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VESPERTILLA - Anno IX n° 1 gennaio-febbraio 2012

Teatro

CENT’ANNI DI READING NAPOLETANO

TONI SERVILLO LEGGE NAPOLI, Teatro Argentina La Napoli raccontata da Toni Servillo si mostra in uno spettacolo che ha la forza di un concerto jazz, un susseguirsi di assolo potenti -originali e inimitabili, inaspettati- sullo schema di un tema che il “musicista” stravolge e riprende, dimostrando una totale padronanza dello strumento (la voce, il corpo) e dell’armonia (una lingua viva nel tempo, espressiva e musicale). L’attore casertano aveva già vestito i panni “concertistici” con il direttore d’orchestra di (S)concerto (2010), sinfonia sulla perpetua rapina della vita che costringe il maestro a divagare dalle note per smarrirsi nell’ironica tragica quotidianità; se per il testo di Franco Marcoldi non bastava l’Orchestra del Teatro San Carlo di Napoli a coinvolgere il trasognante direttore, la selezione di testi che Servillo presenta per raccontare più di un secolo di colori e costumi partenopei fanno di lui un intelligente compositore che ammalia il pubblico. Limitativo, nel suo minimalismo didascalico, il titolo dello spettacolo, perché Toni Servillo non legge Napoli, ma rivive Napoli, come se la città intera fosse dentro di lui e volesse presentarsi attraverso l’arte di un attore incredibile che mette a disposizione una vastissima cultura letteraria, nonché umana, e 360 gradi di sfumature istrioniche. Un comodo completo nero lontano dai formalismi, un leggio sminuito nella sua funzione (la parola scritta diventa così fisica che la pagina serve solo a ricordare la presenza dello “spartito”, mentre l’esecuzione va oltre), una sedia che verrà occupata da fogli volanti, come a voler ricordare che protagonisti della serata sono i versi di quegli autori attraverso i quali ricercare l’anima e il corpo di una città bellissima e tremenda. Inaugura la serata il Paradiso napoletano secondo Salvatore di Giacomo, che tra Ottocento e Novecento descrisse la povertà della città con un umorismo amaro che uccide il sorriso sulle labbra; mentre nel poemetto Lassamme fa’ a Dio si passa da San Pietro che si gode un caffè in Piazza del Plebiscito alla fuga di Nanninella ‘a pezzente dal Paradiso, per allattare il figlio, siamo già nel vortice di una narrazione-interpretazione che sceglie come linea guida il triangolo tematico caratteristico di un’ampia letteratura napoletana, che unisce la città con la morte è l’aldilà, l’Inferno e il Paradiso, portando in teatro figure metaforiche e concrete che sembrano scritte per la scena. Superba l’interpretazione anche per il Paradiso più borghese dell’immancabile Eduardo De Filippo, il suo De Pretore Vincenzo «..industrializza la disonestà..» e libera personaggi che si materializzano nella loro caratterizzazione vocale e gestuale, smuovendo intere

Toni Servillo

sfere celesti prima di tornare sulla terra dove il mariuolo “... nun ‘o ffà pe murì, ma pe’campà...’’. Ancora paradisiaci son lo scherzo de E’sfogliatelle e la tenerezza di A Madonna d’ ‘e mandarine, schizzi di Ferdinando Russo, ma è tutta terrena la bellissima poesia Fravecature di Raffaele Viviani, drammatico testo corale dedicato alla morte sul lavoro di un muratore. Servillo si fa piccolo mentre legge, quasi scompare dietro al leggio, l’Inferno terrestre lo contrae nel corpo e nella voce e tutto il calore napoletano scompare in un’unica immagine che commuove. Viviani compose la poesia nel 1930, è da chiedersi se sia cambiato molto da allora. Si dà voce alla drammaturgia contemporanea con lo sguardo dal mare di Litoranea, di Enzo Moscato, e con le reti da strascico -A sciaveca- del pluripremiato Mimmo Borrelli, che a titolo della sua tragedia in versi flegrei pone uno strumento di lavoro legato alla sopravvivenza e al riaffioro, in superficie, della fanghiglia del fondale marino (tristi erano le reti de Il Postino di Troisi, un serpente colla coda quelle dei Malavoglia). La variazione sulla bestemmia di Borrelli stordisce e affascina nel suo flusso senza respiro, non c’è pietà per chi non riesce a cogliere il significato di una lingua che Toni Servillo, da vero campano, introduce ma mai traduce, lasciando al pubblico più livelli di comprensione -musicale e testuale- che ciascuno gode secondo le proprie predisposizioni: una barzelletta spiegata perde la sua ironia, un musicista non riprende certo a voce i suoi passaggi. Le atmosfere visionarie di O vecchio sott’o ponte di Maurizio De Giovanni e del Sogno Napoletano di Giuseppe Montesano permettono passaggi dalla riviera incantata a evocazioni apocalittiche, la litania di Napule di Borrelli offre un ritratto fotografico della città che conclude degnamente questo reading napoletano tra cielo, terra e inferi. L’ultima parola spetta a A livella di Totò, indimenticabile sdrammatizzazione della morte attraverso la vita che sospende il teatro nella leggerezza del quieto vivere: “... .Perciò, stamme a ssenti ...nun fa’ ‘o restivo,/suppuorteme vicino-che te ‘mporta?/Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:/nuje simmo serie... appartenimmo à morte!’’. Salutando il pubblico Servillo accenna più volte alla sedia e ai fogli sul leggio, per 70 minuti Napoli ha riempito il palco attraverso un corpo straordinario che ha filtrato passione, tragedia e comicità come uno spettacolo corale probabilmente non avrebbe saputo fare. Francesca Martellini


Toni Servillo legge Napoli