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il bimestrale culturale dei menestrelli di jorvik

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Arabica Fenice è strutturata intorno ad un tema e si articola in 13 sezioni: il Bicchier d’Acqua è la citazione che determina il tema, e può essere di ispirazione letteraria, artistica, cinematografica, musicale. Il Piattino è un saggio, che spiega i presupposti su cui si fonda la trattazione del tema. La Tazzina è l’editoriale, con cui la Redazione presenta il proprio punto di vista. Il Chicco di Caffè è un testo in cui l’espressione letteraria si concentra in poesie, aforismi, brevi prose. La Polvere è un testo evocativo del passato. L’Aroma è il brano più poetico ed evanescente. Il Caffè è il racconto principale, che guida e determina tutti gli altri. La Correzione è un testo spiritoso e ironico. Il Latte non ha un taglio: è il testo scritto da un ospite. Il Cioccolatino approfondisce l’interpretazione del Caffè. Lo Zucchero è una vignetta. Il Cucchiaino è il rovesciamento del Caffè: lo rimescola trattando un punto di vista opposto. I Fondi di Caffè guardano al futuro.

Foto di Cristina De Micheli


Pa u r e

Il bicchier d’acqua. Prepara il palato al gusto del caffè. “I will show you fear in a handful of dust” “Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere” (T.S. Eliot)


Il piattino. A supporto e sostegno di tutto il resto.

Fear no more di Elena Guglielmetti. Foto di Marta Rizzato.

Quando Clarissa Dalloway, noto personaggio woolfiano, si lasciava sedurre nella sua fluttuante coscienza da due versi del canto funebre del Cymbeline, chissà se la sua autrice era consapevole di quanto essi esprimessero poeticamente il suo oscuro desiderio di morte, quella pulsione combattuta e infine vittoriosa che l’avrebbe portata al suicidio: 02

“Fear no more the heat o’ the sun Nor the furious winter rages” (Non temere più il calore del sole né le furiose rabbie invernali) Certo quelle parole avranno trovato il loro tragico correlativo oggettivo nella Londra devastata del 1941, dove le macerie di cuori, menti e cose impedivano alla matura scrittrice di nutrire una qualche speranza di sentirsi meglio, lei, così provata da crolli nervosi. E l’ossessiva paura di impazzire forse lasciava appena riecheggiare le meste, tranquilliz-

zanti cadenze shakespeariane che l’avrebbero accompagnata, inesorabilmente suadenti, nelle acque del fiume Ouse, dove Virginia scelse di annegare. “Fear no more...”. Però, che Guiderius e Arviragus, ignari fratelli di Imogen apparentemente morta sotto sembianze maschili, le cantino un lamento funebre che inizi con le parole “Non temere più il calore del sole” suona contraddittorio nel tessuto simbolico della commedia. Infatti i due fratelli e Belarius, che essi ritengono il loro vero padre, iniziano il giorno in adorazione del sole, secondo le pie tradizioni britanniche e, del resto, “gli occhi dell’uom cercan morendo / il Sole” perché, da sempre, nell’archetipo umano, la nostra stella è associata alla vita. Dunque, “Non temere più il sole” significa “Non avere più ragione di temere la vita”. Perché esiste, ed è assai diffusa, la paura di vivere. Forse risulta meno definibile del suo doppio, la paura


di morire, oppure risulta meno comprensibile o richiede un atto di consapevole volontà e di coraggio per essere vinta. Chissà che proprio da quella non derivi la congerie di fobie che accompagnano l’esistenza umana, quelle alterazioni della normalità che trasferiscono in modo compensatorio e mistificante, su oggetti o situazioni innocue, il malessere interiore derivante da altre cause. C’è però chi dice che la paura primigenia, alla quale tutte le altre si rapportano, sia la paura della morte. C’è chi pensa che la paura paralizzi la mente, chi la considera una delle principali molle dell’agire. Viene facile pensare a una madre iperprotettiva nei confronti del suo bimbo, ma si potrebbero anche suggerire gli arsenali che le potenze del mondo allestiscono a scopo difensivo. Probabilmente c’è molta ragione nel supporre che l’azione contrasti la paura e l’inattività la amplifichi. Un modo per esorcizzare le paure è, certo, dar loro forma verbale, artistica. Ecco di seguito delle proposte atte a suscitare variegate risonanze in chi legge.

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La tazzina. Il contenitore che unisce e raccoglie.

Come se niente fosse di Federico Ruysch per i Menestrelli di Jorvik.

C’è una storia che mi è sempre piaciuta e che, in qualche modo, ho sempre legato ad una delle tante possibili interpretazioni della paura. La lessi in un testo di filosofia buddista, e diceva pressappoco così:

