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Laboratorio di Allestimento 2007 Cornelia Lauf





Laboratorio di Allestimento 2007 Cornelia Lauf


Laboratorio di Allestimento Exhibition Display Workshop A.A. 2007-2008 Prof.ssa Cornelia Lauf Assistente Ilaria Gianni Progetto grafico e cura editoriale Annalaura Tezzon Silvia Schiaulini Copertina Magda Stanovà Foto Annalaura Tezzon Composizione Foundry Journal (The Foundry 1997) disegnato da David Quay & Freda Sack Swift (Linotype 1995) disegnato da Gerard Unger Stampa Grafiche Centro Copie Berchet, Padova ©Università iuav Venezia 2007 Questo catalogo è stato stampato per uso scolastico, in un edizione di cinquanta copie.

Fda Facoltà di Design e Arti clasAV clasVEM

Hanno partecipato al laboratorio: Marco Bacci, Veronica Bellei, Tiziana Bolfi, Cecilia Bronzini, Laura Bruni, Alessandro Camaioni, Valentina Carollo, Roberta D’Angelo, Eugenia Delfini, Maria Rosaria Digregorio, Marco Fornasier, Riccardo Giacconi, Galia Kirilova, Petar Kufner, Alessandra Landi, Laura Longarini, Andrea Manzoni, Giulia Marzin, Elisa Miorin, Riccardo Perello, Mauro Perosin, Marina Pezzotta, Gabriele Protopapa, Massimiliano Regoli, Stephanie Roisin, Manuela Romanato, Enzo Ruta, Marta Santomauro, Silvia Sartori, Silvia Schiaulini, Tommaso Speretta, Magda Stanovà, AnnalauraTezzon, Kathrin Tschurtschenthaler, Guiomar Valdemoro.


Indice 04

Prefazione di Cornelia Lauf

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What is contemporary in contemporary art di Ilaria Gianni Stages

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1:1 Projects, Roma

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Jagiellonian University, Cracovia

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Libri d’artista, Università di Catania

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Manifesta, Trento, Rovereto e Bolzano

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Maze Gallery, Torino

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MAXXI, Roma

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Multiplo Pappataci di Haim Steinbach

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onestar press e Three Star Books, Parigi

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Serpentine Gallery, Londra Independent Studies

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Archeologia industriale a Venezia

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Libro d’artista, Travel Guide

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Monografia, Tristano di Robilant

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Recensione d’arte, Deborah Ligorio

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Ricerca artistica e catalogo Marco Bacci

70

Ricerca per Mario Airò

74

Ricerca per Antoni Muntadas


Cornelia Lauf



Prefazione

This laboratory in exhibition concept and design is a history and practice course. It is intended for emerging artists, curators, and art historians. Our aim is to map changes in the culture of display, with topics of discussion including taste and collecting, museums, and the role of artists and writers. Comparison with sister programs, and reflection on exhibition methodology encourages students to develop personal models of curatorial practice. Visits to the Venice Biennale, Venetian, and possibly Milanese, and Roman museums, as well as encounters with artists, gallerists, writers, poets, and museum curators, augment class lectures and readings. The lectures I devised ranged from the birth of the museum, an overview of museum graphics, the role of the artist, the tradition of the monograph from Vasari onwards, curators as artists, artists as curators, and the role of artist’s books and catalogues, to the role of publishers, and the public. Visiting speakers including Pieranna Cavalchini, Curator of Contemporary Art; Ann-Dorothee Boehme, Special Collections Librarian, School of the Art Institute of Chicago; Cecilia Canziani and Adrienne Drake, of 1:1 Projects, Maria Rosa Sossai, video historian, Enzo Pinci, architect, and Carolyn Smyth, art historian. Ilaria Gianni invited Valerio Mannucci, of NERO magazine and Alessio Ascari of MOUSSE Magazine, among others. Their topics, in turn, provided professional insight into the


use of the new in the context of the old, the making of books (literally!), architectural space in video, and artistic collaborations with architecture, among others. In each class, the range of expression that curatorial studies can take was explored in 360˚, giving the IUAV students ample exposure to different career and educational possibilities. My own “curatorial” concept in the course, besides its very structure, lay in the spread of internships and study projects. I am a firm believer that students can learn best by doing, particularly in a school with the manifold talents of the IUAV. Economic realities are an undeniable feature of a student’s life, and with the limited wage-earning and employment opportunities, particularly in the current economic climate in Italy, it seems all the more imperative to provide students with opportunities for applied theory. I am extremely pleased by the collaboration with numerous individuals and partner institutions that have graciously permitted students to interview, participate, or handle assignments. In addition to the abovementioned names, I’d like to thank the following individuals and institutions for their availability: 1:1 Projects, Rome; Antonio Freiles and the University of Catania; Andrzej Szcerskij and the Jagiellonian University, Cracow; Maze

Gallery, Torino; Adam Budak, Andreas Hapkemeyer, Chiara del Senno, and the Manifesta team; Mariastella Margozzi and the Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Rome; Christophe Boutin and Mélanie Scarciglia, onestar press and Three Star Books, Paris; artist Haim Steinbach, New York; FQP and The Department of Political Philosophy, LUISS University; and others, such as Mario Airo, Chiara Bertola of the Querini Stampalia, Antoni Muntadas, Hans-Ulrich Obrist, Monique Veaute, and Fabrizio Tramontano, Milan, who have offered guidance along the way. Finally, this laboratory is possible due to the support of Angela Vettese, Chair, and Marco De Michelis, Dean, IUAV, and Giulio Alessandri, of the Visual Arts Faculty, as well as the colleagues and administrative staff of the IUAV. Finally, I would like to note the excellent spirit provided by my assistant, curator Ilaria Gianni, who has commuted from London with indefatigable energy, matching my own enthusiasm for this current group of students and their wonderful display of talent.




Ilaria Gianni



What is contemporary in contemporary art

L’arte contemporanea ha assunto negli ultimi anni tutte le caratteristiche di una macchina produttiva che genera in continuazione nuovi artisti, tematiche, tendenza, mostre, curatori, musei, gallerie, spazi no profit, riviste. L’elenco sarebbe infinito. Questo suo nuovo status ha comportato, all’interno del sistema dell’arte, non solo una ridefinizione di vecchi ruoli chiave, come quello dell’artista, del critico e del gallerista, ma anche l’affermazione strategica di nuove professionalità come quella del curatore. A tutti queste figure, si rivolge il Dipartimento di Arti Visive dello IUAV, e sulle metodologie reali per affrontare il sistema si concentra il Laboratorio di Allestimento. La crescente importanza e la straordinaria diversificazione dell’attività espositiva, ha spinto di recente varie strutture accademiche a istituire corsi per la formazione professionale in questo campo. Se la quasi totalità delle scuole curatoriali internazionali è nata da dodici anni a questa parte, lo IUAV rappresenta l’esperimento più all’avanguardia in Italia. La rapidità con cui il dibattito attorno all’attività artistica si svolge quotidianamente sul campo, impone alle varie scuole una riflessione continua non solo sui contenuti dei corsi, ma sulla stessa metodologia di insegnamento. Riflettendo su questo punto, la questione principale risultava essere nella difficoltà oggettiva di insegnare una pratica creativa complessa e in continua evoluzione. Per questo motivo, riflettendo con Cornelia Lauf, abbiamo pensato di focalizzare alcune ore del Laboratorio sull’epoca attuale, introducendo il corso


a degli strumenti, a degli argomenti che potessero aiutarli a districarsi nella “giungla artistica del contemporaneo”. Nel sistema dell’arte si sopravvive, non soltanto attraverso una forte base storica (necessaria per contestualizzare), ma soprattutto attraverso una continua ricerca e un costante aggiornamento sui fatti del momento. Quello nell’arte, se vuole essere percorso con professionalità e con determinazione, è un mestiere che per passione ti ingloba. Con il tempo si acquisiscono le capacità di percorrere la propria strada, di filtrare e interpretare i molteplici stimoli attraverso una propria lettura critica degli eventi. Sono tuttavia necessarie delle linee guide per addentrarsi nel mondo reale senza perdersi. Il mio tentativo per questo corso è stato trasmettere gli strumenti per analizzare, scrutare, aggirarsi ed entrare nel cuore del sistema dell’arte (o per lo meno per cercare di stargli al passo). In questo senso ho voluto porre il corso nelle condizioni di avere degli indizi: capire chi guardare, cosa leggere, dove andare. Il corso è partito cominciando a riflettere proprio sull’idea di scuola d’arte, partendo dallo IUAV, per poi prendere in considerazione in maniera più approfondita alcuni esempi di scuole d’arte migliori al mondo, sottolineandone le differenze e individuandone le caratteristiche principali. Ci siamo soffermati non solo su quelle curatoriali, ma anche su quelle di fine arts, da cui sono provenuti artisti considerati tra i migliori o, tra i più promettenti e i cui degree shows sono attesi come la notte degli Oscar. Sempre in linea con

i fenomeni contemporanei e le tendenze prevalenti nel sistema dell’arte, abbiamo analizzato il fenomeno Biennale che si sta espandendo. Ci siamo chiesti il perché e abbiamo analizzato le manifestazioni più importanti, faciltati anche da questo 2007, soffermarci sull’idea di locale e globale nel sistema dell’arte e nella pratica curatoriale. Sulla scia di queste riflessioni, abbiamo riflettuto anche sul mercato, motore del sistema artistico, individuando gallerie principali di riferimento e analizzando da vicino le linee e le proposte di determinate fiere. A quel punto siamo passati all’analisi della scena artistica emergente focalizzandoci su artisti italiani e internazionali. Sempre per calarci ancora di più all’interno di ciò che stava avvenendo nel mondo dell’arte contemporanea ed averne una percezione ravvicinata, abbiamo individuato delle tematiche prese ultimamente in considerazione da artisti e curatori, esaminando diverse mostre e osservando parecchi artisti storici e più contemporanei. Ho proposto lo stage alla Maze Gallery di Torino, e chiesto agli editori delle riviste Mousse e Nero Magazine, di tenere una conferenza alla classe. Alla fine di questa esperienza spero di aver trasmesso una contemporaneità, o uno spirito verso di esso, ma soprattutto mi auguro di aver trasferito, oltre alle mie prime esperienze in questo campo, il mio entusiasmo e un’energia ad un gruppo di studenti che fin dal primo giorno mi ha stupito per la propria ambizione e determinazione.




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Il progetto prevede una collaborazione fra un gruppo di studenti del laboratorio di Allestimento di Cornelia Lauf, e alcuni membri di 1:1 Projects per la realizzazione di una mostra comprendente artisti dal loro archivio. 1:1 Projects opera come piattaforma per la creazione, lo sviluppo e la promozione di progetti di arte contemporanea. Il loro spazio a Roma è luogo di incontro, di scambio, di formazione (workshop e seminari) e informazione (talks). Inoltre esso ospita un archivio di artisti, frutto del dialogo fra le diverse personalità curatoriali che compongono il nucleo di 1:1 Projects. La peculiarità di tale archivio è insita nella sua natura dinamica, aperta e multiforme: esso è contenuto in casse di plastica colorate, originariamente adibite al trasporto di frutta. Il nostro incontro con 1:1 Projects, è consistito in una discussione sul concetto di archivio, seguito dalla consultazione attiva del materiale. In questa prima fase della nostra ricerca è stato fondamentale l’apporto delle esperienze dei curatori che in questo luogo collaborano, e di alcuni testi critici da loro proposti. Abbiamo inoltre assistito a due inaugurazioni di mostre, avendo avuto modo di conoscere e confrontarci con alcuni degli artisti che fanno parte dell’archivio, ad esempio Marinella Senatore, Alessandro Sarra e Marco Raparelli. I giorni a Roma sono stati molto produttivi: un punto di partenza fondamentale per l’avvio del nostro progetto.


