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Cronache Gennaio/Febbraio 2012, n°1

27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA Mai dimenticherò quella not-

te, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai... (Elie Wiesel: La Notte) 1


VISITA AD AUSCHWITZ tra memoria e futuro di Carlo Sarpieri

Un’esperienza

SOMMARIO: -VISITA AD AUSCHWITZ pag 1 -HOTEL MEINA: La prima strage di Ebrei in Italia pag 4 -LA PICCOLA AUSCHWITZ DI TRIESTE pag 7 -E’ MORTO GIORGIO BOCCA pag 10 -AL FEMMINILE IL NOBEL PER LA PACE 2011 pag 11

emotivamente coinvolgente ma molto utile per comprendere meglio la dimensione di una tragica vicenda storica come quella del nazismo. Questa è stata la prima impressione che ho tratto di ritorno dal viaggio ad Auschwitz organizzato dall’ANPI di Forlì-Cesena, con il contributo del Circolo ARCI di Savignano ed il sostegno tecnico dell’Agenzia viaggi Rio Salto di San Mauro Pascoli. Un viaggio che nel suo itinerario ha toccato città suggestive ed interessanti come Bratislava(Slovacchia), Cracovia (Polonia) e Brno (Rep. Ceca) ma che aveva il suo momento più significativo nella visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau che furono teatro della più grande operazione di sterminio di massa mai messa in atto. Da quei campi sono passate oltre 1.000.000 di persone, giunte da ogni parte d’Europa con l’inganno di una nuova vita e di un lavoro per essere poi annientate per effetto di condizioni di vita e di lavoro massacranti o per essere avviate alle camere a gas e poi ai forni crematori quando non più in grado di lavorare. Naturalmente per i bambini ( ben 216.000 ) la soppressione era immediata a meno che toccasse loro la sorte, ancora più terribile, di essere utilizzati per esperimenti nel cosiddetto ospedale del campo. Comunque tutti vittime di un’ideologia folle secondo la quale tutto ciò che non corrispondeva all’idea dominante della purezza della razza doveva essere eliminato. In realtà lo sterminio riguardò soprattutto le popolazioni degli Stati confinanti ad Est della Germania e da essa occupati per primi con il fine di allargare lo “spazio vitale” necessario all’espansione del popolo tedesco per cui le popolazioni autoctone dovevano essere spostate o eliminate. Questo folle disegno è dimostrato dalla documentazione relativa alla provenienza degli internati che venivano soprattutto da Ungheria ( 400.000 ) e Polonia ( 300.000 ) seguiti dagli zingari ( 23.000 ) e poi altri di nazionalità diverse. Visitare quei campi e quelle baracche, vedere le foto originali sulla vita e sulle sofferenze di tutti i giorni, gli oggetti, le scarpe, le valige della speranza con i nomi scritti sopra, i capelli usati per fare tessuti, i piccoli vestiti dei bambini, le divise a righe degli internati, è una cosa struggente, una cosa che provoca una grande emozione, una cosa inaccettabile. Ma nello stesso tempo ci fa riflettere su quanto 2


sia importante ricordare perché mai più accada ciò che è accaduto, perché non ci sia indifferenza verso atteggiamenti che ancora oggi ripropongono l’idea e la pratica della discriminazione razziale per giustificare azioni violente che si rivolgono verso la parte più debole dell’umanità. Hitler e Mussolini non erano dei pazzi e nulla avrebbero potuto se non avessero avuto il sostegno e l’appoggio della parte dominante, di quelle forze economiche che ritenevano di potere usare il nazismo e il fascismo per respingere i movimenti democratici che richiedevano il riconoscimento di una maggiore giustizia sociale e migliori condizioni di vita. Abbiamo il dovere di ricordare e dobbiamo farlo non solo per il rispetto che dobbiamo a coloro che in quei campi hanno lasciato la loro vita ma anche perché non possiamo accettare di vedere intorno a noi segnali sempre più frequenti di ritorno al passato, di dover registrare la nascita di movimenti che si ispirano all’ideologia nazista e fascista, di assistere a manifestazioni nostalgiche che vorrebbero rivalutare movimenti e personaggi che hanno inneggiato alla violenza per praticarla poi come metodo di governo e di sopraffazione di ogni diversità. A questo proposito vorrei sottolineare come la visita ad Auschwitz ci abbia permesso di verificare con quanta cura e dedizione quei luoghi siano custoditi, conservati ed utilizzati per trasmettere alle nuove generazioni un forte messaggio di pace e di fratellanza tra i popoli. In quei Paesi non ci sono pellegrinaggi sulle tombe dei gerarchi nazisti ed anzi le loro ceneri spesso sono state disperse perché nessuno potesse rendere loro omaggio e

potesse protrarre nel tempo la vergogna di un’ideologia negatrice dei valori fondamentali dell’uomo.Uscendo dalla visita dei campi si è rafforzato in noi il sentimento di gratitudine che dobbiamo a tutti coloro, che in vari modi, si sono battuti anche a costo della vita per sconfiggere quelle ideologie ed hanno costruito un’Italia ed un’Europa fondate sui principi di libertà, di democrazia e di pace. Ed in particolare il nostro pensiero si rivolge ai partigiani e a tutta quella parte della popolazione della nostra Provincia che con il loro impegno hanno saputo creare le condizioni per liberare

