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Relazione del Presidente Nazionale 52째Congresso Nazionale Pubbliche Assistenze ROMA 28-30 novembre 2014


l‘oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.... il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa. Kahlil Gibran (1883 - 1931) Questa citazione rappresenta in modo suggestivo il concetto che abbiamo cercato di esprimere quando abbiamo ideato lo slogan di questo 52° Congresso ANPAS: “Passato e futuro: 110 di anni di storie da intrecciare” e credo che valga la pena incominciare questa relazione così:

Signore e Signori Le Compagnie di Soccorso e di Assistenza Pubblica vanno acquisendo nell’epoca presente una importanza sempre maggiore: importanza che sotto varie forme si palesa; importanza che è ad un tempo utilitaria, sociale e morale. Quante vite umane sottratte per esse alla spietata falce della morte! Non più il nero tugurio dell’agricoltore, perduto fra i monti, o nascosto fra le boscaglie, lontano dal viver civile, perirà fra le crudezze della miseria o i tormenti del morbo, invano attendendo l’agognato soccorso. A lui, morente, giungerà la squadra formata di lavoratori come lui che, intendendo il fraterno dovere, con mano amorosa lo toglierà dal duro giaciglio e sovra agile lettiga lo trasporterà nell’ampia corsia dell’Ospedale, ove la scienza e l’igiene al fato inesorabile che incombe sul povero lo strapperanno (...) Ma se grande è la missione – tanto che fu ritenuta una vera e propria funzione di Stato – non altrettanto grande è la considerazione e l’aiuto che le nostre associazioni hanno dalla legge e dai poteri costituiti (...) Ma sull’intervento dello Stato nella disciplina delle Società di beneficienza in genere e di assistenza pubblica e soccorso in ispecie, una pacifica ed universale norma non ancora ha prevalso in Italia (...) Vi ha chi per un eccessivo senso di indipendenza e per un ingiustificato istinto di avversione a tutto ciò che fa capo al supremo Ente direttivo della Nazione, si ostina ancora, nei tempi di relativa civiltà che corrono, a negare ogni ingerenza dello Stato nelle manifestazioni della pubblica carità (...) Vi ha per contro chi, forse troppo idolatra dell’azione dello Stato, che si vorrebbe ministro di ogni terreno bene, ritiene che la assistenza ed il soccorso pubblico debbano costituire una vera e propria mansione dello Stato all’infuori di ogni iniziativa ed opera privata. E fra le due opposte tendenze vi ha invece chi, dell’una e dell’altra prendendo la parte migliore, ed in un pratico insieme contemperandole, sostiene che, pur lasciando lo esercizio della beneficienza allo spirito della privata iniziativa, allo slancio dei generosi sensi dell’animo del cittadino, debbasi però disciplinarne le manifestazioni, perché più ordinata riesca e più armonizzante coi bisogni che è chiamata a soccorrere. Queste parole sono tratte dal Discorso inaugurale del IV Congresso Nazionale delle Società di Pubblica Assistenza tenutosi a Spoleto il giorno 18 agosto 1904 dall’Avv. Luigi Filippo Paletti, Presidente del Comitato che sancì la costituzione di quella che è oggi l’ANPAS. Parole che ancora oggi suonano come attuali e sono uno spunto utile per la discussione che ci accingiamo ad affrontare in questo nostro 52° Congresso a distanza di 110 anni.

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La Relazione del Presidente Nazionale è scritta con due font “sociali”. Leggimi, creato da Sinnos Editore, aiuta a leggere meglio. RymanEco è un font ecologico


Il volontariato in ambito socio-sanitario ha una lunga tradizione in Italia, tre sono le grandi organizzazioni: ANPAS, Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia e Croce Rossa Italiana. Queste tre realtà, pur con i distinguo derivanti da radici storiche diverse, hanno svolto un ruolo determinante nel garantire servizi in campi diversi tra cui l’emergenza urgenza quando ancora questi aspetti dell’assistenza sociosanitaria erano trascurati e non c’erano a disposizione le conoscenze e le tecnologie odierne. È una storia lunga ed interessante che è opportuno ricordare, non solo per la memoria del passato, ma soprattutto per essere la base per nuove riflessioni e per verificare come continuare ad essere soggetti attivi nel futuro. Le Pubbliche Assistenze sono nate in gravi condizioni di bisogni sanitari e sociali, senza che il settore pubblico vi fosse e svolgesse un ruolo in questi ambiti. Non sono state supplenti dello Stato, l’hanno anticipato. Questo è ciò a cui ancora oggi sono chiamate, così come il recente Disegno di Legge di riforma del Terzo Settore ribadisce riconoscendo nell’associazionismo uno strumento fondamentale per l’attuazione dei principi di partecipazione, solidarietà, sussidiarietà e pluralismo previsti dagli Articoli 2, 3, 18 e 118 della nostra Costituzione. È fondamentale, oggi più che mai, confrontarsi con le Istituzioni preposte e integrare i servizi svolti dai professionisti con quelli che possono essere attuati dai volontari nell’ottica di una ottimizzazione del servizio al cittadino. L’organizzazione del welfare, per come lo abbiamo conosciuto in Europa, non è un fatto antico perché sostanzialmente nasce con la fine del secondo conflitto mondiale. Era necessario rafforzare le giovani democra-

