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Antichi piani

Disse er sinnaco de Roma (Quer Nathanno1 mazziniano, Molto amato ar Vaticano) Sotto forma de n assioma: Nun c è trippa pe li gatti ! Che ce fanno sti magnaccia Senz onore e senza faccia: Stanno qua pe magna i ratti ! Tutto er giorno a prenne er sole, Drento ar foro de Traiano, Sopra ar Tempio de Adriano, Solo ansiosi pe la prole. Stravaccati e pien de boria, Como fusse robba loro, Ai poracci fanno coro Si raccolgono cicoria. Qui ce serve un vero piano Per ridare immantinente Terra, pietre e rimanente, Tutto ar popolo romano. Sta n campana, Nathanino, Er fantasma De Merode2 Pe Mazzini ancor se rode Ed aspetta quer mattino Che tu dia le dimissioni, 5


Pe speditte dritto dritto, Senza avecce arcun diritto, Drento ar ghetto, tue prigioni. Pe li gatti nun c è trippa ? S enventamo na gestione, -Disse er Prete Capoccione-3 Ed ar posto suo: na pippa. Quella terra, questo è il bello, E venuta a noi cor core Dritta dritta dar Signore, Nun ce basta un Nathaniello Pe blocca l appropriazione. Che ce pare qui noi famo E volendo lo disfamo: Noi nun semo na Nazione. Semo er Regno der Divino: Amo spento Garilbaldi, Co quer gruppo de ribaldi, Che pensava, poverino, Senza avecce manco visti, Cor fucile e co lo schioppo, Cavarcando a gran galoppo, De da Roma ai comunisti. Figurasse allor Nathanno, Si, con aria sÏ gentile, Non essendo baciapile, Superava er settim anno. 6


Bandiera bianca*

La terra è tremolante Tremila volte al giorno. Sarebbe già bastante, E ancora non m aggiorno. Il fuoco la divora. E questo finimondo Non è finito ancora: Ci scassa il mappamondo. Ci manca l acqua casta , Beviamo merda a litri: È quella ch è rimasta, Risulta dagli arbìtri. E l aria che ci avvolge Dilacera i polmoni, Il fiato ci stravolge: La rima fa allusioni.

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Brexit-brexin*

E l otto di giugno. La tosta Teresa E lunga distesa: Ripensa a quel pugno. Non ha più la faccia, Non ha più coraggio Teresa di Maggio: Di servi va a caccia. Ed alla Regina, Che un po la rimbrotta Per quella stra-botta, Tre volte s inchina. Mi batto, mi pento, Mi tocco i coglioni Rindico elezioni Stavolta lo sento. Sorride distratto Con occhio corvyno Il Corbyn malino: Propone il suo patto. Stavolta l ho preso Piangeva distesa La triste Teresa: L ho preso, l ho preso… 8


Callisto*

A me venisti incontro sorridente Lo sguardo allegro, cosĂŹ acerbo e prono Come s avessi a chiedermi perdono Per la domanda un poco impertinente. Fu la stagione breve e molto intensa, Fatta di corpi amati e regalati, Fatta d abbracci stretti ed avvinghiati E di sorrisi e fole, alla tua mensa. Poi mi sfuggisti, presa d altri amori Non meno impertinenti od appagati. Felice di percorrere le strade Assai lontane dalla via dell Ade. Percorri ancora allegra tutti i prati, Verde scenografia di tanti amori ?

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Cioè

Così volevo dire, E in più vi fo capire, Nel senso che il problema Non è come dicevo: Precisamente, il tema E quello che ponevo. E prima mi sembrava Un rigido discorso, Complesso, ma filava: Un poco sinistrorso, Scusate, ve l ho detto Che forse era perfetto ?

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Cristina

Conoscere Ridenti Incertezze, Silenziosi Trasalimenti, Inganni, Non è (forse) Amare.

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Diversi

L urlare del lupo Dall alto dirupo Appare un po cupo: Guardatevi il pupo. Nulla a che fare Con il cinghiale Amante del mare: La mamma sta male. E se la biscia SÏbila e sguÏscia Nel prato virente, Madonna la sente. Le povere belve, Da sempre esiliate In òstiche selve: Sorelle spregiate.

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Er bosone

Aristotele l ha detto: Ce so l atomi che fanno Tutto ciò che serve ar monno: Nun se sa quanno ch è nato, Nun se sa quanno finisce. Certo è nato, lo so io, Pe portacce a questo punto E a quell artro che sapemo. La riprova de sto fatto Anassagora l ha vista E Democrito dappresso. Co Lucrezio la faccenna S era fatta più sicura: L atometti, belli belli, Svolazzavano ner voto, Se scontravano veloci, S aggregavano più stretti E facevano massette. Il pensiero, nel frattempo, Molto avanti s è evoluto, Prove certe amo trovato, Matematiche, sicure. Con fatica e con sudore, N antro mondo amo rifatto: Universo parallelo Costruito proprio uguale Come copia a sto pensiero. 13


E per caso, guarda guarda, Le riprove ch amo fatto C hanno detto ch era vero: S è trattato solamente De da un nome ar fatto novo. L atometti, tanto belli, Con un nome altisonante E un po più rassicurante So chiamati mo bosoni Che, volando ner tunnello, Se scontravano veloci Drento ar tubo de Gelmini. Poi, perdendo l energia, S aggregavano più stretti Dando luogo a masse nove. Dio nun c è, statene certi: Anassagora l ha detto. D artra parte dio, poretto, Nun c ha mani piccoline E nimmanco grosse lenti: Semo noi che semo bravi. - Fare in modo che il Pensiero Si trasmetta nella Storia, Senza troppa Vanagloria, Sotto forma di Materia Che tocchiamo con i Sensi Di verace Percezione. Certo, a dire proprio il vero, L esperienza è un po costosa: 14


Scassa i monti piano piano, Costruimo la ritonna, Accattamo l energia Pe lanciare li pupetti Tutti in giro pe la rota. Fino a quanno, udite udite, Er bosone sarta fora. Poi chiamamo la Gelmini Pe fornije la gran nova. Tutto questo è un po costoso, Ma voi mÊttece er gran gusto D ave certo dimostrato Che Anassagora è verace ? Finarmente ce risemo: Ripijamo, senza un forze Nova nova, dritta dritta, La mental speculazione: Voi vede che piano piano, Co sti novi capoccioni, Ribattemo quella strada E senz altra esitazione Ritornamo anche a Platone ?

