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Anita Book

HAPPY DEATHDAY Racconto

Illustrazione di copertina di Cecilia Flumian


Happy Deathday ŠAnita Book 2014


A tutti i miei lettori, perchĂŠ hanno sempre saputo aspettare e perchĂŠ hanno incoraggiato i miei sogni a spiccare il volo.


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Melinda fissò il menù tutta concentrata e alla fine scelse un muffin alla vaniglia e un frappuccino al caramello. Fece scivolare la brochure sul tavolo, in direzione di Talia, la sua migliore amica, che le sedeva di fronte e che si mise a leggere con fare svogliato. — Mi sembra di essere al McDonald’s — borbottò. Scorse la pagina delle bevande e quando passò a quella dei dolci non poté trattenere una smorfia. — La gente è convinta che qui troverà cibi sani e nutrienti e invece ingurgita quintali di sostanze sintetiche, edulcoranti dai nomi raccapriccianti e roba che ti tappezza il cervello di schifezze. Si abbandonò contro lo schienale, prostrata. Melinda roteò gli occhi al cielo. — Preferisco avere il cervello tappezzato di schifezze piuttosto che sopravvivere con alghe marine. — Le indirizzò un’occhiata eloquente. — Quand’è che imparerai a goderti la vita, Tal? — Chi ha detto che non mi godo la vita? Sono vegetariana, e allora? Scusa tanto se voglio campare senza trasformarmi in una discarica ambulante — sbottò. — Oh, sei una vera rompiscatole. — Melinda tirò fuori dalla borsetta un cellullare super compatto. — Cacchio! Otto messaggi e tre chiamate perse. Dannata vibrazione! — Mosse le dita sulla tastiera prima di fermarsi e dichiarare: — Ehi, c’è anche un SMS per te. Talia assottigliò lo sguardo, curiosa e circospetta. — Per me? E da parte di chi? — Non ti piacerà. È Leonard. Il viso di Talia divenne rubizzo. Allungò una mano. — Da' qua.


Melinda non fiatò e le consegnò il telefono. — Ma guarda… — Talia sfoderò un sorrisetto ironico. — “Non so come chiederle scusa. Non risponde alle mie chiamate né ai miei messaggi in segreteria. Sono stato uno stronzo, lo so. Puoi dirle che ho bisogno di vederla?” — Emise uno sbuffo e riconsegnò il cellullare a Melinda. — Patetico. — Non vuoi rispondergli? — Non se lo merita. — Hai ragione, però ti farebbe bene. — Alzò le spalle e rimise il cellulare in borsa. — Trattenere la rabbia incrementa il dolore. L'ho letto su Vanity Fair. — L'oracolo delle verità — ironizzò Talia. Melinda le lanciò il tovagliolo. — Ridi pure. Sto solo cercando di darti una mano se non l'hai ancora capito. In quel momento, una ragazza con un berretto calato sulla testa e una polo nera si materializzò al loro tavolo. Aveva un marchingegno elettronico tra le mani. — 'Giorno ragazze, cosa vi porto? — disse. La sua voce era calda e cortese. — Un muffin alla vaniglia e un frappuccino al caramello, per me — recitò Melinda con orgoglio. La ragazza ticchettò sullo schermo con l’unghia laccata dell’indice. — E per te? — Niente, grazie — rispose Talia, e non le sfuggì l’occhiata truce dell’amica. La ragazza allargò il sorriso, prese il menù che era sul tavolo e si allontanò. Melinda tossicchiò. — Dunque — disse — mancano solo due giorni alla festa e… — No, ti prego. — Talia levò gli occhi al cielo. — Non ricominciare. Non cambierò mai idea, Mel. La mia risposta sarà sempre no, no e no. Melinda si mosse sulla sedia, a disagio. — Ma… Insomma, è soltanto un party di compleanno! — Di Alexia Carrington, o te ne sei dimenticata?


— Sì, ma il punto non è questo. A me serve un po' di vita sociale. Da quant'è che non ce la spassiamo, eh? — Il tono si era fatto supplichevole. — Spassarcela? Non ne avevamo già parlato? Niente occasioni di contagio con il gregge, niente emulazioni di massa. Melinda sospirò, stanca. — Ma che problema c'è se per una sera pensiamo a divertirci? Abbiamo quasi vent'anni. Non voglio arrivare ai quaranta con il rimpianto di ciò che avrei potuto fare in gioventù. Piombò il silenzio. Talia intravide in lontananza la cameriera che tornava con le loro ordinazioni e poi la porta d'ingresso si aprì. Alexia Carrington entrò circondata dalla sua congrega di schiavette pronte a esaudire ogni suo desiderio. Talia sentì lo stomaco contrarsi, come quando le venivano i crampi per una indigestione. Non poteva sopportarla. Quella ragazza era un concentrato di arroganza e superbia che le dava la nausea. Quante ingiustizie aveva subìto per causa sua. — Tal? — Melinda le posò una mano sul braccio. — Tutto bene? Non fare caso a quello che ho detto. Non ci andremo a quella stupida festa, tranquilla. Ma Talia non la stava ascoltando. I suoi occhi erano puntati su Alexia, che si era avvicinata al bancone a si era issata su uno sgabellino girevole facendo sollevare di parecchi centimetri la minigonna che le fasciava i fianchi, calamitando l'attenzione di tutti i ragazzi presenti in sala. A Talia venne voglia di romperle qualcosa in testa e di cancellarle dalla faccia l'espressione caparbia e insolente che aveva. — Ecco a voi. — La cameriera ricomparve al loro fianco e servì Melinda. Alexia Carrington allora si voltò e finalmente le vide. Talia ne fu felice, perché il sorrisetto beffardo che le regalò andò a segno e, anche se per pochi secondi, osservò il viso della ragazza pietrificarsi, negli occhi un guizzo di livida incredulità. Poi, però, accadde il disastro. L'imprevedibile. Alexia si portò il cellulare all'orecchio, tenendo lo sguardo fisso