zie, dimostrando che erano assolutamente in grado di migliorare le condizioni di vita delle persone e delle comunità, assumendone esplicitamente la responsabilità. La Costituzione italiana è un esempio limpido di questa prospettiva: nell’Articolo 2 introduce il riconoscimento dei diritti umani e lo lega ai doveri di solidarietà; nell’Articolo 3 dichiara che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono la piena integrazione dei cittadini. Sulla base di questa prescrizione, in Italia, così come negli altri Paesi europei, si sono progressivamente organizzati interventi tesi a rispondere ai bisogni dei cittadini, allargando la sfera dei diritti nei diversi ambiti della vita sociale ed economica. Conservando un approccio prevalentemente statalista, il welfare si strutturò con interventi prevalentemente economici, gestiti da organismi a direzione governativa. Lo sforzo fu, comunque, imponente. Quasi ogni ambito della vita delle persone e delle comunità fu oggetto di progressiva attenzione pubblica: la scuola, il lavoro, la previdenza, la maternità, la salute, la povertà… uno sforzo sostenuto da risorse pubbliche sempre più ingenti che affluivano copiose nelle casse degli Stati grazie al boom economico e alla crescita demografica. Famiglie più dotate di reddito pagavano più tasse e acquistavano più prodotti da imprese che, ottenendo profitti maggiori, pagavano anch’esse maggiori tasse allo Stato. Un trend che portò il welfare state a raggiungere il proprio culmine negli anni ’70, ma anche a diventare un pachiderma troppo spesso burocratizzato, inefficiente, costoso e clientelare pur se ancora sostenibile e fortemente legittimato. Gli interventi sociali, tuttavia, continuavano a essere largamente concepiti come interventi di tipo riparativo, secondari e

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funzionali alla crescita economica. In sostanza, l’aumento del benessere e dell’inclusione sociale per la più larga parte possibile della popolazione era visto non come valore in sé – corrispondente al riconoscimento e alla promozione della dignità inviolabile di ogni persona – ma piuttosto come modalità di espansione del mercato dei beni di consumo e, dunque, strumentale alla crescita economica. Inoltre, tale forma di intervento pubblico veniva considerata ammissibile proprio in ragione della stessa crescita: le maggiori risorse disponibili per gli Stati consentivano di finanziare quelle azioni che andavano a “riparare” gli “effetti collaterali” negativi prodotti dalla crescita e dal mercato. La crisi petrolifera della metà degli anni ’70 mise in crisi il sistema. L’aumento del prezzo del petrolio, causato dal conflitto arabo-israeliano, fece alzare i prezzi di produzione e ridusse i profitti delle imprese. Prodotti più cari contrassero i mercati e generarono disoccupazione. Meno tasse dalle imprese e meno tasse dai cittadini portarono gli Stati in deficit finanziario. La risposta fu il debito pubblico. Gli Stati, attraverso i loro titoli, si indebitarono con cittadini e imprese per poter continuare a garantire i livelli di spesa pubblica precedente, sperando in una successiva inversione di rotta che avrebbe permesso di ripagare i creditori. L’inversione di rotta non fu così evidente, e quindi ogni anno gli Stati furono costretti a pagare, oltre alla spesa corrente, anche gli interessi sui debiti contratti. Questo aumentò ancora di più il fabbisogno, portando a contrarre altri debiti: debiti per pagare gli interessi sui debiti. Un circolo vizioso che creò, nel giro di due decenni, il debito pubblico che conosciamo e di cui si parla sempre più frequentemente in questi anni di crisi. La conseguenza fu l’apertura di un dibatti-

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to molto aspro sulla necessità di riduzione della spesa pubblica e sul “fallimento” del welfare state. Nella stessa fase in cui il welfare state raggiungeva il suo apice negli anni Settanta, si evidenziò, anche grazie alla nostra dirigenza dell’epoca, un nuovo soggetto sociale e politico: il volontariato organizzato. L’insorgere della presenza delle organizzazioni di volontariato sulla scena pubblica introdusse nuovi punti di vista che influenzarono grandemente la riflessione sull’evoluzione del welfare in Italia e non solo. Dall’esperienza di concreta condivisione con le situazioni più marginali, nacquero sperimentazioni e intuizioni importanti che indicarono nuove vie anche per la solidarietà istituzionale: l’esigenza di cambiare approccio e passare dai sussidi ai servizi inclusivi; la denuncia della burocratizzazione e la ricerca dell’umanizzazione dei servizi; il riconoscimento dei bisogni relazionali come centrali per l’inclusione sociale; il ruolo essenziale delle formazioni intermedie e delle comunità locali; la personalizzazione degli interventi… Tutti temi che troveranno riconoscimento prima nella riorganizzazione “di fatto” dei servizi, e poi nella Legge 328 del 20001, che riformerà organicamente l’assistenza sociale. Il volontariato organizzato però si definì non tanto e non solo per la sua capacità di realizzare servizi in risposta ai bisogni, ma come soggetto di vicinanza che “vive” dentro il tessuto delle relazioni umane e sociali e, da questo “osservatorio”, scopre bisogni vecchi e nuovi, sperimenta risposte, indica politiche, propone modelli culturali e approcci alla vita. Nel 1991 il volontariato organizzato ottenne in Italia un riconoscimento normativo, 1 LEGGE 328/2000 Legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali


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con l’approvazione della Legge quadro 2662. Nei venti anni successivi divenne un fenomeno diffuso e contribuì al consolidamento di un nuovo soggetto: il Terzo Settore. A partire dall’esperienza di servizio dei volontari e grazie alla maturata consapevolezza del legislatore e delle amministrazioni locali si generarono, infatti, opportunità per “stabilizzare” gli interventi sperimentali e per trasformarli in servizi gestiti da imprese sociali dotate di personale specializzato e remunerato. Si giunse diffusamente – pur se non uniformemente nel Paese – alla infrastrutturazione di un sistema di servizi sociali che vedeva progressivamente trasferire verso il Terzo Settore la responsabilità della gestione, in convenzione con gli enti pubblici. Gli anni ’90 e 2000 furono, però, anche quelli in cui il tema della insostenibilità del welfare state assunse i contorni più duri. Così, proprio mentre – anche grazie all’esperienza del volontariato organizzatoe del Terzo Settore – nel 2000 si approvava la riforma Turco e nel 2001 si istituiva il Fondo nazionale delle Politiche sociali, la situazione internazionale spingeva i governi a concentrarsi sul contenimento del debito e della spesa. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: nel giro di 10 anni, la nascita e la morte di una riforma e del relativo Fondo. Oggi in molte parti del Paese, a causa dell’azzeramento del Fondo nazionale delle Politiche sociali e della ridotta disponibilità economica dei Comuni, causata dai tagli ai trasferimenti statali, si assiste a una crisi profonda dei servizi sociali, delle cooperative e delle associazioni nate per gestirli. Fra le principali conseguenze di ciò, vi è il rafforzamento di una tendenza già in atto, alla “mercantilizzazione” dei 2 LEGGE 266/1991 Legge Quadro sul Volontariato