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Fattoria

Il papero starnazza E pigola il pulcino. Colombo che svolazza E caca sul piattino. Ciangotta il pappagallo, Il passero quisquiglia E canta pure il gallo. La scimmia mi farfuglia, Bombisce il calabrone E l ape gli va appresso. La vacca mo muggisce E l urlo non finisce, E miagola il gattone. Il cane non l ho messo PerchĂŠ lo sanno tutti: Sta sempre a chiacchierare Ed in piĂš fa pure i rutti. In codesta fattoria Si parla troppo a vuoto. Prevale l ostrogoto: Me ne torno a casa mia.

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Francesca*

Quell esile tuo corpo avviluppato In silenziosi capricci di vento E quell ansia sottile che risento: Tu preparavi il gesto delicato. Scivolava la mano, accarezzasti, (Strana allegria regnava, e noi seduti Guardavamo futuri giĂ perduti) Quella parola, netta, pronunciasti. PiĂš non avresti sostenuto il peso Del doloroso viaggio nella notte. Non mi parlasti, solo quei segnali, Nomi segreti di sogni spettrali, Suoni di fiume che il respiro inghiotte. Nostro il tormento cui mi sono arreso.

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Giuliano

Eran tutti borghesucci Un po scemi e un poco ciucci Ed in questo agglomerato Pisapia s è candidato A dirigere un concerto Di bremensi musicanti. S è inventata la regia Della destra sinistrorsa E fa in fretta, va di corsa, Ignorando che l Antonio 1, Nel lontano diciannove, Già l aveva messo in guardia: Non fidarti della gente, Ben pasciuta e un po tacchente, Che, stringendo già il bastone, Parla di rivoluzione. Sono tutti borghesucci, Un po scemi e un poco ciucci: Alleati al Capitale, Fanno in modo, bene o male, Di raccogliere le gocce Che traboccano dai vasi, Dalla greppia e dai borsoni Delle infami espoliazioni.

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Il trionfo della Morte

Ce lo so perché Giovanni, Consolando i nostri affanni S è nventata quella trama Tutto preso dalla brama De spiegacce indove annamo: Che nell anno Nonsappiamo, Sto mondaccio finirebbe. Nun sarebbe no giulebbe. Propriamente quer Santomo Ha redatto un sì gran tomo Pe alleviare un poco il sonno Dei poracci de sto monno Che se sentono aggrediti Dai potenti mai contriti. Veramente è solo ròsica Che ner fègheto t entòsseca Pe l assenza d occasioni De strazia l artri fregnoni. Anca si co la speranza De vedere l arroganza Messa un giorno in punizione Sempre c è consolazione: Un po meijo se po vive Si ciavemo prospettive. San Giovanni ha immaginato, Co no stile allucinato, 19


Che quer giorno Dio, porello, Ch è si bono e santarello, Alla fine s è scocciato Ed ha subito fondato La giornata incazzatura De sentenza strasicura. La storiaccia qui finisce: -La Sua voce ci colpisceTutti i boni qua vicino, Tutti insieme all agnellino; Li cattivi allo sprofonno; Sta sereni più nun ponno. Forza, annamo, se movemo ? Forza, ancora nun ce semo ? Tutti scennono dabbasso: Me pijasse mo un collasso Pentitève ! Sète in tempo ! Tra mezz ora scade il tempo ! Da quer loco delle fiamme, Nun se torna dar bailamme ! Padrete , t assicuramo Che pentiti tutti siamo: Famo puro li scongiuri, Ché nun semo più sicuri Che nei prossimi futuri Non rifamo le stronzate Anca si l hai perdonate. L amo fatte fino a ieri Co l azioni e li pensieri, Como fussimo costretti 20


Da invisibili folletti. Nun capimo com è stata, Certo è che si semo ar dunque A noi scappa la cazzata No su in Terra, ma dovunque. Fronte a te, sì bono e bello, Nun vorremmo che sta storia Co sentenza assolutoria, Casa tua fusse bordello De malnati delinquenti Peccatori ma innocenti. Per un po ce lo sapeva: Cominciorno Adamo ed Eva, Co la scusa der serpente, (Quer boiaccia repellente, Mai l avessi messo ar monno), La ragione in pieno sonno, S enventarono la scienza Der peccato Onnipotenza. Poi Caino, quer fetente, Invidioso e prepotente, Il fratello fece a fette E nemmen se ne dolette. La ragione è molto oscura: Perché l Eva e poi l Adamo (sì vabbe , fu preso all amo), Come presi dall arsura Se so fatti na magnata De sapienza inesplorata ? Un azione senza peso Ma alla fine m hanno offeso. 21


E ancor meno l ho capita Quanno er fijo, pe n agnello, Spaccò er core a su fratello. Fue quarcosa ne le dita, Drento ar sangue o ner cervello, Che lo spinse a quer flagello ?

Inferno

Barcellona (17/8/2017) Un ragazzo guidava sorridente Un arma prepotente ed assassina Sognando una vendetta levantina In nome d un Divino Sconosciuto In nome d un sĂŠ stesso malvissuto Convinto coraggioso combattente. Il sangue di quei resti sparpagliati Mutarono il sorriso nei lamenti Dei cento e piĂš feriti e dei morenti: Di chi in abbaglio sa l ultimo sole, Di chi lasciava piano le parole, Dal mondo all improvviso cancellati.

Berlino (dal 9/11/1938 al 30/4/1945) Fu rotta una vetrina di cristallo Per mano dello stupido gaglioffo 22


Cui il Caporale avea fornito avallo. E seguirono i colpi di bastone, Poi lo schianto dell ossa sfracellate: Comincia la finale soluzione . Entrammo corpi, pensieri e passioni, Liberi fummo per il gran lavoro, Uscimmo fumi, pròtesi e saponi. Siamo soggetto di accorati cori, Lugubre canto di triste compianto. Tutti innocenti: attori e spettatori.

