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editoriale

Il vino al tempo della crisi David Taddei

È mia consuetudine usare un metodo empirico per capire come stanno andando le vendite del vino italiano, chiedendo ad amici enotecari che, oltre al negozio, hanno clienti in giro per il mondo, ai quali spediscono le loro bottiglie. Parlando coi produttori, non sempre si riesce a fotografare il momento, perché c’è sempre un po’ di reticenza a confessare a un giornalista l’effettivo stato di salute della propria azienda: non va mai né troppo male né troppo bene. A meno che non si sia in fasi in cui l’andamento è talmente chiaro da non poter essere negato. Stessa difficoltà la si incontra quando andiamo a leggere le statistiche. Si va per quantità di vino o per quantità di valore economico, ma sono dati che, spesso, non rappresentano l’effettivo andamento dei nostri vini di pregio e si prestano sempre a molteplici interpretazioni, anche se i dati diffusi all’ultimo Forum nazionale della Banca Monte dei Paschi sono invece utili e molto approfonditi (ma di questo leggerete nelle pagine interne). Così la risorsa degli amici enotecari spesso riesce a darti il polso della situazione. Mi sono fatto l’idea che il vino italiano, al tempo della crisi, non se la passi poi così male. «Vedi – mi ha detto il mio amico – noi la crisi l’abbiamo già avuta tre anni fa, quando l’apprezzamento dell’euro sul dollaro ha fatto

crollare le nostre vendite negli Stati Uniti e quando la Germania si è trovata in grande difficoltà». Così la crisi del debito sovrano europeo sembra quasi dare una mano alle nostre enoteche, che, se da una parte vedono il cliente locale meno propenso a spendere e più incline a rivolgersi alla Gdo, dall’altra vedono in ripresa le vendite verso i mercati esteri, che, negli ultimi anni, si erano inariditi. Ma il vino, al tempo della crisi, vede anche uno sforzo dei nostri produttori ad aggiornarsi e innovare le proprie tecniche di vendita e marketing. Inizia ad affacciarsi la volontà, da parte dei consorzi più illuminati, di confrontarsi con le analisi del dna, che danno garanzia ai consumatori sull’effettivo uvaggio del prodotto che vanno ad acquistare. Si moltiplicano i siti di vendita on line o i produttori che vendono direttamente su Internet. È iniziata la corsa, ancora in fase pionieristica, ai social network, come fu dieci anni fa per lo sbarco sul web. È evidente che, anche il sacro e aristocratico mondo del vino, sta cercando di adattarsi al mutamento dei tempi e che, oltre a piantare nuovi vigneti e inaugurare nuove cantine, sia sempre più propenso a seminare bene nei nuovi luoghi virtuali e a conquistare la fiducia dei consumatori con certezze provate scientificamente. Il fascino delle nostre terre e il colore dei nostri vini, da soli, non sono più sufficienti.

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SOMMARIO AGENDA

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NEWS

Finalmente Champagne Maison J. de Telmont

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L’interpretazione dell’enologo

Sono Montenidoli

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Per un’agricoltura ecocompatibile

Rùfina: il Chianti più alto

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La via del vino passa per internet

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Da Fenocchio Barolo è tradizione

Paolo Baracchino Andrea Cappelli

Andrea Cappelli

Vigneto in calo produzione stabile Andrea Settefonti

L’export fa volare il vino italiano Andrea Settefonti

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La tavola della Vigilia

Jacopo Rossi

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Spumanti italiani Esplode la mania

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Andrea Settefonti

La campagna olivicola 2011 secondo Giorgio Franci Martina Cenni

“Vino Lex”

Danilo Tonon

“Fuori dal green”

Roberto Martini

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Martina Cenni

Andrea Settefonti

Rocco Lettieri

I vini del piacere, Matarocchio e Le Pergole Torte Paolo Baracchino

Ricciarelli di Siena unico dolce Igp Elena Conti

L’investimento liquido si fa per passione Martina Cenni

Il meraviglioso mondo delle bollicine Paolo Baracchino

L’Euphoria si fa in quattro Martina Cenni


agenda

The France Show 13-15 gennaio The France Show è il salone dell’enogastronomia e del turismo francese esportato oltremanica. Alla fiera londinese infatti si potranno assaggiare le eccellenze sia vinicole che alimentari grazie alle degustazioni e alle lezioni degli chef presenti. www.thefranceshow. com

Boston Wine Expo 16-22 gennaio Il Boston Wine Expo si trasforma: se negli anni passati era un “semplice” salone, adesso è diventato un evento da non perdere. Un’intera settimana di festeggiamenti dedicati al vino, al cibo e alla cultura delle più grandi regioni produttrici di vino del mondo. www.wineexpos.com/Wine/Boston

Sense of wine 27-29 gennaio Giunge alla sua settima edizione l’evento ideato da Luca Maroni, Sense of Wine, il più grande in Italia organizzato da privati. Oltre 1.800 vini in degustazione al pubblico, anche da una selezione di delizie gastronomiche italiane. Molte le iniziative che faranno da cornice all’evento romano: i wine tasting, il salotto delle anteprime, il wine bar curato da sommelier professionisti, le degustazioni di eccellenze gastronomiche e l’angolo della grappa sono solo alcune. www.senseofwine.com

Millésime Bio 23-25 gennaio

Acquavite Italia 28-29 gennaio

Il Millésime Bio è nato nel 1993, su iniziativa di alcuni viticoltori del Sud della Francia, desiderosi di far conoscere i propri prodotti. Oggi è il salone mondiale dei vini biologici. Quest’anno si tiene all’Exhibition Centre di Montpellier. www.millesime-bio.com

Acquavite Italia torna, con la sua quinta edizione, alla Rocca Paolina di Perugia. È la miglior vetrina nazionale dei distillati, ma non solo: oltre alla grappa sono presenti le acquaviti di frutta, d’uva, brandy e altri distillati, nazionali ed internazionali. www.acquaviteitalia.it

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Salon des Vins de Loire 6-8 febbraio L’esclusivo Salone dei Vini della Loira, riservato solo agli addetti ai lavori, è ormai una realtà affermata: ogni anno si evolve e si allarga a nuovi espositori e compratori. L’edizione 2011 ha raccolto più di 9.000 buyers, rivelandosi trascinatrice dell’economia di settore. Molte le iniziative, dalle semplici degustazioni al Concours des Ligers, organizzato dall’Union des Oenologues de France et les Interprofessions ligériennes, che da diciott’anni premia i migliori vini della regione. www.salondesvinsdeloire.com

IWFF 11-12 febbraio Il Washington DC International Wine & Food Festival è il più popolare evento di settore. Vino, alta cucina e appuntamenti culturali trasformeranno la città in una meta per gli appassionati: numerose degustazioni e stand gastronomici domineranno la scena. www. wineandfooddc.com


news

La memoria del vino e dei vigneti: che sia Montalcino il luogo ideale per fare rinascere i “patriarchi”?

Il Commonwealth si divide sul vino: l’India, ex colonia Uk resa indipendente nel 1947, che sta godendo di un discreto boom economico, pensa di abbassare i dazi per favorire il commercio dei grandi vini. Al contrario l’ex madrepatria, il Regno Unito, sotto la scure della crisi economica, inserisce la “duty-tax” sul vino nell’inflazione: il Tesoro inglese prevede di incassare il 58% in più in 7 anni, rendendo il vino la prima voce tra gli alcolici utili al bilancio. In un momento di crisi come questo, il vino si rivela dunque sempre più fondamentale per le casse dei governi e le tasche dei privati.

In Emilia Romagna l’etichetta è bio: sì al buon vino, ma nel rispetto della natura e dell’ambiente, questa la missione dei Bioviticulturi

Far rinascere antichissime viti: è lo scopo del progetto che potrebbe eleggere Montalcino come luogo ideale per creare un “giardino della memoria”. Tali nuovi impianti, spesso secolari, hanno bisogno di una particolare potatura conservativa, eseguita dai “preparatori d’uva” Marco Simonit e Pier Paolo Sirch, tecnici friulani della “Scuola italiana permanente di potatura della vite”. La scienza moderna può allungare il ciclo di vita e la produttività dei vigneti, per tutelare la qualità del prodotto finale. Molte cantine, in tutto il Paese, si sono già mosse per far risplendere le “viti monumentali”.

Il valore del vino agli antipodi: in India se ne facilita l’importazione abbassando i dazi, in Gran Bretagna si tassa

Si sono meritati una sezione tutta loro al Vinitaly: sono i vini naturali, biologici e biodinamici, tenuti a battesimo a Enologica, il salone delle eccellenze agroalimentari dell’Emilia Romagna, insieme all’associazione che li tutela, quella dei Bioviticultori. La sfida dei sei produttori coinvolti nel progetto contempla una grande attenzione per la vigna, che si sposa con quella per l’ambiente. Tutela delle biodiversità e vinificazioni naturali, nessuna attività invasiva nei confronti della natura e grande rispetto per i suoi

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ritmi: questi gli ingredienti per creare vini buoni con il pregio d’esser frutto di un ciclo dove il coltivatore asseconda vigna, uva e vini, non il contrario. E i vitigni non possono dunque che esser autoctoni come il Sangiovese, il Trebbiano, ma anche i meno conosciuti Centesimino, Malbo, Gentile, Cor d’usel e Pagadebit. Obiettivo dell’associazione è far conoscere dunque nel mondo un nuovo modo di fare il vino nella regione e di vivere il proprio rapporto con la natura.


news

Dopo il battesimo dello scorso 8 dicembre è nata ufficialmente la Dop “Terre di Cosenza”. Il marchio rappresenta la Denominazione unica che raccoglierà sotto di sé i vini prodotti nell’intero territorio provinciale, andando a sostituire le “vecchie” Doc e Igt. Sarà più efficace e semplice, così, promuovere le eccellenze della zona che, negli ultimi anni, hanno guadagnato diversi riconoscimenti. Fil rouge del nuovo marchio sarà il Magliocco Dolce, vitigno simbolo di queste terre. Le nuove sottozone saranno: Colline del Crati, Condoleo, Donnici, Esaro, Pollino, San Vito di Luzzi e Verbicaro. 

Dobbiamo ringraziare i Romani se oggi il vino è parte integrante della nostra tavola? Pare proprio di sì

Nasce la Dop “Terre di Cosenza”: un solo marchio per le molte eccellenze del territorio, sempre più protagoniste di concorsi e degustazioni I risultati non danno adito a dubbi: il vino in Europa, perlomeno in quella continentale, lo hanno portato i romani. L’equipe del professor Attilio Scienza ha identificato 78 vitigni discendenti dall’Heunisch, l’Unno, vitigno che i legionari esportarono ovunque. La prima selezione graduale delle viti pare risalga a diecimila anni fa. Il codice di Hammurabi, posteriore di altri sessanta lustri, reca le norme enologiche degli assiri, a riprova di come la viticoltura fosse già ben radicata nella loro economia. La preziosa bevanda poi si diffuse anche tra i Greci, che la mutarono in culto con

Dioniso, e tra i Romani, restii a concedere il piacere di un bicchiere alle loro matrone, che avrebbero dovuto aspettare l’avvento della repubblica. Un secolo e mezzo prima dell’anno zero il vino iniziò a diffondersi e le legioni, più dei mercanti, conquistarono nuove zone da coltivare. Questioni politiche e carenze alimentari costrinsero l’imperatore Diocleziano ad espiantare i vigneti fuori dal territorio dell’impero in favore del frumento. Solo dopo due secoli, sotto Probo, il vino sarebbe tornato prepotentemente sulle tavole dei romani.

Elisabetta Rogai, dalla botte al pennello: le opere dell’artista fiorentina invecchiano bene, come il vino

Vino ed arte è un connubio che esiste da secoli. Ma, probabilmente, non era mai stato stretto come in questo caso. Elisabetta Rogai è una pittrice fiorentina nota nel panorama internazionale: una delle sue opere è stata scelta per i 40 anni del gemellaggio Kyoto-Firenze. Ha esposto, ed espone a Cannes e Washington. Da alcuni anni ha intrapreso un percorso che l’ha portata ad eseguire opere wine made, ossia dipinte esclusivamente con il vino. Invecchiando tale vino crea evoluzioni e giochi di colore che rendono unica ogni opera. Un ulteriore fissaggio di acqua e farina impedisce alle tonalità di sbiadire eccessivamente.

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Enoteca Italiana: ad est, ad est!

Continua il tour asiatico dell’Enoteca Italiana: dopo la Cina è stata la volta del Giappone. L’Ente Nazionale Vini, sotto la cui egida si raccolgono più di 700 aziende italiane, ha svolto egregiamente il compito assegnatole dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Dal 21 al 27 novembre l’Italian Wine Week di Tokyo ha goduto della presenza di oltre 4.000 partecipanti tra stampa, importatori, distributori e sommelier. «Siamo davvero soddisfatti e gratificati per questi risultati che portano il vino italiano sul podio. La grande varietà delle produzioni italiane e la loro qualità sono fattori che consentono posizionamenti su diverse fasce di mercato: il buon rapporto qualità/ prezzo e la capacità di soddisfare le esigenze ed i bisogni di un ampio spettro di consumatori sono un altro dei fattori positivi che caratterizzano il vino italiano. I mercati internazionali apprezzano inoltre i nostri vini legati a forti valori della tradizione e della cultura dei territori di produzione che essi esprimono. 12

Negli ultimi venti anni il nostro vino ha conquistato posizioni importanti sul mercato giapponese grazie al grande successo della cucina e della ristorazione italiana. Oggi lo sforzo che bisogna fare è quello di promuoverlo, farlo conoscere e apprezzare nelle sue migliori espressioni in abbinamento al cibo e alle varie cucine giapponesi: è una sfida che può dare soddisfazioni e successo proprio in virtù della grande varietà che il vino italiano offre». Queste le parole del presidente Fabio Carlesi. Tre i seminari organizzati dall’Enoteca Italiana: “I benefici del bere responsabile nella dieta mediterranea e nello stile di vita Italiano”, “Il vino racconta La storia d’Italia” e “Le strade del Vino e l’Enoturismo”. La partecipazione, in media, ha sempre superato le sessanta persone, alle quali è stato illustrato il mondo del vino italiano, le sue peculiarità e la sua complessità. La manifestazione, promettono, diverrà un appuntamento fisso, di cadenza annuale, da tenersi la seconda settimana di novembre.


news

Presentata “Flos Olei”, l’unica guida mondiale sull’olio extravergine di qualità, che può contare anche su una versione per iPhone e iPad Attinge al passato la Confederazione italiana agricoltori: «La crisi del settore ha stimolato i dirigenti della Cia della provincia di Pisa, che hanno lavorato per la realizzazione di un portale dove sarà possibile barattare prodotti della terra con servizi o con altre produzioni merceologiche». Tra gli oggetti di scambio, inutile dirlo, anche il vino: «una semplice macchinetta fotografica digitale può valere tranquillamente la fornitura annua per una famiglia di un buon vino da tavola. In breve tempo il portale dovrebbe diventare una sorta di social network, luogo di una grande quantità di scambi giornalieri».

A scuola dalle Città del Vino: al via il progetto per insegnare a promuovere le proprie eccellenze enologiche

È stata presentata a Roma il 28 novembre “Flos Olei”, la guida curata da Marco Oreggia e Laura Marinelli. Grande era l’attesa per la preziosa opera: 655 etichette di qualità in rappresentanza di 43 nazioni, con la new entry dell’Etiopia e della Galizia. In italiano e inglese, ricca di foto, mappe, schede tematiche e contenuti, la guida può contare anche su una versione per iPhone e iPad. Durante la serata sono stati consegnati i riconoscimenti alle aziende che si sono distinte durante le degustazioni a cui, oltre a Oreggia e Marinelli, hanno preso parte anche esperti assaggiatori che hanno collaborato con loro.

Tempo di crisi? Ritorna il baratto. La Cia apre un portale di scambi di beni di consumo: vino, olio e prodotti della terra per altri beni di consumo

È stato inaugurato il progetto  “Città del Vino Lab”, scuola di formazione itinerante nata sotto l’egida delle Città del Vino. Il servizio sarà rivolto alle amministrazioni che desiderano aggiornarsi sul marketing territoriale e sulle potenzialità dell’indotto turistico agroalimentare: a partire dal 2012 sindaci e dipendenti di amministrazioni pubbliche locali, titolari di aziende ed operatori turistici, ristoratori, proprietari di strutture ricettive, insegnanti, ma anche gli stessi cittadini potranno

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acquisire informazioni e strumenti per migliorare l’accoglienza nel territorio. La scuola dei Comuni del Vino, gestita da Riccardo Compagnoni dell’agenzia Stratos, aprirà le porte nei primi mesi del prossim’anno con i progetti formativi articolati in una serie di lezioni tenute dagli esperti dell’associazione, dedicati al “Bere moderato e consapevole” e ai “Modelli di marketing urbanistico per i territori del vino”. Maggiori informazioni al sito: www.terredelvino.net.


news Maggior attenzione alla qualità italiana: questa la promessa della “Notifica di modifica degli allegati dell’accordo tra la Comunità Europea e gli Stati Uniti d’America sul commercio del vino”. Oltre al Prosecco molte altre denominazioni saranno protette con maggiore rigore negli Usa. Tra le altre: “Asti preceduto da Moscato di”, “Curtefranca”, che sostituisce “Terre di Franciacorta”, “Soave Superiore”, “Terratico di Bibbona”, “Colline Joniche Tarantine”, le siciliane Doc “Salaparuta” e “Noto” (al posto del “Moscato di Noto”). Non mancano le uscite: non compaiono più nella nuova edizione la denominazione “Matera” e la menzione “Cartizze”.

Il Premio Spadolini alla Società Agricola Salcheto, prima cantina nel mondo ad essere off grid, fuori dalla rete energetica

Stati Uniti, più attenzione alla qualità italiana: un passo avanti nella lotta alla contraffazione

Si è vista attribuire il giusto riconoscimento la Società Agricola Salcheto, prima cantina al mondo off grid, ossia scollegata alla rete energetica nazionale: il Premio Eco and the City Giovanni Spadolini, promosso dalla Fondazione Spadolini Nuova Antologia e dal periodico “Energeo Magazine”. Il progetto è partito due anni fa ed oggi la cantina ha raggiunto la piena indipendenza energetica senza togliere terreno alla superficie vitata. «Se altre aziende applicassero il modello all’intera produzione nazionale si potrebbero ridur-

Chianti, aumentano i prezzi del vino sfuso: un ottimo segnale, in tempi di crisi, per il futuro della filiera 15

re le emissioni di 2,3 milioni di tonnellate di CO2eq, raggiungendo un risultato sorprendente anche in termini di valore commerciale. Gli investimenti che abbiamo fatto, infatti, consentono enormi risparmi sul lungo termine». Queste le parole di Michele Manelli, presidente della Società Agricola Salcheto. Collettori solari, giardini verticali e recupero di ventilazioni naturali fredde notturne che isolano dal caldo estivo, e gas autoprodotto dalla fermentazione sono alcune delle innovazioni utilizzate.