servizi alla persona e alla genesi di forme di competizione sempre più evidenti fra le organizzazioni di Terzo Settore che si candidano a gestirli. La dimensione politica diventa asfittica, mentre cresce l’attenzione alle dimensioni di tutela sindacale delle organizzazioni e di sviluppo delle competenze imprenditoriali. Ma l’effetto più grave delle politiche messe in atto per fronteggiare la crisi si ha nell’abbandono delle prospettive innovative della Legge 328/2000, con particolare riferimento al sostanziale ri-accentramento nazionale delle decisioni sul welfare (si pensi alla politica della “social card”) e all’abbandono di qualunque tentativo di costruire “Livelli essenziali di prestazioni sociali” che rendano meno sperequati i diritti fra cittadini che vivono in regioni diverse. Il sistema di welfare strutturato in Italia si era caratterizzato, nell’ultimo decennio, per una dominanza delle risorse pubbliche (e del loro potere di indirizzo) e per un ruolo del Terzo Settore pensato come gestore di servizi. Questo sistema, pur se territorialmente disomogeneo, stava comunque contribuendo a definire servizi di integrazione sociale e di cura a vantaggio di molti cittadini. Oggi rischia di franare fragorosamente sotto i colpi dei tagli alla spesa pubblica e rischia di trascinare con sé la fine sostanziale dei diritti sociali nel nostro Paese. Molti segnali e studi parlano apertamente di una crisi del volontariato. Si tratta di capire se tale crisi riguarda prevalentemente le motivazioni - ovvero la disponibilità all’agire volontario - oppure le organizzazioni. Alla luce del ragionamento fatto finora, l’ipotesi più attendibile sembra la seconda. Dalle rilevazioni più recenti sull’associazionismo volontario emerge che negli ultimi anni è cresciuto il numero

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delle organizzazioni, ma è diminuito il numero dei volontari. Sembra che “le organizzazioni volontarie si allontanino sempre di più dalla società. Non ne raccolgono più, come un tempo, “l’azione volontaria”, che tende a dispiegarsi con modalità informali, personal e solitarie seguendo itinerari meno strutturati. Molte ricerche empiriche mostrano come il radicamento sociale, la gratuità, la dimensione politica siano caratteri che orientano sempre meno la prassi delle organizzazioni di volontariato attuali. I gruppi, inoltre, perdono i contatti con il mondo giovanile e raccolgono operatori professionisti. Tre organizzazioni su quattro sono iscritte ai registri regionali del volontariato (nel 1997 erano poco più della metà), requisito che fa crescere considerevolmente le possibilità di ricevere contributi dagli enti locali. Il finanziamento pubblico costituisce l’entrata prevalente per una percentuale sempre più elevata (attualmente circa la metà) di associazioni. È come se il volontariato si stesse “svolontarizzando” e stesse divenendo pubblico o privato, sospeso, cioè, fra Impresa e istituzione. È sempre più evidente la tendenza di queste organizzazioni a collaborare con il pubblico; essa appare come il segno di un progressivo inglobamento “in una logica di esternalizzazione pubblica dei servizi”3, più che un indice di partecipazione responsabile alle politiche di welfare. Inoltre, tali organizzazioni “disegnano una sorta di tessuto di piccole imprese” in cui “il segno dell’utilità tende a prevalere sulla domanda di libertà e identità”. Per questa via, il volontariato “rischia di tradurre la solidarietà in un valore di mercato”. La prima conseguenza è la frammentazione, sia interna alle associazioni che tra associazioni. La frammentazione interna si manifesta soprattutto quando i gruppi si 3 Frisanco, 2003

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impegnano in più ambiti, tendono a realizzare servizi differenti, disgregandosi in unità operative tra di esse debolmente connesse. Per ciò che riguarda il tessuto associativo nel suo complesso la frammentazione è individuabile nella debolezza della dimensione di rete, così come nella mancanza di un bisogno esplicito in tal senso. La frammentazione, infatti, può essere letta nella scarsa cooperazione tra Organizzazioni di Volontariato, nell’ottica di un comune percorso di cambiamento sociale. Il secondo elemento, strettamente connesso al precedente, è costituito dall’indebolimento della dimensione politica del volontariato. La descrizione dei bisogni registrati per le singole associazioni evidenzia con chiarezza che il volontariato fa sempre più fatica a offrire un contributo valido per il superamento di quelle condizioni economiche, politiche, legislative e culturali che caratterizzano il contesto sociale su cui interviene. Le associazioni, infatti, si concentrano su bisogni di natura strumentale (le risorse economiche e la disponibilità di spazi adeguati), si preoccupano dell’attività e del servizio e meno della capacità di incrementare il numero di volontari; anche la richiesta di una formazione che privilegi la dimensione del “fare”, piuttosto che quella motivazionale, rafforza questa tendenza. Il servizio al centro di tutto. Inoltre quanto più le associazioni cercano di garantire l’attività e la continuità di servizi complessi, tanto più per farlo devono coinvolgere personale non volontario (operatori retribuiti, ragazze/i del servizio civile, ecc.), finendo con l’indebolire la natura volontaristica dell’attività stessa. L’indebolimento della visione di insieme, del ruolo politico del volontariato, ci sembra che, al momento, possa trovare un parziale contenimento nella presenza, in alcuni frammenti di volontariato, di una


