Page 1

Mons. Giovanni Tonucci

Don Paolo Tonucci Uomo, sacerdote, profeta.


Con il Patrocinio di

Introduzione “Mi sono sentito prete impegnato nell’evangelizzazione celebrando la Messa, annunciando la Parola di Dio, lavorando nella scuola professionale, protestando quando venivano distrutte le baracche delle famiglie, facendo amicizia con gli operai, con i disoccupati, gli universitari, i professori di università. Mi sono sentito educatore ed evangelizzatore non solo parlando ma anche compiendo gesti di solidarietà e di liberazione”.

Testi Mons. Giovanni Tonucci Fotografie Archivio di famiglia ??? Archivio Velar Fotolia.com Impaginazione Daniela Brambilla © 2014 Editrice Velar 24020 Gorle, Bg www.velar.it ISBN 978-88-7135-964-9 Tutti i diritti di traduzione e riproduzione del testo e delle immagini, eseguiti con qualsiasi mezzo, sono riservati in tutti i Paesi. I.V.A. assolta dall’Editore ai sensi dell’art. 74, 1° comma, lettera C, D.P.R. 633/72 e D.M. 09/04/93.

Finito di stampare nel mese di giugno 2014

La sera dopo il funerale, nella cucina della casa della zia Paolina, insieme con Delia, noi fratelli ascoltavamo le parole di Paolo, registrate due anni prima, quando il sindaco di Fano gli aveva consegnato il premio “La Fortuna d’oro”, riconoscimento attribuito a cittadini fanesi che si sono distinti per meriti particolari. Nel ringraziamento, parlò della sua vita in Brasile, indicando i punti salienti della missione svolta. Queste parole, nella loro semplicità, suonarono ai nostri orecchi come l’immagine perfetta di nostro fratello, identificato con la sua fede e con il suo sacerdozio. Negli anni esaltanti ma, per tanti aspetti, confusi del periodo che seguì il Concilio Vaticano II, era stato facile perdere l’orientamento e dedicarsi ad attività estranee alla missione della Chiesa. Il lungo tempo della dittatura militare in Brasile, con le ingiustizie e le crudeltà che venivano commesse, poteva essere una motivazione forte e nobile per abbandoSuor Maria Teresa Spinelli

3


nare la via del Vangelo e seguire il cammino della ribellione violenta o della contestazione di partito. Pur vivendo in mezzo a tanti cambiamenti, con ideologie e mode comparse e scomparse dalla scena, Paolo ha continuato a identificarsi con la Parola di Dio, che ha annunciato e vissuto, servendola senza servirsene mai. Con mio fratello Don Paolo, di due anni più grande di me, ho condiviso le scelte e gli ideali, sia pure in campi di servizio della Chiesa diversi, ma non lontani. Offro qui alcuni ricordi di lui, anche se velati dal suo caratteristico riserbo. Pur essendo cordiale con tutti, pronto al sorriso e aperto alla confidenza, manteneva la sua vita interiore protetta da una discrezione gelosa. Non ci voleva però molto a capire che la sua forza interiore, la sua coerente adesione al Vangelo, nasceva da una spiritualità profonda, fatta di convinzioni forti, acquisite negli anni di formazione e sempre mantenute pur nelle mutate condizioni di vita e di missione. In questi mesi, ascoltando le parole di Papa Francesco, mi sono scoperto a sentire in esse, come in un eco lontano, alcune idee che erano care a Paolo: “Stare nelle periferie del mondo”; “I poveri sono la carne di Cristo”; “La misericordia diventa il segno dei tempi”. La forza del Vangelo continua a suscitare testimoni e profeti.

X Giovanni Tonucci Delegato Pontificio e Arcivescovo di Loreto

4

Don Paolo Tonucci

La chiamata “Oggi Paolo mi ha confidato che vuole entrare in seminario”.

Anna Castellani

E allora, Paolo, a ottobre entri in seconda media e sarai ancora in classe con Giuliano”. Una vicina di casa, in visita alla mamma, si rivolgeva così al piccolo Paolo, che, insieme a me, assisteva al commiato tra le due signore. La risposta fu immediata: “No, signora, a ottobre io entro in seminario”. La mamma fulminò Paolo con un’occhiataccia molto espressiva, ma nient’altro fu detto fino a quando la vicina fu accompagnata alla porta. Poi il rimprovero divenne esplicito: “Quante volte ti abbiamo detto che sei ancora troppo piccolo per entrare in seminario!”. “Ma io voglio diventare prete. Ne ho già parlato col rettore, e lui è d’accordo”. Non ricordo altro di quella conversazione, ma so bene che, alla fine, Paolo fece come aveva voluto. La vicenda umana di Don Paolo Tonucci si è svolta in due ambienti distinti: la città di Fano, nelle Marche, dal 1939 al 1965, e l’arcidiocesi di Salvador, nello stato brasiliano di Bahia, dal 1965 fino al 1994, anno della sua morte. I suoi genitori si erano sposati nel 1938. Il padre, Bruno, proveniva da una famiglia molto povera. Non aveva potuto completare le scuole elementari e, per sopravvivere, fin da ragazzino aveva fatto i mestieri più diversi: apprendista calzolaDon Paolo Tonucci

5


La famiglia di Paolo, in una foto del 1949. Paolo è in basso, al centro della foto.

6

io, cameriere d’albergo, commesso di una rivendita di olio, istitutore nel Convitto Nolfi. Aveva infine conseguito il titolo di infermiere, che gli permise di esercitare questa professione nel Seminario Regionale e quindi, dopo la guerra, all’INAM di Fano, presso cui fu impiegato fino all’età della pensione. La madre, Amelia Muratori, era casalinga ed aveva sviluppato grandi qualità domestiche: cuoca, sarta, ricamatrice. Si sposarono quando Bruno aveva 31 anni e Amelia 23. Subito dopo il matrimonio, si erano alloggiati in un piccolissimo appartamento, preso in affitto, poco lontano dall’Arco d’Augusto e proprio fuori delle mura medioevali di Fano. Paolo nacque in questa casa il 4 maggio 1939. Seguendo la tradizione, dato che era il primogenito, al Battesimo fu aggiunto il nome di Maria, per consacrare il neonato alla Madonna. Fu seguito poi da Francesco, Giovanni e Marco.

