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ANTONIO MONTANARI

SIGISMONDO E ISOTTA, UN MITO LETTERARIO

Riscoperta settecentesca per merito di Gian Maria Mazzuchelli

Versione informatica 2010


Nella metà del secolo diciottesimo, a traghettare le vicende malatestiane riminesi dall’oblio intessuto di rade ragnatele erudite all’attenzione critica degli intellettuali europei, ci pensa il nobile bresciano Gian Maria Mazzuchelli (1707-1765), ricordato soprattutto per l’impegno profuso nella compilazione di un vasto dizionario bio-bibliografico, Gli scrittori d'Italia, di cui apparvero fra 1753 e 1763 soltanto i primi due volumi per un totale di sei tomi. Nel 1753 Mazzuchelli cura a Verona un’edizione della Bella mano di Giusto de’ Conti1, alla quale antepone le notizie biografiche (pp. I-XXIII) dell’autore che oggi sappiamo morto a Rimini nel 1449 alla corte di Sigismondo Pandolfo Malatesti. Questi lo fece seppellire nella seconda tomba esterna del Tempio, contando dalla facciata. Del sepolcro di Giusto de’ Conti, Mazzuchelli propone nel volume un’incisione2 tratta da un disegno di Giovanni Antonio Battarra procuratogli dal medico ed erudito riminese Giovanni Bianchi (Iano Planco)3. Bianchi ricevuta da Mazzuchelli una copia della Bella mano, lo ringraziava per l’omaggio aggiungendo una comprensibile protesta: «Io veramente mi sarei lusingato, che avesse voluto in queste sue note far piccola menzione del mio nome per aver mandato questo disegno esatto unito con qualche notizia intorno quell’Autore, delle quali cose veggo essere stato fatto uso in questa edizione4». Dall’«aver taciuto il mio nome», aggiungeva Planco, «posso io sospettare dell’animo suo verso di me, il che si vedrà maggiormente manifesto nella lettera B della sua grande opera intitolata Gli Scrittori d’Italia, dove avrà motivo di parlare di me, e de’ miei scritti»5. Mazzuchelli, quasi a placare l’ira di Planco, gli invia immediatamente il testo a lui dedicato, e preparato per Gli scrittori d’Italia, con la richiesta di

Questa «edizione seconda veronese» presso Giannalberto Tumermani tien dietro a quella del 1750, rispetto alla quale presenta «quanto di più particolare si ha nell’edizioni antecedenti» (p. XXIII). Tumermani firma la prefazione datata 20 agosto 1753. Il placet dei Riformatori dello studio patavino, alla [p. 12], reca invece la data del 23 marzo 1751. Nella «Tavola di ciò che si è aggiunto in questa edizione» [p. 11], si legge: «Notizie scritte dal Sig. Conte Giammaria Mazzuchelli Accademico della Crusca intorno a giusto de’ Conti. Con il disegno del di lui Sepolcro, che giace al di fuori del Tempio di S. Francesco in Rimini, e la Medaglia di Sigismondo Pandolfo Malatesta, che fece edificare quel Tempio, qual Medaglia è appresso il predetto Sig. Conte Mazzuchelli». 2 La tavola fuori testo, a fronte di p. 1, contiene la riproduzione della celebre medaglia di Matteo de’ Pasti con il profilo di Sigismondo Pandolfo Malatesti; e due immagini (in prospetto e fianco) del sepolcro di Giusto. Come incisore, Battarra lavorò assiduamente al fianco di Bianchi: cfr. AA. VV., Grafica riminese tra Rococò e Neoclassicismo, disegni e stampe del Settecento nella Biblioteca Gambalunghiana, Rimini 1980, pp. 62-69. Lo stesso Battarra ne riferisce in una sua breve autobiografia non datata, dove soprattutto accenna alla «maggior fatica» impiegata «per i rami dell’Ecfrasis seconda di Fabio Colonna, che alla morte del Bianchi è rimasta inedita»: cfr. fasc. Battarra, G. A., I (177), doc. 1, Fondo Gambetti Miscellanea Riminese [FGMR], Biblioteca A. Gambalunga di Rimini [BGR]. 3 Cfr. in SC-MS. 970, Giovanni Bianchi, Minute di lettere 1741-1761, BGR, c. 257v., la lettera del 7.10.1754. 4 Le notizie riminesi sono alle pp. XII-XIII. 5 Ibidem, c. 258v. 1


completarlo con i dati biografici iniziali6. Se lo confrontiamo con quello apparso negli Scrittori, II, II, (1760), pp. 1137-1148, vediamo che il secondo è più analitico rispetto a quello proposto dal conte bresciano al medico riminese7. Mazzuchelli per curare l’edizione della La bella mano ha contattato Bianchi tramite padre Serafino Maria Maccarinelli8, allo scopo di ricevere notizie riminesi sul poeta umanista vissuto alla corte dei Malatesti. Planco ha inviato a Mazzuchelli il ricordato disegno della tomba di Giusto, preparato da Battarra, e le informazioni richieste. Dopo la pubblicazione del volume, Mazzuchelli ne invia a Bianchi due copie: una per lui e l’altra per Battarra come ricompensa per il disegno riprodotto9. Il primo aprile 1756 Mazzuchelli chiede a Bianchi «alcune notizie» per «illustrare la vita la vita della celebre Isotta da Rimini, concubina alla prima, e poi moglie di Sigismondo Pandolfo de’ Malatesti». Planco gli invia il disegno del sepolcro di Isotta10, ed altre «belle notizie» attorno al personaggio11. Lo scritto di Mazzuchelli appare in ottobre12, con il titolo di Notizie intorno ad Isotta da Rimino, nella «Raccolta Milanese dell’anno 1756», edita nella capitale lombarda da Antonio Agnelli13. Mazzuchelli ne fa tirare «più copie a parte», dopo aver raccomandato al tipografo di stampare i disegni «non confusi come nella Raccolta Milanese». Ne trasmetterà14 a Planco alcuni esemplari tramite il libraio Giovan Battista Pasquali di Venezia, che aveva negozio presso al Ponte di Rialto, e che era in Cfr. la lettera del 15.10.1754, la prima di quelle conservate in Fondo Gambetti, Lettere al dottor Giovanni Bianchi [FGLB], BGR, ad vocem. Il testo biografico di Bianchi è allegato a questa lettera. 7 L’intervento di Bianchi si rileva, oltre che nel testo, anche nell’ampio corredo di note delle quali non c’è traccia nel ms. inviato a Planco da Mazzuchelli. In quest’ultimo ad esempio manca la parte finale dedicata alle ascrizioni alle Accademie ed alla rifondazione dei Lincei nel 1745 (pp. 1138-1139). Particolarmente significativa per comprendere l’attenzione di Bianchi alla compilazione della propria scheda, è quanto troviamo nella lunga nota 10 di p. 1139, ove si ricordano le di lui menzioni fatte da «moltissimi Scrittori». Importanti, sotto questo profilo, sono pure le note alla bibliografia. Mazzuchelli cita a p. 1154 un «Bianchi, Giovanni Simone, medico riminese vivente nel 1740» che è lo stesso Planco. 8 Cfr. la ricordata missiva 7.10.1754, SC-MS. 970, cit. 9 Ibid. «Ieri l’altro dal P. Maestro Tonni nostro Inquisitore mi furono mandati due esemplari della Bella mano di Giusto de’ Conti ristampata l’anno passato in Verona con annotazioni di V. S. Ill.ma». 10 Cfr. Giovanni Bianchi, Commercium epistolicum, SC-MS. 974, BGR, 26.4.1756. 11 Cfr. il messaggio di Mazzuchelli del 6 maggio, FGLB, dove precisa di aver ricevuto da Bianchi due lettere, datate 19 e 26 aprile. Mazzuchelli prega Planco di ringraziare il bibliotecario gambalunghiano (cioè Bernardino Brunelli, in carica dal 1748-1767, che era aiutato dai figlio Bernardino. 12 Bianchi ne accusa ricevuta l’8.11.1756, come risulta dal cit. ms. 974. 13 Sul significato di questa iniziativa editoriale, cfr. Franco Venturi, Settecento riformatore, I. Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino 1998, pp. 645-646, ove. è cit. il lavoro di Mazzuchelli su Isotta; e Carlo Capra, I progressi della ragione. Vita di Pietro Verri, il Mulino, Bologna 2002, p. 128. 14 La spedizione di cinque copie avviene all’inizio del nuovo anno: cfr. la lettera di Mazzuchelli a Bianchi del 10.1.1757, FGLB. A Bianchi arrivano verso la metà di febbraio: cfr. nel dal cit. ms. 974 alla data del 14.2.1757. Il 24 dello stesso mese Mazzuchelli gli risponde: «Godo che le siano felicemente giunte le copie speditele della mia cicalata sopra Isotta». Bianchi regala poi a Mazzuchelli una medaglia raffigurante Isotta, sui cui ringraziamenti cfr. la lettera del bresciano del 23.9.1757, FGLB. 6


