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Newsletter mensile di politica e attualità

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ANNO 5 N. 4 APRILE 2011 ● EDITORIALE

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Una parte crescente di cittadini non si reca a vo v otare

Parlando di migr migrazioni zioni

UN FENOM FENOMENO NO NATURALE Walter Fiocchi ● Non entro nel dibattito, per qualche giorno ancora da “pr “prima ma pagina”, sul cosiddetto “tsunami umano”, di cui tutti pontificano po tificano con una miriade di soluzioni di sola marca elettoralistielettoralist ca. Né voglio approfondire la riflesrifle sione sul modo inetto, inefficace e tutt’altro che “ill “illuminato” minato” con cui i nostri governanti, gove nanti, ma anche l’Europa intera, meglio, l’intero Occ Occidente idente sta affrontando la “primavera araba”. Né mi soffermo so fermo su quanto scrive il sito “Fortress Europe”: «Giorno per giorno, da anni, il “mare di mezzo” me è divenuto una grande fossa comune, nell'indifferenza delle due sponde del mare di mezzo. Già alcuni anni anni fa, in o occasione ione del varo di uno dei tanti - famiigerati pacchetti sicurezza scr scrivevo vevo che “è una questione di formazione e di educazione”. Per la maggior parte delle persone, pers il “fenomeno” dell’immigrazione non viene percepito per quello che realrea mente è, cioè un fenomeno globale, gl destinato a cambiare la ffisionomia sionomia del mondo in cui viviamo. La migramigr zione è ormai una risposta, diventata “naturale” per intere pop popolazioni, lazioni, per sfuggire a gravi situazioni di difficoltà: di basterebbe sterebbe pensare che la cifra delle persone che oggi “si spostano” nel mondo tocca ormai o mai i 400 milioni... milioni.. Chi pensa che quello dell’immigraimmigra zione sia un feno fenomeno meno passeggero, da contrastare contr stare con provvedimenti dettati dal clamore di singoli fatti di cronaca, dimostra di non capire la portata epocale epocale di quanto sta succesucc dendo. (segue a pag.4)

Un elettore su 5 ha disertato le ultime elezioni politiche pol tiche Marco Ciani ● Assistiamo, ormai da un po' di te temmpo, ad un fenomeno relat relativamente vamente originale: quello che potremmo d definire "astensionismo consapev consapevole". le". Fino a qualche anno fa, di no norma, ma, la quasi totalità di chi non partecipava alle elezioni era animato nimato da scarso o nullo inteeresse resse per la politica (con poche eccezioni). A questi si aga giungevano vano gli assenti giustificati, ossia coloro che a causa di pr problemi blemi reali di qualche tipo erano m magari gari impossibilitati o fortemente cond condizionati nel non recarsi alle urne. Al giorno d'og d'oggi si nota invece che ai tradizionali non votanti si sono aga giunte anche persone che, almeno in passato, si int interessavano ressavano e anche attivamente alla politica, e che mam gari hanno pure ricoperto incarichi in partiti e associazioni/movimenti associazioni/movimenti vicini cini alla politic politica. Non on votanti alle elezioni polit politiche che in Italia dal dopoguerra ad oggi Anno

% di non vvotanti

Diff. % risp. eelez. precedente cedente

1946 1948 1953 1958 1963 1968 1972 1976 1979 1983 1987 1992 1994 1996 2001 2006 2008