su Talia, e le sue labbra scandirono un provocante e mellifluo «Ehi, Leonard». Una sfida. La rabbia l'accecò, ma sapeva che nulla poteva in quel momento. La vendetta le avrebbe concesso una gloria momentanea, rifletté, ma non avrebbe estinto l'odio. Così, le balenò un'idea. — Aspetti! — Talia sfiorò il braccio della cameriera che stava lasciando il tavolo. — Mi è venuta una gran fame. Vorrei una fetta di cheesecake ai frutti di bosco e un the al limone. La ragazza appuntò il tutto sull’affare elettronico e mostrò il suo sorriso affabile. — Arrivo subito. Melinda aveva la bocca spalancata e gli occhi fuori dalle orbite. — Cosa mi sono persa? È un sogno e tra poco mi sveglierò? — No — disse Talia lanciando l'ultima occhiata in direzione di Alexia. — Nessun sogno. E, già che ci sei, inizia a pensare a qualcosa di decente da prestarmi. Sono a corto di abiti da feste di compleanno.


2

Il lungo sospirò che fuoriuscì dalle sue labbra appannò il vetro dello spec-chio. Proprio non andava. Faceva fatica a riconoscersi nell’immagine riflessa. Aderire alla lista degli invitati alla festa era stato un grosso sbaglio, e solo perché l'orgoglio e la rabbia l'avevano sottomessa, facendole perdere il buonsenso. Che le importava se Alexia Carrington si portava a letto il suo ex fidanzato? Avevano chiuso, oramai, non avrebbe dovuto provare più niente. E poi, Alexia Carrington poteva tutto. Era figlia di Mark Carrington, illustre avvocato, e Patricia Browne, un'ereditiera che disponeva di mezza Kensington. La sua era una vita senza sbavature, piena di amici ricconi amanti del golf, corteggiatori con una collezione di carte di credito a portata di tasca, guardaroba firmati e automobili con vasca idromassaggio nel vano posteriore. A scuola non faceva che atteggiarsi, umiliare i più deboli, minacciare i secchioni per avere le risposte ai test di verifica, appartarsi durante la mensa con la sua cerchia di adepte senza scrupoli e tirare scherzi crudeli alle matricole. Talia aveva imparato in fretta a tenerla alla larga. Era la cosa più saggia da fare. Ruotò la manopola del rubinetto e si sciacquò il viso con dei getti d’acqua fredda. Qualcuno bussò prepotentemente alla porta. — Scusa, hai finito? — Una voce femminile, lieve inflessione francese. Una delle favorite della festeggiata, sicuro, e quindi una rogna. Talia si asciugò la faccia gocciolante su una salvietta appesa


accanto al lavandino, e uscì. — Pensavo che fossi caduta nel cesso — disse la biondina che stava di fronte alla porta con le braccia conserte e un’espressione insolente in viso. Talia accennò un sorrisino sarcastico. — No, ma dovresti starci attenta. Potresti essere tu la sua prima vittima. La ragazza irrigidì i muscoli ma non ribatté. Si limitò ad alzare il mento e a infilare la porta per poi sbattersela alle spalle. Talia imboccò uno dei corridoi di casa Carrington assiepati di adolescenti in calore. Non la smetteva di sistemarsi la gonna dell'abito che Melinda le aveva prestato per la serata. Le arrivava al ginocchio ma per lei era di una lunghezza oscena. Afferrò un bicchiere di punch da uno dei vassoi sparsi per la stanza e mandò giù un paio di sorsi. Strizzò gli occhi. Era disgustoso. — Talia! — Melinda sventolava una mano nel tentativo di farsi notare in mezzo alla marmaglia di gente che la soffocava. Era bloccata dietro una pianta di ficus. Talia si fece largo e la raggiunse. L’aria era satura di odori sgradevoli, tipo sudore, formaggio e scarpe da tennis stagionate. — Ma dov’eri finita? — Melinda la trascinò in un angolo. — Ti ho completamente perso di vista, cominciavo a preoccuparmi. — Sono sana e salva, mammina — la canzonò Talia. Melinda non approvò. — Scherza pure, credevo che mi avessi scaricata. — Tranquilla, avevo solo bisogno di una rinfrescatina. Che stai mangiando? Melinda abbassò lo sguardo sul piatto di plastica che teneva in mano. — Crocchette di pollo — disse. — Risparmiati la ramanzina, non ci sono additivi sospetti qui. Lo zio di Alexia ha una fattoria a sud del paese. Tutti prodotti biologici. Talia fece un'espressione poco convinta, ma non aggiunse altro. Invece disse: — Allora, come va con il tuo ritorno nel