Costantinopoli (29/5/1453) Il sangue scivolò su quell altare Dell ultimo officiante della chiesa, Distrutta saccheggiata e vilipesa. E sei mani frementi tutt intorno. Di tutti gli sgozzati di quel giorno, Pietosa fu la fila delle bare. E fumo, fuoco e fiamme tutt intorno. E il puzzo nauseante dei bruciati D un dio nemico vaghi innamorati, Così finiva in quel giorno di maggio Della più Grande, immemore retaggio, Sacra città già terra di contese, 23


Muta scena di vili e ardite imprese. Sempre foriere di sangue e di morte. Ignobili vendette del più forte.

Gerusalemme (22/7/1099) Ridente cavalcava nelle strade, Affondava i garretti e le sue briglie Nel sangue che versò senza pietade. Di legione guerriera comandante, Bruciava i resistenti già reclusi, Col solito suo piglio tracotante. Al quinto giorno la città è distrutta Non rimane che spargere quel sale Per completar l azione farabutta. Il fetore di carni imputridite Ancora per cent anni l assaliva Più ancora del sanar delle ferite.

Hiroshima (6-7/8/1945) Infernale bufera ed un bagliore, Esplosione dal ventre della terra, Fu l attimo d inizio dell orrore. Il sesto giorno del mese d agosto Novecentoquarantacinque in Terra, 24


Tranquillo preparavo il primo pasto: Calda giornata di solita guerra, Porte, finestre e muri in gran rovina. Dalla collina l occhio si disserra. Alla mattina del sette d agosto, Corpi contorti, feriti, straziati: Memorabile quadro decomposto. L assalto durò solo tre secondi: Nel vento si dispersero quei corpi. Paghi i vendicatori inverecondi.

Sabra e Shatila, (16-17/9/1982) Quei due corpi di donne senza braccia Difendevano un bimbo senza testa Segnale disumano d una caccia Condotta per vent ore nelle strade. Quelle membra nel campo erano sparse Enigma di improbabili sciarade. Ottima scusa son gli antichi torti Subiti per vendette ancor piĂš antiche Fuori di testa pensieri contorti. Servono a proclamare un innocenza Che nessun dio potrebbe avvalorare Senza scadere nella connivenza. 25


Bello pensar che di quei resti umani, In polvere ben presto tramutati, Il sangue dileguasse dalle mani.

Smolensk (dal 3/4 al 19/5/1940) Notte del tre d aprile del quaranta, Fu scritta relazione dettagliata: Morti duemilottocentocinquanta Dieci corpi per ogni camionata In una fossa sedici/ventotto, Profonda metri all incirca diciotto. Fu legge del tradito la ricetta. Ognun fu giustiziato a tradimento Con un colpo alla nuca l abbiam spento. Contro perfino a leggi della guerra Ascoltando il furor che si disserra CosĂŹ come comanda la vendetta. Gli altri tremila che dopo trovammo Attirati da un bosco che vedemmo, Troppo recente per essere antico, Erano mummie dai crani forati I bracci indietro furono legati Uccisi come merita il nemico: Colpo alla testa da dietro la schiena, 26


Nel fosso scivolando son caduti, Sguardi scorati e pel terrore muti.

Ripresa

E mo anch io m aridomanno: Nun ve basta tutto er danno Che sta Terra senza testa Ve procura e che v appesta ? Terremoti e temporali, E dissesti tropicali, Freddi, caldi e scioglimenti, Alluvioni e annegamenti, Incurabile malanno, Uragani e tramontane O catastrofi montane Abbastanza non vi fanno ? Mo capisco ar subbità nio Der perchÊ sartate a tuffo E ner foco fate sbuffo. Drento ar buco crematorio Tutt insieme vi esibite E compagni ve sentite Miserabili assassini, Diventati carboncini. Co la spada o co le mano Co lo schioppo o co la bomba Li spediste nella tomba Senza rèmore pian piano. 27


Anca solo cor pensiero: Con rimorso oppure senza Desiderio de potenza De anna in culo allo straniero. Tutt assieme sale un groppo Ch ar respiro me fa intoppo Ne la bocca e ne la gola Nel ripetere sta fola. E me vie puro da piagne Si m accorgo (e sono certo, Dato che ne sono esperto), Che la storia de magagne Cominciata co le mele A tutt oggi nun è morta A parti da quella vorta Che Caino spense Abele. E da allora nun capisco E ner dubbio non reagisco Come che da quer travajo, Che non fu certo no sbajo, Sia sortita sta disgrazia Senza fine e senza grazia. Fu sbaijata l alleanza Fatta col patriarca Abramo ? Fu di sangue fratellanza E ancor oggi la teniamo. O quell altra che rifeci Nella notte delle preci Carne, sangue e fondazione Co l erede mio Simone ? 28


E Maometto che v ha fatto ? Ve sembrava mezzo matto ? Rinnovava solo er patto Sotto forma de contratto. Fate bene a scenne abbasso Drento a tutto quer fracasso Drento ar foco che n se spegne: Stirpi trucide ed indegne, Discendenti de CaÏno Schifosissimo assassino. So costretto a fare ammenda: Che la storia mo riprenda, So costretto, l ho capito: Primo colpo non riuscito. Da un Adamo novo novo, Che, diciam, sarà Secondo, Ripartisco e ce riprovo. Costruisco un novo mondo. Ma stavorta nun me freghi, Nun ce serve che me spieghi, Brutta serpe maledetta, Non rifare la marchetta. Fosti tu che combinasti La molecola assassina, (Nella mela l infilasti, Lì con abile manfrina) Di-eNne-A l hai battezzata E nel sangue l hai spostata, Cosicché, co na scopata, Nella prole scostumata 29


La trovavi bella e armata Preparando l ammazzata.

Finalino

Nun verrà l Apocalisse, Mai nessuno ve lo disse Invenzione consolante De Giovanni assai brillante: Paradiso pe li boni E l Inferno a li ladroni. E abolito il Paradiso, Mo sto monno è fatto apposta: S ammazzamo senza sosta Co quell ebete sorriso, Stracontenti rimarrete Nell Inferno che volete.