Con il boom, globale, del quale gode il Chianti, sono aumentati, fortunatamente anche i prezzi del vino sfuso, oggi arrivato ai cento euro, circa, al quintale, mentre pochi mesi fa si attestava, a malapena, sui settanta euro. Incoraggianti sono i segnali per il futuro, come sostiene il presidente del Consorzio Giovanni Busi: «nel 2009 sono stati imbottigliati quasi settecentomila ettolitri, quest’anno se ne prevedono almeno centoventimila in più. Significa che il nostro vino è molto richiesto, nonostante il momento delicato dell’economia globale: questo grazie al buon nome del nostro prodotto ed alla visibilità di cui questo gode».


news

Il Moscato d’Asti negli Stati Uniti: ottimi risultati di vendita e nuovi concorrenti da fronteggiare

Quando si può dire con certezza che un dato prodotto è penetrato a fondo in una società “straniera”, tanto da diventare un bene di consumo di massa? Probabilmente quando lo si ritrova nei testi dei cantanti di successo di quel Paese. Ad esempio se appare, in America, nelle canzoni di Kanye West e Waka Flocka Flame, rappers di successo, protagonisti di un mondo lontano anni luce da quello dei vigneti e dei filari delle Langhe, dove si produce il Moscato d’Asti Docg a tappo raso, che nei mercati degli States sta godendo di una crescita costante, ostacolata solo da alcuni fattori. Tale vino infatti, insieme ai suoi simili, viene consumato durante tutto l’arco della giornata dagli statunitensi, non molto attenti né interessati, probabilmente ai suoi accostamenti con dolci e dessert di vario tipo. Queste le cifre: fino al 2007 la produzione si attestava ancora sotto i dieci milioni di bottiglie, ad opera soprattutto di piccoli produttori e cantine sociali. Oggi i numeri

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sono più che raddoppiati: venticinque milioni la produzione totale, undici dei quali esportati negli Stati Uniti, dove la crescita, negli ultimi dodici mesi, è stata del 46%. Ciononostante è diminuito il valore medio di ogni bottiglia, a causa dell’arrivo di nuovi concorrenti sul mercato, sia connazionali, come i moscati dell’Emilia Romagna, dell’Oltrepò Pavese e del Veneto, che, soprattutto, esteri, come quelli californiani ed australiani. Tali etichette spopolano negli stores, grazie al loro basso prezzo, cinque, sei dollari di media a fronte dei quattordici del Moscato d’Asti. Come poter rivaleggiare con le grandi aziende che propongono moscati low cost? Incrementare la produzione e, soprattutto, puntare sulla qualità, sui profumi e sulle emozioni che possono scaturire da un bicchiere di Moscato, etichetta che può fregiarsi della denominazione di origine controllata e garantita, nonché di un’heritage e di una storia che i colleghi d’oltreoceano più giovani non possiedono.


news

Ottimi risultati di critica e numeri per l’appuntamento giapponese di Italian Wine Master: adesso l’attenzione è verso le tappe americane Un’applicazione in grado di offrire raccomandazioni via cellulare, suggerire ai consumatori la perfetta bottiglia di vino da accoppiare ad una certa portata, da regalare in un’occasione speciale? Esiste e si chiama Hello Vino: il servizio fornisce un milione di consigli al mese ed è disponibile gratuitamente per smartphones come iPhone o Android, via siti web per terminali portatili, o via sms. «Le app per telefoni cellulari intelligenti stanno trasformando l’industria vinicola: ora i produttori sono in grado di comunicare con i consumatori» sostiene Jim McNamee, vicepresidente di marketing della Hello Vino.

Top 100 di Wine Spectator, uno su cinque sarà uno di noi: venti le etichette italiane inserite nella classifica, di cui dieci toscane

Si è conclusa con un bilancio molto positivo la seconda edizione di Italian Wine Masters Giappone, programma di promozione triennale al quale partecipano il Consorzio del Conegliano Valdobbiadene e le denominazioni Brunello di Montalcino, Chianti Classico e Nobile di Montepulciano. Focus di quest’anno è stata la formazione di giovani sommelier, ristoratori e titolari di enoteche, con l’organizzazione di quattro corsi sulle singole regioni, organizzati dall’Ambasciata d’Italia insieme alla Japan Sommelier Association. Adesso l’attenzione si sposta verso Chicago, Miami, New York e San Francisco.

Pronto? Parla il vino. Sugli smartphone arriva un’app in grado di consigliare il miglior vino per ogni occasione

Se serviva un’ulteriore prova della qualità del vino italiano, eccola, fornita nientemeno che dalla prestigiosa “Wine Spectator”, una delle testate di settore più influenti al mondo, autrice della sua “Top 100” croce e delizia per tutti i produttori. I risultati di questa elitaria classifica non potevano essere migliori: una bottiglia su cinque parla italiano, una su dieci toscano. Il Brunello di Montalcino schiera ben 4 etichette, tutte 2006: Campogiovanni al n. 4, La Togata di Tenuta Carlina al n. 17, La Serena al n. 24 e Tenuta Nuova di Casanova

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di Neri al n. 56. Il bilancio nazionale non può che essere positivo, rispetto al 2010, quando le nostre etichette erano “solo” nove. La classifica di WS, ricordiamo, è nata nel 1988 e, con gli anni, si è confermata capace di indirizzare le tendenze del mercato globale del vino. Tre i criteri che la regolano: qualità, data dal punteggio assegnato, valore, dato dal prezzo, e un fattore definito dagli stessi giornalisti “excitement”. Rispetto al passato è sparita, nel metro di giudizio finale, la componente del volume di produzione.


Finalmente Champagne Maison J. de Telmont Paolo Baracchino info@baracchino-wine.com p.baracchino@virgilio.it www.baracchino-wine.it

Degustazione effettuata presso l’Hotel Villa Cora a Firenze Ci sono tanti posti nel mondo dove si producono le bollicine, ma la zona di produzione dello Champagne è solo in Francia. Tengo a precisare che a me piace il vino buono in qualsiasi parte del mondo venga prodotto. L’importante non è la quantità di produzione, ma la qualità del vino. Non tutto lo champagne è buono, come non lo sono, in assoluto, tutti i vini di certe denominazioni. Io amo le bollicine “naturali” e non quelle artificiali. La bollicina si deve creare naturalmente e non con addizione di CO2. In Italia abbiamo delle aziende che producono piacevoli bollicine, ma per favore, in generale, non ci paragoniamo a chi ne ha fatto la storia, a chi ha più cultura di noi e a chi come i francesi, sanno ben commercializzare i propri prodotti e in questo sono grandi maestri. Mi viene da sorridere, quando leggo sui giornali: «L’Italia ha il primato di produzione delle bollicine sulla Francia». Ciò è falsamente puerile e ridicolo, perché si deve cercare sempre di essere superiori, quando sappiamo bene che non è così. Viva il vino buono e di qualità! Questo è quello che si deve ricercare e non altro. Tempo addietro ho ideato e condotto una degustazione di otto bollicine di cui sette champagne e una blasonata bollicina italiana, il Giulio Ferrari, riserva del Fondatore, annata 1995. Tutti sapevano quali fossero i vini serviti, ma non l’ordine di servizio, che conoscevo solo io e i sommelier che servivano i vini. Da questa degustazione è emerso che ci sono anche vini italiani che possono competere tranquillamente con grandi champagne. Vi ho scritto questo fatto per farvi capire, per chi non mi conoscesse, che io amo il vino buono in generale, prima di tutto viene la qualità, la provenienza del vino è di secondaria importanza. Cosa c’è di più bello, dopo una giornata stancante, che bere un bel bicchiere di bollicine? Spesso mi succede di essere con amici e di stappare una bella bottiglia di champagne, giustamente fredda, con bollicine fini e delicate, non aggressive, e, bevuto un sorso, di chiudere gli occhi ed aprire le braccia al cielo per il piacere di godere quel bel momento.

L’importante è che la bollicina sia delicata e che non spezzi lo stomaco, ma che accarezzi la bocca e la gola, altrimenti il piacere, almeno per me, non esiste. Ho conosciuto tante persone, divenute poi amiche, che erano completamente ignoranti in materia e che, piano piano, si sono educate ed evolute e oggi amano solo bere bene. Bere bene non significa sempre spendere molto. Ci sono degli champagne che hanno un rapporto qualità – prezzo veramente interessante. Ma, attenzione, a me non interessa bere vini che costano veramente poco e che, giustamente, non possono avere una qualità accettabile. Preferisco bere acqua piuttosto che bere tanto per bere. Vi ho spiegato questo per arrivare a un mio importante incontro avvenuto durante il “Vinexpo” di Bordeaux nel 2003. Ero con il mio amico Sergio Antonini all’interno del Vinexpo, in un salone dove vi erano alcuni stand di maison di champagne a me sconosciute, circa una ventina. Abbiamo incominciato a degustare nei vari stand, facendoci un’idea e, alla fine, siamo arrivati alla conclusione di ritornare allo stand dello Champagne J. de Telmont dal Signor Philippe Parinet, direttore generale dell’azienda, al quale ho detto che le bollicine dei suoi champagne erano più gentili e piacevoli degli altri degustati. Da quel momento Sergio ha incominciato a interessarsi per il nostro acquisto annuale di champagne di questa Maison, che non abbiamo più abbandonato, e, nonostante io stappi bottiglie, le più svariate, italiane, francesi, spagnole, australiane e di varie altre nazionalità, ritorno sempre con grande piacere a J. De Telmont. Certo che Krug è sempre Krug, è nel mio cuore perennemente, come pure Salon, Perrier – Jouet, Bolliner e poche altre. Non sempre si può spendere in modo consistente. Mi piace spesso regalare agli amici una bella bottiglia di champagne e goderla insieme. Sono arrivato persino a bere Selosse Substanse, con dégorgement di sei anni prima, insieme alla bistecca fiorentina. Abbinamento apparentemente osè, ma che invece era perfetto.

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Sergio Antonini


L’avvocato Paolo Baracchino

Nella mia, abbastanza recente, passione per il vino ho coinvolto molti amici che hanno incominciato a capire molto bene cosa vuol dire bere un buon bicchiere di vino, di buona qualità, invece di bere quello che capita. Da poco Sergio Antonini, con mio grande piacere, è diventato l’importatore esclusivo per l’Italia dello Champagne J. De Telmont. La Maison si trova a Damery, è un’azienda familiare, nata nel 1912, il cui direttore è, meritatamente, Philippe Parinet, persona fantastica, piacevole e competente. Recentemente Philippe è venuto a Firenze con amici e siamo andati all’Hotel Villa Cora, splendida villa di proprietà di Sandro Fratini, proprietario anche di altri alberghi, tutta completamente restaurata, con ambienti stupendi e fastosi affacciati su Firenze. Il direttore della ristorazione è l’amico Giampiero Puddu, al quale, tempo addietro, regalai una bottiglia di Blanc de Blancs di J. de Telmont, facendogli presente che nessuno, a Firenze, aveva in carta questo champagne: lo assaggiò e gli piacque moltissimo, tanto è vero che è stato adottato come benvenuto alla clientela per la ristorazione e per l’Hotel Villa Cora. Giampiero ha chiesto ed ottenuto, senza problemi, l’etichetta personalizzata con la scritta “Villa Cora” poiché gli era piaciuta la bottiglia che gli avevo regalato, che aveva l’etichetta personalizzata a mio nome. Queste, se vogliamo, sono esteriorità, quello che conta è la qualità del prodotto. Tornando alla visita di Philippe Parinet a Villa Cora, è stato deciso di effettuare lì la verticale dello champagne Heritage, pinot meunier in purezza, vinificato in bianco e in rosa, con annate dal 1964 al 1990, mai messe in commercio fino a quel momento. Le bottiglie disponibili, per tutte le annate, sono circa 30.000, poi, una volta finite, niente più. La decisione di metterle in commercio è dovuta al fatto che la Maison nel 2012 compirà cento anni, da qui il desiderio di fare qualcosa di importante. Il dégorgément dello champagne Heritage avviene al momento dell’ordine. Sempre nella stessa serata ho desiderato degustare anche tutta la normale gamma della Maison. Che serata

impegnativa, ma enormemente piacevole! Quella sera ero emozionatissimo, come pure lo erano Giampiero Puddu e il direttore dell’albergo Claudio Delli, grande appassionato di vino, che ha una discreta propria cantina, nella quale ha bottiglie vecchie, che non ama aprire per il dispiacere di non averle più, una volta stappate. Ho detto più volte a Claudio Delli che la vita è una sola e che va vissuta al meglio, attimo per attimo, quindi è meglio godere, senza rimpianti, dei piaceri e delle emozioni della vita. La Maison e Sergio Antonini non desiderano vendere questo champagne alla grande distribuzione, ma solamente a persone che lo capiscono e lo apprezzano. Recentemente ho fatto assaggiare questi champagne a Roberto Franceschini del Ristorante Romano di Viareggio, che se ne è innamorato, nonostante che la sua carta dei vini sia, per me, la più importante della Versilia e la più ricca di champagne, adottandolo anche, come champagne di benvenuto, per la sua clientela. Chi assaggia questi champagne non li abbandona perché se ne innamora e non può più bere vini con bollicine che scassano lo stomaco. Mi dà piacere far sentire agli amici i vini nei quali credo e ultimamente ho fatto assaggiare il Blanc de Blancs 2005 a Francesco Cerea, proprietario del Ristorante “da Vittorio” a Brusaporto e a Giovanni Rotti, proprietario del Ristorante “Enoteca Giovanni” a Montecatini Terme, che sono rimasti colpiti dalla piacevolezza olfattiva e gustativa di questo champagne e lo hanno acquistato e messo nella loro carta dei vini. Ma torniamo alla nostra importantissima verticale, la prima mai fatta dalla Maison. È stato un grande privilegio, davvero apprezzato da tutti, poterla fare in Italia, in un contesto così bello come l’Hotel Villa Cora. Devo precisare, prima di parlare della verticale, che, in genere, non amo i vini rosè perché molto spesso sono fatti male, hanno troppa acidità e conseguentemente mi causano dei forti mal di stomaco. Vedremo le mie considerazioni sui rosé presenti in questa verticale. 20


HERITAGE 1990

HERITAGE 1985

(Pinot Meunier 100%)

(Pinot Meunier 100%)

Color oro intenso, lucente, lievemente ramato. Bollicine inizialmente quasi fini e abbastanza intense per poi diventare finissime. Naso straripante, con emozioni olfattive che inizialmente sono compatte e pian piano emergono una a una: giuggiola matura, pietra focaia, liquirizia, intensa, elicrisio, intenso, (fiore con profumi di liquirizia), iodio, dattero secco, albicocca secca, finocchio selvatico, amido per stirare (appretto), confetto (bon bon del matrimonio in Italia), mela rossa succosa, cedro, miele, pasta di banana (cioccolatino banana Perugina), fico secco, pasta di mandorla, per terminare con soffi di ricciarello (pasticcino di Natale toscano, con base di pasta di mandorla). Al gusto si ha una piacevole carezza di bollicine delicate, accompagnate da un’importante carica di sapidità e mineralità, che si uniscono a sentori di ruggine, mela rossa succosa e cedro. Al gusto ha una piacevole rotondità e una copiosa freschezza, che, unitamente alla sapidità e mineralità, danno un perfetto equilibrio gustativo. Lunghissima è la sua persistenza aromatica intensa con finale incredibile di zabaione. Champagne ancora molto giovane e lo si capisce dalla copiosa freschezza. Naso più evoluto del gusto, sarebbe stato preoccupante se fosse stato il contrario. Ho bevuto questo champagne anche accompagnandolo ai bomboloni alla crema, abbinamento eccezionale! 94/100

Il colore è oro vivo, brillante e lucente. Perlage finissimo e abbondante. Olfatto ricco e vario, come un quadro ricco di colori dove i colori sono sostituiti dai profumi, con sentori di cuoio fresco, giuggiola matura, caucciù, confettura di arancia amara, liquirizia, pasticceria, formaggio sia burroso che stagionato, albicocca secca, miele e cedro. Fanno da cornice sensazioni piacevoli di minerale, salsedine e iodio. Gusto accattivante con ricca presenza di sapidità e mineralità, accompagnate da sapori di ruggine, giuggiola matura, limone, pasticceria e liquirizia. Vino equilibrato con spalla acida che domina la massa alcoolica. Corpo medio, piacevole morbidezza e lunga persistenza aromatica intensa con finale di giuggiola matura e di pasticceria. Naso molto piacevole, ma non vario e abbondante come quello del 1990. 92/100

HERITAGE 1976 (Pinot Meunier 100%) Colore giallo oro lucente e intenso con riflessi aranciati. Profumi di giuggiola matura, iodio, minerale, miele, grafite, gambo di ciclamino, mandorla, dattero secco, radice di liquirizia per terminare con un travolgente e piacevole zabaione. Al gusto ha una buona rotondità, ma non completa, con sapori di zabaione, limone e miele. La sapidità e la mineralità sono una piacevole e importante componente gustativa. La spalla acida è generosa e conduce il comando dell’equilibrio gustativo, senza la minima incertezza. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con ricco finale di zabaione. Questo 1976 ricorda al gusto il 1990, è superiore al 1985 e il suo punteggio, per me, sarebbe di 92 ++/100. 92/100

HERITAGE 1986 (Pinot Meunier 100%) Bellissimo giallo oro intenso, lucente. Bollicine intense, quasi finissime. Esame olfattivo intenso e vario con in risalto, da subito, il sale e lo iodio, seguiti da note speziate di pepe bianco in particolare, mela renetta molto matura, erbacee, lievi, burro di nocciolina, miele, ceretta da scarpe solida, ruggine, sapone di Marsiglia, radice di liquirizia, gambo di ciclamino, pietra focaia, cedro, salvia, alloro, mela golden, per terminare con note di duro di menta (bastoncino di zucchero alla menta). Al gusto le bollicine sono delicate, con una dosata dolcezza ed evidenziano una misurata sapidità e mineralità, accompagnate da note di cedro. Bella spalla acida, che copre, senza problemi, la massa alcoolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di mela golden. 90/100

HERITAGE 1975 (Pinot Meunier 100%) Color giallo oro lucente con riflessi color albicocca, ramato. Bollicine fini e numerose. L’incontro olfattivo è di quelli che non si dimenticano, si rimane inebriati da un intenso profumo di acqua di rose, seguito dalla ruggine, radice di liquirizia, miele, lieve, sapone di Marsiglia, buccia di pecorino stagionato, confettura di arancia amara, iodio, resina di pino, salsedine, fungo porcino secco, lieve, per terminare con piacevoli sentori di albicocca secca. Al gusto è delicato e si godono sapori di giuggiola matura, miele, albicocca secca con dei sentori verdini e acqua di rose. Al gusto è ricco di sapidità e acidità, con una

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HERITAGE ROSÉ 1964

buona struttura, morbidezza e buona rotondità. Vino equilibrato con lunga persistenza aromatica intensa e finale di giuggiola matura, liquirizia ed elicrisio. Ho assaggiato quattro bottiglie di 1975 e ho trovato quattro bottiglie diverse. Questa che ho descritto è stata la migliore, con olfatto più aperto e ricco. Si tratta di vini che fanno parlare di sè, vini ricchi di emozioni. 93/100

(Pinot Meunier 100%) Veste color rosso cerasuolo intenso, lucente con riflessi aranciati. Il perlage è abbondante e abbastanza fine all’inizio, per poi, lentamente, diventare finissimo. L’olfatto è come uno scrigno antico, rimasto chiuso per secoli, che, mano a mano, che si apre, incomincia a narrare la sua storia e, come questo vino con la sosta nel bicchiere, ci racconta i suoi profumi, la sua evoluzione olfattiva. Emerge all’inizio l’erba medicinale secca e il cuoio fresco (quello peloso), seguiti da albicocca secca con riflessi verdi, rosa rossa, ciliegia candita, tabacco biondo della Virginia, terra bagnata, salsedine, iodio, prugna secca, radice di liquirizia, salsa di soia, lampone, per terminare con delle carezze di zabaione. Al gusto dominano la sapidità e il lampone, seguiti dal minerale e dagli agrumi. Sorprende per il suo perfetto equilibrio e per la sua ben misurata freschezza che aiutata dalla sapidità e dalla mineralità non fa sentire minimamente la massa alcoolica. Lunga è la sua persistenza aromatica inensa con piacevole finale di albicocca secca. Mentre trascrivevo queste note di degustazione, guardando i miei appunti, comprensibili solo per me, ho riprovato, senza aver davanti il bicchiere con questo nettare, le stesse emozioni che ho sentito durante l’esame visivo, olfattivo e gustativo. 95/100

HERITAGE 1969 (Pinot Meunier 100%) Giallo oro intenso, stupendo, perfetto. Perlage finissimo e abbondante. Naso complesso e vario con sentori di iodio, pietra focaia, cuoio fresco (quello peloso), mela gialla matura, intensi, agrumi, guscio duro della mandorla, intensi, per terminare con soffi di giuggiola matura. Gusto intenso, ma delicato, con le bollicine fini e piacevoli, accompagnate da sensazioni di giuggiola matura e abbondanti dosi di sapidità e mineralità. Vino ben equilibrato con ricca spalla acida che conduce magistralmente il comando sulla massa alcoolica, quest’ultima è presente, ma in modo innocuo. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di piacevole zabaione. Bellissimo vino con acidità, mineralità e sapidità impressionanti, che fanno pensare, nonostante l’età, a un futuro ancora lungo. Questo 1969 non è al livello del 1990, ma gli si avvicina molto. È bene ricordare che questo vino ha 14 anni in più del 1990. 93/100

Terminata questa stupenda verticale di Heritage, passo alle note di degustazione degli altri champagne prodotti dalla Maison J. de Telmont, che sono ora in commercio.