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riserva di orientamenti personali solidaristici e di forti elementi di gratuità4. Il terzo elemento riguarda la strumentalità che, generalmente, sembra caratterizzare i rapporti tra Organizzazioni di Volontariato e Istituzioni. Le motivazioni per le quali le Associazioni collaborano con le Istituzioni sono di due tipi: una più strumentale e un’altra che riconosce alle Istituzioni pubbliche quasi una funzione di supporto e tutela. Sembrerebbe affermarsi una situazione di reciproco adattamento5, in cui, al di là delle lamentele, emerge l’esistenza di un sistema in cui si realizza lo scambio tra le risorse pubbliche e la realizzazione di servizi di interesse collettivo a gestione privata. Tutto ciò in una situazione in cui vigono principi regolativi6 flessibili e poco chiari: per lo più, il rapporto con le Istituzioni deriva da una conoscenza diretta di chi ne è alla guida, sistema che nel suo complesso manifesta elementi di particolarismo nella selezione dei progetti finanziati. Un ultimo aspetto riguarda la scarsa chiarezza dei confini di tante esperienze associative. Esistono “realtà ibride” che si muovono all’interno di una zona grigia in cui non è facile distinguere lo spazio dell’impegno gratuito e volontario da quello del lavoro remunerato, e in cui spesso le Organizzazioni di Volontariato coesistono con esperienze di cooperazione sociale e in tal senso la dimensione della gratuità è oggi sotto tensione, sia all’interno delle realtà associative che come elemento caratterizzante del volontariato. Il Comitato di sicurezza finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha recentemente condotto la prima analisi nazionale dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo con l’obiettivo di identificare, analizzare e valutare le mi4 Licursi, Marcello, 2008 5 Ranci, 1999 6 Fantozzi, 2006

nacce e le vulnerabilità del sistema nazionale di prevenzione, investigazione e repressione dei fenomeni citati. L’analisi ha trattato anche le vulnerabilità del settore non profit rispetto a queste problematiche evidenziando che anche in questo campo ci sono delle situazioni da affrontare. La legalità deve essere un elemento fondamentale del nostro agire! È necessario vigilare al nostro interno affinché le Associate svolgano la loro attività nel rispetto delle disposizioni, anche per tutelare il nostro Movimento nazionale. Particolare attenzione deve essere posta al rapporto contrattuale con il personale dipendente ed i collaboratori. ANPAS ha stipulato uno dei contratti di lavoro più attenti alle necessità dei lavoratori. In questo senso ANPAS deve farsi anche promotrice verso le Istituzioni di proposte per consentire una verifica reale della correttezza della conduzione di tutte le organizzazioni che gravitano nel nostro settore. Non a caso la legalità è uno dei temi importanti a cui abbiamo dedicato un gruppo tematico durante il Congresso e che ritengo debba essere l’asse portante del futuro dell’attività di ANPAS. Dunque, il volontariato che oggi conosciamo mostra segnali che renderebbero poco credibile la possibilità che in esso possano rintracciarsi quelle risorse morali e di impegno civile che appaiono così indispensabili per raccogliere la sfida della ricostruzione della solidarietà nel tempo della crisi. Il volontariato formalizzato, istituzionalizzato, reso più rigido dall’esigenza di adeguarsi alla stessa Legge quadro 266/91 che era stata pensata per promuoverlo, appesantito da formalismi e vincoli - spesso persino da parte di quei centri di servizio che avrebbero dovuto preservarne l’autonomia e alimentarne la libertà - questo

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volontariato ha il fiato corto e lo sguardo basso, troppo concentrato sui propri “affari”, troppo ripiegato sulla dimensione della beneficenza a scapito dell’impegno per il cambiamento della società. Certamente, non tutto il volontariato organizzato è in crisi. Esistono esperienze vive e significative che continuano a coltivare con lucidità e generosità l’impegno del radicamento sociale, della gratuità, della dimensione politica del proprio agire. Si tratta di esperienze non sempre visibili perché spesso fuori dai circuiti della comunicazione o delle reti “che contano”, ma che rappresentano ancora una “anima” che può alimentare la “fiamma” del volontariato italiano. E insieme a queste esperienze di volontariato “ufficiale” continua a esistere – certamente più consistente di quanto le ricerche riescano a rilevare – un volontariato informale costituito da una miriade di gruppi piccoli e piccolissimi – nella maggior parte dei casi “vissuti” da giovani (ma anche da donne, da stranieri…) che si rintracciano sempre meno nelle associazioni formalizzate – legati a parrocchie, centri sociali, quartieri… che si attivano gratuitamente in risposta a bisogni che colgono nella loro realtà territoriale, spesso inventando forme di intervento creative e riuscendo a “mobilitare” le comunità di appartenenza attraverso piccoli gesti di impegno. E non si possono trascurare nemmeno quelle forme di mobilitazione spontanea e gratuita – anche queste spesso attraenti per i giovani – rappresentate dalle aggregazioni intorno a campagne specifiche o a beni comuni della comunità che risultano a rischio. Gli angeli del fango in Liguria ne sono un recente esempio. Tutto questo indica la presenza, nel Paese, di una “riserva di gratuità” che può costituire una risorsa preziosa per costruire nuovi

