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ANTICHI PAESAGGI Parchi e siti archeologici tra le province di Ancona e Macerata

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A cura di

Giorgio Mangani e Roberto Perna

Si ringraziano per la collaborazione la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, Valentina Artegiani, Laura Capozucca, Maria Teresa Frisina, Maurizio Landolfi, Emilia Pasqualetti Finito di stampare nel mese di Giugno 2014 da Arti Grafiche Stibu, Urbania Grafica e impaginazione studio GIO.COM

Isbn 9788894007107

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Indice Introduzione

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Perché un progetto interprovinciale per la sperimentazione di nuove forme di amministrazione, gestione e valorizzazione dei siti archeologici

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(Pietro Marcolini)

(Giorgio Mangani, Roberto Perna)

Premessa storico-archeologica

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I Siti della provincia di Ancona

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Ancona romana L’Anfiteatro Romano L’Arco di Traiano Lungomare Vanvitelli: il Porto romano

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Arcevia: il villaggio trincerato di età neolitica di Conelle, l’insediamento protovillanoviano di Monte Croce Guardia, la Necropoli gallica e il santuario di Montefortino

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Fabriano: le Aree archeologiche dei municipi romani di Attidium (Attiggio) e Tuficum (Albacina, Borgo Tufico)

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Osimo: la colonia romana di Auximum e l’area archeologica di Monte Torto

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Ostra: l’area archeologica di Ostra Vetere

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Sassoferrato: il Parco archeologico di Sentinum (Federica Candelaresi)

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(Roberto Perna)

(Federica Candelaresi e Lucio Tribellini)

(Federica Candelaresi)

(Federica Candelaresi)

(Pier Luigi Dall’Aglio)

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Senigallia: l’Area archeologica la Fenice

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Sirolo e Numana: l’Area archeologica “I Pini”

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La città di Suasa

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Il Parco archeologico della città romana di Suasa: La Domus dei Coiedii, caratteri generali La via del Foro La Casa del Primo Stile Area Sacra Le Tabernae Il Sito archeologico di Santa Maria in Portuno

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I Siti della provincia di Macerata

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Camerino: il Museo e l’antica città di Camerinum

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Corridonia: Pausulae

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Macerata, Villa Potenza: il Parco archeologico di Ricina

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Matelica: gli scavi nell’area urbana di Matilica

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(Chiara Delpino)

(Federica Candelaresi)

(Testi a cura del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna. Materiale grafico a cura di Mirco Zaccaria)

(Sofia Cingolani)

(Chiara Capponi)

(Chiara Capponi)

(Chiara Capponi)

Pollenza: l’Area archeologica di Rambona

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(Chiara Capponi)

Porto Recanati: Il Parco archeologico di Potentia

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(Sofia Cingolani)

San Severino Marche: Il Parco archeologico di Septempeda ed il Museo Civico Archeologico

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(Sofia Cingolani)

Serravalle di Chienti: l’Area archeologica di Plestia presso l’Abbazia di Pistia

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Tolentino: Tolentinum, il Museo archeologico ed il Mausoleo di Catervo

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(Sofia Cingolani)

(Chiara Capponi)

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Treia: l’Area archeologica di Trea (Sofia Cingolani)

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Pollentia-Urbs Salvia: la città

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Le Mura

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Il Complesso Tempio-Criptoportico

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Il Teatro

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(Roberto Perna) (Roberto Perna)

(Sofia Cingolani) (Sofia Cingolani)

L’Anfiteatro

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Il territorio di Pollentia-Urbs Salvia

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Bibliografia

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(Sofia Cingolani) (Roberto Perna)

Per chi vuol saperne di più

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Pietro Marcolini

Assessore alla Cultura della Regione Marche

La guida che qui presentiamo ai siti archeologici delle Marche ha due importanti caratteri innovativi. Il primo è l’aver sperimentato un primo passo verso una comunicazione diversa del patrimonio archeologico, che ricostruisce, ove possibile, con gli strumenti della conoscenza e della tecnologia, un paesaggio antico che non esiste più, consentendo ai visitatori di parchi e siti di comprendere e a volte anche di “vedere” la ricostruzione virtuale di edifici e strutture urbane oggi solo in parte conservatesi. La guida cartacea è, infatti, integrata a un sistema di informazioni e approfondimenti audio e video, accessibili attraverso QRCode dai telefonini di nuova generazione che consente di ricevere, nel percorso di visita, ausili didattici e documenti digitali che innovano il tradizionale metodo di comunicazione del patrimonio culturale. Il secondo aspetto innovativo è che il progetto è frutto di un lavoro di integrazione a rete dei diversi soggetti attivi, dai Comuni alle Soprintendenze, coordinato dai due Sistemi museali delle Province di Ancona e di Macerata, che hanno sperimentato, con il sostegno della Regione, nei territori di competenza, un percorso pilota di valorizzazione che, nei prossimi anni, potrà essere esteso al resto del territorio regionale, completando la mappa dei parchi e siti archeologici trattati. Ai due Sistemi museali, alle Soprintendenze e alle Università di  Bologna e di Macerata, che hanno supportato scientificamente il  progetto, va quindi il ringraziamento della Regione Marche e,  prevedibilmente, dei visitatori che potranno da oggi entrare virtualmente nell’antico e affascinante paesaggio delle Marche, ricostruito sulla scorta delle più attendibili documentazioni. 7

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Perché un progetto interprovinciale per la sperimentazione di nuove forme di amministrazione, gestione e valorizzazione dei siti archeologici di Giorgio

Mangani e Roberto Perna

Visitare un sito archeologico, spesso, può essere un’esperienza frustrante. Nella maggior parte dei casi ci si imbatte in una serie di semplici ruderi, abbastanza deprimenti, di difficile lettura e di scarsa capacità a sollecitare l’immaginazione. Il Progetto Pilota, finanziato dalla Regione Marche e realizzato dai Sistemi Museali delle Province di Ancona e Macerata, di cui questa guida cartacea è solo uno dei prodotti finali, intende sperimentare un nuovo modello di visita di alcuni parchi e siti archeologici. Esso intende infatti introdurre una innovazione nella fruizione (didattica e turistica) dei siti archeologici offrendo, sulla scorta degli studi elaborati negli ultimi anni dai ricercatori delle Università di Bologna e di Macerata (che hanno lavorato sulla maggior parte dei siti coinvolti), la ricostruzione digitale degli edifici e dei complessi (teatri, anfiteatri, domus, strade, ecc.) originariamente collocati in loco. Gli studi scientifici e le nuove tecnologie digitali ed informatiche consentono infatti, oggi, di offrire al visitatore informazioni (immagini, brevi filmati, ricostruzioni 3D, testi audio) che possono essere facilmente intercettate anche all’aperto, nel percorso di visita, da strumenti di grande diffusione come i lettori e telefonini smart phone, utilizzando la tecnologia QRCode di nuova generazione, e le altre forme di comunicazione digitale. Il progetto, avvalendosi della consulenza degli archeologi delle due Università che in questi anni hanno scavato nelle aree sopra indicate consentirà dunque di offrire ai visitatori, sia all’interno dei Musei che all’aperto, attraverso le tecnologie sopra citate, la percezione di come era originariamente il paesaggio locale antico, sulla base delle documentazioni e degli studi sin qui esperiti.

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Premessa Storico - Archeologica di Roberto

Perna

Il territorio delle attuali province di Ancona e Macerata non ha avuto una fisionomia uniforme alla fine dell’età del ferro: una parte, infatti, e precisamente quella corrispondente all’attuale provincia anconetana, fu occupato da popolazioni galliche, le aree interne soprattutto da popolazioni umbre, anche con infiltrazioni galliche e la restante fu invece abitata dalla popolazione picena. Si tratta di preesistenze che influirono notevolmente sulla loro storia di età romana caratterizzata sostanzialmente dal fenomeno della nascita delle città e dell’accatastamento dei territori. Il territorio fu conquistato da Roma nella prima metà del III secolo a.C. e da questo momento esso subisce un processo di romanizzazione, come mostrano i sempre più numerosi testi scritti. La romanizzazione di questo territorio si avvia nel III secolo con la fondazione di Sena Gallica (Senigallia) a presidio del suo confine nord e forse di quella di Aesis (Jesi), e può dirsi sostanzialmente compiuta nel II secolo a.C. quando assistiamo alla deduzione delle colonie di Osimo e Pollentia, questa nel sito stesso dove più tardi troviamo Urbs Salvia, entrambe al centro di vasti territori di cui gestivano le funzioni civili, sacre ed economiche e Potentia, presso l’odierna Porto Recanati, che, sul mare, proiettava verso Est gli interessi della penisola italica. I piccoli villaggi si trasformarono in città dotate di edifici monumentali per le nuove funzioni cittadine e nelle campagne ai terreni pubblici ed alla pastorizia si sostituirono le nuove proprietà private, legate ai coloni romani e l’agricoltura. È in questo momento che il paesaggio incominciò ad assumere l’aspetto che oggi, dopo lente trasformazioni che non ne tradirono tale origine, ci è consueto ed è per questo che la maggior parte delle testimonianze archeologiche giunte fino a noi appartengono infatti all’età romana. Il passaggio dal II al I secolo a.C. è caratterizzato da un notevole dinamismo economico esito delle trasformazioni precedenti, ma soprattutto della concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti del territorio delle attuali Marche. I nuovi cittadini romani esigono una vita “urbana” e la creazione di nuovi municipi dà luogo ad interventi di tipo edilizio, spesso voluti da personaggi di elevato rango sociale che stanno facendo la loro carriera nella capitale. I vecchi insediamenti solo in alcuni casi continuarono a vivere, 11

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subendo trasformazioni. Si tratta in molti casi di santuari, intorno ai quali i romani costruirono i loro nuovi centri amministrativi, un po’ come alcuni secoli dopo fecero i cristiani, edificandovi chiese dopo aver abbattuto i templi che li precedevano sullo stesso luogo, sfruttandone la tradizione comune. In altri casi sono alcuni villaggi già più importanti, che svolgevano funzioni di servizio per il circondario, ad essere trasformati amministrativamente e ad assurgere al rango di città. Poiché la creazione di un municipio significava la nascita di una vera e propria città, con adeguate strutture urbane e la costruzione di importanti edifici funzionali alla nuova realtà politico-amministrativa, si capisce come questa vicenda abbia modificato in modo sostanziale il volto dei centri interessati, così come quello del territorio nel suo insieme. Ma essa ha anche comportato investimenti di risorse significativi e l’emergere di una vera e propria classe politica. Le guerre civili, che, tra il 44 e il 31 a.C., sconvolgono lo stato romano, hanno comportato conseguenze notevoli sul nostro territorio: lo dimostra la sistemazione di veterani – in genere si tratta di soldati reclutati in queste stesse contrade che ritornano a casa con la messa in congedo – mediante l’assegnazione di terre confiscate o comperate a tale scopo da Ottaviano Augusto. Pressoché tutte le città del territorio ne sono interessate. Ma questo periodo, che va dalla fine della repubblica agli inizi del principato, non presenta, per questo, almeno ai nostri occhi, segni di crisi; anzi, al contrario, sono molti gli indizi di crescita e benessere. Lo dimostrano la vitalità dei municipi di recente creazione, tra cui Ricina, che si dota – probabilmente in piena età augustea – addirittura di un teatro. La città che più risente beneficamente del nuovo sistema politico del principato è comunque Urbs Salvia, che tra Augusto e gli immediati successori vede trasformata la sua immagine, si dota di tutta una serie di edifici tuttora visibili attraverso le imponenti strutture che di essi si conservano, oppure noti dalle iscrizioni, come le mura, il teatro e il santuario della Salus, il rifornimento idrico della città, vari templi, ecc., cui si aggiungerà in età flavia l’anfiteatro, costruito da Flavio Silva, console dell’81. Poi dalla metà, all’incirca, del I secolo inizia una fase di stagnazione dell’economia italica, che colpisce soprattutto l’Italia centro-meridionale, la quale produce una crisi nella vita dei centri cittadini, riscontrabile da vari indizi, e che si protrae per tutto il I e il II secolo. La crisi generale e ben più grave che investe poi l’impero nel III secolo ha conseguenze assai 12

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più pesanti nelle nostre città, in cui sono ormai pochi, saltuari ed isolati i segni di una qualche vitalità. Tra questi ricordiamo la varie dediche a Gallieno e ai suoi figli da Cingoli e da Tolentino. Col IV secolo il nostro territorio entra a far parte della provincia Flaminia et Picenum (poi del Picenum suburbicarium dalla fine dello stesso), ovvero la nuova organizzazione amministrativa introdotta da Diocleziano. Anche se le fonti archeologiche attestano il permanere di contatti commerciali e l’importazione di alcune merci, la vita delle città deve essersi fatta ormai, in quest’epoca, particolarmente difficile. Permangono in funzione le vie più importanti, come la Salaria Gallica: lo provano i tre miliari di IV secolo, di cui uno ancora inedito, provenienti dalla valle del Fiastra. Si diffonde ed esce alla luce, dopo l’editto di Costantino, il cristianesimo, attestato a Tolentinum, Urbs Salvia, Cluana, S. Vittore di Cingoli. Particolarmente importanti le testimonianze di Tolentino, costituite dal celebre e mirabile sarcofago di Catervo e dal suo sepolcro che riproduceva nella forma quella del Pantheon di Roma. L’invasione di Alarico, che colpisce in particolare Urbs Salvia, agli inizi del V secolo, e soprattutto la guerra tra Goti e Bizantini nel secolo successivo aggravano ulteriormente le condizioni di vita nella regione e si capisce che la civiltà romana si avvia ormai al tramonto.

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ANCONA

I siti della Provincia di Ancona Ancona Romana

Testa velata dell’ Imperatore Augusto, rinvenuta nel 1863 a 9 m di profondità durante uno scavo effettuato al di sotto del palazzo Ferretti, oggi Museo Archeologico delle Marche, dove adesso è conservata

Ancona fu abitata fin dai tempi dell’età del bronzo come dimostra un insediamento protovillanoviano rinvenuto sul colle dei Cappuccini. Dall’insediamento del colle Montagnolo provengono inoltre frammenti di ceramica micenea, testimonianza dei precoci rapporti con il mondo egeo che rimarranno costanti anche in età romana e bizantina. Nella successiva epoca picena il paesaggio è caratterizzato da insediamenti sparsi tra il colle Guasco ed il colle dei Cappuccini. I reperti archeologici documentano alterni contatti con la Daunia, l’Illiria e la Grecia: Atene in particolare. Come ricordato dalle fonti storiche, l’approdo naturale formato dall’insenatura a gomito che dà il nome alla città (dal greco ankon, “gomito”) spinse i Siracusani a fondarvi una colonia nel IV secolo a.C. Del periodo greco più antico rimangono scarse tracce archeologiche, così come ad oggi, non risultano particolari evidenze del porto siracusano. L’importanza commerciale del porto è evidenziata dall’attestazione di una zecca greca che emette moneta in bronzo con effigie di Afrodite sul dritto e braccio piegato a gomito sul rovescio nonché dai numerosi materiali provenienti dagli scavi urbani e dalle necropoli che documentano rapporti privilegiati con il Mediterraneo orientale e la Magna Grecia. Tra la fine del III ed il II secolo a.C. la città, pur conservando la sua matrice greca, entrò a far parte del dominio romano. Il porto venne utilizzato come base della flotta romana nel pattugliamento dell’Adriatico durante le guerre illiriche, e la città fu dotata di una cerchia muraria, della quale ampi tratti in blocchi di arenaria sono stati messi in luce nell’area del Lungomare Vanvitelli. A questi si deve la costruzione del tempio dedicato a Venere (Venus Genetrix) rinvenute al di sotto della Cattedrale di S. Ciriaco sul colle Guasco, ritenuto l’acropoli 15

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della città. Realizzato tra II e I secolo a. C., il tempio è orientato verso il foro della città posto al di sotto del colle e presentava una facciata con sei colonne sulla fronte di stile corinzio-italico. Divenuta muninipio romano agli inizi del I secolo a.C. e colonia cesariana dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), la città fu oggetto di parziale rinnovamento nell’età di Augusto, ma è soprattutto con l’imperatore Traiano che il porto fu ampliato e rinforzato essendo stato scelto come base logistica per la partenza delle legioni alla conquista della Dacia. Ancora in età bizantina la fonti ricordano Ancona nelle operazioni legate alle alterne vicende della guerra con i Goti. Il suo porto, collegato con Osimo, allora principale città del Piceno, rappresentava la più importante base navale dell’Adriatico per le comunicazioni con Bisanzio ed il Mediterraneo orientale.

Colonna traiana: scena raffigurante la partenza della flotta romana dal porto di Ancona. (Calco in scala 1:1 esposto al Museo Archeologico Nazionale delle Marche)

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ANCONA

L’Anfiteatro Romano

Anfiteatro romano di Ancona: resti della cavea

A poca distanza tra gli altri due colli anconetani, il Guasco e il quello dei Cappuccini, si erge l’anfiteatro romano che sfrutta la pendenza dei due colli per aggrappare le sue imponenti gradinate, ben venti disposte su tre ordini, con una capacità di accoglienza che si aggirava attorno ai diecimila spettatori. La forma del monumento è irregolare proprio perché si appoggia per buona parte sui pendii naturali, cosa che ha evidentemente condizionato le maestranze (la difformità più evidente è la porta che si apre a Nord, la cosiddetta porta libitinensis, non in asse rispetto al diametro maggiore dell’ellisse). L’edificio, già individuato nel 1810, fu portato in luce con gli scavi del 1930. Costruito alla fine del I secolo a.C. sotto Ottaviano Augusto fu oggetto di modifiche e migliorie nel I secolo d.C. mentre una grossa ristrutturazione fu probabilmente realizzata in età traianea. L’abbandono, avvenuto nel VI secolo d.C., è testimoniato dal ritrovamento nella cavea e lungo il muro perimetrale di sepolture. Fu dapprima reimpiegato come piccolo forte e successivamente come cava per recupero di materiali edili utilizzati nella costruzioni di altri edifici. L’anfiteatro era un edificio per spettacoli di forma ellittica, inizialmente costruito in legno e realizzato poi in muratura, secondo una propria architettura, costituito da un’arena (dove si svolgevano gli spettacoli) e da una

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cavea (dove si disponevano gli spettatori) con gradinate che poggiavano su un sistema radiale di sostruzioni collegate con passaggi e scale per accedere ad ogni ordine di posti. Sui passaggi esterni ai diversi ordini (praecinctiones) sbucavano le scalinate provenienti da porte di accesso dette vomitoria. All’arena si accedeva mediante quattro ingressi solitamente posti su due assi principali. Tra queste la Porta Pompae, per i soldati, e la Libitinensis, consacrata alla dea che presiedeva il passaggio all’aldilà, destinata all’uscita di morti e feriti. I vincitori e coloro che erano stati graziati, invece, uscivano da un’altra porta chiamata Sanavivaria. Nell’antichità l’ingresso ai posti comuni era gratuito, e poiché le rappresentazioni duravano spesso parecchie ore, talora giorni, gli spettatori si portavano da casa cibi e bevande, oppure questi erano distribuiti per conto di coloro che allestivano gli spettacoli. Le rappresentazioni più comuni erano i giochi gladiatori (munera gladiatoria), svolti solitamente da prigionieri di guerra o schiavi addestrati al combattimento in apposite scuole, ma vi erano anche spettacoli con belve feroci (venationes) e, più raramente, battaglie navali simulate (naumachiae). L’anfiteatro era dotato di un velarium, un grande telo sor-

Anfiteatro romano di Ancona: resti dell’ingresso principale

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ANCONA retto da numerosi pali in legno che consentiva di schermare il sole nelle ore più calde (i ludi potevano avere luogo sin dal mattino). Un incasso atto a contenere un sostegno per il velarium è riconoscibile nel tratto di muro scavato davanti alla chiesa di S. Gregorio. Nell’area tra via Pio II e la chiesa di S. Gregorio, è stato individuato un paramento architettonico, caratterizzato da nicchie quadrate alternate ad altre semicircolari: l’ordine superiore è costituito da arcate cieche di varia ampiezza, tessute con muratura in opus reticulatum, appoggiate su una cornice a rilievo creata in mattoni sistemati a taglio. Nel settore Sud-Ovest, all’esterno dell’anfiteatro, sono state individuate alcune strutture romane caratterizzate da un vasto ambiente con vasca, pavimento musivo con decorazione geometrica e figurata e pareti affrescate. Al di sotto di queste strutture è stato rinvenuto inoltre un tratto di lastricato stradale precedente la costruzione del monumento.

