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Istituto Comprensivo ―Paolo Emiliani Giudici‖ Viale Peppe Sorce – Mussomeli

COMUNICARE CON “LA VOCE” Rassegna di tutti gli articoli del giornalino scolastico “La Voce” dal 2004 al 2008

A cura del Prof. Angelo Genco Russo


SOMMARIO Santa Maria tra barocco e devozione ................................................... 5 Sant‘ Enrico, neoclassica e austera ....................................................... 6 Maria S.S. delle Vanelle e il fascino del silenzio verde ....................... 8 Le edicole votive testimoniano una fede autentica ............................ 10 Come si dà aiuto a chi soffre .............................................................. 11 Il ritratto di una comunità vivace e laboriosa ..................................... 13 Un canto celestiale ............................................................................. 15 L‘ardente preghiera alla Vergine......................................................... 16 Tutt‘insieme diligentemente ............................................................... 17 Qui, nell‘isola del sole, un manto bianco ........................................... 18 come al polo nord ............................................................................... 18 I valori autentici non ci tradiscono mai .............................................. 20 Carnevale ogni scherzo vale ............................................................... 22 Quarantore, oggi come ieri! ............................................................... 24 Le Quarantore nella storia .................................................................. 25 Le Quarantore oggi............................................................................. 26 Così lontani, così vicini!..................................................................... 28 E fu Passione, origine di tante passioni .............................................. 30 Settimana Santa a Mussomeli ............................................................ 32 Sulla tavola di San Giuseppe ogni ben di Dio .................................... 33 La preoccupazione dei genitori rischiarata da filiali promesse .......... 35 La giovanile condizione oscillante tra speranze e delusioni ............. 37 Volando con le ali della danzasi arriva lontano .................................. 39 I Biangardi, artisti veri, venuti da lontano .......................................... 41 Mussomeli e i Biangardi .................................................................... 41 Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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I Biangardi a Caltanissetta.................................................................. 43 Opere dei Biangardi nella provincia di Caltanissetta ......................... 45 Da San Giovanni alla Quadia, passando per l‘Annivina .................... 46 Ecco due poeti: il prete e il contadino ................................................ 49 Chiesa di San Giovanni Battista ......................................................... 51 Per Santa Maria di Trapani, ................................................................ 54 San Giovanni: vicoli, bagli e una grande piazza ................................ 55 L‘anfiteatro della rocca, il belvedere ................................................. 57 e il vallone che mormora .................................................................... 57 Il vescovo, i giovani e i veri valori ..................................................... 59 E ora vi facciamo conoscere la vera storia di cappuccetto rosso ....... 61 I colori dell'autunno che più amiamo ................................................. 63 La Passione sempre la stessa, sempre diversa .................................... 64 Legalità - Giornalismo - Arte ............................................................. 66 Un cuore aperto per ipologo ............................................................... 67 CHIARE, FRESCHE E CARE ACQUE ............................................ 69 Un imponente Santuario e la Pietà popolare ...................................... 71 Dal miracolo del paralitico ai grandi fasti del 1700 ......................... 71 Un vero tempio per la Madonna, voluto dai domenicani................... 71 Come frà Cristoforo, si pente e diventa servo di Dio. ........................ 73 Salvatore Cardinale, uno scultore da ricordare .................................. 75 La Madonna dei Miracoli in mezzo a noi .......................................... 77 A colloquio con P. Salvatore Taffaro rettore del Santuario ................ 77 Dal laboratorio è nato un bel presepe ................................................. 79 Attraverso il ricordo, rivivono i mussomelesi illustri ........................ 81 La conferenza ―San Vincenzo De‘ Paoli‖ di Mussomeli .................... 83 Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Il Presepe: origine ed evoluzione ....................................................... 85 A Carnevale il divertimento vale ........................................................ 87 Il Principe Felice e un mondo da favola ............................................. 89 Il Siciliano: un bene culturale primario .............................................. 91 La misericordia secondo Madre Teresa .............................................. 93 S. M. del Carmelo: una Chiesa con un prestigio intatto ..................... 95 Il giovane Giacomo Longo, ................................................................ 97 L' orfanotrofio Sorce – Malaspina: .................................................. 101 una casa sicura per fanciulle povere e sole ...................................... 101 Un sogno che si è appena avverato: PARIGI ................................... 103 Abbiamo un sogno: essere costruttori di pace .................................. 105 Manteniamo pulita la nostra casa terra ............................................. 106 Il poeta Michele Vaccaro e il suo mondo ......................................... 107 Il viaggio di istruzione in Campania ................................................ 109 Il principe dei palazzi: il palazzo del principe .................................. 111 La chiesa dei Monti e il Monte di Pietà ........................................... 112 Dal monastero dell'Annunziata al Collegio di Maria ....................... 113 La chiesa di Sant'Antonio e il culto dei defunti ............................... 115 Bibliografia....................................................................................... 117

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Santa Maria tra barocco e devozione La chiesa fa parte di un grande complesso architettonico che include l‘ex convento, oggi sede di ―Casa Rosetta‖. Il suo passato è interessante . Sorta come chiesa di Santa Lucia, nel 1612 i padri riformati la chiamarono Santa Maria di Gesù. Passata agli S. Maria di Gesù

agostiniani nel 1649 venne rifatta e abbellita in modo ammirevole,

con stucchi barocchi che ancora oggi ci meravigliano per bellezza e ricchezza di particolari . Ci sono anche opere in pittura degne di essere ricordate: l‘ Incoronazione della Vergine nell‘altare maggiore, a destra la Madonna con il Bambino, che appare a S. Nicola da Tolentino, ardita pittura che usa la tecnica del ―quadro nel quadro‖, a sinistra la Madonna della cintura con Santa Monica e Sant‘Agostino, richiamo specifico alla virtù della castità, in alto la Madonna con lo scettro. Non mancano le sculture, ci sono: il SS Crocifisso, un prezioso San Giuseppe del Bagnasco (sec.XVIII), la statua di Santa Rita, che nel giorno a lei dedicato, riceve omaggi floreali e preghiere da tanti fedeli, quella del Cuore di Gesù, festeggiato a giugno, le statue dormienti di Santa Rosalia e di San Fortunato, il gruppo statuario della Madonna

di

Fatima,

collocato nella chiesa dopo la ―Peregrinatio‖ del 1948 e voluto dal padre gesuita Enrico Deodato, rettore di Santa Maria di Gesù

Santa Maria per 22 anni (1942-1965).

Allora

il

convento era sede delle scuole medie e ginnasiali e, per buona metà del 1900, Santa Maria richiamò l‘attenzione di quanti avevano a cuore la religione, l‘istruzione e la cultura. (La Voce, Dicembre 2004) Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Sant’ Enrico, neoclassica e austera Anche questa chiesa possedeva un monastero nel sec. XV (la badia

vecchia) dedicato alla

S.S. Annunziata. Quando le suore

benedettine

si

trasferirono nella parte alta del paese (sec. XVII), dove ora c‘è il Collegio di Maria, in Via Scalea, portarono con loro

Chiesa di Sant’ Enrico

quadri e arredi importanti, togliendoli all‘attuale chiesa, dedicata a Sant‘Enrico, santo e imperatore , vissuto nel sec. XI. Non ci sono notizie precise sul suo passato remoto, salvo quella che nel 1784, era già sede della Confraternita ―Maria S.S. delle Vanelle‖.

Ha

un‘imponente

facciata

neoclassica realizzata nel 1925, e, all‘interno, è bella e semplice, con un‘unica navata. Sono opere da ricordare: la ―Pentecoste‖, eseguita dal pittore locale Salvatore Randazzo, che ha dipinto pure ―Le anime del Purgatorio‖ con l‘Eterno Padre e San Gregorio, i quadri di San Liborio

e

di

San

Michele.

Nell‘altare

maggiore, si staglia un artistico Crocifisso

Madonna di Lourdes

(Gesù Nazareno), molto venerato, al quale è dedicata la festa più importante di questa parrocchia, celebrata solennemente a settembre. A destra troviamo la ―Veronica‖, commovente richiamo alla passione di Cristo e il notevole gruppo scultoreo della Madonna di Lourdes con S. Bernardetta. La grotta fu costruita nel 1939, su iniziativa del parroco Padre Calogero Cimò e con il contributo di Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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artigiani palermitani. Alla Vergine di Lourdes

è

stato

dedicato

pure

un

monumento situato nella piazza vicina alla Chiesa, ed eretto nel centenario delle apparizioni; vi spiccano due date: 11 febbraio 1858 – 11 febbraio 1958. ( La Voce, Dicembre 2004)

Monum. alla Madonna di Lourdes

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Maria S.S. delle Vanelle e il fascino del silenzio verde Proseguiamo il nostro itinerario turistico-religioso-sentimentale e, attraverso la Via San Benedetto, giungiamo nella chiesetta dedicata a M. S.S. delle Grazie, detta delle Vanelle, perché vi confluiscono tutte le strade (vaneddi) della periferia sud-est del paese. La sua attrattiva è duplice, sia perché affonda le origini nella leggenda, sia perché è immersa nella campagna e il senso di raccoglimento si espande piacevolmente nel panorama sconfinato che la circonda. Narra la tradizione, che un bue, arando la terra, piegò le ginocchia davanti ad un roveto e si alzò solo quando comparve un sasso dipinto con l‘immagine della Madonna e di San Michele. In seguito tra il 1500 e il 1600 sul posto sorse una cappella ad opera di Bartolo Lo Pilato, dove un certo Michele Airò fece dipingere M. S.S. delle Grazie, San Michele e San Filippo. La chiesa venne aperta al culto il 7 settembre del 1635, nel 1661 vi fu istituita la confraternita di M. S.S. delle Grazie. Le statue della Madonna con il Bambino (opera di Simone Lentini) e di San Michele, poste nell‘altare maggiore, sopra il famoso sasso del miracolo, attraggono molto per lo splendore dei colori forti e dorati e per l‘imponenza scultorea. Ai lati ci sono dei buoni dipinti: quello di

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Chiesa Madonna delle Vanelle

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Santa Rosa da Lima, opera di F. Frangiamore, noto pittore locale, quello di Sant‘Alfonso de‘ Liguori e un altro, in cui si vede una lettiga trascinata dalle acque del vicino torrente. In essa c‘è il principe di Cattolica, che si salvò per opera di Maria S.S. Il restauro della chiesa più recente (1997), ha rispettato la lineare e luminosa struttura originale. La festa si celebra nella terza domenica di maggio, con la fiera e con grande partecipazione di popolo.