Don Paolo Tonucci

Durante la Seconda Guerra Mondiale, al passaggio del fronte, quando, nel 1944, la città fu evacuata, la famiglia si trasferì a San Liberio, sotto Montemaggiore al Metauro, mentre Bruno restava in città, a lavorare in Seminario. Dopo la liberazione di Fano, il 27 agosto 1944, gli sfollati rientrarono in città, ma i servizi essenziali per la convivenza non erano ancora stati riabilitati. In quei mesi, Paolo, pur avendo solo cinque anni di età, frequentò privatamente la prima elementare insieme con altri bambini, sotto la guida di una maestra. Con l’avvento della pace, la situazione si normalizzò, le scuole furono riaperte, ed egli entrò direttamente in seconda, guadagnando un anno di scuola. Fin da piccolo, Paolo aveva manifestato il desiderio di diventare sacerdote. Tra i suoi giochi preferiti c’era quello di “dire messa”, adoperando strofinacci da cucina come paramenti. I fratelli lo seguivano, talvolta malvolentieri, perché egli chie-

Don Paolo Tonucci

Veduta di Montemaggiore al Metauro.

7


Paolo ormai in abito talare, nel giorno della vestizione, l’8 dicembre 1953.

8

deva molta serietà nel compimento delle rispettive funzioni. Con tutta la famiglia, frequentava la parrocchia del Duomo, dove la sua crescita spirituale fu guidata dal giovane parroco, Don Costanzo Micci, e dalla delegata del Fanciulli di Azione Cattolica, la Signora Anna Castellani. Proprio da una pagina di diario della Signora Castellani abbiamo una prima testimonianza del desiderio di Paolo: “Oggi Paolo mi ha confidato che vuole entrare in seminario”.

Don Paolo Tonucci

Fu così che, durante il periodo delle vacanze estive del ’51, quando aveva già frequentato la prima media, all’insaputa dei genitori, parlò con il rettore del seminario diocesano, per precisare i tempi e i modi del suo ingresso. Bruno e Amelia, ambedue persone di grande fede, non erano contrari alla vocazione, che vedevano anzi con gioia, ma avrebbero preferito che Paolo aspettasse qualche anno, per operare una scelta più matura. Di fronte alla

Don Paolo Tonucci

29 giugno 1962. Ordinazione presbiterale. Don Paolo è assistito dallo zio paterno Dom Domenico Tonucci, monaco camaldolese.

9


Fano. La cattedrale di Santa Maria Assunta, detta anche di Santa Maria Maggiore.

10

sua volontà così ferma, incoraggiati anche dal parere del parroco, accettarono che le cose andassero secondo il desiderio del figlio. Nel seminario diocesano, Paolo frequentò le ultime due classi delle medie e il ginnasio. Poi continuò gli studi di liceo, filosofia e teologia presso il Pontificio Seminario Regionale “Pio XI”, anch’esso con sede a Fano. Completati gli studi di teologia, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1962, per le mani di Mons. Costanzo Micci, suo antico parroco, allora Vescovo della diocesi di Larino, nel Molise. Nell’autunno di quell’anno, fu nominato vice parroco della Cattedrale di Fano, come collaboratore di Don Stefano Mariotti. Don Stefano conosceva Paolo fin dai tempi del seminario minore, in cui era stato vice-rettore e insegnante, e ne aveva molta stima. Lavorarono insieme per

Don Paolo Tonucci

tre anni, suscitando molte attività e dando inizio ad un sistema di coordinazione parrocchiale volto a creare uno spirito di famiglia nella comunità. Una delle iniziative più tipiche era la visita all’ospedale, che facevano insieme ogni domenica pomeriggio. In questo modo portavano assistenza ed amicizia ai parrocchiani infermi, ma poi allargavano la rete di conoscenze anche ad altri ricoverati. Paolo ebbe l’incarico di seguire i settori giovanili dell’Azione Cattolica e fu animatore spirituale del gruppo sportivo. Il Vescovo lo nominò assistente diocesano dell’allora fiorente associazione dei Fanciulli di Azione Cattolica, che curava la formazione dei bambini dai sei ai dieci anni. In questo periodo stabilì amicizie profonde con molte persone, che gli restarono legate anche nei decenni seguenti.

Don Paolo Tonucci

Escursione sulla Marmolada, durante un campeggio con i ragazzi della parrocchia della Cattedrale di Fano, nell’agosto 1965.

11


La missione Papa Giovanni XXIII firma la Bolla di indizione del Concilio Vaticano II.

“Mi sentivo chiamato a lasciare la mia terra per essere missionario, in un mondo che non conoscevo, tra gente che non conoscevo”.

Don Paolo, 19 ottobre 1992

M

entre lavorava intensamente nella pastorale parrocchiale e diocesana, cominciò ad allargare il suo sguardo alla Chiesa intera. Erano gli anni del Concilio Ecumenico Vaticano II, e la coscienza dell’universalità della Chiesa era stata fortemente ribadita dai Papi di quegli anni – Giovanni XXIII e Paolo VI – e quindi nei documenti emanati dallo stesso Concilio. Paolo chiese quindi con insistenza di poter andare a servire i più bisognosi in America Latina. Anche se con iniziale riluttanza, il Vescovo di Fano, Mons. Vincenzo del Signore, concesse il suo permesso e, nell’estate del 1965, Paolo si recò a Verona per seguire un corso di preparazione presso il CEIAL (Centro Ecclesiale Italiano per l’America Latina). Tra i sacerdoti allora conosciuti, sviluppò un’amicizia fraterna con Don Renzo Rossi, di Firenze, con il quale decise di partire, con destinazione Brasile. Lasciarono insieme l’Italia in nave, partendo da Genova, il 19 ottobre 1965, per arrivare a Rio de Janeiro il 27 seguente. Paolo aveva allora poco più di 26 anni ed era sacerdote da tre. I primi mesi li trascorse in un centro di formazione dell’arcidiocesi di Salvador di

12

Don Paolo Tonucci

Bahia, per imparare la lingua. Già a Natale ebbe le prime esperienze di vita pastorale, e ne scriveva il giorno stesso ai genitori, esprimendo la sorpresa per le cose che andava conoscendo: “Più vado avanti e più mi accorgo quanto sia necessaria la presenza di un prete quaggiù. La gente è ottima, molto simpatica, fa amicizia in una maniera fulminante. Due vecchie di A.C. di qui come regalo di Natale mi hanno dato una saponetta, l’altra il borotalco”. Nella stessa lettera sottolineava la grande povertà della gente: “Noi non potremo mai immaginare come vivano in una situazione infra-umana queste persone. L’acqua è color marrone (naturalmente io bevo acqua filtrata), il medico non esiste e già ho battezzato due bambini appena nati che parevano già morti”. E infine una riflessione di ordine pastorale: “A vedere questa gente, che assiste con devozione alla Messa, ma che si accosta così poco ai sacramenti (ho celebrato 3 Messe, con un to-

Don Paolo Tonucci

In Brasile, nel 1966, con Don Renzo Rossi e Don Enzo De Marchi.