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insieme agli alleati le nostre città dall’occupazione nazifascista ed avviare le nostre comunità verso una nuoba stagione di progresso e di crescita civile e sociale. Se avessero vinto gli altri non sarebbe andata così. Per tutto ciò, da questa esperienza abbiamo un ulteriore stimolo per un rinnovato impegno civile, di partigiani della libertà e della democrazia che oggi come ieri vogliono battersi contro l’ingiustizia ed il degrado, per una società in cui ciascun individuo abbia le sue opportunità di una vita degna di questo nome. C’è ancora tanto da fare.


HOTEL MEINA LA PRIMA STRAGE DI EBREI IN ITALIA A CURA DI ELVIO CICOGNANI

Meina

è una ridente cittadina del lago Maggiore, confinante con Arona e sede, da tempo, di molte ville in cui personaggi importanti hanno trascorso in assoluta riservatezza i loro momenti di riposo, ma che è stata nel XIX Secolo anche un centro industriale di una certa importanza. All’ingresso del paese, dove una volta sorgeva il porto, c’è un albergo, oggi fatiscente, carico di tristi ricordi: quando si chiamava Hotel Meina ed apparteneva alla famiglia Behar, nel 1943, divenne il luogo in cui fu compiuta la prima strage di civili ebrei in Italia. L’Hotel Meina era un albergo di prima qualità: un giardino che dava sul lago, l’imbarcadero dei battelli proprio a due passi, come la strada statale, una sala da biliardo, una per giocare a carte. Anche la cucina era ottima, compatibilmente coi tempi grami, regolati dal razionamento. Nel settembre 1943, gli ospiti dell’albergo sono un centinaio: da quando la Casa Editrice Mondadori, a causa dei bombardamenti, ha trasferito gli uffici ad Arona, non sono pochi i dirigenti che vivono nell’albergo. Con essi, alloggiano all’Hotel Meina anche alcune famiglie di Ebrei greci, fuggiti appena in tempo da Salonicco: la famiglia Fernandez Diaz, composta dal nonno Dino, da suo figlio Pierre, da sua moglie Liliana Shalom e da Jean e Brachette, i loro figli; la famiglia Mosseri, composta dai coniugi Marco e Ester Botton e dal figlio Giacomo Renato e sua moglie Odette Uziel; infine, la famiglia Torres, composta

dai coniugi Raoul e Valerie Nahoun. Arriva da Salonicco anche Daniele Modiano, inoltre vi soggiornano altri tre Ebrei, Lotte Forehlich, moglie dello scrittore Mario Mazzuchelli e due dipendenti del negozio milanese di antiquariato del proprietario dell’albergo, Albert Behar, che si trovano a Meina per caso come aiutanti tuttofare dell’albergo: Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas. La notte dell’11 settembre qualcuno bussa alla porta della Casa Cantoniera di Meina, in località Pontecchio. Piove forte. Il cantoniere, Ernesto Giuliani, va ad aprire. Sono tre soldati tedeschi, tutti bagnati. Viaggiano su una moto con sidecar. Entrano e si fermano qualche ora per asciugarsi e riposare. Il cantoniere sa qualche parola di tedesco e facendo un po’ di conversazione apprende da dove vengono. Sono le prime SS di una Divisione corazzata che arriva sul lago Maggiore. Il grosso della truppa arriverà il giorno dopo. Infatti, tra il 12 e il 15 settembre 1943 giunge sul lago Maggiore il I° Battaglione del Secondo 4

Reggimento della Divisione Corazzata Leibstandarte-SS Adolf Hitler (Guardia del Corpo di Adolf Hitler), trasferita in Italia dal Fronte Orientale alla fine di luglio, con il compito ufficiale di prendere sotto controllo il territorio sino al confine svizzero, per impedire la fuga dei soldati italiani. Non si tratta di nazisti qualunque: sono soldati giovanissimi, spietati e “specializzati” nella caccia e nella strage all’Ebreo. Di fatto, sin dai giorni seguenti, diversi uomini del Battaglione sono impiegati nella ricerca e nella cattura di civili ebrei, sfollati nella zona e che hanno trovato alloggio tanto nei numerosi alberghi del litorale quanto in ville di proprietà. Nella notte tra il 14 e il 15 settembre, qualcuno arriva davanti alla finestra della cucina dell’Hotel Meina e si mette a picchiare sui vetri e a gesticolare, per attirare l’attenzione di quelli dentro: -Fuggite, arrivano le SS!- grida lo sconosciuto. Le SS arrivano a Meina verso le 9-9,30 della mattina, mettono soldati e mitragliatrici sulla piazzetta tutt’intorno all’albergo.


