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il bimestrale culturale dei menestrelli di jorvik


Arabica Fenice è strutturata intorno ad un tema e si articola in 13 sezioni: il Bicchier d’Acqua è la citazione che determina il tema, e può essere di ispirazione letteraria, artistica, cinematografica, musicale. Il Piattino è un saggio, che spiega i presupposti su cui si fonda la trattazione del tema. La Tazzina è l’editoriale, con cui la Redazione presenta il proprio punto di vista. Il Chicco di Caffè è un testo in cui l’espressione letteraria si concentra in poesie, aforismi, brevi prose. La Polvere è un testo evocativo del passato. L’Aroma è il brano più poetico ed evanescente. Il Caffè è il racconto principale, che guida e determina tutti gli altri. La Correzione è un testo spiritoso e ironico. Il Latte non ha un taglio: è il testo scritto da un ospite. Il Cioccolatino approfondisce l’interpretazione del Caffè. Lo Zucchero è una vignetta. Il Cucchiaino è il rovesciamento del Caffè: lo rimescola trattando un punto di vista opposto. I Fondi di Caffè guardano al futuro. Foto di Diwellington Tiziani


A r m at u r e

Il bicchier d’acqua. Prepara il palato al gusto del caffè. Che sollievo. Il sollievo dell’armatura che scopre dentro di sé un cavaliere ancora vivo. (David Grossman, Che tu sia per me il coltello)


Il piattino. A supporto e sostegno di tutto il resto.

Fragili armature di Maura Rodi.

Indossare un’armatura è assumere un’identità. L’armatura, infatti, vive del rapporto con il cavaliere che la indossa, ed è per questo che la vestizione del guerriero si configura come una sorta di iniziazione che individua, trasforma, distingue, dichiara un’appartenenza, denuncia l’adesione a un codice e a un compito. 02

Non esiste un cavaliere senza armatura. Neppure il divino Achille, pur essendo invulnerabile, può tornare in battaglia privo di questo elemento distintivo e simbolico. E l’armatura lucente, inclita opera di Efesto, potenzia la terribile ira e la sete di vendetta dell’eroe. è quell’armatura che lo contraddistingue e che lo restituisce all’esercito acheo come il guerriero invincibile da cui dipendono le sorti di tutti i Greci. Lo stesso accade, nella Gerusalemme Liberata, al giovane Rinaldo, il cavaliere predestinato a

un ruolo fondamentale nella vicenda, ma distratto dal suo compito a causa di mille debolezze e deviazioni. Una in particolare: la bellissima Armida, maga e incantatrice, che lo tiene prigioniero dopo averlo ridotto a un vezzoso cicisbeo, succube dell’attrazione erotica e preda del diabolico inganno. Non è un caso se Rinaldo ritroverà se stesso proprio vedendo la sua immagine ridicola ed effeminata riflessa in uno scudo: sono le armi che gli restituiscono la consapevolezza e, con essa, il ruolo di guerriero e di crociato. Ed elmi, scudi, e armature sono gli oggetti di molte delle “inchieste” dei cavalieri ariosteschi nell’Orlando Furioso. Gli inseguimenti ora della Durlindana, ora dell’elmo di Mambrino si configurano come inesausti percorsi alla ricerca di un senso e di una completezza, aspirazioni a un riconoscimento identitario, che nel tempo si va facendo sempre più labile e impreciso. L’armatura è un segno, dunque, ma


può anche essere un segno ingannevole. Elmo e corazza, infatti, consentono di rubare l’identità altrui o di celare la propria. è quanto fanno le eroine dei poemi cavallereschi, che nascondono e mascherano nell’armatura la propria femminilità. Erminia, Bradamante, e Clorinda, che imprigiona il suo fragile essere in una corazza, trasformandosi in una guerriera forte e temibile, ma profondamente incompleta e irrisolta rispetto alla sua vera natura. Una donna che si nega a se stessa e che Tancredi, l’uomo che la ama, potrà abbracciare solo con nodi di fier nemico e non d’amante, in un duello terribile e mortale, che lo lascerà disperato, in sé mal vivo e morto in lei che è morta. Ma l’armatura può essere anche un significante senza significato. Questo è già evidente nella vestizione parodistica di Don Chisciotte, che rispolvera un’armatura arrugginita e la ripara alla bell’e meglio con cartone e pezzi di ferro. Cervantes dà così voce alla sua dissacrante critica di un mondo fatto ormai di vuota simulazione e di mera apparenza esteriore. Svuotamento, questo, che troverà poi una compiuta espressione nel personaggio calviniano di

Agilulfo, un paladino che non esiste, ma che presta ugualmente il suo nobile servizio grazie alla sua forza di volontà. Perché è vero che non può esistere un cavaliere senza armatura, ma esiste un’armatura senza cavaliere, o, meglio, un’armatura il cui Cavaliere è inesistente. Con lui l’armatura, strumento d’offesa e di difesa, segno di un ruolo e di un’identità, diventa alla fine un esoscheletro inutile e vuoto. Ma i cavalieri non sono scomparsi, nonostante tutto. E, se continuiamo a raccontare di eroi e supereroi, se il mite Clark Kent diventa un paladino della giustizia vestendo i panni di Superman, se l’armatura di Iron Man trasforma uno scanzonato playboy in un guerriero e dà un senso nuovo alla sua vita, se lo scudo di Capitan America rappresenta la cultura di un popolo come quelli di Achille e di Enea, allora, forse, questa storia non è ancora finita. E la fragile umanità ha ancora bisogno di essere protetta e difesa, nascosta ed esaltata dall’armatura in cui si chiude.