10,9 7,8 6,2 6,2 7,1 7,2 6,8 6,6 9,4 11,0 11,2 12,7 13,9 17,1 18,6 16,4 19,5

–3,1 –1,6 +0,0 +0,9 +0,1 -0,4 -0,2 +2,8 +1,6 +0,2 +1,5 +1,2 +3,2 +1,5 –2,2 +3,1

Fonte: elaborazioni Istituto Ca Cattaneo taneo

L'astensione, in crescita continua cont nua da 25 anni, sembra assumere le carattecaratt ristiche di un fenomeno strutturale. strutt rale. Certamente va rilevato che l'Italia continua ad avere una tra le maggiori affluenze tra i Paesi democratici. MeM glio di noi, in Europa, hanno fatto rer centemente centeme te Belgio (91,1% nel 2007), Francia (84% nel 2007), 2007), Svezia (82% nel 2006). Ma gli altri sono indietro. Per non parlare de degli gli Stati Uniti. Tuttavia, un elettore circa su cinque, decide di rimanere a casa c sa nel giorno delle elezioni. Il problema non è il bacino più o meno fisiologico di astenuti, cioè l'area l'area incomprimibile incompr mibile di chi non si recherebbe in ogni caso a votare. Quello che ci vogliamo chiechi dere invece è perché cittadini citt dini che pure seguono le vicende vice de politiche, poli leggono i giornali,, talvolta sono parpa te attiva della società civile, civile decidodecid no di disertare dise le urne. E' probabile che vi siano più motivamotiv zioni alla base della scelta. sce Sicuramente il voto non riveste più la "sacralità" del passato quando veniva v considerato, in specie nel primo dod poguerra, un diritto faticosamente conquistato conqu stato con sacrificio; il frutto frutt più prezioso della lotta vittoriosa vittori al nazi-fascismo. fascismo. Il progressivo allontaallont namento di quel ricordo r cordo e le recenti correnti revisionistiche contribuiscocontribuisc no, almeno meno in parte, ad attenuare il significato che il voto esprime in terte mini di riconquistata libertà. libe Un altro fattore non insignificante insignifica è da ricercarsi nella caduta delle ideoide logie. La loro centralità nel cinquancinqua tennio post-bellico post bellico costituiva un forfo te collante lante che contribuiva, contribuiva, nel bene e nel male, a far lievitare la partecipartec pazione. ne. (segue a pag.4) pag.4


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QUI ALESSANDRIA L

Se l'involuzione economica ci mette la coda

E intanto la politica locale sembra rifuggire dai confronti territoriali Dario FORNARO ● Una trentina d’anni fa il già notissimo CENSIS, sollecitato dalla Cassa di Risparmio a delineare, con apposita ricerca socio-economica, caratteristiche e prospettive dell’Alessandrino, produsse una sintesi fulminante divenuta giustamente famosa: Alessandria vive e si gode una situazione di MARGINALITA’FELICE. Se ne sta, cioè, ai margini della tumultuosa – in allora, almeno – vicenda economica, prendendo il buono, che pure arriva, e limitando i disagi che spesso costituiscono l’altra faccia della corsa allo sviluppo. Negli anni recenti, tuttavia, il fortunato slogan del Censis dovrebbe essere completato con un robusto punto interrogativo: la marginalità c’è ancora tutta, ma la media soddisfazione, rilevata temporibus illis, che fine ha fatto? Sono verifiche che bisognerebbe fare ogni tanto, ma siccome non tutte le note potrebbero presentarsi in allegria, si preferisce da tempo volgere il discorso in futuribili strategie, facili da edulcorare anche se di mediocre utilità pratica. Tutta questa premessa per dire che, al comparire, e poi deflagrare, della contrapposizione Alessandria-Novara in materia di dotazioni universitarie tripolari, la vicenda è stata finora interamente vissuta come una vistosa “grana” interna al mondo universitario (scosso dalle “attenzioni” Tremonti-Gelmini), sia pure nella significativa cornice politico-amministrativa regionale e locale, largamente improntata al centrodestra.

APPUNTI ALESSANDRINI

Nessun accenno alla “competizione dei territori”, sempre evocata al futuro e mai, o quasi mai, messa coi piedi per terra, sul piano dell’agire e non del sognare.

Facoltà di Giurisprudenza dell'Università “Amedeo Avogadro” ad Alessandria Se pare che Novara voglia annettersi qualche altro “pezzo” del tripartito Ateneo Avogadro, a scapito di Alessandria, e vagheggiando tutto per sé, accanto a Torino, l’onore della seconda Università piemontese, non sarà anche perché nel “comune sentire” del mitico Nord-Ovest, Novara, negli ultimi 10-15 anni è cresciuta visibilmente, sotto il profilo socioeconomico, laddove Alessandria ha segnato il passo, o perso qualche posizione, a parità di alte o basse congiunture generali? L’interrogativo è naturalmente aperto sull’orizzonte, storico e attuale, dei dati e delle circostanze, che potrebbero confermare, o smentire, o riformulare l’opinione corrente, ma taluni elementi di cronaca, emersi casualmente a cavallo della “sofferta” inaugurazione, a Vercelli, dell’anno accademico, presentano, per noi, un retrogusto amarognolo.