rapporto con Bianchi. Mazzuchelli scrive a Bianchi: «La menzione che vi ho fatta di lei, era necessaria sì per render giustizia al suo merito, e dare a tutti il suo, come per far credere ch’io non ho mancato di diligenza per rendere meno imperfetto quel mio tenue lavoro». Planco gli ha inviato «nuove riflessioni» dalle quali Mazzuchelli è spinto a pubblicare una seconda edizione che esce nel 1759 a Brescia presso Giambattista Bossini. Uno degli esemplari inviati a Bianchi contiene un bigliettino di dedica: «Al celebratissimo Sig. Dott. Gio. Bianchi di Rimino presenta G. Maria Mazzuchelli suo servitore le presenti due copie della ristampa della sua Operetta sopra Isotta fa Rimino, dove vedrà alcune Aggiunte, e corretti alcuni errori ch’erano corsi nella prima edizione». Le Notizie intorno ad Isotta da Rimino sono state definite da Augusto Campana (1951) una «piccola cosa se si vuole, ma veramente egregia; e importante […] perché è il primo lavoro monografico di argomento malatestiano»15. Mazzuchelli racconta16 che su Isotta «molti de’ più valenti letterati o ne ignorarono le notizie, o inutilmente le cercarono», talora confondendola con un’omonima «sua contemporanea», la celebre letterata veronese Isotta Nogarola (p. 4). A prender cantonate non era stati soltanto i dotti letterati italiani come il padovano Lorenzo Pignoria (1571-1631), ma pure quelli francesi in scritti di poco anteriori al testo di Mazzuchelli (nota 2, p. 5). Qualcun altro poi ne aveva addirittura deformato il nome in Isabetta. A Mazzuchelli l’occasione per comporre queste Notizie è offerta dal senatore veneziano Bernardo Nani, uno dei Riformatori dello Studio di Padova17, che gli aveva inviato l’«esatto disegno del Busto di marmo acquistato da non molto» (p. 3), in cui era appunto raffigurata Isotta. Le Notizie procedono inizialmente fra critica delle fonti ed interpretazione letteraria della vicenda amorosa di Sigismondo ed Isotta, sulla scorta di opere umanistiche come i componimenti del poeta napoletano Giovanni Antonio Pandoni, detto il Porcelio18 (ca. 1405-1485) che viveva presso la corte riminese. Mazzuchelli ricorre alla lucidità tipica del discorso storico, che però offusca l’esame psicologico quando voglia penetrare i misteri d’Amore con strumenti diversi da quelli che soltanto la Poesia offre. Non agisce per ingenuità, bensì per desiderio di ricostruire fedelmente il susseguirsi degli eventi. Il suo modus operandi non meraviglia se si pensa che la mentalità di Mazzuchelli rispecchia le emergenze nuove della critica settecentesca, in lenta elaborazione proprio in quegli anni. In quest’analisi, Mazzuchelli deve arrendersi alla fine all’evidenza della verità della Poesia, essendo in attingibile quella della Storia. A P. 144 Ghigi XIV vol. Le citt. che riferiamo sono dalla II edizione. 17 Nani, Angelo Contarini e Francesco Lorenzo Morosini vararono nel 1761 «una riforma di grande rilievo nella storia dell'Ateneo patavino»: cfr. la pagina web <http://www.cisui.unibo.it/annali/03/testi/05Del_Negro_testo.htm>, dove si cita dal vol. III (1999) degli Annali di Storia delle Università italiane. 18 Mazzuchelli scrive «Porcellio». 15 16


Sigismondo, Isotta ha dovuto cedere al pari delle «tante donne» che s’arresero a Giove per quella «violenza d’amore, a cui non è possibile di far resistenza». Mazzuchelli racconta di un’elegia di Porcelio che rappresenta il padre di Isotta intento a convincere la figlia della sua «cattiva condotta»: «le rimprovera il suo coraggio di volere ch’egli approvi quant’ella fece di suo capriccio» (p. 15). Le spiega che il suo amore «non fu altrimenti un Dio, ma che venne finto un Nume della libidine, onde coprire questa sotto l’ombra d’una divinità li suoi sfoghi perversi» (pp. 15-16). Mazzuchelli desolato osserva che Isotta non accettò d’«abbandonar quegli amori», dal momento che non trova prove che «Sigismondo, ed Isotta interrompessero giammai l’amicizia loro». (p. 16). Dalla Poesia Mazzuchelli passa alla Storia rintracciando documenti sui rapporti tra Sigismondo e la famiglia di Isotta (p. 18) sui quali osserva che se il signore di Rimini «volle distinguere, e premiare un fratello d’Isotta», ben si può «agevolmente» immaginare «a qual grado poi volesse render chiara, e distinta la sua Isotta» (pp. 18-19). La matassa della poesia celebrativa s’ingarbuglia agli occhi di Mazzuchelli che deve ricordare anche gli elogi lirici contemporanei ad Isotta (p. 20) come la raccolta poi uscita a stampa a Parigi nel 1549, Trium Poetarum… (p. 21), con Porcelio che aveva immaginato «Giove innamorato d’Isotta». La quale «con fermezza d’animo» ricusa «d’annuire alle sue impure voglie» perché Sigismondo «è il suo Dio» («Sola Sigismundi dicar Isotta Dei», pp. 21-22). Secondo Porcelio «non vi fu nissuna Dea, o Greca, o Latina» più illustre di Isotta la quale fu superiore a Tindari nella bellezza, a Saffo nella Poesia, a «Penelope (elogio veramente notabile) ne’ suoi costumi» (22). Con grande e timida cautela Mazzuchelli non sottrae nulla al mito della coppia Sigismondo ed Isotta costruito dai loro cortigiani. Però delicatamente insinua che siffatto «cumulo di tante lodi» era per «gran parte dovuto» sia all’adulazione sia a «quell’entusiasmo poetico, che è solito di portare all’eccesso il merito d’ogni Donna, che si prende a lodare», anche allo scopo d’acquistar maggior grazia verso il padrone della corte. Con altrettanta leggerezza di tocco Mazzuchelli osserva che «per quanto degrado si voglia dare a quelle lodi», bisognerà considerare Isotta «una Donna assai rara, e distinta». Il che significa concludere ribadendo la premessa da cui s’era partiti: Isotta fu «di singolare grazia, e delle più rare doti, e vaghe, ed accorte maniere, onde farsi amare, e stimare da Sigismondo». Il che, inoltre, interesserebbe poco la Storia se appunto attorno alla figura di Isotta ed ai suoi rapporti (soprattutto prematrimoniali) con Sigismondo non fosse stato creato quell’apparato da mito che si trasferisce in tutto quanto la riguarda nel Tempio ed annessi, al punto che lo stesso Mazzuchelli, sulla scorta di Apostolo Zeno, parla di una «idolatria» di Sigismondo verso la sua donna. A Mazzuchelli sfugge che i conti ‘poetici’ erano stati fatti una volta per tutti da Guido Guinizzelli immaginando la propria


