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UNIVERSITĂ€ DEGLI STUDI

FIRENZE

DIDA

Dipartimento di Architettura

Corso di Laurea in Disegno Industriale L-4 Anno Accademico 2012/2013 Sessione straordinaria Aprile 2014

Titolo della Tesi

Rotolando verso Sud Progetti, per i Tratturi Relatore

prof. Giuseppe Lotti Correlatore

dott. Vincenzo Lombardi Tesi di laurea di

Anna D’Addario


Ogni nome un uomo ed ogni uomo e’ solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sè Quante deviazioni quali direzioni e quali no?


Alla mia terra, a mio padre e mia madre, loro: la mia casa, il mio essere.


INDICE

INTRODUZIONE capitolo 1

NOI E IL TERRITORIO IL TERRITORIO FLUIDO LA TERRA CHE ABITI QUEL GENIUS LOCI LA MATRIA

capitolo 2

TRATTURO-TRATTURI I TRATTURI LUNGO I SECOLI DALL’ ITALIA ALL’EUROPA E VICEVERSA IL TRATTURO IN MOLISE

capitolo 3

TRANS-HUMUS COSA VUOL DIRE TRANSUMANZA C’ERA UNA VOLTA... IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO PROTAGONISTI DI UNA VITA CULTURA MATERIALE

8 12 13 15 16 18

22 23 26 30

34 36 37 41 42 45


capitolo 4

DESIGN-CRAFT DESIGN CHE HA CARATTERE ARTIGIANATO INDUSTRIALE o DESIGN ARTIGIANALE MADE in ITALY SOUVENIR D’ECCEZIONE

capitolo 5

IL PROGETTO RIFERIMENTI BONA-VENTURA TRACCE DLON-DLON

CONCLUSIONI BIBLIOGRAFIA SITOGRAFIA

INDICE DELLE IMMAGINI RINGRAZIAMENTI

48 50 53 56 59

62 64 68 74 78

82 86 88 89 92


“

Se non sai dove stai andando, girati per vedere da doveAnonimo vieni.

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11

INTRODUZIONE

Può il passato appartenere al futuro? Può un viaggio durare una vita, molteplici vite?

Non so dire quando è stata la prima volta che ho sentito parlare di tratturi, è un po’ come chiedermi quando ho imparato a dire “mamma”, quindi non so se sarò in grado di raccontarvi cosa essi siano, difficile sarà senz’altro riassumere in poche righe quell’ «erbal fiume silente» di cui D’Annunzio scriveva, fatto di un via vai perpetuo di pastori erranti e greggi transumanti. La mia idea è quella di raccontare una storia, questa storia, questo viaggio fatto di uomini che amano la terra e di terre che li accompagnano giorno dopo giorno. Volevo raccontare la storia di un tempo che non c’è più, un tempo perduto per dirla alla Proust! Un viaggio intorno al prodotto italiano come risposta alla vertigine incauta del presente e all’assenza di saldezza - in termini di sviluppo - nonché di politiche economiche e culturali.

introduzione

E’ il viaggio, un viaggio di sogni e di speranze, di necessità e tradizioni, l’elemento di partenza di questo cammino nel tempo. Perché la vita stessa non è forse, poi, quel viaggio che ognuno di noi fa tutti i giorni, tutti i mesi, anno dopo anno da quando nasce a quando muore? Quel viaggio i cui versi non dimentichi, poesia di mille ricordi che passo dopo passo ti accompagnano e certo non finiscono con te.


12

introduzione

Recuperare le tradizioni e le abilità tecniche di un luogo, elaborare nuove forme di dialogo e conoscenza, promuoverne il patrimonio ed esaltarne la ricchezza: questi gli obiettivi che danno vita al progetto “Rotolando verso Sud. Progetti, per i tratturi.”. Il nome del progetto porta con sé quell’idea di movimento, di flusso continuo tipico dei tratturi che, incessantemente, facevano da cornice naturale al viaggio dei pastori che con i loro animali si spostavano annualmente verso le zone più calde a Sud. Ho cercato di raccontare questo viaggio attraverso degli oggetti-memoria che racchiudono l’immagine di un passato che, come sosteneva Cicerone, è indispensabile per comprendere il presente. Obiettivo primario è quello di far conoscere un posto del mondo ancora - per molti sconosciuto. Non più un Molisn’t ma un Molise nato come terra di mezzo tra l’Abruzzo e la Puglia; terra di un popolo, i Sanniti, che, prima di cedere, riuscì a sconfiggere Roma; un popolo che ancora oggi vive insieme - e grazie - alla sua terra. Una terra attraversata e generata dai Tratturi, quegli stessi giganti che attraversavano tutta Europa e di cui la Transumanza ne era padrona. I Tratturi esprimevano una filosofia e non assolvevano solo ad una funzione quale appunto la transumanza. Lungo queste grandi vie di collegamento si trovano oggi i maggiori centri abitati della regione, sono loro che ne hanno dettato l’assetto urbano. Queste “autostrade verdi” vivono tuttora in Molise, magari non più animate come prima dalle migliaia di pastori che le percorrevano durante il loro viaggio su e giù per l’Italia, ma tutt’oggi ricche di testimonianze del passato. Ed è di questi resti che intendo parlare, è questa la storia che voglio raccontare perché in questa regione ogni centro abitato ha rispettato sempre l’immagine di una grande casa comune, dove il passato viveva nel presente e ispirava il futuro. Questa casa siamo noi, oggi, e possibilmente ancora.

“In a world of fast food and quick meals, it’s easy to lose sight of the old-age tradition of family time over dinner.” Andrea Rekalidis


...è necessario il tempo per creare i luoghi. David Lowenthal


15 capitolo 1

NOI E IL TERRITORIO

IL TERRITORIO FLUIDO

Quando si incontra per la prima volta una persona, una delle prime domande non è forse proprio “Da dove vieni?” che, ancor più del nome e dell’età, ci illumina su chi e su come possa essere quella determinata persona? Sembra che il solo fatto di associare un luogo ad un volto dia carattere, personalità. E, allora, ecco che fa capolino il territorio, quale “sentimento” di

noi e il territorio

“L’uomo è ciò che mangia” affermava Ludwig Feuerbach in un suo scritto del 18621. Poi ce lo siamo dimenticati o forse non lo abbiamo mai voluto ammettere. Innegabile è, certamente, che ogni cultura è legata al proprio cibo, e che il cibo e il modo di mangiare sono elementi fondamentali per capire la cultura di un popolo. Noi, uomini, siamo il prodotto di ciò che mangiamo e, con questo, non intendo dire solo ciò che praticamente ingeriamo, perché il cibo della nostra vita sono anche e, soprattutto, l’amore, la casa, la terra. Questa non vuole certo essere una di quelle frasi fatte, dette e poi lasciate al caso. Noi, uomini, lo ripeto, siamo fatti di ciò che mangiamo. Si dice l’amore renda umani, la casa ci dia protezione ma, ultima non per ordine, è la terra che ci rende ciò che siamo, ci caratterizza gli uni dagli altri, perché essa racchiude in sé un po’ il tutto, è la linfa vitale.


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capitolo

1

pensare che nell’epoca di globalizzazione in cui viviamo - come la facilità che ha un fluido nel collegare due parti - è presente un esponenziale livellamento della società, dei territori, con un conseguente cambiamento a livello di base. Se le relazioni, paragonate a fluidi baumaniani in continuo movimento, accrescono le relazioni tra gli uomini, allo stesso modo vanno a compromettere il modus vivendi che ci distingue gli uni dagli altri, uniformandoci e così privando i luoghi della loro vera identità.

appartenenza e di essenza della persona. I luoghi, in fin dei conti, differiscono per il modo in cui le persone che vi abitano si relazionano tra di loro e, allo stesso tempo, per ciò che la gente del posto conosce di quel luogo e del mondo, incluso il loro capitale sociale e culturale. «Lo spazio con il quale ci confrontiamo quotidianamente è uno spazio reticolare. E’ lo spazio dell’interazione, in cui le relazioni avvengono anche in tempo reale attraverso distanze enormi. Quotidianamente, agiamo in una forma nuova di spazio sociale caratterizzato dallo scambio e dal continuo movimento di informazioni, beni, persone. Tutto su livelli ‘connessi’ di elementi materiali con altri intangibili, di nodi fisici e non.»2 Mentre il sociologo Bauman, non tanto più vecchio di noi, ci ricorda gli aspetti “liquidi” del nostro vivere nella società “attuale”, noi non possiamo far altro che

Ricordo un professore che, mentre spiegava storia dell’arte, elogiava i fiorentini in quanto popolo che – se aveva fatto ciò che aveva fatto – era grazie alla “Grande Bellezza” che lo circondava. La forte identità dei luoghi nasce da un’armonia che genera sinergia fra la specificità del luogo stesso (sia essa paesaggistica o legata al microclima) e il contributo dell’uomo, la sua attività antropizzante. Riferendoci al territorio italiano, la forte presenza di un’architettura vernacolare, la minuziosità dei suoi dettagli, il riutilizzo di ogni cosa, sono nati proprio da questo dialogo rispettoso fra uomo e ambiente: una casa ospitale che restituisce dei doni, non come risorsa da sfruttare con efficienza né tantomeno ricompensare questa sottrazione con meccanismi redistributivi e con finzioni contabili come siamo abituati a vedere sempre più spesso.


17 LA TERRA CHE ABITI Bisogna comprendere che il territorio è una sostanza viva e dialogante, che con-corre al successo e alla nascita di nuove imprese e comunità e può diventare un vero e proprio laboratorio per sperimentare – sulle proprie “emergenze” (naturali o storico-culturali) – tecnologie, materiali e metodologie. Oltretutto il territorio assorbe e sedimenta conoscenza che viene successivamente restituita sotto forma di sapienza degli antichi mestieri ma anche di suggestioni

ispirative, fenomeno ben compreso da molti artisti e scrittori stranieri che continuano a venire in Italia per ispirarsi. Ecco che, si avvalora maggiormente la tesi circa l’influenza del territorio, proprio perché sono i luoghi che co-partecipano alla creazione di prodotti e servizi, assicurandone aspetti di unicità e, quindi, di intrinseco valore aggiunto. La natura del luogo influenza, dunque, l’aspetto di un prodotto perché contiene quegli elementi, anche molto sottili, che prendono parte alla sua realizzazione. Quel “nonsoché” che Alfred Marshall chiamava atmosfera

noi e il territorio


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capitolo

1

industriale e che è in qualche modo legato al suo essere un vero e proprio sistema cognitivo, che “contiene” e alimenta in continuazione delle conoscenze tacite, che sono però accessibili a chi su questi territori vive e opera. Un’altra caratteristica del luogo, inteso come territorio, è la capacità di moltiplicare il valore degli oggetti che contiene. Come osserva Salvatore Settis3: «il nostro bene culturale più prezioso è il contesto, il continuum fra i monumenti, le città, i cittadini»; e del contesto fanno parte integrante non solo musei e monumenti, ma anche la cultura della conservazione che li ha fatti arrivare fino a noi. Un’esperienza può diventare unica e memorabile se avviene in un posto che funge da cornice coerente e “rafforzante” per il contesto e che soprattutto possa diventare il presupposto per il suo ricordo.

QUEL GENIUS LOCI Se si pensa ad uno sviluppo territoriale, autenticamente sostenibile, certo ci si deve confrontare in primo luogo con il Patrimonio Culturale preesistente e l’ambiente naturale circostante per far sì non di distruggerlo ma di arricchirlo, preservandone le diversità e non annullandole.