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Proclama a sei colonne (3.4) il “Giornale del Piemonte”, organo del centrodestra al potere: “Novara sarà capitale della logistica” (ohibò, ma non doveva essere, come garantito a più riprese, Alessandria a conquistare la palma?) e, si aggiunge nel testo, che Governo, Regione, Provincia e CIM (Centro Intermodale) hanno siglato un nuovo piano per lo sviluppo della logistica, già dispiegata, a Novara, su tre poli e capace di 600 addetti. Senza polemiche, ma ad Alessandria si parla e si sogna, da dieci anni, di logistica straripante e siamo sempre, sotto gli occhi di tutti, come direbbe il Prof. Mourinho, a zero tituli. E non era, la logistica, un’idea come un'altra: no, ci siamo pervicacemente giocati il jolly dello sviluppo, praticamente senza alternative. Altra piccola chicca (Stampa 6.4): la provincia di Alessandria si caratterizza per un saldo negativo (-1,8%) nel numero delle imprese attive tra il 2000 e il 2010; la provincia di Novara per un saldo positivo (+9,4). Se, al dunque, il bacino di utenza dei corsi universitari presenti a Novara si è da tempo attestato oltre i 5000 studenti mentre Alessandria si è rattrappita intorno alla metà, partendo anch’essa dai 5000 circa del ’93, le ragioni geo-demografiche potranno darne ampia spiegazione, ma non cancellano il dubbio che nel conto si debbano anche inserire i diversi ritmi di sviluppo delle due zone, la diversa articolazione degli obiettivi perseguiti dagli Enti e dalle Forze locali e, in una parola, azzardata ma non troppo, la diversa cultura politico-amministrativa maturata e sedimentata negli anni.

Ap ● PER UN DIBATTITO POLITICO


L’INTERVISTAL

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Giudici nel mirino. Nei giorni di fuoco del "processo breve"

L'esperienza di un noto Pubblico Ministero e i reali problemi della giustizia A cura di Carlo Piccini ● Quale è oggi in Italia il numero degli operatori nel campo della giustizia a confronto con gli altri paesi europei? Posso solo dire che in Italia esistono circa 65.000 avvocati cassazionisti, dei quali 45.000 effettivamente in esercizio, in Francia poco più di 100. Questo dato aiuta a capire sia il numero, sia la durata dei nostri processi. L’entrata in vigore di interventi legislativi mirati, come ad esempio il nuovo “tentativo obbligatorio di conciliazione", potrebbe semplificare il funzionamento della giustizia? La mediazione obbligatoria, in quanto obbligatoria, rischia di diventare un “costo aggiuntivo necessario (e non piccolo, da un minimo di 65 ad un massimo di 9.500 €) per far valere i propri diritti”. Intanto lo Stato non investe e non si impegna per snellire e migliorare il processo civile VERO (e nemmeno il penale). Le proposte di riforma della giustizia presentate in queste settimane hanno, se non altro, fatto compattare tutte le correnti dell'Anm. Quali sono le sue osservazioni sulle proposte del governo? Gli interventi che si inseguono nel Parlamento in materia di giustizia mirano soltanto a diminuire fortemente l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, a cominciare dai P.M., e ad aumentare l’influenza della politica nella giustizia: un p.m. privo della polizia giudiziaria, che non può quasi più disporre intercettazioni - strumento fondamentale nelle indagini, specie complesse - che deve seguire le indicazioni del parlamento sulla priorità dei reati da perseguire è uno strumento assai condizionabile dal Governo, dalla maggioranza parlamentare e dagli amici di governo e maggioranza. Quanto alle proposte in materia di cd “processo breve”, prescrizione ridotta, “processo lungo”, (il ridicolo non spaventa), è chiaro che tutto tende a salvare il più importante degli imputati dai processi nei quali è imputato. Infatti i suoi processi sono quasi tutti prossimi alla prescrizione e lo saranno di più se si accorciano i tempi (per gli imputati incensurati) e si allungano i dibattimenti, con liste sterminate e

