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Quando la musica denuncia la guerra  Angelo Andrea Vegliante

 14-05-2018

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LE STORIE

04-02-2018

La Galleria degli Orrori del Festival della Canzone Italiana (/iblog/le-storie/383-la-galleria-degli-orrori-del-festivaldella-canzone-italiana)

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26-01-2018

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Quando la musica denuncia la guerra La stessa emozione dilagava in altre parti del mondo: a Londra, a Johannesburg, a Tokyo, a Berlino, a Mosca, a Filadel a, a Parigi, in Cornovaglia, a Toronto e - il giorno dopo - a Edimburgo. Un’unica grande bolla sociale

LE STORIE

chiamata Live 8, una campagna musicale composta da una serie di concerti organizzati poco prima della

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conferenza del G8 e del summit che andarono in scena al Gleneagles Hotel di Perthshire (Scozia). L’obiettivo? Pressare i leader politici delle nazioni più ricche al mondo sull’importanza di cancellare il debito dei paesi più poveri, chiedendo inoltre la realizzazione di regole commerciali più eque.

Le agenzie di booking e le richieste più assurde degli artisti (/iblog/le-storie/423-le-agenzie-di-booking-e-lerichieste-piu-assurde-degli-artisti)

Tra le varie tematiche internazionali messe in campo durante il Live 8, fu dato ampio spazio alla guerra. Già, perché se molte zone del mondo vivono in costanti con itti civili e sono martoriate da attacchi terroristici, la colpa è anche (o soprattutto?) di personaggi che hanno sfruttato a loro piacimento le bandiere economicamente più deboli.  In questo contesto, la musica ha sempre vestito i panni della denuncia sociale. Già nel 1985, infatti, era stato organizzato il Live Aid, un concerto rock organizzato per raccogliere fondi contro la carestia diffusa in Etiopia. Tutto ha un minimo comun denominatore: la guerra. Molti artisti della scena internazionale e nazionale hanno affrontato la questione in molti brani che, ancora oggi, sono dei veri e propri richiami alla pace. Basti pensare a Blowing in the wind (1962), un pezzo di Bob Dylan divenuto un manifesto per la disillusione statunitense nei confronti della politica della Guerra Fredda. Qualche anno dopo, nel 1970, abbiamo War Pigs,

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un chiaro riferimento dei Black Sabbath contro le guerre causate dai ricchi (i war pigs, appunto) e combattute dai poveri. Facendo invece un passo indietro, in casa Barry McGuire, troviamo Eve of destruction (1965), singolo che ingloba diversi terribili aspetti della guerra, come l’armamento nucleare. Ovviamente, questi sono solo tre illustrissimi esempi. Ma la lista è ancora molto lunga. Sunday bloody Sunday (1983) degli U2 e Zombie (1994) dei Cranberries sono due opere che, in un modo e nell’altro, raccontano alcuni eventi sanguinosi avvenuti nell’Irlanda del Nord. E poi non dimentichiamoci di Give peace a chance (1969), della Plastic Ono Band, la cui scintilla per la realizzazione venne da una risposta che lo stesso John Lennon diede a un giornalista durante la protesta paci sta Bed-in: “All we are saying is give peace a chance”.

Blowing In The Wind (Live On TV, March 1963)

Anche gli artisti di casa nostra si sono rimboccati le maniche, utilizzando la propria musica per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alla richiesta di fermare le guerre nel mondo. Nel 1963 esce La guerra di Piero, un pezzo storico di Fabrizio De André, ispirato ai racconti dello zio cantautore, Francesco, riguardo il suo ritorno dai campi di concentramento dov’era detenuto durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1978 abbiamo Generale, nel quale Francesco De Gregori ‘racconta’ il suo servizio militare prestato al Battaglione alpini "Tirano" di Malles Venosta, un luogo dove hanno perso la vita tantissimi giovani, su tutti i terroristi indipendentisti altoatesini. Non possiamo non citare La canzone del bambino nel vento (Auschwitz) di Francesco Guccini (brano del 1966 in cui si affronta il tema de campi di concentramento con toni crudi e diretti), C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones di Gianni Morandi (anch’esso del 1966, ma stavolta si tratta di una critica agli Stati Uniti riguardo la guerra nel Vietnam) e Ballata del marinaio di Tenco (analisi approfondita datata

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Quando la musica denuncia la guerra 1972 sui motivi che portano alla guerra). In ne - ma non per notorietà - c’è Il mio nome è mai più (2003) del trio Ligabue, Jovanotti e Pelù, analisi molto aspra in merito ai con itti della ex Jugoslavia, con particolare riferimento all’intervento militare nel Kosovo ad opera della NATO, manovra che il governo italiano sposò in pieno. Il campionario è molto più ampio di quanto elencato qui, ma una cosa è certa: passano gli anni, ma i con itti restano. Addirittura, mentre scorrono queste parole, si parla di Terza Guerra Mondiale, riarmamento nucleare e terrorismo dilagante. E la musica? In toni minori, resiste. O, quanto meno, ha perso una parte della sua identità. Per fortuna, però, lotta e combatte insieme a noi, quand’è chiamata in appello. Come nel caso dell’attentato di Manchester del 22 maggio del 2017, avvenuto alla ne del concerto di Ariana Grande, a cui sono seguite la kermesse One Love Manchester del 4 giugno 2017 (cui presero parte moltissimi artisti della musica internazionale) e No Tears Left to Cry, la prima canzone di Ariana pubblicata a seguito dei fatti di Manchester. Nel pezzo troviamo – seppur con toni indiretti – alcuni brevi riferimenti all’attentato: “Right now, I’m in a state of mind / I wanna be in like all the time / Ain’t got no tears left to cry / So I’m pickin’ it up, pickin’ it up”.

Francesco De Gregori - Generale

In casa nostra, invece, c’è la sferzata vincente (primo posto a Sanremo 2018 e quinto all’Eurovision Contest) del duo MoroMeta con Non mi avete fatto niente, un pezzo ancora più importante anche a fronte delle ultime cronache che arrivano da Parigi. Non solo i big, ma anche nel vivaio della musica italiana c’è movimento. Parliamo di nomi meno noti, ma pur sempre artisti che, nel loro piccolo, hanno voluto dare una scossa sociale. Come Bataclan Night di Andrea Cassetta, artista romano che fa riferimento all’attentato terroristico avvenuto a Parigi il 13 novembre 2015. E ancora, i Creative Crimes, band capitolina che vede tra le sue la Gabriel Wegner, discendente di un testimone del genocidio armeno, Armin T. Wegner, a cui è stato dedicato proprio un disco, Armin T. Wegner – 1916, per denunciare l’oblio storico quanto mai attuale al quale questo evento è da sempre segnato (solo due anni fa lo stato tedesco riconobbe tale massacro, la Turchia invece continua a non essere dello stesso avviso). In qualche modo, la

amma musicale che vuole far primeggiare la pace sulla guerra è ancora viva. La

speranza è che non si spenga mai.

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Quando la musica denuncia la guerra  

Un excursus degli ultimi 56 anni riguardo la musica che denuncia la guerra.

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