HERITAGE ROSÉ 1985 (Pinot Meunier 100%) Color rosso cerasuolo lucente con perlage fine ed intensissimo. Profumo ricco e vario con note fruttate di ciliegia e lampone, seguite da note balsamiche di menta e resina di pino. Il percorso olfattivo prosegue con sentori di iodio, pietra focaia, cuoio, sapone di Marsiglia, mandorla, per terminare con carezze di miele. Al gusto l’incontro è piacevole grazie a un perlage delicato e alla presenza di una misurata liquirizia. Vino ben equilibrato con una ben dosata freschezza, accompagnata dalla sapidità e dalla mineralità. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di ciliegia e lampone, seguite da un importante e usuale zabaione. Per me è un rosé atipico per il suo equilibrio e la sua piacevolezza, dall’inizio alla fine della sua degustazione. 93/100

GRANDE RÉSERVE BRUT, non millesimato (uvaggio: Chardonnay 1/3, Pinot Noir 1/3 e Pinot Meunier 1/3) Vino non millesimato, ma che contiene il 20% di vini di quattro diverse annate. Le uve provengono dalle zone: Côte des Blancs, Sézannais e Vallée de la Marne. Questo champagne non fa legno, ma solo acciaio. L’imbottigliamento avviene dopo 5-6 mesi dalla vendemmia e invecchia in bottiglia prima della commercializzazione dai 15 ai 24 mesi. Produzione annua di circa un milione di bottiglie. Note di degustazione: veste giallo paglierino con riflessi oro. Il perlage è inizialmente abbastanza fine per poi diventare fine, e molto continuo e numeroso. L’impatto olfattivo è identificato con la mela renetta abbastanza matura,

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alcoolica, grazie anche a una copiosa sapidità. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di zabaione e confettura di arancia amara. Si tratta di uno champagne apparentemente semplice, ma che, in realtà, nasconde una bella complessità. 92/100

intensa, seguita da iodio, salsedine, note balsamiche, wafer del cono gelato artigianale, colla coccoina (mandorla e latte di cocco), agrumi, zabaione, miele, cuoio fresco (peloso), vaniglia, per terminare con soffi di panbrioche. L’incontro gustativo è piacevole, grazie, ad un perlage, tipico di questa Maison, fine, non aggressivo, vino ben equilibrato, con bella acidità, che con l’aiuto della sapidità e mineralità, non fa sentire minimamente la presenza della massa alcoolica. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di pera e mela, già sentite all’olfatto. 88/100

GRAND ROSÉ BRUT, non millesimato (Uvaggio: Chardonnay 85% e Pinot Noir 15%, vinificato in rosso con il 15% di vini di riserva)

BLANC DE BLANCS Brut annata 2005

Le uve provengono dalle zone: Côte des Blancs, Sézannais e Vallée de la Marne. Questo champagne non fa legno, ma solo acciaio. L’imbottigliamento avviene dopo 9 mesi dalla vendemmia, mentre invecchia in bottiglia da 15 a 24 mesi, prima della commercializzazione. La produzione annua è di circa 75.000 bottiglie. Note di degustazione: Veste rosso cerasuolo con riflessi ramati, mentre il perlage è abbastanza fine e abbastanza intenso. Naso ricco con profumi di pietra focaia, intensi, iodio e salmastro, lampone, pompelmo rosa, fragola, ciliegia (griotte), menta, pasta di mandorla e latte di cocco (colla coccoina) con lievi sentori di pop – corn. Al gusto si gode un perlage abbastanza fine con ricca dose di sapidità, accompagnata dalla nota di pietra focaia. Vino ben equilibrato con bella, importante, ma non disturbante, acidità. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di ciliegia e lampone e finalissimo sentore di pompelmo rosa. 87/100

(Uvaggio: Chardonnay 100%) Le uve provengono dalle zone: Côte des Blancs, Sézannais e Vallée de la Marne. Questo champagne non fa legno, ma solo acciaio. L’imbottigliamento viene effettuato 9 mesi dopo la vendemmia e invecchia in bottiglia prima della commercializzazione, da 3 a 6 anni. La produzione annua è di circa 40.000 bottiglie. Note di degustazione: Color giallo paglierino intenso con riflessi verde tenue, perlage finissimo e abbondante. Fase olfattiva iniziale dominata da un’abbondantissima nota di pietra focaia, che sembrerebbe coprire ogni altro profumo, invece, dopo poco, l’olfatto ne cattura altri, come iodio, salsedine, zabaione, pasta di mandorla, sapone di Marsiglia, lievi, balsamici, buccia di limone, lievi, cuoio fresco (quello peloso), miele, mela renetta, per terminare con dei rimandi di erba secca. Al gusto si gode un perlage fine e delicato, che accarezza tutto il palato, che viene inondato di sapidità, mineralità e note agrumate. Vino ben equilibrato, dotato di una gradevole freschezza che comanda la guida dell’equilibrio gustativo. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di pietra focaia e nota agrumata, in particolare di pompelmo giallo. È uno champagne di estrema piacevolezza, del quale mi sono innamorato già dal primo assaggio. Si beve e si ribeve con grande desiderio, anche se è uno champagne ancora molto giovane. 92/100

GRAND COURONNEMENT Brut GRAND CRU annata 2000 (Uvaggio: Chardonnay Grand Cru 100%) Le uve provengono da Avize e Chouilly. Questo champagne non fa legno, ma solo acciaio. L’imbottigliamento avviene 9 mesi dopo la vendemmia, mentre invecchia in bottiglia dai 6 agli 8 anni, prima della sua commercializzazione. La produzione annua è di circa 25.000 bottiglie. Note di degustazione: Bel giallo oro chiaro con lievi bagliori verdi e perlage fine e numeroso. All’olfatto evidenzia note vanigliate, pasta di mandorla (ricorda l’interno del cioccolatino banana Perugina), cuoio fresco (pello peloso), iodio, salsedine, amaretto di Saronno, mandorla, mela, sapone di Marsiglia, balsamico, per terminare con intensi e piacevoli sentori di giuggiola matura. Al gusto bel perlage e piacevole rotondità e morbidezza quasi burrosa, che accarezza il palato. Vino equilibrato con spalla acida, sapidità e mineralità, che conducono perfettamente la guida dell’equilibrio gustativo. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di giuggiola matura. 92/100

GRAND VINTAGE BRUT annata 2003 (Uvaggio: Chardonnay 40%, Pinot Meunier 40% e Pinot Noir 20%) Le uve provengono dalle zone: Côte des Blancs, Sézannais e Vallée de la Marne. Questo champagne non fa legno, ma solo acciaio. L’imbottigliamento viene effettuato a 9 mesi dalla vendemmia e invecchia in bottiglia dai 3 ai 6 anni, prima di essere commercializzato. La produzione annua è di circa 180.000 bottiglie. Note di degustazione: Color giallo intenso con riflessi ambra e perlage fine e abbastanza intenso. Naso ricco, importante con profumi di miele, mela renetta molto matura, noccioline tostate, intense, iodio, salsedine, pietra focaia, zabaione, intensi, giuggiola matura, per terminare con note di mandorla. Al gusto il sapore è pieno con bella morbidezza e cremosità, con bollicine ben dosate anche se un po’ più presenti, rispetto al Blanc de Blancs. Vino equilibrato con bella acidità dominante sulla massa

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CONSÉCRATION GRAND CRU annata 2000 (Uvaggio: Chardonnay Grand Cru 100%) Le uve provengono da Avize e Chouilly. Questo champagne fa l’80% in acciaio e il 20% in barrique. L’imbottigliamento avviene dopo 9 mesi dalla vendemmia, mentre invecchia in bottiglia dagli 8 ai 10 anni, prima della sua commercializzazione. La produzione annua è di circa 15.000 bottiglie. Note di degustazione: Veste giallo oro chiaro con perlage fine e numeroso. La fase olfattiva si apre con sentori di grafite, pietra focaia, iodio, salsedine, latte di cocco e mandorla (colla coccoina), fragola grossa, burro di nocciolina, lievi, gambo rotto di ciclamino (per l’acidità olfattiva), per terminare con il piacevole profumo di salvia. Al gusto ti accoglie un perlage finissimo e delicato, accompagnato da una generosa sapidità e mineralità, con note di pasticceria. Vino equilibrato, con spiccata freschezza, supportata da una bella struttura, sapidità e mineralità. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di zabaione intenso poi agrumi e di nuovo zabaione, per finire la sua lunga persistenza con la salvia, che ricorda il finale dell’esame olfattivo. Vino fine ed elegante. 93/100

Rileggendo le mie note di degustazione, si capisce molto bene la continuità qualitativa di questi champagne e l’identità olfattiva che si trova un po’ in tutta la gamma. Una delle caratteristiche che mi fa piacere, in modo particolare, di questo champagne è il delicato perlage gustativo, perlage che non è mai aggressivo. Delle volte si bevono bollicine che, apparentemente, sembrano fini, ma che, non appena arrivano allo stomaco, esplodono. Tutto questo non riguarda lo champagne prodotto da questa azienda. Ringrazio l’Hotel Villa Cora per l’ospitalità e l’efficienza del servizio dei vini, come pure il Signor Philippe Parinet per avermi concesso di fare a Firenze la prima verticale mondiale dello stupendo champagne Heritage. *** *** *** L’importatore in Italia dello Champagne J. De Telmont è Sergio Antonini, ditta Fraser – Lazzeretto – Cerreto Guidi (Firenze). www.champagne-de-telmont.it fraser@toscanavini.it

CUVÉE O.R. 1735 GRAND CRU annata 2000 (Uvaggio: Chardonnay Grand Cru 100%) Le uve provengono da Avize e Chouilly. La vinificazione avviene dall’assemblaggio per un minimo del 20% e un massimo del 100% in fusti di rovere. L’imbottigliamento avviene dopo 12 mesi dalla vendemmia, mentre invecchia dai 7 ai 10 anni, prima di essere commercializzato. La produzione annua è di circa 5.000 bottiglie. Il tappo non è protetto da una gabbietta di metallo, ma dallo spago, che lo chiude con lo stesso sistema della gabbietta di metallo. Note di degustazione: Color giallo oro, abbastanza intenso, con lievi riflessi verdi, mentre il perlage è finissimo, abbondante e continuo. Fase olfattiva ampia e complessa, con note di minerale, zabaione, vaniglia, mela renetta, pietra focaia, oliva nera, sapone di Marsiglia, cuoio fresco (è quello peloso), resina di pino, rosmarino, per terminare con rimandi di salvia. Al gusto si gode un piacevole, fine e delicato perlage, che accompagna sentori di mela golden, lievemente acerba, miele e zabaione. Vino ben equilibrato con dosata spalla acida, che domina garbatamente la fase gustativa. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di mela e poi di zabaione. 92/100

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Maurizio Castelli e la sua squadra

L’interpretazione dell’enologo Martina Cenni

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Di chi è un vino? Della terra, della vigna e del sole che ha maturato l’uva? È forse del proprietario, delle sue scelte e dell’organizzazione che fa della sua azienda? O è dell’enologo, dei suoi studi e delle sue cure? Maurizio Castelli è uno tra i più apprezzati, stimati e conosciuti enologi italiani. Un’esperienza trentennale nel mondo della viticoltura e una certezza che sta alla base della sua filosofia di lavoro: «Il ruolo dell’enologo è quello di interpretare». Sempre un passo dietro il proprietario, la parte da prima donna non gli compete e non gli appartiene. «Ciò che devo dimostrare sta dentro la bottiglia». Quello che fa, quello che ama e che è diventato un mestiere, parte proprio da questo. Lavorare duro per riuscire a interpretare un terreno, un’azienda e le persone che vi lavorano e creare un vino unico, specchio e frutto di quel mondo. Un punto di vista tradotto in modus operandi che Castelli riesce a trasmettere con generosità ai suoi collaboratori. Un team di esperti, selezionati e “acquistati” in giro per il mondo e che oggi formano Progetto Agricoltura srl, la squadra di Maurizio Castelli. Formazioni e competenze affini, ma storie completamente diverse che si incontrano dentro questa società. Luca Felicioni ne fa parte. Fiorentino, laureato in Scienze Agrarie, il suo background economico e zootecnico lo ha fatto avvicinare al mondo del vino in maniera casuale. La prima vendemmia a Montalcino nell’azienda di un compagno di corso e la conoscenza con Maurizio Castelli sono stati l’inizio di questo viaggio che dura ormai dal 1989. Poi un’esperienza nel Chianti e tanta gavetta fino alla decisione di legare indissolubilmente amicizia e lavoro e diventare collaboratore fisso di Maurizio. Un mestiere costruito con pazienza e volontà, raccogliendo consigli e informazioni, rubando gesti e parole al lavoro dei vecchi di vigna, studiando, aggiornandosi e viaggiando. «I vini che facciamo e seguiamo, anche in zone affini, sono sempre diversi gli uni dagli altri, perché il nostro sforzo va nella direzione di tirar fuori la volontà del proprietario e rispettare quel mix di suolo, terra, vite e idee che serve per fare un prodotto che sia la sua espressione». I fantastici quattro. Immaginarli così ha qualcosa di epico. Oltre a Felicioni, infatti, Progetto Agricoltura conta sul lavoro e l’entusiasmo di Mery Ferrara, Andrés Sánchez e Gabriele Gadenz. Mery collabora con Castelli dal 2000. Dopo la laurea in Agraria, la prima vendemmia a Volpaia «è stato il mio militare», dice ricordando il primo incarico ricevuto. «Poi Maurizio mi ha spedito in Cile dove sono rimasta 6 mesi a seguire la vendemmia di una grande azienda che produceva 100.000 quintali di uva. Dopo poco più di un mese gestivo l’intera cantina e mi chiamavano la gringhetta». Mettersi in gioco e misurarsi con esperienze di questa portata le è servito a crescere e ad accumulare un know how invidiabile, da applicare anche ad altri


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campi. È il caso di McEvoy Ranch, il progetto californiano legato all’olivicoltura che Maurizio segue ormai da molti anni, accanto alla proprietaria di questa tenuta oltreoceano, Nan McEvoy. Un luogo bellissimo, che conta ormai più di 22.000 olivi di diverse specie, che Maurizio ha fatto arrivare dall’Italia e che producono un olio eccezionale, di grande pasta e bella frutta. Qui Mery ha seguito per alcuni mesi il lavoro sulle piante, sui terreni, la costruzione del frantoio e ha visto crescere questo luogo e quello che lei stessa definisce «uno dei progetti più belli al mondo». Poi è stata la volta di Andrés Sánchez, cileno di Santiago, laureato in Scienze Agronomiche e in Enologia. Ha lavorato in tutto il Cile e poi in Argentina, zone spesso disagiate e poco inclini ad avviare uno sviluppo a lungo termine. Quella che chiama possibilità è in realtà una volontà precisa che è riuscito a portare avanti: dimostrare le grandi potenzialità agronomiche di queste zone. Dopo l’incontro con Maurizio, avvenuto in Chianti qualche anno dopo, tutto questo si è trasformato in Vita Vitis, un progetto vitivinicolo per il Sudamerica, ambizioso, faticoso, ma che non manca mai dell’entusiasmo di Andrés. «La cosa più bella che possiamo fare – dice – è creare un prodotto che non sia di tutti, ma che sia interpretazione di un territorio e della gente di un vigneto, questa è la nostra energia». E infine Gabriele Gadenz, il più giovane, l’ultimo arrivato. Valdelsano, figlio di una famiglia di agricoltori, dopo la laurea in Agraria inizia a lavorare per la tenuta di Col d’Orcia a Montalcino. Un’esperienza importante, ricca di insegnamenti, che dura quasi 8 anni. È qui che conosce Maurizio Castelli

e inizia a prendere confidenza con il suo modo di lavorare, di pensare ed operare nelle aziende. Ne rimane affascinato. La voglia di crescere professionalmente e di esplorare nuovi confini lo spingono alla scelta della libera professione nel 2009 e ad entrare in Progetto Agricoltura. «Credo che una delle prerogative di questo gruppo sia quella di mettere il progetto sempre di fronte a tutto. Affrontare ogni sfida con serietà, minuziosità e con la cura dei dettagli che Maurizio ci ha insegnato e che è davvero la forza di questa squadra». E poi il lavorare di sensibilità, più che di protocollo, il non cercare scorciatoie, il sapersi mettere in discussione e imparare a collaborare con gli altri. Nelle parole di Gabriele c’è tutta la riconoscenza e la passione di chi ha voglia d’imparare con umiltà e rispetto del lavoro altrui. Un team di esperti, di curatori di terreni e di piantagioni, di esperti in concimi e nuove tecnologie, che non rifiutano il progresso, ma non dimenticano ciò che di buono è stato fatto in passato. Le aziende che Progetto Agricoltura srl segue, sotto la guida attenta di Maurizio Castelli, sono per lo più in Toscana, ma non mancano esperienze in Umbria, Abruzzo e Friuli. «Non possiamo allargare molto la zona di intervento, soprattutto per come siamo abituati a seguire le aziende, anche quotidianamente». Così questo signore che vive da molti anni nelle Crete senesi, enologo da più di trent’anni, esperto agronomo e con una laurea in Economia Agraria è riuscito a fare di un mestiere di braccia e saperi uno stile; una filosofia del lavoro fatta di serietà, fatica e pazienza che spesso a poco a che fare con gli sciagurati metodi e ritmi di oggi. E anche per questo lo apprezziamo.

