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notiziario

PERIODICO del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia

Poste Italiane s.p.a. - Spediz. in abb. post. - codice ROC 25736 d.l. 353/2003/ (conv. in L. 27-02-2004 n. 46) art. 1 - comma 1- DCB - Filiale R.E. - Tassa pagata taxe perçue - Anno XLVI - N. 7-8 di set-ott 2015 - In caso di mancato recapito rinviare all’Ufficio PT. di Reggio Emilia detentore del conto per restituzione al mittente che si impegna a pagare la relativa tariffa.

Nuvole partigiane

Anita

4° episodio: “colpo di pistola”

07-08 2015

set-ott


sommario Editoriale 03 Le sfumature delle realtà, di G. Bertani Scietà 04 Il senso della Resistenza negli “stranieri”. Intervista a Bojan ed Ela, di F. Correggi 06 Ex Cormo, “Occhi lucidi e amaro in bocca”, intervista a Marcella Bertani (RSU), di A. Fava 07 Le Reggiane: una gloriosa avventura, di A. Bariani 09 La voce delle parole, di E. Ferrari 11 L’Anpi e i migranti, di g.b Estero 12 Nucleare: storico accordo con l’Iran, di B. Bertolaso

La quarta

copertina disegnata dagli autori della Scuola comics di Reggio Emilia

Cultura 13 Bonhoeffer e le radici dell’Europa, di A. Soliani 14 Il progetto radici nel futuro... ha messo radici, classe 2a I “M. di Canossa”, E. Mammi 15 Un’altra storia è possibile, di A. Tegani 16 65 anni fa coi Giovani esploratori 17 1970. Mozambico-Reggio Emilia nei ricordi di Oscar Monteiro 18 Grande Guerra e pacifismo socialista, il caso di Poviglio, di A. Zambonelli 20 Dietro i nomi delle vie si può scoprire la storia, di A. Zambonelli 21-24 Anita, 4° episodio Colpo di pistola

70esimo 25 70° Anpi, il terzo presidente, Gismodo Veroni di A. Zambonelli 26 La vitalità dell’Udi reggiana dopo la guerra Liberazione, di A. Appari Memoria 19 Conoscere chi ha combattuto, Sentieri partigiani, di M. Marzi 31 “Liberate” le bandiere del Pci, di A. Fontanesi - Anna Spaggiari “Letizia”, cuoca dell’“asilo del popolo” 32 Sul sentiero partigiano n. 2, di C. Iotti e I. Vaccari - In morte di Paola Davoli (1929-2015), di A. Zambonelli 33 Per Nero Fontanesi “Blek”, di A. Carri e G. Mazzi “Alì” 34 Per Giordano Canova (1929-2015), di A. Zambonelli 35 Il distaccamento Katiuscia. I miei “infermieri”: Trina e Bruna, di G. Mazzi “Alì” La nostra Associazione 42 Artisti per l’Anpi 43 Prima festa provinciale dell’Anpi 36 Lutti 37 Anniversari 41 I Sostenitori Le rubriche 28 Cittadini, Democrazia, Potere, Claudio Ghiretti - Opinion leder, Fabrizio Tavernelli 29 Primavera Silenziosa, di Massimo Becchi - Segnali di Pace, Saverio Morselli

le copertine di

n zia i

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Spedizione in abbonamento postale - Gruppo III - 70% Periodico del Comitato Provinciale Associazione Nazionale Partigiani d'Italia di Reggio Emilia Via Farini, 1 - Reggio Emilia - Tel. 0522 432991 C.F. 80010450353 e-mail: notiziario@anpireggioemilia.it; presidente@anpireggioemilia.it sito web: www.anpireggioemilia.it Proprietario: Giacomo Notari Direttore: Antonio Zambonelli Caporedattore: Glauco Bertani Collaboratori: Eletta Bertani, Ione Bartoli, Angelo Bariani (fotografo), Massimo Becchi, Bruno Bertolaso, Gemma Bigi, Sandra Campanini, Francesca Correggi, Anna Fava,

Anita

Nicoletta Gemmi, Claudio Ghiretti, Saverio Morselli, Scuola Comics Reggio Emilia, Fabrizio Tavernelli Redazione WEB e fb: Gemma Bigi, Anna Ferrari, Anna Parigi Registrazione Tribunale di Reggio Emilia n. 276 del 2-03-1970 Settembre-ottobre 2015 Chiuso in tipografia il 23 settembre 2015 Impaginazione e grafica Glauco Bertani Per sostenere il “Notiziario”: “Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Comitato Provinciale ANPI” UNICREDIT - IBAN: IT75F0200812834000100280840 Conto Corrente Postale N. 3482109


editoriale

Le sfumature delle realtà > CHE Cosa leggerete su queste pagine <

di Glauco Bertani

E

la, originaria della Bosnia ed Herzogovina, che ha conosciuto gli orrori della guerra civile, cittadina italiana dal 2008, alla domanda di Francesca Correggi, nell’intervista d’apertura: qual è la cosa più importante e che cosa non significhi resistere oggi, lei risponde semplicemente così: “La democrazia”. Una risposta che ci spinge ad alzare gli occhi sul mondo, perché nel mondo ce ne sarebbe davvero bisogno, di democrazia e diritti. A partire almeno da quelli politici e civili. Guerre che spingono migliaia di persone ad abbandonare la loro terra per cercare una vita degna di essere vissuta in Europa, continente che ha sperimentato di tutto, dalle guerre di religione alle guerre civili, la più devastante quella del 1914-18, dai fascismi al nazismo e alla seconda guerra mondiale. Proprio per la sua storia l’Europa oggi potrebbe essere, e in parte lo è, luogo di libertà, ma potrebbe essere, mutatis mutandis, e al netto delle armi e degli imperatori, ciò che per un certo periodo fu Roma per l’antichità: polo d’attrazione ed esempio di civiltà. Di civitas. Sulle radici dell’Europa Albertina Soliani riflette a partire da Dietrich Bonhoeffer, al quale è stato dedicato recentemente un convegno, sull’“azione responsabile”. L’immigrazione economica e/o politica (i profughi/rifugiati) è uno dei suoi banchi di prova perché solleva problemi di accoglienza e di convivenza, temi sui quali provano a ragionare, su piani diversi ma non separati, Claudio Ghiretti e Saverio Morselli, il primo riflettendo a partire dalla “mega” rissa scoppiata alcuni mesi fa nella zona stazione, il secondo sulle problematiche legate all’accoglienza dei profughi. Come si può,

insomma, accogliere dignitosamente alzando l’asticella della cittadinanza anziché deprimerla. Come, invece, sembrerebbe perso lo spirito cooperativo che ha informato la terra reggiana agli albori del XX secolo nelle parole di Marcella Bertani lavoratrice e rappresentate della RSU della Open.co di San Martino in Rio, azienda cooperativa sull’orlo del fallimento, crisi che ha già colpito duramente, in questi anni, il settore fiore all’occhiello del socialismo prampoliniano e del comunismo emiliano. Uno spirito di solidarietà e di volontà di futuro positivo costruito su solide basi sono le iniziative didattiche e culturali (sì, è un po’ assente la politica), rivolte agli studenti, illustrate da Fiorella Ferrarini, Enea Mammi, Arianna Tegani. O il lavoro sulla memoria strettamente legato alla Resistenza, i Sentieri partigiani nell’articolo scritto da Maria Marzi o nelle note di Anna Appari sui primi passi dell’UDI nella democrazia ritrovata. Quella democrazia che uomini e donne come Anna Spaggiari, Nero Fontanesi, Giordano Canova, Maria Soragni, Bruna Del Sante, Elia Melegari, Irmes Tedeschi, Bruno Poli, Attilio Ibatici, scomparsi in questi mesi e che ricordiamo in questo numero con note biografiche, hanno contribuito a costruire. Una nota positiva arriva finalmente dal Medio oriente: Bruno Bertolaso c’informa sull’accordo Iran-USA sul nucleare civile. Un pensiero particolare lo rivolgiamo a Paulette Davoli, figlia di Paolo, scomparsa nell’agosto scorso, sulla quale scrive Antonio Zambonelli. Buona lettura.

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IL SENSO DELLA RESISTENZA NEGLI “STRANIERI” di Francesca Correggi

>

Proseguiamo

anche in questo numero con una rubrica dedicata a D una serie di interviste a ragazze e

ragazzi di origine straniera .

In

occasione del settantesimo anniversario della

L iberazione

vorremmo capire

insieme a loro come , a distanza di anni , i valori di democrazia che l ’ hanno animata siano presenti nelle generazioni di oggi , come questi li interpretino ed insieme ad essi il proprio senso di cittadinanza .

In

questo numero ne parliamo con

B ojan

ed

E la ,

originari della

B osnia

ed

H erzegovina <

Bojan ed Ela, dalla Bosnia ed Herzegovina all’Appennino Reggiano nel 1993, con i Balcani in guerra dietro le spalle. Fratello e sorella, 34 anni lui, 38 anni lei; il primo lavora presso il centro di e. learning dell’Università di Modena e Reggio, lei è educatrice e madre di una bellissima bambina. La famiglia proviene proprio dalla capitale, Sarajevo. Ela racconta: «Le cosiddette differenze etniche che sono state utilizzate come “scusa” per scatenare la guerra non le abbiamo mai né conosciute, né vissute, né percepite nella nostra infanzia. Un’infanzia protetta e bellissima nella Sarajevo degli anni ottanta, nelle montagne in cui abbiamo imparato a sciare e nella nostra casa al mare in Croazia». Della città Bojan ricorda ancora il senso di libertà che lo prendeva quando, già a nove, dieci anni, la percorreva da un capo all’altro per andare agli allenamenti di tennis. Le scorribande da solo sui mezzi pubblici, che da ragazzino lo facevano sentire grande, sono il ricordo più bello. Il loro ricordo più brutto «le granate assordanti sulla testa, le fughe dai cecchini e la necessità di dormire vestiti, senza mettere il pigiama, pronti per scappare in cantina in ogni momento». La famiglia era abbastanza facoltosa. Il nonno era un giudice di corte costituzionale; papà e mamma entrambi laureati, rispettivamente vicedirettore dell’istituto merceologico e dipendente dell’azienda idroelettrica nazionale. I due provenivano da famiglie di origini diverse, ma – come dice Ela – «non è che questo ci fosse stato mai riferito prima della guerra, poiché non importava...». Come la situazione iniziò a precipitare, Ela e Bojan – dopo essere stati per un periodo profughi in Croazia nella

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Bojan ed Ela

loro casa di villeggiatura vicino a Spalato – riuscirono a raggiungere l’Italia con la mamma, fuggendo con un convoglio Caritas di donne e bambini. Trattenuti in ostaggio per alcuni giorni, sono stati liberati grazie a uno scambio con dei cecchini catturati durante l’assedio di Sarajevo, per poi arrivare in Italia, ospitati inizialmente in una canonica vicino a Castelnovo ne’ Monti. Il papà rimarrà a lungo nella Sarajevo assediata e li raggiungerà solo molto tempo dopo. Il rapporto con il paese di origine (dove ancora abitano la nonna ed alcuni parenti) è per Bojan tutt’oggi vivo e


società forte. «Le distanze e il tempo trasformano tutto, ma sento che una grossa parte di me vi è ancora attaccata, e questa cosa mi piace», dice. Ela, invece, racconta che quando le persone le chiedono delle sue origini, risponde semplicemente di essere di Sarajevo, senza menzionare il paese, «perché non mi sento parte di quella che è la Bosnia di adesso. Se è per questo, non mi sento neanche di provenire da quella che è la Sarajevo di adesso. Il paese in cui sono nata era la Jugoslavia unita, la città in cui sono nata era una bellissima città multietnica e multiculturale, estremamente colta e vivace. I miei compatrioti erano tutti, croati, serbi, macedoni. Sono cresciuta con l’idea che siamo tutti uguali e forse si può dire che mi senta senza origini... Non posso dire di appartenere più alla Bosnia di quanto io non appartenga ora all’Italia». Qui da ormai più di vent’anni, agli occhi di Bojan i peggiori difetti del nostro paese sono la corruzione, le mafie e “la mancanza di un senso dello stato e di appartenenza ad una cittadinanza riconosciuta”. Ed in proposito, Ela sottolinea: “Uno dei ricordi che mi intenerisce sempre, quando sento i miei coetanei della ex Jugoslavia, è quel sentimento che ci unisce nello stesso senso di appartenenza a qualcosa di prezioso e ormai inesistente”. Se chiediamo loro quando è stata la prima volta che hanno sentito parlare della Resistenza, Bojan ci risponde: «Della Resistenza avevo sentito parlare già da piccolo, visto che i miei nonni erano stati tutti partigiani. E’ una di quelle cose che oggi mi rende orgoglioso di essere italiano, ma che, se penso alla realtà attuale, mi sembra ormai parecchio lontana». In merito, per Ela è molto importante quanto ha potuto studiare a Sarajevo prima, ma anche in Italia, alle superiori e all’Università di Bologna, poi approfondito per interesse personale. «Ma mentre nella Jugoslavia in cui siamo cresciuti – spiega – i valori della Resistenza mi sono sembrati profondi e indiscutibili, in Italia li ho percepiti forse più discutibili, opinabili perfino. Ma immagino che questo sia dovuto a contesti storici differenti». Ela poi sottolinea: «la “mia guerra” mi ha insegnato che la Resistenza non è mai lontana, neanche quando sei nel moderno salotto di casa tua e pensi che le storie dei nonni siano favole distanti anni luce. Oggi mi sento io come quei nonni che raccontavano di guerra e parlavano di prudenza, di non dimenticare i valori e i sacrifici, azione indispensabile per non ritrovarsi di nuovo nelle situazioni che hanno portato alla perdita delle libertà». Chiediamo poi loro: che importanza pensate che abbia, oggi, in Italia, il patrimonio di valori proprio della Resistenza? Per Bojan «è uno dei patrimoni più grandi che l’Italia porti con sé. La Resistenza, con i valori sociali che ne derivano, è una delle pagine più importanti della storia del secolo precedente. L’Italia è quello che è oggi grazie a questi valori e la costituzione italiana ne è un esempio. Ma oggi quei valori sono sempre meno nitidi e chiari». Ela ritiene che «adesso che i ricordi cominciano a svanire e che la crisi porta le persone alla disperazione e all’eccesso, ci troviamo sempre più vicini a situazioni di povertà e di

perdita di diritti, all’acutizzarsi dei sentimenti razzisti e di ricerca del “colpevole” nel diverso. E proprio adesso sono fondamentali i valori della Resistenza per scongiurare il ripetersi della storia». E ancora: Sentite vostro questo patrimonio di valori e se sì/no perché? Bojan: «Assolutamente sì. La Resistenza come movimento storico nasce nel mio paese di origine. I partigiani di Tito sono storicamente avvalorati. Ne consegue che essendo finito a Reggio Emilia, io mi riconosca decisamente anche nella storia della Resistenza italiana». Ela: «Ovviamente li sento miei, sono cresciuta con questi valori; erano ovunque per noi, sui muri delle scuole, nei libri, nelle canzoni e nei film. I miei nonni sono stati tutti partigiani». Entrambi hanno ottenuto la cittadinanza italiana nel 2008, tramite i genitori che avevano ormai vissuto e lavorato con permesso di soggiorno per diversi anni. «Per me essere cittadino significa unire gli sforzi individuali per metterli a beneficio di tutta una collettività che condivide gli stessi valori e gli stessi principi», afferma Bojan. Per Ela «sentirsi cittadino di un paese significa tutto. La necessità di sentirsi parte di qualcosa è insita nell’uomo, soprattutto per chi, come noi, è stato sradicato dalle proprie case e dalle proprie sicurezze. Oltre a sinonimo di libertà, la cittadinanza è anche sinonimo di uguaglianza, cosa che manca quando ti senti chiamare “extracomunitario”». Bojan, cosa pensi dell’attuale legge sulla cittadinanza? E sullo jus soli? «Lo jus sanguinis è un assurdità dimostrata dall’esistenza di un’intera generazione di “nuovi” italiani senza una vera e propria cultura di appartenenza. Non sono italiani, ne’ si sentono di appartenere al paese di origine dei loro genitori, che probabilmente non hanno nemmeno mai visto. Lo jus soli non solo sarebbe una soluzione logica, ma una questione di giustizia e diritto sociale». Ela, vuoi commentare l’attuale situazione di emergenza migratoria? Come la si dovrebbe affrontare secondo te? «E’ una questione delicata, che non è nata in questo momento, ma sta solo “scoppiando”, anche da un punto di vista mediatico. E’ un problema che non si potrà mai risolvere con delle “piccole pezze”, ma che riguarda tanti campi, da quello economico a quello politico e di riassesto e stabilità dei poteri mondiali. Credo che da questo processo migratorio dipendano ciò che diventerà in futuro l’Europa e l’uscita, pacifica o no, da questa crisi non solo europea, ma mondiale». Concludendo, chiediamo loro quale ritengano essere il diritto o la conquista più importante e cosa significhi Resistere nel mondo di oggi. Per Bojan «la conquista più importante da ottenere sarebbe quella di essere cittadini del mondo, di avere la libertà di vivere senza frontiere e senza paure. La vedo durina...», mentre «Resistere, nella società di oggi, significa Combattere. Ormai però non più guidati dalla forza degli ideali, ma spesso per pura necessità di sopravvivenza». Ela risponde, semplicemente: «La democrazia», per entrambe le cose. set-ott 2015

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Ex CORMO, San Martino in Rio

«Occhi lucidi e amaro in bocca» di Anna Fava

> A bbiamo

intervistato

M arcella B ertani , RSU

della

OPEN.C o ( ex CORMO) <

I

« miei nonni, nel dopoguerra, hanno fondato la cooperativa di Rio Saliceto, lo conosco bene lo spirito cooperativo». Marcella Bertani, RSU della OPEN.Co di San Martino in Rio è seduta davanti a me. Sì, lo conosce bene lo spirito cooperativo. Lei, socia ed operaia di OPEN.Co, (nata dalla fusione tra la CORMO di San Martino in Rio e la Coop Legno di Castelvetro) non si è tirata indietro quando le han chiesto di fare dei sacrifici. La OPEN. Co sta attraversando un periodo drammatico dovuto alla crisi del settore edile. Costruiscono serramenti, un settore strettamente legato all’edilizia e che oggi paga forse il prezzo più elevato di questa crisi. La exCORMO era un fiore all’occhiello per San Martino. Circa 230 gli addetti che sommati a quelli di Castelvetro fanno circa cinquecento. Cinquecento donne e uomini. Che nel proprio lavoro hanno investito tanto. Cuore, testa e soldi. «Siamo consapevoli che il momento è difficile, che di lavoro ce n’è poco. Quando è iniziato questo periodo di crisi noi della exCORMO abbiamo capito che il chiudersi in se stessi non avrebbe portato a nulla, cosi abbiamo fatto quello che molte aziende non facevano: abbiamo investito in macchinari nuovi e all’avanguardia, investendo del nostro». Occhi lucidi, nervi a fior di pelle. Amaro in bocca. «Abbiamo fatto sacrifici, ci siamo decurtati il salario, sono state fatte scelte dolorose: lo scorso anno cento persone sono state messe in cassa integrazione a zero ore. Significava che non avrebbero lavorato nemmeno un giorno al mese». È duro alzarsi al mattino e non avere nessuna prospettiva lavorativa per la giornata. È dura economicamente, ancor più psicologicamente: il lavoro è dignità, quando manca, manca tutto. «La cassa integrazione a zero ore però significa anche mantenere un collegamento con l’azienda. È importante. Se l’azienda riparte, si riparte con lei. Speriamo nel “concordato in bianco”: se lo concedono ci sono sessanta giorni di tempo per presentare un piano di ristrutturazione. È una speranza. Di ripartire. Ancora non ci han detto nulla e la sensazione, però, è che l’azienda chiuderà. Ma noi non molliamo. Se dobbiamo vendere la pelle, almeno vendiamola cara». Cinqucento addetti. Più o meno. Famiglie più o meno numerose, del paese e dei comuni limitrofi. E poi tanti e tante giovani donne e uomini che dal sud Italia hanno costruito qui il loro futuro. «Un mio collega mi ha detto che non vuole nemmeno pensare di ritornarsene in Sicilia. Fare un trasloco oggi è costoso e poi le bambine vanno a scuola qui, qui hanno le amicizie, qui la loro vita. Significa sconvolgere la famiglia». Le donne, tante. Come sempre in prima fila a difendere il posto di lavoro: «Circa la metà degli addetti è donna all’interno della ex CORMO. E in quanto donna è difficile trovare un lavoro, oggi. Le nuove leggi non ci aiutano: abbiamo tutte un’età ancora giovane per la pensione ma siamo già vecchie per una nuova assunzione». Delusione e rabbia nelle sue parole, nei miei pensieri. Il mondo del lavoro non è mai stato favorevole alle donne. La storia lo ha insegnato e la storia si ripete. Diventa difficile andare avanti con la chiacchierata. Meno male che a Marcella non mancano le parole: è un fiume in piena. Le chiedo dello stabilimento di Bjelovar, in Croazia. Inaugurato nel settembre 2007 doveva essere la chiave di apertura al mercato dell’Est europeo. Ricorda che quando lo aprirono, il timore, tra i soci e gli operai, era che un giorno, tutta la produzione si potesse spostare in Croazia. A fine settembre, invece, la fabbrica 6

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chiuderà e trenta operai rimarranno senza lavoro. «Non abbiamo mai discusso, come soci, della chiusura dello stabilimento. È un brutto segno. Lì non hanno nemmeno gli ammortizzatori sociali». Tristezza nelle sue parole. La CORMO e San Martino. Un legame forte. Tanto che il Sindaco Zurlini era presente alla trattativa in Regione con LegaCoop: negli ultimi anni hanno chiuso diverse aziende nel comune della bassa e la chiusura di OPEN. Co sarebbe drammatica. «Per San Martino questa ditta rappresenta tanto, sia perché molte persone del paese ci lavorano, sia perché, chi come me, è lì dalla mattina alla sera usufruisce dei servizi del paese. … e poi non siamo solo 230 famiglie, c’è tutto il resto, tutto l’indotto che fornisce materiali alla ditta… devo dire che abbiamo sentito la vicinanza di tanti, dalle istituzioni alle associazioni, fino alla gente comune». È una piccola comunità quella di San Martino. Solida. Orgogliosa e resistente. L’ANPI locale ha espresso la sua piena solidarietà a tutti i lavoratori e alle lavoratrici. Lei, Marcella, orgogliosamente mi dice di essere un’attivista dell’ANPI locale, di aver informato il Presidente passo a passo della vertenza. «È importante». Mi dice. Concordo. Quella dei lavoratori e delle lavoratrici è la nuova resistenza. Quella che farà la storia. Non so se sarà studiata sui libri di scuola. A San Martino, però, con fierezza, si racconterà che donne e uomini insieme hanno sorriso e hanno pianto, hanno scioperato, hanno marciato, hanno lottato coraggiosamente per il loro posto di lavoro, per continuare a scrivere la storia. Quella di gente che non si arrende «perché è la gente che fa la Storia». Oggi, come settant’anni fa. Nota a margine: quando ho raccolto l’intervista, non era ancora stato concesso il Concordato in bianco. Nell’incontro del 25 agosto è stato concesso ed è stato è stato nominato un Commissario che dovrà traghettare l’azienda in questa delicata fase e gestire l’ordinario. Era quello che speravano le maestranze. Adesso ci sono sessanta giorni di tempo per presentare un piano di ristrutturazione. La vertenza va avanti. Saranno convocati nuovi tavoli tecnici in Regione per cercare una soluzione ottimale e salvare i posti di lavoro. Intanto qualche ufficio ed il reparto spedizioni hanno ripreso il lavoro dopo la pausa estiva.


società

Le Reggiane: una gloriosa avventura di Angelo Bariani

L’

avventura delle “Reggiane” parte nel 1901 come impresa meccanica con 65 operai che salgono rapidamente a duecento producendo carri ferroviari sotto la guida dell’ing. Righi. Nel 1904 diventa società Officine Meccaniche Reggiane passando da mille dipendenti nel 1906 a duemila nel 1913. Nel 1914 diventano OMI. I lavoratori sono protagonisti di scioperi e manifestazioni contro l’entrata in guerra. Nel periodo della I guerra mondiale con le commesse di materiale bellico arrivano a cinquemila addetti, con una forte presenza femminile. Finita la Grande Guerra dal 1918 al 1928 le Reggiane rivolgono sempre più le produzioni al materiale rotabile e l’occupazione oscilla tra i 1.000 e 1800. L’avvento del fascismo e la crisi del 1929 hanno pesanti conseguenze per cui si tenta di rimediare con il potenziamento di produzioni come macchinari per molini e laterizi. Entrano quindi in gioco l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), la Caproni e politiche economiche autarchiche.