anima interrogata da Dio: «che presumisti? […]» , «desti in vano amore me per semblanti». Guinizzelli aveva implicitamente costretto ogni poeta davanti al tribunale ecclesiastico della Letteratura in seduta permanente: insegnando però che la sua lezione autobiografica imponeva l’accettazione della diversa lettura delle parole d’Amore in ambito post-cristiano rispetto al tempo dei pagani. Se la mitologia poteva scherzare su vizi e vizietti dei numi, dal Nuovo testamento in avanti occorreva separare il canto religioso da quello amoroso, a meno che non si trattasse di quelle estasi che talora nella raffigurazioni (pittoriche o scultoree) confondono un poco le idee tra la fuga dal mondo e le sue seduzioni che sembrano talora trasparirvi proprio nell’attimo in cui le si vuol negare ed abbandonare. Mazzuchelli poteva accantonare più che legittimamente la lettura-lezione di Guinizzelli con i conseguenti tormenti di quel Petrarca che gli umanisti di corte ripropongono senza gli spasimi che sono nel cantore di Laura. Ma doveva a quel punto guardarsi attorno e constatare quanto di estraniante nell’esame storico contenessero le liriche prodotte su Isotta nel Quattrocento, liriche che non si potevano riproporre con le stesse chiavi interpretative dei contemporanei della medesima Isotta. Ma proprio ciò che manca nel discorso di Mazzuchelli è prova di un fascino che il personaggio, anzi i personaggi di Isotta e Sigismondo e la loro vicenda amorosa promanano in un contesto in cui sorgono nuovi strumenti d’analisi, ma li si ignora con tranquilla coscienza. Per cui vale la l’opinione di Franco Venturi sul settecentesco «rinnovato interesse per il mondo umanistico italiano» e sull’operetta di Mazzuchelli della quale discorriamo e che appartiene ad una specie digenere che annovera anche altri testi, tutti «variopinti fiori eruditi colti nei giardini umanistici». Testi nei quali «il passato medievale e rinascimentale, riscoperto nell’età muratoriana e maffeiana, si irrigidisce di nuovo in una raffina esercitazione erudita»19. In parallelo, rispetto all’attenzione che Mazzuchelli suscita a livello nazionale, va ricordato quanto la cultura locale del secolo XVIII manifesta in materia malatestiana. Nel 1718 il riminese Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727), contesta un padre francescano che aveva scritto del Tempio quasi due secoli prima. Sacerdote e direttore della Biblioteca Gambalunghiana dal 1678 al 1694, Garuffi tra l'altro compilò una storia delle accademie italiane, L'Italia Accademica, il cui primo ed unico volume a stampa apparve nel 1688, mentre il resto dell'opera è conservato manoscritto nella stessa Gambalunghiana. Quel testo non piacque a Ludovico Antonio Muratori. A Forlì nel 1705 Garuffi animò il «Genio de' letterati». Egli aveva avviato un ampio programma, sotto il titolo di Bibbioteca Manuale degli Eruditi20, per pubblicare 130 titoli, «i quali contengono 19 20

Cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, I. Da Muratori e Beccaria, Torino 1998, p. 646. Questo titolo viene quasi sempre riprodotto come Biblioteca, ma sia nell’unico volume a stampa (Venezia, A. Poletti, 1704) così chiamato, sia nei rimandi che


moltissime Erudizioni, Istoriche, Poetiche, Morali, varie, e di sagra Scrittura». Garuffi trattò anche di Filosofia, dimostrandosi attento a quella sperimentale, «in cui il nostro secolo ad occhi aperti si esercita dopo d'essersi per l'addietro lungamente perduto ad occhi chiusi» in vane ed inutili questioni21. Nel 1718 nel veneziano «Giornale de Letterati d’Italia» (tomo XXX, pp. 156-186) Garuffi pubblica una Lettera apologetica […] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco, per criticare quanto era apparso in latino quasi un secolo prima (1628) negli Annali Francescani dell’irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell’Inquisizione romana, dopo aver studiato a Lisbona e Coimbra. Wadding fu il fondatore e guardiano del collegio dei frati osservanti della nazione irlandese a Roma, presso la chiesa di san Isidoro che aveva avuto origine dalla canonizzazione fatta da Gregorio XV nel 1622 di cinque santi, fra i quali lo spagnolo Isidoro. In quell'anno vennero dalla Spagna alcuni padri «riformati scalzi» di san Francesco per fondarvi un ospizio per i frati loro connazionali. Dopo due anni però essi l'abbandonarono. L'ospizio fu così concesso a padre Wadding, che è sepolto nella stessa chiesa di san Isidoro22. Il testo di Wadding secondo Garuffi, conteneva «alcuni periodi» che sono «pieni di calunnia contro il Tempio di san Francesco di Rimino». Padre Wadding definisce Sigismondo uomo da ricordare più per le doti del fisico che per quelle dello spirito23. Famoso per gloria militare, straordinaria eloquenza e forza del corpo, lo giudica però ignobile per infami costumi ed un genere di vita che nulla aveva avuto di cristiano. A questo punto Wadding ricorda la biografia di Sigismondo scritta da Pio II che niente aveva tralasciato dei presunti delitti del signore di Rimini24. Wadding prosegue sostenendo che Sigismondo dedica sì il Tempio alla memoria di san Francesco, ma lo riempie di immagini con miti pagani e simboli profani, aggiungendovi pure un mausoleo (di fattura e materia bellissima) per la sua amante, con un epitaffio chiaramente pagano («Dedicato alla divina Isotta»25). Garuffi taglia corto: Sigismondo è stato «un eroe insigne non meno per troviamo all’interno del Genio de’ letterati, alle pp. 9 e 119, la dicitura corretta è quella che abbiamo riportato. La Bibbioteca è divisa in 130 titoli, «i quali contengono moltissime Erudizioni, Istoriche, Poetiche, Morali, varie, e di sagra Scrittura» (pp. 4-5). Secondo quanto Garuffi scrive nel Genio de’ letterati, la Bibbioteca costituisce l’opera iniziale di un ambizioso piano editoriale, i cui titoli pubblicati egli elenca nel suo articolo a p. 119. Si cfr. pure il ms. omonimo (La Biblioteca Manuale …) in BGR, Sc.-Ms. 500. 21 Cfr. la cit.Biblioteca a stampa (1704), pp. 57-58. 22 Per le notizie riportate, cfr. i seguenti siti: <www.ku.edu> e <www.encyclocapranica.it>. 23 «Sigismundus Malatesta, plus a corporis quam ad animae dotibus commendandus». Il brano di Wadding è riportato a p. 157 della Lettera apologetica di Garuffi. 24 Wadding scrive: «[…] nihil scelerum aut male auctorum praetemittens». 25 «Aedem dedicavit S. Francisci memoriae; sed ita Gentilibus fabulis, et profanis emblematibus universam delineavit; ut non Sactorum Templum; sed Ethnicorum videatur delubrum. Ad haec minus christianae abdidit suae amasiae Mausoleum opere et materia pulcherrima, adiecto Gentili more hoc Epitaphio: Divae Isottae Sacrum».