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In itinere

La storiaccia non finisce: Berluscon, col culo a strisce, Parla ancor come se fosse Cavaliere e senatore, Capo ndrangheta e monarca Del partito Magnamagna. Poi Salvini coi fratelli, Dice: Guarda che te sbagli: Er capoccia tu nun poi esse Perché noi strillamo mejio E la gente è più felice Si c è uno più potente. Ma l Alfano zitto zitto, Pensa d essere in diritto Di poter rappresentare La palude moderata Della destra liberale Che vorrebbe comandare. Poi ce stanno li Centristi, Na medajia a chi l ha visti, Tutti soli, tutti tristi, Che vorrebbero contare Un po più der due de coppe Ne la briscola in Assise. Del Piddì potrei parlare Se non fosse tutto rotto: 31


Pensa ancora di contare Per far bello il Socialismo, Non vedendo che, da un lato, Ce sta gente un po dubbiosa; E dall altro, udite udite, Ce so quelli un po ostinati Che vorrebbero scassare Il poter del Capitale, Riformando di nascosto Relazioni ormai ben sode. La Sinistra protestante, Con veementi litanie, Che somigliano a lamenti, Aggrediscono i padroni: Cattivissimi predoni Che nun so piÚ boni a gnente. E che dire dei grilletti, Robespierri ridestati: Col cri-cri senz intervallo, So rimasti senza testa. Ma un Pinocchio cattivello Romperà quel chiacchiericcio. Or, se questo è il panorama, E possibile, signori, Che arriviamo in fondo all anno Co na legge elettorale Che ci faccia, senz inganno, Ottenere immantinente Un governo governante ? 32


La ballata de Giasone PiÚ che storia è na storiaccia De Giasone gran magnaccia, Prepotente masnadiero, Aspirante gran monarca. Co lo zio, antro ladrone, S enventarono un contratto, Sotto specie de baratto: Io te porto er Vello d Oro, Che te piace cosÏ tanto, (Anca si sarebbe n furto) Tu me renni la poltrona, Dico meijo, tutto er regno Che rubasti, brutto nfame, A mi padre e alla famija. Nun te sembri na minaccia, -Caro zio, so bello e bonoMa si pensi de fregamme Io te rompo culo e faccia. Non badando troppo a spese, Er Giasone delinquente Mette insieme na brigata De ribaldi grassatori, Co l intento de fregasse, Tutto quello che poteva: Ori, gemme e Sacro Vello, Terre, Regni e tutto quanno Capitasse sotto mano. Tutto fece, senza strizza: Stupri, furti, abigeati, 33


Sangue a fiumi e li reati Più schifosi e più fetenti, Co quer sogno fisso in testa. D appropriasse, lo sapemo, Der potere e de la fama, Così come se conviene Al gran figlio de Climène, A n allievo de Chirone, Er divino cavaliere. Nella Colchide arrivorno Un po stracchi, un po allupati, E na tera se trovorno Un po dura e spopolata, Ndo le case erano grotte E le strade mulattiere, Proprio ndo se conservava Er famoso Vello d Oro. Fue per quello che pensorno Che quer popolo lontano Fusse un poco rintronato ? Da Tessaglia siam partiti Faro e centro de la scienza. Cerca, cerca de gran lena, Tra le grotte e le montagne, Li servaggi troveremo: Ce sarà mo quarcheduno, Che sta a guardia del Gran Vello ? Volle il Fato che Giasone Adocchiò na bella manza, Principessa de gran nome, 34


Fija, udite, der monarca Che quer Vello possedeva. Che te pensa mo Giasone ? Mo m acchiappo sta Medea, La seduco e la rivorto, L innamoro e la corrompo, Je fo crede che la sposo, Me la porto giù in Tessaglia. Tanto questa è na servaggia Tante cose nun capisce: Là ce so le belle case, Ogni giorno gran festino, Pasta all ovo con pancetta: Artro che le grotte scure, Artro che li pecoroni Rivortati su la brace. Tutto questo penzò er ganzo: Corruzione e tradimento, Strategia malavitosa, Manco tanto raffinata, Pe fregasse er Vello d Oro. Daije, bella, mo coremo, Chiappa er Vello e annamo via. Co mi padre come faccio ? Daije, bella, che te frega, Tanto è bono er genitore: E felice pe la fija Ch a trovato finarmente Un partito più aderente 35


A la nostra posizione. E che fo co mi fratello ? Quello è proprio un chiodo secco: Quattro pizze e un cazzottone E lo tiri giÚ pe tera, Incapace de fermatte Verso il limpido futuro Di Tessaglia il mare e il suolo. Ma le cose nun andorno Propriamente lisce lisce: Er Giasone terrorista, Con la socia sua Medea, Zio, porello, l ammazzorno. Poi purtroppo li beccorno E in esilio li mandorno A Corinto, L Elegante . A Corinto, udite, udite Er Giasone maschilista Vidde n piazza na sciacquetta (Guarda caso principessa) Acchittata, linda e pinta: Voi vede , -se disse er torzoChe sta china risalisco Fino in cima e mo ritorno Come spetta alla mia schiatta ? Mo me sposo puro Glà uce, Prendo er trono de Creonte, Metto mano pe accroccamme Ner Palazzo der signore, 36


Faccio un fijo (e ce so bono), M assicuro senescenza, Core in pace e distenzione. E la povera Medea ? C ha du fiji, poverina. E vabbe je compro casa, Ce li metto tutti insieme, CosĂŹ quanno c ho bisogno (Mai se sa come va avanti La questione famigliare) Trovo sempre chi m accoglie Con amore e dedizione. E che disse la Medea ? Che ce faccio tutto er giorno Co culetti e pannolini, In cucina a fa guazzetti, Sciacqua e stenne le lenzola ? Appostata tutt er tempo In attesa ch er magnaccia Me conceda na mezz ora, Na carezza e na scopata, Senza un briciolo de core ? Devo fare la mignotta, Devo stare bona bona A soffrire quest offesa Tutto er giorno, a tutte l ore, Tutti l anni e tutta vita ? Brutto porco, nun te penti ? Manno a foco tutti quanti, 37