mondo degli zombie? — Una meraviglia. C’è un sacco di gente interessante. Ho conosciuto un ragazzo che è un appassionato di teosofia. Fico, eh? — Addentò una crocchetta. — E tu? — Teo cosa? — Talia ignorò la sua domanda. — Una specie di… religione degli schizzati — chiarì Melinda gesticolando. — Vai a capire. Il fatto è che il tipo era davvero carino, perciò… come dire, non sono stata molto attenta ai suoi discorsi. — Arrossì. — Capisco. — Talia scosse il capo. — Vuoi sapere cos'ho scoperto io, invece? Che il bagno dei Carrington è la stanza della casa che mi piace di più. Melinda ridacchiò. — Quanto tempo sei rimasta chiusa là dentro? — Abbastanza da poterne ammirare il raffinato gusto estetico. Mi sembra di essere finita in un incubo. Mi rammenti perché l’ho fatto? Melinda le circondò le spalle. — Perché sei la mia migliore amica ed eri in debito con me. Talia esalò un sospiro esausto. — Dimmi che l’ho saldato, questo debito. — Vedremo. La notte è ancora lunga, mia cara. — Le strizzò un occhio. — Forza, andiamo. Ho ancora fame. E smettila di allungarti il vestito. Accetta il fatto che sei uno schianto stasera, baby.

La cucina era ancora più affollata del salone d’ingresso. Sul tavolo erano disseminate lattine di birra, confezioni di bibite, vassoi ricolmi di tartine, tovaglioli appallottolati, bicchieri di plastica e macchie umide di punch. Melinda rimpinzò il piatto e riempì il bicchiere fino all'orlo. Era felice come non mai, e anche se non vedeva l'ora che quella tortura finisse, Talia ne era contenta. — Oh, eccovi qui. Allora le voci erano vere. Melinda e Talia s'irrigidirono. Solo una persona poteva usare quel tono aspro.


Si voltarono piano e videro Alexia Carrington ritta sulla soglia, le mani poggiate sui fianchi e la chioma biondo oro ad accarezzarle le spalle abbronzate. Accanto alla sua figura imperiosa, tre ragazze vestite e truccate praticamente come lei, che ne imitavano gesti e sguardi. Talia si disse di restare calma. Melinda, dal canto suo, contrasse i muscoli. — Mi fa così piacere che siate venute — cantilenò Alexia girandole intorno. — Se posso essere sincera, questa festa non sarebbe stata la stessa senza di voi. — Rivolse un sorriso talmente affettato che Talia provò un moto di nausea. — Risparmia le tue stronzate — si sentì dire. Forse troppo ad alta voce, però, visto che gli occhi di Alexia si fecero sottili e ammonitori. Ma evidentemente non era in vena di discussioni. — Per voi dev'essere una rarità partecipare a questi eventi. Non è così? — chiosò con un certo subdolo compiacimento. Talia serrò i pugni e se Melinda non le avesse stretto la mano intorno al polso la rabbia l'avrebbe fatta uscire fuori di senno. Decise comunque di intervenire. — Veramente questa è solo una delle tante. — Mantenere la calma era difficile. I suoi neuroni le inviavano immagini provocatorie di Alexia e Leonard avvinghiati l'un l'altra, intenti a consumare un impeto di passione, e più ci pensava più sentiva con chiarezza la stretta bruciante dell'odio che le offuscava la mente. — Sta' lontana da lui — le scappò in un ringhio. — Come scusa? — Alexia fece una faccia confusa. — Lascialo in pace — insisté Talia. Melinda fu pervasa da un senso di disagio. — Tal, che cavolo combini? — sibi-lò. Alexia mosse un passo avanti e il suo viso fu a poca distanza da quello di Ta-lia. — Non ho capito bene. Da chi dovrei star lontana, io? — Hai capito benissimo, schifosa sgualdrinella — ribatté Talia. — Se ti azzardi…


Le labbra di Alexia si sollevarono in un ghigno astuto. — Minacciarmi non è una mossa assennata. Io non lo farei, se fossi in te — Il suo alito aveva un odore acre. Tra le due trascorsero alcuni istanti di silenzio. Un silenzio talmente teso da poterlo toccare. L'intento di Alexia era ovvio: irritarla per tirare fuori la parte peggiore della sua indole, ma si sbagliava se pensava di riuscirci. Talia non batté ciglio. — Ragazze — disse allora Alexia, conscia dell'insuccesso — andiamo via. Non c'è più niente da vedere qui. Obbedienti come un branco di automi senza cervello, le tre ragazze emisero uno sbuffo indignato e poi voltarono le spalle con ostentazione, lasciando la cucina. — Che stronza. — Talia era ancora rossa di rabbia, ma il peso sullo stomaco stava svanendo. Melinda la strinse a sé. — Già. Stronza e puttana. — Sospirò. — Ma tu devi rifarti una vita e io accendermi una sigaretta. Sto morendo dalla voglia di fu-mare. — Sì — convenne Talia, — serve un po' d'aria fresca anche a me. Uscirono sul terrazzino e la brezza serale scompigliò loro i capelli. Talia fu grata di bearsi di un po' di tranquillità. Melinda estrasse dalla borsetta il suo fedele pacchetto di sigarette e ne sfilò una lanciando occhiate di sottecchi all'amica, che se ne stava appoggiata alla balaustra, a fissare il nulla. Strinse la sigaretta fra le labbra e se l'accese. — Avanti, sputa il rospo. Talia sbatté le palpebre. — Che? — Non provare a fregarmi, hai la stessa faccia di mia zia River quando le morì il cane con cui aveva convissuto per sedici anni. Che ti prende? — È… è complicato — balbettò Talia chinando il capo. — Cosa è complicato? Avanti, Tal, hai appena fatto il culo a quella smorfiosa e ti struggi nei sensi di colpa? Era ciò che si meritava e tu non puoi salvare il mondo. — Chi ha parlato di salvare il mondo? Io stavo solo pensando