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La tazzina. Il contenitore che unisce e raccoglie.

La rosa e la spina di Cecilia Forcherio per i Menestrelli di Jorvik.

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“Il fiore che tu ami non è in pericolo. Disegnerò una museruola per la tua pecora. Ed una corazza per il tuo fiore. Io.” Con queste parole il pilota nato dalla penna e dalla fantasia di Antoine de Saint-Exupéry si rivolge al Piccolo Principe, tentando di consolarlo dalla paura di perdere quell’unico fiore da lui amato, abbandonato ad anni luce dalla Terra, su di un piccolo asteroide popolato solo da tramonti e silenzi. La presa di coscienza della fragilità spaventosa del reale si accompagna spesso alla scoperta degli amori più preziosi: la più alta delle montagne finisce per assumere le sembianze del più fragile dei fiori, e greggi di pecore – l’esistenza dei quali non si limita ad un tratto di matita su di un foglio di carta – minacciano orizzonti ben più ampi di quello dell’asteroide del Principe. Di qui la necessità di proteggere i profumi che ci tengono in vita, e, spesso, il nostro stesso profumo, con corazze invisibili e maschere istrioniche: nascondigli e protezioni

che sono al contempo dichiarazioni di battaglia ed ammissioni di debolezza, che investono il soggetto di una eroica missione, ma rischiano di soffocarlo sotto il peso della stessa, e che possono perfino fagocitarlo nell’impeto della lotta al reale. La salvezza può divenire condanna, o forse la condanna è già insita in ciò che ci costringe ad indossare un’armatura, o in noi stessi che ci rifugiamo in essa. In questo numero abbiamo tentato di scavare sotto la corazza, di capire se il cuore da essa custodito avesse conservato il battito originario. Di guardare in faccia il nemico, riconoscendo talvolta i tratti del suo volto nella superficie di uno specchio. Di scalfire la superficie di metallo con una carezza, di rinforzarla con la delicatezza della paura. Forse anche le parole talvolta sono armi, ed armature. Ma i nostri fiori anche in questo caso vogliamo offrirli a voi.


Il chicco. Concentra la nostra essenza.

Apologia di un ronin di Carlo Lottek Landriscina. Grafica di Federica Miglio.

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La polvere. Dove cercare i granelli del passato.

Iscrizione su di una cripta funeraria di Andrea Collivignarelli. Foto di Marta Rizzato.

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“Oggi uscirò alla battaglia. Ho forgiato gli anni della mia sofferenza solitaria in questo adamante inscalfibile, un pezzo per ogni lacrima trattenuta e inaridita e così scolpita a tempio dell’irriducibile vuoto, racchiuso e innalzato a dio ineffabile. Gli stivali per calpestare così come io sono stato calpestato. I guanti per colpire così come io sono stato colpito. E gli spallacci per ergermi su chi si è erto su di me, tronfio della sua povera prepotenza. Col ribollente sangue di drago ho pitturato sullo scudo il blasone, rampante il cervo senza padrone che squarta per amore e dall’amore sarà dilaniato. Ed ecco l’elmo severo, calata per chiunque la celata se non per te, Evadne, tu che troppo conosci l’angusto dei suoi segreti, e sopra il cimiero di affusolate piume verdi come le felci soffici e rugiadose, fra le quali ci stendemmo nell’unico autunno che il mio spirito ricorda, mute e complici vestali del nostro santuario effimero; e ora come allora adagiano i loro frastagliati lembi sul mantello amaranto della passione frustrata nel mio sangue dal ruvido, inesorabile nascere e spegnersi dei giorni. Oggi uscirò alla battaglia.

Abbandono la tiepida casa dei padri, che ha accolto il fantoccio della mia vita, ad onta di ogni orgoglio in favore dello struggimento nel ricordo e della più infima resa. Mi unisco ai compagni che già si battono contro il nemico pestilenziale, affrontando di petto i suoi strali e le sue torture quotidiane. Prenderò d’assalto le sue fila ghignando, incapace di tollerare oltre, foss’anche un attimo, di apatia codarda, finanche incontrassi quel punto necessario per chiudere e dar senso infine al cerchio tracciato, quel punto così vivo che è già morto, e già sento assurdamente lo stridere del ferro, lo scricchiolare delle ossa, caldo sangue e torpore, e buio. Oggi uscirò alla battaglia. Ed ora il mio ghigno beffardo in faccia al destino si tinge d’amaro, come vorrei, se dèi misericordiosi esistono e m’ascoltano, che, ritornato, ci tingesse un tratto di Luna, che tu mi svestissi dei miei ferri e che il caldo torpore ci cogliesse fra le felci umide, nudi e soli, così abbracciati e così eterni.” Un amante tumulato dai suoi giorni qui riposi fra le felci


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L’aroma. Il profumo che evoca senza mostrare.

