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Pubblicazione non destinata alla vendita a circolazione interna mediante diffusione on-line

ANNO 3 N.9 SETTEMBRE 2009 ● Newsletter mensile di politica e attualità ●  appunti.alessandrini@alice.it

EDITORIALE

Chiesa: la parte e il tutto

PRESENZE SURRETTIZIE Agostino Pietrasanta ● Ancora una volta si evidenziano le buone, anzi le ottime, ragioni di Luigi Sturzo. Prendiamo la polemica “Avvenire/Boffo” “Giornale/Feltri”. Resta inteso che il dibattito dei media, in una democrazia di carattere liberal/democratico, non può essere limitato, né la libertà di critica e di confronto, fra le parti, impedito. Sembra anche del tutto evidente però che un conto è la critica un conto è il killeraggio mediatico ed intimidatorio che surrettiziamente impedisce o appanna proprio la libertà di critica. Ora, le troppe e contraddittorie informazioni sul caso, rendono molto difficile capire e giudicare, eppure la sensazione che si sia arrivati al criterio intimidatorio nei confronti del direttore di “Avvenire” sembra del tutto legittima. Il problema che mi interessa però è di altra natura ed attiene la situazione che si è creata nella Chiesa italiana, “nei vertici e nella base”, da qualche decennio e che il caso citato mette sotto la comune e prudente valutazione dell’opinione pubblica. Il fatto è che, dalla caduta della DC, ad alcuni leader della gerarchia ecclesiastica, si è offerta, come su piatto d’argento, la possibilità di una presenza attiva nella politica italiana, con la motivazione che non esisteva più un partito di cattolici. (segue a pag.4)

Marco Ciani ● La democrazia dovrebbe essere più che altro un insieme di regole e di istituzioni tali da consentire il dissenso, anche di uno solo; un sistema politico dove ci si possa sbarazzare del governo in carica senza spargimento di sangue, per esempio per mezzo di elezioni. Ma tra i regimi che, aperti alla competizione tra più partiti, si definiscono democratici, se ne distinguono alcuni che in virtù delle loro caratteristiche possono essere qualificati anche come liberali ed altri che invece non lo sono. In realtà possono esistere forme di democrazia autoritaria (o illiberale). Non si tratta necessariamente di un ossimoro. Il problema principale del pensiero liberale è stato storicamente quello di impedire gli abusi di potere che possono avvenire, ed in modo perfettamente legale, anche in un Paese democratico. Liberalismo e democrazia sono infatti risposte a due domande diverse. Il liberalismo si pone il quesito di “come controllare chi comanda”. La democrazia invece si pone il problema di “chi comanda”, e la risposta che dà è (sintetizzandola) che deve essere la maggioranza. Anche la maggioranza però può governare in maniera autocratica. A tutela dei diritti individuali le forze che, tempo per tempo, hanno incarnato i principi liberali hanno cercato di porre dei limiti al potere, a partire da quelli del re e dello stato. Si pensi, per esempio, al Bill of rights inglese del 1689 che rese la monarchia britannica costituzionale; o alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776 che tutela il “diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità”. La nascita dei primi partiti liberali avverrà di lì a poco: in Inghilterra nel

1832 come evoluzione della tradizione Wigh, anche se ufficialmente il termine “liberale” nasce in Spagna vent’anni prima. I semi di quelle idee però erano già rintracciabili nel giusnaturalismo, in alcune componenti dell’ illuminismo e nelle opere di maestri del pensiero come Locke, Hume, Smith, e, in fin dei conti, Kant stesso. Il filone liberale non si limitava a porre dei paletti all’autorità politica. Istituiva precisi limiti alle prerogative delle confessioni religiose. “Libera chiesa in libero stato”, è un principio ripreso da Cavour in occasione del suo intervento al parlamento del 27 marzo 1861 che portò alla proclamazione di Roma come capitale del Regno d'Italia. Lo stesso per il potere economico. Si pensi, in questo caso, alle legislazioni antitrust sorte già nel 1890 negli Stati Uniti a partire dallo Sherman Act per sciogliere i monopoli ed i cartelli tra aziende al fine di impedire che potessero abusare di una posizione dominante sul mercato. E dunque, per far sì che una democrazia possa essere considerata a tutti gli effetti liberale non può avere come unico sostegno il pallottoliere. Credo invece sia necessario che rispetti almeno tre condizioni: rigida difesa delle libertà individuali, cominciando da quella al dissenso; netta separazione tra i diversi poteri, secondo un sistema efficace di “controlli e contrappesi” (la migliore polizza assicurativa sulla sua durata); una solida cultura delle regole per garantire che il contenuto della Costituzione o di parti di essa, non venga disatteso nei fatti da potenti o furbi particolarmente disinibiti. Una speciale attenzione, in questo quadro, andrebbe posta alla prevenzione da possibili abusi ad opera dei mezzi di comunicazione. (segue a pag.4)


