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Anche queste elezioni provinciali a Palazzo Dogana si sono svolte in sordina, ma veniamo alla cronaca: con 28.831 voti, il Partito Democratico supera le aspettative, vincendo una sfida non facile nei confronti dei civici di Leo Di Gioia, radicatissimi sul territorio e in campo con una macchina elettorale imponente. A fare la differenza la candidatura, evidentemente, in zona cesarini di Angelo Riccardi, sindaco di Manfredonia e figura autorevole e politicamente trasversale, ma anche la vivacità interna delle correnti, ciascuna alle prese con la propria personale battaglia per l’affermazione interna al Pd, si pensi allo scontro, giocato all’ultimo voto, tra Raffaele Piemontese, sponsor di Leonardo Cavalieri, sindaco di Troia; l’europarlamentare Elena Gentile, madrina di Tommaso Sgarro, e Pasquale Russo, uscente, “speranziano” che, lasciato ad un certo punto al suo destino, riesce, attraverso un meticoloso lavoro sotterraneo, a strappare ben due voti su Foggia. Insomma, un assaggio di futuro congresso elettorale in casa democratici. 27.467 i voti ponderati di Capitanata Civica, forte dello schieramento in campo di tre comuni di seconda fascia, della presenza dei foggiani a sostegno di Rosario Cusmai, dell’ex consigliere regionale Pino Lonigro a sostegno del sindaco di Vico Michele Sementino, è questa una grande sorpresa rispetto alle previsioni resa possibile dall’aver praticamente strappato un voto nell’assise foggiana, e del coordinatore provinciale dei CoR, Raimondo Ursitti, che, a sorpresa, ottiene su Foggia ben tre voti, compreso il suo, surclassando la candidata di Cerignola, Loredana Lepore, che pur vantava in partenza ben dieci voti, sindaco Metta compreso. Deludenti i risultati di Forza Italia che, nonostante l’apporto imponente del Comune capoluogo, non riescono ad andare oltre i due seggi il primo, un seggio il secondo. Joseph Splendido (Civica per la CapitAmata) supera il candidato azzurro Pasquale Cataneo, diventando primo degli eletti; niente da fare per Eliana Clemente, candidata di Giandiego Gatta. Un risultato che aprirà sicuramente una riflessione nel partito ed in particolare in seno alla maggioranza Landella. Flop,

invece, per il candidato foggiano di Franco Di Giuseppe, Giuseppe Pertosa, sul quale non confluiscono tutti e quattro i voti del gruppo consiliare, fermatosi a tre preferenze. Una circostanza che ha avvantaggiato Gaetano Cusenza, vicino a Sergio Clemente, che incassa giusto il voto che manca ad Ncd. Aspettative tradite anche per Lucio Ventura, che pure pensava di poter contare su due voti a Foggia e che invece si ritrova con una sola preferenza nell’urna viola. È evidente che si tratta di sorprese che potranno ripercuotersi sugli equilibri della maggioranza Landella. Infine l’Udc che ha corso da sola seppur con l’importante apporto dell’indipendente Giuseppe Man-

giacotti, di San Giovanni Rotondo, sulla cui figura è confluito il sostegno decisivo giunto da Cerignola con il gruppo facente capo agli ex dem Rino Pezzano e Leonardo Paparella. Fin qui la cronaca politica, come non mi ha entusiasmato la prima edizione del nuovo corso provinciale, nemmeno questa seconda edizione suscita una qualche emozione, anzi viene fuori da questa tornata il volto smorto delle cose in agonia e inutili, sconosciuto ai più, ben lontano dagli entusiasmi e dalle lotte politiche condotte da Gabriele Consiglio e Antonio Grosso per affermare il diritto dei Monti della Daunia ad avere una giusta visibilità nel contesto provinciale o quelle condotte da Teodoro Moretti e Michele Protano, per affermare il diritto del Gargano ad avere un via di comunicazione con il resto d’Italia, veloce e decente e la realizzazione del Parco Nazionale del Gargano, di quelle condotte da Bios De Maio e Salvatore Tatarella per una presenza più consona del basso Tavoliere o la bella stagione di An-

tonio Pellegrino. Non c’è il cuore della Capitanata, come sono lontani e sconosciuti i suoi bisogni, non c’è passione e partecipazione politica; si sono votati fra di loro, con l’aggravante che scomparsi, o tenuti lontani, i “cavalli di razza” scopriamo tante mezze figure. Poco, o per nulla, si concilia la preoccupazione dei partiti di ridurre la distanza fra politica e cittadini. Si produce l’effetto contrario. In tutto questo contesto c’è stata l’assenza dell’informazione. Il mondo dell’informazione locale in questo ultimo decennio ha conosciuto una grande trasformazione, che lo ha reso meno articolato e più complesso e, nel contempo, più bisognoso di regole e norme valide per esso, ma utile anche per la società. Da anni sostengo che l’informazione è motore fondamentale dello stesso sviluppo sociale, nutre le imprese, le istituzioni, le grandi e piccole organizzazioni della società, i cittadini. Assai più che nel passato essa è condizione indispensabile per formare un’opinione, per valutare un fenomeno, per operare scelte, e come sosteneva Einaudi: “Conoscere per deliberare”. Nella società odierna, o si è cittadini informati o non si è cittadini. La nostra informazione locale registra una forma quasi abulica. Non riesce a dare voce e dignità a chi non ne ha. E’ una informazione che amplifica solo i messaggi di chi ha già “audience”, tradisce uno dei suoi ruoli essenziali che è quello di portare alla ribalta i problemi di tutti, anche di quelli che non “fanno notizia”. Ripeto spesso che diventare oggetto di notizia è spesso premessa per diventare soggetto di diritto. Invece si assiste allo spettacolo di cittadini che non solo non sanno nulla, ma non cercano nemmeno di sapere le cose che dovrebbero sforzarsi di sapere, per tutelare i propri diritti. La nostra professione si differenzia dalle altre per un motivo ben precipuo: siamo autonomi nei confronti di tutti i “poteri”. Resto più che convinto che nessun cittadino sia in grado di fruire pienamente dei diritti all’informazione, che gli sono assicurati in un sistema democratico, se non è aiutato da noi.


Dal deserto delle idee al letargo dell’azione: questo slogan sembra essere oggi la cifra connotativa della politica dei tempi che attraversiamo, ridotta ormai al piccolo cabotaggio del giorno per giorno, alla gestione del quotidiano (quando c’è), all’inseguimento del contingente, nella speranza di poter portare a casa risultati utili, da spendere nella successiva campagna elettorale. Così, dopo il crollo delle ideologie del passato, di quelle grandi concezioni della società e del mondo che hanno accompagnato la storia del dopoguerra, tutto il confronto ormai non si consuma più all’interno dei partiti, ma nelle beghe tra i vari capicorrente, senza principi né parte, in lotta per il potere fine a se stesso, dal momento che non sono più espressione di alcun settore della società né tantomeno di una particolare visione della vita. Alla luce di una tale visione della politica, sulla base della quale, per dirla con Dante, «…un Marcel diventa / ogne villan che parteggiando viene» (Purg.VI, vv. 125-126), si spiega facilmente il disamoramento della gente - e soprattutto dei giovani - per l’impegno sociale e politico, con la conseguenza che tanti amministratori si chiudono a riccio nel palazzo, nella loro roccaforte, inaccessibili l’uno e l’altra ai cittadini, che assistono impotenti all’inerzia di chi dovrebbe operare nel loro interesse. Non sono così disorientato da non sapere che il potere ha un grande fascino ed una potente forza di attrazione, di inganno e di seduzione, ma ho anche per certo che chi perviene a conquistarlo deve saperlo esercitare correttamente e soprattutto deve saperlo declinare nell’ottica del miglioramento della società di appartenenza. Impegnarsi socialmente e politicamente significa prestare attenzione a ciò che si intende fare e soprattutto di prepararsi seriamente alla responsabilità che si sta per assumere, perché, checché ritengano tanti “avventurieri” del momento, non ci si improvvisa politici e/o amministratori, senza un retroterra valoriale e culturale di riferimento.

Significa comprendere che il potere non significa imporre agli altri la propria volontà, nella logica dell’«oggi ci siamo noi e comandiamo noi», come pure capita di sentire, ma significa, per chi è stato scelto a governare, trovare dentro di sé la disponibilità ad essere realmente al servizio degli altri, a cercare il bene della comunità, a cambiare le cose in meglio, a scoprire vie nuove, a trovare risposte concrete ai bisogni nuovi e a quelli antichi, senza compromessi, senza tentare percorsi contorti e soprattutto senza trucchi né inganni. Significa operare senza giudicare gli altri. Molto spesso, al contrario, specie nelle piccole comunità, fare politica si riduce a stabilire chi è buono e chi è cattivo, chi è amico e chi è nemico, chi serve e chi non serve: si fa politica giudicando e, giudicando, si separa o si ingloba, si allontana o si annette l’altro ai propri fini. Esiste un’alternativa a tutto questo, al rancore di natura elettoralistica, al convincimento che chi non è con me è contro di me, insieme - udite, udite!!! - a tutta la sua stirpe? Io credo proprio di sì e credo che la cultura dei singoli spinga nell’una o nell’altra direzione, nel rancore e nell’odio permanente o nella comprensione e nello sforzo di capire l’altro. Il primo sentiero del bivio porta all’inconcludenza di chi alimenta pensieri astiosi nei confronti di chi è stato da un’altra parte, dichiarando costui apertis verbis di essere un uomo inutile; il secondo percorso depone a favore della dignità dell’uomo/amministratore, che acquista, grazie alla sua apertura mentale, un cuore nuovo e diventa capace di intuizioni penetranti, di sintesi ampia, di previsioni avanzate e di progetti realistici e decisivi. Di questo io credo che abbia bisogno la politica per riuscire ad orientare i processi storici verso la costruzione del bene comune ed essere così in grado di aprirsi sul futuro e di diventare speranza, dopo essersi liberata dal ciarpame delle miserie umane. Non serve oggi, dinanzi alle sfide complesse della contemporaneità, una politica dal respiro corto, attenta (quando è attenta) solo a sol-

care il mare del clientelismo elettorale e dell’opportunismo becero, ma una politica (quella con la P maiuscola) che sappia volare in alto e che, pur non abbandonando mai la dimensione dell’attenzione da rivolgere alla soluzione dei problemi concreti della gente (di tutta la gente, anche di quella avversaria) sappia essere disponibile a pensare «ciò che non c’è ancora», a cogliere la speranza come attesa del nuovo, a percorrere i sentieri e i labirinti del «non essere ancora», a immaginare scenari possibili nell’interesse della collettività di oggi e di domani, ad abbattere i muri dell’indifferenza e della paura, a recuperare, in altri termini, i valori fondamentali della creatività, della progettualità e della fiducia nel futuro. Senza tutto questo, senza idee forti, cioè, e visioni che vadano al di là del contingente, penso proprio che la politica si riduca a ben poca cosa, esaurendosi in pochi atti di semplice gestione, come accade anche nei comuni del nostro territorio. Di qui derivano due considerazioni importanti, che si incrociano al crocevia della cultura e della volontà di spendere il proprio tempo (fra l’altro a pagamento) a favore della collettività, tenendo bene a mente le parole di don Lorenzo Milani che, a proposito della politica così scrive nel suo libro Lettera ad una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia». In altri termini, chi vuole candidarsi a stare nelle istituzioni, da un lato, deve possedere gli strumenti minimi intellettivi e culturali per poter essere utile alla collettività e non essere un semplice portatore d’acqua alla mercé dei manovratori di turno; dall’altro, deve vivere la macchina amministrativa con dignità e soprattutto con onestà intellettuale e con la presenza continua e fattiva. Alla gente della strada, agli elettori cioè, tocca invece vigilare e ricordare al momento opportuno, imparando a distinguere “il grano dal loglio”, con l’obiettivo di rendere la politica sempre meno opaca.


