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ANTONIO PRENNA

LA SPOSA VIRTUALE STORIE D’AMORE BURLESQUE


INDICE L’ANNO SCORSO A MARIENBAD PARIS, TEXAS VIVA LA WOMAN LA MOGLIE VIRTUOSA VIRTUAL WIFE PENSIERO MOBILE


L’ANNO SCORSO A MARIENBAD


“Ti ricordi l'anno scorso a Marienbad quella coppia di sposi che non faceva altro che baciarsi? dice lei “Come dimenticarlo, erano così teneri...”risponde lui mentre sta sorseggiando un the indiano quasi insapore, poco più che un'acqua tiepida ma coooooosì saaaaalutaaaaareeeee. “Ma non mi ricordo solo di quella coppia”, incalza lei “A che ti riferisci? - gli si sovrappone lui – lo sai che hai citato il titolo di un film molto famoso, molto acclamato eccetera e che io non sono mai riuscito a vedere, nemmeno per sbaglio in tv?” “Scarichiamolo, c'è il wifi”, dice lei “Bah non ho voglia”, sorseggiando malamente il the, dicevi?” “Sì, ecco...mi ricorda che siamo stati benissimo quella volta...” “Già...”, risponde lui guardando in lontananza (lui guarda sempre in lontananza). I suoi occhi si perdono nell'acquario di fronte dove vede due pesci volanti guizzare sull'acqua, con un movimento sincrono. Sembra studiato quel volo a pelo d’acqua e frutto di prove meticolose, quando invece si tratta solo di istinto. Dopocena in camera accendono la tv e fatto un giro di news sui vari canali satellitari, usano le solite esclamazioni di sdegno per tuuuuuutta queeeeellaaaaa vioooooooleeeeenza che c'è neeeeeel mooooondooooo, su uno dei canali dedicati al cinema, trovano proprio il film di Alain Resnais, ma i titoli di coda stanno scorrendo inesorabili. “Un'altra occasione mancata”, pensa lui, in fondo indifferente alla cosa. “Oh bella, ne parlavamo proprio oggi di questo film...”cinguetta lei. “Stupida sinchronicity”, dice lui togliendosi le scarpe. ...


SMS ti sto guardando, guardo le foto, tu in b/n mi stai guardando con occhi lucenti ti sto pensando che è un po' come guardarti a modo mio ingrandisco foto, adesso solo occhi occhi negli occhi adesso guardo foto con perle labbra rosse io forse dopo foto forse scrivo tante cose da dirti devo scegliere quale sguardi fondamentali quindi anche foto fondamentali - passo e chiudo


… Adesso ci vuole un colpo di pistola...è quello che stai per leggere...ciò che conosci di me sono soltanto parole scritte, ma quello che ti ho raccontato può essere anche frutto di invenzione (questa è metaletteratura d'accatto però)...i contorni delle vicende descritte sono talmente vaghi, tanto incerti da non lasciare traccia, potrei vivere a pochi passi da dove sei tu, guardarti la mattina in giro per la strada quando vai a comprare il giornale, potremmo finalmente arrivare a questa comunicazione vis à vis e insomma farla diventare una realtà del vissuto tutto questo parlottare fitto fitto tra noi...mi piace chiamarla l'addiction della comunicazione, mi piace chiamarla così, anche se per me è più una dipendenza dalla scrittura quando mi prende così...lo dico perchè mi è capitato diverse volte in passato nelle burrascose navigazioni sul web, ti ho detto dei photoblog, di bottiglie col messaggio lanciate nel grande mare virtuale, ormai sono millenni, in fondo di tutto questo spreco di energia nel voler a tutti i costi raccontare e vivere nel raccontare rimane poco, qualche scatolone di fogli stampati...ebbene, conosco già il finale di questa storia (la scrittura quando diventa infinita e può diventarlo si esaurisce quindi bisogna pensare ad un finale dopo almeno 40.000 parole, così mi ha detto uno scrittore “devi conoscere l'inizio e la fine, in mezzo viene tutto facile”) … Tell me the truth si...perchè poi la questione è tutta lì, secondo me...niente a che vedere con il tempo, niente a che vedere con lo spazio, tu che ti sveli e resti nascosto...l'autenticità del vivere, il sentire se stessi, in quel momento, unico, fugace irripetibile inafferrabile eterno che tale sarà anche dopo vent' anni quando lo ricorderai per raccontarmelo e saprai che c'eri e ti riconoscerai in quello che non sei più ma che sei ancora...neppure una cellula del tuo corpo è più quella di allora eppure il tuo ricordo è lo specchio vero di un momento di qui-ora-io...e sono quelli i momenti per cui si vive, sono quelli i momenti in cui si vive...e forse è vero che poi, col tempo...il tempo...con il background acquisito che diventa sempre più pesante, che ti rallenta l'accesso all'immediato come la memoria troppo piena di un pc che fatica ad avviarsi.. con il tempo diventa più difficile quel sentire e tutto sembra, è mediato, le cose che si sanno non aiutano a capire, nè a vedere, meno – figurati - a sentire, che non viene da fuori della testa, viene da qualche luogo che è tutto te, ma ti è forse precedente... allora come facciamo a vivere senza l'aspettativa della sorpresa, senza l' innocenza dell’inconoscibile, senza la ricchezza della presenza, senza pensare di potersi perdere per esserci finalmente,di nuovo, ancora,in un qualunque momento, un niente che sarà un altro piccolo eterno, un ricordo VERO?


… lo cerchiamo, magari finisce che, come spesso, forse come sempre, andiamo a guardare dentro gli occhi di qualcuno, ne cerchiamo la via sui segni di una pelle sconosciuta, che ci ha chiamati, chissà come...è sempre un'eco inspiegabile a chiamarci, ma soche non è mai casuale... non dico esatta, non dico giusta per forza, ma precisa e puntuale, mirata sì...perchè cosa c'è alla fine di più elementare, di più radicale, di più profondamente umano che cercare la vita nel suo istinto di base, cercare di abitare il proprio mondo attraverso l'esplorazione che ne fa un altro, cercare il proprio riflesso nello sguardo altrui? è la nostra natura, la nostra struttura, io non credo alla fusione, non ho miti sull'amore nè sul sesso, nè favole romantiche che la realtà vuole smentire, ma io so la mia natura di donna, conosco le vie del mio cercare,le occasioni per il mio vivere...conosco le notti di pioggia...e le ricordo...e so che non sono solo quelle, le occasioni... sono una delle occasioni, delle possiblità...forse già solo il desiderio lo è...forse già solo uno di noi che apre la posta a cercare le parole dell'altro è uno shining... per me lo è di sicuro, nonostante il tuo mistero, nonostante il mio non saperti, non vederti...nonostante niente sia reale in questa parentesi che ne apre altre e altre e altre, in questa parentesi che finisce per essere inclusiva e non un a parte, eppure un a parte lo è...beh qui io ci sono, in qualche modo inspiegabile accade che io ci sia... il tuo sguardo nel mio e di essere lì in quell' attimo sospeso, fatale, fatato anche, della magia speciale di ciò che deve succedere... e forse lo vorresti il mio colpo di pistola, il mio ricordo di qualcosa di vero, di vissuto, di mio per sempre... ...ho 23 anni, sto lasciando new york, piango tutte le mie lacrime, piange anche lui sul marciapiede dove ci siamo abbracciati, lui amico mio, mio fratello, mio amore, mio bambino, mio lontano, mio impossibile, mio non sarà mai...piango in taxi fino all'aereoporto, non mi importa cosa pensa il tassista, piango per un amore che c'è, ma non potrà mai essere, piango perchè non so che lui diventerà mio fratello per la vita, e so invece che tutto sarà ma non il mio amore, non il mio amante, io che sono brutta e lui che ha inventato la mia bellezza, io che ero una e lui che mi ha detta unica, io che non sarò mai sua al modo che vorrei e che è l'unico che in quel momento conosco e tutto quello che desidero al mondo è quell' angelo di cristallo che riluce...