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L’Arco di Traiano Simbolo della città di Ancona è l’Arco di Traiano. Risparmiato nei secoli da terremoti, dalla violenza del mare e dagli eventi bellici delle due guerre mondiali, fu dedicato dalla città all’imperatore Traiano che l’aveva abbellita e ne aveva ingrandito il porto, attraverso una serie di opere (fra le quali proprio il nuovo molo settentrionale), per farne la sua base logistica per le campagne in Dacia. Costruito tra 115 e il 116 d.C. con grandi blocchi di marmo, ha un solo fornice fiancheggiato da colonne corinzie. Molti studiosi ipotizzano che l’arco sia opera di Apollodoro di Damasco architetto di fiducia e stretto collaboratore di Traiano, che scelse un marmo bianco turco proveniente da Marmara per la sua costruzione. L’arco è alto 14 m e largo 10 e la tradizione vuole che al di sopra dell’attico, la parte più alta sopra il cornicione, ci fosse la statua equestre di Traiano, con quelle della moglie Plotina e della sorella Ulpia Marciana ai lati. I fregi erano stati realizzanti in bronzo dorato, ma i Saraceni che razziarono la città nel 848 le depredarono assieme alle statue. 20

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ANCONA

Lungomare Vanvitelli: il Porto romano

Lungomare Vanvitelli di Ancona: ricostruzione ideale del porto romano

L’inizio dei lavori da parte del Comune di Ancona per la realizzazione di un parcheggio multipiano è stato l’occasione per esplorare il suolo sottostante la sede stradale del Lungomare Vanvitelli e l’accumulo di macerie che si trovava sul pendio posto di fronte alla “Casa del Capitano del Porto”. Ai primi saggi effettuati col mezzo meccanico, hanno fatto seguito veri e propri scavi archeologici tra gli anni 1999 e 2001. L’indagine si è resa necessaria per l’esistenza di strutture antiche e strati archeologici visti sfuggevolmente nel dopoguerra, in occasione di scavi condotti per le edificazioni e per il passaggio di servizi pubblici. La comprensione di quanto venuto in luce allora è stata possibile solo in occasione dell’attuale scavo, che ha esplorato una vasta zona dell’area portuale romana. Nella ricomposizione di quanto visto e documentato in passato e di quanto emerso attualmente, si può ricostruire un complesso insieme di strutture. Del periodo romano, ma anche post romano sono infatti emersi ambienti destinati ad edifici di rappresentanza, magazzini, aree di custodia delle merci e zone dedicate alla costruzione e riparazioni delle navi con numerosi reperti ad essi pertinenti. A monte del Lungomare, di fronte alla “Casa del Capitano”, rimasero in piedi alcuni ambienti voltati su due piani, che si affacciano sulla strada. La continuità con le sottostanti strutture, emerse in occasione degli scavi, ha dimostrato con certezza che essi facevano parte del complesso portuale romano. Già in epoca romana l’area portuale doveva essere limitata a Settentrione dal “Monumento simbolo” di Ancona, ovvero l’Arco onorario che si eleva sull’attuale molo Nord del porto anconetano.

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ANCONA

Arcevia Il Villaggio trincerato di età neolitica di Conelle L’ Insediamento protovillanoviano di Monte Croce Guardia La Necropoli gallica e il santuario di Montefortino

Fossato difensivo eneolitico di Conelle d’Arcevia

Brocca con becco obliquo e decorazioni con bande puntinate appartenente al periodo eneolitico (Conelle)

La brocca poteva essere riempita solo a metà, ma dimostra come, nell’Italia centrale, si stavano evolvendo nuovi arredi originali (Museo Archeologico Statale di Arcevia)

Dal territorio di Arcevia (535 m s.l.m.), comune montano dell’alta Valle del Misa, conosciuta come Rocca Contrada fino al 1817, proviene una ricchissima varietà di reperti preistorici e protostorici. All’età paleolitica superiore appartiene il deposito di lavorazione della selce rinvenuto a Ponte di Pietra. Il sito venne alla luce all’inizio del secolo scorso, durante i lavori di costruzione della strada che da Arcevia conduce a Serra San Quirico e collega la vallata del fiume Misa con quelle dell’Esino. Le tre campagne di scavo organizzate dalla Soprintendenza Archeologica per le Marche in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Geologiche e Paleontologiche dell’Università degli Studi di Ferrara risalgono al 1964 e, poi riprese negli anni 1987 e 1989, hanno riportato alla luce migliaia di manufatti non ritoccati e centinaia di strumenti. Inoltre furono rinvenute buche di palo e focolari, ciò fa pensare all’esistenza di bivacchi stagionali, dove i cacciatori del Paleolitico tornavano periodicamente per rifornirsi di strumenti in selce che fabbricavano sul posto e per dedicarsi alla scheggiatura delle pietre con cui realizzavano le armi per la caccia. Nella località Conelle nel 1879, durante la realizzazione della strada Arcevia-San Ginesio, venne scavato un sito di epoca eneolitica, IV millennio a.C., periodo in cui, accanto ad oggetti fabbricati in pietra destinati all’uso domestico ma soprattutto alla guerra e alla caccia, compaiono i primi strumenti di metallo prevalentemente in rame. Gli scavi, ripresi negli anni sessanta del Novecento, portarono alla luce un lungo fossato scavato ad imbuto a scopo difensivo lungo 120m e profondo 7, che sbarrava l’accesso al pianoro triangolare, tutelato naturalmente sugli altri due lati da corsi d’acqua. Attualmente protetto con una tettoia, rappresenta uno dei rari esempi di “costruzione” preistorica atta a difendere il villaggio posto in pianura. Al suo interno sono stati ritrovati molti reperti che testimoniano la vita del villaggio in cui si praticava la caccia, 23

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l’agricoltura, la tessitura, la lavorazione di selce, legno, osso nonché di corno cervo con vera tecnica artigianale. La lavorazione della ceramica è testimoniata da contenitori realizzati con impasto grossolano, impasto semifine, impasto fine. Tra i numerosi reperti in ceramica rinvenuti, di notevole importanza è la brocca con l’orlo obliquo e beccuccio versatoio in ceramica semidepurata. A Monte Croce Guardia, in seguito alla segnalazione di ritrovamento di materiale preistorico durante i lavori di rimboscamento del Corpo Forestale dello Stato, furono intraprese diverse campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza Archeologica per le Marche tra il 1961 e il 1995. Venne scoperto un villaggio protovillanoviano (XIIX secolo a.C.) di capanne a pianta ovale (4,20x3,80m e 4,20x3,50m) risalente all’età del bronzo finale. Si trattava di un abitato posto in altura a scopo difensivo, forse frequentato stagionalmente da gruppi di pastori transumanti. Inoltre vennero rinvenuti numerosi prodotti in ceramica realizzati con argilla depurata, oggetti in corno, osso, bronzo e suppellettili di uso domestico quotidiano (fuseruole, pesi da telaio in terracotta, spatole, vanghette, spilloni, fibule). A Montefortino, tra il 1894 e il 1896, fu scoperta un’importante necropoli gallica. Le quarantasette tombe ad inumazione, di cui più della metà riconducibili a guerrieri, sono datate tra la metà del IV e il III secolo a.C. e si segnalano per i preziosi corredi funebri. Accanto a tre maestose corone auree, le sepolture hanno restituito anelli,

Plastico del villaggio eneolitico di Conelle d’Arcevia

Elmo bronzeo di provenienza celtica utilizzato anche dall’esercito romano, fine IV - III sec. a.C. Questo tipo di elmo è detto “Montefortino” dal nome della necropoli omonima (Museo Archeologico Statale di Arcevia)

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ANCONA bracciali in oro, argento e pasta vitrea, utensili in bronzo, alari, coltelli, elmi, piatti e coppe, armi in ferro, oggetti relativi alla cura del corpo e all’esercizio di attività atletiche (strigili e specchi), una cospicua suppellettile domestica (vasi e calderoni di bronzo, coltelli e spiedi in ferro), che denunciano una civiltà piuttosto ricca e dai frequenti contatti con l’Etruria e la greca città di Ancona. Si tratta della più straordinaria testimonianza archeologica di tipo funerario di gruppi celtici nel territorio piceno. Qui è inoltre attestata la presenza di un santuario posto tra il bosco e una fonte d’acqua perenne. Questo importante luogo di culto, probabilmente dedicato ad una divinità salutare, fu frequentato ininterrottamente da V secolo a.C. fino alla piena età romana.

Corona aurea dalla tomba 8 della necropoli gallica di Montefortino d’Arcevia (Museo Archeologico delle Marche di Ancona)

Molti dei reperti rinvenuti nei siti e nelle aree archeologiche descritte sono oggi conservati al Museo Archeologico Statale di Arcevia, sorto nel 1996 grazie all’impegno congiunto della Soprintendenza Archeologica e dell’Amministrazione Comunale. Il Museo si compone di sei sale ed è allestito in alcuni locali del Centro culturale San Francesco. Qui sono esposti anche tre cippi funerari in pietra, due dei quali ritraggono la porta ditis, cioè la porta degli inferi, con una piccola nicchia a destinazione cultuale-sacrale. I restanti materiali sono custoditi nel Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona, mentre alcuni reperti di Montefortino anche al Metropolitan Museum di New York.

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Fabriano Le aree archeologiche dei municipi romani di Attidium (Attiggio) e Tuficum (Albacina, Borgo Tufico) Il territorio di Fabriano offre interessanti spaccati di vita civile risalenti alle epoche più antiche. Numerosi rinvenimenti testimoniano infatti la presenza delle civiltà che popolarono la regione, come i Piceni, gli Umbri e i Galli fino ai Romani. Le frazioni fabrianesi di Albacina e Borgo Tufico sorgono alla confluenza del torrente Giano con il fiume Esino. La morfologia del territorio ha favorito la presenza umana già in epoca preistorica e protostorica; lo si deduce dai rinvenimenti di materiali riferibili al Neolitico finale-Eneolitico. Inoltre, presso la località Vallemontagnana, vennero alla luce alcuni bronzetti votivi riconducibili alla fine del IV secolo a. C. Una testimonianza della presenza celtica nel territorio è costituita dalla sepoltura isolata di un guerriero inumato presso Moscano, il cui ricco corredo funebre era composto da armi celtiche, ceramiche attiche e bronzi di fabbricazione etrusca. Nel I secolo a.C. venne costituito il municipium di Tuficum, che fu iscritto nella Regione VI Augustea ed appartenne alla tribù Ufentina. Vide il suo massimo sviluppo in 26

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ANCONA età imperiale, tra I e II secolo d.C., mentre la crisi economica si manifestò nel III secolo. Lo si comprende dal riutilizzo di vecchi materiali nella ristrutturazione degli edifici pubblici e privati. Il completo abbandono e la definitiva scomparsa dell’abitato sono da datare probabilmente tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo d.C. a causa della guerra goto-bizantina. In seguito le strutture antiche furono oggetto di spoliazioni, come dimostra il riutilizzo di numerose epigrafi in abitazioni e chiese nella zona. Reperti provenienti dall’area archeologica si conservano presso la casa parrocchiale della chiesa di San Venanzio, la Villa Censi Mancia (entrambi ad Albacina), il Palazzo Raccamadoro Ramelli e il Palazzo Comunale di Fabriano. A Tuficum non sono stati ancora condotti scavi sistematici per riportare alla luce i resti del municipio romano, ma furono condotti occasionali e brevi saggi di scavo nell’Ottocento, quando furono rinvenuti una breve porzione di strada lastricata e alcuni elementi architettonici probabilmente appartenenti al Foro. Di notevole importanza è un pregiato ritratto virile bronzeo databile alla fine del III secolo d.C. che venne casualmente trovato nel 1933 nelle acque del fiume Esino ed è conservato presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche ad Ancona.

a sinistra: Pavimento a mosaico romano rinvenuto presso l’edificio termale di Attiggio (Fabriano) a destra: Iscrizioni romane da Tuficum murate nella chiesa parrocchiale di Albacina (Fabriano)

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Attidium si trova invece nei pressi dell’attuale frazione di Attiggio, a pochi chilometri da Fabriano, alle pendici del Monte Fano, nel piccolo fondovalle dell’omonimo torrente. Il primo insediamento umano risale alla preistoria: una campagna di scavo del 1959 condotta dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici delle Marche portò alla luce buche di palo delle primordiali abitazioni, un focolare, vario materiale di terracotta e punte di armi in selce. Forme di ceramica più raffinate testimoniano la vita dell’abitato basata su agricoltura e allevamento durante l’età del Rame, mentre la fase picena è attestata da vasellame in ceramica attica a figure nere risalente al V secolo a.C. Come Tuficum, anche Attidium fu fondata in seguito alla costruzione della via Flaminia nel 221 a.C. che mise in comunicazione Roma con le città dell’Adriatico, mantenendo una relativa autonomia politica e amministrativa fino alla guerra sociale (90-88 a.C.), in seguito alla quale sembra aver ottenuto lo statuto di municipium retto da un collegio di magistrati Quattuorviri. Nominato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, in età augustea il territorio attidiate rientrerà nella VI Regio e testimonianze epigrafiche ne attestano l’appartenenza alla tribù Lemonia. La città si sviluppò tra I e II secolo d.C.: risalgono a questo periodo alcuni rinvenimenti fortuiti, tra cui tratti di strade basolate, resti di un edificio a pianta quadrangolare con peristilio, tracce di un pavimento a mosaico e altre strutture parziali, individuate a partire dal secondo decennio del XX secolo. Negli anni sessanta uno scavo effettuato nell’area in prossimità dell’odierna chiesa parrocchiale rivelò la presenza di sei sepolture romane, probabilmente databili tra il II ed il IV secolo d.C., dove i defunti erano deposti in fosse per lo più rettangolari rivestite da lastre di pietra o di tegole. Ma il ritrovamento più interessante avvenne negli anni 1989 e 1993, nel corso di due campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza, in località Campi San Giovanni. In quella circostanza vennero rinvenuti resti di un impianto termale probabilmente relativo ad una domus o ad una villa, con pavimenti a mosaico, un calidarium (cioè la stanza riscaldata destinata al bagno caldo), un corridoio affrescato ed una vasca rivestita con marmo. Alcuni reperti, per lo più epigrafi, rinvenuti nel corso di queste campagne di scavo, sono murati e tuttora visibili nell’atrio di Palazzo Chiavelli di Fabriano. 28

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ANCONA

Osimo La colonia romana di Auximum L’area archeologica di Montetorto

Resti della Fonte Magna di Osimo

La colonia romana di Auximum, situata su un pianoro a 265 m, strategicamente molto importante per il controllo delle valli dell’Aspio e del Musone, venne fondata nel 157 a.C. Prima ancora però, nelle età pre e protostorica, la zona era frequentata da popolazioni, la cui presenza è testimoniata dal ritrovamento, presso la bassa valle del fiume Musone, di numerosi oggetti di selce scheggiati, ossa di animali e corna di cervo, datati al Paleolitico superiore (40.000-12.000 anni fa). Nel IX secolo a.C. sul colle di Osimo e sull’altura di Monte San Pietro si stanziarono i Piceni; la loro presenza è dimostrata da insediamenti distinti con relative necropoli, mentre la presenza dei Galli Senoni in questo territorio è attestata dal rinvenimento di alcune tombe nella vicina località San Filippo. Si ipotizza che proprio alla presenza del popolo gallico possa essere riportata l’etimologia del nome di Osimo, che potrebbe derivare dalla radice celtica uxama, città elevata. Menzionato da Strabone e da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, in età augustea il territorio osimano rientrerà nella V Regio e testimonianze epigrafiche ne attestano l’appartenenza alla tribù Velina. La città ricoprì un ruolo importante durante le guerre civili: nel I

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secolo a.C. Pompeo vi reclutò soldati e fu occupata da Giulio Cesare nella discesa verso Roma dopo il passaggio del Rubicone. L’importanza di Osimo si protrasse oltre la fine dell’Impero romano, teatro di vicende militari durante la guerra greco-gotica (535-553). Tuttora ad Osimo è visibile l’impronta di Roma soprattutto nel centro storico, in cui è facilmente riconoscibile lo schema del castrum, caratterizzato dall’asse viario detto cardo e dal decumano (oggi corso Mazzini), ma il principale monumento cittadino è la cinta muraria della città romana, databile al II secolo a.C. Le mura sono state realizzate con grandi blocchi di arenaria proveniente dai colli vicini con la tecnica dell’opus quadratum. Tale cortina muraria presenta una larghezza di 2m e un’altezza di almeno 10m; tre sono le porte individuate. Di particolare rilievo è la fontana monumentale chiamata Fonte Magna, posta sotto lo strapiombo delle mura romane. Secondo la leggenda popolare, Pompeo Magno, durante la guerra contro Cesare, avrebbe fatto sosta qui

Impianto produttivo della villa rustica romana di Montetorto di Osimo

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ANCONA per abbeverare i cavalli e arruolare nuovi soldati. Più verosimilmente la denominazione deriverebbe dall’essere una delle più importanti risorse idriche della città oggi ancora attiva. Questa fonte, costruita per uso pubblico tra I secolo a. C. e il I secolo d. C. ed oggi conservata per una altezza di quasi 6 m, è uno dei pochi monumenti antichi delle Marche di cui ci narrano la fonti storiche (Procopio di Cesarea nel De bello gothico).

Testa virile di età romano-repubblicana da Osimo

L’area archeologica di Montetorto di Casenuove conserva una delle più interessanti testimonianze di villa rustica romana, cioè una azienda agricola. L’invasione dei Romani comportò la spartizione del terreno agricolo tra i nuovi arrivati; la fattoria di Monte Torto s’inserisce nel contesto della centuriazione della media valle del Musone. Il complesso produttivo si articola in una serie di ambienti - frantoi, cantine e magazzino - collegati fra loro e disposti intorno ad un ampio cortile porticato. Di grande interesse per lo stato di conservazione sono i due ambienti con frantoi, i torcularia, destinati rispettivamente alla lavorazione del vino e dell’olio. I materiali archeologici raccolti durante gli scavi condotti negli anni 1982-1995 suggeriscono che la fattoria fosse attiva tra la fine del I secolo a. C. e il I d.C. La sezione archeologica del Museo Civico di Osimo, sita in un’ala del piano nobile di Palazzo Campana, comprende materiali di proprietà statale, comunale e privata. Qui sono stati raccolti materiali rinvenuti nell’area di Monte Torto, ma anche reperti risalenti all’Età Eneolitica, del Bronzo ed altri appartenuti alle popolazioni celtiche e picene. Di particolare rilievo la pregevolissima “testa di Vecchio” della prima metà del I secolo a. C., alta 31 cm, che ritrae molto realisticamente un patrizio romano, e la stele funeraria con una coppia di sposi scolpita su pietra calcarea e risalente al I secolo a.C. Sono da segnalare le dodici statue marmoree acefale (decapitate) del I-II secolo d.C. visibili nell’atrio del palazzo comunale che hanno dato agli osimani il nomignolo di “senza testa”.

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ANCONA

Ostra L’Area archeologica di Ostra Vetere Con la battaglia di Sentinum (Sassoferrato) del 295 a.C. e la definitiva sconfitta dei Galli Senoni, Roma si assicura il controllo delle Marche settentrionali e, in particolare, della valle del Fiume Misa, che ha da sempre costituito un importante corridoio naturale di collegamento tra l’entroterra e la costa. Proprio alla foce del Misa, nel 284 a.C. i Romani fondano la città di Sena Gallica (Senigallia), la prima colonia romana del settore medio-adriatico, e le nuove terre conquistate lungo l’intera valle vengono riorganizzate e assegnate a dei coloni (a seguito della Lex Flaminia de agro Gallico et Piceno viritim dividundo, del 232 a.C.). Nei nuovi territori colonizzati nascono dei “centri di servizio”, le praefecturae, dove i magistrati inviati da Roma amministravano la giustizia. Nel corso del I secolo a.C., dopo che le guerre sociali portarono alla concessione della cittadinanza romana a tutta l’Italia, molte di queste praefecturae si trasformano in città (municipia), dotate di proprie magistrature e di un proprio territorio. Questo avviene per Ostra, nella media valle del Misa, e per la sua gemella Suasa, nella parallela valle del Cesano, che, divenuti municipi, manterranno il loro nuovo status fino all’invasione longobarda, quando saranno del tutto abbandonate. La guerra greco-gotica prima e l’arrivo dei Longobardi poi, segnano infatti la fine dell’ordinamento politico e sociale romano e portano al definitivo abbandono delle città di fondovalle e alla nascita di piccoli agglomerati collocati lungo il crinale, in posizioni naturalmente difese. È così che al posto dell’antica città di Ostra sorgeranno i centri di Montalboddo e Montenovo, che alla fine dell’Ottocento, rispettivamente nel 1881 e 1882, recupereranno le loro antiche radici attraverso la reintroduzione del nome della città romana divenendo Ostra e Ostra Vetere.