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1:1 Projects, Roma Valentina Carollo Riccardo Giacconi Giulia Marzin Stephanie Roisin Guiomar Valdemoro


1:1 projects, Roma

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Unpacking the archive. Unpacking the archive è una mostra che assume come punto di avvio l’archivio: in questo caso quello dello spazio romano di 1:1 Projects. L’obiettivo è quello di selezionare un percorso, prima concettuale e poi espositivo, che indaghi – in un movimento ciclico – l’idea stessa di archivio: in questo modo si è giunti a definire un nucleo di opere che suggeriscano ciascuna una particolare interpretazione di tale concetto. L’archivio si offre allora come strumento per una riflessione su se stesso; il risultato di questa operazione si configura come un discorso sulla sua complessa natura. Riflessioni sull’archivio. Un archivio è un contenitore di segni che presuppone un impegno attivo da parte del fruitore: senza tale coinvolgimento esso rimarrebbe un oggetto inerte e statico. A differenza della mostra, che presume una fruizione già stabilita - e in parte passiva - l’archivio non propone un solo discorso, un’idea predefinita, ma si configura come un contenitore di potenzialità. Unpacking, in questo caso, significa percorrere le possibili relazioni tra gli elementi che compongono l’archivio, stabilendo delle vere e proprie sequenze narrative trasversali. L’attuazione delle potenzialità, dunque, prende sempre la forma di un racconto, i cui elementi seguono un ordine che non è mai determinato a priori. Ogni archivio reca in sé la traccia di chi lo ha creato (l’owner di cui parla Benjamin).

Valentina Carollo Riccardo Giacconi Giulia Marzin Stephanie Roisin Guiomar Valdemoro

Allestimento. L’allestimento della mostra vuole fare riferimento al processo che il fruitore dell’archivio compie quando lo percorre. Non viene definito un percorso, piuttosto si lascia lo spettatore libero di creare la sua playlist, il suo racconto, partendo dalle “letture critiche” proposte. Della dimensione di archivio si vuole recuperare l’approccio attivo alla fruizione, la libertà di scoprire, di “spacchettare”. Per richiamarsi alla pratica dell’unpacking, del rivelare, del “tirar fuori” propria della nostra concezione, l’allestimento potrebbe comprendere scatole da imballaggio. Un esempio: volendo suggerire l’azione dinamica di apertura/chiusura propria di chi si approccia ad un archivio, abbiamo pensato di creare una vera e propria parete di scatole (anche non perfettamente allineate fra di loro). Da esse può fuoriuscire un monitor su cui è riprodotto un video, allo stesso modo in cui un particolare elemento viene estratto da un archivio. Scelta curatoriale delle opere. Ogni opera presente in mostra può essere considerata una particolare visione/ lettura dell’idea di archivio. Ciò che di esso viene “spacchettato” allora non è più solo il materiale che lo compone, ma pure la sua essenza: si cercano le diverse sfaccettature del concetto, seguendo i percorsi di differenti tensioni artistiche. Il video Magic & Loss di Johanna Billing si pone come paradigma di una concezione di archivio come spazio della memoria e del ricordo: ciò dimostra che il punto di


inizio di un archivio ha sempre carattere personale. Il potere è quello della scelta: cosa inserire e cosa lasciar fuori. Choisir c’est renoncer: siamo noi a decidere quello che vogliamo portare via, e il segno della persona è sempre rappresentato da un’assenza. L’impronta personale nell’atto della scelta caratterizza anche il video Anyone else isn’t you di Iain Forsyth e Jane Pollard. In questo caso, però, l’argomento sono i mix-tapes: personali percorsi musicali tesi a rivelare le caratteristiche di chi li crea. L’aspetto dell’archivio sottolineato in quest’opera è quello della relazione fra gli elementi, in questo caso le canzoni raccolte nella cassetta. Esse sono oggetti comuni già in circolazione sul mercato culturale: ciò che li caratterizza e li informa come personali è la sequenza, il loro essere messi uno accanto all’altro nella medesima narrazione. Procedura di

archiviazione a metà fra il personale e il documentario è quella di Alessandro Sarra. Le informazioni e i dati che l’artista utilizza come materiale di lavoro (elettrocardiogrammi) sono documenti intimi. Essi appartengono però alla sua “collezione”, perciò vengono privati della funzione di dati medici. Sarra, in un procedimento di sampling, affida loro un differente ruolo: i grafici degli elettrocardiogrammi si compongono per divenire veri e propri ritratti. La sua raccolta di materiale medico e il suo successivo utilizzo pittorico si pongono come paradigma per un meccanismo di archiviazione alternativo. Elena Nemkova, nei suoi posters, parte da notizie di cronaca raccolte da un portale web russo e vi produce accanto dei commenti, sotto forma di illustrazioni. Il suo unpacking consiste nel selezionare (l’aspetto della scelta emerge nuovamente) delle notizie particolari per creare sopra di esse un surplus di senso. Si tratta di un approccio narrativo: la fantasia dell’artista percorre discorsivamente le maglie dell’archiviazione mediatica contemporanea. Tim Brennan, nelle sue performance, realizza delle visite guidate. Egli legge la città come un archivio selezionando al suo interno dei percorsi volti a creare una storia non-lineare. Lo spettatore che partecipa, si trova di fronte a interpretazioni alternative e non-convenzionali del paesaggio urbano. La sua operazione conferisce alla città nuove identità, rivelando modalità di appropriazione inesplorate.

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Jagiellonian University Cracovia Roberta D’Angelo Giulia Marzin

Performance musicale, in un pub, o in un qualsiasi luogo deputato alla musica a Cracovia, di una band mista composta da giovani musicisti polacchi e italiani che non hanno mai suonato insieme, con la stessa passione per la musica, gli stessi gusti e un simile background culturale. L’obiettivo del progetto è favorire lo scambio culturale attraverso modalità inusuali. In questo caso sarà la musica, come forma espressiva condivisa, a permettere la creazione di un feeling tra persone che non si conoscono.

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Jagiellonian University Cracovia

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Dettagli del progetto Il concerto si basa su un’improvvisazione, una jam session dove ognuno contribuirà a suo modo ad esprimere le sensazioni del momento, suonando, e trasmettendo quindi al pubblico una particolare suggestione. Possono essere utilizzati, a parte gli strumenti tradizionali, anche oggetti, giocattoli etc. La performance sarà caratterizzata da un motivo di partenza (un giro particolare, una canzone conosciuta da tutti…), oppure la recita di testi e pensieri. Il pubblico sarà invitato a partecipare convinto di assistere ad un concerto di una band comune (anche se il

Steps per la realizzazione dell’evento: 1. Ricerca dei musicisti polacchi 2. Scambi di idee via mail e organizzazione logistica dell’evento 3. Scelta del posto 4. Progettazione grafica del flyer 5. Comunicazione dell’evento 6. Documentazione fotografica e video della performance

Roberta D’Angelo Giulia Marzin

nome lascia trapelare qualcosa); la performance invece rivelerà la natura del progetto. Alla fine verrà spiegato il senso dell’evento cercando di capire se effettivamente si sarà creata una complicità tra i musicisti, e se la band potrà o meno avere un futuro. Il progetto inoltre cerca anche di indagare i meccanismi che si innescano nel momento in cui si forma una band musicale, ossia capire come avviene la creazione del feeling necessario affinché più musicisti possano collaborare per suonare. L’esibizione porterà allo scoperto questi processi d’interazione che solitamente non sono visibili al pubblico.


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b a nd e h T who never played r e h t e g to

Live in Kracow? Jagellonian University


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«Io considero [le parole] come materiale visivo e le ho considerate come delle sculture, esse hanno un volume e uno spessore». Edward Ruscha La mostra che si inaugura il 10 gennaio prossimo a Catania poggia le basi sul libro «Twentysix gasoline stations» del 1963. Con questo lavoro Ruscha ha dettato le regole del libro d’artista affermando la completa consapevolezza di operare con nuovi termini artistici.


Libri d’artista Laura Longarini

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Twenty-six gasoline stations e altri libri d’artista

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La mia collaborazione con Antonio Freiles, l’organizzatore della mostra Twenty-six gasoline stations e altri libri d’artista, una collezione, consiste nella cura dell’aspetto grafico: l’impaginazione del catalogo, i manifesti, gli inviti, le cartoline. La linea grafica del progetto di comunicazione è di Christophe Boutin. Questo stile comunicativo è stato il punto di partenza per il progetto delle pagine interne. Nelle immagini si possono vedere la copertina di Bountin e una doppia pagina progettata da me. Lavori con un’impostazione tipografica che definirei classica, centrale, pulita, che interferisca il meno possibile con i libri d’artista. La font è Helvetica Neue condensed utilizzata a diversi pesi. Il motivo principale di questa scelta è che rappresenta la neutralità, l’equilibrio e l’ordine rispetto al contenuto.

Laura Longarini

Il catalogo contiene, oltre alla lista delle opere, un’introduzione di Antonio Freiles, un testo di Cornelia Lauf Speaking volumes, un testo di Marc Goethals Concrete Poetry, Fluxus and Conceptual Art, a book friction e un terzo testo ancora da definire.


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Veronica Bellei Petar Kufner Stephanie Roisin Mauro Perosin

Manifesta 7

Rovereto, Trento, Bolzano Lo IUAV partecipa a Manifesta. Veronica Bellei, Mauro Perosin, Stephanie Roisin e Petar Kufner inizieranno la collaborazione con la biennale europea di arte contemporanea a partire da gennaio 2008, mese in cui sarà prevista la prima grande ondata degli artisti partecipanti, chiamati ad effettuare i sopralluoghi nelle sedi scelte dai curatori. E’ una grande opportunità, fatta di esperienze e contatti ad alti livelli. Fra le attività in programma ci saranno l’assistenza ai tre gruppi curatoriali, il supporto organizzativo, l’attività di comunicazione e allestimento e il lavoro diretto con gli artisti.

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Manifesta 7 Rovereto, Trento, Bolzano

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Una cosa simile non era mai successa prima. Sì perché quest’anno la biennale europea di arte contemporanea non si concentra in una sola città ospitante com’è accaduto negli anni di Rotterdam (1996), Lussemburgo (1998), Lubiana (2000), Francoforte (2002), San Sebastian (2004) e Nicosia (2006- cancellata per motivi politici), ma è dislocata in un’intera regione: il Trentino - Alto Adige, nelle sedi di Forteza, Bolzano, Trento e Rovereto. Manifesta è un evento nomade che riparte ogni due anni da zero poiché si deve adattare al luogo e alla cultura che la accoglie. E quella del Trentino - Alto Adige è una realtà davvero variegata, basti pensare che le lingue parlate sono tre, l’italiano, il tedesco e il ladino. La caratteristica più evidente è quella di essere una regione a statuto autonomo, individuata da Manifesta per il suo notevole patrimonio industriale e per le infrastrutture locali. Le uniche due province che la compongono, Trento e Bolzano, sono caratterizzate da un legame morfologico al cui interno si sviluppano culture differenti, che spesso danno vita ad un difficile dialogo politico. Se la sfida importante della manifestazione è portare alla luce le complicate logiche di convivenza tra le città coinvolte, Manifesta è già parzialmente riuscita nell’intento. I lavori sembrano svilupparsi in maniera differente per ogni sede: Bolzano prima di tutte ha individuato una struttura adeguata a raccogliere le opere degli artisti, l’hangar industriale Ex- Alumix; a Forteza il forte costruito a metà Ottocento; a Trento il Palazzo delle Poste,