appena prima, forse un anno forse due, è estate...probabilmente ho fatto lo zaino a giugno e lo disfarò a fine luglio, forse agosto, su e giù per l'italia, amici che mi aspettano in una città, giorni al mare, la liguria, bologna che mi riaccoglie, calda, vuota,casa, nell'aria c'erano sempre gli smiths quell'anno, ed ogni volta che li ascolto sono di nuovo lì, in quel caldo, in quel girare eccitato e spensierato di facce, di case, di notti accampate o letti stracomodi, ville in campagna e case in affitto, di un amante ragazzo ritrovato per due giorni e poi di altri luoghi, altre facce, altre risate, altri discorsi e incontri e rivediamoci, e poi roma a vedere i clash a ritrovare amici di giovinezza e poi ancora,ancora, ancora in giro, felice nel disordine, felice nel non sapere domani cosa era, felice di avere tutto davanti, senza pensare che quel tutto avrebbe trovato i suoi limiti,senza saperlo, senza nemmeno volerlo credere... a suo modo, la mia "summer of love"... non tornerei indietro per tutto l'oro del mondo nemmeno riscrivendolo, nemmeno per riviverlo, la vita è oggi, forse nel mio sentire ancora di più domani e il tempo non esiste e tutto è quì ora in questo istante, ed io sono già a domani, sono già nel momento in cui mi stai leggendo.


PARIS, TEXAS

La sensazione di parlare a chi hai intorno in una lingua sconosciuta...la conosco bene...ho smesso pure di parlare per questo, almeno qui, in questa realtà , quella grigissima che ho intorno – piove sempre, una pioggia fina- parlare di cose vere


intendo, perchè di chiacchiere me ne toccano anche troppe...meglio l’esercizio del silenzio…ti prego meglio respirando, ti prego meglio camminando che parlando (Thomas Merton)…

Sempre connessi...un'altra dimensione ancora...come se una parte di te si trovi sempre altrove...anche se in fondo sei lì sdraiato a giocare con le parole...oggi aria sospesa…ferma, la vita è tutta dentro..anche la ragazza del lago è sempre


connessa...è un continuo fluxus di pensiero che diventa parola scritta… la ragazza abita verso le montagne , dalle parti di Udine... luoghi che conosco appena...ci scriviamo tutti i momenti…la ragazza è alta, longilinea, i capelli corti e grigi prima del tempo, ti guarda appannata da dietro lenti sottili, guarda sempre oltre la tua spalla…deve sempre metterti a fuoco…ti parla con voce scritta, ti manda delle foto di lei mentre timidamente si toglie il reggiseno, foto in bianco e nero… …ecco forse mi piacerebbe portarti dalle mie parti, in questa stagione, con questo grigio silenzioso e vuoto, nessuno in giro, giacche a vento, camminare vicini, guardare panorami ...è tutto così vuoto, così silenzioso, enormi quantità di vuoto e di silenzio...guidare la notte verso la montagna, le strade sono deserte, l'abitacolo è pieno di musica, freddo fuori, caldo dentro...si va nella notte per ora...non c'è un posto dove fermarsi a bere... … Questa è una storia già scritta da qualche parte. Nascosto in un libro dimenticato in soffitta, in quei libri pieni di pieghe e con le pagine ingiallite, c’è un foglio azzurrino dove si racconta la stessa storia che stai vivendo. Riconosci le parole, ti riconosci nel racconto. Guardando distratto un programma in tv di storia, di quelli con le interviste smozzicate e le immagini che una sull’altra commentano il parlato, ascolti parole che un tempo conoscevi. Raccontano in sequenza le tue sequenze. Ti stupisci di apprezzarne la costruzione logica. I rimandi. Le connessioni tra i fatti. Per strada ti fermi davanti ad una libreria e i titoli dei volumi esposti ti sono già noti, anche se è la prima volta che li vedi. Entri nella libreria. Prendi il primo volume che ha una copertina che ti piace e che ti ricorda qualcosa. La copertina ha un disegno infantile che assomiglia maledettamente a quelli che facevi da bambino anche tu. Apri una pagina a caso e ti ritrovi nel plot. Anche se la storia è ambientata in una qualche landa desolata, spazzata da una pioggia feroce, di quelle dove c’è un amore contrastato e dove l’innamorato parte alla ricerca di se stesso, portandosi dietro una fotografia stropicciata della sua ragazza, che tiene gelosamente nel portafoglio. La mostra nei momenti sbagliati. Qualcuno lo aggredisce. Ha il volto pieno di lividi dopo una rissa in un bar di qualche porto lontano. Rientra nella pensioncina che lo ospita, si pulisce le ferite allo specchio di un bagno pulito secoli prima. Quando si specchia vedi il tuo volto. Sei in treno e ascolti un compagno di viaggio che racconta al telefono di una suavicenda intima. Con ampi gesti, quel viaggiatore sottolinea i passaggi più vivaci del suo racconto, senza quasi parlare. Tutti: si, ah, ho capito e quella storia sai di averla già sentita perché l’hai già vissuta. Una storia già scritta. Già. Un minuscolo sedimento di narratività che si insinua – affonda le radici- nelle viscere più profonde della terra e raggiunge silenzioso l’origine di tutte le storie. Che sono già dentro di noi. Che tutte ci appartengono e sempre si ripetono con le stesse


