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PAROLA AI GIOVANI: INTERVISTA AD ALESSANDRO CORSI DI RADIO KISS KISS Home / Interviste / Parola ai giovani: intervista ad…

Interviste

Mar

16 2018

Ogni storia ha un suo percorso, e non è detto che ne esista solo una che possa raccontare la strada verso l’ambito e agognato microfono: come quella di Alessandro Corsi, giovane speaker di Radio Kiss Kiss, approdato al network nazionale circa tre anni fa. Lo abbiamo contattato non solo per conoscere nei dettagli il suo approdo nella radiofonia, ma anche per

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concentrarci sul parere di un giovane speaker sul mezzo di comunicazione.

Ciao Alessandro e benvenuto a Consulenza Radiofonica. La prima domanda è un classico: come sei riuscito a realizzare il tuo sogno? Se vuoi la classica risposta ti dico che ci vuole impegno, dedizione, audacia e volontà. Che, per carità, è vero. Tutto vero. Sacri ci, follie, ore piccole. È un investimento che fai sul futuro, non essendo certo che frutterà. Un investimento di tempo e soldi. Che poi fondamentalmente trova la sua pace nella più classica (per restare in tema) botta di culo (o circostanza fortunata). Che deve arrivare al momento giusto, frutto di conoscenze giuste, giri giusti. Tutto vero e tutto giusto. Insomma un immenso mondo alla ”Mulino bianco”. E il bello è che succede. Di certo se aspetti che le cose accadano mentre tu sei fermo ad aspettarle, di cilmente arrivano. A me sono arrivate e in modo del tutto casuale. Nel 2010 frequentai la ”Curcio Academy”, la piccola accademia dello spettacolo di Stefano Jurgens. Uno dei docenti del corso di conduzione radiofonica era Max Poli, che ai tempi lavorava proprio a KissKiss. Il suo programma andava in onda la notte, tra le 23 e le 2. Si chiamava Big Night e lui ci portava a vederlo dal vivo, negli studi di Roma. È nato tutto da lì. Per anni ho cercato di apprendere il più possibile osservando sul campo. Cercando di rubare il mestiere e di osservare ogni piccolo dettaglio. Mi dividevo tra il giornalismo, la musica, le serate nei locali, lo studio e ovviamente la radio. Max è stato determinante per la mia crescita. Non mi ha insegnato solo la tecnica. Sarebbe troppo banale. Max riesce incredibilmente a trasmetterti la passione autentica per questo mestiere, mettendo a disposizione la sua grande esperienza. Facendoti capire con esattezza tutti gli aspetti, positivi e negativi, del mondo radiofonico. Ho collaborato per anni con la sua accademia e la sua agenzia giornalistica. Poi nel 2015, preso da un momento di follia, invio il provino a RdsAcademy; mi prendono; arrivo in nale; perdo e mi classi co secondo. E poi KissKiss.

Possiamo dire che galeotto fu Rds Academy. Assolutamente sì. L’esperienza televisiva è stata la spinta nale, quella che mancava per iniziare a fare sul serio. Sapevo che non potevo farmi sfuggire quell’occasione. Qualcuno me l’aveva concessa e io non dovevo deludere. Ho sempre cercato di dare a quella esperienza una chiave di lettura professionale. Come fosse un lungo colloquio di lavoro, durato 5/6 settimane. Parliamo di soli tre anni fa; eppure ero molto diverso da oggi. Meno sicuro, più impacciato, freddo. Mi divertivo poco ma sempre per la fottutissima paura di non essere all’altezza che, solo mettendoti in gioco riesci a superare. E in quei giorni l’unico pensiero era cercare di tirare fuori il meglio. Immaginavo che sarebbero arrivate chiamate, ma non pensavo così in fretta. Il 1° Giugno è andata in onda la nale. Due giorni prima già mi aveva chiamato KissKiss, non conoscendo l’esito dell’ultima puntata. Così mi hanno detto: ”Se dovessi vincere siamo felici per te. In caso contrario vieni a Napoli, ci facciamo una chiacchierata, un incontro conoscitivo”. Il 3 Giugno ero già a Napoli. Qualche giorno dopo ho registrato una demo; il 18 ho rmato il mio primo contratto. E il 27 ho debuttato in un network. Mi trema ancora la voce a raccontarlo.

Ci puoi raccontare qualcosa dell’ambiente di Radio Kiss Kiss? Radio KissKiss è una famiglia. Un ambiente di lavoro sano, costruttivo, giovane. Sta nascendo un gruppo molto solido tra noi ”nuovi” che si amalgama perfettamente con i senatori. Siamo sempre in sintonia, ci divertiamo come dei matti. Gli scambi sono sempre produttivi. E chiaramente, l’extra lavoro, è spesso esilarante. Dal caffè la mattina al bar, alla cena informale. Sono sempre occasioni per consolidare i nostri rapporti. Credo che alla base ci sia un enorme rispetto l’uno per l’altro. Non ho mai percepito invidie, tensione o antipatie. Sentiamo forte la ducia dell’editore, del direttore artistico. Le direttive sono chiare ed e caci e in questo periodo storico, mi sento di dire di essere davvero fortunato ad aver trovato questa squadra. Il team dei sogni. È come se viaggiassimo tutti cantando Despacito a sincro. Non so se ho reso l’idea.