Notturno amico di Cecilia Forcherio.

Canta con me, perché se canti con me sulla tua voce si appoggia la mia voce, al tuo respiro il mio respiro. Canta con me, perché ascoltandoti mi ritorni presente ogni istante che ha inciso i propri graffi sul metallo lucente, come i profumi della patria da cui siamo partiti, come i colori gioiosi dell’ignoto che ci attende. Canta con me, perché udendoti cantare io ricordi a me stesso l’entusiasmo del riarmo, e la semplicità spoglia dello scudo non mi faccia dubitare del valore della vittoria. Canta con me, perché imitando il tuo arpeggiare non in soli ma in armoniche gareggiamo a superarci, e sia certa l’esistenza di orizzonti mai solcati contro il pigro e timoroso stanziamento delle genti. Canta con me, perché ripetendo il tuo sospiro io senta il clangore delle spade, e l’abbraccio del compagno spaventato, e lo sguardo che fa forza allo sguardo, tremando all’unisono e fissandosi in contrappunto. Canta con me, perché se canti per me io sento l’acclamazione per la virtù in battaglia, se canto per te rivelo l’onore del sacrificio sul campo. Ma se canti con me non c’è viltà che non si fonda nell’armonia dell’appoggio, non c’è imboscata che l’orchestra dei fiati non possa sventare e l’esperienza della stonatura, e la caparbietà nel riaccordare divengono armature possenti contro i fantasmi della paura.

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Il caffè. L’anima dell’Arabica Fenice.

Di come Urgrund il Valoroso scoprì che talune armature son forti contra la forza, et dilicate assai contra la delicatezza. di Federico Di Leva. Foto di Diwelligton Tiziani.

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Urgrund il Bello avea braccia possenti et sorriso sì luminoso che, quando splendeagli sul viso, parea volersi competere con lo Sole et le stelle et la Luna, insieme. Il crine suo era d’oro nel colore e di seta nella leggiadria con la quale cadea, morbido, sulle piastre chiare de la sua armatura. Urgrund il Temerario, di fatti, era solito andarsi per li paesi et li villaggi con indosso la sua grossa corazza, che parea scolpita nel marmo - o in altra nivea roccia - dalle istesse mani di Nostro Signore Iddio. Bianchi, con rosse e vetrose trasparenze, l’elmo e l’usbergo. Bianchi la pettorina e gli schienali. Bianche le placche sulle braccia robuste et sulle gambe leste. A guisa di fiamma sulla candela, a decorar quella che parea una statua di adamante, un erubescente cimiero di crini d’ippogrifo. E proprio tal rosso pennacchio in sur lo capo di Urgrund il Battagliero era

diventato, negli anni, alligoria d’intramontabile fiamma di justizia et coraggio, in quel tempo in cui, pe’ i quadrivi del Reame v’era più gran copia di bricanti et prostitute che di pesci nel mare. Ma in questi terreni e piccioli tribolamenti non s’applicava Urgrund l’Immenso, che era solito combattere a mani nude tutto ciò che fosse più minuto d’un olifante dell’Africo Continente. Urgrund l’Incommnesurabile combattea soltanto contra li draghi. E già molti di questi luciferini serpi dall’alito infernale avea mandato all’Ade, sicché la fama e il nome suo viaggiavano per il Reame e, così, da tutti i castellani e dai cavalieri proclamati era cercato, qualora ei avesser un drago a divorar le loro pecore, le figlie, le spose e le regine. (Questo perché i draghi, notoriamente disgustati dalle carni stoppose de li maschi, cibansi soltanto delle carni


tenerelle di pulzelle, dame e cortigiane). Adunque, accadde un giorno che Urgrund l’Inequiparabile trovossi a fronteggiare il drago Skyraflourth che, dal fondo della sua spelonca, mandava fiamme roventi come le corna del Satanasso. Abbassato l’usbergo et rivolto un saluto a’ paesani ivi accorsi per assistere al duello, Urgrund l’Imbattibile iniziò ad avanzare tra le fiamme, che nulla potean contra la magica gemma nella quale era intagliata la bianca corazza. Urgrund l’Impietoso disparve tra le fiamme, nelle fauci della montagna. Poi vi fu silenzio. Udissi un forte colpo, poi uno strappo di carni. Puoi un rumor simile ad un grosso peto, e poi un’ultima colossale fiammata divampò dalla grotta, abbrustolendo le terga di quelli che, attratti dalla curiosità, s’eran protesi sino all’uscio della draghesca magione. Et anche allor, come più volte ebbe ad accader ne li tempi addietro, Urgrund l’Esagerato uscì vincitore da la roccia fessa, indefesso. E né segno né squarcio avea vulnerato la sua indistruttibile corazza. Vuolsi, però, che un dì Urgrund l’Indefesso fosse sfidato nientemeno che da un drago in persona (se di