(La Voce, Dicembre

2004)

Chiesa Madonna delle Vanelle

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Le edicole votive testimoniano una fede autentica Piccole o grandi, le edicole votive testimoniano una fede autentica. Per le vie, ci viene incontro il sacro Chi avrebbe detto che, nel giro di riscoperta del nostro ambiente, avremmo incontrato tante edicole? Eppure ne abbiamo contate a decine, dedicate ai santi più svariati, dice il proverbio: ―Ogni santo ha i suoi devoti‖. Il nostro è un quartiere ad altissima densità di edicole, si incontrano tanto nel nucleo più antico, quanto nelle zone più nuove delimitate dalla Via L. da Vinci. Ce ne sono pubbliche, a forma di piccole cappelle, e più private, incastonate nelle abitazioni di chi le ha volute, a protezione della propria famiglia, come scudo per respingere ogni male. ―Li figureddi‖ dilatano fuori, l‘attaccamento a Dio, ai Santi e alla Vergine, che è tipico dei mussomelesi. Abbiamo visto edicole di varie forme, semplici e ricercate, grandi e piccole, con dentro le statue di Santa Rosalia, di Sant‘Andrea, del Cuore di Gesù, della Madonna delle Vanelle, dell‘Ecce Homo, di San Giuseppe, di San Michele, di San Paolino, della Madre Addolorata, della Madonna dei Miracoli, dell‘Immacolata, della Madonna del Carmelo, della Sacra Famiglia, di San Cristoforo, di San Calogero, di Gesù Risorto. L‘elenco

potrebbe essere ancora maggiore, se ci inseriamo altre edicole di Ecce Homo

maggiore evidenziabilità, come quella

della Madonna della strada, di un certo spessore architettonico, come la cappella della Madonna dell‘aiuto, di qualche pretesa scenografica, come l‘altarino, su cui veglia benevolo padre Pio. Questa straripante devozione ―stradale‖e Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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all‘aperto, ci commuove e ci fa pensare alle insicurezze e ai dolori che ci angustiano, difficili da affrontare senza la mano protettiva, che ci afferra dall‘alto. Il nostro poeta contadino Pietro Puntello così si esprime: ―Ogni grazia chi vo‘, Gesù ti duna, t‘abbrazza, ti ricivi e ti perduna‖. La signora Vincenza Mistretta, anni 54, che ―ospita‖ la Sacra Famiglia, in Via Vallona, afferma: ―Abbiamo con noi Gesù, Giuseppe e Maria e ne siamo orgogliosi‖. (La Voce, Dicembre 2004)

Come si dà aiuto a chi soffre Intervista ad un’operatrice di “Casa Rosetta”

Per cortesia ci dice il suo nome. -Di Pietra Alida di San Cataldo. Quale ruolo riveste? -Sono assistente sociale e mi occupo dell‘ambulatorio. Con quali persone viene a contatto? -Con tutte le persone che hanno bisogno.Mi occupo dei ragazzi che vivono qui, perché i genitori non sono in grado di seguirli e di altre persone malate. Dànno assistenza a loro:il

Casa Rosetta e Chiesa di S. Maria

neuropsichiatra infantile, la psicologa, l‘assistente sociale, la logopedagogista, il fisioterapista e la psicomotricista. Certe malattie guastano anche la mente. Come si guariscono? -Curiamo le malattie che colpiscono il cervello,dalle quali non si guarisce mai. Si cerca il miglioramento dei malati, che possono diventare più autonomi. Secondo lei c‘è un rapporto tra malesseri delle persone e il modo di vivere di Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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oggi? -No, se il malessere risale alla nascita. Come dobbiamo agire noi ragazzi per avere una buona salute? Le regole sono queste: comportarsi bene, seguire un‘alimentazione corretta, non usare stupefacenti e droghe. La casa famiglia Rosetta quante persone ospita? Nel primo piano ci sono da sei a sette ragazzi ospiti fissi.Nel seminterrato sono quarantadue e ogni giorno tornano a casa. In ambulatorio vengono curati più di cento pazienti.. Il mondo esterno,la comunità,fa qualcosa per loro? -Dovrebbe fare qualcosa di più,rispetto a quello che fa attualmente. Nota dei progressi nella cura e nel recupero delle persone in difficoltà,rispetto a quando è stata qui la prima volta? -Sì, assolutamente. Facciamo consulti e riunioni per loro. Pratichiamo nuove terapie! Siamo convenzionati con l‘ospedale ―Bambin Gesù‖di Roma. Molte grazie per la sua gentile collaborazione. Casa Rosetta si trova ubicata nei locali dell‘ex convento di Santa Maria e riveste un ruolo insostituibile nella cura di gravi e invalidanti malattie. (Dicembre 2004)

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Il ritratto di una comunità vivace e laboriosa Con il lavoro e l’ottimismo si disegna l’avvenire. Eravamo semplici e virtuosi nel passato. Semplici come i contadini, che guardavano il cielo, accontentandosi di poco. Siamo un po‘ nervosi, oggi, perché incapaci di attendere giorni migliori. I ragazzi vanno a scuola, i grandi lavorano, ma molte donne sono casalinghe, e non solo per scelta. Appena si spengono le luci e il sole regala un nuovo giorno, tutti tornano al lavoro usato. Tanti sono agricoltori, pastori, muratori, alcuni esercitano una professione o hanno un impiego; molti sono anziani pensionati. Tra Santa Maria, Sant‘Enrico e la circonvallazione ci sono 4 negozi di generi alimentari, uno di frutta e verdura, una macelleria, due panifici, un bar, un pub di prossima apertura, una rivendita di tabacchi, una cartolibreria, tre negozi di tessuti e abbigliamento e due ristoranti. Tra i servizi primari abbiamo una succursale della posta, le scuole elementari e medie del nostro plesso di Via Pola, la scuola materna e l‘Istituto tecnico commerciale e per geometri, circondate da nuove costruzioni. Importanti e vitali sono le botteghe artigiane. Abbiamo tre sarte, un calzolaio, un barbiere, una parrucchiera, un gommista, tre officine meccaniche, una piccola azienda di manufatti in alluminio e due falegnamerie. Ne abbiamo visitato una, quella del signor Francesco Spoto, 44 anni, che abbiamo intervistato. Ci ha detto che ha 4 figli e che ha appreso il mestiere da un falegname più anziano. È una grande soddisfazione - ha esclamato trasformare il semplice e grezzo legno in porte, finestre e mobili di valore. L‘intelligenza è la più grande risorsa dell‘uomo. Questo lo sapevamo già.

Calzolaio Ninuzzu

Sotto la chiesetta della Madonna delle Vanelle ci sono i campetti di tennis, sorti come struttura del tempo libero, oggi, ahimé, visitati spesso dai vandali, che si sono accaniti contro gli spogliatoi! Due belle Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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istituzioni del nostro quartiere sono:l‘Istituto Eucaristico ―Sorelle Sola‖, aperto il 1° ottobre del 1960, voluto dalle tre sorelle Sola, per ospitare bambini bisognosi e gestito dalle suore eucaristiche mercedarie del S.S. Sacramento e la CasaFamiglia Rosetta, associazione fondata dal sacerdote Don Vincenzo Sorce, 20 anni fa. Soccorre disabili e persone in difficoltà, in Italia e nel mondo. Questa è la cartolina del nostro quartiere. Le vedute sono discrete e a noi tanto care. È ora di pensare con fiducia al futuro, senza sottrarci alle fatiche del presente. (La Voce, Dicembre 2004)

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Un canto celestiale Maria di li Vaneddi stà grazia ma tà ffari o lu pani o la morti pi nun affenniri a vù

Rit. Evviva Maria, Maria evviva Evviva Maria e chi la creò e senza Maria salvari nun si po‘ ‗Ntra na macchia di ruvetta ca nuddu ccia ‗causava lu vuiuzzu l‘adurava ca ‗ngninucchiuni stava

Rit. Evviva Maria, Maria evviva Evviva Maria e chi la creò e senza Maria salvari nun si po‘

Chi gloria ci fu allura ddu iurnu a Mussomeli Maria cu San Micheli ‗nsemmula si truvà!

Rit. Evviva Maria, Maria evviva Evviva Maria e chi la creò e senza Maria salvari nun si po‘ Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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L’ardente preghiera alla Vergine

Tu sei gran Vergine Tutto puoi fare Tu sei l‘Augusta Consolatrice Tutti gli afflitti rendi felici. O Maria delle Grazie Rispondi a chi ti chiama Maria ti chiamo io Ascolta i bisogni miei!

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Tutt’insieme diligentemente Noi e la brava gente

Una comunità non è costituita da sassi e pietre dure, levigati pazientemente dal sole e dall‘acqua, essi sono l‘involucro esterno, caso mai. Il succo, la polpa più gustosa di una comunità sono le persone, quelle che ci circondano, le cui facce ci dicono tante cose, anche se non parlano. Sono facce conosciute e, come un libro aperto, si rivelano a noi. Amiamo discutere con loro, comprenderne i destini, i cieli sereni e le burrasche che hanno attraversato le stagioni della vita. Comari e compari della Sicilia di una volta sono ancora tra noi e, magari,

come

signor Fasino,

il

Pasquale usano

per

camminare il cavallo, anziché il cavallomotore. I vecchi e i giovani

non

sono

pettegoli estranei, ma intrecciano

discorsi

amichevoli, che, qual dolce

sinfonia,

si

Anziani presso Bar del sole

espandono in cortili e stradine silenziosi. Da noi l‘era post-industriale non ha i suoi effetti rovinosi, i rapporti umani hanno ancora il profumo rigenerante dei gesti piccoli, che confortano il cuore, il fascino della speranza, l‘attesa di tempi splendidi, che alimenta i sogni della nostra adolescenza. Sognano pure quei vecchietti che catturano il sole pallido di questo cangiante autunno, lì nella piazzetta, dove il tempo ha spazi dilatati. (La Voce, Febbraio 2005)

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Qui, nell’isola del sole, un manto bianco come al polo nord

Tanta neve è caduta in questi giorni e ci ha deliziato, ma non troppo.

Il giorno 25 gennaio 2005, stavamo affrontando la più faticosa delle nostre ore di scuola, l‘ultima, quando, all‘improvviso, attraverso i vetri appannati dal gelo, abbiamo visto una bianca cascata di fiocchi di neve riversarsi su ogni cosa. Quasi per incanto tutto è diventato bianco, più nevicava, più la nostra gioia esplodeva in forme esagerate, poi i nostri genitori sono venuti a prenderci, il maltempo è continuato, la scuola è stata chiusa, con decreto del sindaco, e ci hanno deliziato inaspettate vacanze! Nei giorni del burano siberiano, abbiamo praticato un passatempo piacevole; guardavamo dai nostri balconi un panorama insolito, con case, strade, monti e colline, sepolti dalla neve. Tutto quel bianco accecante ci ricordava i paesaggi nordici popolati dai personaggi delle favole che ci raccontavano da bambini. Vedevamo dei coraggiosi che, in macchina o senza, tentavano di ferire

quella

neve

immacolata con ruote munite di catene o con piedi scivolosi ed esitanti,

avremmo

voluto essere lì in mezzo alla tempesta nevosa, per misurare la Centro storico di Mussomeli innevato

nostra

bravura

nell‘affrontare

situazioni climatiche avverse. Lo abbiamo fatto, per la verità, in ore più propizie, quando il cielo, grigio e minaccioso, faceva trapelare la luce di un timido sole. Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Allora fuori era un rincorrersi tra noi monelli intrepidi, un lanciarsi a gara palle di neve, un calpestare continuo, alla ricerca dei punti in cui il manto era più alto, per sentire brividi di freddo, che poi si ricordano. Un proverbio recita: ―Sotto la neve pane‖, quindi la neve fa bene alla campagna e giustifica la nostra euforia. Tuttavia

siamo

ben

consapevoli dei disagi che arreca

in

un

paese

mediterraneo, attrezzato

ad

poco affrontarla,

come il nostro. Ci sono state tante nevicate celebri come quella del 1956, sappiamo che

per

le

vie,allora,

circolavano

poche

persone,lastre di ghiaccio pendevano dalle tegole e sguardi

meravigliati

si

posavano su di esse e su cumuli bianchi mai visti. La neve può diventare poesia, allegria, può rinfrescare i

Via La Rizza

nostri pensieri,può portarci nelle alte latitudini, pur restando nelle più basse, ma ci intristisce quando diventa inconsapevole causa di disagi e incidenti. (La Voce, Febbraio 2005)