Una data per la nazione Nulla capita per caso: c’è sempre una ragione anche per la scarsità della nostra memoria. Gli Italiani vivono senza coinvolgimenti e senza motivazioni la ricorrenza ormai imminente dei centocinquanta anni dell’unità della nazione: ed alla vigilia dell’evento qualcuno accusa le istituzioni di scarsa sensibilità. Sia chiaro: si tratta di accusa sacrosanta, ma richiamerei una qualche ragione anche più rilevante. Il fatto è che manca un evento in cui tutto il popolo italiano si riconosca, in cui ritrovi una comune memoria da celebrare. L’unità del Paese è frutto di un progetto sicuramente illuminato, ma realizzato da una minoranza non sempre attenta alla domanda ed alla realtà di un territorio frantumato da interessi contrastanti se non contradditori. Il riscatto dai totalitarismi, imputabili al fascismo, in poche parole la Resistenza, ha sicuramente visto il coinvolgimento diretto o indiretto di tutta la nazione; eppure, nella diversa natura ed importanza di tale coinvolgimento, nella frattura che ha provocato, si è trovata la ragione per escludere dall’evento una parte cospicua del popolo italiano. Non sarà forse il caso di prendere atto della presenza di tutti, sia pure in ruoli non assimilabili, in una tappa così fondamentale della nazione, per trovare le fila di un sentire comune? Potrebbe essere un modo per festeggiare la raggiunta unità.

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La città “sverniciata” e le strade

Sulla trascuratezza nella segnaletica orizzontale Dario Fornaro ●

Se è consentito, in un foglio che di consueto “vola alto”, trattenersi fugacemente a livello del suolo, prenderei il caso delle strade alessandrine, ormai largamente orfane di segnaletica orizzontale a livelli di minima decenza. La trascuratezza su questo aspetto così importante per la sicurezza stradale, non nasce certo con l’attuale Amministrazione, ma è facile constatare che stiamo vivendo, sotto questo profilo, un’annata-record. Con una moltitudine di strisce, pedonali e segna-corsie, con relativi stop e precedenze, sbiadite ai limiti di ogni visibilità o del tutto sparite. Saltuari interventi di “rinfresco” evidenziano, se pur ce ne fosse bisogno, il penoso contrasto con tutto il resto della rete viaria (compresi i dintorni della Vigilanza Urbana che certo non gradisce il degrado, le scuole di via Galvani e innumerevoli altri esempi). E alimentano anche le perplessità sulla loro invariabilmente precoce scomparsa, estese alla qualità della vernice e ai modi di applicazione. Lasciando a lato il problema estetico (una città “sverniciata” si presenta inevitabilmente come una città maltenuta e disordinata, quali che siano le trovate cosmetiche adottate), resta incredibile la sottovalutazione del contributo essenziale che una efficiente segnaletica orizzontale reca alla sicurezza stradale, unitamente a quella verticale o cartellonistica che, tuttavia, sempre di più, codice o non codice, annega spesso nell’alluvione delle insegne e dei messaggi “aerei”. Palificare la città con una foresta di segnali stradali, risparmiando sulle strisce, salverà forse il minimo di legalità formale, ma rappresenta una pessima combinazione ai fini della sicurezza sostanziale della circolazione e della correttezza dei comportamenti. 2