valore, che per la religione», e Wadding aveva scritto soltanto «una serie di cose falsissime»26. Garuffi sapeva che Pio II l’aveva accusato di aver ripudiato la prima moglie, avvelenata la seconda, strangolata la terza. Ed anche per papa Piccolomini, il bibliotecario riminese ha pronte le risposte in difesa di Sigismondo27. La prima moglie era la figlia del Carmagnola: rifiutò di sposarla dopo la condanna a morte del futuro suocero (1432). Per Ginevra d’Este, la seconda (ma in realtà la prima ad essere impalmata), il sospetto di una morte per veleno fu diffuso dai parenti del Carmagnola. Circa Polissena Sforza, Garuffi spiega che se anche l’avesse fatto, Sigismondo avrebbe agito «per giusta ragione di Stato» avendo lei rivelato al padre, in lettere intercettate dal marito, «alcuni militari segreti del consorte». Infine Garuffi scrive che Isotta era stata sposata da Sigismondo, quindi non si poteva definire sua amante. Nelle pagine successive28 Garuffi passa alla difesa del Tempio, con la descrizione delle singole cappelle, riservando la conclusione al problema della scritta sulla tomba d’Isotta: «D. Isottae Ariminensi B. M. Sacrum. MCCCCL». Quel «D.» sta ad indicare «Dominae» e non «Divae» come aveva interpretato Wadding29. Ma se anche fosse come proponeva lo storico francescano, spiega Garuffi, non ci sarebbe nulla di male, perché chiamare «diva» Isotta significava soltanto usare un titolo degno per la moglie di un principe, senza alcun «sentore di gentilesimo», cioè di paganesimo30. Fortunatamente Wadding non sapeva quanto scoperto nel 1912 da Corrado Ricci. La discussa iscrizione per Isotta era stata sovrapposta ad un’anteriore, ancora più compromettente: «Isote ariminensi forma et virtute Italiae decori. MCCCCXLVI». Era di un’audacia scandalosa quel «decoro d’Italia» riservato ad una giovinetta come Isotta che aveva circa tredici anni nel 1446, quando fu sedotta da Sigismondo mentr’era ancor viva la moglie Polissena. Isotta nello stesso anno concepì da Sigismondo un figlio, Giovanni, che morì in fasce il 22 maggio 1447. Wadding ricorda che origine e genealogia riminese dei Malatesti erano state riassunte da fra Leandro Alberti in una sua opera, Descrittione di tutta l’Italia e Isole pertinenti ad essa (G. B. Porta, Venezia 1550). Leandro Alberti osserva che Sigismondo fu «valoroso capitano de i soldati», e che la sua vita è stata descritta da Pio II il quale «narra i suoi vitij, et opere mal fatte», anche se «nell’ultimo di sua vita, chiese perdono ad Iddio con lagrime de i suoi errori, et passò di questa vita da buon Christiano» (p. 299v). Neppure una parola per il nostro Tempio c’è in fra Leandro, il quale invece per Malatesta Novello spiega Cfr. Lettera apologetica, cit., p. 157. Ibid., pp. 161-163. 28 Ibid., pp. 166-175. 29 Ibid., pp. 178-179. 30 Sul «B. M.» gli studiosi si sono sbizzarriti: beata o buona memoria, oppure benemerita. 26 27


che «essendo letterato, et virtuoso edificò quella sontuosa libraria nel monasterio di San Francesco di Cesena, ove pose nobilissimi libri tutti in carta pecora, e a mano scritti, et ornati di belli mini» (ibid.). A Garuffi nello stesso anno («Rimino, 15 dicembre 1718») risponde un anonimo con altra «Lettera» a stampa31, prendendo le difese di padre Wadding e presentandosi come Minore Osservante: è una minuziosa e pedante requisitoria contro la presunta religiosità di Sigismondo, in cui si richiamano altri autori riminesi che in passato avevano accettato senza fare una piega l’accusa di eresia rivoltagli da Pio II. L’anonimo corregge errori di datazione commessi da Garuffi circa le morti delle mogli di Sigismondo; rispolvera la vicenda (leggendaria32) del frate martirizzato per non avergli voluto rivelare i segreti del confessionale di una sua sposa; ed aggiunge come ciliegina sulla torta che i cesenati sospettavano il signore riminese d’aver aiutato nel 1432 la morte del mite fratello Galeotto Roberto, come premessa alla ripartizione del potere con Novello33. Dopo ben nove anni, nel 1727, Garuffi risponde all’Anonimo con altre citazioni alle contestazioni che gli erano state indirizzate, e discutendo secondo lo spirito del tempo sul valore dei simboli presenti nella chiesa di san Francesco. La notizia più curiosa, in questa «Seconda lettera», Garuffi la riserva all’Anonimo: non sei dei Minori Osservanti, gli dice; so per certo che appartieni ad un altro ordine religioso. A Giuseppe Malatesta Garuffi è attribuibile un breve testo ms. intitolato De modo figurarum astrologicarum describendi (Sc-Ms.462, cc. 99-110, Biblioteca Gambalunghiana di Rimini). Si tratta di istruzioni tecniche su come compilare un oroscopo. Tra gli autori citati c’è Regiomontano, ovvero Iohannes Müller, il principale astronomo del Quattrocento, le cui Tabulae directionum (Firenze 1524) Garuffi utilizzò (con rinvii ‘anonimi’ nel proprio testo), usando l’esemplare tuttora conservato in Gambalunghiana (segn. BP. 664). Regiomontano è detto Monteregio sia nel volume del 1524 sia nel ms. di Garuffi. Garuffi poi cita Tolomeo ed il calendario gregoriano per correggere le tavole di Regiomontano. Sempre in Gambalunghiana si conservano altri mss. di Garuffi che però non sono opera sua, bensì copie di testi del gesuita Egidio Francesco De Gottignies di Bruxelles il quale fu suo maestro a Roma nel Collegio Romano. Si tratta di Matematica Experimenta (Sc-MS. 470), Tractatus de sphera armillari (ScMS. 471), Philosofia astronomica (Sc-MS. 472), Cosmographia (Sc-MS. 473). Nel manoscritto 473 a c. 5v. troviamo una descrizione dei nove corpi dell’Universo: Terra, Luna, Mercurio, 31 32