Fondazione del podio della fronte architettonica dell’aula di culto di struttura 8

Ostra nasce dunque nella media valle del Misa, lungo la strada che, correndo sulla sinistra del fiume, univa Sena Gallica a Sentinum. In particolare, per costruire la città i Romani scelsero l’ampio terrazzo alluvionale di fondovalle oggi compreso tra il Misa e la Strada Arceviese tra i chilometri 18 e 20. Si tratta del terrazzo più grande che si incontra alla sinistra del fiume tra Arcevia e Senigallia. 33

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Tale scelta non fu certo casuale: l’ampiezza del ripiano consentiva infatti di realizzare e disegnare gli spazi e le strutture necessari alla vita stessa della città: dal foro, al teatro, dalle terme alle case di abitazione, che, come noto, in età romana si sviluppavano più in pianta che in altezza. I primi scavi archeologici realizzati nella città risalgono agli inizi del Novecento e furono effettuati dal Cavalier Giuseppe Baldoni di Montalto, Maggiore di cavalleria, allora possessore dei terreni su cui anticamente si estendeva la città. Frutto di questa fase di ricerche “non scientifiche” è la carta raffigurante gran parte dell’area monumentale urbana, che ha costituito una fonte imprescindibile per ogni studio successivo. Gli scavi riportarono alla luce un edificio termale e un teatro, separati da una larga strada lastricata con direzione NO-SE. Un secondo asse viario perpendicolare al precedente e un terzo tratto parallelo al primo delimitavano una vasta area riconosciuta come il Foro ovvero la piazza principale della città, sulla quale si affacciavano, oltre al teatro, alcuni edifici, tra cui un tempio. Per quanto riguarda l’impianto termale furono messi in luce complessivamente venticinque ambienti, tra i quali si è riconosciuto il calidarium (la sala per i bagni in acqua calda) e il frigidarium (la sala per i bagni in acqua fredda), con pareti rivestite di marmo e il pavimento a mosaico. Sono stati inoltre individuati due forni e si è attestata l’esistenza di una grande vasca, probabilmente con funzione di riserva d’acqua per l’impianto termale.

Veduta della strada urbana che costeggia il lato nord-orientale del foro, invasa parzialmente dai livelli di rifiuti provenienti dal marciapiede laterale. Al centro è riconoscibile un “rattoppo” della carreggiata realizzato con frammenti fittili

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ANCONA

Veduta della tomba 70, rinvenuta all’interno di struttura 20, al cui interno era stato collocato come elemento di corredo un pettine in osso decorato (in dettaglio nel riquadro)

Le indagini a Ostra ripresero alla metà degli anni ottanta del secolo scorso, a opera della Soprintendenza dei Beni Archeologici delle Marche, che avviò anche un programma di restauro conservativo dei rivestimenti musivi dell’impianto termale e nel 2005 nuovi scavi nell’area del teatro. Dal 2006 il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna conduce nel sito nuove ricerche che stanno portando in luce diversi edifici del Foro, contribuendo alla definizione di questo importante settore urbano della città romana. Fra i più recenti rinvenimenti, si segnala l’individuazione di un sacello (piccolo tempio) e di un edificio caratterizzato dalla presenza di vasche e ambienti connessi con il prelievo dell’acqua, entrambi di età augustea, quando si attestano i primi interventi di sistemazione dell’area in senso propriamente monumentale. Questi interventi andarono a sovrapporsi a un precedente sistema di organizzazione spaziale del comparto pubblico che, grazie agli scavi archeologici, è possibile collocare in epoca medio-repubblicana (metà II-inizi I secolo a.C.). A questa prima fase afferiscono una vasta piazza centrale inghiaiata e una singolare struttura, interpretata in rapporto alle attività di elezione dei magistrati cittadini. A partire dall’età imperiale tutta la piazza forense viene pavimentata con lastre di marmo e di calcare e viene circondata dai principali edifici pubblici, compresi il teatro e il tempio. Tra gli edifici di nuova realizzazione, nel lato occidentale del Foro emerge il complesso formato dal

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Ricostruzione planimetrica delle nuove aree scavate dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna tra il 2006 e il 2012.

tempio su podio e dal vicino edificio denominato struttura 4. Tale edificio, di incerta funzione, si compone di una sala anteriore rettangolare e di una parte posteriore organizzata in tre ambienti contigui - di cui quello centrale absidato - tutti comunicanti con la sala centrale di cui si conserva parte della pavimentazione in mosaico di colore bianco. Nel corso della prima età imperiale vengono definiti anche gli assi viari urbani principali, di cui i recenti scavi hanno messo in luce un’ampia porzione, specialmente dell’asse N/S che delimitava il lato orientale del complesso forense. In concomitanza con la lastricatura delle strade, l’area del foro viene definitivamente inclusa in un perimetro murario nel quale, in corrispondenza dell’arrivo sulla piazza forense dell’asse stradale principale della città, viene aperta una porta monumentale di cui si conservano la soglia, lo stipite e un blocco con l’incavo per il cardine. La situazione fino a qui descritta corrisponde con il periodo di massimo sforzo monumentale del centro della città, collocabile tra l’età augustea e la fine del I secolo d.C., al termine del quale il foro di Ostra, chiuso in un perimetro definito e ben isolato dalla viabilità, contiene 36

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ANCONA al suo interno i maggiori edifici destinati alle attività economiche, civili e religiose. Nell’ambito di uno di questi spazi, inoltre, doveva trovare posto il più eclatante dei ritrovamenti effettuati nel sito, ovvero la statua colossale in marmo pario, scoperta nel 1841, raffigurante un importante personaggio maschile d’età traianea. Le ultime campagne di scavo stanno comunque evidenziando come il processo di accrescimento monumentale si protrasse per tutto il periodo della media età imperiale. A questa fase è databile l’edificio denominato struttura 8, un nuovo spazio pubblico databile all’inizio del II secolo d.C. L’edificio presenta caratteristiche planimetriche precise, componendosi di un grande piazzale rettangolare (A), chiuso verso il Foro da un muro e circondato sugli altri tre lati da un portico continuo (B-D). Nella parete posteriore del portico orientale si apre un ambiente di forma rettangolare (E) inizialmente di dimensioni limitate e successivamente ampliato (F) fino a raggiungere il limite dell’isolato. Nel cortile, in corrispondenza dell’apertura dell’ambiente E, è inoltre presente una piattaforma in conglomerato di calce e ciottoli, nella quale si deve riconoscere la fondazione di un prospetto architettonico colonnato aggettante verso la piazza. Dopo questa fase, il centro monumentale, per quanto noto finora, non subisce ulteriori interventi e sembra cristallizzarsi in questo assetto per i tre secoli a seguire, fino a quando si fanno evidenti i segni del mutamento: a partire dal V secolo, stando agli attuali dati di scavo, gli assi stradali centrali vengono progressivamente invasi da accumuli di rifiuti, mentre all’interno dell’ambiente centrale di struttura 4, ormai in stato di crollo avanzato, vengono ricavate quattro cantine interrate. Limitati interventi di sistemazione nell’area del podio del tempio, dove le due scale inferiori sono tamponate per contrastare la crescita del suolo di calpestio nel piazzale esterno, sembrano suggerire la persistenza d’uso di tale edificio, che poteva ancora preservare un qualche carattere di monumentalità, soprattutto se si vuole ipotizzare una conversione della struttura da luogo di culto pagano in chiesa. A sostegno di questa ipotesi, avvalorata dalla fonte scritta di inizi VI secolo che menziona un vescovo facente capo alla diocesi ostrense, è anche l’articolato complesso cimiteriale che consta ormai di oltre 50 sepolture, datate almeno dalla fine del V-inizio del VI secolo, rinvenuto tutto attorno all’edificio. 37

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Sassoferrato Il Parco archeologico di Sentinum Il territorio di Sentinum è ricordato per la cruenta battaglia delle nazioni avvenuta nel 295 a.C., quando i Romani sconfissero i Sanniti con gli alleati Galli, Etruschi ed Umbri, completando l’assoggettamento dell’Italia centrale. Nelle località Santa Lucia e Civita, a sud-ovest di Sassoferrato, sono visibili i resti della città romana di Sentinum, snodo importante per il collegamento tra l’entroterra appenninico e la costa di Sena Gallica, attuale Senigallia. Dopo che fu devastata da Ottaviano durante la guerra di Perugia contro Antonio del 41 a.C., la città, in tarda età augustea, fu ricostruita nelle forme attualmente visibili e vi venne fondato un municipium. Nel Parco archeologico dell’antica struttura urbanistica sono visibili le strade, due cardini e due decumani. Il cardo era il tracciato con direzione nord-sud, mentre il decumanus seguiva la direzione est-ovest e, dal loro incrociarsi, i Romani definivano l’orientamento della città secondo un perfetto reticolato di strade che ne organizzava l’assetto urbanistico. Le strade rinvenute a Sentinum, servite da una consistente rete fognaria, sono lastricate con basoli bianchi, larghi blocchi di calcare spessi alcuni decimetri, e delimitate da marciapiedi. 38

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ANCONA A sinistra: Resti del porticato dell’edificio romano extraurbano in località Santa Lucia (Sassoferrato)

Sotto: Ambiente termale circolare di epoca romana in località Santa Lucia (Sassoferrato)

Delle strutture edilizie è visibile un complesso termale che conserva una piscina, il calidarium, cioè la sala riscaldata destinata al bagno caldo, e il frigidarium, la sala con la vasca per il bagno freddo. Si conserva inoltre una grande aula absidata, chiusa da un lato a semicerchio, decorata da pavimento in marmi policromi. Gli scavi hanno permesso di identificare anche due ambienti adibiti a fonderia per la lavorazione di statue di bronzo attivi tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C., resti di quella che molto probabilmente poteva essere una fornace per la lavorazione del vetro e numerose abitazioni. Appena fuori dalle mura, in località Santa Lucia, si trova un vasto complesso caratterizzato dalla presenza di ambienti termali. L’edificio si affaccia su un ampio cortile decorato da un pavimento a mosaico e delimitato da colonne in breccia rossa di Verona, una particolare breccia cavata in Val Paterna e Valpolicella. Questa struttura, di difficile identificazione, in passato era stata interpretata come una grande villa suburbana, mentre ora pare probabile si tratti di un complesso legato alla viabilità e destinato all’accoglienza dei viaggiatori. I reperti rinvenuti nel Parco sono oggi custoditi nel Museo Civico Archeologico di Sassoferrato, allestito nel 2006 su progetto dell’architetto Roberto Einaudi, che si apre con un grande plastico e una sala multimediale che raccontano la grande battaglia del 295 a.C. Qui sono conservate molte sculture, tra cui teste-ritratto, una statua di divinità acefala (cioè senza testa) e un pre-

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gevole busto con la lorica, la tipica corazza dei legionari romani, in genere risalenti al II secolo d.C. Di notevole pregio artistico un piccolo busto della dea Iside in alabastro. Nella seconda sala è conservato un mosaico con la celebre scena del ratto di Europa, la mitica principessa figlia di Agenore e Telefassa che, mentre coglieva fiori, fu rapita da Zeus tramutato in toro bianco e portata a Creta, dove si consumarono le nozze. Si tratta di uno dei numerosi mosaici scoperti nella città, tra i quali quello splendido e policromo con la raffigurazione di Aion circondato dal cerchio zodiacale, scoperto nel 1806 in località La Civita e oggi esposto a Monaco di Baviera. Altre sculture, epigrafi, vasellame e oggetti legati alla sfera privata raccontano poi nelle sale seguenti aspetti diversi della vita quotidiana della romana città di Sentinum. L’età preistorica e le fasi culturali che precedettero la fondazione della città sono documentate da oggetti di età Neolitica (tra cui ceramiche e punte di selce) e dai reperti provenienti dall’insediamento appenninico della cima del Monte Santa Croce. Bronzetti votivi raffiguranti Marte, Ercole ed offerenti del VI-V secolo a.C. sono infine le testimonianze più pregevoli dell’età protostorica.

Mosaico romano proveniente da Sentinum raffigurante Aion nella ruota dello zodiaco (Glittoteca di Monaco di Baviera)

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Senigallia L’Area archeologica “la Fenice”

Pianta dell’area archeologica sottostante il teatro “La Fenice” a Senigallia

Il nome della città ricorda l’antica presenza dei Galli Senoni, che agli inizi del IV secolo a.C. si erano insediati in quell’area che in età augustea fu poi denominata Ager Gallicus. La colonia romana venne fondata poco dopo la battaglia del Sentino (295 a.C.), tra il 290 e il 283 a.C., quando i Romani, sconfitti i Galli Senoni, si furono assicurato il controllo definitivo sul territorio a nord dell’Esino. Sappiamo dalle fonti che nel 207 a.C. la colonia fu la base di partenza delle truppe romane, capeggiate dal console Marco Livio Salinatore e dal pretore Lucio Porcio Licinio, mandate ad affrontare Asdrubale Barca, fratello di Annibale, lungo il corso del fiume Metauro. Appiano, nel suo racconto delle guerre civili, ricorda inoltre che nell’82 a.C. la città fu saccheggiata dalle truppe di Gneo Pompeo, alleato di Silla durante le ostilità, in opposizione alla fazione capeggiata dal console Gaio Mario. Il susseguirsi dei secoli e le dominazioni signorili che, dal XV secolo, si sono avvicendate al governo della città (i Malatesta e, soprattutto, i Della Rovere), hanno man mano alterato il profilo della città, fino a nascondere interamente le vestigia storiche di età romana.

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È nel 1989, durante al costruzione del nuovo teatro “La Fenice” che avviene la riscoperta della matrice più antica della città, con il rinvenimento di un intero isolato romano, oggi ben musealizzato e visitabile in un contesto di grande fascino. La visita all’area archeologica, situata al di sotto del teatro, permette di comprendere e di rivivere uno spaccato della vita quotidiana romana. È oggi ancora perfettamente visibile l’incrocio di due ampi assi viari (un cardo e un decumanus), lastricati con grandi basoli sui quali sono ancora riconoscibili i solchi delle ruote dei carri che li avevano anticamente percorsi. Nel punto dove le due strade si incrociano si trovava una fontana pubblica, della quale sono ancora visibili la particolare pavimentazione e le tubature (fistulae) metalliche. Disposte in fila lungo la strada, nel quadrante sud-est dell’area archeologica, si aprivano una serie di tabernae, di botteghe, provviste di banco di mescita. Dalla parte opposta si notano i resti di una vasta domus, preceduta da un ampio portico, dotata di diverse stanze che si aprivano attorno ad un atrio nel quale è perfetta-

Ricostruzione ipotetica dell’area archeologica sottostante il teatro “La Fenice” a Senigallia dove sono evidenti la pavimentazione, la domus e le tabernae

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ANCONA mente visibile la vasca quadrangolare pavimentata con mattoncini posti a spina di pesce, progettata per raccogliere l’acqua piovana. In epoca medievale nella stessa area fu costruita una chiesa, oggi non presente, attorno alla quale si è via via costituito un cimitero con numerose sepolture ad inumazione, diverse delle quali sono oggi ancora visibili. Lo scavo condotto nella zona ha dato origine a un singolare quanto ben riuscito matrimonio tra l’area archeologica musealizzata e il nuovo teatro La Fenice che oggi vivono in perfetta simbiosi grazie ad un impianto di possenti colonne che sostengono il nuovo teatro tra i quali si sviluppa un vero e proprio museo corredato da pannelli didattici con piacevoli ricostruzioni di vita quotidiana romana di immediato impatto didattico, che arricchiscono il percorso museale permettendo al visitatore di discendere immediatamente in un’altra epoca.

Fistula in piombo, tubo attraverso cui affluiva l’acqua alla fontana che si trovava all’incrocio delle due strade principali come testimoniato dai resti archeologici

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Sirolo e Numana L’Area archeologica “I Pini” Nel 1989 a Sirolo in località I Pini venne in luce una necropoli picena con tombe monumentali a circolo e inumazioni in fossa terragna, raro esempio di architettura funeraria di età protostorica. Attualmente l’area de I Pini rappresenta l’unica necropoli picena con tombe monumentali a circolo musealizzata e visitabile. Le tombe a circolo sono caratterizzate da un fossato anulare che circonda gruppi di sepolture: in questo caso esso ha sezione a “V” e misura 40 metri di diametro, 4 metri di larghezza e 1,8 di profondità. Al suo interno, oltre a una tomba a inumazione di bambino di inizi V sec. a.C. e tracce di altre inumazioni, sono state messe in luce in posizione centrale tre fosse relative a un’unica deposizione, comunemente nota come “Tomba della Regina” e databile alla fine del VI secolo a.C. Sul fondo di una delle fosse, a pseudo-camera con copertura lignea, era seppellita la defunta con il ricco corredo di ornamenti personali che comprendeva oltre mille fibule, pettorali, una phiale chrysòmphalos, sandali chiodati, e l’unico esemplare antico attualmente esistente di 44

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ANCONA Veduta aerea dell’archeologica picena “I Pini” di Sirolo Sotto: Triplice Pisside su steli nastriformi d’impasto (VI sec. a.C.) dalla “Tomba della Regina di Sirolo” Numana, Antiquarium

telaio a cintura, mentre a un livello più alto si trovavano due carri smontati (un calesse e una biga). Nella seconda fossa, sempre a pseudo-camera, era tumulato un ricco corredo di oggetti relativi a suppellettile domestica e corredo simposiaco. La terza fossa infine accoglieva gli scheletri di due mule. La tomba con i suoi quasi duemila oggetti è una delle più ricche di tutto il bacino del Mediterraneo e si segnala per i numerosi simboli di potere, oltre che di prestigio, tributati alla defunta.

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Una selezione ragionata degli oggetti provenienti dalla Tomba della Regina è esposta presso l’Antiquarium Statale di Numana assieme a una campionatura di reperti archeologici, rinvenuti nei territori del versante sud-orientale del Monte Conero e che vanno dal Paleolitico sino all’età romana. Il piccolo museo archeologico, nato nel 1974, rende infatti accessibili i risultati di fortunate campagne di scavo eseguite nel corso degli anni tra Numana e Sirolo, nel territorio dell’antica Numana, vivace e fortunato approdo di merci e uomini. L’esposizione segue un criterio cronologico dove il nucleo centrale è costituito dai rinvenimenti delle necropoli picene dell’età del Ferro (IX-III sec. a.C.), ma in essa è possibile riconoscere anche lo sforzo di un continuo rinnovo per esporre – in uno spazio dedicato e restaurati – i rinvenimenti più significativi delle più recenti indagini archeologiche.