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I valori autentici non ci tradiscono mai Sono i veri rimedi dei numerosi guasti della nostra epoca In certi periodi dell‘anno, abbiamo sentito il bisogno di scavare la parte più importante di noi, per scoprire che il nostro involucro d‘egoismo e di cattiveria si può infrangere, poi diventare custodi della pianticella della civiltà, non è difficile. Nei precedenti due anni di Scuola Media, nei giorni che precedono il Natale, abbiamo allestito, con i nostri professori delle graziose recite, allo scopo di esternare, nella drammatizzazione, i messaggi, le idee-guida, capaci di aiutarci nelle sfide esistenziali, di facilitarci i rapporti con gli altri, di farci scegliere il buono e il giusto. Quest‘anno tutto ciò è stato conseguito, ricorrendo alle pagine antologiche, in cui magistralmente s‘impongono alla nostra attenzione riflessioni poetiche e in prosa, davvero in grado di dirci chi siamo e che cosa cerchiamo. C‘è fame di cibo nei paesi più poveri, dovunque c‘è fame di pace, di tolleranza, di legalità, di rispetto e di solidarietà. La guerra in Iraq e in altre zone sventurate, il terrorismo, i disastri naturali, ingoiano i beni materiali, ma, soprattutto distruggono senza pietà le vite e falciano le promesse di un mondo pacifico e prospero. ―A che cosa mai serve la guerra?‖ si chiedeva Anna Frank nel suo rifugio olandese, prima di trovare la morte nella carneficina nazista. Certi scintillanti attrattive della nostra epoca, nascondono flagelli che la storia ha portato con sé. Perché mai il bimbo negro non può entrare nel girotondo dei bianchi, perché Renato ed Agostino, due sfortunati ragazzi del gruppo di don L. Ciotti, che ci confessano le loro traversie, sono caduti nel tunnel della droga e dell‘AIDS, perché uomini che hanno esaltato la pace, come M.L. King e il mahatma Gandhi, sono morti di violenza? Quanti perché accompagnano le nostre riflessioni e ci fanno sentire fragili e impotenti. Ma non bisogna arrendersi. Piangiamo pure con i poeti che cantano l‘umana tragedia, diciamo con Ungaretti che tra tanto strazio, il nostro cuore è il paese più straziato, esclamiamo con il grande S. Quasimodo, che questo è l‘uomo della pietra e della fionda, per gli istinti autodistruttivi che dimostra, però siamo con tutti quelli che Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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mettono una pietruzza al giorno, per costruire un mondo diverso, dove nessuno ruba, nessuno si uccide o viene ucciso, nessuno si droga, nessuno distrugge o si distrugge. I poeti e gli scrittori sanno svelare il mistero del dolore, a volte squarciano le nubi dell‘incertezza e ci fanno vedere una serenità insperata, che fa da cornice ai positivi valori, alla fede in cui crediamo. Come fari essi risplendono sul nostro cammino e rischiarano i nostri pensieri. Come M.L. king abbiamo un sogno ‖Che un giorno la violenza cesserà, che gli uomini muteranno le loro spade in aratri e che le Nazioni non insorgeranno più contro le Nazioni‖.

(La

Voce, Febbraio 2005)

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Carnevale ogni scherzo vale Divertiti, ironici, scherzosi e infreddoliti abbiamo reso onore all’effimero,una tanta atteso re Carnevale. A febbraio di solito nel nostro vallone c‘è tanto freddo, ma, puntualmente, ci riscalda l‘arrivo di una festa, tutta maschere, scherzi, colori, musica.Voilà il Carnevale, festa ambigua, allegra e triste, irriguardosa e profana, lancia un monito perenne: ―Prima il divertimento, anche eccessivo, poi la Quaresima e il pentimento!‖ Nelle città grandi e piccole, si accende la gara di carri.Se ne fabbricano di tutti i tipi e ogni lavorante vi espande l‘ironia, la creatività, la saggia follia di cui è dotato. Grandi figure di cartapesta, mosse dalla supertecnologia, dominano la folla festaiola, con le loro facce dipinte, che fanno intravedere il profilo di certi noti personaggi, messi alla berlina in un periodo in cui è lecito prendere in giro i potenti, i ricchi e i famosi. I loro movimenti cadenzati e le loro espressioni grottesche, ma desolatamente monotone, fanno pensare ai burattini mossi dalle mani invisibili del burattinaio. Le comparse che ballano intorno a loro, invece, hanno l‘animosità vibrante dei vivi e si muovono continuamente, sollecitati dai roboanti ritmi latino – americani. E ci sono pure le maschere tristi e solitarie, le classiche, - chi potrebbe bandire Arlecchino, Pulcinella, Balanzone, Pierrot e compagni dall‘allegra brigata del Carnevale—, le orribili a guardarsi, le raffinatissime come quelle veneziane e tutte trovano posto nella baraonda carnevalesca. Sappiamo che ci sono carnevali memorabili, come quelli di Rio de Janeiro in Brasile, di Viareggio, di Acireale, di Sciacca, ecc. Da noi a Mussomeli non ci sono state grandi idee intorno al Carnevale, ma qualcosa è stata fatta. Dei giovani del quartiere Sant‘Enrico: V. Piazza, G. Militello, S. Vullo, G. Valenza, V. Attardo e C. Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Vetrano, nostro compagno, hanno preparato un carro dedicato a Valentino Rossi, il campionissimo che ha vinto sei titoli mondiali. I giovani costruttori hanno messo tutta la loro passione creativa in quel carro, che ha fatto la sua bella figura nella sfilata cittadina. L‘atmosfera gioiosa e spensierata di oggi è identica a quella di una volta, ma, in passato, bastava procurarsi una maschera, un bel lenzuolo, metterseli addosso e, poi, andare nelle case dove si suonava e si danzava, passando così una memorabile ultima sera di Carnevale. Ultima sera appunto, in cui la gioia senza freni si spegne nel malinconico addio al travestimento e ai giorni ―grassi‖. Infatti la parola Carnevale deriverebbe da ―carnem levare‖, cioè dal togliere le ricche tavole e prepararsi al digiuno quaresimale del mercoledì delle Ceneri e trarrebbe origine da feste greche e romane:

quella ateniese delle Antesterie (fine di febbraio), d‘impronta

dionisiaca e quella dei Saturnali latini (dicembre) in cui vigeva la sospensione delle norme sociali. Il re Carnevale più ambiguo che mai, sovrano di un auspicato paese della cuccagna, muore all‘improvviso, bruciato sul rogo e, certamente, non ci sottrae la fierezza di aver scherzato, ironizzato, di aver impersonato, con le maschere, dei personaggi lontani dal nostro mondo, di aver riso con sano buonumore. (La Voce, Febbraio 2005)

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Quarantore, oggi come ieri! Vi raccontiamo il grande fervore religioso per un rito celebrato da secoli nel profondo inverno Qui a Mussomeli, quando finisce il periodo natalizio, ne incomincia un

altro

molto

significativo:

quello delle quarantore. In ogni chiesa viene esposto, per tre giorni consecutivi, il S.S. Sacramento e quella in cui l‘evento religioso si verifica, è meta di un continuo e Quarantore a Mussomeli

sentito pellegrinaggio dei fedeli,

provenienti da ogni zona del paese. E‘ come se sbocciasse, nei giorni più freddi dell‘anno, il fiore della religiosità dei padri, la speranza che, dopo il buio, ci sarà la luce che tutto avvolge e consola. Le chiese sono più accoglienti che mai, c‘è il calore delle stufe, che accompagna quello delle candele, c‘è il tripudio delle luci e dei fiori dai colori tenui e sgargianti, c‘è l‘odore penetrante dell‘incenso, c‘è l‘armonia dei canti e delle preghiere, che si accentua nelle celebrazioni del mattino, del pomeriggio e della sera, quando i fedeli, numerosi, fissano gli occhi e la mente verso un puntino centrale dell‘altare maggiore, dove l‘ostensorio brilla più che mai. E‘ il momento dell‘abbraccio con il sacro, dell‘abbandono a Dio, della fede espressa con le palpitazioni del cuore. E‘ un periodo questo della religiosità corale, che sempre ha pervaso la vita della nostra gente, in quanto profondamente insinuata nell‘esistenza quotidiana, in un vivere semplice, piegato alle esigenze di madre natura, che, con l‘agricoltura, assicurava e assicura il pane quotidiano, ―u panuzzu‖, tanto apprezzato e desiderato, specialmente nei tempi passati, quando non c‘era lo spreco consumistico di oggi. Quell‘ostia è simbolo divino, ma anche un emblema della nutrizione, è sommo conforto dei buoni cattolici, in un periodo in cui nelle campagne germogliano i ―lavureddi‖, cioè i campi di grano incominciano a verdeggiare e le preghiere Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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possono propiziare messi abbondanti. Le Quarantore sono una grande festa, festa di tutti, in pochi paesi si celebrano solennemente come da noi. Rappresentano la realtà di una fede, cangiante come i riflessi degli ori delle nostre preziose chiese, ma sempre presente, sempre pronta a collegarci con l‘essere supremo, a dare un senso a quello che siamo, a metterci in sintonia con il passato, a sentire meglio il presente. (Febbraio 2005)

Le Quarantore nella storia

Padre

Diego

Di

Vincenzo, parroco della Chiesa del Carmelo, ci ha

fornito

delle

interessanti notizie sulle quarantore, che sono una forma di esposizione del S.S.

Sacramento

per

l‘adorazione durante 40 ore continue, giorno e Quarantore a Mussomeli

notte o interrotte (solo di

giorno). La prima volta furono celebrate a Milano dall‘agostiniano Gian Antonio Bellotti nel 1534 e a Roma, nel 1558, sotto Papa Pio IV; in seguito lo spagnolo domenicano Tommaso Nieto

esemplificò la cerimonia, che consisteva nel

trasporto del Santissimo dall‘edicola, in cui era conservato, all‘altare su cui veniva esposto. L‘organizzazione definitiva delle Quarantore fu merito di San Carlo Borromeo. Il santo dettò la ―Avvertenza‖, precisa istruzione del 27 giugno 1577, che ispirò quelle dettate poi dai sommi pontefici. Da Milano la pratica delle Quarantore si propagò rapidamente, contrapponendosi alle follie Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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carnevalesche. Nel 1592, con la bolla ―Graves et diuturnae‖ , papa Clemente VIII approvò la pratica delle Quarantore e la prescrisse come adorazione perpetua (giorno e notte) e come esercizio di espiazione e di propiziazione. Il cerimoniale è contenuto nella ―Instructio Clementina‖, pubblicata da Clemente XI nel 1705. Prima le Quarantore , fuori di Roma, furono autorizzate nelle grandi città, poi vari indulti permisero ai vescovi l‘esposizione eucaristica solo di giorno. Le Quarantore incrementarono la nascita delle Confraternite del S.S. Sacramento, riconosciute da Papa Paolo III con la bolla ―Dominus Noster Jesus Christus‖ del 1539. (La Voce, Febbraio 2005)

Le Quarantore oggi Abbiamo intervistato sull‘argomento Padre Sebastiano Lo Conte, parroco di San Giovanni, che ci ha gentilmente dato risposte precise e puntuali. Padre Lo Conte ci dica, perché si celebrano le Quarantore? - Perché si vuole adorare particolarmente la presenza di Gesù Cristo nell‘Eucaristia, sotto i segni del pane e del vino. La parola Quarantore a cosa si riferisce? - Si riferisce al fatto che la durata dell‘esposizione eucaristica era di 40 ore. In questo paese è sentito il culto delle Quarantore? Quarantore

- Sì, molto.

Esso ha qualche legame con la vita contadina di un tempo? - Sì, perché il pane e il vino sono prodotti della terra e, pertanto, esiste un rapporto profondo con la vita di un tempo, che, soprattutto, era basata Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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sull‘agricoltura. C‘è il fervore religioso di una volta? - In parte sì, più per merito delle persone anziane, mi pare che non ci sia tanta partecipazione da parte dei giovani Lei cosa pensa del rapporto tra le persone e la fede in questo paese? - Oggi mi pare che ci sia poca consonanza tra la vita di persone credenti e la vita quotidiana. Cosa si potrebbe fare per diventare migliori? - Le indicazioni per diventare migliori sono, senza dubbio, molte: in pratica sarebbe sufficiente vivere con lealtà, con onestà, applicando con semplicità tanto le norme civili, quanto quelle religiose. E‘ questione di impegno civile e di testimonianza cristiana. La fede, secondo lei, può aiutare a farci superare i problemi della vita? - Senza dubbio la fede aiuta a vivere meglio il proprio dovere quotidiano (La Voce, Febbraio 2005)

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Così lontani, così vicini! Migliaia di morti e feriti, rovine e disperazione dovunque, nelle spiagge da sogno. L’onda assassina ha trasformato il paradiso terrestre in inferno. Il SudEst asiatico al centro di un cataclisma senza precedenti 26 Dicembre 2004: Santo Stefano In Occidente si è festeggiato da poco il Natale e si pensa al Capodanno. Qui la neve, la pioggia, il freddo, fanno cercare il calduccio dei caminetti accesi e la compagnia di amici e parenti, con cui fare quattro chiacchiere e divertirsi.

