Page 1

Calcoli elementari di Antonio L. Falbo

L’ho sempre immaginato: le luci notturne di Torino, se ti sdrai sul terreno e le guardi dall’alto della collina, sembrano il riflesso delle stelle sulla superficie di un immenso lago. L’ho sempre immaginato ed ho sempre sperato che nel momento in cui ne avrei preso atto, sarei stato in compagnia di Elena, disteso al suo fianco. Elena, che dal primo giorno di scuola, fino ad un mese fa, sono certo non mi abbia mai neanche sfiorato con il pensiero. Elena, che dopo essere riuscito a farle copiare metà del compito di matematica, mi ha detto: - Ehi! Sei grande... Non pensavo. La vita, per me, è sempre stata una combinazione di numeri. A scuola, il quarto banco, nella seconda fila di centro; in famiglia, l’ultimo di due fratelli... Tra i miei coetanei forse il primo che a diciotto anni non aveva mai avuto una ragazza. Mi sembra di sentirle ancora le parole di mia madre: - …Ma tu devi averci qualcosa di strano in quella testa lì… Che se stai tutto il giorno a leggere libri e non mi esci mai con nessuno, ma me lo spieghi come fai a farti una vita?» Per anni non ho afferrato il senso delle sue parole, ma da quel giorno, da quel “sei grande”, ho capito che se uno la teoria non la sviluppa insieme alla pratica, allora ogni nozione, qualsiasi concetto, non sono altro che parole campate al vento, illusioni per cui non varrebbe neanche la pena di perderci un solo secondo. 1


Così ho ho deciso di darmi da fare. Ho pensato che se all’astrazione dei sentimenti non si può attribuire nulla di matematico, ciò che deriva dalla loro analisi nella vita reale, invece, può essere valutato in qualche modo, secondo i criteri di un’equazione. Credevo che se ad ogni mio timido tentativo di approccio con Elena fosse corrisposto un suo piccolo sorriso, un ceno di gradimento, con l’ausilio del tempo, prima o poi, il risultato ottenuto sarebbe stato quello corretto. Quello che l’avrebbe direttamente condotta ad unirsi a me per ripeterci poi insieme in un ennesimo infinito calcolo. In un solo mese ero certo di avercela fatta. Credevo di essere quasi riuscito a coniugare teoria e pratica senza troppi sforzi. Ne ero veramente convinto. Me lo diceva anche mio fratello più grande, che lui di ragazze si è sempre vantato di averne avute tantissime: - Ma che cazzo aspetti a metterle la lingua in bocca?...Fossi stato io al tuo posto... - . Era chiaro, nitido come un cristallo di neve al sole che, dopo un lungo mese passato a concentrare tutte le mie forze nell’analisi di ogni nostro contatto, era arrivato il momento di passare dalla teoria alla pratica. Non avrebbe dovuto esserci alcun problema. - La matematica non sbaglia… È tutta una questione di numeri - continuavo a ripetermi per farmi coraggio nascosto dietro la porta di un bagno, pronto a dichiararmi ad Elena appena fosse entrata per fumare la solita sigaretta al cambio dell’ora. Pensavo che sarebbe bastato avvicinare le mie labbra alle sue, con uno sforzo minimo congiungere le forme concave e convesse delle nostre bocche e poi dirle: - Sapevo di non essermi sbagliato -. Invece lo sbaglio l’ho fatto, eccome. Uno sbaglio inatteso, forse di un solo calcolo durante tutto il procedimento dell’“espressione”, che però è bastato a portarmi ad un risultato 2


completamente errato: le mani di Elena che invece di attrarmi a sé, come nella più banale delle funzioni magnetiche, mi hanno bruscamente respinto e poi colpito con una serie di sberle da farmi girare la testa e scappare via di corsa dalla vergogna, facendomi chiaramente intendere di essermi illuso. Ma come un solo errore di calcolo porta inevitabilmente a compromettere il risultato di un’intera espressione, in un susseguirsi di sbagli, non ho valutato che da lì a poco ne avrei fatto un altro, ancora più grave. Perché la matematica è una catena, un continuo incastro di cifre che ad ogni causa fa seguire un effetto. - Per una volta che qualcuno ti chiede di uscire il sabato sera tu ti... fai pure il difficile?... Che alla tua età io e tuo padre già stavamo per sposarci… Se vai avanti così, a trent’anni mi tocca ancora rifarti il letto -, ha continuato a ripetere mia madre quando Gio', quello che credevo fosse l’ex ragazzo di Elena, e due suoi compagni di classe, sono venuti a citofonarmi per invitarmi ad una festa con loro. Per una volta avrei dovuto lasciar perdere i calcoli, dare retta al mio istinto, seguire l'intuito che mi metteva in allerta, ma mia madre ancora: - … Se non ti muovi quelli ti lasciano qui… Ché non si fanno mica aspettare così tanto gli amici… Proprio non hai preso niente da tuo fratello... -. Così, malgrado il malumore mi sono lasciato convincere a uscire. Mi sono messo il giubbino di jeans preferito e ho raggiunto in macchina Gio' e i suoi due compagni. - Dove andiamo?- ho chiesto accomodandomi incerto sul sedile di dietro. - Stasera c’è una festa da sballo in collina - ha risposto Gio' con uno strano sorriso, sbirciando dallo specchietto retrovisore. Poi, senza aggiungere altro, ha alzato al massimo il volume 3


