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Il filo rosso della memoria: un incontro con Marcello Martini e Muzikobando In occasione della Giornata della Memoria, le classi 3B e 3E della scuola media “G. Gatti” di Fiorenzuola d’Arda, si sono recate al teatro Verdi per uno spettacolo particolare, fatto di tanta musica e di una storia importante: quella di Marcello Martini, deportato e sopravvissuto ai campi

di

sterminio

nazisti.

In

una

video-intervista,

Martini

ha

raccontato ai ragazzi la sua esperienza, con l’accompagnamento dei musicisti di Muzikobando i quali, tramite musica popolare ebraica, armena, brani strumentali e canzoni in lingua Yiddish, hanno aiutato gli alunni nella riflessione.


Le

classi

hanno

cooperato

in

un

laboratorio a classi aperte parallele, organizzato dalle docenti di Lettere A.R. Fiorentini ed E. Battini, con la collaborazione dell’insegnante di Arte e

Immagine B. Maggi, per realizzare il seguente

racconto

a

fumetti.

Seguendo il filo della memoria, ovvero,

in

parallelo,

la

storia

di

Marcello

dall’infanzia sino ad oggi ed i brani musicali, gli alunni hanno disegnato gli

snodi

principali

dell’esistenza

Martini.

di


Suggerimenti di lettura del fumetto

Le vignette raffigurano la vicenda di Martini a partire da una video-intervista, per questo si raggruppano perlopiù in momenti cruciali (la cattura, la partenza, l'arrivo...) o in macro-tematiche (l'amicizia, i ricordi, i suoni e gli odori, la musica...). Alcune di esse sono accompagnate da una didascalia esplicativa. Anche l'uso dei colori non è casuale: il bianco e nero accompagna i momenti del passato, mentre il colore segna il presente. Alcuni particolari della memoria sono però colorati, perché indicano ciò che i ragazzi hanno giudicato più significativo.


MUZIKOBANDO

(dall’esperanto:

«gruppo

musicale») è un insieme di artisti volti alla riscoperta di una tradizione musicale molto vasta,

che

unisce

apparentemente articolato L'ensemble

generi

lontani,

nella

in

forma

propone

diversi un

ed

percorso

del

viaggio.

musica

popolare

ebraica, armena, brani strumentali e canzoni in lingua Yiddish, tramite il dialogo di alcuni strumenti ad arco (violino e viola) con voce e fisarmonica. Nello specifico di questo spettacolo, hanno eseguito brani di musica

popolare strumentale ebraica («klezmer»): le melodie dolci e suadenti, unite ai suoni taglienti e gutturali, hanno trasmesso al pubblico la consapevolezza del destino di

sradicamento, di annientamento e di dolore del popolo ebraico.

«Per riflettere vi proponiamo una storia, e per sorridere la musica…»


Valentina Soncini - Voce e Viola Gian Andrea Guerra - Violino Massimo Lamberti - Chitarra

Bruno Orlandi - Fisarmonica Fabio Crespiatico – Contrabbasso


Segui il filo rosso della memoria… «Ricordare non è recuperare qualcosa dal bagaglio della memoria, ma è celebrare con gesti qualcosa del passato»


VIDEO-INTERVISTA A MARCELLO MARTINI


Biografia di Marcello Martini Marcello Martini nasce a Prato il 6 febbraio 1930, ultimo dei tre figli di Mario e Milena Dami, e cresce in una famiglia di provata fede repubblicana e antifascista. E’ catturato a Montemurlo il 9 giugno 1944, dove la famiglia era sfollata, in seguito alla scoperta dell’ emittente clandestina di Firenze Radio Cora, con cui il padre Mario, entrato nella Resistenza dopo 1’8 settembre 1943 e comandante militare del CLN pratese, aveva collaborato per organizzare un aviolancio di aiuti per le formazioni di lotta clandestina. II quattordicenne partigiano Marcello è trasferito nelle carceri fiorentine delle Murate, quindi nel campo di transito di Fossoli e da qui deportato a Mauthausen il 21 giugno, dove viene immatricolato con il numero 76430. È poi inviato nel sotto-campo di Wiener Neustadt e da qui nel sotto-campo di Hinterbriihl, situato nella galleria detta Seegrotte, antica miniera di sale, utilizzata dalla Heinkel per la produzione di aerei a reazione. Dopo lo sgombero del sotto-campo e l’eliminazione dei deportati malati, è nuovamente condotto a Mauthausen con una terribile marcia durata dal 10 al 7 aprile 1945. Nuovamente internato nel campo di quarantena, è liberato il 5 maggio 1945 dall’esercito americano. Dopo il ritorno a casa riprende la sua carriera di studente e si laurea in chimica. Negli ultimi anni si è dedicato alla diffusione della memoria della deportazione per conto dell’Aned, e nel 1996, insieme ad amici e studiosi, ha fondato l’Associazione Canavesana per i Valori della Resistenza, che organizza attività di carattere culturale e didattico inerenti alla storia del Novecento. (Tratta da: «Un Adolescente in Lager. Ciò che gli occhi tuoi hanno visto.» Marcello Martini, Giuntina 2007)


Oggi la luna sorgerà di giorno.