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Un giorno, in un villaggio, arrivò la guerra. Tutti fuggirono, dalle case in fiamme, davanti alla furia dei soldati. Scapparono i soldati, i cittadini, i mercanti, le prostitute, e persino i monaci. Soltanto il loro maestro rimase, al centro della sala, con le gambe incrociate e gli occhi chiusi, assorto in meditazione. I soldati entrarono nel monastero ed uno, stagliandosi innanzi al maestro, disse: “Mediti, pazzo? E a che scopo? Non sai che con questa katana potrei ammazzarti come se niente fosse?”. Il Maestro aprì gli occhi, e rispose: “E tu non sai che io potrei morire come se niente fosse?”. La storia ha un seguito, e non vi dirò

qual è. Quello che credo importi, in tutto questo, è l’assenza di paura. Non il risultato o lo scopo verso il quale ci può guidare. Perché, non avere paura, è non avere più scopi o ostacoli. Niente obiettivi e niente fallimenti. Sedere in meditazione, nel terrore, è smettere di fuggire e, paradossalmente, è anche smettere di restare impietriti davanti allo scorrere impietoso del tempo. Uscire dalla paura, attraverso la meditazione, la Letteratura, l’ispirazione o l’illuminazione, è non credere più nella morte come limite e, nel contempo, è non adoperare più il timor mortis come sprone all’azione. È agire per agire. È libertà. La stessa libertà che ci siamo presi nel descrivere, in questa arabica 15, alcune sfaccettature di un sentimento così complesso. Ora tocca a voi addentrarvi tra queste pagine. Dunque, buona lettura e... coraggio!


Il chicco. Concentra la nostra essenza.

Epitaffio di Carlo Lottek Landriscina. a Jorge Luis Borges La tua tomba è il monito irridente al vaniloquio di Pietro, la risposta di un re nomade al bolso tremore di un mercante tirreno. Una stele bianca e sette guerrieri lanciati all’assalto di un nemico più forte. Poi un’iscrizione And ne forhtedon na - che in sassone sentenzia Giammai con timore. E ancora due date, e un nome. Nulla più. Hai contemplato la morte letteraria e poi, piano piano, con gli occhi che scoloravano, sei entrato nella morte vera, quella dove non esistono la rosa gialla, l’altra tigre e la luna, sempiterna compagna di Endimione. Non hai mai avuto paura della Mietitrice - ci hai insegnato a non temerla come faranno PER SEMPRE i tuoi sette guerrieri scolpiti nella pietra - ma di quello che ti avrebbe tolto. E che ci toglierà.

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La polvere. Dove cercare i granelli del passato.

La paura della morte di Sara Soukri. Foto di Marlin Dedaj.

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C’era una volta un uomo che aveva paura di morire. Ma, detto così, non rende minimamente l’idea. Quindi proverò a raccontarvi delle sue preoccupazioni - che potrebbero apparire eccessive a uno sguardo distratto - in modo più dettagliato. Ebbene, quest’uomo era convinto di essere in possesso di una facoltà straordinaria: saper apprezzare la vita sotto un aspetto che solo a lui e a pochissimi altri era dato di vedere e riconoscere. È difficile spiegare quale fosse questa particolarità. Per questo vi voglio parlare della sua paura, in modo che il tutto si renda comprensibile da sé fra una riga e l’altra. L’uomo possedeva cinque taccuini, quattro dei quali, quando morì, furono lasciati in eredità ai suoi tre nipoti. Cosa ne fecero non ha importanza, o, almeno, non per voi, perché la rimanente parte di tutte le mezze questioni di cui ho disseminato questa pagina risiede quasi interamente nel contenuto dei suddetti: riflessioni. Una sera di metà gennaio, a due mesi dal sessantaquattresimo complean-

no di quell’uomo, al termine di una violenta discussione con la moglie, conclusasi con l’allontanamento di lui dalla stanza, un taccuino, che era nero e anonimo e aveva i bordi leggermente smussati, finì nel fuoco scoppiettante del caminetto in soggiorno. Le scuse della donna non furono nemmeno udite. Infatti, quando la porta della camera da letto venne sfondata, alcune ore dopo che era stata chiusa a chiave, l’uomo pendeva per il collo da uno dei cordoni strappati dal letto a baldacchino in cui era solito dormire con la consorte. In eredità ai nipoti, come ho detto, lasciò quattro dei suoi taccuini ed i pensieri che abitavano le loro pagine. È tutto qui. Eccovi finalmente svelata la natura della paura di quell’uomo. Non mi è stato possibile denominarla semplicemente nero su bianco (avrete certamente compreso il perché ritengo “paura della morte” una vaga etichetta), ma il concetto appare chiaro come il sole. Anche se, ora che ci penso, una definizione più chiara esiste: “paura dell’oblio”.


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L’aroma. Il profumo che evoca senza mostrare.

Un paura di Bruna De Battisti. Foto di Diwellington Tiziani.

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“Non abbiate paura”. Quando cadi e ti fai male, molto male, il dolore è tale da non poter quantificare l’entità del danno. Capisci solo che in queste condizioni non puoi andare avanti a lungo ma, ciò nonostante, taci, non ti lamenti, non urli e non piangi. Ti rialzi alla svelta, spolverando i vestiti affinché non resti alcuna traccia visibile della caduta. E, allora, che cosa sei? Uno stupido? Un coraggioso? Un presuntuoso che crede di potercela fare sempre da solo? Niente di tutto ciò; sei soltanto “un Paura”. Un uomo plasmato a forma di terrore. Un Paura che, se gli altri se ne dovessero accorgere, potrebbero scoprire e pensare che hai anche tu qualcosa che non va. È un Paura quello che ha paura di esser confuso con quelli che mollano, che sono tristi, e che,

