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EDITORIALE

LA PRIMA LINEA Antonio De Rossi

IAM - Politecnico di Torino

Quando domenica 22 ottobre ha preso avvio il grosso incendio nei pressi dell’orrido di Foresto e di Bussoleno in valle Susa, tutti coloro che si occupano almeno un po’ di montagna e di ambiente si sono immediatamente resi conto che si era arrivati a un punto di svolta, dopo due settimane di massimo allarme e di incendi ancora puntuali per quanto già diffusi. Quel 22 ottobre segna l’avvio di una fase durata una decina di giorni contraddistinta da qualcosa di completamente inedito e dai caratteri sistemici, con vasti incendi che hanno toccato buona parte delle vallate piemontesi delle Alpi occidentali: Orco, Susa, Chisone, Germananasca, Sangone, Pinerolese, Varaita, Stura. Il mix di siccità prolungata, foehn, abbandono aveva infatti posto le premesse per un fenomeno totalmente nuovo, per dimensioni e modalità. Inutile discutere qui delle molte polemiche che hanno accompagnato gli incendi, in merito alla sottovalutazione degli eventi e all’organizzazione dei soccorsi. Quello che preme sottolineare qui, in questa sede, sono due questioni. La prima. I molteplici incendi che hanno interessato le montagne del Piemonte, determinando in alcuni casi situazioni quasi fuori controllo, sono stati una straordinaria cartina di tornasole per cogliere i rapporti tra montagne e città, tra periferie e centro. Malgrado l’attuale “moda” sulla montagna, l’avvio di policies innovative come la Strategia Nazionale Aree Interne, la sensazione è che i territori metropolitani si autorappresentino oramai come uno spazio autoreferenziale e autonomo, privo di relazioni con l’intorno. La montagna, per Torino, è solo uno sfondo lontano e indistinto. Eppure, per giorni, i fumi e le ceneri dei fuochi, come mostravano le impressionanti immagini satellitari, hanno ricoperto i cieli non solo di Susa e Pinerolo, ma di Torino e di un bel pezzo della piana padana. È una distanza culturale ancora prima che fisica. Una distanza che mostra l’assenza, crescente, di una percezione della matericità delle cose: acque, piante, terreni, rocce. Mai tale distanza tra il “dentro” e il “fuori” era stata così forte, per uno spazio regionale ontologicamente fondato sull’interazione dialettica tra corona alpina e piane interne. Se gli anni settanta del secolo scorso avevano segnato (si pensi all’innovativa legislazione sui parchi, alla forte attenzione per i beni storici e culturali diffusi) una nuova fase nel rapporto tra città allora industriale e suo retroterra montano, oggi prevale nuovamente una visione totalmente torinocentrica, che domina i comportamenti istituzionali come gli immaginari delle persone. La montagna non è solo lontana (i servizi su giornali e televisioni erano imbarazzanti per l’ignoranza geografica anche rispetto alle cose

ArchAlp 14  

Architetture del welfare alpino

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