Il padre di Marcello era ricercato perché lavorava per la radio clandestina.

La luna di giorno? …non ci capisco niente!!!

Anche i nazisti, però, tentavano di decodificare i messaggi…

Ci saranno nuovi rifornimenti al Monte Lama!

Intanto nei boschi era arrivato l’inverno e nei nascondigli i partigiani ascoltavano la radio.


Nel 1994 un giovane ragazzo di nome Marcello Martini viveva in una casa in un piccolo paesino con la sua famiglia. Marcello stava studiando francese quando… una donna spalancò la porta e gridò: «Ich bin gekommen, um dich zu holen» («sono venuto per prenderti»). Spaventati, tutti si nascosero. Il padre non fece in tempo a nascondersi, quindi saltò fuori dalla finestra e finì in n campo di grano. Delle S.S. lo videro, gli spararono e lui finse di cadere in mezzo al grano.


Marcello stava studiando francese quando…

Una donna spalancò la porta e gridò:

Ich bin gekommen, um dich zu holen!!

Spaventati, tutti si nascosero…

Il padre saltò fuori dalla finestra e finì in un campo di grano. Le SS lo videro, gli spararono e lui finse di cadere.


Fu in quell’occasione che Marcello ricevette il primo schiaffo, la prima di una lunga serie di violenze.


La mattina del 21 luglio del 1944, Marcello e l’amico Guido Focacci vennero condotti alla stazione di Carpi. Lì, assieme ad altre 473 persone, vennero fatti salire su carri bestiame a bordo dei quali, dopo lunghe ore d’attesa, partirono per destinazione ignota ed arrivarono al campo di raccolta di Fossoli. Quella di Fossoli, come ricorda ora Marcello, se pur traumatica non fu un’esperienza particolarmente terrificante, tant’è che alcuni prigionieri arrivarono a sperare di potervi rimanere, sia pur in prigionia. Così, una volta saliti sui vagoni del treno diretto a Mauthausen, minacciati di fucilazione dalle SS se avessero tentato la fuga, lo smarrimento e la paura presero a dominare gli animi.

Arrivati a Fossoli, molte persone credevano che, dopo un periodo di duro lavoro, sarebbero tornate a casa.

Marcello, ho sentito un altro prigioniero dire che potrebbero presto lasciarci tornare a casa..

Guido, la tua compagnia mi aiuta tanto…


I prigionieri impararono subito ad ubbidire alle SS.

Anche Marcello si abituò alla vita di prigionia‌

Dove stiamo andando?

E adesso cosa succederĂ ?! Lasciate la vostra valigia!


Il campo di concentramento di Mauthausen, nell'Alta Austria, considerato impropriamente un semplice campo di lavoro, fu di fatto, fra tutti i campi nazisti, il solo classificato di «classe 3», ovvero campo di «punizione e di annientamento attraverso il lavoro». Infatti non possiede enormi camere a gas, né strumenti particolari per l'eccidio di massa e apparentemente può sembrare un campo di lavoro forzato; questo perché lo sterminio era attuato appositamente e scientificamente mediante il lavoro stesso. La fame, il massacrante lavoro, l'esaurimento fisico e non ultime le epidemie, arrivarono a uccidere migliaia di persone al giorno; le vittime venivano rimpiazzate continuamente dai nuovi arrivi, per permettere il mantenimento della produttività e redditività del lager al massimo livello possibile. I dati sui morti di Mauthausen sono fortemente incompleti, poiché molti testimoni non sopravvissero e a causa della distruzione di documenti e registri del campo. La cifra accertata di vittime fu 122.767.

Liberato il 5 maggio del 1945 dagli Americani, dal 1949 il campo divenne "Monumento pubblico": vi sorsero i primi monumenti commemorativi e fu reso accessibile al pubblico.


Ci avevano portato in una gigantesca stanza, dopo averci fatto spogliare ci avevano puntato una canna d’acqua addosso. L’acqua era calda, ma dopo poco ridiventava fredda e così via. Mi avevano obbligato a sedermi su una sedia e vedevo i miei capelli cadere. Dopo ci hanno fatto un tatuaggio con il nostro numero e ci siamo dovuti mettere una «divisa» a righe. Ci hanno portati in uno stanzone dove dovevamo dormire: in una brandina dormivano cinque persone.