persona puotesi parlar favellando di draghi et non di cristiani). Gurfidyx mandollo a chiamare, facendo a lui bandire regolare segnalazione scritta, dandogli appuntamento all’alba, ne’ pressi d’un gorgogliante ruscelletto. Quel dì ‘l Sole non splendea, et lo drago et lo cavaliere trovaronsi l’un di fronte all’altro, sotto ad un cielo che parea scudo di metallo ingrigito dalli anni. «Soffia quanto vuoi, drago fellone! La mia corazza non cadrà, come invero tu farai sotto l’acciaio, sotto tua fiamma!». «Deh! Povero illuso! E che tu pensi ch’i’ infiammerò te. Al cielo rivolgo il mio respiro bruciante!». Ciò sentenziato, lo drago illuminò l’aere d’uno sbuffo di fiamma. Il cielo, ferito, s’addensò, e pianse acqua. E la pioggia, cadendo sulla corazza di Urgrund lo Stupefatto, la squagliò, riducendola a picciola macula di bianca poltiglia. «È il prezzo da pagare quando s’hae indosso una corazza di sale. Massimamente essa è forte contra la forza del fuoco, ma fragil cosa è contra l’acqua dilicata.». Poscia, negli occhi d’Urgrund lo Spacciato, s’accese più grande fiamma che mai avessero veduto. E quivi si chiuse la storia del’invincibil cavaliere.

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La correzione. Aggiunge una goccia di spirito al nostro caffè.

My loneliness is killing me di Deborah e Rossella. Foto di Marco Fiorina.

La gonnellina si muoveva al ritmo coinvolgente delle note pop, i quadretti scozzesi quasi mi ipnotizzavano mischiandosi in un unico vortice di colore verdastro, la camicetta bianca attillata con la sua scollatura provocante non lasciava nulla all’immaginazione, gli occhi maliziosi e i codini da scolaretta avrebbero mandato in crisi qualsiasi adolescente in piena tempesta ormonale; mi si avvicinava decisa ancheggiando e cantando con aria ammiccante: “Hit me baby, one more time...”. Il volume della musica era sempre più alto, la sua figura sempre più sfocata. Solo allora i miei occhi cominciarono a schiudersi e, per quello che la vista appannata mi permetteva di vedere, mi resi conto di trovarmi nel mio solito monolocale; il cartone della pizza ancora di fianco al comodino, i timidi raggi di sole che si insinuavano attraverso le imposte e la radiosveglia che tentava di riportarmi alla monotonia della gior-

nata diffondendo per tutta la stanza la voce squillante di Britney. Mi aspettava l’ennesima sfuriata del capo per il mio ennesimo ritardo; clienti indisposti pronti a riversare la rabbia repressa sul primo bancario di turno; una coda infinita alla mensa per poi ritrovarsi, sul piatto di plastica riciclata, cibo scadente, probabilmente scaduto; la corsa per riuscire a prendere il treno delle 18.33; e ad accogliermi una casa, meglio definita “rifugio antiatomico”, vuota, desolata: l’ideale dopo una giornata del genere! Ma può anche andare peggio, si può anche perderlo, quel treno: e a chi sarebbe potuto accadere, se non a me? Arrivato al binario undici, le porte scorrevoli si chiusero violentemente davanti ai miei occhi, sentii un forte fischio e il vagone sfilò via. Rimasi immobile a guardare le rotaie ormai vuote, da solo. Anzi, no, in compagnia di un barbone, di un cane e del loro sacco a pelo. Non restava altro da fare che

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incamminarmi, alla ricerca di un taxi. In attesa del passaggio entrai nel bar all’angolo tra via Donatori di sangue e via San Crispino per bere qualcosa e trovare ristoro dopo le mie disavventure Era un locale vecchio e trasandato. L’aria che si respirava era appesantita da un forte odore di alcol digerito misto ai vapori che uscivano dalla cucina; il bancone di legno appicicaticcio, reso unto dalle dita grassocce degli habitués, non ricordava neppure lontanamente la maestosa quercia che doveva essere stato in una vita precedente. Stavo portando alle labbra il mio gin, quando alzai lo sguardo e notai sullo schermo piatto del locale la pubblicità del nuovo sequel dell’Uomo Ragno: uno socialmente disadattato, affettivamente ed emotivamente instabile che diventa un eroe... perché non esistono ragni radioattivi anche nella vita reale? Il tempo passava velocemente, il taxi non arrivava e i bicchieri svuotati davanti a me aumentavano di numero senza che io me ne rendessi conto. Gli ultimi istanti rimasti impressi nella mia memoria riguardavano me che entravo barcollando in un mini-