13


Nossa Senhora de Guadalupe.

Nel 1969, durante una visita alle rovine di Macchu Picchu, in Perù.

14

tale di 2.000 partecipanti, le Comunioni, il giorno di Natale, forse hanno raggiunto la settantina) fa un’enorme impressione. Un parroco normalmente può avvicinare più o meno il 2% dei suoi parrocchiani”. Queste prime impressioni spinsero Paolo a cominciare con entusiasmo e buona volontà il lavoro nella parrocchia di Nossa Senhora de Guadalupe, nella zona chiamata “O alto do perù” (la collina del tacchino), alla periferia di Salvador, in cui lavorava insieme con Don Renzo, che ne era il parroco. In assenza di aiuti inviati loro dalle diocesi di origine, Paolo e Renzo vivevano in completa povertà, dipendendo dalle offerte delle Messe celebrate da Paolo in un collegio della città. Di questo suo primo luogo di lavoro, Don Paolo scriveva: “La nostra parrocchia ha quasi 100.000 abitanti, più popolosa di tutta la mia diocesi di Fano, e ha una sola chiesa, che può contenere circa 200 persone”. Nella suddivisione del territorio, a lui toccarono i

Don Paolo Tonucci

quartieri (bairros) di Fazenda Grande e di Fonte do Capim. Fazenda Grande diventò il centro della sua attività: vi costruì una chiesetta in muratura, al posto della precedente di “taipa” (terra battuta retta da bastoni di legno). Per essere più efficace in questa impresa edilizia, si iscrisse a un corso professionale per imparare ad essere muratore. Ebbe successo, tanto che alla fine del corso gli fu offerto un impiego nel mestiere, che dovette rifiutare, spiegando di avere un altro lavoro da svolgere. Col tempo, Paolo si convinse che sarebbe stato preferibile trasferirsi stabilmente a Fazenda Grande, invece di restare nella sede centrale della parrocchia. Costruì un paio di stanzette dietro la chiesa, e una di queste divenne la sua residenza stabile. Per dormire, da allora, cominciò a usare l’amaca. Per i pasti, stabilì un turno tra le varie famiglie, che gli offrivano pranzo e cena: tutto molto frugale e spesso mangiato alla svelta, per poi tornare in strada per altre incombenze. I poveri sono i più capaci a capire i poveri! La domenica sera, gli operatori pastorali, sacerdoti e volontari laici che lavoravano in parrocchia, si ritrovavano nella casa parrocchiale per cenare. Il lunedì era dedicato a un incontro, che era allo stesso tempo di formazione e di programmazione, e si concludeva con la celebrazione eucaristica. Talvolta seguiva una spedizione alla spiaggia o in città per vedere un film: le pellicole del Far West erano le preferite, a patto che ci fossero sparatorie e possibilmente molti morti! La vita delle comunità, che crescevano attorno alle cappelle di quartiere, era molto vivace. Soprattutto a Fazenda GranDon Paolo Tonucci

15


Riunione del lunedì, nella casa parrocchiale di Nossa Senhora de Guadalupe a Salvador de Bahia, il 5 maggio 1975.

16

de, Paolo si dedicava al catechismo per la preparazione ai sacramenti, a incontri di formazione professionale, umana e cristiana, e seguiva il gruppo della Legione di Maria. Pian piano, la partecipazione alla celebrazione eucaristica diventava più cosciente e piena. Dopo qualche tempo, istituì anche l’adorazione eucaristica, normalmente il giovedì, che, dopo un inizio stentato, divenne molto frequentata. Più tardi, da un’ora di adorazione settimanale, si dovette passare a due ore. Lo stesso progresso avvenne anche con la Legione di Maria. Inizialmente il rapporto con le donne che formavano il gruppo di Fazenda Grande fu difficile, ma in seguito Don Paolo, senza alterare la loro identità, riuscì a coinvolgerle nel lavoro pastorale della comunità. Quando egli si trasferì ad un’altra parrocchia, i gruppi della Legione erano due.

Don Paolo Tonucci

Capire il Brasile “Per servire la gente ho fatto molte cose, ma soprattutto ho cercato di ascoltare, di vedere, di capire questo popolo”. Don Paolo, 19 ottobre 1992

U

n episodio, in sé banale, accaduto nei primi mesi della permanenza di Paolo in Brasile, può indicare simbolicamente il cambio di prospettiva che è avvenuto in lui, per l’atteggiamento da assumere di fronte alla gente del posto. Partendo da Fano, Paolo si era portato alcune ricette, da poter provare e proporre una volta in Brasile. Fu quindi invitato in una famiglia di Fazenda Grande, per cucinare per tutti un piatto di spaghetti. Chi lo riceveva aveva tutto il necessario e quindi Paolo si mise a preparare il sugo. Quando questo era pronto, disse: “E ora pensiamo a cuocere la pasta”. La risposta fu: “Ma la pasta è già pronta!”. “Come pronta?”. “Ma sì! L’abbiamo già cotta stamattina”. “E ora dov’è?”. “Al sole ad asciugare”. La fatica fatta per convincere quella pasta cotta e rinsecchita a ricevere il sugo e a diventare appena mangiabile fu sufficiente per convincere Paolo che non valeva la pena darsi da fare per importare stili di cucina diversi da quelli a cui i locali erano abituati. E così entrò in pieno nel mondo culinario brasiliano, abituandosi a mangiare quotidianamente riso e fagioli, ma avendo ogni tanto l’occasione di Don Paolo Tonucci

17


Recife, con un animatore laico e con Don Lino Badino, anch’egli missionario italiano in Brasile.