APPUNTI ALESSANDRINI

Il magistrato Vito D'AMBROSIO immutabili di testi (proposta processo lungo); nel processo Mills la Cassazione, con sentenza definitiva, ha sostanzialmente stabilito identità e responsabilità del corruttore (cioè Berlusconi) e quindi togliere valore alle sentenze definitive di altri processi (sempre proposta processo lungo) serve molto; spostare il processo dal tribunale ordinario a quello dei ministri ha la conseguenza che si potrà procedere solo con l’autorizzazione di quella Camera che ha votato a maggioranza sulla fondatezza della tesi relativa alla parentela di Ruby con l’ex presidente Mubarak. Guardando però al rovescio della medaglia, bisogna pur dire che 1) la “prescrizione breve” in un processo complicato e pieno di ostacoli di procedura (che rimangono tutti) porterebbe alla estinzione di migliaia di processi (sarebbe come se, per snellire le liste d’attesa nella sanità, si stabilissero termini rigorosi entro i quali esami, analisi e visite debbono essere effettuati, senza modificare in nulla le strutture, e l’inutile trascorrere di quei termini producesse la perdita del diritto); 2) l’accorciamento della prescrizione nei processi con imputati incensurati annullerebbe tantissimi processi a carico dei pubblici ufficiali, che debbono essere incensurati; 3) l’indicazione dei reati da perseguire farebbe la felicità di chi prevede e programma di commettere gli altri reati; 4) la responsabilità diretta dei magistrati (resterebbero quindi con responsabilità indiretta, per le leggi vigenti, solo il personale della scuola e gli amministratori dei partiti politici), potrebbe aumentare la sensibilità dei giudici, e dei p.m., verso le ragioni dei più ricchi e più potenti;

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5) tutto questo inciderebbe pesantemente sui diritti delle vittime dei reati. Ma questi problemi sembrano non interessare chi ci governa, così come non interessa il nessun effetto di queste (contro) riforme per un migliore funzionamento della giustizia. Chi deve giudicare i giudici ? (… e chi può aiutare i giudici?) I giudici sono giudicati da altri giudici se agiscono con dolo, dai giudici contabili se arrecano danno economico allo Stato, da una apposita sezione del Consiglio Superiore della Magistratura se vengono meno ai loro doveri, fuori o nell’esercizio della loro funzioni. In Europa si è stabilito che non si può andare oltre, per non compromettere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, che serve non ai giudici ma ai cittadini di una democrazia effettiva, come ha ribadito qualche giorno fa il Presidente della Repubblica. Quegli stessi cittadini il cui aiuto e la cui meditata solidarietà sono indispensabili alla magistratura per reggere all’uragano di critiche e delegittimazioni, per la massima parte infondate, strettamente collegate con le vicende giudiziarie di una sola persona. Alla democrazia servono giudici, e pm, che lavorino alla luce del principio di eguaglianza di tutti davanti alla legge.

Vito D'AMBROSIO Laureato in giurisprudenza con lode, alla Sapienza di Roma, vince il concorso per l’ingresso in magistratura nel 1967, all’età di soli 24 anni. Pretore a Lecco e poi Ancona nel 1972. Nel 1986 è eletto componente del CSM per 4 anni. Destinato alla Procura Generale della Repubblica presso la Corte Suprema di Cassazione, dove presta servizio fino al 1995, quando è collocato fuori ruolo, perché eletto Presidente della Regione Marche. Rieletto nel 2000 per 5 anni. Al termine, nel 2005 viene, a sua richiesta, re immesso in Magistratura. Amico di Falcone, Borsellino, Alessandrini, Ciaccio Montalto, ha, tra l’altro, sostenuto l’accusa in Cassazione nel primo maxi processo alla mafia siciliana (Cosa Nostra), nonché in altri importanti processi.

Ap ● PER UN DIBATTITO POLITICO


UN FENOMENO NATURALE (Editoriale - continua da pagina 1)

Penso che per trovare un “movimento” paragonabile a quanto osserviamo oggi nel mondo dobbiamo richiamare gli insediamenti delle popolazioni nordiche in Italia ed al Sud del Mare Nostrum. Umberto Eco, propone la necessità di “distinguere il concetto di “immigrazione” da quello di “migrazione”. Si ha “immigrazione” quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro (come i 60 milioni di italiani, un‘altra Italia, che dal 1861 ad oggi è stata costretta a lasciare la propria casa, la propria città per cercare lavoro, sicurezza, salute in un altro Paese del mondo.) I fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati, incoraggiati, programmati o accettati. Non accade così con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, sono come i fenomeni naturali: avvengono e nessuno le può controllare. Insomma, questa migrazione non è una “emergenza”! Liquidare la migrazione come emergenza significa tagliarsi fuori dai cammini di sviluppo del mondo. Se emergenza c’è, piuttosto, è quella culturale, di un Paese come il nostro che non sembra riuscire a cogliere la rilevanza di un fenomeno mondiale. La storia di emigrazione e immigrazione che ha fatto l’Europa dovrebbe insegnare a tutti il valore dell‘accoglienza, della differenza, della qualità delle relazioni.