Veronica Bellei Petar Kufner Stephanie Roisin Mauro Perosin

un edificio razionalista degli anni trenta, mentre a Rovereto ci sono molte idee, ma ancora in discussione. D’altro canto non è cosa facile unire Trentino e Alto Adige, e, lo è ancora meno far collaborare le due “strane sorelle” (come qualcuno le ha definite) con un ente straniero: Manifesta è infatti un’iniziativa dell’ IFM (International Foundation Manifesta) di Amsterdam, il cui Direttore, Hedwig Fijen è Presidente del Comitato Manifesta 7 in Italia. Adam Budak, curatore per la sede di Rovereto, ha già preso contatti con i Briata, una famiglia italo-americana produttrice di metallo. La fabbrica, ora dismessa, è in una posizione strategica, situata vicino alla stazione ferroviaria. I proprietari hanno mostrato delle stanze nascoste, piene di oggetti suggestivi consumati dal tempo. Interessante è anche la ex- Peterlini, un edificio industriale dei primi del Novecento, anche se più piccola e a tratti non del tutto praticabile. La ex-Montecatini invece, situata a 20 km da Rovereto a ridosso dell’autostrada del Brennero verrebbe usata come grande vetrina e quindi non visitabile dal pubblico. Alcuni collezionisti si sono resi disponibili a prestare i loro spazi. Si parla di una terrazza di settecento metri quadrati che dà sulla fontana di Corso Rosmini, la piazza principale della città, sulla quale sarebbe ubicato un chiosco informativo, finestra dell’evento. Durante il mese di dicembre i curatori Ansel Franke e la sua co-autrice Hila Peleg (i quali lavoreranno per la sede di Trento), il Raqs media Collective (il quale


si occuperà di quella di Bolzano), e Adam Budak proporranno al comitato olandese gli artisti selezionati, che saranno in numero fra gli ottanta e i centodieci. Se, come sostiene Andreas Hapkemeier, ex Direttore del Museion di Bolzano e coordinatore di Manifesta 7 insieme a Fabio Cavallucci, la probabilità per i giovani artisti trentini di essere inclusi da uno dei curatori non è molto grande, importantissima è la possibilità offerta da Manifesta 7 di confrontarsi con artisti

provenienti da tutti i paesi europei e di essere visti dal suo vasto pubblico. Indubbiamente Manifesta 7, insieme a mostre e manifestazioni parallele costituirà un’enorme opportunità per gli artisti e le istituzioni d’arte del territorio. Il Trentino-Alto Adige certo può suggerire alcuni artisti come ha fatto con il ventesimo numero di WorkArt in Progress, la rivista trimestrale edita dalla Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento. Per questa occasione la pubblicazione diventa una sorta di doppio dizionario, con una prima parte riservata all’arte regionale, ed una seconda dedicata al resto d’Italia. Le parole del Direttore Fabio Cavallucci sono chiare: “E’ un atto dovuto nei confronti della giovane arte regionale e nazionale. Le ultime biennali inaugurate nel corso dell’anno hanno fatto comprendere, se ce ne fosse stato bisogno quale considerazione viene riservata all’arte italiana da parte della critica internazionale. La pressoché totale assenza a Kassel, Munster, Istanbul, Atene e Lione, non è certo compensata dalla presenza più rilevante alla Biennale di Venezia. L’Italia fa ancora troppo poco per i suoi artisti”. L’ultima parola però spetta ai curatori di Manifesta 7 che sembrano peraltro attenti anche alla questione nazionale, tanto che Budak, in vista del suo lungo soggiorno italiano, ha previsto più di una visita in diverse regioni del Paese per conoscere e incontrare gli artisti e il loro lavoro. Che ci sia la speranza di una partecipazione nazionale? Noi, speriamo di sì. In fondo luglio è ancor lontano.

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Eugenia Delfini Marta Santomauro Marina Pezzotta

MAZE Gallery maze nasce nel 2000 a Torino con l’intento di creare un luogo per la presentazione e promozione di progetti all’interno del panorama e del dibattito artistico internazionale. Riccardo Ronchi e Luca Conzano, ideatori e direttori artistici, hanno costruito una vasta rete di contatti intorno alle attività proposte dallo spazio espositivo, diventando così un punto di riferimento e di scambio per artisti, galleristi, critici e curatori. La promozione, strutturata e ricercata, di progetti focalizzati sulle tendenze attuali all’interno di maze, ha gettato le basi per un dialogo tra operatori nel campo dell’arte e istituzioni emergenti.


I desire what you were, I need what you are

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A fine aprile maze apre i suoi spazi ad una mostra collettiva intitolata I desire what you were, I need what you are, a cura di Ilaria Gianni. Il nostro compito è stato quello di assistere, nel ruolo di segreteria organizzativa, la curatrice nella prima fase di ricerca e organizzazione dell’evento. Il progetto raccoglie i lavori di nove giovani artisti internazionali e intende riflettere sul tema della perdita e della mancanza di ideali assoluti nell’epoca attuale. Gli artisti scelti riflettono sugli ideali e sui temi culturali che appartengono a generazioni precedenti e nei loro lavori presentano una reinterpretazione nostalgica degli elementi residuali che emergono da prodotti culturali come il cinema, l’arte e la musica. Questo concetto di nostalgia viene espresso nelle opere degli artisti come idea di “residuo”, come qualcosa vissuto nel passato, ma ancora vivo nella tradizione culturale odierna: un “segno” rimandante ad un’ideologia passata che viene ripresa dagli artisti nel tentativo di vivere un’esperienza autentica. La nostra collaborazione con Ilaria Gianni durerà fino all’inaugurazione della mostra prevista per la fine di aprile. In questo primo mese di lavoro ci siamo occupate di alcune attività burocratiche e amministrative inerenti l’organizzazione della mostra e di una parte di ricerca sugli artisti scelti dalla curatrice. Le fasi organizzative principali di una mostra sono sette: si inizia con la

Eugenia Delfini Marina Pezzotta Marta Santomauro

gestione dei rapporti con la galleria; si prosegue nella ricerca di finanziamenti per la realizzazione della mostra; segue il confronto con gli artisti; successivamente si passa alla logistica dei trasporti; alle assicurazioni; all’allestimento e al catalogo. Se dovessimo semplificare all’eccesso, il nostro lavoro nell’organizzazione è stato quello di cercare contatti con una serie di soggetti specializzati che vanno dal trasportatore all’editore, dalla ditta di allestimenti all’assicuratore. In questa prima fase, per entrare nello specifico, la curatrice ha portato avanti il lavoro di ricerca e di registrar a cui competono tutte le attività di rapporto formale con gli artisti, le gallerie e di gestione dei prestiti, noi invece abbiamo individuato i trasportatori e gli assicuratori sulla base di una ricerca di mercato con l’obbiettivo di minimizzare i costi, a parità di sicurezza per le opere. In seguito, poiché ogni evento espositivo prevede l’edizione di un volume che permetta a tutti, visitatori e non, di ripercorrere la mostra, ma anche di approfondirne il significato, abbiamo fatto una ricerca sulle piccole case editrici per stabilire quale fosse più adatta e conveniente per il catalogo che pubblicheremo. Nei primi giorni di Novembre ci siamo poi recate a Torino per visitare Artissima, fiera internazionale dell’arte, e maze, lo spazio in cui si allestirà la mostra. Alla fiera insieme alla curatrice abbiamo individuato gli stand delle gallerie a cui fanno riferimento alcuni degli artisti scelti per I desire what you


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Giuseppe Pietroniro, Perluciditas, 2007, Installation view.

were, I need what you are; mentre la sera, in occasione dell’inaugurazione della mostra dell’artista messicano Mario Ybarra Jr., siamo state nella sede di maze per capire la struttura della galleria e le possibilità di allestimento. A questo punto ci siamo spartite i lavori in maniera più distinta: Eugenia si sta occupando delle ricerche bibliografiche degli artisti in mostra, poi si dedicherà alla comunicazione e promozione della

mostra e poco prima dell’apertura dell’evento dell’allestimento, cioè dell’accrochage delle opere; Marta e Marina invece sono state incaricate di elaborare un logo che concentrasse in sé il tema dell’esposizione, che verrà posto poi sull’edizione del catalogo, e gestiranno inseguito l’impianto grafico di tutto il catalogo, e infine dell’allestimento.


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Proposta per una campagna pubblicitaria MAXXI, Roma Massimiliano Regoli Andrea Manzoni Gabriele Protopapa L’idea di curare l’immagine di una mostra dello IUAV al MAXXI è un po’ difficile: se da una parte il lavoro da svolgere sarà sicuramente interessante, dall’altro l’impegno e la responsabilità sono considerevoli. Dopo le prime incertezze abbiamo iniziato a proporre delle soluzioni. Nonostante non avessimo un vero e proprio filo conduttore, abbiamo sperato di riuscire a trovarne uno.

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Proposta per una campagna pubblicitaria MAXXI, Roma

Massimiliano Regoli Andrea Manzoni Gabriele Protopapa

Il problema principale di questo lavoro è stato, e in parte è ancora, una mancanza di “certezze”. Non siamo molto sicuri di quale sia il tema, non siamo molto sicuri di quali lavori saranno esposti e da chi, con quale finalità, in che periodo, chi si occuperà dell’allestimento ecc. Nonostante ciò, abbiamo comunque cercato di trovare un nesso tra le varie parti ed abbiamo lavorato su una tematica un po’ generale. Gli elementi che siamo riusciti ad isolare sono stati:

sono disposti a random e mai nello stesso ordine. In tutto questo, per rimarcare l’origine veneziana dell’iniziativa, abbiamo pensato di inserire il vecchio logo dello IUAV (il leone di S. Marco): simbolo tanto della scuola quanto della città. Questa ideata da noi, vuole essere una composizione che lasci libero sfogo, sia alla creazione di materiale promozionale per la mostra, sia agli studenti stessi che potranno distorcere e variare a loro piacimento l’immagine che va a rappresentare l’insieme dei loro lavori.

- un numero imprecisato di opere con stili, metodi di lavoro e temi molto eterogenei; - l’idea che una scuola veneziana esponga in un museo romano; - trasportare quello che può essere il “sapore” di Venezia in quello che è l’atmosfera di Roma. Scartati alcuni tentativi iniziali siamo passati a quella che pare essere una soluzione ottimale: non un logo o un marchio specifico, bensì un “sistema” costituito da una serie imprecisata di loghi scritti a mano, abbozzati alcuni, più rifiniti altri, che cerchino di incarnare sia lo spirito eterogeneo dei lavori, sia lo spirito “festoso” e carnevalesco di Venezia, sia l’eclettismo di una città come Roma. Mark è il titolo scelto per l’evento (gioco di parole tra S. Marco e la targhetta che contrassegna la scala delle cartine geografiche). I loghi calligrafici non seguano una logica compositiva, ma


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Foto e rendering Š Studio Tobias Rehberger, courtesy Prof. Frank Boehm.


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Alessandro Camaioni Tiziana Bolfe Marco Fornasier Kathrin Tschurtschenthaler

Pappataci

Il progetto nasce nel 2005, all’interno del Laboratorio di Allestimento di Cornelia Lauf e in collaborazione con l’artista newyorkese Haim Steinbach. In questa prima fase del progetto, viene sviluppato e prodotto il prototipo del multiplo Pappataci che riproduce in scala ridotta la maschera del personaggio Mustafà-Pappataci, disegnata da Dario Fo per l’opera di G. Rossini “L’Italiana in Algeri” (prima presentazione al Teatro di San Benedetto di Venezia nel 1813). Già nel 1998 Steinbach aveva realizzato un allestimento presso la Galleria Franca Mancini a Pesaro, con i costumi ideati da Fo, intitolata “Rossini at 4:00 a.m.” Il prototipo del Pappataci presenta la maschera del per sonaggio rossiniano racchiusa in una sfera vitrea; l’evocata leggerezza dell’oggetto artistico richiama l’allestimento del ’98, in cui i manichini sospesi su lastre di vetro sembravano galleggiare nell’aria. Nel corso dell’anno successivo, un nuovo gruppo di studenti realizza la produzione dei primi cinque multipli della serie limitata. L’oggetto di alto valore artistico viene eseguito da artigiani veneziani, la maschera viene effettuata dallo stuccatore Andrea Pavanello, la sfera vitrea dalla Scuola Abate Zanetti di Murano. La realizzazione del progetto viene finanziata dalla Galleria Civica di Modena, diretta da Angela Vettese. Nel 2007, ancora un altro gruppo di studenti si concentra sulla realizzazione dei primi cinque pezzi finiti, completi di packaging, booklet e certificato. Il lavoro consiste nell’individuare il modo migliore di presentare, promuovere e distribuire questa serie di multiplo d’artista in un contesto internazionale.