Moije, socero e Palazzo. Quant è vero, anch io m ammazzo Co sti fiji disgraziati Che quer trucido ha lasciati. Brucio casa, brucio er monno: Nun c è fine alla vendetta, La facc io l Apocalisse. Fue così che Re Giasone, Imparata la lezione, Finì vecchio e solitario Misurando a passi lenti E la Grecia e la Tessaglia, Co la barba puzzolente E li pedi co li calli. Je sta bene a quello stronzo: Je regalo sta ballata Che rifa la narrazione Della povera Medea, Detta vulgo La Selvaggia , Accorpata assieme a quelle, Già cantate ne la storia, Tutte vittime impotenti De li maschi prepotenti. Sì, però, mia Medeuccia, Mo te dico sto pensiero Che ner core m è schioppato: Sei sicura come er Sole D ave fatto bene a spegne Du creature senza macchia, Casti, limpidi e sinceri, 38


Ch aspettavano de vive Co li giochi e le risate, Co la luce der tramonto, Co lo sciacquettĂŹo der mare ? Forse che tu te penzavi Che quei cuccioli indifesi So na proprietĂ privata, So na cosa inanimata, C hai comprato e te rivenni Alla nera Falciatrice ? Mo ch er core te se spacca Pe l oltraggio che t ha fatto Quer boiaccia tracotante, Te spettava na vendetta, Ma de certo nun potevi Ammazza du regazzini, Come fussero abbacchietti De na pasqua malannata.

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La conquista dello spazio

Cominciò lo Sputtinikkio La conquista dello spazio, Nell ipotesi acclamata Che la terra non ci basta. Situazione peggiorata: Sulla terra non si vive E bisogna fare in fretta: Ti ricordi la cagnetta ? Altri cani e tartarughe, Africane le scimmiette Ed infine anche batteri Sorvolarono la Terra. Finalmente un po d umani. Nel frattempo s è scaldato Il pianeta fortunato: Consumismo, polluzione. Ma perchÊ perdiamo tempo, Non finiscono le prove ? Qui si rischia, amici miei, Di restare imprigionati, Con il fiato assai pesante, Con la pelle rovinata, Con le gambe un po tremanti E col cuore traballante.

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Sulla Luna siamo andati Ed abbiam toccato Marte: Che s aspetta a progettare Case nuove ben moderne, Che raccolgano i pionieri Dei perfetti insediamenti ? Forza andiamo in tutta fretta Altrimenti qui rischiamo Che i novelli Adamo ed Eva Preferiscano restare Nella nuova Terrumana E ci lascino perire Nel Mondaccio disumano Che con grazia e con perizia Abbiam fatto piano piano Senza testa, guerreggiando.

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La ginestra

Dalla finestra Odore di ginestra. Senza minestra, Però, non mi consola L alvo mio deserto.

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La legge de Roma

La famo o nun la famo Me serve o nun me serve Alli comizzi annamo Anca si nun ce serve. Er cavaliere a piedi. Er pecoraro matto, So tutti contro er patto. Puro chi dorme in piedi. Quant anni so passati Da quanno se ne parla ? Parola è fatta ciarla, Li fiumi so seccati, Li monti so cascati. E fà mola sta legge: Er popolo nun regge. Li fiji so nvecchiati, Li nonni stanno a secco, Le mamme so nervose: Nun c hanno piÚ le cose. E in tasca nun c ho un becco.

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Le vite degli altri

C è un giorno, nella vita di qualcuno, Certe volte t avviene a mezza vita, A volte, invece, senza dubbio alcuno Si scopre avere quell impronta avita Quando la luce svela il primo giorno: D aver l altrui respiro tra le dita. Quel giorno, allora, dalla mente espelle Una furente smania di possesso Di tutte le cose altrui, le più belle: Pensieri, speme e poi financo, spesso, Ricordi, amori ed altre bagattelle. Ma forse buon momento è proprio adesso, Chiarir che chi quell abito ha vestito, Del far sull alma altrui duro controllo, E desiderio invero mai sopito: Lasciar cadere lì, tra capo e collo, Duro giudizio oppure delicato, Fissato in più dal suo purpureo bollo. Il premio che l ha sempre consolato Sul viso rimirar quell afflizione Del povero colpito e giudicato. Paradiso saper che la sua azione 44


Produsse depressioni ch ha profuse Donando a tanti sua dominazione. Giulivo e certamente senza scuse. E più ce n era e più saliva in alto E più saliva e ancor di più profuse. Un sol problema avea per lui risalto: Di non avere mai vera contezza Di qualchedun che sieda ancor più in alto. Eludendo ogni gara con saggezza Risparmiava lo schiaffo del giudizio, Serbando allegramente l allegrezza.

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Lettera a Leopardi*

Non a molti, Giacomino, Tocca un padre così mona, Da chiamarlo come tale Il su babbo al suo natale. Il Mona Aldo non è solo: Non lo fo per consolarti, Tu purtroppo l hai capito Sol scrivendo La ginestra. Un po tardi, questo è certo, Ma non toglie manco un ette Alla splendida intuizione. Anche c è chi mai lo seppe E si passa tutta vita Rovistando e rivoltando L alma triste e mai pentita. L età d oro, mio poeta, Non è quella del rimpianto Di colui che sta un po peggio, Ma non è nemmeno quella Di colui che vede il meglio Nel futuro progressivo. L età d oro non esiste: E invenzione un poco trista Dell ometto timoroso Del confronto d ogni giorno Che proietta la sua pena Nel passato o nel futuro. Fu Mona Aldo proprio mona 46


E non fu bella persona. Nel tentare di plasmarti, Come fosse dio disceso, A sua forma e somiglianza. Fermo, immoto e ottusamente, Ti voleva molto immoto E un po tanto pure ottuso. Vendicar non hai saputo L incessante suo sopruso. Meglio se l avessi ucciso. Sigmundo l ha poi detto, E un po prima anche il Profeta: Lascia andare la famiglia A colui che se la piglia. Soprattutto quando il babbo, Connivente anche la mamma, Quell azione criminosa Del copiare il demiurgo Ha condotto senza sosta Dalla nascita alla morte. Troppo tardi, Giacomino ? Tu l avevi ormai capito Sulle falde del Vesevo, Verseggiando, da grand uomo, Sulla storia degli umani Dalle origini al domani. Grazie tante, Giacomino, Fratellone un po piĂš esperto, In quest ultima mia luce 47


Mi consola, manco poco, Quel tuo fiore del deserto.