che forse… — Che forse? — Che forse sono stata un tantino dura nei suoi confronti — sbottò infine. Melinda stette un attimo in silenzio. — Mi auguro che tu stia scherzando — disse poi, buttando fuori una nuvola di fumo. — Quella è Alexia Carrington e tratta da schifo chiunque non sia se stessa. Sei stata anche fin troppo gentile. — Mel, non era ad Alexia che mi riferivo. — La stava fissando dritto negli oc-chi. — Oh… Leonard — fu tutto ciò che riuscì a pronunciare l'amica. — Non riesco a smettere di amarlo — ammise Talia, gli occhi velati. Melinda aspirò un'altra boccata. — Brutto affare — commentò. — Già. — Ehi, — Melinda le posò una mano sulla spalla — non è mica il tuo funerale. Ti capisco, sei incazzata con quello stronzo e vorresti prendere a pugni il mondo, anzi con molta probabilità prenderesti a pugni persino me, ma non puoi martirizzarti. Talia levò lo sguardo. — Mel, non ho bisogno di… — Dico sul serio. Se lo ami ancora ed è lui ciò che vuoi, va' a riprendertelo. Ma ti devi dare una mossa, o perderai il treno. — Se mia madre fosse qui forse… — La voce sfumò. Il coraggio di pronunciare il resto di quella frase venne meno. — Tal… — Lascia stare. — Talia sfoderò un sorriso di circostanza e si passò il dorso della mano sulla guancia, là dove una lacrima le aveva bagnato la pelle. — Sono soltanto una sciocca, ecco tutto. Non dovrei provare sentimenti per Leonard. È sbagliato. Melinda gettò il mozzicone oltre la ringhiera e le strinse una mano. — Niente lo è, in amore. E tu devi ascoltare il tuo cuore — disse. — Sei come una sorella per me e non permetterò a niente e a nessuno di farti soffrire. — Non so proprio come farei senza di te.


Melinda drizzò le spalle e sollevò il mento. — Ah, dovrebbero inventarmi se non esistessi. — Si guardarono un secondo e si misero a ridere. — Cosa mi suggerisci di fare? — chiese poi Talia. — Vediamo… Per prima cosa una piccola vendetta. Se vuoi che torni strisciando ai tuoi piedi come un cagnolino bastonato devi accalappiarlo per le mutande. Fallo morire di gelosia. Potresti posare nuda per la copertina di Playboy. — Mel! — Okay, okay, scherzavo. In realtà, il consiglio più intelligente che possa darti è di lasciare che il tempo faccia la sua parte. Vedrai, ne verrai a capo da sola, e senza nemmeno rendertene conto. Vi ritroverete a sbaciucchiarvi come due piccioncini e a fare tante altre sconcezze molto piacevoli. Talia si sentì avvampare e le diede una spintarella giocosa. — Sei disgustosa. Melinda si profuse in una serie di esclamazioni sommesse. — Oh, Leonard, sì, sì — e buttò la testa indietro come all'apice di un amplesso. — Smettila! — ma mentre lo diceva Talia borbottò una risatina divertita. — Non posso credere che tu l'abbia fatto davvero. — Oh, andiamo, e io non posso credere che tra te e Leonard non vi sia intimi-tà. — Saranno affari miei — fu la risposta di Talia. Benché fosse imbarazzata non si sentiva in collera con l'amica, che aveva solo cercato di risollevarle il morale. — Su, entriamo. Si gela qui fuori. Stavano per mettere piede in casa quando d'improvviso la corrente andò via. Melinda sbuffò. — Perfetto. Ci mancava anche il blackout. Ma il silenzio che le avvolse era strano. Assoluto, pesante. Diverso. — C'è qualcosa che non va — mormorò Talia. — Dove sono tutti? E nello stesso istante la casa si riempì di urla. Lontane, vicine,