movenze. Le stesse battute. Gli stessi sviluppi. E’ quasi tragico, è quasi divertente. E’ la vita, bellezza, fatta di sentimenti, di indecisioni, di decisioni improvvise, di scarti d’umore, di passione e di noia spesso. Credo di averne avvertito l’incipit, di quella che ormai chiamo storia universale– ma non, stranamente, gli sviluppi - nei miei sogni di fuga quand’ero adolescente e la provincia mi andava stretta. Allora si andava con gli amici in macchina in campagna per sentirsela raccontare di nuovo la stessa storia. Quel qualcuno – ormai perso di vista - forse anche lui in modo distratto, deve avermela raccontata in una sera d’estate, quando nemmeno la leggera brezza attutiva il caldo che altri ritengono insopportabile e le sigarette – perché allora si fumava molto per placare l’ansia di vivere in fretta- riempivano di odori acuti le auto che ci portavano nelle campagne dei dintorni a meditare, guardando le stelle e spesso sospirando. L’altro invariabilmente sopportava male le notti calde di luglio, quando il verso dei grilli si sovrapponeva alle musiche della radio sempre accesa. Invece io ho sempre tollerato bene il caldo e forse per la nostalgia di quel caldo che ha salutato la mia nascita in agosto, prima decade, notte di San Lorenzo. Tutti lì in attesa che io venissi al mondo. Sono nato in casa. Quando mia madre ebbe le prime doglie, arrivarono all’improvviso e furono subito violentissime. Era troppo tardi per salire su in macchina e correre all’ospedale. Il nonno nervoso in strada con la camicia bianca fuori dai pantaloni tormentava la nonna con domande continue, lei si affacciava dal primo piano della vecchia casa familiare e gli diceva di stare zitto. Mio padre si mangiava le dita e sudava nervoso. Un grande andirivieni quella notte in cui non si sapeva ancora se sarebbe nato un maschio o una femmina. Il tuo outing che non è un outing...e che pure ne so molto di più di te, ora vedo cose che già sapevo, oh si che le sapevo, a parte piccoli particolari senza importanza,ma è tutto coerente ( ma chi sei? ma come caspita ti chiami?) vogliosaperlovogliosaperlovogliosaperlovogliosaperlo...è tutto coerente e allo stesso tempo senza senso, perchè non è che sempre ci muove un progetto no? si vive di momenti, di ricerche, di passioni, di delusioni, spesso si vaga randagi alla ricerca di una pienezza impossibile, di una meta che nemmeno si conosce...di crepuscoli di un solo momento, eppure eterni, di scie d'aerei in cielo, di gesti di una notte, irripetibili, effimeri nel reale, che si fissano nella memoria...un magma informe che si crea nel suo farsi ed un senso è poi importante trovarlo? il senso è vivere, sentire, conoscere, imparare, non uscirne a mani vuote...le mani possono poi riempirsi di qualcosa di immateriale... il cuore batte di nonmateria, non la tocchi ma la senti...il mio senso è non vivere da zombie, da già morta, è essere tutto quello che posso, le mille me stessa che ho dentro, assaggiare ogni mia possibilità..ti vorrei scrivere molto dopo averti letto, scrivere su ciò che credo di capire, cose da chiedere e da mettere sul piatto per vedere che forma riescono a prendere....ma non sappiamo nemmeno quale sarà la prossima mossa e se ci sarà...sai...la tua storia digitale e la mia sono molto diverse e questo forse ci divide, sarà un ostacolo tra te e me


( sarà? Tempo futuro? no, non va bene, “sarà” include una concezione temporale,noi non possediamo il tempo qui...abbiamo un piccolo passato che però non è passato, è tutto qui, nelle parole della prima sera di pioggia, sono ora sul mio schermo, come sempre, e tutte le altre)...perchè questo mondo digitale di chat di blog di scambi, di email, di nonsochecosa non l'ho mai vissuto così pienamente, non l'ho mai conosciuto a fondo, non l' ho mai concepito come una possibilità...poi qualche tempo fa, verso febbraio, sono come nata..non rinata, proprio nata...ricordo che una volta sono morta a febbraio, invece stavolta sempre in febbraio sono nata anche nella realtà... però, perchè io sono nata e vivo nella stessa maniera dappertutto, non c'è soluzione di continutà nel mio essere...tra la realtà del mio vivere e del mio essere in uno schermo non c'è cesura alcuna, differenza alcuna, sono dappertutto e alla stessa maniera, così vivo ogni stato, con la stessa voglia di affrontare la vita come il Grande Gioco, con la stessa libertà, lo stesso darmi tutta oppure solo in parte- che tutta non ti dai mai, nemmeno volendo...come ho conosciuto il mondo vero, facilmente sono entrata in questo altro mondo, ma in modo naturale, senza maschere..ti potrei dire che riesco a capire come è fatta una persona a partire dalla sua richiesta di amicizia, o quasi...credici o no, ma è così...se la persona è " forte", se lo diventerà per me, lo so immediatamente...è come un flash, un'intuizione che ti scatta improvvisa, quando 2+2 arriva a fare 5...però dopo niente si comanda, sia chiaro, tutto deve prendere la sua strada e farsela secondo i mezzi suoi, inconoscibili fino ad un minuto prima...questo per dire che forse tu sai molte cose di questo mondo fuori dal mondo ed io invece sento di non sapere niente...perchè io son nata da poco e vivo tutto come fosse il mio primo giorno...ma perchè te lo volevo dire?...non me lo ricordo più.... Mi sembrava di vivere una situazione come fosse vista dall’esterno. Non tanto guardarsi allo specchio e non riconoscersi. Oppure vedersi da fuori campo. Semmai come se qualcuno te la raccontasse. Eppure c’era quell’altro da me che ripeteva “ti sveglierai, vedrai…ma l’incubo non è nella veglia…”, era solo un’immagine figurata, una delle tante che popolano il mio immaginario. ...se ora apro il vaso di pandora non si potrà più chiudere, scriverò fino a domattina ed esaurirò le possibilità contenitive di fb...quindi mi fermo...tutte le cose che ti vorrei chiedere, le cose che ti vorrei dire chi lo dice che abbia senso che io le dica e le chieda...a domanda rispondo,ma non lasciarmi mai così libera sulla tastiera...che poi a noi, a noi nella nostra stanza, serve così poco....uno sguardo, una musica, un desiderio detto, un gesto che deve compiersi...il tempo non esiste se si prende il passato intero e con fare incurante si butta in un angolo alle spalle...si può fare, se si sta solo qui, solo ora...forse...forse...ma io non so niente...sempre meno... lo so caro...ma così è il nostro non tempo...va & viene...diventa una stringa modificabile a piacere...si accoria, si dilata...ci torniamo sempre nella stanza buia..quando il richiamo della stanza è più forte...il desiderio che conosciamo non è una prigione...è un laccio


lungo...a volte nemmeno lo senti...a volte ti chiama a sè e non puoi che rispondere...lo sai...è così...puoi lasciarmi andare perchè è bello ritrovarmi...poi...quando accad...puoi dimenticarti perchè prima o poi ricorderai...voglio essere lasciata per attenderti...voglio il silenzio per ricordare parole della notte e per sentirle di nuovo quando me le dirai piano...sono la donna lontana che tu sai vicina, sono la donna che vedi e che non ti può vedere, la donna che sogni e che non è reale..sono la donna al di là del vetro, che guardi e non puoi toccare, e sono sempre e ancora la donna che incontri nella nostra stanza buia, dove tutto succede...assomiglia alla stanza dei desideri del film di tarkosvi che spesso hai postato sulla tua pagina...stalker...eppure eppure uomo lontano e senza nome...chi sono mai se non il fantasma di un sogno, tu che fai disegni di parole sul mio corpo col tuo sguardo, ma che il mio corpo non conosci...nè tocchi, nè puoi toccare…e chi sei tu uomo, nel cui sguardo mi sono abituata a vedermi, se i tuoi occhi però non li conosco, se dei tuoi occhi vedo solo la mia immagine ripetuta, detta, raccontata...chi sei tu che non vedo, non posso sentire...chi sei tu che sto chiamando... ...è sempre un'eco inspiegabile a chiamarci, ma so che non è mai casuale... un'eco non dico esatta, non dico giusta per forza, ma precisa e puntuale, mirata si...perchè cosa c'è alla fine di più elementare, di più radicale, di più profondamente umano che cercare la vita nel suo istinto di base, cercare di abitare il proprio mondo attraverso l'esplorazione che ne fa un altro...è la nostra natura, la nostra struttura, io non credo alla fusione, non ho miti sull'amore nè sul sesso, nè favole romantiche che la realtà vuole smentire, ma io so la mia natura di donna, conosco le vie del mio cercare,le occasioni per il mio vivere...conosco le notti di pioggia... le ricordo bene...nonostante il tuo mistero, nonostante il mio non saperti, non vederti...nonostante niente sia reale in questa parentesi che ne apre altre e altre e altre, in questa parentesi che finisce per essere inclusiva e non un a parte, eppure un a parte lo è...così tante cose da dirti che mi ci vorrà il weekend intero..ma tanto il tempo non esiste e nella nostra stanza il tempo ce lo giochiamo noi, lo tiriamo e lo comprimiamo e lo dilatiamo secondo quello che ci piace..o che ci serve...come diceva il gattopardo? cambiare tutto per non cambiare niente...tu hai sempre saputo, io potevo sapere anche prima, ma penso invece di aver capito al momento giusto, o forse magari già sapevo..perchè in qualche modo nascosto il nostro è un discorso che continua da molto tempo...solo in altre forme, in altri toni, più libero ora di quanto fosse all'inizio...voglio dire che ora non ho paura di te, la stupida paura di non conoscere il tuo interlocutore, di saperlo nella sostanza ma non nella realtà, una paura lieve ed inutile che posso buttare via senza effetto, solo con un sovrappiù di gioia...cambia il fatto che ora so, come prima, che sei un uomo che mi piace e che non posso avere...ma era già evidente nei fatti, è solo un limite reale che