19 Si parla di turismo - perché è soprattutto grazie a questo muoversi perpetuo che il territorio e i territori vengono scoperti di volta in volta da nuovi occhi - ma nello specifico di quel turismo culturale e non “assassino” di luoghi (mi riferisco al turista che va a Milano solo per far su e giù per via Montenapoleone a sognare un giorno di poter comprare quel vestito griffato), che intende la parola “cultura” nel senso più ampio del termine, non ristretta esclusivamente a musei e monumenti, ma legata alla volontà di “appropriazione” dell’essenza di un luogo e della comunità che vi abita,

con i suoi costumi, le sue tradizioni e le sue abitudini. «La ricetta può essere una sola: non inseguire modelli competitivi copiati da altri luoghi o creare prodotti spinti dalla moda o dal semplice calcolo economico, ma seguire la propria vocazione territoriale e declinarla in una maniera coerente con la modernità. Vocazione fatta di competenze diffuse, di dotazioni territoriali e infrastrutturali e di una riconoscibilità che eccede il territorio stesso.»4 Un altro aspetto tipico del territorio– quasi costitutivo

noi e il territorio


capitolo

1

20 della più o meno diffusa generatività – è il suo legame tra passato e futuro, fra tradizione e innovazione. Essere generativi vuol dire avere forti radici con il proprio territorio e la propria storia e sono queste radici che consentono di affrontare nuove stagioni e adattarsi ai contesti che mutano nel tempo. E allora, quel genius loci, lo spirito del luogo di cui tanto parlavano gli antichi, deve essere sì elemento di distacco, di differenza tra un territorio ed un altro. La specificità e l’unicità dei luoghi dovrebbero emergere come fattore positivo e caratteriale, immediatamente riconoscibile, e non in un’ottica razzista e discriminante come siamo abituati a vedere in questo mondo di second life perché la prima ci rende troppo diversi gli uni dagli altri.

LA MATRIA Diversi. Come si può non parlare di diversità e conseguentemente di Sud? Ma, se la diversità ci rende umani in senso positivo, la diversità estrema ci fa razzisti, con le conseguenze che tutti – chi più chi meno – abbiamo visto o vissuto sulla nostra pelle. E il Sud, certo, non si può dire sia stato uno di quei “paesi” in cui si è solo sentito parlare di diversità.


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C’è un’affinità che, ad esempio, accomuna tutti i Sud del Mediterraneo e che genera un pensiero meridiano, forse proprio grazie a quell’acqua, il mare, che non delimita le terre ma le culla come una grande mamma. Vi è da precisare che il pensiero meridiano nasce come il tentativo di associare particolari forme di pensiero a determinate aree territoriali. L’espressione nasce con i presocratici ed è fondamentalmente legata alla tradizione mediterranea. Albert Camus, ad esempio, vi dedica un intero capitolo ne L’uomo in rivolta6, inteso

noi e il territorio

Fondamentalmente, «sono due le forze che regolano il mondo: il Nord e il Sud. Sbagliato è affermare che l’una dovrebbe trainare l’altra: di una ne abbiamo bisogno per l’agire, per modificare, per cambiare e poi abbiamo bisogno dell’altra forza che ci consente di riscoprire la creatività, la matria ovvero la terra di nostra madre»5. Forze opposte che dovrebbero completarsi e aiutarsi a vicenda. Ovunque, nel mondo, il Sud è sempre stato considerato come “mancante di qualcosa”. Sud come contrario di Nord, quale terra di sviluppo e innovazione, di lavoro. Ma se parliamo di Sud è perché ammettiamo questa diversità, diventiamo partecipi di questa forma di distinzione. E se la differenza non esistesse certo non ci sarebbe un Nord senza Sud e viceversa.


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capitolo

1

come contrapposizione all’Europa settentrionale allora dominata dallo storicismo tedesco e diviene di fatto una possibile alternativa alla decadenza, alla crisi della modernità. Anche Franco Cassano7 riprende il concetto, associando il sapore del sole, del mare, della vita, del ritmo lento del tempo con i sistemi di pensiero di personaggi molto diversi tra loro. E allora, ecco che ancora una volta, il pensiero è influenzato dal territorio, ma il Sud – solo perché si viene a trovare in una posizione “diversa” – non dovrebbe entrar a far parte di una disputa come quella che da anni attanaglia popoli interi, bensì dovrebbe render visibili a tutti l’unicità, la generatività e la sedimentazione di cui è ricco. Purtroppo la storia ci insegna che questi valori vengono sempre meno perché rimpiazzati da nuovi coloni e conquistatori che in cerca di territori vergini – annullano ciò che ha reso tali quei posti fino a un momento prima. Noi dovremmo essere figli del nostro tempo ma anche del nostro luogo, saper vivere oggi in questo mondo tecnologico senza dimenticare quali sono le nostre origini, quale la nostra matria. Il libro Sud. Un viaggio civile e sentimentale di Marcello Veneziani inizia con una domanda: “Come mai questo Sud così maledetto diventa il luogo della nostra libertà?”, in effetti quando ci sono le vacanze il flusso è sempre a discendere, quando invece bisogna andare al tempo della necessità, del lavoro, è sempre dal sud verso il nord. E allora, se il tempo della libertà lo spendiamo scendendo, vuol dire che lì c’è qualcosa che ci tocca, che vive, palpita, qualcosa di vivo ovvero l’anima del Sud.

«La prossima volta che venite al sud dovete portarvi una telecamerina, perchè ci sono molte cose che non rivedrete più!!»8


23

NOTE capitolo 1

1

Das Geheimniss des Opfers, der Mensh ist was er isst (“Il segreto del sacrificio, ovvero l’uomo è quello che mangia”). La frase si trova per la prima volta in un articolo del 1850, nel quale viene recensita l’opera di Jacob Moleschott, Teoria degli alimenti per il popolo, e ripresa nel 1866 come titolo di un saggio pubblicato nel decimo volume delle sue opere.

2

Beatrice Villari, Design e territorio – Quando l’oggetto progettuale del design è il capitale territoriale – magazine online i+Di Tendencia

3

Salvatore Settis è un archeologo e storico dell’arte ed ex direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa

4

Davide Paolini (gastronauta), in Taste - Il salotto italiano del mangiare bene e stare bene – convegno Stazione Leopolda, Firenze, 09 marzo 2012

5

Marcello Veneziani, Sud. Un viaggio civile e sentimentale, Milano, Mondadori, 2009

6

Albert Camus, L’uomo in rivolta, Milano, Bompiani, 1998

7

Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996.

8

Mattia – interpretato da Alessandro Siani, in Benvenuti al Sud, film di Luca Miniero. commedia, Italia 2010, Medusa


Un grande teatro di cui la transumanza ne era spettacolo. Costantino D’Addario


25 capitolo 2

TRATTURO - TRATTURI

tratturo

“Dlon dlon dlon, così facevano. Quando ero piccola, li sentivo avvicinarsi sempre più per poi allontanarsi di nuovo. Sapevo che la Primavera stava arrivando oppure che la neve era alle porte.” – così Maria mi risponde quando le chiedo cos’era per lei il Tratturo. Rumori di campanacci, pianti di piccoli agnellini, odore di formaggio ma anche di letame, ... tutto questo era il tratturo per quelli che del tratturo ne erano parte o che lo vivevano solo di passaggio.

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Il termine “tratturo” compare per la prima volta durante gli ultimi secoli dell’impero romano ma è solo il 17 dicembre 1480 che il temine figura in istanze di privati del re Federico I D’Aragona1, probabilmente dall’alterazione fonetica del termine latino “tractoria” ed è riconducibile al verbo latino “trahere” che significa trascinare, tirare. Il vocabolo “tractoria”, presente nei Codici di Teodosio (401-460) e di Giustiniano (482-565), indicava l’uso privilegiato gratuito del suolo di proprietà dello Stato di cui beneficiavano i funzionari pubblici e venne poi esteso anche ai pastori della transumanza per l’uso delle vie pubbliche.2 Di grande rilevanza è il fatto che la prima pianta ufficiale dei tratturi viene redatta solo nel 1870 da parte del Governo Italiano.3

tratturi

I TRATTURI LUNGO I SECOLI


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capitolo

2

Al giorno d’oggi, non vi è – quindi - un significato esclusivo del vocabolo “tratturo”, né tantomeno alla sua funzione: come asserisce il Treccani erano (e lo sono ancora in parte) strade di collegamento, strade nel suo termine ovvio. Risulta quindi difficile riassumere o semplicemente spiegare cosa siano, perché essi erano sì delle strade ma erano, simultaneamente, l’anima stessa di quei popoli che venivano a contatto con essi. Una specificazione che si può fare, è quella di identificarle come un “erbal fiume silente”4, quindi grandi vie d’erba, autostrade verdi che, secolo dopo

secolo, hanno subito trasformazioni proprio come - e grazie a - i pastori e i loro animali che li percorrevano durante la pratica della transumanza come un’acqua fecondatrice. Ecco così, che fa capolino un altro termine di uso non più comune: la Transumanza. L’etimologia della parola deriva dal latino ed è costituita dall’accostamento del prefisso trans che vuol dire “al di là, attraverso”, e dalla parola humus che sta per “suolo, terreno”. Il vocabolo vuol dire perciò “oltre la terra”; si parla così


27 di un trasferimento oltre la terra consueta di residenza, con dimora in due punti noti per determinati periodi dell’anno.5 Questa pratica agricola affonda le sue origini nel VI secolo a.C. Già i Sanniti la praticavano anche se, è in epoca romana che, si sviluppa e vive il suo massimo splendore grazie alla creazione di un importante reticolo di tratturi.

tratturi

Come afferma Donatella Cialdea, architetto e preside della Facoltà di Ingegneria presso l’Università degli Studi del Molise, nel suo libro “Il tratturo in Molise:

tratturo

La definizione “semplificata” di Tratturo che ne consegue, tenendo conto di queste premesse, è - a questo punto - quella di strada percorsa dai pastori e dai propri animali per spostarsi e raggiungere stagionalmente regioni geografiche e climatiche diverse. La rete dei tratturi è imposta dalle caratteristiche geomorfologiche e climatiche delle zone attraversate. Una rapida occhiata ad una carta dell’Italia centromeridionale mostra come nel tempo si siano consolidati dei precisi, e in qualche modo obbligati, percorsi adatti a tale scopo. Il tratturo infatti non serviva soltanto da semplice supporto al passaggio delle greggi, ma anche alla sopravvivenza stessa degli animali. Erano vie erbose che gli animali potevano utilizzare durante la traversata, vie comode con deviazioni e passaggi più agevoli tra le montagne, vie attrezzate con punti di sosta e riposo sia per gli uomini che per gli animali e - a partire dalla metà del XV secolo - vie con punti di arrivo e ristoro nelle pianure con funzione di sosta controllata dalle autorità sia per la conta dei capi a scopo fiscale che per una corretta assegnazione delle zone pascolive.

Quali risorse?”: «Nel passato i tratturi rappresentavano lo spostamento non solo di animali e uomini, ma anche di capitali, di idee, di esperienze e potevano essere considerate vie della cultura nel senso più ampio del termine.