Dal 1936 al 1943, la ripresa del tradizionale settore ferroviario e delle commesse di materiale bellico (settore Avio) fa aumentare l’occupazione dai 1.500 agli 11.500 (con rilevante presenza femminile). Prendono forma consistenti attività di opposizione all’interno della fabbrica, in un clima di stretta clandestinità e grande rischio. Nella primavera del ’43 vengono attuati scioperi in concomitanza con quelli del triangolo industriale TO-MI-GE, e tre giorni dopo la caduta del fascismo, il 28 luglio 1943 migliaia di lavoratori si dirigono dai reparti ai cancelli al grido di “PACE”: l’esercito spara e uccide nove operai e ne ferisce oltre cento. La sera del 7 gennaio 1944, 26 bombardieri inglesi iniziano a bombardare la zona Reggiane-stazione-aeroporto. L’8 gennaio 109 B17 americani bombardano a “saturazione” (bombardare con un gran numero di ordigni per essere sicuri che un numero sufficiente colpisca gli obiettivi): 1300 bombe cadute, 350 colpiscono gli obiettivi.

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Gli effetti collaterali del bombardamento alleato ricadono sui civili. Degli oltre 12.000 addetti delle Reggiane, ne restano poco più di 2.500 in gran parte forzosamente inattivi. Molti trasferiti con parte dei macchinari nel Varesotto. Nell’ottobre 1950, a fronte di un piano di 2.100 licenziamenti, iniziò la più lunga occupazione di una fabbrica mai avvenuta. La protesta durò più di un anno, periodo in cui gli operai produssero il trattore R60, per dimostrare che l’azienda poteva riconvertire la propria produzione da bellica a civile. L’obiettivo della lotta non fu raggiunto se si considera la liquidazione coatta dell’azienda e la riassunzione di soli settecento operai. Dagli anni sessanta la produzione si concentrò sulla realizzazione di locomotive, treni e impianti per zuccherifici, ma soprattutto gru portuali. Nel 1992 l’azienda fu rilevata dal Gruppo Fantuzzi diventando Fantuzzi Reggiane. Nel 2008 fu a sua volta acquistata dalla multinazionale statunitense Terex, diventando Reggiane Cranes and Plautus S.p.A. La sede è stata trasferita e la produzione decentrata. Dove si progettavano e si costruivano i pezzi della crescita economica del Paese e il futuro delle famiglie, ora regna il degrado. Gli ex uffici sono diventati il dormitorio improvvisato di tanti stranieri rimasti senza lavoro e senza casa. Porte e finestre delle palazzine sono state divelte da chi voleva smontare l’alluminio e venderlo. Girando per i locali si vedono i giacigli improvvisati: materassi sporchi, coperte buttate a terra, tavoli con resti di cibo, abiti e scarpe; il tutto mischiato a ciò che resta degli uffici: scrivanie ammassate, vecchi progetti e insegne, cassettiere, blocchetti di ricevute… Almeno una trentina di persone passano la notte qui, mentre di giorno si allontanano, per fare chissà cosa. Tanta polvere nel vuoto, poi murales di giganteschi volti che si affacciano perplessi sullo squallore, così come un elefante e un Buddha coloratissimi. Mentre le corone posate durante l’ultima commemorazione dell’eccidio, rinsecchite, sembrano ricordare la gloria di un tempo che non c’è più. Con le foto di Angelo Bariani, scattate nell’area delle ex Reggiane l’aprile scorso, è stata allestita, nei mesi scorsi, nel cortile interno della CGIL di Reggio Emilia una mostra fotografica sulle condizioni in cui si trovava (e si trova tuttora) l’area della storiche officine. Alcuni scatti sono visibili sul sito della “Gazzetta di Reggio”: <http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/ foto-e-video/2015/07/28/fotogalleria/una-mostra-sulle-ex-officine-reggiane-nel-cortileinterno-1.11848000?ref=search#1> Le foto, scattate il 3 aprile scorso, sono di Angelo Bariani

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società

La voce delle parole

Una mappa intorno a Disegnava aerei di Annamaria Giustardi di Emanuele Ferrari > T afferugli

da romanzo di memoria è diventato anche uno spettacolo teatrale .

ricostruisce e immagina le vite delle nove vittime dell ’ eccidio alle

tutto accompagnato dalla voce di una sola fisarmonica .

aprile

N el

2015

presso il

T eatro B ismantova

di

C astelnovo

R eggiane

U na

narrazione corale che

luglio ‘43. I l I l lavoro ha debuttato nella nuova veste il 24 M onti , nell ’ ambito della rassegna R i -C or -D are . del

28

prossimo anno scolastico poi , è nata l ’ idea di proporre la sua messa in scena alla classe terza della

scuola secondaria di primo grado

G alileo G alilei

di

V illa M inozzo . I l

gruppo di studenti che quest ’ an -

no hanno letto il romanzo conoscendo personalmente l ’ autrice e avendo anche modo di approfondire la storia delle

R eggiane

in una lezione condotta da

A driano R iatti <

Le foto che corredono l’articolo sono di Angelo Bariani, scattate il 3 aprile scorso nell’area ex Reggiane

Mi ritengo una persona molto fortunata per almeno due motivi: il primo è che ho quarant’anni e vado ancora a scuola. Il secondo è che tutte le mattine, per andare a scuola, salgo in montagna, fino a Villa Minozzo, proprio sotto il Cusna, dove mi aspettano gli studenti della Scuola Media (mi piace ancora chiamarla così) Galileo Galilei. Insieme, ogni giorno, proviamo a imparare qualcosa su noi stessi e sugli altri, sul mondo che ci sta intorno, sul paesaggio di fuori e su quello di dentro, sulle cose vicine che a volte ignoriamo e su quelle lontane, che forse proprio perché lontane sono quelle più a portata di mano. Proviamo a imparare con la Storia, con la Geografia, con la Letteratura, qualche volte anche con la Grammatica. Ogni anno scelgo un libro per loro Lo scelgo per leggerlo ad alta voce, tutto intero. Mi piace leggere ad alta voce ai miei studenti. La voce è corpo e carne di paro-

la, è aria che passa, è silenzio concreto e pausa per far dimorare i pensieri, per farli tornare a casa. Ogni tanto scelgo per loro dei libri che hanno perso la voce. Dei libri perduti solo perché non si trovano più, esauriti dice il mercato, non più stampati. Così è stato tanti anni fa per Il nido nell’erba di Umberto Monti, poeta e scrittore di Cervarolo, poi migrante e bibliotecario all’Università di Genova, che raccontava a frammenti la sua infanzia, la transumanza, la perdita dei genitori e il ritrovamento delle proprie radici, anche lontano, anche altrove. Leggere ad alta voce i libri perduti è come farli tornare a casa. E così in un giorno di questa estate piovosa [2014] sono sceso in città, mi sono infilato sotto un portico e dentro un portone, ho salito delle scale e lì mi aspettava un libro: aveva il volto e il sorriso leggero di Annamaria Giustardi e si chiamava Disegnava aerei. L’ho tenuto tra le mani mentre parlavamo, l’ho sfogliato e poi, qualche giorno dopo Annamaria me l’ha mandato con la set-ott 2015

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posta elettronica e io ho pensato che tutto questo non sarebbe stato possibile, senza la posta elettronica i files pdf e tutte queste diavolerie moderne. Ho iniziato a leggerlo e ho sentito subito quella leggerezza profonda di cui parla Calvino nelle Lezioni americane, ho sentito farsi strada una verità dolorosa, ho visto Reggio Emilia e la sua grande fabbrica, Le Reggiane, sotto i bombardamenti, ho seguito Osvaldo in bicicletta, nelle campagne, sotto la luna o seduto al tavolo da disegno, anche mentre guardava fuori dalla finestra la neve che cadeva, ed era ancora piccolo e non era ancora successo niente. Ho pensato subito che questa memoria così viva, questo dono e questo nodo dovevo portarli da qualche parte, dovevano cercare un modo per sciogliersi e trovare ancora una voce, un luogo, una serie di volti dove posarsi e farsi ascoltare. Così per tre mesi ho letto ad alta voce ai miei studenti Disegnava aerei. Ho chiesto loro, ma senza nessun obbligo, di tenere un diario di lettura, con le loro idee e le emozioni a caldo, appena dopo la fine della lezione, oppure anche a casa loro, con calma, come se scrivessero una lettera all’autore, ripensando alle sue parole fatte voce, fatte corpo e carne di parola. Eccone alcuni frammenti: - Mi ha colpito molto il titolo di questo libro, anche perché la scrittrice, quando Reggio Emilia viene bombardata, scrive “in quel periodo Osvaldo disegnava di tutto”. E io ho pensato che in guerra è molto complicato coltivare le proprie passioni, ma è ancora più difficile averle, in guerra, delle passioni. (Francesco) - Quando Osvaldo muore la tristezza si abbatte sulla famiglia. Ma la cosa più triste di tutte è il fatto che non lo possono ricordare, che Osvaldo verrà scordato, come tutti gli altri morti con lui. E nessuno si merita questo. Ci vuole una grande forza d’animo a scrivere una storia così, una forza che non tutti hanno. (Silvia) - Poi ho ascoltato il pezzo del bombardamento: ho fatto fatica ad ascoltarlo perché mi sembrava che stessi pedalando con tutte le mie forze sulla bici e anche io stavo scappando dalla città bombardata e ho visto che mentre leggeva mi si muovevano i piedi come se fossi stato davvero sulla bici. E poi ho pensato che nonostante questo Osvaldo era uno che tirava fuori tutte le cose belle della sua vita, nonostante le difficoltà di quei tempi. Anche al lavoro riusciva a tirare fuori la bellezza. (Giacomo) - Sinceramente faccio molta fatica a stare attenta a scuola, ci provo ma dopo 10 minuti sono già nel mio mondo. Ma con il tuo libro non ho avuto problemi. Ho molte domande da farti e non vedo l’ora di conoscerti. (Anna) - Questo libro è molto toccante e mi ha fatto capire che la guerra è ancora più brutta di come la immaginiamo. La parte più triste di tutte è quando il padre di Osvaldo gira per tutta la città in cerca di suo figlio e poi lo trova alla camera mortuaria. Quando il prof ci leggeva quelle pagine era come se percepissi tutto il dolore del padre, fino a quando ritorna a casa e deve dirlo agli altri della famiglia. (Matteo) - Cara Annamaria, il tuo libro mi ha colpito tantissimo e mi sarebbe piaciuto tantissimo incontrare Osvaldo e conoscerlo. Mi viene anche da darti del “tu”, perché mi sembra come di conoscerti, anche se non ti ho mai vista. (Antonio) - Il modo in cui hai scritto il libro credo che ti rispecchi molto come persona. E ascoltando le tue parole mi sembra quasi di conoscerti. Mi hai coinvolto e sorpreso. Ogni volta che il prof leggeva pendevo dalle sue labbra e a volte rimanevo anche senza parole e alla fine con un sacco di domande e pensieri in testa. (Samuele) - Ancora adesso cerco di capire come hai fatto a scrivere un libro così e credo che il tuo sia il libro più emozionante e il più bello che abbiamo letto in questi anni di scuola. (Alessia) - Io ascoltando questa storia ho provato tante emozioni che si scontravano tra loro, ma l’emozione più forte che ha vinto lo scontro è stata la tristezza, che ha preso il sopravvento sul mio corpo, non soltanto per la morte di Osvaldo, ma anche per il 10

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dolore che ha provato la sua famiglia. (Souhail) - Questo libro mi ha insegnato molto: mi ha insegnato che bisogna stare sempre uniti, qualsiasi cosa succede. Mi ha insegnato che se ognuno in famiglia fa la sua parte tutti possono stare bene. (Lucia) - Tutti i libri che parlano di guerra finiscono male. Ma dalle prime righe del libro avevo ripreso a essere felice perché Osvaldo mi trasmetteva gioia per la sua passione per il disegno. Così ogni giovedì mi dicevo: “che cosa farà di bello oggi Osvaldo?” e invece alla fine ho dovuto ascoltare di Gino che andava a cercare il figlio e trovava la sua salma all’obitorio. (Daniele) - Ti volevo dire che il tuo libro è molto bello, triste ma bello. È una storia molto profonda e merita di essere raccontata. Una delle cose che mi ha colpito di più è il fatto che Osvaldo vada sempre a rinvangare nei ricordi del suo passato, sperando di poterli rivivere. È stato molto difficile mettersi nei panni di Osvaldo? (Alice) - Il libro mi ha portato là in quei luoghi e in quei tempi, mi ha fatto riflettere e comprendere tante cose. Mi ha comunicato com’era la vita durante la guerra e che non essendoci speranza l’unico modo per essere felici è ricordare, ricordare ciò che era e ci piaceva. Mi ha fatto capire che tu volevi molto bene a tuo zio e hai scritto la sua storia per questo: la morte ti cambia, ma non ti blocca, ti segna, ma non ti cancella. (Elena) - Come fanno gli scrittori con i loro libri a colpire il cuore della gente? Proprio così, il suo libro mi ha colpito il cuore, e non tutti i libri lo fanno. (Maria Vittoria) - Come ti sei sentita quando hai scritto il libro? E quale è il tuo sogno da quando hai cominciato a scrivere libri? (Aimen) - Disegnava aerei mi ha interessato molto, è come se il libro fosse scritto non solo in forma di racconto, ma anche sotto forma di insegnamento, vuole trasmettere un tempo difficile e insegnare come il nostro mondo dovrebbe essere. Il tuo libro è così ampio e avvolgente che mi faceva immergere nel racconto, è come se fossi in bici con Osvaldo, con i suoi fratelli, come se fossi anche di fianco a lui, nel momento della sua morte, come se da quel punto in poi fosse nata in me una solidarietà con Gino, che perde un figlio ed è costretto a trattenere, a trattenere, una cosa che io non concepisco perché è come privare all’uomo la vita. (Filippo)


L’Anpi e i Migranti

società

> L a R esistenza ha nel suo DNA valori di umanità , solidarietà , rispetto della dignità di ogni perso R esistenza è nata quando le donne hanno accolto , incuranti dei rischi , dopo l ’8 settembre 1943 i soldati sbandati , li hanno sfamati e rivestiti , quando le famiglie hanno accolto e protetto nelle loro case divenute C ase di latitanza , i partigiani , i perseguitati , gli ebrei , le persone in pericolo , quando hanno manifestato per il pane e per la pace . E rano persone semplici che si sono messe in gioco < na ; la

Ottocento piedi nudi reggiani hanno aderito il 12 settembre scorso alla Marcia delle donne e degli uomini scalzi. Hanno raccolto l’appello nazionale rilanciato a Reggio Emilia, tra gli altri, dall’ANPI provinciale: «Noi siamo con i migranti – si legge nella nota diffusa dai partigiani reggiani – con i cittadini che in Austria, Ungheria, Germania hanno reagito rifiutando l’indifferenza, la paura, le politiche dissennate dei muri e delle recinzioni e delle espulsioni indiscriminate ed hanno agito e agiscono per soccorrere, aiutare, alleviare la fatica e la sofferenza dei migranti e chiedono ai governi e agli Stati e all’Europa intera un cambiamento sostanziale delle loro politiche e del loro approccio ad un fenomeno che è epocale e richiede finalmente un impegno convergente e coerente con i valori di umanità, solidarietà, rispetto della dignità di ogni persona alla base della costituzione dell’Unione Europea. Apprezziamo i segnali di ravvedimento da parte di alcuni Stati e saremo vigili e attenti affinché alle parole seguano i fatti e le azioni concrete ai principi proclamati. Questa è l’occasione perché finalmente l’Europa nasca come terra di civiltà, inclusione, accoglienza, impegno fattivo in azioni di pace e di cooperazione». Un’adesione convinta che viene da lontano che Eletta Bertani, componente della presidenza ANPI provinciale, spiega così: «Nei valori costitutivi della Resistenza – dice – c’è l’accoglien-

Da sinistra Giammaria Manghi, presidente della Provincia di Reggio Emilia, Andrea Costa, segretario provinciale PD, Aziz Sadid, sindacalista, Pasquale Pugliese, Scuola di Pace, e Eletta Bertani, ANPI Reggio Emilia

za. La nostra identità si conserva rimanendo fedeli a questi valori. Questa gente scappa da situazioni invivibili. In quanto persona non posso prendere un atteggiamento contrario ai principi di umanità». (g.b.)

La manifestazione in occasione del 72° dell’eccidio delle Reggiane 28 luglio 1943

Il corteo nei pressi del Teonopolo (foto A. Bariani) set-ott 2015

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estero

Il nucleare solo per usi civili Storico accordo con l’Iran di Bruno Bertolaso

R

iprendendo i contesti del primo Trattato di non proliferazione nucleare, Washington, che per dieci anni aveva ostacolato, in tutti i modi possibili, i tentativi di giungere ad un accordo sul nucleare con l’Iran, è tornato su posizioni più conseguenti alla mutate condizioni della politica mediorientale. Grazie a Barak Obama e Hassan Rohani e al supporto fornito da parte dei principali partner europei, la diplomazia USA è riuscita con Teheran a definire un accordo sul nucleare, il cui risultato è da definirsi decisamente storico. In un periodo di equilibri calcificati, che producono disequilibri sempre più estremi, un maggiore coinvolgimento iraniano, secondo Obama, avrebbe potuto, in effetti, costruire una delle ultime possibilità geopoliticamente innovative per il Medio oriente, contro la quale, e proprio per questa possibilità, si sono allineati specifici e, consolidati da tempo, interessi regionali, anche in campo americano. Oggi il pericolo di una catastrofe nucleare non viene più da Teheran, che per quindici anni sarà sottoposto a severissimi controlli, che impediranno qualsiasi uso dell’energia atomica, diversa da quella per impieghi civili, ma da parte di quei Paesi, che si sono dotati di armi nucleari, sfuggendo a qualsiasi trattato internazionale ed a qualsiasi controllo e che sono pronti, anche domani, al loro impiego militare. Tra i clamori di dissenso per l’accordo conseguito a Vienna, si è innalzata con particolare acredine la voce di Netanyahu, dimenticando volutamente che Israele è l’unico Paese atomico del Medio oriente, il quale, non avendo mai riconosciuto il Trattato di non proliferazione, si è dotato in assoluta segretezza di cento-duecento testate nucleari, comprese bombe H, che dispone di trecento caccia F-15 e F-16 sempre pronti al decollo con la bomba ed inoltre di cinquanta missili balistici Jericho, montati su rampe di lancio mobili. Proprio un mese fa la Germania ha consegnato il quarto sottomarino Dolphin dei sei previsti, tutti modificati per attivare attacchi nucleari. Accusando Obama di avere aperto le porte al terrorismo Netanyahu si inserisce nel contesto di un coro in Israele contro un accordo, che, tra l’altro, comporta l’apertura di aperture, atte all’avvio di nuove relazioni tra l’Iran ed il mondo occidentale, riducendo, in tal modo, l’egemonia israeliana nell’area. Uscito sconfitto da una battaglia, durata decenni, contro il governo dell’Iran e contro la revoca delle sanzioni internazionali, privato di un appoggio da parte del Congresso USA, (reso parzialmente inutilizzabile a fronte della decisione del presidente Obama di porre il suo veto in caso di opposizione repubblicana), Netanyahu accusa violentemente i Paesi del gruppo 5+1 (Usa,

Russia, Francia, Cina, Inghilterra + Germania) di avere commesso, con l’accordo di Vienna, un errore di portata storica e dichiara, nel Consiglio di difesa del governo, che Israele non sarà in nessun modo tenuto a rispettare l’accordo, dal momento che l’Iran “insiste nel volerci distruggere”. Rassicurato dal presidente Obama, che ha ribadito, con l’avallo dell’ONU, la vicinanza del governo americano alle preoccupazioni di sicurezza di Israele ed elencato le richieste avanzate ed ottenute per allentare i timori dell’alleato israeliano, Netanyahu ha imputato ad Obama il fatto di avere aperto la porta del terrorismo, impedendo ad Israele di attaccare e distruggere le centrali atomiche dell’Iran, dimenticando che un fallimento della trattativa di Vienna, avrebbe spinto Teheran a dotarsi di armamenti nucleari.Netanyahu considera il suo Paese il faro medio-orientale della democrazia, dimenticando i massacri della popolazione, specie infantile, effettuati a Gaza, il rifiuto di applicare le direttive dell’ONU, l’occupazione inarrestata dei territori palestinesi e le leggi discriminatorie e razziste nei riguardi delle minoranze di Israele, spesso assoggettate a fenomeni di “apartheid”. Netanyahu cercherà in tutti i modi di sabotare il trattato, dimostrando, anche con azioni di intelligence specifiche, che l’Iran non rispetterà gli impegni presi, ingannando così il mondo. A fianco del ministro della difesa Yaalon ha dichiarato, inoltre, che Israele si difenderà senza esitare e, se lo riterrà necessario, attaccherà militarmente l’Iran. Il professore Gerald Steimberg, analista del Centro “BeSa” di studi strategici di Tel Aviv avverte “Oggi, dopo l’accordo, l’opzione militare è meno attuabile, ma resta e resterà sul tavolo”.