in seguito a scelte sbagliate, non sono in grado di gestire la vita. È un Paura che crede, anzi presume, di essere qualcosa di meglio. Uno che, se da fuori si vede che dentro è crollato... poi chissà cosa succede. È un Paura che, se si dovessero accorgere che non è perfetto, lo si getterebbe giù dalla rupe. Uno al quale non si perdona di non essere più il lato buono delle cose: la bimba docile, il ragazzo che non dà pensieri, la figlia giudiziosa, l’amico giusto, l’uomo determinato. È un Paura quello che, se smettesse di essere tutto questo, sarebbero davvero in troppi ad accusarne il contraccolpo, perché cadendo porterebbe con sé molti di quei sostegni che generosamente aveva elargito: l’effetto domino sarebbe garantito. E, un Paura, non lo sa davvero


se è in grado di sopportare le conseguenze di una simile reazione a catena. Infatti è un Paura quello che presume di essere importante, non poi così tanto, ma quel che basta da non potersi permettere di cadere. Quando sei così, non sei nemmeno capace di verbalizzare tutta questa apprensione. Rimane dentro: si agita. Si agita così tanto da rendere assolutamente precario ogni instabile equilibrio. Si agita perché vuole uscire, reclama il suo diritto a prendere forma. L’essere un Paura esiste e pretende che il mondo se ne accorga. È violento a volte, e non smette mai di pulsare, di agitarsi e agitarti, ti sfinisce di mille parole mai dette che diventano pensieri continui e martellanti nella tua testa, non ti fanno dormire con quel frastuono che fanno. Se non gli dai retta poi persistono, fanno sempre più rumore, tanto che un po’ alla volta ti passa anche la voglia di mangiare, e l’unico mezzo che hai a disposizione per

non sentirli, almeno per un po’, è fare. Se agisci non pensi. Non più di tanto. Dentro e in solitudine la disperazione, fuori e in compagnia una roccia. Vivi imprigionato in una corazza di simulato coraggio ricolma di sconfinata Paura. Paura e Coraggio coabitano e lavorano assieme alla tua distruzione. Paura ti sgretola dall’interno e coraggio si impegna all’esterno, lavora sul fisico consumando ogni grammo di energia. Poi arriva il momento, unico ed improvviso: nessuna premeditazione, agisci senza pensare. Una forza sconosciuta ti pervade, attinta dall’istinto di conservazione e, prima che sia troppo tardi, apri la porta ed ordini: “Paura, Coraggio: fuori”. Non puoi più occuparti di ciò che Paura dice nascondendoti dietro Coraggio. Adesso basta. Loro escono senza indugiare, sanno capire quando è il momento di accomiatarsi, si muovono lenti e si mettono lì di fianco, ti guardano, ancora un po’ increduli, e nel contem-

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po speranzosi. Sei così stanca e loro lo sanno, ti senti un po’ sola senza di loro, li guardi ma è la debolezza di un attimo, li conosci così bene, in fondo sono fidati, quasi li fai entrare di nuovo. Ma, no. Non c’è più spazio. Ormai non c’è più possibilità alcuna se non quella dello sgombero seguito da un lento ma inesorabile lavoro di ristrutturazione. Rinnovare, ristrutturare, si sa, sono attività impegnative, anche quando palesemente inevitabili, costano. Costano voglia di ricominciare che, prima ancora, costa coraggio e determinazione assoluta. Tu, stanca come sei, devi trovare tutti questi finanziamenti, e per di più non riesci nemmeno a ricordare dove hai messo i tuoi risparmi di grinta, li hai nascosti così bene, ignorati così a lungo che il solo cercarli è quantomeno difficoltoso. Ti chiedi se si riuscirai a trovarne a sufficienza per coprire tutti i costi. La fonte a cui attingere è esigente, richiede garanzie di autostima e deter-

minazione, esige che sia tu in prima persona a crederci e soprattutto che tu abbia chiuso definitivamente con Paura ed evoluto il rapporto con Coraggio, con quello vero. Se riesci in questa impresa succede che tutti quei pensieri che ti affollavano rumorosamente la mente inizino a prendere forma, diventando parole. Le mostri timidamente a qualcuno che abbia già capito, già pagato i suoi debiti diventando sufficientemente forte da poterti ascoltare. Le sue orecchie e la sua anima sanno sentire e vedere, valutano senza giudicare, e senti che puoi fidarti. E, finalmente, quando l’ultima onda ha raggiunto la riva, dopo mesi di insonnia ti addormenti, prima delle tre, e senza sveglie intermedie ad intervalli di venti minuti, dormi ed è già mattina. E al mattino sei sola, senti una rassicurante assenza che l’opera di rinnovo ha portato con sé. La paura non esiste. Non esiste più.


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Il caffè. L’anima dell’Arabica Fenice.

Demone di Gloria Bolchini. Foto di Marlin Dedaj.