Una regola che ancora oggi porti con te quando stai per andare in onda? Ho cambiato tanto di me in questi anni. Ho cercato di togliermi l’impostazione giornalistica che mi rendeva quasi impersonale. Un po’ una macchina. Scrivevo tutto all’inizio. Dal ”buongiorno, bentrovati su” a ”questo è il nuovo di”. Ero tiratissimo e avevo il timore di essere sempre fuori luogo. In questi tre anni invece sono riuscito a far emergere quello che sono. Si accende il microfono e sorrido; come se stessi parlando a milioni di amici tutti insieme. Mantenendo il mio modo di essere. Buttandoci dentro la mia personalità, il mio carattere, la mia vita. Rosaria Renna una volta mi disse: ”La radio è verità”. Ecco questa è la regola che porto sempre con me. Viaggio tanto, ho molti impegni oltre KissKiss. E spesso quello che mi succede intorno lo riporto nel mio programma. Condividendolo con i tanti amici che sono con me in quelle due ore. Anche perché quando mi ricapita? Con i miei, di amici, non riesco mai ad esprimere un concetto che mi interrompono. L’ascoltatore al massimo ti spegne. O cambia radio. E forse è peggio.

A tuo avviso, al giorno d’oggi, cosa serve per emergere come speaker? Lo dicevo anche prima. Ci vogliono impegno, dedizione, audacia, volontà, sacri cio. Principalmente devi essere un lavoratore. Uno disposto a farsi il mazzo. Con un’immensa passione e altrettanta pazienza. Il pro lo ideale per noi ”new generation” è proprio quello. Penso che il mondo della radio sia cambiato tanto nel corso degli ultimi anni. Complici le esplosioni dei social, delle piattaforme digitali. C’è una continua proposta di personaggi. Ci offrono un’incredibile varietà di contenuti. A volte poco curati. Oppure troppo. Così tanti che ti sembra di aprire un immenso cestino del computer che non svuoti da 74 anni. Ecco perché credo fermamente nella semplicità. Antonio Gerardi ci diceva: ”Se non hai un cazzo da dire è inutile che provi a fare radio. Se vuoi fa ‘sto mestiere, devi prende il microfono e dirgli: mo ti faccio vedere chi cazzo so! Te lo devi magnà”. Sicuramente non l’appoggiava piano, ma aveva ragione. Semplici sì, ma non necessariamente tonti. Determinati e sicuri di se. Anche perché se ti racconto qualcosa di cui non sono affatto sicuro, o se te la dico con timore e con paura di sbagliare, come posso convincerti che quel contenuto sia davvero una gata? C’è una linea sottile che viaggia tra semplicità, determinazione ed esagerazione. L’importante è tenerla sempre in equilibrio, magari concedendoci qualche strappo alla regola.

Radio 4.0: cosa vedi nel futuro delle emittenti italiane? Mi piace pensare alla radio, come fosse un barattolo di Nutella. Finisce e lo ricompri. Ancora. E ancora. E ancora. Te lo gusti in ogni caso, in tutte le salse. Possono cambiare forma al barattolo. Ma alla ne ti mangi sempre quello che c’è dentro. No? Una volta su un articolo c’era scritto questo: ”Bella la possibilità di far selezionare i brani musicali da un software come Spotify, che ti conosce probabilmente meglio di tua madre e sicuramente di te stesso. Ma che noia la perfezione; che banalità la prevedibilità della certezza. Vuoi mettere lo stimolo dell’evanescenza, del dubbio, dell’insicurezza? Ecco perché la radio con la musica preselezionata da qualcuno alla fonte, che intercetta i tuoi gusti ma non no ad assimilarli facendoli propri, con una perfezione nauseante, alla lunga vince. A ben pensarci, ci siamo già passati: prima le audiocassette personalizzate, poi i cd masterizzati con le nostre canzoni preferite, in ne le pen drive con centinaia di titoli. Tutti strumenti accantonati per poi privilegiare le scelte di programmatori che ci studiano, ci pro lano, ci conoscono”.

In merito alla controversia legata ai dati d’ascolto delle radio, ti senti di dare un tuo parere? Non vorrei sbilanciarmi troppo. È capitato di dire la mia in diverse occasioni e alcune volte sono stato accusato di essere presuntuoso e saccente, pur non potendomelo permettere, per la poca esperienza su Nazionale. Anche se poi, penso che per avere una propria idea, non sia fondamentale maturare un curriculum necessariamente ricco. Ci sono tante voci a riguardo. Se ne parla spesso, anche tra colleghi. Mi piace ascoltare tutti ma soprattutto cogliere le parti positive di una questione. E tra gli aspetti importanti, da sottolineare, c’è quello legato al benessere della radio. Gli ascoltatori aumentano, la radio sta bene, è in salute e non muore mai.


Tu e io ci conosciamo professionalmente da tempo, ed entrambi sappiamo quanto sia faticoso questa carriera lavorativa. Se dovessi dare un consiglio a chi sta per intraprendere il sogno, quale sarebbe? Sinceramente non ho un consiglio. Ogni caso è diverso. Ogni carriera nasce per circostanze e motivi differenti. Credo però che chi riesce a costruirsi una strada, una stima, alla ne lo meriti davvero; quasi sempre. Perché è stato audace, coraggioso, brillante, originale e anche fortunato. Spero un giorno di poter godere anch’io della stima di colleghi e addetti ai lavori. Rileggendo questa intervista e notando di non essere cambiato, neanche di una virgola. Consulenza Radiofonica, la professionalità On Air Intervista a cura di Angelo Andrea Vegliante

Category: Interviste

16 marzo 2018

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