano di dare una risposta coerente ed avanzata ad una società, ad esempio, nella quale una parte consistente della popolazione voleva e poteva, ai nuovi livelli di reddito, abitare diversamente dal passato, ad esempio in una casa con giardino suburbana o nella campagna. Ma naturalmente questi casi sono assai differenti dalla costruzione del grande albergo o del grande complesso immobiliare che nella permeabilità delle strutture amministrative trova i canali per realizzare un proprio investimento speculativo. Non si tratta di ricchi e di poveri, ma di due diversi mondi, di diverse motivazioni, attese, di due diverse collocazioni entro il processo di riproduzione sociale.

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E’ strano che questi temi vengano affrontati nelle diverse leggi regionali entro un uniforme moralismo che assomiglia da vicino alle “grida” manzoniane. Le conclusioni delle mie considerazioni sono assai semplici: primo della costruzione delle nuove leggi urbanistiche regionali il governo centrale dovrebbe occuparsi un poco più attentamente e seriamente. Il dibattito sui temi che ho proposto al primo punto non può essere lasciato alla negoziazione della conferenza stato-regioni, richiede un preciso progetto di politica economica, del territorio e dell’ambiente, una politica che può essere avviata in modi non autoritari costruendo dapprima, sull’esempio di quasi tutti gli altri paesi europei, delle “linee guida” che abbiano il valore di direttiva e poi, più meditatamente, addivenendo ad una re-distribuzione delle competenze non per settori o per temi, ma per interventi e parti di uno specifico e condiviso progetto (cioè piano). Secondo: la costruzione di una legge regionale non è solo atto con una importante dimensione giuridica. Essa deve discendere da una interpretazione non superficiale dei connotati specifici della società, dell’economia e del territorio della regione e dei problemi che concretamente possono essere affrontati alla dimensione della regione. Alla luce di questa considerazione molte delle leggi regionali mi sembrano operazioni molto astratte, nate più dal dibattito tra gli urbanisti che da una più progredita cultura politico-amministrativa e per questo votate all’insuccesso. Voglio sperare che la Campania segua una strada diversa.


nel segno della qualità Paolo Pisciotta*

E’ consapevolezza diffusa l’esigenza di una nuova Legge Urbanistica della Regione Campania, capace di dare slancio ad uno sviluppo ragionato dell’intero territorio regionale. L’accumularsi di vari provvedimenti legislativi parziali, combinati con l’incertezza della divisione di competenze, hanno determinato di fatto una situazione di confusione normativa, che si presta a diverse interpretazioni giuridiche, producendo lunghi contenziosi tra le parti. Infatti, tale separazione di ruoli e competenze non ha consentito, ad oggi, una tutela organica del territorio, generando confusione, disguidi, lentezze e atteggiamenti contraddittori, che di certo non hanno giovato e non gioveranno ad un programma di sviluppo di cui ha bisogno la nostra Regione. Il risultato di tale incompleta integrazione di competenze, combinato ad un diffuso sistema vincolistico del territorio, di certo ha generato, non uno sviluppo organico, ma una deregulation urbanistica ed un imperante abusivismo.

In questo sistema generale di cose, la Regione Campania è risultata assente nella produzione di quella armatura legislativa e di principi che già da qualche anno sta innovando il sistema di pianificazione dal basso, contemplando una serie di istanze maturate nell’evoluzione della pratica professionale ed amministrativa. Il nuovo Assessore all’urbanistica della Regione Campania, ha annunciato pubblicamente che, entro marzo, varerà la Nuova Legge Urbanistica Regionale. Si tratta di una legge indispensabile per l’assetto del territorio regionale, per lo sviluppo produttivo e per garantire certezze nel governo del territorio. Certo il passato non induce all’ottimismo. Due recenti tentativi, quello dell’Assessore Eirene Sbriziolo e quello dell’Assessore Concetta De Vitto, sono naufragati, mentre altre Regioni andavano dotandosi, nel corso degli anni 90, di Leggi Urbanistiche Generali, ed in qualche caso, sulla base dell’esperienza e della pratica amministrativa, le

A livello comunale questo percorso di immagini inizia con il progetto della nuova città di Caserta (1756) e con l’esperimento illuministico di Ferdinandopoli (1778), a testimonianza di come la nascita di città nuove sia avvenuta nel corso della storia intorno a grandi complessi monumentali, come nel caso di Caserta, e, dall’ottocento in poi, intorno ai primi insediamenti industriali della regione. Il progetto della nuova città di Caserta ha il suo fulcro nella reggia e sorge con l’intento di fornire una nuova capitale all’impero borbonico alternativa a Napoli, la vecchia capitale storica. Il progetto di Caserta esprime il forte rapporto di subordinazione della città alla reggia evidenziato sia in termini di rapporti di altezza tra gli edifici - gli edifici che incorniciano la piazza ellittica antistante la reggia sono volutamente più bassi -, sia nel disegno dell’impianto viario – la reggia è anche il punto generatore di un sistema di strade a raggiera-. La città si mostra oggi in una dimensione nuova, essendo passata dall’essere una struttura di servizio alla reggia a protagonista servita dallo splendido parco disegnato da Carlo Vanvitelli. La reggia, in questo nuovo contesto, diventa per la città oltre che un’attrattiva turistica una risorsa economica vera e propria. Come avviene anche per altre città d’arte, – penso ad esempio ai comuni vesuviani e alla splendida tipologia di ville presenti sul loro territorio -, la valorizzazione dei complessi monumentali diventa uno degli obiettivi principali delle politiche di sviluppo del territorio. (continua a p. 7)

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stesse leggi venivano modificate, producendo diverse generazioni di Piani. In Campania siamo fermi alla Legge dell’82, un sistema legislativo che sa più di procedura che di contenuto innovativo. Ben venga quindi una Nuova Legge Urbanistica. Gli architetti guardano con interesse a tale iniziativa, perché consapevoli che una buona urbanistica produce una buona architettura, libera potenzialità di investimento e genera opportunità per la professione. Tutto il nuovo quadro legislativo sperimentato nelle altre Regioni, in questi anni, è rivolto a determinare una doppia tempistica della pianificazione comunale. Da un lato, un Piano di tipo strategico o strutturale e, dall’altro, un Piano operativo, più stringente nei vincoli e nelle verifiche di realizzabilità in tempi certi delle sue scelte. Come architetti vediamo favorevolmente un’impostazione di Piano che si misura con la sua realizzabilità e che offre possibilità attuative basate anche su concorsi di progettazione, non solo limitati alla città pubblica, ma anche estesi a quelle trasformazioni private o miste. Occorre fare tesoro delle esperienze avviate in molti Comuni italiani ed anche Campani. Anche la recente Rassegna Urbanistica Regionale dell’INU, ha confermato la bontà della nostra azione politica a favore dei concorsi. Infatti questa Rassegna ha presentato un quadro sperimentale di grande interesse, in cui molti comuni, pur nel vuoto legislativo, sperimentano pratiche perequative, pianificazioni molto spinte verso l’operatività, politiche urbane rivolte ad interpretare il territorio, anche attraverso i concorsi di impianto urbano e di architettura. Lo stesso concetto di standard urbanistico, viene ormai da più parti riproposto con una maggiore

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attenzione al dato qualitativo, prestazionale, e non più solo limitato ad una quantità, destinata spesso a restare sulla carta. La Nuova Legge Regionale dovrà tener conto di questa realtà in movimento. Molte Province campane hanno un Piano Territoriale Provinciale in avanzato stato di definizione. Come la Regione approverà questi Piani? Come le confronterà con un Piano Urbanistico Territoriale di inquadramento regionale, anch’esso avviato in questi giorni? Come mettere in campo processi di copianificazione, piuttosto che meccanismi di prevalenze paralizzanti? Di questo dovrà occuparsi la Nuova Legge Urbanistica Regionale, anche misurandosi non solo con gli aspetti meramente giuridici, che sono propri, ma anche con le trasformazioni avvenute in questi anni nel territorio fisico e sociale della regione, con le articolazioni nuove che hanno visto nell’area metropolitana di Napoli, nell’area di Salerno, nelle fasce intermedie della pianura e nelle zone interne, manifestarsi nuove gerarchie e nuovi modi di presentarsi della questione urbana. L’Assessore Di Lello ha manifestato l’interesse a confrontarsi anche con gli Ordini Professionali interessati e con le associazioni culturali, come avvenuto in altre Regioni. Qui gli Ordini hanno partecipato alla “costruzione” della Legge Urbanistica, e non si sono limitati solo ad esprimere giudizi su un articolato confezionato già con le sue logiche interne di natura giuridica. Penso che sentire” in corso d’opera” gli Ordini interessati può aiutare a costruire una legge migliore, dove anche gli architetti possono svolgere un ruolo centrale nel processo di sviluppo regionale ormai inderogabile. * Presidente dell’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia


la regione Campania tra pianificazione e nuova legislazione urbanistica Ermelinda Di Porzio*

Dai primi atti della nuova amministrazione regionale appare ben chiaro l’obiettivo di portare la Campania a giocare un ruolo importante sullo scenario nazionale ed internazionale. Del resto i processi in atto di globalizzazione dei mercati ed il consolidarsi dell’unificazione europea stanno spostando la competizione dagli stati nazionali ai livelli regionali, comportando una riorganizzazione in senso federalista che vedrà sempre più le regioni coinvolte nei processi decisionali dello stato e soggetto autonomo di governo dei territori di competenza. Diviene urgente, se si vuole sostenere la sfida, ridefinire l’assetto regionale, sul versante legislativo e normativo e sul terreno della pianificazione strategica, creando le condizioni per dare una forte accelerazione ai processi di sviluppo sostenibile, valorizzazione e salvaguardia attiva del territorio, cogliendo l’opportunità offerta dalla Comunità Europea attraverso il POR Agenda 2000-2006. Occorre recuperare i forti ritardi accumulati offrendo alle realtà locali ed imprenditoriali la possibilità di realizzare gli interventi programmati, nel rispetto dei valori ambientali e culturali, superando i lacci e lacciuli imposti da una visione del territorio cartacea, astrattamente vincolistica e gerarchica che rallenta e spesso blocca i processi di sviluppo senza impedire, peraltro, alla Campania di mantenere anche per il 2000 il triste primato di regione con il più alto tasso di abusivismo edilizio. Ben conscio della situazione l’Assessore regionale all’urbanistica Di Lello ha promesso per i primi

mesi del 2001 il testo unico della nuova Legge urbanistica, alla cui stesura sta lavorando un gruppo di esperti (ci auguriamo che tra gli esperti ci siano anche urbanisti che possano portare l’esperienza di chi opera sul territorio oltre che della cultura urbanistica più recente), e nel contempo ha presentato una prima bozza preliminare definita di “transito” (consultabile sul sito Web della regione Campania) del Piano Urbanistico Territoriale Regionale. PUT che si configura come un piano di tutela che assorbirà i piani paesistici (finalmente) in applicazione del testo unico dei beni culturali ed ambientali, il Dlg 490/99, ma vuole anche essere un documento di opzioni territoriali ed indirizzi che fungano da norma di comportamento pur nel rispetto delle competenze delineate nella L. 142/90 e della collaborazione e cooperazione istituzionale. Essenziale quest’ultimo aspetto considerato che, nonostante le difficoltà date dalla mancata definizione delle competenze e da un quadro legislativo antico e bloccante, nelle nostre province e città piccole e grandi si è operato negli ultimi anni (ampia ed illuminante esposizione di tale attività si è avuta nel corso della prima R.U.R. organizzata dall’INU Campania), pur con risultati più o meno positivi e secondo indirizzi spesso molto diversi tra loro, costituendo un patrimonio di idee ed esperienze di cui è necessario tenere conto.