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Cfr. Lettera scritta al Molto Rev. Padre Fr. Giulio da Venezia. Non è riportata l’indicazione del luogo, ma è probabilmente Rimini. Cfr. A. GRILLI, Le reliquie di padre Sebastiano, «Ariminum», VII, 36 (maggio-giugno 2000), p. 41; e E. PRUCCOLI, Amori, frati e adulteri, ibid., VI, 38 (settembre-ottobre 2000), pp. 8-10. Cfr. p. XL della cit. Lettera scritta, dove si rimanda al ricordato C LEMENTINI, Raccolto istorico, VIII libro, II parte, p. 267.


Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse. Gli sviluppi successivi della Scienza hanno dimostrato che quei corpi erano soltanto otto, eliminando le Stelle fisse che fisse non erano troppo… A fianco dell’elenco dei nove corpi c’è un foglietto inserito fra le cc., con tre disegni relativi al sistema tolemaico, tyconico e copernicano sul tipo della celebre tavola di Athanasius Kircher (Iter extaticum, 1671) che però contiene sei sistemi (tolemaico, platonico, egiziaco, tyconico, semityconico, copernicano). Nel ms. di Garuffi De modo figurarum etc., troviamo elencati otto corpi: sette pianeti di cui egli parla in sèguito alla c. 6r. § XV. Septem Planetarum vires, più la Terra. Le elencazioni degli otto «segni» procede in questo ordine: Sole, Luna, Saturno, Mercurio, Giove, Marte, Venere, Nodo Lunare Nord34. I Lincei riminesi di Iano Planco riservano tre dissertazioni ai Malatesti. Il 30 aprile 1751 si dà lettura di sette epistole di Roberto Malatesti (1479). Successivamente (forse il 7 maggio dello stesso anno), segue un’epistola di Leonida Malatesti del 1546. Infine il 17 marzo 1752 Bianchi presenta sei missive del governo di Firenze inviate ai Malatesti di Rimini (1378-1400), e ricopiate da Lodovico Coltellini da un codice manoscritto di Coluccio Salutati (1331-1406), esistente presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze. Coltellini trasmette a Bianchi queste copie il 29 gennaio 1752: «La prego di communicarle opportunamente, alla nostra Accademia Lincea, ai soci della quale costì dimoranti, mi ricordo servidore ossequiosissimo». Alle copie, Coltellini premette una breve presentazione in cui egli dichiara di comunicarle «ai virtuosissimi Signori Accademici Lincei di Rimino, comecché appartengono all’istoria di quella illustre città».

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Debbo ad una esperta in materia (che non vuol esser citata), questa spiegazione: «I Nodi Lunari corrispondono al punto di intersezione delle orbite Terra/Luna nel loro percorso attorno al Sole, oppure più semplicemente corrispondono ai punti di allineamento Sole/Terra/Luna come si verifica nelle eclissi. La Luna rappresenta tutto il nostro passato inteso come stato evolutivo raggiunto, il Sole rappresenta la meta a cui la nostra anima anela e la Terra la scuola da frequentare obbligatoriamente per acquisire i meriti necessari per salire al Sole. Sole e Luna sono sempre espressione rispettivamente dello Spirito e dell'Anima. I simboli che identificano i due Nodi (Nord e Sud, esattamente opposti uno all'altro) sono, assieme agli altri, il linguaggio che l'astrologia usa per tramandare la sua conoscenza, e la chiave per meglio interpretare questi simboli è l'analogia. Il logo del Nodo Sud lo possiamo assimilare ad un contenitore, mentre al suo opposto il logo del Nodo Nord ci fa pensare ad un contenitore rovesciato. L'asse dei due nodi viene comunemente definito come canale energetico che interviene affinché le necessità evolutive della ridiscesa su questa terra vengano compiute. Ecco che il simbolo del contenitore rappresenta il nostro bagaglio di conoscenze e capacità di cui veniamo dotati per compiere questo percorso. Sarà il nostro libero arbitrio (ammesso che esista e siamo in grado di esercitarlo) che opererà la scelta di utilizzare il contenitore, sprecarlo o sacrificarlo per poter acquisire nuove conoscenze. In un Tema Natale (aspetto planetario al momento della nascita della persona) ci sono dodici case astrologiche che rappresentano dodici settori della vita (lavoro, amici, famiglia, ecc..) e le due case interessate dai Nodi ci potranno aiutare per meglio comprendere il nostro percorso evolutivo, oltre naturalmente al segno zodiacale in cui sono domiciliati.»


Le copie di Salutati Della radunanza lincea del 17 marzo 1752, sono rimaste due annotazioni di mano di Bianchi nel fasc. 222 del «Fondo Gambetti, Miscellanea Manoscritta Riminese» in Biblioteca Gambalunga. Nella prima è spiegata l’origine delle copie fornite da Coltellini: cioè, il codice «scritto dal celebre Coluccio Salutati», poi «posseduto da Pietro Crinito, o sia del Riccio, altro famoso Segretario della medesima Repubblica» fiorentina come lo stesso Salutati. Nella seconda annotazione si legge: «Giacché per incidenza questa sera s’è fatta onorata menzione de’ Signori Malatesta, che erano fautori delle Lettere greche e latine, e d’ogni altra cosa a scienza e ad erudizione appartenente, e massimamente tra questi Carlo Malatesta Signore di questa Città, che fu cognominato il Catone de’ suoi tempi, e Sigismondo, e Malatesta Novello suoi Nipoti, uno Signore di Rimino, e l’altro Signore di Cesena, che favorirono amendue le Lettere in un grado eccellente, come dalle scelte Librerie che fondarono, e dagli uomini illustri in Lettere, che appo ebbero è manifesto, io vi riferirò o Graziosi uditori una lettera del Sig. Dott. Lodovico Coltellini di Firenze nostro Accademico Linceo, colla quale egli ci manda un sonetto d’un tal Pandolfo Malatesta ad un tal Messer Andrea lasciando a noi la cura d’investigare chi fosse questo tal Pandolfo giacché moltissimi di questa famiglia Malatesta, e Signori, e non Signori della Città nostra con un tal nome di Pandolfo furono». L’avvocato cortonese Coltellini (1720-1810) era stato nominato accademico Linceo nel 1750. Fu dotto e polemico corrispondente di Bianchi. Giovanni Lami, direttore delle «Novelle letterarie» fiorentine, lo classificò in una lettera allo stesso Bianchi come «un birro, ed una spia, che non posso patire». Nel 1757 Coltellini farà ascrivere Bianchi all’Accademia cortonese di Botanica e Storia Naturale, della quale era segretario. Gambetti svela il «mistero» Le due pagine del fasc. 222 sono state il punto di partenza per rintracciare le lettere malatestiane di cui esse parlano. Abbiamo anzitutto consultato il fascicolo contenente le missive di Coltellini a Bianchi, senza però trovarvi quella con le copie delle lettere malatestiane presentate ai Lincei. Un funzionario, nella «Sala chiusa» dei manoscritti dove è conservato un catalogo generale non accessibile al pubblico (quello a disposizione degli utenti non è completo), ha fatto una ricerca con esito negativo partendo dalla voce Coltellini. Allora abbiamo preso visione delle preziose «Schede Gambetti». Qui alla voce Coltellini abbiamo trovato due informazioni. La prima (conosciuta) circa le ricordate lettere a Bianchi; e la seconda (inedita, nella scheda 114) sulla missiva di Coltellini a Bianchi del 29 gennaio 1752, «con copia di varie