strozzate. Le due amiche sobbalzarono. — Che cazzo è stato? — gridò Melinda artigliando il braccio di Talia. — Non… non lo so — balbettò l'altra. Aveva brividi in tutto il corpo. — Moriremo. Moriremo di sicuro — farfugliò Melinda in preda al panico. — Chiudi la bocca Mel. Nessuno morirà. Dev'essere uno stupido cortocircui-to. Melinda scuoteva la testa in mezzo alle lacrime. — No, no, no. Moriremo… La situazione volgeva al peggio e Talia avvertì una cattiva sensazione. Pericolo e una minaccia incalzante. Ma se voleva uscirne non doveva perdere il controllo. Era la seconda volta in quella giornata che era costretta a ripeterselo. — Tieniti vicina a me, — sussurrò — proviamo a controllare di là. Varcarono la soglia del salone d’ingresso, tastando l’aria per evitare di andare a sbattere contro qualcosa, ma il buio sembrava farsi sempre più fitto. I contorni dei mobili si distinguevano a malapena e degli invitati nessuna traccia. La stanza era completamente vuota. — Ehilà, dove siete? Alexia, signori Carrington? — chiamò Talia. Tese una mano e sfiorò la liscia superficie della parete. Un po' umidiccia, a dire il vero. — Magari si sono spostati in giardino — suggerì Melinda. La voce le tremava. — E perché avrebbero dovuto? — Talia iniziava a spazientirsi. — Aggrappati alla mia schiena — ordinò all'amica. Aveva individuato la porta d'ingresso, oltre il sofà, ma qualcosa per poco non la fece ruzzolare. — Ma che diavolo… A terra c'era un cadavere. Non un cadavere qualsiasi ma quello di Vincent Davidson, l'ala forte della squadra di basket della scuola. Le mani sopra la testa, gli occhi sbarrati, le labbra di-


storte, e sul petto lunghi squarci dai quali continuava a fiottare sangue. Talia si premette una mano sulle labbra e represse un conato. Melinda le strattonò il braccio. — Che cosa c'è? Cos'hai visto? — strillò. Il terrore privò Talia della capacità di fare chiarezza su ciò che stava accadendo. — Niente panico, niente panico — sussurrò a se stessa facendo profondi respi-ri. Vincent Davidson era uno studente modello, perché mai qualcuno avrebbe voluto ucciderlo? Un momento, però. Poteva anche trattarsi di uno scherzo architettato dalla crew di Alexia per vendicarsi dell’affronto che Talia le aveva riservato. O un’allucinazione. Forse il punch era stato mescolato con qualche sostanza stupefacente. Le veniva da vomitare. Melinda le si piazzò davanti e nonostante il buio riuscì a scorgere l’espressione preoccupata che adombrava il suo sguardo. — Tal, cosa c'è? — le chiese di nuovo. Ma visto che l'amica sembrava non volerle rispondere, gettò un'occhiata intorno e con fare esasperato gridò: — Perché questa cazzo di luce non torna? Il gioco è bello quando dura poco. — Proruppe in un pianto a dirotto e fu allora che Talia tornò in sé. — Ehi, — le parlò cercando di usare tono e maniere rassicuranti — è tutto okay. — No, non è per niente okay! — singhiozzò l'altra. Un po' di moccio le colò sulle labbra. Talia inspirò a fondo. — Ascoltami bene, sul pavimento c'è il corpo di David-son. Melinda sgranò gli occhi. — Vincent? — Sì, ma credo che sia una messinscena. Per farcela pagare. Forse vogliono solo che leviamo le tende. — Non sapeva proprio che cosa inventarsi. Melinda deglutì e non osò chinare il capo. — Come fai a es-


serne sicura? — Io non… Non fece in tempo a rispondere che da un punto imprecisato della casa si udì lo scricchiolio sinistro di una porta. Si voltarono di scatto. — Merda — sibilò Talia. — Andiamo via — gemette l’amica, le lacrime che ripresero a irrorarle il volto. Talia immaginò di ritornare nel tepore della sua camera, stesa sul letto e con un romanzo avvincente da divorare in poche ore, ma qualcosa le disse che era troppo tardi. Una figura si stagliò davanti a loro, alla fine di un lungo corridoio illuminato dal fioco baluginio di alcune vecchie candele, simili a ceri votivi. Reggeva qualcosa tra le mani. Un oggetto allungato che terminava con un'appendice curva e affilata. Talia indietreggiò trascinando con sé l’amica. Il cuore prese a batterle così forte da dare l'impressione di volerle schizzare fuori dal petto. La figura fece un passo avanti e il suo viso fu rischiarato dai deboli fasci di luce. Una donna. Zigomi spigolosi, mascelle incavate, capelli unti, occhi grandi, di un azzurro glaciale. Indossava una vestaglia da notte, anche se il nodo in vita si era allentato permettendo alla sottoveste di uscire allo scoperto. Era magra, quasi deperita, ma la cosa inquietante era un’altra. Aveva sangue dappertutto. E non intonava la canzoncina del buon compleanno per sua figlia. Quello che aveva dipinto in viso non era affatto un sorriso radioso. — Signora Carrington… — sussurrò Talia. Fece in tempo a scambiarsi una rapida occhiata con Melinda, poi l'aria fu attraversata da un sibilo seguito dal tonfo terrificante di qualcosa che scava nella carne. La testa di Melinda volò per la stanza e il resto del suo corpo si accasciò al suolo.