UN SECONDO… RISORGIMENTO 29 ottobre ore 21 Centro Sociale Rosta Via Medaglie d’oro della Resistenza presentazione del libro di

Livio Piccinini “Delinger”: Una scelta per la Libertà Interviene Antonio Zambonelli

Un appassionato gruppetto di antifascisti, Glauco Bertani, Onelia Bertani, Ileana Confetti, Elvira Lusenti, Maria Marzi, Maurizio Menozzi, Saverio Morselli, Giancarlo Terzi e Renato Vacondio, sta facendo ripartire in questi mesi la sezione reggiana RISORGIMENTO, che comprende a grandi linee le zone di Rosta Nuova, Buco del Signore, Canali e Gavasseto. Il gruppo ha deciso di trovarsi gli ultimi giovedì del mese, alle 21, presso il Centro Sociale Rosta Nuova, che ha dato la disponibilità ad ospitare gli incontri. Chi è della zona e intende rinnovare la propria adesione all’ANPI, chi la volesse regalare, o chi, anche solo per una sera avesse voglia di unirsi a loro, i prossimi incontri sono 29 ottobre, 26 novembre, 28 gennaio, 25 febbraio, 31 marzo. Per informazioni e contatti telefonici Sezione Cittadina 0522 453689 e/o <anpi. risorgimento@gmail.com>


cultura

Bonhoeffer e le radici dell’Europa di Albertina Soliani

> N ella mattinata di sabato 27 giugno u . s . si è tenuto a S an P olo d ’E nza il C onvegno di studi “D ie trich B onhoeffer ed E berhard B ethge , i teologi che si schierarono contro H itler ”. L a sede è stata V illa T riglia , nell ’ estate ’44 sede di un distaccamento tedesco di cui faceva parte , come scritturale , il teologo E berard B ethge , che lì ricevette le lettere dal carcere di B onhoeffer ( poi impiccato nel febbra io 1945 per volontà di H itler ). N el dopoguerra quelle lettere , a cura di B ethge , vennero pubblicate nel volume “R esistenza e resa ”.A l convegno hanno svolto interventi A ntonio Z ambonelli , don G iuseppe D os setti , M irco C arrattieri e A lbertina S oliani . D i seguito pubblichiamo una parte della relazione tenuta dalla senatrice

H

S oliani , “B ethge

o cominciato a leggere Bonhoeffer all’inizio degli anni ’70, quando uscì in Italia Resistenza e resa a cura di Italo Mancini. Lo leggevamo insieme tra amici la domenica pomeriggio a Parma, in borgo S. Giuseppe, guidati dal parroco don Raffaele Dagnino. Il tema assegnatomi risponde al bisogno fondamentale di Europa che noi oggi avvertiamo, del sogno nato dopo la grande tragedia, 70 anni fa. Allora ciò che si era salvato, come disse Giuseppe Dossetti, entrò nella Costituzione e costituì il primo passo per l’Unione europea. Una scelta e una strategia di pace, di sviluppo, di democrazia radicalmente alternative alla guerra e all’oppressione nazifascista. Oggi viviamo la crisi dell’Europa: non più capace di scelte decisive, non più capace di una visione politica di fronte alle sfide di oggi: la dignità dell’uomo, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la pace. Le sfide dell’oggi, con la memoria di ieri, ben viva e attuale. Noi incontriamo Bonhoeffer nel cuore del tempo storico che ha travolto l’Europa e il mondo nella prima metà del secolo scorso, della distruzione globale da essa stessa provocata. Bonhoeffer ha compreso allora, fin dalle origini del nazismo, il bisogno dell’alba nuova. Non la vide ma la individuò e la testimoniò a prezzo della vita. Scrisse nel prologo “Dieci anni dopo”: «Hanno forse sentito mai in modo diverso da noi oggi coloro che, tra gli appartenenti ad una generazione posta davanti ad una grande svolta della storia si sono fatti carico di pensare in modo responsabile, proprio perché si trattava del sorgere di qualcosa di nuovo, che non poteva esaurirsi nell’ambito delle alternative possibili al loro tempo?». Ecco, la responsabilità a me pare la cifra dell’Europa, quella che l’ha riscattata dalla devastazione consumata a metà del Novecento. E’ la dimensione dell’uomo che Bonhoeffer ha trovato, dell’uomo di fronte a Dio. Dell’uomo di fronte alla storia e di fronte al male. «Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in questo affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene».L’assenza di questa azione responsabile ha generato il nazifascismo, la sua presenza ha dato vita alla Resistenza e restituito un futuro umano al mondo. Ciò che oggi si presenta di fronte all’Europa che si chiude, che si ritrae impaurita, che resta incerta davanti al compito che la storia le affida – si tratti della Grecia, dei migranti, delle disuguaglianze, del prevalere dell’economia e della finanza, dei conflitti alle porte – è la stessa domanda di ieri: l’azione responsabile. Qual è la radice dell’azione responsabile, e perciò dell’Europa? La libertà, la libertà spirituale. Il luogo simbolo è Canossa, un luogo speciale dell’Europa. In questo luogo, a San Polo d’Enza, proprio di fronte a Canossa, si trova nell’estate del 1944 Eberhard Bethge, l’amico teologo addetto al controspionaggio nell’esercito tedesco. Bonhoeffer scrive a Bethge il 16 luglio 1944: «Ieri ho saputo dai

e le radici dell ’E uropa ”

<

27 giugno 2015. Lungo Via Fratta (San Polo-Grassano-Canossa), La Sindaca Mirca Carletti e Giannicola Albarelli (proprietario di Villa Triglia) inaugurano la targa recante la seguente scritta (anche in tedesco): “Nel 70° anniversario del martirio di Dietrich Bonhoeffer, pastore evangelico e teologo, impiccato a 38 anni il 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbuerg, il comune di S.Polo pose per ricordare che i suoi ultimi scritti vennero clandestinamente ricevuti e salvati dal suo amico fraterno Eberhard Bethge nell’estate 1944 nella villa qui sopra. La villa, già proprietà Ruini-Triglia, fu assiduamente frequentata dal senatore Meuccio Ruini, promotore del Cln nazionale e presidente della Commissione dei 75 all’Assemblea costituente (1946-’47)”

genitori che sei stato nuovamente trasferito. Spero di sapere presto come sei sistemato. In ogni caso, l’atmosfera storica è molto interessante […]. Comunque si debba considerare il viaggio di Enrico IV, sincero o diplomatico, la sua immagine nel gennaio del 1077 resta indimenticabile e incancellabile per lo spirito dei popoli europei. E’ più significativa del concordato di Worms del 1122, che ha formalmente concluso la faccenda in quel medesimo senso. Noi tutti a scuola abbiamo imparato a considerare i grandi conflitti come una calamità per l’Europa. Ma in realtà in essi si nasconde l’origine di quella libertà spirituale che ha fatto grande questo continente». La libertà spirituale, una delle più grandi conquiste della storia. Dalla lotta per le investiture alla separazione dei poteri e al loro equilibrio, al diritto, alla libertà, alla democrazia. La libertà spirituale è radice dell’Europa, non solo del passato. La libertà spirituale significa: il valore della persona non sottomessa allo Stato; la responsabilità, non l’obbedienza il diritto, non la sopraffazione; la cultura, non la merce; la politica, non l’economia; la democrazia, non il totalitarismo; la vocazione a includere, a unire, a fondare la convivenza sul valore delle differenze (l’Europa un insieme di minoranze); la pace, non la guerra; il noi, non l’io. E’ il pensiero dell’Europa di cui ha bisogno il mondo, dalla Cina all’Africa all’America. Sentiamo qui lo spessore della storia, l’urgenza della ricerca. Qui Matilde, 900 anni fa, fece la storia. Il suo motto era: “Per grazia di Dio, se è qualcosa”. Qui parlano le pietre. Il 14-15 novembre 1997 organizzammo qui a San Polo set-ott 2015

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un convegno su “Dietrich Bonhoeffer e la comunità del cuore”. La vita in comune, sperimentata da Bonhoeffer e Bethge e altri giovani della Chiesa Confessante, ha resistito all’urto mentre tutto crollava ed era in rovina in Europa. Qui venne Bethge, due anni dopo quel convegno, a ricevere la cittadinanza onoraria e per la prima volta, dopo il 1944, in questa casa si affacciò di nuovo alla finestra da cui si vede Canossa. Lo ricordo bene. Con analoghe motivazioni erano venuti, poco lontano da qui, a Rossena, nei primi anni ’50 coloro che con Giuseppe Dossetti politico cercavano la nuova Italia e la nuova Europa. La vita in comune e la spiritualità dentro la politica, uno spazio per credenti e non credenti: questo il significato di una ricerca autentica in una stagione politica dove alto era il senso della vita, della comunità, della democrazia, della politica. Oggi l’Europa è fedele alla sua radice? Dobbiamo di nuovo pensare l’Europa come spazio politico della libertà spirituale, aperta oltre i suoi confini: al Medio Oriente, all’Est e all’Ucraina, a Sud e al Mediterraneo.

Uno scorcio del pubblico durante il Convegno, nel corso del quale, dopo i saluti del sindaco Mirca Carletti e del sig. Giannicola Albarelli, hanno svolto le loro relazioni Antonio Zambonelli, Albertina Soliani, don Giuseppe Dossetti e Mirco Carrattieri. (foto Daniela Salati)

Il progetto radici nel futuro… ha messo radici > A conclusione del progetto R adici nel futuro 2014-2015 svolto presso l ’I stituto superiore liceale M atilde di C anossa , cui ho partecipato come A npi di R eggio E milia , in collaborazione con I stituto C ervi e A ssociazione P apa G iovanni XXIII-L ibera , presentiamo il testo elaborato da alcune ragazze della classe seconda I, B attini , R omei e V ingione a commento dell ’ esperienza , e del coordinatore della P apa G iovanni XXIII E nea M ammi . L e prime relazioni sono apparse sul precedente numero del N otiziario . I l progetto continuerà nel corso dell ’ anno scolastico 2015-2016; il primo incontro , effettuato il 21 sett ., è stato col dott . E doardo P olidori direttore del SERT di F orlì , seguito da un laboratorio sulle dinamiche della violenza . F iorella F errarini < «’cause All That You Have Is Your Soul» (perché quello che hai è la tua anima), Tracy Chapman

N

tutto

on bastano frasi scritte sui muri e parole pronunciate al vento per cambiare la situazione odierna. Troppe persone subiscono gravi ingiustizie da parte di organizzazioni o associazioni criminali che credono di avere il potere del mondo intero racchiuso nelle loro mani. Ma possiamo trovare la speranza in tanti piccoli e grandi partigiani che oggi, nel 2015, ancora lottano per i loro diritti, per la loro libertà. Prendo ad esempio Iqbal Mashil, un bambino incatenato al telaio dove era costretto a produrre tappeti lavorando in condizioni igieniche e umane pietose; questo bambino si è ribellato a ciò che gli veniva imposto, ha raccontato la sua storia in ogni parte del mondo, ha sacrificato la sua vita pur di cambiare quello che lui e tanti altri bambini stavano e stanno vivendo. Iqbal è diventato il simbolo della lotta al lavoro minorile. Un altro esempio è Malala, una ragazza pakistana che ha combattuto e sta combattendo a favore dell’istruzione femminile nel suo Paese. E’ un segno di coraggio titanico e di forza, un esempio che nella sua essenziale semplicità ci pare colorare i suoi (quasi) 18 anni ben oltre il Premio Nobel per la Pace che ha avuto nel 2014, dopo diversi altri prestigiosi premi internazionali per la libertà di pensiero e per i diritti umani. Malala ha sconfitto il terrore, andando contro un perverso stato delle cose e contro persone che le imponevano uno stile di vita che non sentiva suo, una vita che lei non voleva vivere. Questi “Prometei” del giorno d’oggi si trovano a combattere rischiando la vita, per ciò che noi, in Italia, abbiamo ereditato dal sacrificio di uomini e donne che hanno dovuto imbracciare le armi, abbandonare le loro famiglie, uccidere e morire loro stessi. Tutto questo per un ideale che poi si è tradotto in concretezza, 14

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in libertà, in diritti, in democrazia. Una democrazia che va rispettata, una democrazia di cui andare fieri, una democrazia che va necessariamente e assolutamente difesa con le unghie e con i denti, con strumenti democratici, da chi può minacciarla, e lo fa. Noi giovani dobbiamo mantenere viva la memoria di quelle gesta che, alzando appena lo sguardo, si possono vedere in altro modo persone con cui, oggi, condividiamo il mondo. Abbiamo il dovere morale di essere cittadini attivi, di partecipare alla democrazia, di costruirla, di essere persone consapevoli, cittadini e non sudditi. Non possiamo vivere sotto una campana di vetro, non possiamo chiamarci fuori e non considerarci responsabili di ciò che succede, perché chi non si oppone alle ingiustizie, ne è complice, e perché, citando Martin Luther King: Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla. Il filo rosso che ci è stato consegnato dai Partigiani può sfuggirci di mano in qualunque momento, dobbiamo essere attenti, vigili, avere continuamente sete di libertà, senza stancarcene mai, perché … perché “tutto quello che hai è la tua anima”.

La partecipazione attiva combatte le mafie di Enea Mammi Aiutati dalle riflessioni che hanno caratterizzato la prima parte del percorso sulla tormentata storia del periodo fascista e sulle storie di vita vissuta e combattuta per la Liberazione e la Libertà, parlare di mafia e affrontarne cause, significati e conseguenze è stato tutto sommato abbastanza facile. Facile perché le mafie, come il fascismo e ogni altra forma di terrorismo passata e attuale, si basano sullo stesso delirante piedistallo che innalza a valori l’odio, la violenza, la diseguaglianza, e di conseguenza nega la giustizia che è alla base di ogni vera democrazia. Ecco


cultura che promuovere la Giustizia (intesa come ordine virtuoso dei rapporti umani) non può che essere il fine ultimo di un percorso educativo come vuole essere Radici nel Futuro, e la Legalità, come suggerisce don Ciotti, ne diventa lo strumento per perseguirla. Ma affrontando le mafie attraverso la legalità non si può non incappare nella normale complessità che caratterizza i fatti umani, che nella mafia ha a che fare con la fame di potere, la corruzione e la collusione di un sistema “civile” di cui volenti o nolenti siamo tutti parte. Ed è lì, in quel sistema che ci riguarda più da vicino di quanto probabilmente vorremmo che fosse, è lì che in classe, nei due incontri dedicati, si è cercato di far luce, allo scopo di sviluppare una maggiore consapevolezza su ciò che alimenta ogni forma di mafia, per evitare di cadere nella trappola di considerarla come qualcosa lontana da noi e perciò fuori dalla nostra portata. All’interno di questa cornice di senso, le iniziali rappresentazioni delle ragazze e dei ragazzi sul fenomeno mafioso sono state discusse e analizzate, il più possibile contestualizzate per riportare il fenomeno stesso là dove assorbe potere e dove, di conseguenza, il potere può essergli tolto: nei fatti umani. Con i medesimi presupposti si è fatta luce anche su alcuni recenti fatti di cronaca mafiosa relativa al nostro territo-

> Un

rio, e in questo si è rivelata molto utile la visita della classe al Centro di Documentazione sulle Mafie di Reggio Emilia in via Filippo Re, gestito per conto di Libera dall’Ass. Centro Sociale Papa Giovanni XXIII. Qui i ragazzi hanno letto articoli di cronaca mafiosa locale, con il mandato di individuare possibili collegamenti, e con lo scopo di promuovere maggiore consapevolezza circa quanto mentalità e comportamento mafioso si siano infiltrati anche nei nostri territori quotidiani. La costante del ricollegare al presente e ai fatti umani che ha caratterizzato l’intero percorso di Radici nel Futuro, pare sia risultata vincente nell’appassionare la classe e nel renderla attiva e partecipe, tant’è vero che dietro richiesta di alcune ragazze, in corso d’opera è stata attivata una progettazione che ha coinvolto l’intera classe. Si è trattato di un’intervista sul tema mafia e legalità, rivolta agli studenti del Polo di via Makallè in occasione della giornata della Legalità svoltasi la mattina del 14 marzo nel cortile del Polo; giusto per rimarcare che oltre alla conoscenza e alla corretta informazione, è nella partecipazione attiva alla vita comunitaria il vero potere che permette di cambiare i fenomeni sociali.

Un’altra storia è possibile

progetto didattico realizzato dal liceo C orso di C orreggio presentato alla cittadinanza correggese il 5 giugno 2015 <

di Arianna Tegani*

“Se la democrazia è distrutta, tutti i diritti sono distrutti” (K. Popper)

Un preside americano all’inizio dell’anno scolastico così scri-

veva ai suoi insegnanti: «Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici ben informati, donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università. Diffido - quindi - dell’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani». Dopo anni insegnamento di storia e filosofia nelle scuole superiori, come docenti sempre più ci convinciamo che occorre “osare”, con il prezioso materiale della cultura di ogni tempo e delle biografie di donne e uomini, spesso sconosciuti e dimenticati, una narrazione storica “alternativa” a quella ufficiale dei testi adottati nelle nostre scuole. Spesso, parlando con i ragazzi, si coglie in loro una visione deterministica e già rassegnata della storia: in fondo le logiche della violenza e del dominio sono sempre le stesse, bisogna solo imparare date, avvenimenti, contesti e modalità diverse. Ma non c’è niente di “nuovo” sotto il sole… e sarà sempre così… Come scrive Anna Bravo (docente di storia sociale all’Università di Torino): «E’ un’idea malsana che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no. Il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato». Questa “idea malsana” è una menzogna che anche noi insegnanti abbiamo, spesso inconsapevolmente, contribuito a costruire. La storia (meglio: tutta la cultura) dovrebbe servire a questo: allenare l’intelligenza e il cuore a “leggere” le vicende umane per scoprirne le dinamiche e coglierne il senso, capaci poi di ritrovare, nell’attualità del presente, quei richiami, quelle “cifre” che abilitano ad essere

cittadini consapevoli, non passivi, intelligenti e critici, protagonisti positivi del presente. Nel 2014 abbiamo ricordato i 70 anni (agosto 1944) della strage di S. Anna di Stazzema (così come, purtroppo, di altre stragi come Montesole del settembre 1944) e nella primavera 2015 abbiamo celebrato i 70 anni della Liberazione e della fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo fatto memoria di questi avvenimenti per cercare, con i ragazzi, di stabilire uno stretto collegamento tra esperienza della violenza e della guerra e scelta, consapevole e decisa, della democrazia e della pace di cui la nostra Costituzione è l’esempio più significativo. Il nostro progetto l’abbiamo intitolato: “Un’altra storia è possibile” e l’abbiamo articolato in tre fasi. 1a fase: Preparazione e visita didattica al Museo storico della resistenza di S. Anna di Stazzema La dott.ssa Toni Rovatti dell’Università di Bologna ha tenuto una lezione sulla strage di S. Anna di Stazzema (9 ottobre 2014) per preparare le classi alla visita guidata al Museo Storico della Resistenza di S. Anna di Stazzema che si è svolta il 17 ottobre e il 24 ottobre per cinque classi quinte del Liceo 2a fase: Laboratorio teatrale in classe con la guida della dott.ssa Elisa Lolli attrice, autrice e regista diplomata con il supporto dell’Associazione Culturale Aporie di Carpi (MO) Il teatro, con i suoi strumenti, è stato il terreno per la costruzione di una narrazione “altra”, intesa come narrazione alternativa ai modelli dominanti. L’agire teatrale ha consentito il confronto, la rilettura e la restituzione di concetti, storie, valori, categorie: la pace come soluzione “altra” rispetto alla guerra; la creatività come risposta costruttiva alla logica della distruzione; l’inclusione in luogo dell’esclusione; l’accoglienza come antidoto contro il pregiudizio; l’ascolto a sostituire la sopraffazione; la non-violenza come forma “altra” di resistenza... Tutto ciò riconducendolo al femminile come archetipo, facendolo uscire da schemi rigidi, culturalmente condizionati, dell’identità sesset-ott 2015

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suale, per trasformarsi in categoria di interpretazione del reale. Attraverso gli strumenti del teatro, i ragazzi hanno potuto sperimentare - attraverso il corpo e il lavoro sull’emozione - modalità e forme “alternative” di espressione del Sè e dell’Altro. I testi scelti (lettere, testimonianze, testi letterari e teatrali) hanno rappresentato una guida costante per fare emergere spunti ed immagini da restituire e comunicare. 3a fase: Produzione e diffusione del materiale documentario

voce ai valori della Costituzione e per sollecitare la produzione di contenuti indipendenti attraverso il protagonismo dei cittadini) hanno inviato le loro riflessioni dopo la visita a S. Anna di Stazzema: le testimonianze sono state trasmesse nel mese di gennaio 2015.

prodotto

Questo Progetto non sarebbe stato possibile senza il contributo di Enti del nostro territorio quali: CGIL di Correggio, Comune di Correggio e Unione dei Comuni, ANPI, Distretto COOP di Correggio. Grazie al loro sostegno economico abbiamo potuto rendere i ragazzi protagonisti di un percorso didattico che ci ha tutti arricchiti di incontri e prospettive condivise per il futuro. Sì, un’altra storia è possibile… se lo vogliamo e ci impegniamo insieme!