28 I paesi toccati dal tratto erano luoghi di scambio ma anche luoghi di vita, di relazione,...»6 e ancora «…erano l’espressione della capacità di utilizzare il territorio e le varie risorse attraverso un sistema complesso i cui elementi erano strettamente interrelati con aree distanti centinaia di chilometri.»7

capitolo

2

DALL’ ITALIA ALL’EUROPA E VICEVERSA In Italia, il territorio interessato dai tratturi include l’intero versante di quella parte di penisola compresa tra il mar Adriatico e la dorsale appenninica, il fiume Tronto e l’entroterra di Taranto. I tratturi, in quanto strade, mettevano in relazione ben cinque regioni: Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, che costituivano la cosiddetta Regione dei Tratturi. Le prime tre (Abruzzo, Molise e Puglia) svolgevano un ruolo di primo piano in Italia, in quanto la rete di interconnessioni in quella zona era la più fitta e trafficata. I pastori transumanti passavano l’inverno nelle aree del tavoliere delle Puglie in cui il clima era mite e l’estate sui monti abruzzesi, attraversando il Molise. L’ affermazione di Ettore D’Orazio: “la Puglia era vassalla all’Abruzzo signore” trova qui spiegazione, in quanto è riconducibile al fatto che, mentre la pastorizia stanziale necessitava di un territorio montuoso e verdeggiante - grazie al fenomeno della transumanza – anche la Puglia con le sue pianure e il suo clima mite nei mesi invernali ricopriva un ruolo importante per la pastorizia trasmigrante. La fitta rete di strade che si possono ancora oggi individuare sul territorio delle tre regioni adriatiche è

determinata dai seguenti tratturi: • Celano-Foggia • Castel di Sangro – Lucera • Pescasseroli – Candela • L’Aquila – Foggia • Centurelle – Montesecco fedelmente riportati nella Tabula Peutingeriana, una mappa di epoca medievale che riporta tutte le vie romane del III sec. d.C. Il patrimonio tratturale, cioè l’insieme delle vie armentizie del centro-sud dell’Italia, costituisce non solo patrimonio materiale (fisico, storico, archeologico, …) e immateriale (etnologico, sociale, antropologico, …) ma ha costituito per secoli un modello di comportamento agro-zootecnico di tipo nomade e al contempo ciclico, comune alle aree della fascia temperata del bacino del mar Mediterraneo: Grecia, Carpazi, Italia, Medio Oriente, Romania e Spagna. Proprio nella penisola iberica l’allevamento transumante era già praticato nel VI e VII sec. d.C. e percorreva i tratturi dai Pirenei alle pianure meridionali della Mancha, dell’Estramadura e del Guadalquivir8, oltresì favorita dalla costituzione di una grande organizzazione chiamata “mesta” o “meseta” dal 1272 al 1836. La transumanza in Italia si effettuava sui tratturi larghi 60 passi napoletani (111 m.), sui tratturelli e bracci (3727-18 m.). Queste strade in Spagna erano chiamate vias pecurias, carraires (75 m.), cordeles (37-50 m.) mentre in Francia carraires e nei Carpazi drumurile oierilos.9


Aquila - Foggia Tratturo del Re

Centurelle - Montesecco

Pescolanciano - Sprondasino

braccio Ururi - Serracapriola

braccio Cortile - Centocelle

Celano - Foggia

braccio Cortile - Matese

Castel di Sangro - Lucera

Pescasseroli - Candela


31

ABRUZZO

PUGLIA

LAZIO

CAMPOBASSO

CAMPANIA


32 IL TRATTURO IN MOLISE

capitolo

2

La storia del Molise è strettamente legata al tracciato dei tratturi e agli scambi che questi supportavano, tant’è che, delle tre regioni adriatiche attraversate dai tratturi, il Molise è quella che più delle altre ha conservato tracce di questi percorsi e ciò si può ricondurre, in parte, alla morfologia stessa della regione. L’evoluzione della rete tratturale, attraverso i secoli, è collegata alle trasformazioni territoriali delle regioni interessate al fenomeno della transumanza e, in questa regione, la viabilità tratturale è esistita fino a pochi decenni fa, costituendo una rilevante rete di interrelazioni che hanno fortemente caratterizzato l’economia e la cultura locale.10

Basti pensare che le sole vie armentizie che attraversano il territorio molisano sviluppano una lunghezza complessiva di circa 700km con uno sviluppo di almeno 3000 ettari di superficie.11 I tratturi – pertanto racchiudono la testimonianza non solo di com’era il Molise ma anche e soprattutto di cosa e perché sia così oggi.

Bisogna comprendere che i tratturi non sono stati semplici corridoi di movimento, ma “assi attrezzati”, portatori e fattori essi stessi di sviluppo. Già in epoca protostorica, i Tratturi erano lunghe vie battute dagli armenti e dalle greggi, ma le loro radici affondano nelle tracce millenarie che antichissime genti ricalcarono nelle loro migrazioni seguendo sia l’istinto proprio sia il moto delle stelle, i corsi dei fiumi oppure i colori dell’orizzonte. Ancor prima che Roma incidesse sulla Penisola il più grande disegno stradale dell’antichità e che tutt’oggi collega i centri principali dell’Italia, i tratturi accolsero intensi traffici commerciali, fino ad assurgere, in età moderna, ad un sistema viario


33 di grado elevato grazie alle caratteristiche tecniche dei tracciati, servizi offerti, disciplina dell’uso e mole di traffico.

-

L’analisi dell’inurbamento mostra la necessità che avevano i Sanniti di controllare i tratturi, trasformati, in seguito al loro stanziamento, in una vera e propria rete di comunicazione all’interno del territorio.12 I Pentri, il gruppo più imponente e importante dei Sanniti, stanziati nell’area dell’attuale provincia di Isernia (la loro capitale era Bovianum) nel IV secolo a.C., usavano percorrere lunghe distanze al fine di raggiungere i pascoli in pianura seguendo dei percorsi stabiliti. Queste – quindi - le radici dei tratturi, testimoniate anche dalla presenza di Altilia (la città romana dell’odierna Sepino) che, prima di diventare cittadella dell’Impero Romano, era un centro sannita adibito al ricovero e alla sosta delle greggi che vi transitavano.

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Le calles (i sentieri dei pastori che attraversavano il Sannio e conducevano ai pascoli invernali) sono menzionate nella letteratura antica e nelle iscrizioni, e risalgono all’età del ferro, se non forse a quella del bronzo. Nel corso del tempo i percorsi dei tratturi restarono gli stessi e, per assicurare ai transumanti i servizi necessari per una sosta tranquilla, i semplici bivacchi occasionali furono trasformati in strutture più complesse. Tra l’VIII e il III sec. a.C. ci fu un incremento della transumanza, dovuto alle migrazioni di popolazioni di stirpe sabellica, così che le attrezzature collocate lungo la rete dei tratturi assunsero funzioni più articolate e si trasformarono in veri e propri nuclei urbani.

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Le popolazioni del Molise si sono adattate per millenni alle montagne appenniniche da cui è derivato il loro sistema di vita. L’origine dei Tratturi è antichissima: molto probabilmente questi percorsi furono collegati, dall’epoca preistorica (sono stati scoperti alcuni insediamenti dell’età del bronzo nelle loro vicinanze), a una forma primitiva di allevamento transumante. La principale attività dell’uomo primitivo fu quella di assicurarsi i mezzi di sussistenza sia nell’ambito dei percorsi giornalieri sia in quelli stagionali. I riferimenti sul territorio erano caratterizzati da pascolo e acqua per gli animali e rifugi sicuri per gli uomini. Attualmente i percorsi a lungo tragitto utilizzati dall’uomo dalla preistoria fino a pochi decenni fa sono rappresentati dai tratturi e derivano proprio dal rapporto animaleuomo-territorio.

La rete tratturale costituì l’ossatura più antica del sistema dei traffici, dei contatti commerciali e dei rapporti politici che favorirono nel Sannio l’intrecciarsi di aspetti culturali di diversa origine. In questo stesso territorio, prima dell’occupazione umana, esisteva una rete di percorsi naturali segnati dal continuo spostamento stagionale degli animali dallo stato brado in cerca di pascoli.


capitolo

2

34 Ed è proprio da Sepino che proviene il più importante documento antico sui tratturi e sulla transumanza: l’iscrizione “de grege oviarico” contenuta in un’epistola imperiale del II sec. d.C. volta a tutelare dai soprusi dei locali le greggi ormai diventate proprietà imperiali.13 La cittadina di Sepino, già esistente precedentemente venne ricostruita in epoca romana proprio sul tratturo che ancora oggi costituisce l’asse principale (il decumano) di attraversamento della città (oggi sito archeologico) e delimitato dalle due porte presenti lungo le mura di cinta dell’antico nucleo urbano: porta Bojano e porta Benevento. Il toponimo Saepinum - letteralmente “luogo recintato” – descrive la caratteristica fondamentale del centro abitato e come, originariamente, luogo di sosta delle greggi o anche luogo di mercato legato all’economia pastorale in cui la merce più importante era proprio la lana. Ecco così che viene a spiegarsi l’altra denominazione sui tratturi quali vie della lana. I Tratturi, manifestazione naturale dell’orografia del territorio, sono divenuti prima antiche direttrici per lo spostamento di uomini e animali sul territorio e poi, in epoca moderna, grandi strade verdi di fondamentale riferimento per le scelte insediative e per il complessivo disegno del paesaggio da parte dell’uomo. Non c’è dubbio che il rapporto tra la conformazione del territorio, le vie di comunicazione, i pascoli, le abitazioni e le fortificazioni di difesa non siano un caso: basti pensare che più di 70 paesi del Molise sono nati proprio lungo queste antiche strade, compresi i comuni dei principali centri urbani quali Campobasso, Boiano e Isernia. Se in epoca romana il tratturo divenne vera e propria

arteria di comunicazione, organizzato e ampliato - per meglio agevolare le comunicazioni tra i centri dell’impero presso i quali vennero costruiti ponti, taverne e centri di pernottamento, nonché nuovi centri e cittadelle - non bisogna tralasciare il fatto che lo sviluppo del moderno Tratturo lo si deve agli Aragonesi, dopo un periodo di scarso utilizzo e di relativa decadenza dovuta principalmente alla caduta dell’Impero Romano. Le vie erbose, srotolate come tappeto dal monte al piano e caratterizzate da lentezza e silenzio più o meno rumoroso, fecero sì che il Mezzogiorno italiano divenne una grande piazza dove si incontrarono culture diverse e si sommarono genti differenti. Ed il Molise, fulcro di tutto il sistema, ne trasse vantaggio a sua volta.


35

NOTE capitolo 2

1

Natalino Paone, I tratturi, testimoni di secolari transumanze, in Id. (a cura di), Il Molise: arte, cultura, paesaggi, Campobasso, Ente provinciale per il turismo; Roma, Palombi, 1990, p. 157

2

Carlo Monti (a cura di), Lungo i tratturi del Molise con Sandro Vannucci, Novara, Istituto Geografico, De Agostini, 1998, p.12

3

Ettore D’Orazio, Storia della pastorizia abruzzese, Cerchio, A. Polla, 1991, p.19

4

Gabriele D’Annunzio, I pastori – poesia tratta dall’opera Alcyone – Milano: Treves, 1908

5

Natalino Paone, Gianfranco De Benedittis (a cura di), Molise: da Stato a Regione, Campobasso, Presidenza Regione Molise, 2004

6

Donatella Cialdea (a cura di), Il tratturo in Molise: Quali risorse? – Campobasso, Università degli Studi del Molise. Centro di cultura del Molise, 2003, p.12

7

bidem, p.15

8

Il Guadalquivir è un fiume del sud della Spagna, che attraversa l’Andalusia. Il nome deriva dall’arabo wadi al-Kabir e significa “fiume grande”.

