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Numero 2 Anno 2

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scatti anomali

editoriale

sommario

Il momento è cruciale. In un contesto che sembrava appiattito verso la totale sottomissione al modello berlusconiano, con la sua ricetta a base di attacco ai diritti di studenti e lavoratori, razzismo leghista e sessismo sfrontato, tre grandi lampi hanno riacceso la fiammella dell’opposizione sociale e creato, a partire da lotte reali e non da progetti utopistici e comodi (si potrebbe dire da scrivania) una nuova voglia di mettersi in gioco per cambiare l’esistente. La rabbia degli studenti e delle studentesse esplosa a piazza del Popolo quasi in telepatia con con quella dei propri coetanei inglesi,spagnoli,greci e francesi. La resistenza determinata degli operai di Mirafiori che, vittime di un ricatto ignobile come il referendum che hanno dovuto votare con una pistola alla tempia, non hanno abbassato la testa e rifiutato in gran parte un contratto che di fatto imponeva la schiavitù come rapporto industriale. Il meraviglioso coraggio del popolo tunisino nella sua insurrezione contro il tiranno Ben Ali, coraggio così forte da oltrepassare la paura delle pallottole e della tortura del regime per ergersi a guida di tutti i popoli arabi soggiogati da governi dittatoriali e sostenuti in maniera convinta ed infame dai principali stati europei. Questi tre eventi sono collegati dalla comune volontà di rifiutare uno scenario in cui progettare la propria vita, autodeterminarla secondo i propri bisogni e desideri, sia soltanto una chimera e un’onda libera destinata a scontrarsi giornalmente contro i duri scogli della precarietà e dell’austerità. In questo numero proviamo a raccontarli e ad unirli in un unico discorso. In attesa delle prossime lotte che con l’aggravarsi della crisi sicuramente emergeranno; bisognerà essere in grado di crearle, di organizzarle, lasciando che poi queste esplodano e, come un fiume in piena, travolgano gli argini di questa società.

..Jusqu'ici tout va bien, appunti e direzioni nel terzo anno della crisi globale

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Pratiche di conflitto contro l'attacco al futuro

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Blogger e sindacalisti alla guida della rivolta

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Poster

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Quattordici

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Ti conosco mascherina

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38 OCCUPATO: Facoltà di R-Esistere

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Scipol..lab: uno sguardo sui conflitti globali

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Il mercato, il controllo e le nuove stagioni di lotta Eroe di carta e la paura del fuoco

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Tutto in un giorno Il futuro non è stato ancora scritto

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Bollettino di Guerriglia urbana: "Lettera semiseria da una città in agonia" Cruciverba

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..Jusqu'ici tout va bien, appunti e direzioni nel terzo anno della crisi globale. "Ca ne peut qu'aller mieux alors j’attends la fin de leur monde…" IAM - La Fin de leur Monde Complesso ed entusiasmante l'anno che si apre. Da un lato è difficile lasciare le immagini e le sensazioni delle intense settimane di lotta a Bologna e della grande rivolta di Roma del 14 Dicembre. Dall'altro c'è la grande tensione alla continuità, non scontata e tutta da immaginare e costruire, che da quel periodo appena trascorso si può riprodurre. Sicuramente la potente energia che ha innervato le mobilitazioni autunnali non nasce dal nulla, anche se per molti è parsa inaspettata. Possiamo iniziare a parlare di ciclo di lotte. Difficile infatti non collegarsi all'Onda che nel 2008 aveva, dopo tanti anni di siccità di movimento, inondato nuovamente i territori con forme e linguaggi contraddittori e ambivalenti ma sicuramente in grado di portare ossigeno ad una prospettiva di cambiamento sociale che si faceva sempre più asfittica,

in Italia e non solo. Difficile non leggere nella trama della crisi e della precarietà come paradigma unificante un elemento scatenante della rabbia, della voglia di protagonismo e trasformazione, delle determinazione delle lotte. Altro elemento qualificante, quella “Europe calling” che ha riprodotto una virtuosa circolarità dei conflitti: non sarebbe stato possibile pensare Roma senza la mobilitazione a Londra, questa senza lo sciopero generalizzato che ha paralizzato la Francia, questo senza la rivolta di Atene. Europeo il piano di austerity, europeo il piano delle lotte. Un elemento unificante, fra i tanti, pare essere stato quello, simbolico ma non solo, di una nuova geometricità del punto di vista: dopo anni di retoriche sull'orizzontalismo e sullo stare “in basso”, i movimenti hanno cominciato a riappropriarsi di una verticalità (intesa come capacità di imporre decisione e di

un nesso propulsivo tra lotta e organizzazione) e di una capacità di guardare dall'alto e verso il futuro: nelle occupazioni del Pantheon ateniese, della torre dei neoliberisti londinesi, della torre pisana, si è invertito un piano in maniera forse irreversibile. Questo spettro rivoltoso che si aggira sta contagiando ed estendendosi fin oltre i confini assassini della Fortezza Europa: la sommossa algerina e la rivoluzione tunisina danno il segno della popagazione anche mediterranea di questo spirito, iniziando a delineare finalmente lo spazio che appartiene ai movimenti contemporanei, quello globale. Contro le retoriche della stampa italiana, che dipingono queste rivolte post-coloniali come “rivolte del pane” per sminuirne il contenuto politico, basti riportare una frase che gira sui blog: "Non stiamo facendo la rivoluzione per un pò di zucchero, e 100 di noi non sono morti per youtube. Noi vo-

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gliamo la libertà fino alla vittoria". Torniamo sul piano locale. La saldatura fra la prorompente iniziativa soggettiva degli studenti medi con gli universitari ha fornito la dimensione generazionale di una composizione compiutamente precaria nei tempi e spazi di vita, nelle prospettive di esistenza e nel vissuto quotidiano. Non è un caso che la conflittualità espressa in tutta Italia con blocchi di autostrade, porti aereoporti strade e stazioni, abbia avuto il profilo cosciente dello sciopero dei precari nella sua forma contemporanea. Una battaglia, quella del mondo della formazione, capace di ottenere consenso nel far schierare, prendere posizione: di qua o di là. Bloccare i flussi di merci e l'ingranaggio produttivo delle moderne città, fare male alla controparte. Non sottrarsi allo scontro, guardare negli occhi il nemico. Vivere il sapere e la cultura come terreni non neutri, di battaglia. Il libro come arma, una ricerca collettiva, intelligente e ostinata, per rompere il quadro ed aprire un nuovo campo di possibilità. La capacità di costruire spazi politici aperti ed accoglienti per tante altre soggettività. La rabbia liberogena, la voglia di esistenza che non sia macchinica riproduzione e di riappropriazione dei beni comuni, la velocità

del muoversi liberi nelle metropoli come corpi collettivi, l'urgenza dell'obiettivo, l'espressione di antagonismo, l'inventarsi e praticare forme di agire e di contare veramente.. Tanti gli elementi caratterizzanti della mobilitazione che fanno pensare alla possibile aperture di nuove ondate di lotte. Concludendo su questo aspetto, da rimarcare la naturalezza con cui il movimento si sia espresso in autonomia. L'approfondirsi della crisi della rappresentanza e delle istituzioni (nella loro incapacità di formulare scenari in cui la crisi prodotta dalla voracità finanziaria non parli solo di tagli, riduzione dei diritti e del reddito) ha scavato nelle coscienze, quello che pare sempre più come un ancient régime è messo in discussione nella sua complessività. Emblematico in proposito uno degli slogan simbolo della mobilitazione: “Que se vayan todos!”. Le illusorie scorciatoie legalitariste, giustizialiste, grlline o da popolo viola sono scomparse con la velocità della luce, fortunatamente. Continuare sulla direzione del radicamento nei territori, l'importanza di imprimere nuove accelerazioni, la strada dell'incompatibilità, rimangono sicuramente elementi essenziali per costruire una continuità possibile. La difesa da