Il cibo a Mauthausen non era sufficiente nĂŠ vario: brodaglie, zuppe, soprattutto di rape, spesso servite fredde, che provocavano dissenteria. La fame era la causa principale della perdita della capacitĂ di discernimento tra il bene e il male.


Mauthausen fu un campo di annientamento attraverso il lavoro, dove lo sterminio fu attuato anche e soprattutto attraverso il lavoro forzato nelle vicine cave di granito e la consunzione per denutrizione e stenti. Il significato del motto «Arbeicht macht frei» («Il lavoro rende liberi»), posto all’ingresso di Auschwitz e di numerosi altri campi di concentramento, contrasta in modo beffardo con la realtà dei campi nei quali i lavori erano forzati e schiavili e il destino finale dei prigionieri era la morte.


I ricordi erano la cosa peggiore dei campi, in particolare il ricordo della famiglia. Per me era semplice non pensarci, ero l’ultimo dei miei fratelli, ero il cocco di casa. Non avevo di che preoccuparmi per loro. Ma i padri di famiglia, loro avevano di che preoccuparsi, pensavano alla moglie e ai figli, senza casa e soldi, senza lavoro. Pensavano alla morte dei loro cari nelle difficoltà. Era un pensiero così struggente da far più male delle frustate delle SS. Quando entravi, dovevi sforzarti di tagliare mentalmente e sentimentalmente i ponti con la tua vita passata, altrimenti l’incertezza sul destino dei tuoi famigliari ti distruggeva. Serviva solo dimenticare: dimenticare chi eri, da dove venivi, i tuoi affetti. L’unica possibilità per non impazzire era…dimenticare.


All'epoca avevo da poco compiuto 24 anni e gli amici che ho incontrato, con la loro solidarietà e il loro affetto, sono riusciti a sostenermi e a rendere la mia esperienza, almeno a tratti, meno dura. A Fossoli, a Mauthausen, sono nati legami profondi tra me e altri deportati, come Guido Focacci e Leopoldo Gasparotti.

Il figlio di Guido, ai funerali di suo padre, ricorda così Marcello: «Andammo in camera e Marcello mi disse di mettergli una cosa nella tasca della giacca. Si trattava del fazzoletto azzurro che i partigiani portano al collo e che ha desiderato lasciargli: quel gesto è stato carico di significati e lo ricorderò sempre, con estrema emozione, perché ha suggellato una profonda amicizia che li vedeva accomunati da una totale condivisione di valori». A Fossoli, Gasparotti aveva annotato nel suo diario: «Tra i nuovi arrivato vi è Marcello, un ragazzo di 24 anni prelevato da solo, senza alcun parente: lo adottiamo noi». Quando Marcello leggerà questo frammento, rintraccerà i figli di Leopoldo con i quali nascerà una grande amicizia. Marcello non ha mai smesso di ricordare amici e compagni di deportazione con grande affetto e riconoscenza, poiché ritiene di essere stato molto fortunato da questo punto di vista.


Corriamo, altrimenti ci uccidono!

Ma perché? Hai sentito?! Cosa abbiamo Hanno fatto di male? picchiato qualcuno… Non lo Aspetta, so… un fischio!!

Va bene…

E’ vero…Ma cos’è?

Che tanfo!! E’ puzza di carne bruciata…!

Non mi dire che hanno ucciso qualcun altro!

Credo proprio di sì! Speriamo che non tocchi a noi!


Hitler odiava la musica jazz e l’aveva messa al bando perché la giudicava musica «di negri». In alcuni campi di concentramento c’era un’orchestra, ma era riservata all’intrattenimento dei soldati tedeschi. I prigionieri non ascoltavano musica ma sentivano solamente rumori come il ruggito del forno crematorio, il tonfo dei corpi delle persone che cadevano per terra, i colpi delle percosse e il suono acuto dei fischietti delle SS.


Mi può raccontare come è stato vivere nel campo di Mauthausen?

Come faccio a dirlo? Ho paura che nessuno possa credermi. Provo anche vergogna…

Non ne voglio parlare…


Il messaggio che rivolgo a voi ragazzi è questo: i beni materiali non sono indispensabili, questo abbiamo capito durante la prigionia, quando tutto ci è stato portato via, tranne le nostre conoscenze e ciò che sapevamo fare manualmente. Queste cose NESSUNO poteva portarcele via, erano NOSTRE. Ora voi, ragazzi, spesso comprate cose inutili. Non fatevi ingannare dalla pubblicità che induce bisogni falsi, ma ragionate con la vostra testa, non usate i soldi dei vostri genitori ma guadagnatevi ciò che volete anche lavorando. Solo così maturerete. Ciascuno di voi si formi una coscienza propria.