9 10

Italo Palasciano, Le lunghe vie erbose: tratturi e pastori del Sud, Lecce, ed. Capone, 1999 Luigi Marino, Introduzione, in Simona Carnevale, L’architettura della transumanza: Indagini, Tecniche costruttive, Restauro, Palladino, 2005 - p. 7

11

Corpo Forestale dello Stato (a cura di), Indagine sullo stato attuale delle principali vie armentizie, Roma, Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, 1998 (Collana verde, 99)

12

Simona Carnevale, L’architettura della transumanza: Indagini, Tecniche costruttive, Restauro, Campobasso, Palladino, 2005, p. 48

13

Donatella Cialdea, Il tratturo in Molise, cit., p.21


Dietro ogni formaggio c’è un diverso pascolo, un diverso verde, un diverso cielo. Italo Calvino


37 capitolo 3

TRANS-HUMUS

“Oltre la terra d’origine”. Mi piace sentire il rumore dei passi mentre cammino, immagino un tempo in cui questa stessa terra è stata calpestata, attraversata, da altri popoli di paesi lontani e terre straniere. E mi chiedo se chissà anche loro, pastori e animali, si sono posti la stessa domanda. Forse, loro, semplicemente camminavano, lasciando che la storia facesse il proprio corso. trans

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Mi rendo conto che parlare di transumanza nel ventunesimo secolo può sembrare obsoleto o, per dirla con termini volgaripopolari, “fuori moda” ma, al contrario, credo che richiamare argomenti del genere, oggi, debba solo farci pensare che il ricordo di alcuni caratteri di quella civiltà fatta di cose semplici è quanto mai utile perché, magari, potrebbe portarci ad apprezzare nuovamente ciò che ci circonda e ciò che siamo “in purezza”. Solitamente, si è portati a giudicare la transumanza solo come l’ambiente dei pastori e delle greggi che transitavano attraverso i tratturi, le vie di un mondo che non ha avuto mai niente a che fare con noi, col resto della società civile, ma scopriremo che, in realtà, non è così.


38 COSA VUOL DIRE TRANSUMANZA

capitolo

3

C’è chi dice che la “transumanza”, intesa come fenomeno complesso che abbraccia buona parte del centro-sud Italia e presente in altre zone dei paesi del Mediterraneo e d’Europa, sia paragonabile alla scoperta del fuoco, per i tanti popoli interessati. Quando, in realtà, questa pratica abbia avuto origine,

non si può dire con certezza: i narratori fanno riferimento alla notte dei tempi, i ricercatori alla preistoria. E, a parte le divergenze tra scrittori e storici, in entrambi i casi il significato del fenomeno non cambia, perché esso significò l’avvento della pastorizia transumante organizzata rispetto a quella nomade. La “transumanza” è considerata una forma di vita e di


39 attività pastorale con ritmici movimenti stagionali: da 4 a 5 mesi in montagna, ove il bestiame pascola nella stagione primaverile-estiva, e in pianura, in cui il clima è più mite, durante l’autunno-inverno.1 Il termine, largamente utilizzato in quasi tutte le lingue romaniche per indicare un’attività pastorale che veniva da lontano, appare nella letteratura scientifica solo nel 18922 ed indica la migrazione alternata e stagionale di gruppi di animali (ovini e bovini), tra due o più regioni che presentano condizioni climatiche differenti. Di norma la migrazione avviene in due periodi distinti e prende il nome di Demonticazione, quella dalla montagna alla pianura, e di Monticazione con il ritorno agli alti pascoli.

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Non deve destar meraviglia se diversi autori latini, dal II sec. a.C. al II sec. d.C. ed oltre, abbiano di fatto attinto per le loro opere all’inesauribile serbatoio

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C’ERA UNA VOLTA…

Le regioni sedi di pastorizia transumante erano prevalentemente sparse in tutta l’Europa meridionale e mediterranea: Spagna, Francia, Svizzera, Germania meridionale, Carpazi, Balcani, non sottovalutando poi la globalità che ha ricoperto anche in Asia centrale, in Australia e in Tasmania, nel Nord e Sudamerica occidentali. A queste aree va aggiunta, tra le prime, l’Italia ove la transumanza ha interessato il Lazio, con migrazioni tra la campagna romana ed i monti Sibillini e, in modo prevalente, l’Abruzzo, la Puglia, il Molise, la Campania e la Basilicata. Anche se limitata a pochi territori esprime il suo più

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Esistono, inoltre, due tipi di transumanza: una “verticale” o “alpina” - che si svolge fra l’alta montagna e le vallate sottostanti - tipica in Europa nei Pirenei, nelle Alpi e nei Carpazi; e l’altra, “orizzontale”- che sfrutta alternativamente pascoli situati anche a notevole distanza fra loro - tipica dell’Italia, della Francia, della Spagna e della Grecia. Sotto l’aspetto economico, Johannes Bauermann la definisce nel 1959 come: “La forma di economia che cambia sede in certi periodi dell’anno, che poggia sulla proprietà del gregge e il suo sfruttamento diretto, orientato prevalentemente all’economia di mercato.”

della storia delle origini della Transumanza. Tuttavia, pur se realizzata sin dalla preistoria, essa ha una propria documentabilità che si può far risalire solo al III sec. a.C. quando le crisi delle strutture agricole del Sud, indotte dalle guerre annibaliche, portarono alla formazione del latifondo che non poteva essere che destinato all’allevamento della pecora.


capitolo

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accentuato fenomeno in Spagna ove la transumanza, che aveva origini antichissime risalenti all’Impero Romano, veniva realizzata con una grandiosa organizzazione: la “Mesta” o “Meseta” durata ben cinque secoli (dal 1273 al 1836). In Italia, invece, svolge il suo “dominio” principalmente tra il Tavoliere delle Puglie ed i massicci montuosi dell’Abruzzo e del Molise coprendo la penisola Garganica, quella Salentina, il Bassopiano Metapontino,

i massicci del Matese e la pianura Campana. Questo grandioso spostamento di uomini ed animali nelle epoche primordiali avveniva senza limiti di spazio e di tempo e pare che solo nella età del Bronzo (II millennio a.C.) l’uomo avvertì la necessità di regolamentare i rapporti tra tribù e stirpi diverse per quanto riguardava l’uso dei pascoli. Per questo motivo i monti dell’Appennino Centro Meridionale divennero il punto naturale di incontro tra gli insediamenti umani del Tirreno, dell’Adriatico e


41 dello Jonio, raggruppati tutti nella cosiddetta “Civiltà Appenninica”. Purtroppo, la pastorizia transumante dall’Abruzzo alla Puglia e viceversa, pur presente già prima dell’Impero Romano, non ci ha lasciato nulla di certo dell’epoca pre-romana. Le prime notizie documentate si hanno a partire dalla fine della Repubblica. Secondo Strabene3, infatti, finita la seconda guerra punica Roma tentò, principalmente in Puglia, il recupero di molte terre abbandonate e ne cedette l’uso contro il pagamento di un canone ma senza l’acquisizione del diritto di proprietà da parte

degli assegnatari. Altre testimonianze provengono da Catone, Virgilio e Cicerone; e ancora da Plinio il Giovane che, in una sua lettera del I sec. d.C., parla dei “multi greges oviuum” che ammirava nel corso dei suoi viaggi da Roma alla Puglia. I territori confiscati dell’Impero furono trasformati in terre pubbliche (ager publicus), dichiarate salde (saltus) e destinate al pascolo. Si può affermare che la Transumanza era presente nel mondo sannitico in forma privata ed esente da tasse, a differenza del periodo dell’antica Roma in cui era ritenuta una vera e propria attività controllata dallo Stato e soggetta a tributi. trans

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Nel 111 a.C., quando fu promulgata la Legge Agraria Epigrafica che sancì la regolamentazione dei percorsi lungo i quali si effettuava la transumanza (calles publicae), venne a crearsi la disponibilità di immensi pascoli. Si stabilì, quindi, che i pastori dovevano pagare una tassa, il “Vettigale” (Vectigal o Scriptura), in proporzione al numero degli animali che godevano dell’uso dei pubblici pascoli, mentre potevano transitare gratuitamente lungo le vie pubbliche. Queste regole, chiamate inizialmente “Tavole o Leggi Censorie”, vennero successivamente dette “Tractorie” nei codici di Teodosio e Giustiniano, ed in seguito “tratturi”. Ma fu solo dopo l’anno Mille che, in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia centro meridionale, questo fenomeno diede vita a un vero e proprio mondo variegato i cui protagonisti principali erano le milioni di pecore, seguiti dalle migliaia di addetti e cavalli adibiti al trasporto delle masserizie, i cani allenati nel controllo delle mandrie, e tutt’attorno funari e vasai, ramai e coltellinai, bassettieri e baroni, padroni e padroncini, religiosi e laici, giudici ed avvocati, regnanti e cortigiani. Le regioni coinvolte hanno vissuto così intensamente e a lungo il fenomeno da rimanerne segnate nei rispettivi caratteri geografici, economici, politici, sociali, culturali e religiosi.


43 IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO

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Il Molise è stato da sempre attraversato da chi, per motivi diversi, ha avuto piacere o necessità di andare oltre, non è altro – oggi – quindi, che una miscellanea di popoli e culture diverse.

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Transumanza vuole dire, in fin dei conti, pastorizia, e la pastorizia è all’origine stessa della civiltà molisana. Il Molise era doppiamente coinvolto in questo sistema, come terra di passaggio obbligato e come terra di pascolo. Di questa partecipazione sopravvivono ancora, fortunatamente, segni caratteriali nell’assetto del territorio, nonché nelle tradizioni e nei costumi, nella mentalità e nella cultura.

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Le caratteristiche geografiche rilevanti per il fenomeno sono quelle tipiche delle regioni montuose. Ecco così che entra in gioco l’area centro-meridionale italiana, tra cui svettano le catene montuose appenniniche ed il Molise in quanto seconda regione più montuosa d’Italia. Infatti, l’Abruzzo e il Molise con i loro numerosi altopiani, alternati a formazioni rocciose, sono i luoghi naturalmente predisposti alla pastorizia che li preferisce alla pianura paludosa pugliese, sfruttata quando le condizioni climatiche montuose diventano proibitive. Diciamo che ancora oggi in quest’area del centromeridione lo stesso paesaggio è per gran parte figlio della transumanza, malgrado la stravolgente urbanizzazione in atto dal secondo dopoguerra che rischia di cancellare definitivamente l’armonia del precedente assetto.


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PROTAGONISTI DI UNA VITA Se questo fenomeno è esistito - e in sporadiche zone esiste tutt’oggi – lo dobbiamo soprattutto a quelle figure che hanno reso possibile tutto ciò, dando vita

a questo sistema complesso ma, allo stesso tempo, articolato e funzionale che ha costituito la principale economia del Mezzogiorno. “La vita dei pastori è simile a quella dei soldati”.4 Ecco perché, com’è facilmente deducibile, alla base


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E’ a questo punto che si può riassumere brevemente la struttura gerarchica: 1. Il proprietario delle greggi – ovvero il soggetto di maggior peso nell’assetto economico-sociale, ma anche la figura più esterna all’esercizio dell’attività pastorale, spesso identificabile con confraternite ed enti Ecclesiastici. 2. Il massaro – il quale organizzava e gestiva il gregge. 3. I padroncelli – che detenevano piccole quantità di animali all’interno di un gregge , agendo come salariati. 4. I sensali, gli incettatori di pelli e formaggi, i compratori

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L’appellativo di “vie della lana” per i Tratturi deriva essenzialmente dal primo tipo di transumanza in cui – appunto – era il gregge che, principalmente con la sua lana, apportava reddito a tutto l’apparato di persone coinvolte.

di carne e lana, i bassettieri (coloro che tenevano aperti i canali della commercializzazione dei prodotti) – figure esterne ma importanti per gli esiti economici dell’impresa pastorale e di interesse per l’evoluzione sociale delle aree della transumanza 5. Il caciere e il capobuttero – subordinati del massaro: il primo era il secondo punto di snodo dell’attività produttiva pastorale, a lui era affidato il frutto più

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della Transumanza vi era un’articolata organizzazione armentaria che – si potrebbe dire – era retta da «un principio gerarchico unitario costituito sul fatto che il bene economico (gli animali) costituiva l’elemento primario e gli uomini l’elemento funzionale e di supporto.»5 Gli uni, semplicemente, erano complementari agli altri, rispettando il ciclo naturale della vita degli animali innanzitutto. Bisogna fare una precisazione, però. Vi sono due tipi distinti di Transumanza, una diversità dettata proprio dalla specie di animale che la guidava. Sostanzialmente i gruppi si dividevano in greggi e mandrie ognuno con le sue specifiche caratteristiche, seppur entrambi seguivano i medesimi percorsi tratturali e si spostavano pressappoco negli stessi periodi.


