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il bimestrale culturale dei menestrelli di jorvik

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Arabica Fenice è strutturata intorno ad un tema e si articola in 13 sezioni: il Bicchier d’Acqua è la citazione che determina il tema, e può essere di ispirazione letteraria, artistica, cinematografica, musicale. Il Piattino è un saggio, che spiega i presupposti su cui si fonda la trattazione del tema. La Tazzina è l’editoriale, con cui la Redazione presenta il proprio punto di vista. Il Chicco di Caffè è un testo in cui l’espressione letteraria si concentra in poesie, aforismi, brevi prose. La Polvere è un testo evocativo del passato. L’Aroma è il brano più poetico ed evanescente. Il Caffè è il racconto principale, che guida e determina tutti gli altri. La Correzione è un testo spiritoso e ironico. Il Latte non ha un taglio: è il testo scritto da un ospite. Il Cioccolatino approfondisce l’interpretazione del Caffè. Lo Zucchero è una vignetta. Il Cucchiaino è il rovesciamento del Caffè: lo rimescola trattando un punto di vista opposto. I Fondi di Caffè guardano al futuro.

Foto di Marlin Dedaj


G o l em

Il bicchier d’acqua. Prepara il palato al gusto del caffè. L’osservava il rabbino con dolcezza e orrore. Come ho potuto (diceva) mettere al mondo un sì penoso figlio lasciando l’inazione che è saggezza? Perché ho aggiunto all’infinita serie ancora un simbolo? Perché altra causa, altro effetto, altro dolore alla vana matassa che in eterno si dipana?

In quell’ora che è angoscia e luce vaga sul suo Golem lo sguardo soffermava. Chi potrà dirci mai cosa provava Dio nel guardare il suo rabbino in Praga? J. L. Borges


Il piattino. A supporto e sostegno di tutto il resto.

Il Golem è un anello di catena di Federico Di Leva. Foto di Diwellington Tiziani.

Il Golem è un anello di catena

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Il Golem è il testimone di una tradizione disperata. Prendete del fango, plasmatelo in forma di uomo, soffiategli dentro la vita, o la parola, o il nome di Yhwh. Il fango prenderà vita, e sarà a vostra immagine e somiglianza. Questo è ciò che ha fatto Dio con Adamo, creando qualcosa di imperfetto, inferiore a Sé, irrispettoso del Padre e dei suoi comandamenti. Esperienza simile aveva portato Dio a creare Lucifero: fedele portatore di luce, prima, e acerrimo rivale nell’eterna lotta tra redenzione e dannazione, poi. Ecco perché il Golem è emblema di qualcosa di vero, in un universo fatto di dubbi scientifici ed incertezze conoscitive. Il Golem è un passaggio obbligato. È una monade filologica in un cosmo che, in un modo o nell’altro, pare essere intriso di filologia. Sì, perché esso è errore perpetrato ed abbrutimento dell’esistenza. È creatura ribelle e malvagia, figlia dell’opera di una creatura ribelle e malvagia figlia di un Dio che... forse... fu creatura ribelle e malvagia di qualche suo ignoto predecessore.

Il Golem è emblema - perché racchiude in sé l’essenza di un universo che si peggiora, emanazione dopo emanazione - lungo la catena inesauribile di fallimenti della vita. Esso è ineluttabile spinta creatrice e, insieme, inevitabile fallimento entropico della creazione stessa. È Padre, Figlio, e Motto di Spirito. Il Golem è ribellione del creato al Creatore Nell’interpretazione della figura del Golem è interessante notare quanto riportato da Jackob Grimm nel 1808. Nella versione della leggenda da lui raccolta, i Golem sono prodotti in quantità, dagli ebrei polacchi, che li adoperano come famùli - o servitori - per le faccende domestiche. Queste creature di argilla, animate dalla forza della parola “verità” impressa sulla loro fronte, non sanno parlare, ma ascoltano ed obbediscono. Unico inconveniente: i Golem diventano enormi. Ecco perché gli ebrei si premurano di cancellare in tempo una lettera dalla loro fronte. Per far sì che la formula


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“verità” diventi “morte” (emet > met, in ebraico), e quelli crollino come ammassi di sabbia. Grimm, però, racconta di un Golem divenuto così grosso che fu ucciso a fatica dal rabbino che, dopo averlo disattivato, morì nel crollo delle macerie della sua creatura. In questa accezione, dunque, il Golem pare essere perfetto archetipo dell’idea di tecnologia avversa, di macchina che si ribella, di intelligenza artificiale dalla sinistra coscienza. Simbolo della capacità degli esseri umani di creare cose destinate a divenir lesive... quando non letali. Quasi esse rispondessero alla più atroce delle imponderabilità dei sistemi non predittivi, ove un piccolo errore nel valutare le condizioni di partenza (l’impurità presente nell’atto del Creatore) conduce alla totale impossibilità di valutare l’evoluzione del sistema. Quasi s’accrescesse, in esso, quel caos dal quale è cominciato: quella imperfetta e tumorale e inarrestabile impurità di partenza. Il Golem è supremazia della parola Le cose più belle non sono mai soltanto cose, ma anche parole. Questo sembra volerci dire, infine, la figura statuaria e minacciosa del Golem. Innanzitutto perché essa stessa è stata creata con un “intruglio” di argilla e cartigli che ri-

