Issuu on Google+


Maristella Angeli

Il portagioie misterioso


A Sandro che mi ha donato l’amore eterno e infinito


Copyright Š 2013 - Tutti i diritti sono riservati per tutti i Paesi Casa Editrice Antipodes Via Toscana, 2 90144 Palermo www.antipodes.it info@antipodes.it ISBN:978-88-96926-23-9

Maristella Angeli, Il portagioie misterioso, Antipodes, Palermo 2013


Premessa

Questo racconto fa riferimento a fiabe e leggende ma anche a tutto quello che è stato assorbito in esperienze di vita. Il percorso di Azan è un percorso iniziatico che fa riferimento ai riti tribali d’iniziazione che permettevano di passare dall’infanzia all’età adulta. La protagonista è un’antieroina, cioè non si vergogna di mostrare la sua fragilità tipicamente umana. Il Regno delle tenebre rappresenta l’oscurità della mente di colui che non sa più sognare, immaginare, o fantasticare, in contrapposizione a quello della luce, che simboleggia invece la capacità di vedere “oltre”. La Terra Sospesa è emblematica, riporta a pensare alla una situazione in cui, a volte, l’uomo si trova, cercando se stesso e le risposte ai quesiti della vita. Fondamentale è la “memoria” di ciò che è stato, la saggezza dei sapienti, ovvero degli “Anziani” e i valori trasmessi dagli avi in cui credere, come, soprattutto, l’amore. L’Autrice


Capitolo

1

Il portagioie misterioso

“Azzurra come il cielo.” Così iniziava il racconto della nonna, e poi continuava: “Udii un tarlo rodere la sedia a dondolo dove la mamma cullava il suo piccolo. Nell’armadio le tarme assalirono un grazioso golfino azzurro. Ma quando i tarli cominciarono a rodere il portagioie di legno, allora si fece silenzio assoluto in casa. Vidi un grillo poggiarsi sul davanzale e chiamare a sé le piccole farfalle del bosco che adornarono le pareti. Le cicale intonarono i loro canti estivi, mentre alcuni bachi da seta regalarono fili colorati per tessere le tende. La gatta persiana scacciò i topi e i ragni ingoiarono le mosche. Il piccolo golf, rammendato da coccinelle pazienti, fu steso al sole, e un soffio di gelo mandò via i tarli: azzurra come il cielo divenne la casa.” “Nonna, perché continui a raccontare questa storia?” La nonna mi fissò negli occhi: “Un giorno comprenderai Azan… ” Ogni volta che sentivo il mio nome mi meravigliavo della sua stranezza. 7


“Nonna, mi senti? Hai messo l’apparecchio acustico?” Ero molto affezionata ad Anna, mia nonna, lei aveva solo me ed io solo lei. Mi sembrava molto strano che non avessimo parenti come li avevano tutti gli altri abitanti della Terra. Quel pomeriggio, dopo aver pranzato, la nonna come al solito si era addormentata, ma si agitava nel sonno e continuava a ripetere: “Anna, non dovrai mai aprire il mio portagioie. Mai!” La guardai incuriosita. Perché non avrebbe dovuto aprire il portagioie? Ma forse era solo un sogno. Cosa poteva mai esserci in un portagioie di pericoloso? Aspettai che si fosse calmata e, quando finalmente la vidi dormire serena, andai a cercare quell’oggetto misterioso. Sapevo dove la nonna lo teneva con massima cura. Era nel primo cassetto, lì, nel comò di legno di noce che lei spesso apriva e richiudeva, quasi ad assicurarsi che nessuno lo avesse toccato. Aprii il cassetto badando a non far rumore. Non c’erano chiavi o chiusure di alcun tipo, era uno scrigno di legno, un semplice portagioie. Prendendolo l’osservai attentamente e notai delle decorazioni incise sopra di esso: un albero fiorito con un sole. Mi sembrò che i raggi solari brillassero, ma ovviamente era solo un riflesso. Incuriosita, decisi di aprirlo lentamente. Vidi al suo interno una scarpetta da neonato di pelle celeste, un pezzo di carta ripiegato con cura dentro al quale c’era un ciuffetto di capelli biondi e alcune lettere consumate dal tempo, sotto alle quali trovai qualcos’altro: poesie! Le lessi avidamente. In ognuna di esse era impresso tutto il dolore della mia bisnonna Caterina per suo figlio morto, soffocato da un rigurgito notturno. Mi chiesi subito che cosa ci poteva essere di tanto misterioso in tutto ciò che stavo vedendo, quando sentii uno strano rumore. Vidi muoversi qualcosa. Scattò un meccanismo di apertura, e, in un ripiano segreto, apparve un piccolo oggetto luminescente. 8