possibili recuperi istituzionali del conflitto e far risuonare quell'antica e bellissima frase degli wobblies di inzio '900, quel “Noi saremo tutto!” che indica la fierezza di una battaglia in uno spazio politico autonomo. Tuttavia è necessario evidenziare come, nella fluidità, incertezza e continua tensione del periodo che stiamo attraversando, le coordinate del mondo sociale sono sicuramente mutate nelle ultime settimane, o vanno quantomeno aggiornate. Nell'Italia degli ultimi mesi permangono due macroconflitti per evidenza. Senza scordare il terreno migrante, le lotte territoriali (da Terzigno alla Val Susa) e tutti gli altri conflitti che quotidianamente compongono la società, il mondo della formazione e quello del lavoro “fordista” sono quelli che più stanno informando lo scenario. La santa alleanza Marchionne-Gelmini parla del tentativo di imporre un rapporto di forza per uscire dalla crisi con un impoverimento generalizzato, austerità come nuovo ordine sociale, delega alla gestione della società al capitalismo sempre più parassitario e distruttivo. Per studenti e metalmeccanici c'è un obiettivo comune immediato: come non far passare sul campo il ddl Gelmini

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e il progetto Marchionne. A partire dalla loro recente “approvazione”, il sabotaggio della riforma e del piano della multinazionale Fiat-Chrysler si delinea come una tattica di “guerriglia” dentro e contro le fabbriche (del sapere e della produzione materiale). La necessità tuttavia è quella di guardare però oltre sé stessi, di inserirsi e costruire una più generale strategia. Bisogna “uscire” dalle università e dalle fabbriche verso l’insieme del rapporto sociale. Non riproposizioni di “studenti e operai uniti nella lotta”, né fare del tema dell'unità elemento ideologico o di strategie di gruppi politici, quanto osare mettere in luce la costruzione di un

soggetto nuovo, composito. Che lega insieme lavoro vivo materiale e immateriale, produzione e riproduzione, contrapposizione e creazione di autonomia. Che genera consenso non nonostante, ma grazie alla sua capacità di radicalità molteplice e incisiva. Creare e sviluppare percorsi ricompositivi nel terreno dell'antagonismo alla crisi. Sulle prospettive di breve-medio periodo la tappa dello sciopero convocato dalla Fiom e assunto da molte organizzazioni politiche e del sindacalismo di base, vedrà le sue possibilità di riuscita sull'elemento della generalizzazione e del rilancio.

Senza addentrarsi nelle miserie interne al dibattito della Cgil né commentare l'imbarazzante nuova segretaria Camusso, senza nemmeno prendere in considerazione lo schifo che proviene delle cricche istituzional-mafiose/mafiose-istituzionali nei palazzi (Opposizione? Dove?) lo sciopero generale e generalizzato rimane una delle direttive principali da perseguire. L'emergenza di questo soggetto sociale alla ricerca di nuove strade ricompositive, produttivo di una soggettivazione di classe, consapevole del proprio essere precario e urgente di trasformare, è la più bella novità con la quale affrontare questo 2011.

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pratiche di conflitto contro l'attacco Provare a ripercorrere in una cronaca le giornate di mobilitazione vissute da molti e molte di noi nello scorso mese non si può fare con un mero elenco di date corredate da brevi didascalie. Meglio avere un approccio che cerchi di esprimere i profondi legami, in un con-

testo di continua crescita qualitativa, tra la teoria espressa nelle assemblee e nei chiacchiericci vis à vis, e la pratica delle piazze e degli obiettivi. Il movimento si è subito dimostrato animato, in ultima istanza, da una rabbia profonda verso un futuro dove la

precarietà sarà il denominatore comune dell’esistenza di ognuno. E siccome la precarietà non è soltanto un fatto economico, siccome si aggira nei luoghi di lavoro classici come nelle scuole, siccome tocca i nostri affetti impedendoci di progettare un futuro, siccome limita la nostra crescita culturale sbarrandoci l’accesso ai saperi, la precarietà non si può identificare in un solo simbolo da attaccare. Se la precarietà si instilla nelle misure di enti politici tout court come il Comune e la Provincia , allora questi sono stati sanzionati a stretto giro di posta; se si basa su valori come il sessismo, l’obbedienza, la disciplina, allora sono stati toccati Motor Show e Questura; se è strettamente legata ad un sistema economico che tratta le merci meglio di chi è sfruttato nel produrle, allora si sono bloccate stazioni,strade ed autostrade, in altre città anche porti ed aeroporti; se si basa sul far diventare luoghi come licei ed università delle vere e proprie caserme, allora questi sono stati occupati. Se il sistema della precarietà e del ricatto è ovunque, lo sciopero e il blocco andavano messi in campo ovunque. L a messa in pratica di questo sciopero generale moderno, che aveva dato pro-

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co al futuro va di sé già nella Francia del blocco delle raffinerie e nella Spagna dello stop al traffico aereo, è il vero dato di cronaca che va fatto emergere nel restituire sulla carta le pratiche e lo svolgersi di questo inizio, si spera, di un nuovo percorso ininterrotto di lotte. Il tutto messo in pratica in maniera molto logica. Il tutto discusso in assemblee sempre molto ricche a livello di numeri e di discorso. Ogni volta che si andava nelle piazze, seguiva sempre o quasi un momento assembleare dove gli scarti in avanti si vedevano ad occhio nudo. Più si andava avanti, più si affinavano le tecniche e le controcapacità necessarie per sostenere i propri ideali e che si imparano soltanto nelle lotte. L’orizzonte temporale è stato determinante soprattutto in relazione alla capacità del movimento di non prendere alcun riferimento politico a difesa dei propri interessi. Questo ha permesso di spazzare via tutti i tentativi che personaggi come Bersani o Vendola, per non parlare di Fini in un primo momento, mettevano in campo per stemperare e risucchiare le lotte. Quando dai tetti si è scesi nelle piazze, chi faceva finta di appoggiare i precari nelle loro lotte si è disciolto nei privilegi delle proprie posizioni sociali.

L’indisponibilità al compromesso del movimento ha distrutto tutti i progetti di “spegnimento del fuoco” e rivelato a chi ne faceva parte che non c’era altra possibilità che l’attacco diretto all’economia e alla politica di questo sistema. Attacco violento sì, ma solo per il necessario contrasto alla quotidiana violenza che l’arco istituzionale dispiegava approvando una riforma chiaramente ignobile in un contesto dove l’austerità e l’ingordigia (vedi Polidori e il caso Cepu) si imponevano sull’esigenza di futuro delle migliaia di persone che si muovevano in tutta Italia. Per riprendere il discorso delle pratiche, si è dimostrata ottima la capacità di realizzarle in maniera che queste riuscissero a bucare il muro fondamentale del media mainstream; il tutto senza renderle compatibili ad una rappresentazione edulcorata, e sapendo

giocare anche sulla ricezione di queste da parte delle cittadinanza. Ciò evitando sia di ritrarsi nel proprio guscio senza sfruttare le possibilità di allargare il consenso alla lotta, ma anche di consegnarsi a chiunque pur di apparire. Su questo sicuramente grave errore, certamente da ammettere, è stato commesso da chi pensava che personaggi dal passato spregevole come Napolitano potesse di colpo trasformarsi in paladino dei movimenti sociali… Gli interventi sui palchi dei teatri si combinavano con i flash mob come con gli scontri, rendendo evidente che le persone che realizzavano l’una o l’altra pratica erano le stesse e quindi spegnendo in anticipo le dinamiche tra studenti buoni e studenti cattivi che si sono riproposte anche dopo la giornata romana del 14 e che anche in questo contesto sono poi state scardinate, poiché evidentemente false. La pratica delle occupazioni delle scuole e della Facoltà di Lettere(occupazioni da cui tutto è partito nella nostra città) ha saputo adattarsi alle esigenze attuali e a fare dei luoghi occupati dei fortini, dei