Sandali piceni dalla “tomba della Regina” di Sirolo Sopra: Biga picena dalla “tomba della Regina” di Sirolo A destra: Pendaglio-pettorale piceno dalla necropoli di Sirolo-Numana

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La Città Romana di Suasa La genesi dell’abitato di Suasa, nella valle del Cesano, deve essere fatta risalire al processo di romanizzazione conseguente alla battaglia di Sentinum dell’inizio del III secolo a.C (295 a.C.) e alla definitiva conquista dell’agro gallico da parte di Manlio Curio Dentato (284-283 a.C.). Subito dopo fu dedotta la vicina colonia marittima di Sena Gallica, nella valle del Misa, mentre si cominciò a sviluppare anche il primo aggregato romano di Suasa (un forum o un conciliabulum civium Romanorum), che rispondeva alle esigenze di gestione economica del territorio circostante. Successivamente, con la promulgazione della lex Flaminia de agro gallico et piceno viritim dividundo (232 a.C.), iI territorio sottratto ai Galli Senoni (l’ager Gallicus) fu distribuito in singoli lotti assegnati individualmente (viritim) ai coloni romani. In questo panorama generale Suasa si configurò come praefectura, diventando il baricentro amministrativo della media valle del Cesano, mentre la bassa valle ricadeva all’interno del territorio di Sena Gallica. L’abitato suasano fu dunque un centro importante che svolse un ruolo precoce nella romanizzazione della regione. Questa particolare antichità dell’abitato romano è desumibile, oltre che dall’archeologia, anche dalla posizione topografica alla destra del fiume Cesano, non condizionata dunque dal successivo diverticolo della Flaminia che correva a sinistra del fiume (la diramazione Helvillo-Ancona). La città è dunque antecedente al consolidarsi del nuovo itinerario incentrato sulla Via Flaminia (220 a.C.). Nel corso della seconda metà del I secolo a.C. Suasa fu elevata al rango di municipium e attorno al I secolo d.C. conobbe un periodo di grande prosperità, ben testimoniato dai resti archeologici, che ebbe il suo apice nel periodo medio-imperiale (II secolo d.C.). Proprio in questo lasso di tempo, infatti, si venne strutturando quella forma della città che ne fece un centro compiutamente urbanizzato e monumentalizzato. Questo sviluppo monumentale, oltre che nelle abitazioni (Domus dei Coiedii, Edificio di Oceano) è particolarmente evidente in alcuni grandi complessi pubblici costruiti nel I secolo d.C. (il Teatro, l’Anfiteatro, il Foro con spiccato carattere 49

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commerciale). Il grande complesso forense, in particolare, si affacciava sulla principale via urbana (lastricata con un basolato in età medio imperiale), che divenne anche l’asse ordinatore dell’impianto urbano. Lungo questa strada, all’ingresso e all’uscita dalla città, si trovavano la Necropoli meridionale e quella settentrionale. Nel corso del III secolo d.C. l’edilizia suasana si mostra ancora vivace, anche se non vennero più costruiti edifici di grande impegno architettonico come nei secoli precedenti. A partire dal IV secolo d.C. si cominciano a segnalare i primi segni di un progressivo declino economico e nei secoli successivi l’abitato cominciò ad essere lentamente abbandonato (V-VI secolo d.C.). Tuttavia la totale mancanza di livelli di distruzione esclude l’ipotesi, radicata nella tradizione storiografica locale, di una fine violenta ad opera dei Goti di Alarico (nel 409 d.C., un anno prima del sacco di Roma). Suasa, invece, subì un irreversibile declino nell’ambito di quel generale fenomeno di abbandono dei centri di fondovalle, privi di difese e di interesse strategico, e a favore dei nuovi centri arroccati sulle alture circostanti. In questo senso risultarono fatali le carestie e lo spopolamento delle campagne conseguenti alle guerre tra Goti e Bizantini (535-553 d.C.) che colpirono duramente tutta la regione medio-adriatica. Suasa si trovava, inoltre, su un itinerario alternativo alla direttrice principale della via Flaminia (facilmente controllabile all’altezza della galleria del Furlo) e quindi battuto ora da uno e ora dall’altro esercito. In questo panorama il paesaggio urbano subì una crescente ruralizzazione, la città fu abbandonata e i resti dei

Veduta generale dell’Anfiteatro romano. L’anfiteatro di Suasa è per dimensioni uno dei più grandi delle Marche, da sempre in vista è tra i monumenti più rappresentativi dell’antica città A destra, particolare di uno degli ingressi orientali alle gradinate

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ANCONA suoi edifici divennero temporanei rifugi per i viandanti (soprattutto quelli sul fronte stradale) o utilizzati come cave di prestito per la costruzione dei nuovi borghi fortificati sulle alture circostanti, come quelli sui quali sorgeranno i castelli medievali di Castelleone, Mondavio e Corinaldo. Già in epoca altomedievale l’area di Suasa era ormai occupata dai campi coltivati, probabilmente di proprietà della vicina Abbazia sorta a S. Lorenzo in Campo, sull’opposta riva sinistra del Cesano, lungo quella che ancora oggi è la viabilità principale del fondovalle, la via pergolese.

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Il Parco Archeologico Il Parco si estende su un ampio pianoro ai piedi del Comune di Castelleone di Suasa, in località Pian Volpello, dove sorgeva la città romana di Suasa. L’intensa attività di ricerca che qui svolgono, grazie al sostegno del Consorzio Città Romana di Suasa, la Sezione di Archeologia del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna e la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche ha permesso di portare in luce e rendere visitabili diversi monumenti dell’antica città - sia a carattere privato (domus) sia pubblico (Foro, Anfiteatro) - e un lungo tratto viario che la attraversava.

1 La Domus dei Coiedii è una abitazione privata con la sorprendente estensione di 3.000 mq, i suoi caratteri sontuosi ne fanno una delle più belle dell’Italia centrale. I resti sono protetti da una copertura, mentre un percorso sopraelevato consente una sua visita completa, privilegiando la visione dei numerosi pavimenti a mosaico (tra figurati, geometrici e monocromo-bianchi se ne contano circa 20) che abbracciano quattro secoli di storia, dal I secolo a.C. al III secolo d.C.

2 La Strada, uno dei decumani della città, forse il principale, separava il Foro dal quartiere residenziale. Conserva in buono stato la careggiata, lastricata con blocchi di pietra arenaria locale (basolato), e delimitata da cordoli e marciapiedi. Sul lato verso la facciata della Domus dei Coiedii, il fronte architettonico che prospettava verso la strada doveva essere articolato e molto sofisticato, con balaustre e area porticata.

3 Il Foro è un imponente complesso a carattere pubblico costruito attorno alla prima metà del I secolo d.C., formato da una sequenza di vani disposti su tre lati e aperti su un portico che prospetta verso una piazza scoperta. I resti di questo grande complesso sono visitabili grazie ad un percorso con pannelli esplicativi.

4 La Casa del primo stile, un’abitazione privata di epoca repubblicana (II secolo a.C.) sorprendentemente conservata, serba al proprio interno rivestimenti pavimentali e parietali di grandissimo interesse storico-artistico. In 52

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ANCONA particolare e due stanze da letto (cubicula) presentano pavimenti rivestiti di mosaici di scaglie di pietre colorate (scutulata) incorniciati da un motivo che imita le mura turrite, mentre le pareti erano decorate con campiture colorate di stucco a rilievo a imitazione di lastre marmoree (crustae). Si tratta appunto del tipico sistema decorativo noto come “primo stile” nella pittura pompeiana, da cui deriva il nome dell’abitazione.

5 L’Anfiteatro di Suasa è uno dei maggiori delle Marche,

secondo per dimensioni solo a quello di Ancona. Era dotato di otto ingressi voltati: sei che conducevano ai diversi livelli di gradinate e due principali che immettevano nell’arena, ulteriormente affiancati da corridoi laterali. L’impianto originario è da ricondurre alla prima età imperiale. Oggi il monumento viene utilizzato per ospitare spettacoli teatrali e musicali di notevole suggestione.

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La Domus dei Coiedii Le campagne di scavo effettuate in questo ultimo ventennio hanno consentito di riportare in luce i resti di una grande abitazione privata (domus) situata lungo il principale asse viario della città di Suasa, la cd. Via del Foro, in una zona compresa tra il Foro e il sistema del Teatro e Anfiteatro. È un edificio di notevoli dimensioni (105m di lunghezza e 34 di larghezza), dai caratteri architettonici sontuosi e con un ampio cortile porticato posto alle spalle della parte abitativa. Dal rinvenimento al proprio interno di un frammento di iscrizione è stato possibile attribuire la proprietà della casa alla famiglia di rango senatorio dei Coiedii. L’iscrizione è ora esposta nel Museo Archeologico di Castelleone di Suasa. L’edificio, così come lo vediamo oggi, è il frutto di più interventi edilizi che nel corso del tempo ne hanno cambiato la struttura, le decorazioni e la planimetria. L’indagine archeologica ha infatti chiarito che in precedenza l’intera area dove ora sorge l’abitazione, un intero quartiere della città (insula), era occupata da più case di piccole dimensioni, risalenti alla media e tarda età repubblicana, cioè tra il II sec a.C. e la prima metà del I secolo d.C. Nei primi decenni del II secolo d.C., cioè in piena età imperiale, si mise in atto una radicale risistemazione del 54

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ANCONA quartiere realizzando un considerevole ampliamento di una di queste piccole abitazioni a discapito delle altre, che furono completamente rase al suolo e i cui resti vennero interamente nascosti dai muri e i pavimenti della nuova domus. Il nucleo da cui ebbe origine la nuova dimora è ancora ben visibile nel settore di ingresso, dove la disposizione delle stanze restituisce il tipico schema della casa romana di età tardo repubblicana, con la canonica sequenza di corridoio di accesso (fauces), atrio (atrium), tablino (tablinum) e giardino (hortus). L’ingresso era affiancato da una bottega (taberna), aperta verso la strada e da una piccola camera da letto (cubiculum) che forse ospitava il custode della casa. Dall’atrio, perno della casa, si accedeva alle camere da letto e all’ala, poste a lato. Nei primi decenni del II secolo d.C questa piccola abitazione fu ampliata dando vita al grande complesso abitativo dei Coiedii.

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La nuova abitazione è incentrata sull’atrio che venne costruito nell’area precedentemente occupata dal giardino della casa più antica. Attorno a questo si sviluppa tutto il settore di rappresentanza con grandi stanze magnificamente decorate da pavimenti a mosaico e pitture sulle pareti. Fu poi costruito il grande giardino porticato, il quartiere termale interno, con piscina centrale, e il settore degli ambienti dei servizi. Nel corso del III secolo d.C. la casa è ancora oggetto di importanti interventi edilizi di alta qualità, come la trasformazione di un suo settore in un quartiere privato (hospitium) e la costruzione di un grosso edificio sul fronte della facciata, forse sede di un collegium. Da questo momento la crisi economica che colpisce l’intera penisola fa sentire i suoi esiti anche a Suasa e li troviamo riflessi nella domus. La piscina viene riempita di detriti, i mosaici che prima erano ben curati vengono aggiustati con grossolani rattoppi e con colate di malta, alcuni ambienti vengono suddivisi in più spazi da muri precari. Ci si avvia, dunque, verso un lento e progressivo declino. Già dal IV secolo d. C. il giardino della casa diventa un’area di sepolcreto e di attività artigianali, mentre dal V secolo si registrano i primi momenti di abbandono e di distruzione. Sopravvivono alla lenta distruzione della casa gli ambienti che si affacciano sulla strada che diventano però ripari per i viandanti oppure luoghi dove ammassare materiale da costruzione o architettonico pronto per essere riutilizzato o trasformato in calce, come la splendida testa di Augusto ora esposta al Museo Archeologico di Castelleone. Il definitivo abbandono della casa deve collocarsi verso la prima metà del VI secolo, quando, in seguito alle vicende della guerra greco-gotica (535-553 d.C.), che sconvolsero l’economia e l’assetto insediativo dell’intera regione marchigiana, si abbandonarono tutti i centri sorti sui fondovalle, Suasa compresa.

Nucleo pittorico di II stile (età augustea), ricomposto con frammenti recuperati in un “butto” all’interno della cosidetta “Casa del primo Stile”. Il nucleo è esposto nella sala delle pitture del Museo Civico Archeologico della Città Romana di Suasa a Castelleone di Suasa

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La via del Foro Nonostante fosse nota già da alcuni sondaggi effettuati in passato, la via del Foro di Sausa è stata riportata in luce per un ampio tratto, lungo circa 70m solo nell’estate del 2011. Proprio grazie a questi lavori oggi è possibile tornare ad apprezzare un ampio lacerto urbano posto proprio nel cuore della città antica. Si tratta di lungo rettifilo basolato (lastricato con blocchi di pietra arenaria locale per una larghezza di circa 4-4,50m), dotato di marciapiedi laterali, che divideva un’area a destinazione pubblica a ovest da una con abitazioni private e altri edifici a est. L’esteso terrazzo occidentale, infatti, era occupato dal Foro di età imperiale (I-V secolo d. C.) e prima ancora da un’Area sacra di epoca repubblicana (II-I secolo a.C.). Il passaggio dalla strada al Foro avveniva per mezzo di tre varchi, aperti lungo il muro che recingeva la piazza forense, separandola dal ‘traffico’ stradale. I segni delle ruote dei carri sul selciato stradale, infatti, testimoniano proprio il ripetuto passaggio dei carri che dovevano percorrere questa importante via urbana (l’unica basolata). Alcune strade secondarie inghiaiate incrociavano questa strada e permettevano la circolazione anche attorno agli altri tre lati della piazza del Foro. Uno di questi incroci è chiaramente visibile presso l’angolo nord-est del Foro, dove appunto si diparte una via ortogonale inghiaiata che lambiva l’esterno del portico settentrionale. Sul lato opposto della strada, lungo il ciglio orientale, il marciapiede si interrompe e permette di accedere direttamente dal basolato stradale verso un’area pavimentata in cotto e delimitata sul fronte-strada da una balaustra lapidea. Si tratta probabilmente di un’area aperta porticata ancora in gran parte ignota. Procedendo verso sud,

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davanti al portico nord del Foro, si trova l’ingresso della Domus dei Coiedii. Tuttavia né questa grande dimora aristocratica e neppure gli edifici successivi si affacciavano direttamente sulla strada, ma erano invece preceduti da un portico profondo circa 5m, come quello che corre sui tra lati della piazza forense. Procedendo ancora verso sud su questo lato della strada, dietro il portico, si trovava una grande aula destinata ad accogliere riunioni di corporazioni o di parte del corpo civico. L’edificio era innalzato su un podio laterizio, preceduto da un’area lastricata e da una scala lapidea che dava accesso a una stanza pavimentata con un mosaico policromo di tema marino (nereidi, tritoni, delfini) bordata da banchine su tutti i lati. Sempre su questo lato del portico si trovavano altre due aule simili. La prima, di dimensioni minori, poteva essere dedicata al culto imperiale e si apriva proprio davanti all’ingresso principale del Foro (forse erano qui disposte alcune statue femminili e una statua di Augusto rinvenute frammentarie nei pressi), la seconda era molto più ampia ma è ancora in gran parte ignota. Sotto i marciapiedi e in parte anche sotto la strada basolata correvano anche i tubuli di piombo che alimentavano una fontana posta nel Foro e servivano la stessa Domus dei Coiedii.

Particolare del riquadro centrale, con motivo a stuoia, del tappeto musivo che decora una delle stanze del quartiere termale (BC) della Domus dei Coiedii. (metà del II sec. d.C.)

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ANCONA La situazione che abbiamo sin ora descritto è quella di età imperiale (I-III secolo d.C.) giunta sin a noi dopo l’abbandono della città (V-VI secolo d.C.). Tuttavia gli scavi condotti in profondità nelle lacune del basolato hanno permesso di rintracciare una strada inghiaiata inferiore e più antica. Si tratta del percorso che in precedenza collegava, tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., l’antica Area sacra conservata sotto il Foro con le abitazioni sull’altro lato, come la Casa del Primo Stile. Questa antica via inghiaiata era stata coperta da quella basolata. In conclusione possiamo ricordare che in epoca tarda anche una strada medievale di terra battuta aveva a sua volta coperto anche la via imperiale basolata.

La Casa del Primo Stile L’abitazione, denominata Casa del Primo Stile per l’ampia documentazione parietale riconducibile a questo stile decorativo rinvenuta al suo interno, è rappresentativa del tenore culturale e architettonico del primo vero assetto urbanistico di Suasa, riconducibile alla metà del II secolo a.C., a seguito del consolidamento della romanizzazione del territorio, avvenuto dopo le assegnazioni viritane della Lex Flaminia (232 a.C.). L’abbandono della domus avvenne prematuramente nella prima metà del I secolo d.C., le sue rovine vennero sepolte e lo spazio in cui sorgeva non è stato più riedificato, divenendo un’area di rispetto lungo il lato meridionale della domus di età imperiale dei Coiedii. L’edificio è frutto di diversi interventi successivi, sostanzialmente vi si coglie un nucleo originario aperto a ovest, sulla strada principale della città, a carattere residenziale, a cui si aggiunge, in un secondo tempo, attorno alla metà del I secolo a.C., un ulteriore settore, con un connotato artigianale o utilitaristico. Il nucleo originario si articola secondo la successione di fauces, atrio, tablino, cubicola, oecus e corte scoperta e conserva decorazioni pavimentali e parietali di grande interesse documentario. Notevoli i pavimenti in cocciopesto e soprattutto quelli in scutulato, con decorazione di mura turrite, dei cubicola, a cui si associano i rivestimenti decorativi delle pareti, in primo stile, che si datano con 59

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una certa sicurezza alla seconda metà del II secolo a.C. All’inizio del I secolo a.C. sul retro dell’abitazione viene aggiunto un cortile porticato con area centrale scoperta, in cui è posto un pozzo con puteale in cotto decorato a stampiglie. Da qui partono una nuova teoria di ambienti che si snodano lungo stretti corridoi. Da annoverare è anche la conservazione di alcune parti degli alzati dei muri costituiti da mattoni in argilla cruda, messi in opera su zoccolature in laterizio. La tecnica, attestata dalle fonti antiche, per problemi di conservazione, è raramente riscontrabile oggettivamente nella realtà archeologica.

L’Area sacra In questo settore sono stati rinvenuti i resti di due edifici, uno a pianta circolare (a Ovest), l’altro a pianta rettangolare (a Est). Entrambi furono demoliti per far posto alla costruzione del portico e della fila di tabernae del Foro, edificato immediatamente sopra queste strutture. All’edificio circolare si accedeva tramite una scalinata posta a sud e così pure doveva essere per quello rettangolare. Quest’ultimo presentava originariamente pareti in argilla, intonacate sia esternamente che internamente, e un basamento modanato con due piccoli avancorpi laterali. L’edificio era forse privo di copertura, costituendo in questo modo una sorta di “recinto” di un’area sacra. Di fronte sono stati rinvenuti i resti della parte inferiore di un piccolo altare con ancora visibili ampie tracce di cenere e bruciato (probabilmente relativi agli ultimi riti sacri ivi compiuti) e un incasso al centro, che aveva forse lo scopo di accogliere un piccolo supporto per le offerte. In questo settore si trovano dunque le testimonianze archeologiche più significative della fase tardo-repubblicana (II-I secolo a.C.) dell’area in cui sarà poi successivamente costruito il Foro (inizi del I secolo d.C.). Gli edifici qui rinvenuti, e riferibili a questo primo periodo, indicano come, fin dalle origini, questa parte della città abbia avuto una destinazione pubblica e sacra. L’ipotesi per ora più attendibile resta quella che si tratti di due piccoli templi affiancati. Non mancano, d’altra parte, attestazioni di culti 60

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ANCONA nell’area, benché riferibili a un periodo di molto successivo. Gli scavi hanno, infatti, portato in luce, proprio nella zona del tempio rettangolare, un cippo iscritto riferibile al III secolo d.C., deposto intenzionalmente entro una fossa circolare al momento dell’abbandono dell’area del Foro. L’iscrizione incisa sopra di esso porta testimonianza di un culto a Silvano, divinità romana che presiede alle foreste (silvae).

Le Tabernae L’impressione generale suscitata dal Foro è quella di uno spazio pubblico principalmente caratterizzato in senso produttivo e mercantile, il che è confermato anche dal ritrovamento, entro qualche vano, di grandi vasi interrati (in un caso ancora contenenti all’interno delle fave forse carbonizzate in seguito a un incendio), di tracce della lavorazione dei metalli e di canalette di scolo. Colpisce, inoltre, la grande estensione dell’impianto in rapporto all’intero spazio urbano: tra un quarto e un quinto dell’area della città. Suasa sembra, dunque, assumere una valenza spiccatamente mercantile, certamente in rapporto alle esigenze non soltanto della popolazione urbana, ma anche di quella, probabilmente prospera e numerosa, del territorio circostante. I vani disposti attorno alla piazza venivano chiamati tabernae. Il tratto distintivo della bottega romana era connesso alla sua duplice natura di officina e di luogo di vendita, ma talvolta anche di abitazione, assumendo in questo modo una molteplicità di funzioni. Vi erano così officine di falegnami, marmisti, fabbri ma anche negozi per la vendita o la preparazione di cibo da consumarsi

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all’istante - veri e propri locali di ritrovo come osterie o tavole calde, dove si poteva bere, mangiare, conversare o giocare d’azzardo - oppure botteghe di fornai, macellai, fruttivendoli. Nelle tabernae ci si poteva recare per acquistare prodotti anche non di prima necessità come tessuti, abiti, gioielli, libri, unguenti, profumi, o anche semplicemente, più prosaicamente, per tagliarsi i capelli. L’arredamento era molto sobrio e rispondeva a due esigenze principali: conservare la merce pronta per la vendita (in armadi, scaffalature, sostegni vari) e sorreggerla durante l’acquisto (su banchi o mense per il commercio e il consumo del cibo o di altri prodotti). Al cliente era poi offerta la possibilità di sedersi su panche e sedili posti lungo i muri esterni, di cui certamente si serviva anche lo stesso negoziante durante lo svolgimento del suo lavoro. Le tabernae potevano essere, inoltre, abbellite da eleganti decorazioni pittoriche o musive, non molto diverse da quelle delle case d’abitazione, e avere insegne esterne che ne propagandavano i prodotti. Lungo il lato esterno del complesso edilizio si trovano numerose caditoie per lo scolo delle acque, poste a distanze regolari: esse servivano ad incanalare le acque piovane raccolte dal tetto delle botteghe tramite grondaie e ad immetterle in un collettore fognario, tuttora presente al di sotto di almeno una delle strade che

Ricostruzione di una Taberna

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ANCONA correvano intorno al Foro. La grondaia vera e propria è costituita da una tubatura di terracotta, composta da elementi prefabbricati che si incastravano l’un l’altro, di cui è tuttora visibile la parte inferiore (il resto è perduto insieme all’elevato degli edifici); le acque venivano immesse in un pozzetto costruito in laterizi, posto sotto il livello stradale e in cui sono tuttora visibili le concrezioni calcaree depositatesi nel tempo. Dal pozzetto, infine, le acque venivano immesse nella fogna, anch’essa costruita in laterizi: il tratto che è stato possibile ispezionare risulta tuttora perfettamente libero e sembra che portasse le acque verso il fiume Cesano. Poiché molte delle attività artigianali e commerciali che si svolgevano nelle botteghe del Foro prevedevano comunque l’uso di acqua, è probabile che nel sistema di smaltimento confluissero anche le acque di scarico. Il sistema deve essere stato realizzato fin dall’epoca della costruzione del Foro ed essere rimasto almeno parzialmente in funzione per tutta la vita dell’edificio, fino alla fine della città in epoca tardoantica.