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Le strade di quella nuova città erano umide e affollate, sapevano di fumo, di freddo, di ruggine. Friedrich Lund camminava in fretta, guardandosi attorno nervosamente, cercando con furia quel volto in mezzo ai visi anonimi delle persone che gli sfrecciavano accanto senza far caso a lui. I venditori ambulanti iniziavano a ritirare la propria merce dalle bancarelle e il timido sole di novembre si apprestava a sparire dietro quell’orizzonte di palazzi e lampioni. Nel tempo, Friedrich Lund aveva imparato ad essere un’ombra: era diventato una figura sbiadita, una macchia grigia d’asfalto, un sussurro del vento; nessuno mai lo vedeva o cercava il suo sguardo, la gente per strada non si scansava al suo passaggio, non esistevano amici che gli potessero giurare lealtà, né luoghi ai quali lui si sentisse legato. Non gli apparteneva più nemmeno il proprio nome: quello che portava ora era posticcio, fasullo, letto su un qualche giornale tempo addietro; il nome che

i suoi genitori gli avevano dato se lo era dimenticato ormai da molto, moltissimo tempo. Friedrich Lund scappava. Scappava da quando mesi, anni, secoli prima, in un pomeriggio di fine estate, aveva incontrato per la prima volta il Demone. Era appena un ragazzo, allora. Di quel giorno ricordava le lacrime di sua madre, il silenzio duro di suo padre, il volto esangue di suo fratello che giaceva sul cuscino bianco. Ricordava di essere uscito correndo dalla stanza, dalla casa, ricordava di non aver smesso di correre fino a che il fiato non gli era mancato e le gambe non avevano ceduto. E, proprio in quel momento, all’ombra di un albero, gli era apparso il Demone. Gli aveva sorriso, lo aveva invitato a raggiungerlo sotto quelle fronde verdi, facendogli cenno, con gli artigli, di avvicinarsi. Questo era l’ultimo ricordo che Friedrich Lund possedeva, l’unica memoria che lo tenesse ancorato al terreno sul quale ora stava cam-


minando. Da quel giorno l’uomo non aveva fatto altro che viaggiare di città in città, di stazione in stazione, da un aereo all’altro, senza mai fermarsi, senza mai voltarsi indietro; il Demone, però, per quanto lui fuggisse, riusciva sempre a raggiungerlo, e ogni volta che Friedrich Lund si guardava attorno, lo vedeva sempre lì, intento a sorridergli, ad invitarlo ad avvicinarsi. «Vuoi che ti legga la mano?». Friedrich Lund si fermò di colpo. Si guardò attorno, spaventato, e si avvide che la propria corsa era terminata in un vicolo cieco. Non c’era traccia del Demone: ad aver parlato doveva essere stata la vecchia zingara vestita di stracci, seduta sul ciglio della strada. «Vuoi che ti legga la mano?», ripeté lei, facendo sibilare le parole dalle fessure tra i suoi denti guasti. Lui non rispose. Non aveva idea di cosa dire, né di come dirlo: era trascorso troppo tempo dall’ultima volta che aveva parlato con qualcuno. L’ansia, la sua vecchia compagna che gli divorava l’anima ogni giorno, si fece di nuovo sentire, e lo spronò ad andarsene. Eppure, Friedrich Lund non si mosse. Alla fine del vicolo, proprio sull’imboccatura della strada, era

riapparso. Lo fissava con espressione dolce, sorridendo e mostrando gli artigli. Aspettava solo lui, non aveva fretta, sapeva che ormai la sua preda non aveva scampo. «Vuoi che ti legga la mano?». Friedrich Lund crollò a terra proprio davanti alla zingara, tremando. Allungò il braccio in direzione della vecchia, chiuse gli occhi e attese, sperando che lei gli dicesse che una via d’uscita c’era, che poteva ancora scappare. «Ti aggrappi alla vita senza vivere», sibilò la zingara, scrutandogli il palmo. Friedrich Lund attese, inerme, il resto del responso, ma questo non arrivò. Il silenzio che seguì gli fu quasi insopportabile. Riaprì gli occhi, impaziente e sconfortato, e vide che il volto del Demone aveva preso il posto di quello della donna. Continuava a sorridergli, trionfante. Aveva vinto. Friedrich Lund sospirò, e si sentì all’improvviso svuotato di ogni emozione. Era in trappola. «Sei pronto, ora?», domandò il Demone. L’altro annuì lentamente, quindi chiuse di nuovo gli occhi. Quel giorno di novembre, nel sudicio vicolo di una città anonima, l’ombra di Friedrich Lund si abbandonò alla propria vita.

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La correzione. Aggiunge una goccia di spirito al nostro caffè.

Sincopi e acciaccature di Viola Forcherio.

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Al bar del conservatorio si sentono le storie più inverosimili, quasi a testimoniare che il calibrato universo dell’armonia e della divina scintilla di Euterpe si fa largo a forza tra gli uomini e negli uomini. Riporto fedelmente le parole del mio amico Jean, che, per quanto assurde e bizzarre, devono corrispondere a verità: Jean è fagottista, e non mentire mai è inciso a fuoco nell’etica dei fagottisti. Vitalija Nabokov’na era una soprano la cui famiglia - un crogiuolo di nazionalità russa, polacca, estone e francese – si era riunita al completo su suolo parigino per spianare la strada, presumibilmente lastricata d’oro, allo strabiliante talento sbocciato con la pubertà della secondogenita. Giovanissima, il suo timbro sonoro e squillante già cesellava fraseggi con brillantezza e facilità impensabili per un’ugola acerba, e una rapida ascesa sembrava scontata; non fosse stato che, con la dote canora, Vitalija aveva ereditato