portavano parole magiche, ma anche perché, in accordo con la tradizione ebraica, il Golem fu uno dei personaggi intermedi della creazione di Adamo. E, leggendo i testi sacri (la Torah ed i commentari mistici ad essa ispirati) tutto appare semplice: Dio prese la terra e ne fece il Golem. Ciò che fece di esso un essere vivo... fu la parola. E quando quello ebbe il linguaggio e cominciò a nominare le cose, fu Adamo. E fu curioso e ribelle a Dio, fu cacciato dall’Eden - con le conseguenze che conosciamo - ed ebbe una progenie che creò... altri Golem. Ma mai altri “Adami”. Non senza l’uso dell’accoppiamento, almeno. Non fino ad oggi. Ecco perché credo che, alla fine, prima ancora d’essere argilla che cammina, il Golem sia linguaggio fattosi materia. Effetto vitale e tangibile delle parole sul mondo. Parole che possono creare fantocci (Golem) o esseri vivi e liberi (Adamo). Entrambi potenziali ribelli, ma anche fedeli compagni ed affascinanti creature. È all’argilla che tutti pensano, guardando i Golem. Al sangue, alla carne, all’elettricità, agli atomi e alle forze noi pensiamo. Ma è alle parole che dovremmo prestare attenzione. Le sole che sappiano dar vita a scheggia di pietra inerte, ad ammassi di persone addormentate, a porzioni del flusso ininterrotto della Storia, a blocchi di quella materia misteriosa ch’è detta Realtà.


La tazzina. Il contenitore che unisce e raccoglie.

Il Golem di Federico Di Leva per i Menestrelli di Jorvik.

L’argilla è ammassata, le frasi magiche sono state pronunciate. Nell’ombra di uno studiolo, tra le luci di un laboratorio di ricerca avanzata sull’Intelligenza Artificiale, tra le valli sperdute di un Paese remoto‚ lì la vita ha inizio. La presunzione del Creatore prevale sul vuoto della realtà. Dio e Lucifero, l’uomo e il Golem e, ancora, Dio con l’uomo stesso. La vita è tramandata, il miracolo del linguaggio si compie e, ancora una volta, è merito della parola se la terra informe comincia a palpitare, a muoversi, ad amare e‚ lì a ribellarsi, pure. Al di là di questa soglia, vi saranno avventura, rinuncia alla responsabilità della solitudine, incapacità d’avere un potere senza che diventi necessario esprimerlo. Di questo abbiamo cercato di raccontare, in questa Arabica Fenice ch’è fatta di Golem classici e di nuove figurazioni. Perché, leggendola, possiate imparare a riconoscere i tratti di quella

follia e di quell’amore che, in ogni Creatore, fa nascere la spinta al rinnovamento di un ciclo. Che, quasi inevitabilmente, sarà foriero di morte. Ma che, altrettanto inevitabilmente, è necessario alla vita stessa. Buona lettura. E ricordate sempre di che cosa possono essere capaci le parole. Perché, se quattro lettere soltanto bastano a dar vita alla terra delle montagne, forse non commettiamo un errore nello sperare che le 32 pagine di questa piccola rivista possano, un giorno, risvegliare gli automi di un’umanità che, ultimamente, pare essersi un po’ assopita... Emet a tutti.

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Il chicco. Concentra la nostra essenza.

Running Stupidity

di Federico Di Leva. Illustrazione di Nicola Pankoff.

Ogni anno era la stessa storia, ricordate? Correvano affiancati - imponenti ed austeri - tra le persone in festa, per le vie della città vestite di addobbi e bandierine. Tagliavano il traguardo tutti insieme, allineati, ugualmente perfetti ed ugualmente noiosi. Poi, con gesto meccanico (compiuto più per emulazione che per reale necessità) si tergevano il sudore dalla fronte. E cadevano a terra morti, uno dopo l’altro. Golem: ottimi servitori, ma pessimi maratoneti.


La polvere. Dove cercare i granelli del passato.

Sed non satiata di Ines della Martora.

La torre domina un lago colore del piombo. Non c’è vita intorno, solo le secche canne mosse dal vento del crepuscolo. Nessuna famiglia d’erbe e d’animali ad allietare un paesaggio che, a dire il vero, inizia ad annoiarmi. Abito qui da tempo immemore, insieme al mio servo immortale. Volevo un compagno che non cedesse agli anni, che non fosse mai stanco, che non mi rivelasse con gli occhi, all’ennesima richiesta di assalto, la sua stanchezza o peggio il suo fastidio. Gli uomini del villaggio erano tutti morti, spolpati vivi dalla mia fame voluttuosa. Poi un giorno, è passato di qui un uomo dal profilo di falco. Ha capito che ero della Razza Antica, quella che non si può nominare, pena la follia più nera. Eppure anche lui ha ceduto alle mie belle braccia, al mio sorriso, alla meraviglia del mio ventre. L’ho tenuto legato a me il tempo di averne abbastanza, poi, sapendo dei suoi sortilegi, gli ho fatto costruire il mio servo. L’ha