(continua da pagina 1)

L‘Europa è anche il frutto di una conoscenza e uno scambio cresciuto nelle migrazioni, che ha avvicinato le persone, ha creato scambi, ha costruito nuove famiglie. Il rifiuto e la discriminazione misconoscono semplicemente il cammino della storia. Mi pare perciò assolutamente condivisibile quanto scritto nel Documento conclusivo della Settimana Sociale ultima: «La riflessione sulla cittadinanza, sui diritti e sulla carente tutela nella fase migratoria ha espresso la necessità di superare una lettura emergenziale del fenomeno”. Va richiamato inoltre ciò che lo stesso Documento scrive circa le Comunità ecclesiali: «La paura dello straniero, il rifiuto e i pregiudizi non possono trovare casa nella comunità ecclesiale che, anche attraverso i suoi pastori, è chiamata ad un “di più” di accoglienza, di rispetto e di condivisione”. La Chiesa deve avere il coraggio di mettersi in discussione, sforzandosi di imparare a con-vivere e a con-dividere, rispettando le diversità come ricchezza. Anche a partire da qui dimostrerebbe una sensibilità veramente “cattolica”, contribuendo davvero a costruire un contesto sociale più sereno, più positivo, più umano dove non ci sia solo una difesa formale delle “radici cristiane” della cultura italiana ed europea, ma si possano realmente vedere anche i fiori e i frutti prodotti da queste radici.

APPUNTI ALESSANDRINI Ap per un dibattito politico ANNO 5 N.4 Aprile 2011 Coordinatore: Agostino Pietrasanta Staff: Marco Ciani ● Walter Fiocchi Dario Fornaro ● Roberto Massaro Carlo Piccini Per ricevere questa Newsletter manda una mail all’indirizzo

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Chi votava aveva ben presente il rilievo dell'atto che si accingeva a compiere; gesto che, almeno nell' immaginario, poteva determinare scelte di orientamento molto importanti e, in taluni casi, addirittura di portata storica. Si pensi, ad esempio, alla dicotomia comunismo-anticomunismo, con le relative conseguenze sui modelli economici, politici, sociali, sulle alleanze militari e sui rapporti con la Chiesa. Oggi, in un panorama assai modificato, un fetta crescente di elettorato matura una disaffezione profonda perché, al contrario di quanto riteneva un tempo, percepisce la sensazione di non riuscire ad incidere con il proprio voto. In effetti le distinzioni tra coalizioni concorrenti si sono per molti versi attenuate. Non siamo più di fronte a scelte di sistema. Tuttavia si tende in misura esagerata a sottostimare le differenze che, ad un'analisi più approfondita, si rivelerebbero assai meno insignificanti di quanto comunemente si è portati a ritenere. Un'ultima motivazione, infine, parrebbe legata alla carenza di offerta politica. Non tanto quantitativa (16 liste sulla scheda elettorale per la Camera nel 2008, nella Piemonte 2). Piuttosto, il deficit è qualitativo. Molta gente insomma, non se la sente di farsi rappresentare dagli attuali partiti e dai candidati (tendenzialmente sempre gli stessi) e non trova altro modo di protestare che starsene a casa. Forse è questo atteggiamento rinunciatario a costituire la causa più preoccupante del depauperamento di votanti. Spesso, questi ultimi, sono indotti ad aspettare qualche novità, qualche "uomo della provvidenza" che scenda in campo e li riavvii alla partecipazione. Tra questi attendenti, non di rado, vi sono anche ex esponenti politici. Ad Alessandria, per esempio, non sono pochi quelli che sospirano una ipotetica discesa in campo di Montezemolo, magari anche con qualche ambizione di ruolo nel suo movimento. E tuttavia, in attesa del nuovo messia, sarà opportuno, anche contro voglia, non cedere alla tentazione del disamoramento. Perché l'unico effetto pratico dell'astensione è quello di far scegliere a qualcun altro del nostro futuro, privandoci anche di quella piccola arma per modificare le cose che si chiama voto. Meglio non dimenticarlo.

Questa Newsletter non é una testata giornalistica, pertanto non deve essere considerato un prodotto editoriale soggetto alla disciplina della legge n. 62 del 7 7.3.2001 .3.2001

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