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Pappataci

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Ed eccoci qua. Ci viene chiesto di raccontarci, di descrivere il risultato del nostro lavoro, di spiegare come è possibile prendere in mano un progetto con una storia, condividerlo, farlo nostro, portarlo avanti, e infine farne un successo. Ed eccoci qua. La nostra storia è l’esperienza di tre mesi che merita di essere raccontata quale esempio di lavoro di squadra. Sono stati mesi di impegno dedicato allo sviluppo del progetto e un modo per comprendere cosa significa collaborare e mettere in contatto diverse realtà e sistemi. Siamo in tre, un gruppo costituito da personalità e percorsi formativi diversi: il Designer (Marco), l’Economista (Alessandro) e la Storica dell’arte (Kathrin). E infine non possiamo dimenticare il protagonista della

Alessandro Camaioni Marco Fornasier Kathrin Tschurtschenthaler

storia: Pappataci, il multiplo dell’artista Haim Steinbach che aspetta di essere presentato in modo adeguato ed efficace all’interno del mondo dell’arte, o meglio, al mercato dell’arte. Ed eccoci qua, pronti a dare il massimo per la causa del piccolo oggetto biancorosso, che non aspetta altro che ricevere un’anima, una personalità, un’aura: la trasformazione da oggetto in opera d’arte. Ed è proprio questo il nostro lavoro: dare al Pappataci una veste, promuoverlo e distribuirlo attraverso i canali adeguati del mondo dell’arte. Risolti gli iniziali dubbi, interrogativi e discussioni interne, partiamo con spirito creativo e molte ambizioni. L’Economista dice: “Secondo me sarebbe cosa buona e giusta preparare un piano di marketing, decidere prezzo e target del nostro prodotto, un piano di promozione


e capire come può essere distribuito”, e così fa. Il piano viene sottoposto alla Storica dell’arte e al Designer, che lo trovano interessante. Il Designer però dice: “Per vendere un prodotto ‘di lusso’ come questo, il contenitore deve far trasparire la ricchezza e l’eleganza del contenuto”. Anche i colleghi si trovano d’accordo, e così iniziano a proporre. Il Designer disegna, l’Economista fa il manager, e l’Appassionata d’arte cerca di mantenere il progetto all’interno del sistema dell’arte. Scartato un box in polistirolo e un barattolo in latta, il team decide di progettare una complessa scatola in metacrilato bicolore, bianco e rosso, con un’elegante logo “lacerato” su un lato, una brochure interna dalle linee pulite e contenente una descrizione accurata della storia del multiplo, serigrafie, adesivi. Insomma, un progetto ben pensato e sviluppato con cura. Anche la Curatrice, l’Assistente e l’Artista ci danno l’ok e… via alla produzione! L’Economista trova il modo di produrre il contenitore, il Designer scova la tipografia per il libretto interno, e l’Appassionata d’Arte scopre uno spazio per la presentazione del multiplo (a Natale) ad un selezionato gruppo di galleristi potenzialmente interessati all’acquisto dello stesso. Qui finisce la nostra storia e anche il laboratorio, e noi siamo qua, con un lavoro in mano che ci ha richiesto tanta fatica, arricchendoci di un’esperienza professionale di confronto, tra personalità e sistemi.

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Pappataci

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Tiziana Bolfe

L’idea espositiva per il Pappataci, nasce dalle caratteristiche dell’oggetto stesso: l’avvolgimento e la sospensione. La conformazione plastica del multiplo si compone attraverso le due parti: lo sferico involucro trasparente, che permette di proteggere il contenuto, e la maschera vera e propria del Pappataci. Rendere visibile, ovviamente, è lo scopo dell’esposizione ma questo, deve essere vincolato da espedienti visivi che facciano convergere lo sguardo sui prodotti. Allo stesso modo, la condizione avvolgente è la traduzione della necessità di proteggere un oggetto che risulta fragile per la sua vitrea fattezza esterna. Il concept per la presentazione, si articola così tra il mostrare e l’avvolgere i prodotti. Traducendo spazialmente questi principi, si ottiene un allestimento che veicola lo sguardo ed i movimenti dei visitatori. L’idea è di organizzare attorno ai multipli, a loro volta sospesi all’interno di espositori cubici e trasparenti, una sorta di spirale che avvolga e permetta l’illuminazione direzionata solo sull’oggetto esposto. Tale elemento concentrico, sospeso dal soffitto, dovrebbe essere in materiale plastico o cartaceo e dilatarsi nello spazio in modo lineare lungo l’asse di esposizione delle opere. I riferimenti che ho preso in considerazione per tale allestimento sono i progetti attuati da due architetti: il progetto di Frederic Kiesler per l’esposizione Art of This Century, 1952, nella galleria di Peggy Guggenheim a NY, ed il Progetto di Massimiliano Fuksas per il Caffè all’interno della boutique Armani, 2002, a Kong Kong. Entrambi


gli allestimenti erano stati concepiti come continuità ed esaltazione delle caratteristiche di ciò che è esposto per creare l’illusione di uno spazio senza fine, stimolante per lo sguardo di chi lo attraversa. I due materiali impiegati per il Pappataci: stucco e vetro, propongono, da sé, la cromia rossobianco che si estende dal packaging al book di presentazione e si traduce, nell’allestimento, con il bianco della struttura concentrica che attornierà gli elementi. La collocazione del mini-libro e della scatola (probabilmente il prototipo di questa), sarà sul piano di appoggio di ogni espositore in plexiglass.

Questi saranno cinque in totale, come i multipli, e permetteranno la visione dei prodotti senza che essi vengano necessariamente maneggiati. Lo spazio a disposizione per la mostra, presso la sede IUAV delle Terese, sarà l’aula G. La natura dispersiva e asettica di tale luogo, mi ha portato a considerare lo spazio non come un tramite espositivo ma come una sparizione: verranno, come sopra riportato, inseriti tutti gli elementi che appariranno come singole sospensioni nel buio dell’aula. A rendere visibili contenitori e contenuto, vi saranno soltanto dei punti luce direzionati ad esaltare gli oggetti così minuti e le scatole con i loro dettagli.

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“….mi fece finalmente vedere come le parole erano state sistemate sulla pagina. Mi sembrò di avere di fronte la forma ed il modello di un pensiero, posto per la prima volta in uno spazio circoscritto. Qui era lo spazio stesso che parlava, sognava, dava vita alle forme temporali. Aspettativa, perplessità, concentrazione, tutte erano cose visibili… Con i miei propri occhi ho potuto vedere i silenzi che le forme assumevano, istanti impercettibili divennero chiaramente visibili: frazioni di un secondo durante il quale l’idea viene e se ne va, atomi di tempo che servono come germi di infinite conseguenze… Il mio sguardo si trovava di fronte a silenzi che stavano per materializzarsi… Mormorio, insinuazioni, folgore per gli occhi, era tutta una tempesta spirituale spinta di pagina in pagina fino al limite del pensiero, fino a un punto d’ineffabile rottura: là avveniva il prodigio; là proprio sulla carta, un indefinito bagliore di ultimi astri fremeva di infinita purezza in quel medesimo vuoto infracosciente] in cui, come materia di specie nuova, suddivisa in gruppi, in file, in sistemi, ‘coesisteva’ la Parola!” Paul Valéry, «Ecrits divers sur Stéphane Mallarmé», Gallimard, Paris 1957.


Laura Bruni Cecilia Bronzini

one star press e Three Star Books

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onestar press

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Cecilia Bronzini

Assistente a onestar press Appunti per un’esperienza La mia esperienza è iniziata il 17 ottobre, giorno in cui sono partita per Parigi, per incontrare i responsabili di onestar press, e definire la mia collaborazione con la casa editrice. Nei giorni che hanno preceduto il mio viaggio mi sono tenuta in contatto con Melanie Scarciglia, responsabile del settore vendita e distribuzione, per stabilire l’appuntamento, nella sede di Parigi. Giovedì mattina, tra uno sciopero dei mezzi pubblici e una corsa in bicicletta, riesco ad arrivare puntuale in Rue Trolley des Prevaux, nell’ufficio di onestar press. Nonostante la mia emozione, il primo impatto è decisamente positivo, l’atmosfera è piacevole sin dall’inizio. Dopo aver parlato un po’ con Christophe Boutin, artista e fondatore di onestar press, questi mi propone subito di iniziare a lavorare: il mio primo compito sarebbe stato scrivere le biografie di centocinquanta artisti (in inglese, ma alcune di queste traducendole dal francese) per pubblicarle in un’edizione speciale di raccolta delle varie pubblicazioni della casa editrice. Per compiere questa operazione avrei dovuto reperire da Internet tutte le informazioni su ciascun artista, leggerle con attenzione, quindi selezionarle sulla base del seguente criterio: dati personali dell’artista, luogo e data di nascita, tipologia, o meglio, spirito del suo lavoro creativo, elenco delle più importanti esposizioni a cui ha preso parte. Inizio da subito il mio lavoro,


dall’ufficio di Parigi. Man mano che scorro la lista, lunghissima, di artisti che hanno pubblicato i loro libri con onestar press, mi rendo conto di quanto sarà impegnativa la mia ricerca. Mi sistemo davanti al computer per iniziare uno ad uno: dalla lettera “A” di Jean-Michel Alberola alla “Z” di Heimo Zobernig. Christophe mi aveva dato delle scadenze da rispettare, e in una settimana avrei dovuto portare a termine le biografie. Gli inizi, come per ogni esperienza, non sono stati così immediati, ma Christophe oltre ad incoraggiarmi, mi ha indicato una metodologia precisa di ricerca e selezione dei dati. Pazienza, sintesi e precisione, sono stati i principi guida dell’operazione “bios”. Al di là della mole di ricerche, avevo la grande occasione di leggere la vita di tanti artisti scoprendo la ricchezza del panorama artistico internazionale. Nonostante le prime difficoltà, sono riuscita nel compito una volta rientrata in Italia. Dopo aver spedito il materiale a Parigi, ho continuato la corrispondenza via e-mail con Melanie e Christophe, nel frattempo aggiornando Cornelia del mio operato. Questa fase di lavoro sta proseguendo ancora oggi, in quanto ho ripreso nuovamente in mano i testi che vanno perfezionati e disposti secondo un unico modello, per poi riconsegnarle pronte alla stampa. Nel corso delle prossime settimane mi assegneranno ulteriori consegne, e conto di ritornare a Parigi nei prossimi mesi per un nuovo incontro. Una seconda parte della mia esperienza per onestar press (molto breve) è stata

la partecipazione alla Fiera internazionale del libro d’artista, tenutasi al Centre Pompidou di Parigi, dal 19 al 21 ottobre. Questo evento si è inscritto nella volontà significativa di dare più visibilità e accessibilità ad una produzione che rivendica maggiore spazio alla creazione e alla sperimentazione artistica. Il libro d’artista, si apre alla curiosità e allo sguardo dell’occhio pubblico, alla percezione sensibile di ciò che si può definire un prodotto d’eccellenza. Frutto di un grande interesse tra gli artisti delle nuove generazioni, il libro d’artista è testimone di questa sensibilità, che sta guadagnando sempre maggior vitalità ed entusiasmo ed è, allo stesso tempo, territorio e prodotto di ricerca, che va ad arricchire il panorama artistico internazionale. Ciascuna casa editrice ha proposto in questa sede i suoi libri, di varie forme e dimensioni: ognuno con caratteristiche uniche, preziose. Ho ricevuto molto da questa collaborazione, specialmente in termini di professionalità, avvicinandomi concretamente al mondo dell’arte e dell’editoria, nel caso specifico del libro d’artista, capace di registrare in istantanee di testo e immagine, stati personali ed emozionali di ciascun artista.