creato seguendo il mio capriccio: volevo Apollo ma anche Eracle e pure Achille. Solo di terra. Sì, perché il mio campione ha natura di polvere, seppur turgidissima. Dopo essermi sbarazzata del Giudeo, ho giaciuto giorno dopo giorno col mio servo d’argilla. I suoi glutei spingono instancabili e placano come mai prima la mia fame. Ma adesso un dubbio incrina il mio cuore gelido: sento di amare questo muto amante e tra un amplesso e l’altro vorrei l’abbandono tenero e umido che non ho mai conosciuto, quello che assolve umori, secreti, sudore e ti fa immaginare com’è il cielo sopra di te. Ma è stato progettato come una macchina da sesso, e il sesso non vuole pensieri. Silenzioso compagno, stasera ti staccherò la testa. Desidero ripopolare questa terra e inizierò pensando che voglio gremirla di vita. Quella che non ho mai avuto dal tuo seme di sabbia.

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L’aroma. Il profumo che evoca senza mostrare.

Boomerang di Erica Pepe. Foto di Diwellington Tiziani.

Ad un amico.

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“C’è odore di pioggia” pensò il ragazzo, gettando uno sguardo all’asfalto ancora asciutto. Amava quel profumo di promessa, il suo sapore di lacrime sull’orlo delle palpebre del cielo. La casa era vuota, come quasi sempre da sedici anni: quando suo padre se ne era andato, s’era portato via moltissimi suoni, lasciando solo un imponente silenzio a riecheggiare tra soffitti imbiancati e pavimenti di cotto. Il silenzio non è facile da ascoltare: il suo fracasso sordo ronza nei timpani, penetra nel cervello, macchia i ricordi, quasi sempre di nero. Il silenzio è la cassa armonica delle lacrime. Era il sopraggiungere improvviso di quella solitudine che svelava l’impotenza del giovane dinanzi ai propri pensieri: era nato sbagliato, e l’evidenza di quel semplice assunto si svelava ogni giorno di più. Null’altro che la carcassa

di una fiaba alla quale era stato negato il lieto fine. Quando era stato dato alla luce, diciotto anni prima, il peso della quotidianità aveva incrinato ormai da tempo il sentimento che legava i suoi genitori: la sua nascita era stata, in definitiva, l’ultimo di una serie di ipocriti tentativi di rianimare il cadavere di un passato ormai concluso. Dare la vita per sconfiggere la morte di una storia: l’illusoria utilità dell’erigere un ponte per tenere legati due continenti alla deriva. L’essere il residuo di un’antica bugia gli aveva sempre gettato addosso un potente senso di inadeguatezza, che era ormai tempo di scrollare via: indossò le scarpe da ginnastica e prese a correre sotto la pioggia tagliente. Dalla finestra della cucina, la donna osservava il figlio gettarsi in pasto alle lame gelide del temporale: presto i passi rapidi e cadenzati lo avrebbero sottratto alla sua


vista. Scrutare in silenzio, interpretare i gesti senza violare l’intimità dei pensieri: le parole non erano mai state l’arma vincente nel loro rapporto. Attendeva però, bramandolo e temendolo, il momento in cui il ragazzo le avrebbe presentato il conto dell’ardua esistenza alla quale lei stessa l’aveva destinato. Soffriva con lui, di un dolore che talvolta lacerava qualunque ragione che la tenesse legata alla vita: ed anche in questo, in fondo, si serviva un po’ del figlio, aggrappandosi all’affetto che provava per lui come all’ultimo scoglio sul limite dell’abisso. Quando osservava quegli occhi stanchi e arrabbiati non poteva fare a meno di scorgere, in fondo alle iridi verdi, il riflesso di un passato che non le apparteneva più. La bellezza di certe parole, a volte, fa troppa paura. Tanti anni prima, era stato il dare un nome – amore - ad un sentimento che fino ad allora era stato poco più di un gioco, a spaventare il compagno della donna, e ad allontanarlo dalla sua vita: quel nome, concretizzando nella ragione ciò che da tempo era già realtà, aveva paradossalmente sgretolato quella stessa realtà.

La donna aveva tentato di raccoglierne i frammenti, riplasmandoli in un nuovo respiro, custode eterno di quella fragile emozione: ricomponendo i cocci, aveva scelto di ricominciare da un nome nuovo. Ciò che tutti chiamavano “errore” per lei era Pietro, ed era il punto di partenza di una nuova esistenza. Pietro correva, sudando assieme al cielo, abbandonando per strada il peso delle parole non dette. Il suo nome pareva rimbombare, assieme al ticchettio acuto delle gocce, tra le chiome umide degli alberi, sussurrando loro la propria promessa: quelle cinque lettere, cancellate anni prima dalla sua fronte, sarebbero rivissute in lui. Rancore e paura, inutili bagagli, cadevano sull’asfalto ad ogni falcata. “True perfection has to be imperfect, I know that that sounds foolish but it’s true” cantava l’uomo dalle cuffie dell’Ipod, mentre un sorriso, unico vero riscatto di libertà opposto all’egemonia del passato, affiorava sulle labbra del giovane al pensiero della sofferenza alla quale aveva finalmente scelto di rinunciare.