Il sito archeologico di Santa Maria in Portuno L’attuale chiesa di Madonna del Piano, nota nel Medioevo come Santa Maria in Portuno, si trova alla base del colle su cui sorge il centro medievale di Corinaldo. Dal 2001 è interessata da un progetto di indagini archeologiche e valorizzazione, condotto dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche, il Comune di Corinaldo e la Parrocchia di San Pietro Apostolo. Come messo in evidenza dagli scavi, il sito era già occupato in età romana con impianti per la fabbricazione di laterizi e di ceramica che dovevano appartenere al settore produttivo di una villa romana o di un piccolo insediamento urbano, pagus, collocati lungo un’antica strada romana a destra del fiume Cesano. Nell’alto medioevo l’area è occupata dal monastero di S. Marie que dicitur in Portuno che nel 1224 prese il nome attuale di “Madonna de Plano”. In età romanica la chiesa era a tre navate con absidi poligonali e cripta, mentre l’aspetto attuale, a navata unica, è da far risalire all’epoca rinascimentale. Il 63

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campanile e la facciata sono un’aggiunta del XVIII secolo. La chiesa attuale, ad unica navata, è ciò che rimane dell’antico monastero. All’interno, nell’abside, si trova una tela di Claudio Ridolfi (1570-1644), raffigurante Maddalena ai piedi della Croce. Sull’altare destro si trova un affresco di autore ignoto, datato al 1540, raffigurante la Madonna del Conforto. Altri due affreschi, entro nicchie, attribuiti alla seconda metà del XV secolo, raffigurano l’iconografia della Madonna del latte. Sulla parete destra è ancora evidente il sistema di arcate che separava la navata centrale dalla navata laterale.

Particolare di uno dei capitelli romani reimpiegati nel sistema delle arcate a destra della navata centrale della chiesa di S. Maria in Portuno

1 All’interno dei locali della Chiesa è stato allestito un piccolo Antiquarium con diversi percorsi didattici che illustrano gli scavi e alcuni aspetti della vita monastica.

2 Nel piazzale a destra della Chiesa sono presenti i resti

musealizzati di un edificio rinascimentale collegato al monastero, forse da interpretarsi come luogo per ospitare i pellegrini (hospitium).

3 All’esterno dell’abside sono visibili i resti di un vano

ipogeo (cantina, deposito) che doveva fare parte di un edificio di età contemporanea costruito addossandosi all’abside e sfruttando parte dell’antica cripta.

4 All’interno della Chiesa, ai piedi del presbiterio, sono visibili i resti musealizzati della cripta.

5 Sul fianco sinistro della chiesa sono visibili i resti della navata laterale relativa alla fase romanica dell’edificio. 64

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I siti della Provincia di Macerata Camerino Il Museo e l’antica città di Camerinum

Villa Potenza (Macerata): particolare del teatro di Ricina

L’attuale città di Camerino, in posizione elevata sulla dorsale che separa la valle del fiume Chienti da quella del fiume Potenza, sorge sopra l’antico centro di Camerinum. La favorevole posizione in altura, in una zona compresa fra i due fiumi le cui vallate costituirono da sempre delle vie di comunicazione tra i versanti adriatico e tirrenico dell’Appennino, ha favorito indubbiamente la fortuna e lo sviluppo del centro che mostra una continuità di vita ininterrotta fino ai nostri giorni. La città medievale prima e moderna poi ha obliterato quasi completamente le più antiche tracce di frequentazione umana e del più antico nucleo urbano di età romana che sono emerse nel corso dei numerosi interventi archeologici di emergenza effettuati nell’area del centro urbano ma che rimangono, in gran parte, non visibili. Una visita al Museo Civico della città consente di ricostruire, il complesso palinsesto delle stratificazioni archeologiche al di sotto della città moderna attraverso le testimonianze materiali restituite dal territorio e dal suo centro urbano. Il Museo ospita infatti, oltre ad una Pinacoteca che raccoglie pregevoli opere dei pittori camerti del ‘400, una notevole collezione archeologica che occupa il primo piano dell’ex Convento di San Domenico e che offre la possibilità di avere una visione sintetica dello sviluppo della città e del suo territorio a partire dalle numerose testimonianza materiali tra cui, nell’ultima sala, quelle restituite nel corso degli scavi urbani da parte della Soprintendenza Archeologica delle Marche. Frequentato già dal Paleolitico, periodo cui si datano le lame, le schegge ritoccate e le frecce che aprono l’esposizione, la vivacità economica, commerciale e culturale progressivamente acquisita dal centro antico e dal suo territorio, si sviluppa soprattutto a partire dall’età del ferro. Si riferiscono a questa fase i frammenti ceramici restituiti dalle indagini archeologiche di Piazza 67

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Garibaldi e l’ascia in bronzo ad alette di tipo piceno da Statte (X secolo a.C.), i numerosi pendagli in bronzo, fusaiole fittili e fibule in bronzo di vario tipo. A partire dall’età orientalizzante l’intensificarsi dei rapporti commerciali con il mondo etrusco e, in particolare, con l’Etruria meridionale, condiziona profondamente le mode e i costumi locali. I due bacini in bronzo provenienti dal territorio, la oinochoe in bronzo e il frammento di anfora a figure nere, da area etrusca, inquadrabile tra il VI e il V secolo a.C. costituiscono significativi documenti di tale rapporto. Nel corso del VI e del V secolo, accanto all’influenza delle tribù senoniche che a partire dal VI secolo a.C. tendono ad occupare gran parte del territorio delle attuali Marche integrandosi con la popolazione autoctona, i rapporti commerciali dell’area camerte con gli Etruschi sul versante tirrenico e, per il tramite di questi, con l’area egea e attica in particolare si strutturano e si sviluppano ulteriormente come documentato dai frammenti di ceramica attica figurata da contrada Madonna delle Carceri e da via Colseverino, dal corredo di una sepoltura gallica di VI secolo d.C. rinvenuta in località Vallicelle. Più recentemente, gli scavi effettuati in Piazza Umberto I hanno restituito reperti ceramici inquadrabili tra il V e il IV secolo a.C. tra cui un frammento di kylix attica a figure rosse databile al 460 a.C. e ascrivibile alla cerchia del Pittore di Pentesilea. Il significativo sviluppo urbanistico del centro tra l’età ellenistica e l’età repubblicana è documentato dal rinvenimento di imponenti strutture murarie in opera quadrata isodoma nella già citata zona di Piazza Umberto I da mettersi, probabilmente, in relazione con opere di

Sopra: Camerino, pavimento musivo dallo scavo di via Colseverino A destra: Ceramica Dauna dal Museo di Camerino

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MACERATA tipo sostruttivo. In piazza Mazzini sono inoltre venute alla luce strutture monumentali cui si possono ascrivere numerosi frammenti di decorazioni architettoniche fittili certamente pertinenti ad un edificio pubblico di rilevante importanza, forse un importante luogo di culto attivo nel periodo precedente alla definitiva romanizzazione del centro umbro. Alleata di Roma fin dal 310 a.C., anno in cui viene stipulato il foedus aequum tra l’Urbe e i Camertes Umbri in funzione antigallica, Camerinum diviene municipium nel 90 a.C. ascritto alla tribù Cornelia. La città, nella regio VI Umbria dopo la suddivisione politico-amministrativa augustea, conserva l’ordinamento municipale almeno fino al II secolo d.C. come documenta un’iscrizione relativa al simbolico rinnovo del foedus aequum da parte di Settimio Severo (CIL XI, 5631). A partire dalla sua costituzione municipale la città con il suo ager è oggetto di interventi di riorganizzazione urbanistica, infrastrutturale e monumentale. Scarse sono tuttavia le testimonianze archeologiche riferibili alla città romana e ancora da indagare è la sua topografia: controversa, in particolare, la questione dell’ubicazione del foro della città da localizzare secondo alcuni nella zona di Borgo S. Giorgio, sulla scorta del materiale epigrafico di carattere pubblico ivi rinvenuto, e nella zona centrale di Piazza Mazzini, forse proprio sotto il Teatro Marchetti, secondo altri. Forse in connessione con un’area forense porticata, che troverebbe analogie con il foro di Potentia, l’ormai noto ed imponente edificio pubblico di età augustea rinvenuto in

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corso Vittorio Emanuele e caratterizzato dalla presenza di 13 colonne in calcare che costituisce a tutt’oggi l’unico monumento visibile dell’antico centro romano. Tra fine I e inizio del II secolo d.C. si data il mosaico pavimentale policromo rinvenuto nel 1975 in via Colseverino e conservato oggi presso il Museo. A questo periodo vanno inoltre fatti risalire alcuni tratti di acquedotto in località Le Mosse (Colle Paradiso), resti di suspensurae in località Vallicelle che farebbero pensare all’esistenza di un edificio termale. Abitazioni private sono state rinvenute nella zona di Piazza Garibaldi mentre nell’ager camerte lungo le principali vie di comunicazione e le direttrici pedemonatane, si distribuiscono piccoli insediamenti sparsi e ville rustiche. Camerinum mantenne una sua vitalità anche in età tardo antica e medievale: il recente cantiere di scavo della Soprintendenza Archeologica delle Marche in Piazza Cavour ha messo in luce una continuità di vita che dall’età romana arriva al pieno Medioevo evidenziando una fase ascrivibile all’età altomedievale attestata dalla presenza di frammenti ceramici ed oggetti di probabile tradizione longobarda. La presenza longobarda è documentata da una sepoltura con corredo (sperone in bronzo, spatha, sax in ferro) rinvenuta a Vallicelle relativa ad una necropoli che era situata con ogni probabilità subito fuori dalle mura della città romana. Sede episcopale a partire dalla seconda metà del V secolo e alla fine del VI, tra 591 e 592, la città fu infatti teatro di una battaglia campale tra i Longobardi e i Bizantini per il possesso del territorio costiero tra Ravenna ed Ancona, a seguito della quale la città fu assoggettata. In età altomedievale la città fu sede di un ducato connesso con quello di Spoleto, subì il sacco svevo nel 1259. Nel XIV secolo entrò in possesso della famiglia signorile dei Da Varano, con i quali conoscerà un esteso periodo di benessere e sviluppo economico.

Camerino antefissa del tipo Potnia theròn da Piazza Mazzini (da Silvestrini, Antongirolami, Melia, De Miceli 2012)

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Corridonia Pausulae

Pausulae, ricostruzione impianto urbano

La città romana di Pausulae è stata localizzata nel comune di Corridonia nei pressi dell’Abbazia di San Claudio al Chienti. Le notizie del municipio, fondato dopo il 49 a.C., sono riportate in un passo di Plinio, nel Liber Coloniarum e nella antica cartografia (Tabula Peutingeriana). Le fonti testimoniano che la città esisteva ancora nel V secolo quando rivestiva l’importante ruolo di sede episcopale. Nei terreni ad Est dell’Abbazia è stata individuata una vasta zona di affioramento di materiali archeologici di età romana con presenza di strutture murarie. L’ausilio della fotografia aerea permette di ipotizzare la ricostruzione di un impianto urbano regolare tipico delle città di età romana. Le verifiche periodiche da parte del nucleo della tutela del patrimonio dell’Arma dei Carabinieri hanno consentito di individuare, sempre tramite la fotografia aerea, la probabile esistenza di un edificio a pianta rettangolare all’interno della città. La funzione di tale struttura può essere definita solo attraverso lo scavo archeologico.

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Contenitore per dediche alla divinità (thesauros) dalla frazione Santa Lucia testimonianza della presenza di un luogo di culto dedicato ad Apollo nei pressi dell’antica Pausulae

Negli anni 1980-1982, la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche attraverso campagne di scavo, ha evidenziato nella zona Sud-Est della vasta area di affioramento di materiali archeologici, un complesso industriale in uso dalla prima metà del I secolo d.C. al II secolo d.C.. Nella fondazione di tale impianto si ha il riuso di frammenti di decorazione architettonica simili a quelli restituiti dai santuari di Monterinaldo e Potentia datati alla metà del II, metà del I secolo a.C., indizio, dunque, di una fase edilizia precedente la fondazione del municipio. Questo nucleo insediativo sarebbe contemporaneo al santuario dedicato ad Apollo che viene localizzato poco distante, nella frazione Santa Lucia di Morrovalle, grazie al ritrovamento di un contenitore per le offerte alla divinità (thesauros). Gli scavi della Soprintendenza portarono alla luce inoltre una basilica paleocristiana con pianta a croce greca. L’area archeologica non è attualmente visibile poiché le strutture sono state reinterrate per favorirne la conservazione in attesa del reperimento di fondi per la musealizzazione. Tra i reperti rinvenuti durante gli scavi si segnala una testina virile marmorea conservata presso l’Abbazia di San Claudio e una statuina di Venere conservata al Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona. Dal territorio provengono numerose epigrafi per lo più di tipo funerario. Meritano menzione le iscrizioni con dedica ad Augusto, a Commodo e quella con riportato il nome degli abitanti (Pausulani). Alcune sono conservate nell’Abbazia, altre murate sotto i portici antistanti il Palazzo Comunale di Corridonia, altre ancora collocate nella villa Tusculano ad Appignano. 72

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Macerata, Villa Potenza Il Parco archeologico di Ricina

Villa Potenza (Macerata): veduta aerea del teatro di Ricina

I resti della antica città di Ricina sono parzialmente visibili presso la frazione Villa Potenza di Macerata. La città romana sorge su un territorio che ha restituito tracce di vita a partire dall’età preistorica, come documentato da alcuni rinvenimenti di manufatti in pietra conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Ancona. La formazione di un centro abitato fu facilitata dalla posizione particolarmente favorevole sia per la vicinanza del fiume Potenza, in età antica probabilmente navigabile, sia per la presenza di importanti tracciati viari. In quest’area, infatti, si incrociavano la Flaminia prolaquense (diverticoli della Flaminia) che già nel III secolo a.C. collegava Nocera Umbra con Ancona, la Salaria Gallica e le strade di collegamento con la colonia romana di Potentia (Porto Recanati) e con il municipio di Pausulae. I resti della città dovevano essere ancora imponenti nel 1341 se il Rettore della Marca concesse ai Guelfi maceratesi il diritto di arroccarsi tra le rovine contro gli attacchi dei Ghibellini; nel 1432 gli statuti maceratesi inoltre concessero ai cittadini il diritto di raccogliere materiale tra le rovine, anche procedendo a demolizioni, pratica che è stata alla base della quasi totale distruzione della città. I numerosi ritrovamenti, avvenuti in diverse occasioni a partire dagli scavi del XIX secolo ad opera del Servanzi

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Collio fino a quelli più recenti, pur se in gran parte non visibili a causa della moderna urbanizzazione, documentano una intensa attività edilizia soprattutto per tutta l’età imperiale. Grazie allo studio delle foto aeree è oggi possibile ipotizzare che la città fosse racchiusa da una cinta muraria di forma rettangolare. Al centro l’abitato era tagliato dalla strada di fondovalle (diverticolo della Flaminia) oggi obliterata dalla moderna viabilità (SS361). Un tratto di basolato di tale via, scoperto nel 1963 durante la costruzione di un distributore di carburante, è visibile lungo la strada. Largo 5m conserva le tracce delle ruote dei carri. Sul lato Nord-Est la strada era affiancata ad un portico, sul quale si affacciavano ambienti identificati in negozi e magazzini (tabernae). Su questo asse stradale principale (decumanus maximus) si innestavano le vie minori a formare il caratteristico reticolato urbano tipico delle città di età romana. La piazza principale - il foro - viene localizzato quasi al centro della città dove oggi sorge ben visibile l’edificio monumentale meglio conservato: il teatro. Già noto ad Antonio da Sangallo il Giovane, che ne realizzò un primo rilievo conservato attualmente agli Uffizi, nel corso del XIX secolo fu oggetto sia di spoliazioni (anche per costruire l’attuale ponte sul Potenza) sia dell’avvio di scavi ed indagini scientifiche. Interamente edificato in area pianeggiante era largo nel punto di massima estensione 71,82m e si conserva attualmente per un’altezza di circa 7m.

Villa Potenza (Macerata): particolare della cavea del teatro di Ricina

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Villa Potenza (Macerata): resti del teatro dell’antica Ricina

La tribuna (cavea) era divisa in due ordini di gradinate. Dodici porte davano accesso agli ambienti di servizio mentre tutto l’edificio era circondato da un portico largo quasi 3 metri di cui si conservano solo alcune basi dei pilastri. Il muro della frons scaenae in buono stato di conservazione, presenta tracce degli incassi delle travi che sorreggevano il piano ligneo del palcoscenico e conserva visibili in crollo frammenti della ricca decorazione. Grazie alle descrizioni degli autori ottocenteschi sappiamo che la scaenae frons era su due ordini, movimentata da colonne che delimitavano delle nicchie forse destinate e contenere delle statue. Tra gli altri edifici pubblici identificati meritano menzione le terme scavate nel 1873 dal Servanzi Collio, probabilmente le stesse menzionate nell’iscrizione di Tuscilio Nominato che lasciando la sua eredità a Traiano fece ripavimentare piazze e strade nonchè ristrutturare un balneum (terme). Le foto aeree inoltre permettono di identificare sempre presso il foro un tempio, il principale edificio di culto di Ricina. Numerosi i rinvenimenti di pavimentazione a mosaico, spesso policromi perlopiù riferibili ad abitazioni private. Le necropoli sono state localizzate alle estremità opposte della città. Sepolture e resti di monumenti funerari sono emersi nel corso del tempo a Ovest lungo la strada statale.

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Il ritrovamento di maggior rilievo è quello di 150 blocchi di pietra quasi tutti scolpiti e decorati, avvenuto negli anni 1966-1967, nel corso di lavori di cava nell’alveo del fiume Potenza, dove erano stati riutilizzati forse in età medievale come argine. Essi hanno permesso di ricostruire almeno 6 monumenti funerari di diversa tipologia. Attualmente i frammenti sono conservati sotto una tettoia nei pressi del teatro. Viste l’area del ritrovamento e la presenza di resti di murature, è plausibile pensare che essi provenissero da un’area estremamente vicina, nella quale si deve pertanto collocare la seconda necropoli della città. Un’iscrizione (C.I.L. IX 5747) conservata nell’atrio del palazzo comunale di Macerata ricorda che Settimio Severo elevò la città al rango di colonia nel 205, attribuendole il nome di Helvia Ricina Pertinax.