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produttivo quale il latte; il secondo era il responsabile di tutto il sistema di approvvigionamento della masseria, dei sincronismi tra merce e riposi, il custode del “frutto”, ma ciò per cui viene ricordato è perché era l’animatore della piccola comunità pastorale. 6. I pastori – le figure più numerose e presenti nell’oleografia pastorale; ad ognuno veniva affidata una morra (357 capi) ma riceveva un salario molto basso sotto forma di un kilo di pane e uno di sale e un litro di olio, con la possibilità di mettere da parte qualche lembo di lana e qualche zampetto di agnello.

7. I garzoni – anche detti “guaglion”, ovvero i giovani, figli e parenti dei pastori. 8. I pesatori e i tosatori – i primi erano retribuiti per il 50% dai venditori e per il restante 50% dai compratori. 9. Il cane e il manzo – il primo, spesso un pastore maremmano, occupava un posto di rilievo poiché era lui che difendeva le greggi dai lupi e dai ladri in Puglia, in genere erano una ventina per un’azienda di media grandezza.


47 CULTURA MATERIALE

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Le figure forse più interessanti erano proprio i pastori perchè è ad essi che ci rivolgiamo per sapere un po’ di più sui tratturi, soprattutto per quanto riguarda gli oggetti che venivano usati o prodotti durante gli spostamenti. Gli oggetti di pertinenza pastorale, contadina e artigiana hanno subito vicissitudini simili nel loro percorso di trasformazione - svoltosi parallelamente ai significativi mutamenti socioeconomici del nostro secolo - che ne ha segnato il passaggio da strumenti e suppellettili di uso ordinario a documenti di forme di vita non più attuali, reperti da raccogliere, conservare, catalogare, esporre in quanto attestazioni di determinati ambiti socioculturali in via di cambiamento nel quadro della complessità sociale contemporanea.

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Il complesso di oggetti inerente i vari settori del lavoro e della vita sociale dei pastori transumanti può essere schematicamente suddiviso nelle seguenti categorie: • abbigliamento da lavoro: giacconi e guardarnacchia in pelle di pecora, calze in lana, abiti in lana, scarponi in cuoio, ”chio-chie”, copricapi; • equipaggiamento personale: bisacce, ciotole e posate, borracce, corni da olio, scatole portaoggetti, scatole da rasoio, coltelli, fionde, bastoni, ombrelli, corni portapolvere da sparo; • utensili per la mungitura e la costruzione degli stazzi: sgabelli, secchi , cappi in legno, mazze per

piantare i paletti degli stazzi; • utensili per la cascazione: caldai, mestoli, frangicagliata , cestini di giunco, schiumarole, ricottiere, fasce in legno per formaggio; • utensili per la tosatura e la marchiatura del bestiame: forbici da tosa, marchi; • equipaggiamento del bestiame: collari con campanacci, collari antilupo per cani, basti da mulo; • suppellettili e utensili domestici: stampi per dolci, pestelli, forchettoni da cucina, conocchie per filatura,


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rocchetti per filo, piccole sculture in legno; • oggetti per le attività ricreative: strumenti musicali, testi di poemi epici. Molti oggetti sono andati perduti, via via sostituiti da nuovi simili, altri -invece - hanno continuato ad esistere anche dopo la scomparsa parziale dei tratturi. La transumanza pertanto ha disegnato la storia del nostro territorio in maniera indelebile, lasciando una traccia unica, un’identità che resiste nel tempo. 6


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NOTE capitolo 3

1

Orlando Montemurro, La Transumanza: storia, civiltà, Cultura - Strabone, Apertura Anno Accademico 2002/2003 dell’Università di Bari

2

Ugo Sprengel , La pastorizia transumante nell’ambiente dell’Italia centro meridionale – Marburg,1971.

3

Strabene, Geografia - libro 6, III, 11

4

Stefano Di Stefano (avvocato a Napoli di origine agnonese), Della Ragion Pastorale, Napoli, 1731

5

Norberto Lombardi, Struttura e quotidianità dell’attività pastorale, in La civiltà della transumanza, Edilio L’ uomo, la transumanza, le tradizioni - il cammino della transumanza nelle regioni d’Europa - progetto “La

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maratona della transumanza”, Campobasso, Moli.Gal, c2008, Testo Monografico

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Petrocelli (a cura di), Iannone Cosmo, 1999, p. 19 6

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Solo chi ha un villaggio nella memoria può essere davvero cittadino del mondo. Ernesto De Martino

�


51 capitolo 4

DESIGN - CRAFT

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E se questa tradizione è presente ancora oggi, in Italia, è soprattutto grazie alle botteghe artigiane - seppur ridotta ad un numero minimo. «Secolo dopo secolo, affrontando

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Responsabili di questa perdita sono, maggiormente, la globalizzazione e il livellamento dei mercati che hanno portato un radicale cambiamento, compromettendo principalmente i piccoli sistemi produttivi locali, fondamenta del made in Italy. Inevitabilmente, quando si parla di tradizione, si introduce sempre il concetto e la dimensione di tempo. Ma il concetto di “tradizione” – strettamente connesso alla dimensione di “tempo” - non è solo quello legato al passato, è soprattutto il pensiero capace di rinnovarla pensando al suo momento successivo, guardando il futuro, nella dialettica di una cultura che trova la sua tradizione nel farsi. «Disegnare la tradizione appare un’operazione positiva che, introducendo il riscatto e la partecipazione della bottega artigiana, propone un’uscita ragionevole dalla tecnologia costruttiva dell’industria.»2

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«La ricerca della differenza ci porta a leggere un’Italia frantumata in tanti territori, luoghi omogenei di attività legate alla cultura materiale.»1 Il tema della perdita di identità e dell’importanza del territorio, di quel legame insito in noi – soprattutto italiani, europei – è diventato più che mai attuale; si tratta oggi di una perdita che cresce esponenzialmente e che contrasta quel valore del tempo e dello spazio, della tradizione, che fino a ieri erano i pilastri della nostra civiltà, sviluppatasi sulle basi di un genius loci.


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stravolgimenti storici, guerre e crisi economiche, questi serbatoi di creatività e di conoscenza non hanno smesso di tramandare, di generazione in generazione, la passione per il lavoro e il rispetto per la propria memoria.»3 La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è: il Design, inteso come disegno industriale, prodotto di serie, sinonimo di globalizzazione, ha allora annullato lo spirito di unicità con il quale originariamente era nato o forse ne ha accresciuto il valore perché è stato in grado di diffondere quell’unicità a tutto il mondo? Se è vero che il rapporto con il territorio appare un valore aggiunto in un’epoca di globalizzazione, è altrettanto vero che questo va inteso in un’ottica di apertura culturale all’interno di reti interconnesse di conoscenze e saperi.

DESIGN CHE HA CARATTERE «Ciò che avviene nelle città, nelle regioni, o in più ampie entità nazionali – vale a dire gli aspetti specifici di ciò che si potrebbe definire il loro “carattere” di luoghi – resta impresso nelle caratteristiche dei prodotti. Mi oppongo all’idea che, in quest’era di globalismo e omogeneità, il luogo non abbia più molta rilevanza.»4; è così che Molotch scrive nell’introduzione del suo saggio parlando di territorio e design ed è così che noi ci riferiamo a quegli oggetti a cui siamo tanto affezionati. Parlare oggi di oggetti è diventato un po’ come parlare di noi stessi, il mondo come due facce di una stessa medaglia.


53 Sostanzialmente, gli oggetti si possono dividere in due categorie: i “miei” oggetti e gli oggetti “di tutti”. Perché, se in epoche passate - non più ormai così lontane - gli oggetti “progettati” erano solo o principalmente funzionali, anonimi al contesto, in cui il designer aveva «il problema di dare all’oggetto un senso, una consapevolezza di quello che si faceva»5, oggigiorno quegli stessi oggetti assumono significati diversi in cui forse è proprio l’aspetto funzionale quello che passa maggiormente in secondo piano. Oggi, è il compratore che decide – forse anche in maniera indiretta – quale funzione attribuirgli. L’unica cosa che conta, ciò che vuole la gente, noi uomini del

ventunesimo secolo, è un oggetto che ci dia fiducia, familiarità; un oggetto sempre più rituale, fatto di un equilibrio tra l’estetica e il sentimento che da esso nasce e con esso muore. In fin dei conti, un oggetto non è forse definito dall’uso che ne facciamo? In ambito strettamente progettuale, gli oggetti sono intrinsecamente e quasi esclusivamente associati alla loro funzione; ma se – in origine – sono stati concepiti per un determinato e ben preciso utilizzo, è lì che il progettista deve tener conto dei loro vari usi attuali per definirne l’identità e dar loro maggior interpretazione possibile. design

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Il tema della perdita di identità e dell’importanza dei luoghi è stato largamente dibattuto da molti progettisti. Uno tra questi che, nel contesto design-territorio, ne ha evidenziato maggiormente l’importanza è stato l’architetto e storico del design François Burkhardt: «La condizione postmoderna è innanzitutto un atteggiamento di fronte alle perdite di identità subite dalla società moderna ... il recupero della nozione di specificità regionale che, senza rimettere in causa

la tendenza all’universalismo, consente una nuova discussione attorno al rapporto fra luogo e storia, fra identità e prodotti, come seguito ai segni che comprendono significati propri ad una regione e che servono da legame nel senso di una comunità. È evidente che questi segni sono sempre esistiti ma che, a causa di lenti meccanismi che cercano di farli sparire o di ignorarli, sono stati cancellati negli spiriti, pur essendo fisicamente presenti. Non si tratta di


55 riprendere una discussione sulla conservazione dei valori ma piuttosto di associare culture radicate e nozioni universalistiche.»6 Ed è, a questo punto, che entra in gioco il designer perché esso stesso è implicitamente nato per contribuire allo sviluppo territoriale, in quanto possiede i mezzi e le conoscenze teoriche valide per un dialogo tra le diverse realtà locali e intrattenere rapporti con i diversi attori del sistema.

ARTIGIANATO INDUSTRIALE O DESIGN ARTIGIANALE

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Se ci stiamo chiedendo, allora, se stiamo davvero parlando della figura del designer e non dell’artigiano, la risposta è che – forse, in fondo – non c’è poi così tanta differenza tra le due. In realtà, la vera differenza tra design e artigianato sta nel progetto. «Nell’industria il progetto precede per intero il ciclo produttivo mentre nell’artigianato lo accompagna e lo integra passo per passo.»7 Il designer si pone, quindi, come figura razionale che sa tener conto della specificità dei luoghi, evidenziandone i punti di forza e rispettandone l’imprescindibile presenza di quelli globalizzanti, stimolando in maniera innovativa le imprese locali. Il tutto cercando

di dare una risposta soprattutto alle necessità umane della gente del suo tempo e di quel luogo. E’ in questo contesto che il design salvaguarda e valorizza l’identità territoriale, aiutando le piccole produzioni che rischiano oggi di essere annientate, recuperando mestieri e tecniche tradizionali. Stefano Follesa, architetto e designer fiorentino parla di quanto «il concetto di identità non è alternativo a quello di progetto, ma è anzi il progetto che genera identità adattando contenuti antichi a linguaggi nuovi.»8 Allo stesso modo, Bruno Munari9 ci ricorda quanto la natura sia presente negli oggetti che ci circondano, individuando una produzione possibile e riconoscibile


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del mare e di ciò che gli appartiene quale “produttore di oggetti polimaterici di uso incerto, distribuiti senza alcun avviso”. Quindi, oltre alle tradizionali spiegazioni di design è possibile ridefinirlo anche come attività di produzione di elementi sostanzialmente realizzati dalla natura, intorno ad idee progettate.