3

Talia corse a perdifiato in cucina e l’unico nascondiglio che individuò fu la porta del bagno di servizio. Abbassò la maniglia ma oppose resistenza, come se qualcosa la bloccasse internamente. Doveva trovare un modo per forzare la serratura. Perlustrò ogni centimetro della stanza. Aprì i cassetti, controllò nelle credenze e sugli scaffali. Niente. Si mise le mani tra i capelli, pallida in viso. Non riusciva nemmeno a urla-re. — Cazzo, cazzo, cazzo... Udì dei passi avvicinarsi e dal bagno di servizio provenne un lamento soffocato. Talia si precipitò alla porta e prese a battere il palmo della mano sulla superficie legnosa, sempre più forte. C’era qualcuno lì dentro ed era la sua unica salvezza. — Per favore! Aprite! Fatemi entrare! — Le lacrime scorrevano senza sosta. I passi si fecero più vicini. Voltò la testa. Sono spacciata, pensò, eccola che arriva. Ma il rumore che captò l’attimo successivo le diede motivo di sperare. La persona che si era rintanata nel bagno aveva ascoltato la sua preghiera e stava trafficando con la serratura. Click, click, click. La porta si spalancò all'improvviso e una mano dalla pelle vellutata le afferrò il polso trascinandola dentro. Talia perse l’equilibrio e cadde sul pavimento, urtando la testa. Il nero la trascinò con sé. Non seppe quanto tempo rimase in stato incosciente. Quando riaprì gli occhi distinse i contorni sfocati di una figura


che le toccava la fronte. Poi, lentamente, i tratti del volto riacquistarono la loro vividezza e non poté credere a ciò che vide. — Alexia… — farfugliò stordita. Cercò di fare leva sui gomiti per mettersi in piedi ma le forze le vennero meno e scivolò contro la parete. Qualcosa di umido e caldo le scorreva sulla faccia. — Sta’ ferma — le intimò Alexia mentre le tamponava il viso con un batuffolo di ovatta. Talia si accorse che ce n’erano una decina per terra già zuppi di sangue. Il suo, suppose. Si ricordò della testa di Melinda, del corpo di Vincent, della madre di Alexia che brandiva un’arma come una psicopatica, e non riuscì più a trattenersi. Vomitò. — Oh, cielo. — Alexia si coprì la bocca con il dorso della mano. Si affrettò a passarle un asciugamano. — Tieni. — Grazie — gracchiò Talia. Trascorsero pochi secondi di silenzio, poi aggiunse: — Scusami, non deve essere stato un bello spettacolo. — No, non scusarti. Non sei tu quella che deve sentirsi in colpa. Sembrava sinceramente costernata. — Ascolta — disse Talia inumidendosi le labbra — tua mamma ha… — Lo so — la interruppe Alexia. — So cos'ha fatto. Io… — scosse il capo e a Talia parve di scorgere un tremolio al mento. — Dio, li ha ammazzati tutti. — Come sarebbe tutti? Ho visto solo il cadavere di Vincent Davidson. — E allora non hai visto bene. Sono ovunque. Ammucchiati come… come… — Si coprì il volto con le mani e scoppiò in lacrime. — Non avrei dovuto permetterglielo — gemette. Talia non sapeva come commentare. Se Alexia diceva la verità, allora era davvero una tragedia. “La carneficina di Sugar Road”, già si figurava i titoli ai notiziari. — Perché? — domandò facendosi coraggio.


Alexia chinò lo sguardo. — È da un po' che si comporta in maniera strana. Talia aggrottò la fronte. — Strana? In che senso? — Si assenta, come se qualcuno le staccasse la spina del cervello. Mio padre non vuole saperne niente di questa storia. Ha preso il largo, capisci? Pensavamo che lei avesse bisogno di riposo, che il lavoro la stressasse troppo, ma ci sbagliavamo. — Ma se va avanti da mesi, perché non l’avete fatta visitare? — Perché l’abbiamo fatto e non è servito a niente. — Alexia aprì l'armadietto dei medicinali. — Questo era per il mal di testa — disse mostrandole una confezione di compresse quasi vuota. — Questo per la nausea, questo per le vertigini, per l'ansia, per l'insonnia, per le allucinazioni… Quella parola colpì Talia con la stessa potenza di un pugno. — Frena, frena. Allucinazioni? — Sì. Hai presente quando assumi droga e comincia a ballarti tutto? Ecco, a mia madre succede la stessa cosa, solo che lei sostiene di vedere un… essere. — Una specie di presenza? — azzardò Talia. La conversazione iniziava a spaventarla. Alexia annuì. — Pazzesco, eh? Comunque dopo gli ultimi episodi avevamo deciso di tenerla segregata in camera. Il medico la imbottiva di tranquillanti per placare l'aggressività ma non sempre ci riusciva. Spesso, senza una ragione ben precisa, mamma si alzava dal letto e impazziva. — Alexia si strinse le braccia al petto. Talia si accorse che il suo corpo tremava violen-temente. — Avete preso in considerazione l’idea che potesse trattarsi… Alexia la guardò dritto negli occhi. — Di una possessione? Sì, certo. Fui io ad arrivarci. Insomma, non poteva essere semplice stress. Andai alla ricerca di un buon esorcista, ma senza ricavarne niente. Per fortuna, però, la biblioteca è piena di testi interessanti sull'argomento. Mi sono tornati utili, sai? — Ma perché non viene a ucciderci, ora? Sa dove mi sono nascosta. Mi ha sentito bussare alla porta e implorarti di aprirmi.