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L’essenza del “monte dei piccoli nidi” – l’avventura della terra che quella gran donna di Elisabetta Fagioli inizia con Sergio d’Asej nel 1965 – sta tutta nelle parole “Sono Montenidoli”, che, già dal lontanissimo 1971, campeggiavano nell’etichetta di quell’incontaminato “Chianti di San Gimignano”. Un rosso ancor’oggi integro, che il vecchio Gino Veronelli aveva selezionato per uno dei suoi primi articoli su “Panorama” nel 1975. “Sono Montenidoli” vuol significare che i vini provengono solamente da quei vigneti, che le uve sono quelle tradizionalmente coltivate qui, e che, durante la vinificazione, si cerca di portare integri alla bottiglia i profumi e la ricchezza di questa terra, già coltivata dagli Etruschi, seguiti dai Romani e dai Cavalieri Templari. Sono passati quasi cinquant’anni e ancora Elisabetta, signora di Montenidoli, e Sergio, “patriarca” e poeta, si chinano su queste zolle a interrogarle… I vigneti, che non hanno mai conosciuto un diserbante ne un insetticida, sono esposti sulle pendici ovest del colle, dove possono ricevere le prime luci dell’alba. La difesa dei vigneti è affidata ai metodi della coltura biologica, anche se si guarda con attenzione a quelli biodinamici. Dopo le selezioni, le uve subiscono le varie trasformazioni solo con l’ausilio di lieviti indigeni, cercando d’interpretare l’annata. «Siamo lontani da impianti intensivi e tecniche moderne, dove la terra viene disossata e sterilizzata con metodica distruzione della microflora e della microfauna, compensate da concimi chimici, per tenere in piedi virgulti destinati a morte precoce, dopo aver dato frutti da restaurare in cantina – dice Elisabetta, donna straordinaria, intransigente e dalle idee chiare, affascinata dai vini della Borgogna – non basta piantare, bisogna prima di tutto preservare la terra». Qui le vecchie e longeve bottiglie di Vernaccia ci parlano della ricchezza di queate colline che guardano San Gimignano, ricoperte da sedimenti calcarei lasciati dal ritiro del Mar Ligure nelle passate ere geologiche. Vini estratti da una vecchia cantina, dalle etichette quasi illeggibili, ma ancora pieni di vita, con una personalità autentica e spiccata, dalla grande eleganza, sapidità, vivacità e complessità minerale. Qui le tradizioni sono rispettate al massimo, senza nessuna concessione alla standardizzazione, cercando di lasciare il più possibile i nuovi vini sulle loro fecce per poter svolgere le fermentazioni secondarie e raggiungere un equilibrio naturale. E accanto all’intensità dei vini ci sono le persone, di rara vitalità emotiva e intellettuale, e le loro storie, quelle della guerra partigiana e dell’insegnamento nelle Langhe per Sergio e quelle dei viaggi e dell’innamoramento per le madonne dei maestri senesi trecenteschi per Elisabetta, energica e insieme dolcissima. Ma la storia continua e oggi è nato, circondato dai boschi, nella pace di Montenidoli, un nuovo, puro Sangiovese, sulla rossa terra del Triassico, guardata a vista da imponenti statue di pietra, là dove ancora tutto è preservato. 32


Sono Montenidoli Andrea Cappelli

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Unione Provinciale Agricoltori di Siena

Per un’agricoltura ecocompatibile

L’Unione Provinciale Agricoltori, associata a Confagricoltura e alla Confagricoltura Toscana, è un’organizzazione professionale, alla quale aderiscono aziende di varie dimensioni, dalle piccole, a conduzione familiare, alle grandi, che occupano decine di addetti. Tutte hanno in comune l’obiettivo di sviluppare un’agricoltura imprenditoriale, con particolare attenzione al futuro e quindi con vivo interesse per tutte le innovazioni tecnologiche mirate al miglioramento qualitativo della produzione, alla conservazione dell’ambiente e alla difesa dei consumatori, attraverso il crescente ricorso alle più avanzate tecniche di agricoltura ecocompatibile. Ciò consente a tali aziende di vantare produzioni di altissima qualità nel settore della vitivinicoltura, dell’olivicoltura, della cerealicoltura, della zootecnia e dell’agriturismo italiano. Ben oltre la metà del prodotto agricolo lordo vendibile della provincia viene dalle aziende associate a U.P.A. di Siena. La nostra organizzazione, oltre a fornire direttamente i servizi tecnici, economici, fiscali, sindacali, previdenziali, ha assunto un nuovo assetto più agile ed efficiente per favorire lo sviluppo e la crescita delle imprese agricole. A tal fine ha potenziato il proprio organico e, grazie alle sedi distaccate di Asciano, Chiusi, Gaiole in Chianti, Montalcino, Montepulciano, Poggibonsi, Abbadia San salvatore, Casole d’Elsa, Radda in Chianti, Monticiano è in grado di seguire, con capillarità, la realtà produttiva direttamente in azienda. L’Unione provinciale Agricoltori, ispirandosi ai principi della libera impresa e garantendo i diritti degli associati, coordina le strategie e gli indirizzi dei soci stessi, assistendoli e affiancandoli nei rapporti con enti amministrativi e agricoli locali e nazionali. Unione Provinciale Agricoltori di Siena Via Massetana Romana, 50A Tel: 0577/533040 Fax: 0577/533050 siena@confagricoltura.it www.confagricolturasiena.it

Il Presidente Alessandro Cinughi de’ Pazzi

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Rùfina: il Chianti più alto

Andrea Cappelli

Siamo in una delle zone vitivinicole più importanti della Toscana, nell’area di produzione di uno tra i vini più apprezzati, il “Chianti Rùfina DOCG”. Le prime testimonianze scritte sul vino della Rùfina risalgono ai primi anni del Quattrocento. Poi nel Settecento, con l’editto del Granduca di Toscana, arrivò il riconoscimento ufficiale e Cosimo III, nel Bando del 24 Settembre 1716, classificava il vino prodotto in questa zona, tra i “migliori quattro” della Toscana. Successivamente col decreto ministeriale del 1932 fu stabilita la prima delimitazione territoriale del vino Chianti e le varie specificazioni geografiche, fra cui anche quella di Rùfina. Al 1967 risale la Denominazione d’Origine Controllata (DOC) e del 1984 è l’assegnazione della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG). Quella della Rùfina è la più piccola, tra le sette specificazioni del Chianti: occupa una superficie di 12.500 ettari, con 750 ettari iscritti all’Albo destinati a diventare circa 1.000 con una produzione di circa 27.000 ettolitri.

La zona di produzione è collocata nella provincia di Firenze ed è distribuita nei comuni di Pontassieve, Rùfina, Londa, Pelago e Dicomano. La maggior parte dei produttori del territorio sono soci del Consorzio Chianti Rùfina, presieduto Lorenzo Mariani della Fattoria I Veroni, fondato nel 1980. Tutti questi piccoli numeri dimostrano come la fama del vino della Rùfina non sia legata a grandi quantitativi di produzione, bensì all’altissima qualità del prodotto. Del resto, gli elementi fondamentali per un ottimo risultato sono presenti già in nuce nel territorio del “Chianti Rùfina”. La conformazione geologica del terreno, composto da pietre calcaree, galestro e alberese. L’esposizione solare a Sud, su alte colline, che consente all’uva dei vigneti di raggiungere un’ottimale maturazione. Il microclima, con temperature diurne alte e notti fresche d’estate, che contribuisce al mantenimento delle note aromatiche. Ne risulta un vino elegante, con una personalità decisa e un profumo che rimanda a un complesso bouquet

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di frutti di bosco e spezie. Un vino, altresì, caratterizzato da una singolare longevità, attestata per alcune riserve di vigneti particolari, anche oltre i trent’anni. Uno dei principali obiettivi del Consorzio è quello di mantenere alto il nome del “Chianti Rùfina”, salvaguardando il prodotto e cercando il perfetto equilibrio tra modernità e assoluto rispetto per la tradizione e il territorio. Compito non facile, ma assolto egregiamente, anche col valido contributo del Comitato Tecnico, composto dagli enologi delle aziende vitivinicole, grazie al quale “Il Chianti Più Alto” ha ottenuto, negli ultimi anni, riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio, inserendosi a pieno titolo tra i vini rossi più apprezzati a livello internazionale. E per il quinto anno, anche nel 2011 si è svolta l’Anteprima Chianti Rùfina: come sempre durante il secondo weekend di novembre, la manifestazione, la prima che apre la stagione degli appuntamenti dedicate alle docg toscane, migliora anno dopo anno, sia in termini di qualità che di presenze italiane, con circa 30 giornalisti, ma soprattutto straniere con circa 60 intervenuti. In questa edizione, il venerdì è stata protagonista una degustazione di Chianti Rùfina e Pinot Nero dell’Ontario, Canada: eccezionalmente, dall’associazione Somewhereness, per la prima volta in Italia, i Pinot Neri di Flat Rock Cellars Niagara, Malivoire Niagara,

Norman Hardie Prince Edward County, Cave Spring Cellars Niagara – un’occasione di estremo interesse per gli addetti ai lavori. L’incontro è stato moderato da Ian D’Agata – responsabile Italia, Bordeaux e Canada per Stephen Tanzer’s International Wine Cellar e Stephen Brook – giornalista ed editorialista per Decanter, autore di libri sul vino. Il giorno successivo, sabato 12 novembre, è stata la volta delle Anteprime: si è tenuta la degustazione in anteprima riservata alla stampa di settore dell’annata 2010 e riserva 2009 all’interno della suggestiva cornice fiorentina di Palazzo Borghese, sito in via Ghibellina, in pieno centro storico. Il presidente del Consorzio Chianti Rùfina Lorenzo Mariani dichiara: «Siamo estremamente soddisfatti delle molteplici presenze straniere, puntiamo molto però anche sulla stampa italiana di settore e, da quest’anno, anche qualche significativa partecipazione da parte del trade: il venerdì, infatti, gli interventi dell’Enoteca Pinchiorri e dell’Enoteca Trimani, a dare un loro rilevante contributo al nostro evento. Una compartecipazione di notevole interesse per tutti. Infine, uno dei nostri principali obiettivi è l’assiduo impegno per ottenere sempre maggior qualità, cercando di salvaguardare il prodotto in un perfetto equilibrio tra modernità e tradizione, nel rispetto totale del territorio circostante».

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La via del vino passa per internet Andrea Settefonti

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È sempre più forte il legame tra vino e internet, social network. Un legame doppio che in alcuni Paesi, come Stati Uniti e Cina, il web 2.0 rappresenta anche la via prevalente alla commercializzazione. Del rapporto tra vino e internet si è discusso al terzo Boroli Wine Forum che si è tenuto a Castiglione Falletto (Cn) e che come filo conduttore aveva puntato sul tema “Il vino è social”. Ed è stato Antonio Galloni, editore di “The wine Advocate”, a tracciare un profilo di quello che significa essere “social”. «Per far capire cosa intendo per trattare il vino secondo l’aspetto social, uso un aneddoto ben conosciuto in America. Nel ’79 una coppia ha iniziato quasi per gioco a scrivere una guida sui ristoranti, mettendo insieme le opinioni dei loro amici e dando dei voti. L’importanza di questa guida è cresciuta esponenzialmente, tanto che l’anno scorso è stata venduta a Yahoo! per 150 milioni di dollari! Questa guida è la Zagat, oggi è la più grande negli Stati Uniti. Questo è per me il vero significato di social network, Zagat è l’esempio di una vera rete sociale». Galloni ha anche tenuto a precisare che oggi, «quasi tutto il vino di grande prestigio negli Stati Uniti è venduto on-line. La rete in America non è soltanto comunicazione, è business». Il dibattito del Boroli Wine Forum ha sottolineato il nocciolo della questione, chi passa del tempo in rete ha ben presente l’importanza di essere ascoltati, quando si cercano informazioni su un vino e su un territorio, le aziende devono capire che il punto fondamentale nel web, è creare delle conversazioni continue e costanti, anche quando certi commenti non sono positivi. Per Enzo Vizzari, direttore delle Guide dell’“Espresso”, «parlare di come usare al meglio i nuovi mezzi di comunicazione è fondamentale per comprendere i cambiamenti di questo settore. Il web ha un grande potere per rilanciare i vini del vecchio

mondo ma ha un ruolo ancora più importante per la comunicazione dei nuovi paesi produttori». Vizzari ha ricordato che «una ricerca apparsa su “Wine Future” di Hong Kong, in Cina il 62% dei consumatori di vino si informa attraverso i social network, mentre in Italia ed in Francia solo il 13% dei consumatori usa il web come mezzo di informazione. La stessa fonte afferma che in Cina il 70% delle scelte di consumo avviene tramite il passaparola della rete». Per spiegare il concetto di comunicazione in Europa, Lamberto Vallarino Gancia ha evidenziato che «per noi la comunicazione è il segreto dei nostri vini, anche perché in Italia c’è una grande complessità di vitigni quindi si tratta di un settore molto complesso da comunicare. Io ho cercato di riassumere la mia personale visione in cinque elementi che ritengo fondamentali per la comunicazione. Prima di tutto “la marca” che deve essere molto forte e determina il successo del produttore; il secondo elemento è il “territorio”; poi segue il “vitigno”; “l’annata” che nei grandi territori di eccellenza è il vero valore ed infine il “rapporto qualità/prezzo” che determina il successo di un prodotto». Il forum ha messo in luce anche la necessità di rafforzare la comunicazione istituzionale, quella fatta dalle grandi associazioni di tutela dei territori. Come ha sottolineato Bruno Paillard, produttore della Maison Champagne Bruno Paillard e capo della commissione “Appelation” del Civc, Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne. «Esiste il problema tra marca e appellation ovvero la denominazione. La marca è una questione privata mentre la denominazione è un bene comune. Ciò che è veramente importante oggi è difendere il riconoscimento della denominazione e questo è quello per cui il Civc lavora, ovvero far si che la zona della Champagne sia una zona geografica protetta».

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Le previsioni mondiali dell’Oiv per il 2011

Vigneto in calo produzione stabile Andrea Settefonti

In Italia la vendemmia 2011 è stata la più scarsa degli ultimi sessant’anni, 42,2 milioni di ettolitri pari a -13% rispetto al 2010. Ma anche nel resto dell’Europa la raccolta non è andata tanto meglio. La produzione globale dell’UE, stimata 152,0 Miohl, esclusi succhi e mosti, registra un leggero aumento (di 1,3 Miohl, ossia +1%) rispetto alla modesta produzione del 2010 (157,0 Miohl: risultato provvisorio). Sono i dati della congiuntura presentata nei giorni scorsi a Parigi da Oiv, l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino.

nel 2011 registrerebbe un calo di 0,3 Mhl rispetto al risultato provvisorio del 2010. il consumo.

Per quanto riguarda il consumo mondiale di vino, «è possibile immaginare due scenari», continua Castellucci. «Un’ipotesi di rialzo, si nota un’evoluzione tendenziale lineare al rialzo – moderato del consumo mondiale in volume – e un’ipotesi di ribasso segnata da una recrudescenza della crisi economica, il livello del consumo nel 2011 avrà una tendenza al ribasso rispetto al livello provvisorio del 2010». Ovvero considerando un consumo mondiale di vino per il 2011 compreso tra 235,7 e 251,5 Miohl, sarà allora possibile inquadrare l’ampiezza dello scarto “produzione–consumo”. Questo dovrebbe situarsi, nel 2011, a un livello inferiore all’interno della forchetta di stima (26,2 Mhl), ma compreso tra 12,8 (corrispondente a uno scenario di forte ripresa della domanda e alla parte bassa della forchetta di produzione) e 39,5 milioni di ettolitri (corrispondente a uno scenario di proseguimento degli effetti della crisi)».

la produzione. Dal punto di vista della produzione, nel 2011 il dato complessivo per i vini (esclusi succhi e mosti) è compreso tra 264,3 e 275,2 milioni di ettolitri (Mhl) con un valore intermedio delle stime pari a 269,8 Mhl. I cali più significativi si registrano in Grecia, Italia e Portogallo Per il direttore generale dell’Oiv, Federico Castellucci, «l’UE fa fronte a una successiva quinta scarsa raccolta dal 2007 al 2011 inclusi, che complessivamente equivale a quella del 2010, con una media stimata di 158,2 Mhl (esclusi succhi e mosti). Tuttavia, questo dato deve essere relativizzato in quanto, nelle ultime 3 campagne, la superficie viticola è passata da 3.792 a 3.626 mha (migliaia di ettari), ossia una riduzione dei vigneti pari a circa 165 mha». A livello mondiale la produzione rimane stabile, ma con sviluppi interni contrastati. «Ad esempio, gli Stati Uniti hanno visto la loro produzione calare nettamente di 18,74 Mhl (-10,3% sul 2010). Il Cile raggiungerebbe, invece, un livello record con 10,6 Mhl (+15,5% rispetto al 2010) e la Nuova Zelanda una nuova produzione record con 2,3 Mhl (+23,2% sul 2010)». Complessivamente, dunque, si ha una produzione di vino stabile malgrado il calo del Il Direttore vigneto mondiale. E al di fuori dell’UE la Federico Castellucci produzione di vini, esclusi succhi e mosti,

i vigneti.

La superficie mondiale del vigneto conosce un calo che potrebbe raggiungere i 60 mha (7,8 Mha). «Da un punto di vista delle zone, la più colpita da questo fenomeno risulta l’Ue, in quanto la riduzione del suo vigneto potrebbe essere compresa tra 50 e i 55 mha (-1,4% rispetto al 20109 con un calo di 3.570 mha. Inoltre, nell’emisfero Sud e negli Stati Uniti il tasso di crescita delle superfici ha subìto un rallentamento, rispetto a quanto è stato osservato dall’anno 2000». I paesi dell’UE maggiormente interessati sono la Spagna (riduzione del vigneto prevista intorno ai 28 mha), l’Italia (9 mha), la Francia (6 mha), l’Ungheria (poco sopra i 2 mha) e il Portogallo (meno di 1000 ha). 40


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Da Fenocchio Barolo è tradizione Rocco Lettieri

la vera nascita del Barolo si può collocare negli anni del Risorgimento nelle cantine del castello dei marchesi Falletti. Giulietta Vitturnia Colbert di Maulévrier, moglie di Tancredi Falletti, volle che il suo Nebbiolo si chiamasse col nome del suo paese d’origine, Barolo. Il Barolo, una volta, era dolce. E fu Camillo Benso, conte di Cavour, a vinificarlo per la prima volta in versione secca. L’azienda Fenocchio è stata fondata nel 1864. Da oltre cinque generazioni, coi suoi dieci ettari circa di vigneti nel cuore della zona tipica del Barolo, produce, vinifica e invecchia grandi vini, proseguendo l’antica esperienza tramandatagli di padre in figlio. Con Giacomo Fenocchio, che nel Dopoguerra cominciò ad acquistare nuovi vigneti, l’azienda ebbe un rinnovato impulso. Prima della Seconda Guerra mondiale il commercio di vino avveniva prevalentemente a livello locale, si vendeva sfuso o in damigiane. Solo nei primi anni Sessanta si cominciò a guardare lontano e anche verso i mercati esteri. Oggi, i figli di Giacomo, Claudio, Albino e Alberto esportano quasi l’80% del vino prodotto. Con esso si fa conoscere al mondo anche la memoria storica di una famiglia e di un territorio. Il prodotto non ha subito variazioni nel tempo: lo stile è quello classico, senza cambiamenti di rotta, né colpi di scena, vessillo di una tradizione unica e costante, che preferisce stare lontana dalle effimere luci dei riflettori, se questo deve significare, poco alla volta perdere la propria identità. La vinificazione in ogni caso dura sempre trenta giorni. La cantina è stata costruita nel 2000 in puro stile classico piemontese. «Da oltre cinque generazioni

– spiega Claudio Fenocchio, titolare coi fratelli e winemaker – la nostra azienda produce, vinifica e invecchia grandi vini da uve provenienti dai propri vigneti nel cuore della zona tipica del Barolo. Il mio trisnonno Giovanni, capostipite della famiglia, usava dire: tutti fanno il vino allo stesso modo, semplicemente perché è così che va fatto, non sta a noi cambiare un metodo, una cultura». L’amore per la propria terra e il rispetto delle tradizioni, che hanno reso nel tempo la terra di Langa così speciale, sono il fulcro della filosofia di quest’azienda. La continua ricerca di tecniche innovative, che possano preservare l’ambiente, è di pari passo un altro dei caposaldi. L’azienda non si definisce biologica, ma partecipa al programma europeo per non utilizzare prodotti chimici. Le nuove acquisizioni di terreni si fondono col patrimonio storico, integrandosi, per ottenere un prodotto di altissima qualità, che rappresenti il territorio, preservandolo in ogni modo. L’assoluto rispetto di chi ha lavorato prima di loro questa terra e la volontà di perpetrarne la memoria è ciò che ha dato per cinque generazioni a oggi la continuità a quest’ azienda. Il Barolo dei Fenocchio si ottiene attraverso una macerazione molto lunga, non inferiore ai dieci giorni, senza l’uso dei rotomaceratori, non si usano scorciatoie: “La fermentazione è completamente naturale – continua Claudio – il lavoro è svolto in toto dalla microflora indigena, senza lieviti aggiunti e la temperatura è mantenuta costante solo attraverso dei rimontaggi giornalieri”. Il Barolo è un vino nobile ed esigente, che si ottiene senza forzature, senza accelerazioni, seguendo i suoi tempi e le

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sue regole. È nato per farsi aspettare ed evolversi nel tempo. Tutti i vini provengono esclusivamente da vigneti di proprietà siti in Bussia di Monforte d’Alba, Villero in Castiglione e Cannubi in Barolo e Falletto, che è la primogenita tra le zone ad alta vocazione enologica: la più antica bottiglia delle Langhe è conservata a Bra e porta la scritta “Cannubi 1752”, perciò il nome Cannubi è sempre stato un sicuro blasone, una garanzia. Sono a tutti gli effeti dei “Gran Cru”, da sempre riconosciuti come sottozone climatiche particolarmente predisposte a generare vini di esaltanti qualità organolettiche e aristocratica struttura. Le differenti caratteristiche del terreno e, in modo particolare, la differente composizione del sottosuolo nelle varie sottozone, dà origine a vini in grado di differenziarsi da vigneto a vigneto. “Il nostro Barolo – afferma Claudio - resta cinque mesi in tini di acciaio inox e due anni in botti di rovere di Slavonia di grande capacità (fino a 50 ettolitri), ed è affinato in bottiglia per un anno. Si evitano dunque i passaggi in barriques, che sarebbero eccessivamente aromatizzanti, per mantenere il più possibile il carattere unico di questo vino. Il passare del tempo conferirà profumi complessi e intriganti, per palati pronti a cogliere la piacevolezza di aspetti mai scontati, di grandissimo carisma». I fratelli Fenocchio curano personalmente la lavorazione nei loro vigneti, che viene eseguita con tecniche moderne, atte a preservare gli equilibri ecologici e con grande rispetto dell’ambiente. Il lavoro è meticoloso e attento, senza un’eccessiva riduzione della produttività: circa 55 quintali per ettaro per

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il Barolo docg Villero e 70 quintali per il Barolo docg Cannubi e il Barolo docg Bussia. Una resa bilanciata, né eccessiva, né “ferocemente” ridotta, comporta un piacevole equilibrio tra concentrazione dei tannini e delle sostanze coloranti del vino, senza però che queste penalizzino la finezza del vino. Il Barolo è un vino che ti entra nel cuore, nasce da una terra unica, per restare un vino unico, inimitabile. Per concludere con le parole di Giovanni Fenocchio che ha vissuto preservando la tradizione di questo grande vino: «Trovare nuove formule potrà essere interessante, ma più si sperimenteranno cose nuove e quindi diverse, più il nostro vino sarà unico».


