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ABITARE MINIMO O MINIMAMENTE ABITARE? Giorgio Azzoni

Direttore artistico del Distretto culturale di Valle Camonica

L’uomo ha sempre identificato la precarietà della propria condizione esistenziale e gli orizzonti materiali e simbolici del suo dimorare sulla terra, inseriti nel destino che lo spirito di ogni epoca gli ha riservato. Ha declinato il fare e l’agire nei limiti della propria corporeità, traendo vantaggio dalle tecniche produttive e dallo sfruttamento delle potenzialità ambientali. Ora l’uomo contemporaneo, quando responsabile, ha avvertito che il progressivo esaurirsi delle risorse naturali richiede in tempi brevi un radicale ripensamento degli stili di vita e che l’abitare, corrispondenza del vivere, dovrebbe sempre più ispirarsi al principio della sostenibilità. La diminuzione dei consumi, intrecciata a ristrettezze economiche, potrebbe anche generare una minore occupazione di spazio e delineare un orizzonte antropologico in grado di riorientare i modi dell’agire, anche nell’ambito dell’edificazione e dell’architettura. Ogni meditata riduzione agli elementi minimi del costruire esprime implicitamente una valutazione dei comportamenti umani, utile a individuarne i tratti essenziali. Se caratteristica imprescindibile dell’essere è la sua fisicità localizzata, filosoficamente l’esser-ci, vivere nel mondo significa propriamente abitarlo, nello spazio e nel tempo. Da ciò consegue che ogni considerazione sull’abitare risulta, necessariamente, una riflessione sul significato dell’esistenza e sulle forme che la connotano: gli aspetti estetici delle forme costruite rivelano, infatti, cultura, valori e abitudini. L’atto di abi10

tare si pone come fondativo dell’essenza stessa dell’essere umano, ma è anche un atto sociale e culturale, esprime l’habitus di una comunità e l’orizzonte simbolico di un’epoca. La prassi dell’abitare minimo comporta minori estensioni e una riduzione degli sprechi (quantitativi ed estetici) e imprime alla configurazione degli spazi un maggior valore qualitativo, sintesi di valori primari dell’architettura, intesa come attività civile. La progettazione, se povera di riflessioni, può condurre alla semplificata miniaturizzazione degli spazi o alla diminuzione delle loro qualità espressive. Viceversa, se diviene sintesi positiva, può far emergere i caratteri esistenziali che la vera architettura sempre possiede. Abitare è infatti uno stare al mondo che prevede luoghi di cui appropriarsi, di cui prendersi cura familiarizzando e riconoscendosi in essi. Ma la condizione dell’uomo contemporaneo è sempre più quella dell’errante estraniato dal soggiornare che, avendo colonizzato territori sempre più vasti, non si identifica più in essi. Se il processo di antropizzazione generica raggiunge livelli troppo alti, nulla ha più un vero significato e il paesaggio costruito si appiattisce nello spaesamento. Intendendo l’abitare come il tratto fondamentale della natura umana, l’uomo ha la possibilità e la responsabilità di costruire forme e relazioni mediante un agire disciplinato. Ruolo del pensiero è cogliere l’impensato e compito dell’architettura è organizzare, per mezzo della 15

ArchAlp 15  

Architetture minime

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