dell’autoradio, ha ingranato la prima e si è diretto verso il tumulto crescente del centro città. Nel quartiere defilato in cui abito io vicino alla tangenziale, il profumo della vita che prende forma il sabato sera lo si percepisce appena dal bagliore delle TV che nelle case si spengono più tardi del solito; dai parcheggi delle auto che dopo cena si svuotano e al risveglio, la domenica, poi sono nuovamente colmi. Per diciotto anni, questi sono stati gli unici indizi che mi hanno suggerito i possibili mutamenti che avvengono la notte in città. Solo calcoli ed ipotesi azzardate che però, durante la traversata in auto lungo il centro di Torino, per la prima volta hanno trovato un riscontro concreto, rivelandomi quanto all’ordine gerarchico dei numeri si affianchi un caos di pulsioni incontenibili, calde e indecifrabili nella loro molteplicità. Guardando quanta gente si radunasse in Piazza Castello o scorresse fluida in Via Po, mi sono sentito felice, ma solo per un attimo. Quando siamo arrivati alle sponde del fiume, prima di attraversare il ponte che da Piazza Vittorio immette nei tornanti che conducono alla collina, ho avuto il tempo di scorgere lo squarcio luminoso che la serie di numeri al neon affissi su un lato della Mole crea nel cielo, sul dorso della notte. Ho pensato che certe evoluzioni della matematica forse io non le capirò mai; mi sono chiesto perché Gio' e i suoi amici non avessero più aperto bocca e si limitassero solo a scambiarsi una bottiglia di vodka tra le mani senza mai passarmela. E l’ansia di scoprire quanto grave fosse stato l’errore compiuto nei calcoli precedenti è tornata a impossessarsi di me, più forte di prima. Ho domandato ancora una volta dove stavamo andando esattamente, quanto mancava prima di arrivare alla festa. Ma ancora una volta non ho avuto risposte. Solo il sorriso beffardo 4


e lo sguardo eccitato del ragazzo seduto al mio fianco mi hanno fatto intendere di non essere troppo distanti dalla nostra destinazione. Tornante dopo tornante, ho cercato di tenere a mente ogni cifra di quella serie di numeri affissa alla Mole. Sempre come fosse un’equazione, ho associato le coordinate di ogni nostro spostamento a quei numeri e alla curva che ne delinea la forma, come fosse il conto alla rovescia che precede il lancio di una navicella spaziale. È bastato il rapidissimo scorrere di una decina di minuti uno di seguito all’altro, perchè in quel lasso di tempo apparentemente insignificante, percepissi quanto anche l’astrazione della forma di un numero possa avere un peso incredibile sulle nostre esistenze. Io, in quei dieci minuti, sono arrivato a sentirmi tondo e vuoto come uno zero. Poi, una volta fermata l’auto sulla sommità della collina, lontani da qualsiasi festa, neanche sfiorati dal riverbero di un lampione distante, ho capito quale fosse stato il mio errore e quale l’esatto risultato. Se credevo che lo sbaglio nel calcolo di me fratto il sorriso di Elena, moltiplicato per i lamenti di mia madre, ancora fratto un briciolo di coraggio che avevo acquisito, avesse portato come risultato solo ad un’ennesima umiliazione, non avevo valutato che la presenza di altri termini avrebbe ancora modificato del tutto lo sviluppo dell’operazione. La gelosia di Gio', sommata all’alcol ingurgitato da lui e i suoi amici, meno la mia totale incapacità di difendermi, questi hanno portato alla X, l’incognita che svelandosi ha poi finalmente dato il risultato corretto: una serie innumerevole di calci e di pugni che i tre elementi precedentemente ignorati nell'equazione mi hanno sferrato con la rabbia più cieca, fino a divertirsi dandomi bottigliate sulla testa fino a romperla. 5


Adesso è tutto finito. Gio' e i suo compagni se ne sono andati, urlandomi prima un avvertimento chiaro e preciso: - Se ti rivedo ronzare vicino ad Elena, la prossima volta ti ammazzo, sfigato del cazzo -. Ma alle sue parole non riesco a dare alcun peso, perchè nella mia mente già risuonano insistenti quelle che di certo pronuncerebbe mia madre vedendomi a terra più morto che vivo: - Neanche gli amici riesci a sceglierti… Che per questa volta ti è andata bene... Ma se continui con quella testa lì, la prossima volta chissà… Non so come mai, ma forse ha veramente ragione mia madre a dire che qualcosa nella mia testa tanto bene non va. Perchè invece di provare ad alzarmi e correre a cercare aiuto, inizio subito a valutare quale possano essere adesso le mie percentuali di incorrere in un’altra rovinosa sconfitta o di gioire per il frutto di un calcolo esatto, nel caso si presentasse nuovamente l'occasione di ritrovarmi faccia a faccia con un'altra compagna di scuola, chiusi in un bagno. Resto sdraiato per terra, lascio che tanti sottili rivoli di sangue mi coprano il viso, inspiro profondamente la brezza pungente della notte che scivola a valle, sulla città. Per quanto non riesco più a mettere bene a fuoco, guardo Torino, le sue luci notturne come il riflesso delle stelle sulla superficie di un lago, e provo a farne una stima. Ma quelle no, proprio non riesco a contarle.

6

Calcoli elementari di Antonio Lorenzo Falbo  

BASIC CALCULATIONS, NOVEL The black essence of Piedmont is deep-rooted in the mysteries of its cities and in the enigmas of its history, i...

Calcoli elementari di Antonio Lorenzo Falbo  

BASIC CALCULATIONS, NOVEL The black essence of Piedmont is deep-rooted in the mysteries of its cities and in the enigmas of its history, i...

Advertisement