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L'arte del saper discutere. Nel mondo di oggi l’incomunicabilità mi sembra la prassi delle discussioni ,soprattutto politiche e sociali. Mi sembra chiaro che non tutti siano in grado di discutere, non che non possano, ma proprio non ce la fanno. Mi viene da chiedere: “Ma esiste un modo per discutere correttamente su qualcosa?” O meglio esiste un linguaggio “universale“ , comprensibile allo stesso modo a tutti gli uomini?? Esiste un modo di pensare largamente condiviso da tutta l’umanità? Devono necessariamente esistere dei valori condivisibili da tutti e che facciano da guida per la società? Questo sistema virtuoso di pensiero si può apprendere? Vale la pena di approfondire questa trattazione, di essere analitici e meno sintetici. Penso che ci sono gli aspetti pubblici della vita in cui sarebbe necessario, non auspicabile , un linguaggio condiviso, delle regole certe, dei valori universali; poiché accrescerebbero la trasparenza ,la verità la comprensione del mondo , producendo migliore vivibilità per tutti. Ma forse i nostri politici non hanno mai voluto creare un tale sistema virtuoso dove il pensiero, l’educazione civica ed il bene comune è al di sopra di interessi di parte e diventa bene inalienabile. Il pensiero, la filosofia sono fondamentali per il modo di vivere e dovrebbero avere un riscontro pratico un applicazione reale e non restare solo teoria . Un sistema di pensiero non dovrebbe essere solo reale, ma anche di facile comprensione, diffuso nella molteplicità del popolo, tra la gente comune. Naturalmente dovremmo ipotizzare che si riesca a educare , a superare il “Mito della caverna” Non c’è vera democrazia se la massa non è pensante. Molteplici sono gli spunti nei grandi pensatori del passato, potremmo trovare un suggerimento, una via che ci illumini. Accenniamo ora a Platone ad esempio e vediamo cosa dice nella sua Res Pubblica. La filosofia di Platone è da intendere come tensione, come desiderio (philia) di sapere (sophia) le condizioni che permettono un discorso corretto su qualcosa di cui si comprende la sua natura in una proposizione che la definisce. Per Platone la filosofia è curiosità, è meraviglia e sta nell'esigenza di rendersi conto, nel desiderio di svincolarsi dalle catene che tengono inchiodato e prigioniero l'uomo all'immediatezza sensibile, all'essere dominato dallo scorrere del fiume dell'esserci, che acceca e ci perde come in una vertigine; sta nella tensione a rendersi consapevoli delle proprie esperienze; sta nel quotidiano e difficile tentativo di riuscire a “saper pensare”, nell'imparare a “saper ragionare”, nel continuo studio a “saper giudicare”, nel comprendere che il ragionare sta, di volta in volta, nel cogliere come è bene discorrere (dialègestai). “Dialettica”, cioè l'arte del saper ragionare e “scepsi” (skepsis: controllo critico) ossia ricerca a cogliere le condizioni prime dell'apprendere, indipendentemente dall'opinione corrente (doxa). La filosofia è ricerca aperta, consiste, attraverso il “dialogo”, nel ricostruire in concreto il dibattito storico tra concezioni diverse, mediante cui si viene facendo la cultura, non staticamente ma dinamicamente, non per scritti ma oralmente. Così lo scritto per Platone, o è il trattato, che ha solo funzione mnemonico-scolastica, o è il dialogo, come rappresentazione viva, scenica, della cultura come ricerca in attuazione. Non a caso nel “Fedro”, Platone potrà sostenere che lo scritto serve sì, per richiamare cose alla mente, ma dall'esterno attraverso impressioni (typoi) che vengono dal di fuori mediante segni esterni, non dall'interno di se stessi; sarà appunto un richiamo alla mente: non una vera e propria memoria di sé; invece è nella “anamnesi”, nella reminiscenza che ritroviamo noi stessi come anima, ossia come attività, come forza vitale; in altri termini come capacità di giudizio, perciò come capacità di definizione; solo allora nel “giudizio” e nella “definizione” cominciano ad assumere realtà ed intelligenza le cose. Finché rimaniamo presi dall'immediatezza sensibile, passivi, perdiamo noi stessi, scordiamo noi come “attività” e la natura dell'uomo è doppia: attività e passività, né tutta ignoranza, né tutta sapienza ma ricerca. Sotto questo aspetto “sapere” è ricordare sé come attività conoscitiva e ritornare a sé per cogliere in sé le condizioni del discorso, del “giudizio”, dopo l'oblio del nostro vivere quotidiano, presi


dalle cose non giudicate ma assunte per fede (pistis), per quel che appaiono nella loro immagine, per opinione e non per scienza. Gli scritti allora, saranno utili per ricordare certe cose, certe discipline, ma faranno degli uomini gente che non cerca più, che si arresta ad un sapere statico, infecondo, raggiunto; faranno uomini che si crederanno dottissimi, ma che in realtà non sanno nulla. Con questi uomini sarà una sofferenza discutere, imbottiti di opinioni, invece che sapienti. Opinione appunto contrapposta a scienza, o sapienza. Tutto è opinione, la scienza starebbe nel sapere quali sono le condizioni che permettono l'esserci delle cose: quella condizione che definisce la cosa e che è anche prima del suo esserci e che pertanto è “causa” ed è ciò che è richiesto e che definisce la cosa <<ne è la “forma”, ciò che si vede con l'occhio della mente, (idea); ma che pur resta “opinione” - all'idea si giunga per via sensibile e nel rendersi conto di sé come attività, o ad essa si giunga per intellezione pura -, finché non si riesca a cogliere come le “idee” o le “forme” discorrano tra loro, sì che l'una si leghi, come deve legarsi, all'altra, oppure le sia diversa determinando la condizione prima che fa scientifiche le scienze, che fa sì che tutto sia là dove è bene, così come in un discorso, ove ogni termine è la dove deve essere e dove l'uno prende intelligenza e significato dall'altro>>. Resta salda la tesi della filosofia come ricerca e perciò sempre in attuazione e per sua stessa natura in crisi, sotto giudizio, non “opinione” (l'opinione è accettata, non è fatta propria per ragione), ma realizzazione nella sua tensione a richiamare sempre a “saper pensare” a “pensare bene”, che è produzione feconda di “nuovo sapere”, uguale per tutti, non più opponibile (come invece sono le opinioni) e diviene proprio per questo “sapere vero” che perciò non è privato ma cosa di tutti (Res pubblica) in quanto si basa sulla razionalità. Tratto da Platone “Res Pubblica” introduzione di Francesco Adorno


Arte del saper discutere