Per far conoscere alla cittadinanza il lavoro svolto il regista Andrea Mainardi, che ha seguito e documentato ogni fase del Progetto, ha realizzato il video “Oltre le memorie”, presentato alla cittadinanza il 5 giugno 2015. Inoltre gli studenti della 5C e 5D, in collaborazione con Radio Cora (di Firenze, nata per dare

*Docente di storia e filosofia e referente del Progetto

Ringraziamenti

65 anni fa sui sentieri partigiani con i Giovani esploratori

> P ubblichiamo

C ontavamo

A ntonio C asoli . V i si rac L iberazione . C’ era di mezzo l ’A.G.E., quell ’A ssociazione G iovani E sploratori ( che diventò poi A.P.I.) sostenuta dall ’ANPI reg giana e dal suo presidente “E ros ”.U na tradizione , quella dei “ sentieri partigiani ”, che proprio anche per l ’ impegno dello stesso C asoli continuò negli S essanta per essere da ultimo ripresa da I storeco in una dimensione di valore europeo .C asoli compie altresì un opportuno rimando alla tradizione antifascista dell ’U nione O perai E scursionisti I taliani ( primi anni V enti del secolo scorso ) < di seguito una pagina dal libro

i cavalli bianchi di

conta di escursioni sui sentieri partigiani compiute nei primi anni del dopo

«[…] La base logistica era il Circolo Giovani Cooperatori con sede al Ponte di San Pellegrino, dove si diede vita aIla AGE (Associazione Giovani Esploratori) che al tempo aveva per finalità le attività escursionistiche e anche funzione di distinguo dai Boy Scouts cattolici dell’ASCI (poi AGESC), riallacciandosi alla storica tradizione della precedente associazione sorta prima e sciolta durante il ventennio fascista, denominata Escursionisti Operai di cui furono promotori ed attivisti l’On. Ivano Curti, socialista, il non dimenticato valoroso esperto di montagna, nonché autentico democratico, Olinto Pincelli, attivo anche nel CAI, nonché il futuro sindaco della Liberazione, Cesare Campioli. In quest’ambito sociale, noi giovani trovammo grandi soddisfazioni non tanto per le massive adesioni libere, convinte e partecipate, quanto per il valore educativo, sportivo e culturale delle iniziative promosse. Azioni di arricchimento personale, realizzate come sempre con mezzi limitati: poco denaro, attrezzature inadeguate, comunicazione pressoché inesistente, abbigliamento scarso, mezzi di trasporto carenti, antiquati e costosi. Tutte difficoltà superate in scioltezza con tanta fantasia ed entusiasmo. Si pensi che, allora, il nostro territorio aveva una bassissima densità abitativa e Villa S. Pellegrino contava poco più di mille persone. Ciò nonostante, le decine di gite con i pullman della vecchia SARSA (ora ACT) erano sempre compiute col “pieno” dei posti. Furono esperienze di alto valore formativo e di crescita personale. Per noi, fu un periodo di importante approccio alla conoscenza di un territorio ricchissimo di valenze ambientali, storiche, culturali, tutto da scoprire. Un ecosistema quasi perfetto, solo in minima parte penalizzato dagli eventi bellici. Aria, natura, flora, fauna, le acque, ma anche la vita, le tradizioni, il folklore delle genti locali ... i luoghi e fatti e le ferite umane ancora sanguinanti della epopea della Resistenza, di raccapriccianti eccidi perpetrati dai nazifascisti, a Bettola, Ca’ Marastoni, Cervarolo, La Gatta e delle tante battaglie combattute da ragazzi e ragazze che dissero no a alla tirannide, responsabile del macello di centinaia di migliaia di altri giovani anche in terre straniere. Raggiungere una cima significativa, quale poteva essere Cusna, Casarola, Ventasso, Caval Bianco ... segnando “i sentieri partigiani” ricchi di gesta eroiche, fra i 16

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cippi dei tanti combattenti caduti per la libertà d’Italia, era motivo di commozione ed al tempo stesso di omaggio a chi, con la popolazione locale duramente colpita, tanto ha dato, non solo ai vincitori, ma - non si dimentichi - anche ai vinti, soprattutto con la riacquistata libertà. Ogni paese e borgo attraversato, o cima conquistata al canto evocativo di Bella Ciao, La Brigata Garibaldi, Fratelli Cervi, Figli di nessuno, rappresentava un tributo di fede nei valori universali di pace, giustizia e libertà, molto sentiti nel contesto sociale e politico del dopoguerra, in cui era difficile non schierarsi».


cultura

1970. Mozambico-Reggio Emilia nei ricordi di Oscar Monteiro > U na

delle personalità di primo piano del

autobiografico

( con

M ozambico , O scar M onteiro , ha fatto omaggio di un V alerio V aleriani , che in quella ex colonia

dedica ) al nostro concittadino

suo libro

portoghe -

se operò qualche anno addietro quale coordinatore di progetti di sviluppo attraverso la realizzazione di

cooperative . in cui

R iportiamo di seguito la traduzione di una pagina ( la 147) nella quale si accenna alla (1970) lo stesso M onteiro e M arcelino D os S antos furono nella nostra città per l ’ avvio di rapporto ancora oggi più che mai vivo tra R eggio e il M ozambico <

fase un

«ROMA 1970

Nel 1964, quando iniziò la lotta armata di liberazione, Marcelino Dos Santos ricevette una lettera dal Presidente (Sindaco) del Municipio di Reggio Emilia che diceva: “Abbiamo appena saputo che farete un grande passo per iniziare la lotta per la liberazione. Sappiate che qui, in questo angolo di Italia, noi, che abbiamo partecipato alla resistenza contro il fascismo, siamo dalla vostra parte e vi appoggiamo con tutto il cuore”. Nel corso della preparazione della Conferenza (conferenza di solidarietà con le colonie portoghesi in lotta, Roma 1970) oltre ai problemi abituali e alle complessità che dovevamo affrontare, in una società politica sofisticata e complessa come quella italiana, si prospettarono due momenti rilevanti: il primo, su suggerimento di Dina Forti, fu quello di dare continuità al movimento di solidarietà creato dalla Conferenza, attraverso il gemellaggio di ciascuno dei tre movimenti di liberazione (Frelimo, Mpla, Paigc) con tre comuni italiani: Reggio Emilia, Prato e un altro. «Informai Marcelino, che subito mi disse: scegliamo Reggio Emilia. Da lì è nata una cooperazione duratura, il gemellaggio dell’ospedale di Reggio con l’ospedale provinciale di Cabo Delgado nelle zone liberate, la cura dei mutilati vittime delle mine disseminate nell’operazione “Nodo Gordiano” e innumerevoli azioni di solidarietà che hanno coinvolto tutta l’Italia. Una persona è stata fondamentale in tutto questo processo, Giuseppe Soncini, amministratore dell’ospedale di Reggio, che dedicherà il suo tempo, tutto il suo cuore e la sua prodigiosa immaginazione per sviluppare il movimento di solidarietà che allargò, a partire da Reggio, il nostro raggio d’azione in Italia. Nel 1972, Jorge Rebelo firmerà un patto di gemellaggio con una tipografia cooperativa italiana, la STEB, che stamperà la nostra copertina a colori e che realizzerà l’unica edizione “offset” di “Mozambique Revolution “ in francese, il numero 52. La seconda idea venne da una signora, di cultura cattolica, progressista e amica dell’Africa, Marcella Glisenti, che dirigeva la migliore libreria culturale di Roma, specializzata in libri sull’Africa, chiamata PAESI NUOVI.

7 luglio 1970, Sala del Tricolore. Oscar Monteiro al microfono mentre parla in francese, Zambonelli che traduce, e, seduto, Marcelino Dos Santos (foto di William Ferrari)

Mi propose che i dirigenti delle colonie portoghesi chiedessero un udienza al Papa Paolo VI. Marcelino fu d’accordo e io chiesi a Daniel Chipenda, dirigente del MPLA, di passaggio a Roma, di firmare la lettera. Con gradita sorpresa, l’udienza venne concessa, Marcelino, Amilcar e Neto furono ricevuti e dopo aver ascoltato i nostri dirigenti, il Papa affermò che “la Chiesa è dalla parte di quelli che soffrono”. L’impatto di questo avvenimento fu enorme nel mondo, soprattutto nel mondo cattolico. Probabilmente è il più significativo atto di riconoscimento morale della legittimità delle lotte di liberazione. Finita la Conferenza, terminò praticamente la funzione organizzativa del Comitato di Solidarietà. Ma Reggio Emilia prese in mano il testimone».

Copertina del libro di Monteiro: Da tutti si fa un [unico] Paese, titolo quasi paràfrasi del De pluribus unum statunitense

OSCAR MONTEIRO, scheda biografica E’ nato nel 1941, a Lourenço Marques (oggi Maputo), figlio di un funzionario delle poste originario di Goa (India), ha studiato diritto all’università di Coimbra (Portogallo), ha partecipato ai movimenti studenteschi ed è uno dei fondatori dell’organizzazione clandestina del FRELIMO in Portogallo. Ha insegnato Diritto Costituzionale nell’università Eduardo Mondlane (Maputo), ha esercitato il ruolo di governatore della provincia di Gaza (in Mozambico), dove è ricordato come “MADIHAYA NDALA” (ammazza-fame). Ha fatto parte del Bureau Politico del partito Frelimo, è stato consulente del movimento di liberazione della Namibia, ha lavorato con Xanana Gusmao (leader del movimento di liberazione di Timor Est, già colonia portoghese e successivamente occupata dall’Indonesia) nella prigione di Salemba a Giacarta.Partecipa alla formazione di una nuova generazione di dirigenti del Sudafrica multirazziale come professore dell’università di Wits, fa parte del comitato di esperti di amministrazione pubblica delle Nazioni unite. set-ott 2015

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GRANDE GUERRA E PACIFISMO SOCIALISTA IL CASO DI POVIGLIO, BASSA REGGIANA di Antonio Zambonelli

“i’s portèren al debà” (ci portarono al processo)

A

l profilarsi dell’entrata dell’Italia in quella che sarà poi per sempre ricordata come la Grande guerra, anche a Poviglio, come in molte altre località, si ebbero manifestazioni di protesta che videro tra i protagonisti le donne. Carolina Mazzieri Zanichelli, della Noce, ricorda di aver partecipato lei stessa, quando aveva una quindicina d’ anni, ad una manifestazione femminile sulla piazza di Poviglio, davanti alla chiesa e al municipio. I carabinieri intervennero per disperdere l’assembramento e trassero in arresto sei delle manifestanti, tra cui la stessa Zanichelli, Fermina Gozzi, Nina Giovanardi ed Esterina Gandolfi (sorella del socialista Egidio). Dopo alcuni giorni di detenzione preventiva, furono tutte processate al Tribunale di Reggio; “i’s portèren al debà”, mi disse la Zanichelli con un prezioso francesismo làscito dell’amministrazione di Maria Luigia; la quale Zanichelli ebbe il perdono giudiziario in considerazione dell’età, mentre le altre cinque furono condannate ad un mese di reclusione ciascuna. La contestazione della guerra, da parte di socialisti povigliesi, continuava anche dopo il fatidico 24 maggio 1915, al fronte, come testimonia la vicenda di Leone Pellicelli, (già candidato socialista alle amministrative del 1914, sindaco socialista nel 1920) destinato ad una compagnia di punizione per aver svolto propaganda pacifista. Paride Paglia, all’epoca diciassettenne, fu condannato a 8 mesi dal tribunale di Reggio quale elemento pericoloso per la sicurezza dello stato. Quasi tutti i quadri dirigenti del socialismo povigliese compirono comunque loro malgrado l’esperienza tremenda della trincea, ricavandone un’ancor più decisa volontà di battersi per giungere ad eliminare le cause di ogni guerra: così Fortunato Nevicati (che cadrà nel novembre 1936 volontario antifranchista alla difesa di Madrid), così Luigi Nebbiante, uno dei numerosi socialisti costretti ad allontanarsi da Poviglio per sottrarsi alla violenza omicìda dello squadrismo fascista.

Anche l’Antonio della Prima guerra mondiale, prozio di Tonino, ebbe un destino finale analogo: disperso sul Carso nel 1917. Alessandro Montanarini al figlio Antonio Poviglio, 25.9.1914 Caro figlio, le tue notizie si fanno sempre più rallegrare come anche posiamo asicurarti anche di noi. In quanto il movimento gueresco pare che tutti questi nasionalisti vogliano assolutamente che l’Italia vada a Trento e Trieste ma il governo pare invece che assolutamente non ne voglia sapere di guerra come anche si spera che manterrà la sua idea, a questi nasionalisti ci rispondeva bene in proposito on Treves e bisognava leggere il suo articolo che in ultimo le diceva che se tutti questi che gridano andiamo a prendere Trento e Trieste fate voi un corpo di volontari poi partite, ma invece sono apunto di quelli che dicono andiamo e partite ma il governo pensa molto perché sa ormai cosa costano le guerre e come anche è nel caso di sapere quali sono i frutti...

“... ma invece il governo pare che non ne voglia sapere di guerra” Ma per dar conto di quale fosse la mentalità diffusa dei socialisti povigliesi, come del resto della gran parte dei contadini e degli operai della pianura reggiana segnati dalla pedagogia prampoliniana, ed anche in gran parte alfabetizzati ed attenti lettori di giornali, riportiamo di seguito stralci da due lettere che scrisse Alessandro Montanarini, affittuario di un podere in Via Gruara, al figlio Antonio, militare, mesi prima e all’immediata vigilia dell’entrata dell’Italia in guerra.I due testi sono la fedele riproduzione, “errori” ortografici compresi, degli originali manoscritti. Spicca, in queste come in altre lettere (che ho pubblicato in Lettere dal fronte di Tonino Montanarini, 1990), una tematica politica antibellicista che ha la sua matrice, va ribadito, in quella “cultura diffusa” che il socialismo prampoliniano determinò a livello di massa nella pianura reggiana, sia nel mondo operaio che contadino. Quella tematica che ritroveremo nelle lettere dal fronte Jugoslavo scritte 25-28 anni dopo da un altro Montanarini, Tonino, caduto da partigiano a Svilokos, combattendo contro i nazisti, il 18 ottobre 1943. Il suo corpo finì in una fossa comune. 18

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Antonio Montanarini in divisa durante la Grande guerra. Soldato del 78° Rgt di Ftr., risulta disperso sul Carso nel 1917


cultura Poviglio, 28.4.1915 … Tu dici che della guerra non hai paura benché sia tu che ci devi andare, ma noi sapiamo che queste parole le dici ma non con troppo gusto ma non si sa che farci la guerra a me sembra che non sia molto distante perché anche qui nei nostri paesi ieri sono venuti a ritirare dei cavalli, come anche il Corriere della sera del giorno 26 diceva che l’Italia avesse di già fatto il concordato con la Triplice e che non cera altro che firmarlo io queste notizie non le ho del tutto credute, ma se per caso questo è vero credi pure che la guerra e imminente e la speranza non sarà altro che in questo modo potranno più presto decidersi, ma tu però ad ogni modo devi trovare tutti i mezzi per non andarci e questo deve essere il tuo intento...

Conoscere chi ha combattuto Sentieri partigiani 10 settembre a domenica 13 settembre 2015

e m o r i a

uattro giorni pieni pieni, ci vuole un po’ per rimontare il film. Tornano a rovescio. Ultimo giorno, Gavasseto-Castellazzo 8 chilometri, 2 ore 30 minuti, le donne. Quattro vedove che alla fine della guerra si rimboccano le maniche, in campagna a Gavasseto, le donne dei Vecchi. Giovanna che a 16 anni camminava sessanta chilometri al giorno e si faceva chiamare “Libertà”. Giacomina e i Gruppi di Difesa della Donna. Mica facile. Terzo giorno. Cerredolo-Gombio, 16 chilometri, 8 ore, dislivello 405 metri salita, 425 metri discesa. “Ma gli italiani conoscono questa storia? Cosa dicono di questi avvenimenti?” mi chiede il giornalista tedesco dopo aver ascoltato Delìnger a Vercallo. E guardando questi cento ragazzi tedeschi che sono venuti in Italia, mi chiedo se i ragazzi italiani conoscono queste grandi storie del nostro appennino. Chiacchierando scopro una delle chiavi: “Da noi in Germania di quel periodo oggi puoi incontrare solo ex internati o sopravvissuti ai campi. Per conoscere chi ha combattuto il nazismo, e l’ha vinto, sono dovuta venire qui in Italia”. Secondo giorno il Ventasso, l’escursione. Dalla colonia di Busana, su all’oratorio Maria Maddalena, gradoni crinalino vetta lago pranzo al sacco. Giacomo Notari sulla panchina del lago che sa sempre essere efficace, ritorno all’ex colonia. Nove ore e 40 minuti l’escursione, 8 ore di cammino, 16 chilometri, dislivello 890 metri. Davanti a tutti la dimestichezza di Daniele Canossini che cammina leggero fra alberi sassi e pratoni come fosse nel cortile di casa. Primo giorno, introduzione storica di Massimo Storchi. Colpisce la motivazione di tutte queste persone di lingua tedesca (su un centinaio di persone siamo sei italiani) che mantengono alta l’attenzione anche con i tempi lunghi necessari alla traduzione. Al pomeriggio Daniele ci porta su un anello di passi (Ospedalaccio e Cerreto) e al Cerreto facciamo conoscenza di “Volpe” e delle Brigate Partigiane Garibaldine, quelle con “la stella rossa in fronte, la civiltà portiamo, ai popoli oppressi, la libertà noi porterem”. Tre ore 15 minuti l’escursione, due ore 45 minuti di cammino, sette chilometri, dislivello 145 metri. Organizzazione impeccabile e friendly quella dello staff dei Sentieri e di Matthias e Steffen, con ottimo catering anche vegetariano e vegano. Per non parlare della frittata di Gombio, con la ricetta di Ida e Augusta. E penso a quale potrebbe essere la chiave per portare cento ragazzi italiani sui nostri sentieri partigiani.

m

Q

di Maria Marzi

Sopra Giacomo Notari, Steffen Kreusler e Francesco Bertacchini. Sotto un momento dei Sentieri (foto di Fabio Dolci) set-ott 2015

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Dietro i nomi delle vie si può scoprire la storia Da molto tempo, come ANPI e come ISTORECO, con i nostri interventi nelle scuole, proponiamo anche (ma a volte ci viene richiesto dagli insegnanti stessi) la “decrittazione” dei nomi delle vie e delle piazze del quartiere, o del paese. Anni or sono il compianto Gino Badini pubblicò a puntate, su “Reggio storia”, schede biografiche dei personaggi menzionati nelle vie del nostro capoluogo. Ebbi allora personalmente l’occasione di fornirgli decine di schede relative a partigiani caduti. Operazioni di questo tipo sono diventate tanto più necessarie da quando leggi e regolamenti imposero che i nomi delle vie non recassero più né gli anni di nascita e di morte del personaggio, né la qualifica dello stesso. Tant’è che adesso, nella zona industriale di Cavriago, ci tocca di passare per una misteriosa ancorché bucolica “Via Novella” anziché “Via AGOSTINO NOVELLA, sindacalista, 1905-1974”. Ciò che vale anche per le attigue vie dedicate a Di Vittorio, Grandi e Santi. A dare una mano a questi nostri antichi ma inascoltati propositi di rendere “leggibile” lo spazio fisico in cui ci muoviamo, è giunta da qualche mese l’attività meritoria (opportunamente segnalata in “Gazzetta di Reggio”, 21.08.2015) del Collettivo FX, che va vivacizzando muri di case abbandonate, di cabine elettriche, ecc., con graffiti raffiguranti volti di uomini e di donne accompagnati dalla domanda “Ma chi è XY?”. Per esempio, vicino a casa mia, a Codemondo, la domanda è “Ma chi è Pasquino Pigoni?”. Il fatto che l’autore del graffito, oltre a dimostrare una buona mano nel disegno, tratteggi il volto di un giovane uomo (oltretutto somigliante all’originale), ci fa capire che l’operatore conosce bene la risposta che vorrebe fosse esplicitata. Infatti Pasquino Pigoni è caduto da

Ecco la domanda posta dal Collettivo FX agli abitanti di via Pigoni, Codemondo

partigiano a 20 anni. Stesso discorso, sempre a Codemondo, per Felice Orsini, opportunamente rappresentato con una romantica barba ottocentesca; o per Luigi Galvani, a San Polo, munito del suo parrucchino settecentesco. Vista la qualità della street art del Collettivo FX, qualcuno avrebbe potuto ingaggiare i suoi operatori per “pittare” i freddi pannelli bianchi all’ingresso di Festa Reggio 2015. Magari con graffiti dedicati al 70° della Resistenza. Proposta: nel 2016 quei pannelli potrebbero esser dedicati al 70° della Repubblica.(a.z.).

Nuvole Partigiane

ANITA

Anita è una ragazza. Anita è figlia di un fascista. Ragazza quasi ventenne, Anita è nata e vissuta in un mondo chiuso, duro, violento, quello della dittatura fascista. Anita, in questo universo opprimente, si troverà a dover compiere una scelta, dove la posta in gioco sarà altissima.

SCUOLA INTERNAZIONALE DI COMICS Reggio Emilia

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La storia completa di “Anita” apparirà nei numeri del “Notiziario Anpi”: 4 (aprile 2015), 5-6 (giugno e luglio 2015); 7-8 (settembre-ottobre 2015); 9 (dicembre 2015) e 1-2-3 (gennaio-marzo 2016)


ANITA - 4°episodio: Colpo di pistola


Soggetto e Sceneggiatura: Andrea Pomes e Valeria Vasirani; - Disegni: Tommaso Ronda; - Editing: Giuseppe Zironi Coordinamento: Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia


70esimo

70° Anpi. Il terzo presidente GISMONDO VERONI (1957-1976) di Antonio Zambonelli

Da sergente furiere in Libia a Comandante partigiano a Reggio

Gismondo Veroni (1912-1985)

Nato a Villa Rivalta il 3 aprile 1912, in una famiglia operaia socialista, riuscì a conseguire la licenza delle scuole professionali frequentando poi anche corsi di disegno edile. Nella FGCI clandestina dal 1927 e poi nel Pci dal 1931, sotto le armi dal 1935, partecipò alla guerra in Etiopia e poi nella Penisola balcanica allo scoppiare della seconda guerra mondiale. Ebbe il grado di sergente maggiore di fureria. In Jugoslavia ebbe contatti con la Resistenza dalmata, dalla primavera del ’43, come ben ricordò il pittore reggiano Nello Leonardi, a sua volta militare nei Balcani. A Reggio in licenza nell’agosto1943, subito dopo l’8 settembre fece parte del nucleo promotore della Resistenza, coi nomi di copertura di Tito, Bortesi e Franchi, a seconda dei ruoli via via ricoperti; membro del “Triangolo sportivo”, (il ristretto comitato militare del PCI) fin dal 9 settembre ’43, con Osvaldo Poppi e Alcide Leonardi, fece poi parte del Comitato militare del Cln provinciale; nel settembre ’44 fu comandante provinciale delle SAP e in seguito della 285.a SAP Montagna. Gli fu conferita la medaglia d’argento al V.M. Della sua esperienza resistenziale ci ha lasciato memoria scritta in un volume di racconti autobiografici Azione partigiana, pubblicato nel 1975 e in alcune testimonianze apparse sulla rivista di Istoreco, “Ricerche storiche”. Nell’immediato post Liberazione ebbe a subire il carcere nel contesto di quel “processo alla Resistenza” che colpì in modo particolare alcune provincie emiliane. Professionalmente impegnato nel movimento cooperativo, fu anche consigliere comunale a Reggio nel gruppo del PCI.