18

qualche “feijoada” (piatto con vari tipi di carne e fagioli), “muqueca de peixe” (zuppa di pesce condita con olio di palma) o “churrasco” (carne allo spiedo). Il modo di porsi come evangelizzatore subì la stessa revisione, fatta non della rinuncia del proprio ruolo o dell’addolcimento del messaggio evangelico, ma di un apprezzamento cosciente di quello che la

Don Paolo Tonucci

gente già viveva e della sua maniera quasi naturale di vivere tanti valori cristiani, anche senza conoscere molti dettagli della dottrina. Don Paolo descriveva questo processo il 19 ottobre 1992, per la consegna del Premio “La Fortuna d’Oro”: “Il 19 ottobre di 27 anni fa partivo da Genova per andare in Brasile. E senz’altro in quel tem-

Don Paolo Tonucci

19


po andavo un po’ all’avventura. Mi sentivo chiamato a lasciare la mia terra per essere missionario, missionario in un mondo che non conoscevo, tra gente che non conoscevo. All’inizio credevo che avrei dovuto portare qualcosa: il messaggio cristiano, rivestito, incarnato in una cultura. Pian piano mi sono reso conto che il contatto con il popolo mi arricchiva, mi trasformava. Io che ero arrivato per portare qualcosa, stavo ricevendo molto di più da quella gente. Mi sono reso conto che la missione era e continua ad essere quella di servire la gente. Scoprire tutto quello che di bello, di valido c’è nella cultura, nella religione dei brasiliani, cosciente che Dio è presente, si manifesta e lavora anche quando noi non ci siamo”. Negli anni bui della repressione della dittatura militare, Paolo si trovò ad avere contatti con ricercati e perseguitati, che erano genericamente identificati come “sovversivi”. Se era necessario, li accoglieva, proteggeva e nascondeva. Basandosi sul Vangelo, contestava e denunciava le ingiustizie, sfidando l’arbitrio dei potenti. “Non conformandosi all’ingiustizia sociale di questa società perversa, difendeva i perseguitati, gli abbandonati e i nullatenenti” (Testimonianza del 1995). Durante i sedici anni di lavoro a Salvador, nella parrocchia di Guadalupe, Don Paolo istituì una scuola professionale, che fu intitolata “Primo Maggio”. La scuola volle essere una risposta ai bisogni degli strati più poveri della popolazione, provvedendo ad essi la possibilità di alfabetizzazione e una formazione completa per affrontare il mondo del lavoro con competenza e rette motivazioni. Moltis20

Don Paolo Tonucci

simi giovani poterono trarre vantaggio dall’educazione in essa impartita, e molti furono gli insegnanti, alcuni di essi anche professori universitari, che si dedicarono alla loro missione con un atteggiamento più di volontari che di salariati. Un episodio che ferì molto Don Paolo fu la reazione di un gruppo di benefattori italiani, i quali si sentirono offesi per l’uso del nome “Primo Maggio”, quasi che fosse una dichiarazione di fede comunista. Per questo smisero di dare il loro sostegno alle opere sociali di Paolo, che fino ad allora avevano appoggiato. Difendendo la sua scelta, Paolo ricordò che la festa del lavoro era stata mantenuta sempre, anche durante il tempo della dittatura militare e, del resto, il senso cristiano di quella ricorrenza era stato affermato con forza già dal papa Pio XII.

Don Paolo Tonucci

Salvador. Immagine di una favela.

21


L’orizzonte si allarga “La pastorale della Bahia deve molto a Paolo”. Dom Timoteo Amoroso, OSB

V

erso la metà degli anni ’70, ispirato dall’esperienza promossa a Recife dall’Arcivescovo Dom Hélder Camara, Paolo fondò i gruppi di Evangelizzazione della Periferia di Salvador, inizialmente basati proprio a Fazenda Grande. Negli incontri di organizzazione si ritrovavano sacerdoti missionari di diverse parrocchie e comunità, essi stessi provenienti da varie nazioni. Più tardi, a causa del cresciuto

numero dei partecipanti, ci si trasferì nella chiesa della Penha, al centro di Salvador. Negli incontri si preparavano i testi per la Campagna della Fraternità, che si svolge durante la Quaresima, per le celebrazioni del mese di maggio, per le feste di santi particolarmente popolari, come Sant’Antonio di Padova e San Giovanni Battista, per il mese della Bibbia e la novena di Natale. La metodologia usata era quella del “vedere, giudicare e agire”, in cui situazioni concrete erano esaminate e interpretate alla luce del Vangelo. La preoccupazione di Paolo era di mostrare l’attualità del messaggio biblico e, quindi, la necessità di non trasformarlo in una bella teoria, per atteggiamenti moralistici individuali, ma di viverlo nella concretezza del presente. Mensilmente gli animatori laici si ritrovavano nel collegio della Mercede,

A Recife, con Dom Helder Camara, il 20 settembre 1970.

Dom Timoteo Amoroso Lima, OSB, Abate benedettino di São Bento, a Salvador, amigo e direttore spirituale di Don Paolo, in una foto del 1975.

22

Don Paolo Tonucci

Don Paolo Tonucci

23


per ricevere e approfondire i testi che avrebbero usato per evangelizzare. Vi partecipavano più di quattrocento animatori, uomini e donne provenienti dai quartieri della periferia. Grazie a queste iniziative, il Vangelo, fino ad allora riservato ai preti e ai protestanti, diventò uno strumento amato e usato persino da fedeli analfabeti. Così cresceva in essi la coscienza di essere Chiesa. Dopo il trasferimento a Camaçari, Paolo continuò a partecipare e a contribuire con la preparazione dei testi, ma lasciò ad altri il peso dell’organizzazione. Nelle sue iniziative, Paolo ha avuto al suo fianco Dom Timoteo Anastacio, abate benedettino del Monastero di São Bento, a Salvador, il quale è stato suo ispiratore e direttore spirituale, ed ha anche aperto per lui utili contatti con il mondo professionale e accademico della città. L’apprezzamento per la sincera religiosità dei suoi parrocchiani non impediva a Don Paolo di sentire l’ansia per la loro povertà estrema. La maggioranza di essi proveniva da zone aride dell’interno del Brasile, e arrivava in città o perché cacciata da proprietari prepotenti o perché nell’impossibilità di sopravvivere a causa della siccità. Non potendo comprare un terreno per costruire la casa, le loro piccole abitazioni erano ricavate in terreni impraticabili, e i quartieri che nascevano mancavano dei più elementari servizi di urbanizzazione, quali rete fognaria, acqua potabile, corrente elettrica, strade praticabili. Gli spazi erano talmente ridotti che ogni casa era costruita a ridosso dell’altra, senza che le famiglie avessero un minimo di riservatezza e di isolamento da chi stava attorno. 24

Don Paolo Tonucci

Questa condizione, generalizzata in ogni quartiere povero, diventava drammatica quando, per le piogge, il terreno franava, travolgendo cose e persone. Alla distruzione, faceva seguito un lungo periodo di precarietà, con soluzioni temporanee per alloggiare quelle famiglie che avevano perso tutto e non avevano più una casa. Don Paolo non permise mai che i senzatetto si rifugiassero in chiesa: “Qui non dareste fastidio a nessuno. Nelle scuole invece date fastidio, e allora il governo è forzato a intervenire”. Scuole e collegi erano usati per rimediare all’emergenza, che durava a lungo, creando situazioni di stanchezza e di ostilità tra gli stessi rifugiati. Accompagnando e assistendo queste famiglie, Paolo ha vissuto alcune delle situazioni più pesanti e drammatiche, che lo hanno segnato profondamente, gua-

Don Paolo Tonucci

Alcune immagini delle condizioni di povertà in cui vivevano i parrocchiani di Don Paolo. ???????