Poi una squadra, agli ordini del SS-Scharfuhrer Oscar Schultz vi fa irruzione. Fa scendere gli ospiti e divide gli Ariani dagli Ebrei. Poi sale nelle camere, col mitra spianato, per radunare quelli che ancora non sono ancora scesi. Provveduto alla identificazione degli ospiti, ne trattiene diciassette, in quanto risultano Ebrei, che vengono reclusi in due camere dell’ultimo piano dell’Hotel. Catturano anche il proprietario e la sua famiglia, Ebrei anch’essi, ma di nazionalità turca. Poiché i Behar ospitano nella loro abitazione meinese, Villa “Novecento”, Niebel Hertog, Console turco a Milano (la Turchia era in quel momento neutrale), questi interviene per liberarli ed essi, dopo aver pagato una penale in denaro per aver ospitato degli Ebrei, scampano al futuro massacro, pur divenendone impotenti testimoni. L’occupazione dell’Hotel dura fino al 23 settembre, una lunga settimana di agonia di cui tutto il paese è in qualche modo testimone. Sarà una strage che si differenzia dalle altre compiute

sulle rive del Verbano (ad Arona, Baveno, Stresa, Mergozzo, Orta, Pian Nava e Intra), per le quali si cerca invece la massima segretezza. Gli ospiti dell’Hotel hanno molti amici a Meina e ad Arona, che cercano di mettersi in contatto con loro e di mediare. Nei primi giorni ad alcuni di loro è concesso un lasciapassare e possono incontrarli una ultima volta, pranzare con loro, raccogliere confidenze, alcuni ricevono anche gioielli e valori da mettere in salvo. Il 17 settembre l’atmosfera è ancora così “distesa” che le SS più giovani giocano con i figli Fernandez Diaz. Poi, all’improvviso, il giorno seguente, un cupo silenzio e un tangibile nervosismo prende il posto del rumoroso via vai dei giorni precedenti. Cosa è successo? Cos’è che ha provocato questa atmosfera di terrore? Tutti hanno la sensazione che qualcosa debba avvenire. Si parla di un ordine, un ordine superiore, in arrivo da un momento all’altro. Da dove, non si capisce. Mentre nelle camere dell’alber-

L’Hotel Meina come appare oggi. 5

go gli arrestati attendono impazienti la loro sorte, il Comando tedesco assume la decisione di procedere alla loro eliminazione in una riunione, pare, in una giornata tra il 18 e il 21 settembre, e a cui presenziano i cinque ufficiali responsabili delle Compagnie, l’aiutante di Battaglione e, naturalmente il suo Comandante, SS-Hauptsturmfuhrer Hans Rohwer. Tale decisione è comunicata ad alcuni sottufficiali, probabilmente scelti tra i veterani del Battaglione, che devono occuparsi delle uccisioni e che parteciperanno alla “spartizione” dei beni sequestrati. Il 21 settembre 1943, dopo cena, il Capitano Hans Kruger annuncia a voce alta, perché tutti gli ospiti ariani sentano, che gli Ebrei presenti nell’albergo devono essere trasferiti, per ordine del Comando delle SS di Baveno, in un Campo di concentramento che dista 150200 chilometri da Meina, che i “detenuti” saranno trasferiti con una automobile privata a piccoli gruppi e che per tutto il tempo di trasferimento degli Ebrei gli altri ospiti devono restare nella sala da pranzo o, meglio, nelle loro camere, in modo da evitare qualunque contatto con loro. I primi quattro ad essere prelevati sono Marco ed Ester Mosseri, Lotte Froehlic, Vitale Cori. Sono fatti salire su una camionetta, non su un’auto privata, che rientra in albergo all’una di notte: è passato troppo tempo per un interrogatorio ad Arona, troppo poco per un trasferimento nel fantomatico Campo di concentramento. Il secondo gruppo scelto dalle SS è composto da due coppie di sposi: Giacomo Renato Mosseri e la moglie Odette e Pierre Fernandez Diaz e la moglie Liliana.


