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Scatto Anomalo

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Editoriale Il secondo numero dell’anno porta il nostro giornale a fare da ponte tra la riflessione sul 15 Ott e la mobilitazione che,siamo sicuri,porterà questo Novembre ad essere un momento decisivo per i movimenti nostrani e non solo. Data l’imprevedibilità di questo percorso di mobilitazione,che troverà nel 11 e nel 17 i suoi momenti centrali,abbiamo dunque dato ampio spazio ai fatti di Roma,proprio perché,siamo sicuri, dall’assimilazione delle ambivalenze di quella giornata verrà determinata la qualità dei passi successivi che si daranno in quelle giornate. Rispetto all’economia del giornale prosegue sia la sperimentazione di articoli maggiormente comunicativi,supportati da un nuovo e utile strumento in fondo al numero (il GlossaRiot,angolo dove approfondire termini non di uso comune),mentre comincia a prendere una forma definitiva la comunicazione per immagini. Probabilmente da questo numero in poi,infatti,il poster si caratterizzerà per un impostazione “duble fas”,con foto da un lato e immagini dall’altro,proprio per permettervi di scegliere con quale stile artistico preferiate abbellire le vostre camerette! Ricordiamo in oltre che sono già cominciate le assemblee di redazione aperta, per facilitare possibili nuovi collaboratori anomali a confrontarsi con le idee che sino ad oggi hanno permesso di costruire questo giornale e ad arricchirlo (tenete d’occhio i muri di Via Zamboni e i manifesti che indicano luogo e data!),e consigliamo inoltre di visitare la pagina di anomalia su univ-aut da dove potrete inviarci dei vostri contributi comodamente da casa vostra. Come sempre,buona lettura!

Sommario Il big bang del 15 Ottobre

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Io i giornali li metto in bagno

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La brigata delle tute nere

p.6

Occupy everywhere, occupy Bologna

p.8

Smash tha mainstream

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Grafiche e poster

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Join the global revolution

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Debito e diritto all’insolvenza

p.16

V per rubrica

p.18

GlossaRiot

p.22

Incroci Anomali

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15 Ottobre Il big bang del spazi aperti e spazi chiusi, Ci stiamo abituando in questo periodo a camminare a braccetto con la storia:le rivolte e le rivoluzioni si susseguono in tutto il mondo sino nei nostri territori,il nostro modo di pensare e di agire continua a modificarsi in una realtà che non è più quella del teatrino mediatico,fatto di falsi sorrisi e consumismo,ma di possibilità di cambiamento a partire dalle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Anche il 15 ottobre,come già il 14 dicembre,non può che essere percepito da tutti come un evento storico, qualcosa dalla quale indietro non si torna,che sincronizzando l'immaginario collettivo lancia a tutti il messaggio che qualcosa di grosso stia succedendo; tesi che tutti abbiamo verificato nella settimana successiva a quel-

punti di arrivo e punti di partenza

la manifestazione,in cui dal più anonimo frequentatore di un bar all'ultimo opinionista del meinstream abbiamo sentito prendere parola a chiunque sull'accaduto.

Su quell'evento allora è importante ragionare su piani differenti,cominciando magari da ciò che è successo: è successo che il 15 ottobre, grazie al tam tam sul web ripreso da tutti quei movimenti che oggi lottano contro la crisi, si sono viste un numero spropositato di manifestazioni in tutto il mondo, sotto uno slogan che afferma di voler dare inizio ad un cambiamento globale e radicale;ed è successo che a Roma 300.000 persone erano lì per riprendere quell'appello: una quantità che parla attraverso la forza delle sue cifre e che rare

volte si è lasciata coinvolgere (soprattutto se consideriamo l'assenza di un movimento unitario di organizzazione di quell'evento). È successo che,data la spontaneità in cui ci si è ritrovati in quella piazza,l'ennesima sfilata organizzata da chi pensava di trovare ancora nei dibattiti la formula in grado di soddisfare le aspettative di chi è sceso a Roma,piuttosto che fare come in tutto il resto del mondo dove si cerca di arrivare ai palazzi del potere,abbia fornito l'ambiente ideale ad azioni confuse e in larga parte controproducenti,come si sono viste all'inizio del corteo (vedi macchine bruciate).Al contempo si è perso di vista il vero obiettivo: i palazzi del potere troppo distanti e ben protetti rispetto al fumo di piazza S. Giovanni. In prospettiva diventa sempre più importante ragionare su questo punto,perchè dopo anni di delusioni negli appuntamenti romani forse sarebbe salutare per tutti ragionare,senza pensare ad una sconfitta, che la manifestazione nazionale è ormai in crisi l'elemento principe di questo movimento globale è certamente la lotta interna ai territori e la continuità che si riesce ad assicurarle. È successo poi che la repressione abbia fatto,come al solito del resto,la sua entrata in scena,con una violenza che non si vedeva da tempo(erano anni che non si vedevano idranti e ore di caroselli), ma che nonostante tutto migliaia di persone abbiano dimostrato cosa sia la determinazione nell'opporsi a questo sistema, resistendo in piazza S. Giovanni. Se questo è come abbiamo vissuto quella giornata, un altro livello di ra-

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gionamento sul 15 Ott. riguarda ciò che è stato detto: Allora bolliamo facilmente come stampa di regime il muro mediatico alzato sulla giornata,che mettendo insieme tutti i giornali di partito ha intonato il coro,sempre pronto ad essere rispolverato,del black block e della violenza fine a se stessa come unica interpretazione al dilagare dell'insoddisfazione sociale,anche se stavolta in modalità ancora più disgustose e totalitarie come con le campagne per la delazione ripresa da Cameron nella repressione dei riots di questa estate. Conviene tuttavia passare oltre alla routine di un paese che non ha informazione libera,consci che se il lavaggio del cervello immediatamente successivo ai fatti si è spento come un fuoco di paglia,dalla rete,dalle piazze e dai cortei una narrazione diversa prende forza e si ingrandisce,pronta a perpetrare fatti e contenuti positivi di quella giornata. É probabile come sempre di più in eventi come questo ognuno di noi percepi-

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sca il fondersi di tutti questi universi fatti di punti di vista,di discorsi,di memorie del passato e slanci verso il futuro,di bisogni e desideri. È per questo che probabilmente bisogna anche passar sopra su chi subito ha cercato da dentro i movimenti di costruire la rappresentazione dei buoni e dei cattivi,sempre pronti a indicare come l'1% chi non segue le loro proposte,senza mai spiegare perchè il cambiamento radicale vada bene solo se lo si pratica in Nord Africa ma non da noi Crediamo che ognuno abbia visto quel giorno cos'è successo a Londra o a Santiago del Chile,e nei giorni successivi ad Atene o ad Okland; per questo portiamo nello zaino la soddisfazione di aver partecipato ad una data radicale, la consapevolezza di dover lavorare tanto per costruire in Italia un movimento veramente generalizzato, le cui pratiche siano di massa,la volontà di cambiare questo mondo,che se prima sembrava impossibile adesso lo è sempre di meno. Se join the global revolution è stata la

molla che da sola ha convinto molti a mettersi in gioco, (#)occupy everywhere è quello spazio aperto,in espansione, che può raccogliere tutte le forze soggettive e le esperienze che stanno costruendo il 99% contro la crisi, non soltanto come uno schieramento,ma come un'esperienza reale e trasformante. “Occupare tutto e occupare subito”sarà il ritornello che accompagnerà il nostro autunno,le nostre lotte e la nostra crescita,consapevoli che sarà sempre più piacevole sorridere dei commenti sempre uguali di un regime in decadenza, come di chi giudica e divide senza mai mettersi in gioco,coinquilini di uno spazio chiuso e in involuzione ormai vicino al collasso