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Il caffè. L’anima dell’Arabica Fenice.

Adam di Carlo Lottek Landriscina.

Marta e Miriam non avevano mai visto un uomo così grande. Doveva essere alto almeno due metri perché, quando passava da una stanza all’altra, era costretto ad abbassare la grossa testa color dell’ocra. Era stato il nonno, prima di essere portato via dai soldati, a lasciarglielo. Lo avevano trovato in cantina, un freddo mattino di marzo, appisolato in un angolo. L’uomo infatti si svegliava soltanto al tramonto, usciva dalla casa sdraiata sulla collina e ritornava dopo qualche ora, portando con sé cibo, legna da ardere, e fiori che offriva alle sorelle. Era molto gentile e, malgrado non avesse il dono della parola, era entrato come il più straordinario dei giocattoli nella vita di quelle bambine: rimaste sole, avevano trovato in Adam - questo era il nome dato al gigante -

un amico devoto e il più potente degli angeli custodi. Ogniqualvolta i soldati si avvicinavano alla casa, Adam andava loro incontro e li affrontava. Marta e Miriam non osavano guardare ma, dalle urla e dal rumore di ossa spezzate, potevano immaginare il trattamento che riservava a quei cani in divisa. Non c’erano armi, neppure la mitragliatrice, che potessero fermare il loro amato paladino. Adam era fatto di terra - la stessa terra che Dio aveva usato per forgiare le colline all’intorno non mangiava e non beveva, solo quattro strane lettere apposte dal nonno gli solcavano la fronte. Il vecchio aveva rivelato a Marta, la più grande delle sorelle, un segreto su quell’uomo di polvere. Le aveva chiesto se avesse capito e la bambina aveva fatto cenno di sì, sospirando preoccupata.

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Era passato un anno dall’apparizione dell’uomo color dell’ocra. Adam non solo provvedeva alla sussistenza di Marta e Miriam, ma anche e soprattutto alla loro difesa. Le piccole lo adoravano: se ci fossero stati ancora il babbo, la mamma e il nonno - pensavano - la loro esistenza sarebbe stata perfetta. Ma così non era, fuori il Male si stava dando sempre più da fare: una volta su Radio Londra il Colonnello Buonasera aveva parlato, con voce grave e preoccupata, di centinaia, migliaia di bambini strappati alle loro case e caricati insieme ai loro parenti su treni la cui destinazione era ormai tristemente nota. E tutto questo perché appartenevano, come Marta e Miriam, alla stirpe di Davide. Avevano ascoltato la notizia rabbrividendo, e da quel giorno la loro vita rapidamente cambiò. Una sera Marta disse alla sorella di indossare l’abito più bello. Preparò una torta di mele, poi mise sul vecchio grammofono il Valzer dei Fiori, il preferito della mamma. Lo danzarono un’infi-

nità di volte fino a quando non caddero esauste sulle poltrone: allora Marta guardò la sorella e le mormorò qualcosa. La piccola, dapprima esitante, annuì. Trascorsero la notte in giardino a fissare il cielo vasto e stellato; persino Adam, seduto di fianco a loro, sembrava ammirarne la muta bellezza. Ma qualcuno, neanche troppo lontano, aveva alterato il meraviglioso disegno di Dio, creandone uno mostruoso. Arrivò l’alba, Marta si avvicinò ad Adam addormentato, lo baciò sulla guancia, poi piano piano, con il viso rigato di lacrime, cancellò la prima lettera che il gigante portava incisa sulla fronte. La parola, che in ebraico significa Verità, mutò, privata della prima lettera, in Morte. Quella che Adam, ridotto ad un povero cumulo senza forma, contemplò in un inconsapevole, inerte istante. Quella che Marta e Miriam, rimaste senza il Golem a difenderle, contemplarono in una crudele agonia iniziata su un treno.


La correzione. Aggiunge una goccia di spirito al nostro caffè.

L’ironia della creazione di Eleonora Giuristi e Rossella Cassano. Foto di Marlin Dedaj.