25


dagnandogli anche l’ostilità di certi settori della classe al potere. La situazione di queste popolazioni continua ad essere drammatica anche oggi, come l’uccisione di Suor Dorothy Stang, colpevole di aver assistito i senzaterra, ha dimostrato. Un episodio fondamentale, nella vita brasiliana di Don Paolo, è stato quello della cosiddetta “invasione” del Marotinho. Vale la pena raccontare la storia, usando la narrazione fatta a suo tempo proprio da Don Paolo a Salvador, il 4 giugno 1986: “Le famiglie del Marotinho occuparono l’area tra Fazenda Grande e San Gaetano, spinti non da un sacerdote ma dalla miseria, dai bassi salari, dalla speculazione immobiliare, insomma dalla politica del Governo. Se al Marotinho ci furono dei responsabili dell’invasione, questi furono le autorità che provocarono e continuano a provocare l’esodo dalle campagne e non danno condizioni minime di vita alla grande massa degli abitanti delle città. Ho appoggiato le famiglie del Marotinho non mosso da motivi o ideologie politiche, ma per la mia fede in Cristo, perché sono cristiano e perché sono sacerdote”. Per le autorità, che fecero intervenire le forze dell’ordine, era inammissibile che delle persone a cui le piogge avevano distrutto la casa, occupassero terreni che dovevano essere utilizzati non per beneficare povera gente, ma per favorire qualche speculazione edilizia. L’azione svolta in questa circostanza da Don Paolo, improntata ad una coerente scelta di resistenza pacifica e approvata e sostenuta dall’Arcivescovo di Salvador, il Cardinale Dom Avelar Brandão Vilela, fu vista male dalle autorità, e fu la causa 26

Don Paolo Tonucci

di una decisione negativa quando, in due occasioni, Paolo, nel desiderio di identificarsi ancora di più con la sua gente, chiese la cittadinanza brasiliana. La domanda fu respinta sia durante il tempo della dittatura militare sia quando nel paese si era ormai instaurata una certa prassi democratica. In ambedue le occasioni, la risposta fece riferimento alla “indegnità” del richiedente. Paolo soffrì per questo rifiuto, che fu giudicato ingiusto e offensivo anche dall’amministrazione comunale di Salvador, che, appunto nel 1986, come gesto di riparazione, concesse a Paolo la cittadinanza onoraria della città. In quell’occasione, dopo aver rievocato l’episodio del Marotinho, Paolo denunciò alcuni delitti, perpetrati contro persone che avevano lottato per la giustizia, contro le malefatte del regime militare: “Ringrazio per la concessione del titolo di cittadino di Salvador che mi onora

Don Paolo Tonucci

27


Camaçari. Comune del Brasile nello Stato di Bahia, parte della mesoregione Metropolitana de Salvador e della microregione di Salvador.

28

molto, e approfitto del momento per me tanto importante per affermare che dedico questo titolo a tanti lottatori anonimi che con il loro sangue, il loro sudore stanno costruendo una società nuova. Questo titolo appartiene a loro. Voglio solo menzionare due amici: Eugenio Alberto Lyra Silva, avvocato del Sindacato dei Lavoratori Rurali di Santa Maria da Vitoria, assassinato il 22 settembre 1977, da sicari comandati dai proprietari terrieri della regione per le sue attività in favore dei piccoli. Questo delitto è ancora impunito. Voglio ricordare anche Alcibiade Ferreira Couto, animatore del Marotinho, che all’inizio dello scorso anno fu barbaramente bastonato e colpito da una pallottola dalla polizia e fino ad ora si trova immobilizzato nel suo letto. Anche questo delitto è ancora impunito. Davanti a loro e davanti a voi, fratelli di Fazenda Grande, di Fonte do Capim, del Marotinho in Salvador, fratelli di Camaçari, che siete qui presenti, rinnovo il mio impegno. Non sono pentito di quello che ho fatto in favore del popolo. Avendo l’occasione, farei lo stesso, che lo vogliano o no i servizi segreti e le autorità. Continuerò a stare alla vera opposizione, criticando, lottando perché le nostre città diventino città di uomini, dove i cittadini possano vivere come fratelli, ed essere interpreti responsabili della loro storia”.

Don Paolo Tonucci

A Camaçari “La comunità cattolica si impegna, in un atteggiamento di rispetto e senza preconcetti, ad aiutarvi, ma continuerà ad alzare la sua voce, quando si renderà conto che i diritti del popolo non sono rispettati, dato che è cosciente della sua missione di essere ‘sale della terra e luce del mondo’ (Mt 5,13-16)”. Don Paolo, alla nuova amministrazione comunale di Camaçari, inizio del 1993

L

a menzione dei “fratelli di Camaçari” indica il cambio che, nel 1981, era avvenuto nella vita di Paolo. Dopo 16 anni a Salvador, egli accettò la proposta dell’Arcivescovo di diventare responsabile della parrocchia di Camaçari. Questa cittadina era stata, in passato, un luogo di villeggiatura per famiglie abbienti di Salvador. Con la creazione, a poca distanza da quel centro, di un complesso petrolifero di circa 50 fabbriche, la città era diventata un punto di attrazione per tanti che vi affluivano nella speranza di trovare un lavoro. La città, pur in un’atmosfera invivibile, per l’inquinamento provocato dalla zona industriale, crebbe a dismisura e, nel giro di una decina di anni, era passata da quindicimila agli oltre centomila abitanti. La parrocchia era una sola e, per anni, era stata retta da quattro sacerdoti tedeschi. Questi avevano lavorato molto, soprattutto nel settore sociale, incoraggiando la Don Paolo Tonucci

29


sindacalizzazione, fornendo aiuti per lo sviluppo, ma dedicando poca attenzione all’evangelizzazione. A Camaçari Don Paolo era l’unico sacerdote per tutte quelle persone, giunte da regioni diverse e quindi prive di un comune patrimonio di tradizioni e di religiosità. La parrocchia si estendeva anche fuori dalla città, abbracciando villaggi di

Celebrazione nella chiesa di Barra di Pojuca, in parrocchia di Camaçari, il 18 ottobre 1987.