delimita spazi comunque grandi di gioco...perchè resta il fatto che tu sei l'uomo che mi fa giocare, quello che mi fa questo raro dono, che mi apre spazi in cui sono quella che non posso mai essere, spazi in cui io davvero nuoto e mi tuffo felice come un pesce volante...resta il fatto che il tuo desiderio di me, che io non so spiegare, mi offre uno specchio di bellezza in cui è difficile non specchiarsi con piacere, con sottile e persistente attrazione...è una corrente che passa...una corrente di parole che porta sensazioni molteplici e quelle o le senti o non le senti, ma se ci sono...puoi mai ignorarle? ..gioco e seduzione...questo è il patto del diavolo...questo è il mio bottino.. ...da quella notte di pioggia..quante carte abbiamo buttato sul tavolo, spesso senza nemmeno il tempo di giocarle tutte, di guardale tutte...(certo lo sai che non avrò mai più il coraggio di parlare con quell'altro te! mi vergognerei troppo! ahahahaha...mannaggia lo sapevo che avrei fatto questa figura)...la nota, la nota...certo scrivila, dai, bisogna o no andare avanti?...il tuo finale non funziona più? perchè? e perchè non pensarne più di uno e differenti? ...quella è ucronia no?..ne avevo scritto uno, una specie di prefinale che non ti ho mandato, pechè c'è ancora storia nel mezzo da raccontare...ma la storia è tua... p.s. forse finalmente, da qui, prima o poi risponderai ad una domanda che è restata tra noi fin dall'inizio...ti ricordi?...forse è una risposta da notte di pioggia... ok neanche rileggo, spedisco...oggi troppa fretta meglio mandare senza riflettere... comunque l'intuizione su chi sei tu...te l'ho detto ieri mattina come funziona la mia mente...spesso è diabolica, se vuole capire non capisce, ma lasciala libera e vedrai che le cose arrivano nella loro intelligibilità....così non potrei proprio dirti il percorso esatto, era da qualche giorno che pensavo che da tanto tempo non sentivo quell'altro e mi dicevo devo fargli un cenno, giusto per salutare, poi ieri mi balenava che forse...ma non so ora bene perchè..era ieri sera che c'ho pensato, sai c'era la musica di bond nel telefono, e de carlo tra i libri che citavi tu e l'altro e certi particolari difficilmente collegabili ma così evidenti all' improvviso sono confluiti in un sottopensieroì...flash...sono andata a vedermi la tua pagina anzi la " sua" pagina e ho visto frank zappa e almodovar e poi mi son ricordata la poetessa brasiliana che mi avevi spedito tu cioè l'altro...insomma, non è mai una sola cosa..sono briciole sul sentiero...io da brava ho riempito il cestino pensando che fosse vuoto e poi in fonodo c'erano anche un bel po' di false piste, di idee mie fuorvianti, ma alla fine vedi che tutto torna....sai potevo anche fingere di non sapere, di non averci pensato...ma non ci


riesco, lo sai, io a fingere non ci riesco nemmeno per cinque minuti...neanche qui nel non tempo, nel nonluogo...soprattutto qui... riscappo di nuovo dopo o più tardi, nel tempo nontempo che è nostro della notte ti scriverò magari...vediamo...vediamo che arriva...vediamo se la stanza buia ci chiama...se l'abbraccio reclama il suo luogo... o il suo desiderio... ..ora mi viene un altro flash...una cosa un po' da film,ma tanto visto dove siamo...allora...tutti e due in macchina, al buio, guidiamo e ci mandiamo sms...sentiamo la stessa musica magari, tanti sms...poi ad un certo punto mi suona il telefono..c'è solo musica, la tua musica...poi io arrivo a destinazione, mi fermo al lato della strada, dietro ti fermi tu..scendiamo... « La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l'uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l'albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza. » (lo Stalker) ...ma cosa ci fai con una come me?...tu che hai la pagina piena di donne bambola, donne dee, donne mito, donne di seta e stelle, cosa ci fai con una donna nuda come me, una donna di realtà e di prossimità,una donna che è tutta dentro, che è sempre dentro a qualcosa e tu che guardi da fuori, tu che mi guardi da lontano, cosa mai ci fai con una come me, con la mia pelle segnata, il mio essere che non si può illustrare, il mio raccontarmi che non so quanto può dire...io che sono sempre fuori fuoco nelle immagini perchè sono sempre in cammino...il desiderio non è gesto e solo un gesto mi può fermare, un gesto che tiene, un gesto che dolcemente, decisamente, fermamente mi terrà...cosa ci fai tu...e cosa ci faccio io... ...non era niente di che sai la mia idea, solo pensavo di fare una cartella a parte, per dei frammenti che mi vengono in mente, frasi, suggestioni che non si inseriscono in un discorso coerente ma che spesso mi passano per la testa, materiali che possono tornare utili in seguito...sennò finisce che me li perdo, sempre di corsa come sono di giorno...era solo una comunicazione di servizio..niente di che... poi mi avevi detto che c'era un' immagine che volevo buttare là e io dovevo dirti qualcosa sopra..ok..la aspetto, fai un po' tu...ehi l'idea dello scritto è tua eh...io mi ci son trovata ma il progetto non ce l'ho, neanche lo so....e poi lo sai che non mi invento