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punti di concentramento delle forze da sprigionare nelle piazze. Ancora una volta il ruolo dei social networks si è dimostrato cruciale nel riuscire ad essere collegati alle altre realtà nazionali e muoversi in maniera condivisa man mano che la mobilitazione mon-

tava, ma anche nel fare girare a livello cittadino gli appuntamenti di lotta e nel continuare a riflettere sull’andamento dei conflitti e sul come andare avanti. Tanto altro ci sarebbe ancora da dire, e molti altri ragionamenti si trovano nelle pagine di questo giornale. L’auspicio è

quello che da scrivere ce ne siamo molte altre di pagine… Sul portale www.univ -aut.org si trovano le cronache di tutte le giornate di mobilitazione ed altri spunti di riflessione sul portato di queste.

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Blogger e sindacalisti alla guida della rivolta Questo numero voleva essere originariamente dedicato solo all’analisi degli ultimi mesi di movimento italiani, e ad immaginare possibilità di rilancio delle lotte. Nessuna riflessione su che temi toccare nei vari articoli è stata utile però come osservare, stupiti ma felici, la determinazione mostrata da centinaia di migliaia di tunisine e tunisini nell’attaccare, fino a farlo cadere, il regime di Ben Ali (instaurato nel 1987 con la collaborazione dei servizi segreti italiani e francesi). Per questo, senza alcuna retorica, siamo complici e solidali con questa rivolta. Una rivolta sulla quale ancora molto ci sarà da scrivere, ma che ci da’ un’indicazione chiara: non esiste più una rivolta “del terzo mondo”, separata dalle condizioni che mettono noi, francesi,greci,spagnoli,inglesi in mobilitazione. I giovani tunisini lottano contro la stessa assenza di futuro che attanaglia tutti noi, non è una questione solo di pane o di zucchero.

popolo tunisino è frustrato nella propria ambizione di futuro, nella possibilità di avere una mobilità sociale, non è differente da noi anche se è sottoposto (era sottoposto) ad una forma diversa di regime politico. Il piano Marchionne, con il ricatto agli operai che era il referendum di Mirafiori e prima di Pomigliano, si gioca tutto sul fatto che l’ad Fiat minacci, ad ogni possibile cenno di conflitto operaio, la delocalizzazione degli impianti e del lavoro in Serbia,Polonia..Tunisia? Per questo che l’unione dei conflitti, la capacità di trovare i fili rossi che nella globalizzazione collegano tutte le lotte, è cruciale. Da ogni lotta abbiamo ormai da imparare, e tante specificità da analizzare. Dalla Tunisia sicuramente il ruolo nello sviluppo della mobilitazione avuto dall’uso delle sedi sindacali e dei social networks.

è necessario tradurre nella pratica cosa si possa imparare nel nostro contesto. Le occupazioni delle scuole e della facoltà non sono altro che la riproposizione di cosa voglia dire RIAPPROPRIAZIONE dei luoghi che ogni giorno attraversiamo, per farne dei fortini e dei punti in cui accumulare la forza da spingere poi contro i nostri nemici. Auspichiamo, senza crederci troppo, che anche i sindacati italiani meno legati alle istanze del potere spingano verso la direzione dell’apertura ai movimenti sociali e del conflitto. La messa in atto dello sciopero generale è irrinunciabile. Ma uno sciopero che sia moderno, che blocchi i flussi di produzione e circolazione del paese e ne metta in crisi la stabilità. Come appunto fatto in Tunisia.

Quel 25% di giovani facente parte del

Se per quanto riguarda la seconda strada siamo già a buon punto (e le mobilitazioni degli scorsi mesi ne sono la prova), per quanto riguarda la prima questione

In questo articolo Fulvio Massarelli, militante bolognese del Lab.Crash e membro della redazione del sito Infoaut.org, descrive sul Manifesto le peculiarità dell’insurrezione tunisina, soffermandosi appunto sui temi toccati in sede di questa introduzione. Buona lettura.

In Tunisia da quando il 17 dicembre Mohamed Bouazizi, laureato e disoccupato, si è dato fuoco a Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro del suo banchetto di frutta e verdura, la rivolta si è estesa nelle città e nei villaggi gov-

ernati con il pugno di ferro dello stato di polizia di Ben Ali, al potere da 23 anni. Anche nel paese magrebino, amico della Fortezza Europa, è la generazione in lotta contro la crisi, la precarietà e la povertà a funzionare

da prima leva sociale per far emergere la conflittualità latente nelle tante istanze di lotta dei territori: dalle miniere di Gafsa alle università, dai disoccupati di Sidi Bouzid agli operai del porto di Sfax. Studenti medi, universitari, diplomati

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e laureati disoccupati sono riusciti, con il proprio protagonismo e coraggio, a costruire e difendere uno spazio pubblico di lotta che oggi è attraversato da operai, professori degli istituti superiori, sindacalisti, avvocati, e territori sociali non più solo oggetto della crisi, della violenza e brutalità del regime dittatoriale, ma finalmente aperti ad una rivolta che giorno dopo giorno accumula forze godendo della partecipazione e simpatia della maggioranza della società. A supportare e a garantire lo sviluppo delle lotte e delle mobilitazioni c’è la connessione tra due spazi di organizzazione: le sedi sindacali e i social network, i blog. Le prime, fin dal primo giorno di sollevamento a Sidi Bouzid, si sono trasformate, grazie alla decisione dei giovani sindacalisti di base, in luoghi di convergenza dei saperi e delle capacità di lotta delle soggettività emergenti. Gli studenti e i laureati disoccupati hanno così trovato uno spazio accogliente dove connettere la possibilità dello sviluppo della rivolta alle capacità militanti maturate dai sindacalisti negli ultimi anni di lotte, e ai saperi di avvocati e professori degli istituti superiori che in gran numero hanno fin da subito scelto da che parte stare. Le sedi del sindacato sono divenuti quindi i luoghi delle assemblee durante i momenti di tregua tra un’iniziativa e un’altra, ma anche base e presidio sociale permanente da cui far partire i cortei in tutte le città della Tunisia. Il messaggio che gira ovunque per la rete è quello di andare davanti alle sedi del sindacato e attendere che il numero cresca per poi partire in corteo o realizzare l’iniziativa di protesta. I social network, invece, riescono a dare continuità alla comunicazione tra le località, diffondendo i contenuti della giornata di lotta

e gli appuntamenti delle mobilitazioni, e a denunciare la repressione del regime. L’apparato statale di Ben Ali già nel mese di dicembre aveva messo sotto sorveglianza l’intera rete tunisina. Dopo l’esplosione del «Cable Gate », WikiLeaks era stata oscurata e più in generale era stato inibito l’accesso a tutte le fonti d’informazione che avevano ripreso i cable contraddistinti da toni apertamente critici nei confronti del regime nord-africano, e che dall’inizio della rivolta sono divenuti i referenti della comunicazione in rete dei rivoltosi. Con l’acuirsi delle proteste di questi giorni la guerra in rete si è fatta immediatamente più intensa ed ha visto diverse impennate. Dal 30 dicembre le comunicazioni dei neti-