… o n g a b n i o g n e t i l i l a n ior

Io i gPer una rubrica sulla decostruzione

dell ’informazione mainstream

Tra le peggiori bugie sussurrate dai giornali del dopo 15 ottobre c'è sicuramente quella che muta la non violenza in un’arma morale, che permette di puntare il dito indiscriminatamente su tutti coloro che in quella giornata hanno espresso, con le proprie modalità, il rifiuto della condizione esistenziale imposta dal sistema. Da La Repubblica al Corriere della Sera, fino alle aberrazioni innominabili dei giornali dei partiti di governo, nessuno si è risparmiato di appiccicare, su una giornata di per sé difficile da cogliere nella complessità di tutti i suoi aspetti, etichette portatrici di semplificazione strumentale e moralista. Da qui i titoli che riportano alla mente scenari brigatisti che procedono ad una totale condanna e accerchiamento della protesta prive di qualsiasi spunto analitico. La delazione, denuncia aperta e caccia alle streghe mediatica, portata avanti dai photostreams di Repubblica.it & Co. sui volti di questi fantomatici black block, con tanto di cerchietti,frecce indicativi e le mailbox dove inviare foto per il loro riconoscimento, fino ai titoli infamanti di Giornale e Libero che arrivano a fare nomi e cognomi in barba a qualsiasi forma di deontologia professionale,ne sono l'emblema Ma forse quegli oggetti del giornale conservano solo la forma. La Repubblica si è dimostrato uno dei più agguerriti, riproducendo il vezzo tutto maroniano di nominare apertamente i gruppi politici

che, sulla base di non si sa quale inchiesta, dovrebbero essere “i soliti noti” da mandare al rogo. La solidarietà a questi gruppi e la solidarietà a tutti quelli che ancora oggi stanno pagando, con il carcere e con la diffamazione, le conseguenze di questa modalità di repressione di regime ,è un atto assolutamente dovuto. Per il resto i nostri professionisti dello stupro alla verità non sono riusciti a produrre nulla di più delle solite e trite retoriche dei pochi armati contro i molti pacifici e dei poliziotti innocenti. I numeri ricordano le cifre altisonanti e assolutamente non verificate dei morti in Libia durante i raid del regime, quando le decine di migliaia si erano raggiunte in poche ore: Il 15 ottobre i “violenti” erano per qualcuno 10, poi 100, poi 500, poi ancora 300 su un corteo di 200.000, 100.000, 500.000, 1 milione di indignati pacifici venuti direttamente dalla Spagna. Uno scontro fra violenti allenatisi ad Atene (come diceva il fantomatico Black Bloc intervistato da Repubblica) e orde di pacifici indignados. Noi eravamo presenti in piazza San Giovanni e l’impressione che abbiamo avuto è stata quella di una piazza unita contro le cariche ed i caroselli della polizia. C’era chi resisteva alle cariche ed alle pietre della polizia e c’era chi, nelle retrovie assisteva, a volto scoperto, i colpiti da un’autoblindo lanciato a forte velocità sulla folla, da un manganello impugnato al contrario, da un lacrimogeno scaduto che non permetteva ulteriormente di respirare. In una società in cui il mezzo mediatico è utilizzato come bacheca per i wanted posters politici urge un impegno quotidiano per opporre contronarrazioni efficaci ma serve anche un occhio critico che, con metodologia ferrea, smonti le rappresentazioni deviate che l’informazione mainstream riversa ogni giorno sulle moltitudini ormai stanche. E’ per questo che esistono e crescono progetti come LabCom, ed è per questo che si apre da qui, su questo spazio libero e indipendente, questa rubrica di analisi e critica aperta dell’informazione. Watch out! Keep your eyes open! LabCom

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Siamo orgogliosi di presentare,per questo numero,un’anteprima del nuovo libro di Valerio Evangelisti,One Big Union,che uscirà in libreria alla fine di Novembre. Oltre a ringraziare Valerio per la sua disponibilità, sottolineamo l’importanza della presenza,nello scenario culturale italiano, di artisti (come anche Philopat e Duka) che mettono al centro della loro riflessione artistica scenari di lotta e tematiche sociali. Narrare le vicende degli IWW come delle rivolte a Londra è all’oggi uno dei modi più importanti con cui recuperare nell’immaginario collettivo quelle esperienze occultate o narrate faziosamente dal media mainstream. Non fu difficile trovare la sede degli IWW a Portland, la Local 319. Si trattava di una baracca di legno non lontana da una banchina della zona portuale, con una grande bandiera americana sul tetto e un’intera collezione di cartelli a decorarne le pareti. A parte il classico motto “An injury to one is an injury to all”, e a scritte che inneggiavano all’avvenuta liberazione di Haywood, Moyer e Pettibone, i pannelli recavano illustrazioni, tratte dai giornali, sulla feroce repressione a Goldfield, Nevada. La cittadina era stata invasa nei mesi precedenti, dalla Guardia Nazionale inviata dal governatore Sparks, e da reparti dell’esercito mobilitati col consenso del presidente Theodore Roosvelt. La Miners Owners Association aveva, dal canto proprio, fatto calare orde di crumiri, di avventurieri dalla pistola facile, di miliziani reclutati nello Stato tra i giovani di buona famiglia. La AFL non si era tirata indietro, e si era unita alla spedizione punitiva con le sue squadre di picchiatori. Fino a quel momento, i minatori uccisi a Goldfield assommavano ad alcune decine. Preston era stato condannato a venticinque anni di prigione, il povero Smith a dieci. I salari erano stati decurtati, i licenziamenti non si contavano. James H. Walsh era un invasato. Di sta-

La brigata del

tura un tantino più alta della media, folta capigliatura e baffi spropositati, poteva somigliare a Ernest Everhard: la “belva bionda” descritta dal compagno Jack London nel suo romanzo appena uscito, Il tallone di ferro. Un miscuglio tra Marx e Nietzsche. Fautore della forza e

dell’uguaglianza al tempo stesso. L’eloquio irrefrenabile di Walsh era molto distante dagli accenti accorati di Elizabeth Gurley Flynn e di altri, rinomati, oratori socialisti. Parlava come gli veniva, non trascurava le locuzioni gergali o dialettali. Era facile alla paro-