niente..mica sono una scrittrice, quindi vado avanti con me stessa, enfatizzando, lasciando libere certe cose che altrimenti sarebbero sorvegliate, a suo modo un creare...non dico proprio scrittura automatica, non alziamo troppo il tiro..ok, tu segna la pista...per parte mia eventualmente ci cammino sopra... ...però c'è una parte di me che ti direbbe: dimmi tutto di te, ogni respiro, ogni pensiero, ogni più piccola nuvola che viaggia sopra la tua testa...riempi il mio sentiero di tue tracce , riempi il mio carrello di spesa di te, accumula, sommergimi,regalati tutto...prendo tutto...voglio tutto... ma naturalmente quella parte sta in cantina da un sacco di tempo...si è ambientata, vive bene, dorme molto, dorme quasi sempre...non credo si troverebbe più bene a metter fuori il naso... tell me the truth...perchè poi la questione è tutta lì...niente a che vedere con il tempo, niente a che vedere con lo spazio uomo che ti sveli e resti nascosto...l'autenticità del vivere, l'esserci, lì, se stessi, in quel momento, unico, fugace irripetibile inafferrabile eterno che tale sarà anche dopo vent'anni quando lo ricorderai per raccontartelo ancora e saprai che c'eri e ti riconoscerai in quello che non sei più ma che sei ancora...neppure una cellula del tuo corpo è più quella di allora eppure il tuo ricordo è lo specchio vero di un momento di qui-ora-io...e sono quelli i momenti per cui si vive davvero...e forse è vero col tempo, con il background acquisito che diventa sempre più un pesante fardello, che ti rallenta l'accesso all'immediato come la memoria troppo piena di un pc che fatica ad avviarsi...allora come facciamo a vivere senza l'aspettativa della sorpresa, senza l' innocenza dello sconosciuto, senza la ricchezza della presenza, senza pensare di potersi perdere per esserci ancora in un qualunque momento, un niente che sarà un altro piccolo eterno, un ricordo VERO? ...e forse lo vorresti ancora il mio colpo di pistola, il mio ricordo di qualcosa di vero, di vissuto, di mio per sempre...


[fuori campo] Rumori di fondo. Sottofondi di voci sussurrate, appena comprensibili, appena percettibili. Sorrisi imbarazzati da e verso la scena. E’ una specie di recita dove gli attori sanno di non essere veri attori. Reciterebbero se stessi, se solo ne fossero consapevoli. Il loro problema è che non sanno di essere in scena. Non sono personaggi in cerca di niente insomma. Sulla scena senza consapevolezza. Spontanei. Sguardi infuocati, febbricitanti quasi, forse pieni di paura. Ma è solo un attimo. Non c’è niente di cui avere paura. E’ il leit-motiv che ripeto nel mio modo finto-allegro, a ridosso del palco. E’ la normale ruota degli avvicendamenti. L’hai già vissuto. Oppure qualcuno l’ha già vissuto al tuo posto e ne ha lasciato traccia in un qualche labirinto cromosomico. Neuroni vorticosi, sinapsi persino scandalosa. Luci improvvise, accecanti. Rumore fuori scena. Braccia che proteggono occhi. Un grido appena. Aaahhh. Non un grido di dolore. Di stupore semmai. Il teatro è enormemente e usare il rafforzativo consente una concentrazione formidabile. Non si vede la fine del palcoscenico dietro la luce forte. Qualcuno però si muove nella penombra. Arranca? Si, forse arranca, cammina con i piedi strascicati. Guarda verso la platea con occhi vuoti. Non sono veri occhi. Piuttosto un’espressione. Vorresti non esserci, vorresti non essere. Arrivare direttamente alla fine di questa commedia. Perché quell’uomo che arranca su una scena vuota sta guardando proprio dalla tua parte? Il rumore delle onde ora sovrasta i sussurri. Qualcuno fugge. Qualcun a ltro resta. E’ il solito gioco degli avvicendamenti. La ruota della vita? O piuttosto un gioco delle parti? Strappare all’eco l’ultima parola. Devo averlo letto da qualche parte. Concetto troppo lapidario per non essere altro che un ricordo di letture fatte tanti anni prima. Infatti, l’ho letto da qualche parte, ma proprio non ricordo dove. Le nostre parole sono solo un’eco della parola… ancora… l’immediato è anche il non mediabile. Cos’era? Un gioco? Un gioco linguistico? Tra me e questa recita che sembrerebbe un sogno – non fosse per i rumori di fondo e l’odore di mare - c’è l’abisso di un golfo mistico wagneriano. D’altra parte siamo a teatro e qualcuno la sta


rappresentando questa maledetta commedia. Delle parti. Appunto. Devo svegliarmi. Si, devo proprio farlo. Ma ho gli occhi spalancati, no? Sognare ad occhi aperti è troppo banale. Mi guardo riflesso in uno specchietto tondo, di quelli per il trucco, e vedo i miei occhi spalancati. Qualcuno mi ha lasciato questo specchietto. Non ricordo il momento, ma qualcuno me l’ha regalato. Mi guardo riflesso. Dai, svegliati E’ ora!


...che tardi che è, uomo senza volto, che stanca io di vedere io il mio oggi, mille volte giocato per il nostro gioco, mille volte visto per essere guardato da te...da te che io non vedo...e nei tuoi occhi sconosciuti cerco invece il mio riflesso più bello....un riflesso di desiderio, l'unico che davvero mi dia una qualche bellezza per me impossibile altrimenti da sentire, per me non altrimenti interessante da sapere...io non cerco unO specchio...cerco una visione nuova, un immagine sconosciuta di me e di te che sconosciuto sei e l'avventura è conoscerti, l'avventura è vederti...o meglio vederci , che nell' incontro di due i singoli dovrebbero rimanere sullo sfondo, fornire respiro e materia ad un diverso esserci... Succede questo: io vedo te... nelle immagini che hai postato sulla tua pagina di facebook, a larghe linee ho una visione più nitida di te rispetto alla tua di me, per quanto le tue foto siano quasi tutte fuorifuoco, ma tu mi vedi solo attraverso le parole scritte di questa narrazione scombinata, fuori le righe, senza una vera logica, persino borderline (e qualcuno degli amicivirtuali me l'ha detto)...è come in paristexas… la differenza con il film è l'assenza delle voci, la mancanza comunque di riscontri tra noi se non le parole stampate– solo messaggi scritti… nell'ontheroad di Wenders invece c'era quel vetro oscurato – da una parte una stanzabuia, dall'altra luci al neon basse – la cornetta di un telefono – l'impossibilità per lei di vedere lui – il buio oltre lo specchio – i silenzi, le lacrime di lei ..oltre alle parole c'è anche la mia pagina su fb che racconta molto di me, anche se quello è tutto un gioco... gioco linguistico di graficaparolaimmagine... immagini spesso casuali che si compongono sulla pagina web per ellissi per sovraesposizione per flash improvvisi, quelli che stazionano per un attimo nella mente e nel tempo di digitare una parola un nome un'espressione tipica zac tutto svanisce, si passa ad altro, si volta decisamente pagina...diviene passato esperienza nostalgia spleen qualche volta, soprattutto nei giorni di pioggia...la mente può tutto...il tempo non esiste...figuriamoci lo spazio...questi sono i momenti in cui occorre un colpo di scena...un racconto di qualcosa...flashback...sono in macchina, siedo nei posti dietro...ai finestrini sfila la tedesca foresta nera nel suo buio notturno...l'autista fuma in continuazione, la ragazza che gli siede accanto non è rilassata, tenta di fargli compagnia...dietro fingo di dormire, sono disteso con le gambe accartocciate, è un vecchio maggiolino, siamo arrivati fino in Danimarca passando per il Lussemburgo e l'Olanda, ad Amsterdam ho visto ragazze nude ballare da dietro uno schermino nei peepshow, a Rotterdam ho sentito le corde della chitarra di John Mac Laughing volare in un grande hangar di un aereoporto in disuso...vedo ragazzi accovacciati al megaconcero tutti in piccoli gruppi isolati e mentre passo lanciano sorrisi...avevo una camicia a scacchi, le basette molto lunghe...altro falshback...sono arrivato alla stazione londinese di King's Cross con lo zaino e l'aria di chi dovrà fare un lungo viaggio, il controllore all'uscita della metro – un indiano con il suo modo di parlare inglese sincopato- non crede che io abbia


perduto il biglietto e che provenga dalla fermata precedente...tell me the truth please...I come from the last station...minaccia di chiamare un bobby...alla fine dico la verità e pago il dovuto, venivo da Fulham molto molto lontano...un vecchio trucco per pagare di meno il biglietto, allora si poteva…non ricordo più come sono arrivato a Dover per prendere il traghetto, però niente angoscia solo sensazione di libertà... rivivo certi episodi letti in Kerouac almeno lo spirito è quello...