— Be', perché non può farlo. — Alexia indicò una striscia bianca a poca distanza dall'uscio. — È una barriera protettiva contro gli spiriti maligni, che tradotto significa sale da cucina, uno dei rimedi più antichi, conosciuti ed effi-caci. Talia ricordò improvvisamente di aver visto qualcosa del genere in molti film. — E dici che funzionerà? Alexia scrollò le spalle. — Siamo ancora vive, no? — Sì, immagino che debba bastare a rassicurarmi. — Talia si sistemò una ciocca dietro l'orecchio. — Ho un'altra domanda da farti. — Spara. — Perché la festa? Sapevi che tua madre avrebbe potuto dare di matto. — Sono stata incauta, lo ammetto. Credevo di avere la situazione sotto controllo. — Il suo viso divenne stanco. — Forse dovrei dar retta a mio padre. Lui mi odia. Detesta la mia condotta, dice che sono solo una ragazza arrogante e viziata. Di fronte a quella confessione, Talia si sentì a disagio. Non aveva mai pensato al lato umano e sentimentale di Alexia Carrington. Non lo riteneva possibile. — Mi dispiace Tal — la sentì mormorare. — Prima, con te e Melinda… Io non… — Nessun problema — la tranquillizzò Talia. L'immagine del corpo di Melinda e del sangue che zampillava dal suo collo tranciato le fece salire di nuovo la nausea. Alexia fu al suo fianco. — Tutto bene? — Sì. — Talia faceva fatica a respirare. — È che… Mi sembra peggio di un incubo e vorrei che non fosse mai successo. Melinda, la mia migliore amica, è… morta. Un attimo prima scherzavamo e ridevamo e poi le ha staccato la testa e… Alexia si sovrappose, nello sguardo una nuova determinazione. — Okay, ascolta, io so come uscire — la informò. Talia la fissò confusa. — È impossibile. Nessuna stanza è sicura.


— Conosco dei passaggi segreti. — Passaggi segreti? Non siamo mica nel sedicesimo secolo. Alexia emise un grugnito di protesta. — Fidati di me. Mia madre aveva una fissa per quella roba stramba e mio padre fece costruire alcune stanze speciali. È l'unico modo che abbiamo per salvarci. Il silenzio che seguì diede il tempo a Talia di prendere una decisione. Nonostante l'idea di esporsi al rischio non la convincesse del tutto, Alexia aveva ragione. Era la sola via che avevano per tentare la fuga. Fece un respiro profondo e scelse il suo destino. — Va bene. Andiamo.


4

Quando sgusciarono fuori dal bagno, la cucina era immersa nel buio e nel silenzio. Talia seguì Alexia stringendo uno degli strascichi di organza ai lati del suo abito. — Sicura di sapere dove stiamo andando? — le bisbigliò. — Ho detto che devi fidarti. Talia urtò qualcosa che rotolò sul pavimento, lontano. — Merda… Alexia le rivolse un’occhiata obliqua. — Fa’ attenzione. Si ritrovarono nel salone d’ingresso. A dominare era l’odore del sangue. Talia arricciò il naso e ignorò la fitta in fondo allo stomaco. — Per di qua — le fece strada Alexia. Scavalcarono un paio di corpi. La stanza ne era cosparsa, come un campo minato solo assai più macabro. Era stato davvero un massacro. Talia riconobbe qualche volto e barcollò. — Niente mancamenti — la avvertì Alexia in un soffio. Ciò che stupì Talia era la compostezza con cui Alexia si muoveva tra i cadaveri. Aveva i nervi straordinariamente saldi. Percorsero un corridoio ai lati del quale si aprivano svariate stanze. — Alexia, ma… — Shh! — Alexia la fulminò con uno sguardo accusatore. — Vuoi che ci scopra e che ci faccia a fette? Talia scosse energicamente il capo. —Scusami, scusami. Si fermarono davanti a una porta socchiusa. Alexia allungò una mano e fece per sospingerla all’interno quando Talia la tirò indietro. — Si può sapere cosa ti salta in mente? — proruppe. — E se