* Consigliere dell’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia

L’esperimento illuministico di Ferdinandopoli fonda un modello per gli insediamenti industriali nella regione, come complesso coordinato di residenze e manifatture. L’idea di fondo è costituire una città operaia ma anche un esperimento sociale che tenda a definire quasi una sorta di società socialista antelitteram. Ferdinandopoli vuole infatti essere una società di eguali, tutelati dalla presenza di uno statuto interno, lo statuto leuciano del Pinelli, anche se al di sotto della figura forte del re, Ferdinando IV di Borbone. (continua a p. 9)

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per una nuova generazione di piani Francesco Domenico Moccia*

Lo stato della pianificazione urbanistica in Campania evidenzia una diffusione pervasiva del P.R.G. che è operante nel 60% dei comuni, mentre il 26% sono ancora fermi al Programma di Fabbricazione e restano del tutto privi di strumenti urbanistici il rimanente 14%. Nella provincia di Benevento la diffusione del P.R.G. raggiunge il suo massimo con il 70% dei comuni e la totalità di quelli tra i 5 e 10.000 abitanti. Ma non si possono rilevare oscillazioni veramente significative, per il resto, in funzione sia della quantità di popolazione che per l’altitudine dei comuni. Nell’immagine topografica regionale, i territori non regolamentati assumono il disegno a macchia di leopardo, piuttosto che una forma determinata da precisi fattori. Sebbene territori talvolta anche importanti per risorse naturistiche e paesaggistiche si trovino privi di regolamentazione, il livello locale di pianificazione è certamente più soddisfacente di quanto si sia fatto in area vasta. Basti ricordare la travagliatissima vicenda di piani paesistici con l’incapacità regionale di iniziativa. E’ su questo secondo livello che avviamo bisogno di fare di più, ma non possiamo neanche essere soddisfatti del primo. A livello locale la domanda di piano cambia. Una pianificazione regolativa non basta più, né una urbanistica totalmente rivolta all’uso del suolo. I temi dello sviluppo, nell’abbracciare la filosofia localistica si intrecciano con la conoscenza delle risorse del territorio, in questo caso concepito come un milieu di fattori della produzione integrati; la pianificazione del paesaggio si evolve in ambientalismo e assume una impostazione ecologica che vuole sbocchi nell’intervento urbanistico; per ultimo, e tra i casi più recenti, l’abolizione del regime bloccato della regolamentazione del commercio - at-

traverso il piano commerciale e la sua distribuzione territoriale delle licenze commerciali programmata - riversa unicamente sull’urbanistica il compito di pianificazione di questa attività limitando la regolamentazione all’impatto della funzione sulla città. Lo stesso accade per la distribuzione dei carburanti. Un poco alla volta il piano urbanistico si trova a diventare il crocevia delle regolamentazioni urbane, da un lato e delle politiche urbane dall’altro, continuando a mantenere tutti gli equivoci derivanti dalla sovrapposizione di questi due piani diversi. Nella stessa direzione portano i piani

* Docente della Facoltà di Architettura di Napoli

Regione Campania, tavola degli strumenti urbanistici.

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integrati di recupero dei quartieri in crisi ed i programmi urbani complessi. Nel progettare l’innovazione urbanistica ed un riadeguamento degli strumenti alle nuove esigenze si troverà anche una nuova forma di riarticolazione delle scale dei piani. La Legge urbanistica regionale, vogliamo aspettarci, avvii una nuova generazione in cui il piano sia la guida delle iniziative di cambiamento della realtà urbana, strumento positivo di impulso allo sviluppo della qualità dell’ambiente insediativo.


la futura legge urbanistica regionale intervista a Marco Di Lello*

Nella proposta di Legge Urbanistica Regionale a cui si accinge a lavorare, proporrà di perseguire un indirizzo di decentramento dei poteri ed uso della copianificazione? Stiamo lavorando parallelamente a due provvedimenti: il Piano Urbanistico Regionale Territoriale e un testo unico in materia urbanistica, che diventerà la nuova Legge Urbanistica, in cui si tenterà di aggregare tutti i provvedimenti emessi dalla Regione Campania in materia urbanistica. Nel Piano Urbanistico Regionale Territoriale si prevede che la Regione Campania abbia funzione di indirizzo, con una organizzazione a scacchiera aperta, che permetta l’acquisizione delle iniziative avanzate dai Piani Provinciali di Coordinamento. Pensiamo che la gestione del territorio debba essere fatta da chi li vive, gli Enti locali, mentre l’organo regionale dovrà avere una

a cura di Clotilde Bavaro

funzione di valorizzazione e sostegno di questi. La Legge Urbanistica sono dovrà essere una legge snella, di pochi articoli chiari e sostanziali, e sufficientemente elastica. Credo in queste caratteristiche perché dovrà essere una legge chiara, che preveda una delegificazione verso i livelli di pianificazione più bassa. Soprattutto bisognerà evitare che le varianti abbiano lo stesso iter odierno, ma si dovranno poter modificare in modo più veloce e semplice, per non avere varianti già vetuste quando approvate. Ci saranno poi dei piani che gestiranno la disciplina diretta del territorio, per i quali si darà un iter di approvazione e variante rapidi. Quale organo istituzionale approverà il PRG? Si pensa di delegare l’approvazione dei PRG alle Province, anche se ho delle riserve, in quanto si sono verificati casi in

cui abbiamo avute approvate delle assurdità. Si studierà un modo per avere una possibilità di veto per quei casi di gravi incongruenze con la vivibilità e governo del territorio. Come pensa di accorciare i tempi e snellire le procedure per ottenere i vari permessi dagli Enti preposti alla tutela del territorio? Indubbiamente i rapporti con le Soprintendenze sono talvolta conflittuali, e si dovrà trovare un modo per limitare tali incomprensioni al minimo. La creazione di un ufficio unico per tutti i permessi potrebbe essere un utile strumento di semplificazione e velocizzazione. Ci troviamo in situazioni in cui un Piano supera tutto l’iter dell’approvazione, e dopo essere stato approvato, la Soprintendenza blocca tutto opponendo il suo veto. Si cercherà di risolvere questa discrasia? Per superare questi gap si vuo-

Di grande interesse è il progetto delle residenze operaie, configurate come case a schiera dal doppio affaccio con giardino elaborate in funzione del dislivello del terreno e dell’orientamento solare, che rappresentano i primi esempi di unità modulare ripetitiva della regione. (continua a p. 10)

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L’attività pianificatoria ottocentesca, nei centri piccoli come nei grandi, risponde essenzialmente a problemi di crescita demografica e sviluppo del territorio con la soluzione della griglia di espansione; ne è un esempio il caso del Piano di espansione e risanamento della città di Eboli di Gaetano Genovesi. L’architetto di origine ebolitana elabora gratuitamente per il suo paese il piano di espansione con l’intento che questo dovesse costituire il primo passo verso il risanamento del nucleo originario. L’utilizzo di una griglia d’espansione che si sovrappone al territorio, concepita come una trama indifferenziata senza direttrici di sviluppo e sottoposta ad una rigida simmetria, dà origine ad un particolare disegno ad isolati regolari occupati da case a corte tipologicamente caratteristiche dell’entroterra campano. (continua a p. 11)

le la presenza delle Soprintendenze durante l’iter di approvazione dei Piani e non all’esito, così da non inficiare dei periodi di lavoro delle Amministrazioni Pubbliche. Come pensa di coordinare gli Enti preposti alla tutela del territorio: Autorità di Bacino, Soprintendenza, Ente Parco ecc.? Siamo già impegnati nello studio per la creazione di un organismo unico che consenta ai singoli organi di dare il parere nella stesso momento. Un esempio che mi piace citare, perché riuscito in questo intento, è la Conferenza dei Servizi, attraverso la quale riusciamo ad arrivare a pareri in tempi certi. Nel futuro si arriverà ad avere un comitato unico in cui si possano raccogliere tutti i pareri all’unisono, come dicevo prima, accorciando nettamente i tempi di approvazione degli strumenti di pianificazione. Come vede la presenza del privato nella pianificazione?