«L’intero processo di produzione ha posto l’artigiano in una posizione alquanto ambigua, quasi non ci si fida più dell’artigianalità, rendendoci tutti sospettosi del fatto che, se c’è bisogno di un artigiano, allora dev’esserci qualcosa di sbagliato con il prodotto e conseguentemente con il progetto.»10 dice David Chipperfield parlando di industria e artigianato. Ettore Sottsass risponde alla domanda “Che cos’è il design?” facendoci capire quanto possa esser ampio e allo stesso tempo indefinito questo tema: «È una domanda generica, potremmo parlarne per una settimana. Forse voi lo sapete già che io, da qualche tempo, distinguo il termine “industrial design” dalla parola “design”. Design in inglese vuol dire “progettare”. Tutto è design; si potrebbe progettare anche un assalto al teatro di Mosca, anche quello è un progetto; invece

c’è un disegno particolare, specifico, che è quello che si fa per l’industria, per la produzione, per i mercati e così via: questo è “disegno industriale”. [...] Mi considero un designer teorico, cioè uno che pensa al design, a che cosa è il design, che cosa vuol dire disegnare un oggetto, darlo a qualcuno, appoggiarlo su una tavola; per esempio per disegnare una sedia pensando alla cultura dello stare seduti in ufficio e non pensando all’oggetto sedia in sé.»11 Il punto è che non si è ancora giunti, nonostante siano passati un bel po’ di anni dalla rivoluzione industriale


57 in cui il termine è comparso per la prima volta, ad una definizione univoca di design, quindi come si potrebbe pensare di dover associare o meno questi all’artigianato? Il tema dell’artigianato non è alternativo a quello di design perché essi sono due mondi strettamente legati, oggi entrambi – alla fine – sottostanno all’idea contemporanea di civiltà basata sulla produzione di serie. Nel XVIII sec. l’interesse dei progettisti industriali era quello di conferire al proprio progetto un’estetica particolare ed unica nel suo genere, motivo per il quale

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oggi il design spesso identifica i prodotti di una certa qualità estetica. Quindi, se una forma di differenza tra le due “discipline” potrebbe essere la qualità, allo stesso tempo si sbaglia a pensarlo: artigiano e designer dovrebbero lavorare insieme per produrre oggetti di qualità, dovrebbero unirsi e non dividersi. La qualità non è un appellativo unico per una molteplicità di cose, ma è un carattere univoco per ogni oggetto, che sia prodotto industriale o artigianale. Piuttosto, sarebbe scontato differenziare le due cose in termini di “quantità” legata alla velocità di produzione che caratterizza l’industria e le sue macchine al contrario delle mani dell’artigiano. La parola italiana “artigiano” è la traduzione del termine greco demiourgos, unione della parola demios (pubblico, che appartiene al popolo) e ergon (lavoro). Si parla, quindi, dell’artigiano come di una figura il cui talento riesce a lavorare la materia partendo da valori sostanzialmente immateriali quali basi di civiltà, costumi e tradizioni. Ed è a questo punto che il designer interviene, perché accompagna e “guida” l’artigiano nel passaggio dalla fase immateriale a quella materiale.


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MADE in ITALY Il “saper fare” deriva dal sapere intellettuale e manuale, in altre parole si caratterizza per essere un sistema complesso che fonde concetti che, a prima vista, sono opposti: tradizione e innovazione, produzione manuale e seriale, creatività e ripetizione. Ma, non sempre, gli opposti si attraggono. Il made in Italy può essere inteso come quel complesso sistema i cui attori fanno parte di mondi differenti tra loro; tra questi si collocano il design e l’artigianato, insieme. In Italia, diversi sono stati gli interventi inerenti a possibili coalizioni tra artigianato e design, in cui il territorio si è ben sposato con l’innovazione. In effetti, l’espressione made in Italy è, in tutto il mondo, riconosciuta come sinonimo di “saper fare”, legata alla storia della nostra cultura, risultato di un sistema di eccellenze e valore della qualità della vita. Oggi, la quasi totalità (95,4%) delle imprese italiane è costituita da piccolissime aziende con meno di 10 addetti tale da scaturire l’accentuarsi della crisi e di una vera e propria decadenza del prodotto italiano. Proprio partendo da questa difficoltà, il design si è unito alle

piccole realtà industriali italiane, non rinnegando la figura dell’artigiano, bensì proponendone il valore a livello mondiale, superando così l’idea folcloristica di un lavoro artigiano privo di tecnologia. Il design ha fatto sì che le piccole imprese venissero riconosciute come materia prima del made in Italy. Ciò ha portato al diffondersi del connubio tra questi due mondi apparentemente diversi, con esempi rilevanti grazie ai designers/artigiani Ugo La Pietra – in primis – e Paolo Ulian, ma prima ancora Bruno Munari, Ettore Sottsass e Michele De Lucchi. Il ruolo del design è stato così rafforzato, pianificando e programmando i vari interventi possibili: il designer deve attuare progetti che operano partendo da valori sociali. Negli ultimi anni gli atteggiamenti dei consumatori si sono progressivamente modificati, molta più attenzione è data alle tematiche sociali e i comportamenti di acquisto risultano meno effimeri rispetto al passato, poiché basati su un sistema di


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Un esempio di design legato al territorio e in contemporanea all’artigianato è dato da Riva 1920, azienda storica italiana che produce mobili in legno da tre generazioni. Durante la Milano Design Week 2010, Riva allestisce una mostra dal nome “Tra le briccole di Venezia”, un progetto nato per sostenere i valori ecologici legati al riutilizzo di un prodotto particolare e appartenente – in questo caso - al panorama veneziano: la briccola, il palo in rovere utilizzato per l’attracco delle gondole. La mostra dà spazio a 22 dei più prestigiosi nomi del design, dell’arte e del mondo della moda, i quali hanno re-interpretato e/o trasformato in opere d’arte il simbolo di Venezia.

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Così, mentre il design legato al territorio prende

posizione contro quei processi di globalizzazione e di livellamento dei mercati causa di perdita d’identità di tutte quelle realtà locali, allo stesso tempo, l’artigianato - grazie al nuovo mercato interessato al pezzo unico - può disporre di nuove opportunità.

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valori esistenziali e culturali. Il designer si configura, a questo punto, come attore sociale, capace di contribuire allo sviluppo di un territorio ma anche alla coesione sociale e alla qualità di vita di chi abita il territorio. Egli deve così progettare scenari e «oggetti dotati di senso, dunque, con una storia alle spalle che deve essere spiegata, raccontata, valorizzata. […] In un tale scenario – che vede come centrali le macro questioni ambientali e, più in generale, della sostenibilità – rivendicare il ruolo dei territori (grandi e piccoli) come espressioni dei saperi ma anche di valori e l’importanza delle connessioni tra questi e realtà vicine e lontane capaci di attivare percorsi di innovazione appare un contributo al dibattito sul ruolo del design che, più attento al sociale, interviene nel merito delle questioni intorno alla globalizzazione»12.


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61 SOUVENIR D’ECCEZIONE

craft

Troppo spesso, oggi, si è spettatori di oggetti legati sì, in qualche modo, al territorio cui appartengono ma senza nessun senso di bene culturale. Questi oggetti sono i souvenir che inondano le vetrine dei negozi e le strade di un po’ tutti quei luoghi “turistici”. Il termine “souvenir” è una parola francese il cui significato letterale è “ricordo”, ma il termine attribuitogli in gergo è riferito piuttosto a un “oggettoricordo” di vario tipo, che di solito si acquista o

si regala quando si visitano luoghi di particolare interesse turistico e si vuole conservarne la memoria o semplicemente mostrare ad altri il luogo visitato. Il punto è che, nonostante sono in molti ad odiare i souvenir, il loro acquisto è costante e non risente nemmeno della crisi. Ma allora, la domanda che sorge spontanea è: Cosa spinge il turista a tornare a casa carico di souvenir? Duccio Canestrini, antropologo e scrittore, sostiene: «Da una parte c’è la voglia di mantenere vivo, nel tempo, il ricordo di un’esperienza vissuta. Dietro ognuno di questi oggetti c’è una storia, ci sono emozioni, sensazioni che possono essere rievocate anche dopo anni di distanza. Dall’altra è la curiosità, propria dell’essere umano, a portarci a una sorta di collezionismo cognitivo. Infine, non va dimenticato il desiderio di mostrare, con un certo orgoglio, a parenti e ad amici una parte del proprio viaggio. Il souvenir, in questo caso, diventa una specie di certificazione.»14. Il progetto (design) del territorio, dovrebbe, a questo punto, mantenere queste qualità di ritualità proprie del souvenir ed integrarle con una progettazione interfacciata con il settore dei beni culturali e con un turismo di qualità.

design

«Sul fronte della percezione del valore artigiano occorre distinguere tra due diversi tipi di consumo, poiché il consumo dell’artigianato ha valori propri, che possono essere anche quelli di feticcio, collezionismo, curiosità legate ad un’esperienza come quella del viaggio. Ma il valore proprio dell’artigianato può essere anche quello simile a ciò che si cerca negli alimenti tipici...voglio quella cosa perché mi da un senso tattile per il materiale con cui è realizzata, per i segni che vi sono stati lasciati sopra da chi l’ha realizzata. In questo caso c’è una specie di ecologia della mente, una magia naturale che si innesca al momento dell’acquisto, un mondo di sensorialità»13.


62

capitolo

4

Uno degli interventi progettuali più significativi che riguardano la valorizzazione dei beni culturali in Italia è data da Ugo La Pietra, architetto/designer/artigiano, il quale dà vita a souvenir culturali attraverso i suoi progetti; culturali perchè è la cultura e la tradizione del luogo che ne detta le forme e i materiali. Esempi ne sono le ceramiche di Mondovì o quelle dei salvadanai liguri o ancora le sculture in pietra leccese.

Altro esempio, legato stavolta al design industriale, è la linea MEMINI (dal latino: “io ricordo”) che, secondo lo spirito di Lettera G. elaborano e ridisegnano, con eleganza e leggerezza, il concetto di souvenir e propongono in forme nuove e stilizzate le città italiane più famose.


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NOTE capitolo 4

1

Ugo La Pietra, genius loci progetto, da www.ugolapietra.com

2

Nunzio Pascarella, Disegnare la tradizione ‘93, mostra, Campobasso, dicembre 1993, pp.7-8

3

Helga Marsala, Raccontare il made in Italy, da www.artribune.com

4

Harvey Molotch, L’origine degli oggetti: come il luogo e la regione entrano nei prodotti, in Biografie di oggetti. Storie di cose, a cura di Alvise Mattozzi e Paolo Volontè, Milano, B. Mondadori, 2009

5

Ettore Sottsass, “Domus”, 1997, n. 796, p.66

6

François Burkhardt, La difficoltà di risolvere un rapporto sfalsato: a proposito dell’artigianato e del design, in Ugo La Pietra (a cura di), Fatto ad arte. Arti decorative e artigianato, Edizioni della Triennale, Milano, 1997, p.18

7

Gilberto Corretti, convegno “Artigianato e cultura del saper fare” - IV giornata “Mostra Internazionale dell’artigianato di Firenze”, Firenze Fortezza da Basso, 24 aprile 2012

8

Stefano Follesa, convegno “Artigianato e cultura del saper fare” - III giornata “Mostra Internazionale dell’artigianato di Firenze”, Firenze Fortezza da Basso, 23 aprile 2012

9 10

Bruno Munari, Il mare come artigiano, Mantova, Edizioni Corraini, 2002 David Chipperfield, Conversazione con David Chipperfield, in Tradizione e futuro: Riva 1920 - i notebook di Domus, allegato a Domus 953, dicembre 201, p. 33

11

Ettore Sottsass, AA.VV. Maestri del Design, Castiglioni, Magistretti, Mangiarotti, Mendini, Sottsass, Milano, Mondadori, 2005, pp. 161-162.