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Lucciole e capinere

Basta soltanto Una piccola rosa Ed è già tanto. Una rosa non basta Pur se vezzosa Senza un poco di pasta. E una piccola rosa Ch ho trovato nel fango, Che profuma di rosa. E per poco non piango Quella rosa capziosa, Ricordando quel tango.

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L’ultima spiaggia

Gianni Scarpa, quel chioggiotto, (Lo si dica senz offesa) Sulla sabbia andò a pisciare, Proprio in pizzo al Mare Nostro. Proprio sotto quella pioggia C era un popolo bennato Di formiche laboriose Di principi ben formati: Modi sempre delicati, Fratellanze rigorose.1 Quelle scarpe sposta un poco, Disattento pisciatore: Lavoriamo a tutte l ore, Abitiamo in questo loco Fin dal giorno assai felice Della nostra fondazione: Nostra la Costituzione, Il lavoro ci si addice. 2 Siamo molto rispettose Della terra dei natali Ed in più, tra l altre cose, Ci pensiamo tutte uguali. 3 E dovere di ciascuna Lavorare tutte insieme (Ed è quello che ci preme) Per l unanime fortuna. 4 50


Ora tu ci stai dicendo Che la Legge non ti piace: Ma è la legge della pace Che, ogni offesa prevenendo, Impedisce che la Terra, Che abitiamo tutti quanti, Sia una terra di briganti, Tra di loro sempre in guerra. Ora tu ci pisci addosso, Certo non per prostatite, Ma soltanto, udite-udite, Per estremo paradosso: Che, abitando tutti insieme, Tu potessi comportarti Come fossi d altre parti:6 Quella Legge non ti preme. La pisciata, sembra chiaro, Or che guerra hai dichiarato A un te stesso ammutinato, Molto peggio è di uno sparo. Con quest atto un poco ardito, Sei sicuro, Giannettaccio, Che, imitando Donaldaccio, Non finisci con Benito ? All inferno finirete, Tu, Donaldo e tutti quelli, Ridanciani oppure belli, Fino a quando piscerete Senza freni e senza grazia, A fiumana od a schizzetto, 51

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Su quel popolo negletto Che votò SI democrazia7 Gianni Scarpa, il fessacchiotto, (Lo si dica senz offesa) Piscia scuse peregrine E si finge senza macchia Per sfuggire a penitenza Or che il popolo sovrano Con durezza congruente All offesa inveterata Prontamente dà risposta. Son padron nella mia casa Di far finta che la storia Non sia quella che c è stata ? E non posso argomentare Che son tutti mascalzoni Quelli ch hanno gran rispetto Delle nostre istituzioni ? Gianni Scarpa, poveretto, (Lo si dica senz offesa) Aggrappandosi agli specchi Finge ancora d ignorare Che oltraggiar Costituzione E reato e non prevede Circostanze attenuanti.

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Morituri

La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto C è un pensiero che me frulla Ne la testa se trastulla Da quer giorno che t ho letto Su na pietra incastonata Ar portone de la casa. Te dicesti soddisfatto D un pensiero cosiffatto Che tenesti ner cassetto De quell anima appagata Dar tuo viaggio persuasa.

… Con la sua bocca Digrignata Volta al plenilunio…

2

Non fu l urtima penzata Der sordato in barricata: Er futuro s è ridotto A na stretta de respiro, Senza er più e nemmanco er meno. Nun ce fu soddisfazzione Pe na vita da coijone, Terminata co quer botto, Ar servizzio der tuo Siro, Savoiardo poco ameno. 53

1


Ripresa

Te fermasti in su la sponna De quer Fiume che tu nonna Te narrava bono e caro E aspettasti che la notte Te chiudesse l occhi scuri. Tutto er tempo tu c avesti, La vendetta te godesti: Co la morte hai fatto paro, Mascalzona de tre cotte, Che spaventa i morituri. Ma quer povero sordato Da la luna illuminato Non fu proprio fortunato: La parola restò in gola, Er pensiero s è gelato. Fu sta vita troppo presto Un po meno di un pretesto, Quell amore appena nato Il suo corpo non consola: Quer tuo Re t ha bidonato.

Finalino

Mo me dico: avecce er core De sta vita a fa du conti PoterĂŹa, ne so sicuro, Como Carlo sta sereno, 54


Senza manco conta l ore, A quer giorno, certo duro, Fissi in testa li racconti, De sta vita mia terena, Aspettando insu la sponna La facciaccia de Madonna.4 (L arma5 mia si nun m ha rotta Quarche fijo de na mignotta.)

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Mosul

Mo l hanno liberata Dal morbo del califfo Per tanto ch era stata Il centro dello sniffo. E adesso li padroni, Per rimettèrla in piedi, Spenderanno milioni Diventando gli eredi. Forse il premio sperato, Ch è promesso a que forti,1 Sarebbe solo lo stato Di rimettere i torti Degli antichi abitanti Dell antiche ruine ? Sarann essi speranti Di novelle farine ?

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Non ne so niente

Non so se c era O se invece non c era. Forse si spera. C è sempre stato Con tutto l apparato O è apparso all improvviso Dopo che l hanno ucciso ? Non l ho mai visto in viso‌

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Pagina bianca

Pagina bianca della mia mente stanca che stancamente spegne il verso nascente nella luce morente.

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Per il PiccoLino*

Pelo grigino, Era il topo di Lino, Già Topolino. Il pelo è grigio, Baffi da micio: È topo Gigio.

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Roma

Quella vorta che scennemmo Su quer fiume un po biondastro, C era solo un capomastro. E quer sorco che facemmo Poi divenne un po funesto: Quer boiaccia prepotente Accoppò con un fendente Poro Remo un po più onesto. Quella storia, sapevate, S è iniziata un poco male, Però adesso, bene o male, Quer boiaccia venerate. Cor Superbo fu na scesa, Ma fu poi co la Repubblica Che rivenne nova stuzzica, Co li Nobili in contesa. Giulio, er Duce, fu ammazzato, Fece strada ad Ottaviano. Costantino, piano piano, Poi divenne un Gran Prelato.