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Three Star Books

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a. Ma a che cosa serve un libro? b. A comunicare il sapere, o il piacere, comunque ad aumentare la conoscenza del mondo. a. Quindi, se ho ben capito, serve a vivere meglio. b. Spesso sì. Bruno Munari, Commento ai Prelibri, Danese, Milano 1980.

Laura Bruni

Il primo incarico assegnatomi da Cornelia per la mia collaborazione con la casa editrice Three Star Books si è basato sullo studio del genere letterario della monografia d’artista, con lo scopo finale di redigere un breve saggio sul tema, che potesse offrire, sia modelli sulle tipologie di monografia fino ad ora pubblicate, sia possibili spunti creativi. Per non farmi spaventare dalla mole di lavoro, mi sono prefissata un obiettivo teorico, ovvero, cercare di capire come il mezzo della scrittura possa effettivamente cogliere e svelare la dimensione della vita di un artista, dimensione che dovrebbe essere già comunicata all’interno di un suo processo artistico fatto di immagini, forme, o persino parole. Ho cercato anche di interpretare le analogie Arte-Vita, quale rapporto dialettico tra questi due elementi, che consente ad un individuo di dare vita e corpo ad un’opera d’arte. Ho iniziato il mio studio direttamente sul campo, ovvero, mi sono documentata andando a reperire il maggior numero di monografie di artisti. La monografia è un genere dalla produzione vastissima e soprattutto al suo interno molto eterogenea: vede la pubblicazione di testi molto diversi tra loro, sia per qualità editoriale sia per tipologia di pubblico a cui ipoteticamente si rivolge. Ho quindi abbozzato un metodo di selezione che potesse accordare sia l’aspetto più puramente educativo del libro sia il suo aspetto tipografico. La veste editoriale e grafica del libro è infatti di fondamentale importanza. Da questo punto di vista, Three Star Books si pone nella tradizione del livre illustrè ed ogni


sua pubblicazione è sia un progetto autonomo, sia un oggetto intimamente legato al percorso dell’artista stesso. Mi sono allora focalizzata sul rapporto arte-scrittura, sul fatto che il livre d’artist non sia semplice contenitore di parole ma una sorta di mezzo attraverso cui il talento dell’artista possa portarsi alla dimensione oggetto-libro. La perfezione formale di un craftsman e di uno stampatore, lo splendore della carta e della rilegatura, le attenzioni tipografiche, riescono a suscitare nel lettore la sensazione di contemplazione e di trascendenza del semplice atto della lettura. Ho infine scritto un mio saggio critico e sistematico sulla monografia d’artista, integrandolo con l’ottimo studio condotto da Gabriele Guercio nel suo Art as Existence, pubblicato nel 2006 con MIT Press, ma non ancora reperibile in lingua italiana. Lo studioso italiano, infatti, ripercorre la cronologia e la storia della monografia, ed oltre a fornire una rilettura della monografia dal 1500 ai nostri giorni, apre veri e propri squarci sulla storia dell’arte, lasciando sospesa la questione di cosa sia la vera origine e forma di ciò che definiamo creatività. La seconda parte della mia collaborazione è invece legata ad un’artista, il tedesco Tobias Rehberger, di cui Three Star Books presenterà a breve un progetto. Tobias Rehberger si è affermato negli anni Novanta come uno degli artisti tedeschi della nuova generazione ed è ora uno dei più attivi sulla scena internazionale. Rehberger con le sue opere crea veri e propri ambienti

avvalendosi ora di luce e di spazio, ora di design, artigianato, cinema. Indaga gli elementi che determinano la nostra percezione, quella di una opera d’arte e del mondo che ci circonda. Con le sue installazioni re-interpreta l’oggetto, il luogo, il personaggio, lo spazio domestico, rinviando l’estetica del quotidiano ed indagando gli elementi che determinano la nostra percezione, quella dell’opera d’ arte e del mondo che ci circonda. Infine, come anche altri artisti della sua generazione, quali Olafur Eliasson, Angela Bullock, Jorge Pardo, Rehberger, usa il linguaggio come materia da esplorare e da distorcere, come un campo di indagine per esperimenti intellettuali ed estetici. Forte della prima parte del mio incarico, ho elaborato un dossier completo sull’artista, che comprende tutte le esposizioni a cui ha preso finora parte, una bibliografia completa di cataloghi, articoli, interviste e testi critici. Ho così unito il concetto di monografia, la nozione di libro d’artista e il lavoro stesso di Rehberger per offrire una chiave critica dell’ultima opera del geniale artista tedesco.

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Serpentine Gallery Londra Riccardo Giacconi

La collaborazione con la Serpentine Gallery di Londra, avrà inizio in primavera. Si tratta di un “curatorial internship program”. Si ringrazia per l’opportunità Hans-Ulrich Obrist.

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Archeologia industriale a Venezia Galia Krilova Vedere Venezia attraverso gli occhi di un turista che gira per la città con la voglia di percepirla e conoscerla con uno sguardo diverso. Curiosando per le calli scopre luoghi e spazi abbandonati, trascurati, testimoni di un’epoca passata, in attesa di essere risvegliati e di poter raccontare qualcosa del loro tempo, degli abitanti e della vita di questa città magica e unica al mondo, superando così la dimensione temporale…

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Archeologia industriale a Venezia

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Il mio progetto affronta il tema del riciclaggio di edifici e spazi urbani sul territorio di Venezia ed è una collaborazione con la prof.ssa Carolyn Smyth di Roma. Insieme abbiamo pensato ed ellaborato questo tema con l’idea di creare un sito web in quale presentare questo progetto e inoltre approffondire il tema del riciclaggio in generale. Per mettere in gioco la discussione di questo problema come anche l’efficacia dell’archeologia industriale ho cercato di raccontare questa storia attraverso la fotografia e il racconto di tali luoghi. Ho commissionato il ruolo di protagonista di questa “indagine” ad un turista che è in visita alla Serenissima Foto di Galia Krilova

Galia Krilova

e come tale vorrebbe cogliere lo spirito del luogo immortalandolo con migliaia di foto. Mentre oltrepassa i ponti, passeggiando per le calle e i campi, godendosi la solare atmosfera, i colori cangianti, i rumori e i sapori di questa magica città, si trova improvvisante alla scoperta di un’altra dimensione della realtà. Studiandola e osservandola attraverso l’obiettivo della sua fotocamera si accorge dell’esistenza di una Venezia diversa, molto più intima e personale. Così spinto dalla curiosità si sposta sempre di più verso la periferia e si allontana dai soliti percorsi turistici. A poco a poco davanti agli occhi del nostro atipico turista, emergono dal


passato, edifici abbandonati avvolti dal mistero. Il nostro viaggiatore inizia ad indagare su di essi, cercando di immaginare la loro storia, i loro abitanti e la loro rappresentazione all’interno degli spazi appartenenti al trascorso. Dentro di lui nasce la voglia di conoscere e capire il perché del loro abbandono, la ragione di questo oblio, ma soprattutto egli si pone la domanda di come risvegliargli dal letargo, di come “riciclarli” e metterli in uso nel migliore dei modi per un futuro avvenire. Durante questa esplorazione scopre spazi che hanno ripreso vita: il vecchio “Molino Stucky”- uno dei monumenti simbolo di Venezia che dopo 60 anni di chiusura viene trasformato in un hotel di lusso per riapre al pubblico in tutto il suo splendore; il complesso dell’Arsenale - un altro stabile con grande importanza per la città lasciato all’abbandono e ai fenomeni di degrado, che viene rimesso in uso, anche se solo parzialmente, durante la Biennale di Venezia. Edifici industriali trascurati, spazi vuoti e marginali che si trasformano in luoghi suggestivi per rinascere in una attuale epoca con un nuovo stile, seguendo il passo dello sviluppo e le esigenze della società moderna. Con questo progetto, mia intenzione è approfondire l’argomento dell’archeologia industriale, presentando la vasta quantità di immobili lasciati allo stato di degrado, abbandono e indifferenza, con la speranza di risvegliare lo spirito di preservazione nelle istituzioni, ma anche nei proprietari degli stessi.

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Travel Guide è una guida per le esperienze spaziali di diversi luoghi in Europa e in America da me visitati. Il libro contiene disegni, fotografie e testi che ho raccolto negli ultimi cinque anni. Durante il Laboratorio di Allestimento tenuto da Cornelia Lauf ho lavorato sull’edizione della versione inglese di questo libro, in parte ampliato.

Travel Guide Magda StanovĂĄ


Travel Guide

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L’arte è il mio mezzo per comunicare alcune piccole cose che ho scoperto sul mondo. Queste sono spesso situazioni banali, prese dalla vita quotidiana ma che contengono una poesia nascosta. Osservando i vari posti che ho vissuto, negli ultimi anni, mi sono trovata ad annotare particolari poco appariscenti ma interessanti, quasi sempre in relazione con i paesaggi architettonici o naturali. Trasformo queste osservazioni in disegni, fotografie e testi perché diventino una guida per piccole esperienze personali. L’insieme compone un libro intitolato Tavel Guide. Collezionare queste osservazioni è un processo lento, non è possibile pianificare le scoperte. Le cose interessanti appaiono inaspettatamente. La prima versione del libro, che è stata terminata due anni fa, ha diciotto pagine (17 per 21 cm), tredici disegni e due fotografie. Durante il Laboratorio di Allestimento ho progettato una versione estesa in lingua inglese, quella iniziale era in lingua slovacca. Per la fine di quest’anno stamperò le prime cinque copie del libro. Per il futuro vorrei stamparlo in un’edizione di ca. 100-200 pezzi. Per maggiori informazioni: www.magdastanova.sk

Magda Stanová

In questa pagina e nella seguente: n*1 Lugano Switzerland Everybody has a nice view n*6 Zurich Switzerland In the lake of Zurich there are many swans. When you float between them, they are as big as those from the merry-go-rounds of your childhood.


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Tristano di Robilant. Un nome, un’identità , un artista con il quale sto collaborando per cercare di realizzare tre progetti pensati insieme: la raccolta di materiale per una possibile monografia su tutto il suo vasto lavoro artistico e poetico, un’esposizione delle opere in vetro in uno spazio a Venezia e articoli di critica sulle opere per promuovere la sua ricerca artistica.


