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Quaderni di Gruppoanalisi

fagioliano, i suoi film furono definiti fagioliani, anche il suo misterioso sorriso “giocondino” venne in qualche modo connesso con le teorie fagioliane. A me e a molti altri sembrò soltanto che i suoi film di quel periodo fossero meno riusciti di quelli precedenti, mentre gli ultimi, successivi all’incantamento fagioliano, siano tornati ad essere degli splendidi film. Ma penso, con un pizzico di vergogna, che il mio sia un modo maccheronico di parlare di cinema e psicoanalisi. Ho cercato di trovare aiuto in questo manifesto5, tanto ben scritto quanto ermetico: l’ho letto sette volte ma confesso che non ci ho capito niente. Non è cosa per me. Ho comunque percepito qualcosa che forse potrebbe fornirvi la chiave interpretativa del mio smarrimento e cioè è più il critico che il regista, almeno nel mio caso, che ha una parentela con la psicoanalisi. Una volta nella messa in scena di una Bohème, proprio qui al Teatro Regio, inserii un manichino, un bel manichino un po’ astratto di cartapesta nera, che rifletteva la luce in modo suggestivo. Per me era un attrezzo di uso pratico. Marcello lo usava come modello per dipingere i suoi faraoni, Shonard come attaccapanni per la sua zimarra, Colline come partner nella sua grottesca danza del quarto atto. Una modesta trovata che un illustre critico definì una geniale intuizione, credendo che il mio manichino fosse la morte, una morte che si era introdotta tra le pareti dell’allegra soffitta in attesa del momento giusto per poter ghermire Mimì e strologò a lungo sulla mia geniale affabulazione e io naturalmente mi guardai bene dal deluderlo e mi appropriai della sua intuizione fingendo che fosse proprio la mia. Di quella stessa Bohème vennero allestite alcune recite per i bambini delle scuole elementari, per educarli al melodramma. E fu un disastro perché alla fine, cioè alla morte di Mimì, i mille piccoli spettatori scoppiarono in un pianto collettivo disperato e disperante. Io ho un grande amore per i bambini, e vederne piangere mille insieme mi procurò una specie di crepacuore. E così il giorno dopo corsi ai ripari, tanto nessuno mi sorvegliava. Lasciai morire Mimì e feci sgorgare le prime lacrime, ma quando – subito dopo – Musetta, cadendo in ginocchio e levando le braccia al cielo cantò la sua famosa invocazione: “Madonna Benedetta fate la grazia a quella poveretta” feci resuscitare Mimì, che guizzò giù dal letto tutta giuliva, raccolse il manicotto che le era caduto mentre agonizzava (donna economa) e si avviò verso l’uscita saltellando, mentre il sipario calava ed esplodeva un applauso da stadio. Del resto avevo tutte le carte in regola: la resurrezione dell’eroina è uno dei topoi più illustri delle favole, il classico lieto fine – pensate a Biancaneve, a Cappuccetto Rosso, alla Bella addormentata nel bosco… Ma per finire torniamo al cinema, al mio cinema. Nel 1969 girai un film su 5 La locandina del Workshop.

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Quaderni di Gruppoanalisi n.17 - Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011  

Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011

Quaderni di Gruppoanalisi n.17 - Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011  

Atti del workshop ATTRAVERSARE LO SCHERMO 2011

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