Ripresa

E da allora so li preti Che comannano all Impero, Anca si nun sembra vero. Tutti santi, tutti lieti: 60


Mo se famo er Monno intero, Magnamagna Capitale. C è riuscito l Ostrogoto, Ce l ha fatta l Alemanno ? Er vecchione Carlo Manno Non è pure annato a voto ? So passati, quest è vero, Dalla grande Capitale. Er sergente, vulgo Er Corso Nun annò cor capo chino ? Con il povero Peppino, La repubblica ebbe corso ? So passati, puro loro, Dalla vecchia Capitale. Ed il triste Cecco Peppe, Er devoto un poco stinto, Non finì scornato e vinto E se prese quattro sleppe ? Scappa, scappa, metti strada, Dall immota Capitale !

Finalino

Non parliam der poveretto Vladimiro Uliàn Leninno: Nonostante il suo bell inno, E finito a culo stretto. Guarda un po come c è andata, Co Vojtyla in Capitale. 61


C è qualcuno che mi dica Che sia maschio oppure fica, Come mai cotanto nome, Quella fola colossale, Sia finita chissà come Nella Mafia Capitale ?

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Salvatore, ancora (a Giusy)

Sarà resa alla terra Quella goccia Quella terra noi siamo E goccia. E luce sarà per noi E luce sarà per ogni terra che l assorba.1

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Salvatore, ancora

I Ciclopi*, Aci Trezza, l aranceto, La terra che tremava tutto il tempo, Ancora il mare, immobile nel tempo, Della memoria inutile alfabeto. E più ricordo e meno mi disseto Per quest allontanarci innanzi tempo Ché più mi graverà, com’ più m’attempo.1 Il desiderio mio diventa inquieto Di ritrovare quel tempo lontano: Roma ti prese e tu, Silvano ed io, Trastevere ci unì, via della Scala. L immagine svanisce e lenta cala, Si spegne insieme il desiderio mio. E intanto dal respiro m allontano.

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Salvo

Era una ferita dentro sulla spiaggia di TĂŹndari assolata. Era una ferita ancora. Riscoprivo il bisogno di quel tuo tellurico silenzio. E ti parlai, ti parlai. Lacerante disperata certezza Di solitaria solitudine.

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Sandra

Amica Sandra: il sorriso, l ascolto non li dimentico.

Sento Ancora Nominarti Dalle mie Radici: Amica.

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Scandalosa

Canto I Mitica

Atteone era girato, Tutto intento a liberarsi Di quei cani un po allupati Che volevano mangiarsi I magnifici garretti. E nemmen la Verginella, Tutta tesa alla vendetta, Fece caso all altro oltraggio Che nel mentre consumava La cafona americana: Mezza nuda, se non sbaglio, Si bagnava alla fontana. Ma se l occhio non s accorge, Com è noto a tutti quanti, Che volete che succeda Ad un cuore palpitante Ogni giorno in apprensione Per il nostro patrimonio, Tutt a un tratto diventato Insegnante premuroso Di antichissima cultura ? Tutti addosso alla straniera: Qual mancanza di rispetto! Quale oltraggio a Vanvitelli ! Quello splendido giardino 67


Del famoso John Graeferro Profanato dalla squinzia ! Le magnifiche fontane Dell artista Salomone; Il giardino all italiana Del maestro Collecini: Tutto questo ci ha rubato Quella ninfa spudorata ! Anche se, bisogna dirlo, Senza il bagno a pelle nuda Di quest opere stupende Non sapremmo quasi niente. Forse alfin neppure i nomi.

Canto II Colossale

N antro scà nnelo recente (E scusate si sta vorta Parlo quasi romanesco: La raggione la vedrete) Ce fu quanno l intendente, Ne la rònna mattutina, Strabuzzanno l occhio fino Vidde n graffio malandrino Su le pietre millenarie Gnente men der Culisèo. Chiama qua li pizzardoni ! Acchiappate sto zaraffa E de corsa a la Lungara !

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Mo te dico, l Intendente, Tutto giusto: c è na legge, Rispettare la dovemo (Soprattutto si potemo), Ma me dici come famo Co le firme su le pietre De sta Roma quasi eterna ? So milioni, so miliardi, So de morti sconosciuti, Ma so anca, si me senti, De persone più famose Che na firma hanno lasciato Su na pietra abbandonata, Rimirando er panorama, Prima de lascià a sto monno Versi, quadri ed invenzioni, Grandi gesti de coraggio E mirabili pensieri. E così che noi potemo Anca noi, poveri cristi, Con il petto bene in alto E la pancia bella stretta Grida forte al monno ignaro: Aho , nun ce crederete, Puro lui passò da Roma ! Ce so puro, bada bene, Certi segni un po grattati De persone altolocate Che da Roma so passate In segreto, di nascosto: Han permesso a li studiosi De empì i buchi de na vita. 69


Metti che, Sovrintendente, Er zaraffa ch ai spedito Costipato là in prigione, Nel tremiladiciassette Sia da tutti riverito E noi mo nun lo sapemo ? Mo te lancio n antra sfida: Vòi vede che gira e gira, Sur Gianicolo, diciamo, Ritrovamo puro er segno De Peppino Garibaldi ?

Canto III Quali colombe

Poi quegli altri che a Rialto Si scopavano ridenti Allungati e un po sospesi Su un muretto del Canale. Per fortuna son stranieri, -Disse il solito razzista, Stralunato a quella vistaIgnoranti come capre Che non studiano e non sanno Che noi siamo la nazione Più civile ed educata: Siamo i figli di Leonardo Conosciamo a menadito Gesù Cristo e Galileo, Caravaggio ed Ungaretti. Ed a noi ci fa una pippa 70


Chi ci parla di Platone, Di Cartesio al centrocampo, (Forse no, non era quello, Grande come il nostro Totti). Pietro Paolo Rubenso, Il papà di Barrichello, Più per noi non ha segreti. Esigiamo gran rispetto Per un popolo sì grande Pien di storia e generoso Che i natali ha regalato Niente men che a Mussolini. Ma non fate i bacchettoni, Veneziani assai cortesi, Tutto il mondo riconosce Che la terra di laguna Suggerisce l emozione Di fremente sentimento Che si può chiamare amore Solo se, tutto d un tratto, S erga forte il desiderio, S apra il cuore a recipiente. Quell azione un po azzardata (E diciamo invereconda) Sul muretto in sospensione Voleva essere un omaggio All antica tradizione Che cantò (ma non fu solo) Giacomino Casanova. Foste centro ma non casa Di serena tolleranza 71


Per questioni ben piĂš serie D innocenti esibizioni Di pelurie e di coglioni. E lasciate che colombe Dal disĂŹo ormai rapite, Rispettose della storia Riveriscano felici La Repubblica sovrana.