Alessandra Landi

Tristano di Robilant

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Tristano di Robilant

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Alessandra Landi

La collaborazione con Tristano di Robilant si è attuata su un’idea della prof.ssa Cornelia Lauf che desiderava raccogliere e ordinare immagini delle opere dell’artista per una possibile monografia dopo l’esposizione da lei curata presso il Museo Boncompagni Ludovisi di Roma. La ricerca è partita da alcuni materiali fornitemi dalla professoressa e dal web, navigando fra il sito dell’artista e quelli delle varie gallerie. Catalogare i suoi lavori non è stato e non è tuttora facile in quanto la produzione di Tristano di Robilant è immensa, non ancora esplorata approfonditamente e si espande in più settori, dal disegno alla tela, dal vetro alla ceramica, dalla scultura alla poesia. Dopo questo primo approccio personale di ricerca ho contatto l’artista con il quale ho fissato un incontro a Venezia - città da lui spesso frequentata in quanto le sue recenti sculture in vetro sono state realizzate a Murano. I primi appuntamenti, momenti in cui abbiamo potuto discutere degli eventuali e possibili progetti, si sono rivelati proficui e si è creata da subito una buona collaborazione. La preoccupazione primaria è stata quella di raccogliere dati per scrivere un’esaustiva bibliografia. Questo lavoro nasce su impulso della Lauf e dalla necessità di fornire un testo che ripercorra fedelmente il fluire della vita di Tristano di Robilant, strutturato in modo tale da permettere una lettura della sua formazione e poetica negli anni. Nato a Londra nel 1964, ultimo di tre fratelli, trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra Roma, il Monte Argentario e Londra,


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restando inizialmente influenzato dall‘amico di famiglia nonché padrino, Twombly. Questo periodo della sua vita rimane fondamentale, viste le reminescenze infantili che si riscontrano in una parte dei suoi lavori, specialmente alcuni ricordi visivi ed emozionali in un momento di vita felice, dove tutto veniva e viene ricondotto ad un’atmosfera mitica ed unica. Il paesaggio marittimo, malinconico e magico del Monte Argentario nel periodo della sua infanzia ha segnato a livello inconscio di Robilant, che recupera spesso queste immagini rielaborandole con grande poesia e freschezza come in It’s Not Just a Question of Seaside resorts. Terminate le superiori a Roma, agli inizi degli anni Ottanta si trasferisce negli Stati Uniti con il fratello, dove si iscrive all’Università del Sussex, lasciata poi per lavorare un anno a Dallas presso una galleria d’arte. È in questo periodo che la ricerca artistica e l’interesse verso l’arte contemporanea

diventano forti e predominanti, anche rispetto alla passione per la fotografia che lo aveva accompagnato da ragazzo. Finita questa esperienza riprende l’università iscrivendosi a Santa Cruz, dove si laurea in Storia dell’Arte anche se rimane più che altro influenzato dalle lezioni del critico dell’architettura Reyner Banham, dal quale derivano la curiosità e gli studi sulle costruzioni architettoniche che spesso troviamo nelle sue opere come Domestic Temple. Nello stesso periodo inizia a scrivere poesie e a ricercare un livello poetico da applicare anche ad alcune delle sue opere traendo alcuni titoli, ad esempio, dai suoi scritti, come se volesse attribuire una voce all’opera che però rimane muta,senza suono, ma con il ricordo dell’ importanza della parola. Questa caratteristica poetica lo accompagna ancora oggi ed è parte integrante del suo lavoro. Rimane alcuni anni in America vivendo tra California e Texas, anche se il momento di maggiore influenza


Tristano di Robilant

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e importanza per la sua ricerca si concretizzerà nella sua permanenza presso l’East Village a New York, dove alla fine degli anni Ottanta vivrà l’influenza e il fascino del Concettualismo e del Minimalismo. Sono questi gli anni in cui inizia, da autodidatta, ad accostarsi al disegno e alla pittura con prime sperimentazioni di matrice figurativa poi distrutte dall’artista stesso, mentre poco dopo si dedicherà anche alla scultura concentrandosi sulla lavorazione di materiali pesanti. Nel 1989 si trasferisce in Italia dove lavora tra Sutri e Roma, città che lo vedrà esordire come artista in una collettiva presso la Galleria Bonomo, alla quale faranno seguito innumerevoli esposizioni come una a Hartford, dove viene esposta un’opera appartenente a Sol LeWitt, una personale alla Holly Solomon Gallery di New York, una presenza alla Quadriennale di Roma e una serie di mostre in diverse gallerie: dalla Annina Nosei di New York alla Bonomo di Roma e Bari, dalla Pièce Unique di Parigi alla Paolo Curti di Milano. Nei primi anni Novanta inizia a maturare un linguaggio strettamente personale, concentrandosi per lo più sulla materia, dove si ritrovano le caratteristiche dei lavori di Richard Tuttle e Robert Ryman. Dapprima inizia con l’asfalto e materie pesanti come il bronzo, poi passa a lavori più delicati e di piccole dimensioni in terracotta e gesso. In questi anni viaggia frequentemente e mantiene contatti con il mondo artistico di Venezia,

Alessandra Landi

Londra e New York; è proprio qui, alla fine del 1997, che iniziano le sue prime sperimentazioni con il vetro e la ceramica, materiali ritenuti più malleabili e con proprietà di leggerezza e chiarezza che il bronzo e la pietra non gli permettevano. Dopo aver trasferito lo studio a Ripa Bianca si dedica proficuamente alla ceramica, privilegiando un linguaggio costruito sulla semplicità e la purezza delle linee che si accompagnano a sfondi monocromatici di colori delicati ma immediati, che riescono a sprigionare nella coscienza del fruitore una dolce melodia di un mondo mitico. Anche il vetro diventa materiale fondamentale di questi anni, dove la semplicità, la leggerezza e la chiarezza che l’artista persegue raggiungono i massimi livelli in forme primitive, essenziali, tratte da archetipi intimi e mitici che colpiscono per la loro innocenza e incredibile profondità emozionale. Una piccola parte del suo lavoro comprende anche, dal 2000, un interessante studio sulla seta come materia di supporto pittorico, reso possibile da Prial Lall. L’ultima sua personale invece si è tenuta al Museo Boncompagni Ludovisi di Roma, curata dalla prof.ssa Cornelia Lauf, la quale vorrebbe realizzare la prossima esposizione di Robilant a Venezia in un contesto simile a questo Museo, dove poter ancora modificare i confini tra le belle arti e le arti applicate, l’arte contemporanea e l‘arte moderna, inserendo le più recenti sculture in vetro di Robilant in uno spazio della Biblioteca Nazionale Marciana.


Questo edificio del XVI sec con la sua monumentalità e la sua forza espressiva risulterebbe contenitore prezioso e spazio ideale dove poter rompere e miscelare i confini tra le differenti arti, inserendo le sculture in vetro di un’artista come Di Robilant che colpisce sommessamente lo spettatore tramite una semplicità comunicativa, una profondità emozionale che si espande lentamente nell’intimità di ognuno, senza sconvolgere o scioccare, ma semplicemente trasmettendo una visione di un mondo altro e delicato. Al momento ho redatto una scheda di presentazione dell’artista e insieme alla prof.ssa Lauf abbiamo formulato una lettera di richiesta ai responsabili della Marciana per avere la possibilità di organizzare un’esposizione ed ottenereuna loro collaborazione. Un’altra idea, legata in parte a questa iniziativa, sarebbe la stesura di un’intervista e di un articolo di critica sul lavoro artistico di Tristano di Robilant per promuovere la sua arte anche tramite la parola e le riviste del settore. Foto © Piero Cremonese

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Il progetto che ho sviluppato in questi mesi è stato quello di imparare a redigere, grazie ai preziosi consigli della prof.ssa Luaf, una recensione critica di una mostra d’arte. Dopo essermi informata su quali fossero gli eventi artistici più interessanti in Italia, ho scelto la mostra di Deborah Ligorio, una giovane artista contemporanea che presentava l’opera Vulcano alla galleria Francesca Minini di Milano. Il primo passo è stato quello di ricercare le maggiori informazioni possibili sull’artista e sui suoi lavori passati. La ricerca del materiale è stata molto importante perché mi ha permesso di capire meglio l’opera dell’artista. Durante la mia visita alla galleria ho preso una serie di appunti per poterli rielaborare successivamente. Raccolto tutto il materiale ho iniziato a scrivere la recensione. Questa è composta da: un’introduzione in cui presento la mostra; una presentazione della pratica dell’artista; la descrizione delle opere; la conclusione. Nel caso di Deborah Ligorio, ho anche fatto dei confronti tra Vulcano e i lavori precedenti dell’artista e ho pensato ad alcuni riferimenti ad altri artisti, come a James Turrell e a John Baldessari. Insieme alla prof.ssa Lauf ho poi fatto un lavoro di editing in cui ho corretto alcuni elementi per rendere il più semplice e chiara possibile la recensione. Infine ho provato a mandare l’articolo ad alcuni siti del settore.


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Silvia Sartori

Recensione d’arte


Recensione d’arte

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Con Vulcano, l’ultimo lavoro presentato alla galleria Francesca Minini di Milano, Deborah Ligorio ci porta con sé in un viaggio dalle pendici alla cima del vulcano più conosciuto d’Italia, il Vesuvio. Attraverso lo sguardo nostalgico della videocamera ci mostra le sue distese: da quelle deserte a quelle invece abitate dalla popolazione. Ligorio prosegue in quest’opera la sua esplorazione verso particolari zone del mondo, come aveva fatto in Donut to Spiral (2004) dove aveva raccontato la sua esperienza attraverso il deserto californiano verso la Spiral Jetty (1969) di Robert Smithson. Ed è proprio agli artisti della Land Art che l’artista rende omaggio con la sua opera. Nonostante il suo intervento sul paesaggio non sia diretto, Ligorio, Deborah Ligorio, Vulcano, 2007, video still.

Silvia Sartori

tramite le foto e le riprese, dimostra la stessa attenzione verso il paesaggio e i suoi mutamenti, rendendolo così il protagonista indiscusso del suo lavoro. La sottile attenzione verso la natura che la circonda, porta l’artista pugliese ad addentrarsi sempre di più nel rapporto che esiste tra la natura stessa ed il paesaggio urbano, analizzando l’influenza reciproca tra il territorio e l’ uomo e come quest’ultimo, per quanto cerchi di modificarlo e sottometterlo, alla fine si adatti i propri stili di vita. L’artista questa volta sceglie un vulcano come protagonista della propria ricerca: il Vesuvio. Nella mostra della Ligorio, ad accogliere lo spettatore, in una sala non molto grande, un vecchio proiettore che riproduce una serie di immagini


di oggetti quotidiani e il loro semplice corrispettivo geometrico: un triangolo, un quadrato, un cerchio. Come in altre opere precedenti, come Size Scape (2003), anche qui l’artista riprende le geometrie elementari per rappresentare l’ambiente nella sua più estrema semplificazione avvicinandolo ad una struttura quasi di tipo informatico. Ed ecco che, viste dall’alto, sia la griglia urbana che la popolazione che in essa si integra, divengono solo figure e colori non riconoscibili. Nelle pareti troviamo dei collages, una serie di immagini inframmezzate e incorniciate da disegni caratterizzati da una forte geometria che sembrano quasi dei pattern. Le fotografie rappresentano scena di vita popolare in bianco e nero dove i volti delle persone sono cancellati Deborah Ligorio, Vulcano, 2007, , video still.

tramite dei fotomontaggi lasciandoli così in una sorta di eterno anonimato: come anche John Baldessari aveva fatto in alcune sue opere. Proseguendo si giunge al video: un documentario con una serie di riprese aeree del Vesuvio e del paesaggio urbano circostante con le abitazioni di chi, incurante della possibilità di un possibile risveglio, costruisce le proprie dimore nelle pendici del vulcano. Anche James Turrell in Roden Crater (1973) aveva scelto un vulcano come protagonista del proprio lavoro. Fanno da sottofondo sonoro e da commento alle immagini proiettate una serie di frammenti di trasmissioni radiofoniche, di musica leggera italiana e di canzonette degli anni ’50 - ’60: una narrazione parallela allo scorrere delle immagini sullo schermo.

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Marco Bacci Andrea Manzoni Gabriele Protopapa Massimiliano Regoli

Italian Coffee Durante il Laboratorio di allestimento ho avuto occasione di portare avanti la mia ricerca artistica sul tema del caffè. È proprio dal chicco di caffè contenuto in strutture di rete metallica o sacchi di juta che prendono forma le mie macchine per la preparazione del caffè, cariche di storie, ricordi ed emozioni che tutti possono raccontare. La ritualità del gesto di ‘prendere il caffè’ è molto familiare in generale, ma soprattutto nel contesto italiano è tradizione ormai radicata prendersi una pausa utilizzando, magari anche solo come un pretesto, il caffè come antidoto alla noia di giornate lavorative meccaniche e stressanti. Importante è il senso olfattivo grazie al quale il profumo di caffè mette in moto tutte quelle emozioni che ognuno ha dentro sé e può riconoscere nella quotidianità. «Italian Coffee» è composta da una macchina per il caffè espresso fatta di juta e un macinino elettrico, fatto di rete metallica. Questo due oggetto rappresentano macchinari molto cari alla nostra popolazione che prepara una bevanda nera molto diversa da quella delle altre popolazioni. L’installazione è stata progettata per essere esposta nel cortile coperto della Fondazione Querini Stampalia, vicino alla caffetteria.