Stornarella: la Giunta Colia perde pezzi, si dimette anche l’assessore Di Corato

Dopo le dimissioni della consigliera comunale Teodolina Carchia, ratificate ufficialmente ieri in consiglio comunale con la surroga con il subentrante Angelo Truoccolo, l’amministrazione Colia perde un altro pezzo. Si tratta dell’assessore e consigliere Massimo Di Corato. Anche per Di Corato, così come per la Carchia, le mancate promesse di attuazione del programma elettorale sarebbero alla base delle dimissioni: “Dobbiamo accettare il nostro fallimento: oltre e prima che politico anche umano, non si è mai riusciti a creare veramente una squadra. La maggioranza, in rissa continua, è avvitata su questioni più personali che politiche; l’azione amministrativa è come frenata, bloccata. I cittadini aspettano segnali, risposte” ha commentato l’ormai ex consigliere nella missiva indirizzata al primo cittadino della cittadina dei Reali Siti. Sale così a quattro il numero dei consiglieri che tra dimissioni e revoca del mandato, hanno abbandonato la lista Stornarella in Movimento con la quale Colia aveva vinto le amministrative nel 2014. Ora in consiglio dovrebbe accedere con la surroga Michele Curci, che con 100 voti risultò l’ultimo della lista in ordine di preferenze, una situazione a dir poco anomala, con l’opposizione che si interroga sui motivi che hanno portato Carchia e Di Corato alle dimissioni e non all’opposizione, situazione che di fatto avrebbe portato alla fine del mandato del sindaco Colia, che nel frattempo si è detto rammaricato per le dimissioni della Carchia: “Ho sempre ritenuto e ritengo che l’accettazione di una candidatura sia frutto di una decisione e di una scelta personale che debba portare la persona ad autovalutarsi e considerare le proprie capacità e possibilità nell’affrontare l’eventuale percorso amministrativo, non attribuendo ad altri mancanze e responsabilità” il commento del primo cittadino. Carapelle: Dalla Regione fondi per a riqualificazioni delle scuole La lungimirante programmazione avviata da questa Amministrazione porta ancora i suoi frutti. A favore del Comune di Carapelle sono stati finanziati dalla Regione Puglia, così come richiesto dall’Amministrazione, ¤ 500.000 per il recupero e la riqualificazione dei plessi scolastici di via Garibaldi e via Indipendenza oltre a opere di radicale ristrutturazione della palestra comunale, ora inagibile. Questi interventi, cantierizzabili a breve,

si aggiungono alle opere interamente finanziate e già eseguite che, grazie a un contributo di ¤ 350.000 in conto capitale previsto dal piano regionale di edilizia scolastica 2015/2017 intercettato da questa Amministrazione, hanno riguardato i lavori di messa in sicurezza e riqualificazione energetica della scuola materna di via Fiume. Con grande soddisfazione posso affermare che, senza gravare il bilancio comunale, questo ulteriore finanziamento di ¤ 500.000 ci consentirà di completare le opere di messa in sicurezza ed efficientamento di tutti gli edifici scolastici del nostro Comune al fine di rendere più sicuri e confortevoli gli ambienti frequentati dai nostri studenti. Ancora una volta ci siamo distinti, nell’ambito dei Comuni dell’Unione dei Reali Siti, ad intercettare risorse pubbliche per la realizzazione di opere importanti e primarie a costo zero per la nostra comunità. L’attenzione dell’Amministrazione Comunale verso gli studenti e le loro famiglie è stata una priorità della nostra azione amministrativa, con orgoglio posso dire che questi sono gli ottimi risultati ottenuti. Orta Nova, il Liceo Scientifico Olivetti vince le Olimpiadi Provinciali di Problem Solving La classe è risultata prima classificata tra tutte le scuole superiori della provincia di Foggia. Il liceo scientifico dell’Istituto “A. Olivetti” di Orta Nova è risultato primo classificato nelle gare individuali delle Olimpiadi di “Problem solving” a livello provinciale. Si tratta di una competizione nazionale che consiste in esercizi di logica, ragionamento deduttivo e che coinvolge varie discipline: matematica, Informatica, Italiano e Inglese. Il prof. Pierpaolo Maio, insegnante di Informatica al Liceo Scientifico e referente di Istituto per le Olimpiadi, esprime soddisfazione: “Ho fermamente creduto in questo progetto in sintonia con il Dirigente Scolastico prof. Giuseppe Russo, non a caso lo slogan dell’Istituto e la stella polare di questa nuova tornata di iscrizioni per l’a.s. 2017/2018 è: ‘se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio imparo’. Il Miur sta puntando molto sul problem solving che significa non fornire agli alunni solo nozioni ma aiutarli a risolvere i problemi della vita reale. Gli studenti hanno mostrato volontà e passione. Siamo classificati già per le regionali e aspiriamo alla gara nazionale che si terrà a Cesena”. Ecco i nomi degli studenti che hanno partecipato alla competizione: Raffaella Mitrione, Annarita Salierno, Michele Santoro, Leonardo Traisci, Melania Ferro, Giuseppe Faramondi, Antonella Fieramosca, William Izzi, Giulia Liscio, Fabiola Dembech, Giovanni Eliseo Nargiso, Mattia Cavallone Festeggiato l’on. Franco Di Giuseppe Tantissimi sono stati gli amici del basso Tavoliere, che in un noto locale di Cerignola, hanno festeggiato i 75 anni dell’on. Franco

Di Giuseppe. Il Direttore Michele Campanaro e l’intera redazione si associano al lieto evento. Giovanni Lacerenza tra canzoni e pugilato Giovanni Lacerenza ortese doc con la passione della canzone, riscuote successo in feste di piazze e matrimoni. Nel corso della sua permanenza nella leva militare del 1965 si qualificò al primo posto nel campionato militare di pugilato nella categoria pesi gallo svoltosi a Cagliari. Nel mondo musicale ha collaborato con Leonardo e Carmine Giardini di Ariano Irpino, e con i complessi ortesi: I Nobili, Di Tonno e Athenium. L’Avis e la festa del donatore L’Avis di Orta Nova presso il teatro Cicolella ha festeggiato la festa del donatore e nel contempo si è svolta una raccolta fondi per Telethon. Ad allietare l’evento gli attori del gruppo “Gli Improvvisatori” che ha messo in scena una commedia di Eduardo De Filippo. Nel corso della serata sono stati premiati 50 donatori benemerenza in rame; 20 donatori benemerenza in argento; 22 donatori in argento per i 10 anni di iscrizione: Antonella Aghilar, Filomena Adriana Aghilar, Rosa Aghliar, Rosaria Allegretti, Antonio Curci, Piernicola Dalla Zeta, Andrea Di Lorenzo, Fabiola Faramondi, Maria Frisoli, Michele Ioirio, Cmente Irizzi, Nicola Lacerenxa, Luigi Lambiase, Salvatore Maffione, Saverio Marsegia, Guglielmo Menduni, Gerardo Novelli, Silvana Palombo, Vincenzo Pio Prisco, Aurelio Roggia, Maurizio Tarateta e Leonardo Ventura; 9 donatori in oro con vent’anni di iscrizione: Giuseppe Gaeta, Mario Gasbarro, Roberto Pio Giannone, Raffele Michelacci, Michele Antonio Miele, Donato Pellegrino, Domenico Taronna, Pasquale Torredimare e Antonio Petrella; e infine il donaore benemerenza in oro rubino per i suoi trent’anni di donazione: Luigi Ruscitto. Lutti È venuto a mancare agli affetti dei suoi cari Giuseppe Massimo D’Amato, l’editore Annito Di Pietro e la reazione tutta è vicino al dolore della moglie, del figlio, dei genitori e dei parenti tutti. *** La famiglia Di Stasio piange la comparsa del caro Giuseppe, L’Editore e l’intera redazione si associano al dolore della sorella, il cognato e i parenti tutti. *** È ritornato al Padre, Savino Triunfo, Annito Di Pietro si associa al dolore della moglie, dei figli e i parenti.