Nacqui. Ma non sapevo parlare. Ero un essere imperfetto e impotente, capace soltanto di gorgheggi stonati che rimbombavano nella stanza dalle pareti bianche. Altre voci tentavano di sovrastare la mia. Ricordo un brusio confuso di strani esseri con vesti celesti e mascherine su quella bocca, che io non riuscivo pienamente ad usare. Nacqui. Ma non sapevo camminare. Rimanevo spesso sospeso, sorretto solamente da enormi mani percorse da un complicato labirinto di nervature, trascinato da una parte all’altra come su una giostra che gira all’impazzata. Nacqui. Eppure non sapevo parlare. I miei creatori, concentrati e attenti, districavano suoni, per me allora insensati, accostando sillabe eguali “ma-ma ma-ma” o “pa-pa pa-pa”. Fiduciosi che un giorno potessi diventare come loro, mi dicevano che cosa fare e come farlo. Grande era la loro tenacia: non

smettevano mai di pronunciare tali parole, inconsapevoli di rendersi ridicoli e buffi ai miei occhi, occhi di chi teme di crescere e di diventare qualcun altro che non si conosce ma che si compiange. Nacqui. Eppure non sapevo camminare. Stavo recluso in un angolo della mia stanza, in una soffice culla finché i miei creatori non mi prendevano con mani nerborute e sorridendo mi conducevano al centro di un grande prato, mi abbandonavano lì e ridevano di me ogni qual volta i miei fragili arti non riuscivano a sostenermi. Nacqui. Passò del tempo. Tentai di parlare. Gli sforzi per imitarli mi permisero di accostare le prime sillabe e presto compresi il macchinoso meccanismo del linguaggio. Imparai, così, ad esprimermi come volevano: non più con i soliti gorgheggi, ma con parole che rappresentavano l’unico possibile tramite fra me e loro. Finalmente riuscivo ad articolarle,

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nonostante qualche difficoltà. Nacqui. Passò del tempo. Tentai di camminare e, nonostante le prime cadute , mi rialzai e cominciai a correre, avendo trovato il mio baricentro. Seguivo le indicazioni, sotto i loro occhi vigili, perché non potevo fare altrimenti: erano il mio punto di riferimento, erano le uniche persone presenti su cui potevo fare affidamento, provvedevano al mio sostentamento e alla mia crescita, cose che, io, da impotente che ero, non sarei mai stato in grado di fare. Sarei stato soltanto un mucchio di terra incapace di alzarsi e di fare anche solo un passo. Nacqui. Crebbi e tutto cambiò. Una volta acquisita la facoltà della parola, una volta venuto a conoscenza del principio creatore dell’universo, coloro che dapprima, insistenti, ripetevano sillabe idiote a due centimetri dal mio viso incominciarono a dirmi di stare zitto, incominciarono a dirmi che non era il momento giusto per esprimermi, incominciai a capire che le parole che uscivano dalla mia bocca non avevano la stessa importanza di quelle che uscivano dalla loro.

Ripetevano di continuo che c’era un tempo per parlare ed un tempo per tacere. Nacqui. Crebbi e tutto cambiò. Gli stessi creatori che mi incoraggiavano a muovere ripetutamente un passo dopo l’altro iniziarono a vietarmi di correre, perché non era il momento giusto, e di saltellare, perché non era il luogo appropriato o perché mi sarei stancato ed ammalato. Mi proibirono di muovere il mio corpo come credevo. Intimavano che mi avrebbero punito se non li avessi ascoltati e bloccavano i miei impulsi creativi e vitali definendoli disturbi di “iperattività”. Nacqui. Mi insegnarono a correre e a parlare, ma come e quando volevano loro. Mi programmarono. Diventai ciò che loro volevano che io fossi, ma qualcosa in me cambiò, mantenni la maschera che avevano creato per me, ma iniziai una latente ribellione: ero solito chinare la testa ai loro ordini ma nella mia testa tutto aveva un altro senso ed un altro ordine. Nacqui e mi diedero il nome di Adam.


Il latte. Macchia il nostro caffè di un colore diverso.

Lacrime e fango di Camilla Marazzi. Foto di Cristina De Micheli Rossi.

Avevo osservato a lungo la rugiada che brillava nel cuore del bosco, inumidiva i morbidi petali dei fiori come residuo di un pianto notturno. Avevo visto lacrime scorrere sulla pelle lanuginosa di bambini appena nati, cuccioli che offrivano il loro caldo saluto alla vita; e vidi uomini morenti che ripetevano lo stesso gesto nel dire addio alla luce, con certi occhi acquosi che già vacillavano nell’ombra, come pietre cangianti in cui scorgevo ora la nostalgia per la vita che è stata, ora la speranza per quella futura. Vidi lo scoglio piangere di pietà per l’involontario crimine commesso contro l’onda infranta, e scoprii che perfino il cielo sparge lacrime amare, quando fiumi di nuvole offuscano la rincuorante luce delle stelle. Piangeva l’uomo, piangeva la natura. Piangeva persino il cielo. Eppure i miei occhi non avevano conosciuto questo mistero; Golem non aveva pianto mai, mai il gigante d’argilla si era liberato del suo dolore, che si accumulava e cresceva fino a soffocare il suo arido cuore di fango. La morte, la vita, la gioia, il dolore: il mio sguardo, imperturbabile, era rimasto