confronti di Mastercard, Visa, Paypal, Amazon che in seguito alle pressioni di Washington avevano di fatto contribuito al tentativo di isolamento internazionale di WikiLeaks. Attraverso un breve comunicato, il cui sapore è quello di una chiamata alle armi, è stata lanciata l’operazione Tunisia (#OpTunisia). Senza mezzi termini gli hacker dell’ormai nota organizzazione hanno mandato un aut-aut al regime di polizia di Cartagine: fino a quando continuerà il blackout mediale che sta rendendo impossibile una copertura giornalistica delle proteste tunisine, tutte le organizzazioni responsabili di tale censura saranno oggetto di attacchi informatici. E la promessa è statamantenuta: in

zen tunisini (la cui comunità Facebook è la più estesa di tutto il nord-africa) vengono ostacolate da un sofisticato sistema di censura, (nome in codice «Ammar») in grado di impedire la diffusione di foto, video, parole chiave (come l'hashtag #sidibouzid utilizzato su Twitter) ed altri aggiornamenti in tempo reale nel resto del pianeta. Nelle ultime ore però questo quadro è stato attraversato e scosso dall’iniziativa di Anonymous, l’organizzazione di hacktivisti che il mese scorso si era resa protagonista di attacchi su larga scala nei

poche ore sono stati resi irraggiungibili diversi siti governativi. Ma se a dicembre Anonymous si era «limitata» a mettere in atto dei DDOS(operazioni volte ad impedire l’accesso ad un sito convogliando verso di esso un grande carico di informazioni inmododa renderlo inaccessibile), gli attacchi di questi giorni hanno segnato un salto di qualità. Il sito web del primo ministro tunisino è stato defacciato: nella home page ha campeggiato per diverse ore un messaggio dove veniva ribadito che «Operazione Tunisia » sarebbe continu-

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ata per tutto il tempo necessario. O almeno fino a quando il governo di Tunisi non si deciderà a togliere la cappa censoria che avvolge il sistema di comunicazioni internet del paese. In ogni modo partire dal 30 dicembre, al blocco della rete di comunicazione internet tunisina ha fatto da contraltare un aumento dell’uso sociale e di massa di TOR, un sofisticatissimo sistema di navigazione anonima che

permette di aggirare le barriere tipiche della censura on-line, producendo un anonimato praticamente inattaccabile. L’intreccio virtuoso tra le pratiche di difesa e comunicazione nella rete con le sedi sindacali come base spontanea delle lotte sono un punto di forza della contrapposizione sociale al regime di Ben Ali e alla crisi economica che sta attraversando la Tunisia. Gli scioperi degli studenti medi e degli universitari, i cor-

tei autodifesi contro le provocazioni e le violenze dell’esercito e della polizia, gli avvocati e gli attivisti per i diritti umani hanno due importanti alleati in più, i blog e le sedi del sindacato, che sono emersi dalla composizione stessa di questa generazione decisa a non voler pagare più la crisi per Ben Ali e il sistema delle clientele del suo regime.

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ti conosco mascherin

Ti conosco mascherina. E’ la prima cosa che penso quando entrando al 38 occupato - Da quanto? saranno almeno tre settimane… - vedo un grande striscione con scritto Let’s Strike! Verso lo sciopero generale. Dove l’ho conosciuta quella maschera? Ma a lezione chiaramente! No, non era nel programma dell’università – troppo frenetico, sembra de sta in fabbrica! Troppi esami indietro mò come faccio coi miei? – e non me l’ha presentata il solito Barone polveroso che nell’era di internet si chiede ancora dove sia la lavagna luminosa – ma al gabbiotto c’è! assicurano – e il ghigno serpeggia incontrollato tra i banchi... Diciamo che si è presentata da sola, ha aperto la porta e aveva un megafono, non era l’unica, ma erano tante maschere tutte uguali, come lo siamo noi per i nostri datori di lavoro, per i nostri governanti, per gli sbirri, per la pubblicità, per il magnifico. Solo che non lo diamo a vedere… La maschera senza muovere la bocca dice che è ora di piantarla, che è ora di bloccare la normalità, che se continuiamo ad accettare questa routine, loro, i padroni

- de che? vecchia parola… ma cos’è Berlusconi? Un padrone? Un padrino? Un pappone? Non so non ha importanza ora.. - ci negheranno pezzo dopo pezzo il nostro futuro, dice che stiamo studiando in un’università che è già sfruttamento, è già precarietà – tutte ste lezioni obbligatorie! Per magnà in mensa devo aprì un mutuo e col tempo che me resta che faccio? Ah già vado a pagà na rata di affitto che manco a Montecarlo…con le dovute proporzioni tra me e Briatore s’intende.. – ci dice che gli operai della FIAT di Pomigliano hanno incrociato le braccia contro Marchionne e che forse la FIOM è uscita dal suo cinquantennale sarcofago e chiede addirittura il reddito di cittadinanza – Seee, sarà per i rifugiati politici cubani... No, no è per tutti e tutte ! Ma che dici? Ma va! No te lo dico è vero, li ho sentiti con le mie orecchie perché non credevo ai miei occhi! Incredibile Compà…-, mentre a Terzigno continua la lotta contro la discarica e in Val di Susa non si è fermata – Cosa? La rabbia di un territorio contro la TAV, naturalmente! – e infine conclude, sempre inespressiva e

con voce determinata, che adesso tocca a noi, al mondo della formazione, alle studentesse. La società ha bisogno di noi! Blocchiamo tutto, occupiamo tutto, rompiamo la normalità – Ma certo! La mia normalità è la “loro” normalità, quella in cui ci relegano per uscire indenni dalla crisi e per pascersi delle energie sprigionate dai nostri corpi e dalla nostra cooperazione – chiediamo alla CGIL – Ah già il 16 ottobre a Roma c’erano anche loro…di convocare un grande sciopero generale contro la crisi e il governo. Ma prima

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herina

voci dalla campagna let's strike tocca a noi studentesse e studenti , generazione precaria senza futuro, a dare inizio alle danze. A dire che siamo di fronte ad una classe politica che ha fallito. Che se ne devono andare via tutti! Que se vayan todos! Che la sinistra è complice di questa riforma – Sinistra? Ma quale?! - Un applauso chiude l’intervento, il prof fa una smorfia – E’ del PD sicuro… quello sta così col rettore…- e mi rimane in mano il volantino – Me lo leggo meglio a casa – adesso c’è il sermone del barone – Così non si fa! Sono antidemocratici! Se ne sono andati rifiutando di ascoltare le mie opinioni! – A prof… ma fanculizzati! Le conosciamo già le tue opinioni, avevi votato si all’aumento delle tasse l’anno scorso…Si eri proprio tu! Vergogna pure insieme a CL! -. Quelle maschere le ho viste tante altre volte – alla fine a lezione c’andavo volentieri perché sapevo che l’avrebbero interrotta! Poi ho cominciato a stare a casa…vabbè mi sono riposata prima della lotta no? Che c’avete? Ma pensa ai fattacci tuoi che sarai al secondo anno fuori corso! No? Sei na matricola? Ah! T’hanno bocciato agli OFA? Destino crudele, fatale fu il cazzeggio estivo eh? Conosco qualcun’altro che ha subito questa inc…ehm…incredibile sfiga, faceva Scienze Politiche. Devi incazzarti, non se ne può più -. Insomma, dicevo, quelle maschere le ho viste tante altre volte – Ma quante sono? E poi parlano ognuna a modo suo, questo mi sembra sardo mah… - le ho viste in mensa – Ma magnà senza pagà se può? Ah ok è un esproprio…mmm troppo letstraikkoso! - le ho viste in giro per la zona universitaria, sono andate all’uffico stage e tirocini – Si proprio all’angolo con via Zamboni, li ho visti mentre uscivo dal 36 con

