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ANNO GENNAIO 2009 ● Supplemento mensile di Appunti Alessandrini ●  appunti.alessandrini@alice.it ANNO 11 N. N.21FEBBRAIO

La discussione suscitata dal caso di Eluana interroga le coscienze di cattolici e laici

La fine di un’esistenza terrena e le implicazioni mediche, teologiche, etiche e politiche La scelta più comoda sarebbe stata quella di “Pilato”; tacere e lavarsene le mani; o, da credenti, invitare alla preghiera; far tacere le domande che si affollano dentro e affrontare una semplicistica riflessione introdotta da un bel: “La Chiesa dice che…!”. Ma il clamore, le implicazioni, i dubbi, le domande suscitate dalla umana vicenda di Eluana Englaro impediscono le scelte pilatesche. Anche la riflessione che segue non offre risposte, suscita nuove domande, non perché la nostra generazione abbia prodotto “relativismo culturale”, ma piuttosto perché è generazione segnata dal “dubito, ergo sum”; e anche se credenti non ci sentiamo per questo “possessori della verità”, ma sempre “cercatori” della verità e di Dio. Così ci sentiamo profondamente feriti quando vediamo lo scontro di “verità contrapposte”, conflittuali, impugnate come spade. Ci saremmo aspettati parole di misericordia e vicinanza di dialogo e rispetto, invece abbiamo ascoltato giudizi inappellabili, scagliati come pietre contro un padre ritenuto giudice e boia della figlia. Forse e appunto perché non ha scelto la soluzione pilatesca. Che dire allora? Allo stato attuale della ricerca (medica, scientifica, filosofica, teologica) chi può dire con certezza quando comincia e quando finisce la vita? Come possiamo distinguere tra vita meramente “biologica” – privata per sempre di coscienza e possibilità di una qualsiasi relazione - e vita veramente “umana”? È legittima questa distinzione? O la vita è sempre e comunque qualcosa di sacro e assoluto?

Procediamo per punti. Ci sentiamo di anteporre la necessità del dialogo, con la convinzione che la conoscenza oggettiva è frutto di un cammino condiviso, secondo il detto: “La tua verità? Non mi interessa. La verità? Cerchiamola insieme!”. Il dialogo non è arma dissimulata per piegare verso idee predeterminate l'interlocutore, ma virtù che comporta ascolto delle ragioni dell'altro, relazione con una persona da accogliere senza condizioni come è (non come si vorrebbe che fosse).

Una foto di Eluana Englaro prima dell’incidente L’ambito della riflessione etica sulla vita e sulla morte abbraccia molteplici “zone grigie”, cioè situazioni in cui «non è subito evidente quale sia il vero bene dell'uomo e della donna», (card. Martini).

Le zone grigie sono dovute alle caratteristiche della prospettiva etica e degli interrogativi che ne conseguono su temi di confine tra la scienza e la filosofia/teologia. Entrano infatti in gioco due tipi di conoscenza: da una parte i dati delle scienze sperimentali, dall'altra una riflessione sul senso del vivere e dell'agire umani. Diamo per assodato che i risultati delle scienze empiriche siano per molti aspetti relativi e modificabili, e le teorie scientifiche provvisorie; da loro è impossibile dedurre immediate conseguenze etiche. Si distingue il linguaggio scientificobiologico da quello filosofico-teologico. Il primo non è in grado di dire una parola sul senso della vita dell'uomo. Ma è impossibile parlare del corpo umano come se fosse un’entità biologica, un oggetto neutrale, ignorando il contesto e il progetto in cui è fin dal suo principio inserito. La vita non è riducibile a oggetto biologico ma «è, piuttosto, l'esperienza di un senso, che dischiude alla coscienza una promessa che la interpella, sollecitandola all'impegno e alla decisione di sé, nella relazione con l'altro» (Chiodi M., Etica della vita, Glossa, Milano, 2006), una frase questa, che ci fornisce elementi importanti di valutazione per ciò che riguarda la vicenda di Eluana e dei suoi familiari. Al di là di alcune affermazioni di uomini di Chiesa che sono sembrate esprimere certezze al limite del “fondamentalismo”, è ormai dato magisteriale che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto.