Mps presenta tendenze e prospettive della filiera vinicola 44


L’export fa volare il vino italiano Andrea Settefonti

Grazie soprattutto al mercato estero, l’anno che verrà per il vino italiano continuerà a segnare trend positivi. Due gli elementi incoraggianti, la crescita dei prezzi, di uve e di vino, che ha caratterizzato il 2011, anche se destinata a rallentare a partire da fine anno, e le esportazioni che hanno fatto registrare un +13%. Nota negativa, il continuo calo dei consumi interni, -1%. È quanto emerso dal rapporto di Ismea e Banca Mps “Tendenze e prospettive della filiera vitivinicola” presentato a Siena in occasione del Forum Montepaschi sul vino italiano. Il 2011 si è confermato un anno positivo per gli scambi internazionali. Il primo semestre ha fatto segnare +13% in valore e un +8% in volume dell’export. Oltre che in mercati consolidati come la Germania, il Regno Unito e gli Stati Uniti, il vino italico evidenzia ottime performance anche in Russia, Paese dove è leader mondiale nelle esportazioni in valore. Bene anche in Cina anche se la concorrenza della Francia è fortissima e i prodotti italiani faticano a trovare la giusta collocazione sul mercato. Grazie anche alla vendemmia più scarsa degli ultimi sessant’anni, sono stati prodotti 42 milioni di ettolitri di produzione, salgono i prezzi del vino e anche quelli delle uve. Elementi, questi, che spingono alla fiducia il clima che si respira tra le aziende tanto che la maggior parte parla di una crescita degli ordinativi nei prossimi mesi. produzione.

Nel 2011 la produzione di vini e mosti in Italia è stimata in calo a 42 milioni di ettolitri (hl), il valore più basso degli ultimi 10 anni, erano stati 47 milioni lo scorso anno. Oltre al clima ad incidere è stata la “vendemmia verde”, pratica attivata in varie regioni, in particolare in Sicilia. Il patrimonio viticolo nazionale è in continua diminuzione e sono arrivati a 650 mila gli ettari vitati in Italia. Nella campagna 2010/2011 sono state infatti accolte domande di estirpazione per 9.288 ettari, che si vanno ad aggiungere ai 22.312 delle due campagne precedenti. In Francia, secondo le stime della vendemmia 2011, la produzione è oltre i 50 milioni di ettolitri. E l’Italia torna quindi al secondo posto tra i principali produttori di vino del mondo, davanti alla Spagna.

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export.

Il commercio estero si conferma il principale trascinatore della domanda di vino italiano. Il 2011, sulla scia di un buon 2010, è un ottimo anno per gli scambi internazionali trainati dalla crescita della quota di vini sfusi, +34% a fronte del +5% dei confezionati. L’Italia rimane il primo esportatore mondiale in termini di volumi, con una media di 19,2 milioni (Mln) di hl di vino esportati negli ultimi 5 anni, mentre è ancora seconda dopo la Francia in termini di incassi. Nel primo semestre 2011 le esportazioni italiane hanno addirittura superato gli 11 Mln di hl. Bene anche i corrispettivi, saliti ad oltre 2 miliardi di euro. Il 2011 potrebbe essere un anno record per le esportazioni di vino italiane sia in termini di volume che di valore.

mercati di sbocco.

Germania, Regno Unito e Stati Uniti assorbono complessivamente oltre il 40% del totale del vino prodotto nel mondo. A questi si aggiunge la Russia che, dopo le flessioni del 2008 e del 2009, ha riportato la propria domanda complessiva oltre i 5 milioni di ettolitri. Le aziende italiane, oltre a tenere posizioni acquisite in mercati “maturi”, come Germania e Stati Uniti, che da soli assorbono mediamente il 47% in volume ed il 43% in valore delle esportazioni di vino italiane, hanno anche guadagnato spazi in mercati “emergenti” come Russia e Cina. In Russia l’Italia ha la leadership mondiale per quanto riguarda le esportazioni in valore. In Cina, sebbene le importazioni di vino italiano siano in continua crescita, si stenta a trovare una giusta collocazione sul mercato. Sono italiani solo il 6% dei vini importati rispetto al 46% proveniente dalla Francia. Tra i motivi, al netto di quelli di organizzazione commerciale, la mancata conoscenza dei vini di alta gamma che subiscono la concorrenza francese, mentre quelli di fascia media non riescono a tenere la concorrenza dei vini cileni o australiani.

consumi interni.

Continua la flessione dei consumi nazionali che, per la prima volta negli ultimi 30 anni, sono scesi sotto la soglia dei 40 litri pro capite nel corso del 2009. Nei primi 8 mesi del 2011, gli acquisti in volume presso la distribuzione moderna fanno registrare un ulteriore calo, pari all’1%. Anche le indicazioni che giungono dalla spesa per vini e spumanti

presso gli stessi canali non sono molto incoraggianti visto che la spesa tra gennaio e agosto 2011 è cresciuta di un modesto 1%. clima di fiducia.

L’indice, calcolato da BMps e Ismea, mostra per il terzo trimestre 2011 una decisa progressione (15,6), rispetto al trimestre precedente (6,7) del livello di fiducia delle aziende italiane. Il settore del vino è quello con la miglior performance di tutto l’agroalimentare. Sono buone le aspettative per i mesi futuri e più di un terzo del panel di industrie di Ismea prevede un aumento degli ordinativi.

performance finanziarie. Nel 2010, le imprese dell’industria del vino hanno registrato un forte recupero dei ricavi, dopo la flessione del 2009. Continua a diminuire, inoltre, il rapporto tra gli oneri finanziari e il Mol, grazie alla riduzione del costo del finanziamento esterno. prezzi del vino.

Il 2011 dovrebbe confermarsi un anno favorevole per il comparto vitivinicolo. Il calo della produzione italiana ed un’ottima domanda mondiale hanno avuto effetti evidenti sui prezzi che hanno mostrato aumenti piuttosto consistenti, in particolare con l’inizio della nuova campagna, confermando un trend ormai in atto da fine 2010, sebbene con modalità differenti a seconda del colore e del livello qualitativo che si analizza. In deciso rialzo anche il mercato delle uve.


Cresce la fiducia anche nel 2012 Il 65% dei produttori di vino crede nella crescita delle vendite, l’80% ha fiducia anche nella crescita dell’export, anche nel 2012. Ma il rapporto prezzo/costi e la redditività operativa sono le principali problematiche segnalate dalle aziende del settore. La ricerca “Tendenze e prospettive della filiera vitivinicola” condotta dall’area research di Banca Mps e Ismea comprende anche i risultati raccolti dall’“Osservatorio MPS sul vino italiano” con la collaborazione della rete di vendita del gruppo Montepaschi, attraverso questionari e interviste realizzati con aziende produttrici. Ed emerge che le migliori performance delle esportazioni si sono avute in Cina, Russia, Paesi dell’America Latina e Canada. Per l’anno nuovo gli operatori che prospettano un aumento delle vendite sono il 65% del campione interpellato, erano il 42% per il 2011. fatturato.

Il campione dell’Osservatorio Mps evidenzia una sostanziale parità tra operatori che prospettano la stabilità delle vendite (45,2%) e un loro aumento (42%); la maggior parte di questi ultimi (il 29%) ipotizza una crescita delle vendite su livelli superiori al +5% annuo. La flessione del valore delle vendite è attesa solo dal 12,8% dei rispondenti. La crescita del fatturato sarà effetto di un aumento soprattutto dei volumi, trainati dall’export. La dinamica dei prezzi è ipotizzata stabile da quasi il 60% del campione, a fronte di una loro crescita per il 21% delle risposte. 2012. Le aziende si aspettano risultati migliori con il 38,1% che ipotizza, ma spesso si augura, una crescita superiore al 5%. Non mancano, però, aziende che segnalano come l’eventuale aggravarsi della crisi economica e finanziaria possa sensibilmente ridurre le probabilità dell’avverarsi delle attese.

aspettative per il

Banche e vino. Il rapporto tra il credito e le aziende è stretto lungo tutta la filiera produttiva, dall’impianto del vigneto, alla costruzione della cantina fino all’ultimo anello della catena, la commercializzazione del prodotto. A livello nazionale, nei primi 9 mesi del 2011 i prestiti ai prodotti dell’agricoltura sono cresciuti del +6,5% (+4,6% a/a per il totale dei settori produttivi). Il sostegno delle banche alle imprese agricole ha interessato, nel 2011, tutte le aree del paese. Causa una vocazione prevalentemente agricola l’incidenza dei prestiti al comparto agricolo sul totale dei settori produttivi è più elevata al Sud (5,7%, rispetto al 4,3% nazionale). Il rapporto è equilibrato tra finanziamenti a medio lungo termine e credito per l’operatività corrente; importante anche l’investimento di mezzi propri, mentre minore appare la funzione dei finanziamenti pubblici. il rapporto tra


I mercati stranieri fanno volare il vino Per Mps Wine Index prezzi in aumento

Anno record per le esportazioni, il 2011 del vino italiano mentre la ripresa dei prezzi di vino e uve, è un trend destinato a segnare un rallentamento già in questo nelle prossime settimane con una flessione, stimata intorno all’1%, nel 2012. A dirlo sono i dati dell’aggiornamento dell’Mps Wine Index, il primo “indice di competitività” del vino italiano, riservato alle denominazioni italiane e messo a punto dall’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena.

l’MPS Wine Index e il future Liv-ex Fine Wine 100 Index, il principale benchmark dell’industria mondiale del vino, a conferma di come gli andamenti dei prezzi dei vini italiani risentano della situazione dei prezzi a livello internazionale. Il Liv-ex Fine Wine rappresenta anche un buon anticipatore dell’indice MPS con un lag temporale di circa 3/6 mesi. L’elevata correlazione ed il rallentamento registrato dal future negli ultimi mesi rappresentano segnali poco incoraggianti per l’andamento dei prezzi dei vini italiani nei mesi a venire: i prezzi continueranno a crescere per i prossimi 3 mesi ma a ritmi molto più modesti di quanto non abbiamo fatto nel corso del 2011. Possibile una successiva contrazione qualora le stime di recessione per l’economia italiana nel 2012 fossero confermate. L’area research BMps stima una lieve flessione dei prezzi dei vini italiani di circa l’1% così come indicato dall’MPS Wine-Index, sotto l’ipotesi di una crescita dell’economia mondiale al 4% nel 2012, stabile rispetto al 2011 e di un cambio €/$ all’1,37 per il 2012.

mps wine index.

L’indice è calcolato come prezzo medio ponderato di quasi 100 Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate (VQPRD) e vini da tavola. Dopo la forte contrazione registrata nel 2009 (-18,8%) ed una sostanziale stabilità nei primi 8 mesi del 2010, l’aggiornamento dell’indice di competitività conferma una ripresa delle quotazioni dei prezzi all’origine sui livelli di ottobre 2008. Lo studio tracciato dall’area research di Banca Mps evidenzia un’elevata correlazione tra

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La sfida si vince se si comunica La comunicazione delle aziende del vino italiano. La novità dell’edizione 2011 è un’inedita ricerca condotta da BMps ed Ismea, su come e quanto le aziende italiane investono nella comunicazione. Il 54% delle aziende interpellate ha investito in comunicazione negli ultimi 3 anni. Sono le realtà produttive del Nord Est italiano quelle più dinamiche mentre il canale del web è quello prevalentemente utilizzato (dal 51,8% delle aziende interpellate). Gli investimenti in comunicazione incidono sul fatturato aziendale in media per il 6,5% ma il 66% delle aziende ha dichiarato di non voler apportare sostanziali variazioni alle politiche comunicative portate avanti finora. L’indagine realizzata dall’Area Research di Banca Mps e Ismea mostra come le cantine italiane rivelino un’elevata propensione a cogliere le opportunità comunicative e relazionali offerte dalla rete. Fenomeno, questo, che ben si coniuga con la spiccata vocazione all’export del vino made in Italy. Il 54% del campione ha effettuato investimenti in comunicazione (attività di promozione, pubblicità, marketing) negli ultimi tre anni. A livello territoriale, nell’area di Nord Est si riscontra che la quota delle imprese che hanno effettuato investimenti è maggiore del dato medio (62%> 54%), fattore che può essere giustificato dalla presenza di grandi imprese nelle regioni di questa area (tra cui Cavit, Zonin, Giv riunite, Mezzacorona). Bene anche il Mezzogiorno, dove il 53% delle aziende interpellate investe in comunicazione, segue il Nord Ovest con il 50% e il Centro con il 44%. L’incidenza degli investimenti in comunicazione sul fatturato aziendale è risultata mediamente pari al 6,5%. Per la maggioranza delle imprese che negli ultimi tre anni hanno realizzato investimenti in comunicazione (63%) il trend di tali investimenti nel triennio appena conclusosi è rimasto costante; il 29% ha dichiarato un trend in aumento; il 9% in diminuzione. Anche per i prossimi tre anni la maggioranza delle imprese (66%) ha dichiarato di non volere apportare sostanziali variazioni alla propria politica di comunicazione o, nel caso delle imprese che negli ultimi tre anni non hanno realizzato investimenti in comunicazione, di non volere intraprendere politiche di comunicazione. Tra coloro che invece hanno dichiarato di voler apportare variazioni o implementare nuovi strumenti di comunicazione nei prossimi tre anni (23% delle imprese del campione), la motivazione principalmente addotta è quella di voler raggiungere nuovi target. Tra il 54% delle aziende che decide di investire in comunicazione prevale il web nel 51,8% dei casi. Seguono le fiere italiane (39,3%), le riviste specializzate (37,5%) e le fiere estere (32,1%). Inferiori i dati relativi ai mass media: la stampa generalista è scelta dal 23,2% delle aziende; la televisione e la radio dal 12,5%. Ancora di nicchia il fenomeno dei social network: il 3,6% delle aziende ne fa uso, comunque in associazione ad altri strumenti. L’associazione più ricorrente è quella tra le fiere nazionali ed estere (25%), segue quella tra internet e le fiere nazionali (16%). Secondo il 39,8% degli intervistati chi ha un brand affermato deve investire nello stesso modo in comunicazione; secondo il 36,9%, invece, deve investire di più. Il 35% delle aziende coinvolte nell’indagine, infine, ha una struttura dedicata alla comunicazione al suo interno (specie nel Nord-Est con il 49% dei casi) mentre il 54% non ne è dotato e non pensa di predisporla a breve.

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Troppa burocrazia La Toscana la teme Fatturati in crescita e fiducia sul buon andamento dell’export. È questo il 2012 del vino secondo le aziende toscane. Dopo il 2011 che ha fatto registrare fatturati in aumento nel 52% dei casi e fiducia superiore alla media nazionale per il positivo andamento dell’export, anche per il 2012 si sono registrati buoni riscontri in termini di vendite sui mercati esteri più dinamici (Russia, Cina e Canada), ma anche preoccupazione per l’eccessiva incidenza della burocrazia sull’attività aziendale e per la redditività. È questo l’identikit delle aziende vitivinicole della Toscana che emerge dalla ricerca “Il settore vitivinicolo in Toscana e in Provincia di Siena” presentato durante la seconda edizione del Forum Montepaschi sul Vino Italiano, organizzato da Banca Monte dei Paschi in collaborazione con Enoteca Italiana. Fatturato. Il 52% delle imprese toscane dichiara che concluderà il 2011 con un aumento del fatturato di vino, grazie soprattutto alla vendite all’estero (il 75% dichiara infatti che la dinamica dei prezzi è stabile). In Provincia di Siena la percentuale di aziende che prevede un aumento fino al 5% è pari al 25%. Identica percentuale anche per le realtà che prevedono vendite stabili. E il 2012 del vino toscano si annuncia migliore del 2011. Sempre in tema di fatturato, infatti, il 59,1% degli intervistati ipotizza un incremento superiore al 5%. In provincia di Siena, circa il 70% ipotizza un aumento superiore al 5% del proprio fatturato. A livello regionale l’effetto prezzi è atteso meno forte che nel resto d’Italia, con una maggiore quota di operatori che si aspetta prezzi stabili. l’export. In Toscana la crescita dell’export 2011 è segnalata in modo ancora più significativo

che nella media italiana. Il 68,2% delle aziende, infatti indica un aumento. Non solo: più del 54% risponde che l’aumento sarà superiore al +5% annuo. Anche per la Toscana, è in atto una dinamica positiva, con un incremento del 16,2% delle esportazioni di vino registrate nel primo semestre 2011. Buono il trend anche per la provincia di Siena, dove le esportazioni aumentano, nello stesso periodo, dell’11,5%. I mercati più dinamici, come a livello nazionale, sono la Cina, la Russia, l’America Latina e il Canada che si vanno ad aggiungere ai mercati più consolidati (Germania, Regno Unito e Stati Uniti). Per quanto riguarda il 2012 oltre il 50% delle aziende prospetta un incremento superiore al 5% (contro il 41,6% registrato a livello nazionale). vino e grande distribuzione. Il vino toscano si vende prevalentemente attraverso il canale

della GDO, che risulta invece il terzo canale a livello nazionale, dietro alla ristorazione e alla vendita diretta. In Toscana sono buone anche le performance della ristorazione e quelle di enoteche e wine bar. La GDO è la più utilizzata dalle famiglie, sopratutto per i vini a denominazione, in ragione della facilità di accesso e della varietà di scelta. Le enoteche e i wine bar sono una buona opportunità per i prodotti di fascia alta o per intercettare nuovi consumatori. burocrazia in eccesso. Se a livello nazionale è centrale il rapporto tra prezzo/costo e la riduzione dei consumi interni, le aziende toscane puntano il dito anche sulla normativa (eccesso di regolamentazione e burocrazia), mentre risultano meno preoccupanti i temi riferiti alla congrua remunerazione dei prezzi di vendita. Le banche. Se a livello nazionale è determinante per il finanziamento dell’attività del settore vinicolo (equilibrato tra finanziamenti a medio lungo termine e credito per l’operatività corrente), in Toscana assumono, invece, maggiore rilevanza le operazioni con mezzi propri, confermando le indicazioni di una visione prospettica di medio lungo periodo delle aziende vitivinicole e di una discreta fiducia nelle prospettive, nelle proprie capacità imprenditoriali e nel bagaglio di conoscenze ed esperienza.