Per me la presenza dei privati nella pianificazione è molto importante. Non a caso, il 17 e il 18 novembre, durante il convegno sul Piano Urbanistico Regionale, abbiamo invitato anche gl’imprenditori, i costruttori e le parti sociali proprio per ascoltare anche il loro punto di vista. Il privato ha bisogno di tempi certi, però! Anche in materia urbanistica si possono avere tempi certi. Le faccio due esempi: a Salerno, dove si sono approvate due varianti urbanistiche per consentire due importanti investimenti, quello della Finmatica nell’area industriale e quello della multisala nel centro servizi nell’area dello stadio Arechi; a Caserta si è approvata una variante urbanistica per l’insediamento del Policlinico: in questi casi la Regione ha impiegato appena quindici giorni per l’intero iter. Riuscendo con gli strumenti attivati a dare risposte importanti. Nel testo che sarà approntato

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i nuovi tipi di pianificazione (progetti integrati, PRUST, PRU…) continueranno ad essere delle varianti, o avranno valore di strumenti urbanistici veri e propri? Nel futuro della pianificazione questi avranno un valore autonomo. A tal proposito, abbiamo in programma di investire i duemila miliardi a nostra disposizione in Programmi di Recupero Urbano e Programmi Integrati, così da realizzare sviluppo e recupero senza appesantire il territorio già saturo di altri manufatti edilizi. Il primo provvedimento in questo senso, il recupero dei sottotetti, è stato varato la scorsa settimana in Consiglio Regionale. Come si pone rispetto alla pianificazione strategica? Nel prossimo futuro sarò attento in materia durante i confronti con gli Ordini Professionali ed il mondo accademico, per poi prendere iniziative in questa direzione. * Assessore all’Urbanistica della Regione Campania


la svolta del PTCP intervista a Guido Riano*

A che punto sono i lavori dello studio per il PTTCP? I lavori sono cominciati alla fine del ’98, si è giunti ad una bozza preliminare di programma nel marzo ’99, quando è stata presentata al Consiglio provinciale, in seguito sono state avviate le consultazioni con le parti sociali, le Università, Associazioni Ambientaliste, Enti. Prendendo in considerazione le osservazioni presentate e i suggerimenti, è stato pubblicato il Progetto Preliminare. C’è una prima parte che riguarda il ruolo che la Provincia dovrebbe avere oggi, alla luce anche della 142, una parte di conoscenza del territorio, infine le strategie di intervento. Il programma definitivo è stato completato nel ’99 ed è stato rivisto dopo i Piani Straordinari delle Autorità di Bacino. E dai primi giorni di dicembre avvieremo una consultazione con tutti gli Enti, sperando di avere l’adozione e l’approvazione nel febbraio del 2001. Quali sono i contenuti principali del PTTCP? Su questo c’è un ampio dibattito che si sta sviluppando in Italia, in quanto questa è la prima generazione di tali piani e non c’è una letteratura di riferimento, però l’applicazione della 142, riletta dopo le modifiche e gli aggiornamenti legislativi, ha condotto ad una riflessione sul tema. Abbiamo inteso dare a questo Piano un contenuto di programma Strategico quindi accanto ad una disciplina di uso del territorio, per quelle che si dicono invarianti, deve definire quali sono gli elementi di difesa, di promozione del territorio, per i quali il Piano prevede attuazione attraverso strumenti di concertazione, di copianificazione e di attuazione attraverso la programmazione economica, ritenendo che il Piano non debba essere un vangelo, né un disegno sulla carta, ma una guida flessibile delle azioni che possono creare reali

a cura di Clotilde Bavaro

Con l’Unità d’Italia si procede ad una riconfigurazione delle città per aprirle ad una nuova fase di sviluppo. Per le città di mare campane si afferma l’idea del lungomare che trova a Salerno una nuova soluzione esemplare. La sistemazione della passeggiata-lungomare e della Villa della città da parte di Antonio Judica e Eugenio Barbano rivive tematiche e suggestioni simili a quelle che aveva vissuto Napoli con il progetto della Villa comunale la cui caratteristica peculiare diventa il rapporto diretto con il mare dove l’idea di giardino verde sul mare permette ai cittadini di godere della vista mare stando comodamente seduti su una panchina tra gli alberi. (continua a p. 12)

processi di pianificazione sul territorio. Il Decreto Legislativo 112/98 ha dato al Piano Territoriale di Coordinamento anche il valore di Piano della difesa del suolo, delle acque, dell’ambiente e del Paesaggio, riassumendo nel Piano Territoriale di Coordinamento anche i Piani Paesistici, i Piani di difesa del suolo, i Piani dei parchi. La realizzazione di quest’obiettivo è un terreno ancora tutto da esplorare perché in attesa prima dell’Ente di riferimento, la Regione, oggi presente nella riforma, stiamo avviando la costruzione dell’intesa. Uno dei momenti che già è in atto è la revisione delle norme sulla perimetrazione dei parchi regionali, che di fatto oggi sono congelate dopo la sentenza della Corte Costituzionale fatta su un ricorso di un Comune. Visto che non c’è una legge che riguarda l’approvazione dei PTTCP, Lei cosa si aspetta che la Regione faccia? Intanto c’è la legge nazionale 1150/42 che istituisce i Piani Territoriali che, in qualche modo, regolamenta anche la metodologia di approvazione. Allo stato

se la Regione non dovesse legiferare in tempi brevi io chiederò l’applicazione dell’art.5 della 1150/42, quindi adozione, pubblicazione e approvazione da parte della Giunta Regionale, in quanto il Piano Territoriale Provinciale è un Piano Territoriale. Indubbiamente l’approvazione della Legge Regionale faciliterebbe le procedure quindi ci aspettiamo dalla Regione Campania una legge immediata, perché in attesa della Legge Urbanistica Regionale che, anche se in tempi brevi, il dibattito sulla Legge Regionale Urbanistica sarà lungo e complesso, quindi noi chiediamo di avere una leggina di pochi articoli, che si può portare in Consiglio Regionale immediatamente per la rapida approvazione dei Piani Territoriali di Coordinamento almeno dei due, Napoli e Salerno, che sono in dirittura di arrivo sperando che le altre Province si adeguino. Come accoglierebbe la delega da parte della Regione per l’approvazione dei PRG? Noi l’abbiamo chiesta, appellandoci al Decr. Leg. 112/98 che prevede il passaggio dalle Regioni alle Province di una serie

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di competenze, alcune Regioni non hanno adempiuto e sono state in qualche modo surrogate dallo Stato col Decr. 96/99. Nel testo adottato dalla precedente giunta regionale insieme all’approvazione rapida del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale c’era anche il totale passaggio della delega in materia urbanistica alle Province, pensiamo che anche questo possa essere fatto in tempi brevissimi e debba essere fatto, perché non ha più senso che la Regione esamini Piani che per loro natura devono essere semplici, snelli e adeguati alla pianificazione diretta del territorio. Come intende gestire il rapporto Provincia-Regione rela-

tivamente ai PRG, nel momento in cui la Provincia avrà delega di approvazione? Una volta che la Regione approva il Piano Territoriale di Coordinamento, che ha tre caratteristiche: è un piano unico sovracomunale, che elimina i troppi piani e il poco governo sul territorio che c’è nella provincia, è un piano che deve dare indirizzi alla pianificazione comunale, in fine è una guida per i comuni nell’affrontare i progetti programmatici legati ai finanziamenti, siamo intenzionati a collaborare con la Regione, siamo in piena intesa col Consiglio Regionale, al di là della natura politica, sulle intenzioni. Abbiamo preso atto che l’avvio della discussione su un

I piani dell’inizio del novecento non evidenziano un cambiamento sostanziale rispetto a quelli ottocenteschi. Ne è un’esemplificazione un altro piano salernitano, il piano regolatore delle zone ad oriente della città (1915) degli ing. Donzelli e Cavaccini che si configura essenzialmente come un classico piano di strade in base al quale il nuovo quartiere è progettato secondo un’astratta simmetria e senza direttrici di sviluppo. Si reitera, in pratica, l’utilizzo di una trama indifferenziata estesa a tutto il territorio, come accadeva nei precedenti piani ottocenteschi, in cui ampie piazze e giardini tentano di rispondere a quelle che si credono debbano essere le esigenze di una moderna città italiana. (continua a p. 13)

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Piano Urbanistico Territoriale Regionale da parte della Regione Campania sia stata una necessità per cominciare a riflettere sull’argomento, più che una volontà di fare un Piano Territoriale Regionale che non serve, e sul quale saremmo contrari perché sarebbe un altro piano che sovrappone in scala sbagliata che tante regioni hanno abbandonato. Riteniamo che la regione debba avere un ruolo forte di coordinamento per le Province, di surroga nei confronti delle province che non si attivano e di accompagnamento per quelle province che sono già avanti. * Assessore all’Urbanistica della Provincia di Napoli


punto di vista di un amministratore locale intervista a Gennaro Polichetti*

Quali sono i problemi più difficili da Lei affrontati durante la Sua esperienza di Assessore al Comune di Torre Annunziata? Soprattutto quelli legati alle strutture intese sia dal punto di vista degli spazi fisici all’interno dell’edificio sede del Comune, che stiamo per sottoporre a lavori di restauro, dove materialmente non riusciamo a sistemare i vari uffici dell’area tecnica e sia per carenze di organico. Non abbiamo, infatti, un numero sufficiente di dipendenti in particolare per quanto attiene le qualifiche intermedie: vi sono i dirigenti dei dipartimenti, quello dei LL.PP. e quello dell’urbanistica, e le figure operative tecniche ed amministrative ma siamo scoperti per quanto riguarda i responsabili dei vari settori. Sono previsti corsi di formazione ed aggiornamento per il personale tecnico nella sua Amministrazione? Sono previsti e fin’ora è stata sempre garantita la presenza del nostro personale ai corsi di aggiornamento più importanti non senza problemi per i motivi a cui si accennava prima legati alla mancanza di organico; recentemente hanno frequentato

a cura di Clotilde Bavaro

corsi relativi all’istituzione dello sportello unico, sulla Merloni, sulla sicurezza dei cantieri. Secondo Lei quali sono i poteri che i Comuni dovrebbero avere in campo urbanistico viste le lunghe procedure di approvazione degli organi urbanistici? Sicuramente una maggiore discrezionalità nella gestione del proprio territorio poiché la presenza eccessiva di vincoli di ogni genere, in molti casi non rispondenti alla reale situazione dei luoghi, rendono molto spesso inattuale la realizzazione di progetti sia privati che pubblici. E’ il caso, ad esempio, dell’Accordo di Programma sottoscritto per l’ex area Dalmine a Torre Annunziata, dello stesso Contratto d’Area Torrese-Stabiese, dei vari Patti Territoriali che da un estremo all’altro del Golfo di Napoli sono miseramente falliti soprattutto per questi motivi. Bisognerebbe, inoltre, rivedere le procedure di approvazioni dei piani urbanistici e delle varianti ai piani eliminando passaggi burocratici inutili facendo in modo che si possano garantire ai cittadini tempi e modalità certe; è inaudito far attendere anni per far sapere se è possibile costru-

ire l’agognata casa o avviare un’attività imprenditoriale. Perché oltre a non riuscire ad utilizzare i fondi privati, si perdono anche i fondi pubblici, negli ultimi anni quelli europei, per le scadenze non rispettate? In molti casi i motivi sono da ricercare in quelle difficoltà prima accennate relative ai vincoli e alla mancanza di programmazione. Nel caso dei fondi pubblici e di quelli europei credo che molto sia determinato dalla mancanza di progetti; amministrazioni pubbliche, come quella di cui attualmente rivesto la carica di assessore, non sono dotate di uffici in grado di poter progettare, hanno spesso la difficoltà a rivolgersi all’esterno per la cronica mancanza di fondi per poter commissionare i progetti. Non a caso l’Amministrazione Provinciale nei primi incontri tenuti con i rappresentanti dei comuni per avviare le procedure inerenti i P.I.T. ha preannunciato che saranno resi disponibili fondi per la progettazione degli interventi a titolo di anticipazione per le amministrazioni locali. I nuovi programmi urbanistici (PRUST, Contratto di quartiere) devono essere conside-