lle

tute nere

laccia. Ce l’aveva con i dottrinari di qualsiasi specie. In particolare con De Leon e i suoi seguaci, ma anche con Sherman e i moderati ormai sconfitti. Un po’ meno con Debs, ma solo perché gli riconosceva una profonda onestà personale. Eugene Debs, nelle fasi più cupe del processo a Haywood e compagni, aveva proposto la costituzione di una squadra armata che li andasse a liberare dal carcere. Solo le suppliche della moglie lo avevano calmato. L’assoluzione dei tre sindacalisti, nel maggio 1907, aveva chiuso la questione. Walsh agitò il pugno, davanti a una platea di una quarantina di operai, incluso Bob. Questi si recava alla riunione generale ogni giovedì, a raccogliere informazioni che, passate alla Burns, giustificassero la sua permanenza a Portland a spese dell’agenzia, «A Est non combinano nulla di buono. Chiacchiere e ancora chiacchiere. E’ di qui, dall’Ovest, che deve partire la rinascita del sindacalismo industriale! La gente ha bisogno degli IWW, chiede organizzazione! Non vuole, invece, miserabili discorsi di politicastri che finiscono col chiedere un pezzo di carta nell’urna elettorale. A chi servono i socialisti, gli anarchici? Il sindacalismo basta a se stesso, è più rivoluzionario di loro, più socialista di loro, più anarchico di loro! Dico bene, fratelli?» Esplose il “sì” entusiasta dei presenti. Erano bianchi e neri, portuali, manovali, disoccupati. L’età media era tra i venti e i trent’anni. Le donne erano due. Una era la moglie dell’oratore. «Allora» proseguì Walsh «vi dico io cosa faremo. Marceremo sul fottuto terzo congresso dei fottuti IWW. E’ a Chicago, in maggio. I borghesucci che fanno la rivoluzione in poltrona, gli aspiranti consiglieri comunali, gli amici dei fachiri, gli

arroganti professoroni sporchi di inchiostro, di polvere e di talco, potranno segnarsi il 1908 come l’anno della loro scomparsa. L’Ovest calerà e li spazzerà via. Li fotterà a sangue, getterà dalla finestra le loro cartacce. Hanno dominato fin troppo. E’ tempo che prenda il sopravvento la pura, santa, fottutissima lotta di classe!» Applaudirono tutti, letteralmente felici all’udire quelle parole. Walsh indicò se stesso. «Guardate come sono vestito. Porto la cravatta? Niente affatto. Mi basta un fazzoletto rosso al collo. Ho la camicia bianca? Ci mancherebbe. La mia camicia è nera. E invece del cappotto indosso una blusa, nera anche quella. Il contrario dei parassiti che, a Chicago, litigano sulla proprietà del quartier generale. Eppure sono elegante, non credete?» Vi fu una risata collettiva. La moglie di Walsh gli gridò: «Sei elegantissimo!» «Lo so» rispose l’agitatore, divertito e compiaciuto. «Ebbene, questa sarà la divisa della squadra d’assalto degli IWW. Camicia nera e fazzoletto rosso. Così combinati andremo nell’Illinois a regolare un po’ di conti. Vi assicuro, compagni, che sarà una crociata memorabile!» L’atmosfera era di festa. Lo era anche quando gli (#)wobblies (la parola, di origine incerta, era ormai divenuta di uso comune per designare gli IWW) invadevano le stazioni di Portland, Seattle, San Francisco, per intercettare gli hobos che viaggiavano abusivamente sui vagoni merci. Un hobo o un bum era in gergo un vagabondo generico, ma anche, a partire dal 1907, un operaio rimasto senza lavoro per via della crisi. Si aggregava ad altri della sua condizione, saltava sui treni a inizio corsa o intenti a rallentare in prossimità della fermata. Si formavano, sui box-car, piccole comu-

nità, che vagavano per l’America alla ricerca di un’occupazione qualsiasi, per lo più temporanea. Per due terzi erano uomini, per un terzo donne. La metà circa erano di colore, slavi, italiani, giapponesi. Gli agenti delle compagnie ferroviarie nutrivano per gli hobos (o hoboes) un odio particolare. Se li scoprivano sui tetti dei vagoni, cercavano di farli cadere con lunghe catene appesantite all’estremità. Altrettanto forte era l’ostilità della polizia, che cercava di catturarli al momento dell’entrata del convoglio in stazione, dopo una feroce battitura. L’hobo non aveva che un amico, a Ovest: il militante degli IWW, pronto a difenderlo, a proporgli l’iscrizione al sindacato, a guidarlo in manifestazioni sotto il municipio per ottenere una colazione - un pezzo di carne, possibilmente. Tantissimi hobos avevano la tessera rossa, e ne andavano fieri. Specie se la stessa tessera la possedevano i ferrovieri. In quel caso il viaggio sarebbe stato calmo, fino all’arrivo.

: “SAPERI DI PARTE PROGETTO DI AUTOFORMAZIONE INTERFACOLTA’ ”


a n g o l o B y p u c c O , e r e h w y r e v e y p Occu

L’altro mondo possibile, all’ombra delle tende sotto i palazzi del potere sul restante 99%, luoghi in cui si decide di far pagare la crisi a noi che non l'abbiamo prodotta. Non è il nostro debito quello che ci vogliono fare pagare con le riforme lacrime e sangue dei governi della crisi, siamo il 99% che vive in un sistema costruito a immagine e somiglianza dell'1%.

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Lo scorso anno al grido “sciopero generale” e “que se vayan todos!” student* e precar* sono stati in grado di mettere in campo una contro-offensiva caratterizzata da una forma di sciopero adatta alle condizioni di vita e lavoro di una generazione compiutamente precaria, riappropriandosi di dignità, diritti, spazi e tempi di vita. L’anno scorso abbiamo visto l'esplosione dello (#)sciopero precario moderno ( pienamente praticato in questi giorni ad Oakland): costruito in Italia occupando autostrade, stazioni e aeroporti;in Spagna occupando piazze,e creando nelle acampadas forme di costruzione di autonomia e di pratiche di democrazia diretta, istituendo una prima fondamentale sperimentazione di reale alternativa dentro la crisi; in Francia occupando raffinerie petrolifere;Tutto questo mentre la rabbia del precariato metropolitano esplodeva in Inghilterra con la durezza degli ukriots. Quest'anno bisogna riprendere queste pratiche, riprendere la determinazione delle piazze arabe, la voglia di reagire del popolo greco, la voglia di autorappresentarsi degli indignados spagnoli, e generalizzarle per rifiutare la crisi. Crisi causata dal potere finanziario delle banche, luoghi che riproducono ogni giorno un presente in cui l’1% domina