Se, come si suole avanzare, mancano i soldi per le strisce, le considerazioni possono anche appesantirsi. Perché, finanza locale e finanza creativa a parte, sul piano generale, è pur vero che una gerarchia nelle spese dei singoli comuni esiste comunque ed è possibile, anche se non agevole, notare che per certe spese, putacaso quelle legate agli eventi e quelle dedicate all’immagine, i soldi, nelle pieghe dei bilanci, si trovano sempre. E se non si trovano per la segnaletica, vuol dire che questa è scivolata indietro nella scala delle necessità civiche, pur richiamandosi al capitolo plurinvocato della “sicurezza”. Nel quale, evidentemente, le telecamere di sorveglianza pubblica, ed ora l’equipaggiamento delle “ronde”, la vincono, nella distribuzione delle risorse, sulle povere strisce. Così necessarie e pur così poco militar-tecnologiche come i tempi comandano.

Si comunica, su richiesta dell’Associazione, che sono aperte dal 16 settembre p.v. le iscrizioni ai corsi UNITRE, in via Castellani, 3. Orario: lunedì/venerdì 9/12; 15/17.

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L’INTERVISTAL

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Parla il neo Presidente della Fondazione C.R. Alessandria

La nuova stagione nello storico istituto si apre all’insegna della continuità A cura di Agostino Pietrasanta ● Pubblichiamo l’intervista al nuovo presidente della Fondazione CRAL, anche nel ricordo di Gian Franco Pittatore, che, predecessore di Taverna, ha espresso una presenza incisiva ed importante nella vita della città e della provincia e che ha ripetutamente risposto alle necessità del territorio con lungimiranza di straordinario acume e viva lucidità. Peraltro l’intervista mette in evidenza aspetti essenziali dell’attività di Pittatore; universalmente ammirata, la richiamiamo con i sensi dell’amicizia che ci ha legato per decenni. Da qualche settimana le tocca il difficile compito di sostituire un personaggio carismatico come il presidente Pittatore. Quale ricordo del suo predecessore? E’ sicuramente un impegno gravoso quello di presiedere la Fondazione subentrando a Gianfranco Pittatore, persona di grandissime capacità, rigore ed equilibrio, che ha saputo tessere una serie di rapporti di altissimo livello, proiettando la nostra Fondazione ai vertici nazionali per proposte innovative e metodo di gestione, come dimostrano i progetti a cui ha lavorato, con appassionato impegno, in questi anni. Il recupero del sanatorio Teresio Borsalino e la successiva trasformazione in Centro Riabilitativo “Borsalino 2000” è stato un’iniziativa pilota nel mondo delle Fondazioni Bancarie, condotta in collaborazione con l’Azienda Ospedaliera di Alessandria e la Regione Piemonte che ha permesso di recuperare un complesso architettonico di grande pregio, progettato da Arnaldo e Ignazio Gardella, e di creare, oltre ad un moderno centro sanitario, anche numerosi posti di lavoro. Oikos 2006 è stato uno dei primi progetti di housing sociale presentati a livello nazionale; Expopiemonte è destinato a diventare il centro fieristico di riferimento del Piemonte meridionale; il complesso di Santa Croce di Bosco Marengo è ormai conosciuto a livello internazionale come sede dell’Associazione The World Political Forum; l’atteso Museo dell’Arte Orafa Valenzana è in fase di realizzazione, così come procede il recupero di Palatium Vetus, il