anche una ciclopica insicurezza e un pari imbarazzo nel mettersi in mostra. Un timor sacro di invadere troppo gli altrui spazi visivi e sonori che aveva raggiunto l’apice la volta in cui la giovane, non resistendo alla tensione, era scappata nel mezzo di un’esibizione per un concorso internazionale. La famiglia, che vide i propri sogni di gloria artistica e benessere un po’ più terreno infrangersi in una pioggia di schegge, si risolse a far sparire dalle scene e dagli occhi del mondo il gracile pulcino per restituire un fiero usignolo impettito. Il Gran concerto del 28 ottobre – tra i sostenitori si mormorava da mesi di terapie psicanalitiche sperimentali, improbabili sedute ipnotiche, guru indiani e persino di uno stregone pigmeo calvo e sordomuto – doveva segnare il ritorno di Vitalija Nabokov’na: la promessa, il fiore sbocciato in seno alla tempesta. Nella sala la curiosità serpeggiava tra i colli allungati degli ammiratori e i gesti posati


delle autorità. I tiepidi applausi all’ingresso del direttore si gonfiarono all’improvviso fragorosi quando l’apparizione si materializzò in tutto il suo splendore. Era lei? Era lei! Una lei più scintillante, non più vergognosa e braccata dal timore, ma nobile e sicura. Incedeva aggraziata dal fondo zigzagando tra gli orchestrali. Un mugolio dolorante proruppe da un piede della quarta fila di leggii; o meglio, dal cornista affetto da alluce valgo proprietario del suddetto piede, che era appena rimasto vittima del tacco della solista e stava giusto tentando di trattenere le lacrime. Vitalija, del tutto inconsapevole, aveva proseguito a mento un po’ troppo alto. Era davvero splendida. La famiglia aveva sì restituito al mondo una voce che era una gemma pura e di taglio finissimo, ma ne aveva lucidato e impreziosito il castone così che rifulgesse in maniera più ordinata e meno accecante. Cosa che invece i pesanti gioielli della soprano si rifiutavano di fare: il loro luccichio aveva un effetto stordente, tanto che gli spettatori erano costretti a fingere di rasset-

tarsi i lembi degli abiti o di ammirare l’effetto complessivo dell’orchestra per distogliere lo sguardo. Chi non si curava affatto degli occhi, quanto del cuore, era Adrien, storico pretendente di Vitalija. Dopo lungo digiuno, si stava dissetando alla vista della sua adorata, così fuori di sé da essersi letteralmente arrampicato sul parapetto della galleria, annaspante nella gioia, a tal punto orbo da non accorgersi che una sbarra di ottone a sezione circolare non è esattamente il sostegno più adatto al peso di un uomo adulto, innamorato e per di più vestito con scarpe eleganti... A detta di Jean, il concerto fu comunque un successo, malgrado nel foyer lo scialle di Vitalija si fosse impigliato e avesse trascinato dietro a sé l’acconciatura della moglie del proconsole tedesco... Per sconfiggere l’ansia da palcoscenico si può passar sopra persino ad uno zoppo, un cuore spezzato assieme ad un femore e un incidente diplomatico!

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Il latte. Macchia il nostro caffè di un colore diverso.

All’ombra dei baobab di Federico Francesco Ferrero. Foto di Marta Rizzato.

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C’è qualcosa che non funziona in quell’albero piantato all’incontrario in mezzo al lago. Le radici guardano il cielo e la chioma è tuffata nell’acqua densa e scura. Guardo meglio. L’albero al contrario ha dei fiori bianchi. Si muovono. Volano via. Sono uccelli posati sui rami del baobab, che si levano per l’ultimo volo prima del tramonto. Indovino una vita sotto alla crosta liquida del barrage che raccoglie l’acqua piovana in mezzo alla brousse, nel centro più remoto dell’Africa più povera e nera. Proseguiamo a piedi indovinando la strada dal suono dei tamburi. Grida d’uccelli e fruscii di bestie accompagnano la nostra marcia silenziosa, fino alle luci del villaggio. L’uomo-medicina-bianco è venuto a visitare una donna gravemente ammalata, dopo che lo sciamano locale ha decretato l’inevitabile. Il villaggio è formato da una decina di piccole capanne di fango, con il tetto di paglia di miglio. Le capanne sono disposte in cerchio e collegate da un muretto, anch’esso di fango, alto due spanne, che trattiene le poche capre,

magrissime, solo grazie alla loro stessa indolenza. Michel solleva la mano destra con il palmo aperto rivolto verso l’uomo che ci accoglie sulla soglia del recinto. Porta la sua mano sinistra sotto al gomito, a sorreggere l’arto sollevato. Incurva impercettibilmente la schiena e pronuncia lento: “Laa-fì. Laa-fì bè mè – pace, la pace sia con te”. L’uomo risponde esagerando il gesto col capo. Bambini, con le pance troppo gonfie per essere piene, corrono scalzi e nudi dappertutto, le donne si piegano sulle anche fino a portare la testa quasi a terra e procedono a ritroso di fronte a me che avanzo lento. Il piccolo corteo si apre di fronte a una tettoia di canne e, coperto da una mezza pelle di leopardo e vestito di un boubou colorato, lungo fino alle caviglie, il capo villaggio ci aspetta in piedi, di fronte a quattro sedie di legno e pelle di zebù. Michel tocca con la sua testa quella dello chef e io rispondo al saluto “Laa-fi”, presto tradotto in “Ça va?”, “Bonsoir”. Chiedo a Michel sottovoce dove sia la donna che siamo venuti a