VIVA LA WOMAN


Gli orpelli della signora borghese. Una collana di perle su un golfino rosa, un certo bovarismo nello sguardo. La ricerca di quella sorta di paradiso terrestre che si ottiene attraverso la lettura di romanzi. C’è tutto in quegli occhi annacquati, svegli troppo a lungo, per lunghe sedute al computer. La lettura di tanti romanzi anche. Troppi romanzi. Bovarismo d’accatto che si ricicla sulle piattaforme digitali dell’epoca 2.0, lontano da ogni periferia e provincia. Online per molte ore alla ricerca di un qualcosa di difficilmente definibile. Una scossa. Sfuggire alla monotonia della provincia? …


Sfuggire alla monotonia – chiosa lei togliendosi gli occhiali e leggendo dalla pagina di wikipedia, alla voce “bovarismo” -della vita di provincia, fenomeno tardoottocentesco: un sogno ambito che, insieme alla lettura, proiettava la mente in una sorta di paradiso terreno … Interessante, - ribatte lui -pensavo fosse solo un modo di definire comportamenti di signore annoiate … quel tipo di donna non esiste più … quel golfino e la collana di perle sono stereotipi della borghesotta, superati, ma dove sono più? la donna oggi è molto diversa… L'artista, dopo quest'esperienza, ritorna deluso al mondo reale, poiché si sente intrappolato in un mondo che non è il suo. Che ne dici? Già, il bovarismo, - risponde lui - il potere di credersi diversi dalla realtà, cerchi di sfuggire alla monotonia della vita quotidiana di provincia? No, perché? Mi sembrava … ….


" Quello che io ti rimprovero è che quando ci siamo visti l’ultima volta non mi hai detto niente, eppure mi avevi lì, abbiamo mangiato insieme e se io non avevo capito, potevi parlarmi, anche brevemente, non ci vuole poi molto a dire quello che mi hai scritto il giorno dopo, e se non ti andava di stare lì, dopo avermi parlato, te ne ritornavi via invece di dirmi che mi volevi bene e stavi bene con me, troppo bene e che quella camera era l'altrove e che prima di arrivare ti sentivi in colpa ma poi non più, anzi. Certo mi sarebbe dispiaciuto, ci avrei anche pianto ma mi sarebbe parso un comportamento leale. Dirlo il giorno dopo non è lo stesso, credimi. Ci si sente traditi. … Ti rispondo senza alcuna voglia di farlo, ma almeno mi tolgo il pensiero. Voglio farti capire il motivo principale del mio risentimento nei tuoi confronti. E’ quando dici " hai fatto tutto tu". Ah sì? Tu dov'eri? Subivi? O non sono stata io a seguire sempre e comunque le tue fantasie e adeguarmi volentieri ad esse? Me lo sono sognato? Sono state tutte tue iniziative, e non mie, ma io non ho difficoltà a dire di averle assecondate volentieri. Quello che scatena quindi il mio malessere è che credevo di aver conosciuto un uomo speciale, e lo sei per intelligenza, l'ho detto a chiunque potessi dirlo, di essere stata fortunata di averti incontrato, per la complicità che avevamo e che tu hai vissuto con me. Invece ora trovo un uomo che declina qualunque assunzione di "responsabilità", che scarica tutto addosso a me, come se io l'avessi piegato e/o costretto. Trovo un uomo doppio, mendace, ipocrita, piccolo, meschino e mi fermo. … Dici che io ho tratto conclusioni che si piegavano alla mia idea di noi e non alla tua. Bene, la mia idea di noi è sempre stata quella di vederci ogni tanto e stare bene insieme. Per te in mezzo non ci doveva essere nulla, per me non è possibile invece. …


… Perché questa figura di donna limitata e repressa? -ribatte lei- E’ nel tuo immaginario? Non lo so, - risponde lui -può darsi, sai quando si inventano storie non si capisce mai dove vanno a finire e chi agisce chi, ma devo sviluppare con un finale amaro. Finale amaro? Perché? Avrei preferito una donna elegante, vera, autentica nella sua femminilità potente, una vera donna contemporanea.


DUE ANNI PRIMA Non capirò mai la molla che scatena il delirio digitale. Il click indecente e peccaminoso che conduce a valicare i limiti, che so essere soltanto tentazione, usare un linguaggio che non m'appartiene. Succede come quando ci si ubriacava da ragazzi e non è che l'intenzione era quella di ubriacarsi, succedeva con naturalezza, senza rendersene conto e la realtà diventava un'altra cosa, aveva non tanto contorni più sfumati, per ovvi motivi di annebbiamento, quanto assumevi un atteggiamento che permetteva il ghigno, le parole strascicate erano ben accette in compagnia e il gran ridere era assicurato e in certi momenti disponevi della facoltà di capire le leggi dell'universo, proprio in quel momento in cui il corpo barcollava in orribili sale da ballo di provincia, aperte la domenica pomeriggio. Si entrava in quei locali al buio, anche se fuori c'era il sole, quasi per nascondersi o per approfittare del buio, dei divanetti scomodissimi e pochi notavano il tuo barcollare. Forse era questa la percezione che avevi, non ti sentivi osservato. L'intenzione non era certamente quella di ubriacarsi. Un sorso tirava l'altro e quello -quello fatidico del grande salto verso l'iperspazio-che ti offriva la possibilità di varcare le colonne d'Ercole, lo dimenticavi subito. Non ci pensavi per niente. Prima il mondo era così, dopo si trasformava. Cadono le inibizioni e tutto è più spontaneo. Lo stesso nel delirio digitale. E’ come ubriacarsi, quando da un semplice “sono qui, heilà” oppure “guarda le mie foto, osserva il mio mondo quanto è interessante, collegati ai miei link stravaganti” si passa quasi di colpo alle rappresentazioni di teatrini sadiani con contorsioni inverosimili, spesso quasi comiche, quando interviene un po' di razionalismo. Nel digitale tutto è talmente soffuso e confuso che vale per sempre in queste occasioni il motto “nichilismo, cinismo, sarcasmo, orgasmo”, sentito in un film di Woody Allen. Quello che viene viene, siamo pronti alla battaglia delirante, fratelli e sorelle -soprattutto sorelle- della rete. Con VIVA avviene tutto per caso per uno stupido scambio di baci virtuali. Rispondo a quei baci in modo automatico, l'intenzione della piattaforma su cui navighi è proprio quella di creare la catena. Invece io bacio solo VIVA. Così, without a cause, solo lei perché so che se lo facessi con molti altri -anche maschipotrei non fare altro e questo non mi piace. Svuotare la mente non è male. Non in tutti i modi però. Navigo su quella piattaforma non solo per puro diporto principalmente è per quello- ma perché il multitask ormai mi ha preso alla gola,