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Matelica Gli scavi nell’area urbana di Matilica

Orologio solare sferico, il cosiddetto globo

Il sito dove oggi sorge la moderna città di Matelica fu abitato ininterrottamente fin dall’VIII secolo a.C. L’urbanistica attuale si sovrappone ad una complessa e ricca stratigrafia archeologica. Le testimonianze più importanti per l’età picena provengono dalle necropoli la maggior parte delle quali sono state indagate negli ultimi anni durante le moderne lottizzazioni grazie ad una avveduta politica di pianificazione territoriale in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per le Marche. I corredi, particolarmente preziosi, testimoniano la ricchezza di questa società e hanno aggiunto molte informazioni sul popolo piceno che sono state divulgate nella mostra Potere e Splendore del 2008. L’abitato di età picena (italico) occupava tutta l’altura che si estende dalla confluenza dell’Esino con il rio Imbrigo a Nord fino alle aree situate a destra dell’ansa dell’Esino a Sud. Ne sono testimonianza le evidenze archeologiche individuate in via Tiratori, presso i giardini pubblici, e ancora in via Pergolesi e via Spontini. Le tracce di un insediamento precedente la fondazione del municipio romano consistono in resti di ceramica di pregio e di uso comune databili a partire dal III secolo a.C., frequenti in tutti gli scavi archeologici condotti in

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profondità. Nel I secolo a.C. Matilica diviene municipium, iscritto alla tribù Cornelia; con la nascita del municipio il sito vede la progressiva formazione del centro urbano. La documentazione epigrafica e le emergenze archeologiche indicano nel periodo compreso tra il I e il II secolo d.C. il maggiore sviluppo urbanistico e architettonico. Dell’antica cinta muraria non è emerso finora alcun tratto e risulta difficile ricostruirne l’intero percorso, anche per le continue sovrapposizioni urbanistiche. L’estensione dell’abitato è deducibile pertanto dalle linee morfologiche del terreno e dalla distribuzione dei ritrovamenti. Dall’analisi dei dati emersi, l’impianto di Matelica romana non si presentava del tutto regolare, essendo fortemente condizionato dalla situazione morfologica poco uniforme e dalla presenza di un insediamento più antico. Nell’ambito della viabilità urbana, l’asse centrale longitudinale era costituito dalla strada di fondovalle, proveniente dal territorio di Camerinum, che attraversava la città da Nord a Sud, costituendo la via principale sulla quale si innestava il reticolo viario interno. I due tratti di lastricato stradale emersi lungo Corso Vittorio Emanuele II e in Via Umberto I, identificabili rispettivamente con un cardo e un decumanus, convergono nell’attuale Piazza E. Mattei, corrispondente in antico al foro. I due assi viari principali della città erano strettamente connessi con la viabilità che si diramava sul territorio del municipio, in gran parte ricalcata da quella attuale. Nell’ambito dell’edilizia pubblica l’unico edificio finora attestato è l’impianto termale emerso al di sotto del Teatro Comunale. I lavori di ristrutturazione intrapresi nel 1983 all’interno dell’ottocentesco Teatro Comunale hanno infatti offerto l’occasione per indagare l’area sottostante dove sono emersi, oltre ai resti della tarda età del ferro, alcuni ambienti relativi ad un impianto termale della prima età imperiale. Al di sotto del palcoscenico sono visibili i resti delle suspensurae, le collonine in mattoni bessali, che sostenevano la pavimentazione degli ambienti riscaldati attraverso la circolazione dell’aria calda, una vasca, una porzione di pavimentazione decorata con mosaico di tessere bianche e tratti di una condotta fognaria. Per il resto, si hanno testimonianze monumentali relative a singole abitazioni (domus), ubicate principalmente in corrispondenza degli assi viari e dell’area del foro.

Sopra: Il sostegno reggivasi (holmos), tomba principesca di Passo Gabella A destra: area musealizzata lungo corso Vittorio Emanuele a Matelica

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Le numerose circostanze in cui è stato possibile esplorare il sottosuolo di Matelica in questi ultimi anni hanno permesso infatti di individuare in diversi punti dell’area urbana ambienti relativi a domus. In particolare in occasione dei lavori di ristrutturazione che hanno interessato l’area sottostante la corte e il piano seminterrato di Palazzo Ottoni, effettuati a più riprese tra il 1987 e il 2000, sono emersi cinque ambienti riferibili ad una domus della metà del II secolo con pavimenti decorati da mosaici geometrici policromi, a tessere bianche e a tessere bianche e nere. I ritrovamenti maggiori, che hanno determinato per la città di Matelica l’appellativo di “piccola Pompei”, sono emersi in Via S. Maria, al di sotto delle strutture medievali di Palazzo del Governo, presso piazza Garibaldi e in via Beata Mattia. Lungo il lato Ovest di Piazza Enrico Mattei, entrando nei negozi ai numeri civici 15 e 16, sono visibili alcune por79

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zioni di mosaici di tipo geometrico pertinenti un’abitazione privata di II secolo d.C. individuata al di sotto dell’ex Palazzo del Governo. A questi si aggiungono, nella parte Sud della città, gli stupendi tappeti musivi figurati e policromi pertinenti una domus sviluppatasi tra il I e il III secolo d.C. in parte visibili lungo corso Vittorio Emanuele nei pressi di Piazza Garibaldi. Matilica si pone all’interno di un territorio, quello dell’Alta Valle dell’Esino, caratterizzato in epoca romana da un popolamento diffuso, fatto di piccoli insediamenti sorti in funzione del municipium, sede dell’attività politicoamministrativa. La città, in posizione dominante sul fondovalle, sorgeva a servizio di un territorio ad economia prevalentemente agricola, all’interno del quale erano dislocati insediamenti e strutture per le attività produttive. Le indagini condotte nel territorio durante gli ultimi trenta anni hanno portato alla scoperta di villae in località Case Pezze, Cavalieri, Aialunga-Fontanelle e Fonticelle. La visita al Museo Civico Archeologico, allestito presso lo storico Palazzo Finaguerra, consente attraverso l’esposizione dei materiali recuperati durante gli scavi pluriennali di ripercorrere le fasi dell’insediamento dalla preistoria fino all’epoca tardo rinascimentale.

Matelica, mosaico policromo pertinente una domus di età romana

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Pollenza L’Area archeologica di Rambona

Veduta interna della cripta romanica di Santa Maria di Rambona

La località di Rambona è situata a 3 km ad ovest di Pollenza, nella media valle del fiume Potenza. Qui sorge l’Abbazia romanica di Santa Maria di Rambona fondata in età carolingia (IX secolo d.C.) dall’imperatrice Ageltrude quando vi portò l’istituzione monastica benedettina. Al di sotto della chiesa, le indagine archeologiche condotte nel 1981 hanno permesso di individuare muri e pilastri di età romana e un monumento ipogeo. Questo è stato interpretato come piccolo santuario, scavato nella roccia argillosa, dedicato al culto delle acque e forse a quello della Bona Dea. L’ipotesi potrebbe trovare conferma nel nome della località Rambona che è stato considerato quale corruzione del termine latino Ara Bonae Deae. La denominazione della località potrebbe quindi derivare dalla sede del culto romano dedicato alla Dea Bona, dea della fertilità della terra, della fecondità e della salute, i cui santuari si trovavano in ambiente agricolo ed in luoghi ove fossero presenti acque salutifere. Successivamente il santuario fu utilizzato per il culto cristiano, come confermato dalla presenza delle scale di comunicazione con la cripta della chiesa. All’interno del complesso abbaziale è ospitata una piccola raccolta lapidaria composta da epigrafi funerarie e da elementi architettonici di età romana. I materiali più interessanti sono quelli riutilizzati e conservati nella cripta: due fusti di colonne di tipo ionico, due architravi decorati di cui uno con fregio a palmette e l’altro con fregio a girali e due capitelli di tipo corinzio, uno dei quali funge da

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base all’altare maggiore. All’esterno i pilastrini delle transenne della chiesa sono stati ricavati da un’unica epigrafe funeraria tagliata in due parti. Il riuso di reperti di età romana nelle strutture dell’abbazia è una pratica molto comune in età medievale ma non ne documenta la provenienza. I materiali di reimpiego potrebbero essere stati asportati da un centro vicino, una piccola comunità che si raccoglieva forse intorno al santuario della dea Bona. Le iscrizioni, perlopiù di tipo funerarie, non offrono maggiori informazioni poiché si riferiscono a personaggi vissuti tra il I e il II secolo d.C. appartenenti a strati medio-bassi della comunità. Solo un’iscrizione menziona una carica sacerdotale di tipo municipale (sevirato) ricoperta dal defunto, mancano però informazioni sul luogo del ritrovamento della stessa. I dati a oggi disponibili sono insufficienti per localizzare l’insediamento romano di Rambona. In località Campetella sono emersi materiali ceramici e laterizi romani, nelle vicinanze dell’Abbazia sono stati rinvenuti frammenti di marmo e un peso romano con croce greca ovvero con il simbolo del peso corrispondente a dieci libbre. Dalla stessa località provengono una punta di lancia romana, una lucerna figurata ed una tegola con bollato il marchio di fabbrica (VARRO[---]) attualmente conservati a Pollenza nella collezione municipale presso Palazzo Cento, residenza signorile del XVI secolo. Il territorio mostra tracce di frequentazione sin dall’età preistorica come documentato dall’insediamento di località Camponero probabilmente di carattere agricolo da cui provengono frammenti di intonaco di capanna, una zappetta di corno di cervo e una macina in arenaria, nonché un’ansa di bronzo picena (V secolo a.C.).

Architrave decorato di età romana conservato presso Santa Maria di Rambona

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Portorecanati Il Parco archeologico di Potentia

Veduta aerea del tempio repubblicano di Potentia

Colonia romana istituita, contemporaneamente a quella di Pisaurum nell’agro Gallico, nel 184 a.C. (Livio XXXIX, 44, 10), Potentia sorge e si sviluppa a sud della foce del fiume Potenza, Flosis in antico, a circa 3,5 km di distanza in direzione Sud dall’attuale centro di Porto Recanati. La colonia, in prossimità del porto di foce e dello sbocco della stessa vallata fluviale, importante percorso transappeninico di collegamento fra Tirreno e Adriatico, viene fondata in un luogo certamente strategico dal punto di vista militare e favorevole dal punto di vista economico sia grazie alla disponibilità di terre fertili, da distribuire ai veterani delle campagne puniche, sia grazie alla proiezione dell’insediamento sul mare Adriatico di cui già in età preromana sono note le potenzialità economiche. Percorrendo la SS16 in direzione Ancona, sul lato ovest della strada sono visibili i resti archeologici relativi ad una delle zone centrali della città antica emersi nel corso delle indagini di scavo condotte dal 1982 al 2007 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche e che hanno interessato l’area a Sud Est dell’incrocio fra i due principali assi viari cittadini, mettendo in luce un

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complesso e articolato palinsesto stratigrafico che documenta le trasformazioni subite da questo particolare settore tra la prima età imperiale e l’età paleocristiana. Nel 2005 un intervento di scavo nel settore settentrionale dell’area indagata ha messo in luce, per la prima volta, livelli riferibili ad una fase pre-romana inquadrabile tra la seconda metà del V e l’inizio del IV secolo a.C. In alcuni dei settori indagati, inoltre, recentemente sono venuti alla luce livelli di frequentazione riferibili ad una fase precoloniale inquadrabile tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. Alla colonia, che doveva probabilmente ospitare un contingente di 2000 coloni, viene destinata un’area abitativa di 16 ettari. Dopo dieci anni dalla sua deduzione la città è interessata da un importante progetto di sistemazione urbanistica finanziato dal censore Q. Fulvio Flacco che, stando alla fonte liviana (Liv. XLI, 27, 1 e 10-13), avrebbe riguardato la realizzazione di una serie di importanti infrastrutture tra cui la cinta muraria in opera quadrata, la rete fognaria nonché la monumentalizzazione degli spazi pubblici con l’avvio della costruzione del tempio cittadino e di portici e botteghe intorno alla piazza forense. All’età giulio-claudia si può ascrivere la costruzione del portico intorno al tempio di Giove e una ulteriore articolazione del complesso monumentale. In età augustea la città conosce, in effetti, una notevole espansione economica da connettersi, probabilmente, con il forte legame istituito con il potere centrale e del quale abbiamo numerose testimonianze. I dati archeologici di cui ad oggi disponiamo consentono di intercettare solo poche tracce delle ulteriori trasformazioni edilizie ed urbanisti-

Resti del porticato del foro della colonia di Potentia

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Planimetria dell’area di scavo con tempio e porticato

che avvenute nel corso del II secolo d.C., periodo di ulteriore espansione della città che diviene centro nodale di traffico sul tracciato viario di collegamento Nord-Sud della penisola. Dopo una leggera flessione economica e sociale, riflessa dal calo demografico documentato dalla necropoli, il IV secolo si presenta come un momento di ripresa economica cui consegue la ripresa delle attività edilizie e alcuni cambiamenti d’uso degli edifici esistenti: l’area santuariale si trasforma in un complesso destinato all’immagazzinamento delle derrate alimentari. Se fino al V secolo Potentia, sede vescovile, presenta ancora una discreta vitalità economica, la progressiva contrazione dell’abitato segna l’inizio del collasso della città che diverrà definitivo anche a causa dell’interruzione, sotto il dominio longobardo, del vitale collegamento con il mare. Di una possibile continuità di insediamento ancora nel VII secolo sono scomparse le tracce. Il progressivo spopolamento causato dalla pressione delle invasioni barbariche e dalla crisi economica conseguente alla chiusura dei traffici marittimi determina infatti il sostanziale abbandono delle opere di difesa del territorio come, ad esempio, la manutenzione degli argini del fiume che causa la progradazione della linea di costa e il definitivo impaludamento della città romana.

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San Severino Marche Il Parco archeologico di Septempeda Il Museo Civico Archeologico

San Severino: torrione circolare della porta sud-ovest di Septempeda

Città della regio V ricordata, tra gli altri, da Strabone (V, 4,2) e da Plinio (Naturalis Historia III, 13, 111) Septempeda nasce probabilmente come luogo di sosta lungo il diverticolo prolaquense della via Flaminia nella vallata del Potenza. Attraverso un percorso intervallivo la città era collegata sia con la Salaria Gallica attraverso Urbs Salvia, sia direttamente con la Salaria secondo un percorso che attraversava alcune delle principali città del Piceno Falerone (Falerius Picenus), Fermo (Firmum) e quindi Ascoli (Asculum). L’area del Parco archeologico si colloca circa 2 Km ad Est della città di S. Severino Marche, in un’area pianeggiante a Nord dell’alveo del fiume Potenza, in gran parte attualmente tagliata dalla SS. 361 Settempedana-Camerte. La rilevante concentrazione di evidenze archeologiche attesta tracce di una frequentazione umana già a partire dall’età picena. A partire dal III secolo a.C. una serie di rinvenimenti documentano il processo di progressiva occupazione del pianoro che culminerà poi con l’assetto urbano dato al centro in età romana. Scavi recenti, in particolare, nei pressi della porta meridionale sembrano infine documentare come tale area fosse occupata tra III e II secolo a.C. da una necropoli, i cui materiali, in parte esposti presso il Museo Civico Archeologico, attestano un’interessante fase ellenistica. La Via Flaminia Prolaquense, che con direzione Ovest-Est corre parallela e lungo il terrazzo sul Potenza, ha costituito il decumanus maximus della città che, dividendo lo spazio urbano in due aree ben definite - pianeggiante quella Sud, in leggero declivio quella Nord - ne ha definito e condizionato l’impianto urbanistico. L’area occupata dalla città è tuttora delimitata da lunghi tratti di mura urbane in grossi blocchi d’arenaria con un percorso pseudoovale che si adatta alla conformazione del pendio. Ben conservate le due porte Sud ed Est (la prima delle quali visibile), entrambe a mesopirgo concavo (Sm02, 03). Visibili solo in parte, in quanto interrati o coperti dalla vegetazione, i tratti di mura nella zona Est. Riguardo all’assetto topografico della città i dati sono, ad oggi, ancora piuttosto scarsi. Lungo il decumanus, forse 87

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in prossimità del foro, si ubica un imponente complesso termale (Sm01). L’edificio, in parte scavato nel 1971, attualmente recintato e dotato di un apparato didattico e illustrativo, si struttura intorno ad un piazzale. Questo, pavimentato con mattoncini disposti a spina di pesce (opus spicatum), è circondato su tre lati da un portico a pilastri e dotato di una piscina. Su di esso si affacciano gli ambienti riscaldati (calidarium) ancora identificabili grazie alla conservazione delle suspensurae, colonnine in mattoni che permettevano la creazione di un’intercapedine al di sotto del pavimento attraverso la quale circolava l’aria calda che riscaldava gli ambienti. In prossimità della stessa zona già precedentemente, in età repubblicana, doveva ubicarsi un santuario probabilmente dedicato, come suggerito dall’iscrizione CIL 5711, alla dea Feronia. Dall’area provengono interessanti frammenti di decorazione architettonica fittile e vasetti miniaturistici con funzione cultuale. Dedicata alla produzione della ceramica a vernice nera doveva, inoltre, essere la fornace rinvenuta nei pressi. Nelle vicinanze della Chiesa della Pieve sono inoltre stati individuati, a partire dal 1922, resti di due domus imperiali di cui non è possibile ricostruire lo schema planimetrico (Sm06, 07, 08) ma che hanno restituito quattro pavimenti musivi dei quali il più antico databile alla fine dell’età repubblicana, e gli altri - uno dei quali esposto all’ingresso della sezione romana del Museo - di piena età imperiale e collocabili cronologicamente nel corso del II secolo. Nelle immediate aree periurbane si sviluppava il quartiere artigianale del quale sono state portate alla luce un complesso di fornaci per la cottura dei laterizi e della ceramica in uso fra I e IV secolo d.C. Si tratta di una strut-

Planimatria dell’area del Parco Archeologico di Septempeda

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MACERATA tura principale a corridoio centrale con prefurnio intorno alla quale si dispongono almeno altre 5 fornaci ed una vasca utilizzata probabilmente per la decantazione della materia prima. La struttura era collegata ad un magazzino posto immediatamente fuori le mura. Lungo la viabilità principale, ad Est ed Ovest della città, erano collocate le necropoli a noi note, delle quali solo di quella Ovest un nucleo scavato nel 1973 è collocabile topograficamente a Sud della Strada Statale. Il Museo Archeologico Giuseppe Moretti di San Severino Marche - intitolato al noto archeologo septempedano e allestito nella sede dell’Antico Episcopio di Castello al Monte - consente al visitatore di ripercorrere, attraverso il percorso espositivo, la storia della città e del territorio a partire dall’età preistorica e fino all’età medievale. Ricca di estremo interesse l’esposizione di manufatti inquadrabili tra il Paleolitico e l’età del Bronzo e parte della Collezione Pascucci, medico condotto che, alla fine dell’800 e in pieno clima positivista, si era dedicato alla raccolta delle testimonianze restituite dalla città e dal comprensorio. Degna di rilievo, inoltre, la parte espositiva relativa alla necropoli picena di Monte Penna e dalle tombe di Frustellano e di Ponte di Pitino. Gli splendidi corredi restituiti dalle necropoli, inquadrabili tra il tardo orientalizzante e il V secolo a.C., costituiscono un esempio emblematico dell’adozione nel corso del VII secolo a.C. da parte delle comunità picene della cultura di tipo principesco affermatasi nell’Italia tirrenica un secolo prima e che aveva determinato, anche in area picena, l’enorme afflusso di ricchezze e beni di lusso importati dall’Oriente e dall’Etruria. Per quanto riguarda la sezione del Museo dedicata all’età romana si segnalano, accanto ad un frammento di Fasti consolari e ad un ritratto virile di età giulio-claudia, i materiali provenienti dalle necropoli tra cui un interessante base marmorea con scena di apoteosi, corona di alloro e iscrizione dedicatoria a Flavio Valerio Costanzo da parte del Senato municipale di Septempeda e un frammento di urna cineraria cilindrica in marmo decorata a rilievo da una figura di erote stante con fiaccola rovesciata nella mano destra e corona di alloro nella sinistra. Ben tre vetrine sono poi dedicate ai materiali (frammenti di decorazione architettonica policroma e vasetti miniaturistici) restituiti dall’area del santuario dedicato a Feronia. Conclude il percorso espositivo la vetrina dedicata agli scavi realizzati durante i lavori di ristrutturazione del complesso medievale del Castello che ospita il Museo. 89

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Serravalle di Chienti L’Area archeologica di Plestia presso l’Abbazia di Pistia Il municipio romano di Plestia, nella regio VI augustea, si colloca in un’importante zona di valico tra l’Umbria e il Piceno caratterizzata da un’antica ed intensa frequentazione. La vocazione di centro di valico, tuttora confermata dal passaggio della SS 77 e dal fitto reticolo dalla moderna viabilità minore, determina una sporadica frequentazione dell’area già a partire dalla fine dell’età del bronzo intensificatasi poi a partire dall’età del ferro. Al IX secolo a.C. si ascrivono tracce di fondi di capanne e le più antiche testimonianze restituite dalla necropoli, in uso fino al III secolo a.C., presso il cimitero di Foligno. Le indagini effettuate dalla Soprintendenza Archeologica per l’Umbria nel corso degli anni ’60 nei pressi della Chiesa di S. Maria di Pistia hanno messo in luce elementi riconducibili alla presenza di un santuario dedicato alla dea picena Cupra frequentato a partire dal V-IV secolo a.C. e con continuità di culto fino almeno al I secolo a.C. Con ogni probabilità oltre alla favorevole posizione geografica del centro proprio la presenza di tale santuario gioca un ruolo fondamentale nella nascita dell’aggregato demico preromano e nella sua costituzione in forma urbana nel corso della romanizzazione. L’area occupata dalla città in età romana è stata identificata nei pressi della Chiesa di S. Maria di Pistia, nel territorio dei comuni di Serravalle di Chienti e di Colfiorito (PG), attualmente divisa in due parti dal confine tra le provincie di Macerata e Perugia. L’abitato romano sorge e si struttura nei pressi del santuario, ottenendo 90

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Plestia, rilievo dell’area pubblica al di sotto dell’Abbazia di Plestia

la cittadinanza optimo iure tra il III e il II secolo a.C. e la dignità municipale nel 90 a.C. Ad oggi le strutture, venute in luce nel corso delle indagini archeologiche effettuate, ancora dalla Soprintendenza Archeologica per l’Umbria, tra il 1960 e il 1962 e tra il 1967 e il 1968, sono visibili solo in parte: in corrispondenza della cripta e della fronte stessa della chiesa il rinvenimento di strutture relative ad un probabile tempio romano e ad un edificio pubblico interpretabile come parte di una porticus testimonia la centralità topografica dell’area nell’ambito della sua organizzazione urbana. Il benessere economico del centro tra III e II secolo è inoltre documentato dal rinvenimento, nella zona meridionale, di un complesso residenziale costituito da abitazioni private riccamente ornate di pavimenti musivi e, tra queste, di una domus con ingresso porticato, datata al 40-20 a.C. e ristrutturata nel corso del I-II secolo. Indagini archeologiche successive effettuate, tra il 1999 e il 2001, nella zona ad Ovest dell’abside della chiesa hanno consentito di individuare almeno due significative fasi di vita dell’insediamento romano con l’individuazione di strutture ascrivibili ad un medesimo complesso monumentale di III secolo a.C. e probabilmente legato ad una prima monumentalizzazione dell’insediamento connesso alla concessione della cittadinanza optimo iure, ed alla successiva costituzione della praefectura di Plestia. A tale complesso si sono poi sovrapposti livelli insediativi da connettersi allo sviluppo urbanistico del più recente municipio e relativi ad alcuni edifici, forse botteghe, che si affacciavano su un’area pubblica lastricata e dotata di marciapiede.