sarà chiara nel tardo mattino del 23 settembre quando alcuni abitanti del lago Maggiore si imbattono in uno spettacolo agghiacciante. Alla superficie dello specchio affiorano dei cadaveri sfigurati. Sono alcuni dei 54 Ebrei che tra il 15 e il 23 settembre vengono trucidati dalle SS nella zona del Verbano. Fra loro ci sono anche gli ospiti dell’Hotel Meina. I Tedeschi hanno portato gli Ebrei poco distante dall’Hotel Meina, vicino alla Casa Cantoniera in località Pontecchio e dopo averli trucidati con un colpo a bruciapelo alla nuca li Becky Behar hanno gettati nel lago con sassi legati al collo per impedire che Allontanandosi Marco e Liliana vengano a galla, cosa che punabbracciano i tre figli e il nonno. tualmente si verifica e permette La camionetta, dopo averli cari- agli abitanti di Meina di conocati, si allontana in direzione di scere la terribile verità. Arona. Alle tre del mattino del Le SS allora raggiungono i ca23 settembre, le SS tornano in daveri con una barca e li colpialbergo, dove si è ballato tutta scono con le baionette per afla notte, forse per occultare il fondarli una volta per tutte. Poi rumore degli spari che Adriana trovano un metodo più sicuro: Galliani, fidanzata di Vittorio li trascinano a riva e li bruciaHaim Pompas disse poi di ave- no con i lanciafiamme.Per tutto re udito in diversi momenti. Vit- il giorno i figli Fernandez Diaz torio Haim Pompas insieme a restano affacciati al terrazzo e Daniele Modiano e Raoul e Va- chiedono ai passanti, facendo lerie Torres sono inseriti nel ter- gesti disperati, notizie sui loro zo gruppo portato verso Arona. genitori. Poi, alle 22 del 23 setLa destinazione dei “detenuti” tembre sono prelevati anche i tre

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ragazzi con il nonno: nessuno ha dubbi sulla loro sorte, quando la camionetta parte verso Arona. Saranno ammazzati anche loro, legati col filo di ferro e buttati nel lago. La strage di Meina è uno degli episodi più terribili dell’occupazione nazista in Italia, oltre che dei più ignorati. Nel 1968 ad Osnabruck fu celebrato un processo in cui i Behar si costituirono parte civile: tre Ufficiali, Friedrick Hans Rohwer, Hans Kruger e Karl Schnelle, furono condannati all’ergastolo, ma il 2 aprile 1970 una sentenza della Corte Suprema di Berlino cancellò tutto, perché i reati erano da considerarsi caduti in prescrizione. In Italia non si è mai fatto un processo. Nessuno ha pagato per quei diciassette morti. Ma c’è chi non ha dimenticato e da anni racconta la verità: - I giorni di Meina hanno segnato nella mia vita un trauma perenne:- scrive nel suo diario Becky Behar, figlia di Albert – non sono più stata la stessa, perché non è il fatto di essere sopravvissuta che ti può dare pace -. Una stele, posta sulla Statale per Meina, ricorda oggi quella che è stata la prima strage di civili ebrei nel nostro Paese.


LA PICCOLA AUSCHWITZ DI TRIESTE A CURA DI ELVIO CICOGNANI

A Trieste la chiamano “La Risie-

ra”. E' un vecchio, squallido stabilimento di mattoni che gli Austriaci costruirono nel 1913 a San Sabba per raffinare un milione di quintali di risone all'anno; si chiamava prima “Filatura Triestina del Riso”, era una Società per Azioni che aveva la direzione in via San Spiridione, 12. Alcuni edifici servivano da magazzino per il riso greggio e quello raffinato da esportare nell'Europa Centro-Orientale, altri ospitavano i macchinari e le officine di riparazione. Nel secondo cortile, adagiato contro il fabbricato centrale, i tecnici austroungarici avevano costruito un lungo essiccatoio, in parte interrato, che trovava sfogo in una ciminiera alta 40 metri. Quel camino fumò fino al 1925. Poi, mutate le condizioni del mercato risiero, rimase inattivo. Per un certo periodo lo stabilimento venne occupato dal Reggimento di cavalleria “Nizza” e l'essiccatoio diventò una cucina per la truppa. Dopo l'8 settembre 1943 i Tedeschi lo utilizzarono per rinchiudervi i soldati italiani catturati. Nell'ottobre 1943 arrivò in quella tetra zona alla periferia di Trieste un gruppo di tecnici delle SS tedesche, camminarono su e giù per i cortili, osservarono con interesse l'essiccatoio-cucina e diedero ordine che venisse trasformato in forno crematorio. Quegli uomini, con l'emblema del teschio sulla divisa, facevano parte delle “Einsatzgruppen”, un corpo speciale nazista, creato per l'eliminazione fisica degli Ebrei d'Europa, la cosiddetta “Operazione Reinhard” (Aktion Reinhard). Il forno fu realizzato a regola d'arte facendo calare dalla Germania fino all’Adriatico, dalle SS, Erwin Lambert che, in più vaste proporzioni, aveva già progettato i forni crematori di Treblinka e di Sobibor. Il collaudo venne fatto negli ultimi giorni d'aprile 1944, usando come cavie i 61 cadaveri degli ostaggi

Il cortile interno con l’impronta dell’edificio in cui si trovava il forno crematorio fucilati al Poligono di Opicina, quale rappresaglia dell'attentato che il 2 aprile era stato effettuato nel Cinema Del Borgo Carsico, requisito dai Tedeschi. Nonostante alcune difficoltà iniziali, tutto funzionò bene. Erwin Lambert ricevette le lodi di tutti, il camino tirava bene, ne uscivano nuvole bianche e grigie che giorni di scirocco spandevano un odore nauseabondo. Subito dopo quella prova generale cominciarono le cremazioni vere e proprie. Inizialmente le esecuzioni avvenivano una volta alla settimana (il venerdì notte dopo le nove) e dopo il mese di giugno due volte alla settimana (martedì e venerdì) con una punta massima nel trimestre luglio-settembre del 1944, quando il massacro si ripeté ogni due giorni e il crematorio arrivò a bruciare fino a 70-80 cadaveri al giorno. La mattina dopo ogni eccidio, un carretto a cavalli, guidato da due Tartari, usciva dal recinto e andava a rovesciare in mare, alle spalle del tetro edificio, sacchi di ossa e