Che cosa poteva essere? Era davvero un oggetto molto strano, sembrava avvolto da un alone luminoso. Ma sì, un bottoncino! Prendendolo in mano avvertii un brivido corrermi lungo tutta la schiena. Poi, improvvisa, una visione: un bosco incantato, rigoglioso, ma avvolto in un’oscurità di tenebre. Nell’aria voci che mi sussurravano qualcosa. Non so perché, pensai al piccolo popolo: elfi, fatine, folletti buoni e anche maligni. Spaventata da quelle strane voci che sembravano chiamarmi, lasciai cadere il bottoncino e tutto finì. Mi chiesi se fosse stata solo suggestione. Ma sì, certo, sicuramente, dissi tra me e me. La sera precedente avevo cominciato a leggere “Il Signore degli anelli”, tratto dal capolavoro di John Ronald Reuel Tolkien. “Non può essere che così, quella storia affascinante deve essermi entrata in testa”, ripetevo per convincermi che altro non poteva essere. Raccolsi il bottoncino rotolato a terra e lo tenni tra le mani timorosa. Ma, nello stesso tempo qualcosa di molto forte, una sensazione mai provata, mi spinse a cercare di capire cosa nascondesse quel piccolo oggetto all’apparenza insignificante. L’osservai, lo strinsi a me, chiusi gli occhi. Mi sentii di nuovo trasportata in uno spazio in cui il tempo sembrava sospeso. Ero ancora in quel bosco. Ma che ci facevo lì? Perché mi accadeva tutto questo? Mi guardai intorno spaventata. Vidi una luce fioca che lentamente divenne più intensa. Apparvero delle immagini sfocate, poi sentii che qualcosa di molto significativo stava per accadere: rumori, qualcuno rideva… parlava. A un tratto vidi correre una bambina con un maglioncino azzurro cielo che mi ricordava qualcuno. Ma sì, quel viso… no, non era possibile, non poteva essere… la nonna? Sì, proprio lei bambina! E a chiamarla era sua madre Caterina, la mia bisnonna. La riconobbi poiché Anna teneva 9


Capitolo

17

La battaglia

G

li schieramenti dell’esercito Eggar erano partiti per affrontare i Saropik in battaglia. Non ci sarebbero stati inutili spargimenti di sangue, così mi aveva promesso Urban, ma era davvero possibile? Una guerra è una guerra! Riflettevo mentre mi preparavo per il duello contro Dandel. Le guerre distruggono, uccidono, annientano. Esseri indifesi come donne e bambini dilaniati dall’odio. Gli orrori delle tante battaglie terrene, descritte nella storia, hanno lasciato segni indelebili nella memoria di chi è rimasto a ricordare. Questo avevo imparato in diciotto anni di vita e di studi. Tranne Gandhi, non ricordavo altri personaggi che erano stati in grado di combattere senza fare vittime. Ero lenta nel prepararmi, non ero certo avvezza alla guerra e ai combattimenti. Mai presa una spada in mano fino a quei giorni, figuriamoci poi pensare a un duello. Riguardavo Acrum e, nonostante la mia inesperienza, mi sentivo rassicurata dall’energia che 102