È da qui che bisogna dunque ripartire, da questo 99% contro la crisi che emerge tra le barricate o tra le tende, un 99% variegato e multiforme che solo uno stupido può pensare di dividere. Ripartiamo prendendo esempio dalle piazze di tutto il mondo,l'eterogeneità di questo movimento transnazionale,delle sue singole date di lotta e conflitto,ci parla di una soggettività unica,di un precariato scolarizzato e intransigente,ma anche intelligente e determinato,il cui percorso politico tiene insieme dalla costruzione di istituzioni autonome a momenti di scontro,di rivolta e di riappropriazione . È quindi nel blocco permanente, nell'occupazione di strade, piazze, stazioni, scuole, università che si possono trovare gli spazi per tornare a discutere di come organizzare in autonomia il nostro futuro, elaborando un modello di lotta e di azione che dice stop alla crisi e riprende in mano la propria vita. Liberiamo allora spazi, restituiamoli al comune e rendiamoli luoghi magnetici e catalizzatori della protesta. Ribelliamoci alla precarietà e all'impoverimento generale imposti dalla finanza, mettiamo in comune le nostre competenze per cambiare le cose e sottrarci alle decisioni di chi ci governa ed è interessato solo ai profitti delle banche. Accogliamo, dopo quello delle acampadas, l’invito, proveniente dal movimento statunitense, alla mobilitazione transnazionale di #Occupyeverywhere. Se all'inizio dell'autunno abbiamo visto


partiti e sindacati cercare di snaturare il senso di queste pratiche riproponendole in sterili presidi sotto il parlamento,altri esperimenti hanno riproposto la genuinità che sta alla base dell'occupazione delle piazze: si può parlare di piazza affari a Milano come di piazza del Nettuno a Bologna. # Occupy nel giro di poco tempo sta diventando il denominatore comune che mette in rete tutti i movimenti che cercano di ribaltare lo stato di cose esistenti a partire dalla quotidianità:proliferano su facebook i gruppi come occupy bologna,occupy the school,occupy di street, e a partire da queste potenzialità i movimenti si apprestano a entrare in un autunno fondamentale per capire i possibili sviluppi. Se sapevamo tutti che la vera partita politica di questa stagione si sarebbe giocata tornando da Roma, giornate come il prossimo 11 novembre (data transnazionale come il 15 ott) ci aiuteranno a capire se attraverso questo denominatore comune,l'occupare tutto,si riuscirà a costruire quella circolarità virtuosa tra dibattito pubblico,pratiche di conflitto,mezzi di comunicazione e incisività sul reale. L’11/11/11 come primo test per ripor-

tare sui territori tutta questa prima fase di accumulazione di forze,che dall’anno scorso si è data,verso un Novembre che,con la data mondiale dello studente il 17/11,si preannuncia più carico che mai. Occupiamo le strade, assumiamo l’immaginario del blocco metropolitano, dello sciopero moderno come pratica di lotta reale; paralizziamo i flussi dell’economia della crisi in cui viviamo. Occupiamo le piazze, spazi aperti in cui tutti coloro che vogliono un mondo migliore possano incontrarsi, spazi nei quali si raccolgano le istanze di tutti coloro a cui vorrebbero far pagare la crisi ma che non sono certo disposti ad abbassare la testa di fronte ai padroni, spazi dove incontrarsi, conoscersi e discutere, decidere insieme quali pratiche sperimentare per uscire dalla crisi economica e della rappresentanza, creando istituti autonomi permanenti dove praticare la democrazia diretta, l’autogestione e la riappropriazione di spazi e tempi fuori e contro i dispositivi di una rappresentanza politica in fase terminale. Occupiamo le università, riappropriamoci degli ambienti che viviamo ogni giorno come student* e rendiamoli luoghi di costruzione di autonomia e di sapere vivo. Occupiamo tutto, creiamo ambienti aperti di discussione e creazione di Politica dal basso, ambienti che possano raccogliere tutti i soggetti che stanno costruendo il 99% contro la crisi. Occupiamo Bologna, Occupiamo il mondo.

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Smash the mainstream

Una breve guida ed alcune idee pe un controutilizzo di Twitter r

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Quando cerchiamo di capire come il movimento delle acampadas spagnole abbia potuto svilupparsi, non possiamo non soffermarci su uno dei fattori che, più di tutti, ha permesso che quel fermento potesse crescere ed entrare in maniera prepotente all’attenzione degli osservatori nazionali ed internazionali. Twitter, il social network ancora oscuro ai più nel nostro paese (offuscato da Facebook principalmente a causa dello spiccato voyeurismo della maggior parte degli utilizzatori del social network di Zuckerberg), ha infatti permesso, tramite la dinamica molecolare e virale che contraddistingue il flusso delle informazioni che viaggiano al suo interno, di moltiplicare le occasioni di dibattito dentro e fuori la rete e di fornire uno straordinario strumento di coordinamento, informazione e dibattito. L’hashtag, ovvero una parola preceduta dal segno #, è la moneta all’interno dell’economia di Twitter: ogni volta che si scrive ad esempio #crisi, basterà inserire la stessa parola #crisi nel motore di ricerca interno di Twitter per trovare tutti i Tweet (brevi messaggi di testo di 140 caratteri – ma ora c’è Twit Longer per i più loquaci – condibili a piacere con link a pagine web, foto etc etc) che recano la dicitura #crisi. E’ evidente come un utilizzo di questo mezzo possa fornire ai movimenti un forum in cui dibattere e discutere dell’attualità, ma soprattutto offre ai mediattivisti, o comunque a tutti coloro che hanno a cuore la correttezza dell’informazione (che non vuol dire la sua imparzialità, visto che ogni notizia è sempre

narrata da un punto di vista), la possibilità di ribaltare narrazioni scorrette da parte dei media tradizionali. Esemplare da questo punto di vista è stato il caso della Val di Susa, quando in un momento in cui tra gli argomenti “topic” (ovvero gli hashtag più utilizzati del momento) c’era l’hashtag #saldi (usato dalla gente per scambiarsi info sull’acquisto migliore) questo venne, in maniera “situazionista”, detournato in “nervi #saldi” e tutte le corrispondenze che usavano “ nervi #saldi “ che arrivavano dalla Valle, la quale il 3 luglio era sotto attacco da parte della repressione delle truppe di Maroni, entrarono direttamente nei pc di ignari cittadini impegnati nella corsa all’ultimo jeans.. Inoltre Twitter permette di poter essere aggiornati su quello che succede in svariati campi in luoghi diversissimi del mondo, seguendo gli account dei media di quei posti o accounts particolarmente interessanti come quelli di blogger, media indipendenti e cosi via. In Twitter è centrale il tema della viralità. Tramite la creazione di hashtag interessanti, scherzosi e tramite la creatività degli utenti si possono creare Tweet capaci di essere soggetti a molteplici “Retweet”, ovvero una sorta di “Condividi” di Facebook, che sono il mezzo con il quale veicolare le informazioni..ovvio che maggiori “followers” si hanno, maggiore sarà la circolazione e l’esposizione della notizia “Retweettata”. Comunicatori ironici e creativi..Twitter è il vostro mondo! Ogni utilizzatore di Twitter può seguire altri profili (si può seguire il contatto del CuaBologna, quello del Fatto Quotidia-

s

e c a l P z z a b Shab Black up

no, quello di un blogger tunisino, quello di OccupyWallStreet...) ed essere a sua volta seguito..in una catena di scambio di informazioni potenzialmente infinita, sul modello Catena di Sant’Antonio.. immaginatevi se un presidio sotto una sede di una banca venisse lanciato da 10 persone, ripreso dai 100 followers di queste 10 persone e così via..Twitter è infatti efficacissimo nella creazione di flash-mob, soprattutto se abbinato ad un cellulare smartphone... Molti dicono, in Spagna, che se tutti avessimo e sapessimo usare Twitter in Italia, faremmo grossi passi avanti nella costruzione di conflitti territorialmente estesi in tutto il paese. Come disse proprio uno degli “attivisti 2.0” all’HubMeeting di Barcellona del settembre scorso, “Twitter è un mezzo semplice per persone intelligenti, Facebook è un mezzo complesso per persone stupide.” Enjoy Twitter!