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ceneri umane. La Risiera di Trieste è l'unico campo di sterminio (Vernichtungslager) istituito da nazisti in Italia e la sua storia è poco conosciuta. Nelle grandi carte dell'Europa che tracciano la “geografia' dell'orrore”, non viene mai ricordata. Incredibilmente, neppure i Triestini sanno con esattezza quali crimini vi furono consumati. Eppure a San Sabba morirono, ridotti in cenere, dalle tremila alle quattromila persone cui di molte non si sa neppure il nome e che sono svanite nel nulla. Tuttavia, qualche traccia è sopravvissuta alla catastrofe finale: consultando gli archivi di Trieste e di Lubiana e interrogando i superstiti, si è potuta ricostruire fin nei particolari questa pagina tremenda della nostra storia recente. Nell'ottobre 1943 le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana entrarono a far parte del Litorale Adriatico (Adriatisches Kustenland), agli ordini del Gauleiter della Carinzia, Friedrich Rainer, 39 anni, di Klagenfurt,


Veduta del camerone con le microcelle per gli inquisiti ed i condannati Supremo Commissario, che aveva il potere di nominare i podestà e i prefetti italiani, di annullare le decisioni dell'autorità giudiziaria della Repubblica di Salò e di concedere o meno la grazia dei condannati a morte. Tutto, praticamente, dipendeva da lui. In questo quadro, Friedrich Rainer, all'inizio fece funzionare la Risiera come Campo di Concentramento “per i nemici del Reich e per gli Ebrei”. Gli Ebrei vi venivano “ospitati” prima di partire per Auschwitz o Bergen-Bergen. Secondo la burocrazia tedesca, il luogo dove dovevano morire era lassù, in Polonia, ma alcuni finirono in cenere a San Sabba. A differenza però dei Campi della Polonia, il numero più alto di uccisioni avvenute all'interno della Risiera colpì i Partigiani sloveni, croati e italiani. Si sa infatti che per i Tedeschi era importante rendere più sicuro il territorio circostante dove la Resistenza antifascista era ben radicata e per questo i compiti di repressione furono affidati a Odilo Lotario Globocnik e a i suoi compagni che estesero all’Adriatisches Kustenland quei metodi repressivi già sperimentati durante la guerra in Polonia e in Unione Sovietica. All’entrata della Risiera, che copriva un’area di oltre 7.000 mq., erano di guardia le sentinelle con alcuni cani. Subito dopo, a

sinistra, nel primo cortile, si trovava un villino con la scala esterna: qui abitava il Capo del Lager, che furono nell’ordine l’Hauptsturmfuhrer delle SS Gottlieb Hering, lo Sturmbannfuhrer Dietrich Allers e l’Obersturmfuhrer Josef Oberhauser. A destra erano situati, invece, gli alloggi destinati ai sottufficiali tedeschi e ucraini delle SS e alle famiglie dei volontari russi. In un edificio trasversale di cinque piani i “tecnici” avevano sistemate le camerate, le cucine, lo spaccio, l’infermeria, gli uffici, l’armeria e i depositi. Nelle camerate alloggiavano i soldati ucraini e qualche Italiano, proveniente da reparti dalla M.D.T. (Milizia della Difesa Territoriale); poi venne un gruppo di quarantadue SS Italiane, quasi tutti Piemontesi, comandate da un giovane Capitano di Occimano, in provincia di Alessandria, Ernesto Sarzano, che aveva come subalterno un Tenente napoletano, Luigi Fulmine, di professione insegnante, e come sottufficiale un Tarantino, Nicola Dragone, trasferitosi dal Sud a Genova. Un passaggio a volta immetteva in un secondo cortile, al quale potevano accedere, oltre gli ufficiali italiani, soltanto i Tedeschi e gli Ucraini. In un grande magazzino in fondo al cortile alcune prigioniere