lettere della Repubblica Fiorentina ai Signori Malatesta di Rimini». Riproduciamo il testo completo della scheda 114, con l’elenco delle lettere malatestiane: «Il Coltellini le copiò dal codice cartaceo della Libreria Riccardiana segnato M II n° 3. La prima è diretta Domino Galeotto de Malatestis. Florentiae die XI Augusti 1378. La seconda è diretta allo stesso. Florentiae die 9 Nov. 1738. La terza è diretta Karolo et Pandolfo de Malatestiis Florentiae die 10 Aprilis 1390. La quarta è diretta Ghaleoto Belfiore Florentiae die 5 Junii VII Ind. 1399. La quinta è diretta Karolo de Malatestiis Florentiae die 5 Junii 1399 VII Ind. La sesta è diretta Karolo, et Fratribus et aliis de Malatestiis. Florentiae due 7 Junii 1399. Mss. Sc. V. 48». Quest’ultima indicazione («Mss. Sc. V. 48») documenta che in Gambalunga nel corso dell’altro secolo, le lettere malatestiane furono tolte dal fascicolo delle missive di Coltellini a Bianchi, ed inserite diversamente. Ma dove e come, se il nome di Coltellini non è elencato nel catalogo generale riservato? Nel catalogo dei manoscritti gambalunghiani accessibile a tutti, se nulla c’è sotto il nome Coltellini, invece sotto quello di Coluccio Salutati, autore della prima trascrizione, con la segnatura «ms. 414» appare elencato il materiale che cercavamo: la missiva di Coltellini del 29 gennaio 1752 e le trascrizioni delle sei lettere malatestiane lette nei Lincei. Dalla medesima missiva di Coltellini a Bianchi si ricava che pure le precedenti epistole malatestiane, lette nei Lincei in due precedenti adunanze, erano state inviate da Coltellini al medico riminese. Ma di esse non siamo riusciti a trovare alcuna traccia negli schedari gambalunghiani. Lite erudita con un gesuita Nella stessa radunanza del 17 marzo Bianchi presentò anche una «Lettera ad un amico di Firenze intorno varie cose d’Antichità», poi pubblicata sulle «Novelle» fiorentine: è un’accesa polemica contro l’autore (anonimo) della «Storia letteraria d’Italia», il cui primo volume era apparso due anni prima (1750) a Venezia, con una citazione critica di uno scritto archeologico dello stesso Planco, di cui si diceva (senza nominarlo) che era un medico al quale era «saltato in capo di far da antiquario». Bianchi si difese sostenendo che i migliori studiosi d’Antiquaria erano stati proprio dei medici come lui. L’autore della «Storia letteraria» è il gesuita Francesco Antonio Zaccaria (1714-1795). E pure Planco lo sapeva bene. Nella risposta a Zaccaria, Bianchi sostiene che per fare una storia letteraria «non ci vuole il solo capitale di quattro ciance volgari» come accaduto nell’opera veneziana, «ma bisogna essere versato in tutte le scienze, e in oltre bisogna sapere bene le lingue de’ Dotti, vale a dire la Greca, e la Latina, ed anche le antiche d’Oriente, non meno che molte delle moderne d’Occidente». Infine, per poter più liberamente


attaccare l’autore della «Storia letteraria», Planco sostiene che non potevano essere tali né Zaccaria né alcun altro padre gesuita perché nessun seguace di sant’Ignazio avrebbe potuto scrivere in quella forma e con «tanta ignoranza», in quanto «i Gesuiti sono persone dotte e colte, che si pregiano più che altro di usare civiltà e gentilezza con ognuno, non che con i Letterati, che non gli hanno mai offesi». Bianchi scriveva di sospettare qualcuno dei suoi soliti «saputelli calunniatori» che avevano agito sempre da anonimi o con nomi finti. Planco riconosce che negli ultimi due tomi quell’autore (Zaccaria) «pare un poco più moderato» verso la sua persona, anche se dimostra d’avere ancora «una certa rabbietta, ed amarulenza», dato che non parla mai bene di lui se non «a mezza bocca, e quasi per forza». Bianchi definisce l’autore della «Storia letteraria» come «un miserabile copista» da novelle e giornali, «non veggendo egli mai alcuna cosa nell’originale». Ed aggiunge: «e crediamo con alcuni, i quali giustamente pensano, che sia meglio esser biasimato da lui, che l’esser lodato». Chi studia non odia Planco, parlando di quella «certa rabbietta, ed amarulenza», si riferiva a quanto apparso nella «Storia letteraria» del 1751, dove Zaccaria aveva richiamato uno scritto del senese Giovanni Girolamo Carli contro Bianchi, in cui si sosteneva che il medico riminese quando fu professore d’Anatomia a Siena «non incontrò molto il genio di que’ Cittadini». Per la verità, Carli aveva pure scritto in difesa di Bianchi, accusato di conoscere soltanto «quattro parole di greco»: «Buono per la nostra Toscana, se ci fossero due dozzine di persone che sapessero di Greco quanto il Signor Dottor Bianchi». A proposito dello scritto di Carli, Zaccaria osservava che esso era caratterizzato da uno stile «un po’ amaro», aggiungendo: «Noi vorremmo, che gli scrittori cristiani non in parole, ma co’ fatti si mostrassero persuasi della verace carità, che dall’altre sette ne dee più che altra cosa distinguere». Di questa regola, però Zaccaria non è rispettoso proprio con Bianchi, laddove osserva che il gazzettiere fiorentino pubblicava le notizie inviategli dal riminese per riempire «senza molta sua fatica» i propri fogli. Nel novembre 1763 Zaccaria entrerà con Bianchi in un cordiale rapporto epistolare, durato sino al giugno 1768. Nella sua ultima lettera, Zaccaria definisce Planco «un letterato sì celebre». Nella prima gli aveva detto (in latino), tanto per cominciar discorso, che pur avendolo qualche volta (ma senza malevolenza) contestato nella «Storia letteraria», tuttavia lo aveva sempre considerato uomo dalla dottrina molteplice e di grande valore, non facendo finta di non riconoscerla. E che se lo aveva attaccato era stato soltanto perché Planco era in strettissimo legame con il loro «assai aspro persecutore», cioè il