Massive attacks v Four walls-parad

s. Burial

ise circus


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Join The Global Revolution

Messaggi dal mondo, dentro e oltre il 15 ottobre

È possibile comprendere il valore del 15 ottobre solo esaminando il suo carattere globale ovvero prendendo in esame un’azione politica promossa dal basso in cui si propone la gestione “collettiva” dell’economia e della politica. Questa data rappresenta solo un momento, l’incipit di un percorso di lotta in espansione deciso a paralizzare definitivamente un sistema economico che sta distruggendo la dignità umana. Il 15 ottobre è un fenomeno complesso e articolato: i movimenti contro la crisi si riconoscono in temi e pratiche comuni, in esperienze, come le rivolte del maghreb e le accampate spagnole, che hanno riacceso le speranze di quel 99% che adesso si riconosce come tale. Piazza s. Giovanni tra fumo nero, sanpietrini e bancomat sfasciati è quanto il meinstream in Italia ha voluto mostrare per condannare una protesta più che legittima, condivisibile e condivisa che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone. Questo soltanto è stato mostrato per descrivere una giornata di mobilitazione transnazionale. In quella data, in tutto il mondo, centinaia di città hanno ospitato cortei: migliaia di persone hanno condiviso il progetto di aderire ad una protesta dal carattere sempre più globale costruendo, con entusiasmo e creatività, una giornata veramente transnazionale. Infatti il cambiamento al quale aspiriamo non può arrestarsi di fronte ai confini di ogni singola nazione; il cambiamento, per soddisfare le nostre esigenze, per vincere l’individualismo della nostra società, deve essere cambiamento globale. Movimenti ormai consolidati hanno dato prova di saper esprimere una potenza imprevedibile qualche anno, o

forse anche solo qualche mese fa.. In Cile l’aumento del consenso intorno al movimento degli studenti ha rafforzato l’opposizione sociale: in pochi mesi infatti, questo percorso politico ha costruito la possibilità di occupare addirittura il senato. In Grecia, due giorni di sciopero generale hanno paralizzato il paese, assediando il Parlamento e forzando il primo ministro a concedere un referendum in merito all’accettazione del piano di strozzinaggio gentilmente proposto dalla BCE. Proprio in questi giorni il movimento sta paralizzando Oakland con il legittimo proposito di riappropriarsi di tutti i luoghi simbolo del capitalismo finanziario e della crisi. E ancora una volta si risponde al malessere e al disagio con lacrimogeni e cariche da parte delle polizia. Questa esperienza è tra le più significative del post 15 ottobre: l’ormai collaudata pratica dell’occupazione della piazza è riuscita, questa volta, a innescare un processo in base al quale una semplice assemblea cittadina ha la forza e il potere legittimo di indire lo sciopero generale di un’intera città: 40.000 persone liberamente scelgono di partecipare bloccando uno dei porti più importanti degli U.S.A. E’ in questo quadro che i toni cupi della

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crisi sbiadiscono di fronte alla creatività della protesta, di fronte alla solidarietà, all’interazione e alla collaborazione di tutto il mondo. Questa crisi non ci spaventa e contro questa crisi ci riprendiamo il nostro futuro.

Fb: CUA Bologna


Il debito e il diritto all’ insolvenza

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Il sistema alla base del furto sociale chiamato crisi,una proposta di soluzione. Pubblichiamo qui in seguito un’articolo, leggermente modificato, del progetto “Saperi di parte”, laboratorio di autoformazione interfacoltà che lo scorso 26 ottobre,nella facoltà di Lettere e Filosofia, ha dato inizio ai suoi lavori con un incontro con Andrea Fumagalli (docente di economia presso l’Università di Pavia) sul debito e il diritto all’insolvenza. Per saperne di più sul progetto o per leggere l’integrale rimandiamo ai link in fondo pagina Il tema del debito è ormai quello più presente sulle prime pagine dei giornali, e ha ripercussioni su ogni ambito delle nostre vite e della vita politica più generale a livello internazionale: si è trasformato quindi da una pura tematica economica in un qualcosa che incide direttamente sulle nostre quotidianità, per dirla con Foucault una forma di biopotere. In questi anni per quanto riguarda la Grecia, mesi ormai per paesi come Portogallo,Spagna e Italia, il debito sempre più ingente necessita di cure per garantire gli interessi dei creditori; e allora ecco drastici tagli a sanità,trasporti,istruzione e in generale alla spesa pubblica. Qui da noi il processo del debito acquista rilevanza con il processo economico di finanziarizzazione. Negli anni ‘70, in un contesto mondiale di saturazione dei mercati, di grande coscienza di classe e sindacalizzazione massiccia del classico operaio fordista, il processo di

delocalizzazione della produzione (trasferimento delle fabbriche nei paesi del cosiddetto sud del mondo) si associa alla deregulation dei mercati finanziari. E’ una risposta di classe alle lotte sociali che si stanno sviluppando un po’ ovunque. La speculazione sui mercati delle materie prime e dei beni energetici viene permessa sempre più, diventando sempre un cappio intorno al collo degli stati. Da segnalare in questo excursus è anche il processo di mediatizzazione della politica, che permette a chi ha i mezzi economici e comunicativi di massa di conquistare il potere. Le multinazionali e le grandi potenze bancarie lo sanno e costituiscono i loro yesman a livello globale. Il cerchio si chiude : il potere è completamente nelle mani della finanza globale. Licenziamenti a catena dovuti alla delocalizzazione delle aziende e alla competizione globale tra lavoratori impoveri-

Stefano Tassinari D’altri Tempi (Alegre 2011)

scono la società, i salari di conseguenza si abbassano per la minore richiesta di lavoro e ampi strati di società si impoveriscono, consumano di meno e di conseguenza rallentano la crescita, frenata anche dalla strutturalità della corruzione all’interno del sistema politico. Quote enormi di denaro vengano regalate ai vari poteri economici, si crea cosi un enorme debito pubblico accoppiato ad un’economia sempre meno produttiva...fino all’attacco speculativo di questi giorni che si basa proprio sull’evidenza dell’impossibilità di restituire alla finanza internazionale i soldi di cui generazioni di classe politica ed industriale si sono appropriati! Attualmente le politiche imposte da BCE e FMI sull’onda emotiva generata dalle decisioni delle agenzie di rating e all’effetto panico che giornali ed economisti avallano senza porsi dubbi, non avranno mai alcuna possibilità di invertire il trend che vede le economie nazionali inde-