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scelte dovevano sistemare tutti i beni razziati a coloro che erano stati catturati: le scarpe, i pantaloni, le camicie, le gonne, i cappotti, le coperte, i bauli e perfino il mobilio. Le SS facevano preparare grandi pacchi che poi spedivano alla Direzione centrale di Berlino, la quale ripartiva il bottino tra le famiglie dei militi. Cinque sarti e due calzolai dovevano confezionare le uniformi e le calzature per gli ufficiali e i soldati. Il laboratorio si trovava al primo piano, quasi sopra alle celle di detenzione. Tornando dai rastrellamenti sull’Altopiano Carsico, prima di incendiare le case, le SS portavano via quanto potevano. Tutto veniva trasportato in Risiera, anche mucche, buoi, cavalli, capre, maiali: c’era abbondanza di carne a San Sabba! Alla Risiera si giungeva per vie diverse: dalle camere di tortura dell’Ispettorato Speciale e delle SS, dai centri di repressione fascisti, dalle carceri o direttamente dalle zone operative e dai villaggi distrutti dell’interno.I prigionieri venivano radunati in un grande edificio di fronte al forno crematorio: al terzo piano gli Ebrei da smistare ad Auschwitz, al primo e secondo gli altri. Gli Ebrei, spogliati dei loro averi, avevano l'obbligo di lavorare ( aiutanti di sartoria e calzoleria; pulizia del cortile, delle stalle, delle latrine e dei depositi; carico e scarico degli autocarri militari tedeschi) nell'attesa della deportazione, di cui naturalmente non sapevano la data. L'annuncio della formazione di un convoglio veniva dato all'improvviso, di giorno o di notte, e sovente il tempo per prepararsi al viaggio era limitato a mezz'ora. Dalla Risiera alla stazione ferroviaria i deportati venivano condotti a bordo di camion chiusi; talora però erano costretti a fare il percorso a piedi. I convogli partiti dalla Risiera si diressero soprattutto verso il Campo di Dachau, se si trattava di prigionieri politici, verso Auschwitz se si trattava di Ebrei; non mancarono trasporti


diretti a Ravensbruck e a Bergen-Bergen; molti politici furono inviati anche a Mauthausen. Dalla Risiera partirono complessivamente sessantanove convogli, un numero particolarmente elevato se si considerano i dati complessivi della deportazione italiana. Nel gennaio-febbraio 1944 arrivarono nel cortile alcuni autocarri con sacchi di cemento. In un capannone al pianterreno, contraddistinto dal pavimento di pietra e da un soffitto di legno, retto da grandi travi, un gruppo di prigionieri costruì diciassette celle anguste e basse, prive di finestre e d’aria, illuminate costantemente da una lampadina elettrica di grande potenza. Il lavoro terminò alla fine di aprile. Una delle celle fu adibita a camera di tortura. Erano cunicoli lunghi due metri e larghi poco più di uno, alti meno di due metri che avevano sul soffitto una piccola apertura nel cemento, venti centimetri per venti, con una croce di ferro nel mezzo. Queste microcelle costituivano solitamente l’anticamera dell’esecuzione: quasi tutti quelli che venivano confinati finivano assassinati per lo più dal boia della Risiera, l’ SS Otto Stadie, che li abbatteva a colpi di mazza di legno, in un locale nei pressi della ciminiera della raffineria. Il primo a entrare in una delle celle fu una SS che aveva il vizio di ubriacarsi sempre. In quei locali, senz'acqua e senza servizi igienici, venivano stipati fino a sei prigionieri per volta, costretti, a causa dello spazio ridotto, a restare sdraiati su due piccoli tavolacci oppure a rimanere in piedi, addossati alla parete. Il camerone era sempre immerso in un lezzo insopportabile. Sulle travi i Tedeschi mettevano, infatti, a seccare le pelli degli animali uccisi, che attiravano giorno e notte torme di topi e di insetti. Le celle erano l’”anticamera della morte”: vi si usciva soltanto per “passare dal camino”. Il camino fumò fino al 20 aprile 1945. I nazisti, in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile, distrussero l’edificio del forno per cercare di togliere qualsiasi prova dei loro crimini. Nonostante ciò, furono tro-

Una delle mazze di acciaio con le quali i prigionieri venivano uccisi individualmente.

vati tre sacchi di ossa umane, pronti evidentemente per essere scaricati a mare, e la “mazza” utilizzata per uccidere. Nel corso del processo, celebrato il 29 aprile 1976, sono emersi dettagli sulle diverse modalità con cui venivano uccisi i prigionieri. Si andava dalla fucilazione alla gassazione mediante l’inalazione del gas di scarico prodotto da un camion o l’abbattimento del mal capitato con qualsiasi arma o corpo contundente. Tuttavia tutte le esecuzioni avvenivano di notte, per cui le testimonianze furono a questo proposito non sempre chiare. Inoltre le grida dei condannati erano coperte da musiche, dai latrati dei cani delle guardie e da rumori vari. Il sarto Giovanni Heimi Wachsberger, un Ebreo diciannovenne catturato a Fiume e detenuto alla Risiera, ha narrato che una domenica dell’agosto 1944 giunsero a San Sabba, scortati dai Tedeschi, due autobus con un centinaio di giovani arrestati che non vennero iscritti nei registri di matricola e furono soppressi la stessa notte: -Sentimmo i loro passi mentre li portavano giù nel cortile. Non se ne salvò nessuno e l’indomani, già al mattino, i loro abiti erano