Dopo Didimo Ferrari e Vivaldo Salsi, Gismondo Veroni, che già faceva parte del gruppo dirigente, fu il terzo presidente dell’ANPI di Reggio Emilia, dal 1957 al 1976. Il 1960 fu un anno drammatico e cruciale con l’eccidio del 7 luglio nella nostra città. L’ANPI ebbe un ruolo importante nell’azione antifascista in senso al Consiglio federativo della Resistenza. Da notare che il 1960 fu anche l’anno in cui, ma questo lo abbiamo saputo molti anni dopo, si decise di chiudere nell’“armadio della vergogna” la documentazione sulle stragi naziste in Italia. La concomitanza tra i due eventi (Tambroni-MSI, Armadio della vergogna) ci appare molto significativa. Sono anche gli anni dei bombardamenti americani sul Vietnam (1965-1975), del colpo di Stato dei colonnelli in Grecia con l’instaurazione di un regime dittatoriale che durò dal 967 al 1974. Mentre Teodorakis finì in carcere avemmo qui a Reggio i suoi Buzukis. Dal 1973 al 1990 la dittatura di Pinochet in Cile, con una sanguinosa repressione (1973, Allende muore) dei regimi dittatoriali in Brasile, Argentina, Paraguai, Uruguai. Tutte vicende drammatiche che videro il costante impegno dell’ANPI in una azione di solidarietà internazionale. Per il Vietnam basti citare attività come: raccolta di sangue per i feriti nei bombardamenti USA, l’autotassazione di cinque o diecimila lire al mese, pro Vietnam, fino alla vittoria: “chiamo i partigiani, gli antifascisti, a compiere questo sforzo”, è l’appello di Veroni (Notiziario, luglio 1972); l’iniziativa era stata illustrata da Veroni in Sala del Tricolore il 30 giugno nell’incontro con “Madame” Nguyen Thy Binh, ministro degli Esteri del Governo rivoluzionario provvisorio del Sud Vietnam, coltissima ex professoressa deliziosamente francofona. Fin dal 1971 era iniziato anche l’impegno a favore delle lotte di liberazione dell’Africa australe e delle colonie portoghesi. L’ANPI era parte attiva nel Comitato costituito da alcuni anni ad iniziativa dell’Ospedale di Santa Maria Nuova e del suo Presidente Soncini (ex parti-

giano della 144a), personalmente. Tale impegno avrà poi importanti sviluppi con la partenza della nave Amanda. Di tutte queste questioni drammatiche a livello internazionale e nazionale, l’ANPI si dovette occupare a fondo con varie iniziative, e Veroni personalmente, anche nella sua qualità di membro del comitato nazionale. Il 26.11.1976 il nuovo comitato eletto al 9° Congresso provinciale, riunito nella sede di via Sessi, “preso atto con rammarico, che Gismondo Veroni non può mantenere la presidenza provinciale, in relazione alle nuove responsabilità regionali, ha chiamato alla funzione di nuovo presidente Giuseppe Carretti. “Lascio l’ANPI reggiana in buone mani – scrive Veroni sul “Notiziaro” di novembre-dicembre 1976 – ma non mi ritiro, sarò sempre presente nelle attività associative”. E presente lo fu, sia nelle attività ANPI che in quelle Istoreco, fin presso la morte avvenuta il 22 maggio 1985. Agli inizi del 1984 aveva dovuto lasciare anche il suo impegno in Istoreco, a causa del male che lo doveva stroncare. Seppe manifestare eccezionale fermezza nell’affrontare le devastazioni di un male che sapeva irreparabile, trovando conforto anche nell’ affettuosa amicizia di tanti compagni. Dal divano su cui trascorreva le ultime giornate di vita in casa sua, ha continuato a mantenere una fitta rete di rapporti. Ancora poche settimane prima della fine mi telefonò chiedendo notizie sull’attività dell’Istituto storico. Più volte, nelle sue conversazioni finali, manifestava il rammarico di non potere concludere un lavoro di ricostruzione storica sui comunisti rivaltesi, lavoro per il quale aveva peraltro già raccolto diversi appunti. Era atteso ad un appuntamento al quale sapeva di non poter mancare e ce lo diceva con stoica malinconia. Ringraziamo la figlia Carla Veroni che ha donato all’ANPI la divisa militare del padre. set-ott 2015

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La vitalità dell’UDI reggiana dopo la guerra di Liberazione I primi passi dell’Unione donne italiane nella democrazia ritrovata di Anna Appari

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le rievocazioni del settantesimo della liberazione non avrebbe potuto mancare – come mi ha fatto notare l’amica Loretta Giaroni, chiedendomi di scrivere qualcosa – il ricordo della fondazione dell’UDI, nata dall’esperienza militante delle donne dell’antifascismo italiano di sinistra e dalla Resistenza: una matrice culturale molto forte, perché alimentata da esperienze dirette vissute drammaticamente durante il ventennio e culminate, appunto, nella lotta di liberazione. Come ricorda Marisa Rodano, una delle autorevoli promotrici dell’associazione: «Inusuale, anomala nella tradizione dell’associazionismo femminile [fu] la nascita dell’UDI: nel fuoco della lotta di Liberazione nazionale dall’occupazione nazista, in mezzo alle macerie di un’Italia devastata. Senza la tragica esperienza di anni di guerra non sarebbero divenute protagoniste della politica, per la prima volta nella storia italiana, tantissime donne semplici e illetterate delle regioni del Mezzogiorno che, negli ultimi anni del conflitto, mentre figli e mariti erano su fronti lontani, avevano dovuto provvedere da sole alla famiglia, fuggire dalle città bombardate, abbandonare le loro case distrutte, adattarsi a vivere da sfollate e sinistrate. E, soprattutto, senza la partecipazione di migliaia di donne alla Resistenza non si sarebbe sviluppata un’associazione radicata e interclassista» (Memorie di una che c’era. Una storia dell’UDI, 2010). Ma non si deve dimenticare che la diffusa partecipazione alla Resistenzaaveva alle spalle, come accennato all’inizio, lunghi anni di lotte antifasciste, compiute invece, inevitabilmente, da gruppi più ristretti ed “elitari”, che propugnavano gli stessi valori che sarebbero poi stati alla base della Resistenza. Già nel settembre 1944 era nato a Roma, ormai liberata, il Comitato provvisorio d’iniziativa dell’Unione donne italiane, di cui faceva parte anche Egle Gualdi, comunista, modenese di nascita ma reggiana d’adozione, con alle spalle lunghi anni di lotte, che le avevano fatto sperimentare la persecuzione, il carcere, il confino, l’esilio, la clandestinità: un percorso del resto comune alla maggior parte delle donne che avevano dato vita al Comitato. E un’altra reggiana presente era la demolaburista Emilia Siracusa, moglie di Meuccio Ruini. Le principali rivendicazioni messe in campo comprendevano, innanzi tutto, il diritto di voto alle donne e il riconoscimento del ruolo da loro svolto nella Resistenza, ma nelle linee programmatiche non mancava l’elaborazione di progetti più ampi di emancipazione femminile e di assetto sociale. Nel frattempo, nell’Italia settentrionale ancora occupata erano nati i GDD (Gruppi di difesa della donna) legati alla resistenza, ma col fine anche di elaborare progetti di rivendicazioni femminili, di acquisire consapevolezza di un nuovo quadro sociale da realizzare dopo la liberazione, che rompesse con i limiti e le ingiustizie del passato, sia a livello sociale che familiare, che spezzasse dunque le antiche tradizioni di esclusione della donna dalle responsabilità civili e di sottomissione all’uomo all’interno dello stesso istituto familiare, una sottomissione particolarmente accentuata nella tradizione delle famiglie contadine. A liberazione avvenuta i due gruppi decisero l’unificazione, potendo così contare su una forte, radicata e ramificata diffusione 26

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fra le donne dei principi ispiratori che ne stavano alla base. Così il 20 maggio 1945 le rappresentanti dell’UDI e dei GDD si incontrarono a Milano per sancire la fusione delle due associazioni e la data del primo congresso nazionale costitutivo dell’UDI, che si sarebbe svolto a Firenze al teatro della Pergola dal 20 al 23 ottobre, dopo i congressi provinciali. Reggio Emilia si trovava in una situazione particolare: le dirigenti provinciali dei GDD erano venute da fuori (Lucia Scarpone dal Piemonte, Laura Polizzi da Parma) e alla fine del conflitto erano ritornate a casa; la stessa Egle Gualdi, esponente importante del periodo clandestino precedente, dopo un breve rientro in città avrebbe fatto in seguito solo brevi visite, avendo seguito il marito Agostino Novella, prima a Roma, poi a Genova. Eppure l’UDI reggiana si impose subito fra le più importanti, in campo nazionale, per il numero di aderenti, la vitalità e l’impegno a tutto campo nel tessuto provinciale. Dopo una grande assemblea preparatoria del 22 luglio, dove fu oratrice ufficiale (presentata da Nella Passatore) proprio Egle Gualdi, il congresso provinciale si svolse il 2 settembre al teatro municipale, presieduto dal sindaco Cesare Campioli, alla presenza del prefetto Vittorio Pellizzi e dei rappresentanti del PCI, del PSI, del PdA e del FdG, che presero la parola. Le donne erano arrivate da tutta la provincia in bicicletta, su carri, camion e altri mezzi di fortuna, con bandiere e cartelli inneggianti all’UDI, che si calcolava contasse già oltre 25.000 iscritte sul territorio provinciale. Stranamente non si è trovata alcuna documentazione sui nominativi delle donne intervenute (si sa soltanto che una certa “signora Lasagni” fece il discorso di apertura), né su quelle che furono sicuramente inviate come delegate al congresso nazionale. Venne eletta presidente Laura Menozzi (anche di lei non si hanno notizie precise, se non che era insegnante e non iscritta a nessun partito). L’o.d.g. da lei presentato presentava una decina di punti, tra i quali, curiosamente, la richiesta del diritto di voto per le ragazze diciottenni e la creazione di campi di concentramento per “i criminali fascisti e reazionari”(“La Verità”, 9 settembre 1945). Passatore, Lasagni e Menozzi non sono più citate in alcun documento UDI. Le prime dirigenti reggiane furono comunque giovani donne (come Velia Vallini, comunista, che già nel 1947 ne


divenne segretaria provinciale, con Nilde Jotti alla presidenza) legate alla Resistenza e ai GDD; una generazione temprata da un’esperienza difficile, dolorosa ed esaltante, pronta ad impegnarsi a tutto campo per i diritti femminili e per realizzare una società migliore. Al I congresso nazionale nessuna reggiana risultò eletta negli organi direttivi e anche nel II congresso del 1947 solo Nilde Jotti avrebbe fatto parte del Consiglio, mentre Egle Gualdi, non però in rappresentanza di Reggio, era presente nel Comitato direttivo. Ma in seguito le presenze reggiane negli organi nazionali sarebbero cresciute di numero e di importanza. Del resto già nel 1946 Nilde Jotti sarebbe stata l’unica donna emiliana eletta alla Costituente. Occorre inoltre ricordare che, dei quattro partiti del CLN presenti al I congresso provinciale dell’UDI, mancava il rappresentante della DC, anche se due giovani esponenti del CIF (Centro italiano femminile) portarono un saluto, insieme all’ANPI. Era inevitabile, infatti – pur dichiarandosi l’UDI apartitica ed aperta ad accogliere donne di ogni tendenza – che nel momento in cui il paese si apprestava alla ricostruzione e a dar vita un nuovo assetto politico, le prime divergenze fra due opposte visioni della società (che troveranno conferma nella formazione di due blocchi contrapposti a livello mondiale), e cioè da un lato la realizzazione di una democrazia borghese occidentale, dall’altro la “democrazia progressiva” propugnata dalla sinistra (che aveva come modello il mito delle democrazie popolari dei paesi socialisti e dell’URSS in particolare), incominciasse a pesare, a creare le prime divisioni, i primi fossati. Ciò non toglie che le due associazioni potessero collaborare. Nel consiglio della SEPRAL, ad esempio, erano presenti, insieme ad altri enti, entrambe le associazioni nelle persone rispettivamente di Nilde Jotti e Maria Carassiti; mentre venne loro affidata interamente la gestione del Comitato femminile per l’assistenza invernale. Per l’UDI, infatti, una volta acquisito il diritto di voto e la propria rappresentanza nel CLN (sancita in occasione del IV congresso dei CLN comunali del 28 agosto) e in altre istituzioni, si trattava, prima ancora di pensare alle rivendicazioni prettamente femminili, di “tirarsi su le maniche” per far fronte alle grandi emergenze del primo dopoguerra, che affrontarono con grande vitalità ed inventiva. Sono note, ad esempio, le iniziative per la creazione dei primi asili infantili (da cui deriveranno le attuali scuole d’infanzia comunali), resa possibile da raccolte di fondi e generi alimentari e da introiti derivanti dall’organizzazione di lotterie, spettacoli teatrali, feste danzanti, depositi di biciclette, ecc. E proprio questa sensibilità verso i problemi sociali, questo legame diretto con la realtà delle cose avrebbe creato la base per le future lotte per l’emancipazione femminile, per rivendicare, in tutti i campi, la fine di ogni discriminazione e quindi la parità fra uomini e donne.

commemorazioni 7 luglio 1960- 7 luglio 2015 Reggio Emilia. Il sindaco Luca Vecchi durante la commemorazione del 55° anniversario dell’eccidio del 7 luglio 1960

COSTABONA Costabona di Villa Minozzo, domenica 12 luglio, è andato in scena una rappresentazione del “MAGGIO” avente come trama i fatti e l’ambiente che portarono all’eccidio di Cervarolo. Sensibile la presenza di pubblico, commovente la rappresentazione (W. Orlandi)

MINOZZO Si è tenuta domenica 2 agosto la commemorazione di Minozzo. Oratrice Emanuela Caselli presidente del Consiglio Comunale di Reggio Emilia.Sensibile la partecipazione di persone che hanno perso i loro cari in occasione dell’evento. Da tutti un appello perché fatti tanto dolorosi non debbano ripetersi. (w. o.)

Una bibliografia Sulla figura di Egle Gualdi: G. Magnanini, Egle Gualdi, vita di una emiliana (1901-1976), edizioni Analisi, Bologna, 1994; per un’ampia documentazione sulla storia dell’UDI reggiana cfr. A. Appari. L. Artioli, N. Caiti, D. Gagliani, L. Spinabelli, Paura non abbiamo… L’Unione donne italiane di Reggio Emilia nei documenti, nelle immagini, nella memoria. 1945-1982, IBC della Regione Emilia-Romagna, Bologna, 1993. set-ott 2015

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Cittadinidemocraziapotere

di Claudio Ghiretti www.governareggio.it

IMMIGRAZIONE: MA REGGIO HA UNA STRATEGIA?

La paurosa rissa tra nigeriani scoppiata nei pressi della stazio-

ne di Reggio Emilia è, per quanto deplorevole, da considerare un fatto isolato o un sintomo di una cultura della violenza che sta circolando per le strade della città? Chi abita in città, soprattutto in certe zone, ma anche in centro storico, sa che risse con bottigliate e talora, anche con coltelli, avvengono spesso, ma se non finiscono sui giornali è come se non fossero mai avvenute. Ma se così stanno le cose è ora di chiedersi: Reggio ha una strategia? La rissa della stazione è preoccupante perché è il sintomo di un problema serio di questa città, ma che, finora, non è stato riconosciuto come tale. Per questo manca una strategia di lungo respiro chiara ed efficace, dentro la quale inserire anche gli interventi d’emergenza necessari. In questa città si sono scontrate due ideologie: quella troppo ingenua e semplicistica, che considera, acriticamente, l’immigrazione come ricchezza e quella cieca e xenofoba che la considera una calamità da respingere. Queste due ideologie, inadeguate entrambe, hanno impedito di mettere a fuoco con chiarezza un fenomeno, non solo molto complesso e impattante sulla vita delle persone, ma che è destinata a diventare parte strutturale e fondamentale della vita stessa della nostra comunità. Occorre mettere da parte i paraocchi ideologici e mettere a punto una seria strategia su come assicurare serenità e convivenza civile a Reggio Emilia, partendo dalla constatazione che quel che è stato fatto finora è stato insufficiente. Vi sono zone della città che si stanno ghettizzando. Stanno diventando luoghi d’insediamento di persone e famiglie cinesi, arabe, africane, asiatiche, spesso in condizioni abitative precarie, di sovraffollamento e di povertà, alle quali giunge in modo inadeguato o non giunge per niente, la trasmissione delle nostre regole civiche. Anzi, al contrario, tendono ad affermarsi le regole dei nuovi venuti, gettando nello sconcerto e nell’incertezza la comunità d’accoglienza. Le prime ad essere colpite sono le attività commerciali e le famiglie residenti che sono costrette ad andarsene, perché cambiano le regole e le abitudini di vita d’intere strade e quartieri. Vi sono zone in cui il degrado sta diventando la caratteristica quotidiana e le regole di convivenza civile, cui siamo abituati, sono, praticamente, sospese. I primi sentimenti ad essere colpiti sono la serenità e il senso di sicurezza. Questa situazione è la condizione in cui si affermano gruppi di potere su base etnica ed etnico-famigliare in cui germina l’arroganza e crescono violenza e delinquenza. Il Sindaco Vecchi non è responsabile di questa situazione, ma non lo resterà per molto. Perché è tempo che assuma questa questione come uno dei problemi più importanti della città. Come capo della comunità reggiana deve chiamare a raccolta tutte le autorità cittadine, a partire dalla prefettura e dalle forze dell’ordine, le istituzioni locali e le forze economiche e sociali per mettere a punto una strategia coerente e permanente, realistica ed efficace, in grado di programmare articolati interventi strutturali, ma anche interventi d’indagine e di prevenzione e seri interventi di repressione e di ripristino della legalità e del rispetto delle regole di convivenza civica per chiunque intenda vivere a Reggio, stranieri e reggiani.

Opinion leder

MusicaRE

di Fabrizio Tavernelli

Quanto è in salute la musica dal vivo a Reggio Emilia e pro-

vincia? Come sappiamo tra le tradizioni e le eccellenze del territorio c’è sempre stata la scena musicale che ha visto nascere artisti e gruppi di valore nazionale. Locali, club, circoli arci, concorsi per band emergenti, le feste dell’unità: queste erano le palestre per allenare, affinare e sviluppare la propria musica. Purtroppo in questi ultimi anni la situazione live si è impoverita, per non dire desertificata, con la chiusura di diversi locali storici: dal Maffia per giungere quest’anno alla fine del Calamita di Cavriago. Non sto tenendo conto di locali o circoli che ormai basano la propria programmazione su cover e tribute bands, senza volere fare morali o gridare allo scandalo, conoscendo le difficoltà economiche per tenere in piedi un locale ma a volte l’impressione è quella del disarmo, dell’arresa totale. Qualche realtà interessante rimane e coraggiosamente propone programmazioni e scelte artistiche ricercate, originali con gruppi dal vivo e musica propria variando tra generi, tra scelte nazionali o estere. Un esempio recente è il “Dinamo”, locale interessante in pieno centro a Reggio che propone serate musicali dall’avanguardia alla scena indie. Un altra realtà che da anni si differenzia è “I Vizi del Pellicano” a Correggio. Ci sono inoltre gli ultimi concorsi per gruppi di base come lo Sputnick o il Premio Daolio. Purtroppo queste sono piccole esperienze isolate, tenute in piedi dalla passione e dalla curiosità di un gruppo di ragazzi più che da una reale attenzione di pubblico e istituzioni. Certo è che in questi ultimi anni, c’è stato un radicale cambiamento nei gusti, nell’approccio alla musica, mutata è la mappa e la ricerca di luoghi (o non-luoghi?) da parte dei più giovani. Il proliferare di format, di talent show, ha modificato il modo di fruire e condividere la musica. E’ più facile (è una constatazione) vedere folle per un personaggio uscito da un talent o passato da qualche format in tv, intento a promozionare un nuovo singolo in un tour negli ipermercati, piuttosto che vedere gente ad un concerto alternativo. Forse in estate qualche spazio in più per la musica dal vivo, che non siano covers o grandi eventi, si apre, vedi le arene e i palchi di quelle che erano le feste dell’unità. In particolare è apprezzabile quest’anno lo sforzo dell’arena giovani a FestaReggio con un cartellone più creativo e vario. Occorre poi capire se i numeri e l’affluenza possa bastare per insistere nel tentare di smuovere il panorama stantio dei palchi presi d’assalto dal clichè della band tributo. Nessuno pensa di tornare ai numeri e all’attenzione per le musiche dei decenni passati, il modo di vivere la musica si è fatto volatile, fatta eccezione per artisti che sono riusciti a garantirsi un seguito trans-generazionale (vedi il recente successo del concerto di Ligabue al Campovolo). Questo non vuole essere un discorso nostalgico ma visto che si continua a discutere della possibilità di trasformare il Campovolo in un’arena permanente per concerti e tour internazionali (vedi la suggestiva idea di portare il festival “Loolapalooza” a Reggio) e visto che qualcuno vorrebbe fare di Reggio e provincia uno snodo nevralgico per la musica dal vivo, occorre allora partire dal piccolo, dall’educazione sul territorio, cercando di incentivare i piccoli locali, le piccole realtà, per creare un tessuto ricettivo. Questo per dare anche una opportunità lavorativa per i giovani, o di indotto per la città. Occorre favorire, semplificare l’organizzazione, eliminare burocrazie e cavilli, non spegnere sul nascere nuove energie che si muovono nel territorio (sconcertante la multa al festival di musica elettronica “Eleva”). Perchè non pensare ad un polo musical-culturale che veda coinvolta l’area delle ex reggiane e il Campovolo? In fondo anche qualche decennio indietro la creatività musicale reggiana non è nata dal nulla ma grazie anche ad investimenti nelle politiche culturali giovanili, nella lungimiranza e perchè no, in una buona dose di utopia e visionarietà di cui la musica è sempre stata portatrice.


di Massimo Becchi

Segnali di Pace

di Saverio Morselli

L’ACCOGLIENZA, E POI? REGGIO: ALT all’ESPANSIONE EDILIZIA SMISURATA Le statistiche ufficiali ci dicono che nei primi otto mesi del

S

embra quasi troppo bello per crederci: circa 135 ettari nel comune di Reggio (1.350.000 metri quadrati) saranno riconvertiti da una destinazione d’uso urbanizzabile ad agricolo. Sono circa dieci aziende agricole di medie dimensioni della nostra provincia. Ma come si è giunti ad una situazione soltanto pochi anni fa inimmaginabile, in una città che ha fatto del consumo di suolo un suo cavallo di battaglia per un quindicennio? Questo passaggio da urbanizzabile ad agricolo, un fatto indubbiamente unico nella storia urbanistica cittadina, è certamente un indicatore di una pochezza ed una miopia dell’amministrazione pubblica che ha fatto dell’espansione urbanistica un fiore all’occhiello, prima con l’assessore Malagoli e poi Ferrari, con previsioni della crescita demografica e del tessuto urbano del tutto errate: gravi errori quindi di programmazione urbanistici. E’ infatti dai Piano regolatore generale di epoca malagoliana, poi confermato dal Piano strutturale comunale di Ugo Ferrari che si sa che le previsioni espansionistiche della città sono eccessive, come troppa è la pressione sul territorio in termini di uso delle risorse, fra cui per primo il suolo agricolo, come troppe sono le case e gli edifici vuoti ed invenduti. Questa riconversione agricola dei terreni non è quindi di certo frutto della sensibilità ambientale del sindaco Vecchi e dell’assessore Pratissoli, che hanno solo dovuto prendere atto che molti cittadini hanno chiesto di tornare sui propri passi: dopo aver lottato per anni per avere un terreno edificabile ora si trovano a dover pagare pensanti imposte senza aver nell’orizzonte di breve e medio periodo alcuna possibilità di vendere o edificare, per cui preferiscono continuare a coltivare questi terreni. E tutto questo per gli effetti generati dalla crisi economica che in primis a Reggio ha coinciso con la crisi edilizia e con il calo di appetibilità della nostra città, non più l’Eldorado di qualche anno fa. Quello che possono fare gli amministratori è seriamente rivedere gli strumenti urbanistici per portare la nostra città a consumo zero di suolo agricolo (Reggio sarebbe la prima città di medie dimensioni italiana), sfruttando i contenitori vuoti presenti e l’enorme patrimonio dell’invenduto e dell’incompiuto. E’ un’occasione che probabilmente non si ripresenterà una seconda volta. Questo vale anche per il comparto produttivo, che oggi può contare su una miriade di capannoni, negozi ed uffici vuoti che cercano solo un acquirente. Le scelte ambientaliste di questa amministrazione sarebbero così ben chiare, visto che oggi il Sindaco ci ha lasciato con un parcheggio in piazza della Vittoria di cui nessuno capisce l’utilità e ha fatto solo passi indietro sulla ripubblicizzazione dell’acqua, il tutto non certo negli interessi dei cittadini, ma piuttosto per quelli di pochi e di Iren.