La Regione fa dietro front, circa l’eventuale utilizzazione del baffo di Cervaro anche per il traffico passeggeri. Aveva sempre detto no. Adesso dice sì. O almeno così pare. Perché di ufficiale non c'è niente, ma di ufficioso invece tanto. Lo si apprende in un interessante e approfondito servizio che La Gazzetta del Mezzogiorno, dedica alla questione, sulle pagine nazionali. Il dato è importante, perché per la prima volta trovano spazio nelle cronache nazionali le proteste foggiane sulla ipotesi lanciata dal sindaco di Bari, Antonio Decaro, che ha chiesto un collegamento ferroviario no stop tra Bari e Roma, utilizzando, appunto la bretella di Cervaro e tagliando così fuori la stazione di Foggia. Il quotidiano regionale sponsorizza ovviamente l’iniziativa del sindaco di Bari, e non potrebbe essere diversamente, visto che il giornale ha un antico radicamento barese. L’articolo è interessante perché svela alcuni aspetti, ufficiosi ma sostanziali, della trattativa con Fsi che pare molto avanti e tra i cui soggetti - è questo il dato nuovo - ci sarebbe anche la Regione. Si apprende, per esempio, di una telefonata tra il sindaco Decaro e l’ad di Fsi, Renato Mazzoncini, mentre questi si trovava in Grecia. Proprio nel corso della telefonata, il primo cittadino del capoluogo regionale (che è anche il presidente nazionale dell'Anci, e in quanto tale dovrebbe forse essere più attento alle istanze degli altri comuni) avrebbe formalizzato la proposta della corsa no stop. La Gazzetta non lo dice espressamente, ma pare di capire che l’ipotesi della corsa no stop trovi d’accordo l’ente ferroviario. I passaggi più sconcertanti riguardano però la Regione. È il caso di precisare che, a livello di documenti e di prese di posizioni uf-

ficiali, non c’è nulla di nuovo rispetto a quanto previsto delle intese istituzionali sottoscritte (che prevedono l’utilizzazione della bretella esclusivamente per il traffico merci) e a quanto affermato a suo tempo dall’allora assessore regionale ai trasporti, il compianto Guglielmo Minervini. Come ha ricordato qualche giorno fa a Lettere Meridiane, Augusto Marasco,

l’assessore all’urbanistica della giunta Mongelli che riuscì a far varare la bretella di Cervaro (anziché quella, molto più costosa, prevista più a sud), “Minervini si spinse a impegnare la Regione a fare barricate come per le trivellazioni in Adriatico, se l’ipotesi del transito passeggeri fosse riemersa. Ci sono le registrazioni.” Dall’articolo della Gazzetta si apprende invece che: a) la Regione avrebbe proposto di istituire una fermata a Cervaro dotata di parcheggio di scambio (la seconda

stazione di cui si è tanto parlato e che pare Rfi sia disposta a realizzare, ma anche in questo caso, non esiste nulla di ufficiale); b) la Regione chiederà a Trenitalia che l’eventuale corsa no stop sia aggiuntiva rispetto alle quattro corse esistenti. In un modo o nell’altro, si tratta di un evidente cambio di atteggiamento rispetto a quello di Minervini, e rispetto alle stesse intese a suo tempo sottoscritte. Cambio ovviamente legittimo, ma che andrebbe formalizzato nelle sedi competenti, e a un tavolo attorno al quale seggano gli stessi soggetti che hanno firmato l’accordo. Così almeno dovrebbe funzionare la democrazia. Dulcis in fundo, la Gazzetta anticipa quella che sembra essere la conclusione della vicenda: “è molto probabile - si legge nell’articolo - che nei prossimi mesi, magari con l’orario estivo, Trenitalia lanci in via sperimentale il diretto tra Bari e Roma. La Regione chiederà che questo avvenga senza toccare le attuali quattro coppie giornaliere che passano da Foggia: sperando che basti a evitare una nuova polemica.” Evidentemente alla Regione non soltanto pensano di riscrivere gli accordi senza chiedere il consenso di quanti li sottoscrissero, ma devono essere convinti che i foggiani portino ancora la sveglia al collo. Il treno no stop Bari Roma sarà collocato ad un orario strategico, e con ogni probabilità intercetterà buona parte dei passeggeri che attualmente “sono costretti” a passare per Foggia. La Gazzetta fornisce anche qualche dato: il no stop potrebbe contare su 400 passeggeri. Mentre sono 100 quelli che salgono a Foggia (comunque non pochi). Quando tempo pensate che duri il treno che passa per Foggia, prima che Trenitalia lo dichiari non più vantaggioso? Ancora una volta, il destino di Foggia sembra segnato.


Nel programma dei corsi di questo anno vi sono due iniziative dedicate alla conoscenza informatica con Antonio Mauriello e Nino Esposito. Nel tempo le tecniche didattiche dei progetti si modificano, ma la nostra finalità resta quella della trasmissione educativa. Se si avverte il dovere di camminare sui viali della cultura di massa (cultura mass mediale) non è tanto per un semplice processo di adeguazione quanto per la necessità di comprendere, dato che senza conoscere i costumi e le modalità d’espressione del popolo, non si possono capire neppure le sue necessità e le modalità migliori per il suo sviluppo. La sede si è distinta anche in questo anno per una vivace attività culturale, oltre a quella puramente didattica, tradotta in numerosi convegni, conferenze, mostre e visite guidate, come domenica 10 dicembre 2016 presso il Parco archeologico di Ascoli Satriano. Quelle antiche civiltà, città e uomini non esistono ormai da secoli; anche le testimonianze portate alla luce stanno scomparendo sotto l’incalzare del progresso e l’incuria degli uomini. Alcune sono ancora visibili e il loro recupero, anche a livello escursionistico, rimane un’idea vincente per il turismo. Abbiamo provato il piacere di ripercorrere l’antica via del foro e altre testimonianze; un ritorno alla natura, un ripristino della memoria storica del territorio e un riappropriarci della nostra identità. E’ stato un periodo di lavoro intenso e di gratificazione; abbiamo percepito l’entusiasmo e il desiderio di nuove esperienze da persone già mature con potenzialità inespresse. Qualcuno continua a pensare a queste ultime come se fossero bisognose di assistenza, senza considerare che molte possono costituire un bacino di risorse preziose per la società e in particolare per il volontariato, avendo accumulato esperienze di vita, competenze, saggezza e soprattutto la cosa più preziosa: il tempo. L’invecchiamento rappresenta un problema sociale, un’assoluta novità nella storia delle popolazioni. L’allungamento della vita media, di gran lunga superiore all’innalzamento dell’età pensionabile e la parallela riduzione del tasso di natalità, sappiamo, manda in crisi il sistema previdenziale. Gli anni che ci regala il progresso possono

trasformarsi in un sentiero di solitudine da evitare proprio con la frequenza dell’Unitre, che favorisce l’arte dell’invecchiare bene. Lo Stato italiano, accogliendo il progetto della formazione lungo l’arco della vita e le direttive dell’Unione europea, favorisce la formazione permanente e continua, riconoscendo alle Università della terza età un ruolo strategico all’interno delle politiche sociali. L’educazione permanente, nata con la possibilità continua di apprendimento formativo, propria della nostra sede, è uno dei tratti più

sperabili del futuro socio pedagogico dal quale siamo attesi. Possiamo parlare di apprendimento permanente in trasversale (in ogni momento dell’esistenza è contestabile la compresenza di plurimi fattori educativi), in senso longitudinale (l’educazione non si arresta a un determinato punto dello sviluppo fisiopsichico, ma prosegue mutando forme e aspetti). L’Unitre rappresenta una caratteristica dilatazione del principio dell’apprendimento come potenzialità continua della personalità e valorizza l’uomo, oltre la sua formazione e l’età.


Oramai la politica senza argomentazione viaggia, nell’iperuranio ortese, a discapito dei cittadini. Ritorniamo sull’argomento con una breve chiacchierata con l’assessore Attino per la delocalizzazione del mercato settimanale. Domanda: Assessore Attino i cittadini ortesi sono in balia di una cattiva informazione sul futuro del mercato settimanale. Risposta: Per scelta mi ero imposto di non rispondere alle tante speculari provocazioni, che come sempre si dimostrano invece funzionali a tentativi vari di strumentalizzazione, in riferimento ad una questione che meriterebbe invece un atteggiamento di assoluta responsabilità amministrativa e politica. L’interesse dei cittadini e degli stessi operatori dovrebbe essere al centro dell’attenzione e dell’attività amministrativa di tutti, trattato con rispetto, posto al di sopra di ogni interesse politico o di parte, ma così non è da tempo. Le tante sollecitazioni di queste ultime ore mi impongono però un doveroso chiarimento, tanto da scegliere questa volta di non rivolgermi ai soliti “trombettieri senza truppe” ma ai cittadini, ai quali assicuro che lo spostamento del mercato programmato dalla maggioranza non solo si farà, ma si farà anche a breve. D.: Promessa che va mantenuta, però è opportuno chiarire la sentenza del Tar. R.: La sentenza del Tar a cui fanno riferimento i soliti “sbandieratori e cortigiani” non è una sospensiva, ma un’Ordinanza di accoglimento dell’istanza cautelare. Non è una sentenza in quanto il procedimento amministrativo ingenerato non è stato neanche ancora avviato, essendo il giudicante amministrativo in attesa che il comune fornisca gli opportuni chiarimenti in merito agli obblighi imposti dall’art. 32 della legge regionale 24 del 2015. D.: Chiarisca meglio. R.: In pratica il Tar vuole accertarsi che l’amministrazione pubblica abbia valutato ogni possibilità di riorganizzazione dell’attuale mercato di Via Lenoci, cosa che faremo in una imminente e per altro già programmata deliberazione del Consiglio Comunale. Con il programmato deliberato di Consiglio, prenderemo atto della documentazione tecnica acquisita e delle disposizioni legislative in materia igienico-sanitaria e di sicurezza, dimostrando nei fatti l’assoluta inadeguatezza dell’attuale area mercatale come richiesto agli art. 32 della Legge Regionale in ossequio a quanto previsto anche dall’art.