visitare, ma lui mi fa cenno di sedere in silenzio sulla sedia rimasta vuota, tra lui e il capo. Al fuoco di un paio di lanterne vedo le donne, che hanno sparso a terra i chicchi di miglio, li scelgono dalle formiche. Una giovane dai seni già svuotati spinge una pietra ritmicamente avanti e indietro, mentre il mucchio di farina cresce lento di fronte a lei. Tutti tacciono, perfino gli animali, aspettando le parole del capo. Una donna cammina accovacciata e porta una mezza zucca. Beve un sorso dal calebas per mostrare che non contiene un liquido avvelenato, e lo porge al capo. Il capo lo passa a Michel. Michel lo passa a me. Alle labbra arriva un liquido fresco, una rarità in quella calura, che lascia in bocca il sapore piccante dello zenzero e la consistenza sabbiosa della farina di miglio: è lo Joo-on Koom, la bevanda di benvenuto. Il capo parla in francese e mi chiede se in Italia fa freddo, se c’è la neve, quante ore di aereo ci vanno per raggiungerla, se le persone sono felici. Il calebas continua a passare tra le nostre mani, finché resta una goccia di liquido, e le conversazioni si attorcigliano lente, intervallate da lunghi silenzi e sguardi all’orizzonte. Sono passate tre ore. Ci alziamo e mi portano in una capanna buia e calda, dove su una stuoia è sdraiata la mia

paziente, ormai morta, e per cui comunque non avrei potuto fare nulla. Ma nel villaggio sono grati per la mia visita, che non è venuta a prolungare la vita ma a omaggiare la morte. Mi regalano, in un panno, To e Zeeng-do, per me e la mia famiglia: polenta di miglio calda e sugo di foglie di baobab. Iniziano le danze perché la morte non fa paura nell’Africa nera. Fa parte del ciclo delle stagioni, del sorgere e del tramontare del sole, in una cultura che bada molto al qui e ora. Mi guardo attorno. In questo villaggio senza oggetti, non manca mai il sorriso. Una smorfia d’angoscia domina invece le nostre vite popolate di paure. E tutte le nostre paure sono figlie della grande paura: quella della morte. E allora, come Dorian Gray, cerchiamo di esorcizzare l’orrore dell’ignoto aggrappandoci agli oggetti, improbabili zavorre verso il presente di una vita che decliniamo tutta al futuro. La crisi ci atterrisce perché ci toglie il conforto del poter comprare. E siamo stati educati a comprare proprio per la paura, un giorno, di non essere più; mentre in realtà abbiamo paura di essere, oggi. Perché la paura dell’uomo bianco è quella di vivere. E questo, all’ombra dei baobab, lo sanno molto bene. E per questo, loro, non hanno paura di noi. Ci considerano solo molto arretrati.

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Il cioccolatino. Esalta e rafforza il sapore del caffè.

Da un capo all’altro di Agnese Negrini.

Mi chiedo se tu l’abbia mai vissuta, la vertigine. La vertigine che ho provato io, sull’orlo di quella scogliera. L’hai mai visto, il mare, lì, sotto ai tuoi piedi? Arrabbiato, furioso, che allunga le sue onde verso di te? Marosi rabbiosi che s’infrangono, si sfracellano, per la foga con cui si abbattono sugli scogli, cercando di raggiungerti, per trascinarti giù, per gettare le tue molli membra in pasto a quelle fauci di roccia affilata. Hai mai udito il mare sublime chiamarti, con le urla delle onde rivoltose? Hai mai sentito i suoi artigli di vento marino afferrarti, attirarti in quella mortale culla d’acqua? La sua lingua bianca di salsedine sussurrarti all’orecchio che non devi preoccuparti, non sentirai nulla, che sarà come scivolare, lasciarsi andare in un lungo sonno eterno dal quale nessun grido ti sveglierà, dove nessun dolore ti pungerà, dove nessun incubo di turberà? Hai mai ascoltato il canto d’invisibili sirene sedurti con promesse di pace incorruttibile,

là, su quel fondale dove nasce la loro voce? Hai mai lasciato che lo sguardo si tuffasse sugli scogli sotto di te, l’hai mai scagliato lì, su quel tagliente inferno? A strisciare lacerandosi, spezzato e dilaniato dalla caduta? Hai mai permesso a un’onda di scaraventarlo, infine, sulla parete della scogliera, per poi abbandonarlo lì, squarciato, in attesa che il mare lo sbrani, e ne divori fino all’ultimo brandello di vita? Dimmi, hai mai provato tutto questo? E non mi guardare con quegli occhi turbati. Allontana da me quello sguardo stucchevole di compassione. Non voglio la tua pietà, non voglio la tua insulsa quanto inutile offerta d’aiuto. Ti credi libero da tutto questo, tu? Ti credi ancora puro con il tuo cuore tranquillo, mite? Credi che basti non disturbarla, la morte, perché lei non pensi a te, mentre tu non pensi a lei? Non basta non averci mai pensato, per essere salvo. Quanto sei stolto, poi, a chiedermi

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questo. Quanto sei ingenuo, a chiedermi se avessi paura. No, non ne avevo di paura, su quella scogliera. Ma, soprattutto, sai perché sbagli? Perché tu, misero uomo, sei così ottenebrato dall’orrore della morte, sei così terrorizzato, così immobilizzato dai tuoi timori, che non hai mai nemmeno osato avvicinarti alla vita! Puoi capirlo? Dimmi, puoi capirlo tutto ciò? Ho dovuto vivere, per desiderare di uccidermi.

sciarla, dopo ogni sforzo, quando sei sfinito, quando sei ridotto all’ombra dell’umano che eri, allora, solo allora la vita, quella bastarda, quell’amante magnifica che non ti verrà mai a noia, ti fa voltare.