un caffè (35 centesimi…ma che è? Crema d’Arabia?), han fatto un casino! – dicevano che nell’università di Bologna c’è lavoro nero legalizzato! I Ricercatori tengono corsi e fanno esami senza essere pagati, l’unico loro speranza è che muoia un vegliardo e che uno meno vegliardo – ma comunque abbastanza vegliardo – li coopti a sé inserendoli nel magico mondo del lavoro salariato, panacea di tutti mali – Ma che? So leggende...so storiacce…- e che vengono fatti, anche ai danni degli studenti, degli stage non pagati! - Facile io lavoro, tu non mi paghi. Un bel risparmio direi! E si fa anche prima che rapire gente sulle coste della Guinea e dell’Angola -. Sono andati pure all’ERGO, l’ente per il diritto allo studio – strano che Calderoli non l’abbia soppresso…questo si che è un ente inutile! Che fa? Che aiuta? Boh, il mio sesto senso mi sconsiglia di fare questa domanda in uno studentato se ci tengo davvero alla mia salute…- e han detto che il diritto allo studio è morto, che c’è bisogno di un nuovo welfare modellato sulle nostre figure precarie, che c’è bisogno di politiche nuove sulla casa, sui trasporti, sulle mense. Reddito diretto e indiretto. Reddito per tutt*. In verità non li ho visti questa volta…ma l’ho letto su univ-aut.org! – è un sito che mi ha consigliato un muro… te lo giuro un muro! - Le maschere sono anche lì! E mò basta son due settimane che sono sempre in giro in piazza Verdi e per le facoltà: maschere dappertutto – quello è sardo sicuro comunque…- l’altro giorno parlavo con delle amiche e anche loro credono che è il momento di fare qualcosa, che se in Europa c’è tutto sto casino anche in Italia dobbiamo fare qualcosa! - Vabbè che c’abbiamo il papa, ma non siamo proprio così sfigati! Che se ne

tornasse ad Avignone comunque…non se ne sentirebbe la mancanza! – e poi hanno srotolato degli striscioni dalle finestre del Comune mi sembra. E Ascanio Celestini gli ha fatto pure aprire un suo spettacolo al teatro Duse! - bravo Ascanio..l’avevo sentito a Venaus contro la TAV..- E quello striscione immenso calato in piazza Maggiore? Ma come hanno fatto? Boh…su quell’impalcatura non ci si sale così agevolmente…. Alla fine c’è stata la grande assemblea, le maschere non c’erano più, c’eravamo noi, eravamo tantissimi, eravamo incazzati. Abbiamo occupato. E quando mi sono girata e ho guardato quel corteo che si snodava lunghissimo per l’autostrada ho pensato che lo sciopero metropolitano moderno lo stavamo praticando tutti e tutte insieme, bloccando tutto, bloccando le città, bloccando la circolazione dei soldi! Noi, la Bologna che mi piace, la Bologna che ho imparato a scoprire. La Bologna che mi hanno indicato gli studenti delle superiori. E quando siamo arrivati in stazione abbiamo gettato finalmente la maschera perché eravamo noi con i nostri bisogni e desideri, le nostre paure, i nostri sogni. Abbiamo buttato la maschera e ci siamo riappropriati di noi stessi, di quello che ci tolgono quotidianamente: la nostra identità. Senza paura abbiamo cercato di sfondare quei cordoni di sbirri, con le nostre facce e le nostre speranze. Let’s strike era cominciato davvero.

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38 OCCUPATO:

FACOLTA’ DI R-ESISTERE! Può sembrare impresa ardua condensare in poco più di mezza pagina tutte le esperienze, le emozioni, le gioie e le fatiche di un mese intero di occupazione iniziato il 23 novembre e conclusosi sotto Natale. Tuttavia la capacità di sintesi è forse stata la principale qualità di questo luogo fisico, strappato alla Facoltà di Lettere e Filosofia, e riannodato tra i fili della mobilitazione cittadina, precaria e studentesca contro la riforma dell’università e contro il nostro fottuto governo. Sintesi delle varie lotte, dagli studenti medi ai ricercatori, dai precari della scuola ai genitori delle elementari, agli operai in lotta fino ad arrivare ai movimenti in difesa dei beni comuni. Un’occupazione all’altezza del 2010 e della situazione di tensione europea in cui il riappropriarsi da parte degli studenti universitari di questo spazio pubblico ha voluto dire subito rilancio e organizzazione delle lotte nella consapevolezza che solo sul terreno della piazza si poteva fare davvero male ai nostri nemici. Que se vayan todos! È stato pensato, dibattuto e sviscerato dentro le tantissime assemblee d’ateneo e confronti cittadini all’interno del 38, ma è sull’autostrada occupata, negli scontri davanti alla stazione protetta dai cordoni di polizia, nell’assalto al comune, nei vari flash-mob, nelle cariche all’ingresso del motor show che è stato raccontato e reso realtà, reso alternativa al grigiore dell’esistente. Questo scorcio di mobilitazione, che ha visto le sue prime

grandi tappe nazionali il 30 novembre col blocco della circolazione ferroviaria e autostradale in tutta Italia e il 14 dicembre a Roma nel fuoco di Piazza del Popolo, ci consegna il dato qualitativamente elevato di Facoltà occupate in grado di fungere da fortini e punti d’appoggio all’interno del tessuto cittadino di una lotta che per forza di cose si sviluppa tra le pieghe della metropoli, imprevedibile, veloce e accelerata come i nostri cortei ci hanno spesso abituato. Una base da cui uscire per riportare in piazza tutta la nostra forza d’urto e la nostra rabbia per un futuro che non c’è, ma anche approdo finale di quasi tutte le manifestazioni: contenitore ed elaboratore dei percorsi di lotta che andavano sviluppandosi. Certo, un fortino accogliente e creativo dove tra un dibattito e l’altro, tra presentazioni di libri e proiezioni di video, serate di autofinanziamento e momenti di socialità si sperimentava un altro modo di stare nelle facoltà e di attraversare l’università. Ma questo movimento guarda in faccia il nemico dall’alto dei monumenti e dai cavalcavia autostradali! La vera scommessa non è limitarsi a liberare una facoltà, ma una generazione intera! Bloccare la normalità di una facoltà per bloccare la crisi! Vogliamo tutto e questo è solo l’inizio…