Sopra di esso sta quello della dignità umana, che nella visione biblica comporta una apertura alla vita eterna; sta qui la definitiva dignità della persona. La vita fisica, rispettata e difesa, non è il valore supremo e assoluto. Pio XII affermava: «La vita, la salute, tutta l'attività temporale sono infatti subordinate a fini spirituali». E Giovanni Paolo II - dopo aver ricordato che «l'uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, perché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio» - ribadiva la «relatività della vita terrena», «non realtà "ultima", ma "penultima"». Il rispetto per la vita umana non è quindi sacralizzazione della sua dimensione biologica; la nostra identità personale è costitutivamente relazionale. Ma quando questa relazionalità (con Dio, con gli altri) non è più in alcun modo sussistente? Si è a lungo dibattuto su eutanasia e rinuncia a terapie sproporzionate. Eutanasia è gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, dove è secondario stabilire se l'intenzione di abbreviare la vita si realizzi tramite un'azione o un'omissione, perché entrambe discendono da una decisione, di intervenire o di astenersi, posta dal soggetto. Eutanasia e rinuncia a trattamenti possono perciò avere identico risultato, ma possiedono un significato diverso sotto il profilo etico. E crediamo sia necessario ancora distinguere tra uccidere e lasciar morire. La sospensione delle cure non provoca la morte, ma smette piuttosto di combattere fattori che ne sono causa.

Ancora: è davvero così chiaro e assodato che «la somministrazione di cibo e acqua, anche per vie artificiali – come afferma un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1 agosto 2007 -, è in linea di principio un mezzo ordinario e proporzionato di conservazione della vita. Essa è quindi obbligatoria, nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria, che consiste nel procurare l'idratazione e il nutrimento del paziente»? Ma chi può fissare oggi con chiarezza, soprattutto nei casi più complessi di stato vegetativo permanente, il confine tra «assistenza medica» e «procedure mediche sproporzionate»? Lo stesso documento della Congregazione afferma che l'obbligo di somministrare cibo e acqua per vie artificiali permane «nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria». Né possiamo trascurare la distinzione tra alimentazione e idratazione “naturali” e la somministrazione di prodotti che naturali non sono, in quanto supporti medico-chimici. La Dichiarazione sull'eutanasia della Congregazione per la dottrina della fede del 1980, ha attribuito il compito di prendere decisioni «alla coscienza del malato o delle persone qualificate per parlare a nome suo, oppure anche dei medici» (n. 4). Indirettamente si tocca qui il tema del testamento biologico. Il malato ha un ruolo di primo piano nelle scelte riguardanti le cure. Egli non deve però essere lasciato solo, ma accompagnato dalla relazione tra medico e paziente e paziente e familiari. E quando il malato, privo di conoscenza non è più in grado di esprimersi?

Richiamiamo la soluzione francese: nel caso il malato rifiuti ogni intervento,salvo le cure palliative, i medici, percorso fino in fondo la via del dialogo, si attengano a tale diniego. Negli altri casi andranno mantenute le cure ordinarie, con particolare riferimento all'alimentazione. Chi può decidere, nel concreto, che la nutrizione forzata si può sospendere? Necessita un giudizio di natura tecnica, che non può venire né dai magistrati, né dai vescovi, né dai soli familiari. La decisione finale dovrebbe essere condivisa, frutto di un'alleanza terapeutica tra i vari soggetti che sono parti in causa nella vicenda: paziente, medico, personale sanitario, familiari e persone vicine. Concludiamo con due sottolineature. «Nella sofferenza è nascosta…la forza ascensionale del mondo. Il problema sta tutto nel liberarla, rendendola cosciente del suo significato e del suo potere». I diciassette anni di sofferenza vissuti in piena coscienza dagli Englaro, e le scelte “scomode” che hanno fatto, si collocano nell’alveo della citata affermazione di Theilard de Chardin. Sembra infine possibile cercare e raggiungere un'intesa sulle pratiche che la legge sarà chiamata a regolare. Si tratta di trovare le vie per facilitare al morente l'incontro e l'accettazione della morte, non «di collaborare alla ua realizzazione», di fornire un accompagnamento e «un aiuto nel morire, non un aiuto per morire», come hanno scritto i Vescovi di Friburgo, Strasburgo e Basilea nel 2007; finché sussiste uno sprazzo di ragionevole speranza.

Perché l’articolo non è firmato

Ap ● Supplemento

Come avrete notato, questo numero monografico di Ap ● Supplemento non reca alcuna firma. Ciò è dovuto al fatto che si tratta di un articolo di cui si fa carico la Redazione, pur nell’ambito delle sensibilità diverse che contraddistinguono i collaboratori. Alla fine, dopo una complessa discussione tra tutti, ne è risultata la sintesi “possibile” che trovate in questo numero

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