Non

si

pensa certo a quella schiera

di

europei,

fortunati

che

sono

corsi in Oriente per arrostirsi al sole dei tropici e godersi i benefici di un‘estate fuori

stagione.

Il

Tsunami del 26/12/2004

tempo da noi è bizzarro e un vento strano soffia dal lontano deserto. Giornali e televisioni ci parlano stancamente di bilanci festivi, ma, ad un tratto, tutto cambia. Una notizia sconvolgente arriva dai paradisi dell‘oceano Indiano, annunzia che le Maldive, l‘India, la Tailandia, l‘isola di Sumatra in Indonesia. l‘isola di Sri Lanka, sono state colpite da un terremoto violentissimo, che ha scatenato un maremoto altrettanto mortifero e disastroso. Le acque, sconvolte dai movimenti della terra negli abissi marini, hanno incominciato una folle corsa verso le spiagge bianche e assolate, piene di turisti. Prima ritirandosi e, poi, nel fatale ritorno, sollevandosi per decine di metri, hanno sepolto i litorali e le zone più interne, inghiottendo tutto, uomini e cose, e restituendo, nella nera fanghiglia, corpi straziati, tanti, troppi, affioranti tra gli oggetti più strani, tra gli Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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alberi piegati della giungla, tra la desolazione più assoluta. Quando la furia della natura si è placata un poco, ecco che esplode il dolore: quanti scomparsi da identificare, quanti orfani da consolare, quanti morti di tante nazionalità da raccogliere in lugubri sacchi neri, quante fosse da riempire! E, vedendo le impressionanti immagini di questo tragico cataclisma, si pensa a certi eventi memorabili: al biblico diluvio universale, al passaggio degli ebrei dal mar Rosso, a Pompei ed Ercolano, al terremoto di Messina del 1908. Tornano in mente i mucchi di cadaveri, che i turpi monatti raccoglievano durante la peste di Milano. Questo disastro globale, che ha fatto tremare tutta la terra, ci ha avvicinato a terre e popoli tanto lontani, ce li ha fatti sentire tanto vicini. Sì lo Tsunami ci ha sconvolti e ci ha fatto capire che tutti apparteniamo ad un‘unica razza: la razza umana. (La Voce, Febbraio 2005)

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E fu Passione, origine di tante passioni La settimana Santa a Mussomeli si vive con tanta partecipazione. È il capolavoro delle ricorrenze, l’appassionata sintesi di fede, di sentimento di folclore, in cui si esaltano le immemorabili tradizioni e si vivono momenti di commozione individuale e collettiva. Chi entra nelle chiese di Mussomeli, in molti casi, contemplerà delle statue, che rappresentano alcuni santi protagonisti della Passione: in primo luogo Lui, il re dei Giudei, Gesù Crocifisso e, poi, tutti gli altri o San Giovanni o l‘ Addolorata, scolpita da Venerdì Santo

F.Biancardi, o la Veronica, o Gesù alla Colonna, o la

Maddalena, o Gesù nell‘Orto e altri gruppi statuari della Via Crucis. Ma è durante la Settimana Santa che, rimosse dalle loro nicchie, quelle statue assumono il ruolo di protagoniste, diventano segno tangibile della venerazione di molti. I fedeli le guardano con occhi lucidi, brillano i loro volti ben modellati e sfiorati dalla luce quasi accecante dei lumi a gas, mentre, attorno a loro, si accalcano i ―fratelli‖, cioè i vari componenti delle confraternite, che, con simboli e colori diversi, rappresentano una chiesa o, per meglio dire, un quartiere, che si identifica con quei simboli e con quei colori. Nel nostro giornalino abbiamo già parlato delle Confraternite, in particolare di quella del S.S. Sacramento alla Madrice, che partecipa ai sacri riti de giovedì e del venerdì santo, con tutte le altre; è una specie di gara in cui

Addolorata

ognuno dà il meglio di sé in un generale trionfo di ornamenti e costumi barocchi, di lamenti ritmati e dolenti, di suoni sordi e cupi, come cupa era l‘atmosfera in cui Cristo morì sul Calvario, di musica languida e triste, come è triste, disfatta, Maria Veronica

Addolorata, che va in cerca di suo figlio, sostando, la mattina del

venerdì, in alcune chiese. La statua ondeggia su una marea mai vista di folla. F. Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Biangardi ha stampato per sempre sul suo volto un grido di dolore muto, un dolore tutto spirituale, alimentato da quello materiale del pugnale trafitto nel petto. Il mistero della Croce si svela con certezza, quando la Bedda Matri Addolorata è più vicina a noi, quando è in primo piano lo scenario di un dramma, che si è consumato più di duemila anni fa. E sfilano le processioni con le consuete bandiere e coreografie, con uomini e donne pii, paternamente guidati dai sacerdoti e accorrono persone dovunque ci sia un santo da accompagnare, un sepolcro da vedere, dovunque proviene uno squillo di tromba, tutto particolare, seguito da tre assordanti colpi di tamburo. Questi atavici segni di riconoscimento della festa, sono prerogativa delle varie compagnie. La Confraternita, consacrata a nostro Signore e dedita al

culto

di

Maria

Addolorata, è quella di San Giovanni. I suoi colori sono il bianco e l‘oro, i componenti sono numerosi e motivati. Per una

specie

di

compensazione psicologica i fratelli di San Giovanni, la

Giunta di Pasqua

domenica di Pasqua portano la statua di una Madonna, serena e felice, in piazza Umberto, dove si incontrerà con Gesù Risorto e con San Michele in una giunta allegra e festosa. (La Voce, Marzo 2005)

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Settimana Santa a Mussomeli Domenica delle Palme: Nel pomeriggio c‘è l‘Adorazione eucaristica delle Confraternite, presso la Chiesa Madre. Giovedì Santo: Nel pomeriggio si celebra la ―CENA DEL SIGNORE‖ in tutte le Parrocchie. Alla sera, ci sono le Processioni, in cui sfilano le ―Compagnie‖ con i rispettivi Santi. Nel frattempo si girano i ―sepolcri‖, allestiti con ammirevole cura in tutte le chiese. Venerdì Santo: mattino: sfila una lunga processione con Maria Addolorata, che è in cerca di Gesù; pomeriggio: Gesù morto, in barella, viene portato al Calvario (piazza Umberto), dove, messo in croce, resterà fino a sera; sera: grande processione di tutte le Confraternite. Precedono i Santi della Passione (la Veronica, San Giovanni, la Maddalena), poi c‘è la

Venerdì Santo

grandiosa urna del Cristo morto e poi la Madre Addolorata. Nella Chiesa Madre tutto finisce ad ora tarda con la ―Sepoltura‖. Domenica di Resurrezione: pomeriggio: c‘è la ―giunta‖, cioè l‘incontro movimentato in Piazza Umberto tra Gesù Risorto, la Madonna di Pasqua e San Michele. (La Voce, Marzo 2005)

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Sulla tavola di San Giuseppe ogni ben di Dio

In Sicilia il Santo Patriarca è onorato con pranzi sfarzosi offerti ai poveri, chiamati vicchiariddi (vecchietti), e il 19 Marzo trionfa l’umiltà e la solidarietà. Qualcuno, anni fa tentò in modo troppo semplicistico di sottrarre a San Giuseppe il 19 Marzo, da secoli assegnatogli, per ricordarlo con tutti gli onori. La domenica immediatamente successiva apparve subito non la celebrazione della ricorrenza, ma il suo surrogato. Molti, in modo troppo esplicito, rifiutarono di sobbarcarsi festeggiamento

ad che

un non

apparteneva né alla tradizione, né alla devozione, così, a poco a poco, il tempo, che è cavaliere, ha dato ragione ai fedelissimi del padre putativo di Gesù e il 19 Marzo è ridiventato il gran giorno, in cui esplode la voglia di

Tavolata di S. Giuseppe

dimostrare al Santo Patriarca quanto è degno di amore e di pressanti preghiere. Per Lui, nella chiesa Madre, dove c‘è la statua che viene portata in processione per le vie del paese, ci sono le consuete celebrazioni liturgiche, per Lui i falegnami organizzano con massimo zelo la festività, essenzialmente gioiosa e cara a tutti, per quell‘atmosfera di risveglio primaverile, sottolineata dalle liete marcette della banda musicale e dai rumori scoppiettanti dei mortaretti. Ma, in certe case, è superfesta di San Giuseppe, in quelle dove c‘è una grande tavolata con cibi e pietanze di ogni tipo, con dolci, con frutta, con vasellame fine e con la tovaglia da tavola più bella del corredo. In fondo c‘è l‘altarino con una piccola statua del Santo, al quale viene viene sciolto un voto, poi arrivano gli invitati, tre Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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impersonano Gesù – Giuseppe e Maria, è un incontro ideale di persone anziane, di mezza età di bambini, di giovani, dove non esistono barriere divisorie, dove invitati e ospiti si fanno un favore reciproco, dove ci si sente protetti dal manto del Santo della Divina Provvidenza. Finito il pranzo, a ciascun ―vecchierello‖ viene dato un pacchetto con dentro di solito pane e dolci e tutti sono contenti e felici. Il rito della tavolata va ben oltre l‘intento di riempire lo stomaco di chi, un tempo, aveva tanta fame, oggi assume altri significati importanti come il rispetto della persona umana, l‘attenzione per i deboli, bambini

e

anziani,

il

sentirsi confortati mentre si dà assistenza e conforto. In alcuni comuni del Vallone come Villalba e Milena, il 19 marzo, si prepara con grande

solennità

―la

tavulata di li vicchiariddi‖, che

è

ricchissima.

Tavolata di S. Giuseppe

A

Mussomeli, un tempo, il pranzo si organizzava all‘aperto, con una grande cornice di folla e un povero, dalla barba lunga e fluente, impersonava, naturalmente, San Giuseppe. (La Voce, Marzo 2005)

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La preoccupazione dei genitori rischiarata da filiali promesse Parlano Maria Costanzo e Calogerino Lanzalaco É difficile oggi fare i genitori? -Oggi è molto difficile fare i genitori, perché i figli non si sa come prenderli, a volte un genitore vorrebbe dare loro il mondo intero, poi, però, ci si accorge che stiamo sbagliando, perché rendiamo loro la vita troppo facile e non apprezzano quello che hanno e vogliono sempre di più. Con i figli siete generosi e permissivi o pensate di essere abbastanza severi? -Noi con i nostri figli cerchiamo di essere abbastanza equilibrati, in certi momenti siamo generosi, in altri un po‘ più severi. Come giudicate il mondo giovanile? -Il mondo giovanile, in genere,lo giudichiamo senza ideali, senza rispetto del prossimo e della natura, in poche parole troppo superficiale. C‘è differenza tra i giovani d‘oggi e quelli della vostra generazione? -Anche se non c‘è molta differenza d‘età, noi notiamo molta differenza tra i giovani d‘oggi e quelli della nostra generazione, da precisare che la colpa è un po‘ nostra e dell‘ambiente che ci circonda. Infatti, anche se non è il nostro caso particolare, noi stiamo parlando della società in generale, vediamo che i genitori d‘oggi danno troppo, senza chiedere niente in cambio, forse perché hanno paura della reazione dei figli ad un loro no. (Lo dimostra l‘aumento del consumo di droga tra i giovani e in particolare dei suicidi giovanili). Oggi molti giovani sono in crisi, tormentati, delusi Perché? -I giovani d‘oggi sono in crisi, tormentati e delusi, perché vivono in un mondo di sogni, molto condizionato dalla tv, non riescono a distinguere la realtà dalla finzione, questo molto spesso li porta a fare uso di alcolici e droga. Cosa fanno i genitori per porre rimedio a tale disagio? -Cercano di fare del loro meglio, per dare degli ideali e un avvenire ai loro figli, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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però, molte volte, il voler sempre accontentarli ha l‘effetto contrario. Quale ruolo occupa la scuola nella vita di un adolescente? -Nel nostro paese, la scuola per un adolescente la possiamo considerare una seconda famiglia, ma, in certi casi, dall‘adolescente la scuola è vista come un modo di evadere dalla vita quotidiana. Ci sono aspetti della società che vanno migliorati, per consentire ai giovani di crescere bene? -Dovrebbe cambiare un po‘ tutto l‘aspetto della società in generale. Come i giovani possono aiutare gli adulti? -I giovani potrebbero aiutare gli adulti, in particolare i propri genitori, confidandosi e parlando di più con loro. Nel tempo libero il partecipare a qualche attività utile (sport, volontariato, ecc.), secondo voi, contribuisce a maturare i giovani? -Secondo noi, li potrebbe aiutare il partecipare ad alcune attività, per esempio i nostri figli fanno sport e li vediamo molto soddisfatti, noi siamo pure molto favorevoli al volontariato, perché serve molto a sensibilizzarli sulle esigenze degli anziani invalidi. Del vostro ruolo di genitori siete soddisfatti? -Del nostro ruolo di genitori oggi siamo molto soddisfatti. Quale avvenire sognate per i vostri figli? -Noi speriamo che i nostri figli possano realizzare i loro desideri di vita. Anche se sono ancora un po‘ piccoli, hanno le idee abbastanza chiare su quello che vogliono fare, per esempio Giusy vorrebbe diventare un‘insegnante d‘inglese Che cosa augurate a noi che stiamo crescendo in quest‘epoca? -Noi auguriamo a voi che state crescendo in quest‘epoca, che riusciate ad aprire gli occhi, ad apprezzare il benessere che vi circonda, a non cadere nell‘abisso della droga, dell‘alcool e della violenza, che sono le principali rovine dei giovani. (La Voce, Marzo 2005)