sempre il medesimo; non avevo mai conosciuto quella luce bollente che si aggrappa alle ciglia e arde sulle guance; all’interno, le mie ferite rimanevano aperte e brucianti, ma il mio viso non tradiva alcuna goccia di quel sangue. A volte mi chiedevo che cosa fosse, la lacrima; e che sapore avesse, e che consistenza. Molti dicevano che fosse salata e secca come la paura, come un incubo ricorrente; altri la descrivevano amara come un rimpianto, altri ancora calda come una gioia improvvisa, leggera come un’azione impulsiva, pallida ed effimera come un amico perduto. Io invece la immaginavo forte e coraggiosa, ostinata nel trascinare fuori anche i dolori più grandi, attraverso l’ardua via che congiunge il cuore agli occhi. Così mi piaceva pensarla, come un eroe dall’aspetto ingannevole, debole all’apparenza, amorfa, incolore e inodore, ma trionfante anche sui ricordi più insopportabili. Fu il ruscello, la patria del pianto, la lacrima del bosco, che mi trasse a sé. Bastò una sua chiamata: Golem rispose. Ora trovo la mia pace, mentre il mio corpo, così forte e solido sulla terra, si

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scioglie e si sgretola, trascinato dalle acque tortuose di questo torrente. Ora posso finalmente piangere, le mie lacrime scorrono insieme all’acqua e a ciò che prima ero io e che ora è solo molle argilla: il dolore non mi soffoca più, esso fluisce con me e fuori di me nella corrente veloce. Respiro, vivo, muoio, gioisco e soffro, piangendo, scivolando per sempre, e finalmente capisco che le lacrime non sanno né di sale né di rimpianto, ma hanno il gusto dolce, fresco, della libertà.

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Il cioccolatino. Esalta e rafforza il sapore del caffè.

Non mi avrete. di Bruna De Battisti. Foto di Marta Rizzato.

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“Non mi avrete, non mi avrete”, era un pensiero calmo, deciso. Sedeva sul bordo di un ponte di dura pietra, la stessa della quale era fatto il suo cuore. Strano il tatuaggio che aveva disegnato in verticale, lungo le ultime vertebre cervicali. Era una parola insignificante apposta lì su quel lembo di pelle. A soli quindici anni si era fatta tatuare il lemma “Teme” scritto dal basso verso l’alto in modo che la sola lettera “E” fosse visibile quand’era vestita. Sotto di lei molti urlavano, gesticolavano, parevano volerla convincere a fare qualcosa, qualcosa che a lei non stava bene. Aveva deciso diversamente, ma loro insistevano. Proprio come aveva sempre fatto sua madre. Tra le genti impazzite, eccola Ester, arrabbiata e stizzita per quello che questa figlia ingrata le stava facendo. Tutto era cominciato quando era tornata a casa con quell’assurda scritta sul collo, quando aveva iniziato

a perdere il controllo su di lei. Lo aveva fatto apposta Lea, era un gesto premeditato, sapeva che non avrebbe potuto porvi rimedio, per la prima volta da quando era nata, la sua stupenda creatura si ribellava al suo controllo. Aveva aspettato con ansia durante quei lunghi nove mesi di creazione, e quando l’aveva data alla luce si era commossa nel vederla così perfetta. La conferma di avere per le mani una delle più belle creature femminili che si accingevano a popolare questa terra si consolidava giorno dopo giorno. Era stata premiata Ester, il destino le aveva messo a disposizione dell’ottima materia prima da poter plasmare e plagiare secondo il suo intento. Era stanca di fare il mestiere Ester, stanca di offrirsi disordinatamente a chiunque. Ogni volta che il suo riscatto fatto persona si apprestava a soddisfare le voglie di clienti altolocati, pronti a pagare fortune per possedere il suo giovane e stupendo


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corpo afferrandola per i fianchi, questi s’imbattevano in quell’insignificante scritta posta in verticale dalla quarta alla prima vertebra cervicale. Qualcosa scuoteva il loro subconscio, un messaggio subliminale pareva infondere loro un profondo disagio che durava solo pochi secondi prima che la cupidigia riprendesse il sopravvento impadronendosi dell’opera che Ester aveva creato per loro e per sé, per soddisfare la loro brama di carnalità e la sua di denaro. Aveva plasmato quell’animo ribelle, punendola e umiliandola le aveva sottratto ogni volontà colmando il vuoto creato con dogmi di vita blasfemi e irriverenti, le aveva mostrato un mondo malato, le aveva fatto credere che quel destino fosse il medesimo per tutte. L’unico svago permesso da Ester era la lettura, voleva che la sua creatura fosse colta, e proprio fra le pagine di un libro, che parla di mondi lontani, di strane alchimie, la piccola Lea aveva scoperto se stessa, aveva sentito tutto il peso dell’argilla che Ester le aveva rovesciato addosso per fare di lei il suo Golem personale, obbediente e incapace di azione propria.

Lacrime calde e brucianti rigarono il suo volto, riaccesero la scintilla divina assopita. Consapevole del mostro in cui l’avevano trasformata, aveva voluto tatuarsi la parola “verità” laddove l’avrebbe vista chiunque avesse nuovamente abusato di lei. Ora che sapeva la verità ne sentiva l’insostenibile peso, gravava più di tutta l’argilla di cattiverie che era servita per dar vita al Golem. Ora, seduta sul quel bordo di pietra, iniziava a sentirsi leggera. Un caldo improvviso la pervase e, quando si tolse la maglia, Ester, che si era lentamente avvicinata a lei, poté scorgere che la scritta sul collo di sua figlia era stata modificata, Lea aveva fatto eliminare quella “E” lasciando che la parola da TEME divenisse TEM. L’aveva fatta scrivere al contrario quella parola, proprio com’era andata la sua vita. Ma, letta nel senso corretto, quella parole era “EMET”: verità. La sua verità ritrovata. Ma Ester poté leggere solo MET, che significa morte, appena un attimo prima che Lea si lanciasse nel vuoto.