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G. PITTATORE e P.A. TAVERNA ultimi presidenti della Fondazione più antico edificio pubblico di Alessandria, e del Teatro “Marenco” di Novi Ligure. E l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo e diventare nutrito. Volgendo invece lo sguardo al futuro, quali obiettivi si propone per il suo mandato? Il mio impegno è quello di collocare l’attività della Fondazione in un orizzonte di apertura verso il futuro che tenga, quindi, costantemente conto delle mutevoli situazioni che possono presentarsi, ma anche di continuità con il passato. Continuità quanto ai contenuti, per proseguire l’azione dell’Ente nelle linee già tracciate da Gianfranco Pittatore. Continuità rispetto al metodo, per portare avanti i molteplici progetti già in atto su basi di collegialità e di collaborazione con il Consiglio di Amministrazione. Il tutto non sottovalutando la difficoltà degli impegni che dovranno essere affrontati, ma, nel contempo, con la ferma determinazione di fare in modo che le già positive performances dell’Ente possano ulteriormente migliorare. Ho già detto delle doti personali di Pittatore. Da parte mia, sono aperto al contributo di tutti e ho già chiesto ai membri del Consiglio un impegno straordinario e di particolare intensità. Nel recente rinnovo delle cariche nel Consiglio di Amministrazione della Cassa di Risparmio si è creata una frizione non indifferente con la capogruppo BPM di Milano. Non parlerei assolutamente di frizioni. Anche a Banca Popolare di Milano ribadiremo le posizioni espresse da Pittatore: la irrinunciabile difesa dell’identità di una banca del 3

territorio, pur nell’appartenenza a un grande gruppo nazionale. Del resto, l’autonomia e lo sviluppo della nostra Cassa di Risparmio in Piemonte e in Liguria sono garantiti dall’accordo quadro e dai patti parasociali a suo tempo sottoscritti da Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria e da Banca Popolare di Milano. In questa stessa direzione intendo muovermi, procedendo con la massima attenzione e con l’aiuto del Consiglio. Si fanno sempre più insistenti le voci di fusione tra la Cassa di Alessandria ed altro Istituto. I rumors sulle banche si sprecano e dunque anche quelli sulla Cassa di Risparmio di Alessandria, che la vedrebbero impegnata in operazioni di fusione. Mi pare inopportuno enfatizzare notizie pubblicate dai giornali: posso solo dire che ci muoveremo per mantenere e ampliare la libertà di movimento della Banca locale puntando come sempre sul suo radicamento territoriale e sul patrimonio umano che, se opportunamente valorizzato, è in grado di esprimere punte di eccellenza in professionalità e competenza al servizio delle imprese e dell’economia locale.

PIER ANGELO TAVERNA Nato nel 1949, conosciutissimo in città, è da sempre impegnato nella attività politica e nel sociale. Membro per 3 legislature del Consiglio Comunale cittadino, del quale è stato Presidente; già Consigliere, Assessore e Vice Presidente della Provincia. Ha un curriculum ricchissimo, legato alle attività svolte anche nel mondo del volontariato, con particolare riguardo ad alcuni momenti: l’alluvione del 1994, la nascita dell’Università, gli interventi di soccorso alle popolazioni dell’ex-jugoslavia, per la quale è anche stato insignito di importanti onorificenze. In ambito nazionale è stato nominato Grand’Ufficiale della Repubblica e premiato dalla Croce Rossa con medaglia di prima classe. Amministratore e Presidente di numerose società per lo sviluppo locale, si occupa fin dal 1982della Cassa di Risparmio di Alessandria, della cui Fondazione è divenuto Presidente l’11 agosto di quest’anno.

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La democrazia…

PRESENZE SURRETTIZIE

(continua da pagina 1)

(Editoriale - continua da pagina 1)

Per una serie di valutazioni successive (la faccio corta), la presenza è inevitabilmente apparsa scelta di parte, dal momento che, in politica, non si dà possibile una presenza diversa, con conseguente coinvolgimento preferenziale per un orientamento politico, rispetto ad un altro. Il coinvolgimento della Chiesa con una parte politica: ciò che Sturzo appunto ha sempre paventato e ciò che viene continuamente escluso nelle dichiarazioni ufficiali e la cui negazione, sia detto per inciso, costituisce uno dei cardini della tradizione cattolico/democratica. Ora, sia chiaro, e lo riprendiamo per l’ennesima volta: nessuno nega l’importanza e la congruità dell’ opinione della Chiesa su questioni di rilevanza pubblica e non siamo certo noi a negare la legittimità dei suoi interventi; il fatto è che altro è l’intervento che indica i principi che ispirano l’attività politica, un conto ben diverso è prendere parte per la scelta di un criterio e di una dialettica che confronta le metodologie per raggiungere obiettivi, il più coerenti possibile con i principi indicati. Lo dice espressamente il Concilio Vaticano II al n. 43 della “Gaudium et Spes”: i laici chiedano ai pastori le indicazioni di principio, ma poi si assumano, nelle scelte concrete, le