A differenza dei piani razionalisti degli anni trenta, che si configurano come dei piani-progetto che risentono della lezione del Movimento Moderno in cui gli elementi di maggior innovazione sono la rottura della scacchiera dei blocchi chiusi e lo studio dei tipi edilizi, il Piano Valle di Avellino del 1933 si attesta come un piano di vecchio stampo che reitera l’utilizzo di soluzioni ottocentesche come la griglia di espansione ed il rigido rigore geometrico degli isolati limitandosi ad affermare le linee di sviluppo della città così come erano emerse dal lungo dibattito cittadino iniziato nel dopoguerra e definendo quelle che saranno tutte le costruzioni del periodo razionalista. (continua a p. 14)

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Del 1933 è anche il PRG di Benevento di Luigi Piccinato, in cui si ritrovano i principali punti del suo «modello di piano»: l’attenzione per il centro antico della città, per il quale il piano appronta vari studi di dettaglio; il diradamento e l’adozione di uno schema di crescita per direttrici in alternativa alla città monocentrica; l’utilizzo degli spazi aperti come rete che unifica il progetto della città. (continua a p. 15)

rati varianti o strumenti urbanistici veri e propri? Nel caso dei PRUST, ma anche gli stessi PIT, ritengo che siano da considerarsi dei veri e propri strumenti urbanistici visto che prevalentemente interessano più comuni uniti in aree omogenee che hanno analoghe finalità; per quanto attiene i Contratti di Quartiere, invece, non possono essere considerati piani urbanistici ma interventi di riqualificazione urbana, sociale, residenziale ed economico di parti di città particolarmente degratate e in qualche modo già disciplinate da uno strumento urbanistico attuativo (PEEP, PRU etc.). Mi parla della Sua esperienza relativa al Contratto di Quartiere? Quali sono stati i fini che ci si è posti, i problemi affrontati nel corso dello studio, le difficoltà nell’attuazione? Ho vissuto questa esperienza nella duplice veste: prima quella di progettista (fino al progetto definitivo) ed oggi in quella di assessore. Delle due quella come progettista è stata sicuramente la più interessante in quanto ha dato all’equipe di professionisti l’opportunità di lavorare ad un progetto di urbanistica partecipata (credo unico nel suo gene-

re nella nostra zona) particolarmente stimolante. La prima fase si è svolta direttamente sui luoghi potendoli conoscere a fondo visto che pur vivendoli da decenni non vi era mai stata l’occasione fisica per calarsi in quel contesto sociale, per conoscere direttamente chi abita quelle aree, le esigenze, le aspettative, le necessità, da quelle più banali ai sogni nel cassetto. Un approccio iniziale difficile per la diffidenza che vi è nei confronti di chiunque si addentri nel quartiere (Penniniello) anche in considerazione delle note vicende giudiziarie legate all’inchiesta sulla pedofilia che in quel periodo interessava il quartiere molto da vicino. Nella seconda fase è stato predisposto il progetto di ristrutturazione urbanistica che prevede, oltre alla riqualificazione di tutta l’area circostante, la demolizione di quattro fabbricati sostituiti da cinque corpi di fabbrica di cui quattro ad uso residenziale e il quinto, centrale, per assolvere a varie attività collettive. Per quanto attiene le difficoltà incontrate lungo il percorso sono state soprattutto legate alle procedure visto che, trattandosi di programma di interventi mai at-

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tuato precedentemente, molte cose sono state modificate, principalmente nella fase iniziale, con un notevole allungamento dei tempi se si considera che il bando è dell’anno 1997 e soltanto il 30 ottobre u.s. si è giunti all’approvazione dei progetti esecutivi. La fase di attuazione degli interventi dovrebbe iniziare entro il prossimo anno anche perché ora dovranno essere ulteriormente definiti i modelli di sperimentazione, attraverso le convenzioni già avviate con l’ENEA e la FEDERCASA, che riguarderanno l’uso di energie alternative, la flessibilità d’uso degli spazi abitativi in virtù del numero e delle esigenze degli assegnatari degli alloggi, un particolare sistema strutturale di fondazione in area sismica e, importantissimo, come sistemare le famiglie che attualmente occupano gli alloggi tra la fase di demolizione dei fabbricati e quella di realizzazione dei nuovi. E’ questo un aspetto molto serio se si considera che abbiamo già quotidianamente il problema di nuclei familiari sfrattati o che storicamente non hanno mai avuto una casa e vivono in condizioni molto disagiate.


Mi parla dell’esperienza TESS, quali sono gli ostacoli che non la fanno decollare? Credo che vi siano più motivi che fin’ora hanno impedito alla TESS (Torre e Stabia Sviluppo s.p.a.) di assolvere a quelli che erano i motivi della sua creazione e cioè porsi come struttura che riuscisse a recuperare le aree e i manufatti lasciati liberi da attività industriali dismesse e far in modo di incentivare l’avvio di nuove opportunità imprenditoriali. Tra i motivi vi è senz’altro quello dei vincoli che ricadono sulle aree interessate, come già più volte detto, che hanno rallentato le procedure con il conseguente sempre minore interes-

se da parte degli imprenditori. C’è poi stata la mancanza di seri progetti integrati sull’intero territorio interessato, quello torresestabiese in particolare, facendo in modo che si puntasse, di conseguenza, su quei progetti puntuali privati cantierabili dell’area stabiese, quali il porto turistico o l’ex cementificio, con minore interesse per quelli “virtuali” relativi alle aree industriali nel territorio di Torre Annunziata, area Deriver, SCAC, Tecnotubi-Vega, dove ancora oggi si discute circa il loro futuro destino. Nel frattempo TESS ha aperto le porte ad altri comuni dell’area proponendosi, altresì, come struttura di riferimento e di co-

ordinamento di quei programmi urbanistici d’interesse sovracomunale ma anche per lo studio di fattibilità di progetti di interesse pubblico su scala urbana non strettamente legati ad attività produttive intese in senso tradizionale. Da un lato tutto questo può essere positivo in quanto che in questo modo si possono reperire le risorse per autofinanziare le attività della società; è negativo, invece, perché non ha più un’identità ben definita lasciando insoluto l’obiettivo principale legato agli aspetti occupazionali. * Assessore all’Urbanistica e ai LL.PP. del Comune di Torre Annunziata

Per quel che riguarda i piani di Benevento, si può infatti parlare di veri e propri piani d’autore in quanto oltre al Piano di Piccinato, nel 1989 Sara Rossi e Bruno Zevi hanno elaborato il Piano per il Centro Storico della città di Benevento. Il Piano Rossi-Zevi si configura come un’azione di intervento sul centro antico della città, ricco di monumenti archeologici come il teatro romano e l’arco di Traiano, ma molto provato oltre che dal tempo anche dai bombardamenti del 1943. (continua a p. 16)

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politiche per il governo del territorio Eirene Sbriziolo

Eirene Sbriziolo, ha svolto un’intensa attività didattica e professionale in campo urbanistico. Ha rivestito la carica di Presidente dell’Ordine degli Architetti della Campania, Abbruzzi, Basilicata, Calabria, Molise tra il 1971-73; dal 1980 al 1990 è stata presidente della sezione Campania dell’Istituto Nazionale di Urbanistica; nel 1994-95 è stata Assessore Regionale all’Urbanistica e alla Politica del Territorio. Tra i numerosi saggi pubblicati, i volumi Urbanistica e Politica: rapporti difficili, territorio conteso (1996), La legislazione ambientale nel rapporto con la pianificazione urbanistica in Italia (2000). Ha inoltre svolto una proficua attività nella formazione di Piani Generali e di Settore in seno alla Regione Campania.

E così anche la XII legislatura parlamentare si concluderà senza che ci sia stata la tanto attesa riforma urbanistica. A meno di un anno dallo scioglimento delle Camere sono gli stessi Componenti della Commissione parlamentare Ambiente Territorio, che pure avevano proposto un testo unificato di norme per il governo del territorio a dichiarare che non ci sono i tempi per concludere i lavori in questa legislatura. Non è nemmeno immaginabile che vengano affrontati alcuni strumenti parziali in anticipazione alla mitica e complessa grande riforma urbanistica. Eppure sarebbero stati utili, necessari per imprimere segmenti di dimensione e capacità operativa allo strumento di piano di tradizione, quali: modalità per connettere processi di piano a programmazioni economico-finanziarie, o per svincolare processi di piano da obblighi gerarchici procedenti dall’alto verso il basso. Se ne sarebbero avvantaggiate le legislazioni regionali che, nonostante stiano innovando nelle norme di materia, per più aspetti rimangono condizionate da quelle di principio della legge nazionale urbanistica vigente, che limita approcci personalizzati all’azione nei rispettivi contesti territoriali. Ancora rimane centrale l’attenzione per il livello comunale rispetto a quello di scala territoriale, mentre si accentua, per effetto di legislazioni nazionali, la frammentazione di programmi e di operatività di settore, che oltre alle tradizionali infrastrutture o servizi investono questioni ecologiche e ambientali esasperando un’impropria condizione dualistica ambiente territorio. Rimane allora da capire, per giungere ad un’efficace legge regionale, se impedimenti e nodi hanno dimensioni soltanto tecniche o si collocano tra la sfera politico-istituzionale e quella so-

L’idea progettuale di Piano fa leva sulla valorizzazione degli elementi storici, architettonici e archeologici della città di Benevento, sulle qualità morfologiche e paesaggistiche del luogo, e sull’istituzione di nuovi rapporti funzionali all’interno dell’antico insediamento e tra questo e il resto della città. Il Piano suddivide il centro in sei settori di intervento (il decumanus maximus, l’area del Duomo, la zona del Teatro Romano, …) e partendo dalla definizione di un modello urbano attuale giunge alla elaborazione di un modello urbano futuro che tiene conto delle preesistenze storiche, architettoniche e archeologiche del centro storico e della significatività di alcuni percorsi e brani del tessuto urbano. (continua a p. 17)

cio-culturale, o perchè si alimenta il distacco dall’approccio operativo alle problematiche urbane e territoriali, nonostante siamo già coinvolti da un urbanistica operativa: le stesse legislazioni nazionali recenti hanno introdotto l’utilizzo di nuove forme d’intervento sulle città e su aree più vaste con i patti territoriali, accordi d’area, recuperi urbani, per fare qualche esempio. Tempestivo e opportuno è stato il Convegno nazionale del 19 giugno promosso dal Dipartimento di Urbanistica dell’Università Federico II, con la collaborazione dell’Ordine degli Architetti della provincia di Napoli e della Sezione campana dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, a pochi giorni dall’insediamento