12

Enzo Legnante e Giuseppe Lotti, Un tavolo a tre gambe, Design/Impresa/Terrirorio, Firenze, Alinea, 2005, p. 40

13

Omar Calabrese (intervista a), Artigianato, ecologia della mente, www.fi.cancom.it

14

Duccio Canestrini, Trofei di Viaggio. Per un’antropologia dei souvenir, Bollati Boringhieri, 2001.


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“

capitolo

5

...gli oggetti possono diventare lo strumento di un rito esistenziale. Ettore Sottsass

�


65 capitolo 5

IL PROGETTO «Gli oggetti non sono e non sono mai stati soltanto “oggetti”; cioè strumenti per realizzare semplici operazioni di lavoro o di vita domestica. Le piccole o grandi ‘cose’ che si trovano nelle nostre case sono sempre state, fin dall’antichità più remota, dispositivi su cui gli uomini si sono esercitati per realizzare metafore e relazioni simboliche»1. É da questa considerazione a proposito degli oggetti da parte di Andrea Branzi che il mio progetto prende vita.

Mi piace pensare di aver contribuito a restituire al “mio” territorio un po’ di quell’identità soffocata dalla globalizzazione e da oggetti decontestualizzati che il consumatore identificato come viaggiatore è stanco di trovare in qualsiasi luogo. Le persone oggi sono stanche di trovare gli stessi negozi, gli stessi marchi e lo stesso gusto ovunque; quando i viaggiatori viaggiano molto non funziona più.

il progetto

Recuperare le tradizioni, lavorare con il territorio, restituire e riscoprire il valore del tempo hanno permesso di sviluppare le idee che hanno dato i frutti alla ricerca sui tratturi e su tutto ciò che ne deriva. Il progetto è stato il risultato del dialogo con il territorio attraversato dai tratturi e quindi in Molise, di ciò che essi hanno rappresentato e rappresentano oggi per noi; un dialogo tra la storia del luogo e l’artigianato locale, il materiale offerto dal territorio e i racconti delle persone che sono cresciute insieme alla terra.


66 La gente cerca sempre più l’esperienza unica, personale. Ho voluto dar vita, per questo motivo, a una serie di tre oggetti che si completano l’un l’altro e che allo stesso tempo sono autonomi.

capitolo

5

Ho cercato di riempire gli spazi del nostro quotidiano, colorati di grigio, e ridipingendoli con le decise tinte del quotidiano del passato, attraverso la realizzazione di oggetti nuovi nell’immagine, ma reincarnarti l’anima di quel vecchio mondo contadino molisano, che non lasciava nulla al caso nè regalava niente al superfluo. Un mondo, quello, dove i destini degli uomini si confondevano con gli stessi oggetti necessari alla loro sopravvivenza. Oggetti che erano sì il segno del duro lavoro, ma anche feticci dell’arcano, dell’incanto.

RIFERIMENTI I tratturi (e annessa la transumanza) sono stati un fenomeno che ha abbracciato il Molise in maniera totale. Ogni cosa, oggetto o storia che sia, che ho incontrato durante il mio percorso di ricerca poteva essere motivo di ispirazione per un eventuale idea che trasformasse in forme materiali il genius loci.

Oggetti che partono dal racconto del viaggio e al viaggio aspirano, il viaggio contengono. Si presentano come tre elementi d’arredo della casa, vissuta nello spirito di essere famiglia, un elemento unico che va preservato perchè ricco di tradizioni e saperi. Una ciotola cucita a mano, un’incisione di buona ventura e il richiamo sonoro di altri tempi danno vita agli oggetti progettati, nati dalla collaborazione con artigiani locali e famiglie allargate, che rappresentano la ricerca di modernità all’interno di un contesto tradizionale, fatti con materiali naturali nostrani e da un design semplice ma nuovo.

“Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza.” Andrej Tarkowsky


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il progetto


capitolo

5

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il progetto


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Bona- ventura

capitolo

5

Ho pensato a Bona-ventura come un oggetto quotidiano multiuso che accompagna le nostre vite veloci. Elemento d’arredo in cui è intrisa la storia del viaggio. Il legno di noce e la terracotta in parte smaltata gli conferiscono quel senso di calore proprio della casa. L’oggetto si compone di tre pezzi che si amalgamano tra loro grazie al gioco di linee curve. Il richiamo ai tratturi e al viaggio è inoltre accentuato dalla scanalatura presente sulla tavola in legno e dalla successiva incisione di “Buona ventura”.


71 corno: simbolo scaramantico. breve: frase incisa Incisione tratta dal Breve, amuleto protettivo e preventivo contenente foglietti di carta riportanti scritte spesso incomprensibili. Era contenuto in un sacchetto rettangolare di stoffa e portato in tasca, durante il viaggio, da tutti i pastori.

Riferimento formale alle corna dei bovini che non venivano tagliate come si usa solitamente perchè “portava maleâ€? e cosĂŹ che l’animale potesse proteggersi da eventuali attacchi da parte di altri animali.

il progetto

rovescio: salita e discesa dalle montagne alle pianure. I Tratturi erano le strade di collegamento tra il Nord e il Sud, dalle montagne alle pianure, dal freddo al caldo e viceversa. Il legame che univa genti di terre lontane.

curvatura legno: tecnica artigianale I collari, che reggevano i campanacci appesi al collo dei bovini e degli ovini, erano in legno e venivano piegati a mano, bagnando precedentemente il pezzo di legno che veniva rigorosamente tagliato nelle notti di luna calante.


capitolo

5

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modellazione a mano del corno

taglio corno

scavo dell’incavo


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fogli incollati e messi in forma il progetto

foglio da 2mm in noce

taglio del pezzo finito


capitolo

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il progetto


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Tracce

capitolo

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Tracce è una ciotola in terracotta, in cui sono presenti dei fori che seguono i percorsi tratturali, attraversati da fili di lana di differenti colori. L’idea nasce dalla considerazione che la donna - simbolo per noi della casa - non viene quasi mai nominata nella storia della transumanza, tranne che in sporadiche occasioni. Resta comunque importante il suo ruolo di educatrice dei figli e di custode della casa. I tratturi sono cuciti sulla ciotola come la donna sapeva fare, le sue forme arrotondate le conferiscono un tocco di accoglienza.


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modellazione ciotola al tornio

foratura e cucitura con la lana, smaltatura

scelta dei colori della lana

il progetto

ciotola grezza


capitolo

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il progetto


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Dlon-Dlon

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Dlon- Dlon. Il nome dal suono onomatopeico, alllude al fatto che si parla di un oggetto legato al senso dell’udito. In effetti, si tratta di un elemento d’arredo che si potrebbe paragonare ad una campana del vento. L’idea si sviluppa a partire dal ruolo di importante che ricopriva il suono emesso dai campanacci, sinonimo stesso di tratturo. Il suono emesso assurgeva funzioni di protezione dell’animale da eventuali attacchi da parte dei lupi o furti, ma veniva anche considerato oggetto scaramantico per scacciare gli spiriti incontrati durante il viaggio.


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il progetto


capitolo

5

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NOTE capitolo 5

1

Andrea Branzi (a cura di), Capire il design, Firenze, Giunti, 2007, p. 9


84

Inneres auge – Il tutto è più della somma delle parti. Franco Battiato


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CONCLUSIONI

Alla fine di tutto, sento che parte del mio desiderio è stato esaudito: la coscienza di un legame forte tra uomo e natura, mediato dagli oggetti.

Questa ricerca è stata il frutto di mesi di studio, i libri custoditi gelosamente da biblioteche e privati, gli occhi malinconici e le chiacchiere della signora Giovanna che mi ha aperto i suoi ricordi, i viaggi lungo una terra che giorno dopo giorno ho sentito sempre più mia. Non sono molti i posti, neppure nell’Italia nascosta, dove il viaggio è scoperta personale, fatto da raccontare, eppure chissà perché ancora molti sono quelli che non hanno idea di quanto ci sia da vedere proprio in quell’altra Italia. Il Molise, piccolo e con tanti difetti, è sempre stata una terra di passaggio, di viaggiatori viaggianti che non l’hanno solo attraversata, ma l’hanno anche vissuta. L’obiettivo, quindi, è stato si di riscoprire una parte di territorio nascosto ma anche e soprattutto di renderlo “ricordo”, rivalutandolo e reinterpretandolo attraverso tre oggetti-

conclusioni

Il desiderio era quello di raccontare la storia di un popolo – che è il mio popolo - e del legame con la sua terra nel suo lento scorrere del tempo, quale monito per il presente in cui la velocità ne fa da padrona, per invitare tutti a prendersi un po’ più di tempo.


86 memoria, souvenir di cultura, contenitori di tempo e spazio: il tempo lento del passato e del presente che – al contrario - va veloce, lo spazio nascosto di una terra ricca. Questi oggetti vogliono esser testimonianza, invitando il viaggiatore odierno ad approfondire la conoscenza del territorio, in quanto intrisi di valori sociali e culturali. Il progetto è una sfida tra il design e il disegno industriale, tra l’artigianato e il venditore di souvenir. Il designer si pone come valido aiuto nella riscoperta di un luogo, atta alla sua valorizzazione attraverso quelle conoscenze “scientifiche” e “manageriali” tali da metter d’accordo i vari attori del sistema quali enti pubblici e piccole botteghe artigiane.

conclusioni

Ed è proprio da questo dialogo tra design e territorio che è nato il progetto “Rotolando verso Sud”, una serie di tre oggetti-memoria nati con la voglia di far riscoprire il valore delle proprie origini. Una ciotola cucita a mano, un’incisione di buona ventura e il richiamo sonoro di altri tempi danno vita agli oggetti progettati, nati dalla collaborazione con artigiani locali e famiglie allargate, che rappresentano la ricerca di modernità all’interno di un contesto tradizionale, fatti con materiali naturali nostrani e da un design semplice ma nuovo.

“È molto utile, in certe ore del giorno o della notte, osservare profondamente gli oggetti in riposo, da essi si sprigiona il contatto tra l’uomo e la terra.” Pablo Neruda


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BIBLIOGRAFIA

TRATTURI: STORIA E TRADIZIONI • Carano Corrado, La civiltà pastorale nell’urbanistica, nell’arte e nell’artigianato molisano, “Archivio Storico Molisano”, IV-V (1980/81), pp. 19-50.

• Carnevale Simona (a cura di), L’architettura della transumanza: indagini, tecniche costruttive, restauro, Campobasso, Palladino, 2005.

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• di Cicco Pasquale, Il Molise e la transumanza, documenti dell’Archivio di Stato di Foggia secoli 16/20, Isernia, Cosmo Iannone, 1997.

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• Monti Carlo (a cura di), Lungo i tratturi del Molise con Sandro Vannucci e Linea Verde, Istituto Geografico, De Agostini, 1998.

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89

TERRITORIO E DESIGN • Branzi Andrea (a cura di), Capire il design, Firenze, Giunti, 2007. • Calzavara Michele (a cura di), Tradizione e futuro: Riva 1920, Rozzano, Editoriale Domus, 2011 (I • • • • • • • • • •

notebook,1; allegato al num. 953, dicembre 2011, della rivista “Domus”). Canestrini Duccio, Trofei di viaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 2001. Cassano Franco, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996. Legnante Enzo, Lotti Giuseppe, Un tavolo a tre gambe, Design, impresa, territorio, Firenze, Alinea, 2005. Lotti Giuseppe, Progettare con l’altro. Necessità, opportunità, Pisa, Edizioni ETS, 2012. Lotti Giuseppe, Territori & Connessioni, Pisa, Edizioni ETS, 2010. Mari Enzo, Alfano Miglietti Francesca, La valigia senza manico. Arte, design e karaoke. Conversazione con Francesca Alfano Miglietti, Torino, Bollati Boringhieri, 2004. Mattozzi Alvise, Volonté Paolo (a cura di), Biografie di oggetti. Burtscher Angelika, Lupo Daniele (a cura di), Storie di cose, Milano, Bruno Mondadori, 2009. Munari Bruno, Il mare come artigiano, Mantova, Edizioni Corraini, 2002. Sennett Richard, L’uomo artigiano, 1943, Milano, Feltrinelli, 2009. Veneziani Marcello, Sud. Un viaggio civile e sentimentale, Milano, Mondadori, 2009.