The Wobblies

di Stewart Bird e Deborah Shaffer


bitarsi sempre più. Questo perchè le politiche proposte, i tagli al welfare, la compressione dei salari reali e cosi proseguendo non rilanciano certo la crescita, che in questo sistema economico è l’unico antidoto al crescere del debito. Non si vuole qui dire che è necessaria una politica per la crescita (perchè questo spesso vuole dire semplicemente fare ulteriori regali al ceto sociale più ricco), ma semplicemente che una via d’uscita con queste politiche restrittive semplicemente non c’è. Queste politiche non hanno altra finalità che mantenere il debito un qualcosa di permanente, e di impoverire sempre più la popolazione per fargli accettare di tutto. Una ricerca di qualche giorno fa ha dimostrato che negli USA la povertà nelle aree di periferia delle grandi città sfiorà il 50%... Di fatto l’obiettivo di queste “letterine” come quella consegnata da Draghi e Trichet al governo è quello di rendere l’economia sempre più fragile e malleabile alle pressioni delle grandi potenze speculative e dei loro umori. Si vuole creare a forse meno dell’1% della popolazione la possibilità di fare o meno ingenti profitti speculando sulle vite del restante 99%.. Il termine di questo processo però è sempre quello del fallimento dello stato che non riesce a ripagare il debito: la questione da porsi qui è capire se in realtà questo gioco di speculazione non abbia comunque un termine, visto che il fallimento obbligato dello stato porta ad ingenti perdite anche per le banche che ne finanziano il debito. Se la Grecia annunciasse default, moltissime banche tedesche sarebbero messe a dure prova (sebbene abbiano guadagnato dalle pratiche speculative messe in campo negli ultimi mesi sufficienti proventi per “accettare” un default selettivo, vedi ad esempio quelle messe in atto dalla Deutsche Bank ad aprile nei confronti dell’Italia). Il debito pubblico USA è cresciuto esponenzialmente negli ultimi 30

anni di neoliberismo, passando dal 60% al 105% in rapporto al PIL, e questa tendenza distruttiva del capitale finanziarizzato non sembra volersi arrestare.. Quindi, se nella prima fase l’attacco alle vite dei subalterni è il dato più evidente, sembra di leggere una tendenza alla mutua distruzione (di capitale e lavoro insieme) in un momento in cui non si vedono exit strategies di rilancio dell’economia possibili. All’orizzonte sembrano comparire nuove bolle stile quella dei subprime o delle dot.com che furono all’origine delle ultime due crisi (questa e quella del 2000 che mise fine ai ruggenti anni clintoniani). Una nuova bolla potrebbe essere ad esempio quella dei prestiti d’onore agli studenti universitari americani, un modello che sta andando in crisi ma che ovviamente in Italia abbiamo appena importato con la riforma Gelmini.. Il tema da affrontare è quindi quello del rifiuto del debito: che però, se il debito lo leggiamo come strumento di biopotere, significa rifiutare il controllo sulle proprie vite. Come si pratica però quel diritto all’insolvenza di cui si parla tanto? Come lo si rende qualcosa di concreto? Se si rifiuta la mediazione partitica in quanto impossibile a risolvere le questioni aperte, quali istituzioni autonome si possono creare? Di fatto questo significa tornare a prendere parola sull’organizzazione dell’eco-

nomia, sulla retribuzione della produzione sociale a cui tutti contribuiamo ogni giorno. Significa prendere parola contro lo sperpero infame e distruttivo costituito dall’intreccio tra le spese militari di cui ad esempio il “preoccupato” Napolitano è garante a livello internazionale, ma anche schierarsi contro le grandi opere come la Tav ed il Ponte che costano miliardi e miliardi di euro che potrebbero essere usati per la sanità o per assicurare a tutti servizi primari come la casa. Significa però anche accumulare la forza necessaria a prendere parola in modo incisivo nel dibattito sociale: l’anno scorso ci sono state sperimentazioni interessanti in tutta Europa, dalla Francia in cui si andarono a bloccare le strade che conducevano alle raffinerie petrolifere per protestare contro una riforma delle pensioni all’Italia che contro la riforma Gelmini vide l’occupazione di piazze, strade, autostrade, porti,stazioni..praticare il diritto all’insolvenza deve prendere sia la direzione del segnalare come il debito sia stato creato da quelle stesse istituzioni finanziarie che ora ne detengono circa l’87% di fronte al 13% detenuto dalle famiglie, sia quella del riappropriarsi dal basso della ricchezza sociale che viene espropriata da quei mercati finanziari che sono in completo possesso dei nostri diritti sociale e ci speculano sopra come nel caso dei fondi pensione.

FB: LabCom Bologna Blog: labcombologna.blogspot.com Canale youtube: youtube.com/user/LabComBo Watch on you tube: -11.11.11 Occupy Bologna/ Occupy Everything -Pubblicità 2011 citroen ds4 “Yes Man “/ United for global change

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LA REALTA’ FUORI DAL TEMPO NELL’ATTUALITA’ DI “TERRAFERMA”

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Il film italiano che aspira alla cinquina degli Oscar per il miglior film straniero, durante la cerimonia del prossimo 26 febbraio, consiste nel lavoro di un regista da sempre costantemente impegnato sulla tematica dell’immigrazione. Emanuele Crialese (Roma, 1965) emerge nelle sale cinematografiche del settembre 2011 presentando Terraferma, un lavoro che si rivela analisi politica nella tessitura di una vicenda fantastica, che è sapiente lavorazione di elementi visivi in una narrazione coinvolgente, dentro un’atmosfera che evoca il surreale, ma che al contempo non può evitare di rivelarsi come inevitabile luogo di denuncia sociale. Dall’ inizio al termine della pellicola di Terraferma, Crialese delinea un mappamondo in pochi volti segnati dalle incertezze e dalle vicende che intrecciano culture e miseria, all’interno di quella che nella finzione è semplicemente una non precisata isola italiana (Il lungometraggio è stato in realtà girato presso Linosa, isola a sud della Sicilia e ad est della Tunisia). Nei luoghi di un paesaggio meraviglioso, in un’isola siciliana che continua ad apparire inalterata, si impongono le prime determinanti e incisive metamorfosi nello stile di vita degli abitanti, pescatori costretti a confrontare le proprie abitudini con le ipocrisie e le contraddizioni delle leggi umane, eppure sempre risoluti nel rispettare la propria secolare morale della “legge del mare”, che impedisce alla coscienza umana di omettere soccorso ad un altro essere umano in difficoltà. La purezza dell’isola siciliana viene sporcata dal fenomeno del turismo che antepone le aspirazioni economiche alla genuinità della vita delle persone, ma viene oltretutto travolta dagli arrivi di uomini e donne “clandestine” e dalla mediocrità della logorante nuova regola del respingimento. Così, si incontrano umanità profondamente distinte in destini e culture; le vite si intrecciano provvisoriamente in un aggroviglio amaro di civiltà dissonanti, ma rivelano nella narrazione l’elemento comune dell’incertezza e della precarietà della sopravvivenza, della responsabilità delle scelte e del timore di un futuro che troppo spesso non dipende soltanto dalle responsabilità individuali.

La realizzazione di Terraferma trova punto di partenza in un doloroso fatto di cronaca dell’agosto 2009 presso l’isola di Lampedusa, provocato dalla politica del respingimento in mare (pratica che tra l’altro risulta una violazione della Convenzione di Ginevra), quando giunse la notizia dell’avvistamento di un barcone che trasportava ottanta persone di origine eritrea di cui settantacinque morirono di fame e sete; una fotografia dell’accaduto riprese sotto la massa di cadaveri il volto di una dei cinque superstiti alla tragedia: Timnit divenne la protagonista scelta dal regista per raccontare una storia che lei stessa visse sulla propria pelle, ma che si presenta come finzione attraverso cui trovare una verità che si rivela quotidianamente, operando al di là di intenti documentaristici.