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La giovanile condizione oscillante tra speranze e delusioni Parla Carlo Montagna,per gli amici, Carletto. Come ti chiami? -Mi chiamo Carlo Montagna per gli amici ―Carletto‖ Quanti anni hai? -Ho 19 anni Quale scuola frequenti? -Io frequento l‘Istituto secondario superiore per l‘agricoltura e l‘ambiente Cosa pensi dei giovani di oggi? -Io penso che i giovani di oggi hanno tutti la testa per aria ! Uno dei motivi è perché tutti pensano a divertirsi, a vestirsi bene ed a passare le loro serate nei locali come i pub, le discoteche ecc. Questo discorso di certo vale anche per me, perché anche io prima di ogni cosa penso a me e al mio divertimento, ma bisogna capire che, nella vita, oltre a questo, per aver un buon futuro, bisogna fare alcuni sacrifici. Frequenti dei gruppi giovanili? -No, non frequento alcun gruppo giovanile. Cosa fai nel tempo libero? -Nel tempo libero vado in palestra, oppure organizzo delle partite di calcio insieme ai miei amici. I tuoi coetanei come li vedi? -Io i miei amici li vedo diversi, a seconda delle situazioni o dei problemi che ci troviamo davanti, perché, certe volte, ragionano come delle persone mature, altre, invece, ragionano come dei bambini. Questo paese quali opportunità offre? Ci vivi bene? -Questo paese offre poche opportunità, perché è difficile trovare lavoro, e poi anche perché non offre alternative ai giovani, come per esempio dei campi di Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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calcetto o altre strutture, ecc. Io per ora ci vivo bene, ma penso che crescendo le mie idee cambieranno.. Quali sono i disagi più gravi dei giovani? -Secondo me il disagio più grave che un giovane può avere è quello di non andare d‘accordo con i propri genitori, perché loro sono un punto di riferimento, con cui puoi parlare e discutere dei tuoi problemi. Come vorresti cambiare questo paese? -Per migliorare questo paese ci vorrebbero dei nuovi locali , come un cinema ecc., poi ci sono anche altre opportunità che potrebbero aiutare le persone a migliorare il nostro paese;, una di queste è il nostro bellissimo castello ; ci vorrebbe un albergo pronto ad ospitare i turisti che vengono a vedere questa meraviglia medioevale. Vai d‘accordo con i tuoi genitori ? -Si! Io vado d‘accordo con i miei genitori, perché quando ho un problema da risolvere, sono sempre disponibili ad aiutarmi. Quali desideri verresti realizzare ? -Uno dei miei più grandi desideri è quello di partire per un viaggio ed esplorare dei posti nuovi con cose interessanti da vedere. In quale campo professionale ti vorresti affermare per renderti utile alla società ? -A dire la verità adesso non ho idee molto chiare su questo argomento. Secondo te, come funziona la scuola ? -Secondo me la scuola dei giorni nostri funziona benissimo, perché c‘è molta organizzazione e poi anche perché i professori vanno incontro ai problemi che l‘alunno può avere. Questo capita nella mia scuola , poi non so se nelle altre scuole le cose vanno diversamente. Grazie per la gentilezza dimostrata. - Prego. (La Voce, Marzo 2005)

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Volando con le ali della danzasi arriva lontano Parla l’insegnante di danza, Alessandra Alfano. Come si chiama e da dove viene? -Alessandra

Alfano

e

sono

-A Mussomeli ho circa 100 allievi. di

Dove ha imparato a ballare?

Mussomeli.

-La mia teoria è questa: la danza è

Per quale motivo ha scelto di

una ―cosa‖ che si ha nel cuore e

svolgere questa attività?

nell‘anima e non si può imparare. O

-Fin da piccola la danza è stata

si ha o non si ha! Questa ―cosa‖viene

sempre la mia più grande passione.

manifestata all‘esterno, tramite il

La voglia di trasmetterla ad altri ha

nostro corpo; ed è per questo che

fatto sì che diventasse un lavoro.

bisogna imparare la tecnica giusta.

Da quanti anni lavora nel settore

Ho girato l‘Italia in lungo e in largo,

della danza?

frequentando scuole, campus, stages,

-Dopo il diploma ho potuto incominciare a lavorare in questo settore, alternando l‘insegnamento della danza agli studi universitari. È da almeno dieci anni che insegno; ed è da circa sette anni che ho una mia Scuola di danza.

con dei professionisti che hanno saputo insegnarmi

tutta la tecnica

necessaria, per il movimento e l‘insegnamento.

Ho

frequentato

anche scuole in Inghilterra. E‘ contenta dei suoi allievi? -Quest‘

anno

ho

dei

gruppi

eccezionali. Sono molto contenta dei Le piace questa occupazione? -Tantissimo!

Devo dire che sono

stata molto fortunata. Molti fanno un lavoro

poco piacevole; io ho avuto

miei allievi e stiamo preparando un bellissimo saggio di fine anno. E‘ soddisfatta di come balla Giusy Domenica Lanzalaco (classe 3^B)?

la fortuna che la mia grande passione diventasse un lavoro; un lavoro che svolgo con piacere. Quanti allievi ha a Mussomeli ?

-Giusy Domenica è arrivata a metà dell‘anno scorso, quando già gli altri frequentavano la scuola da sei mesi. Ma in soli tre mesi ha saputo

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recuperare diventando una delle più

Perché

brave allieve. Secondo me, ha delle

numerosi delle ragazze?

grandi doti espressive (che nella

-Fino a poco tempo fa vi era una

danza sono importanti), molta buona

stupida convinzione: che la danza

volontà e tanta passione.

fosse una ―cosa per femminucce‖.

C‘è differenza tra l‘impegno dei

Oggi,

ballerini

che

mentalità sta cambiando e molti

frequentano le sue lezioni? -La

ragazzi si avvicinano alla danza ,

maggior

parte delle ragazze della

anche perché, se si guarda la tv, ci

scuola frequenta ormai da anni;

sono molti ballerini, che sono gli

hanno trovato il giusto metodo e

idoli delle ragazze.

mettono

Quale messaggio manda ai giovani ?

e

delle

tantissimo

ballerine

impegno.

I

i

ragazzi

sono

fortunatamente,

danza

è

meno

questa

un‘occasione

per

ragazzi è da poco che frequentano

-La

(da ottobre); stanno facendo questa

crescere. La danza è una sfida con se

nuova esperienza e devo dire che

stessi, che permette di vedere qual è

sono molto contenti. Loro cercano di

il limite di ciascuno di noi. Io credo

mettere tutto l‘impegno possibile ma

che si possa definire come ― una

per me non è mai abbastanza.

grande scuola di vita‖, un universo

Quanti maschi frequentano la sua

particolare, affascinante, ma pieno di

scuola?

difficoltà, che si possono superare

-Attualmente ho il piacere di averne

con l‘impegno e la buona volontà.

sette, che è un numero consistente,

Un bacio.

visto che i ragazzi non sono molto

(La Voce, Marzo 2005)

attirati dalla danza. Essi hanno un‘ età compresa tra i 13 e i 18 anni e amano molto ballare il funk e l‘ hip hop. Sono degli ottimi breaker.

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I Biangardi, artisti veri, venuti da lontano Napoletani e scultori, Francesco e Vincenzo, lavoravano a lungo a Mussomeli, creando bellissime statue della Vergine, inimitabili per fulgida bellezza e per celestiale imponenza. Poi si trasferirono a Caltanissetta e confermarono una meritata originalità

Mussomeli e i Biangardi Proprio qui sbocciò la loro creatività più vera. In questi ultimi anni degli studiosi hanno effettuato delle ricerche su Francesco e Vincenzo Biangardi, rispettivamente padre e figlio, dei quali si ammirano delle opere splendide. Dei due scultori, però, si erano perdute le tracce della vicenda terrena, che ora sono riemerse, essi ci aiutano a capirli di più e ad interpretarne meglio i capolavori. Francesco Biangardi nasce a Napoli il 23 Febbraio 1832. Madonna del Rosario

Frequenta l'Accademia d'Arte di Roma e si

sposa due volte. Dal secondo matrimonio con Giovanna Allegra ha diversi figli, tra cui Vincenzo, che ne seguirà le orme. Da allora inizierà per i Biangardi un viaggio sorprendente, orientato sempre più a Sud, con tre tappe significative: Cittanova in Calabria, Mussomeli e Caltanissetta. A Cittanova, Francesco e la famiglia soggiornano dal 1864 al 1873. Nella chiesa della Madonna della Catena si possono ancora ammirare le undici statue (varette) del Venerdì Santo, ma la svolta, che cambia un‘esistenza, si verifica nel 1873, quando giunge a Cittanova il mussomelese padre Alaimo, amico di Francesco, che lo invita a Mussomeli, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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proponendogli di realizzare un nuovo simulacro della Madonna del Carmelo. Lo scultore accetta e si trasferisce nello stesso anno a Mussomeli, dove rimarrà per ben 13 anni, cioè fino al 18 agosto 1886, quando si stabilirà definitivamente a Caltanissetta. Nel nostro paese incomincia la strabiliante avventura dei Biangardi, (Francesco e Vincenzo) che aprirono bottega nell‘ex chiesa dell‘Opera Santa; lavorando con assiduità e celermente, danno vita ad una copiosa e preziosa produzione, caratterizzata dall‘assemblaggio di materiali diversi: legno, sughero, terracotta, tela olona, cartapesta. Incominciamo a poco a poco ad affiorare dalla grezza materia gruppi statuari originalissimi: la Madonna dei Miracoli, la Madonna del Rosario (1876, San Domenico), la Madonna del Carmelo (1871, chiesa del Carmelo) e tante

altre

statue

ammirevoli:

Madonna

Addolorata (1875, S. Eligio

chiesa

di

San Giovanni), Madonna della pace (chiesa del Carmelo), Madonna Assunta (Monti), Madonna Immacolata (restauro-rifacimento San Francesco), Crocifisso di fra Umile da Petralia

(1874,

restauro-rifacimento

-

Monti), Bambino Gesù (San Giovanni), Bambino Gesù (Istituto Sorce Malaspina), Sant‘Eligio (Sant‘Antonio), Madonna del Riparo (1875, Cappella Sorce Malaspina –