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modelli sociali e nuove forme di solidarietà. È una riserva che si è probabilmente accumulata attraverso la generosità invisibile di molti: insegnanti non arresi, educatori ed associazioni educative, testimoni famosi e non, famiglie “resistenti” alle sirene dell’individualismo e del consumismo, spezzoni marginali di movimenti politici e organizzazioni religiose, imprenditori e amministratori pubblici coraggiosi… Ciascuno di essi, non smettendo di credere nell’uomo e nel futuro, ha piantato semi e coltivato campi nella più evidente contraddizione con il proprio contesto, contribuendo a far germogliare piantine di gratuità. ANPAS per le sue caratteristiche può e deve essere un luogo di accoglienza per queste istanze e il lavoro che stiamo facendo con e per i Giovani ne è una prova concreta. Dobbiamo renderci conto che la nostra azione deve inquadrarsi nel contesto oggi definito dalla dizione economia sociale. Nella recente Conferenza Europea su UNLOCKING THE POTENTIAL OF THE SOCIAL ECONOMY FOR EU GROWTH7 organizzata dal Governo Italiano a Roma il 17/18 novembre 2014 è stato messo in luce come l’economia sociale, pur essendo composta da una pluralità di forme organizzative ognuna con la propria storia e specificità in base ai diversi contesti nazionali e storici, è un’area con caratteristiche comuni chiare, riunite dagli obiettivi che vengono perseguiti. Infatti, il termine “economia sociale” si riferisce ad un universo di organizzazioni fondate sul primato delle persone sul capitale. Il loro scopo è quello di fornire beni, servizi o lavoro ai loro membri o alla comunità in generale, con una prospettiva di lungo termine, con la partecipazione di membri-portatori di interesse nella governance dell’organizzazione e at7 http://www.socialeconomyrome.it/


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traverso il reinvestimento dei profitti nella loro mission. Questo universo comprende forme organizzative come cooperative sociali, mutue, fondazioni e associazioni, nonché nuove forme come imprese sociali, nelle varie accezioni che questo termine assume nei diversi contesti culturali e geografici. “Economia sociale” è quindi un’espressione che unisce una grande e ricca varietà di soggetti che contribuiscono al pluralismo nei mercati di tutto il mondo e sottolinea la particolare attenzione che queste organizzazioni hanno, sia per la dimensione economica che sociale delle loro attività. Infatti, le organizzazioni dell’economia sociale in genere adottano metodi di lavoro basati su cooperazione e reciprocità e, come tali, sono caratterizzati da modelli democratici e trasparenti di governo in grado di garantire la partecipazione di una vasta gamma di portatori di interessi chiave della società (produttori, consumatori, utenti dei servizi, lavoratori, comunità, genitori, titolari di conti, ecc). La loro struttura di governo genera fiducia in quelli che partecipano alle loro attività – condizione fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo futuro del modello sociale europeo. La Conferenza ha confermato che l’Economia Sociale, grazie alle sue specifiche caratteristiche, contribuisce alla crescita economica e sta già svolgendo un ruolo vitale in tutti i paesi europei. L’Economia Sociale sta contribuendo alla realizzazione di diversi obiettivi chiave dell’Unione Europea, come la creazione e il mantenimento dell’occupazione, la coesione sociale, l’innovazione sociale, lo sviluppo rurale e regionale compresa la cooperazione internazionale e lo sviluppo, la tutela dell’ambiente, ecc. Infatti, il suo ruolo è diventato ancora più significativo negli ultimi anni,

e le organizzazioni dell’economia sociale hanno dimostrato di essere un’importante forza anti-ciclica nell’affrontare la crisi economica che sta interessando il nostro continente. La Conferenza ha anche mostrato che il raggio d’azione della Economia Sociale si sta espandendo oltre i settori tradizionali di attività e sempre più sta includendo nuovi settori caratterizzati da un livello particolarmente elevato di impatto sociale - oltre che della potenziale creazione di posti di lavoro - come il benessere e i servizi sociali, l’integrazione dei lavoratori svantaggiati, i servizi ambientali, il tempo libero e il turismo, e anche la distribuzione di energia, per citarne solo alcuni. Nel complesso, l’Economia Sociale può contribuire notevolmente allo sviluppo economico e sociale dell’Europa in quanto può aiutare a risolvere una vasta gamma di questioni sociali ed economiche. Il suo contributo in alcune istanze fornisce un’alternativa a quanto fatto da altri attori (aumentando efficacemente la concorrenza e migliorando le opzioni per il consumatore) mentre in altri integra e rafforza le loro azioni, così che le organizzazioni dell’economia sociale possano accedere alle risorse umane, organizzative e finanziarie che non sono necessariamente disponibili ad altri tipi di istituzioni o imprese. Se oggi siamo di fronte a: - Crisi del liberismo: occasione per ridiscutere i criteri di crescita e redistribuzione attraverso i concetti di solidarietà ed equità - Crisi dell’individualismo: occasione per riportare al centro la comunità e il concetto di beni comuni - Crisi della politica: occasione per riscoprire il confronto nella società attraverso la partecipazione.

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Se riusciamo a vedere la crisi di questi anni come opportunità di cambiamento possiamo quindi intravedere come i valori del volontariato possono essere una chiave per superarla: solidarietà, cittadinanza attiva, democrazia. Questa è la situazione attuale dell’Italia, quella in cui viviamo e che affrontiamo ogni giorno come cittadini e come volontari, come singoli e come associazioni, ma anche come movimento. È utile ricordare e ricordarci che le Pubbliche Assistenze sono nate in gravi condizioni di bisogni sanitari e sociali, senza che il settore pubblico vi fosse e svolgesse un ruolo in questi ambiti. Le Pubbliche Assistenze, quindi, non sono state supplenti dello Stato, ma lo hanno anticipato. Questo è ciò a cui oggi siamo ancora chiamati. Per farlo abbiamo bisogno di stabilire la prospettiva in cui vogliamo inquadrare il nostro lavoro e il nostro pensiero nei prossimi mesi e anni tenendo conto della crisi e delle possibilità che ci pone di fronte, ma anche del sistema di regole in cui siamo inseriti e che possiamo – e forse dobbiamo – contribuire a riscrivere nell’ottica di un benessere generale che ci sta a cuore e che cerchiamo di perseguire. In questo contesto tra le tante storie si intreccia anche la mia storia personale e un vissuto di volontariato ormai di lungo corso. Nell’usuale festa di fine anno l’associazione a cui appartengo mi consegnerà la spilla di 35 anni di attività. Da anni sono coinvolto nei diversi livelli del movimento nazionale con un intensità crescente, prima con la vicepresidenza e, nell’ultimo anno, in un’avventura totalizzante come la presidenza. Una emozione continua, buttato in prima fila in diversi momenti di confronto con le Istituzioni e in una centrifuga