34. Tutto ciò era già nel programma degli adempimenti amministrativi da adottare e non vedo quale progetto sia stato bocciato dal Tar se una prima parte degli atti tecnici occorrenti, è stata presentata giorni orsono. Non capisco quali siano le somme che mi si chiede di restituire o che dovrebbe restituire il tecnico incaricato, che tra l’altro non ha ancora percepito nella misura deliberata e non in quella più volte impropriamente citata, laddove la Determina è di competenza del Responsabile Unico del Procedimento che ha valutato compensi con le dovute competenza e professionalità di sempre, in conformità alla normativa vigente. Atti tecnici tra le altre cose preliminari alla fase vera e propria di delocalizzazione, ancora da venire e che di certo non è quella degli atti deliberativi impugnati. Atti che trattano semplicemente della scelta dell’area da ritenere adeguata e non della delocalizzazione. Ciò fatto, provvederemo ad inviare tutta la documentazione al Tar come ordinato e quindi a dare mandato ad un avvocato di fiducia dell’Ente per tutta la fase di costituzione in giudizio. D.: A proposito delle norme di sicurezza. R.: Approfitto dell’occasione per riferire ai cittadini che, nonostante il Ministero dell’Interno, Dipartimento dei Vigili del Fuoco, con nota prot. n. 3794 del 12-032014 (Indicazioni tecniche di prevenzione incendi per l’installazione e la gestione di mercati su aree pubbliche con presenza di strutture fisse, rimovibili e autonegozi) abbia diffuso le norme tecniche da rispettare nell’esercizio delle attività commerciali su aree pubbliche, la stessa Prefettura di Foggia, con nota circolare n. 41971 del 20-12-2016 indirizzata ai Sindaci, Questore, Comandante provinciale dell’arma dei Carabinieri e al Comandante provin-

ciale dei VV.d.F. di Foggia e acquisita al protocollo comunale n. 23112 del 2112-2016, ha intimato il rispetto delle medesime norme di sicurezza a cui anche noi ovviamente siamo tenuti ad attenerci. Di per sé, solo questo basterebbe a giustificare il provvedimento di delocalizzazione in un’area più idonea e adeguata, ma in verità va detto che anche le note inviate dai Vigili e dall’ASL già da tempo registrate al protocollo comunale, impongono una definitiva risoluzione. Vi è di più, il Codice del Commercio e lo stesso Regolamento Comunale vigenti, non trovano alcuna condizione di compatibilità con l’attuale area di Corso Lenoci. Allora, di cosa stiamo parlando e cosa fa agitare impudentemente tanti sprovveduti. Alla maggioranza amministrativa di cui mi onoro di fare parte, sull’argomento interessa la concretezza e tre cose in particolare: il rispetto della volontà della maggioranza dei cittadini e delle leggi, risolvere i problemi e le difficoltà per una maggiore serenità e vivibilità del nostro centro abitato, il rispetto, la tutela e il sostegno degli operatori economici del mercato, da qualsiasi parte essi provengano. D.: In conclusione. R.: Mi sento di rivolgere un caloroso appello affinché rispondano a breve al bando per l’assegnazione dei posteggi e soprattutto di non dare ascolto a quanti diffondono notizie false, in merito alla sospensione del Bando regionale. Il Bando non è affatto sospeso e quindi i termini fissati con la pubblicazione sul Burp sono efficaci e non vi è alcuna possibilità di deroga. Va detto con chiarezza che coloro i quali non risponderanno al Bando entro il termine fissato, perderanno ogni diritto al posteggio e soprattutto ogni possibilità di utilizzare i punteggi come articolati e disposti. Nelle more delle disponibilità di bilancio, ci apprestiamo ad organizzare e attrezzare un’area mercatale all’avanguardia, con tutti i servizi e le dotazioni necessari. Ci apprestiamo inoltre, ad organizzare e istituire il Distretto Urbano del Commercio con altri comuni dell’Unione dei cinque reali siti, affinché si possano utilizzare finanziamenti regionali di imminente pubblicazione per attuare interventi di riqualificazione urbana e attività di promozione del settore commerciale. Per la stessa Via Lenoci e tutto il centro storico del nostro comune, potrà essere garantito un rilancio effettivo delle attività commerciali in sede fissa anche con iniziative di promozione e animazione, l’arredo urbano e la rivalutazione del patrimonio immobiliare degli stessi fabbricati urbani.


La scomparsa di Salvatore Tatarella è un lutto doloroso per la politica e per la Destra italiana. Una notizia che mi addolora profondamente, perché con Salvatore ho condiviso le battaglie di una storia nobile e difficile, in cui la nostra militanza politica coincideva con l’emarginazione, con l’esclusione, con la ghettizzazione. Salvatore Tatarella è stato una persona perbene, un amministratore capace ed onesto, un punto di riferimento per il Movimento Sociale Italiano prima e per Alleanza Nazionale poi. È il stato il primo sindaco missino d’Italia, eletto nella sua Cerignola che tanto ancora lo ama e che tanto è ancora legata alla sua opera amministrativa. Una dimostrazione inequivocabile del valore di una classe dirigente che Salvatore ha saputo rappresentare con autorevolezza, accompagnando all’attività politica una costante attenzione per la cultura, per l’organizzazione di eventi, incontri e dibattiti, da ultimo come instan-

cabile animatore della ‘Fondazione Tatarella’, e per l’attività giornalistica, sua grande passione. Perché la politica a Destra non è mai stata sterile esercizio del potere, ma sempre visione del mondo, declinazione concreta di quelle idee che diventano azioni. Abbiamo vissuto momenti di confronto aspro e di contrapposizione di idee. Lo abbiamo fatto però sempre nel solco di quella profonda comune appartenenza che non ha mai cessato di esi-

stere, neppure quando le nostre strade si sono divise politicamente. A Salvatore mi lega il ricordo di un periodo straordinario per la Destra, il ricordo della stagione della sua sindacatura e di quelle di Giuliani Giuliani a San Severo e di Giuseppe Moscarella ad Ortanova. Una stagione in cui la Destra dimostrava la sua qualità nell’azione di governo, in cui in Capitanata sapeva essere baricentro del centrodestra, guida vincente per l’intera coalizione. Fu proprio Salvatore, assieme a suo fratello Pinuccio, a chiedermi di affrontare la battaglia elettorale che mi vide diventare sindaco, con il trionfo della Destra anche nella città di Foggia. Oggi la Destra della provincia di Foggia e quella pugliese sono più povere. L’impegno e la passione del sindaco, del parlamentare, dell’europarlamentare, del segretario regionale di partito, del militante, dell’uomo di cultura sono un patrimonio prezioso ed ancora vivo, che è nostro compito non disperdere.

E così anche Leonardo - per tutti “il cavaliere” - in un’uggiosa giornata di dicembre 2016 (martedì 20), se n’è andato, insalutato hospite, senza avere il tempo di salutare amici e conoscenti: se n’è andato via senza clamore, in silenzio, con la simplicitas della sua personalità, con il suo modo di essere schivo e riservato, alieno dalla vita chiassosa di tutti contro tutti, ma sempre attento al diveniente e alla contemporaneità della sua comunità di appartenenza. Un uomo d’altri tempi Leonardo Traisci, granitico nei suoi principi e nei suoi valori che non riusciva, però, più ad individuare nella realtà odierna di Carapelle, oggi resa “liquida” dalla crisi profonda del concetto di comunità, minato da una sorta di diffuso individualismo, sfrenato e fuori da ogni regola, in cui nessuno è più compagno di strada, ma un antagonista da cui guardarsi. Io non so se Leonardo Traisci conoscesse Zygmunt Bauman, ma so che la sua lunga esperienza professionale e umana sia stata per lui una ricchezza interiore, una risorsa del cuore e della mente, capace di consegnargli le chiavi di lettura dei cambiamenti subiti da Carapelle nell’ultimo cinquantennio. Per questo, scherzando con lui, durante le nostre passeggiate a tre (c’era anche con noi Franco Di Paolo) per la piazza del paese, amavo chiamarlo “il cantore” della Carapelle di ieri, l’ “aedo” della “carapellesità” di un tempo, il “poeta” dei sentimenti positivi, perché parlava fre-

quentemente della vita locale negli anni cinquanta - sessanta, caratterizzata, secondo lui, dal rispetto di tutti verso tutti, come se si vivesse in una grande, unica, solidale famiglia. Tutto questo l’ ha, poi, consegnato per iscritto, alle colonne de “Il Provinciale” di Foggia, quando insieme - in quel momento rivestivo la carica di sindaco - abbiamo redatto un servizio giornalistico su Carapelle, richiestomi dalla redazione del giornale (cfr. “Il Provinciale”, n. 4, inserto, dicembre 2009). Su questa base di nuclei valoriali orientanti che hanno accompagnato la sua vita attiva (prima da carabiniere e poi da comandante di stazione) si sono naturaliter innestati quelli della sua vita da pensionato (patria, memoria e solidarietà) che lo hanno guidato nel suo impegno a favore dell’Unione nazionale mutilati per servizio (UNMS) - sezione di Foggia - al cui interno ha ricoperto con dignità ruoli importanti e significativi. Grazie alla sua benevolenza e ai suoi piacevoli inviti, ho avuto modo non solo di intervenire, ma anche di parlare nell’ambito dei convegni da lui e dal presidente provinciale Leonardo Cassano organizzati nei minimi particolari e soprattutto con stile ed eleganza: credo che l’ultimo soprattutto (quello del 9 maggio 2015) rimarrà per sempre nel cassetto dei miei ricordi, perché caratterizzato dalla memoria della “commozione” del moderatore (ovviamente Leonardo), uomo particolarmente sensibile alle note dell’Inno di Mameli, il canto degli italiani, e ai valori

morali, civili e storici che esso rappresenta. Una tale sensibilità non era per me nuova, perché Leonardo è stato per anni speaker ufficiale delle manifestazioni del 4 novembre celebratesi a Carapelle me iuvante, durante le quali si è sempre mostrato all’altezza della situazione, oltre che prodigo di suggerimenti e consigli nei miei confronti di sindaco di allora. Trasversale a tutto questo, però, è il sentimento di amicizia autentica che ci ha legati, a far data da un certo momento in poi, un’ amicizia leale e senza occulti fini, perché all’età di Nardino (ma anche alla mia) l’amicizia era soltanto una componente della saggezza conquistata nel tempo. Questo avrei voluto dire al momento del commiato, in chiesa, alla richiesta di don Claudio Barboni di dire qualche parola per Leonardo, ma me l’hanno impedito perturbationes animi del momento. Aeternum vale, Nardino.