Madonna del Carmelo

c.da Bosco). A tanta fioritura artistica va aggiunto l‘allestimento delle seguenti vare destinate al Giovedì Santo nisseno: Ultima cena (1885) - Gesù nell‘orto (1884) – Cattura di Gesù (1884) – Sinedrio (1886) - Deposizione della croce Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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(1885) - Prima caduta (1886)- Cireneo (1886) – Veronica (1883). I Biangardi qui, nel centro della Sicilia, hanno dei mecenati e lavorano senza sosta. Mussomeli non è un borgo selvaggio, ma una piccola Firenze. I due napoletani danno forma al bello spirituale e visibile, abbelliscono le chiese, nobilitano l‘estro personale ispirandosi a scene di noti artisti del passato. (La Voce, Aprile 2005)

I Biangardi a Caltanissetta

I Biangardi arrivano nel capoluogo preceduti da chiara fama. Completano i misteri e offrono la loro genialità ad una città che si stringe attorno ai suoi simboli sacri. A Caltanissetta Francesco e Vincenzo scolpiscono le rimanenti vare oggi ammirate nella processione del Giovedì Santo: Ecce Homo (1892), Flagellazione (1888), Pietà (1888), Addolorata (1896)(non più esistente), Condanna (1902), Calvario (1891), Sacra urna (1892), queste ultime tre vare sono di Francesco. I gruppi statuari esistenti sono 14, si conservano nella chiesa di san Pio X, eccetto la Sacra urna che è esposta nella cattedrale. I Biangardi lavorano febbrilmente in un clima euforico e La Pietà

denso

di

aspettative, che non verranno deluse. I nisseni vogliono incrementare le cerimonie della Settimana Santa e si affidano a loro per creare simulacri di grande effetto scenico e d‘incomparabile suggestione nelle processioni

La prima caduta

rievocanti la Passione e morte di Gesù. Intanto arriva la tempesta nel quieto Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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vivere di Francesco: nel 1890 muore Vincenzo, appena trentenne, suo valido collaboratore, specializzato nell‘eseguire statue in pietra di Comiso, rispondenti al gusto accademico dominante. Francesco continua il suo incessante, espertissimo lavoro, sempre ispirato alla scultura popolare napoletana, quella tipica dei modellatori di figurine da presepe del secolo XVIII. Insegna plastica presso l‘Ospizio di beneficenza e dalla sua rinomata bottega di scultura e intaglio escono mobili, specchiere e fioriere di gran pregio. È la scultura comunque che ne esalta qualità intrinseche, che mette in evidenza una non comune duttilità. Scolpisce le statue che ornano la facciata della chiesa di San Sebastiano, nell‘interno Ecce Homo

piena di numerose e interessanti altre sue statue: San Biagio, San Sebastiano, il gruppo della Pietà, ecc., tutte raccolte nella loro accentuata e serafica spiritualità, come quelle delle altre chiese in cui i Biangardi hanno lasciato la loro impronta perenne nella stessa Caltanissetta o a Mussomeli o in alcuni paesi della provincia. Di Francesco è il restauro-rifacimento della statua di San Michele Arcangelo in Cattedrale, il santo protettore tanto imponente, quanto rassicurante per i fedeli. Nella navata destra c‘è la grandiosa Sacra Urna e il pensiero ci riporta al nostro Venerdì Santo, ai suoi riti e all‘urna tanto simile a quella di F. Biangardi, con un angelo scolpito da Salvatore Cardinale di Mussomeli (suo allievo) che sorregge una scritta ―Erit sepulcrum eius gloriosum‖. Francesco Biangardi si spense a Caltanissetta il 21 febbraio 1911. Dei Biangardi parleranno sempre i grandi capolavori, così prossimi a noi, perché, nel lontano 1873, un certo padre Alaimo chiamò qui quel suo amico napoletano di professione scultore-modellatore e fu vera fortuna. (La Voce, Marzo 2005)

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Opere dei Biangardi nella provincia di Caltanissetta Vallelunga: L‘Immacolata (chiesa Madre), San Michele (chiesa delle Anime Sante) Delia: L‘annunciazione (1900) e La Madonna delle Grazie (1855) (restaurorifacimento) (chiesa Madre) Serradifalco: La Sacra Urna (Madrice), San Giuseppe (chiesa di San Giuseppe) Milena: Sant‘Antonio Abate (1896), San Giuseppe (1898) e L‘addolorata (chiesa Madre) Sutera: San Giuseppe (1903) (restauro-rifacimento)(chiesa Madre) Villalba: Sant‘Antonio Abate e San Giuseppe (chiesa Madre) Marianopoli: L‘Addolorata (chiesa Madre) (La Voce, Marzo 2005)

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Da San Giovanni alla Quadia, passando per l‘Annivina Tracciamo un itinerario che dall’estrema periferia di sud-ovest del nostro paese dilaga nella campagna, fino alla Quadia, dove vive Vanni, il protagonista di “Quadia, terra di mori”, romanzo verista di Paolo Giudici C‘è un romanzo che ha come sfondo il quartiere di San Giovanni, lo scenario rupestre dell‘Annivina (Indovina) e quello rurale della Quadia, è il romanzo ―Quadia, terra di mori‖ di Paolo Giudici. Il protagonista è Vanni, nato dall‘unione irregolare di don Giuseppe Lo Manto e di Grazia la Mora. Intorno pullula il piccolo mondo verghiano di personaggi dai tratti ben delineati e dai contorni sapientemente scavati dalla penna dello scrittore: innanzitutto

i

Lo

Manto,

i

parenti,

implacabilmente nemici e vendicativi, e poi tutti gli

altri:

comari,

compari,

galantuomini

e

popolani,

chiacchiera,

incattiviti

dal

ricchi,

accomunati

poveri, dalla

pettegolezzo

Fontana dell’Annivina

e

dall‘invidia, attori di un dramma in cui commedia e tragedia umana si alternano e non si sa mai chi vince. I vinti ci sono in questo romanzo: don Giuseppe Lo Manto, che viene trovato morto sotto il precipizio di Caccione, Grazia la Mora, presa all‘improvviso dal colera, Vanni rimasto solo contro il mondo. Somiglia molto ad Alessi dei Malavoglia, buono, ubbidiente, promettente a scuola, tanto che è stato affidato alle cure didattiche di don Pasqualuccio Molè, perché Grazia lo vuole dottore in medicina. Ma i debiti entrano nella casa del fico all‘Indovina, come in quella del nespolo, e la vita si complica per Vanni, che resta solo, che più solo non si può, dopo la scomparsa dei genitori. La vicenda si delinea in quadri di impressionismo verista davvero esaltanti, soprattutto nelle oasi Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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evocative, dove la prosa diventa poesia, merito dei ricordi e di quel paesaggio così coinvolto nelle faccende umane e così vero. ―Quando cessava di piovere, la Quadia era fresca e rugiadosa e i fichidindia e gli ulivi erano lucidi e ricoperti di gocciole e l‘aria era piena d‘un odore di terra bagnata e di foglie marcite, che si faceva più intenso se dalle nuvole si mostrava un po‘ di sole. Di lassù Vanni spaziava con lo sguardo. Di dietro gli s‘ergevano tutte le case dei quartieri alti … davanti una fuga disordinata d‘embrici e più in là i colli del Bosco, … la Quadia verdeggiante, le montagne di Caccione, la rocca di Sutera, nuda e grigia nell‘orizzonte azzurro‖. Ma ricordare è ancora più struggente: ―Vanni non ci aveva la roncola in tasca. Il cortile era folto di erbacce, il fico s‘era fatto più alto. La casa era vuota e fredda come una camera di locanda… Vanni rivide le fiamme crepitanti che rallegravano la casa negli inverni della sua infanzia e suo padre seduto avanti al fuoco … e sua madre intenta a preparar la cena‖. Vanni non è più Alessi, ma sembra ‗Ntoni Malalavoglia, ha scontato otto mesi di galera, per aver dato due roncolate all‘insolente cugino Saro, che gli ha rubato l‘amore di Maruzza, la messinese. Come in ogni grande romanzo, in ―Quadia‖, con un intreccio fantastico-immaginario, c‘è un ordito di autobiografia , di personaggi realmente vissuti tra fine ottocento e inizio novecento, di storia (la guerra di Libia, la 1^ guerra mondiale), di fatti eclatanti come la diffusione del colera e il terremoto di Messina. Nella narrazione, dal ritmo incalzante, le tinte accese prevalgono sui colori tenui, il sole acceca e il gelo brucia le ossa, la stupidità è falcidiata dalla saggezza dei proverbi, che compare Nofrio sciorina in ogni occasione, la tensione descrittiva si stempera in semplici versi intrisi di popolare musicalità. ―Quadia terra di mori, dà pani, dà vinu, dà gioia a lu cori‖. E Vanni fugge e va a servire il re in guerra. Aleggia il pessimismo verghiano nelle ultime pagine. Se Dio trionfa nelle poesie di don P. Mulè, qui è silente, quando c‘è, perché: ― A ciascun il suo destino e il destino è il padrone di tutti … andar contro al proprio destino, è lo stesso che voler sfondare un muro a colpi di testa‖. Paolo Giudici nacque a Mussomeli nel 1887 e Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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morì a Palermo nel 1964. Letterato e studioso insigne, scrisse molte opere, oltre a ―Quadia‖, tra cui ricordiamo: ―Bocca su bocca‖, ―Il marito della donna moderna‖, ―La nave dei sogni‖, ―L‘ombra che scende‖, ―Storia d‘Italia dalla fondazione di Roma ai nostri giorni‖, ―L‘oasi della felicità‖, ―L‘itinerario di Ludovico Dè Varthema‖ Michelina Calà (La Voce, Marzo 2005)

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Ecco due poeti: il prete e il contadino Il parroco Pasquale Mulè e l’autodidatta Pietro Puntrello con le loro poesie ci ripropongono valori, sentimenti e pensieri vivi , non appannati dal tempo. Due poeti vissuti in altra epoca Pasquale Mulè e Pietro Puntrello. Oggi li vogliamo scoprire, perché rientrano a pieno titolo nella cultura locale. Chi è Pasquale Mulè: Nasce a Mussomeli nel 1869. Ancora in tenera età, come succedeva allora, va in campagna a pascolare il gregge, dove gli fa compagnia un libro di stornelli. La madre vuole toglierlo da quella vita difficile e approda al seminario di Caltanissetta nel 1886, nel 1893 è sacerdote, diventa cappellano della chiesa di San Giovanni e, poi, parroco nel 1924. Battagliero e intraprendente, con altri sacerdoti sociali suoi coetanei che si battono a favore del popolo, S. Scozzari, G. Minnelli, G. Valenza, fonda, nel 1895, la Cassa rurale ―San Calogero‖, sarà, poi per due volte presidente della Cassa rurale ―San Giuseppe‖. Nella chiesa di San Giovanni trascorre intensi anni di apostolato fino alla morte, avvenuta nel 1947; suo successore è il nipote don Gaspare Alessi. Il suo incontro con la poesia avviene durante gli studi sacerdotali, quando apprende l‘arte di poetare, dietro alla quale c‘è la naturale inclinazione ad esprimersi in versi, usando anche la metrica più difficile. Queste le opere principali: ―La pastorella di Pibrac‖ (Santa Germana Cousin), poemetto lirico in 6 canti; ―Armonie mariane‖; ―In mezzo ai fiori‖; ―Canti‖; ―Poesie de l‘Aurora‖; ―Poesie siciliane‖. Chi è Pietro Puntrello: Nasce a Mussomeli nel 1805. Frequenta fin da piccolo la chiesa di Sant‘Enrico, essendo nato nell‘omonimo quartiere. Piccolo garzone in una fattoria del feudo Tumarrano con un coetaneo, Domenico Nicastro, con l‘aiuto di un sacerdote, impara a leggere e a scrivere. Più tardi proverà a scrivere dei versi dialettali, che reciterà all‘amico Domenico e allo studente Antonino Tomasini, versi piaciuti a don Cataldo Lima, da cui apprende le regole dell‘esprimersi in rima. Pietro lavora nei campi e si reca in altri paesi nel tempo della mietitura, ma non perde mai la voglia di sottolineare in modo giocoso e Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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ironico quello che sente e che vede. Frequenta persone colte e ama improvvisare versi davanti a sbalorditi spettatori. Veste pure l‘abito domenicano, quando nel 1833 si reca nel convento di Bivona; dopo due anni ritorna alla vita laica, si sposa con Antonina Monteleone, ha sei figli e si dedica al capolavoro ―L‘incredulo convertito‖, che nasce, giorno dopo giorno, in mezzo ai campi e nella sua cameretta, dove medita e scrive fino al risultato finale: un poema di 598 ottave diviso in XXII canti. Sarà affidato a frà V. Cinquemani e pubblicato da monsignor Nicolantonio Diliberto. Pietro muore nel 1856. ―Passà u tempu di balli e d‘allegria, nun si discurrì cchiù di comitiva. Amici itivinni p‘antra via, mannà a chiamari un sacerdotu piu e lu palazzo cci benediciu (ottava 25 — Incredulo convertito). ―Sono orfanella! Sola e gemente, non v‘è chi sente pietà di me. Sola se al monte o in nera valle il duro calle batte il mio piè. (La pastorella di Pibrac III). Questi versi ci dicono tanto sulla personalità e sui motivi ispiratori dei nostri poeti, che, tuttavia, hanno in comune le umili origini, l‘infanzia trascorsa nella solitudine sconfinata dei feudi, in compagnia di qualche libro, la finalità didascalica-religiosa dei loro componimenti. Diversi soni i maestri: in Puntrello si sente G. Meli, in P. Mulè G. Zanella e P. Metastasio. Nell‘uno prevale la sanguigna esperienza di una vita dura addolcita dalla musa Calliope, nell‘altro emergono tre motivi principali: natura e paesaggio, affetti, religione. È sorprendente conoscere il Puntrello attraverso il ritratto che ne fa il parroco Mulè: ―Longa ha la facci e un pocu mauredda, nigri e longhi darreri li capiddi, la fronti larga, pruminenti e bedda, forti li ciglia, l‘occhi su dù stiddi …‖ Ed è ancor più sorprendente il ritratto di P. Mulè in ―Quadia terra di mori‖ di P. Giudici: ―Padre don Pasquale, piccolo piccolo e magro magro, con la berrettina nera sul cocuzzolo, sprofondato nel grande seggiolone a braccioli. Appena entrava Vanni, gli dava a baciare la mano e lo faceva sedere, di faccia, poi guardava l‘orologio, annusava una presa di tabacco e cominciava: vediamo un po‘ se hai studiato‖. (La Voce, Aprile 2005)