fosse lì dentro? Un angolo delle labbra di Alexia si sollevò in un sorriso storto che a Talia mise i brividi. Qualcosa balenò negli occhi della giovane Carrington. Talia sbatté le palpebre. Le ombre giocavano brutti scherzi, si convinse. Alexia aprì la porta. I cardini cigolarono. — Mammina — disse, il tono non più quello di una giovane adulta ma più infantile e languido. — Ti ho portato l'ultima. Tutto è andato come avevamo previsto. La signora Carrington sedeva su una sedia a dondolo, vicino alla finestra. Cullava in grembo un’ascia sporca di sangue. Dalla bocca le pendeva un filo di bava. — Mira alle vertebre e frantumagliele — le ordinò Alexia, il volto deformato dalla rabbia, simile a quello di un mostro. Talia gridò e tentò di guadagnare l'uscita ma il colpo fu immediato. Uno spruzzo di sangue imbrattò la parete, un altro finì sul decolté di Alexia e un altro ancora macchiò la pergamena che giaceva al centro di un pentacolo costituito da una serie di candele divampanti. Recitava il giuramento della devota iniziata alla Dea Madre. Un patto suggellato attraverso il sacrificio di un'anima pura, nel giorno della diciotte-sima luna. Alexia si piegò accanto al corpo agonizzante di Talia. Le scarpe affondarono nella pozza vermiglia che si stava allargando sotto di esso. — Mi è costato molto selezionare gli invitati, ma alla fine eri tu quella perfet-ta. — Va' all'inferno — gorgogliò Talia sputando altro sangue. — Oh, ci sono dentro fino al collo, e credimi, è un posto pieno di privilegi. Non è il caso che nascano equivoci tra noi. — Accostò le labbra al suo orecchio e sussurrò con crudele voluttà: — Non avremmo mai potuto essere amiche. Talia fu scossa da una fitta di dolore che le fece strabuzzare gli


gli occhi. — Fa' buon viaggio — proseguì Alexia rimettendosi in piedi. — E, un'ultima cosa prima di lasciarti: il tuo è stato il più bel regalo di compleanno, Talia Carter.


UN ANNO DOPO

L’anta dell’armadietto sbatté con un fragore metallico. Gli studenti dell’Ashbourne College risposero al suono della campanella di inizio lezioni sparpagliandosi lungo i corridoi per raggiungere le proprie aule. Anche Alexia Carrington si gettò nella mischia. La sua falcata, elegante e felpata come quella di un giaguaro, magnetizzava lo sguardo di chi le stava attorno. Labbra di un intenso rosso sangue, capelli legati in un’alta coda di cavallo, ciglia arcuate ripassate con del mascara extra allungante, occhi dal fulgore mortale. La sua bellezza abbagliava e intimoriva insieme. «’Giorno Alexia» la salutarono all'unisono due cheerleader. Alexia accennò un sorriso. «'Giorno ragazze». Benché il tono suonasse affettuoso si poteva cogliere una sfumatura di austera e feroce severità nella sua voce. Le cheerleader ricambiarono il sorriso e si dileguarono tra la calca. Alexia avanzò di qualche passo, e poi la vide. Una matricola, che maneggiava un foglio spiegazzato con aria smarrita. Era un puntino invisibile in mezzo alla bolgia di facce ancora mezze assopite ma a lei andava più che bene. Quell'aria anonima e un po' goffa era l'ideale. Alexia si inumidì le labbra, posseduta da una bramosia liquida che diluì l'azzurro dei suoi occhi in un più luminescente e profondo blu notte. Si avvicinò alla preda e quando le fu di fronte sventagliò il suo sorriso migliore. — Ciao. — La coda le dondolava sul collo. — Hai bisogno di aiuto?


La ragazza levò gli occhi e si sfregò la punta del naso. — Ciao — disse soltanto. Alexia pensò che fosse un po' tonta, il che era una seccatura, ma avrebbe dovuto continuare a essere gentile se non voleva farsi sfuggire quella gustosa occasione. Si schiarì la gola e indicò il foglio che la ragazza reggeva in mano. — È il tuo calendario delle lezioni? Posso accompagnarti io. So quanto sia terribile il primo giorno. Un incubo. La ragazza abbassò gli occhi sul pezzo di carta e poi tornò a sollevarli su Ale-xia. — In effetti, sì, avrei bisogno di aiuto — disse impacciata. — Mi chiamo Su-san. Oh, allora ci sentiva, osservò Alexia tra sé. — Alexia. Prima lezione? Susan diede una scorsa veloce. — Letteratura inglese. Aula 4. — Seguimi — si limitò a risponderle l'altra. E mentre percorrevano i corridoi dal pavimento usurato, fomentando l'invidia e la stizza delle studentesse più grandi, Alexia avvolse le dita sul ciondolo a forma di tre lune del braccialetto che le tintinnava al polso. Le bastò un movimento, rapido e calcolato, e con la punta smerigliata del piccolo oggetto praticò un taglietto superficiale sull'avambraccio della ragazza, che sentì solo un lieve fastidio, come la puntura di un insetto. La goccia di sangue che ne stillò tracciò un rigagnolo sottile sulla pelle lattea ma Alexia vi passò l'indice e fu presto asciugata. Riluceva, quel sangue. Emanava un profumo corposo, di cose vive e appetitose. Alexia si succhiò il polpastrello e un fremito la scosse. Ancora, sembrava implorarle una voce nella testa. Era lei quella che cercava. Ora non aveva dubbi. — Susan — la chiamò, la voce arrochita dal desiderio — che impegni hai sabato?


— Mmh… Le solite cose, penso — rispose alzando le spalle. — Perché? — Do una festa a casa, con qualche amico. — Forte! Uno di quei party esclusivi per confraternite? Alexia finse una risatina divertita. — Ma no, sciocchina. Qualcosa di molto più… elettrizzante. — Cioè? — la incalzò la matricola. — È il mio compleanno.

“Happy Deathday” di Anita Book  

Talia e Melinda sono amiche per la pelle. Malgrado le diversità caratteriali, si completano. Per il diciottesimo compleanno di Alexia Carrin...

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