Guadagnatevi le cose se volete maturare. Approfondite, bevete a piÚ fontane, non siate superficiali per non subire ciò che decidono gli altri per voi. Perseguite una conoscenza e una coscienza vostra. Siate felici.

Effettivamente sono altre le cose che rendono felici!


APPENDICE In questa sezione puoi trovare alcuni approfondimenti -

Spiegazione dettagliata delle tipologie di prigionieri.

-

Video-registrazioni di esecuzioni di musica klezmer durante lo spettacolo.

-

Estratti del testo di Martini ÂŤUn adolescente in LagerÂť.


I simboli dei campi di concentramento nazisti, principalmente colori, lettere, numeri, facevano parte di un sistema semiologico di classificazione dei prigionieri. I simboli erano in stoffa, affibbiati sulla divisa, definita dai prigionieri Zebra a causa delle strisce chiare e scure alternate. Nel lager di Mauthausen vigeva il seguente utilizzo dei contrassegni identificativi degli internati: un triangolo di colore rosso identificava i prigionieri politici. Erano denominati Roter secondo la lingua del lager di Mauthausen; un triangolo blu identificava i prigionieri politici spagnoli; un triangolo di colore nero identificava i cosiddetti "asociali", Asoziale. Erano denominati Aso; un triangolo di colore marrone, fra il 1938 e il 1940, identificava i prigionieri zingari, denominati Brauner; un triangolo di colore viola identificava i testimoni di Geova, i "ricercatori della Bibbia", Bibelforscher; un triangolo di colore rosa identificava i prigionieri omosessuali, internati sulla base del Paragrafo 175, Rosaroter; un triangolo giallo, o una Stella di David formata da due triangoli, uno giallo e uno rosso, appositamente sovrapposti, identificava gli ebrei; un triangolo verde identificava i criminali; un rettangolo posto sotto il triangolo indicava i prigionieri recidivi, Ruckfällige.


Determinate lettere utilizzate all'interno dei triangoli indicavano il paese di origine: B (Belgier, belga), F (Franzosen, francese), IT (Italiener, italiano), J (Jugoslawen, jugoslavo), N (Niederländer, olandese), P (Polen, polacco), S (Spaniern, spagnolo) T (Tschechen, ceco), U (Ungarn, ungherese). Tedeschi, austriaci, lussemburghesi non avevano alcuna lettera riferita alla nazionalità . La sigla SU contrassegnava i prigionieri di guerra sovietici; un disco nero, posto tra il vertice inferiore del triangolo e il numero di matricola, contrassegnava i prigionieri assegnati alle compagnie di disciplina, Strafkompanie, condannati alla colonia penale per aver commesso infrazioni disciplinari; un disco bianco-rosso, weiss-rote Zielscheibe, posto sotto il numero di matricola e sulla divisa all'altezza della schiena, contrassegnava i prigionieri sospetti di fuga, Fluchtverdacht; i numeri di matricola attribuiti ai prigionieri, Häftlingsnummer, che sostituivano il nominativo degli internati, erano affibbiati sulla divisa, scritti in nero su stoffa bianca, posti all'altezza del cuore e al centro della coscia destra, talvolta riportati su una placchetta di latta da portare al collo o al polso.


LA MUSICA KLEZMER

«Klezmer» è un termine derivante dall’ebraico «kley zemer, strumento musicale», introdotto negli anni Trenta per indicare i musicisti di origine ebraica; ha poi esteso il suo significato al genere musicale tradizionale delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, diffuso in tutto il mondo a seguito delle migrazioni dei gruppi originari. Sebbene le prime testimonianze risalgano al 16° sec., l’impulso maggiore allo sviluppo del genere venne nei primi dell’Ottocento dal movimento hasidico. La prima fase di diffusione si ebbe agli inizi del Novecento, con l’ondata migratoria dall’Europa verso gli Stati Uniti, rafforzata poi durante la Seconda guerra mondiale dagli Ebrei sfuggiti alle persecuzioni razziali. Nei decenni seguenti, il repertorio klezmer sopravvisse, spesso con difficoltà, nella pratica dei musicisti ebrei, con reciproche influenze con il rock, il blues, il

jazz. Infine, sull’onda del fenomeno della world music, si è diffuso anche in Europa.


CLASSE 3E

CLASSE 3B

Marcello Martini & Muzikobando 01 05  

Marcello Martini & Muzikobando 01 05

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