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due chiese: San Giovanni Battista, ricca di memorie e di capolavori e Santa Maria di Trapani in completo abbandono

Chiesa di San Giovanni Battista

Queste due chiese presenti nel quartiere, sono meritevoli della nostra attenzione. San Giovanni Battista, secondo lo storico G. Sorge, è esistente da tempo immemorabile nel quartiere Casale. Eretta a parrocchia succursale nel 1581 ben presto, si pensa di ampliarla. La nuova costruzione risale ai primi anni del XVII secolo, ad opera della Confraternita del SS. Sacramento, che ancora vi ha sede, e di Chiesa di San Giovanni

alcuni fedeli. Don Giuseppe Lanza, il principe di Trabia, nel secolo XVIII, provvede ad alcune riparazioni e, intanto, la chiesa, che è a tre navate, viene ampliata e abbellita con gli affreschi della volta del celebre pittore palermitano Giuseppe Patania. Nel 1795 vi lavora un altro pittore palermitano Salvatore Bulgarelli. Gli affreschi distrutti durante l‘ultima guerra, vengono sostituiti da tele di Salvatore Randazzo, illustranti la vita di San Giovanni. Le antiche colonne che dividono le navate, vengono rese più solide con una base quadrata, e tutto l‘insieme è arricchito dalle cappelle del S.S.

Addolorata

Sacramento, di San Giovanni (1584), la statua è opera di Giuseppe Infantino di Racalmuto, del Crocifisso (1592), di San Biagio (1595), dell‘Addolorata, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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scolpita da F. Biangardi e molto venerata. Sono state apportate spesso delle modifiche. Oggi, entrando, si ammirano due quadri di Frà Felice da Sambuca, la buona morte (a destra) e la cattiva morte (a sinistra). Nella navata sinistra spiccano una grande tela della Madonna del rifugio, un quadro della Madonna Assunta

forse

di

Velasquez,

l‘altare

del

Crocifisso, già nell‘altare maggiore, dove ora troneggia San Giovanni Battista, Crocifisso notevole per la sua espressione cangiante. In fondo c‘è l‘altare della sacra famiglia, sono di Bagnasco le statue di San Giuseppe e del

Chiesa di S. Giovanni Battista

Bambino, quella della Madonna, di S. Cardinale, è stata aggiunta nel 1911; la chiesa possiede anche una bellissima statua di Gesù Bambino di F. Biangardi, acquistata dal parroco Pasquale Mulè. Nella navata destra ci sono: il battistero con la tela del battesimo di Gesù, di P.A. Cianci (1943), la statua dell‘ Immacolata (Madonna di Pasqua), le statue di S. Giovanni Evangelista, di S. Biagio e dell‘Addolorata, già ricordati e, in fondo, una cappella con la statua di S. Calogero. Nel coro, con un grandioso altare in marmo, troviamo alle pareti due dipinti non trascurabili: il ―Miracolo del cieco nato‖ e ―Gesù tra i dottori‖. La facciata principale della chiesa è semplice e solenne, coronata da un artistico campanile. Accanto all‘entrata laterale, in Piazza Del Popolo, è stata sistemata una lapide che ricorda il parroco Pasquale Mulè, con la scritta: ―Da queste

S. Giovanni Evangelista

sacre mura la comunità cittadina ricorda DON PASQUALE MULÈ, poeta, storico, primo parroco del ―Bel San Giovanni‖ 24/7/1869 – 31/10/1947”. Padre Mulè riposa oggi sotto l‘altare del Crocifisso. Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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In questa chiesa così ricca di opere d‘arte, si celebrano importanti feste e ricorrenze popolari, dense di spiritualità e di devozione. Vivissimo è il culto dell‘Addolorata durante la settimana santa; veneratissimi sono San Biagio,

protettore

della

gola,

e

San

Don Pasquale Mulè

Calogero, a cui sono offerti dei pani speciali per grazia ricevuta. Si festeggiano rispettivamente il tre febbraio e l‘ultima domenica di agosto. Di recente nella chiesa è stata collocata una statua di Padre Pio. Un tempo la festa di San Giovanni si celebrava con la fiera, la corsa dei cavalli e il comparatico, stipulato secondo questa formula ―Pilu, piliddu vattinni a lu mari, pi trentatri anni amà essiri cumpari‖.

(La Voce, Maggio 2005)

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Per Santa Maria di Trapani, chiediamo un immediato restauro Un po‘ più a sud della chiesa di San Giovanni, nel punto in cui la Via Girgenti incontra il piano dell‘Indovina, con ben visibili la celebre fontana e l‘omonimo vallone, ecco la chiesa Santa Maria di Trapani, ben esposta sul piano della strada. In Mussomeli antica era la devozione per la Madonna di Trapani, tanto che don Baldassarre Minneci, nella prima metà del 1700, decide di innalzare una chiesa in suo onore; nel 1737 la costruzione è terminata, come si evince da un‘iscrizione esistente sul pavimento di mattoni smaltati, nel cui centro è stato impresso lo stemma della famiglia Minneci: un leone rampante che succhia una mammella. L‘interno era luminoso, invitante, nella luce intensa risaltavano gli ornamenti bianchi e ben torniti e l‘armonica e calma compostezza della Vergine di Trapani, che attualmente si trova nell‘oratorio di San Giovanni. Usiamo i verbi al passato, perché questa chiesetta è cadente e ha bisogno di immediati interventi di restauro-rifacimento. Poiché tra le finalità dell‘attività didattico-educativa, che

Chiesa Madonna di Trapani

stiamo svolgendo, c‘è la salvaguardia dei beni culturali e ambientali, rivolgiamo un caloroso appello alle autorità competenti, perché possano restituire al piccolo tempio il decoro che gli spetta.

(La Voce,

Maggio 2005)

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San Giovanni: vicoli, bagli e una grande piazza È stato come tuffarsi nel mare, nostalgico di ricordi, in un pomeriggio di ordinaria e straordinaria passeggiata, nel cuore antico del vecchio Casale. L‘attività aggiuntiva dei Beni ambientali ci ha invogliato a visitare il quartiere di S. Giovanni in un meriggio fresco di pioggia

e

rischiarato da un esitante

sole

primaverile. Tutti in

marcia,

professori accompagnatori ed alunni,

per

guardare, con in mano

il

Quartiere San Giovanni

Giornalino, quello che era stato ricercato e scritto. Ma vedere è un‘altra cosa! Ci siamo arrampicati in strette stradine, dove si sentiva solamente il soffio del vento, abbiamo visto ombrosi cortili, sormontati da archi saraceni. In qualche casa sgusciava qualcuno, molte abitazioni, ferite dal tempo, erano in abbandono, pronte all‘abbraccio dei gatti che, con felina velocità, vi si arrampicavano. E noi marciavamo, arrivando fino al Santuario di Maria SS dei Miracoli (al quale dedicheremo in seguito l‘attenzione che merita), entrandoci per ammirare il gruppo statuario della ―Madonna del Rosario‖ di F. Biangardi e ―Gesù nell‘orto‖ di S. Cardinale e, poi, via, giù giù, verso l‘Annivina (Indovina), la parte estrema del quartiere, doveva viveva Vanni Lo Manto, il protagonista del romanzo ―Quadia, terra di mori‖ di P. Giudici. Ci sembrava di vederlo questo Vanni, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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mentre

saliva

sveltamente

verso

la

scuola di San Domenico e immaginavamo pure tutti

quei

vivaci

personaggi,

che

vivevano accanto a lui, nella

vita

romanzesca.

reale In

e quel

silenzio, disturbato solo

Quartiere San Giovanni

dalle nostre voci, tutto diventava, ricordo, memoria di un tempo non del tutto trascorso, ancora presente, ma vuoto dei suoni, delle parole, dei rumori familiari, che scandivano la vita di una volta. Abbiamo sostato nel piano dell‘Indovina, ascoltando il rumore dell‘acqua zampillante della fontana e, poi, i nostri occhi si sono posati malinconicamente sullo scarno profilo architettonico di Santa Maria di Trapani, chiesetta non visitabile, perché in completo abbandono; di fronte, ecco il cortile in cui si affacciava la casa di Grazia la mora, madre di Vanni. Guardavamo con soddisfazione tutta la campagna intorno, dall‘intenso colore verde-smeraldo, ma incominciavano a scendere le prime ombre del crepuscolo e, a grandi passi, abbiamo raggiunto il centro indiscutibile di questa porzione di paese, un tempo chiamata Casale: Piazza del popolo. Ci ha colpito subito la lapide commemorativa del parroco mai dimenticato, don Pasquale Mulè, poi siamo entrati nella chiesa di San Giovanni, accolti gentilmente da padre S. Lo Conte, l‘attuale parroco, che ci ha fatto ammirare un delizioso, roseo e paffuto Bambinello di F. Biangardi e un bel quadro del Monocolo di Racalmuto. Siamo usciti con la ferma intenzione di ritornare a San Giovanni nel prossimo incontro, perché vogliamo vedere, con occhi critici e stupiti, le preziosità che custodisce, già messe in evidenza dalla nostra ―Voce‖. (La Voce, Maggio 2005)

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L’anfiteatro della rocca, il belvedere e il vallone che mormora Una cornice straordinaria accoglie chi entra in paese dall’ Indovina. Vi trionfa la natura con un singolare scenario paesaggistico Le nostre due visite guidate a San Giovanni e alla contrada Indovina (18 Aprile e 4 Maggio) ci hanno consentito di apprezzare quello che, ogni giorno, vediamo distrattamente. Dopo aver parlato di storia, di tradizioni, di chiese e di