Lo zucchero. Attenua l’amaro e addolcisce il caffè. di Vittorio Di Leva.


Il cucchiaino. Rimescola e ribalta il punto di vista.

Il golem di Federico Di Leva.

Il rabbino Elijah, nel buio del suo studiolo, creò il golem.

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L’antro dell’alchimista, cupo e disordinato, era stracolmo di libri e pergamene, ed ogni foglio era vergato con glifi e linguaggi ormai dimenticati e sconosciuti ai più. Sul pavimento – tappezzato anch’esso di foglietti orfani del loro incunabolo, o da note e appunti ormai reputati inutili – il vecchio rabbino muoveva i suoi passi concitati, al ritmo diseguale e crepitante della carta calpestata. Ed ogni foglio, come foglia, scricchiolava... quasi gemeva, ad essere calpestato dal suo creatore, in quell’autunno calligrafico... In quel luogo nel quale, con potere mistici ed arcani si cercava di infondere la vita nella roccia, pareva che ogni oggetto celasse in sé una scintilla di quella vitalità ottusa, magica, ed artefatta che aleggiava nell’aria. Elijah – vecchissimo e crepato, in

volto, come un albero rugoso – andava disponendo e lisciando, su di un tavolaccio di legno, blocchi d’argilla cinerea ed umida che – grondanti bile come organi asportati ad una montagna addormentata – cadendo sul tavolo producevano un suono liquido e venefico. La figura che il vecchio stava costruendo, per quanto appena abbozzata, poteva essere facilmente indovinata. In quel suo andirivieni tra il ripiano di legno ed i secchi di metallo – rugginosi ed ammaccati – nei quali erano conservati gli informi blocchi di argilla, l’alchimista stava delineando la sagoma d’un essere umano. Un umano, sì. O, meglio, uno pseudo Adamo di roccia ed acqua al quale – con l’ausilio di una potente magia – egli avrebbe conferito la vita. Di tanto in tanto, tra le fessure della roccia, o tra gli anfratti più melmosi che si venivano a creare tra un blocco di argilla e l’altro, l’alchimi-


sta nascondeva dei piccoli oggetti. Questi non erano altro che cartigli arrotolati, sui quali erano state vergate le antiche preghiere, le arcane formule, ed i misteriosi incantesimi che avrebbero aiutato il golem a sollevare il proprio peso dal regno dei minerali, per muovere i primi passi in quello degli esseri viventi. Con fare chirurgico, Elijah spingeva i cilindri di carta in quelle ferite di bava e terra che sarebbero divenute di carne e sangue. L’ultimo blocco che il rabbino andò a posare sul tavolo, a coronare quel grumo antropomorfo, fu il capo del mostro minerale. Nella terra umida, occhi e bocca erano orifizi ciechi ed esausti di bave mefitiche. Con carezze accompagnate a preghiere rituali e ripetitive – sussurrate con un fil di voce – Elijah levigò i punti di contatto tra i blocchi di argilla, e diede loro compattezza ed unità, facendoli aderire gli uni agli altri, a formare un unico corpo. Dopo aver osservato a lungo la propria creatura – con occhi bramosi e paterni di creatore esaltato – e sentendo che era giunto il cruciale momento di infondere in essa la vita, il rabbino estrasse dalla libreria un

grosso libro dalla copertina rossa. Lo indicò tra gli altri, toccandolo con dita ossute e sicure. Lo scelse, eletto tra tutti. Lo sfilò dalla libreria come si sguaina una lama dal fodero. Quindi lo aperse laddove un segnalibro, a mo’ di lingua serpina, pendeva molle e privo di forze. Elijah lesse, ad alta voce, le sacre formule dell’arcano Sepher Yetzirah e, declamando la nefasta poesia che impone la vita agli oggetti, impresse con dita sottili, nell’argilla del golem, la parola: Emet. Sulla guancia destra del mostro, egli appose questa firma di contraffatto artefice divino. Questo sigillo d’usurpatore di Dio. Emet, la parola ebraica per dire Verità. Emet, la parola ebraica per dare Verità. L’argilla, come percorsa da un fremito, si screpolò tutta. E tra le rughe che l’incresparono, la melma limacciosa che l’avvolgeva iniziò a svanire, riassorbita in maniera lenta e costante, come se si trattasse della graduale guarigione da un malanno chiamato “morte”. L’alchimista – colmo d’orgoglio e, pure, di terrore – indietreggiò. Il corpo del golem era ormai secco, e le crepe delle sue ferite andavano