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sempre più veloce che mi ha portato a girare per tutta la nostra bella Italia, come si può vedere nel mio diario sul sito e nei miei profili social. Un’esperienza che segna per la vita e rimane dentro di te, il confronto con realtà disparate tutte belle fatte da persone vere che si mettono in gioco, a volte con approcci non sempre completamente condivisibili, ma tutti un po’ matti, uniti nelle differenze verso un unico ideale che poi è quello di star bene. Il volontario dona la cosa più preziosa, ancor di più del denaro: il proprio tempo. Se lo fa è perché sta bene insieme agli altri, sta bene nella sua comunità. Due le linee di sviluppo strategico che dobbiamo tener presente: Movimento – come siamo e come vogliamo crescere, tra di noi e nei rapporti con il mondo esterno, dando un valore alla nostra esperienza operativa (competenza, formazione, presenza sul territorio) e al peso della rappresentanza che non sempre rendiamo evidente (soci e volontari che rappresentiamo, ma anche bisogni che conosciamo e contribuiamo a risolvere). Lobby – come contributo di idee e obiettivi che possiamo condividere e di strumenti che dobbiamo ottenere per continuare a operare e per migliorare la qualità dei servizi; poiché la nostra capacità di individuare i bisogni e affrontarli è condizionata dalla capacità delle Istituzioni preposte, a ogni livello, di fornire un quadro istituzionale entro cui agire nell’ottica del bene comune. Occorre essere presenti ai tavoli di lavoro come forza propositrice e come costante remainder delle istanze delle comunità, certamente non più rappresentate da altre realtà. Il Terzo settore raccoglie la fiducia dei cit-


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tadini perché è il livello spesso più vicino ai problemi, ed è composto da persone che vivono le stesse situazioni per le quali si impegnano: questa è anche la nostra esperienza ed è l’essenza del nostro essere movimento. Come rafforzare questo ruolo nei diversi ambiti in cui operiamo? ESSERE UN MOVIMENTO Dobbiamo essere riconosciuti come movimento coeso e per questo dobbiamo: - essere identificabili attraverso l’immagine (logo, colori, divise, ecc.) e le comunicazioni che forniamo; - avere opinioni condivise e seguire un metodo democratico di formazione delle opinioni comuni; - imparare a confrontarci innanzitutto tra di noi, attraverso un modello organizzativo che permetta la maggior rappresentanza possibile di idee e associazioni (dal livello locale al regionale, dal regionale al nazionale); - promuovere nei territori e nelle comunità azioni di coinvolgimento dei cittadini individuando obiettivi comuni e cercando di attrarre chi ha voglia di agire ma non vuole sentirsi costretto da organizzazioni che non lasciano spazio all’innovazione di idee, per svolgere un ruolo politico riconoscibile; - completare l’attuazione di un progetto organico di sviluppo che contribuisca a superare la tradizionale divisione tra i Comitati Regionali più strutturati e le Aree di sviluppo e garantisca pari opportunità di partecipazione alla vita del Movimento a tutte le Associate. Alcuni aspetti che dobbiamo rimarcare tra i tanti ambiti delle nostre attività riguardano: PROTEZIONE CIVILE Il ruolo che svolgiamo nelle emergenze

deve ampliarsi consolidando l’esperienza acquisita in tema di prevenzione del rischio nelle comunità, diventando prevenzione civile attraverso: conoscenza, rafforzando relazioni con Università e Centri Studi; informazione e formazione dei cittadini, creando consapevolezza e senso di responsabilità. Quali obiettivi ci diamo in questo ambito? Quali priorità? FORMAZIONE La formazione diventa uno strumento operativo per i nostri volontari e una cifra distintiva delle nostre associazioni attraverso la preparazione dimostrata, ma anche una modalità per avvicinarci alla comunità offrendo un servizio che diventa esempio concreto di cittadinanza attiva. Abbiamo quindi due filoni distinti da sviluppare: - aspetti tecnici sui quali abbiamo competenze e capacità formative da condividere; - responsabilità sociale che diventa un modo per diffondere i valori in cui crediamo, rafforzare il godimento di diritti e il rispetto dei beni comuni Quali obiettivi ci diamo in questo ambito? Quali priorità? RUOLO POLITICO COME MOVIMENTO Rappresentiamo una parte significativa della società, sia in termini numerici (100.000 volontari), sia in termini di ruolo. Siamo accanto alle fasce più deboli nel tentativo di rimuovere le cause dei problemi. Siamo esempio e strumento per stimolare comportamenti responsabili nelle comunità, formando le persone e rendendole soggetti attivi, motori di cambiamento. In questo modo creiamo coesione sociale. UN MOVIMENTO DI VOLONTARIATO Il volontariato appare spesso costretto e