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della Giunta della Campania della Regione del 2000: una dichiarazione dell’emergenza territorio. I motivi, i temi, la necessità della legge urbanistica regionale sono stati validamente esposti nel programma del Convegno, e non ci ritorno, se non per ribadire che sono quei motivi, quelle necessità a premere perchè non c’è più tempo per latitanze: le opportunità offerte dalle politiche comunitarie per non sottovalutare la realtà, hanno già evidenziato quanto la pianificazione condizioni l’economia, la correttezza amministrativa, il rapporto tra i poteri, quanto sia limitante la sottovalutazione dell’esigenza di un ragionamento globale dell’insieme delle trasformabilità territoriali che superino la scala co-


munale, quanto sia ostacolata la garanzia di organicità e di autonomia delle azioni dalla mancanza di organizzazioni spaziali per territori abbastanza vasti, ma anche quanto sia necessario puntare alla costruzione di una legislazione che si adatti alla realtà specifica del territorio, con norme motivate da situazioni e caratteristiche più proprie della regione. Nel mio intervento alla tavola rotonda del Convegno mi ero riferita alla necessità di dovere ridefinire i contorni della materia urbanistica, e, intendevo, per poter riflettere su aspetti gene-

ratori di una nuova pianificazione: da moderne forme pluralistiche di articolazioni di poteri a modalità cooperative tra organi rappresentativi; da valutazioni di nuove gerarchie di interessi a forme di copianificazioni interistituzionali e agli stessi nodi conflittuali sviluppo-ambiente, e tant’altro ancora. Spunti di riflessione, che in quell’occasione avevo sinteticamente ricompreso nella necessità di ridefinizione dei contorni della materia, e accennando anche all’inopportunità (così per lo meno mi sembra) di mutuare da subito e automaticamente modelli esterni.

E mi riferisco -per portare l’esempio più noto- alle norme delle leggi della Toscana, dell’Emilia o dell’Umbria, che sdoppiano il PRG secondo due strumenti (di indirizzo generale strutturale e di precisazione esecutiva), perchè mi sembra, viceversa, che per le aree della Campania, indirizzi e scelte generali del tipo ostacolerebbero di traguardare espressioni di livello sovralocale, oltretutto in nuce (dai parchi a patti territoriali). Appena un esempio, questo, un appunto di memoria per richiamare l’esigenza di un confronti su temi da approfondire e in tempi ragionevolmente brevi.

Il Piano Regolatore di Avellino del 1968, redatto dall’arch. Marcello Petrignani, restituisce l’immagine più recente della città di Avellino. A differenza dei contemporanei piani funzionalisti della seconda generazione, in cui le trasformazioni previste si attestano quasi esclusivamente come interventi sui tessuti urbani esistenti e dove la qualità formale diventa condizionante per il realizzarsi di una trasformazione funzionale, quello di Avellino propone un disegno di piano tradizionale attestandosi ancora una volta come un classico piano d’espansione, sovradimensionato sia del numero dei vani che delle infrastrutture e i servizi, in cui l’elemento di maggior caratterizzazione risulta essere il progetto di un intero quartiere a ridosso del centro abitato. (continua a p. 20)

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l’educazione all’urbanistica Mario Coletta*

La legge quadro dell’urbanistica, varata nel 1942 ha avuto vita grama sin dal suo muovere i primi passi sul territorio nazionale; la ricostruzione postbellica mise in campo la prima di una lunga serie di leggine di emergenza, ed i piani di ricostruzione unitamente alle strategiche “varianti” ai piani regolatori generali (molti dei quali redatti ed approvati antecedentemente all’entrata in vigore della legge quadro) spalancarono la porta all’incontrollata esplosione urbana, come eloquentemente denunciato nel film di Francesco Rosi: “le mani sulla città”, non casualmente incentrato su Napoli. La crescita della città per addizione di parti, protrattasi sino agli anni ’80, ha imposto una velocità alle operazioni trasformative interessanti l’insediamento territoriale, produttivo come residenziale, sviluppatosi molto più al di fuori che all’interno del dettato della legge urbanistica (nonostante i suoi non pochi “adeguamenti” e la miriade di frastagliamenti messi in campo per renderla più “praticabile”) all’insegna del perseguimento di obiettivi tutt’altro che ispirati al bene comune, all’interesse collettivo, il cui carattere rozzamente o raffinatamente speculativo, ha prodotto devastazioni al contesto paesaggistico, ambientale, produttivo e culturale, lasciando sul territorio della “nuova città” le scorie dei malesseri che maggiormente oggi affliggono la governabilità e più ancora la vivibilità: congestione, conurbazione, inquinamenti, degrado. L’urbanistica oggi più che “rigenerata” o “rigenerazionata”, andrebbe “rifondata”, in Campania come altrove, sulla base di ritrovati principi e di nuove regole. Non basta moltiplicare i convegni in detta direzione per mobilitare l’accademia dello scientifico sapere, e sollecitare i nuovi saggi a riscrivere le carte dei diritti dell’uomo (diritti alla casa, alla città, al lavoro, ad una vita più sicura, più serena, più bella, più giusta…), occorre andare oltre, attivare cioè una politica di autoacculturamento effettivo della popolazione, dentro e fuori la scuola, sì da rendere i cittadini protagonisti responsabili sia nello scegliere i capofila della loro marcia in avanti, sia nell’individuare la trama dei percorsi da intraprendere insieme nello sforzo collettivo di proteggere, valorizzare e sviluppare le risorse di pro-

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pria riconosciuta appartenenza, nel pieno rispetto dell’onestà intellettuale, delle professionalità, delle competenze e delle dignità. In questa ottica e su tali presupposti, come ci insegna la storia delle eutopie che hanno parlato alle coscienze facendo da stimolo alle cosiddette “rivoluzioni socio culturali”, possono ritrascriversi le “buone regole” della rifondazione disciplinare, in un colloquio sereno tra i responsabili delle istituzioni, le scuole di specifica formazione, i centri di ricerca e le associazioni spontanee dei cittadini animate di senso civico, in uno con l’apparato politico ai vari livelli amministrativi. Ciò significherebbe riscrivere la legge regionale anche facendo tesoro delle esperienze maturate altrove ad opera di più zelanti apparati amministrativi, sulla base della quale avviare un effettivo coordinamento tra le diverse forme e dimensioni della pianificazione urbanistica, spostando l’asse delle scelte strategico politiche dal piano delle “condivisioni” a quello delle effettive “partecipazioni”. Ma tutto ciò non ha forse il sapore di un’astratta retorica maturata nel chiuso di ambienti accademici nei quali si ignora, anzi si vuole ignorare, che la molla azionante il fare, è stata e sarà il profitto economico di una parte eletta a governare il tutto? E’ a questo e ad altri simili interrogativi, ispirati da purtroppo diffusi atteggiamenti di cinico pessimismo e scettica rassegnazione che bisogna fornire una conclusiva risposta; e questa non può partire che da atteggiamenti di rinnovata fiducia, quella stessa che promuove la professionalità, il potenziamento dei quadri specificamente formativi, moltiplicando gli insegnamenti universitari del settore, attivando scuole di perfezionamento e di specializzazione in pianificazione urbanistica ed adoperandosi perché detto insegnamento venga praticato a tutti i livelli della scuola dell’obbligo. Non è forse più nefastamente retorico pensare che si possa continuare ad andare avanti così, chiamando in campo la troppo pubblicizzata partenopea “arte di arrangiarsi” o pigliandosela con… la forza del destino? * Docente della Facoltà di Architettura di Napoli


considerazioni sul “palinsesto urbanistico” Pierluigi Giordani

Pierluigi Giordani, ordinario di urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria di Padova, ha svolto un’intensa attività progettuale in campo architettonico e urbanistico. Autore di numerosi saggi, è condirettore della rivista “Paesaggio Urbano”. Traduttore di Lewis Mumford, si è interessato in modo ricorrente di utopia con particolare riguardo ai temi relativi all’organizzazione del territorio. Sull’argomento ha pubblicato i volumi Il futuro dell’utopia (1969), L’idea della città giardino (1972) e più recentemente Presenze utopiche nell’organizzazione del territorio in Italia (1998). Si è occupato, inoltre, di innovazione tecnologica e territorio, di trasformazioni territoriali e città del futuro pubblicando Libertà e società tecnologica avanzata (1987), Telecomunicazioni e territorio. L’area veneta (1992). Negli ultimi anni si è dedicato d i legislazione urbanistica italiana e europea.