2015 sono arrivati via mare sulle coste italiane 114.285 “migranti”, 2.080 in più di quelli sbarcati nello stesso periodo dello scorso anno. Che il dato in aumento sia tutto sommato contenuto non deve tuttavia indurre a pensare che il fenomeno sia in controtendenza: i teatri di violenza e di guerra ci sono ancora tutti e – semmai – l’esodo ha trovato rotte alternative (la Grecia) all’Italia, considerato anche che le mete finali più ambite sono la Germania e i Paesi scandinavi. Dall’Eritrea, dalla Nigeria, dalla Somalia, dalla Siria, dal Sudan e da una miriade di altri luoghi continuano ad arrivare migliaia e migliaia di persone che non hanno più nulla, la cui unica e comprensibile esigenza è quella di sfuggire alla morte e sperare in una vita degna di essere vissuta, esattamente il contrario di quella che abbandonano sottoponendosi a sofferenze e privazioni irraccontabili. La realtà è una sola e ormai nessuno la nega più: non si tratta di una fase transitoria, perché non c’è motivo di credere che i conflitti che insanguinano tanta parte del mondo trovino a breve una composizione. La mediazione diplomatica o è assente o, come nel caso della Libia, non riesce a raggiungere risultati appena decenti. In Iraq e in Siria la guerra rappresenta la quotidianità e l’opinione pubblica al massimo si interroga su quali altri Paesi verranno coinvolti. In tante zone dell’Africa l’alternativa è tra regimi dittatoriali e presenza jihadista (Isis, Boko Haram, AlShabaab) intenzionata ad imporre la legge islamica. E allora non rimane che la fuga, la ricerca della salvezza. Noi che faremmo? Possiamo prendercela con le organizzazioni criminali che sfruttano la disperazione, con i “famigerati” scafisti (che spesso sono gli stessi profughi), ma non possiamo non prendere atto che continuano e continueranno ad arrivare. Occorre quindi affermare con forza che il concetto dell’accoglienza è un preciso imperativo civile e morale delle istituzioni e di ognuno di noi, affinché prevalga sull’imbarbarimento culturale dello stucchevole “aiutiamoli a casa loro” o, peggio, del “che anneghino pure tutti!”. L’art. 10 della nostra Costituzione dispone che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Tutto semplice, quindi? Non proprio. Frequentemente, i profughi sbarcano in Italia ma hanno in mente altre destinazioni. Sanno poche cose, ma sembra che una l’abbiano ben presente: ovvero, il Regolamento di Dublino II, vigente nella UE, il quale prevede che la domanda di asilo politico sia esaminata ed eventualmente accolta dallo Stato di primo ingresso. Una tale rigidità ha spesso comportato disordini e vere e proprie fughe di massa verso la clandestinità e altre frontiere, spesso tollerate dalle autorità italiane (non a caso la Commissione Europea ha recentemente chiesto conto al nostro Paese della discrepanza tra numero di arrivi e identificazioni). Il richiedente asilo in Italia deve presentare alla questura o alla polizia di frontiera una domanda di protezione internazionale che deve essere esaminata dall’autorità responsabile, il Dipartimento delle libertà civili e immigrazione, che a sua volta la inoltra alle Commissioni Territoriali che dovranno pronunciarsi nel merito. Nonostante l’aumento del numero delle Commissioni, i tempi di attesa possono arrivare a un anno in luogo dei 35 giorni previsti per legge. Nel frattempo, ai profughi non resta che attendere la loro sorte nei Centri di acco-

rubriche

PRIMAVERA SILENZIOSA


glienza per i richiedenti asilo (C.A.R.A.), veri e propri villaggi a gestione governativa dove vengono accolte migliaia di persone, o nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) costituito dalla rete degli enti locali, che li accolgono a gruppi più contenuti in appartamenti o alberghi comunali. E’ del tutto evidente che il protrarsi di una condizione di incertezza rispetto al proprio futuro non può che provocare stress e frustrazione. La grave sofferenza psicologica di chi è arrivato, coniugata con una quotidianità fatta di noia e di elementare ripetitività, può rappresentare una sorta di sospensione in uno stato di inaccettabile reclusione indiretta. Non di rado capita di vedere, direttamente o attraverso le immagini televisive, una moltitudine di persone “parcheggiate” nei centri di accoglienza bivaccare in attesa dei pochi appuntamenti fissi della giornata. Immagini che rimarcano un distacco, una distanza, una diversità, un noi e loro. Per porre fine a tutto ciò, è fondamentale insistere affinché i tempi per il riconoscimento del diritto di asilo in Italia, oggi vergognosamente i più lunghi di tutta la UE, aderiscano a criteri di elementare civiltà. Nell’attesa, non basta offrire assistenza e protezione, ma occorre favorire un percorso di integrazione attraverso l’acquisizione di una ritrovata autonomia. Ovvero ridare dignità alla persona attraverso attività che da un lato offrano opportunità di conoscenza e di formazione alla sua permanenza e, dall’altro, favoriscano un’idea stessa di integrazione che possa farsi “cultura”. Come è noto, per legge i richiedenti protezione umanitaria non possono lavorare. E allora, ben venga l’insegnamento della lingua italiana per chi ha voglia di apprenderne i primi rudimenti, in direzione di una autonomia di parola importante per chi deciderà di restare. E ben vengano i corsi di avviamento al lavoro, alla conoscenza dei “mestieri”. Ma può esserci dell’altro. Nel nostro Paese si va diffondendo la pratica di coinvolgere i profughi in attività di volontariato in lavori di pubblica utilità. Ovvero, un modello di accoglienza – per dirla con le parole usate dal Comune di Rovereto – che “attraverso l’amministrazione condivisa dei beni comuni promuova la conoscenza reciproca e la partecipazione” con attività che favoriscano la convivenza e la conoscenza, che tendano a coinvolgere e non a escludere. Solo per fare alcuni esempi, a Livorno è partito a maggio il progetto “Spiagge e fondali puliti”, a Modena esiste un programma per la cura del verde pubblico, a Cesena i profughi volontari puliscono strade e si occupano di orti sociali, a Sarzana sono presenti nei parchi pubblici, in Liguria manutenzionano i sentieri delle Cinque Terre. La promozione del volontariato per pubblica utilità è contenuta nella Circolare Alfano del novembre scorso (forse un po’ frettolosamente criticata con accuse di “schiavismo”). Ammetto l’imbarazzo, ma perché no?

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commemorazioni Camminare per ricordare Commemorata la strage nazista della Bettola di Annalisa Magri

Il 23 giugno scorso ricorreva il 71° anniversario dell’eccidio della Bettola (Vezzano s/C),uno dei più efferati atti compiuti dai nazisti in Italia la notte di San Giovanni del 1944, dove furono uccisi 32 civili e 3 partigiani. Il programma della commemorazione è iniziato nel pomeriggio con la “reintitolazione” delle vie dedicate ai tre partigiani uccisi durante la strage. La manifestazione ha coinvolto i ragazzi della scuola media del paese. Grazie a un progetto promosso dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con Istoreco, infatti, gli studenti della 3a hanno riscoperto le vie vezzanesi dedicate ai partigiani che persero la vita il 23 giugno 1944: Pasquino Pigoni, Enrico Cavicchioni e Guerrino Orlandini. Dopo la Cerimonia commemorativa davanti al Monumento della Bettola,con la presenza delle autorità è andato in scena lo spettacolo di teatro civile Gli uomini per essere liberi. Sandro Pertini, il Presidente.

Legata alla celebrazione si è svolta, tra i giorni di lunedì 22 e di martedì 23 giugno, una lunga camminata che è partita da Cervarolo, luogo simbolo di una delle prime tragiche stragi nazifasciste, per giungere in località La Bettola di Vezzano sul Crostolo, altro luogo protagonista di una cruenta rappresaglia dove perirono molti civili di ogni età. Questa bella iniziativa, promossa e sostenuta dalle sezioni delle ANPI coinvolte e dalle rispettive Amministrazioni Comunali dei comuni attraversati, ha visto partecipare con entusiasmo Sebastiano Vinci, Carlo Pagliani, Silvia Fiori, Simone Sassi, Ivo Varini ed Ermes Caprari. Tutti equipaggiati a dovere per sostenre i chilometri che separano Cervarolo da La Bettola. Nell’anno del 70° anniversario della Liberazione e nell’ambito delle celebrazioni in memoria dell’eccidio, questa camminata ha avuto il senso di toccare due tra i luoghi simbolo e più tristemente colpiti dalla furia nazifascista che non ha risparmiato vittime innocenti; nel percorso sono stati visitati e omaggiati dal gruppo di camminatori tutti i monumenti a ricordo di partigiani caduti. Particolarmente suggestivo è stato l’arrivo del gruppo a La Bettola durante la celebrazione e il ricordo della strage della notte di San Giovanni, dove è stata presente, come sempre, la “piccola” sopravvissuta Liliana Del Monte.


memoria “LIBERATE” LE BANDIERE DEL PCI di Alessandro Fontanesi

Sfoglio il “Notiziario ANPI” del luglio 2000, interessato dai

numerosi articoli e dalle testimonianze per il 40° anniversario dei fatti tragici del luglio 1960 a Reggio Emilia, tuttavia poco più avanti con le pagine, cattura la mia attenzione un titolo: L’Heimat e le Belle bandiere”. Ma soprattutto una foto, quella della storica e bellissima bandiera del Pci del comitato di fabbrica delle Reggiane, “forgiata” durante l’eroica occupazione del 1951. Antonio Canovi è la firma dell’articolo. Leggo e scopro con sorpresa, che diventerà disappunto, poiché non ricordavo che quella bandiera densa di storia venne ritrovata in un cassonetto dei rifiuti in via Bligny, poco distante dagli ex stabilimenti delle Reggiane, una mattina di aprile dello stesso anno 2000. Buttata inesorabilmente come la storia che ancora si porta appresso intatta, una storia, quella dei comunisti in Italia che ha davvero poco di cui essere buttato, dimenticato e censurato. «Il profondo scandalo della bandiera buttata sta nell’indicibilità cui, abbandonandola, è stata condannata una storia e una memoria collettiva e forse un’intera epoca. E’ uno scandalo, peraltro, reso intollerabile dal moralismo che caratterizza ogni discorso corrente sul passato, a cominciare da quanti pretendono di “spiegare” che cosa fare ai più giovani e piuttosto che interloquire, preferiscono “monumentare” a partire da se stessi». La spiega così Canovi (sono le sue testuali parole) e non si può che essere d’accordo. Sul percorso politico personale ciascuno è libero di fare quel che vuole, cambiare opinione fa parte della natura umana, ma cacciare nel bidone dell’immondizia un oggetto che potrebbe rivivere negli istituti storici e di memoria, sicuramente non è comprensibile. Chissà quante altre bandiere del Pci hanno subito eguale sorte, brutta bestia il revisionismo, specie se si pensa a quale fosse il prezzo da pagare per chi veniva trovato in possesso dei vessilli proletari durante il fascismo. Tuttavia altre bandiere sono ancora nascoste, nelle cantine, in fondo agli armadi, nei solai, l’appello che rivolgo è di liberare quelle bandiere, di riportarle alla luce, un gesto di civiltà nel rispetto di una grande storia politica che ha contrassegnato in positivo il percorso democratico del nostro Paese, dalla Resistenza fino alle grandi lotte sociali dei primi anni settanta per la conquista e il consolidamento dei diritti dei lavoratori. Una di queste bandiere, grazie ad un gesto commovente e sincero, e fors’anche per una certa casualità, è stata recuperata al presente, grazie al partigiano Renato Vacondio, nome di battaglia “Bergonzi”. Intervenuto durante un’iniziativa del Partito comunista d’Italia e di Rifondazione comunista per il 70° della Liberazione, lo scorso 11 maggio, prima di raccontare la sua personale

vicenda nella Resistenza, Bergonzi ha voluto donare ai dirigenti dei due partiti la sua bandiera del Pci cellula Sarsa, un’enorme bandiera rossa ricamata e bordata dorata. Un gesto di profonda umanità che ha suscitato la commozione dei presenti e la mia personale, perché mi piace pensarlo come un ideale passaggio del testimone. La notte stessa ci avrei quasi dormito come un bambino con quella bandiera. E quella bandiera ha ripreso già il suo posto nella storia, sventolando in piazza proprio durante le celebrazioni del 7 luglio 1960. Si liberi la storia, si liberino le bandiere del Pci, chi ne fosse in possesso le tolga dalla polvere delle cantine e dia a quelle bandiere la collocazione che meritano, per proseguire una storia tutt’altro che terminata.

Anna Spaggiari “Letizia”, cuoca dell’“asilo del popolo” Si è spenta a 93 Anna Spaggiari. Nel 1945 la partigiana “Letizia” ed altri avevano raccolto il denaro necessario per costruire l’“asilo del popolo” vendendo un carro armato abbandonato dai tedeschi in fuga, insieme a sei cavalli e tre camion, e poi l’avevano costruito con le loro braccia. L’ex-staffetta partigiana ha poi lavorato come cuoca della scuola stessa. Così racconta la sua esperienza resistenziale: «Avevo 22 anni quando nel 1944 mi incontrai con un partigiano all’interno del cimitero di Villa Cella ed entrai, come staffetta, nelle forze partigiane. I miei compiti erano quelli di portare le direttive ai vari gruppi dl combattenti, giravo sempre in bicicletta, con mia sorella più giovane, portando i messaggi a voce. Andai, una notte, a riprendere le armi seppellite dal partigiano “Lupo” sotto la neve nel cortile del “Casermone di Cella” (presso l’odierno ci-

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nema) perché lui era stato catturato dai tedeschi e, se torturato, avrebbe potuto indicare quel luogo; quella notte presi le armi, attraversai la Via Emilia, nonostante la rischiosa vicinanza con il presidio fascista (presso l’attuale autofficina di Via Cella) e le consegnai a un altro partigiano che le seppellì in un campo. In un’altra occasione andai, sempre con mia sorella, a controllare l’esito dell’attacco partigiano al presidio di Cadelbosco Sotto. In questa occasione fui fermata dai fascisti della Brigata nera, che mi perquisirono, ma fortunatamente non trovarono la pistola che tenevo nella borsa, nascosta sotto il carburo per le lampade. La paura quel giorno fu grande: se avessero trovato quell’arma probabilmente sarei stata torturata e sicuramente ora non sarei qua a raccontare gli episodi di rischio quotidiano di quel lunghissimo periodo». set-ott 2015

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Sul sentiero partigiano n° 2 Distaccamento Cervi CAI “Cani sciolti “ e Istoreco di Carla Iotti, Ivana Vaccari

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el mese di aprile o di maggio è da anni consuetudine per la sottosezione CAI “Cani sciolti “ di Cavriago fissare sul calendario escursionistico un giorno dedicato ad un sentiero partigiano. Quest’anno la scelta è caduta sul sentiero N° 2 del Distaccamento Cervi; la camminata è stata effettuata il 19 aprile. Come sempre ci ha accompagnati Fabio Dolci di Istoreco che lungo il percorso e davanti ai monumenti ai caduti ci ha raccontato le storie di tante coraggiose azioni partigiane. Nonostante fosse una mattinata fredda e piovosa, sul ponte della Scalucchia di Vetto, punto di ritrovo e di partenza, eravamo in 32. Tra i partecipanti quest’anno c’era anche Gemma Bigi, della redazione Web del “Notiziario ANPI”, che ha evidenziato l’importanza della figura femminile nella lotta di liberazione. Abbiamo seguito il sentiero dei Ducati e siamo giunti in poco tempo a Legoreccio, dove abbiamo commemorato i partigiani del Distaccamento Cervi davanti al monumento a loro dedicato. Fabio ci ha parlato a lungo delle modalità che hanno visto soccombere tanti partigiani e ci ha sottolineato come le spie del luogo abbiano permesso alle truppe naziste di tendere loro un’imboscata cogliendoli di sorpresa. Di fianco al monumento abbiamo avuto l’opportunità di visitare la casa corte dei Da Palude recentemente ristrutturata, luogo in cui nel 1944 i partigiani si rifugiarono invano per sfuggire alle rappresaglie nazifasciste. Continuando lungo il sentiero dei Ducati siamo giunti a Pineto dove abbiamo sostato per un veloce spuntino e per la tradizionale foto di gruppo. Seguendo poi il caratteristico logo che contraddistingue i sentieri partigiani del nostro Appennino, siamo arrivati al vecchio mulino, abbiamo guadato il rio Tassaro, siamo risaliti verso Spigone un ridente borgo medioevale ed infine siamo ritornati al ponte della Scalucchia dal quale eravamo partiti. Riflettendo sulla giornata ci sentiamo di sottolineare come, anche quest’anno, la narrazione degli eventi abbia catturato l’at-

tenzione e l’interesse di tutti i partecipanti così tanto che lungo il percorso si sono ricordate con commozione tante vicende della lotta di liberazione nelle nostre montagne. L’escursione è terminata a Crovara con la tradizionale merenda per rifocillare il corpo e rafforzare la condivisione dell’esperienza appena vissuta. Ringraziamo Fabio Dolci e Gemma Bigi con la speranza di poterli rivedere e riascoltare il prossimo anno su altri sentieri partigiani.

Alcuni momenti dell’escursione

IN MORTE DI PAOLA DAVOLI (1929-2015)

di Antonio Zambonelli

Paola Davoli, figlia di Paolo, uno dei più eroici caduti antifascisti reggiani, è morta improvvisamente in Ospedale il 6 agosto u.s. La mattina di sabato 8, sotto un sole bruciante, un breve corteo preceduto dalla bandiera dell’ANPI, l’ha accompagnata dal parcheggio del cimitero nuovo di Coviolo fino alla stanza del commiato. A darle l’ultimo saluto il sottoscritto, a nome dell’ANPI provinciale, e il partigiano gappista Alì, dott. Giglio Mazzi, anche a nome degli ex dipendenti delle Farmacie comunali, azienda dove Paola lavorò fino al pensionamento, e dove Alì fu direttore generale. Paola avrebbe compiuto 86 anni il prossimo ottobre. E’ nata a Saint Denis, dove il padre viveva in esilio dal 1925, il 21 ottobre 1929, e venne registrata in quel Comune della “cintura rossa” di Parigi, coi nomi di Paulette Germaine. (Je m’appelle Paulette, J’aime bien mon nom parceque c’est le nom que ma mère m’a donné pour bien onorer mon père, ha scritto Paulette). Ebbe una prima infanzia felice col padre e con la madre Blanche Toulmay, che si era unita in matrimonio civile con Paolo il 9 maggio 1928. Fu una breve stagione, spesso rievocata con nostalgia, anche in inèdite pagine memorialistiche, da Paulette. Una stagione drammaticamente chiusa nel 1937 con la gravissima malattia cerebrale della madre, ricoverate in ospedale psichiatrico, dove rimase fino alla morte, 27 febbraio 1985, esattamente 40 anni dopo quella di Paolo, fucilato dai fascisti, dopo atroci sofferenze, il 28 febbraio 1945. Sofferenze di cui Paulette quindicenne fu testimone fino all’ultima visita al padre dopo l’amputazione della gamba. 32

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memoria Furono le due grandi tragedie della vita di Paola, alle quali se ne aggiunse una terza: la morte in un incidente stradale del figlio Roberto. Fino agli ultimi giorni di vita, Paola si dedicò con spirito quasi religioso, alla cura della memoria del padre (“che per me fu anche madre”, diceva Paola) ma non solo. Soprattutto a partire dal suo pensionamento, primi Settanta, scrisse pagine e pagine di memorie familiari, ma anche frutto di sue accurate ricerche su personaggi di Cavazzoli (la frazione di Reggio in cui Davoli era tornato a vivere, con la figlia, nel 1941, su incarico del Pci), alcune pubblicate su questo Notiziario, altre, prima ancora, su “Ricerche storiche”: cito per tutte 1898. Morte di una maestra socialista. Il primo funerale civile di Villa Cavazzoli (RS, n. 71, 1993). E proprio all’Istituto che dal 1966 pubblica “Ricerche storiche” Paola dedicò alcuni anni di impegno da volontaria non solo come dattilografa, ma anche, appunto, come preziosa raccoglitrice di memorie storiche. A cominciare da quelle, nel corso di una sorta di pellegrinaggio nella natia Saint Denis nel 1978, relative alle tracce lasciate dal Padre in quella cittadina. Dopo decenni ritornò nell’appartamento di Rue de Strasbourg, 6, che naturalmente le apparve assai più piccolo e meno “lussuoso” di quanto lo ricordava. Ne scaturì anche l’intervista ad Henry Barron, già vice sindaco comunista di Saint Denis, che aveva conosciuto Davoli negli anni Trenta: apprendiamo così che l’ orma lasciata lassù da Paul fece sì che fino a tutti gli anni Sessanta , in Rue Paul Eluard, ci fosse una sezione del Pcf dedicata appunto al nostro Paolo. Ma in quel 1978 l’edificio era già stato demolito e la sezione non esisteva più. Le pagine più dolorosamente belle Paola le ha dedicate al racconto delle visite (talvolta negate dai fascisti), assieme alla nonna Giulia, al padre carcerato nel drammatico inverno 1944-45. A Istoreco Paola lasciò anche alcuni cimeli del Padre, a partire della grande bandiera rossa nascosta da Paolo nel solaio di casa, a Cavazzoli, prima di partire per l’esilio, e a cui fece qualche volta cripticamente cenno nelle lettere ai genitori. La salma di Paola verrà inumata, come giusto che sia, accanto ai resti del Padre, nel cimitero di Villa Cavazzoli. All’ANPI ha lasciato vari scritti che sarà nostra cura valorizzare già dal prossimo numero.

Sopra il mesto corteo: Alì con la bandiera, il figlio Paolo Domenichini, Alfredo Cerioli, Brenno, 91 anni, (subentrò a Paolo Davoli nel ruolo di Intendente del Comando Piazza). Sotto stanza del commiato. Da sinistra: Anna Ferrari, venuta con la bandiera della sezione ANPI cittadina, di cui è Presidente; Gianfranco Romani, la vedova di Roberto e sua figlia Linda, Giulia (con sua madre) e Michele, figli di Paolo

PER NERO FONTANESI “BLEK”

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Alessandro Carri Ho avuto il piacere di conoscere Nero Fontanesi, quando avevo appena 14 anni, nel 1945. Venivo da Cavriago, dove ero sfollato con la famiglia e già avevo avuto modo di sapere dei partigiani. Lavoravo come garzone nella falegnameria di “Baccalà” e portavo qua e là messaggi, pacchetti, pacchettini, destinati proprio ai partigiani, dei quali ammiravo e mitizzavo l’eroismo e l’audacia. Ai miei occhi di ragazzo, erano veri eroi, alla stregua di quelli classici, quegli uomini che si battevano, armi in pugno, contro i fascisti. Dopo la Liberazione ho avuto modo di tornare su quelle giornate così difficili, ascoltando più volte il ricordo delle piccole e grandi imprese che hanno segnato la Resistenza reggiana anche in pianura. Così ho conosciuto più da vicino il Nero, che abitava in via Montebello al numero 1 e io al numero 10. Era un giovane alto, bello, ardito, sicuro di sé. Lo guardavo con sincera ammirazione, ora che sapevo ancora meglio la sua storia. Aveva fatto parte delle Brigate Garibaldi, già soldato radio telegrafista, partigiano dall’agosto del 1944 (76a Brigata Sap), partecipando all’assalto della caserma di Cavriago e a numerose azioni contro i tedeschi sulla via Emilia. La sua personale vicenda mi ha sempre particolarmente incuriosito, tanto da cercare nelle testimonianza di molti altri suoi compagni sempre maggiori notizie. Dopo l’impiego professionale in una banca cittadina, insieme all’indimenticato Ulisse Gilioli, si distinse nell’impegno sindacale dei bancari, raccogliendo sempre stima e apprezzamenti per la serietà del suo operato. Inevitabilmente, con il passare degli anni, ci siamo persi di vista, ma avevamo un luogo comune di riferimento, come un “centro di gravità permanente”, che ci consentiva di ritrovarci, come una casa dalle porte sempre aperte: il Circolo del Gattaglio. Nelle innumerevoli attività sportive, ricreative, culturali, a cui il Nero dava uno straordiset-ott 2015

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nario contributo, come riconosciuto dirigente, quante risate e quante chiacchiere! Un mondo intero prendeva forma nei nostri incontri e la mente sempre tornava su quelle immagini mitiche di quando ero poco più di un ragazzo e vedevo i partigiani come gli eroi che avrebbero salvato l’Italia. Il lavoro costante di Nero Fontanesi con l’Anpi è a tutti ancora ben presente. Sua moglie, che ricordo bella, appassionata e ricca di iniziativa, gli voleva un gran bene e sempre, anche nella più semplice delle occasioni, si capiva quanto orgogliosa fosse del suo uomo. A lei rinnovo da queste pagine, anche a nome di tutta l’ANPI, le più affettuose condoglianze.