ritorna prepotente ogni tanto, quando la voglia di esprimere qualcosa diventa prepotente. E' una realtà parallela, è letteratura nel suo divenire che soltanto tu leggerai e pochi altri. E' letteratura e vita insieme per me. Mi diverte più della tv, spesso mi diverte più di tutto, perché pur stando fermi la mente veleggia di qua e di là. Come ubriacarsi insomma. Rispondo ai baci per cortesia, come si fa spesso per la partecipazione ad eventi lontani. Si esprime partecipazione, si apprezza, commenta, mi piace, condividi. E' facile far finta di niente e lanciare là quei baci con noncuranza, non è che cerchi un approccio, VIVA d'altra parte è una signora elegante che si presenta con una collana di perla e un golfino rosa, sbirci nei suoi album e trovi vacanze da qualche parte al mare, qualche scorcio dei dintorni di casa, tutte foto con il soggetto al centro come non si dovrebbe fare secondo gli insegnamenti di Van Gogh, quel dividere in rettangoli -nove- l'inquadratura e porre il culmine dell'interesse non proprio al centro, ma in modo sbilenco – tra il secondo e il terzo dall'alto, a destra o a sinistra poco importa, nel punto di convergenza per intenderci. Le foto del quotidiano diventano degne di attenzione ingrandendole, cercando di cogliere i particolari e posizionarli secondo lo schema di Van Gogh, allora stimolano la fantasia su quanto quell'attimo catturato spesso con rabbia-zac ti bombardo con una bella flashata. VIVA all'inizio gioca con la seduzione e io sfodero il mio miglior repertorio, nel giro di una settimana si passa ad un linguaggio esplicito, senza cadere in volgarità all'inizio, dopo un po' diventa stupido non chiamare le cose col loro nome e in quel caso-non frequentissimo-quelle parole diventano sussulti che attraversano la mente, ci gira intorno la mente a quei concetti e vengon fuori desideri abbandonati nel tempo perché irrealizzabili o perché al momento giusto non servono, alle immagini del teatrino la mente ci ritorna spesso perché è un modo anche quello per non lasciarsi andare, per stimarsi ancora un po' nel sano orgoglio maschile. Il teatrino sadiano si sviluppa con sequenze concatenate ma sempre ieratiche nella loro fissità pop-porno. Al momento opportuno dopo numerosi caldissimi messaggi sulle varie piattaforme usando davvero quanto è disponibile (twitter, facebook, hotmail, la chat di facebook, la posta in ogni dove), in quel momento VIVA telefona ad un numero segreto che le avevo lasciato, premurandosi di non far comparire il proprio numero e la sua voce ribadisce il gioco delle parti, lei la donna elegante e ammodo che dentro vuole sentirsi fuori dagli schemi, che vuole sperimentare quel qualcosa che le è rimasto indietro. una sensualità inconsapevole e sopita. Per esempio stare accoccolata, pancino sotto e culetto su, con il partner (lei usa parole di questo tipo, un po' burocratiche) che consuma frutta o dolci sopra di lei così inginocchiata. Perfetto quadretto del teatrino.


Fin qui tutto bene. Il desiderio cresce ad ogni incontro virtuale. Le telefonate si fanno più lunghe, il teatrino trasfigura anzi scompare del tutto, non più quindi posizioni ieratiche, composte raffigurazioni dell'immaginario maschile che può piacere alle donne se c'è un po' di flou e l'immagine è ben costruita e non ci sono screziature nel contorno (la carta da parati, i calzini corti dei maschi, le lampade oscurate da un fazzoletto rosso, i trucchi pesanti).

... Quello che meno mi piace in questa storia è il teatrino...-dice lei Perché? Sadiano non è mica sadico... - risponde lui D'accordo ma è come se si trattasse di un modo di fermare il tempo, usando l'imperfezione del tempo sospeso che è soltanto un'idea...intendiamoci, l'idea è anche affascinante... Il pensiero pensato non è un segmento con un inizio e una fine come quando viene scritto... ...


EPILOGO Infine, come sempre tristemente avviene, vince la routine. Emma diventa la moglie virtuale. Gli incontri clandestini. Le cene sul terrazzo dell'albergo. Gli sguardi che diventano normali. Le foto proibite che diventano normali. Tutto si trasforma ancora una volta in normalitĂ . Finale amaro.


IL TEMPO NON ESISTE “Il tempo non esiste”, pensava lei mentre si avvicinava a San Babila. La pioggia era rada, abbastanza da tracciare qua e là cerchi concentrici dentro le pozzanghere. Si aprivano a fiore, si allentavano ai bordi, svanivano in un tremolio impercettibile, e subito tanti altri piccoli cerchi si materializzavano sulla loro superficie. Due foglie rosse occhieggiavano ai bordi della più grande, d'un rosso vivo e sorprendente, come due pesci dentro a un acquario. “Da dove verranno, quelle foglie?”, si chiese. E subito cercò in alto, verso le larghe terrazze dove architetti alla moda avevano impiantato veri e propri giardini. Su una di esse la balaustrata era scandita da vasi solenni, e alberi alti, perfino un pino marittimo. Ma era troppo lontana. “Da dove verranno queste foglie?” Avevano un colore come l'acero d'autunno, ma era il secondo giorno di primavera. Un pullman di giapponesi veniva da corso Venezia, rallentò davanti a lei. Una donna la stava riprendendo con la telecamera. Si vide in uno schermo di Tokio, la giacca nera e l'ombrello bianco con le note musicali. Il libro aperto, punteggiato da qualche goccia di pioggia. Chissà se quella donna si sarebbe ricordata dov'era, quando ha fatto quella ripresa. Se avrebbe sentito il bisogno di dire ai suoi amici: “Questa è la piazza San Babila, e qui c'è una donna che legge un libro. A Milano si usa così. Leggono per strada.” O se, invece, la sua immagine sarebbe finita dentro a una girandola di mille altre diverse, si sarebbe presto persa, sostituita da quella della chiesa, così piccola in mezzo a quei palazzi, con la colonna tutta mangiata dalle intemperie, e poi l'incrocio, la prospettiva di corso Vittorio Emanuele con uno scorcio di madonnina. Molto più probabile. Capace che la giapponese non se ne sarebbe nemmeno accorta, di essere in centro, avrebbe continuato a registrare dal suo lato, mentre il pullman imboccava corso Europa, fra edifici tali e quali a qualunque altra città. Dopo il pullman fu la volta di un camion di una ditta di costruzioni, poi un furgone di fiorista. Macchine anonime. Qualcuno la fissava per un attimo, passando, poi tirava dritto, nemmeno il tempo di chiedersi cosa ci faceva una donna proprio sull'orlo del marciapiede, così in bilico che una macchina più veloce potrebbe portarsela via nel risucchio d'aria. Cosa ci fa una donna che legge un libro, sotto un ombrello bianco? Domanda mai fatta.


Girò lo sguardo sul palazzo di fronte. Non riusciva a vedere dove fosse posizionata la web-cam. Possibile che fosse quella cosa tondeggiante che pendeva sopra le piante di una terrazza? Sembrava piuttosto un lampione. Dalla forma, un poco allungata, le ricordava una piccola lampara, come quelle che i pescatori del suo paese usavano per uscire a pesca la notte . No, la telecamera doveva essere altrove. Ma non si vedeva nulla. Pareti lisce e grigie. Finestre squadrate, tende tirate. Di diverso c'erano solo le vetrine dei negozi e le finestre di una scuola di moda, al primo piano, dove poteva vedere le schiene e i pantaloni a vita bassa delle studentesse, chine sui tavoli, non sapeva se stessero disegnando o se stessero piuttosto mangiando un panino. Era mezzogiorno, ormai. Era arrivata all'appuntamento con dieci minuti di anticipo. Ne erano passati altri cinque. Alla sua velocità, doveva aver letto già quindici pagine. Aveva tempo per altre tre, non di più. Poi doveva andare al lavoro. Le macchine passavano rade, come la pioggia. “Chissà dove diavolo si trova lui, adesso”, si chiese.