In questo saggio – o pamphlet? – mi sono proposto di ri-leggere il dopoguerra, nel nostro Paese, utilizzando l’insolito parametro della nostra urbanistica. Un parametro che si è rivelato – di fatto – sorprendentemente efficace non soltanto nei confronti della evoluzione della organizzazione urbana, ma come mezzo interpretativo dei quadri – politici, economici, culturali – avvicendatisi nella società italiana. Per di più strumento storicamente attendibile, in quanto difficilmente manipolabile. A premessa vorrei fare una considerazione di base. Il “racconto” normativo urbanistico italiano, nel dopoguerra, si configura come un “palinsesto” non facilmente decifrabile perché i provvedimenti tecnico-politici che si sono sovrapposti documentano un messaggio ripetitivo, uniforme, afflitto da un “patriottismo ideologico” dello stesso segno. Di conseguenza la raschiatura del supporto mostra una metafora della circolarità; noiosa ed anacronistica. Come sempre una rilettura – di qualsiasi situazione – si legittima solo se promuove, nel merito, una revisione impietosa delle “idee ricevute”, se diffida delle epifanie, se maschera le falsificazioni della letteratura “ufficiale”. Il riesame – nel caso specifico – non ha fatto eccezione a questa regola. Al proposito, al fine di evitare, nella verifica, condizionamenti e suggestioni improprie, ho utilizzato come modelli di riferimento: a) La compatibilità della norma rispetto ad una liberaldemocrazia (forme di governo adottata dal nostro paese nel dopoguerra). b) L’appropriatezza della norma, nella organizzazione della città e del territorio, alla dinamica della realtà (ossia alla processualità, alla storia). Nella verifica dell’ordinamento urbanistico italiano ho riscontrato, anzitutto, innumerevoli incoerenze con i principi fondanti, di una liberaldemocrazia, frequenti manifestazioni di incompatibilità; in particolare un accentuato antiindividualismo, riflesso della crisi – del sistema rispetto all’antisistema – di cui l’Occidente ha sofferto nel secolo scorso. Fenomeno degenerato patologicamente nei paesi (come il nostro) di fragile tradizione liberaldemocratica. Bilancio altrettanto, se non vieppiù deludente, che ho accertato anche nei confronti dell’adeguatezza alla processualità, al divenire. Le leggi urbanistiche – e la cultura che le ha prodotte – sono state costantemente sfasate in ritardo rispetto agli eventi. Una inattualità chiaramente addebitabile al conservatorismo immobilismo-progressista, egemone nella scena italiana del dopoguerra. Il quadro tecnico-giuridico dell’ordinamento urbanistico italiano riproduce quindi – per così dire – l’opaco specchio in cui si riflette la “cultura della resa” del sistema verso l’antisistema. Uno specchio che – a differenza di quanto accade nel cele-

bre racconto di Lewis Carrol – non viene mai attraversato. Il sistema infatti, anziché perseguire nel tempo una armonica correlazione fra i suoi fondamenti e i vari aspetti della vita associata (nello specifico l’urbanistica), anziché conformarsi all’evoluzione innovativa (propria di una società “aperta”), ha – per troppi anni – subito la traenza della controparte, giocando in difesa, scegliendo – per paura o per miope calcolo – la “spartizione” e il “compromesso” con l’antisistema (sufficientemente visibili nella stessa Carta Costituzionale). Ambiguità comportamentale in cui è stata parte attiva la cultura urbanistica, tradizionalmente cortigiana del potere. Logica conseguenza di questa ambiguità è stato il fallimento concettuale, prima ancora che operativo, della norma urbanistica, clamorosamente contradditoria ai modelli di riferimento menzionati. La mia analisi si è rivolta, soprattutto, al dopoguerra; ho richiamato, tuttavia, periodi precedenti che non ritengo possano essere ignorati ai fini della miglior comprensione dello spirito della norma nel dopoguerra stesso. In particolare l’ordinamento urbanistico dall’unità d’Italia al primo conflitto mondiale e il fascismo cui si deve la legge quadro 1150/ 42, tuttora vigente. Come è noto la fine del secondo conflitto mondiale marca uno spartiacque epocale. Cambiano i paradigmi del quadro; alla certezza, al progresso, alla razionalità univoca si sostituiscono (e si sovrappongono) – gradualmente – l’incertezza, la complessità, la razionalità plurivoca. Il post-industriale dà il cambio all’industriale maturo.. In Italia il regime passa il testimone alla democrazia; la continuità è tuttavia assicurata – oltrechè dai comportamenti – dalla fedeltà della norma alla formula “sic et non”, vincente anche nell’”animus” della Costituzione. Da spettatore (Eraclito ha affermato, da qualche parte, che “gli occhi sono testimoni più attendibili delle orecchie) ho articolato, nel dopoguerra, la periodizzazione della norma in modo abbastanza analitico, in conformità al “trend” del paese. In questa suddivisione (ovviamente convenzionale), ho individuato un primo periodo – che ho chiamato della “ricostruzione” – in cui è stata riesumata – nell’operatività – la normativa prefascista (norma generale con valore esecutico); periodo determinante – specie in prospettiva – in quanto, nel ’48, viene promulgata la Costituzione, equivoco compromesso (fra sistema e antisistema) e consacrazione del “sic et non” (di derivazione controriformista). Costituzione già allora anacronistica rispetto alla processualità (nella Carta non si nomina mai il “mercato”!); pesante ipoteca che fornirà, più tardi, un alibi di costituzionalità a norme urbanistiche palesemente contraddittorie ad uno stato di diritto.

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La pianificazione urbanistica di molti comuni campani è spesso fortemente condizionata da un numero di vincoli e norme di tutela del territorio, spesso sovrapposti, che limitano sensibilmente la progettazione degli strumenti urbanistici comunali. È il caso del recente PRG di Ottaviano, comune ricadente in un comprensorio caratterizzato da un’atavica mancanza di controllo, dove l’arch. Alessandro Dal Piaz configura una strategia per lo sviluppo sociale ed economico in una dimensione territoriale sostenibile, nonostante i forti vincoli presenti del territorio. (continua a p. 21)

Alla “ricostruzione” è seguita una stagione di “lifting” del passato; gli anni ’50 recuperano infatti gli strumenti urbanistici dell’”ordine razionalista, cooptati dal fascismo (1150/42), naturalmente in chiave antifascista. Di fatto l’“ordine”, predisposto da un sapere tecnico presuntivamente neutrale, era buono per tutte le stagioni, in particolare gradito politicamente perché mezzo di radicamento nel territorio per le amministrazioni locali (di qualsivoglia segno politico). Con grave inconveniente peraltro, rimosso dall’egemonismo culturale urbanistico impegnato a tempo pieno nella seduzione del potere; l’“ordine” ri-proposto, era anacronistico, in quanto la società –sotto il profilo democratico, produttivo, comportamentale era dopo il conflitto, completamente cambiata. Nodo dell’inattualità che viene al pettine nel peggior momento di “crisi” del sistema; gli anni ’60 e ’70, in cui impazza “l’utopia regressiva”, in cui l’immaginazione non va affatto al potere, in cui predomina uno sterile e tedioso nichilismo progettuale. In nome di un “mondo alla rovescia”, rozzo e livoroso

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(del tutto privo dell’ingenuità dei paesi di cuccagna”), vengono promulgate leggi (nell’urbanistica e in altri ambiti della vita associata)- complice la predetta ambiguità costituzionale- a dir poco anomale rispetto ai fondamenti di uno stato liberaldemocratico, per certo incompatibili con la processualità storica (ad esempio la 865/71 riproduce, nel suo piccolo, lo slogan di Proudhon “la proprietà è un furto”). L’egemonismo tecnico-giuridico, lacchè del potere (specie di quello ritenuto prossimo venturo) cavalca la tigre (propone, con la riforma urbanistica, l’esproprio generalizzato!). Gli eventi (e un sussulto di dignità giuridica del moderatismo) provvedono tuttavia a far fallire questo “sogno proibito” da socialismo reale; insieme alle improvvisate e scriteriate esercitazioni di pianificazione economica. Alla pseudo-rivoluzione confusionale del ’68 gli anni ’80 contrappongono le prime prove tecniche di trasformismo, perfezionate negli anni ’90. Le leggi urbanistiche di fine secolo, infine, esemplificano, al meglio, il travestimento – effettuato con scrupo-


losa diligenza – dal conservatorismo progressista. All’orgia “tricoteuse” dell’utopia regressiva subentrano così, nella normativa urbanistica, provvedimenti accattivanti che trasudano “buonismo” e “solidarismo” (il logos della Biennale di Architettura di Venezia del 2000 è “Less aesthetics, more aethics”). Il travestimento, dettato dalla nuova situazione del Paese, dalla necessità di consenso, dell’implosione del socialismo reale, ecc. fa tesoro – mediaticamente – del comportamento del gatto e della volpe in Pinocchio. Poiché l’utopia è morta e l’ideologia sta molto male, l’economia diventa la metafora della politica. La cultura (in particolare urbanistica) subordinata al potere non ha altre possibilità che imitare (spesso goffamente) la “guida politica” che, in termini trasformistici, ha mestiere da vendere. Naturalmente in questo quadro involutivo, in questo processo di de-identificazione, nessun vero problema – per rendere coerente il paese, nell’assetto urbano, al sistema ed alla dinamica della realtà – viene concettualmente e operativamente affron-

tato. Le “sunset laws”, anacronistiche e non più applicate, non vengono tolte dalla circolazione; la grande trasformazione economica e tecnologica (che ha profonde ricadute nel territorio) viene rimossa; nella logica del Gattopardo. Con questo atteggiamento, di prevenzione e salvaguardia, il conservatorismo progressista (che, al termine della lunga marcia, è ufficilamente entrato nella stanza dei bottoni), pur delegittimato dagli eventi, cerca di mantenere – nell’assetto del territorio – un ruolo monopolistico. Delegando agli intellettuali organici residui (falcidiati dagli eventi), la diffusione nelle masse (sempre meno consistenti) dei “domani che cantano”, anche nell’urbanistica. Non importa se del tutto improbabili. In particolare: quale significato può ancora rivestire l’inattuale meta narrazione deterministica funzionale (lo “zonig”, la “destinazione d’uso”, il piano “prefigurato”, ecc.) nella scena postmoderna, nella società d’informazione? Si è mai visto la costruzione di un futuro riutilizzando il passato? Senza proporre una soluzione, evitando così di cadere nel trabocchetto del dogmatismo ideologico,

Ma Napoli è anche una delle 100 città europee che aderisce al programma comunitario Urban sulla riqualificazione integrata di quartieri urbani. In questo programma si sperimenta una delle nuove frontiere della pianificazione, la dimensione comunicativa del dibattito e delle decisioni collettive. La finalità del programma è ottenere, all’interno di una dimensione collaborativa di pianificazione democratica, quartieri equi e sostenibili. (continua a p. 22)

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ho quindi ipotizzato alcuni percorsi (o modi di pensare) l’organizzazione della città e del territorio, compatibili con i modelli (adeguatezza al sistema, appropiatezza alla contemporaneità) presi a riferimento nell’analisi del passato, pertanto utilizzabili – senza controindicazioni – in una ipotesi di lavoro per il futuro; evidentemente alternativi all’attuale stagnazione. Anzitutto (è la prospettiva più limitata) una maggiore attenzione agli ordinamenti urbanistici in essere nei paesi avanzati (che, anche nei momenti di crisi non si sono lasciati soverchiare – nella “governance” – dall’antisistema). Dalla corretta interpretazione di queste norme è possibile ricavare una lezione di flessibilità e di pragmaticità. In secondo luogo è possibile sperimentare, sulla base degli attuali paradigmi (complessità, incertezza, razionalità plurivoca) e delle relative ricadute – politiche, economiche, tecnologiche, comportamentali – nella vita associata, una radicale revisione del modo di pensare l’oggetto architettonico (abbiamo già esempi in materia) e il fenomeno urbanistico. Un processo induttivo-deduttivo, non facile ma, in compenso, suscettibile di risultanze innovative, conformi alla trasformazione in atto. Comunque indubbiamente più stimolante – ai fini di una interpretazione (e di una operatività) del presente-futuro che non il processo di “comparazione” prima menzionato (che prende in esame il “gi�� visto”). La consapevolezza dell’instabilità e della frammentazione fanno la differenza. Da ultimo il tracciato che ritengo, al momento, più proficuo; semprecchè (come precondizione) vengano messe in cassa integrazione le “menti sovrane” tecnico-politiche, le “idee ricevute” dal passato, la difesa – ottusa e pervicace – del monopolio pubblico nell’ordinamento urbano urbano e territoriale. Un tracciato che nasce dalla convinzione che il “benessere” – nella società deriva dalla concorrenza fra pubblico e privato, dalla competitività; si conferma così la formula canonica di De Mandeville (vizi privati = pubbliche virtù). Nella città e nel territorio il pubblico può avere il ruolo di una “colf” efficiente (come diceva Camus), o di un “guardiano notturno” (come diceva Lassalle); il suo compito si limita a salvaguardare i diritti e le possibilità di scelta di tutti i cittadini. E’, di conseguenza, illegittimo il ruolo di monopolista che si è attualmente ritagliato nella città e nel territorio, illegittima la prefigurazione dell’assetto del territorio da una parte di un soggetto che, per solito, ha conoscenze inferiori al singolo cittadino. E non si può dar credito, razionalmente, alle “buone intenzioni” del soggetto stesso!