responsabile delle «Novelle» fiorentine Giovanni Lami. Bianchi rispose (sempre in latino) con spirito di riconciliazione, che era stato amico e non socio di Lami, aggiungendo per chiudere il discorso: «Litterae in honestis hominibus verum inimicitiam non pariunt», gli studi letterari nelle persone oneste non generano risentimenti. La pagina più gustosa scritta da Zaccaria contro Bianchi è quella in cui parla della disputa sul «malvagio Rubicone» («Annali letterarj d’Italia», 1762): «Se Roma ha già decisa la lite per questa rara cosa tra’ Riminesi, e Cesenati, e ha condannati nelle spese quest’ultimi, io vorrei vedere imposta una buona multa a coloro, che con fogli, libri, libercoli, Dissertazioni, Scritture osassero di più infestare l’umana generazione sopra questa controversia, teruntii, flocci, e nihili eziandio», cioè di poco, anzi di nessunissimo valore. 4. ERUDITI E MALDICENTI 1756, CONTESTATA LA RIAPERTURA DEGLI AVELLI NEL TEMPIO Il 22 luglio 1756 padre Francesco Antonio Righini, «procuratore» dei Minori Conventuali di San Francesco, apre furtivamente l’Arca degli Antenati, nella cappella della Madonna dell’Acqua al Tempio malatestiano. Con sé porta quale esperto il pittore Giambattista Costa, e come tecnici due muratori: quello che entra all’interno dell’Arca, ne scompiglia i poveri resti. Il 15 agosto Righini ispeziona le casse di marmo nella fiancata esterna destra alla presenza di alcuni testimoni, ed il giorno successivo il sepolcro d’Isotta davanti a dodici persone. Il francescano compie l’esplorazione degli avelli proprio mentre architetta un colpo con cui spera di diventare famoso. Imbroglia le carte sulla storia della beata Chiara da Rimini, ed inventa la scoperta d'un manoscritto datato 1362, raschiando la data originale del 1685. La sua impresa al Tempio non piace a molti in città. Le critiche gli piovono addosso abbondantemente. Il 19 agosto padre Righini scrive a Giuseppe Garampi, prefetto dell’Archivio Segreto Apostolico Vaticano e studioso di meritata fama. Invoca una specie d’assoluzione per la sua iniziativa. Gli confida d’aver agito soltanto per «curiosità» ed allo scopo «di porre con ogni sincerità il vero della Storia di ciò che concerne questo nostro magnifico Tempio». In cerca di notizie Righini con Garampi non usa la stessa «sincerità» e non ricorda tutto «il vero». Tralascia la visita fatta il 22 luglio all’Arca degli Antenati. Cita solamente la seconda esplorazione dell’Arca, svolta il 16 agosto dopo quella nella tomba d’Isotta. In quest’occasione nell’Arca si vede soltanto un mucchio d’ossa


confuse fra gli stracci, grazie all’imperizia di quel muratore pasticcione. Righini sa poco o nulla della storia illustre della chiesa di cui è custode. Lo dimostra quando, nella stessa missiva, chiede a Garampi di suggerirgli «qualche notizia particolare» attorno «a questo nostro Tempio», da inserire «nella rozza composizione» che gli è stata richiesta, ovvero una storia del Malatestiano. Un suo compagno d’avventura, il filosofo e naturalista Giovanni Antonio Battarra, scriverà in una «Lettera» a stampa (Milano, 1757) che in città attorno alle tombe del Tempio correvano due opposte opinioni. C’era chi, seguendo la tesi di Giuseppe Malatesta Garuffi (1655-1727), riteneva che nella maggior parte di esse vi fossero le ceneri dei ‘titolari’. Altri invece sostenevano che fossero vuote. Righini, secondo Battarra, si era mosso «per decidere chi dei due partiti avesse ragione». Il mistero d’un silenzio Il silenzio di Battarra sul progetto del frate (di scrivere qualcosa sulla vicenda secolare del Tempio), s’accompagna a quello sullo stesso padre Righini mai citato nella «Lettera» milanese. Battarra riferisce vagamente di «alcuni Galantuomini» che la sera del 15 agosto «si portarono a que’ Monumenti di Marmo che sono nella facciata laterale del Tempio dalla parte di mezzodì». Resta un mistero perché non indichi il nome del frate come ideatore di tutta l’impresa. Neppure nelle note alla «Lettera», curate da un suo allievo (Epifanio Brunelli), si parla di padre Righini, ma si cita vagamente un «Promotore» dell’iniziativa. Battarra (come lo stesso Righini) inizia la «Lettera» dal 15 agosto, ‘dimenticando’ l’anteprima del 22 luglio nell’Arca degli Antenati. L’ha ricordata invece in una «Relazione» manoscritta inviata nell’estate del 1756 ad alcuni amici, tra cui lo stesso Garampi che la conservò a noi posteri. Può essere stato lo stesso Righini a suggerire a Battarra di tacere sul 22 luglio. L’accusa in città: «troppo audace» Righini, il 19 agosto, con Garampi osserva che restava da aprire soltanto un altro sepolcro, quello di Sigismondo: «se la curiosità mi trasporterà a farlo voglio farlo con tutta la pulizia possibile», cercando di avere presenti il vicario generale della diocesi, il notaio «ed altre persone graduate per testimonj». Il desiderio di agire, per così dire, alla luce del sole e «con tutta la pulizia possibile», nasce dalla volontà di mettere a tacere le malelingue che lo hanno «tacciato per troppo audace». Padre Righini confida a Garampi di non curarsi però dei «latrati» insussistenti e vani indirizzati alla propria persona. E precisa d’aver agito «colla licenza» del vicario generale della Diocesi e del «Religioso superiore» dell’Ordine a cui appartiene.