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compresso tra la gestione di servizi strutturati e la sfida di mantenere in vita quel che resta di un welfare sempre più residuale, tra la complessità di una burocrazia sempre più onerosa e le implicazioni dell’essere compagni di strada di soggetti di imprenditoria sociale con i quali si condivide l’appartenenza al Terzo Settore, ma con i quali si entra spesso in attrito o, peggio, in concorrenza. VOLONTARIATO E TERZO SETTORE Facciamo parte, come movimento, del Terzo settore e di alcuni organismi del Terzo settore che cercano di rappresentare un universo complesso. In comune abbiamo tutti l’attenzione ai territori e alle persone. Abbiamo, però, difficoltà a superare la frammentarietà e la pluralità di visioni, quindi a presentarci verso le istituzioni e verso i cittadini come un unico interlocutore. PROBLEMATICHE NEL TERZO SETTORE Dobbiamo seguire l’iter del DDL sulla riforma del Terzo settore conoscendo/comunicando con gli altri interlocutori/ proponendo ciò che vorremmo ci fosse nelle nuove disposizioni di legge. Occorre una riforma che assegni ruoli e strumenti ai diversi soggetti del Terzo settore: come ci possiamo rapportare con le imprese sociali? Occorre un luogo di confronto dove far nascere e valorizzare le posizioni condivise. Dobbiamo essere promotori delle riforme che auspichiamo e svolgere un’opportuna azione di lobby per sostenere le nostre posizioni. ATTIVITÀ DI LOBBY PER IL NOSTRO MOVIMENTO Lobby intesa come: - rappresentanza, - capacità di dare voce alle istanze raccolte nei territori,

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- obiettivo di orientare le decisioni affinché tengano conto degli interessi dei cittadini, - ruolo di garanzia dei diritti e del godimento di beni comuni, - riconoscimento del sostegno offerto alle fasce più deboli della popolazione accanto a o in sostituzione del sistema del welfare che viene progressivamente ridotto. Ci ritroviamo in questo ruolo? Quali aspetti ci spaventano? LIVELLI ISTITUZIONALI E LOBBY Dobbiamo essere presenti nei diversi livelli sia nella dimensione internazionale che in quella nazionale, Stato, amministrazioni locali, Terzo Settore, per suggerire e promuovere idee dando il nostro contributo nella determinazione delle decisioni e delle scelte politiche e operative, e dopo, monitorare e verificare le scelte prese e l’impatto che queste hanno prodotto determinate decisioni e supervisionare le scelte prese: - livello regionale, dove si attuano i vari modelli di assistenza per confrontarli e ricavare le best practice, - livello nazionale, ad esempio nei confronti di alcuni dipartimenti ministeriali (trasporti, salute, ecc.), - livello europeo, per far riconoscere il volontariato dei servizi nella legislazione europea e promuovere le istanze del volontariato italiano. Quali interlocutori dobbiamo avere? Quali alleati? RUOLO POLITICO DELL’ATTIVITÀ DI LOBBY Proprio perché rappresentiamo una parte significativa della società e per il ruolo di attivatori di comportamenti virtuosi, dobbiamo riuscire a portare le nostre idee al livello istituzionale competente per rimuovere le cause di disuguaglianza e promuovere i diritti.


PASSATO E FUTURO 110 ANNI DI STORIE DA INTRECCIARE

Alcuni strumenti da affinare: La comunicazione: tra di noi come immagine e come senso di appartenenza, ma anche verso l’esterno come riconoscibilità e forza politica non partitica. La mutualità: riscoprire uno degli elementi che hanno determinato la nascita delle nostre Pubbliche assistenze. La pratica della partecipazione democratica: per superare l’autoreferenzialità e stimolare dibattiti che producano idee da sperimentare e da proporre alle Istituzioni nell’interesse comune. Deve essere promosso il senso di appartenenza ad ANPAS, l’orgoglio, per ogni Volontario e per ogni Associazione aderente, di far parte della più grande famiglia di Volontariato italiana. Vorrei ricordare i materiali che sono stati prodotti nel percorso precongressuale iniziato ormai un anno fa e disponibili in una sezione specifica del nostro sito www. anpas.org. Il Documento precongressuale, approvato dal Consiglio nazionale uscente: i ragionamenti che abbiamo sviluppato in seguito partono da lì, da una serie di punti fermi già discussi, forse anche ovvi, che nella mia premessa al documento ho voluto comunque ribadire. Non dobbiamo dimenticare il nostro cammino e inventare ogni volta qualche cosa di nuovo ma sviluppare ed approfondire quanto già elaborato. Interessanti anche altri contributi disponibili tra cui quelli del Comitato Regionale ANPAS Sicilia e il Documento finale dell’Assemblea Regionale di ANPAS Toscana. Non mi concentro sull’attività svolta perché questa è stata oggetto di rendicontazione durante le Assemblee annuali e descritta nei Bilanci Sociali, che ANPAS redige con sistematicità a complemento

dei Bilanci Economici. Ci tengo a ricordare che lo scorso anno abbiamo vinto l’Oscar di Bilancio per la trasparenza e il coinvolgimento degli stakeholders (bellissimo in tal senso il sogno di un bilancio sociale consolidato comprendente le attività dei Comitati Regionali e delle nostre Associate). Un’ulteriore descrizione delle attività e delle prospettive di sviluppo è ben racchiusa nelle Note di Settore e delle Funzioni disponibili a tutti i partecipanti al Congresso. Sono tante le cose che vorrei raccontare, le attività di Protezione Civile svolte per far fronte ai guai del nostro Paese, l’esperienza emozionante del SAMI Contest ad Adria/Venezia dell’agosto scorso che ha rappresentato un momento di confronto con i giovani di tutta Europa appartenenti a Samaritan International una delle reti europee a cui aderiamo, un evento che ci ha permesso di dimostrare le nostre grandi capacità organizzative. Ritengo importante rimarcare un lavoro di avvicinamento e di convergenza con le altre due realtà importanti del nostro ambito: la Confederazione delle Misericordie e la Croce Rossa Italiana, culminati in alcuni momenti di condivisione come la manifestazione Fermi Tutti del 3 aprile scorso e il documento condiviso con CRI a seguito della pubblicazione nel maggio scorso delle Linee Guida per la riforma del Terzo Settore. Grande il lavoro svolto e da svolgere con e per i giovani delle Pubbliche Assistenze. Ci aspettiamo molto dall’appuntamento di questi giorni per consolidare la presenza giovanile in ANPAS. Nell’analisi che faremo dovremo tenere conto delle nostre caratteristiche reali: 91,36%8 delle associate svolgono servizi sanitari, il 90,99% mobilità sul territorio, 8 Dati del Censimento delle Pubbliche Assistenze (concluso il 31 marzo 2013)