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SITOGRAFIA

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• www.youtube.com/watch?v=STQZNmsJ8RI - Eleonora Daniele: Linea Verde sulla via dei “tratturi” tra • • • •

Abruzzo e Molise, 27/01/2013 moliseunaltrastoria.it/artigiani-e-makers/ www.francovalente.it/ archeologicamolise.beniculturali.it/index.php?it/185/sepino-la-citt-romana www.visititaly.it/vacanze/molise/cosa-sono-i-tratturi-molisani.aspx

• www.artribune.com/2013/10/raccontare-il-made-in-italy-quello-che-ha-resistito-nei-secoli-e-il-

• • • • • • • •

progetto-imprese-storiche-di-thomas-quintavalle-fotografie-che-documentano-antiche-eccellenzeitaliane-in-anteprima-su-artr/ www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=43514 - Tesi di laurea: Attorno al mediterraneo www.youtube.com/watch?v=0IpIdJkN0HA - Artigianato e Design. Conversazioni e Scenari www.paoloulian.it www.ugolapietra.com www.whomade.it/catalogo.php/it/portfolio-2010/67 designandstyle.blogosfere.it www.andtradition.com/ myartistic.blogspot.it/


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INDICE DELLE IMMAGINI

INTRODUZIONE foto a pagina intera: Le Mainarde a Castel di Sangro - ph. Anna D’Addario foto a pagina intera: Libri dei pesatori di lane - scansione tratta dal libro Il Molise e la transumanza, documenti dell’Archivio di Stato di Foggia secoli 16/20, Pasquale, Isernia, Cosmo Iannone, 1997

CAPITOLO 1

foto a pagina intera: Acqua - mostra fotografica Pensiero meridiano di Pepe Russo foto in alto: Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright foto in basso: Firenze vista da Piazzale Michelangelo - www.055firenze.it foto in alto: Deruta, Perugia - ph. Thomas Quintavalle - www.arttribune.it foto in basso: Piacenza, Cachemire - ph. Thomas Quintavalle - www.arttribune.it foto in basso: Fonderia Marinelli, Agnone - ph. Thomas Quintavalle - www.arttribune.it foto a sinistra: Volksbank di Stephan Braunfels - www.aasarchitecture.info%2F5171%2Fvolksbank-by-stephan-braunfelsvignetta al centro: DifferenceNordSud - moistimidtran.blogspot.com foto a destra: Il dagherrotipo del giovedì -macondolibri.wordpress.com foto a destra: Mostra Internazionale dell’artigianato di Firenze, Firenze Fortezza da Basso, aprile 2012 - ph. Anna D’Addario

CAPITOLO 2

foto a pagina intera: Tratturo Pescasseroli - Candela in Porta Bovianum, sito archeologico di Altilia (CB) - ph. Anna D’Addario foto in basso: Mappa tratturi - regioni centro meridionali - www.tratturocoast2coast.org foto a destra: Taverna del cortile, Campobasso - da Tavola Peutengeriana grafico a pagina intera: mappa comuni molisani foto in basso: Molise amore mio n° - ph. Aldorindo Tartaglione - flickr foto a destra: Il Regio Tratturo, L’Aquila - Foggia foto a destra: Tratturo Pescasseroli - Candela dall’alto, sito archeologico di Altilia (CB)

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CAPITOLO 3

foto a pagina intera: Corvara (PE) - ph. www.abruzzoservito.it foto in basso: Tratturo Pescasseroli - Candela dall’alto, sito archeologico di Altilia (CB) - www.tafter.it foto a destra: Pergamena transumanza bovini foto in alto: Fiera dell’agricoltura di Foggia fine ‘700 - Archivio di Stato di Foggia foto in basso: La grande transhumance ovine, Une pratique mediterrane foto al centro: Campagne di Trivento - ph. Fabio Cuccaro foto in alto: Fiera di metà agosto nel piazzale antistante il Santuario di Pierno - scansione tratta da “La civiltà della transumanza: storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e basilicata”, Edilio Petrocelli (a cura di), Isernia, Cosmo Iannone, 1999 foto a destra: Museo della civiltà contadina di San Pietro Avellana (IS) - ph. Anna D’Addario foto in basso: Transumanza Molise - www.salonedelgusto.it

CAPITOLO 4

foto a pagina intera: Medoc - pavimento in legno disegnato da Michele De Lucchi per Listone Giordano foto a destra: Lampada Bonne Nuit di Michele De Lucchi foto in basso: Riva 1920 - Le briccole di Venezia foto in alto: Collezione Traccia di Giulia Ciuoli - ph. Anna D’Addario foto in basso: Mostra Internazionale dell’artigianato di Firenze, Firenze Fortezza da Basso, aprile 2012 - ph. Anna D’Addario foto a sinistra: Sassi in fila - Bruno Munari dal libro “Il mare come artigiano” foto in basso: Shuffle table di Mia Hamborg - www.andtradition.com foto in basso: Vaso Vago di Paolo Ulian, Verbania / Editoria&Giardini / 2008 - www.paoloulian.it foto in alto: Forkola di Karim Rashid per Riva 1920- riva1920.it/it/gallery/838/ foto pagina intera: Mostra Tra Le briccole di Venezia, Milano Design Week 2010, Riva 1920 - riva1920.it/it/gallery foto al centro: Tour Eiffel souvenir - fotomontaggio foto a sinistra: Tracce Mondovì di Ugo La Pietra - www.ugolapietra.com foto a destra, in alto: Salvadanaio ligure di Ugo La Pietra - www.ugolapietra.com foto a destra, in basso: Memini, souvenir design città italiane di Lettera G. - www.letterag.it/it/gift-memini

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CAPITOLO 5

render a pagina intera: Render d’ambientazione dei progetti le foto della realizzazione dei prototipi sono state scattate da me, Anna D’Addario i render sono stati modellati con Rhinoceros e v-ray da me, in collaborazione con Gaspare Alessandro Tumbarello

CONCLUSIONI

foto a pagina intera: Tramonto sulla Maiella vista da Campolieto - ph. Anna D’Addario disegno a pagina intera: disegno realizzato su Adobe Illustator da me

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RINGRAZIAMENTI

Da me dicono che “la coda è la più brutta a scorcià” e beh, stavolta qualcuno potrebbe pensare che dopo aver scritto una tesi intera, redigere poche righe per i ringraziamenti sia qualcosa di semplice e immediato ma credetemi, raccattare tutti quei foglietti in fondo alla mia borsa, riordinare i postit digitali sparsi sul desktop, ritrovare i mille files di word iniziati e mai finiti non è stato affatto semplice! Voglio, quindi, scusarmi in anticipo se dimenticherò qualcuno ma, a dirla tutta, ogni singola persona che ho incontrato in questa mia vita mi ha dato qualcosa, è stata motivo di ispirazione o di forza. Il lavoro condotto per questa tesi è stato, necessariamente, non facile da portare a termine, ma - si sa - il tempo non è mai abbastanza. Questo lavoro è stato, soprattutto, un mio voler condividere una parte di quell’Anna nascosta ma visibile, frutto di tre anni (e poco più) ricchi di nuove esperienze e nuove persone. L’incedere del tempo si è rivelato, mio malgrado, più veloce di quanto potessi immaginare, ma spero di aver almeno in parte assolto il mio compito. Quindi ora, qui di fronte al mio computer, circondata da un marasma di foglietti e fogliettini, cerco di finir di comporre il mio puzzle. Ho dedicato questa tesi ai miei genitori e alla mia terra, perché gli uni non esistono senza l’altra. Spero di aver dato loro, oggi, la gioia e soprattutto il grazie che meritano. É per loro e soprattutto grazie a loro che sono quel che sono. Questi anni sono stati il frutto dei loro sacrifici, per tutte le volte che mi hanno appoggiato nelle scelte e anche per il loro sostegno materiale che, al giorno d’oggi, è di necessaria importanza per chi - come me - sceglie l’Università. Le valigie cariche di pane e salsiccia, i baci e le lacrime di quella prima notte a Firenze, le infinite telefonate su skype, Barcelona e las tapas en el Born, le mille domande e il profumo di casa ogni volta che tornavo. Queste, piccole cose, voi: mamma e papà. Ringrazio innanzitutto il mio relatore, il prof. Giuseppe Lotti, per aver creduto nel mio progetto e nella persona che sono. Gli dico grazie per avermi spronato a fare meglio e a pensare con il cuore. Un grazie immenso va poi al mio correlatore, Vincenzo Lombardi, che mi ha aiutato nella ricerca


95 e mi ha consigliato, suggerito, corretto; preziose sono risultate le sue indicazioni, con le quali sono stata costantemente guidata nell’elaborazione di questa tesi. Grazie specialmente per la tua pazienza. Un altro ringraziamento speciale va a Giovanna Parente, pastora di oggi che mi ha raccontato la sua vita da bambina, di suo padre e dei suoi viaggi; e a Piera, disponibile sempre, e Giovanni, immancabile falegname, è grazie a loro se sono riuscita a far diventare realtà “Bona Ventura”; non meno importante, un ringraziamento sentito da “terrona a terrone” va a Antonio, che con molta pazienza e professionalità, ma soprattutto tante risate si è preso la responsabilità di stampare il mio elaborato dando vita alla mia tesi cartacea. E poi ancora grazie ... in particolare a mia sorella, Carla, mia autodefinita musa ispiratrice che sei parte di me, sempre; a mia nonna e anche a mio nonno perché grazie a loro rivivo un po’ di quel “tempo perduto”; a Paola, amica mia, perché ancora sono lì a chiedermi com’è possibile che siamo così amiche; a Jackie, my love, perché tutti dovrebbero avere un’amica come lei; alla mia Erasmus family, cause we’ll meet again -don’t know when, don’t know where - but I know we’ll meet again in a sunny day; a Luigi, perché c’è, c’è sempre stato e so che ci sarà sempre; a Matteo, per i confronti e soprattutto i “conforti”, per la sua forza nascosta, per l’amico che è; a Gaspare, alla tesi che ci ha fatto conoscere (troppo tardi?!), al grandissimo aiuto che mi ha dato nonostante la febbre; a Marco, per tutte le sòle che gli ho dato; ai miei amici di Campolieto, tutti, perché quando sono con loro mi sento a casa; alla mia Coinqui, Marica, perché lo rimarrà sempre; a Bebè, con lei sarò sempre la piccola Anna; e al prof. Di Chiro perché tante volte ho trovato forza attraverso le sue parole. Un ringraziamento generale, ma non per questo meno importante, va a tutta la mia famiglia di sangue e non, perché nel mio cuore c’è sempre un posticino per loro. Un piccolo spazio va a zio Oreste, con lui non c’è bisogno di molte parole. E allargo il ringraziamento anche a tutte le persone che, a meno che non vogliate leggere due tesi, non posso permettermi di nominare, ma che con i loro consigli, critiche, suggerimenti e sostegno morale, mi hanno aiutato nella stesura di questo elaborato. Infine, il ringraziamento più importante e ultimo per scelta va a te, Cì, che mi accompagni in questo viaggio che è la mia vita, la nostra vita; E, senza troppe lacrime e nostalgia, dico grazie anche a me stessa, soprattutto.


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La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori, ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo.

Fernando Pessoa



Tesi di laurea: Rotolando verso Sud. | Thesis project: Rolling over to the South