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scipol..lab: uno sguardo sui conflitti globali Il 25 novembre scorso il nascente SciPolLab ha iniziato a mettere in pratica quella che è la sua “missione” politica: ovvero costruire iniziative nella Facoltà di Scienze Politiche, dove discutere e mettere a critica quegli sconvolgimenti internazionali politici ed economici quotidiani che forgiano i contesti dove a livello di movimento e non ci troviamo ogni giorno. Le politiche di austerity dovute alla crisi del 2007-2008 in America, ricadendo in Europa e in Italia sotto forma di tagli indiscriminati, attacco ai diritti e trasferimento di risorse verso i poteri forti come le banche e le grandi imprese( che della crisi erano direttamente responsabili) sono state determinanti per l’affacciarsi dei movimenti di questi ultimi ormai 3 anni contro il ddl Gelmini e la precarietà; così come l’analisi della rivolta greca ha

fornito spunti ai futuri movimenti dei paesi che si sarebbero trovati nelle stesse situazioni di forti dissesti finanziari il cui peso andava scaricato sulle classi a reddito più basso. Il Laboratorio analizzerà i conflitti che si muovono a livello internazionale (ad esempio quelli che agitano le fabbriche cinesi o indiane, o che si ripropongono fortemente in America ed Europa sull’onda della povertà sempre più estesa) per capire quali ripercussioni abbiano sulla nostra capacità di creare azione politica capace di mettere in discussione questo assetto sociale che ogni giorno ci attacca e ci impoverisce sempre di più. Dopo l’iniziativa sugli Usa, riteniamo importante oggi come oggi analizzare l’esperienza e il futuro cinese e indiano, soprattutto in ciò che riguarda le lotte dei lavoratori e degli studenti ( ma il

confine è sempre molto labile) che si adoperano nella fabbrica del mondo. Ma anche ragionare, in riferimento ad una spiegazione più approfondita di quel “Que se vayan todos!” che è stato lo slogan principale delle mobilitazioni più recenti, su quella che era stata la crisi argentina. Una crisi che fu la prima del neoliberismo a far fallire uno stato nazione ma anche la prima a rivelare, con le esperienze della gestione operaia degli stabilimenti, le mobilitazioni dei piqueteros e l’adozione di un reale contropotere nei territori, le possibilità di un’uscità diversa, solidale e egualitaria dalle crisi che ciclicamente il nostro sistema in rovina riproduce e ci scarica addosso. Sci.Pol.Lab. Laboratorio Scienze Politiche

IL MeRCATO,IL CONTROLLO E LE NUOVE STAGIONI DI LOTTA IL 2010 è stato un anno fondamentale per la storia del nostro tempo: le ricadute della crisi economica,gli scandali nazionali (bunga bunga) e internazionali (wiki leaks),i tentativi di disciplinamento plebiscitario sui diritti dei lavoratori come a Pomigliano e oggi a Mirafiori;ma è anche stato l'anno della freedom flottilla,delle rivolte di terzigno,dei cortei e delle occupazioni di studenti,del 14 dicembre a Roma... Questa attualità politica ci consegna in bella mostra i protagonisti del nostro tempo,il loro confliggere e il modo in cui producono la realtà che ci viviamo:

i perche' di una riflessione

le politiche e le ristrutturazioni del capitale globale,il controllo formale e informale delle istituzioni statali e non,l'antagonismo sociale E' a partire da questo punto di vista che da anni il laboratorio di autoformazione a giurisprudenza ha cambiato il modo di attraversare la nostra facoltà:studenti,ricercatori e docenti creano percorsi formativi nuovi e autogestiti a partire dal bisogno di sapere che la quotidianità ci consegna, al di là dei piani di studio di una università in

crisi capace solo di formare personalità e visioni del mondo precarie e incapaci di incidere sulla nostra realtà. Riprenderemo dunque da questi temi il nostro lavoro di osservatorio sul reale che,attraverso 4 incontri orizzontali,quest'anno con il riconoscimento formale di 2 crediti formativi,l'intreccio di dibattito,cinema e socialità sperimenta linguaggi,spazi momenti liberati per cambiare lo stato di cose presenti

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EROE DI CARTA E LA PAURA DEL FUOCO.

Della semplificazione ed altre storture.

Nell’inferno chiamato Gomorra fu Pasquale a salvarlo: “non un angelo custode che salva il suo protetto, ma piuttosto due topi che percorrono la stessa fogna e si tirano per la coda. Pasquale mi guardò con la severità di un padre che tutto aveva previsto.” Questa è la versione post-moderna di un Virgilio, guida e salvezza del non più Dante ma del narratore Saviano: un Virgilio on the road, camionista inaspettato nella selva oscura dell’hinterland napoletano. Tutti sappiamo come ogni cosa sia possibile nelle terre infernali, anche che i topi si tirino per la coda percorrendo le fogne. Capiterà poi di “passeggiare in frammenti di polvere”, imbattersi in “motorini che ti sbirciano anche l’anima”, come pure di svegliarsi con l’imbarazzo di una “penzolante erezione non voluta”. Non volendo indagare su quali leggi fisiche permettano che un membro in erezione risulti penzolante, c’è da chiedersi, così come fatto da Alessandro Dal Lago nel suo saggio “Eroi di carta”, se queste immagini e molte altre del romanzo Gomorra di Roberto Saviano siano semplice espressione di sciatteria. Tanto più all’interno di una narrazione che si prefigge finalità di inchiesta e svelamento di verità fattuale. Le immagini retoriche sopra indicate sono tutte accomunate dall’eliminazione del termine medio di comparazione in nome di economia linguistica e di stravolgimento dell’orizzonte emotivo del lettore. Risultato: il romanzo che dovrebbe parlare di realtà scrupolosamente documentata diviene realtà romanzesca senza alcuna documentazione. Tale riduzione di basso profilo a livello retoricolinguistico si esprime anche nell’analisi di contenuto che Saviano propone della propria rivelazione sui rapporti fra camorra ed economia globale. Etichettare il capitalismo globale quale crimine in quanto colonizzato dalle mafie significa ridurre tutto ad una questione di Male assoluto; come nella retorica, anche qui manca un termine medio di

comparazione. “Dove compare il Male sento aria di distrazione di massa” dice Dal Lago. E qui bisogna dirlo: un paio di secoli di razionalismo ha insegnato che la comprensione dei meccanismi di dominio passa dalle parte di Marx e Foucault. E quando la comparazione si accompagna alla realtà romanzesca della semplificazione in questa ossessiva ottica di scrittore anti-camorra, avanzano originali teorie su qualsiasi accadimento di attualità, come nel caso delle banlieue: “La periferia in realtà è la città non ancora realizzata. E poi la loro produzione è quasi sempre criminale. La differenza abissale fra Secondigliano e Saint Denis è che non c’è ancora un’infrastruttura imprenditoriale organizzata in Francia […] le banlieue non hanno prodotto una mafia capace di fare un salto di qualità. Ma credo che avverrà. Oggi ad esempio tutte le minoranze magrebine sono comandate dalla mafia turca”. Verrebbe da chiedersi cosa ne pensino all’interno delle banlieue di questa loro presunta affiliazione alla mafia turca. Non colpito da questo Male pare invece essere lo stato israeliano, che vede nella città di Tel Aviv, rifacendosi all’intervento tenuto da Saviano durante la giornata “amici di israele”, una città pacifica e multiculturale, colpita soltanto da una larga e diffusa omofobia, nulla di più. Semplificando qui, riducendo là, può succedere di dimenticare “una” striscia di Gaza: dove il Male c’è, meglio ridurre,

tanto per abitudine. Tornando in Italia, ecco quali furono le parole di Saviano sugli scontri di piazza Navona durante le mobilitazioni dell’Onda: “penso ad esempio agli scontri a piazza Navona che mi sono sembrati un po’ vecchi. Insomma riguardavano più i loro genitori che loro. Mi è sembrato un po’ ridicolo quello scontro perché mentre loro si picchiavano e si lanciavano sedie e tavolini di bar, pochi giorni dopo uscì la notizia che quei bar erano in mano alla ‘ndrangeta”. Si ricorda, a chi non ne avesse memoria, che gli scontri di piazza Navona seguirono ad una aggressione da parte di gruppi fascisti nei confronti degli studenti dell’Onda. Secondo Saviano, risulta socialmente più utile occuparsi dei gestori dei bar di piazza Navona piuttosto che gli studenti si occupino della riforma che investe il loro futuro, rispondendo a provocazioni di stampo fascista. Ma d’altronde si sa: occuparsi del proprio futuro e portare in piazza la propria rabbia è cosa da “imbecilli”. L’eroe di carta ha paura del fuoco di quelle piazze, o meglio, ha paura di una cultura che di per se stessa, in quanto movimento, parla di distruzione dello stato esistente delle cose. Chi di semplificazione colpisce, di semplificazione perisce. Laboratorio Are(A)zione