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68,84% protezione civile, 36,55% sociale. La più piccola associazione ha 4 volontari, la più grande 2576. Il numero medio di volontari è 108. Se ordiniamo tuttavia in modo crescente il numero di volontari di ogni associazione, la mediana è 70 (di molto inferiore quindi alla media), mentre il novantesimo percentile è 216 volontari. Questo elemento evidenzia come, nonostante i grandi numeri che riusciamo a esprimere a livello nazionale, la maggior parte delle Associazioni hanno dimensioni medie, elemento che viene confermato anche dai dati sul personale dipendente. Il 52,6% non ha personale remunerato in nessun modo. La prima Associazione per numero di collaboratori, ne ha 393; la seconda 71. Se aggreghiamo i dati scopriamo che solo 30 associazioni hanno tra 71 e 20 collaboratori, 91 tra 19 e 10, 300 da 9 a un collaboratore. Questi dati evidenziano la necessità di approfondire l’analisi per conoscere ancor meglio le caratteristiche delle nostre associate e per aiutarle a crescere ed a svilupparsi correttamente. Questa dimensione, per alcuni ambiti di attività, non è in grado di sostenere il bisogno crescente di servizi. Il nostro movimento deve trovare ad ogni livello risposte adeguate per fronteggiare la situazione di ripiegamento delle Pubbliche Assistenze che hanno smesso di occuparsi di alcuni tipi di attività lasciando spazio ad altre realtà, spesso scorrette, quelle stesse che continuano a presentare ricorsi al TAR per ogni affidamento di servizi al volontariato ma che non garantiscono una adeguata qualità dei servizi e condizioni lavorative corrette ai propri collaboratori. Vi invito a leggere la proposta di indice dei temi del documento finale, inserito nel Diario del Congresso, scaturita da una discussione attuata con i Presidenti dei Comitati

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Regionali e discussa nel Consiglio Nazionale del 18 ottobre scorso. Non è certo un programma preconfezionato da illustrare e sul quale ottenere un assenso acritico ma una serie di domande che ci siamo posti rispetto alle sfide che il nostro Movimento dovrà affrontare per continuare la sua opera ultracentenaria nel futuro. Quest’anno abbiamo modificato le modalità di lavoro del Congresso prevedendo dei Gruppi tematici sui temi caldi per condividere informazioni, l’Assemblea dei Giovani e un momento culturale che riprende la tematica centrale dell’operare di ANPAS: la legalità! I lavori del Congresso a mio avviso dovranno essere quindi orientati a cercare di trovare delle risposte condivise, o comunque ad approfondire e verificare quali informazioni ci mancano per poter rispondere a questa serie di domande presenti nell’indice proposto e dalle cui risposte si potrà quindi definire gli obiettivi e il programma per l’attività del prossimo quadriennio, ovvero ANPAS come si pone di fronte ai bisogni delle comunità e alle modalità organizzative delle Associate e di ANPAS. Questo Congresso non è chiamato solo a delineare lo sviluppo del prossimo quadriennio. La prospettiva che dobbiamo traguardare è su un periodo più lungo. Per concludere quindi un’ultima domanda a tutti voi: come ci immaginiamo tra 20 anni? Per rispondere alle domande che ci stiamo ponendo, dobbiamo prima fare lo sforzo di immaginarci fuori dalla crisi, di immaginare il contesto italiano e internazionale proiettati verso un modello di sviluppo diverso, più equo, sostenibile, più attento alle istanze ambientali e culturali, capace di inclusione.


PASSATO E FUTURO 110 ANNI DI STORIE DA INTRECCIARE

Solo con l’immagine di ciò che vogliamo diventare troveremo gli strumenti, gli interlocutori e i compagni di viaggio per raggiungere l’obiettivo. L’attuale società postindustriale non è nata da un ideale, da un progetto condiviso di organizzazione comunitaria che facesse sentire gli individui parte del tutto9. È necessario, quindi, proporre un nuovo modello di vita per una popolazione disorientata che oggi naviga a vista. Va indicata la meta e tracciato un percorso che, privo di regole e punti di arrivo, appare sempre più insensato e contribuisce solo a creare ulteriori incertezze e turbamenti. Troppo spesso, presi dalla depressione e dal disorientamento, abbiamo smesso di progettare il nostro futuro, limitandoci ad attenderlo passivamente gestendo solo il presente, l’ora e il subito. Occorre offrire un modello di vita meno centrato sui bisogni quantitativi di potere e possesso e più attento ai bisogni qualitativi di introspezione, amicizia, solidarietà ed amore. Nessun ideale, nessuna felicità. Nella storia di ogni Pubblica Assistenza italiana si riconoscono gli ideali di ANPAS: uguaglianza, fraternità e libertà. Sono questi tre valori a caratterizzare l’identità di un’Associazione e i suoi Soci che si riconoscono nel nostro Movimento e a tradursi attraverso la partecipazione sociale in un più completo e complesso sistema etico. Alla luce di quanto detto credo che quello che i nostri fondatori dicevano “niuna specie di soccorso è ad essi ignota” e “si lavora qui per ingentilire i cuori” sono assolutamente concetti moderni e contemporanei a cui dobbiamo ispirarci! Buona strada a tutti noi! Fabrizio Ernesto Pregliasco, Presidente nazionale ANPAS 9 De Masi, 2014

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www.anpas.org

Relazione Presidente Nazionale - #congresso52  

La relazione del Presidente Nazionale Anpas Fabrizio Pregliasco al 52°Congresso Nazionale delle Pubbliche Assistenze