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I vini del piacere, Matarocchio e Le Pergole Torte Paolo Baracchino info@baracchino-wine.com p.baracchino@virgilio.it www.baracchino-wine.it

TENUTA GUADO AL TASSO – MATAROCCHIO 2007 (Cabernet Franc 100%) prugna, seguite da un intensissimo cuoio fresco e dalla cenere. Il percorso olfattivo proseguiva con profumi balsamici di menta, eucalipto, rosmarino, salvia e alloro, seguiti dalla iuta, caramella mou al latte, caramella dura all’orzo, grafite, fumé, pepe nero, pepe bianco, noce moscata, olio di lino, dolce boisé, per terminare con piacevoli soffi di cioccolata. Al gusto era un tripudio di piacevolezza con un tannino setoso, completamente largo (6/6), dolce ed elegante. Vino equilibrato con generosa spalla acida che sovrastava, senza esitazione, la massa alcoolica. Lunga era la sua persistenza aromatica intensa, con finale di prugna e lieve tostatura del legno. Questo vino è stato dedicato al marchese Piero Antinori, che desiderava avere un vino particolare proveniente da Bolgheri. Questo vino è fatto al 100% di Cabernet Franc, ma non è detto che verrà fatto tutti gli anni e con lo stesso uvaggio. Se in futuro uscirà di nuovo, dovrà essere in un’annata eccezionale e con un uvaggio il più riuscito tra gli altri, nella sua zona di produzione di Bolgheri. Di questa prima annata sono state prodotte solo 3.000 bottiglie, tutte numerate, e l’azienda avrà, secondo me, qualche problema, vista la poca quantità prodotta, ad accontentare tutta la sua numerosa clientela. Questo vino dovrà sostare ancora un po’ in bottiglia per far sì che il legno si fonda completamente al vino. Il prezzo di vendita dovrebbe essere similare a quello del Solaia. 96/100

Più di un anno fa mi telefonò Renzo Cotarella, direttore generale della Marchesi Antinori, per invitarmi a pranzo, a Firenze, presso il Palazzo Antinori, allo scopo di farmi assaggiare un vino. Mi recai all’appuntamento e Renzo mi fece accomodare nella saletta delle degustazioni, dove mi fu servito, in modo bendato, un vino. Renzo mi disse che aveva piacere di avere un mio parere, facendomi presente che poche persone avevano avuto il privilegio di assaggiare quel vino. Il colore era rosso rubino intenso. L’approccio olfattivo è stato di quelli che non si dimenticano, il mio olfatto è stato piacevolmente travolto da profumi intensissimi di oliva nera, seguiti da note fruttate di ciliegia marasca, mora matura, mirtillo,

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AZIENDA MONTEVERTINE – LE PERGOLE TORTE 2008 (Uvaggio: Sangiovese 100%) gr. 13% Era tanto tempo che non sentivo un Pergole Torte di questo livello. Ricordo che il 2001 era un vino di grande livello, il 2003 con frutta un po’ matura, il 2004 con grande classe, che si avvicinava abbastanza al 2001, il 2005 con una piacevole ricchezza olfattiva, ma con non tanta persistenza, il 2006 con molta struttura, con un buon equilibrio, ma ancora giovane, il 2007 con struttura misurata, ma con eleganza e signorilità incredibili, già pronto, alla sua uscita, per essere bevuto e goduto. Il 2008 racchiude quello che c’è di positivo nelle citate annate, è un vino di struttura, elegante, con tannini di qualità e di spessore. Si tratta di un vino giovanissimo, già piacevole ora, ma che avrà bisogno, al contrario del 2007, di tempo per mettersi a fuoco. La produzione del 2008 è stata inferiore del 30% rispetto alla normale produzione e il formato massimo è stato quello del doppio magnum. L’azienda, con la morte di Sergio Manetti, ha avuto un momento di incertezza nel produrre un vino di alta qualità, ma già con il 2001 si è entrati nel gotha della qualità e Martino, figlio di Sergio, ha mostrato tutte le sue grandi capacità, centrando varie annate. Quello che mi piace di Martino è la sua obiettività, se il suo vino è buono, ovviamente, lo dice, e, se il suo vino non lo convince molto, fa altrettanto. Questo vino è stato da me degustato l’8 febbraio 2011. Veste un bellissimo rosso rubino con lievi riflessi porpora chiaro. Al naso appaiono subito le note tipiche de Le Pergole Torte, la ciliegia e la grafite, intensa, seguite da nitidi profumi di pelle, affumicato (tizzone del legno), pepe nero e noce moscata lievi. Il percorso olfattivo prosegue con toni intensi di canfora, violetta, caramella mou al latte, amido del tessuto di cotone, per terminare con dei soffi di menta. L’incontro gustativo è di quelli che non si dimenticano, il vino si allarga in tutta la bocca, ha una bellissima bevibilità, con sentori di caucciù e di erborinatura. Bel corpo medio con sapidità e mineralità ben identificate. Vino, nonostante la sua gioventù, ben equilibrato, con generale spalla acida che copre la massa alcoolica, aiutata da un tannino largo quasi completamente (6/6- -), dolce, grasso, di spessore, compatto, inizialmente vellutatato, che finisce asciugandosi lievemente nel rispetto della tipicità del Sangiovese. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di violetta. Vino entusiasmante, giovane e da lungo invecchiamento. Sarà piacevole seguire la sua evoluzione negli anni. Il prezzo in enoteca dovrebbe essere sugli € 70,00. 96/100

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PERCORRENDO LA CHE DI

DIRE PER LE MURA

STRADA DAL

CHE

CENTRO

DANNEGGIATE

CASTELNUOVO

BERARDENGA CONDUCE AL CASTELLO DI BROLIO, S’INCONTRA IL CASTELLO DI SAN GUSMÈ IN CHIANTI, PERFETTAMENTE CONSERVATO CON LA SUA ANTICA STRUTTURA, GLI ARCHI SOVRASTATI DA STEMMI, LE SUE CASE STRETTE E LE ANGUSTE STRADINE IN SALITA. NEI PRESSI, IN CIMA A UNA COLLINA, UN PICCOLO GRUPPO DI PITTORESCHE CASE COLONICHE E UNA PICCOLA CHIESA SON TUTTO QUELLO CHE È RIMASTO DEL PAESE DI CAMPI. UN PÒ PIÙ IN BASSO, POCO RESTA ANCHE DEL CASTELLO DI SESTA, CHIAMATO SESTACCIA, ACQUISTATO NEL 1388 DAL COMUNE DI SIENA DA FARINATA E ADRIANO UBERTINI: LA FORTEZZA, CON UN CIRCUITO MURARIO A PIANTA ELLITTICA, È RIMASTA IN BUONE CONDIZIONI, MA NON ALTRETTANTO SI PUÒ

RISULTANO

MALAPENA DAL

SUOLO.

O

A

AFFIORANTI ANCHE

DEL

VICINO CASTELLO DI CETAMURA, GIÀ FEUDO DEI RICASOLI, POSTO AL DI LÀ DELLA GOLA DELL’ANCHERONA, RESTA SOLO IL RUDERE DELLA PORTA D’ACCESSO. MA QUELLO CHE RESTA DI QUESTI LUOGHI È A OGNI MODO IL FASCINO ANTICO CHE FA DA SFONDO A UN LUOGO CULT DEL CHIANTI VERO, QUELLO CHE TUTT’ORA RIMANE IL POLO AGGREGANTE DI SAN GUSMÈ, IL RISTORANTE ENOTECA “SIRA & REMINO”, CHE NESSUNO NEI PARAGGI E OLTRE PUÒ DIRE DI NON CONOSCERE. UN LUOGO CHE NON È SOLO UN LOCALE DOVE MANGIAR BENE, MA CHE È DIVENUTO UN MODO DI PASSARE UNA SERATA, UN MOMENTO RICREATIVO E SOCIALIZZANTE CHE VA BEN OLTRE IL CIBO.


La tavola della Vigilia Jacopo Rossi

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Tutti sperano qualche cosa a Natale, tutti sono in aspettativa; gl’impiegati e i commessi attendono le gratificazioni, i medici e gli avvocati fidano su i capponi e su i caciocavalli dei loro clienti; i maestri di scuola chiudono le loro porte agli alunni e la aprono agli allievi pennuti; gl’innamorati aspettano i dolci delle loro amanti e viceversa gli uscieri, i domestici, le fantesche, e tutta l’infinita generazione dei portinai, ciabattini, artieri, e facchini dànno l’assalto dei cento di questi giorni a dritta e a manca. Bel giorno è questo pel basso ceto! (F. Mastriani, il Natale in Napoli, 1857)

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La tensione, fanciullesca, alla Vigilia di Natale è la vera protagonista: anche Mina, in un suo successo di molti anni fa, la celebrava, chiedendo in regalo il ritorno dell’amato invece di un banale giocattolo. Tv e giornali sono già pieni di spot e slogan natalizi, le vetrine risplendono di luci e festoni da giorni, alberi e variegati esemplari di Babbo Natale sono entrati ormai di prepotenza nel nostro campo visivo. Si dilatano i tempi della festa: nonostante il giorno di festa rimanga, perlappunto, lungo un giorno, adesso i ritmi del marketing impongono di iniziare a “celebrare” un mese prima la nascita del Bambino, scevra ormai, col passare degli anni, per molti da ogni significato religioso. Nemmeno il Natale e la sua Vigilia dunque fanno eccezione al dogma secondo il quale “una volta era tutto diverso”. E, di conseguenza, nel corso della storia, è cambiato anche il modo di mangiare durante tali feste: infatti, se oggi, in molte zone d’Italia il cenone del 24 sera è sinonimo di opulenza, un tempo era invece simbolo di “severità alimentare” e “di magro”, con portate di pesce sulle tavole di tutta Italia, pur con le usuali differenze dovute alle distanze, anche brevi. Le dicerie e le superstizioni in genere godevano di maggior successo rispetto ai giorni nostri: mangiare zucche il giorno precedente al Natale era considerato di buon auspicio. Il 23 di dicembre si bolliva la zucca, benaugurante per l’ottima salute e quel che ne avanzava veniva lasciato in un piattino accanto a un pezzo di pane e al sale grosso, che veniva poi usato per salare il brodo il giorno successivo. Tra le cabale si annoverava anche l’abitudine di mettere in fila dodici bucce di cipolla, simboleggianti i mesi dell’anno, cosparse di sale. Al mattino successivo le bucce dove il sale era sciolto indicavano i mesi più piovosi dell’anno nuovo che si avvicinava. Un’altra tradizione era lasciare la tavola apparecchiata con i piatti sporchi fino a mezzanotte: forse per onorare i cari scomparsi e farli “idealmente” avvicinare al convivio, forse per l’eventuale passaggio di chissà quale santo. Quando i famosi piatti poveri erano davvero poveri, ossia economici, e non costavano quanto i raffinati gourmet dei migliori ristoranti in Toscana, ad esempio, era consuetudine consumare una minestra di ceci e baccalà, accompagnata, quando la sorte arrideva, da castagne secche, cotte in acqua salata. In molte altre zone d’Italia si mangiavano anche, e si mangiano tuttora, capitoni ed anguille, queste ultime marinate e mangiate insieme alle piccole acquadelle fritte, tonno, acciughe, presenti anche come condimento di spaghetti. Nel Veneto spicca il baccalà alla vicentina, nato alla fine dell’Ottocento alla trattoria “Polenta e baccalà” della siora Vitoria, al secolo Giuseppina Terribile in Bianco. Nel mantovano si consumano tortelli di zucca irrorati di vino, il bevr’in vin, una sorta di aperitivo-antipasto tipico della città e della sua provincia. A seguire il menu della vigilia prevede, tra gli altri, cefalo cotto con le interiora e mostarda mantovana. Il risotto alla certosina è proprio invece del milanese, cucinato su ricetta dei monaci pavesi. In Emilia, solitamente, i cappelletti in brodo aprono la cena della Vigilia, che si conclude con la tradizionale spongata, dolce con noce e miele. Uno dei piatti della tradizione laziale è invece la pasta con in broccoli in bordo d’arzilla, una specie di anguilla, decantata anche da Aldo Fabrizi in un suo sonetto, mentre nel vicino Abruzzo, soprattutto ad Ancona, nei piatti regna lo stoccafisso. Natale in casa Cupiello, che propone uno spaccato della società napoletana, ci mostra un cenone contraddistinto dal pesce e dai dolci tipici. Sempre a Napoli la tradizione inoltre impone di digiunare, o quasi, a pranzo, sostituendo al pasto la pizza con le scarole. Al sera alle portate di spaghetti con vongole o lupini e baccalà fritto si affiancano l’insalata di rinforzo, a base di cavolfiori ed i broccoli al limone. Per finire zeppole, struffoli, mustaccioli e susamielli. Sul tacco d’Italia regna invece il cappone, arrosto o in umido e le cartellate, sfoglie sottili impregnate di vincotto o miele. A cavallo dello stretto di Messina sono diffusi, infine, il pesce spada alla ghiotta e la pignoccata, pignolata, al miele.


Nel resto d’Europa le tradizioni non sono poi così dissimili dalle nostre. In Polonia è usanza lasciare su scaffali, mensole e tavoli piccoli ramoscelli d’abete, ornati da palline o candeline: questi piccoli addobbi sono detti stroiki. La sera della Vigilia, per dare il via ai festeggiamenti, di solito, si aspetta la prima stella nel cielo, che dà il via alla cena. Il menu tradizionale prevede dodici portate vegetariane come, ad esempio, insalata di patate bollite con le aringhe; zuppa a base di farina di segale e minestra di bietole e funghi; carpa all’ebrea con carote, sedano e rapa. Da bere c’è il tradizionale kompot, una bevanda di frutta cotta, utilizzata come digestivo. Fra i dolci tipici si annoverano il sernik, una torta di formaggio; il keks, una sorta di plumcake con frutta candita ed il makowiec, grosso involtino dolce ripieno di semi di papavero ammorbiditi con liquore. La cena della Vigilia in Armenia è caratterizzata invece dalle spezie, presenti nelle soudjour, un insaccato simile alle nostre salsicce, nella pasterma, una portata composta da fette di carne molto fini rivestite di una salsa saporita, nella dolma, un involtino di foglie di vite al riso. Nella Repubblica Ceca invece il 24 dicembre, detto Štedrý den, “giorno generoso”, si dovrebbe digiunare tutto il giorno per vedere, alla sera, lo zlaté prasàtko, il maialino d’oro, simbolo portafortuna per l’anno a venire. A tavola regna la carpa, allevata spesso in laghetti artificiali e venduta in grandi vasche che popolano strade e piazze sotto le feste. La cena si conclude con uno strudel di mele oppure con un pane natalizio detto vánocka. In Germania dominano invece l’oca arrosto e la carpa blu, alle quali seguono i lebkuchen, grossi biscotti allo zenzero ed il Christbaum Gebäck, caratteristico dolce a forma d’albero di Natale, entrambi bagnati dal tipico gluhwein, il vin brulè. 59

Nei paesi nordici, come la Svezia e la Finlandia, dove il Natale è ovviamente molto sentito vista la contiguità della patria di Babbo Natale, la cena si snoda tra minestre di riso, polpettine, salmone e crema di riso al latte. Di sera, prima di sedersi a tavola spesso le famiglie si sottopongono alla tradizionale sauna. Tornando alle zone d’influenza latina, in Francia per la cena della Réveillon le pietanze variano da regione a regione: al salmone affumicato e alle ostriche parigine si “contrappongono” il prosciutto arrosto e l’oca dell’Alsazia: in tutto il Paese però è d’uopo consumare il Bûche de Noël, un fagotto al cioccolato, oppure il Galette des Rois, la “torta dei re”, fatta di pasta sfoglia ripiena con crema di mandorle, contenete una statuetta portafortuna. In Spagna, molto simile a questo dolce è il Roscos de Reyes, una ciambella di pasta soffice glassata e ricoperta di frutta candita, contente una statuina raffigurante un re, portafortuna per chi la scova, ed una fava, segno di malaugurio per il malcapitato che la trova. Viene spartito tra i commensali al termine di un cena a base di pescado e mariscos (pesce e frutti di mare), corsero (agnello), pavo (pollo) e jamòn serrano (prosciutto), il tutto accompagnato da vino cava, una sorta di vino frizzante.


Attraversando, idealmente, il Mediterraneo c’è l’Africa, dove, nonostante le conosciute difficili condizioni socioeconomiche, il Natale viene comunque festeggiato. In Ghana la tavola, dove troneggiano soprattutto il riso con il pollo e la frutta, l’albero di Natale più diffuso è, tradizionalmente, il mango. Nella Repubblica del Congo le tavolate all’aperto, alle quali partecipano indifferentemente parenti ed amici, recano maialini da latte arrostiti, riso giallo con uva e budini di prugna. Nel vicino Kenya la portata principale è il nyama choma, un arrosto di capra. La seconda traversata, ben più lunga, taglia l’oceano e termina sulle coste del vecchio Nuovo Mondo, in Alaska, per la precisione: sono già pronte le frittelle con lo sciroppo d’acero, la piruk, una torta salata di pesce ed il salmone affumicato. Più a sud, negli Stati Uniti, l’assenza di un menu specifico è compensata dalle fastose celebrazioni americane: il 26 novembre inizia ufficialmente il periodo natalizio con l’arrivo di Babbo Natale sulla storica 34° strada per la Macy’s Thanksgiving Day Parade e l’enorme abete decorato del Rockfeller Center. Ancora più vicino alla linea dell’Equatore, in Messico, dove alla fine di dicembre si beve navideño, un caldo ponche alla frutta, i festeggiamenti sono contraddistinti da una popolare tradizione: las posadas, una rievocazione delle peripezie di Giuseppe e Maria per cercare alloggio prima di approdare alla stalla. La “processione” finisce a casa di un abitante del villaggio, che offre cibo e bevande a tutti coloro che hanno seguito la posada ed, ovviamente, ai biblici sposi. Una manifestazione simile esiste in Costa Rica, dove si rispetta anche il dogma dell’astensione dalla carne: il piatto protagonista della vigilia, infatti, è l’escabeche, uno sformato di carote, cavoli, peperoni, cipolle, piselli ed aceto. Aggiungendo a questo mais e carne di maiale si ottiene la picana, piatto della tradizione culinaria della Bolivia. Il tour sudamericano si conclude con la Colombia dove all’ajaco, una zuppa di patate, pollo e mandorle, si accompagna tradizionalmente un bicchiere del forte sabajòn, una mistura di tequila, uova, latte, vino e whisky. In Argentina invece, vista anche la preminente presenza di immigrati italiani, i festeggiamenti natalizi non si distaccano molto dai nostri, se non che si svolgono in un clima più vicino alle nostre estati che alle nevicate dicembrine. 60


Lo stesso clima, dove le temperature sfiorano i 40 gradi all’ombra (dell’albero di Natale), investe le feste in Australia, dove comunque non si rinuncia al tacchino arrosto ed al pudding recante una nocciolina d’oro benaugurate. Tra gli appuntamenti irrinunciabili merita un posto di rilievo, il pranzo del 25, in costume da bagno, a Bondi Beach, vicino a Sidney. Nella vicina Nuova Zelanda, dove l’albero da decorare si chiama pohutokawa, si mangia il pavlova, una meringa di fragole e kiwi, dedicata, pare, da uno chef ad una ballerina russa agli inizi del Novecento. Curiosamente, si sta diffondendo l’usanza di celebrare un secondo Natale il 25 luglio, quando il clima è più vicino allo stereotipo occidentale. Dal succitato Occidente ad Oriente il passo è meno breve

di quel che si pensa: nelle Filippine si celebra la spagnola Misa de Gallo, la messa di mezzanotte, che può durare fino all’alba. Piatto tipico è il bibingka, una torta salata di riso e verdura, consumata con il tè salabat. Di contro, in Giappone, il lato commerciale prevale: Santa Kuroshu, un ibrido tra il Babbo Natale tradizionale e Hoteiosho, una divinità del pantheon nipponico, porta regali ai piccoli e spopola nei centri commerciali. Qui si conclude il nostro viaggio ideale alla scoperta delle diverse usanze di festeggiare il Natale nel mondo. Ma italiani e tedeschi, spagnoli e francesi, kenioti e messicani, argentini e neozelandesi, colombiani e giapponesi, tutti sembrano uniti dal comune denominatore del voler stare insieme, con familiari ed amici, attorno ad una tavola imbandita con qualsiasi pietanza.