PER GIORDANO CANOVA (1929-2015) PARTIGIANO OPERAIO “REGGIANE” GIORNALISTA ALL’UNITA’ di Antonio Zambonelli

Giglio Mazzi “Alì” Simpatico e gioviale con Amici e Compagni, ma solido ed inflessibile con chi egli riteneva avversario o nemico della causa per cui si batteva strenuamente. Questo è sempre stato il suo orgoglioso atteggiamento durante la Lotta di Liberazione, così come nella sua attiva presenza e partecipazione nelle tante vertenze sindacali affrontate quale dirigente del Sindacato Bancari FIDAC-CGIL. Intrepido ed incorruttibile, il “Nero” (così lo chiamavano Compagni ed Amici”) fu un combattente fiero, irriducibile ed incorruttibile anche nelle tante “battaglie civili” che – assieme – dovette sostenere contro i principali Istituti Bancari della nostra Città. Sempre in difesa dei diritti dei Colleghi Bancari e dei Lavoratori in genere. Nel vederlo e salutarlo per il Suo ultimo viaggio – avvolto nella bandiera dell’ANPI di cui, per tanti anni, era stato Segretario della Sezione di San Pellegrino/Gattaglio – ho provato un forte ed incontenibile sentimento di sgomento e di commozione per la perdita del valoroso Compagno di tante battaglie, combattute e vissute disinteressatamente ed, anzi, con la piena consapevolezza e convinzione che, così operando, agivamo contro i nostri più immediati interessi personali, familiari e professionali. Al forte compagno “Nero” – alla Sua cara e fedele moglie Maria, nonché alle Sue dilette figlie Teresa e Giovanna – vada il riconoscimento ed il sincero affetto di TUTTI i Compagni e gli Amici che hanno avuto modo, motivo e previlegio di conoscerlo ed apprezzarlo in vita. Ciao “Nero”, rimarrai sempre nel nostro ricordo e nei nostri affetti più duraturi!

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Giordano Canòva, ex partigiano garibaldino e giornalista de l’Unità, è deceduto lunedì 14 settembre. Aveva 86 anni. Al suo funerale, due giorni dopo, la bandiera dell’ANPI provinciale, una canzone partigiana e l’Internazionale. Accanto ai Familiari, diversi amici e colleghi giornalisti che con lui avevano collaborato sia nella redazione dell’Unità che in quella di “Reggio 15” (1966-1970): dal sottoscritto, che ha tenuto l’orazione funebre anche a nome dell’ANPI, a Roberto Scardova, Giuseppe Guidetti, Giampiero Delmonte e Stefano Morselli, per fare soltanto alcuni nomi che coprono un arco temporale da fine anni Cinquanta agli anni Novanta del secolo scorso. Giordano era nato a Sassuolo in una famiglia operaia il 13 maggio 1929. Aveva da poco finito la terza avviamento professionale quando, poco dopo l’8 settembre 1943, cominciò a diventare partigiano aiutando il padre Silvio a nascondere diverse armi che verranno utilizzate dalle prime formazioni partigiane reggianomodenesi.. “Io allora avevo poco più di 14 anni – ricorda Giordano in una sua testimonianza – poco dopo l’8 settembre ’43 il Piccolo Padre [Domenico Braglia, di Castellarano] venne da mio padre a portare una corriolata di armi, che erano state prese a Sassuolo, alla sede estiva dell’Accademia militare di Modena. Noi allora abitavamo a San Polo, una località tra San Michele dei Mucchietti e Sassuolo, andai

con loro a seppellire le armi in un campo nei dintorni di San Polo”. Aveva da poco compiuto 15 anni quando, il 25 giugno ’44, salì in montagna, a Montefiorino, “capitale” della omònima cosiddetta “Repubblica”. E’ ancora Giordano a darci un vivace resoconto di quei momenti: “Andiamo al Distretto, dicevamo noi giovani. Avevo 15 anni e ci andai anch’io, a piedi. Quando arrivai a Cerredolo c’era grande animazione e ne fui colpito. Avevo lasciato Sassuolo dove c’erano fascisti e tedeschi , avevo percorso quella specie di zona di nessuno che c’era sopra Sassuolo, poi mi ero trovato di colpo in mezzo a tanti uomini armati, vestiti nei modi più svariati, alcuni con barba e capelli lunghi, fazzoletti rossi al collo; un’atmosfera da Far West insomma”. E da partigiano garibaldino, nome di battaglia Nano (Divisione “Armando”, Brigata “Corsini”) fu congedato il 30 maggio 1945, dopo aver partecipato a vari combattimenti: a Montefiorino il 29 e 30 luglio, Sassoguidano di Sestola (11.08.’44), Rocchetta Trentino di Pavullo (21.09), campagna invernale ‘44-’45 Monte Belvedere (Scheda di riconoscimento). Dopo il 25 aprile ‘45 fece parte, per poche settimane, della Polizia partigiana. “Devo dire però – scriverà anni dopo (“Notiziario”, 2006, n. 4) – che quella fu per me un’esperienza poco gratificante. Mi resi conto subito che non ero proprio tagliato per fare il cacciatore di ladruncoli”. Sicché fu definitivamente congedato il 30 maggio 1945 passando al mestiere di disoccupato. La divisa partigiana la indossò ancora il 28 ottobre 1945, quando gli toccò il compito di aprire il solenne corteo funebre dei sette Fratelli Cervi.. Trasferitosi con la famiglia a Reggio Emilia, entrò alle OMI Reggiane, il grande complesso industriale che aveva raggiunto i 12.000 dipendenti nel 1940 e che si stava risollevando, fino a raggiungere i 5.000, dopo le distruzioni subìte coi bombardamenti dell’8 e 9 gennaio 1944. Ma ben presto, di fronte al prospettarsi della chiusura dello stabilimento, gli operai reagirono occupando la fabbrica (ottobre 1950-ottobre 1951) in quella che divenne La Lotta per antonomasia nella storia del Novecento reggiano. Un lotta che finì con la sconfitta e con la diàspora


memoria di una manodopera altamente qualificata e che fu al centro di uno straordinario fenomeno di solidarietà popolare e dell’attenzione di scrittori, artisti e cineasti (Italo Calvino, Carlo Levi, Guttuso). Una lotta che fu anche occasione di esperienze politiche e culturali di straordinario interesse. A cominciare da quella dei giornalini di fabbrica: “Al S’ciflòun” (La Sirena), “Voce Operaia”, “Per la salvezza delle Reggiane”. Giordano Canòva, dopo essere stato giovanissimo partigiano e poi operaio, cominciò allora diventare un giornalista, a fianco di altri operai ex partigiani come Giuseppe Soncini, Learco Benna, Luciano Guidotti , Augusto Campàri. Nell’autunno 1951 iniziò la sua collaborazione a “La Verità”, settimanale del Pci reggiano (ce lo ricorda Giordano stesso in un suo scritto su questo “Notiziario”, n.8, 2005) . Più tardi passerà alla redazione reggiana de “l’Unità”, dove io lo incontrai verso il 1958, quando iniziai la mia saltuaria collaborazione. Insieme a lui e a Nido Bassi fummo in piazza il 7 luglio ’60 per documentare la manifestazione contro il governo Tambroni stroncata dalle centinaia di pallottole sparate da una polizia ancora gestita con spirito di continuismo col passato regime. Alla redazione reggiana de l’Unità rimase fino alla pensione, diventandone anche

28.10.1945 - Porta Santo Stefano, Giordano Canova e una ragazza partigiana aprono il corteo funebre dei fratelli Cervi

direttore. Poco più di un paio di mesi prima della morte, nel giugno scorso, Giordano era tornato a Montefiorino, accompagnato dalla figlia Paola. Fu felice e commosso di rivedere la chiesetta in cui era stato acquartierato nei primi giorni del suo partigianato dormendo fra i bianchi teli dei paracadute. Rinnoviamo da queste pagine il nostro abbraccio fraterno alla moglie Marisa (storica dirigente dell’UDI) che gli è

stata affettuosa compagna per 62 anni, alla figlia Paola, ai nipoti Francesco e Valentina. Con loro ripetiamo le parole che hanno dedicato a Giordano a conclusione di una toccante laica preghiera di commiato: Possano le cime delle tue Dolomiti / accogliere la tua anima buona / l’anima di un cittadino esemplare, / innamorato della vita, del suo Paese / e della sua famiglia.

Il distaccameno Katiuscia I miei infermieri di Giglio Mazzi “Alì”

Nel quadro delle celebrazioni del 70° della Liberazione, domenica 21 giugno ho ritenuto doveroso ed imperativo riunire, per la 4a volta dai giorni della Liberazione (3a nel 2005, nel 60°), le valorose Famiglie che – rischiando e mettendo a repentaglio la loro esistenza – mi ospitarono durante la mia lunga convalescenza seguita alla proditoria aggressione subita il Capodanno 1945 sulla via Emilia, alle “Piante” di Villa Masone. All’incontro – svoltosi al Centro sportivo-culturale di Rubiera – oltre alle famiglie ospitanti, ha presenziato anche il Sindaco di quel Comune Emanuele Cavallaro, anche lui molto interessato alla cerimonia per fede politica e per i trascorsi familiari che lo legano alla Resistenza reggiana. Purtroppo al gradito incontro – per ragioni anagrafiche – molti dei presenti nel 60° mancarono all’appello. Tra questi anche i tre volonterosi ma inesperti “infermieri” che mi curarono e assistettero in quel duro momento della mia vita: Maria Soragni, il cugino Agostino Soragni e Maria Zanni, tutti tre di famiglie di fede cattolica della zona Castellazzo. In particolare, recentemente è scomparso l’ultimo di essi, la cara, dolce e coraggiosa Maria Soragni “Trina”, in grande attesa ed entu-

staffetta partigiana, e il fratello Bruno erano figli del noto e famoso Commissario delle Brigate Garibaldi parmensi, il santilariese Egidio Del Sante. Purtroppo, anche Bruna è scomparsa pochi giorni dopo Trina. In memoria di queste due valorose Donne della Resistenza, sottoscrivo pro Notiziario affinché il nostro prezioso periodico possa sempre ricordare alle giovani generazioni il loro valore ed il loro sacrificio.

Maria Soragni “Trina” e Bruna Del Sante “Bruna”

siasmo per il preannunciato incontro del 21 giugno, cui non ha potuto partecipare. Insieme a Trina, vorrei ricordare anche un’altra grande figura dell’Antifascismo e della Resistenza Reggiana: la staffetta partigiana Bruna Del Sante “Bruna”, da Sant’Ilario d’Enza, catturata, torturata e infine deportata nel lager nazista di Bolzano. Bruna, la sorella Bianca, anche lei set-ott 2015

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Lutti ELIA MELEGARI (TECLA)

Il 29 marzo scorso è scomparsa la Partigiana Elia Melegari. In memoria della madre Sonia e Marziano Manghi offrono a sostegno del Notiziario. All’età di 95 anni è deceduta la staffetta Elia Melegari, nome di battaglia “Tecla”. Cresciuta in una famiglia di braccianti, scelse ben presto da che parte stare: giovanissima entrò nella famiglia Manghi, piccoli proprietari di Via Viazza S. Sisto, Poviglio. L’abitazione dei Manghi è stata una casa di latitanza dove hanno trovato ospitalità e protezione tanti giovani che volevano entrare nella Resistenza; in quei tempi di ventenni o fascista e di guerra, che avevano ridotto alla fame tante famiglie, bussare alla loro porta significava trovare sempre qualcosa da mangiare. “Tecla” fu una staffetta coraggiosa, molto importante, aveva il compito di tenere i collegamenti dalla Brigata 77 operante nella Bassa ovest con la Brigata d’oltre Enza comandata dal dottor Mario Clivio, operante da Sorbolo in pianura fino a Corniglio in montagna. Le informazioni portate da “Tecla” erano preziose perché entrambe le brigate avevano il compito di sabotare i rifornimenti di armi e munizioni che provenivano dal Brennero, destinate ai tedeschi sulla Linea gotica. Vorrei ricordare quando Elia accompagnò Pietro Dall’Argine, marito dell’eroica Rosina Mazzieri, in bicicletta da Casa Baccarini Via Ponte Alto Godezza di Poviglio dove era stato nascosto e curato dopo le torture che gli avevano inflitto gli squadristi povigliesi, a Corniglio (90 km) nella Brigata di Clivio. Di questa brigata faceva parte anche il fratello di Elia, Enzo con il nome di battaglia “Garibaldi”, nome che gli restò per tutta la vita. Elia restò partigiana per tutta la vita, sempre impegnata nelle organizzazioni democratiche, fino a che la salute gliel’ha permesso. Da sempre nel Comitato Direttivo dell’ANPI, dell’UDI e del PCI. Non è mancato nemmeno il suo impegno in cucina nelle feste dell’Unità di Poviglio e Reggio. Il nostro impegno di ANPI è portare come esempio queste persone alle nuove generazioni perché è solo grazie a loro che oggi godiamo di libertà e benessere. Sidraco Codeluppi, ANPI Poviglio 36

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IRMES TEDESCHI (ERMES)

NERO FONTANESI (BLEK) pag. 33

27/07/1922-19/06/2015

Il 19 giugno 2015 ci ha lasciato IRMES TEDESCHI della sezione ANPI di Campegine. Partigiano combattente dal 20/9/1944 ha operato principalmente nella zona di Borgo Taro e facente parte della Brigata 100 Croci II divisione Val di Taro effettuando azioni di sabotaggio, di combattimento contro militari tedeschi, attacchi contro macchine tedesche e prelevamento di spie. Finita la guerra, era diventato, come tanti altri suoi amici partigiani combattenti … un “invisibile”, ritirandosi a vita privata e facendo il “Fornaio di Campegine”. Presente alle nostre commemorazioni, a volte critico su alcuni “miti” creati dopo la liberazione. Da tutti quanti lo hanno conosciuto e voluto bene. Un abbraccio. A nome della presidente provinciale e dalla sezione ANPI di Campegine, lo ringraziamo per il suo prezioso contributo alla liberazione del popolo italiano. Ciao IRMES, adesso tocca ai nostri giovani, ai tuoi figli e nipoti, ricordarsi che le tue battaglie e i tuoi sacrifici nel periodo della tua giovinezza non sono stati vani.

SISTO CASTAGNETTI (SARACENI)

27/07/1922-19/06/2015

Il 27 giugno scorso è scomparso il partigiano Sisto Castagnetti “Saraceni”. Lo ricordano la figlia Mirella, i fratelli Alfredo e Primo e il cognato Claudio sottoscrivendo a sostegno del Notiziario.

16/06/1924-01/06/2015

A due mesi dalla Sua scomparsa, come desiderato dal nostro caro “Nero”, versiamo un contributo per il sostegno del Notiziario. Il suo desiderio infatti era che questo importante strumento continui a vivere, perché le nuove generazioni possano conoscere il nostro passato e continuino a credere nei valori dell’antifascismo. Lo ricordano la moglie Maria, le figlie Teresa e Giovanna, il genero Cesare e i nipoti.

BRUNO POLI (TARZAN)

06/07/1922-06/07/2015

Il 6 luglio scorso è scomparso il Partigiano Bruno Poli “Tarzan”. Nato a San Maurizio nel 1922 da una famiglia di contadini, ha fatto l’agricoltore fino alla chiamata alle armi durante la seconda guerra mondiale. Congedato per malattia nel 1944, “Tarzan” entra nelle file della Resistenza nella 26a BGT Garibaldi, compiendo alcune azioni militari e sabotaggi ai danni dei nazifascisti che gli valgono la qualifica di partigiano combattente. Dopo la Liberazione Bruno torna alle sue attività, diventa commerciante di prodotti agricoli. E’ stato anche un collaboratore del Notiziario ANPI. La famiglia Poli in suo onore offre a sostegno del Notiziario.


Lutti ATTILIO IBATICI (SIRIO)

SERGIO CATELLANI (DIVA)

ANNA SPAGGIARI (LETIZIA) pag. 31

30/06/1926-15/07/2015

20/03/1924-21/07/2015

02/01/1922-02/09/2015

Si è spento il 15 luglio scorso Attilio Ibatici “Sirio” , il funerale ha avuto luogo il giorno 16 luglio 2015. Per tutti il “partigiano Voiner” della 145a Brigata Garibaldi. Come tanti nostri partigiani persona schiva e modesta, nonostante gli fossero stati riconosciuti importanti onorificenze come il ruolo di “Partigiano Combattente” e il grado di sottotenente di complemento dell’esercito, una Croce al merito di guerra, una Medaglia d’argento per la difesa degli impianti idroelettrici della Edison e un importante riconoscimento personale del generale Alexander, comandante in capo del Corpo alleato di Liberazione. Sempre attivo e puntuale nelle attività dell’ANPI di Castelnovo ne’ Monti ha sempre dato prova di concretezza nell’esposizione delle Sue idee senza giri di parole e con una saggezza derivante dalle Sue esperienze di vita: partigiano, lavoratore, marito e padre. Raccontava della Sua esperienza di partigiano , ribelli come erano definiti dopo il 1943, senza cadere in facili auto celebrazioni per le privazioni, le fatiche, le lunghe marce, la fame, i combattimenti e le ritirate. Gli piaceva ricordare le persone incontrate nella Sua storia partigiana: don Carlo “don Domenico Orlandini”, Franceschini “Marconi”, suor Paola (Superiora delle suore dell’Ospedale di Castelnovo ne’ Monti). A noi piace ricordare il “partigiano Voiner” come esempio di Solidarietà. Nel 1944, grazie alla Sua esperienza di operatore in impianti elettrici, riuscì a collegare alla linea elettrica un motore che, collegato con le pulegge opportune, permise il funzionamento di una trebbiatrice altrimenti non funzionante per la mancanza di combustibile quale la nafta. Fu un successo e Sirio si commoveva quando raccontava dei contadini che gli portavano i loro covoni per la trebbiatura, e della riconoscenza dimostrata da quelle persone frustrate da una guerra che non sembrava avere mai fine. Questo è ciò che l’ANPI di Castelnovo ne’ Monti vuole ricordare.

Il 21 luglio scorso è scomparso, all’età di 91 anni, Sergio Catellani “Diva” di Villa Sesso (Reggio Emilia), Partigiano capo nucleo della 145a BGT Garibaldi.Sergio aveva un forte senso civico, si impegnava per la collettività. La sua figura era conosciuta e stimata in tutta la frazione di Sesso. Aveva un’attenzione particolare per il monumento commemorativo dell’eccidio del dicembre 1944 in cui i fascisti uccisero 23 persone. Così è stato ricordato Sergio dall’Associazione promotrice di cultura e tradizione di Villa Sesso.

Il 2 settembre scorso è scomparsa, all’età di 93 anni, la Partigiana Anna Spaggiari “Letizia”, una delle fondatrici della scuola dell’infanzia di villa Cella. In sua memoria la Sezione ANPI di Villa Cella offre a sostegno del Notiziario.

Anniversari

GIUSEPPE CARRETTI (DARIO)

10° ANNIVERSARIO

Il 2 ottobre scorso ricorreva il 10° anniversario della scomparsa del Partigiano Giuseppe Carretti Dario, vice comandante della 145a BGT Garibaldi, ex sindaco di Cadelbosco Sopra e presidente dell’ANPI reggiana per oltre 25 anni. Lo ricordano con profondo rimpianto le famiglie Carretti e Pioppi offrendo al suo Notiziario.

FEDERICO FRANZONI (PRIMAVERA)

9° ANNIVERSARIO

Il 21 settembre di 9 anni fa è mancato all’affetto dei suoi Cari il maestro Federico Franzoni “Primavera”. Aveva 89 anni. Un uomo schivo, stimato, modesto, di poche parole, dedito con passione al lavoro e alla famiglia. Sin dal settembre 1943, lo vediamo impegnato con i giovani di San Ruffino di Scandiano a organizzare la Resistenza e ospitare in casa sua i militari sbandati dopo l’8 settembre. “Primavera”, poi, deve salire in montagna e lo ritroviamo nella 26a BGT. Garibaldi, come intendente di Divisione con il grado di tenente. La moglie Palma, il figlio Luciano con la moglie Carmen e il nipote Daniel lo ricordano con immutato affetto, insieme all’ANPI di Scandiano, e offrono pro Notiziario set-ott 2015

notiziario anpi

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Anniversari

50° ANNIVERSARIO

ANTONIO ACERBI (SPARTACO)

Ricorreva il 16 luglio il 50° anniversario della scomparsa del Partigiano Antonio Acerbi “Spartaco”, capo nucleo nella 76a SAP. Insieme al fratello più giovane Raimondo “Lulin” e agli altri compagni di lotta attuò numerose azioni di sabotaggio e per l’approvvigionamento di armi e vettovaglie che forniva ai partigiani della montagna. Il 21 marzo di quest’anno ricorreva anche il centenario della sua nascita. In sua memoria offrono pro notiziario il figlio Arles e i nipoti Claudio e Matteo.

4° ANNIVERSARIO

FERRUCCIO COLLINI (BIRO)

Il 7 agosto ricorreva il 4° anniversario della scomparsa del Partigiano Ferruccio Collini “Biro”, mio padre. Chi vive nel ricordo delle persone care non muore. Per ricordarti e onorarti la tua famiglia sottoscrive pro Notiziario. […] Siam pronti. / Chi non vuole chinare la testa. / Con noi prenda la strada dei monti. Una squadra nel buio mattino. / Discendeva l’oscura montagna. / La speranza era nostra compagna. / Avevamo vent’anni e oltre il ponte. / Oltre il ponte che è in mano nemica. / Vedevam l’altra riva, la vita, / Tutto il bene del mondo oltre il ponte. / Tutto il male avevamo di fronte, / Tutto il bene avevamo nel cuore, / A vent’anni la vita è oltre il ponte, Oltre il fuoco comincia l’amore. / […]Vedevamo a portata di mano, / […] L’avvenire d’un mondo più umano. / E più giusto, più libero e lieto./ Nella notte la vecchia montagna / Ha sentito i suoi figli passare / Nella valle li h afatti fermare / Per poter salutarli così: Addio compagno Biro / So che tornerai/ Ma tu in eterno vivrai / In mezzo ai monti coi compagni tuoi laggiù (lassù) (Calvino-Cavicchioni).

10° ANNIVERSARIO

ARTURO IOTTI (SPARTO)

set-ott 2015

Il 22 settembre ricorreva il 9° anniversario della scomparsa di Remo Bonazzi “Andrea” partigiano della 76a BGT SAP “Angelo Zanti” ed ex presidente della sezione ANPI di Bibbiano. La moglie Enore, le figlie Tita e Catia, i nipoti Davide, Elena ed Elia e il genero Giovanni lo ricordano sempre con affetto sottoscrivendo per il Notiziario.

PIERALDO CAMPANI

4° ANNIVERSARIO

Il 4 luglio u.s. ricorreva il 4° anniversario della scomparsa di Pieraldo Campani. Ci manchi tanto: la moglie Antonietta, i figli Stefano e Daniele, la sorella Giovanna e i parenti tutti e in sua sottoscrivono a sostegno del Notiziario.

ENNIO MONCIGOLI

9° ANNIVERSARIO

A 9 anni dalla scomparsa di Ennio Moncigoli, lo ricordano con amore e affetto i figli Libero e Gina, la nuora Paola, il genero Ivan, i nipoti Lucilla, Stefano, Alessandro e Matteo. In sua memoria offrono pro Notiziario.