In macchina. Ero in macchina a quell’ora. Pensavo che era davvero stramba questa maniera di “guardarsi”. Ancora quell’ossessione da PARIS TEXAS. Perché ti era piaciuto tanto quella volta? Che cosa ti aveva affascinato nel fatto che lui guardava lei e lei non poteva sapere chi c’era dall’altra parte del vetro? Eppure lui le parlava con una voce calda e l’altra si commuoveva, sembravano riconoscersi ad un certo punto. O forse è la memory remota che comincia a sfaldarsi. Tutto questo vedere la realtà a frammenti cominciava a fare l’effetto stile STATI DI ALLUCINAZIONE di ken russell o film simili (anche FLASH GORDON quando il dr.zarro tenta di carpire la memoria a gordon, credo)…lunghe flashate di immagini, la vita come un trailer…

31 marzo 2010 Oggi a mezzogiorno. Piazza san Babila, coi pullman che incrociano gli autobus. Sole pungente, dopo la tempesta di pioggia di ieri pomeriggio, che ha sferzato la città e gli alberi in fiore. Sembrava d'essere tornati all'autunno. Avanzavo con l'acqua alle ginocchia. Ma oggi a mezzogiorno era tutto diverso. È successo che il


tempo si è fermato. Me ne sono accorta. È accaduto nell'attimo in cui due bestioni si incrociavano davanti a me. Stavo col naso dentro al libro, e accanto al bidone dei rifiuti – tutto colorato, è piazza San Babila – c'era una bici su cui qualcuno aveva appoggiato giacche e maglie. Poi ho capito che erano abiti di ricambio di un operaio cingalese che lava le vetrine dei negozi eleganti. Poi ho capito, dopo, quando il tempo ha ripreso a scorrere. Ma prima si era fermata ogni cosa, e tutto aveva lasciato il senso che aveva e preso un nuovo significato. Capita, alle volte, di sorprendere la propria immagine dentro a uno specchio, e fermarsi a guardarla, come se fosse quella di un perfetto sconosciuto. E ci vogliono due minuti interi prima di realizzare che quella faccia ci appartiene, quell'espressione è nostra e di nessun altro. Leggevo Grossmann in san Babila, e una frase mi ha fatto fermare. Perché sembrava scritta per me che leggevo. Messa lì apposta per me oggi sulla pagina duecentoquarantaquattro, da leggere solo stamattina, dopo il tuo messaggio di ieri. Lo sai che ho pianto, leggendolo? E non per delusione. Era un'altra cosa. Lo avevo messo in conto, non saresti venuto comunque. Però ho pianto. Per quello che dicevi, per le tue parole simili a quelle di quattro, cinque anni fa. Possibile, sono già passati cinque anni? Eppure sono passati. Dolore, vuoto, nero, disperazione, e poi silenzio, fatica. Tutto passato. Adesso qualcosa affiora nel mio setaccio, mi riposta indietro a quei tempi. Ero diversa. Diverso anche tu. Due anime inquiete, hai detto. Cinque anni fa quelle stesse parole mi avrebbero annientato. Ora non potrebbe succedere più. Però ho pianto lo stesso. Il trucco quella sera si scioglieva e mi pungeva gli occhi. Non era delusione, no. Ma compassione. Qualcosa del genere. Si può piangere su quelli che eravamo e non siamo più, e per quello che invece siamo adesso, per il dono che potremmo essere l'uno per l'altro. Un dono così grande da rischiare di distruggerci, e che ci costringe a riprendere le nostre orbite distanti. Buon viaggio e arrivederci alla prossima congiunzione astrale, fra settant'anni e passa, come la cometa di Halley. Tiro di lato le mie lacrime nere, come mi bruciano gli occhi. Non importa. Non importa tutto il resto. Gli anni trascorsi, gli errori commessi, il dolore subito e anche quello che mi sono procurata da sola. Niente vale più, oramai. È passato. Rimane questa luce fragile, questa mela luminosa, luce al posto della polpa, che basta poco a rovinare mentre la tengo in mano. Palpita come un cuore umano, è una cosa viva e assurda, come è assurda la vita, certe volte. Dovrebbe essere morta da anni, e invece è qui, in veste nuova. Non assomiglia più a com'era una


volta, ha un aspetto nuovo, diverso e ostinato. Se ne infischia del tempo che passa. Il tempo non esiste e, se esiste, è passato, è alle spalle. Mi stai davanti come una cosa nuova, ti guardo attraverso le parole di pagina duecentoquarantaquattro, fra il pullman verde che incrocia l'autobus giallo ocra, e il sole arrabbiato che lucida il selciato della chiesa dietro di me. Ti guardo da dentro un romanzo, mentre qualcuno sta guardando me che leggo, attraverso una telecamera puntata sulla strada. Anche i commessi dei negozi qui accanto cominceranno a chiedersi se non ci sia qualcosa di strano in questa sconosciuta che ogni giorno viene a leggere un libro – che sia lo stesso? - in bilico sul marciapiede. Se non sia pericolosa, una kamikaze cecena, una terrorista rossa di quelle di una volta, o una dei centri sociali che studia il territorio in vista di una clamorosa protesta. Chi è mai costei che si mette tutti i giorni in evidenza sulla strada, non sa che c'è una telecamera che ne registra i movimenti ogni cinque minuti? Bella terrorista del cavolo. A meno che non mandi segnali cifrati con la sua sola presenza. Il tempo non esiste. Non del tutto. Esistono i frammenti di spazio e di tempo che intercorrono fra quelle frasi che mi hanno inchiodato lì a mezzogiorno. Le ho lette, e poi ho desiderato baciarti, e basta. Questo, l'uomo della web cam non lo sa. E nemmeno glielo dico. Rimarrà convinto di essere l'unico uomo della mia vita, proprio perché è senza volto, e chi non ha volto può essere il tutto e il niente insieme. Chissà cosa direbbe se sapesse di noi. Di quello che c'è stato. Della prima volta che mi hai preso l'alluce in bocca, e hai cominciato a leccarlo, mentre io mi sentivo morire. Gli ho lasciato un messaggio. Ho pronunciato queste parole guardando i vetri della scuola di moda. Magari con un ingrandimento lui riuscirà a leggerle sulla mia bocca. Magari, se l'immagine della telecamera fosse continua e di grana buona. Non è così, ma quelle parole le ho dette lo stesso. Certe volte mi sento di doverle partorirle, le cose, dove mi trovo, come le gatte randagie che si sgravano dei gattini dove capita. Rimane il fatto che sono visibile, forse anche vulnerabile. Lui no, lui non si vede. Potrebbe essere ovunque. Con un coltello dietro le mie costole, o sogghignante oltre le finestre del palazzo difronte. Si darà gomitate con qualche collega d'ufficio, guardandomi ferma sul marciapiede. Forse, lui non esiste nemmeno.


LA SPOSA VIRTUALE  
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