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ammucchiati nel magazzino vestiario-.In Risiera entrarono e furono uccisi molti alti Dirigenti e Partigiani della Resistenza, anche di quella italiana, appartenenti a tutte le forze politiche. Giovanni Battista Berghinz, esponente della Divisione partigiana “Osoppo-Friuli” che prima di essere ucciso, fu orribilmente torturato e acceccato, Medaglia d’Oro alla Memoria, Luigi Frausin, che faceva parte del C.L.N, Vincenzo Gigante, Medaglia d’Oro alla Memoria, Paolo Reti, Democristiano, e i dirigenti sloveni Franz Segulin e Franz Ursic: questo per citare i più noti. Ecco infine, alcune testimonianze di alcuni sopravvissuti della Risiera: Goffardo Milani: - Ho visto un camion pieno di cadaveri, di uomini e donne. Poi ho visto una SS che nel reparto più piccolo del capannone, dove c’era il crematorio, tagliava con una mannaia i cadaveri...Magda Rupena: -Bruciavano la gente. Ho visto due o tre volte uomini e donne sparire nel locale del forno...Giordano Basile: -Subimmo ogni sorta di sevizie e maltrattamenti...Come conseguenza ebbi una lesione all'occhio destro e una frattura alla spalla destra...oltre alla depressione generale dalla quale non ho potuto riprendermi...Lo sterminio di Ebrei e Partigiani italiani, sloveni e croati di cui fu protagonista la Risiera di San Sabba rimane la testimonianza di uno dei capitoli più tragici e vergognosi della storia della Venezia Giulia e di quella parte del nazionalismo italiano che, in omaggio all'odio antislavo, accettò di asservirsi alla Germania nazista. Infatti la tragica sorte di molte delle vittime della Risiera, delle esecuzioni in blocco, della deportazione di massa, dei paesi bruciati e saccheggiati, va in gran parte addebitata all'operato dei fascisti, alle loro denunce, ai loro arresti e alle loro persecuzioni.


E' MORTO GIORGIO BOCCA

IL PARTIGIANO CHE RACCONTO' L'ITALIA

Il 25 dicembre, dopo una breve malattia, è morto nella sua casa milanese Giorgio Bocca,

Partigiano e giornalista. Nell’ 1943, aderisce, sulla scia del suo maestro di vita Benedetto Dalmastro, amico e collaboratore di Duccio Tancredi Galimberti, al Partito d’Azione clandestino. Dopo l’ 8 settembre 1943, raccolti armi e materiali abbandonati dall’ Esercito italiano insieme ad altri cinque ufficiali antifascisti, “Detto” Dalmastro, Alberto Cipellini, Renzo Minetto, Aurelio Verra e Luigi Ventre e col mulo “Garibaldi” carico di munizioni, Bocca abbandona la sua Cuneo e sale in montagna, presso la Borgata di Frise del Comune di Monterosso Guana, nella vallata omonima, costituendo uno dei primi Gruppi partigiani azionisti a cui si dà il nome di “Italia Libera”. Nominato in seguito Comandante della Divisione Alpina “Langhe” delle Formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, compie nella zona di Valle Grana (Nelle “Sue montagne”), una serie di coraggiose azioni contro i nazifascisti, la più famosa delle quali è la cattura nella cittadina di Busca, nella notte tra il e il 13 aprile 1945, dell’intera Compagnia anticarro della Divisione “Littorio” della R.S.I. La mattina del 29 aprile 1945, dopo quattro giorni di duri combattimenti, è tra i primi ad entrare in Cuneo liberata. Per l’eroismo dimostrato durante la Guerra di Liberazione, sarà decorato con la Medaglia d’Argento al Valore Militare. Alla Liberazione intraprende la carriera giornalistica, dapprima come redattore del quotidiano “Giustizia e Libertà” di Torino, quindi come redattore della “Gazzetta del Popolo” e del settimanale “L’Europeo” di Milano. Con Eugenio Scalfari, nel 1975, ha fondato il quotidiano “La Repubblica”. Giorgio Bocca, vero giornalista “combattente”, ha raccontato, con le sue inchieste, sette decenni della Storia del nostro Paese, dal fascismo alla Resistenza, dal terrorismo degli anni ‘70 alla Questione meridionale, dalla nascita della Lega alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, del quale è stato un acerrimo avversario. Ha fatto conoscere a tutti noi, criticandola aspramente e condannandola, l’Italia degli scandali, delle ruberie, della pubblica menzogna e della degenerazione politica-sociale, cercando di portarla fuori dal “letamaio” in cui era stata cacciata. Per Giorgio Bocca, Classe 1920, Partigiano e giornalista, non c’è stato mai “congedo”: la sua, una vita intera spesa a combattere l’Italia fascista, delle ingiustizie e delle amnesie. Elvio Cicognani 10