Nella ricorrenza della “Giornata mondiale contro il cancro” di Sabato 4 Febbraio scorso, presso il Palazzo ex Gesuitico di Orta Nova, alla presenza di un pubblico attento e particolarmente interessato, promosso dalle Associazioni Onlus malati oncologici “L’Albero della Vita” e “Gama” di Foggia, con il patrocinio del Comune di Orta Nova, si è tenuto il convegno sul tema: “L’assistenza oncologica a domicilio: Un diritto del Cittadino”. La nota stonata dell’evento è stata l’assenza di tutti i medici operanti sul territorio ortese. Il convegno, moderato e condotto dalla giornalista Giovanna Greco, è rivolto non solo agli operatori sanitari ma anche agli operatori delle associazioni e cittadini ed è finalizzato per una nuova cultura della vita. Dopo l’introduzione della giornalista, il Sindaco di Orta Nova dott. Gerardo Tarantino porge i saluti ai convenuti e si augura che si crei una rete medico/psicologo al fine di curare meglio il malato di cancro con l’ausilio dell’assistenza a domicilio del malato. Dopo i saluti del Sindaco è seguita la proiezione di un filmato sul percorso di esperienze ed aspetto psicologico per una guarigione. Vengono anche ascoltati degli interventi di alcuni ammalati. Il dott. Giovanni D’Errico, presidente dell’Associazione “L’Albero della Vita” ha sottolineato che la rete è in una situazione di crescita. Il dott. Marcello Menga, organizzatore del convegno, nella qualità di medico di famiglia ha messo in evidenza i dati allarmanti sul territorio dei 5 Reali Siti pubblicati dal Registro dei Tumori della Puglia ed ha evidenziato che al Nord c’è una maggiore possibilità di vita rispetto a noi a causa di una forte carenza di cure sul nostro territorio. Il dott. Leonardo Consoletti, direttore della struttura di Medicina del Dolore - Ospedali Riuniti di Foggia, illustra utilizzando alcuni filmati la Terapia del Dolore, di cui alla Legge n. 338/2010, sottolineando la lentezza di applicazione in campo regionale e denuncia una discriminazione tra gli ammalati delle varie regioni a causa di scelte politiche senza l’avvallo di

esperti sanitari. Dopo una breve interazione con alcuni cittadini presenti, segue l’intervento del dott. Leonida Iannantuono, esperto di Medicina di Famiglia, che spiega il ruolo e l’importanza del medico di famiglia paragonandolo ad un direttore d’orchestra tra tutti i soggetti preposti alla cura del malato. Illustra l’importanza nonché il diritto all’assistenza delle cure palliative. I livelli essenziali di assistenza (L.E.A.), che sono le prestazioni ed i servizi che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, non sono presenti in tutte le regioni d’Italia con la difficoltà che non tutti i medici di famiglia sono preparati ad assistere il malato oncologico con la terapia del dolore e con le cure palliative che rappresentano un diritto del cittadino. Interviene il dott. D’Errico il quale sottolinea l’importanza del volontariato per l’assistenza del malato oncologico con la terapia del dolore e ribadisce che, per migliorare tale situazione, occorre il coinvolgimento dei cittadini per stimolare le istituzioni a svolgere il proprio dovere mettendo in esecuzione le vigenti disposizioni di legge. Occor-

re anche formare il personale sanitario presenti sul territorio a poter effettuare le cure necessarie al malato oncologico. Si è in attesa della convenzione con l’ASL che non ancora decide in merito mentre rispetto al Nord siamo indietro di 15 anni. Denuncia pure la mancanza di un mezzo idoneo per il trasporto del malato oncologico al fine di effettuare le terapie. La dottoressa Raffaella Francavilla, presidente dell’associazione Gama, oncologico ricorda che circa due anni fa è già stato fatto un convegno di partnership per un punto d’ascolto ma è rimasto tutt’ora irrisolto. Adesso c’è la necessità di fare informazione al fine di coinvolgere i cittadini dell’intero territorio dei 5 Reali Siti in merito alle problematiche da risolvere in quanto il cancro non colpisce solo l’ammalato ma tutta la famiglia. A conclusione del convegno il dott. Menga ringrazia il Sindaco dott. Gerardo Tarantino e l’assessore Nicola Maffione del Comune di Orta Nova per il patrocinio e per la partecipazione ai lavori ed auspica che questa occasione non resti unica ma serva a risolvere le problematiche del territorio in ambito sanitario.


Il consigliere Alfredo Ballatore ha preso carta e penna e ha scritto all’Unione dei 5 Reali Siti a proposito del Contratto di Fiume e Paesaggio. “Con l’entrata in vigore della Legge di stabilità n. 221 del 28 dicembre 2015, è stato formalmente riconosciuto il “contratto di Fiume” di cui all’art. 59 come strumento di Governo del territorio”, evidenzia, “Questa articolazione è da ritenersi in aggiunta alle norme dell’UE e ad alcuni provvedimenti in ambito regionale orientati ad uso razionale delle risorse ambientali e territoriali, non ultimo in aggiunta all’articolo 68-bis, Capo II del titolo II della parte terza del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. Lo strumento del “Contratto di Fiume e di Paesaggio” oltre che costituire un valido strumento di programmazione economica e di governo del territorio, può rappresentare l’unica vera opportunità

Il 2° Circolo Didattico è stato finanziato come unico progetto tra tutte le scuole del primo ciclo del Comune di Orta Nova. Gli Atelier Creativi sono spazi per riportare al centro la didattica laboratoriale, come punto d’incontro essenziale tra sapere e saper fare, tra lo studente e il suo territorio di riferimento. L’obiettivo è riportare a scuola il fascino dell’artigiano, del “maker” e dello sperimentatore, attraverso lo sviluppo negli alunni della consapevolezza che gli oggetti si possano progettare e creare. Si ampliano e si potenziano, alla luce dei progressi delle tecnologie digitali e del loro impatto su società ed economia, i laboratori che consentono la produzione di video, di apps e giochi, di arte e musica digitale. Nuovi scenari didattici, costruiti attorno alla robotica e all’elettronica

per costruire, con presupposti d’intesa istituzionale e in termini partecipativi, uno strumento ampiamente riconosciuto e condiviso, utilizzato già da anni a livello europeo.” Poi aggiunge: “La individuazione di aree più adeguate da riqualificare e promuovere anche per un futuro sviluppo turistico, può e deve coinvolgere tutti i comuni dell’Unione, con al centro delle attività la riorganizzazione del settore agricolo, l’uso dei prodotti agricoli più funzionali a politiche di sviluppo che potranno delinearsi da un progetto unitario da fare coincidere con le linee di finanziamento e fondi strutturali in corso di definizione da parte della Regione. Affinché si possa pensare a sbocchi immediati di mercato, il finanziamento di nuovi impianti e attività dovrà necessariamente coincidere con adeguate politiche locali finalizzate alla condivisione di programmi

educativa, alla logica e al pensiero computazionale, artefatti manuali e digitali, serious play e storytelling troveranno la loro sede naturale in questi spazi in un’ottica di costruzione di apprendimenti trasversali. Tra le 3.400 proposte arrivate al Ministero solo

orientati ad un uso turistico delle risorse. Le preesistenze archeologiche e la riqualificazione dei centri storici minori, la creazione di “botteghe” artigiane e di promozione dei prodotti agricoli dovranno necessariamente coincidere anche con le politiche imposte dal nuovo Codice del Commercio, attraverso l’adozione degli atti di programmazione comunali e intercomunali come il “Documento Strategico del Commercio” e il “Distretto Urbano del Commercio”. Si impone come urgente una programmazione complessiva degli interventi sul territorio e delle prospettive di crescita economica e sociale, rispetto alle quali il “Contratto di Fiume e di Paesaggio” potrà essere avviato anche sulla base di una progettazione preliminare che al momento non impegnerebbe risorse economiche particolarmente rilevanti.” Infine scrive: “Per quanto innanzi e nell’interesse del comprensorio territoriale in cui ricade anche il proprio comune del quale sono consigliere comunale, con la presente Chiedo che sia convocato con urgenza un consiglio dell’Unione dei Comuni dei Cinque Reali Siti con all’O.d.G. il seguente punto di discussione: “1. Formazione di un “Contratto di Fiume e di Paesaggio”, ai sensi dell’art. 59 della Legge di stabilità n. 221 del 28 dicembre 2015. Provvedimenti”.

un terzo delle scuole del 1° ciclo ha passato il vaglio della Commissione esaminatrice e potrà, in tal modo, dotarsi di laboratori innovativi con stampanti e scanner 3D, kit per la robotica, per il making e il tinkering. Grazie al lavoro portato avanti dalle insegnanti del 2° Circolo Didattico, che da anni mettono in campo le metodologie didattiche più innovative ed efficaci, per promuovere i saperi e l’acquisizione di competenze da parte dei bambini, finalmente la scuola riesce ad ottenere il giusto riconoscimento anche a livello nazionale.


Il fresco della notte, le luci utilizzate dagli operai a bucare il buio e poi i suoni del lavoro a rompere almeno in parte il silenzio e la pace che domina la vastità della campagna di Borgo Incoronata, così è cominciata in una notte novembrina la vendemmia notturna nei vigneti Borgo Turrito. Quelle che vengono raccolte in questo periodo sono le uve moscato. “Rispetto al 2015, la vendemmia delle uve moscato è stata posticipata di qualche giorno a causa del clima più freddo e umido che ha caratterizzato la campagna 2016-2017 e ha ritardato la maturazione. Le rese per ettaro risultano essere nella media”, spiega Luca Scapola, giovane imprenditore foggiano. Si vendemmia di notte perché, per ottenere un vino di altissima qualità, le uve devono essere fresche e le operazioni di pigiatura devono avvenire al di sotto dei 20 gradi centigradi. Naturalmente, col fresco, il lavoro degli operai è più agevole. Tutto ebbe inizio nel 2003, quando Luca aveva 20 anni, la sua prima vendemmia la fece al chiaro di luna. Lui racconta quell’occasione come un momento magico, una svolta. Fu allora che comprese quale sarebbe stato il suo futuro. Si sarebbe occupato dell’azienda di famiglia. Per farlo, dovette rinunciare a qualcosa e scommettere sulle proprie capacità. “Decisi di utilizzare tutti i miei risparmi, circa mille euro, per acquistare uva Chardonnay da un amico agricoltore”. Non utilizzò le uve di suo padre perché voleva conservare piena autonomia nel mettere in pratica

quanto aveva appreso nei primi due anni di corso in Viticoltura ed Enologia all’Università di Foggia. Quell’anno, oltre a investire i suoi risparmi, Luca Scapola rinunciò alle vacanze. “Era l’11 agosto 2003. Tutti i miei familiari e gran parte dei miei amici erano al mare”. Fu un successo. Il vino prodotto era buonissimo e andò ben presto esaurito con i compli-

menti dei clienti. “Dopo quella vendemmia, mio padre ebbe la dimostrazione che avevo le capacità per innovare e dare continuità all’azienda”. E così avvenne. Tre anni più tardi, nel 2006, il ricambio generazionale arrivò a compimento e il capostipite, Michele Scapola, che ancora oggi è consultato da Luca per le scelte aziendali, affidò l’impresa vitivinicola al figlio. “Era il 28 agosto 2006, avevo 23 anni”, ricorda il giovane imprenditore foggiano. Le uve raccolte con le lune daranno vita a un nuovo vino che sarà presentato nel 2017. Mentre quelle raccolte nella vendemmia di settembre del Fiano che, fermentato in barrique di rovere, daranno origine «al Piano»; poi toccherà al Nero di Troia che sarà vinificato in rosato e imbottigliato in “CalaRosa”. Infine le uve Nero di Troia selezionate più mature per ottenere gli altri due vini importanti di Borgo Turrito, il “Torcervaro e il TroQuè”.