market poco illuminato, uscendone poi con in mano una mascherina nera da Zorro. Il mattino dopo non fu più Britney a destarmi, ma la sigla del giornale radio proveniente dalla sveglia. Cercai di spegnere quell’aggeggio che non faceva altro che acuire il mio martellante mal di testa, ma appena cercai di muovere il braccio avvertii un dolore lancinante che mi costrinse a rimanere immobile per alcuni minuti. A fatica mi sedetti sul bordo del letto: era impossibile invecchiare di qualche decennio in una notte soltanto e ritrovarsi anziano e con i reumatismi. Eppure era quel che sentivo, il tutto accompagnato, ovviamente, da una forte nausea. Una notizia riuscì a distogliermi dai miei inutili vaniloqui mentali: il conduttore radiofonico, entusiasta, ironizzava su alcuni episodi accaduti durante la notte, che crearono in me uno strano presentimento. Un uomo in giacca e cravatta, ma con il viso mascherato, aveva dato prova di grande coraggio e altruismo aiutando una ragazza a sfuggire dal suo aggressore, firmando un assegno di mille euro per un barbone della stazione e arrampicandosi su un albero del centro per salvare


un gattino incastrato tra i rami, per poi cadere rovinosamente a terra e scappare via zoppicante senza proferire parola con nessuno. “Chi sarà il nuovo paladino della giustizia della città? Un indomabile difensore dei più deboli? O uno che ruba ai ricchi per dare ai poveri? Se ci stai ascoltando, sappi che vogliamo sapere chi sei e non vediamo l’ora di vederti di nuovo in azione!” Spensi subito la radio, mi voltai e vidi accanto al mio letto una mascherina nera un po’ stropicciata, e fu allora che capii che, forse, quella avrebbe potuto essere la svolta della mia vita. Avrei incominciato a perdere ‘casualmente’ il treno tutte le sere, a frequentare il mio bar preferito e il suo gin delizioso, e a ritrovarmi dolorante e mal messo, nella mia camera, ogni mattino, da quel giorno in poi. La mia nuova identità sarà il principale argomento delle conversazioni dei pensionati davanti ad un caffè al bar; i bambini parleranno di me come di un eroe dei fumetti, e faranno a gara tra di loro per essere me -o meglio, il mio alter egodurante i loro pomeriggi di gioco al parco; al misterioso uomo mascherato saranno dedicate le prime

pagine delle testate giornalistiche più vendute del paese; non sarò più l’uomo che tutti vedono dalle 7.30 del mattino alle 20, ma una persona diversa, che tutti vorranno conoscere e imitare. Io so che questa piccola maschera mi protegge dalle mie debolezze e dalle mia paure, anche se solo di notte; per me è come un’armatura che impedisce alle mie insicurezze di uscire e alle preoccupazioni esterne di entrare, mi rende l’uomo impavido e coraggioso che in realtà non sono. E se questo significa ritornare, di giorno, ad essere il solito inetto, ignorato da tutto e da tutti... è un prezzo che sono disposto a pagare per non essere me stesso anche solo per poche ore.

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Il latte. Macchia il nostro caffè di un colore diverso.

We’re gonna groom di Giacinta Arpe. Foto di Marlin Dedaj.

C: ciauz!!!!! M: quando ho visto aprirsi la finestra della chat, il mio cuore ha sobbalzato C: Awwwwww *.* mi sei mancato tanto Sono poeta da facebook: strizzo gli stracci di una grigia e ordinaria messaggistica istantanea e ne traggo stille di magia per la sua sete di meraviglia e di attenzioni. 18

M: anche tu, piccola. È da quando sono tornato dal lavoro che ti sto aspettando, rovinerai la mia vita sociale :P C: scemo, potevi mandarmi un messaggio -.- Tanto alla fine, di storia non mi ha chiamata mi è andata di culo che la Robi non poteva andare di due materie domani M: Sai com’è...l’attesa aumenta il desiderio......... C: sei un delinquente :P :P M: Delinquente tu che mi hai rubato i sensi, il cuore, il cervello e te li sei portati via.

La seduzione è un’arte gravitazionale. La lontananza fisica addolcisce il rischio del gioco senza togliere gusto alla trasgressione: la virtualità ci lascia solo più spazio per immaginare. Infatti adesso non rispondi, dolcezza, tutta questa adulta voluttà ti paralizza nella confusione, vuoi dimostrare di saperla gestire senza poterla abbracciare del tutto. Sei spavalda nella tua consapevolezza di avere la via di fuga a portata di mano: il tuo alter ego inconsistente è sia la boa che ti tiene a galla, sia il peso che ti trae a fondo. Puoi scegliere di far evaporare anche stavolta la tua te fittizia... M: non resisto più, ho troppa voglia di vederti. Posso venire da te? C: no, ho mio padre in casa... M: ...l’idea che ci sia un altro uomo vicino a te mi fa impazzire di gelosia, lo sai? C: ma è mio padre!!!!! M: non importa, fosse anche tuo fratello! Non è che puoi venire tu da me? Mia moglie è dalla pediatra con


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la bambina. Amore mio... C: ... ... o di scaraventarla nella realtà. C: vengo in motorino, una ventina di minuti. per mio padre sono in biblioteca, ok??