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Italian Coffee: l’opera

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Il laboratorio si è dimostrato molto importante per la mia formazione artistica . Fin dai primissimi momenti quando ancora io e i miei compagni stavamo esponendo il nostro percorso formativo, arrivato il mio turno è subito emerso che nonostante le opere fossero interessanti, la presentazione grafica era troppo accademica. Da qui l’idea di realizzare un nuovo book. Premetto che normalmente sono abituato a costruirmi tutto da solo, invece questa volta, sotto consiglio della prof.ssa Lauf, mi sono affidato a tre grafici; Massimiliano Regoli, Andrea Manzoni e Gabriele Protopapa, e a dir la verità, il risultato è stato ottimo. Come prima cosa ho messo assieme tutto il materiale accumulato negli ultimi anni e ho cominciato a pensare a chi, tra le persone di mia conoscenza, poteva scrivere su di me. Ho chiesto alla prof.ssa Lauf di scrivere una breve introduzione al mio lavoro, a Ilaria Gianni di scrivermi un testo, che in un secondo tempo, sotto sua proposta, è diventata un’intervista (inizialmente questa idea mi faceva sorridere perché non avendo mai fatta un’intervista, la vedevo una cosa che viene fatta ai grandi artisti, ma pesandoci bene è stato un modo per parlare di me e mettermi in gioco) e a Lijuva Moser di scrivere qualcosa sulla mia poetica. Il catalogo sarà prodotto a mano in venti esemplari ed è stato costruito in maniera da poterlo aggiornare costantemente.

Marco Bacci

Esso si divide in due blocchi: il primo contenente introduzione, intervista, testi e curriculum, il secondo contenente le foto e i progetti delle opere. Quasi parallelamente è nata anche l’idea di costruire un sito personale (che spero in poco tempo possa essere attivo) che insieme al catalogo servirà per diffondere il mio lavoro. Il sito è nato anche con la volontà di diventare un piccolo punto di riferimento per i giovani artisti, creando degli spazi dove sarà possibile reperire i bandi di concorso d’arte contemporanea e ospitare link e blog che parlino di arti visive. Questa è stata la prima parte del lavoro, la seconda è stata quella di creare un rapporto con un’istituzione veneziana. Analizzando le possibili ipotesi ho optato per la Fondazione Querini Stampalia. L’idea iniziale era quella di riuscire a fare un’opera specifica da poter inserire negli spazi della Fondazione. Purtroppo la durata del laboratorio è molto limitato e i vari slittamenti per incontrarmi con la curatrice e la sua assistente hanno portato ad un prolungamento dei tempi, che mi hanno fatto decidere di cominciare comunque a realizzare l’opera per poi portare avanti il progetto espositivo in un secondo momento. L’opera che volevo presentare alla Fondazione Querini Stampalia, si lega alla mia ricerca sui lavori olfattivi. Avevo deciso di presentare tre tipologie


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diverse di lavori, ma visto l’importanza dell’istituzione, ho optato per realizzare un’opera costruita con i chicchi di caffè, operazione artistica già presentata in altre sedi e quindi già collaudata. Italian Coffee racconta storie consumate in locali pubblici con amici, colleghi o sconosciuti; momenti che spezzano la routine delle nostre giornate, aiutando il dialogo tra le persone e promuovendo gli incontri. L’installazione è divisa in due oggetti: una macchina per l’Espresso costruita con i sacchi di juta che contengono il caffè e che simboleggiano l’unione della nostra cultura di consumatori con quella del Sud America di produttori; e

una seconda parte in rete metallica che riproduce un macinino da caffè elettrico, che inizialmente crea l’impressione di essere un mosaico formato di tante tesserine. L’idea è di posizionare l’opera all’interno della fondazione, precisamente nel cortile coperto che si trova adiacente alla caffetteria. La scelta di questa locazione darebbe una visibilità più ampia all’opera in quanto esterna agli spazi espositivi della collezione che possono essere visitate solo a pagamento. Attraverso questa posizione, l’opera sarebbe vista anche dalle persone che transitano nell’area per andare verso la biblioteca.


Italian Coffee: il catalogo

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Tutto cominciò alla stazione dei treni di Venezia. Tra i saluti e la fretta della partenza, la prof.ssa Lauf, incontrata casualmente tra i binari, ci disse: “Marco Bacci, vostro compagno di corso, è un bravo artista, molto cool, lo conoscete? Gli ho detto che forse voi potreste aiutarlo nel fargli un catalogo. Che ne dite?... Ne parliamo la prossima volta, ora devo scappare, bye!” Da quel momento abbiamo iniziato la collaborazione con Bacci.

Andrea Manzoni Gabriele Protopapa Massimiliano Regoli

Struttura “L’ideale sarebbe aver un catalogo che, ogni volta che faccio un’opera nuova, possa esser aggiornato, senza dover aspettare del tempo prima d’aver un buon numero di lavori per un nuovo catalogo”. Questa affermazione di Marco Bacci, rappresenta il fulcro del nostro progetto. Ci siamo trovati quindi a progettare una sorta di book che rispondesse alle esigenze di un work in progress, ovvero che possa continuamente ospitare opere e recensioni nuove. La struttura del libro che abbiamo adottato è quindi quella di una doppia giapponese: una contenete le recensioni, l’altra le opere, con un dorso variabile che permetta di contenere i due libri-capitoli e le eventuali aggiunte. Tra le due sezioni, come divisore, abbiamo sistemato un piatto. Il formato delle giapponesi è di 17,5 x 20,5 cm e sono sistemate, rispettivamente per le recensioni e per le opere, incollando la prima e l’ultima facciate delle medesime sulla seconda e sulla terza di copertina. Così facendo sarà possibile inserire nuove pagine, partendo dall’ultima o dalla prima, seguendo un ordine cronologico (si parte per le opere, ad esempio, sfogliando dei lavori del 2007 e andando a ritroso; l’opposto avverrà per le parti scritte). La scelta di dividere in due il catalogo (testi e immagini appunto) è dovuta al bisogno di non interrompere il ritmo abac (schizzi/ dettagli-immagine opera-schizzi/dettaglitexture) nella parte dedicata alle opere.


Impaginazione Per quanto riguarda l’impaginazione abbiamo creato due griglie distinte, una per parte. La sezione delle opere verte sull’utilizzo e sulle disposizioni di un numero variabile di moduli quadrati che garantiscono sia un’immagine grafica globale pulita e caratterizzante, sia una libertà di disposizione degli elementi. Per quanto riguarda la disposizione spaziale delle opere all’interno del catalogo (ogni opera va a formare un capitoletto), abbiamo utilizzato il ritmo sopra citato: abac (ogni lettera corrisponde ad una disposizione di moduli precisa, all’infuori di c che corrisponde all’immagine a tutto campo). Vedi anche le immagini dell’impaginazione. Post produzione Tutto il lavoro sarà corredato da una normativa al fine di dare a Marco Bacci la possibilità di stampare e sistemare il materiale nuovo da solo seguendo, senza il problema di sbagliare, le regole che abbiamo attuato per progettare il catalogo.

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Riccardo Perello

Parlez moi d’amour… encore. Conversazioni con Mario Airò


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La conoscenza con Mario Airò o meglio con il suo lavoro, personalmente, ebbe inizio poco più di un anno fa all’interno della mostra museo museo museo. 1998-2006 duecentocinquanta nuove opere per la gam allestita a Torino Esposizioni. Al suo interno, in una piccola stanza ricavata nell’enorme e spettacolare palazzo realizzato dall’arch. Pier Luigi Nervi, era esposta Parlez moi d’amour, opera che mi colpì tantissimo, realizzata da Airò nel 2001 – artista, fino a quel momento a me sconosciuto. Coincidenza o meno la professoressa Lauf segnala l’opportunità di fare uno stage presso lo studio del prof. Airò che insegna alla triennale. Non mi sembrava vero. Lo stage si è rivelato poi tutt’altro. Lunghe chiacchierate fatte con il mio desiderio

di conoscere lui come persona/artista (le due cose sono inscindibili, come detto da lui stesso), piuttosto che semplicemente il suo corpus di opere. Si sono rivelati momenti importanti, come quello in cui abbiamo visitato la mostra in corso alla Querini Stampalia realizzata dall’artista africano Georges Adéagbo dal titolo: “La rencontre”..! Venise – Florence..! Quello che è uscito da questi incontri non è quantificabile in una semplice intervista o in una fredda relazione scritta; per questo ho realizzato una mia personale interpretazione che spero renda percepibile almeno un decimo di quello che si prova parlando con il poeta che si è rivelato essere Mario Airò.


Parlez moi d’amour... encore. Conversazioni con Mario Airò.

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C’era due volte la storia del bis “Quando il bambino era bambino” chiedeva sempre - disteso sul suo letto di sogni - che qualcuno gli parlasse dell’Amore. L’aveva già provata questa particolare sensazione, ma amava sentire quanto diverse potevano essere le esperienze dell’Amore. Quindi “parlami dell’Amore…”. Quella volta toccò ad un poeta raccontare e la sua storia cominciò pressappoco così: “In un tempo lontano, almeno 600 anni fa c’era un piccolo uomo elegante e amante delle scienze e filosofie, un piccolo sognatore di mondi ideali, il suo nome era Marsilio. Adorava passare le lunghe giornate a pensare. Pensava ininterrottamente tanto da creare un mondo altro in cui vivere. Un mondo regolato dalla purezza delle leggi fisiche e matematiche. Un mondo in cui le anime di tutti trovavano la luce. Quale posto migliore per sognare se non la sua piccola stanza con il piccolo letto e il basso soffitto. Si coricava su quel basso materasso e in pochi istanti la sua mente veleggiava tra l’universo dei pianeti, correva sulle scie delle stelle comete, le pareti della stanza sconfinavano nell’infinito, il soffitto era leggero e sorretto da poche colonne d’aria trasparenti che univano il pavimento al cielo. Soffitto che si copriva di cerchi come guardare un lago da sotto, lago in cui le tante pietroline lanciate dai sogni creavano cerchi concentrici e ipnotici in cui perdersi. Soffitto non più come tale ma superficie da attraversare da toccare e modificare.

Riccardo Perello

Marsilio si perdeva in quella stanza per ore, giorni, anzi… come dire… il tempo smetteva di essere un ticchettio per trasformarsi in un vortice”. Al suono di quella parola - “vortice” il nostro poeta smise di raccontare. E cosa succede dopo - chiese il bambino. “Devi sapere che il vortice è l’Amore. Immagina un bicchiere pieno d’acqua fino all’orlo tanto che l’acqua sembra stia per uscire. Immersi dentro la cristallina atmosfera vi sono due elementi apparentemente opposti: uno pesante, grigio, duro, un sasso e l’altro leggero, colorato e delicato, un petalo di fiore. Immagina il bicchiere fermo poggiato su di un tavolino, ma c’è qualcosa che non va perché il petalo ed il fiore stanno ballando insieme al ritmo di una vecchia e gracchiante canzone d’amore, girano leggeri entrambi si sfiorano, volteggiano così veloce che l’acqua crea un vortice che arriva sino al fondo del bicchiere, ma neanche una goccia esce dal bordo, neanche uno schizzo. Mai una coppia è stata più delicata nel ballo”. Il poeta si fermò nuovamente con un sorriso dolcissimo che colorava il suo viso come di luce azzurra. Azzurro il cielo che copriva il suo studio immerso nella campagna. Una stanzetta senza finestre, una seggiola in legno accompagnata da un tavolo, anch’esso in legno con su una vecchia macchina per scrivere, di quelle nere, con i tasti grandi e pesanti. Ogni qualvolta si sedeva ispirato da luoghi nascosti agli occhi della gente e iniziava a sfiorare i tasti del suo attrezzo, ecco in quel momento non era più un poeta ma un pianista, che trasformava le


parole in suoni e melodie, un pianista in grado di cancellare il soffitto della stanza e volare più in alto, soffitto che diventa il cielo con le sue nuvole e solcato da raggi di luce. La storia ricominciò sorprendendo sia il bambino che il poeta come scaturita da un impulso sincopato. “C’era un amico di Marsilio – racconta - che era prodigioso, aveva una memoria fuori dal comune, poteva citare intere pagine di libri, recitare poesie e parlare secondo Aristotele, conosceva la matematica e amava disegnare con uno strumento assai nuovo per il tempo: faceva con esso cerchi perfetti, calcolava rotte spaziali di pianeti sconosciuti, illustrava concetti matematici e cosmici con estrema facilità.” Il poeta poi aggiunse che secondo lui si poteva riempire, con questi disegni, la superficie di una piazza intera. Come tanti tappeti che luminosi creano un dialogo con le stelle. Giordano era il nome di quest’uomo. “Hai mai visto una rosa protendersi verso la luce contro ogni forza fisica?” “No mai.” Beh forse parlare d’Amore è la cosa più difficile da fare al mondo, pochi sono quelli che si sono tesi verso questo desiderio, e ancora meno sono quelli che hanno accarezzato le foglie ed i petali di una rosa. Dopo un attimo di silenzio, con occhi socchiusi e sognanti il bambino soggiunse: “Parlez moi d’amour…encore”. Ed il poeta, cogliendo questo desiderio ricominciò a cantare i suoi versi…

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Mario Airò, La stanza dove Marsilio sognava di dormire, 2001, courtesy GAM (Torino) E Galleria Massimo De Carlo (Milano). Mario Airò, Rise High the Roof Beam, Carpenters, 1999, courtesy Galleria Massimo De Carlo (Milano).