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Tutto in un giorno

sono le tre di mattina e fuori fa un freddo cane , mi tocca mettermi il doppio calzino, recuperare la maglia con il cappuccio sotto il divano e trovare il casco del motorino (che non posseggo e non ho mai posseduto) dentro l’armadio … già perché io il casco lo uso per difendermi , ho il terrore delle moto. scusate non mi sono presentato: sono un ragazzo di 24 anni, studio farmacia a bologna e sono incensurato, non posseggo e non ho mai posseduto, oltre al motorino, nessuna tessera di partito né ho mai fatto parte di alcun centro sociale o collettivo studentesco, semplicemente

rappresento me stesso. Siamo al 14 dicembre 2010 ed è una data molto importante per il popolo italiano, infatti quest’oggi verrà votata la fiducia verso il nostro presidente del consiglio; nel caso la ottenga domani il ddl gelmini passerà al senato, in caso contrario ci sarà un governo di transizione fino alle prossime elezioni. Sono quasi due mesi che la votazione del ddl gelmini viene fatta slittare a causa degli scioperi e occupazioni che ormai vedono protagonisti la stragrande maggioranza degli atenei della bella italia io a roma sto andando a manifestare il mio dissenso nei confronti dell’attuale governo, insieme ad altre centinaia di migliaia di persone. Sono le quattro di mattina e aspetto che venga urlato il mio nome al megafono e mi dicano su quale dei dieci autobus devo salire per sbrinarmi un po’. Autobus numero tre quello bianco, salgo su e i limoni che ho in tasca,a contatto con il calore, sprigionano un odore che mi ricorda quasi l’estate, poi guardo fuori dal finestrino e vedo un mucchio di neve sporca al lato del marciapiede … devo riaddormentarmi, sarà una giornata molto lunga. Non sono le undici e il corteo è pronto a partire dalla sapienza, per strada incontreremo altri cortei che poggeranno le mani sulle nostre spalle e ci accompagneranno nel nostro cammino. siamo tanti, tantissimi..non c’è possibilità di stare alla testa e riuscire a vederne la coda. Avanti a tutti ci sono i digossini e i giornalisti, tantissimi pure loro, e poi in testa al corteo ci sono gli studenti, con i loro libri di gommapiuma e i caschi legati ai passanti dei jeans, e dopo ancora c’è la fiom, ci sono i precari, i terremotati dell’Aquila, gli abitanti di terzigno, i sindacati e tanta tanta altra gente. All’ora di pranzo Berlusconi ottiene la fiducia al senato e pochi minuti dopo faccio conoscenza con il mio primo lacrimogeno. Sono dietro i book block chiusi a testuggine e vedo i lacrimogeni volare sopra la mia testa, alcuni anche ad altezza uomo; sulle nostre teste ronza un elicottero e le sirene delle camionette blindate sembra che urlino con le mani ad imbuto e gli occhi chiusi per lo sforzo. Vola di tutto, giuro di aver visto anche una trousse con tanto di trucchi e specchietto. Ho la faccia intrisa di limone e lacrime, e riesco a sentire la rabbia di ogni singolo studente che mi è vicino.

Il tutto durò parecchie decine di minuti ma lo sfondamento non riuscì e il corteo riprese verso piazza del popolo. Non passano neanche due ore che arriva la notizia della fiducia a Berlusconi con soli tre voti di scarto, stiamo percorrendo il lungo tevere e ad un certo punto cala un silenzio che non lascia presagire nulla di buono. l’accensione di qualche fumogeno attira lo sciame di fotografi e lentamente il corteo inizia a trasformarsi. Alcuni raccolgono ciò che trovano per strada: san pietrini, sedie e cartelli stradali, altri irrompono in un cantiere e portan via tubi innocenti, assi di legno, martelli e mazze di picconi; vengono incendiate alcune auto di grossa cilindrata e già da un pezzo la gente aveva cominciato a slacciare i caschi dai jeans. Ormai da un ora nessuno parla più al megafono, a spezzare il silenzio ci pensano i sordi boati delle bombe carta, è quasi impossibile capirne la provenienza, il corteo si sta spandendo a macchia d’olio in ogni dove…e in lontananza vedo sbucare piazza del popolo. Ad aspettarci un camion con delle casse che passavano musica (forse nella speranza di festeggiare un eventuale sconfitta del governo, non so), il tizio al microfono propone di fare una specie di assemblea lì in piazza, così da poter parlare di quanto fosse successo e di cosa fare e come farlo. Ricordo solo che gli urlarono di star zitto e mi ritrovai a correre su per via del corso, apparentemente vuota. Davanti a noi un camion della nettezza urbana fa da scudo a due camionette della guardia di finanza, qualcuno gridò “è una trappola!”, poi partirono i lacrimogeni e in quel momento la situazione degenerò. vi dico solo che il camion che prima metteva musica ormai ripeteva a cadenza fissa la stessa frase “serve un dottore sotto il palco, un ambulanza presto!”. Sono le sei del pomeriggio e la manifestazione si è ufficialmente conclusa, la polizia è riuscita chissà come a disperderci tutti, ma piazza del popolo brucia ancora sotto le colonne di fumo nero che sprigiona. Inizia il lento ritorno verso la sapienza, a teste basse e gambe pesanti; metto la mano in tasca e ci trovo mezzo limone, realizzo in quel preciso istante di non aver mangiato nulla in tutta la giornata. Davanti a me due cassonetti in fiamme ed un cartello dove c’è scritto “un altro mondo”, mi abbasso..click…sarà l’ultima foto di una delle giornate più belle della mia vita.

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The future is unwritten. Le parole di Joe Strummer sono riecheggiate più volte per le strade di Roma, tanto da confondersi tra le sirene e il crepitio dei fuochi. A fare da sottofondo le note di London Calling. Roma ha risposto a quella chiamata, in maniera precisa e impeccabile. Una pezzo di futuro si può dire si sia iniziato a scrivere. Ci piace pensarlo come un prologo. Un'introduzione scritta in grassetto. Parole che suonano sullo sfondo un'insorgenza di massa. Frasi marcate da una generazione composta da migliaia di giovani che dall'interno della fortezza Europa e oltre, da una sponda del mare all'altro, dall'Atlantico al Meditarreneo, sono riusciti con rabbia ad opporsi ad una crisi sociale sempre più opprimente, e a gridare con forza, da Londra a Tunisi con tappa obbligata a Roma: "Que se vayan todos!" C'è come ogni volta chi mettendosi in gioco dal basso, la storia la fà. E c'è chi cerca spesso, dai piani alti, di riscriverla. Sul 14 dicembre sono stati molteplici i piani di narrazione. Qualcuno ha tentato di ricondurre il tutto ad un problema di ordine pubblico. Qualcun'altro ha provato la solita retorica della pacificazione. Tanti sono stati invece quelli che piuttosto che cogliere l'attualità del momento, hanno preferito riscreverla secondo direzioni che provano a farci tornare indietro nel passato. Si potrebbe tranquillamente chiamarla una ri-lettura