A chi non è mai venuto in mente di saperne di più circa il cognome che porta, la sua origine, la diffusione nel territorio, le svariate declinazioni subite nel tempo, il significato... la storia? Bene. Presso l’aula magna del “Polo museale al Piano San Rocco di Cerignola (Ex Opera pia Monte Fornari)”, a partire dalle 18,30, il prof. Riccardo Sgaramella ha tenuto una brillante relazione sul tema “I cognomi di Cerignola fra storia e significato” una sorta di viaggio nei ricordi delle famiglie di Cerignola con le loro storie e gli aneddoti che le hanno caratterizzate. Organizzato dal Club per l’UNESCO di Cerignola con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale, si è rivelato un evento interessante e piacevole: serata dai toni familiari, come nel costume del prof. Sgaramella, assai ricca di spunti di riflessione e di interventi del numeroso pubblico presente, curioso di conoscere origini, notizie e storia circa il proprio cognome. A far da moderatore e spesso da “provocatore” il dottor Giovanni Martiradonna, presidente della sezione Unesco locale, figura di ampio livello culturale nel panorama cittadino. Il Dizionario storicoetimologico dei cognomi e soprannomi di Cerignola, pubblicato nel 1998 dal prof Sgaramella, è opera che colpisce per la vastità e la sistematicità dell'indagine: sono infatti presi in considerazione tutti i cognomi di Cerignola, più di quattromila e circa ottocento soprannomi. Non nuovo a queste imprese titaniche, dopo un caloroso saluto, ha introdotto l’argomento tracciando un breve excursus storico, prima del quale ha motivato l’interesse per una tale faticosa opera. “Questa ricerca è nata dalla mia personale curiosità di scoprire il significato del mio cognome e si è, poi, pian piano allargata fino ad abbracciare la totalità dei cognomi della nostra città”, dichiara l’autore, e aggiunge “uno degli aspetti del presente studio che più mi ha colpito, a mano a mano che procedevo nel lavoro, è stato l'incredibile numero e varietà di cognomi presenti nel nostro paese; pensate che attualmente ne annovera più di quattromila e dal 1564 fino ai giorni nostri circa quindicimila risultano estinti”. Il più antico uso di nomi di famiglia o cognomi non è chiaro. Labili testimonianze sono rintracciabili nella Cina antica, dove,

secondo la leggenda, l’uso dei cognomi è cominciato con l’imperatore Fu Hsinel ( 2852 a.C.). Ben prima del cognome, però, compare l’uso del nome. Esso rappresenta l’identificativo che differenzia un individuo dall’altro, ossia un attributo che caratterizzi la persona e che permetta ad ogni componente del gruppo di capire a chi ci si sta riferendo. Pertanto il nome, con caratteristiche simili all’odierno soprannome, nasce insieme con l’uomo, quando da animale questi si evolve in “homo”, cioè quando l’organizzazione del gruppo impone l’identificazione dei vari componenti come elementi distinti. La prima forma di nome prende ispirazione spontanea dalla natura, sia per la carica emotiva o at-

trattiva che l’elemento naturale comporta, sia per una qualche affinità, a volte augurata, a volte riscontrata con essa (i nomi Volpe, Lupo, Orso, Cane, Nuvola, Montagna, sono solo esempi di questo tipo di identificativo). In Età Neolitica, con la nascita del culto per il soprannaturale, accanto a questo bisogno di identificare le persone, si rendono disponibili anche i nomi o gli attributi degli dèi e, ancora più avanti nel tempo, i mestieri, i luoghi d’origine o la residenza forniscono ulteriori elementi d’identificazione. Ma l’uomo è sì un animale sociale, ma è altrettanto un animale curioso: il desiderio di conoscenza caratterizza già l’homo sapiens, col bisogno innato di viaggiare, di esplorare e di conoscere, che lo porta a contatto con gruppi diversi. Il fatto stesso di rendersi conto che esistano gli altri, conduce i nostri progenitori all’identificazione di se stessi come appartenenti ad un gruppo e rende perciò indispensabile la definizione del proprio grup-

po con un nome comune che definisca l’appartenenza al gruppo stesso: è in ciò il germe del futuro cognome. Con l’aumento del numero dei singoli gruppi familiari e con l’allargamento dei confini esplorati e delle genti nuove conosciute si sente l’esigenza di una struttura che consenta in modo più preciso di identificare ogni singolo elemento umano della società. I Latini già avvertirono l’esigenza di identificarsi con un nome proprio e con l’attributo della “gens” (il clan, la tribù di appartenenza), secondo un’usanza comune peraltro ad altri popoli celtici (irlandesi, scozzesi). In seguito, in Età Repubblicana, i Romani sentirono il bisogno di aggiungere un elemento distintivo, che consentisse di identificare due diverse persone aventi lo stesso nomen ed appartenenti alla stessa gens e così introdussero il cognomen, ossia un soprannome che facesse riferimento a caratteristiche fisiche, al colore dei capelli, alla balbuzie, al candore della pelle, oppure a fatti che avevano caratterizzato quello specifico individuo o a nomi di popoli da lui vinti o a campagne militari effettuate o al luogo di provenienza e così via. Si pervenne così alla formulazione dei cosiddetti tria nomina (tre nomi): il praenomen (corrispondente al nostro nome), il nomen (il nome della gens, della famiglia o del clan, corrispondente al nostro cognome) ed il cognomen (il soprannome). In questo modo ogni civis Romanus poteva essere identificato in caso di omonimia. Nel mondo latino dunque l’identificativo della persona era il cognomen, mentre il nomen identificava la gens di appartenenza. Verso l’inizio del V sec. la distinzione fra nomen e cognomen si fece sempre più sfumata e divenne comune l'uso di un nome unico (detto supernomen o signum), con le caratteristiche di non essere ereditato e di avere un significato immediatamente comprensibile. Si rese così nuovamente necessario identificare tutti gli individui appartenenti alla medesima discendenza con un secondo nome, un nome aggiuntivo. Nacque, in tal modo, il cognome moderno, che poteva essere originato da una caratteristica peculiare delle persone, come ad esempio la loro occupazione, il luogo d’origine, lo stato sociale o semplicemente il nome dei genitori: Fiorentini, probabilmente,


la provenienza originaria da Firenze, Di Francesco potrebbe indicare “figlio di Francesco”; il cognome Coladonato, ad esempio potrebbe indicare “colui che ha donato”. I primi casi di cognomi appaiono in Italia fin dalla fine del IX secolo come prerogativa distintiva di una classe privilegiata, poi nel corso del Medioevo il fenomeno si estende a macchia d’olio fino ad arrivare, in Età Rinascimentale, ad essere abbastanza diffuso. In un primo tempo, non fu ancora una caratteristica ereditaria, ma piuttosto un carattere distintivo della persona: infatti restava prerogativa dei nobili l’uso di trasferire ai propri figli primogeniti l’identificativo del casato, così da perpetuarlo nel tempo. Successivamente, tra il XIII e il XIV secolo, l’uso del cognome si estese anche agli strati sociali più modesti. Rilevante a tale proposito fu il Concilio di Trento del 1564, che sancì l’obbligo per i parroci di gestire diversi registri con nome e cognome, al fine di evitare matrimoni tra consanguinei. Cominciarono così ad essere redatti, da parte di ogni parrocchia Libri Renatorum ossia dei battezzati, Libri Confirmatorum dei cresimati, Libri Matrimoniorum dei matrimoni, Libri Mortuorum dei morti e Status Animarum resoconto annuale dei fuochi di un paese, divisi per rioni, ancor oggi fonte imprescindibile e preziosa per qualsivoglia ricerca genealogica. Durante il ‘600 e per tutto il ‘700 l’uso dei cognomi diventò un obbligo e, con la nascita dello Stato Civile e dell’Anagrafe durante il Decennio Napoleonico, assunse quelle caratteristiche rimaste sostanzialmente inalterate fino ad oggi. È proprio da queste fonti che prende le mosse e si realizza la copiosa e certosina ricerca del dottor Riccardo Sgaramella, professore in pensione di Lingue e Letterature Straniere, da sempre appassionato attivo ed indomito studioso di “cerignolanità” a tutto tondo e non solo. Egli pubblica nel 1998 il Dizionario storico-etimologico dei cognomi e soprannomi di Cerignola, un lavoro che offre un contributo di grande rilievo nell'ambito degli studi storici ed etimologici riguardanti non solo i cerignolani tutti, ma anche i pugliesi, i meridionali che vi trovano, senza dubbio, il riscontro di antiche tradizioni onomastiche e di origini comuni, rappresentando una novità per la sistematicità della ricerca e per il patrimonio di notizie che doviziosamente raccoglie. Per il reperimento dei cognomi cerignolani, l’Autore dapprima si è avvalso della consultazione della guida telefonica, che non poteva essere esaustiva e degli elenchi elettorali. Poi ha intrapreso lo studio dei Registri Parrocchiali delle nascite, delle morti e delle sposaglie della Chiesa Madre, che datano a partire dal 1564 ai giorni nostri e che testimoniano dell'incredibile flusso di popolo che si è riversata nella città di Cerignola, crocevia di un tessuto umano assai mobile, inondandola di una marea di cognomi. L'indagine ha dovuto arrestarsi al 1564 in quanto i Registri precedenti andarono tutti