Finalmente il 21 agosto c’è la ricognizione alla tomba di Sigismondo, a cui concorrono più di trenta amici di padre Righini. Il vicario non interviene, ma si presenta il Capoconsole pro tempore Lodovico Battaglini. L’assenza del vicario, il canonico Francesco Maria Pasini (futuro vescovo di Todi ed educatore, un po’ sfortunato, di Aurelio Bertòla), è interpretata come un modo elegante per non approvare un’azione sulla quale gli avversari di padre Righini avanzavano dubbi circa il rispetto di alcune norme del Diritto canonico. Garampi conosce dunque tutti i particolari della vicenda malatestiana soltanto dalla «Relazione» manoscritta di Battarra, contenente il racconto completo delle esplorazioni, a partire proprio dal 22 luglio e dall’Arca degli Antenati. Dal confronto tra questa «Relazione» di Battarra (senza data) e la lettera del francescano, Garampi poteva dedurre che padre Righini aveva voluto nascondere l’atto iniziale della sua impresa per non apparire quello sprovveduto che apertamente si confessava con il suo silenzio. Il 5 settembre Battarra (provetto disegnatore ed incisore) invia a Garampi un abbozzo del cadavere di Sigismondo. Il dottor Bianchi si è offeso Quando padre Righini scrive a Garampi dei «latrati insussistenti e vani» rivolti contro la sua persona, sa con certezza chi poteva accusare: Giovanni Bianchi (Iano Planco), medico, naturalista, docente di Anatomia umana a Siena dal 1741 al ’44, e rifondatore dell’Accademia dei Lincei nel ’45. Secondo Battarra, il suo maestro Bianchi era fra quanti militavano nel partito dei cenotafi, cioè delle tombe vuote. Bianchi se l’è presa a male perché è stato tenuto fuori dall’impresa. In effetti, in città egli era l’unico che per dottrina ed esperienza fosse in grado di esprimere consapevolmente un parere scientifico e storico sull’esplorazione agli avelli del Tempio. Alla quale fu presente un suo ex allievo, il medico Giambattista Brunelli, fratello di Epifanio, assieme al collega Girolamo Grassi. «Ignoranti e di poca mente» Quando pubblica sulle «Novelle letterarie» di Firenze una recensione delle «Notizie intorno ad Isotta da Rimino» di Giammaria Mazzuchelli [vedi «Passioni malatestiane del 1718», «Ponte», 5.10.2003], Bianchi sottolinea con studiata malizia d’aver appreso che il sepolcro della donna di Sigismondo era stato da poco aperto «privatamente». A Bianchi scrivono lo stesso Mazzuchelli ed alcuni redattori editoriali di Venezia, per saperne qualcosa di più. Lui risponde a tutti, ma prima di avviare le missive al corriere, le legge pubblicamente in città. Ce lo fa sapere Battarra in una lettera del 7 maggio 1757 ad un suo corrispondente,


Ferdinando Bassi: Bianchi sostiene che quei «sepolcri sono stati aperti privatamente da un Fraticello ignorante che si è unito con alcuni di poca mente e che nottetempo sono andati a frugacciare» nelle tombe. Alla lettura di queste missive, Bianchi accompagna commenti cordialmente osceni in faccia allo stesso Battarra ed agli altri della compagnia di Righini. Uno stile da «villano» Battarra protesta con Giovanni Lami, direttore delle «Novelle» per la recensione di Bianchi dove si parla dell’esplorazione della tomba di Isotta fatta «privatamente», e gli invia una «relazione di dette aperture», che è pubblicata il 29 aprile 1757, e che provoca la furia del dottor Bianchi. Questa lettera di Battarra a Lami portò Alessandro Tosi (1927) ad attribuire a Battarra medesimo la paternità del testo apparso sulle «Novelle». Lo stile di questo scritto non è però quello di Battarra. Fra le espressioni usate, e che Bianchi critica (per lui sono «parole da villani del nostro contado»), ve n’è una che si riferisce all’Arca degli Antenati: in mano ad un cadavere giudicato di donna, fu trovata «una rama d’ulivo». Battarra nel testo inviato manoscritto a Garampi ha scritto correttamente: «in mano un ramo d’Ulivo». Proprio nelle note di Epifanio Brunelli alla «Lettera» milanese di Battarra, appare la stessa espressione censurata da Bianchi: «una rama d’ulivo in una mano». Può essere questa la prova (stilistica) per attribuire lo scritto fiorentino non a Battarra ma ad Epifanio Brunelli. Dal fatto che la «Relazione d’apertura d’Avelli» sia stata inviata a Firenze da Battarra, non deriva nulla circa la sua paternità letteraria. Battarra conosceva Lami, delle cui «Novelle» Epifanio Brunelli diventerà collaboratore soltanto successivamente. Nel 1759 Epifanio Brunelli vi pubblica la recensione proprio alla «Lettera» milanese di Battarra, senza avvisare quest’ultimo (il quale, nel frattempo, ne aveva inviata a Lami una di suo pugno). «Cose infami da forca» Il dottor Bianchi reagisce duramente alla «Relazione». Con Mazzuchelli dichiarerà che l’ha elaborata Battarra, dopo aver letto nella seconda edizione delle Notizie su Isotta dello stesso Mazzuchelli (1759), che essa era «d’altra penna» da quella di Battarra. Bianchi invia varie lettere a Lami, sostenendo che quello scritto portava disonore alle «Novelle», e che esso era stato composto «male e scioccamente» soltanto per combattere la sua affermazione fatta sull’apertura della tomba d’Isotta compiuta «privatamente». Questi signori, scrive Bianchi, hanno commesso il reato di violazione di sepolcro, «cose infami che hanno in oltre con sé la pena della forca».


Battarra con il suo corrispondente Bassi, il 21 giugno 1757 osserva che Bianchi lo ha colpito «con un esercito d’impertinenze», ed è «diventato sì fanatico» da farsi compatire dappertutto, e da divenire inavvicinabile. Ma il 29 settembre Battarra ricorre a lui, per chiedergli una visita urgente al padre «aggravato dal mal d’orina». Pace fatta. Secondo Battarra, il dottor Bianchi aveva giudicato il mancato invito alle esplorazioni nel Tempio al pari d’un delitto di lesa maestà. Al nipote di Bianchi, Girolamo (anch’egli medico), Battarra confida: suo zio se l’è presa con me, «ed il maggior mio dispiacere è di vederlo rendersi pressocché ridicolo e puerile». Giovanni Bianchi interpreta la vicenda in modo diverso. Rammenta che cinque anni prima, proprio dagli ecclesiastici riminesi, è stato montato lo scandalo per la sua lettura ai Lincei del discorso sull’«Arte comica», messo poi all’Indice con una procedura che Giuseppe Garampi giudicò rapida ed «improvvisa». Per non dire quasi irregolare. Nel 1756 appaiono le («Notizie intorno ad Isotta da Rimino») del bresciano Giammaria Mazzuchelli, in cui è citata una «Cronica a penna in pergamena, che tuttavia si conserva nell’Archivio de’ Padri Minori Conventuali di S. Francesco di Rimino composta da Fr. Alessandro da Rimino Proccuratore di quel suo Convento». Frate Alessandro vi definisce Sigismondo «Iniquus Princeps», e ricorda che costui prese come moglie Isotta «qua cum per multos annos libere sine matrimonio vixit». Mazzuchelli, circa le nozze di Isotta con Sigismondo, ipotizza il principio del 1453, quando lui le regala abiti e gioielli. E sottolinea che il Malatesti negava di aver contratto segretamente tale matrimonio. Dal quale nasce Antonia, poi maritata con Rodolfo Gonzaga. Nel freddo Natale del 1483 il consorte la raggiunge nel castello di Luzzara. Un ebreo favoritissimo a corte gli ha fatto credere adultera la giovane moglie. Rodolfo Gonzaga aggredisce Antonia e la trascina a morire nel giardino ricoperto di neve. Planco, quando recensisce sulle «Novelle letterarie» di Firenze il lavoro di Mazzuchelli, scrive d’aver inteso «che privatamente sia stato ora, non ha molto, aperto in Rimini» il sepolcro di Isotta. Ne nasce una polemica di cui si è già qui detto qualcosa («Tempio, il segreto delle tombe», 12.1.2003). E su cui si potrebbe ritornare aggiungendo altri curiosi particolari sui velenosi eruditi riminesi del secolo XVIII.

Sigismondo e Isotta  

Un mito letterario. La riscoperta settecentesca per merito di Gian Maria Mazzuchelli

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