Ti rivelerò un segreto in più. Non è stata la paura della vita, la più ardua da sconfiggere. E nemmeno quella della morte: non è stato il percorso più faticoso della mia esistenza, quello per giungere al culmine di quella scogliera. No. E scusami, se sorrido un po’, mentre ti racconto questo. Scusa se mi si piegano le labbra in questa smorfia amara. La vita è davvero ironica con noi uomini, sai? Se il tempo è un fanciullo che gioca a dadi, lei non è da meno. Sai, il suo gioco non finisce mai. E lo realizzi solo quando, dopo aver amato con passione dirompente la vita, dopo aver tentato con le lacrime, con le grida, con il sangue di la-

Ed è la più folle che io abbia mai provato. La paura, assurda, incomprensibile, incredibilmente forte, di tornare a vivere. Di lasciare quella scogliera, di dare le spalle a quel mare così seducente. L’unica paura di fronte alla quale ho temuto di fallire è stata quella di rinunciare alla morte, poiché sapevo di non poter tornare a ciò che avevo abbandonato salendo la scogliera. E ora, mentre cerco di spiegarti questo, la mia mente già si chiede quale sarà la prossima paura. Quale sarà il prossimo gioco della vita.

Un ultimo sguardo, pensi. E sarà quell’ultimo sguardo a riaccendere il desiderio, ma con lui anche la paura. Paura, sì. Resta ancora della paura, dopo la vita e dopo la morte.

Non ridi anche tu, ora, dell’ironia della vita?


Lo zucchero. Attenua l’amaro e addolcisce il caffè. di Lenaart.


Il cucchiaino. Rimescola e ribalta il punto di vista.

Il salto di Elena Neri. Foto di Marco Fiorina.

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Era ebreo. Nero. Pianista. Gay. Ed era acrofobico. Per le prime tre questioni non poteva fare niente: allontanare la xenofobia e il disgusto era quasi impossibile per Abraham, il cui solo nome svelava la natura della sua fede, la chiara appartenenza ad un’etnia in Occidente considerata maligna o, peggio, inferiore sino a qualche decennio prima. Quanto alle sue inclinazioni sessuali, ormai si sarebbe saputo anche di quelle. Ma per la sua incondizionata paura delle altezze poteva fare qualcosa. Se ne rendeva conto mentre ammirava, dall’orlo di una scogliera, il mare, venti metri sotto di lui. Sì, avete capito bene: voleva buttarsi. E non vi stupirete se vi dico che mentre se ne stava con le ginocchia tremanti, lottando contro la paura e l’istinto di conservazione che, udite udite, hanno anche i gay, i neri, gli ebrei e i pianisti - aveva ben chiaro il motivo del suo accanimento contro

il proprio subconscio - che non gli permetteva nemmeno di sporgersi da un balcone al secondo piano - e contro il mondo esterno, che tanto lo ripudiava, provando per lui un misto di ribrezzo e di odio. Fino a quel momento aveva condotto una vita al pianoforte, lasciando che lo strumento epurasse le asprezze del suo mondo e rendesse più accettabile la sua presenza a feste e matrimoni. Finché i clienti dei club di jazzisti non avessero scoperto che era gay e gli invitati alle cerimonie cattoliche non avessero saputo che era gay ed ebreo, sarebbe riuscito a far accettare la sua pelle scura. Sino a che non gli era stato fatto carico persino del fardello dell’amore. Lo aveva incontrato anni prima, a scuola. Lo vedeva passare per i corridoi solo, con gli occhi azzurri che riflettevano una misteriosa malinconia. Ma non era mai riuscito a parlarci neanche una volta, né a sa-


pere il suo nome o il paese nel quale viveva. Poi, finito il liceo, le loro strade si erano divise e Abraham si era arreso all’idea di trovare un altro Apollo cui dedicare segretamente la sua musica. La vita lo trascinò in un turbine d’impegni, omissioni e piccole bugie, perché non poteva permettersi di non lavorare: i suoi non erano solo ebrei, ma ebrei poveri. Il giovane non si sapeva spiegare le sue numerose sfortune, se non convincendosi, con amara ironia, di impersonare, per un qualche allineamento astrale verificatosi al momento della sua nascita, l’apoteosi della sfiga. Una sera, anni dopo, rivide Apollo. Il ragazzo dal volto triste si era trasformato in un uomo sicuro di sé, accattivante, fascinoso. Aveva sempre la battuta pronta. Dava l’impressione di saper parlare di qualsiasi argomento. Era, come sempre, circondato dall’ammirazione di tutti, e soprattutto delle donne; anche se non sembrava che questo avesse su di lui alcun effetto. Così nacque in Abraham un barlume