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I quartieri napoletani su cui si è deciso di intervenire sono i Quartieri Spagnoli e il Rione Sanità, due quartieri storici con problemi di forte degrado fisico e sociale. In questi contesti, Urban si propone di incentivare progetti che promuovano non solo nuove attività economiche ma anche l’ambiente, la qualità della vita e la sicurezza dei quartieri insieme ad interventi urbanistici sull’assetto fisico.

Per di più le scelte progettuali urbanistiche non sono – “in re ipsa” – univoche; è, di conseguenza, perfettamente naturale una “pluriopzionalità” nelle soluzioni e una pluridecisionalità nelle scelte. In un quadro – quale quello postindustriale – accertato e flessibile, in cui ogni congettura è – per così dire – in attesa della confutazione. Per concludere; consapevole della trasformazione in atto ho scritto questo “pamphlet” in odio al conformismo, alla plumbea omertà – sul modo di pensare la città e il territorio – che grava nel nostro Paese. Con la speranza che l’economia, l’innovazione tecnologica, i mutati comportamenti (l’utopia individuale ha preso il posto di quella collettiva), mettano finalmente alle corde il “già visto”, che la processualità imponga – nell’ordinamento urbanistico – regole conformi al processo evolutivo della realtà. Un sasso nello stagno, una provocazione, una riflessione eterodossa su un passato – e un presente – strumentalmente ibernati da chi (politico o tecnico) difende ostinatamente arbitrari diritti acquisiti politico-culturali, un “sapere” defunto e imbalsamato. Sono dunque d’accordo con Cioran quando afferma che il lavoro di demolizione “esalta e conferisce energia”; ma non mi sottraggo, esaminando tracciati praticabili, ad ipotesi di lavoro per il futuro. Comunque ritengo che sia meglio – il “conflitto intellettuale” (come lo chiama Ernst Nolte), anche aspro, piuttosto che l’ipocrisia dell’”embrassons nous”; fermo restando che l’ideologia urbanistica elaborata nella seconda metà del ‘900 nel nostro Paese – tuttora in essere – non è per certo una religione monocratica.


urbanistica e sviluppo locale Osvaldo Cammarota*

In che modo il dibattito urbanistico è interessato dai principali eventi che caratterizzano la transizione? Non è ancora chiaro se prevale l’ascolto o la tendenza a riproporre consolidati schemi di sapere teorico che, a dire il vero, non sembrano adeguati a dare le risposte tempestive ed efficaci che il nostro tempo richiede. Nell’uno e nell’altro caso, mi sembra utile proporre uno spunto di riflessione che parte da due eventi che caratterizzano la transizione ed hanno diretta attinenza con i problemi di pianificazione del territorio: 1- I mutamenti del lavoro nell’era post-fordista; 2- Il territorio come risorsa, ovvero i Sistemi Locali di Sviluppo come unità minima di programmazione locale. Sulla prima questione mi limito a richiamare che sono radicalmente mutate le forme, i modi, lo stile di vita dei “soggetti produttori”. La globalizzazione ha dilatato i confini delle reti relazionali (produttive, culturali, commerciali, istituzionali, …) ed ha molecolarizzato i luoghi di produzione (ad es. la fabbrica territorializzata) fino ad atomizzarli, come si evince anche dal crescente fenomeno del lavoro autonomo, in cui ciascun individuo è imprenditore di sé stesso*. E’ pur vero che il Mezzogiorno non ha mai compiutamente vissuto il modello fordista di produzione e di società; ma per certi versi questo potrebbe essere un vantaggio, perché c’è meno da destrutturare e più intelligenza da applicare per valorizzare ed integrare l’esistente nelle filiere lunghe della competizione globale. Ho voluto richiamare questo tema, perché il lavoro, la produzione, il consumo di beni e servizi, sono da sempre le attività che interessano prioritariamente la vita delle persone. L’organizzazione fisica degli spazi è da sempre stata determinata dall’esigenza di rendere più godibile, più fruibile, più civile la vita

delle persone … o no? In realtà, sappiamo bene che non sempre è stato così. Talvolta l’uso degli spazi viene deciso in base a suggestioni teoriche o ad esigenze temporanee in nome delle quali si compiono scempi o danni irreparabili al territorio. Si pensi, ad esempio, alle risorse finanziarie ed ambientali sprecate sull’altare ideologico della industrializzazione pesante del Mezzogiorno; si pensi al deserto delle aree ASI, concepite per grandi insediamenti e alla miriade di piccole e piccolissime attività produttive che, non potendo accedervi, si svolgono nei centri urbani aumentandone la congestione, l’insicurezza e l’invivibilità. Si pensi alla contraddittorietà di ubicare in uno stesso ambito territoriale: il progetto dell’alta velocità; il polo pediatrico mediterraneo e, non ultimo, il termovalorizzatore (in un territorio che ha ancora forte vocazione produttiva agricola). Si pensi al valore aggiunto che potrebbero apportare i beni culturali e ambientali nei processi di sviluppo locale, se solo si riuscisse a passare dalla tutela per imbalsamazione alla tutela per valorizzazione. Ciascun lettore potrebbe portare altri esempi. Lo spunto di riflessione che propongo è il seguente: non si ritiene che siano maturi i tempi per lasciare alle classi dirigenti locali la responsabilità di decidere sul proprio territorio? Il quadro di riforma degli Enti Locali dice di sì. La realtà che conosciamo, di fatto lo impedisce. I Comuni risultano di dimensione troppo piccola (o troppo grande) per stare al passo con la domanda di trasformazione urbana che emerge dalle comunità amministrate; le normative di pianificazione urbanistica coinvolgono livelli decisionali troppo lontani dal territorio. La soluzione potrebbe essere: avvicinare i centri di decisione al territorio (secondo il principio della sussidiarietà); elevare il grado di consapevolezza e di re-

sponsabilità delle classi dirigenti locali (secondo i lumi del quadro di riforma degli Enti Locali). Se questa traccia può essere utile ad informare la nuova Legge Regionale, è importante tenere conto di due cose: 1) La tendenza del territorio regionale a rappresentarsi spontaneamente per Sistemi Locali di Sviluppo (una tendenza peraltro alimentata dalle stesse politiche di sviluppo promosse con la Programmazione Negoziata in ambito locale) 2) Il lavoro svolto da alcune Province nella definizione dei Piani di Coordinamento Territoriale che, non a caso, sembrano acquisire ed accompagnare le tendenze spontanee suddette. Sono convinto che questi semplici accorgimenti riuscirebbero a connettere, in modo producente, i problemi dello sviluppo con i problemi di pianificazione territoriale Certo, sarebbe necessaria una percezione più socializzata e condivisa di quel nuovo paradigma che individua il territorio come risorsa, che definisca meglio i Sistemi Locali di Sviluppo. Sul punto, concludo con un auspicio più ardito: che il mondo della cultura accademica guardi al territorio con un approccio sistemico, avvalendosi cioè contestualmente dei saperi di: urbanisti, economisti, geografi, sociologi, giuslavoristi, ambientalisti, etnologi, antropologi, … Ciascuno è portatore di una visione settoriale preziosa, ma le esperienze di campo dimostrano che un Sistema Locale di Sviluppo non è frammentabile, a pena di potenzialità e di risorse nascoste il più delle volte sconosciute.

*Operatore di Sviluppo Territoriale Amministratore Delegato PTO Nord-Est Napoli

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dall’ANCE Campania Giovanni Cotroneo*

Ho accolto volentieri l’invito a collaborare all’organizzazione di questa manifestazione per l’interesse che i Costruttori hanno a riconfermare un proprio radicato convincimento: che lo sviluppo dell’economia e le modificazioni sul territorio hanno un senso e sono praticabili solo alla condizione che si pongano in rapporto di compatibilità con la tutela paesistica e ambientale. Per realizzare l’integrazione tra ambiente ed economia sono necessari strumenti non penalizzanti ed in sintonia con la nuova logica d’integrazione tra regole di mercato e regole di salvaguardia ambientale. Al contrario, va subito detto, con altrettanta franchezza, che le politiche ambientali messe a punto in Campania in quest’ultimo periodo si sono basate principalmente e troppo spesso su sistemi autorizzatori di tipo tradizionale, creando un sistema di scarsa efficienza per la stessa tutela ambientale: prova ne è l’infuriare dell’abusivismo devastante. Occorre mettere in atto strumenti che davvero rendano compatibile il rapporto tra ambiente e sviluppo. La finalità non deve essere quella di gestire procedure, ma obiettivi. Di conseguenza, in ordine ad una crescita che vediamo frenata, ed in ordine ad un grande bisogno, è la politica dello sviluppo il mezzo fondamentale di rinnovamento. Per essere costruttivi, allora, occorre ridefinire le priorità nell’ambito degli interessi che si vogliono perseguire. In questo senso è chiaro che il punto basilare è il coordinamento tra piani: quello ambientale, quello dei rischi, quello territoriale e quello di sviluppo economico. Per questa via soltanto è possibile passare ad un’urbanistica che consenta lo sviluppo e la tutela effettiva ed efficace del territorio. Un’altra considerazione va fatta in questa sede. Il quadro piuttosto grigio dell’assetto della pianificazione ambientale che ho ricordato diviene ancora più negativo se si considera la precarietà di uno degli istituti che ne è alla base: il vincolo ricognitivo, ossia l’accertamento di una qualità oggettiva del bene ai fini della sua tutela. Ed anche questo si è puntualmente verificato nell’esperienza della nostra realtà locale: faccio riferimento sia alla Variante di Salvaguardia al P.R.G. del Comune di Napoli, sia ai Piani Paesistici predisposti dal Ministero, sia ancora ai Piani Stralcio delle Autorità di Bacino. Paradossalmente, poi, un sistema di tipo vincolistico non solo genera una forte distorsione del principio di concorrenza a tutto svantaggio delle imprese serie strutturate ed a favore di soggetti avventurosi, ma a causa della inefficienza della P.A. nell’attività di controllo, tale fenomeno si espande e preclude qualsiasi sviluppo ordinato.