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Venti minuti sono la deliziosa attesa che corona una deliziosa conquista. Anzi, una doppia conquista! Quella della ragazza del web, esuberante ma sensibile, che si incipria di citazioni toccanti, si inorgoglisce regalando motti di saggezza sulla sottile ironia della vita, si mostra più vissuta, più divertita, più accorta, più loquace di quello che è per il piacere e le aspettative del suo pubblico e sperpera senza avvedersene la gioia della scoperta giovanile sfogliando per ore cataloghi di battute scadenti; e quella della ragazza in carne ed ossa, più vulnerabile, che cerca materializzate in un uomo le sue utopie sull’amore, e minaccia un’amicizia per questo prezzo, minaccia la sua tranquillità familiare. Ecco, questa, la polpa tenera, non l’involucro, ha appena suonato il campanello, e io mi appresto ad aprirle. «Grimaldi Mauro?» Sì, sì, sono io Grimaldi Mauro e tu hai più l’aria di un facchino ben piazzato che di una sedicenne vergine. Non voglio com-

prare niente, non ho ordinato niente. Non ho soldi nemmeno per farmi le ricariche al cellulare, per fortuna che le ragazzine di oggi nel loro essere crocerossine generose sono ben finanziate dalle tasche dei padri... «Tranquillo stronzo, papà ha detto che non mi aspetta prima delle cinque, se non recupero storia mi ammazza...» e dice questo con un ghigno vittorioso che gli taglia il volto. Poi estrae delle manette e mi schiaccia contro la parete più che con forza, con legittimità bruta. «Ma...Sei tu Camilla?». Il mondo si incrina e comincia a sgretolarsi attorno a me. Stavolta la mia corazza è violata, la mia carcassa giace squallidamente svestita ed esposta. Quella è la mia Camilla... Quell’ammasso di virile potenza, che chissà quante volte avrà sedotto con la sua finta innocenza, la sua costruita vulnerabilità, quella che ha sedotto me, che io ho conquistato. La mia, non quella di qualcun altro. «Ma...quanti ne hai avuti prima di me?». «Chissà perché mi fate sempre tutti la stessa domanda, schifosi...», e con questo mi forza ad entrare nell’auto, premendomi sulla testa.


Il cioccolatino. Esalta e rafforza il sapore del caffè.

Audrey e Meazza di Cecilia Forcherio. Foto di Marta Rizzato.

Nelle domeniche pomeriggio di fine ottobre come quella, non c’era mai molto da fare. I colori morbidi delle foglie e la luce calda del crepuscolo raccontavano una storia di perfezione e di assopimento che cullava qualunque tentativo di risvegliare la mente e le mani. I miei pensieri erano avvolti dal profumo di tè caldo, e la voce gracchiante della televisione regnava sovrana nel silenzio del salotto. “Nuovi disordini al Meazza”, scandiva la presentatrice del telegiornale: le immagini ritraevano scene già viste di scontri tra ultras, spranghe ed estintori seminati tra la folla, volti coperti da passamontagna imbrattati di birra e sputo, lamiere e seggiolini divelti e scaraventati in mezzo al campo sgomberato, il tutto avvolto nella nebbia rossastra dei fumogeni. Il nonno afferrò di scatto il telecomando e si affrettò a cambiare canale, optando per una soap opera americana giunta ormai alla nona

replica. Lui aveva vissuto i tempi andati del calcio, quello vero. Quando nel 1950, dopo la fine del conflitto, erano ripresi i Mondiali, la gente portava ancora negli occhi e sulla pelle le immagini e le ferite della guerra reale. Il campo verde rappresentava finalmente un’alternativa pacifica alla trincea; gli uomini erano liberi di correre all’inseguimento di un pallone, e non più di un nemico da freddare; il Grande Torino offriva occasioni di esultanza che non implicassero la morte di qualche altro essere umano. Dopo quegli interminabili anni di orrore, i popoli sembravano finalmente ricomporsi nell’esperienza di una competizione sana, in una gara che era un inno alla vita, e non un rito insensato di morte. In quel periodo di ripresa economica, il nonno aveva trovato lavoro in un’azienda tessile che produceva le divise dei calciatori: andava mol-