Al femminile il Nobel per la Pace 2011 A

di Rosalba Navarra

ricevere, nell’ottobre del 2011 a Oslo, il prestigioso premio per “la lotta non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace” come recita una delle motivazioni, sono state tre donne Ellen JohnsonSirleaf, Leyman Gbowee e Tawakkul Karman, colte, impegnate nel processo di rinnovamento democratico dei rispettivi paesi “con volontà di agire”. Ellen Johnson -Sirleaf, economista , con un master in pubblica amministrazione ad Harvard, eletta presidente della Liberia nel 2005. Attualmente al secondo mandato, è riuscita ad introdurre in un paese distrutto da 14 anni di guerra civile con centinaia di bambini-soldato allo sbando e una altissima percentuale di donne stuprate, a introdurre l’istruzione gratuita per le sei prime classi di studenti con una quota “rosa” del 40%; promuovere la parità di genere attraverso la costituzione di un tribunale speciale per i crimini sessuali e l’adozione di severe leggi antistupro; realizzare progetti di micro- finanziamenti per le donne; leggi di garanzia per il possesso e la gestione di legittime proprietà negate loro in quanto donne; ottenere la negoziazione della cancellazione del debito estero. In alto Ellen Johnson-Sirleaf ed in Soprannominata “dama di ferro”, pur fra tante critiche, basso Tawakkul Karman continua a lottare per il suo paese convinta che “il futuro dell’Africa, come motore di crescita economica globale, è legato a doppio filo alla condizione femminile”. In questa affermazione si riconosce anche la sua concittadina trentanovenne Leymah Gbowee, che con lei condivide il nobel per la pace. Avvocato pacifista, una laurea conseguita negli Stati Uniti, è chiamata “guerriera della pace” per il suo impegno contro la guerra. Attualmente direttore esecutivo della Women Peace and Security Network Africa, associazione che si batte per fornire alle donne africane mezzi e supporto, per partecipare in modo incisivo nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, ha fondato nel 2002 Women of Liberia Mass Action for Peace, un movimento non violento di donne cristiane e musulmane di etnie diverse, meglio noto come “movimento delle donne in bianco”, dal colore dei vestiti indossati dalle attiviste, che protestando contro la guerra, lo stupro lo sfruttamento dei bambini-soldato, con preghiere e sit in riescono ad accelerare la fine della guerra civile e a spianare la strada all’elezione di Ellen Johnson -Sirleaf la prima donna presidente in Africa. Il terzo esempio è Tawakkul Karman: yemenita trentaduenne, giornalista, presidente dell’associazione “Giornaliste senza catene” in difesa della libertà di pensiero ed espressione, membro dei Fratelli Musulmani, ministro degli affari giuridici, protagonista della “primavera araba”, per questo più volte arrestata e rilasciata, nota anche come “Madre della Rivoluzione” per la forte opposizione al regime di Saleh, rappresenta un esempio per tutte le 11


donne che come lei combattono contro i pregiudizi della casta maschile e vogliono la parità di genere sia sociale sia giuridica (per avere più peso sia all’interno della famiglia dove ancora le donne, poco alfabetizzate, sono considerate minorenni a vita, obbligate a coprirsi il capo, a contrarre, molto giovani, matrimoni organizzati dalla famiglia). Dopo le repressioni governative contro i padri mariti e fratelli, seguendo l’esempio di Karman, ribellatasi anche al velo integrale (niqab) indossando il velo che lascia scoperto il volto (hijiab ) molte donne hanno infranto il tabù della segregazione di genere prendendo parte alle manifestazioni di protesta in piazza, alcune più coraggiose senza velo, innescando un inarrestabile processo di cambiamento che attraverso i social network e i nuovi mezzi di comunicazione avviene sotto gli occhi del villaggio globale. Il Nobel della pace 2011 riconosce finalmente che la conquista della democrazia e la pace duratura nel mondo passa necessariamente dal contributo delle donne, libere dai secolari vincoli e divieti di una società maschilista che le ha escluse ciecamente dai diritti di parità.

L’ANPI Provinciale di Forlì-Cesena si unisce alla città di Forlì nel dolore per la scomparsa di Giorgio Zanniboni, Sindaco storico della Città e personaggio di lustro per la nostra e per le altre province della Romagna. Ai familiari l’abbraccio dell’Associazione

La moglie Anna Lorenzi e i figli Gabriella, Ivan, Giampietro e Orietta sottoscrivono in memoria del valoroso partigiano Amadori Jaures

SOTTOSCRIZIONI

In memoria di CASADEI CARLO, nel V° Anniversario della morte, lo ricordano la sorella Carla ed il cognato Menotti, sottoscrivendo a favore dell’ANPI euro 20,00. I figli Furio e Ribelle e le figlie Alba e Norma, ricordano il coraggio e gli ideali rispettivamente del Comandante Duilio Piolanti “BARBA” e del Commissario Augusto Piolanti “RUMBLI’ ”, sottoscrivendo a favore dell’ANPI. 12

Gennaio-Febbraio 2012 n° 1 - Cronache della Resistenza  

Visita ad Aushwitz tra memoria e futuro di Carlo Sarpieri / Hotel Meina la prima strage di ebrei in Italia / La piccola Aushwitz di Triest...