distrutti in un incendio del 1502. Altra preziosa fonte: esaminare i Registri dei Nati e dei Morti della Parrocchia dell’Addolorata (che datano a partire dal 1839). Non gli è stato, purtroppo, possibile consultare gli archivi dello Stato Civile; ciò oltre ad appesantire di molto la ricerca storica degli ultimi due secoli, l'ha resa certamente meno sistematica (a far data dal 1809, anno in cui fu istituito lo Stato Civile a Cerignola e in cui fu resa obbligatoria la registrazione dei nati) e carente nei casi in cui il nascituro veniva registrato allo Stato Civile senza essere battezzato o moriva senza sacramenti. Ricerca storica e socio-storica ma anche semantica e filologica che mette in evidenza come una collettività, a partire dal 1500-1600, in continuo accrescimento e rimescolamento per i fatti di guerra, dominazioni, emigrazioni ecc., ma anche realtà socio-economica afflitta, come tante altre, da rigide strutture feudali, era pur sempre richiamo (dal circondario e da più lontano) di manodopera stagionale e stanziale in prevalenza di carattere agricolopastorale, confluenza di popoli e di parlate aperte a scambievoli contaminazioni. Tale profonda indagine offre un piccolo grande affresco della società cerignolana dalla metà del Cinquecento fino ai giorni nostri in cui i cognomi assolvono ad una funzione sociolinguistica ed extralinguistica. Il prof. Sgaramella passa poi a spiegare il metodo etimologico di cui si è servito per fornire le ipotesi più probabili circa l’origine dei vari cognomi ed a catalogarli considerando le numerose varianti, soffermandosi su alcuni in particolare per descriverne le notevoli variazioni attraverso il tempo. Tante le tipologie dei cognomi oggetto della ricerca. Cognomi spuri e apocrifi, considerati fittizi o artefatti; si tratta di quei cognomi legati al fenomeno dei trovatelli detti anche figli esposti o proietti (da cui i cognomi Trovato, Esposito/Esposto, Proietti ecc.) ai quali si doveva in qualche modo assegnare un cognome. Cognomi patronimici rappresentati dalla preposizione 'di' o 'de' (Di Filippo, Di Matteo, De Vito ecc.) espresso in tutto il Sud anche premettendo la particella 'fi' figlio, di origine normanna, al nome del padre: Firidolfi (figlio di Rodolfo), Firricardo (figlio di Riccardo) ecc.; a Cerignola l'unico cognome a seguire questa moda francese è Filangieri e Filannino (figlio di Annino) I cognomi pluralizzati che indicano, di solito, la Casata: Mancini (da Mancino), Berardi (da Berardo), Fornari (da Fomaro) ecc.; appartengono a questa categoria anche i cognomi latineggianti terminanti in 'is': De Finis, De Filippis, De Leonardis ecc.; lo stesso discorso vale anche per i cognomi di origine spagnola terminanti in 'es/ez': Lopes/Lopez, Peres/Perez, Alvarez ecc.; ed infine anche quelli preceduti dall'articolo 'Li': Liturri, Limotta, Lisanti, quelli terminanti in 'eo', p.e.: Ianneo, Torneo, Mazzeo e in 'aglia': Bisaglia, Antonaglia, Cimaglia ecc. La forma femminile di un cognome maschile sta ad indicare matronimico, p.e.: Lacavalla (da Cavallo), Larotonda (da

Rotondo) ecc. I cognomi derivanti da nomi di persona non sono pochi: i nomi che si cognomizzano: Gaetani, Riccardi, Berardi, Franchi, Leo, Viti ecc. Cognomi di origine greca: Agatone, Araclea, Basile, Cirillo, Macrì, Pirro, Schiraldi ecc. Cognomi di origine araba: Cafarelli, Cafiero, Califfo, Gebbia, Solimine, Soldano ecc. Cognomi di origine albanese: Bolumetti, Musacchio, Tocci, Zotti ecc. Cognomi da nazioni ed etnici: Francia, Danese, Inglese, Schiavone, Ungaro, Calabrese, Greco, Di Bisceglie, Di Trani, Pugliese ecc. Cognomi di tradizione religiosa: Paradiso, Simone, Prete, Monaco, Lisanti, Santoro, Amen ecc. Cognomi augurali e gratulatori: Prezioso, Bonavita, Giuntoli ecc. Cognomi da verbo + sostantivo: Bevilacqua, Cantalupo, Mangialardo, Sciancalepore, Vinciguerra ecc. Cognomi da soprannome: Lavecchia, Lostorto, Losurdo, Occhiobianco. Cognomi da mestieri e altro. Davvero interessante compiere insieme all’autore questa passeggiata nel tempo relativo al territorio che ci ha dato i natali e risalire ad ipotizzare l’origine del nostro cognome, disegnandone la mappa srorico-geografica, appropriandoci della sua storia e documentandoci delle spesso numerose varianti. Suggestiva, intrigante e piacevolissima serata, dal fascino antico di sincera e accogliente convivialità. Da parte nostra e di tutti gli astanti, ma direi dei cerignolani tutti e abitanti dei paesi limitrofi, la gratitudine al professor Sgaramella che ci ha regalato un’opera frutto del suo infaticabile impegno senza sconti, anzi sempre pronto ad affrontare imprese ritenute impossibili, come l’ultima da lui compiuta, “La Divina Commedia nel dialetto di Cerignola (2015)”, perennemente spinto dal suo amore e dalla sua passione sconfinata per la terra di cui è figlio, ricca di storia e di valori da trasmettere oltre il tempo alle nuove generazioni, perché nulla vada disperso di quel patrimonio storicoculturale e sempre più valorizzato poichè “Perdere il passato significa perdere il futuro”(Wang Shu).


Mons. Guerino Di Tora “Dal cuore mi scaturisce un bel poema ad un Re recito i miei versi è penna veloce di scriba la mia lingua” Sono dei bellissimi versi del salmo 45 in cui l’autore/poeta inneggia al suo Re. È un Re non nominato che nella tradizione giudaica e in quella cristiana viene individuato nel Messia. I salmi nell’Antico Testamento sono considerati la preghiera più bella in versi; attraverso essi si esprime il senso più profondo e incisivo della religiosità. È frequente nella Bibbia trovare il messaggio religioso e spirituale in forma poetica. Basti pensare, per citarne qualcuno, al Cantico dei Cantici, ai Proverbi, a Qoelet, a Giobbe, a Rut, alle Lamentazioni, come pure nel Nuovo Testamento il prologo al Vangelo di Giovanni, l’Apocalisse. Ma si potrebbe dire, senza sbagliare, che tutti i libri della Bibbia sono un vero e proprio poema in cui si narra la storia umana intrecciata a quella divina. Domanda: Monsignor Di Tora perché tanta poesia nelle Sacre Scritture? Risposta: La poesia è una delle forme più elevate dell'animo umano, se lo è per i rapporti dell'uomo verso gli altri esseri umani o verso la natura e tutto il creato, a maggior ragione l'uomo esprime questi sentimenti nei confronti di Dio. Ecco allora l'amore tra gli innamorati come immagine dell'amore verso Dio nel cantico dei cantici; ecco l'inno alla carità di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi e così di seguito nel vecchio e nel nuovo testamento. D.: Molti autori di ieri e di oggi hanno dedicato e dedicano il loro talento alla creazione di capolavori della letteratura in forma poetica che innalzano lo spirito e racchiudono una particolare religiosità. Sarebbero tantissimi i nomi che potremmo citare. Da dove scaturisce il bisogno di esprimersi in forma poetica? R.: Penso che sia qualcosa che scaturisce dall'intimo più profondo dell'uomo, un'esigenza di esternare ciò che si sta sperimentando intimamente nel bene o nel male nella gioia o nella tristezza. Rispecchia e sublimizza i sentimenti che nelle diverse circostanze si stanno provando. L'uomo è per se stesso relazionalità ed ogni stato d'animo diventa oggetto di comunica-

zione, la poesia eleva e rende eccelsi questi diversi momenti della vita. D.: Nella Chiesa ci sono stati e ci sono tantissimi poeti tra preti, religiosi, religiose che hanno scritto opere poetiche meravigliose su tema riguardante la religiosità e non. Sarebbe interessante e utile creare nelle parrocchie momenti d’incontri in cui leggere questi autori e approfondire le tematiche delle loro opere. Lei che ne pensa? R.: Certamente. Penso che sia bello e interessante. Ci vogliono persone che siano interessate ad organizzare questi incontri che possono avere valenza catechetica o essere propedeutici all'evangelizzazione e catechesi propriamente dette. Pensiamo a testi di Santa Teresa del Bambino Gesù, alla Pentecoste di Alessandro Manzoni, alle poesie di Don Davide Turoldo o quelle di San Giovanni Paolo II, ecc.... Ci vuole chi abbia la passione per questo tipo di incontri. D.: Nella nostra Parrocchia della SS. Trinità da quattro anni è attiva l’Associazione culturale “I versi e la memoria” che ogni giovedì tiene incontri di poesia a cui partecipano persone di ogni età. Si leggono e si commentano poesie di poeti del passato e poeti di oggi. Tali incontri offrono spunti di riflessione su molti temi. L’anno scorso, per esempio, il tema portante è stato sull’Anno della Misericordia, quest’anno il tema è “Il verso buono della vita”. Queste riunioni offrono ai partecipanti non solo la possibilità di arricchire il proprio bagaglio culturale ma anche di socializzare e vivere momenti comunitari. Secondo lei la poesia deve esaurire il suo compito solamente nell’ambito delle scuole oppure ha anche una valenza di comuni-

cazione sociale e direi anche ecclesiale? R.: La poesia è qualcosa di universale, per cui se nella scuola ha un valore didattico, nella vita ha un valore relazionale e di comunicazione, di scambio d’ideali e riflesso di sentimenti i più vari. Ritengo che sia il linguaggio più umano da tutti comprensibile, come la musica, quindi con una capacità unitiva di culture e di stili di vita. Giovani e anziani, donne e uomini tutti si possono sentire affratellati dalla poesia. È quindi strumento di unità e di pace. D.: Cos’è per lei la poesia? R.: La poesia per me è ciò che scrisse Ungaretti in quel meraviglioso verso che dice: “M’illumino di immenso”. Luce dell'infinito. Congiunzione tra cielo e terra. D.: Quale è il poeta o la poetessa che più le piace? R.: Molti poeti mi hanno appassionato nelle varie epoche della mia vita. Oggi rileggo volentieri il Belli, che mi riporta nella Roma di ieri con le sue bellezze e bassezze, curiosità e animosità, che poi è la Roma di sempre. A chiusura di questa intervista riporto una mia poesia sul tema della speranza o come qualcuno chiama utopia.

