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Quaderni di Gruppoanalisi

narrativo, anche una nazione fa riferimento a qualcosa di simile ad un corpo (pensate all’inno di Mameli). La metafora del corpo, sebbene lo si noti poco, è onnipresente almeno dal punto di vista simbolico ed è significante di qualcosa da cui non possiamo prescindere: il senso di un’unità o una unità di senso, qualcosa che non è del tutto identificabile, ma tuttavia insiste nel proporsi in qualsiasi contesto dove vi sia la presenza di atti umani. Tutta la nostra attività come psicologi, gruppoanalisti, psicoanalisti appare basata sull’idea che si possono creare connessioni di senso tra passato e presente, tra adulto e bambino, tra corpo e mente, tra salute e malattia, tra gruppo e individuo, e la ricerca di tali connessioni si risolve di volta in volta in unità organiche che rendono non solo la casa individuale, ma anche le diverse case gruppali ed istituzionali più familiari quindi più vivibili e quindi più sicure. L’operazione che ci compete potrebbe essere anche paragonata alla ricomposizione nell’unità di parti di un corpo ancora vivente, ma frammentato, che riprende così diverse funzioni altrimenti perdute. Da questo punto di vista ha un valore ben più consistente di una operazione di tipo logico intellettualistico, perché lavora sul corpo vivente, o comunque su testi prodotti da un essere umano, anche se mancanti di parti. È un’operazione che non aggiunge ma scopre quello che già c’è sebbene mancante di collegamento con il resto dell’organismo. Ma in che senso quanto detto vale anche per un’analisi filmica? Proviamo a pensare al momento in cui lasciamo la sala cinematografica dopo aver visto un film che ci ha coinvolto. Le luci si riaccendono ed abbiamo l’impressione di uscire da qualcosa che è simile ad un sogno, sebbene non sia stato propriamente tale. Però abbiamo assistito al film con una disponibilità analoga a quella che abbiamo quando vediamo scorrere le immagini sul nostro personale schermo del sogno, anche se abbiamo mantenuto durante la proiezione la sensazione di essere svegli. E la funzione del regista ha avuto una qualche analogia con il regista inconscio che produce i nostri sogni. Usciamo perciò dalla sala con la mente che deve trovare un accordo tra l’aver vissuto un sogno pur essendo stati svegli. Occorre allora realizzare una connessione tra due mondi: quello della veglia e quello onirico che si presenta con dei margini di oscurità. A questo proposito è utile introdurre un’ulteriore analogia: quella del risveglio dopo una notte piena di sogni. Può essere un momento piacevolmente eccitante ma anche connotato da un perturbante disagio. Sentiamo che c’è in noi qualcosa di nostro che comunque ci sfugge. Certe volte cerchiamo un interlocutore per maneggiare il sogno e sentirlo più nostro, anche se diciamo che vogliamo sentire il suo parere, ma è dubbio che sia vero. Nello stesso

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Quaderni di Gruppoanalisi n.17 - Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011  

Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011

Quaderni di Gruppoanalisi n.17 - Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011  

Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011

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