Il futuro non e' stato anc "a gambero". ora scritt Ci ha provato per prima "la ma che o Repubblica" riportando in auge termini come "inflitrati, intelligence e fonti investigative" che sembrano volerci ricordare i film di James Bond e del controspionaggio da guerra fredda, piuttosto di voler leggere quello che è stato la giornata romana e la crisi sociale che tutti stiamo vivendo. Ci ha provato più frettolasemamente, Saviano, icona e pop star della cultura, viso buono e rassicurante della TV, che condannando le violenze sembrava voler emulare la polemica pasoliniana del '68 dopola rivolta di Valle Giulia. Eppure dovrebbe riconoscere quel senso diffuso di esasperazione che si trasforma in rivolta, lo stesso che è scattatato nei suoi "conterranei" a Terzigno. Per lui erano solo "un centinaio di imbecilli". Il vetro offuscato dell'autoblu sulla quale viaggia sembra avergli causato qualche problema alla vista. Consigliati un paio di occhiali nuovi per la vista, magari migliorerà anche la sua capacità di leggere la società. Ci prova anche Maurizio Gasparri, uno dei principali esponenti del nuovo stile narrativo "a gambero". Lui addirittura sbaglia la data nel rievocare gli arresti preventivi e il teorema del 7 aprile. Era il 1979, un anno in più di quello detto da Gasparri. Ancora più indietro. Ci piace immaginare che il suo non fosse un lapsus,

fosse una pura innovazione stilistica, da avanguardista della reazione come lui è. Per ultimo "mette la firma" il Presidente della Repubblica. Da "difensore della democrazia" ha impresso il suo nome su tutte le leggi vergogna del governo, dal Lodo Alfano ai pacchetti sicurezza. Con penna alla mano non ha avuto anche questa volta nessun problema a riscrivere la giornata del 14 dicembre. Il Presidente dalla firma facile riesce pure ad arrabbiarsi con Lula, non per l'estradizione Battisti in sè, ma semplicemente perchè non aveva firmato e così sparge l'inchiostro anche sull'approvazione del decreto Gelmini, finendo per deludere quegli ingenui studenti, che influenzati dall'atmosfera natalizia di quei giorni e vedendo qualche capello bianco tra la stempiatura, lo credevano Babbo Natale. Come scriveva Sepulveda in una lettera al "vero" Babbo Natale, ci piace credere e riconoscere che dietro quel capello e barba bianca, ci sia un vecchio filosofo tedesco, che dopo Roma, Atene, Londra e Tunisi ha ogni giorno sempre giù ragione. Lo stesso filosofo acutamente notava che "la storia è radicale e attraversa parecchie fasi quando vuole seppellire una vecchia forma sociale". Il 14 dicembre è solo l'inizio, il resto è tutto ancora da scrivere...

Bollettino di Guerriglia urbana: "Lettera semiseria da una città in agonia" "Fate silenzio.Fate tacere le radio e le tivù.Azzerate il volume.Non devono più parlare per noi. I giochi sono chiusi anche stavolta.C'è ben poco da fare ormai. Con il punk ci parve che qualcosa di nuovo si poteva fare, e distruggere soprattutto.I tentativi ci sono stati, ma alla fine i pochi coraggiosi hanno preferito imboccare strade più anonime e meno controllabili. Ora, invece, una gran massa di idioti che giocano alla guerra tra di loro ed i gior-

nalisti divertiti (s)parlano scrivendo kilometri di oscenità sui kids. Compromessi, ingenuità, idiozia...una volta si urlava ultraincazzati "no future", ora tristemente il futuro c'è, è la discoteca rock del venerdì-sabato sera, ci si ritrova tutti lì, annoiati e sconvolti, in preda agli sconquassi del coca e rum, con tanta brama di farsi notare la spilletta o la tshirt nuova(svuotata del residuo contenuto) e di ballare. Ovviamente il rock nostrano in questi club è totalmente ig-

norato, come se Faust'o facesse pallosissima musica classica, gli Area hard-rock capelluto , i Diaframma polka e liscio.e i Nabat dance pop alla Lady Gaga . Oggi tirano gli isterismi da fattone patinato e mainstream di Pete Doherty e il ciuffo danzereccio dei "escono come funghi" gruppi indie-rock. La guerra è appena iniziata e VOI l'avete già persa. That's all folks, da una città in agonia.

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ORIZZONTALI 1-Il luogo simbolo della rivolta del movimento a Roma 16- Ne abbiamo abbastanza di quelle della scuola!17- Sistema economico chiuso senza rapporti con l’estero 19- Sono dispari nel filo. 20- Prima di Fastidios 21Le consonanti del peso 22- L’Olanda sulla targhe 23Cancrenosa presenza all’interno delle facoltà la cui supina adorazione delle gerarchie ecclesiastiche è pari solo a quella che prova per i processi di distruzione dell’università pubblica. 27- Disordinato, confusionario 30- Lo è un movimento politico moderno e conflittuale 33- Nome maschile 34- Il topo della Senna 35Spesso è “di marcia” 37- Irritazione della pelle spesso dovuta a problemi alimentari 41- Enna 42- Un pizzico di… eccesso! 43- Editrice giochi 45- Quasi tutte le ciambelle ce l’hanno 46- Vento caldo che spira dal sud del Mediterraneo 48- Abbreviazione telefonica 50- Il capitello dell’architettura greca classica con le foglie d’acanto 54Il partito reazionario nato dalla svolta di Fiuggi per iniziativa dello spregevole Fini (sigla) 55- La moglie di Garibaldi 57Non pochi operai credono che sia meg-

lio sostituirle con la lotta! 60- Scimmia del Borneo appartenente alla famiglia dei pongidi 62- Multa senza le pari 63Ancona 64- Sondrio 66- Prima di “cercasi” negli annunci economici 67- Il “se” di Shakespeare 68- Una figura delle carte 69- Stimoli, tentativi VERTICALI 1- L’unica prospettiva di vita che ci consegnano governo e padroni 2- Sono uguali nei climi 3- Intenso legame inter-

pasto sostanzioso 18- Tupac Amaru è stato l’ultimo 20- Fiume francese 24- La compagnia nazionale di assicurazioni 25- Marca di elettrodomestici 26- Le gemelle dell’anno 27- Lo sono stati i Savoia per l’Italia 28- I cartoni animati americani 29- Imperia 31- Nome attuale dell’ex Guiana olandese 32- Tu in francese 36- Il protagonista di Matrix 38- Simbolo chimico del Rubidio 39Uccelli dal grosso becco 40- Il maltese

personale 4- E’ magica quella da cui capitan Del Piero (Alex10) tira le sue formidabili punizioni… 5- Zero con…zero vocali! 6- Lo è il liquido che circonda il feto 7- L’inizio del degrado 8- Etnia dell’asia sud-orientale 9- Secrezione, essudato dovuto ad una infiammazione purulenta 10- Off-Topic 11- Che se ne tornasse ad Avignone! 12- Quello marsicano è una specie protetta 13- Lecco 14- Tipica esclamazione 15- Lo è un

più famoso 42- Il nome di Hemingway 44- Squadra di calcio il cui simbolo è il grifone 47- Non è ben accetto in Val di Susa 49- Il vecchio conio 51- InfraRosso 52- Zona a traffico limitato 53- La fine del Krakatoa 56- Taranto 58- Uno dei principali concetti della filosofia cinese 59- Fiume dell’Austria 61- La sigla del grande fratello 65- Sottogenere musicale del Punk-Rock

Hanno creato questo numero: cua bo (cua_bo@inventati.org fb: cua bologna) giglio grande felice mata chiara gregoris alessandro tricarico

per informazioni o per collaborare con noi scrivi a: anomalia_bo@libero.it 23 anomalia anno2 numero2.indd 23

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Anomalia Anno 2 N°2