di speranza che l’amato fosse come lui. E alla fine, appagando ogni sua speranza, si accostò al bancone e gli rivolse la parola. Mentre i bicchieri di vino si susseguivano, Abraham riusciva ad essere brioso e brillante, passando dalle banalità alla politica, dalla moda all’economia; si sentiva sempre più disinibito e sicuro dei propri sentimenti. Intuiva che l’altro non lo avesse avvicinato solo per fare amicizia, per i gesti, le occhiate quasi prepotenti, dritte nei suoi occhi, che parevano sondargli l’anima. In quei momenti, Abraham abbassava lo sguardo, arrossiva, e la voce gli si rompeva in gola. Gli sembrava di essere troppo al centro dell’attenzione e la cosa lo turbava; ma questo all’altro sembrava piacere ancora di più, e dunque inclinava la testa e rideva piano. Così, incoraggiato dalle sue labbra dischiuse, Abraham, reso impavido dal vino, alla fine cedette al desiderio, e lo baciò. L’altro rimase immobile, senza dire o fare nulla né per scacciarlo, né per invogliarlo a continuare. Tutto quello che Abraham riuscì

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a fare, fu scappare alla svelta dal locale assieme alla vergogna per quell’azione temeraria, e lasciando un conto da pagare. Il suo aspetto accendeva la diffidenza degli xenofobi. La sua fede si portava dietro la zavorra di duemila anni di persecuzioni. Le sue inclinazioni sessuali creavano disgusto sul volto della gente. Ma che cosa aveva fatto di male? Perché doveva sempre trovarsi ad affogare nell’autocommiserazione, quando non aveva mosso un dito per essere odiato dagli altri? Perché doveva soffocare il proprio amore per compiacere una massa di persone intolleranti, che lo avrebbero accettato solo se si fosse omologato e avesse cessato di essere Abraham? Sentiva il desiderio sfrenato di fare qualcosa d’insensato e temerario. Non poteva fare niente contro la fobia che gli altri nutrivano nei suoi confronti, e neppure contro il proprio incondizionato terrore per le altezze e gli abissi del mare... se non sfidare questa sua paura. Gettandosi dalla scogliera, avrebbe sfidato in un duello temerario non la propria paura, ma la Paura stessa. Tuttavia avreste dovuto vederlo là, al

tramonto, a venti metri dall’acqua, a rendersi conto di quanto azione ed intenzioni potessero essere distanti. Ogni cosa perse peso. Persino la sua stessa esistenza non aveva più importanza. A quel punto sentì di potersi librare nell’aria come una piuma. Non sarebbe mai caduto in acqua e, perciò, perché avere paura? Fu allora che spiccò il salto. Per un attimo credette davvero di veleggiare nell’aria, poi, però, iniziò a precipitare. E si maledisse e si pentì mille volte: urlò, e c’era solo il rombo del vento e la sensazione angosciante del vuoto. Annaspò in cerca di un appiglio, ma ormai era tardi per i ripensamenti. Quando incontrò l’acqua il volo finì. Ritornò a galla, svenuto. Si risvegliò in ospedale, vivo. Alle domande non rispondeva: troppe cose da confessare. Ma Apollo, quando accorse, turbato e confuso, in quella stanza d’ospedale, di domande non ne fece, già scosso da un sospetto. Dopotutto, che cosa poteva pensare, lui, gay, che aveva ricevuto un bacio appassionato da un uomo, che poi era fuggito a lanciarsi da una scogliera?

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I fondi di caffè. Dove cercare i segni del futuro.

Timor Coffee di Federico Di Leva.

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La piazza è piccola e la sua forma irregolare è delimitata da case dai volti scrostati; visi di vecchie signore dalle quali abbia cominciato a cadere la vernice della giovinezza ed il belletto degli stucchi. Sulla saracinesca calata di una bottega - chiusa dalle autorità per via delle idee sgradite del dissidente che vi lavorava - sventola la locandina sgualcita di uno dei tanti proclami del Governo: “Diffidate dagli stranieri!”, c’è scritto sopra. Un’altra dice “Attenti ai ladri!”, un’altra ancora “È pericoloso uscire dopo il tramonto!”. Molte altre si sono avvicendate, sulle pareti delle case e nella testa di chi le abitava, ma la pioggia, che non ha paura di nessuno, le ha portate via. Invitavano, quelle locandine, a non parlare troppo, a mantenere i segreti, a diffidare dagli stravaganti costumi sessuali dei gay.   E, così, la signora Luisa - capelli bianchi e spessi occhiali sul naso non canta mentre stende il bucato, sebbene la cosa le farebbe piacere...

E Ugo, il panettiere, non regala più i biscotti ai bambini, per non destare tendenziosi pregiudizi... E Monica non va più a guardare le stelle, la sera, per ascoltare il sussurro dell’ispirazione nel loro silenzio.   E, per paura, nemmeno più si raccontano le proprie paure. Solo il Governo le pubblicizza, con i colori dei manifesti e con i volti truci dei militari.   Ma... se soltanto uno smettesse... Se uno solo smettesse d’avere paura ed aiutasse il coraggio a tornare nei cuori dei molti, allora cesseremmo tutti d’avere paura. Noi stessi diventeremmo Paura per gli ingiusti. E saremmo guide di luce in questa notte di timore. Saremmo gli eroi - stanchi e feriti da lame e vecchiaia - che, un giorno, ascolteranno la nipote della signora Luisa intenta a cantare la loro gloria, stendendo il bucato. Saremmo eterni. Saremmo pioggia.


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