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Senescemus

Per S.

I passi dolorosi Dell osteoartrosi E i palpiti affannosi Da trombi arteriosi Ci rompono le palle In cima e a fondovalle. Per L.

Ipertrofìca E la prostata antica. Non molto fica. Ma pure la vescica È stanca ed atrofìca.

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Solo e pensoso

Solo e un po pensoso E anche lamentoso I campi fiorenti A passi un po lenti Io vo misurando, I frutti scassando. E i mesti padroni Da rotti coglioni Affidano al Padre Parole leggiadre.

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Stalking

Voci nel vento E instabili ricordi Senza rispetto. Famelico ululare Di lupi nelle steppe.

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U.S.A. Today

Piaceva piĂš caldo Allo zombi Donaldo: Facea lo spavaldo, Il vecchio ribaldo. Con la testa del cazzo Straparlava a stracazzo E facendoti il mazzo Starnazzava a sghignazzo. Ed al genere umano Caucasico o ariano Con la mazza o la mano Lo metteva nell ano. E l oca giuliva, Che andava e veniva, I pensieri abortiva In forma coattiva.

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Vesuvio in fiamme

Sterminator ignoto Bruciava la ginestra. In man sinistra face, In à mbito rupestre. Sognando l eruzione, Facea deserto novo Sull infeconda schiena Del formidabil monte. Fingevasi un futuro Di meritata fama Lucrando l intervista Del solito cronista. Sperando nell assenza Dell occhio bene attento Del vigile guardiano, Sfuggivi ad ogni pena ? Ma senti che cretino, Ottuso delinquente, Tu forse ti cimenti Col natural nimico ? Oppure è sol dispitto Per la mancata fama Della tua vita grama Che muove la tua mano ? 77


E s anzi che il Vesevo, Sterminator antico, Brucio ! gridassi, pravo, Accenditor mendĂŹco ?

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Vola colomba

Vola colomba Che fuggisti la bomba Evitando la tomba. Tienti alla larga Dalla Strada del Muro* E fa no scongiuro.

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Note A Giuliano 1. A.Gramsci: Sugli avvenimenti del 2 dicembre1919. In: L'Ordine Nuovo - 6-13 dicembre 1919 Antichi piani 1.Ernesto Nathan, Cittadino italiano dal 1870, Sindaco di Roma dal 1907 al 1913. 2. Federico F. Saverio De Mérode, Arcivescovo, Cameriere Segreto di Papa Pio IX dal 1850 al 1874. 3. Giuseppe Melchiorre Sarto, Papa Pio X, dal !903 al1914. Bandiera bianca* Ovviamente, A. Manzoni: *Sul ponte sventola bandiera bianca ? Brexit Brexin E non è finita* Callisto* *da: G. Ungaretti: Da Gòngora e Mallarmé, Milano, 1961 (2a) Il trionfo della morte* "Nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla. Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa". Scritto il 25/6/2017 in un post in FB da Luca Russo, 25 anni, ingegnere, morto il 17/8/2017 a Barcellona, falciato dal furgone dell attentato delle Ramblas, da un altro ragazzo che voleva possedere qualcosa . La ginestra* Varianti in endecasillabi: Senza minestra a me non è conforto (6/10) Dell’alvo mio il solitario canto. (4/7/10) Francesca* 12 dicembre 1969 Lettera a Leopardi* Dedicata a William Spaggiari (sulla falsariga di Alessandro D avena) A. D avena: L’arte di essere fragili, Milano, 2016 L’ultima spiaggia Note: Costituzione della Repubblica Italiana: 1. Articolo 2 2. Articolo 1 3. Articolo 3 4. Articolo 4 5. Articolo 11 6. Articolo 10 7. 2 giugno 1946 Morituri 1. Carlo A. Salustri (Trilussa): La mia strada , in Il libro muto, Milano, 1935 2. Giuseppe Ungaretti: Veglia , in L’allegria, Milano, 1915-1917 3. Fabrizio De André, da: La guerra di Piero , testo della canzone, 1964

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4. Madonna non blasfemo: intendo Madonna Morte , Signora Morte . 5. Arma = Anima in dialetto romanesco. Mosul* Ovviamente, A. Manzoni: Adelchi (primo coro) - 1822: L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. Per il PiccoLino Modestissimo omaggio a Toti Scialoia Salvatore ancora * Nomino Ciclopi , gli scogli, al largo di Aci Trezza, che furono, nel mito di Odisseo, lanciati da Polifemo, nel tentativo di bloccarne la fuga. 1.- D. Alighieri: Inferno, XXVI, 4, (3) Salvatore ancora (e a Giusy) 1.- da: Kikuo Takano (1927-2006): Sotto il sole in: Nel cielo alto, Milano, 2003 Salvo a Salvatore da Roma il 22 ottobre 1973 (versione del 15 febbraio 2017 da Padova) Sandra* Un haiku e un acrostico Vola colomba *Wall Street

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Indice

Antichi piani 5 Bandiera bianca 7 Brexit-brexin 8 Callisto 9 Cioè 10 Cristina 11 Diversi 12 Er bosone 13 Fattoria 16 Francesca 17 Giuliano 18 Il trionfo della Morte 19 In itinere 31 La ballata de Giasone 33 La conquista dello spazio 40 La ginestra 42 La legge de Roma 43 Le vite degli altri 44 Lettera a Leopardi 46


Lucciole e capinere 49 L’ultima spiaggia 50 Morituri 53 Mosul 56 Non ne so niente 57 Pagina bianca 58 Per il PiccoLino 59 Roma 60 Salvatore, ancora (e a Giusy) 63 Salvatore ancora 64 Salvo 65 Sandra 66 Scandalosa 67 Senescemus 73 Solo e pensoso 74 Stalking 75 U.S.A. Today 76 Vesuvio in fiamme 77 Vola colomba 79


Ballate e bagattelle luciano testa  
Ballate e bagattelle luciano testa  
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