Dopo Respiro, premio come miglior film alla Settimana della Critica a Cannes nel 2002 e Nuovomondo, presentato nel 2006 alla 63° Mostra di Venezia nonché vincitore del Leone d’argento, Emanuele Crialese porta, assieme ad altri tre considerevoli registi, una messa a fuoco sulla tematica del fenomeno dell’immigrazione alla 68° edizione del festiva del Cinema di Venezia, all’interno della Biennale; con Ermanno Olmi che propone il suo Il villaggio di cartone oltre a Guido Lombardi con La- Bas, un’educazione criminale, si costruisce un quadro di tre pellicole e tre interessanti e differenti messe a fuoco sui soggetti migranti.

SKANK BLOC BOLOGNA! ... il ‘77 nostrano nella new wave inglese. ”Il blocco danzante di Bologna ci mantiene vivi!”. Così recitava il ritornello del primo singolo “Skank bloc Bologna” degli Scritti Politti; apparizione del ‘mitico’ ‘77 nostrano in uno dei brani cult del post-punk inglese. La band degli Scritti Politti nasce sul finire del ‘77 a Leeds e si distinguono subito per il deciso impegno politico, infatti nel nome citano esplicitamente gli ‘Scritti Politici’ di Gramsci e guardano con ammirazione al ‘77 bolognese. A differenza di gruppi come Gang of Four o Pop Group, la loro lettura della realtà non assume i connotati della rabbia, ma viene espressa attraverso una musica ricercata, caratterizzata dall’ugola suadente e pop del cantante Green Gartside. La loro proposta musicale affonda le radici, per quanto riguarda gli arrangiamenti, nel ‘Canterbury Sound’ di gente come Syd Barrett, Caravan e Robert Wyatt, con composizioni stilistiche vicine al soul, il reggae e il funky. I tre membri della band, che oltre al cantante Green comprende Tom Morley e Nial Jinks, erano compagni al corso d’arte del Politecnico di Leeds, e giovani militanti della “Young Communist League”, distribuivano volantini e ostacolavano con ogni mezzo l’avanzata dei ‘boneheads’ del National Front. La band-collettivo riscuote buoni consensi da critica e pubblico già con il primo 45giri “Skank Bloc Bologna”, brano sinuoso, cadenzato, a tratti bizzarro fortemente influenzato dal reggae, dub e progressive. Il disco fu autoprodotto e inciso a ‘basso costo’ in uno studio a Cambridge e venne imbustato sui tavoli dello ‘’squat’ che occupavano i Politti a Camden Town, mentre sulla copertina apparivano i costi contenuti con la scritta:”controllo dei mezzi di produzione.” La casa occupata dove vivevano a Camden Town era crocevia di esperienze sociali e artistiche, la band insieme a gli altri occupanti erano riuniti in una sorta di assemblea permanente, e ci potevi incontrare i ragazzi difficili scappati da scuola, punk inglesi e tedeschi, gli hippy francesi, comunisti , anarchici e proletari dell’East End. ”Bastava bussare.”

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drive “

di Nicolas Winding Refn

la storia della rana e dello scorpione DRIVE, il film di consacrazione del cineasta danese Nicolas Winding Refn (di cui andrebbe data un occhiata anche ai recenti “Bronson” e “Valhalla Rising”) , che gli ha permesso di aggiudicarsi il “Prix de la mise en scène” per la miglior regia all’ultimo festival di Cannes, è forse uno dei pochi motivi per cui abbia senso andare al cinema oggi: ovvero spendere quegli eccessivi 7-8 euro e sedersi sulla poltrona rossa di fronte al grande schermo. In un periodo in cui il concetto di “cinema” si è trasformato, o meglio, ha portato a termine la propria trasformazione in “ipermercato dell’immagine” ,con,da una parte il pullulare in tutto l’interland cittadino di multisala delle grandi case di produzione,(che preparano menù formato cinema con la formula “ultimo film James Cameron + pop corn + occhialini 3d + merchandise” in puro stile McDonalds), dall’altra la giusta, se non necessaria, risposta da parte della maggior parte dei fruitori con pratiche “illegali” di visione e condivisione dei film (dallo scaricare allo streaming).

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In una fase, insomma, in cui il concetto di film (ovviamente legato a un circuito “commerciale”) non può essere separato da un discorso ben più ampio di comunicazione virale e di merchandise con annessi e connessi, in cui perfino validi registi come Sorrentino, appena approdati ad Hollywood, paiono perdere ispirazione e trasformare la loro unica storia (perché il cineasta, se è davvero valido, una e una sola storia racconta in tutta la sua carriera) in un debole cabaret con caratteristi anziché attori, DRIVE è una piacevole smentita. Soprattutto è una semplice presa di posizione: questo film non è “l’evento”, questo film è la regia,la fotografia, la sceneggiatura. Questo film ha una poetica coinvolgente e uno stile ben preciso; questo regista è quello che un tempo veniva definito “autore”, “artigiano”, “cineasta”. Questa regia riesce, tramite il sapiente utilizzo dei propri mezzi ad essere brutalmente realistica,e tramite una fotografia che definire poetica equivarrebbe a sminuirla,a guidare lo spettatore nel leggere qugli elementi-chiave, quegli “insomma”, necessari alla piena comprensione del lungometraggio stesso, e ad esaltare quegli eventi topici (e ce ne sono, nel film) che permettono di abbandonarsi a quello shock fisico, quella “ricezione distratta”, tipica caratteristica dell’arte cinematografica che quasi cent’anni fa aveva così tanto folgorato Walter Benjamin. La trama, o per meglio dire l’elemento narrativo, c’è, ma è ridotto all’osso: i dialoghi occupano poca parte del film, soprattutto quelli del protagonista; è l’immagine (proprio come fu nel cinema delle origini) a fare da padrona e a parlarci, a sussurrarci quello che le parole non possono esprimere.


E’ incredibile come, nel 2011, le inquadrature di questo film ci trafiggano come una lama, colpiscano più nel profondo che gli effetti speciali in 3d di un Avatar qualunque, perché sono immerse in una sostanza, e pregne, fino all’ultimo fotogramma, di un mistero che il cinema non ci permetterà mai cogliere del tutto, un contemporaneo vaso di Pandora che, oggi, come cento anni fa, riesce inesorabilmente a farsi aprire, ingannandoci per sconvolgerci ancora una volta, e un’altra, e un’altra ancora… Un po’ come la storia dello scorpione e della rana, il “motivo” perno di tutto DRIVE:

“Uno scorpione doveva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare, chiese aiuto ad una rana che si trovava lì accanto. Così, con voce dolce e suadente, le disse: “Per favore, fammi salire sulla tua schiena e portami sull’altra sponda.” La rana gli rispose “Fossi matta! Così appena siamo in acqua mi pungi e mi uccidi!” “E per quale motivo dovrei farlo?” incalzò lo scorpione “Se ti pungessi, tu moriresti ed io, non sapendo nuotare, annegherei!” La rana stette un attimo a pensare, e convintasi della sensatezza dell’obiezione dello scorpione, lo caricò sul dorso e insieme entrarono in acqua. A metà tragitto la rana sentì un dolore intenso provenire dalla schiena, e capì di essere stata punta dallo scorpione. Mentre entrambi stavano per morire la rana chiese all’insano ospite il perché del folle gesto. “Perché sono uno scorpione...” rispose lui “E’ la mia natura”

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R a i s o t s o l g Spesso alcuni termini utilizzati in ambito di movimento sono complessi, poco conosciuti o passibili di molteplici interpretazioni. È per questo che all’interno degli articoli troverete delle parole evidenziate e precedute da (#), quindi da questo numero in poi occhio al GlossaRiot che vi seguirà e sarà sempre pronto a corrervi in aiuto!