Finitudine Alla fine io resto fermo dentro al guscio del tempo breve. A muovermi davvero sarà l’infinito cosmo che sempre vivo vaga nel nebuloso vuoto. Alla fine io resto immobile come il nulla e voglio così vedere come andrà a finire il guscio che mi tiene chiuso nel fugace tempo. Alla fine chi mai potrà raccontare del breve tempo e del guscio vuoto? Ma io resto con l’utopia in testa e… alla fin fine per ri-cominciare proprio dalla fine del guscio del mio tempo breve. * Mons Guerino Di Tora è vescovo ausiliare del settore di Roma Nord


troppo sottile e foderateci una tortiera, dove verserete all’interno il ripieno decorando con i filetti di acciughe. Infornate la torta e servitela tiepida o anche fredda

Il carnevale è una festa contadina, che risale ai riti tradizionali della stagione invernale. L'esplosione di gioia e l'uso della maschera avevano la funzione di allontanare gli spiriti malefici. La maschera, infatti, rendendo l'uomo simile agli animali, gli dava un potere simbolico e temporaneo sugli animali sacri. Gli antichi romani si abbandonavano a festeggiamenti, che richiamano il carnevale odierno, durante i "Saturnali", feste dedicate al dio Saturno (divinità italica delle sementi), che iniziavano il 17 dicembre e si protraevano per sette giorni. La festa veniva inaugurata a Roma, con un sacrificio solenne, seguito da un generoso banchetto pubblico. Seguivano, poi, festeggiamenti di vario genere: gioco d'azzardo, allegre bevute, scambio di doni più o meno simbolici, che spesso sfociavano in eccessi. Durante i Saturnali tutto era consentito, in particolare era in uso lo scambio dei ruoli, indossando gli abiti altrui; gli schiavi venivano, ad esempio, serviti dai liberti o dai padroni e potevano concedersi ogni libertà. Si estraeva a sorte una specie di re della festa, che aveva ogni potere. Con l'avvento del cristianesimo, il carnevale continuò ad essere celebrato, ma perse il suo contenuto magico e rituale. Durante il Medioevo, il clero tollerò le feste popolari, anche le più grossolane, come la festa dell'asino e la festa dei folli, feste popolari, caratterizzate da gare tra asini o, nel secondo caso, dalla celebrazioni di stravaganze, definite follie. In Italia il carnevale è stato sontuosamente celebrato per secoli. Ancora oggi sono visibili alcuni tratti di quest'antica festa popolare, nel Carnevale di Venezia, nel Carnevale di Viareggio quello più vicino a noi Manfredonia e Putignano Mi piace ricordare, nella ricorrenza carnevalesca, un cuoco eccezionale: Bartolomeo Scappi, fu cuoco di intensa capacità, ma soprattutto lungimirante antesignano della tecnica di cucina. È curioso come alcuni particolari della sua vita risultano

ancora misteriosi e le poche cose che si conoscono sul suo conto sono state ricavate dal suo trattato l’Opera, uno dei più completi libri di Gastronomia del XVI secolo e non solo. Dal punto di vista strettamente tecnico, fu un autentico professionista, sia perché utilizzò i primi prodotti che arrivarono dalle Americhe ed anche perché inventò delle soluzioni tecnico-pratiche, che sono ancora in “auge” tra i moderni

operatori della ristorazione. L’infarinatura e l’impanatura, ad esempio, ma anche la sigillatura delle carni bianche e rosse prima della cottura. Per quanto riguarda le ricette che sono contenute all’interno dell’Opera, assistiamo ad una sostanziale innovazione rispetto alla cucina del medioevo. Riporto una sua ricerca per i giorni grassi: “Per fare Crostata d'alici salate” Ingredienti: Farina, burr, acqua, alici (filetti d’acciuga), formaggio grattugiato, uova, sale, pepe. Pulite delle acciughe, lavatele bene ed asciugatele. Disponete della farina a fontana, mettendovi al centro del burro ammorbidito tagliato a pezzettini, una presa di sale e un po’ d’acqua tiepida. Impastate e senza lavorare troppo fate una palla che avvolgerete in un tovagliolo lasciandola riposare un paio d’ore. Preparate une, composto con del formaggio grattugiato, delle uova, una presa di pepe, amalgamando bene il tutto. Con l’impasto fate una sfoglia non

Dalla cucina del ‘500 ai giorni nostri: Le Chiaccere Per questa festa il dolce tradizionale viene rappresentato da Le Chiacchere, delicati delizie di pasta sfoglia friabili e fragranti che si preparano essenzialmente come le cartellate: farina 00, uova, olio, zucchero e sale, il tutto impastato con vino bianco secco. Ingredienti per 4 persone: 500 gr. di farina “00”, 80 g di vino moscato o qualsiasi altro vino bianco secco, 80 gr. di zucche, olio extravergine q.b., 2 uova, un pizzico di sale, 80 g di olio di semi (per friggere). 100 cc d’acqua, zucchero a velo e/o vincotto q.b. (per guarnire) Setacciare la farina a fontana su una spianatoia e versare al centro le uova, precedentemente sbattute, il sale, lo zucchero, l’olio, l’acqua e il vino bianco. Iniziare a lavorare con la punta delle dita cercando di amalgamare gli ingredienti liquidi con la farina circostante. Una volta amalgamate le uova, impastare a piene mani aggiungendo il vino poco per volta; continuare fino ad ottenere un panetto liscio ma consistente. Lasciare riposare il panetto coperto per due ore. Trascorso il tempo necessario stendere l’impasto con un mattarello fino ad ottenere una sfoglia molto sottile: più la pasta è sottile migliore sarà il risultato finale. Con una rotella zigrinata tagliare le chiacchiere nella forma desiderata: lunghe e strette con un taglio al centro oppure più larghe con due tagli al centro. Adagiare le chiacchiere su un vassoio infarinato per evitare che si attacchino e lasciarle asciugare; ripetere l’operazione fino a quando non sarà terminato tutto il panetto di pasta a disposizione. Nel frattempo riscaldare l’olio in un tegame alto e procedere con la frittura: immergere le chiacchiere nell’olio bollente per qualche minuto e, non appena risulteranno appena dorate con tante bolle d’aria sulla superficie, scolarle. Farle raffreddare su un vassoio con carta assorbente per asciugare l’olio in eccesso, decorare con vincotto o zucchero a velo o con entrambi, a seconda dei gusti, e servire. Si consiglia di consumare le chiacchiere appena pronte ma è anche possibile conservarle per 2-3 giorni in un sacchetto di carta.


Frammenti di Storia della Chiesa. Tra Minervino e Cerignola, Ascoli Satriano e i Cinque Reali Siti Edizione riservata Capitolo Cattedrale di Cerignola Angelo Giuseppe Dibisceglia - pp. 88 Nei giorni a seguire, ripresi in esame quanto da alcuni anni c’eravamo ripromessi come Capitolo Cattedrale: la valorizzazione e la divulgazione del preziosissimo fondo archivistico capitolare, costituito da verbali di assemblee, libri di puntatura, registri delle rendite e del patrimonio, atti notarili e varia corrispondenza. Un arco temporale che copre ben cinque secoli (XVI-XX). Tutto materiale che interesserebbe sia agli storici che ai cultori di storia sacra e che, ne sono convinto, contribuirebbe a scrivere pagine inedite della nostra Chiesa diocesana. La nomina del nuovo Vescovo poteva essere l’occasione propizia per iniziare questa divulgazione. L’urbe Foggia sia regale inclita sede imperiale Giuseppe de Troia - pp. 528

Un exploit per la Storia d’Italia e della Puglia. Un’epoca, la più luminosa per la Puglia ed in particolare per la Capitanata, incredibilmente offuscata e obliata nel corso dei secoli. Federico II d’Hohenstaufen, già Re di Sicilia con capitale del Regno in Palermo, dopo essere stato incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero (novembre 1220), nella primavera del 1223 venne nella determinazione di fissare la Sede del Regno e dell’Impero in Foggia. Palermo, fino a quell’epoca capitale normanno-sveva del Regno di Sicilia, decentrata com’era all’estremo sud dell’Impero esteso dal Mediterraneo al Mare del Nord, non poteva più assolvere tale funzione. Stabilita dunque la nuova Sede del Regno e dell’Impero in Foggia, l’Imperatore vi edificò una sontuosa Reggia “ornata di marmi, di colonne e di statue”, di meravigliosi cortili interni con fontane e portici, dove si celebravano assemblee, feste e

ricorrenze. Nei cortili interni assistettero a feste i più eminenti vescovi-conti venuti dalla Germania, il conte Riccardo di Cornovaglia, fratello del re d’Inghilterra e dell’imperatrice Isabella, che assistette a feste bellissime fra danze di eleganti saracene su sfere rotanti, stupito dalla musica di strani strumenti. Ivi fu ospite dell’Imperatore per alcuni anni il figlio del re Ferdinando di Castiglia, e ancora più tardi, al tempo di Carlo I d’Angiò, anche il re Filippo III di Francia. A sud di Foggia, a circa 2 miglia, nel sito di un antico “pantano” e di zona boschiva popolata di daini, l’Imperatore creò un fiabesco Parco per i suoi falchi; falchi addestrati per la più “nobile” delle cacce, come egli stesso annota nel suo trattato di falconeria. Questo Parco doveva essere tanto famoso a quei tempi che persino il cronista fiorentino Giovanni Villani nella sua Cronica lo menziona “Parco dell’Uccellagione fatto edificare dall’Imperatore Federico II presso Foggia”. Contigua all’area del Pantano vi era quella della Masseria Pantano che Carlo I d’Angiò aveva di molto estesa fino a coprire, unitamente a quella del Pantano, una superficie di circa 500 ettari. Ad est di Foggia ancora un altro grande edificio adibito a Masseria Imperiale, già appartenuto a Pier della Vigna, e della quale ci rimangono tante foto, una planimetria ed una dettagliata descrizione del complesso. I boschi che si estendevano dall’Incoronata, a Orta, a Bovino e per tutta la valle del Cervaro offrivano un’estesa zona di caccia, svago prediletto dell’Imperatore. A nord-ovest di Foggia su un colle ameno la fortezza e la cittadella saracena di Lucera con le sue moschee ove era possibile udire il muezzin che invitava alla preghiera. Ma il gran mondo di Federico, stupor mundi … sol iustitie, non era soltanto nella magnificenza della sua Corte, nuove leggi pro statu pacifico vennero, dopo Melfi, elaborate in Foggia. Un’intensa opera di bonifica per mettere a coltura terreni paludosi e poi ancora una ineguagliabile rete di castelli e di domus, ancora oggi orgoglio della Puglia. Novelle e favole trasfigurano con toni di leggenda le feste di Federico II, gli splendori della sua corte: centinaia di cavalieri d’ogni paese ospitati dall’imperatore in tende di seta, artisti accorsi da ogni parte del mondo, poeti, filosofi, uomini di scienza, ambascerie straniere coi doni più rari e preziosi. Sfarzi così splendidi, una simile vita cortese, la Puglia non conobbe più dopo Federico e Manfredi: l’ideale cavalleresco, connesso alle crociate e al canto d’amore cortese, volgeva al tramonto già negli ultimi anni dello Staufen. Seguono le vicende in Foggia della Reggenza e del Regno di Manfredi e di Re Carlo d’Angiò che morì nel Palazzo di Foggia.


Lo sguardo gen febbr 2017  
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