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Nella nostra pianificazione ambientale inoltre sono pressocchè inesistenti i principi e gli strumenti della pianificazione concertata. E’ soprattutto assente una cultura della “gestione” dell’ambiente e, più in generale ancora, dell’urbanistica “contrattata”. In questo senso, diventa fondamentale organizzare e gestire sul piano del coordinamento e dell’efficienza strumenti e procedure che consentano di integrare la tutela dell’ambiente nella gestione del territorio, evitando perciò che nel rapporto fra Stato, Regioni ed Enti locali si disperdano competenze e responsabilità. Un punto va ribadito: lo sviluppo sostenibile della nostra area regionale è strettamente legato alla qualità del quadro ambientale in un rapporto di tipo inverso rispetto alla quantità di popolazione residente. In altri termini, oggi i maggiori addensamenti di popolazione si registrano nelle aree di peggiore qualità e, quindi, di minore vivibilità. Se questa è la risultante, occorre chiedersi come e perché tutto ciò sia accaduto: sono diventate aree a cattiva qualità ambientale quelle che pur dotate di risorse e fattori localizzativi, senza una adeguata programmazione d’uso del territorio e adeguate valutazioni di impatto ambientale, hanno visto concentrarsi le maggiori attività residenziali e produttive della regione. Da qualsivoglia punto si parta, il problema dell’asfissia dell’area metropolitana di Napoli è e resta una priorità: l’area va in ogni caso decongestionata, ne va ridotta la pressione d’uso sulle risorse residue. L’area, in altri termini, va depolarizzata. Non si tratta di spostare residenze, si tratta invece di progettare ecosistemi urbani in grado di riequilibrare l’uso delle risorse ambientali in atto nella regione, spostando la concentrazione dell’area napoletana verso altri territori in grado di sopportare un aumento di carico e di pressione, generando così il necessario equilibrio tra pressione, disponibilità di risorse e capacità di carico. Una migliore distribuzione della qualità urbana nel territorio potrebbe determinare anche una migliore distribuzione dei carichi e delle pressioni sul territorio e sull’ambiente stesso, ovvero la generazione di nuove polarità esterne all’area napoletana. Ciò, pertanto, costituisce una strategia indispensabile al fine di perseguire l’obiettivo della sostenibilità, raggiungibile attraverso la creazione di centri alternativi, la riqualificazione delle periferie, la pianificazione del trasporto urbano in funzione della creazione di centri alternativi, il recupero e il restauro di centri storici. L’azione per la progettazione dei centri alternativi nelle aree metropolitane coincide largamente con


un altro obiettivo: la riqualificazione delle periferie urbane. Si tratta di riportare ad un giusto equilibrio la domanda e l’offerta di luoghi centrali e funzionali avviando, così, un processo di risanamento e di qualificazione dei quartieri e delle aree periferiche oltre che, ovviamente, di gestire meglio l’equilibrio fra le pressioni e le risorse territoriali ed ambientali disponibili. Un’azione concomitante alle due precedenti (centri alternativi e riqualificazione delle periferie) è quella di articolare la gestione e la pianificazione dei trasporti dell’area metropolitana, in uno stesso sforzo di progettazione integrata. Lo sviluppo pianificato dei trasporti non dovrebbe continuare a rispondere esclusivamente allo sviluppo della domanda di trasporto, bensì anche alla domanda così come viene programmaticamente simulata e determinata dal piano territoriale, in una concezione integrata “uso del suolo - trasporti”. La rete stradale di interesse per il territorio presenta una dotazione di circa 124.7 Km./Kmq e colloca la Campania al sesto posto tra le regioni italiane. Considerando, tuttavia, il rapporto tra l’estensione di tale rete con la domanda di spostamento giornaliero di popolazione, si riscontra un’incapacità di sostenimento di questa domanda e da ciò i frequenti fenomeni di saturazione. Uno sviluppo che deve necessariamente affrontare e risolvere un altro delicatissimo nodo: il dissesto idrogeologico in atto o potenziale determinato dalla natura geologica dei terreni affioranti, dalle condizioni climatiche, dall’uso del suolo non sempre ispirato ai criteri predetti di sostenibilità.

Connesso alle azioni di sviluppo già esposte, l’obiettivo si completa con una specifica attenzione al restauro dei centri storici della stessa area metropolitana. Alla luce di queste valutazioni, che scaturiscono da un’esperienza oggettiva, diventa necessario ricercare soluzioni e strategie operative. Per il raggiungimento di questa finalità si possono prospettare le seguenti soluzioni: - razionalizzazione del quadro delle competenze istituzionali attraverso la creazione di centri unificati di coordinamento; - accelerazione delle procedure in modo da evitare dilatazioni temporali tra impegni di spesa di attuazione degli interventi; - coordinamento tra piani paesistici e gli altri strumenti di pianificazione territoriale così da pervenire a scelte univoche; - elaborazione di parametri ambientali e di difesa del suolo oggettivi cui fare riferimento per definire soglie di compatibilità; - incentivazione del riutilizzo di immobili pubblici e privati dismessi mediante rilocalizzazione di impianti produttivi. In quest’ottica vi è un nostro impegno specifico che si sta traducendo anche in una nostra proposta di legge urbanistica regionale, che speriamo possa costituire un utile momento di confronto tra operatori, politici ed in generale tra coloro che rappresentano interessi diffusi. * Presidente Associazione Nazionale Costruttori Edili

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urbanistica e sicurezza Antonio Acierno*

Le condizioni di degrado ambientale del nostro territorio, regionale e nazionale, sono ben note a tutti e l’incapacità del sistema politico ed economico ad affrontare in maniera strutturale queste patologie non fa altro che amplificare il processo degenerativo. I disastri del territorio e l’emanazione di leggi urbanistiche, in Italia, sono stati spesso legati da un nesso di causalità, non solo relativamente a normative settoriali come l’ultima legge regionale campana n.267/ 1998 varata a valle delle frane di Sarno e Quindici, ma anche a quelle di più ampio respiro e nazionali come la stessa legge n.765/1967 (approvata dal Parlamento anche sulle suggestioni dell’alluvione di Firenze del 1966 e della successiva frana di Agrigento), cui si diede l’appellativo di “ponte” in previsione di una più organica legge quadro. A trent’anni di distanza siamo ancora in attesa, mentre i rischi urbani e territoriali sono cresciuti in numero e intensità assumendo le seguenti forme: intensa e spregiudicata edificazione su “suoli fragili” quali sono quelli della nostra penisola caratterizzata dalla diffusa presenza di aree a rischio sismico, idraulico, idrogeologico; emergenza delle questioni ambientali relative ai crescenti rischi di inquinamento atmosferico, acustico, delle falde acquifere e del suolo, soprattutto nei centri urbani; rischio di crollo di edifici (vedi Roma e Foggia) per vetustà, scarsa manutenzione e irresponsabili modifiche strutturali; e, non per ultima, la diffusione di un generale “clima d’insicurezza” che si è ormai consolidato negli ambienti metropolitani rispetto ai rischi del traffico e della criminalità. Gli scenari del rischio si sono, pertanto, ampliati e più evidente si fa il riconoscimento di notevoli responsabilità di una mancata pianificazione dei suoli e dello spazio urbano. Di fronte alla città contemporanea etero-

Programma comunitario Urban: Nicola Pagliara, nuova sistemazione di Largo della Tofa

genea, discontinua, caotica e frammentata, cresciuta secondo regole e razionalità poliedriche ma non coordinate, dove i pericoli ambientali si cumulano con i nuovi fenomeni di esclusione di gruppi sociali indesiderati e di minoranze etniche, emerge una forte domanda sociale di “sicurezza”. La percezione sociale dei rischi determina nuove paure nei confronti dell’ambiente, generalmente inteso, e alimenta altre attese contraddistinguendo il comportamento della società di fine millennio, già battezzata dalla moderna sociologia (Beck, Giddens, Luhmann) come “società del rischio” dove alle vecchie questioni di distribuzione della ricchezza e dei conflitti di classe della società industriale si vanno sostituendo quelle di distribuzione dei rischi prodotti dallo sviluppo tecnico e economico. I probabili danni futuri, conseguenze impreviste del progresso scientifico applicato ai processi produttivi, si dispongono sul territorio in maniera diversa, gravando maggiormente su alcune aree o su particolari gruppi sociali e molto spesso traducendosi in benefici economici per altri. La questione della ridistribuzione è delicata e non può essere consegnata esclusiva-

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mente nelle mani degli esperti, ma invoca una consapevole responsabilità politica nelle scelte in materia di sicurezza. Non si tratta di valutare, in maniera solo apparentemente neutrale, la dimensione dei rischi ma piuttosto l’accettabilità sociale degli stessi. La questione della sicurezza (nei confronti delle calamità naturali, dell’inquinamento ambientale, della scarsa qualità degli edifici, del traffico veicolare e della criminalità metropolitana) occupa, pertanto, un posto fondamentale nelle problematiche socio ambientali contemporanee e deve costituire un impegno prioritario nelle politiche urbane e territoriali. Quello che si chiede alla pianificazione e ad una legislazione urbanistica evoluta e innovativa, allo scopo di evitare gli innumerevoli “disastri annunciati” degli ultimi anni, è la definizione di regole e di strumenti preventivi che possano controllare e limitare i rischi incombenti sull’ambiente, influendo indirettamente anche sulla riduzione delle nuove paure sociali e garantendo una migliore qualità della vita.

* architetto, Università degli Studi di Napoli Federico II


architetti napoletani 4 - gennaio 2001