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una specie di beatitudine nel momento in cui riuscivo a percepirne l’alfabeto e quindi le frasi ricche di tesori. Gli spazi che inventavo, la novità, i segni del cambiamento di cui ero strumento, erano per me tanto più “belli e utili” quanto più svelavano questo dialogo, palesando a chi immaginavo abitare nella trasformazione che progettavo le mie sensazioni e quel linguaggio condiviso con l’ambiente. Questo approccio “sociale” viveva nella speranza pedagogica che si potesse insistere, grazie alla progettazione architettonica, nella creazione di un racconto a distanza tra epoche, paesaggi e persone, capace di suggerire un modo di vivere ricco di senso e saggezza collettiva. Sono poi diventato operatore sociale e non architetto, applicando l’“interpretare” per contesti e persone in difficoltà. Ho comunque continuato a studiare questo rapporto tra le architetture (spazi creatori d’identità) e le persone che, abitandoli e trasformandoli, modificano se stesse legandosi a forme e luoghi radicati nella storia come negli archetipi dell’anima. Con questa visione “trasversale” mi sono dedicato all’osservazione delle dinamiche socio-economiche grazie ad una formazione sulla Responsabilità Sociale d’Impresa e le implicazioni sociali (persone-comunità) ed ambientali (biodiversità-paesaggio-utilizzo-valorizzazione delle risorse naturali) che ad essa sono legate. Politiche d’impresa – quelle “socialmente responsabili” – che tanto somigliano a un approccio consapevole alla progettazione architettonica e che così mi han permesso di chiudere il cerchio, nella speranza che sia possibile esprimere e mettere a sistema il processo che lega la progettazione architettonica con quella sociale ed economica, in forme e sostanza. Forme e sostanza che si manifestano concretamente nelle linee, negli spazi creati, nei materiali utilizzati, ma anche nei processi economici e sociali 14

sottostanti la loro produzione, nei processi costruttivi, nei modelli partecipativi di progettazione, nella vita che l’architettura suggerisce e propone a persone e comunità. Le diverse forme di progettazione – architettonica, sociale, economica – possono infatti coincidere come diverse manifestazioni di un unico processo coerente e creare un’unica infrastruttura metodologica per un modo di “fare” cultura, economia, politica. Anche di questo si è discusso il 7 e l’8 ottobre scorsi a Ostana, a un convegno organizzato dal Gruppo di Iniziativa Territoriale di Banca Etica di Cuneo in collaborazione con l’Associazione Dislivelli dal titolo: “Portiamo in alto la Nuova Economia - Nuova Economia per Nuova Montagna” L’idea che ha legato gli interventi è quella che si può fare della Montagna un luogo adatto per la sperimentazione di nuove forme di organizzazione del territorio, portando “il meglio” di quanto sia stato concepito in campo sociale ed economico a colmare il vuoto che questa parte di territorio soffre, mettendo la Nuova Economia -motore e principio di questo cambiamento coerente- a servizio delle amministrazioni pubbliche (Comuni, Unioni di Comuni, Parchi ecc.) e delle imprese che lì risiedono o operano, facendo della Montagna un “luogo di riferimento” anche per la pianura. Durante il convegno piccole imprese in montagna, innovative per prodotti o processi produttivi si sono sentite “meno sole” e parte di un potenziale progetto più ampio, in grado di essere concretamente di supporto nell’affrontare le difficoltà quotidiane, in quanto spazio di condivisione delle esperienze e di risoluzione comune dei problemi. Si è definita un’identità collettiva che si basa su principi di forte innovazione: società inclusive, organizzazioni sociali ed economiche robuste, in rete, sperimentatrici, amministrazioni elastiche, innervate al tessuto economico e capaci di portare avanti politiche comuni e condivise. Per questo 73

ArchAlp 14  

Architetture del welfare alpino

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