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Durante il laboratorio di allestimento, ho proseguito nella mia ricerca artistica e contemporaneamente collaborato con l’artista Antoni Muntadas. Nel progetto di collaborazione con Antoni Muntadas mi sono occupata della ricerca di documenti relativi a due importanti realizzazioni architettoniche di Mies Van der Rohe. Nello specifico il Padiglione di Barcellona, del 1929 (ricostruito negli anni cinquanta ad opera di alcuni architetti spagnoli) e il Monumento a Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht di Berlino, del 1926, distrutto dai nazisti nel 1935 e mai più ricostruito. Successivamente l’analisi si è spostata sui concetti di distruzione-ricostruzione; sull’aspetto temporale di Pavilion e quello permanente di Monumento, anche in relazione agli eventi storici e politici dell’epoca. Il Padiglione tedesco di Barcellona nasce come tale ma nella fase di ricostruzione perde il concetto di temporalità per acquisire quello di permanenza, a differenza del Monumento di Berlino a Liebknecht-Luxemburg, che nasce come struttura permanente. Foto di Manuela Romanato


Independent study Manuela Romanato

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Qu Elisa Miorin Tommaso Speretta

Qu magazine è un progetto di Elisa Miorin e Tommaso Speretta. Si tratta di una rivista cartacea, bilingue italiano/inglese, distribuita in Italia e nelle maggiori capitali europee. Si compone di sole interviste ed è sostanzialmente suddivisa in tre parti: arte, curata da Tommaso, design, curata da Elisa, e musica, curata da collaboratori esterni. Elisa e Tommaso sono sia editors che art director. La rivista è regolarmente registrata al tribunale di Venezia. L’uscita del numero 0 è prevista per gennaio, mentre in versione digitale sarà disponibile sul sito internet già da fine dicembre. Il primo numero contiene interviste a: Francesco Vezzoli, Ismael Ivo, Luis Guerin, Lia Gangitano, Paul Cox, Emmanuel Babled, Kuntzel and Daygas, Kari Piippo, Elecrelane, Au Revoir Simone e Grizzly Bear.

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Qu

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Com’è nato Qu magazine? Tommaso Speretta: Eh.. un sacco di sacrifici e voglia di fare. Elisa Miorin: Confermo! E tanta pazienza. Che libri tenete sopra il comodino? T: L’opera completa di Pier Vittorio Tondelli!! È come la bibbia per il credente, non me ne separo mai! E: E’ lui l’intellettuale del gruppo, diciamo che io sono la ragazza immagine… anche se ho dei seri dubbi anche su questo ruolo. Scherzi a parte ora sto leggendo un libro di Kurt Vonnegut, Mattatoio n°5. Qual è l’intervista che vi è piaciuta più redigere? T: Senza ombra di dubbio la conversazione con Francesco Vezzoli! È uno dei pochi giovani artisti italiani che fa qualcosa di serio! Peccato che la gente comune pensi che il suo lavoro è solo star e celebrities hollywoodiane! E: Non saprei dire… ne ho due!! La prima è perché sono andata di persona ad intervistarlo, un designer francese Emmanuel Babled con sede a Milano. Andare nel suo studio, conoscerlo di persona è sempre un’emozione. La seconda è stata la prima intervista che ho fatto per Qu, ad un grafico Finlandese, Kari Piippo! Vi siete ispirati a qualcuno? T: Mah non saprei fare dei nomi precisi, ci siamo affidati all’istinto, e abbiamo sempre cercato di fare qualcosa che ci appassionasse! Siamo fin troppo spesso costretti a fare cose che ci annoiano!

Elisa Miorin Tommaso Speretta

E: Prima di iniziare abbiamo fatto una ricerca, ci siamo guardati in giro e abbiamo tirato le somme. Abbiamo messo su un tavolo tutte le cose che abbiamo raccolto, libri, riviste, immagini e poi abbiamo cercato di capire come unire il tutto alla nostra idea. Qu è un insieme di tante cose. È vostra anche la realizzazione grafica? T: Si siamo editori ed art director allo stesso tempo. Diciamo che spesso ci accusano di tautologia, ma noi ce ne freghiamo! E: Si! E’ nostra. Tommaso ed io siamo un gruppo, o meglio un duo, che si chiama “IlletElle” che si occupa di Comunicazione e non solo. Qu è nata all’interno di questo progetto e speriamo che duri molto molto a lungo. Com’è nata la collaborazione tra voi due? T: Ci siamo conosciuti sui banchi dell’università. Io all’inizio stavo poco simpatico ad Elisa, cercava di evitarmi in ogni modo, poi lei ha capito il mio sense of humour! Avevamo idee comuni e così abbiamo deciso di lavorare insieme. E: Tommaso l’ha già detto. Ci siamo conosciuti lo scorso anno all’interno dell’università ed è vero, non lo sopportavo proprio, lo ammetto. Ma poi… ho ceduto!!! Ed è incominciato tutto! Vi sopportate ancora? T: mmm… siamo costretti!! E: Alti e bassi e va bene così!!! Tommaso dice che ci vuole molta pazienza nel sopportarmi!!!! Mah…forse ha ragione.


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Progetti per il futuro? T: Andarcene al più presto dall’Italia! Almeno io! È un paese che offre troppe poche opportunità. O fai parte di una lobby o sei tagliato fuori! E: Come dice Tommaso, in Italia oggi è molto difficile!!! Andare a fare un’esperienza all’estero per un po’ di anni mi attira e oggi come oggi partirei subito! Per poi ritornare in Italia per darle una bella sistemata!! Un difetto reciproco? T: Aspetta sempre giorni prima di dirmi le cose! Lei dice che io sono severo e forse ha anche ragione!! E: Un difetto di Tommaso… fammi pensare… mmm … è che vuole tutto subito!! Non riesce ad aspettare!!!

Qual è il vostro migliore momento della giornata? T: Che domanda difficile! Forse l’ora di cena: mi piace cucinare! E: Caspita!! Non saprei rispondere, forse quando riesco a ritagliarmi dei momenti di solitudine. Ma non ho un momento migliore… vivo alla giornata e questo mi basta!! Descrivete Qu in cinque parole. T+E: Beh innanzitutto è nostra, nel senso che così tante sono state le nottate svegli a lavorare che non possiamo che esserne fieri. Poi è un piccolo sogno che si avvera. Forse è più facile dire cosa non è!! Non è glamour, non è italiana, nel senso che non si rivolge ad un pubblico solo italiano! È un po’ old style, come noi d’altronde!


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FF3300 Maria Rosaria Digregorio Enzo Ruta

FF3300 è una rivista digitale indipendente dedicata all’arte, alla grafica, all’illustrazione, alla fotografia e all’architettura. Il numero zero è stato pubblicato online nel settembre del 2006. I cinque numeri usciti finora con cadenza (quasi) bimestrale sono scaricabili gratuitamente dal web. FF3300 è un progetto no-profit tenuto in vita da un network di persone che vivono, studiano e lavorano in ambiti e città diverse.

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FF3300

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Il nostro progetto per FF3300 è un intervento di ridefinizione di alcuni aspetti estetici e strutturali della rivista. Inizialmente FF3300 era stata concepita in modo che chiunque potesse scaricarla in formato PDF e stamparla autonomamente. Di fatto, però – nonostante i considerevoli numeri di download – quasi nessuno ha mai trasferito su carta le duecento pagine a colori che mediamente compongono un numero, preferendo visualizzarle direttamente in Acrobat Reader. Partendo da questa considerazione abbiamo deciso di riprogettare la rivista per una fruizione esclusivamente a schermo. Il formato PDF (Portable Document Format) in cui veniva rilasciata FF3300 ci è sembrato adatto anche alle nuove esigenze: oltre a permettere di trasferire le informazioni in un file unico e multipiattaforma, consente anche di incorporare quei contenuti multimodali – suoni, video e sequenze di immagini, link – che non possono essere accolti da una versione stampabile. Per garantire una navigazione piÚ agevole abbiamo reso interattivo l’indice principale. Da ciascuna pagina è inoltre possibile saltare di articolo in articolo, visualizzare gli articoli correlati, accedere agli eventuali contenuti esterni alla rivista e tornare all’indice. La scelta dello schermo come supporto per la visualizzazione ha influito necessariamente anche sull’aspetto grafico, a partire dalle dimensioni della pagina. Il formato prima utilizzato era l’A4, quello delle piÚ comuni stampanti

Maria Rosaria Digregorio Enzo Ruta

domestiche, ed è stato sostituito da una pagina di proporzioni 16:9 – lo standard per gran parte dei monitor piÚ recenti. La griglia si modifica di conseguenza, espandendosi orizzontalmente e accogliendo un maggior numero di colonne: aumentano le possibilità combinatorie tra testi e immagini e la capacità di adattarsi alle esigenze poste da temi eterogenei. L’ultimo intervento, piÚ tradizionalmente tipografico, ha riguardato la progettazione di un carattere per i titoli. L’esigenza era quella di caratterizzare maggiormente la testata e creare un legame piÚ diretto tra questa e i titoli degli articoli. Ora anche il logotipo nasce dalla stessa matrice del carattere usato per i titoli, creando assieme ad esso un’identità piÚ marcata e coerente. Il nuovo numero di FF3300 – cosÏ come i precedenti – è scaricabile da www.ff3300.com, buona lettura.

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Eugenia Delfini

Elisa Miorin

Silvia Sartori

Maria Rosaria Digregorio

Riccardo Perello

Silvia Schiaulini

Marco Bacci

Marco Fornasier

Mauro Perosin

Tommaso Speretta

Veronica Bellei

Riccardo Giacconi

Marina Pezzotta

Magda StanovĂ

Tiziana Bolfi

Galia Kirilova

Gabriele Protopapa

Kathrin Tschurtschenthaler

Cecilia Bronzini

Petar Kufner

Massimiliano Regoli

Annalaura Tezzon

Laura Bruni

Alessandra Landi

Stephanie Roisin

Guiomar Valdemoro

Alessandro Camaioni

Laura Longarini

Manuela Romanato

Valentina Carollo

Andrea Manzoni

Enzo Ruta

Roberta D’Angelo

Giulia Marzin

Marta Santomauro

Ilaria Gianni

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Catalogo laboratorio Cornelia Lauf  

Final catalogue for the laboratory course of Cornelia Lauf. Editing and lay out: Annalaura Tezzon, Silvia Schiaulin. Photo: Annalaura Tezzon...

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