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Ricciarelli di Siena unico dolce Igp Elena Conti

Unico prodotto dolciario ad esserlo, il Ricciarello di Siena è diventato Igp. Un riconoscimento che bloccherà tanti falsi ricciarelli messi in commercio grazie anche una tecnica innovativa per controllare la genuinità delle materie prime messa a punto dai laboratori Cogep dell’Università di Siena. «L’immagine dei dolci della tradizione di Siena – commenta Mauro Rosati segretario generale della Fondazione Qualivita – è sicuramente molto appetibile. C’è il legame con la storia, con la cultura e soprattutto con il Palio. Molte imprese, in diversi settori, hanno cercato in questi anni di avvalersi del brand “Siena”. Adesso con l’indicazione geografica, le aziende di produzione dolciaria potranno tutelarsi meglio e soprattutto far capire la differenza qualitativa fra i prodotti autentici e quelli generici. Il disciplinare e il piano di controllo per la produzione dei Ricciarelli di Siena Igp sono molto rigidi proprio a garanzia della nostra tradizione, della nostra immagine e soprattutto della qualità alimentare che da sempre è un elementlo distintivo del nostro territorio». Per la certificazione dei Ricciarelli di Siena Ipg, i ricercatori del Cogep, spin-off dell’Università di Siena, hanno appositamente sviluppato un sistema analitico, attualmente unico in Italia, finalizzato al controllo dell’autenticità delle materie prime utilizzate, soprattutto le mandorle, con l’utilizzo sia di tecniche sul Dna sia di analisi chimiche mirate. I Ricciarelli di Siena Igp possono, infatti, incorrere in due tipologie di frode. La sostituzione della farina di mandorle con quella prodotta dalla macinazione delle armelline, i semi del nocciolo

dell’albicocca che hanno un sapore più amarognolo e che ha un prezzo decisamente inferiore alle mandorle, o addirittura l’utilizzo di farine disoleate, che sono le farine parzialmente private di grassi proveniente dagli scarti della produzione di olio di mandorle ed utilizzate generalmente per l’alimentazione animale. L’utilizzo di tali farine diminuisce la qualità del prodotto dolciario e non è previsto nel disciplinare dei Ricciarelli Igp. Il disciplinare di produzione prevede l’impiego esclusivo di mandorle dolci in percentuale variabile dal 30 al 50% ed una quantità massima del 6% di mandorle amare. «Il contenuto in grassi dei Ricciarelli Igp secondo il disciplinare di produzione, può derivare solamente dalle mandorle, dal momento che non è prevista nei Ricciarelli di Siena Igp alcuna altra fonte di grassi», spiega Antonella Autino ricercatrice del dipartimento di Scienze Ambientali “G Sarfatti” dell’Università di Siena. «L’analisi dei grassi presenti nei Ricciarelli, sia in termini quantitativi che qualitativi, può dare un’indicazione della quantità di mandorle utilizzata per la loro produzione e dell’eventuale utilizzo di farine di mandorle disoleate». «Questo sistema», conclude Autino «messo a punto sui Ricciarelli di Siena Igp è stato disegnato per identificare con certezza l’utilizzo degli ingredienti richiesti dal disciplinare di produzione e individuati dal consorzio promotore dei Ricciarelli di Siena Igp, per garantire l’ identità e l’ autenticità del prodotto stesso. Tali analisi permettono di verificare se effettivamente il profilo genetico ottenuto nel campione da controllare corrisponde a quello che ci si dovrebbe attendere sulla base dei dati molecolari preventivamente determinati e presenti in banca dati». I Ricciarelli di Siena Igp, ad oggi, sono l’unico prodotto dolciario registrato per l’Italia dalla Comunità Europea e l’unico prodotto sia agroalimentare che enologico a riportare nell’indicazione geografica “Siena”.

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Spumanti italiani Esplode la mania Andrea Settefonti

Annata con il botto, quella 2011, per le bollicine italiane in particolare grazie alle esportazioni. «Le vendite all’estero hanno avuto un balzo in avanti del 18%, soprattutto dovuto ad una forte richiesta di Asti e Prosecco», commenta Giampietro Comolli dell’Osservatorio economico sui vini spumanti (Ovse). «Per quanto riguarda i prodotti stranieri importati in Italia, si assiste ad un grosso calo per il Cava, si stimano circa 250mila bottiglie consumate nell’anno, mentre lo Champagne tiene e conferma la ripresa del 2010 con circa 6,5 milioni di bottiglie consumate e circa 1,2 milioni di bottiglie esportate dall’Italia. Complessivamente l’Italia si piazza al quinto posto tra i Paesi al mondo per importazione». In Italia le bollicine non soltanto Asti, Prosecco o Franciacorta, ma anche i vini frizzanti, segmento che segna «un progresso significativo e i frizzanti sembrano rappresentare la chiave per entrare nei nuovi mercati, conquistare i consumatori neofiti. Nel 2011 sono circa 800 milioni le bottiglie di vini frizzanti prodotte in Italia delle quali 500 milioni esportate». Il buon andamento del mercato e la vendemmia scarsa hanno fatto bene ai prezzi di uve e vini. «Si assiste ad una forte crescita dei prezzi dei vini base per ottenere i vini spumanti di Prosecco Doc e soprattutto del Cartizze Superiore di Valdobbiadene Docg», continua Comolli. «I prezzi dei vini e dei mosti oscillano fra 1,80 e 7 euro al litro sfusi con il Cartizze Superiore Docg che ha toccato un prezzo medio di 16,5 euro alla bottiglia». Un prezzo evidentemente dettato anche dal fatto che «di Cartizze se ne producono solo 1,3 milioni di bottiglie visto che la zona di produzione è fissa e bloccata, 106 ettari senza possibilità di espansione». I principali mercati stranieri delle bollicine italiane sono la Russia, +25% sul 2010, la Germania (+12%), il Brasile (+9%). «In Italia i consumi domestici sono ancora in crescita per spumanti e frizzanti dove sale la quota destinata ai vini spumanti a marchio Dop (+7%) e calano i consumi di bottiglie spumanti senza una chiara origine di provenienza del vino». Se guarda in Francia, i “cugini” non sono più il primo produttore al mondo ma restano i primi per fatturato e, con 290 milioni di bottiglie all’anno, 181 milioni di solo Champagne, i secondi consumatori al mondo. Il giro d’affari totale dei vini effervescenti francesi è di 4,9 miliardi di euro, di cui circa 4 mld di euro per il solo Champagne.


Quota 25 milioni per il Prosecco

«Entro 25 anni la richiesta di mercato del Prosecco supererà il miliardo di bottiglie». È la previsione di Gianluca Bisol, produttore di Prosecco e Cartize, illustrata in occasione del Wine Future 2011 di Hong Kong all’interno del dibattito sugli spumanti - Sparkling Wines Now & Then. «Il Prosecco, così edonistico, piace e diverte. La sua forza risiede nella sua capacità di farsi conoscere non come status symbol, ma come lifestyle symbol», spiega Bisol. «In questo rappresenta perfettamente la qualità e lo stile di vita europei: fine, moderno ed informale». Il successo del Prosecco era già stato anticipato dallo stesso Bisol nel 2006 quando aveva fatto notare come «se le tendenze di mercato mondiali per il vino spumante continueranno a crescere in questo modo per i prossimi 14 anni, nel 2020 il Prosecco sarà indiscutibilmente il vino spumante più venduto nel mondo». Per quanto riguarda il mercato, «l’area asiatica potrebbe rappresentare un mercato davvero importante se le varie denominazioni del Prosecco sapranno presentarsi insieme, rispettando e valorizzando le singole peculiarità».

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L’investimento liquido si fa per passione Martina Cenni

Investimento liquido. Questa formula si confà strategicamente a ciò di cui si occupa l’Elite Advisers, società lussemburghese che gestisce e promuove, tra gli altri, il fondo di investimento sul vino “Nobles Crus”. Le vin: un investissement liquide recita in effetti lo slogan, legando con quell’ultimo termine i due estremi dell’espressione: denaro e vino. Magari ci avete provato anche voi. Magari custodite qualche pezzo di pregio nella vostra cantina e siete, o vi considerate, veri intenditori. Cosa ben diversa, però, è decidere di investire nel vino e farlo con cognizione di causa. Miriam Mascherin e Michel Tamisier si occupano di questo. Dopo un’esperienza di oltre vent’anni nel mondo della finanza, i due cofondatori hanno unito le forze e nel 2007 hanno lanciato l’Elite Advisers, società specializzata nella creazione di prodotti di nicchia e nella loro trasformazione in fondi d’investimento. Questo è il punto di partenza. Miriam e Michel partono da una costante e da un bisogno raccolto nel corso della loro esperienza da parte degli investitori. Questi, infatti, dopo aver impegnato il loro denaro, perdono ogni collegamento con l’investimento, abilmente rimpiazzato da schede tecniche spesso incomprensibili, moduli complicati, statistiche e numeri che poco aiutano il cliente a “sentire” il proprio impegno finanziario. Così Elite Advisers ha scelto di proporre ai propri acquirenti investimenti concreti, tangibili e, come loro stessi li definiscono, entusiasmanti. Investimenti differenti dai prodotti “classici” e rivolti a settori che riflettono desideri e passioni del cliente. E così arriviamo all’altro concetto fondamentale di questa originale società di investimenti: Passion In-

vestment. L’idea è quella di portare «un po’ di emozione nella finanza e di ricreare un legame tra investitore e prodotto». Così le passioni e i desideri dei clienti, siano essi rivolti a orologi, grandi vini, diamanti, auto d’epoca o pezzi d’arte, si trasformano in fondi d’investimento alternativi, concreti, personali e in completa de-correlazione con i mercati. Passion Investment offre quindi soluzioni di investimento che stimolano l’immaginazione tanto quanto il portafoglio, combinando l’entusiasmo e l’emozione alla ragione e alle prestazioni. In questo senso, spiegano i due esperti, questi prodotti di lusso rappresentano investimenti sicuri contro l’inflazione e tendono a seguire meno le fluttuazioni dei mercati, almeno secondo i trend degli ultimi anni. Un 14% del totale degli investimenti di Elite Advisers insistono proprio sul settore dei vini pregiati, considerato davvero un bacino a forte rendimento. Alcuni studi mostrano, in effetti, aumenti costanti del valore dei vini, sia bianchi che rossi, sui mercati internazionali, e cali trascurabili anche nei peggiori periodi di recessione. Gli stessi risultati del lavoro costante di Miriam e Michel mostrano che «includere vini, specialmente prestigiosi, in un portafoglio aumenta il rendimento di questi ultimi, riducendo il rischio, soprattutto in tempi di crisi finanziaria». Il vino, in effetti, è l’unica risorsa fisica che migliora nel tempo, che viene prodotta in quantità molto limitata e i cui volumi non possono essere aumentati. Detto questo, chi può ancora sostenere che non può esserci passione ed emozione negli investimenti?

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La campagna olivicola 2011 secondo Giorgio Franci Martina Cenni

La campagna olivicola 2011 è stata sicuramente una delle più difficili degli ultimi anni, in particolare in Toscana, diciamo un’annata paragonabile al 2003. Il gran caldo di fine agosto e di settembre ha compromesso la raccolta, poiché l’oliva, disidratata dal sole e con poca polpa, ha subito un processo di maturazione anomalo, con cambio precoce di colore, che ha determinato un perdita delle note fresche e vegetali. Il rammarico di Giorgio Franci, del rinomato Frantoio Franci di Montenero d’Orcia, ci racconta di una raccolta critica e di uno stress climatico che, anche gli olivi più vecchi, non sono stati in grado di sopportare: «Purtroppo ci sono stati momenti, quest’anno, in cui non c’era un olivo che non avesse chiuso la foglia e raggrinzito l’oliva». Si parla di un 30/40% in meno di produzione e di una resa scarsissima, in alcuni casi anche intorno al 10%. È andata meglio per altre regioni, come la Puglia, la Calabria e alcune zone della Sicilia, per esempio il Trapanese, che hanno avuto buoni risultati. Il Centro Italia, invece, ha risentito enormemente del gran caldo e della siccità di fine stagione, solo quando sono arrivate le prime piogge di fine ottobre, il quadro agronomico delle piante si è riequilibrato, consentendoci di ottenere oli di maggior complessità aromatica e struttura. Da Franci un esempio su tutti è il quantitativo disponibile di “Villa Magra Grand Cru”, il prodotto di punta del Frantoio, proveniente dallo storico oliveto di famiglia: nel 2010 il quantitativo d’olio che aveva raggiunto lo standard di qualità per poter uscire con questa etichetta erano circa 55 quintali, quest’anno non si è arrivati a 20. Maestria, esperienza e qualche accorgimento in frantoio hanno permesso comunque di produrre oli buoni, per i quali,

nonostante gli elevati costi di produzione, non saranno ritoccati i prezzi. Una scelta coraggiosa, che va di pari passo con la filosofia di quest’azienda, nata negli anni Cinquanta del secolo scorso: la qualità assoluta, ricercata senza alcun tipo di compromesso. Tutte le etichette del “Frantoio Franci” hanno una matrice e uno standard di qualità ben definito per caratteristiche organolettiche e parametri fisico-chimici, che garantiscono comunque al consumatore una continuità qualitativa, pur nella variabilità delle annate. Tradizione, ma anche ricerca e innovazione: già dalla campagna 2010, il Frantoio Franci si avvale di una macchina Pieralisi di ultima generazione, che contribuisce non poco alla qualità finale dell’olio che qui si produce. Si tratta, come spiega Giorgio, di una centrifuga che coniuga le migliori prestazioni del due fasi con quelle del tre fasi. Lavora, come il primo sistema, senza bisogno d’acqua aggiunta, riuscendo così a estrarre più polifenoli, gli antiossidanti naturali che costituiscono la parte salutisticamente più interessante dell’olio e che contribuiscono a conferire una struttura importante al prodotto. Come il tre fasi, invece, produce una sansa poco umida, circa al 45-50% di umidità, quindi di facile trasporto e smaltimento. Questa centrifuga consente, in definitiva, di ottenere il massimo beneficio sia in termini di quantità e qualità estrattiva, che in termini di gestione degli scarti. «È stata utilissima soprattutto in questa difficile annata – dice Giorgio – perché, per come è stata concepita, nella fase estrattiva risente molto meno delle difficoltà dell’oliva, rispetto alle macchine tradizionali». E se stagioni come questa capitano, per fortuna, circa ogni dieci anni, siamo certi che la prossima sarà ottima.

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Il meraviglioso mondo delle bollicine Paolo Baracchino info@baracchino-wine.com p.baracchino@virgilio.it www.baracchino-wine.it

Mi accingo a scrivere sullo champagne, vino che amo particolarmente, quando ovviamente è di buona qualità olfattiva e gustativa, si tratta quindi di bollicine fatte naturalmente e non artificialmente, con l’aggiunta di CO2. Non me ne vogliano, per questa mia preferenza, i produttori di bollicine artificiali, ma il piacere è piacere. Recentemente sono andato con l’amico Leo Damiani, direttore della Marchesi Antinori, e altri amici livornesi in gita nello Champagne e siamo stati ospiti a Reims della Maison Perrier – Jouet. Da più di un anno la Marchesi Antinori è distributrice per l’Italia degli champagne Perrier – Jouet. Durante la mia visita alla Maison ho potuto degustare gli champagne, dalla stessa prodotti, insieme all’enologo Hervé Deschamps e ai direttori dei vari settori dell’azienda: è stata una bella esperienza e mi sono fatto un’idea chiara degli champagne prodotti da questa Maison, della loro ricchezza olfattiva e della piacevolezza gustativa. Per la Marchesi Antinori non deve essere stato semplice passare da un’azienda come Krug, leader mondiale indiscussa, a una diversa azienda. La scelta è stata intelligente perché lo stile Perrier Jouet è diverso da quello di Krug e quindi un paragone tra le due Maison non è possibile. La vinificazione, i profumi, i sapori sono completamente diversi. Quello che mi ha colpito di questi champagne è la ricchezza olfattiva, non comune, la nota di violetta presente al gusto nel Grand Brut e la mandorla tostata e salata con grani grossi presente nella Belle Epoque, compreso il Blanc de Blancs, mandorla che ricordo di aver sentito anche nella Belle Epoque annate 1998 e 1999. Vi suggerisco di bere il 1999 per la sua piacevolezza, struttura, persistenza e per il finale gustativo di agrumi e in particolare di pompelmo giallo. La bottiglia de la Belle Epoque è pluricentenaria, infatti risale al 1902, quando Emile Gallé la creò per la Maison e rappresenta un bell’esempio di Art Nouveau.

Quando si parla di champagne la Belle Epoque si ha subito davanti agli occhi questa stupenda e particolare bottiglia. Passiamo quindi alla descrizione degli champagne da me degustati.