scaturiva da essa. La battaglia stava per avere inizio. Sentivo già in lontananza il suono dei corni reali. “Azan! Mia principessa!” Andrian, la piccola fata del bosco mi chiamava, indicandomi un punto preciso. “Vieni, puoi seguire la battaglia riflessa nell’acqua di questo catino.” Mi avvicinai a quell’umile oggetto . “Come? Nel catino?” “Certo Azan! Vieni, avvicinati.” Guardai nell’acqua che avevo usato per sciacquarmi il viso, ma vedevo solo dei riflessi, dei bagliori. “Mia principessa, continua a guardare e fissa il tuo sguardo nel colore che vedi.” La magia. Non sembrava possibile, ma ben presto riuscii a distinguere le immagini chiaramente. Nel catino, l’acqua sembrò prima colorarsi poi, in pochi secondi, apparve il campo di battaglia. Lo scontro stava per avere inizio. Vedevo gli orchi capitanati da Horus, inferociti e digrignanti, pronti a tutto. I loro corpi, del colore della terra, marciavano all’unisono, come un’unica terribile macchina da guerra. Riuscii a vedere anche l’esercito elfico, capitanato dai reali delle diverse contee, avanzare sicuro. Giunti a un’adeguata distanza, le armate Eggar si arrestarono, e rimasero ferme in attesa di un segnale convenuto. Re Tumbay, sul suo bianco destriero, scagliò una freccia rossa verso il cielo. Era l’inizio. Gli arcieri dell’ avanguardia scoccarono le loro frecce con precisione. Gli orchi avanzarono senza nemmeno accorgersi di calpestare i corpi dei loro compagni colpiti e rimasti a terra. Fu il momento del “colpo a sorpresa”: l’arma segreta di Re Soldian. Abilissimo addestratore di uccelli, mio padre aveva congeniato una mossa tattica certamente sconosciuta a quei mostri. Soffiò nel 103


fischietto a ultrasuoni e, improvvisamente, il cielo sembrò colmarsi di battiti di ali. In una nube densa e scura giunse uno stormo di uccelli. I falchi giganti! I predatori addestrati da mio padre. Si librarono sopra lo schieramento dei Saropik, intenti a caricare massi sulle loro catapulte, e questi, sorpresi da un attacco improvviso e inaspettato, cercarono di dirigere i loro tiri verso il cielo. Ingenuamente credevano di poter colpire i volatili. I falchi invece, schivando facilmente i colpi, si lanciarono su quei bestioni diabolici, attaccandoli al viso. I Saropik si difesero come poterono con i loro scudi, ma gli uccelli erano stati addestrati ad attaccare gli occhi dei nemici. Con i loro becchi rapaci estirparono, uno a uno, i globi oculari degli orchi e li divorarono, tra urla e guaiti disumani. Gli orchi, disorientati ma molto numerosi, avanzarono malgrado tutto, senza curarsi di quelli rimasti a terra. La fanteria elfica, esperta nella battaglia a cavallo, avanzò dai diversi fronti spingendo i Saropik in una direzione convenuta. Dall’alto della collina, intanto, gli elfi dell’ovest, comandati da re Montiay e dalla regina Annie, attaccarono lateralmente gli orchi e contemporaneamente gli elfi dell’est, guidati dal coraggioso Tumbay e dalla regina Katrin, avanzarono sul fianco opposto. Gli orchi digrignavano i denti affilati come cani rabbiosi, la ferocia e la fame, la loro terribile fame, li spingeva ad andare avanti, e a cercare sangue fresco, sangue elfico. Mio padre, re Soldian e mia madre, regina Eine, avanzarono frontalmente. I Saropik, attaccati da più fronti, giravano su se stessi disorientati e confusi. “Bestie! Ascoltate i miei ordini! Fronteggiate il nemico! Scudi a difesa!” Horus urlava ordini che i suoi orchi non riuscivano a eseguire. Non erano in grado di farlo per la limitata intelligenza e per la situazione, che volgeva al peggio per loro. Gli Eggar si arrestarono a poca distanza dall’esercito nemico. Avrebbero potuto annientarli. 104


Il portagioie misterioso