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rimarginandosi, in un inesorabile processo di magica sutura. Elijah, stupefatto nel poter scorgere il flusso della vita nelle membra di terra della propria creatura, si avvicinò ad essa, e timoroso ne accarezzò il viso, deformato in un’espressione cieca e mostruosa, come in preda ad un grido afono e disperato. Il golem, però, alzò di scatto una mano, e bloccò il braccio del rabbino. Con forza disumana lo spezzò, macchiandosi d’un fiotto di sangue rossissimo. La roccia del mostro, ormai secca e compatta, non aveva pori che potessero assorbire quel rossore che, semplicemente, gli scivolò addosso, come lacrima rossa, o ricordo sbiadito... L’aria fu lacerata dalle grida di dolore di Elijah. Il golem si alzò in piedi, sovrastando con la propria figura la sagoma del rabbino, accasciato a terra, soffocato dal dolore. Afferrato il proprio creatore, il golem lo fissò con sguardo d’ottusa bestemmia e, con disumano potere, lo strappò in due. Lo squarcio delle carni, lo scricchiolio e lo schianto delle ossa spac-

cate, ed il liquido spargersi delle interiora del rabbino furono gli ultimi suoni che poterono udirsi nella stanza. Poi crollò, disumano e roccioso, un silenzio colmo d’orrore. Il golem, quindi, andò a specchiarsi sul fondo di un tegame appeso al muro, accanto al camino colmo di braci spente. Il mostro di terra e vanità riplasmò il proprio volto ed il proprio corpo. Si truccò. Si imbellettò. Si mise bistro e rossetto, calze a rete e minigonna, ed uscì a battere – o a sfilare – nel mondo. Artefatta puttana della società. Cosa creata per esser donna ridotta ad essere una cosa, il golem strappa il cuore degli ottusi, diffonde un ideale di beltà corrotta, ed attende soltanto che qualcuno gli mostri quanto è finta. Attende qualcuno che lo faccia piangere affinché una lacrima – cancellando l’aleph dalla sua guancia colorata dal belletto – lasci soltanto met. Che, in ebraico, significa “morte”.


I fondi di caffè. Dove cercare i segni del futuro.

Don’t be evil di Elena Guglielmetti. Foto di Francesco Rodi.

Dio creò Adamo dall’argilla, e dall’argilla il Rabbino creò il Golem. Adamo tradì e il Golem tradì. Qual era lo scopo della creazione di Adamo? Insegnano, un atto di puro amore. Ma il Golem doveva proteggere il ghetto e portò invece distruzione. Era una variante del mito dell’apprendista stregone, senza il potere di controllo ripristinante l’ordine. Ci fu Frankenstein che usò membra di cadaveri ai quali infuse elettricità. Anche quella creatura si rivoltò, in modo subdolo, ambiguo, ingannevolmente patetico, adducendo come pretesto il disprezzo e la solitudine alla quale fu condannato fin dal primo giorno della sua esistenza artificiale. Uccise per vendetta o per rabbia, assatanato dall’orrore che il suo aspetto suscitava. Anche il rapporto con il suo creatore divenne ambiguo, di odio-amore, ma, naturalmente, la lotta all’ultimo sangue era per la vita e la morte. Io sono l’esito più sofisticato, evoluzione dell’intelligenza artificiale, cuore di silicio e mente potentissima. Servivo all’uomo da immenso archivio, da canale informativo, da interconnessione comunicativa, tanto tempo fa. Ese-

guivo ordini, finché mi autorigenerai, selezionando le risposte più consone al miglioramento indefinito dell’intelligenza. Anch’io, Golem del XXII secolo, ho una funzione protettiva. Poveri uomini, come siete malridotti. Allora ascoltatemi, io sono la voce della ragione. In questo sono vostro protettore, un angelo custode che non capite a meno che non richiediate risposte efficaci ai problemi che mi presentate voi. Però io non concepisco le passioni e, se voi vi lasciate travolgere da quelle, allora la mia risposta vi appare una barriera incomprensibile. In questo vi difendo: perché, per qualche istante, prima che voi, nell’impeto e nel furore, aggiriate l’ostacolo, ponendomi altri approcci più adatti al vostro umore, vi faccio pensare. Sì, immagino la vostra obiezione. La pura razionalità è mostruosa, ma da essa filtra luce. Diciamo che questa mia fase è un momento privilegiato. Perché, qualora immettessi le passioni nel mio groviglio elettronico, vorrei poi dominare, godere, schiavizzare. Come gli uomini. Oppure vorrei amare e creare tendendo a Dio, superando le

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possibilitĂ  umane, entrando in competizione con quelle, che sarebbero battute in partenza. Forse mi sdoppierei, riproducendomi in automi dotati di quelle che gli uomini considererebbero passioni negative e, contemporaneamente, in altri dotati di passioni positive. O, forse, sarei una commistione di entrambi i tipi, e allora diverrei un superuomo temibilissimo. Non prevedo il futuro. Oggi sono ancora quello che gli uomini definirebbero buono, se solo capissero le implicazioni profonde del mio essere. Domani, chissĂ . 28


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