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GRAND BRUT non millesimato (Uvaggio: Chardonnay 20%, Pinot Noir 40% e Pinot Meunier 40%) Veste giallo paglierino chiaro con perlage abbastanza fine e abbastanza continuo. Profumi nitidi vari e abbondanti, dai quali emerge, subito, una ricca nota di pietra focaia, seguita da profumi di fiori bianchi, mela golden, molto matura, amido del tessuto di cotone, cuoio, confetto (bon bon da matrimonio), luppolo, castagna secca, miele, anice stellato, legno tostato, iodio, sedano fresco, crosta di pane, nocciolina, lievi, sapone di Marsiglia, per terminare con sentori di buccia di agrumi. Bocca caratterizzata da un perlage non aggressivo, da piacevoli sapidità e mineralità e da un corpo lievemente inferiore alla media. Vino ben equilibrato, con spalla acida in evidenza sulla massa alcoolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa con sorprendente finale di violetta, seguita dall’albicocca lievemente verde. Questo champagne ha una ricchezza olfattiva fuori dal comune, sicuramente superiore al gusto. 89/100

CUVÉE BELLE EPOQUE annata 2004 (Uvaggio: Chardonnay 50%, Pinot Noir 46% e Pinot Meunier 4%) Veste un bellissimo giallo oro con perlage finissimo e abbastanza continuo. Il profilo olfattivo risulta elegante e ben disegnato da tocchi di confettura di arancia amara, miele, pepe bianco, grafite, ananas, mandorla tostata salata, melone bianco, acqua di mare (si identifica con il melone bianco), burro di nocciolina, iodio, lampone, nota verde di gambo di ciclamino spezzato, mela, radice di liquirizia, sedano fresco, anice, fiori di pesco, limone, sapone di Marsiglia, per terminare questo lungo e piacevole percorso olfattivo con dei soffi di pasticceria. Al gusto il perlage non è invadente, ma è piuttosto misurato. Vino caratterizzato da piacevole sapidità e mineralità e da un consolidato equilibrio, grazie a una ben calibrata spalla acida, che conduce il comando dell’equilibrio gustativo. Piacevoli sentori di mandorla tostata salata, (sale a grani grandi), limone e pompelmo, sia giallo che rosa, che danno quel lieve amarognolo, tipico del pompelmo, che va a smorzare il dolce del miele. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di mela verde. Naso incredibilmente ricco e vario. Sicuramente questo 2004 è superiore alla Belle Epoque 2002 sia per struttura che per persistenza. 92/100

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CUVÉE BELLE EPOQUE annata 2002 – Blanc de Blancs (Uvaggio: Chardonnay 100%) Veste giallo paglierino con lievi riflessi oro, lucente, con perlage fine e continuo. Naso prismatico con profumi intensi di mela e pietra focaia, seguiti da cenere, sapone di Marsiglia, agrumi, pepe bianco, pomodoro secco, iodio, salsedine, mandorla tostata salata con grani di sale grosso, per terminare con l’acqua di mare, che ha lo stesso profumo del melone bianco. Al gusto si gode da subito un buon perlage delicato e la mandorla tostata salata già sentita all’olfatto, accompagnati dalla mineralità. Vino con buona spalla acida, che domina, senza esitazioni, la massa alcoolica. Abbastanza lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale di mandorla tostata salata e di pietra focaia. 92/100

BLASON ROSÉ Non millesimato (Uvaggio: Chardonnay 25%, Pinot Noir 50% e Pinot Meunier 25%) Veste color rosa cerasuolo chiaro con riflessi rame chiaro, perlage fine abbastanza continuo. L’incontro olfattivo mette in evidenza note di luppolo, iodio, intense, castagna bollita, per poi passare al lampone e alla ciliegia. Al gusto entra subito largo e lungo, mostrando un importante e piacevole struttura, accompagnata da un perlage abbastanza vivo. Vino ben equilibrato, dotato di una buona spalla acida, che sovrasta la massa alcoolica, grazie anche all’aiuto dato da una buona struttura. Il tannino è moderatamente presente, delicato e piacevole. Lunga è la sua persistenza aromatica intensa con finale sia di lampone maturo che di lampone lievemente acerbo. Il problema di certi rosé, e non certo di questo, è che hanno molta acidità, non bilanciata da una buona struttura e causano, almeno a me, acidità di stomaco. Questo è un bel rosé, ben fatto e piacevole. 89/100

CUVÉE BELLE EPOQUE ROSÉ annata 2002 (Uvaggio: Chardonnay 45%, Pinot Noir 50% e Pinot Meunier 5%) Veste colore rosso cerasuolo con bagliori oro, perlage fine, abbastanza abbondante e continuo. L’approccio olfattivo è piacevole con sentori intensi di mandorla tostata salata (grani grossi) e di mela verde, seguiti da profumi di banana verde, rosa rossa, radice di liquirizia, amido del tessuto di cotone, sedano fresco, per terminare con sentori che ricordano la caramella dura al lampone. Al gusto le bollicine sono abbastanza vive, ma piacevoli, mentre il tannino è molto delicato e riservato, difficile da percepire. Vino ben equilibrato con spalla acida ben misurata e piacevole, che sovrasta, senza la minima esitazione, la massa alcoolica. Lunga è la persistenza aromatica intensa con finale di pompelmo rosa e giallo, agrumi più in generale e mela verde. Il Blason ha un tannino più evidente di questo rosé, mentre quest’ultimo ha un perlage, al gusto, più delicato del primo. 91/100

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vino lex

La tutela delle eccellenze enogastronomiche italiane Danilo Tonon

L’Italia è stata sempre ricca di prodotti unici e gli Italiani, sapientemente, hanno sempre ottimizzato l’utilizzo dell’eccellente “materia prima” attraverso la sua trasformazione in prodotti che vengono commercializzati, ricercati e anche un pò invidiati in tutto il mondo, trasformandoli, peraltro molto spesso, in bersagli da parte di improbabili produttori, che tentano di sfruttare la rinomanza di alcuni marchi e denominazioni d’origine per promuovere e vendere prodotti che sono ben lontani dagli originali. Moltissime ormai sono le eccellenze italiane protette attraverso il deposito di un marchio, sia individuale che collettivo e su base nazionale, comunitaria o internazionale. In particolare, il marchio individuale ha il compito di distinguere il singolo prodotto o servizio di un imprenditore. Il marchio collettivo, invece, serve a garantire l’origine, la natura o la qualità di prodotti o servizi. La registrazione di marchi collettivi è concessa a quei soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi e che possono concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti che rispettino determinati requisiti. Di solito il “marchio collettivo” è chiesto da enti e/o associazioni per dare certezza alla provenienza e garanzia della qualità. Ad esempio, pura lana vergine, vero cuoio italiano ecc.... La tutela potrà essere accordata su base nazionale, comunitaria ovvero internazionale. Per la tutela nazionale sarà sufficiente depositare una domanda per marchio d’impresa presso la Camera di Commercio di riferimento o direttamente presso il Ministero dello Sviluppo Economico. Successivamente, rispettati i requisiti necessari per la registrazione, verrà accordata la tutela per dieci anni, rinnovabili all’infinito. Per la “tutela comunitaria” invece, atteso che la durata della protezione rimane invariata (dieci anni dalla data di deposito della domanda), la stessa si estende su tutti i Paesi dell’Unione Europea e segue gli ampliamenti dell’Unione stessa, allargando la tutela anche ai Paesi che entreranno a far parte della UE successivamente. La domanda si presenta all’Ufficio per l’Armonizzazione del Mercato Interno, con sede ad Alicante, in Spagna. Entrambi i depositi di cui sopra sono prodromici al deposito della domanda del marchio internazionale. Infatti, senza aver precedentemente depositato una domanda di marchio nazionale ovvero marchio comunitario, non è possibile richiedere la protezione internazionale di un segno distintivo. La domanda di marchio internazionale, che tutela sempre per dieci anni, viene presentata per il tramite della Camera di Commercio ovvero

del Ministero dello Sviluppo Economico, che provvederà ad inoltrarla al World Intellectual Property Organization (WIPO). Il deposito di una domanda di marchio, anche con specifico riferimento al nome di un prodotto enogastronomico, consente al titolare del diritto di ampliare le armi a disposizione per tutelare il prodotto tipico. Lo Studio Legale e Consulenza Internazionale Tonon – Ferrari & Partners con sedi a Roma, Milano, New York (tgh@studiolegaletgh.com; www.studiolegaletgh.com) ha tra le sue principali attività proprio la tutela dei marchi, sia a livello nazionale che internazionale e la tutela del prodotto/produttore anche all’interno delle varie connesse problematiche dell’import/ export, come i contratti di agenzia e di distribuzione, nonché le sempre più attuali situazioni finanziarie e spesso immobiliari. Da circa vent’anni lo Studio Tonon – Ferrari & Partners ha l’onore di tutelare nel mondo anche il celebre marchio Brunello di Montalcino, che, per saggia lungimiranza degli organi direttivi del Consorzio, è stato depositato in quasi novanta Paesi con successo. Inoltre, lo Studio Tonon – Ferrari & Partners ha costituito al suo interno una task-force specifica per la tutela dei marchi, coordinata dal collega Oscar Servili, che segue anche la c.d. “sorveglianza mondiale” di eventuali contraffazioni, in modo da poter tempestivamente intervenire, se necessario. Infatti capita sempre più spesso che rinomate denominazioni d’origine come, a esempio, il Brunello di Montalcino, protette anche come marchio d’impresa, siano state oggetto di ripetuti attacchi da parte di altri produttori “imitatori”. Nel caso di specie, i tentativi di appropriarsi dei pregi di un marchio celebre come il Brunello di Montalcino sono stati molteplici: da produttori californiani, a produttori Thailandesi, produttori/ imbottigliatori di Honk Kong, nonché altri soggetti, anche al di fuori del settore del vino, che hanno cercato di far riflettere il celebre nome su prodotti di altro tipo. In tutti questi casi, l’immediato intervento produce spesso il miglior risultato! Pertanto, tutelare prodotti tra i più copiati al mondo si traduce oggi in una continua battaglia ai contraffattori ovvero a coloro che sfruttano illecitamente la rinomanza di alcuni marchi, anche celebri, e alcune denominazioni d’origine per trainare i propri prodotti, che celebri non sono. Fortunatamente, esistono validi strumenti, nel nostro ordinamento giuridico, nonché nel panorama giuridico internazionale, che possano arginare il fenomeno dell’appropriazione indebita di pregi di prodotti presenti nelle nostre tradizioni da secoli.

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L’Euphoria si fa in quattro Martina Cenni

È il perfetto equilibrio tra ricercatezza e “leggerezza” a rendere le performance del Quartetto Euphoria apprezzate da un pubblico ampio e spesso anche lontano dalla musica classica. Sono molti i luoghi comuni che questo quartetto d’archi sfata. Le donne cantano, gli uomini fanno musica. La “classica” è noiosa. Quello che mette d’accordo tutti non può essere di qualità. Niente di più sbagliato. Queste splendide musiciste – all’anagrafe Marna Fumarola, Suvi Valjus, Hildegard Kuen e Michela Munari, rispettivamente violini, viola e violoncello – affiancano ad un grande virtuosismo strumentale una capacità comica che trasforma il concerto in performance accostando classica e rock, ilarità e pathos. Il Quartetto Euphoria nasce nel 1999 dall’incontro di quattro artiste della musica contagiate dal virus fantastico della Banda Osiris che, nel 2000, accompagnano nella fortunata tournée di Roll Over Beethoven. Lo spettacolo presentato a Milano al Teatro Ciak, a Torino al Teatro Colosseo, a Genova al Teatro dell’Archivolto, fa più di 130 repliche e 30.000 spettatori. Un successo enorme al quale ne seguono molti altri. Spesso ospite di trasmissioni televisive RAI come Quelli che il calcio, Parla con me, Che tempo che fa, Scalo 76, e radiofoniche, come Caterpillar e Grammelot, il Quartetto affianca, infatti, all’impegno teatrale e alle esilaranti performance un’intensa attività concertistica e l’approfondimento del repertorio classico per molto tempo sotto la guida del Maestro Franco Rossi. Chi ha avuto l’occasione di assistere ad uno dei loro spettacoli non può che esserne uscito piacevolmente colpito o con la sensazione di aver assistito a qualcosa di unico e inimitabile. Nelle loro performance, infatti, la capacità comunicativa della musica, passando attraverso la naturalezza delle interpreti, si amplifica e si accosta ad ognuno in maniera spontanea così che, lontano da rigide forzature intellettuali, ognuno può trovare nei grandi compositori a cui il Quartetto rende omaggio ciò che meglio riesce a cogliere. L’umiltà con cui la musica si offre tanto alle piazze affollate quanto alle ristrette cerchie di ospiti delle grandi occasioni (come nell’omaggio al premio nobel José Saramago o nelle parteci-

pazioni al Premio Tenco) è il segreto di questo piccolo grande concerto. Da Ciaikovskij a Beethoven, da Bob Marley a De André; dalla presenza in trasmissioni radio e TV alle tornée teatrali, fino alle colonne sonore cinematografiche. L’esperienza di questo gruppo di straordinarie professioniste ci mostra come l’arte possa essere apprezzata anche col sorriso sulle labbra e rimarca l’eccellenza del nostro, ancora troppo sconosciuto, panorama musicale. Tra i prossimi appuntamenti del Quartetto Euphoria ricordiamo con piacere quello con il Capodanno di Riccione nello spettacolo allestito in Piazzale Roma al fianco di Dario Vergassola e Stefano Bollani.

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fuori dal green

È Natale Roberto Martini

“Ho deciso: per Natale regalo un visone a mia moglie. Vivo. E affamato.” (m. bernardini)

È Natale. E sono tutti più buoni. Anche al Circolo del Golf. L’Antipatico, durante il Trofeo di Natale, si è lasciato calpestare due volte la linea del putt senza protestare e ha addirittura tollerato uno starnuto improvviso di un compagno, mentre stava approcciando alla 15. Il gesto è stato assai apprezzato dai compagni tanto che, negli spogliatoi, è stato ammesso ufficialmente al Grande Gossip Natalizio (una sorta di resoconto annuale di tutti gli scandali, i tradimenti, le avventure sessuali, le discussioni, le liti, le camarille dell’ultima annata del Circolo). A dimostrazione di un clima di grande serenità tra tutti i soci, è stato anche ammesso al momento più tradizionale e più sentito: la nomina del Cornuto dell’Anno. Il Forestale ha segato il cipresso secolare che si trovava nel mezzo del fairway della 12 (erano mesi che lo “puntava”, dopo averlo colpito tre volte di seguito nella Coppa del Consiglio) e l’ha piazzato nel mezzo della Club House, decorandolo con le palline gialle e rosa fosforescenti regalate dalla signorina del prosciopp. L’Uxorecluso ha scritto una lettera a Babbo Natale e l’ha messa davanti al camino. La Moglie Strega l’ha letta di nascosto e si è commossa… C’era scritto: “Caro Babbo Natale, tu sai quanto io amo mia moglie e soprattutto quanto adoro quella gran donna di mia suocera. Una sola cosa ti chiedo: quando le porterai quel bauletto di Luis Vuitton che tanto desidera, quelle scarpe di Gucci che ha visto in vetrina in Montenapoleone e quell’anello di brillanti che voleva da anni, prova a convincerla a farmi giocare la Coppa del Presidente. E se non ci riuscirai, pazienza, dille che un giorno insieme a Lei è bello più di un putt a siringa da 20 metri…”.

La Moglie Strega c’è cascata e ha fatto una mezza promessa… Il Proscioppista compulsivo, in questi giorni, vive in uno stato di euforia assoluta. Si aggira nel prosciopp come un bambino da Toys e acquista tutto quello che gli passa sotto mano, facendosi fare dei graziosi e colorati pacchetti regalo. Su consiglio della signorina del prosciopp è riuscito a regalare: - Una giacca, un golf e un paio di pantaloni griffati alla moglie; - Un misura distanze al laser e un contacolpi elettronico al figlio (cercando di convincerlo che è un videogioco divertente come il Nintendo); - Un carrello elettrico alla suocera (fantasiosamente definito come “carrello portaspesa” per andare alla COOP); - Una pipa a forma di driver al suocero (che non fuma più da quando è stato operato per un tumore ai polmoni…); - 15 alzapitch dorati ai colleghi dell’ufficio; - Una scatola di palline al commercialista; - Un porta score di pelle alla vecchia zia; - Un portaombrelli a forma di sacca da golf alla cognata (in realtà è una pacchiana sacca da golf gialla e blu, pietosamente riciclata come portaombrelli); - Un golf cart alla figlia neomaggiorenne (sostenendo che si tratta del nuovo modello della SMART cabrio); - Un copri legno con la testa di maiale all’amante. Dopo quattro ore di sciopping selvaggio ha ridotto il prosciopp come un alimentari di Gaza durante l’embargo da parte degli israeliani… La signorina del prosciopp ha fatto la chiusura di cassa cantando Jingle bells ed è partita per le Seichelles con un’amica estetista… Il Gasperino ha promesso a tutti i soci che 78


da domani si comporterà in modo irreprensibile ed educato e che non si soffierà più il naso con la salvietta attaccata al lavapalline. Nel frattempo ha pagato pegno per la scommessa fatta il Natale precedente (si era infatti impegnato a non bestemmiare più, obbligandosi a pagare un euro per ogni bestemmia detta in campo…), staccando un assegno da 2.438 euro… L’Arsenio Lupin si è confessato la notte di Natale. Grazie alla voce calda e suadente di un frate francescano, è riuscito ad ammettere addirittura di aver falsificato 18 scores, di aver giocato 32 palle sbagliate e di aver spostato con la scarpa ben 134 palline mal piazzate. È tornato a casa recitando l’atto di dolore e 15 Paternoster. Il Bracco Italiano, approfittando della chiusura natalizia del Circolo, ha fatto un giro del bosco ritornando a casa con due mazzi di agrifoglio, una corona di vischio e una balla di palline perse. Anche la Cariatide sente il clima natalizio e al termine della gara di bridge per beneficienza, sorseggiando una tisana al karkadè, ha affermato pubblicamente davanti al Segretario che, in fondo in fondo, anche i soci dei campi pratica hanno diritto di esistere. La Signora dalle Tette di Polietilene si è regalata una remise en forme da Messeguè e soprattutto un dono natalizio che meditava da tempo: il fatidico passaggio dalla quarta superiore alla quinta piena. Quando durante il cenone della Vigilia ha esibito ufficialmente la nuova “creatura” (indossando una clamorosa camicia attillata e sbottonata…), a parte le scontate malignità delle donne presenti (in effetti si è notato uno strano disallineamento dei capezzoli, tanto che quello di destra sembra più un brufolone ascellare…), c’è stato un via vai sospetto in bagno degli under 16, a dimostrazione del gradimento della componente maschile. Ma il dramma si è verificato la mattina di Natale, quando – davanti al caminetto – facendo qualche swing di prova, s’è accorta con terrore che il passaggio di categoria le impedisce un corretto back swing. Il Geometra si è regalato uno strano aggeggio comprato su internet che, a suo dire, dovrebbe migliorare l’allineamento sul putt. La moglie e i figli, però, pur non giocando a golf, vedendolo costruire e assemblare come Wil Coyote, sono sempre più preoccupati. Lo Sciovinista ha fatto il presepe. Odia infatti in modo viscerale l’albero di Natale, trattandosi di una intollerabile tradizione scandinava. Ha fatto la capannuccia di legno, le montagne con la carta crespa, la neve col polistirolo, il cielo stellato, ha messo i pastori, le pecore, i Re Magi, l’asinello, il bue e un bel Gesù Bambino sorridente. L’unica cosa che ha lasciato perplessi i parenti e gli amici è che intorno al laghetto fatto con lo specchio, ha piazzato i paletti rossi dell’ostacolo d’acqua… Il Dòdo ha regalato alla fidanzata una quota azionaria del Circolo… «…così, cucciolino mio, puoi imparare a giocare a golf anche te e stiamo sempre, sempre insieme… TI AMO TANTISSIMISSIMO…». Lei ha ringraziato con un sorriso di circostanza e si è precipitata a messaggiare l’amante con testo più o meno similare: «HO VOGLIA DI ESSERE SBATTUTA CON FORZA!!». Il Sapientino è andato con la famiglia a Cortina. Nonostante le rimostranze dei genitori, è riuscito a caricare in macchina, oltre alla Playstation e al sussidiario di italiano, anche il putt, il sand wedge e il ferro 7. Mentre fuori cadeva lenta la neve, ha passato la vigilia in salotto, approcciando svogliatamente col sand, un centinaio di pignette di ginepro nel camino acceso.. Poi è salito in camera, ha acceso il computer e, nonostante la consapevolezza del peccato (aggravato dalla pratica nel periodo natalizio), è passato direttamente dalle pignette alle pugnette. Il Gazzilloro si è presentato alla Cena degli Auguri del Circolo con un vestito da cerimonia affittato. Il Presidente in persona si è dovuto impegnare per convincerlo a non entrare in sala con la tuba in testa e il bastone col pomello di madreperla. A chi ironicamente gli faceva i complimenti per l’abbigliamento, rispondeva orgoglioso: «Hai visto, maremma scannata, ho messo anche le scarpe di pernice…». Dopo un breve conciliabolo tra i consiglieri, è stato confinato (insieme alla moglie vestita da ballerina del can can…) in un tavolo appartato con l’Amante della Natura e la sua signora. È Natale. Sono tutti più buoni. Anche il Segretario. È scappato a Montecarlo, con una cubista moldava. E con l’incasso della Lousiana di Beneficienza per i bambini delle missioni africane. 79


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