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to fiero del nuovo incarico, diceva che le sue mani stavano creando gli abiti che avrebbero vestito il futuro dell’Italia. Ma questo futuro, col passare degli anni, non aveva fatto che deluderlo sempre più. Si trattava forse di una nostalgia malata, di una sorta di morbo che aveva incancrenito gli spiriti degli italiani e che non era stato debellato nemmeno con la sconfitta del fascismo, diceva lui. Dopo anni di violenza, la pace aveva lasciato un vuoto profondo negli animi delle persone, una scorta di rabbia repressa mai spesa, un bisogno acuto nato dall’abitudine all’ostilità. La gente sentiva ancora la necessità di schierarsi in nome della difesa di un’idea, di una fede, e, svestiti ormai i panni scomodi ed obsoleti dei nazionalismi e delle dittature del Novecento, aveva indossato nuove armature e intrapreso nuove battaglie che avevano i colori delle divise un tempo intessute dal nonno, ed un’insensatezza perfino superiore a quella delle guerre vere. Dal canto mio rimanevo convinta, ascoltando i racconti del nonno, di come questa fosse un’attitudine

presente da sempre nella storia umana: in ogni epoca le generazioni avevano creato conflitti a tavolino, vestendo armi vuote di un perché, nel disperato tentativo di fuggire al terrore più grande, ossia quello di trovarsi soli, in mezzo al caotico campo di battaglia del mondo, senza lo scudo di un’identità. Ergersi per contrasto sullo sfondo indefinito della realtà, imponendo con violenza il proprio essere sull’essere altrui, era da sempre la tecnica preferita dall’uomo per ritagliare il proprio posto nella tela della vita. Nessuna sorpresa che ciò avvenisse anche ora, all’alba del terzo millennio, sulla scena civilizzata e progressista di una società ormai priva di qualunque pretesto per inventarsi la guerra. Ma la vera sfida della mia generazione era qualcosa che non assomigliava per nulla alle storie tramandate dalle madri delle nostre madri, storie che parlavano della follia di uomini potenti e della debolezza di chi si era fatto da loro incantare. A noi spettava fare i conti con una realtà che non offriva più pretesti

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di opposizione, con il compito di costruire una nostra identità senza ricorrere alla scorciatoia della battaglia. Era un dono meraviglioso ma, come tutti i grandi tesori, anche molto pesante. Così, non mi stupivo di trovare per strada qualche compagno che, come me, non fosse riuscito a rinunciare definitivamente a questo antico istinto di oppressione, e avesse scelto di incanalarne i residui non più verso i propri simili, ma verso se stesso. Presi a mescolare lentamente il tè, rigorosamente non zuccherato, che mi era stato appena servito. Non avevo ancora imparato a fare a meno della mia armatura: a quel bisogno di essere nel mondo, ma nel modo più discreto possibile; a quell’anelito che mi imponeva di occupare il minor spazio fisico per lasciar posto al mio sentire. Ad ogni ferita inflitta al mio stomaco da lotte gratuite, all’ossigeno bruciato dalle troppe, inutili parole, all’ingiustizia folle di sadici tribunali, reagivo indurendo la corazza, chiudendomi nel mio silenzioso digiuno, facendo affiorare un poco di più le ossa da sotto la pelle. Diminuivo la superficie attaccabi-

le. Minimizzavo il peso del mio esistere sulla bilancia oberata dei giorni. Camminavo in bilico sul confine della resistenza, alleggerendo il bagaglio, forse per tenermi pronta all’attacco, forse per avvicinarmi il più possibile all’ipotesi della fuga. Cercavo il nemico e l’alleato tra le schiere nude e spoglie degli specchi di casa, e confondevo il terrore dell’altro e la paura delle ombre che io stessa proiettavo. Era come dover meritare il mio respirare, come dover giustificare il mio esistere. Non avevo vittorie da offrire alla celebrazione pigra degli annali, nessuna rabbia di cartapesta da trasformare in processo mediatico. Non volevo scavare il mio posto nel mondo depredando lo spazio altrui: coraggio e spavento si sposavano in me, e di questa lotta dall’identità confusa, di questa corsa il cui traguardo stava sul confine tra vittoria e sconfitta, l’unica trionfatrice, e dunque l’unica vittima, sarei stata io.


Lo zucchero. Attenua l’amaro e addolcisce il caffè. di Marco Barbieri.

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Il cucchiaino. Rimescola e ribalta il punto di vista.

All’insegna del Tabarro di Elena Guglielmetti. Foto di Diwelligton Tiziani.

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Salute a te, Blanche, sorella mia. Ti scrivo dalla Locanda del Tabarro, in Southwark, dove passerò la notte per avviarmi, insieme a una trentina di pellegrini, verso Canterbury, a rendere omaggio a San Tommaso Becket, che, anche questa volta, ha protetto la mia vita. Ho corso il rischio di non tornare dall’ultima campagna, come dimostra la chiazza bruna che macchia sul petto la mia tunica. L’armatura era solida, ma ha potuto solo smorzare la forza d’urto della punta ostile, non neutralizzarla. Sono però riuscito a battermi fino alla ritirata del nemico e a tornare in patria. Ho in animo di farti visita al mio ritorno. Sono curioso di vedere i miei nipoti: Colin ha ormai l’età di entrare a servizio come scudiero di qualche nobile cavaliere e sono certo che Fiona attrarrà presto un buon marito. Il problema, come intuisci, sarà incontrare il tuo sposo e signore, Lord Stanford. Non ci siamo lasciati in buoni rapporti, a causa dell’antico contenzioso per le terre confinanti. Come sai, la mia proprietà era stata concessa da Edoardo II a nostro padre, con diritto inalienabile di eredità, come testimoniano gli scritti in mio possesso. Ma diciassette anni fa, Lord Stanford partecipò alla presa di Limoges, con