30

Don Paolo Tonucci

tipo rurale e comunità di pescatori, con caratteristiche del tutto diverse da quelle del centro. Una delle prime attenzioni a cui Don Paolo si dedicò, fu quella di preparare collaboratori laici, capaci di farsi carico della custodia delle diverse cappelle di quartiere sparse nell’abitato e divenire allo stesso tempo animatori di comunità. Formò an-

Don Paolo Tonucci

31


che un buon gruppo di catechisti, per lo più donne, per la preparazione di bambini e giovani ai sacramenti dell’iniziazione cristiana e per la catechesi nei gruppi di adulti. In questo lavoro fu sua collaboratrice Delia Boninsegna, volontaria laica originaria di Merano, la quale era giunta in Brasile nel 1971 ed aveva collaborato con Paolo già a Fazenda Grande. Ben presto si stabilì definitivamente a Camaçari e sostenne l’organizzazione della catechesi, la formazione degli animatori di comunità e le diverse iniziative per la promozione della donna. Il fatto di essere l’unico sacerdote per una parrocchia così grande, obbligò subito Paolo a contare sull’aiuto dei laici, che rese responsabili della conduzione delle diverse piccole comunità sparse nel territorio: “I catechisti, i giovani, gli animatori delle comunità si impegnano sempre più nel portare avanti un discorso di fede, che si traduce in solidarietà coi fratelli. Abbiamo notato che le varie comunità prendono sempre più le proprie responsabilità, senza aspettare la parola e le direttive del prete. Stiamo costruendo un nuovo modo di essere Chiesa, una Chiesa a servizio del Regno, dove tutti si sentono fratelli, ugualmente responsabili” (Don Paolo, Lettera di Natale 1990). I circa venti villaggi sparsi nella campagna dovevano essere visitati regolarmente. In essi la celebrazione eucaristica era garantita una volta al mese, e, per ovvie ragioni pratiche, non necessariamente la domenica. Gli animatori, che mensilmente si incontravano con il parroco, si facevano carico della preparazione e registrazione dei Battesimi e della preparazione degli incontri nei giorni festivi. In 32

Don Paolo Tonucci

essi gli animatori di comunità e i catechisti guidavano i fedeli nella preghiera, nell’ascolto della Parola di Dio e, talvolta, nella distribuzione della Comunione. Don Paolo faceva in modo che i laici di Camaçari partecipassero a incontri di formazione, organizzati a livello nazionale. In essi si diceva che “il gruppo più numeroso, più ammirato, più ben rappresentato era quello di Camaçari, che era conosciuto come ‘il gruppo di Paolo’”.

Con il piccolo Ruan, frequentatore assiduo della casa parrocchiale, il 24 ottobre 1987.

foto Ruan

Don Paolo Tonucci

33


Testi e fumetti “Paolo non era uno scrittore accademico. Si distinse per il senso di realismo e per questo la sua più grande preoccupazione era quella di scrivere per la base, per chi non è abituato a leggere”.

Eduardo Hornaeert, missionario belga al lavoro in Brasile, maggio 1995

U

no strumento usato già a Fazenda Grande, e utilizzato con maggiore frequenza a Camaçari, fu la preparazione e la pubblicazione di libretti, inizialmente

ciclostilati, poi fotocopiati e infine stampati in offset, per presentare in modo facile e comprensibile documenti della Chiesa e temi di catechesi. I testi erano chiari, per essere capiti dalla gente semplice, ed erano illustrati con disegnini che Paolo stesso faceva. Fin da bambino aveva avuto una speciale passione per il disegno, senza esservi particolarmente dotato. Con i fratelli, da piccolo, disegnava sulla carta dei vecchi quaderni figure di soldati romani, che poi venivano ritagliate e usate per comporre grandi accampamenti e inventare avventure di ogni tipo. Più tardi, i disegni erano diventati caricature di professori e compagni di seminario. Ora diventavano la maniera di rendere più comprensibile il messaggio scritto. Nella casa parrocchiale di Camaçari, nello studio e camera da letto – ma senza letto! – mentre prepara i disegni per una pubblicazione, il 15 ottobre 1983.

34

Don Paolo Tonucci

Don Paolo Tonucci

35


copertina libro???

36

La sua produzione fu abbondante e variata: catechismo per la preparazione ai sacramenti, tridui e novene, riassunti di documenti del Papa e dei Vescovi sulla dottrina sociale della Chiesa, analisi sulla storia del Brasile e dell’America Latina. Come parte di un programma di educazione popolare, scrisse diversi libretti sulla storia delle diverse culture indigene di America, analizzò la nascita e l’evoluzione della schiavitù in Brasile e, infine, compose una storia del Brasile in tre fascicoli, tutta a fumetti. Al di là della presentazione, apparentemente ingenua ma di comprensione immediata, ogni testo era frutto di un lavoro di ricerca e di analisi accurato. In ogni occasione, e negli ambienti più disparati, in cui gli era possibile trovare documenti o testimonianze che non conosceva, approfittava subito per prendere appunti, che avrebbe usato nelle sue pubblicazioni. Due volumi di introduzione alla Bibbia – O povo e a Bíblia (Il popolo e la Bibbia) per l’Antico Testamento e Das comunidades de ontem às comunidades de hoje (Dalle comunità di ieri alle comunità di oggi) per il Nuovo Testamento – sono stati pubblicati dalle Edizioni Paoline e hanno avuto un notevole suca copertin cesso, per la semplilibro??? cità dell’esposizione, unita alla precisione dell’analisi biblica. Il loro scopo era quello di sottolineare la centralità della Parola di Dio nella vita dei cristiani. Don Paolo Tonucci

Nuova maturazione “Non era un radicale di sinistra né molto meno un adepto delle tesi di destra. Faceva parte del mondo clericale senza essere un clericale: di qui la sua accettazione del mondo laico e universitario”. Eduardo Hornaeert, maggio 1995

Don Paolo lasciò Salvador per Quando intraprendere il lavoro pastorale a

Eduardo Hornaeert

Camaçari, la sua coscienza ebbe un momento di maturazione. I laici brasiliani, e tra loro quelli più formati e competenti, dovevano diventare interpreti del cambiamento della società che si desiderava, ma la Chiesa, orientata verso una scelta, giusta e necessaria, di opzione per i poveri, trascurava i membri della cosiddetta classe media, che manifestavano disagio per quello che sentivano come un disinteresse ingiustificato nei loro confronti. Riflettendo sulle esperienze fino ad allora vissute, Paolo capì che, nei momenti difficili, lo avevano sempre aiutato e sostenuto membri della classe media: avvocati, medici, giornalisti, architetti, insegnanti. Con essi quindi egli doveva lavorare, per rendere concreto il progetto di modificare, alla luce del Vangelo, le strutture ingiuste della società, che, terminato il lungo inverno della dittatura militare, non riusciva a trovare un cammino adeguato verso la democrazia. Contemporaneamente, si confermava in lui la convinzione di non Don Paolo Tonucci

37


Nel mercato di Juazeiro do Norte, nello stato del Ceará, il 26 ottobre 1983.