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Tolentino Il Museo archeologico Il Mausoleo di Catervo La posizione geografica di Tolentino, lungo la riva sinistra del fiume Chienti, ha favorito insediamenti umani sin dalla preistoria ed ha agevolato contatti e scambi lungo le vie commerciali. Le prime testimonianze di frequentazione del territorio risalgono al Paleolitico, si tratta di strumenti in pietra (amigdala) visibili nella Raccolta Civica. Nel 1884 l’erudito Aristide Gentiloni Silverj trovò un ciottolo con rraffigurazione incisa di figura con corpo femminile e testa di animale erbivoro oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona. Il manufatto, erroneamente ritenuto un falso, è datato al Paleolitico superiore ed attualmente rappresenta la più antica testimonianza di arte mobile delle Marche e tra le più significative d’Europa. All’età neolitica ed eneolitica sono da assegnare la serie di punte di freccia, di lame e le sedici asce di pietra verde levigata recuperate nel 1879 dallo studioso conte Domenico Gnoli. Abitati dell’età del bronzo sono stati scavati della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche in località S. Egidio e in Contrada Cisterna. Gli straordinari materiali di quest’ultima indagine sono esposti in una mostra permanente ospitata in un salone al piano terra del Castello della Rancia sede del Museo Civico Archeologico. La parte più cospicua e significativa della collezione civica è rappresentata dai materiali provenienti dalle necropoli picene (scavi 1879-1883 del conte Aristide Gentiloni Silverj e 1979-1980 della competente Soprintendenza) che sono una delle testimonianze più preziose della civiltà picena nelle Marche. Le necropoli - Settedolori, Rotondo, Bura, Benaducci e Sant’Egidio - poste intorno all’attuale centro storico, danno testimonianza di tutte le fasi di sviluppo di questo popolo italico dal IX al III secolo a.C. Dalle necropoli, che narrano le trasformazioni economiche e sociali che hanno segnato la storia di questa popolazione fino all’annessione allo stato romano, emerge l’immagine di una società organizzata in gruppi con divisione interna dei ruoli e delle funzioni in cui dominano i personaggi eminenti dei principi guerrieri. 92

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Elemento decorativo di vaso in bronzo con raffigurato il “Signore dei cavalli”

I reperti, provenienti da circa 100 corredi tombali, con la loro ricchezza raccontano l’importanza dei defunti, qualificati come principi guerrieri per la presenza delle armi, dell’armamentario per il taglio e la cottura delle carni e dei preziosi vasi di importazione greca e etrusca. I numerosi disegni presenti nel diario di scavo del Silverj permettono di conoscere con esattezza la posizione dei materiali: le armi sono generalmente ai lati dello scheletro, le fibule e gli ornamenti sul petto e sulle spalle, gli anelli infilati nelle dita della mano sinistra e raramente dei piedi. Grazie a questi dati è stato possibile ricostruire, all’interno del Museo Civico Archeologico una tomba a grandezza naturale (n. 23 della necropoli Settedolori). Le presenze meglio documentate del sito si datano dal VII-VI secolo a.C.; il periodo di massima fioritura per la civiltà picena, denominato fase orientalizzante. Di notevole importanza il corredo della tomba di Porta del Ponte datata alla seconda metà del VI secolo a.C. Tra i materiali recuperati di pregevole fattura due anse in bronzo che rappresentano il cosiddetto “signore dei cavalli”, tema ricorrente con cui si allude al possesso di tali animali e al loro assoggettamento. Il signore dei cavalli rappresenta dunque il valore militare e la dignità eroica

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del defunti appartenti al élite del popolo piceno. Per l’età romana le testimonianze archeologiche visibili sono scarse a causa della continua sovrapposizione insediativa fino all’età moderna. Dai documenti epigrafici (municipes Tolentinates in C.I.L. IX 5570) e dalla fonti antiche (Plinio il Vecchio Naturalis Historia III, 13, 111) è accertato che Tolentinum fu municipio romano e che i suoi cittadini furono registrati nella tribù Velina. Scavi sistematici effettuati dal Gentiloni Silverj (1881) uniti ai rinvenimenti vari effettuati nel corso dei secoli permettono di ipotizzare che il foro dell’antica città fosse nei pressi dell’attuale Piazza della Libertà. Da questa zona provengono un altare (ara) decorato con festoni del I secolo d.C. esposto al Museo Civico Archeologico, una colonna di tipo ionico recuperata da Palazzo Parisani poi posta sulla facciata del Municipio e resti di mosaico al di sotto di Palazzo Massi-Porcelli. La via principale della città romana (decumanus maximus) viene identificata in corso Garibaldi; il tipico impianto urbanistico a scacchiera è ancora riconoscibile nel centro storico di Tolentino. Di recente sono stati individuati due pilastri di un ponte romano da identificare con l’accesso occidentale alla città. A Est dell’attuale centro storico in contrada S. Egidio fu recuperata nel 1508 una statua femminile (I secolo d.C.) identificata con Giulia, la figlia dell’imperatore Tito. Il manufatto di pregevole fattura, fulcro della sezione romana della raccolta civica, originariamente era esposto sulla facciata dell’antico palazzo comunale. Alla fondazione del Museo (1882), tra i primi sorti nelle Marche, la statua fu spostata per volere del Silverj che decise inoltre di metterla al primo posto nell’inventario della raccolta. La statua, infatti, fu sempre molto cara alla cittadinanza, in quanto testimonianza dell’antichità di Tolentino, tanto che ci si rifiutò di donarla al cardinale di Mantova Sigismomdo Gonzaga divenuto poi governatore della Marca. Nella stessa contrada intorno agli anni 1950 si rinvennero frammenti di pavimento e di una struttura appartenenti ad edifici di epoca romana non meglio identificati. Di notevole importanza per la storia del sito l’iscrizione con dedica a Gallieno (253-268 d.C,) recuperata dal Gentiloni Silverj durante i lavori di restauro della Cattedrale di San Catervo dove fu reimpiegata in epoca medievale quando fu decorata con una raffigurazione di Cristo fra gli angeli Michele e Gabriele ed i santi Pietro e Paolo. All’interno di questa cattedrale è conservato il 94

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Tolentino, particolare del sarcofago di Catervo Sotto: statua di Giulia, Museo archeologico di Tolentino

sarcofago di Flavius Iulius Catervius prefetto del pretorio ritiratosi a Tolentino. Il manufatto, realizzato anche per la moglie, viene datato tra il IV e il V secolo d.C. ed è ricco di raffigurazioni in basso rilievo. Nell’iscrizione di dedica ai defunti si riporta la notizia del monumento funerario fatto costruire dalla moglie Settimia Severa per il marito e la sua famiglia. I resti di questo monumento sono stati scavati nel 1980 nella sacrestia: si tratta di un edifico a pianta circolare coperto con una volta decorata a mosaico poi sostituita da un affresco. Un ulteriore esempio di riutilizzo dell’antico è l’iscrizione relativa alla costruzione del Ponte del Diavolo avvenuta nel 1268 che fu realizzata su una porzione di sarcofago di età romana, attualmente esposta al Museo Civico Archeologico. Le necropoli di età romana vengono localizzate poco al di fuori dell’attuale centro storico e nelle immediate vicinanze del fiume Chienti in base ai rinvenimenti di epigrafi, steli e monumenti funerarie nella zona a Sud delle mura e alle notizie desumibili dagli stessi testi epigrafici, molti dei quali sono esposti nella raccolta civica.

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Treia L’Area archeologica di Trea Trea sorge al centro di una zona collinare situata lungo la via di collegamento tra la media valle del Potenza e Ancona. L’area, frequentata sin dall’età preistorica e protostorica, è collegata ai principali insediamenti romani della regione attraverso uno dei percorsi viari più efficienti della rete stradale romana, il diverticulum della Flaminia Prolaquense. La città, già probabile sede di uno dei distretti prefettizi sorti nell’agro piceno dopo la conquista romana del 268 a.C., fu fondata come municipio a costituzione duovirale, ascritto alla tribù Velina, intorno alla metà del I secolo a.C., nel quadro delle vicende che fecero seguito alla guerra sociale e che portarono ad una profonda trasformazione dell’assetto del territorio, determinando una svolta incisiva nella vita politica, economica e sociale della zona. La sicura localizzazione del municipio sul pianoro dove sorgono la Chiesa e il Convento del SS. Crocifisso, circa un Km ad Ovest della città attuale, ai lati della strada che conduce alla frazione di San Lorenzo, è stata resa possibile dalle informazioni fornite dalle fonti itinerarie e soprattutto grazie al precoce interesse per le antichità maturato presso gli eruditi locali che, già a partire dalla seconda metà del XVI secolo, e poi ancora nel corso del Seicento e Settecento, descrivono strutture e materiali di natura archeologica provenienti proprio da quell’area. Tra questi lo storiografo treiese Fortunato Benigni (17561831), che nel 1791 effettua una prima indagine di scavo all’interno dell’area urbana grazie alla quale vennero identificati tratti della cinta muraria, di mosaici ritenuti pertinenti ad un presunto tempio e della basilica: quest’ultima, di cui rimane anche una pianta, individuato sul terrazzo superiore, nel settore Nord-Ovest della città ove pertanto doveva trovare ubicazione anche il foro, è posto in stretta connessione con un asse stradale con orientamento Sud-Ovest/Nord-Est da identificarsi come decumanus maximus, rappresentato dal tratto urbano del diverticolo della Via Flaminia che in uscita dalla città ad Est si dirigeva verso Auximum. Il circuito murario, ancora visibile per brevi tratti ai margini settentrionali del pianoro e inglobati in una casa colonica nei pressi della località «Mura Saracene» in corrisponden96

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Sala espositiva del museo civico archeologico con in primo piano le statue ritratto di età romana

za della porta Ovest, doveva racchiudere un’area di limitata estensione (12 ettari circa) di forma ovale irregolare. Le mura, con paramento in opus spicatum realizzato con blocchetti quadrangolari di calcare locale, erano scandite con regolarità da torri rettangolari e risultano databili tra tra l’età triumvirale e gli ultimi decenni del I secolo a.C., quando il Liber Coloniarum ci informa che il territorio di Trea fu sottoposto ad assegnazioni viritane, in una fase pertanto di pianificazione complessiva che comprende insieme area urbana e territorio.

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Poco si conosce ancora della topografia e dell’assetto urbano e monumentale della città romana: noto agli studiosi ma purtroppo non più visibile il complesso identificato, negli anni 1985-1988, dall’Università di Macerata nei pressi del Santuario del SS. Crocifisso, nella zona a Sud-Est della città e interpretato come Serapeum, un santuario cioè dedicato a divinità egizio-orientali. Le indagini archeologiche hanno messo in evidenza un complesso databile intorno alla metà del II secolo d.C. e caratterizzato dalla presenza di ambienti riccamente mosaicati e collegati ad una complessa rete idrica intervallata da bacini e cisterne. Per la rilevanza del soggetto rappresentato - e direttamente collegato al culto di Serapide ed Iside - spicca un piccolo frammento di mosaico policromo con un ibis, uccello tipico dell’iconografia nilotica. Tali ambienti si disponevano, probabilmente, attorno a quella che era una vasta corte il cui fulcro doveva essere costituito da un piccolo edificio a pianta quadrata, forse un tempietto, poi inglobato nel basamento della torre campanaria dell’antica pieve ancora visibile all’interno del chiostro del convento. Apparteneva probabilmente al grande simulacro di culto del Serapeum, la testa del dio Serapide conservata presso il Museo Civico Archeologico. La testa, di dimensioni superiori al vero, appare sormontata da modius, attributo tipico di alcune divinità ctonie come anche Artemide ed Ecate e simboleggiante fertilità e abbondanza e sembra inquadrabile, sulla base delle cifre stilistiche, tra la fine dell’età adrianea (Adriano, 117-138 d.C.) e l’inizio dell’età antonina (Antonino Pio, 138-161 d.C.).

Sopra: Statua egizia femminile pertinente al Serapeum di Trea Sotto e a destra: Ricostruzioni 3D

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Testa marmorea del dio Serapide

Lo stretto legame della città con l’Oriente è documentato anche da cinque frammenti di statue egizie in diorite oggi presso il Museo. Queste dovevano appartenere a cinque figure diverse che si connotano per l’abbigliamento e gli attributi come figure regali e la cui produzione si fa risalire ad età tardo-tolemaica (III secolo a.C.). La documentazione archeologica permette di attestare una continuità di vita e frequentazione del municipium, anche oltre il VII secolo d.C. L’area di culto infatti, trasformatasi da santuario pagano nella pieve cristiana di S. Giovanni Battista (Ecclesia Sancti Joannis Plebis de Trea) continua a costituire il principale luogo di aggregazione demica in questo periodo e almeno fino al Mille con la costituzione del nuovo centro fortificato di Montecchio.

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Pollentia-Urbs Salvia: la città

Urbisaglia: Ingresso est all’Anfiteatro di Urbs Salvia

La città romana di Urbs Salvia sorge nella media valle del Fiastra sul terrazzo di III livello, il più ampio, diviso in due parti dalla via Salaria Gallica, antico percorso di espansione romano verso Nord, che funge da asse generatore dell’insediamento. Gli scavi più recenti condotti dall’Università di Macerata, hanno però consentito di appurare come il suo primo nome fosse Pollentia, un nome che risale alla fondazione coloniale del II secolo a.C. avvenuta su un sito già abitato da una piccola comunità, forse un conciliabulum di cittadini romani. Di questa prima fondazione poco rimane, se non un edificio di culto, inglobato dalle strutture più recenti all’angolo Sud-Ovest della piazza principale, il foro, ed alcuni muri al di sotto delle strutture architettoniche che nel corso del tempo hanno arricchito l’immagine della città. È però certamente in questa prima fase che furono definite le principali caratteristiche urbanistiche dell’insediamento, in parte rispettate all’atto della imponente riorganizzazione successiva, che avvenne in età triumvirale-augustea, alla fine del I secolo a.C., quando anche il territorio fu accatastato e la città aveva assunto il nome che manterrà per lungo tempo. Il rinnovo urbano, i cui esiti sono oggi ben visibili, fu generale a partire dalla costruzione delle mura quadrangolari che recingono un’area vasta quasi il doppio di quella precedente e connettono le loro torri, in maniera programmatica agli sbocchi dell’impianto viario regolare. La città fu organizzata infatti sulla base di un sistema viario ortogonale che definiva, nelle zone più pianeggianti, isolati di rettangolari di 2 x 3 actus (circa 72 x 108m) e quadrati di 2 x 2 actus (circa 72m) nelle zone dove il pendio era più aspro. Le strade maggiori misuravano circa 8m e tendevano a sboccare sulle porte principali, mentre le strade minori erano organizzate gerarchicamente. I coloni più abbienti abitavano in città in case con una edilizia abbastanza standardizzata, legata alla dimensione degli isolati, basata su moduli quadrangolari con atrio e cortile e botteghe sulla fronte, in alcuni casi su due piani, che occupavano l’area Sud dell’insediamento. La zona Nord era invece destinata all’edilizia pubblica, tutta collocata su una lunga fascia di due isolati detta “fascia milesia” divisa dalla viabilità principale definita dalla Salaria gallica. 101

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A est della strada il principale monumento è il Complesso tempio criptoportico che in età tiberiano-claudia oblitera edifici precedenti affacciandosi a Ovest, sulla piazza forense. Questa, a occidente della strada larga 8m, era circondata da una serie di edifici e portici, ed occupava lo stesso spazio di 80,28 x 28,07m che le era stato destinato all’atto della fondazione di 150 anni prima, si tratta quindi di un’area molto piccola rispetto alla mole del complesso che la sovrasta e di tutti gli edifici pubblici successivi. Proseguendo lungo il pendio delle sostruzioni consentivano di realizzare una articolata serie di terrazze, la più imponente caratterizzata oggi dall’edificio a nicchioni (un grande muro di terrazzamento), fino ad arrivare alla terrazza occupata dal teatro e dalla sua porticus post scaenam che, in posizione elevata si affacciava ad Est, quasi a guardarsi con il complesso tempio-criptoportico. Si tratta di due edifici dal forte valore simbolico per la propaganda imperiale che di fatto raccolgono fra di loro, dal basso verso l’alto tutta la città che, grazie al susseguirsi delle aree terrazzate offriva un colpo d’occhio “scenografico” al visitatore, soprattutto a chi proveniva da Firmum attraversando la porta Gemina, aperta sulle mura a Est. Al di fuori delle mura venne successivamente edificato, in età flavia, l’anfiteatro, che sfruttava la facilità di trovare spazi liberi per l’impianto di un così vasto cantiere.