6° ANNIVERSARIO

WALTER BORCIANI (PACAGNONE)

Nel 10° anniversario della scomparsa del Partigiano Arturo Iotti “Sparto”, la moglie Amelia Albarelli, il figlio Dante, la nuora e la cognata in sua memoria sottoscrivono pro Notiziario.

19° ANNIVERSARIO

6° ANNIVERSARIO

Il 27 luglio scorso ricorreva il 19° anniversario della scomparsa di Mario Cavallini “Zelio”, Partigiano della BGT “Scarpone” (Modena). La moglie Maria Rossi e i figli Renza e Silvana sottoscrivono a sostegno del Notiziario.

notiziario anpi

REMO BONAZZI (ANDREA)

Nel 6° anniversario della scomparsa del Partigiano Walter Borciani Pacagnone, appartenente alla 76a brigata SAP “Angelo Zanti”, lo ricordano i familiari Enzo, Rina e Marco e in suo onore sottoscrivono pro Notiziario.

MARIO CAVALLINI (ZELIO)

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9° ANNIVERSARIO

EMILIO GROSSI (OBRAI)

Il 28 agosto ricorreva il 6° anniversario della morte del Partigiano Emilio Grossi “Obrai”, appartenente alla 76a BGT SAP “Fratelli Manfredi”. La figlia Laila lo ricorda sottoscrivendo pro Notiziario. Al ricordo di “Obrai” si uniscono Afra e Licinio Marastoni offrendo a sostegno del Notiziario.


Anniversari

ANNIVERSARI

FERNANDO (LUPO), FRANCA, NELLA ZOBOLETTI E AMELIA RANZIERI

Adriana, insieme ai figli Morena e Claudio con le rispettive famiglie, in memoria dei genitori Amelia Ranzieri, scomparsa il 26 settembre 2000, e Fernando Zoboletti, il partigiano “Lupo”, deceduto a San Polo d’Enza il 23 ottobre 1952, e per ricordare le sorelle Nella, scomparsa il 28 settembre 2014, e Franca, deceduta il 22 aprile scorso, sottoscrive pro Notiziario.

15° ANNIVERSARIO

CESARINO CATELLANI (LUIGI)

7° ANNIVERSARIO

VIVALDO SALSI (TANCREDI)

Il 9 agosto scorso ricorreva il 7° anniversario della scomparsa del partigiano Vivaldo Salsi “Tancredi”, della 37a BGT GAP “Vittorio Saltini”. Nato nel 1912, fu dirigente del PCI reggiano e resistente; Vivaldo ricoprì la carica di presidente dell’ANPI provinciale, dal 1949 al 1956. Per onorarne la memoria la figlia Giuliana offre a sostegno del Notiziario.

ELIO BARICCA (FIFA)

2° ANNIVERSARIO

Ricorreva il 15 settembre scorso il 2° anniversario della scomparsa di Elio Baricca “Fifa”, Partigiano della 144a BGT Garibaldi. Lo ricorda con profondo rimpianto la figlia Rita offrendo pro Notiziario. Anche la sezione Anpi Betonica/Cavazzoli offre a sostegno del Notiziario per onorare la memoria del suo Associato.

10° ANNIVERSARIO

LUIGI CANTAGALLI (FUMO) Il 16 settembre ricorreva il 15° anniversario della scomparsa del partigiano Cesarino Catellani “Luigi”. La moglie Pierina Bisi e i figli Lina, Giorgio e Stefano offrono a sostegno del Notiziario.

ACHILLE MASINI

5° ANNIVERSARIO

Sono passati 5 anni dalla tua scomparsa, è come fosse ieri perché tutti i giorni sei presente nei nostri pensieri, nelle nostre decisioni, nei ricordi. Abbiamo sempre un motivo per parlare di te infamiglia e congliamici. Sei e sarai sempre nei nostri cuori. Tua moglie Gianna Catelli e i figli Stefano e Andrea in Tua memoria sottoscrivono a sostegno del Notiziario.

SIGIFREDO CAGOSSI

1° ANNIVERSARIO

Il 27 giugno u.s. ricorreva il 1° anniversario della scomparsa di Sigifredo Cagossi. Ne rinnovano la memoria con immutato affetto la moglie Nelly Saccani con le figlie Fabrizia, Monica e Roberta, offrendo pro Notiziario. Si unisce Antonio Zambonelli, che al ricordo del cugino Fredo unisce quello di suo fratello Bruno Cagossi, “Gim” (a dx) nella 144a Garibaldi, morto nel 1946 (aveva 25 anni) alle Reggiane in un tragico incidente sul lavoro.

L’8 agosto ricorreva il 10° anniversario della scomparsa del Partigiano Luigi Cantagalli Fumo appartenentealla 26a BGT Garibaldi. Ne rinnovano commossi la memoria i familiari con un’offerta al Notiziario.

3° ANNIVERSARIO

ARMANDO ROSATI (NANI)

Il 5 settembre ricorreva il 3° anniversario della scomparsa del Partigiano Armando Rosati “Nani”. La moglie, i figli, il genero, la nuora e i nipoti sottoscrivono a sostegno del Notiziario.

8° ANNIVERSARIO

OTELLO NICOLINI (IVANO)

Nel’8° anniversario della scomparsa del Partigiano Otello Nicolini “Ivano”, avvenuta il 9 agosto 2007, i figli Ivano e Silvana sottoscrivono pro Notiziario. set-ott 2015

notiziario anpi

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Anniversari

13° ANNIVERSARIO

FRANCO SERRI FERNANDA BONACINI

Nel 13° anniversario della scomparsa di Franco Serri e Fernanda Bonacini, la figlia Ileana Serri per onorarne la memoria sottoscrive a sostegno del Notiziario.

9° ANNIVERSARIO

2° ANNIVERSARIO

Il 27 ottobre ricorre il 9° anniversario della scomparsa, a 83 anni, del Partigiano Werther Spaggiari Lembo, responsabile della Sezione ANPI di Gavassa. Werther aveva lavorato per lunghi anni presso il mulino di Masone, poi Progeo, e aveva sempre dimostrato attaccamento alla famiglia e ai suoi ideali ispirati ai valori della Resistenza. L’Amministrazione comunale di Correggio, in occasione del 38° anniversario della battaglia di Fosdondo, gli aveva conferito il diploma e la medaglia quale protagonista generoso ed eroico di una delle pagine più belle della storia della Resistenza a Correggio e provincia. “E’ tanto triste averti perduto, ma è tanto bello ricordarti”. La moglie Dilva, i figli Ivano e Marisa in sua memoria sottoscrivono a sostegno del Notiziario.

9° ANNIVERSARIO

Il 25 agosto scorso è scomparsa Isella Valentini vedova di Giovanni Munarini il cui 9° anniversario ricorreva 21 settembre scorso. La figlia Elsa, il genero Paolo e la nipote Elisa li ricordano con affetto sottoscrivendo pro Notiziario.

15° ANNIVERSARIO

ANGIOLINO MARGINI (TEMPESTA)

Il 15 novembre ricorre il 15° anniversario della scomparsa del Partigiano Angiolino Margini “Tempesta” della 143a BRG Garibaldi, attiva nel parmense. Lo ricordano con immutato affetto la moglie Adolfina Bussei, la figlia Luciana, il genero, la nuora, i nipoti e i parenti tutti. Per onorare la sua memoria sottoscrivono pro Notiziario. 40

set-ott 2015

notiziario anpi

DUILIO CARRETTI, CLITE SCHIATTI

Il 18 luglio scorso ricorreva il 16° anniversario della scomparsa di Duilio Carretti “Nigher”. Al ricordo del padre i figli Mauro e Maris Carretti unisce quello della madre Clite Schiatti, scomparsa il 4 dicembre 2013. In loro onore sottoscrive pro Notiziario.

WERTHER SPAGGIARI (LEMBO)

GIOVANNI MUNARINI ISELLA VALENTINI

ANNIVERSARI

URIS BONORI

Il 17 settembre ricorreva il 2° anniversario della scomparsa di Uris Bonori, dipendente dei civici musei del comune di Reggio Emilia. La moglie Ginetta, i genitori Maria e Ideo, i suoceri Gabriella e Roberto, i cognati Stefania e Pasquale lo ricordano con affetto e nostalgia e in sua memoria sottoscrivono a sostegno del Notiziario. In memoria del compagno Uris Bonori a due anni dalla morte Ci lasciava due anni fa il nostro caro compagno Uris Bonori e lo vogliamo ricordare con grande affetto e nostalgia, convinto militante comunista, merce rara al giorno d’oggi. Apparentemente burbero, Uris era invece un uomo spiritosissimo e allegro, di una mite semplicità difficile da trovare nelle persone, un amico col quale era molto piacevole conversare e a cui piaceva in particolar modo dibattere di politica e per la quale si infervorava, convinto com’era delle proprie idee. Sono passati solo pochi anni dalla sua scomparse, eppure sembra un tempo enorme, così ne rinnoviamo la memoria, devolvendo offerta al Notiziario ANPI a cui Uris era iscritto. Il Partito Comunista d’Italia Federazione di Reggio Emilia

56° ANNIVERSARIO

DIDIMO FERRARI (EROS)

Ti voglio ricordare dedicandoti alcune righe tratte dallo splendido libro di Aida Morelli, Nonno Angelo che voleva la libertà di tutti, ringraziando Lorica e Renzo per tutto quello che hanno fatto per te nel periodo di clandestinità. «1944 - Siamo li, l’Angelica ed io, insieme a tutte le mamme, le sorelle, le figlie degli uomini in piedi nel fosso ai margini della strada. Tra le due righe di persone c’è il plotone di esecuzione con i mitra spianati, pronti a sparare. Sono venuti da fuori, non sono fascisti del paese, li conoscerei. Dal silenzio tipicamente estivo, reso ancor più denso della situazione, risultano come grida i pianti sommessi di coloro che hanno la certezza del peggio. Io non credo a quello che vedo. Ma non piango. Nemmeno il babbo e Oriano lo fanno. Abbiamo finito le lacrime. Le preghiere non le abbiamo mai dette. E in ogni caso non servirebbero contro i mitra». Un abbraccio Anna, Attilio, Riccardo, Valerio.


notizia io

I sostenitori

euro - EDDA ROMEI – a sostegno................................................................ 30,00 - LUCIANO CALZOLARI – in memoria di Dante Calzolari ................... 100,00 - SIMONE GIBERTINI in memoria del nonno Raniero “Quartino” ...... 50,00 - EDDA FREDDI – in memoria di Rino Freddi ...................................... 30,00 - Sez. ANPI di MONTECCHIO – a sostegno ......................................... 30,00 - ARLES ACERBI – in memoria del padre Antonio ............................. 200,00 - GINA MONCIGOLI – in memoria del padre Ennio e della madre ...... 50,00 - FAM. BIGI di S. Prospero – in memoria di Andrea Bigi .................... 30,00 - ANTONIETTA LARI CAMPANI – in memoria di Pieraldo Campani ... 50,00 - EBE VECCHI – in memoria del marito Colombo Cingi ...................... 70,00 - CORRADO COLI – a sostegno ........................................................... 10,00 - GIULIANA SALSI – in memoria del padre Vivaldo ............................100,00 - NELLI SACCANI – in memoria del marito Sigifredo Cagossi ........... 50,00 - FRANCA TEDESCHI – in memoria del padre Irmes ......................... 100,00 - WALTER, FRANCO, PAOLA TEDESCHI e GISELLA – in memoria di Irmes Tedeschi ...................................................................................200,00 - FAM.FERRARINI, PASTURINI, PARMIGIANI – in memoria di Irmes Tedeschi .................................................................................. 100,00 - FAM. BARIGAZZI e BRUGNOLI – in memoria di Irmes Tedeschi ..... 50,00 - NEALDA, ALDA, DELEDDA DONELLI – in memoria della madre Maria Manzotti .......................................................................... 100,00 - FAM. FRANZONI – Scandiano in memoria di Franzoni Federico ...... 20,00 - AMELIA ALBARELLI – in memoria del marito Arturo Iotti “Sperto” . 25,00 - FAM. POLI – in memoria di Bruno Poli, deceduto il 6/7/2015 ......... 100,00 - SONIA e MARZIANO MANGHI – in memoria di Elia Melegari .......... 50,00 - LINA CURTI – a sostegno .................................................................. 25,00 - STEFANO MANGHI – a sostegno ...................................................... 25,00 - ALBERTO COLLINI – in memoria del padre Ferruccio .................... 50,00 - ASS. PROMOTRICE DI CULTURA e TRADIZIONE – in memoria di Sergio Catellani .................................................................................. 50,00 - Sez. ANPI VILLA SESSO – in memoria di Sergio Catellani .............. 100,00 - LAILA GROSSI – in memoria del padre Emilio ................................. 50,00 - TITA BONAZZI – in memoria del padre Remo .................................... 100,00 - WILLIAM MILZIADE Campegine – in memoria di Irmes Tedeschi .. 25,00 - VITTORIO SCALABRINI – a sostegno ............................................... 30,00 - ANTONIO TIRELLI di Correggio – a sostegno .................................. 25,00 - ILEANA SERRI – in memoria dei genitori ......................................... 50,00 - ANGELA CANTAGALLI – in memoria del marito Luigi “Fumo” ....... 500,00 - AFRA e LICINIO MARASTONI – in memoria di Emilio Grossi .......... 50,00 - Sez. ANPI CAVAZZOLI BETONICA – in memoria di Baricca Elio ...... 30,00 - Sez. ANPI CAVAZZOLI BETONICA – in memoria di Fantuzzi Delcisa 30,00 - GIUSTINA SPADONI – a sostegno .................................................... 50,00 - NEREO GRASSI – a sostegno ........................................................... 50,00 - ELSA MUNARINI – in memoria dei genitori Giovanni e Isella Valentini . 100,00 - GIANNA CATELLI e figli – in memoria del marito Achille Masini ..... 100,00 - FRANCO GERMANI e AURORA – a sostegno ................................... 50,00 - NICOLI e LUISA MECOZZI– a sostegno ............................................ 50,00 - MARIA DEL RE – in memoria del marito Fontanesi Nero ............... 1000,00

euro - RITA BARICCA – in memoria del padre Elio ..................................... 50,00 - ROSSELLA CARBONI – in memoria del padre Giuseppe ................. 50,00 - SEZ. PD di via Marsala – in memoria di Nero Fontanesi ................. 100,00 - IDEO BONORI e MARIA CERVI – in memoria di Uris Bonori .......... 100,00 - FAM. CARRETTI-PIOPPI – in memoria di Giuseppe Carretti “Dario” .....200,00 - Sez. ANPI VILLA CELLA – in memoria di Spaggiari Anna “Letizia” . 50,00 - DILMA BURANI e Fam. – in memoria del marito Werter Spaggiari ....... 200,00 - SIMONA COCCHI e SIMONETTA GILIOLI – in memoria di Renzo Barazzoni ................................................................................. 50,00 - SIMONA COCCHI e SIMONETTA GILIOLI – in memoria di Nero Fontanesi “Blek” ........................................................................ 50,00 - GRAZIELLA ZAVOLI – in memoria di Campioli Giuseppe ................ 20,00 - ALBERTINA ROCCHI BEGGI – a sostegno ....................................... 30,00 - MIRELLA CASTAGNETTI – in memoria del padre Sisto Castagnetti. 50,00 - DEANNA REVERBERI ed ERMES FANTI – in memoria di Gemello Reverberi ............................................................................. 50,00 - ELISABETTA MEGLIOLI – contributo per Bruno Belli ...................... 20,00 - COLLI e LANZONI – in memoria di del Monte Eleonora .................. 50,00 - CLAUDIO GIARONI – sostegno ........................................................ 150,00 - LORIS ZANI – in memoria di Ivo Zani “Ali” ...................................... 100,00 - DEA MONTANARI e GIGLIO MAZZI – in memoria di Maria Soragni “Trina”. 150,00 - ROSSELLA PEDRONI – in memoria di Adriano Pedroni “Robin” ....100,00 - ALFREDO CERIOLI – in memoria dei famigliari e dei partigiani defunti . 50,00 - TEOBALDO BORCIANI – in memoria del fratello partigiano Walter Borciani 30,00 - ALBERTINA BAGNACANI – in memoria del marito Renzo Cagossi . 100,00 - ALBERTINA BAGNACANI – in memoria dell’amico Bruno Fani ........ 20,00 - LUCIANA CAMPIOLI – in memoria di Armando Rosati ................... 50,00 - ADRIANA ZOBOLETTI – in memoria di Amelia, Nella, Gianfranca e Fernando partigiano ........................................................................ 40,00 - LUCIANO CATTINI – a sostegno Festa Provinciale ANPI .................. 20,00 - NANDO RINALDI – a sostegno attività istituzionali ANPI ................. 250,00 - ATTILIO BRAGLIA – a sostegno attività istituzionali ANPI ............... 250,00 - ANNA FERRARI – in memoria del padre Didimo Ferrari “Eros” ...... 150,00 - BOREA – a sostegno attività istituzionali ......................................... 500,00 - SILVANA NICOLINI – in memoria del padre Otello Nicolini “Ivano” . 50,00 - FABRIZIO ANCESCHI – a sostegno ................................................... 50,00 - DEA MONTANARI e GIGLIO MAZZI – in memoria di Nero Fontanesi .......... 150,00 - LIVIA MAININI – in memoria di Paolina Davoli ................................ 100,00 - LIDIA LANDINI – sostegno ............................................................... 20,00 - PcdI di R.E. – in memoria di Uris Bonori .......................................... 50,00 - EGIDIO FONTANESI – sostegno ........................................................ 20,00 - FAM.IVAN LODESANI – in memoria di Bruno Lodesani “Josè” ...... 100,00 - FAM. MAURO e MARIS CARRETTI – in memoria dei genitori Duilio e Clite Schiatti .................................................................................... 100,00 - ALFREDO, PRIMO e CLAUDIO CASTAGNETTI – in memoria di Sisto Castagnetti .............................................................................. 150,00 - SISTO FERRARI – in memoria di Lino ed Edmea ............................ 30,00 - FAM. MARGINI – in memoria di Angiolino Margini ......................... 50,00

10° ANNIVERSARIO

9° ANNIVERSARIO

DANTE CALZOLARI (SPADA)

IVO ZANI (ALÌ)

In memoria dello zio Partigiano Dante Calzolari “Spada”, della 26° BGT Garibaldi, Luciano Calzolari offre pro Notiziario.

Il 27 settembre ricorre il 9° anniversario della morte di Ivo Zani “Alì”, Partigiano combattente della 178a bgt d’assalto SAP, Divisione “Ottavio Ricci” (PR). La moglie Marcellina, anche lei Partigiana combattente della stessa brigata, il figlio, la nuora e le nipoti, in suo onore e memoria, sottoscrivono pro Notiziario.

5° ANNIVERSARIO

in memoria

ISIDORO CORGINI

Il 13 ottobre 2015 ricorre il 5° anniversario della scomparsa di Isidoro Corgini. La moglie, per onorarne la memoria, sottoscrive pro Notiziario.

MARIA MANZOTTI

in memoria

Per ricordare Maria Manzotti, le sorelle Alda, Deledda e Nealda offrono a sostegno del Notiziario.

COLOMBO CINGI

In memoria del marito Colombo Cingi, la moglie Ebe Vecchi offre a sostegno del Notiziario.

RENZO CAGOSSI

19° ANNIVERSARIO

Il 12 ottobre ricorre il 19° anniversario della scomparsa di Renzo Cagossi. Lo ricordano la moglie Albertina, il figlio e la famiglia tutta. set-ott 2015

notiziario anpi

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ARTISTI REGGIANI PER L’ANPI

Durante il percorso espositivo che celebra la produzione artistica di ex partigiani e artisti impegnati nella narrazione d’impresa che hanno portato la nascita di un’iconografia memoriale, abbiamo ricevuto offerte di opere da artisti Reggiani. Le opere sono documenti storici importanti al pari di lettere originali, diari e interviste. Sono testimonianze di un vissuto, oltre che opere d’arte. Ringraziamo in questo numero, sperando nella sensibilità di altri: Vando Fontanesi che ha donato un’opera del padre Ovidio

ovidio fontanesi

Per i giovani artisti la casa natale di Vasco Montecchi Caro Vasco, avrei tanto voluto essere con te il 2 ottobre nella casa delle tue radici che diventerà, per la generosità tua e della tua compianta e amatissima Renza, “casa degli artisti”. Ma proprio nel mattino di quel 2 ottobre prenderò l’aereo per Palermo, sicché non potrò essere a Castagneto. Mentre scrivo ti sto guardando nella bella foto sulla “Gazzetta di Reggio” di sabato 26 settembre. Pensoso, seduto su un tronco e fra altri tronchi, sembri in attesa di tornare ad un corpo a corpo col legno, dopo anni di rapporti creativi col marmo. Grazie, caro Vasco, per il contributo che lungo i decenni hai dato alla creazione di quella bellezza che, come si dice, “salverà il mondo”. Un caro saluto a te anche a nome degli amici dell’ANPI provinciale di Reggio. Antonio Zambonelli.


Chiostro della Ghiara

PRIMA FESTA PROVINCIALE ANPI Da venerdì 27 a domenica 28 giugno la festa per i 70 anni dell’ANPI

Venerdì 26 giugno si è aperta, con un corteo colorato dalle bandiere delle sezioni della provincia, la prima festa provinciale dell’ANPI organizzata per il 70° della sua costituzione. Dopo la deposizione di un mazzo di garofani rossi al monumento della Resistenza in Piazza della Vittoria, il presidente Giacomo Notari ha preso la parola invitando i presenti e i militanti dell’ANPI a difendere la Costituzione e la democrazia. Il corteo che si è formato ha attraversato il centro cittadino, con in testa il gonfalone di papà Cervi, fino a raggiungere il Chiostro della Ghiara, dove è iniziata ufficialmente la festa col taglio del nastro da parte del presidente Notari. Nel percorso il corteo ha reso omaggio ai caduti del 7 luglio 1960, sulla pietra d’inciampo in memoria di Ovidio Franchi, a ricordare gli stessi valori ideali che hanno legato la lotta di quei giorni alla Resistenza. La festa ha avuto tanti momenti di discussione e di musica. Si è parlato dell’accoglienza dei bambini del Sud e di Milano in tante famiglie reggiane nell’immediato post Liberazione; dell’esperienza del Convitto scuola “L. Fornaciari” (1945-1953); delle iniziative di solidarietà internazionalista verso il Vietnam e poi verso il Mozambico. Un momento politicamente importante è stato il lancio, sabato 27, del Coordinamento provinciale antifascista tra ANPI, Istituto Cervi, Istoreco, Cgil, Arci e Associazione difesa della Costituzione. Domenica 28 giugno, la festa si è conclusa con il “pranzo di Brigata”, durante il quale sono state consegnate ai partigiani reggiani o alle loro famiglie le pergamene e le medagliette di benemerenza per il 70° della Liberazione. Non tutti i quasi quattrocento partigiani reggiani ancora viventi, però, hanno potuto partecipare al pranzo, perciò le sezioni territoriali si sono impegnate a consegnare i diplomi ai partigiani residenti nei loro territori. Vogliamo ricordare che i partigiani reggiani riconosciuti furono oltre 9.000, viventi nel giugno scorso circa 400, di cui 100 donne. (Foto Angelo Bariani)


PRIMA FESTA PROVINCIALE ANPI

Profile for ANPI Reggio Emilia

Notiziario set ott 2015 low  

Notiziario set ott 2015 low  

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