38

poter mai giungere a identificarsi completamente con la società nella quale viveva, per cui era destinato, come lui stesso disse, ad essere straniero in Brasile, perché italiano, e straniero in Italia, perché ormai in tanti aspetti brasiliano. L’iniziativa concreta dell’evangelizzazione del Brasile doveva essere affidata completamente ai brasiliani. Nel 1983 Don Paolo propose al Cardinale Dom Avelar la creazione di una commissione diocesana “Giustizia e Pace”. Il Cardinale acconsentì e diede il suo sostegno morale all’istituzione, approvandone le dichiarazioni e le prese di posizione. Ne furono membri esponenti di rilievo del mondo accademico e politico, i quali studiavano la situazione della società alla

Don Paolo Tonucci

luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Essi svilupparono inoltre iniziative di educazione e formazione per varie categorie di lavoratori: contadini, domestiche, operai e “invasori” (i senzaterra che occupavano terreni demaniali). Tutti quelli, insomma, i cui diritti fondamentali erano di fatto negati anche in uno stato che, almeno in teoria, si avviava ad un regime di normalità democratica. La commissione provvide anche uno spazio di formazione degli studenti universitari, i quali potevano trarre vantaggio da esperienze di un servizio, a contatto con situazioni di povertà. Per formare i membri della classe media ad un impegno sinceramente evangelico, Paolo si interessò del Movimento

Don Paolo Tonucci

39


Chiedere autorizzazione foto sito!!!

Camaçari. Altare e vetrata della chiesa dedicata a San Tommaso Becket.

40

Familiare Cristiano, di cui divenne assistente ecclesiastico regionale e nazionale. Partecipò all’organizzazione di incontri regionali e nazionali e infine a un incontro latino-americano. Mentre i campi di interesse si allargavano, la prima preoccupazione di Don Paolo restava nella parrocchia di Camaçari. La popolazione della città, proveniente da varie zone del paese, manifestava la propria religiosità soprattutto nelle feste di quartiere, organizzate nel ricordo liturgico del santo a cui erano dedicate le cappelle. Queste costruzioni, piccole e senza pretese, erano per la gente motivo di aggregazione e di fierezza, perché con esse, e con il santo protettore, essa si sentiva identificata: “Prima eravamo una sigla (Poch – 1), ora che abbiamo la chiesa siamo San Pietro!”. Queste piccole feste divennero occasioni di evangelizzazione, attraverso l’uso di testi che, invece di usare le tradizionali formule devozionali, proponevano riflessioni bibliche e intro-

Don Paolo Tonucci

ducevano i fedeli alla conoscenza degli insegnamenti della Chiesa. Un caso particolare era rappresentato dalla chiesa parrocchiale, chiamata “igreja matriz”, dedicata a San Tommaso Becket, l’Arcivescovo di Canterbury fatto uccidere dal re Enrico II, nel 1170, e ricordato nel calendario il 29 dicembre. La ragione di questa scelta del patrono risaliva ai tempi in cui Camaçari era un luogo in cui famiglie abbienti di Salvador trascorrevano le vacanze estive, da dicembre a marzo. Un ricco benefattore fece dono alla cittadina di una chiesa, ma volle che fosse dedicata a un santo con il suo nome – Tommaso – il cui ricordo liturgico ricorresse durante le vacanze, in modo che egli potesse essere parte della celebrazione. Nessuno dei parrocchiani aveva la minima idea di chi fosse questo São Tomás de Cantuaria, ma Paolo provvide a superare questa ignoranza preparando un libretto, in cui la figura del Vescovo martire era presentata, spiegata e anche attualizzata. La festa patronale, fino ad allora un ostacolo per la celebrazione del Natale, divenne un’occasione importante di evangelizzazione, per rafforzare e confermare il messaggio natalizio. Nel corso degli anni, grazie a un lavoro costante di contatto e di presenza, il numero dei fedeli che prendevano parte alla vita della parrocchia aumentò. L’amministrazione dei sacramenti, prima trascurata, divenne occasione di evangelizzazione e di crescita nella fede. La celebrazione eucaristica, festiva e quotidiana, divenne occasione d’incontro molto frequentata. Le omelie di Don Paolo erano ben preparate ed efficaci nella loro semplicità. Lo possiamo riconoscere nelle pagine che Papa Don Paolo Tonucci

Camaçari. San Tommaso Becket, vetrata della chiesa della diocesi.

41


Francesco ha dedicato alla preparazione dell’omelia, nella sua Esortazione Evangelii gaudium (135-144). Con il tempo, fu necessario prevedere un ampliamento della chiesa parrocchiale, che ormai era insufficiente per le necessità di una comunità in continua crescita. Furono preparati progetti, portati a compimento solo dopo la morte di Paolo. Lo sviluppo nella partecipazione dei fedeli alla vita della Chiesa può essere illustrata, in maniera simbolica ma anche reale, dalla prassi che Don Paolo seguì fin da quando arrivò a Camaçari. Ogni venerdì egli si recava presto in chiesa, e vi restava per l’intera giornata, con la sola interruzione del pranzo. La gente sapeva della sua presenza in chiesa e poteva rivolgersi a lui per una conversazione, o per domande, suggerimenti e confidenze. Era anche invitata alla confessione sacramentale, ma questa pratica era quasi del tutto ignorata. Per questo, Paolo andava in chiesa portando con se Bibbia, libri di teologia, quaderni per appunti... sapendo che avrebbe trascorso gran parte del tempo da solo. Nel corso degli anni le cose cambiarono, e alla fine, andando in chiesa, non aveva un momento libero, perché molti lo cercavano per il sacramento della Riconciliazione o per colloqui di direzione spirituale. Mentre si occupava della parrocchia, già prima a Fazenda Grande, ma ancora di più a Camaçari, Don Paolo divenne un punto di riferimento per la formazione spirituale di seminaristi, religiose e religiosi. Fu formatore delle suore della pe42

Don Paolo Tonucci

riferia di Salvador, incarico che condusse fino alla morte e che nessuno continuò al suo posto. Fu nominato direttore spirituale del seminario diocesano, ma dopo un anno chiese di lasciare, per la mancanza di collaborazione degli altri formatori e anche dell’Arcivescovo, che si mostravano poco esigenti nella selezione e nell’accompagnamento formativo dei candidati, forse perché troppo preoccupati del numero dei sacerdoti, invece che della loro qualità. Fu spesso chiamato a dare corsi di esercizi spirituali a religiose in diverse parti del Brasile, e a seguire i novizi dei Cappuccini di Bahia.