(#)Bio-potere

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E’ il nome della teoria sviluppata da Michel Founcaud durante l’ultima fase della sua ricerca filosofica. Il suo metodo di ricerca che si incentra sulle istituzioni totali e su elementi come la sessualità e la devianza, hanno portato a importanti innovazioni nelll’analisi storica dell’evoluzione del sistema contemporaneo,dello stato e del controllo sociale. Il Bio-potere quindi (concetto comunque mai definitivamente completato a causa della morte dell’autore) indica quel tipo di controllo sociale che si dà tramite il ridimensionamento delle possibilità individuali dovute alla distribuzione gerarchizzata del reddito e la subordinazione all’interno del mondo del lavoro.

EdNdoCgsE E–VCaID an ts

(#)Sciopero precario moderno

(#)Transnazionale Termine già utilizzato in articoli dello scorso numero, lo riprendiamo perchè tra i più complessi e allo stesso modo importante. Il termine -trans al posto di -inter sottolinea la comune matrice che forma i movimenti globali contro la crisi: quella che vede un attacco ai diritti sociali basato sul ricatto del debito e delle istituzioni finanziarie, in cui disoccupazione giovanile e impoverimento sociale complessivo sono costanti. Non ci sono lotte separate, il sistema di sfruttamento è uniformato nei diversi territori, unificata dev'essere allora anche la lotta!

(#)Diritto all’insolvenza

Se l’attacco alle nostre vite è dovuto agli interessi che gli stati pagano (con i nostri soldi) alle banche per ripagare i debiti che loro, e non noi, hanno contratto, la soluzione è una: non paghiamo il debito! Reclamare il diritto all’insolvenza è dire forte e chiaro che il debito degli stati non lo si paga con le nostre tasse universitarie, con i ticket sanitari, con il costo dei trasporti, con il pignoramento delle nostre case..diritto all’insolvenza è smettere di pagare per i diritti sociali di base, organizzarsi per difenderli e lottare per ottenerne di nuovi! Tifiamo default!

Come sciopera la precarietà? Nel momento in cui la possibilità di scioperare in maniera “classica”, con l'astensione dal turno di lavoro, è una forma impraticabile per l'iper-ricattabile lavoratore precario, c'è bisogno di uno sciopero diverso, metropolitano in senso assoluto, che blocchi i flussi dell'economia fermando la circolazione delle merci bloccando strade,autostrade e stazioni, reti informatiche...cortei selvaggi, occupazioni, sabotaggio. Questo è lo sciopero del precario!

(#)Wobblies È il nome di un importante quanto spesso dimenticato movimento sviluppatosi negli U.S.A. Espressione del sindacalismo del primo ‘900, è stato al centro della lotta contro lo sfruttamento intensivo che ricadeva sulle teste dei lavoratori (specialmente immigrati) di un paese che, di li a poco, sarebbe divenuto la prima potenza economica mondiale. La loro caratteristica principale era il continuo spostarsi nei vari territori della federazione per creare reti di solidarietà e riportare esperienze e pratiche di lotta da una parte all’altra del paese.

Immortal Tec

hnique

“The Martyr”


Orizzontali 1 - La percentuale di chi non vuole pagare la crisi 10 – Il famoso 33 giri 13 – Nell’antichità fondava città e ne scriveva la costituzione 14 – Oristano sulle targhe 15 – Linguaggio 18 – L’anno delle studentesse 21 – Medici in prima linea 22 – Il partito neo-fascista fondato da Fini dopo la svolta di Fiuggi 23 – Un po’ di sultani… 24 – L’infame gruppo paramilitare del partito nazista (sigla) 25 – La sigla della Croazia 26 – Prima di Francesco d’Assisi, per chi crede alle fandonie del papato 28 – Aumento della pressione arteriosa 33 – Alcuni quartieri ne hanno più d’uno 35 – Città abruzzese in provincia di Teramo 36 – Stop 37 – E’ costituita da 60 minuti 39 – Vai a Londra 40 – Gruppo Torinese Trasporti 41 – Libbra 43 – Non l’abbiamo creato noi e non lo vogliamo pagare 45 – Antica città della Magna Grecia nei pressi di Salerno 48 – E’ guidata dall’infame Marchionne 51 – Città californiana molto indignata contro il capitalismo finanziario… 56 – La fine di ogni tenente… 57 – La squadra di calcio che detiene, nel suo glorioso palmares, addirittura 29 scudetti vinti sul campo 58 – Quello di Bologna è in prima fila nel processo di aziendalizzazione

29 – Sono dispari in raro 30 – Spesso ci va il traffico 31 – Le consonanti in solido 32 – Così si autodefinisce un gruppo 34 – Lo sono le condizioni economiche dei responsabili della crisi 38 – L’Africa Occidentale Francese entità amministrativa figlia delle criminali politiche coloniali europee 40 – Gas di Petrolio Liquefatto

42 – Lo è l’anno felice 44 – Può essere il risultato di una “rissa” all’asilo 46 – Il macchinone del padrone 47 – L’inizio della mattanza 49 – Fiume dell’europa centrale 50 – Il nome dell’osceno Mammuccari 52 – Uno dei leggendari “Cinque Imperatori” cinesi 53 – Ai confini del Laos 54 – Napoli 55 – Sono dispari nei dati

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Verticali 1 - Collegamenti 2 – Lo è la scuola libera 3 – Graziosi fiorellini 4 – Azienda Sanitaria Locale 5 – Al centro del pantano 6 – Quelle universitarie sono troppo alte e vengono intascate dai soliti noti 7 - contro loro per Kiave… 8 – Che gli venga al romano pontefice! 9 – Il “richiamo” di Fonzie 10 – Prima dell’euro 11 – Alla sua sorgente quell’imbecille di Bossi officia i suoi deliranti riti padani 12 – Relativo al canto 16 – Il deserto di Lawrence d’Arabia 17 – Bensì 19 – Libera tutti a nascondino 20 – Si trova in ingenti quantità nei forzieri dello Stato Pontificio dopo secoli di angherie ed estorsioni 27 – Nota Bene

C.U.A. Bologna Valerio Evangelisti Lab. Comunicazione Illustrazioni e vignette a cura di: Moden9 (nabis_simbol@hotmail.it) Graficundo (graficundo@gmail.com)

Distribuita in: 1_Dans la rue! Via Avesella 5/a 2_Modo Infoshop Via Mascarella 24/b 3_Aula “Vik” Occupata Via Zamboni 38 4_Aula studio Via Zamboni 36 5_Aula Falcone Giuri Via Zamboni 22 6_Aula B Sci.Pol. Strada Maggiore 45

Hanno creato questo numero:

felice Mata Laut’Aut Foto a cura di: Chiara G Francesco P Gabriele D



Anomalia Anno 3 N°2