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Ricostruzione in 3D dell’antica città di Pollentia-Urbs Salvia

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1 Le mura Le mura di Urbs Salvia, costruite in età augustea, all’atto della riorganizzazione urbanistica della città racchiudevano un’area di più di 420.000m2, una delle più ampie dell’Italia centrale, disegnando un percorso di forma pressoché quadrangolare, lungo circa 2.700m. I lati Sud e Nord sono rettilinei e perpendicolari al dislivello morfologico, gli angoli così formati sono protetti in almeno due casi da torri. Il lato Est forma un angolo ottuso ed è in parte condizionato dall’andamento del pendio. Qui lo spessore della cinta si riduce in quanto il pendio fungeva in parte da difesa naturale. Gli angoli sono smussati e protetti da torri per facilitare la difesa e non lasciare ai nemici punti deboli, così come prescritto da Vitruvio, uno dei maggiori architetti dell’antichità. “Le fortificazioni non devono essere né di forma quadrata né formare angoli, ma arrotondate, affinché i nemici possano essere visti da più lati….gli angoli infatti proteggono più i nemici che i cittadini”. Una delle porte principali si apriva sulla Salaria Gallica, oggi la struttura della porta non è più quasi visibile, in gran parte coperta dall’interro, ma di essa si conserva parte del mesopirgo da cui era protetta. Si tratta di un cortile aperto, di forma trapezoidale, che consentiva di aggredire i nemici che cercavano di entrare da sopra e dai fianchi. Le ali del mesopirgo sono protette da due torri di forma pentagonale all’esterno. La porta con ogni probabilità era caratterizzata da un cortile detto “cavedio”. Questo, chiuso da due porte, consentiva agli assediati di colpire dall’alto e con facilità i nemici che avessero superato, sfondandola, la porta più esterna, intrappolati in uno spazio chiuso e angusto. Lungo la cortina si dispongono a distanze regolari, non superiori a quella di un tiro di freccia, le torri di forma ottagonale, più vicine fra loro dove il pendio è meno ripido più distanziate dove il pendio consentiva una più agevole difesa. La forma ottagonale, come ancora Vitruvio ricorda, era la più adatta a resistere agli attacchi delle macchine belliche “ le torri devono essere di forma rotonda o poligonale, infatti le macchine belliche con più facilità distruggono le torri quadrate in quanto gli arieti colpendo gli angoli li danneggiano”. Sono costruite interamente in mattoni, una tecnica detta opera testacea, e, poiché sono estremamente sottili, lar103

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ghe circa 1,5m, con ogni probabilità il cammino di ronda era ampliato con strutture lignee. Questo infatti doveva consentire il passaggio di almeno due uomini armati. “Penso che la larghezza delle mura deve essere calcolata in maniera tale che due uomini armati possano incrociarsi senza impedimenti”. Nei punti di ingresso della viabilità secondaria, grazie alla quale si accedeva al teatro o alle aree più elevate della città, si aprivano delle postierle, cioè delle piccole porte, difese da torri, torri che dovevano garantire la protezione della porta in caso di attacco e nel contempo facilitare eventuali sortite degli assediati. Lungo le mura correva la cosiddetta via pomeriale. Pomerium era il limite sacro invalicabile segnato dalle mura e la strada doveva consentire un facile accesso ad ogni punto del sistema difensivo, in maniera tale che, in caso di assedio, gli assediati potessero muoversi con facilità e rispondere rapidamente ad ogni aggressione in punti diversi. La porta Sud è oggi inglobata nella chiesa della frazione Convento di Urbisaglia e di essa rimangono scarsi spezzoni di muro. La costruzione dell’edificio di culto sopra la via ha obbligato quest’ultima a fare una leggera curva a metà della città, curva che ancora conserva la strada attuale attraversando l’area del Parco Archeologico. La porta più interessante della città è però certamente la cosidetta porta Gemina, si tratta di un ingresso doppio, per questo detto “Gemina” sopra il quale è stato edificata nell’ottocento un’abitazione che ne ha garantito la conservazione. Non presenta un cortile, ma il passaggio avveniva attraverso due corridoi, forse comunicanti, che garantivano il superamento di un ampio dislivello tra l’area esterna, verso cui arrivava la strada proveniente dall’antica colonia di Firmum e l’interno da cui partiva una delle

Porta est “Gemina” della città di Urbs Salvia

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MACERATA maggiori arterie urbane che arrivava fino al teatro. Visto anche il fatto che essa è costruita in pietra e non in mattoni, possiamo pensare essere stata costruita successivamente al resto delle mura, forse nel III secolo d.C.

2 Il Complesso

Tempio-Criptoportico

Urbs Salvia: Interno della galleria inferiore del criptoportico di Urbs Salvia. In primo piano le struttura ancora in stato di crollo (Archivio Università di Macerata)

Edificato in età tiberiana nell’ambito del programma di monumentalizzazione del centro cittadino il complesso santuariale del Tempio-Criptoportico si affaccia sul tracciato urbano della Salaria Gallica prospettando con grande effetto scenografico su tutti gli edifici dell’area forense. Incentrato sul fulcro architettonico rappresentato dal tempio dedicato alla Salus Augusta, divinità protettrice della famiglia imperiale, tutto il complesso era probabilmente destinato al culto imperiale, decretato e promosso da Tiberio, successore di Augusto. Il complesso si sviluppa al di sopra di un portico a forma di U, coperto, che grazie a riporti artificiali di terreno, formava una piattaforma. Ancora oggi discusse le modalità di accesso, era probabilmente raggiungibile attraverso scalinate poggiate su due avancorpi laterali. Al di sopra di questa il tempio su alto podio e con scalinata centrale si sviluppava, rivolto ad Ovest, con una pianta rettangolare di circa 16 x 30m suddivisa al suo interno in un profondo pronao e in un’ampia cella quadrangolare absidata e presentava sei colonne di ordine corinzio in facciata e tre sui lati del pronao.

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A racchiudere l’edificio di culto su tre lati una monumentale struttura composta di tre gallerie articolate su due piani di cui oggi sono visibili solo i resti del piano parzialmente interrato sotto la piattaforma da cui l’intero complesso ha preso appunto il nome di Criptoportico. Il Criptoprortico era interamente percorribile grazie alla presenza di un corridoio voltato sul lato Ovest che, oltre a fungere da sostegno strutturale della soprastante piattaforma, consentiva il collegamento dei bracci meridionale e settentrionale del complesso. Al suo interno ciascuna galleria era divisa in due navate da una serie di pilastri sui quali si impostavano arcate a tutto sesto. Oggi le arcate, crollate a seguito di un terremoto che in età tardo antica ha determinato il definitivo abbandono del complesso, sono ancora visibili nel braccio Sud della galleria seminterrata. Un solaio ligneo piano fungeva da copertura della galleria e su di esso poggiavano le lastre pavimentali del portico superiore. Di questo rimangono oggi solo poche tracce costituite da quanto rimane degli elementi di copertura del tetto, delle decorazioni architettoniche e degli intonaci dipinti. Sappiamo tuttavia che il suo muro esterno, probabilmente continuo doveva essere decorato da pitture analoghe a quelle del piano inferiore mentre un portico con colonne in laterizio intonacate si affacciava verso il Tempio. Il portico doveva essere coperto da un tetto a trabeazione lignea, decorato tutt’intorno da antefisse in terracotta con protomi umane, palmette, vittorie rinvenute nel corso delle indagini archeologiche. Rimangono ancora oggi nelle gallerie seminterrate notevoli resti delle pitture su intonaco che decoravano i muri dell’intero complesso secondo un programma figurativo unitario dal forte valore politico e celebrativo chiaramen-

Urbs Salvia, ricostruzione 3d del Complesso Tempio Criptoportico di Urbs Salvia (Archivio sistema museale provincia MC)

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Urbs Salvia, braccio meridionale del Criptoportico. Particolare della decorazione pittorica (Archivio Università di Macerata)

te teso all’esaltazione della vittoria imperiale: al di sopra di uno zoccolo a fondo nero decorato da maschere, una fascia mediana di pannelli a fondo rosso presenta il susseguirsi di trofei militari divisi da fasce decorate. Questa fascia era racchiusa superiormente da un fregio di riquadri a fondo bianco alternati a maschere lunari ed aironi su fondo rispettivamente nero e rosso. Quest’ultimo, che si compone di un’alternanza di due cartelli corti separati tra loro da una zona verticale gialla tra due fasce verdi, presenta una serie di quadri figurati a soggetto animalistico con scene di caccia. Il ciclo pittorico stilisticamente inquadrabile nell’ambito del III stile pompeiano evoluto è databile tra il 40 e il 50 d.C.

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3 Il Teatro Il Teatro, uno dei più imponenti dell’Italia centrale, si colloca in posizione dominante su uno dei terrazzamenti più elevati nel settore Nord-Occidentale della città, in posizione periferica rispetto all’area racchiusa dalle mura. Costruito nel 23 d.C. al tempo dell’imperatore Tiberio su iniziativa di C. Fufius Geminus, alto magistrato di origini urbisalviensi divenuto Senatore, già in età tardoantica era parzialmente interrato a causa dei movimenti franosi della collina soprastante. Solo gli scavi pontifici della fine del XVIII secolo e gli scavi sistematici a partire dagli anni ’50 del secolo scorso hanno consentito di riportarlo alla luce per intero. L’edificio, largo complessivamente 344 x 218 piedi romani (pari rispettivamente a 102,45 x 64,9m), è costruito su un robusto nucleo di cementizio con paramento esterno in opus latericium e specchiature di reticolatum. La particolare conformazione morfologica della zona prescelta per la sua costruzione se da un lato ha facilitato l’edificazione della struttura permettendo di appoggiarne parte della cavea al pendio, ne comprometteva al tempo stesso la stabilità a causa delle infiltrazioni d’acqua provenienti dal retrostante terrreno. Per questo motivo l’edificio, già in fase progettuale, fu circondato da un corridoio anulare largo 3,5m con funzione di isolamento e protezione della struttura. 108

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MACERATA A Sinistra: Veduta aerea del Teatro di Urbs Salvia (Archivio Università di Macerata)

Sotto: Teatro di Urbs Salvia, ricostruzione 3d del Teatro di Urbs Salvia (Archivio Sistema Museale provincia di Macerata)

L’ingresso degli spettatori era consentito dalla presenza di cinque vomitoria che dal corridoio anulare, attraverso un percorso in leggera salita, permettevano di raggiungere la media cavea e, da questa, mediante strette scale di risalita i livelli più alti delle gradinate mentre l’accesso all’orchestra e ai posti più prestigiosi era possibile attraverso due gallerie voltate, gli aditus maximi disposti al di sotto degli ultimi settori della cavea destinati ai tribunalia, i palchi d’onore. Ai lati della scena due ambienti rettangolari, le basiliche, fungevano da zone di organizzazione delle percorrenze e degli accessi: chi doveva entrare nella media e nella summa cavea solo qui incrociava coloro che raggiungevano i livelli più bassi della cavea stessa. A queste, decorate con pitture riferibili al III e al IV stile pompeiano, si accedeva sia attraverso due passaggi esterni sia attraverso la porticus post scaenam, grande piazzale bordato da portici colonnati che si sviluppava dietro all’edificio scenico. La cavea con un diametro di circa 289 piedi romani (86m) era suddivisa in tre settori di gradinate da due praecinctiones. Ancora negli anni ’50 del secolo scorso erano osservabili i rivestimenti in materiale calcareo dei gradini, oggi purtroppo completamente perduti. La summa cavea era coronata da un portico colonnato al centro del quale si trovava un tempietto a pianta trapezoidale, il sacellum in summa cavea di cui oggi restano poche tracce. Un sistema di pozzetti per l’inserimento di intelaiature lignee consentivano, in caso di necessità, la copertura della cavea tramite un velarium che doveva proteggere gli spettatori dal sole.

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Il corpo scenico si compone di un pulpitum rettilineo, il palcoscenico, di lunghezza pari al diametro dell’orchestra sostenuto anteriormente da un basso muro, il proscaenium articolato in nicchie. Al di sotto del tavolato del pulpitum sei pozzetti quadrati ospitavano i meccanismi in legno utili al funzionamento dell’auleum, il sipario che, raccolto in un canale di fronte alla scena, invece di scendere dall’alto, saliva dal basso lungo appositi pali lignei. L’edificio scenico, dalla facciata architettonicamente complessa, si sviluppava per un’altezza pari a quella della cavea. Dalle tre porte monumentali, la porta regia aperta su esedra semicircolare e le due portae hospitales laterali, entravano e uscivano gli attori. L’allestimento architettonico della facciata, sobrio in una prima fase e caratterizzato probabilmente dalla presenza di un ciclo statuario imperiale, tra fine I e II secolo d.C. dovette arricchirsi a seguito di diversi interventi di restauro e monumentalizzazione dell’edificio legati alla volontà degli urbisalviensi C. Salvius Liberalis e Vitellianus che, come documentato da un’iscrizione, si occuparono munificamente dell’abbellimento di alcune parti del teatro. Proprio a tali interventi si deve, probabilmente, l’arricchimento della facciata con l’aggiunta di colonne, rivestimenti in marmi policromi, nicchie e statue.

Particolare della frons scenae del Teatro di Urbs Salvia

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4 Anfiteatro

Ricostruzione 3d dell’Anfiteatro di Urbs Salvia (Archivio Sistema Museale provincia di Macerata)

Importante luogo di incontro della comunità cittadina e destinato ad ospitare giochi gladiatori, i munera, e cacce di animali feroci, le venationes l’anfiteatro sorge su di un’area pianeggiante al di fuori del lato Nord delle mura urbane con un orientamento divergente rispetto a quello degli edifici al loro interno e non allineato con la viabilità principale. L’edificio, a pianta ellittica, presenta quattro ingressi principali: da quelli disposti sull’asse minore dell’edificio entravano gli spettatori mentre quelli maggiori che ancora oggi consentono l’accesso all’arena, sull’asse principale dell’edificio, erano originariamente riservati all’ingresso del corteo trionfale che precedeva gli spettacoli. Probabilmente ben visibile al di sopra di ciascuno degli ingressi un’iscrizione, nota in cinque copie, ricorda che l’edificio, costruito dopo l’81 d.C., era stato dono munifico alla città da parte dell’urbisalviense Flavio Silva Nonio Basso - generale di Tito nel corso delle guerre giudaiche e protagonista dell’assedio di Masada, episodio che nel 73 d.C. concluse la prima guerra giudaica segnando l’inizio della diaspora del popolo ebraico. Costruito su cassoni in muratura riempiti di terra e disposti radialmente l’edificio complessivamente lungo 97,14m e largo 73,45m con un’altezza che raggiungeva circa i 12,60m, era di notevoli dimensioni. Gli spettacoli per i quali l’anfiteatro era concepito non avevano bisogno di apprestamenti particolari ma solo di un’area sufficientemente vasta, quella dell’arena, per permettere il libero svolgimento di diverse coppie di combattenti. Un piccolo ambiente di servizio al lato dell’ingresso meridionale è stato interpretato come porta libitinensis dalla

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quale venivano fatti uscire i gladiatori feriti o caduti nel corso dei combattimenti mentre al di sotto del podio è stato riconosciuto un piccolo ambiente destinato ad ospitare gli animali in attesa di essere immessi nell’arena. La cavea, le gradinate dove si è calcolato potevano prendere posto circa 7635 spettatori, distinta in una prima fase in due settori da una praecinctio, si conserva per tutto il suo perimetro fino all’altezza del secondo ordine di gradini (ima e media cavea). Al di sopra di questo doveva svilupparsi la summa cavea sorretta da un ampio porticato anulare esterno oggi scomparso che conferiva all’edificio un aspetto monumentale. Le basi dei pilastri che sorreggevano il porticato anulare sono ancora del tutto leggibili lungo tutto il perimetro dell’edificio. Sul primo settore di gradinate si aprivano 12 corridoi con volte a botte, i vomitoria. Questi, secondo un sistema di distribuzione del pubblico molto semplice, consentivano l’ingresso nella praecinctio di una grande quantità di spettatori che potevano raggiungere con facilità i posti loro destinati attraverso un sistema di scale e gradini interni. Dalla praecinctio, scendendo, si poteva accedere ai prestigiosi livelli del podio che, direttamente affacciato sull’arena e diviso da questa da un semplice muro era destinato, con circa 650 posti, alla cittadinanza e ai notabili locali; salendo invece, si potevano raggiungere le gradinate dell’ima e della media cavea. L’aggiunta in una fase successiva di scale in corrispondenza delle nicchie semicircolari che scandivano il muro esterno della media cavea consentirono l’accesso, evitando di far mescolare gli spettatori dei livelli più bassi della cavea con gli altri, ad un sistema di gradinate in legno, che permise di usufruire dei livelli superiori.

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Il territorio di Pollentia Urbs Salvia

Snapshot del territorio centuriato di Pollentia-Urbs Salvia

La fondazione di una città impone l’esigenza tecnicopolitica di riorganizzare il territorio per la nuova comunità. Tale sistemazione avveniva attraverso le predisposizione di un Catasto, cioè un sistema di organizzazione dei paesaggi nel quale si regola il rapporto fra città, spesso posta tra pianura e montagna, e campagna di cui è strumento di penetrazione. Uno degli elementi portanti dei catasti romani è la centuriazione cioè la delimitazione dei terreni (detta limitatio) sulla base di lotti quadrangolari, in funzione delle assegnazione ai singoli contadini che andavano ad abitare la nuova colonia e le sue campagne. I catasti romani però organizzano anche la presenza dei subsecivae, cioè delle aree residuali rispetto alla maglia regolare, l’ager extra clusus, coltivato ma non diviso regolarmente, le aree in cui non è realizzabile la centuriazione e le terre globalmente misurate. Sono le fonti gromatiche, fonti legate agli antichi tecnici romani (architetti o geometri attuali) che dedicano ampie pagine anche al rapporto con altri elementi delle topografia (strade, abitati, ecc.), o con gli elementi puntuali dal paesaggio agrario, come templi, fana (cioè piccoli santuari) ed edifici pubblici. La centuriazione prevede di fatto la realizzazione sistematica di lotti quadrangolari definiti da assi paralleli rispetto a due principali, detti cardini e decumani. I lotti quadrati erano detti centuriae, ad Urbs Salvia ad esempio misuravano 710 m di lato. Le linee divisorie delle centurie, che definivano le singole proprietà, erano dette Limiti intercisivi e

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nel nostro caso delimitano quattro accepatae o sortes per ogni centuria. Di regola erano rappresentate da strade di grandezza gerarchica, ma anche da muretti, siepi, fossi. La centuriazione aveva un fondamento religioso in quanto si riteneva riportasse sul terreno una divisione celeste, secondo la disciplina etrusca ed i limiti erano detti matutini o vespertini o meridiani o septentrionales. Gli assi della centuriazione di Urbs Salvia, come ricordato dalle fonti gromatiche, erano stati realizzati certamente in età triumvirale ed erano invece detti montani perché orientati secondo la morfologia, Ager Urbis Saluiensis limitibus maritimis et montanis lege triumuirale, et loca hereditaria eius populus accepit. Un territorio poteva subire anche più centuriazioni, a seguito di espropri, come nel caso ricordato da Virgilio nelle Georgiche, ed ad esempio il nostro, certamente, fu accatastato sia all’atto della fondazione coloniale di II secolo a.C. sia, come riportato dalle fonti in età triumvirale. Diviso il territorio i singoli lotti erano distribuiti, non sempre tutti immediatamente, ai singoli coloni sulla base di una sorta di enfiteusi detta vendita questoria, le aree non assegnate rimanevano di proprietà pubblica. All’interno di ogni singolo lotto veniva realizzata una fattoria. Il sistema della centuriazione si basa infatti sul più antico sistema che prevede la coesistenza di piccoli lotti, solo per la sussistenza, ed aree comuni. Le case in campagna non rispettano un rigido egualitarismo ma esse sono legate alle dimensioni dei lotti. Il territorio era caratterizzato anche dalla presenza di grandi ville che, insieme alle piccole fattorie utilizzano e sono inserite all’interno dei catasti. Esse

Snapshot del territorio centuriato di Pollentia-Urbs Salvia

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erano l’espressione di un altro modello di occupazione, autosufficienti e legate ad appezzamenti di grandi dimensioni nei quali si trasformavano anche i prodotti. Una villa era condotta da un fattore (villicus) con l’ausilio di manodopera schiavile. Era organizzata su divisione fra pars rustica funzionale alle attività lavorative e pars urbana dedicata alla residenza. Nel territorio urbisalviense ne sono state riconosciute almeno tre insediate ai limiti delle aree divise dove potevano diversificare le forme di produzione grazie alla presenza di terre diverse. Oggi è possibile studiare le centuriazioni romane perché il catasto antico tende a dettare gli orientamenti degli allineamenti più recenti. Le antiche divisioni ed i punti significativi si materializzano nella sopravvivenza di alcuni punti significativi: ad esempio un crocefisso può oggi essere collocato in un punto dove era un’edicola, una strada moderna ripercorre una più antica viabilità e lungo un antico muretto è nata ed ha continuato a fungere da divisione fra diversi proprietari una siepe. Gli allineamenti del paesaggio in effetti spesso sono condizionati dalla morfologia, ad esempio per la necessità di scolo delle acque, e dunque la tendenza è quella della conservazione.

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ANTICHI PAESAGGI  

Parchi e siti archologici tra le province di Ancona e Macerata

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