Don Paolo Tonucci

43


La malattia e la morte A destra:

Una delle vetrate della nuova chiesa di Camaçari, di cui Paolo aveva approvato il progetto prima di morire. Autore Fra Domingos Savio Menezes Carneiro.

44

“È un periodo abbastanza duro ma sono tranquillo e offro a Dio le sofferenze. Siamo uniti anche alle sofferenze di Cristo e di tutti i fratelli, sapendo che hanno un valore immenso davanti a Dio”. Don Paolo, settembre 1994

N

ei primi giorni di agosto del 1993, il Dott. Roberto Ansuini, in visita a Camaçari, notò segni preoccupanti nella salute di Don Paolo. I primi esami indicarono la presenza di una massa tumorale all’interno della cavità nasale. Paolo fu quindi spinto a tornare subito in Italia. Qui le sue condizioni apparvero gravi: il tumore era collocato dietro al setto nasale e attingeva l’occhio destro. Non era possibile prevedere un intervento chirurgico, che avrebbe messo a rischio l’occhio e anche il cervello. Fu comunque subito curato con ogni attenzione e sottoposto alla chemioterapia, che, almeno inizialmente, sembrò aver fermato la crescita del cancro. Considerando che il trattamento lo aveva molto debilitato, i medici continuarono il trattamento con la radioterapia. Al termine di questa, era necessario attendere più di un mese per rendere possibile la verifica radiologica. In conseguenza, Paolo decise di tornare in Brasile, per vivere il tempo di Quaresima e le feste pasquali del 1994 con i suoi parrocchiani. Allora erano presenti a Camaçari Don Don Paolo Tonucci

Marco Presciutti, della diocesi di Fano, e Don Luigi Carrescia, della diocesi di Iesi, venuti per aiutarlo ma di fatto destinati a sostituirlo nella conduzione della parrocchia. Ben presto le condizioni di Paolo peggiorarono e fu necessario fare ricorso a terapie antidolore. La TAC, eseguita a Salvador, rivelò lo sviluppo di nuove metastasi. Anche se inizialmente aveva desiderato farsi trattare in Brasile, dovette alla fine accettare il consiglio dei suoi amici brasiliani, che lo convinsero a tornare in Italia. Qui, il suo stato di salute declinò rapidamente e, verso la fine di luglio, egli non era più in grado né di leggere né di camminare da solo. Il 25 luglio, mentre era ospite di suo fratello Francesco a Cervara di Pontremoli, celebrò per l’ultima volta la Messa, ma con l’aiuto di Francesco, che lesse per lui diverse parti della liturgia. Tornato a Fano, Paolo si stabilì nella casa della Paleotta, appartenuta ai nonni materni, dove viveva la sorella di sua madre, la zia Paolina. Da qui fu trasportato quotidianamente a Bologna per un nuovo ciclo di radioterapia. Constatando il suo indebolimento, fu quindi ricoverato stabilmente all’ospedale. In questi ultimi mesi, egli fu assistito da Delia, che era tornata apposta dal Brasile. Le terapie furono Don Paolo Tonucci

45


A fianco:

Ingresso della cattedrale di Fano.

Nella vetrata di fondo della chiesa, si è voluto ricordare Don Paolo. Autrice Suor Adelia de Oliveira Carvalho.

46

comunque inutili, dato che le metastasi avevano invaso anche il fegato. Alla fine di settembre, i medici consigliarono il suo ritorno a Fano, dove si stabilì ancora alla Paleotta, senza però mai potersi neppure alzare dal letto. Trascorse lunghi periodi di assopimento, alternati con momenti di dolore intenso. Suo fratello Giovanni, tornato dalla Bolivia, celebrava quotidianamente l’Eucaristia, invitando Paolo a concelebrare con lui. Ciò che egli faceva nei limiti che gli erano permessi dal suo stato di salute, ormai critico. La mattina del 9 ottobre, domenica, le condizioni di Don Paolo peggiorarono rapidamente. Al suo capezzale, insieme con la zia, Delia, il Dott. Ansuini e sua moglie Marzia, giunsero i fratelli Francesco e Marco, le cognate Mariuccia e Adriana, e il Vescovo di Fano, Monsignor Mario Cecchini, accompagnato da un sacerdote della diocesi. Don Paolo si spense alle ore 7 e 55 del 9 ottobre. Nella liturgia di quel giorno, si leggeva l’episodio della vocazione del giovane ricco, che Gesù “guardò e amò”. La Messa esequiale fu celebrata l’11 ottobre nella Cattedrale di Fano, dove Paolo era stato battezzato, cresimato, aveva ricevuto la Don Paolo Tonucci

prima comunione ed era stato ordinato sacerdote. Al termine della liturgia funebre, presieduta dal fratello Giovanni alla presenza di numerosi sacerdoti e di grande quantità di fedeli, il feretro fu trasportato al Cimitero dell’Ulivo, alla periferia di Fano. “Ora Paolo ha raggiunto la luce eterna, ora egli è nella luce piena e continuerà ad essere in mezzo a noi, illuminando il nostro cammino che ci conduce alla casa del Padre” (Delia).

Hanno detto di lui: “Devo a Paolo l’aver ripreso a pregare”. “Vite come quelle di padre Paolo fanno l’esistenza umana più bella e infinita. Vite come quelle di padre Paolo sono eterne”. “Attraverso i suoi insegnamenti, ci ha fatto persone capaci di capire il messaggio evangelico, che ci spingeva al servizio dei fratelli. Ci ha dato sempre esempio di semplicità e umiltà”. “Padre Paolo, il nostro parroco, ha scelto il Brasile come sua patria e Camaçari come sua città. Non lo dimenticheremo mai per tutto quello che ha vissuto e insegnato”. Uno studente universitario, impegnato nella politica e che si dichiarava non credente, un giorno gli disse: “Certamente neppure tu credi in una cosa come la verginità di Maria!”. La risposta fu: “Invece ci credo! E ora dimmi tu: tra noi due chi è più rivoluzionario?”. Don Paolo Tonucci

47


Indice Introduzione........................................ 3 La chiamata....................................... 5 La missione......................................... 12 Capire il Brasile.................................. 17 Lorizzonte si allarga............................ 22 A Camaรงari........................................ 29 Testi e fumetti...................................... 34 Nuova maturazione............................. 37 La malattia e la morte......................... 44 Hanno detto di lui............................... 47

Altre porzioni della vetrata della chiesa di Camaรงari.

Profile for APITO

Don paolo tonucci  

Don paolo tonucci  

Profile for apito1
Advertisement