loro responsabilità. Domanda: è ancora valido li magistero conciliare al riguardo? Oppure i pastori gradiscono le telefonate dei leader politici per indicare le scelte operative e di parte più consone al loro gradimento? Certo la Chiesa deve ed ha da dire cose importanti sulla vita e sulla famiglia, sui diritti del forestiero e sulle povertà del mondo, ma le scelte concrete, che portino a realizzazione il più possibile rispettosa di quei diritti spettano ai laici, perché in politica, le scelte concrete sono sempre di parte: altrimenti addio dialettica; come dire, addio democrazia. Un passo di presenza in quelle realizzazioni, porta allo schieramento di partito ed inevitabilmente ad una conseguenza: quando si scontrano le parti, anche fisiologicamente, l’universalità del messaggio cristiano ne esce compromesso; figuriamoci poi quando lo scontro si fa scorretto: l’esposizione surrettizia della Chiesa diventa inevitabile, al punto che qualcuno, nel caso cui si è fatto cenno, ha voluto vedere una frattura interna al tessuto ecclesiastico: può essere che sia una forzatura, ma è anche il segnale della disfatta di un metodo trionfante da circa un ventennio. E le ragioni di Sturzo ritornano evidenti.

APPUNTI ALESSANDRINI Ap ● per un dibattito politico ANNO 3 N.9 Settembre 2009 Coordinatore: Agostino Pietrasanta Staff: Marco Ciani ● Walter Fiocchi Dario Fornaro ● Roberto Massaro Carlo Piccini Per ricevere questa Newsletter manda una mail all’indirizzo

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Si tratta di una questione sollevata da autorevoli pensatori di area liberale e, in particolare, da Karl Popper. In “Cattiva maestra televisione” il filosofo viennese ammoniva «una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà pienamente scoperto». Le recenti polemiche relative alle vicende di quotidiani come Avvenire, Giornale, Repubblica, Unità oppure le disavventure di “Videocracy” - pellicola della quale le principali televisioni si sono rifiutate di trasmettere il trailer pubblicitario - si rivelano a tal proposito piuttosto indicative. Alla luce di quanto abbiamo sostenuto possiamo formulare l’ipotesi che l’Italia sia ancora (ammesso e non concesso che lo sia mai stato pienamente) un Paese liberale? Si considerino l’enorme concentrazione di potere economico, politico e mediatico nelle mani di una sola persona; l’influenza diretta della Chiesa nelle scelte legislative; la presenza di trust impenetrabili in ambito professionale e di importanti oligopoli aziendali difficilmente scomponibili; l’invasività dello stato anche nelle vicende più intimamente personali dell’individuo, oppure in materie che dovrebbero piuttosto costituire oggetto di negoziato tra parti sociali; la ormai diffusa carenza di senso civico. Questi ed altri elementi non secondari pregiudicano a mio avviso la possibilità di qualificare la nostra democrazia come “democrazia liberale”. Sia nell’ accezione classica poco incline alle sollecitazioni di natura sociale, sia nella forma conosciuta come “welfare liberalism” aperta al tema della giustizia distributiva. Non che siano mancati in Italia nel ‘900, politici che hanno tenuto fede ai principi liberali, a destra come a sinistra. Da Giolitti a Croce, da Nitti a Bonomi, da Einaudi a De Nicola, da Malagodi a Spadolini; ex-azionisti come La Malfa e Bobbio, Rossi e Spinelli; i radicali italiani. Inoltre, è possibile individuare nitidamente molti elementi di quella tradizione nell’alveo del cristianesimo democratico, per esempio nel pensiero e nell’opera politica di cattolici come Sturzo e De Gasperi. E tuttavia non possiamo non prendere atto del fatto che l’ispirazione liberale continua da noi a rimanere palesemente inattuale e minoritaria rendendoci, nel consesso delle democrazie occidentali, una visibile ed incongruente anomalia.

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