tutto quel che seguì, e la crudezza del suo agire gli valse l’ammirazione di Edoardo, il terribile Principe Nero, il miglior guerriero del mondo conosciuto e il più spietato. Edoardo contestò il mio diritto e, sebbene alla sua morte altri giochi di potere si volsero in mio favore, tuo marito potrebbe ancora privarmi dei miei diritti. Ora, io non ho molti mezzi per sostenere la mia causa e, sebbene sappia quel che mi spetta, vorrei vivere in pace con la tua famiglia. Forse potremmo giungere ad un accordo, sorella mia. So che la tua mite indole può aprire una breccia che potrebbe lentamente diventare pervia a un ragionevole accordo. La tua dolcezza sola può vanificare ogni corazza di duro orgoglio. Blanche, confido in te. Ora, come passerò le brevi ore che mi separano dall’alba? Non dormendo, no, sento che il sonno si è allontanato definitivamente. Dovrò pensare a un racconto per intrattenere i compagni di viaggio, come siamo d’accordo di fare. Conosco una novella che fa al caso, una storia di guerrieri dove Marte e Venere si sfidano e la vittoria verrà data alla Dea dell’amore. Amor vincit omnia, Blanche! Ti prego nuovamente, sii la mia messaggera di pace. A presto. K.


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I fondi di caffè. Dove cercare i segni del futuro.

Il retaggio delle vongole di Federico di Leva. Foto di Marlin Dedaj.

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Ho immaginato il giorno in cui la bellezza non sarà più il discrimine tra le persone, né la chiave che aprirà la porta a chi l’avrà per poi sbatterla in faccia ai brutti. Ho sognato, forse, il giorno in cui non ci saranno più uomini e donne infelici, perché reputati orrendi dalla società, e costretti ad accoppiarsi con altri individui ritenuti brutti, nella silenziosa ed invidiosa ammirazione delle sensuali ostentazioni dei divi, che mai si potranno avere... che mai, di loro, si potrà avere l’aspetto. Non ho immaginato un mondo giusto, capace di riconoscere gli scintillii delle anime ed indifferente a fighe, tette, cazzi, muscoli e buchi del culo. Ho visto un mondo che - anziché scavare al di sotto della flaccida, o tonica, ma comunque mortale corteccia del corpo - sarà spietatamente capace di erigere mura e gusci e barriere, atte a colmare - di finzione e tecnologia - il divario che separerà ciò che saremo condannati ad es-

sere da ciò che saremo condannati a voler essere... Avremo armature che ci faranno da protesi estetica... bare di ferro per persone morte alla bellezza. Di due modelli ce ne saranno: quello che farà, di qualsiasi uomo, un uomo bello. Quello che farà, di qualsiasi donna, una donna bella. Ed ogni uomo sarà un uomo solo, ed ogni donna una donna sola, in questo carcere di costrizioni che avrà per nome quello di Adamo o quello di Eva, e per scopo quello della prostituzione fiera e consapevole. Avremo esoscheletri... avremo conchiglie... Ma solo perché saremo insetti. Molluschi deformi e spaventati dall’essere, tanto da rinchiudersi in morse di bellezza e dovere.


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L’Associazione Culturale Menestrelli di Jorvik e Arabica Fenice® ringraziano il Castello dal Pozzo per aver concesso la possibilità di realizzare lo shooting fotografico all’armatura che avete potuto ammirare tra queste pagine. Per avere maggiori informazioni: www.castellodalpozzo.com

Hanno collaborato alla realizzazione di «Arabica Fenice», prestando il loro valido aiuto ai Menestrelli di Jorvik: Marco Preti, tutti gli amici di Siamo in Onda (www.puntoradio.net) e, in particolare, Loris Fabio Giusti e Fulvio Julita. A loro va il nostro più sincero ringraziamento. «Arabica Fenice» Anno 2 - Registrazione Tribunale di Verbania n. 7 del 02/12/2009. Direttore Responsabile: Giovanni Lucini. Proprietario editore della testata: Federico Di Leva, via IV novembre 5, 28041 Arona (NO). Stampa XType Arti Grafiche. Printed in Italy. © i testi e le foto sono di proprietà dei rispettivi autori e non possono essere adoperati senza il loro esplicito consenso. Arabica Fenice® è un marchio registrato di Federico Di Leva (che ne consente ai Menestrelli di Jorvik il completo utilizzo). Qualsiasi uso del marchio Arabica Fenice® o di segni simili senza il consenso del proprietario costituisce un atto illecito.


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