Fontana dell’ Annivina

letteratura,

vogliamo

soffermarci

sull‘ambiente

naturale

dell‘Indovina,

formidabile per i panorami sconfinati che offre. Una stradina tortuosa, che asseconda sporgenze e rientranze della rocca, con, da un lato, una fuga labirintica di vicoli e violetti, che portano nella parte alta del paese (Terravecchia - Muro rotto) e, dall‘altro, una ringhiera da belvedere, alla quale appoggiarsi, per fermarsi a riprendere fiato e a guardare, ci apre orizzonti magnifici e un palcoscenico grandioso, con i Monticelli, a nord, dalle punte arrotondate, con il Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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vallone, più ad est, inciso profondamente dall‘acqua, che vi scorre fin dai tempi primordiali. Un rumore assillante si imprime nelle orecchie, mentre scorrono, come in un documentario, le immagini più familiari: Madonna del Riparo

la strada del Bosco, la casina di villeggiatura

dei domenicani, la cappella della Madonna del Riparo, con la cupola ben nota, i quartieri nuovi, addossati alla Via Palermo, la fontana dell‘Annivina. Ma, quando l‘occhio si sofferma sulla placida pianura, che gli fa intravedere perfino la marina di Agrigento, ecco le case del vecchio paese, addossate ad un aereo cocuzzolo, che , da sud, sembrano venirci incontro, tutte fra loro abbracciate, per non precipitare, sotto la buona custodia del severo campanile a vela della Madrice. È questo spettacolo che si presentava a Vanni Lo Manto, quando ritornava dalla Quadia! Allora non c‘erano in giro tanti cassonetti ricolmi di rifiuti e le buste di plastica, appese negli alberi,

che

arditamente

sopravvivono lungo il precipizio. La

salvaguardia

e

il

rispetto

Annivina

dell‘ambiente sono indispensabili, se vogliamo far risplendere ancora i nostri tesori. (La Voce, Maggio 2005)

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Il vescovo, i giovani e i veri valori

S.E. Mons. Mario Russotto, in visita pastorale a Mussomeli, è venuto a trovarci, per rafforzare i nostri buoni propositi. Il primo dicembre, nel plesso di Via Pola, c‘è una certa agitazione. Aspettiamo il nostro vescovo e, per riceverlo degnamente, andiamo nella palestra, addobbata con scritte di benvenuto e con Mons. Mario Russotto

cartelloni originali, ispirati al messaggio cristiano. Alle ore dieci, il vescovo è già tra noi e lo riceviamo con forti applausi. Ci dice

che è contento del nostro paese, dove ha trovato, più che altrove, persone buone e religiose, che si affidano a Dio e vivono una vita semplice, indirizzata verso il bene e i principi della nostra religione. Poi c‘è un‘esortazione per noi, che siamo l‘avvenire della Chiesa e della società, con l‘incoraggiamento a vivere da veri cristiani nei luoghi che frequentiamo. Il vescovo, poi, dice che gli sta particolarmente a cuore l‘unità delle famiglie e che le sue preghiere per noi devono essere accompagnate dalle nostre per lui. Subito dopo, alcuni alunni appartenenti alle tre classi della scuola secondaria di I grado, hanno recitato delle poesie incentrate sulle tematiche nobili della pace, della solidarietà, della bontà, della fede. Tra gli applausi e i complimenti dell‘illustre ospite, accanto al quale ci sono il dirigente dell‘Istituto Comprensivo ―Paolo Emiliani Giudici‖, Mario Barba, e i nostri professori, abbiamo sentito delicate e commoventi parole, che si sono alzate verso il cielo, come una fervida preghiera collettiva. Appartengono ad illustri uomini costruttori di pace, come Martin Luther King, che vuole che la guerra non sia più oggetto di studio, Nazim Hikmet, che drammaticamente, fa parlare una piccola vittima della bomba atomica in Giappone, come Carl Sandburg che vede sul muro un fucile arrugginito, che nessuno mai più toccherà! E tanti altri versi hanno attirato la nostra attenzione, facendoci riflettere molto, in questo periodo pre-natalizio, quando l‘odio dovrebbe tacere per sempre e dovrebbe espandersi per l‘aria l‘invito che Gesù Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Bambino, dalla grotta del presepe, da più di duemila anni rinnova, spesso inascoltato: quello della tolleranza e della buona volontà. Infine è intervenuto il nostro dirigente, che ha espresso un sentito ringraziamento al vescovo, venuto mezzo a noi per rinvigorire il nostro cristianesimo e per confortarci con il suo appoggio paterno e indulgente. Dopo la solenne benedizione, S.E. Mons. M. Russotto ci ha lasciati e, sereni e soddisfatti, siamo ritornati nelle nostre aule. (La Voce, Dicembre 2005)

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E ora vi facciamo conoscere la vera storia di cappuccetto rosso Vi assicuriamo che la fiaba di Cappuccetto Rosso non si conclude come voi immaginate. Noi sappiamo veramente come sono andati i fatti. Cappuccetto Rosso, dopo aver denunziato il lupo, per le note molestie e dopo aver recuperato la nonna dalla sua ingorda Cappuccetto Rosso

pancia, si reca nella città di Cartunia, per cercarsi un lavoro. Qui incontra Pippi Calzelunghe, la nota svedesina tutta pepe, che è in

cerca di fortuna. Dopo i convenevoli, decidono di buttarsi negli affari e, con la complicità di alcuni folletti tuttofare, hanno pensato di fabbricare in sede cappucci rossi e calze lunghe e variopinte, riservandosi i diritti di autenticità di questi indumenti. Pippi e Cappuccetto diventano imprenditrici, notissime in campo internazionale. Cappuccetto si sposa con un giovanotto di buona famiglia, bello ed elegante, Daniel Rich, detto Principe azzurro, ha quattro figli e nella catena di negozi, che Cappuccetto possiede con Pippi, l'insegna pubblicitaria si arricchisce di un altro personaggio, il principe, appunto, rappresentato come lo vuole l'immaginario collettivo. Un giorno piomba a Cartunia, Lupo de Lupis, che accompagnato dalla sua cattiva fama, non ha fatto quasi niente di buono, tranne una società di difesa degli animali, presto chiusa per l'eccessiva litigiosità con il socio, il gatto con gli stivali. Il lupone viene attirato subito dalle insegne dei negozi dei nostri eroi, indaga e, finalmente, incontra Cappuccetto, con somma

diffidenza

impreca e tanto prega, che viene

assunto dalla catena ―Ross,

Pippy and Daniel Company‖,

prima

commesso,

maggiore e, infine, come vero e

poi come aiutante

proprio manager in doppiopetto. famiglia è gentile e cortese. Pippi,

Pippi Calzelunghe

di

come

Pippi.Tanto

semplice

Con Cappuccetto e con la sua invece, vorrebbe con sé la sua

dolce zia e lo detesta, ma gli affari sono affari e poiché, mister De Lupis, ha un buon fiuto, lo sopporta, non risparmiandogli i soliti sberleffi. Cappuccetto non fa mancare mai a tavola la torta della nonna il marito, Principe azzurro, distribuisce Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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generosamente il suo fascino incantatore, i quattro eredi crescono bene e nella migliore fortuna; il lupo non risparmia iniziative per alzare le quotazioni della ditta, Pippi è soddisfatta, anche se sogna i mari del nord e il sole di mezzanotte. Tutto fila liscio nel casato più favoloso e affascinante che esista. E ora continuate voi! (La Voce, Dicembre 2005)

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I colori dell'autunno che più amiamo Queste stagione è sorprendente e suscita nell'animo tante emozioni ! Ci piace l'azzurro del cielo nelle giornate luminose, quando il sole veste ancora la sua tenuta estiva amiamo il grigio delle giornate nuvolose, quando, all'improvviso, cade la pioggia,che rinfresca i campi arsi, camminiamo leggeri sulle gialle foglie degli alberi,cadute a terra, che tutti calpestano camminando a passi cadenzati, rapidi o lenti. L'autunno si annunzia con i colori rossicci di alberi testardi, che non vogliono spogliarsi del loro manto più bello, con il nero sfumato dei campi arati da poco, con l'argento spendente dei corsi d'acqua, mai così fieri della loro portata. I colori dell'autunno dipingono pure il nostro animo. Siamo allegri e tristi, buoni ed antipatici, svogliati e attenti,a volte siamo tinti azzurro, altre volte di giallo, e, qualche volta, indossiamo il grigio, proprio come la nostra amica natura autunnale. In questo panorama così variopinto, si inseriscono le ricorrenze e le feste, che sottolineano la mutabilità delle stagioni. Nella prima metà del mese di Novembre, si festeggia la Madonna della Provvidenza che si trova nella chiesetta, omonima,piccola e raccolta. La Vergine mostra il pane, nella sua mano, promette, nel periodo della semina una buona annata agraria. La sera della festa, dopo la messa in cui viene distribuito il grano benedetto, il simulacro della ―Bedda Matri‖ viene portato in processione in alcune vie principali e tutto si conclude con la distribuzione di prelibate focaccine. L'autunno è pure una stagione prediletta dai poeti, che la amano per i suoi colori così dolci e graditi all'animo . ―La nebbia agli irti colli piovigginando sale e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar‖... Il poeta Carducci, i colori di cui abbiamo parlato, di rende vivi e gli esalta in un quadro insuperabile. Ma lo sapete che l'autunno ha anche il colore dell'allegria? Noi per San Martino, insieme e con felicità abbiamo pranzato lentamente e riso tanto! (La Voce, Dicembre 2005)

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La Passione sempre la stessa, sempre diversa Il nostro paese è sempre in prima linea nel rievocare la morte e la resurrezione di Cristo L‘allegro scampanio della domenica delle palme, con lo sventolio delle palme dentro le chiese e per le strade, ci fa presagire che la settimana che sta per iniziare sarà diversa, sarà santa perché interromperà i soliti ritmi di vita, e, come se irrompesse per la prima volta nella nostre abitudini, sarà accolta da tutti. Sarà novità sorprendente, sarà rigenerazione spirituale, che sgorga nuova da antiche radici. L‘antico si respira dovunque. Antiche sono le confraternite, con i vessilli e i paramenti rosso-oro (Madrice), giallo-oro(Carmelo), bianco-oro(San Giovanni), azzurro-oro (Maria S.S. dei Miracoli), celeste-oro(Maria S.S. delle Vanelle-Sant‘ Enrico). Antiche sono le statue,una delle quali è un vero capolavoro, uscito dalle mani di Francesco e Vincenzo Biancardi, notissimi scultori napoletani: l‘ Addolorata, la straziata madre di Gesù, di quel Cristo, emblema del dolore, che nelle strade, durante le processioni del Giovedì e del Venerdì Santo, ci viene incontro in altre versioni: Gesù nell‘orto, autore S.Cardinale, la prima caduta, Gesù adagiato nell‘urna scintillante e barocca dopo la discesa dalla croce in Piazza Umberto, urna che oscilla grandiosa su una marea di folla commossa, alla fine della lunga processione del venerdi‘ sera, dove altri santi della Passione (San Giovanni, la Veronica, la Maddalena) portati a spalla dai fedeli, sfilano risplendenti, nella notte magica in cui la tradizione paesana si Gesù alla colonna

salda con le verità evangeliche. Cristo è morto! La tristezza di questo annunzio è

acutamente sottolineata dagli squilli argentini di tromba, dai tre sordi colpi di Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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tamburi

successivi

e

dalla

marcia

funebre, che penetra nel cuore e scioglie in lacrime, quasi invisibili, il fardello delle inquietudini che ognuno porta con sé. Nuove sono l‘emozione e la sorpresa! Il giovedì e il venerdì santo sono giorni di grande forza religiosa, aiutano il cristiano cattolico a ritrovare la fede smarrita o a rinforzarla, con i riti suggestivi in chiesa e con tutta la simbologia di questa ricorrenza, che, attraverso la morte, afferma il trionfo della vita. Il grano germogliato dei sepolcri suggestivi allestiti nelle chiese, è

Veronica

simbolo di vita, il pesante lutto è sconfitto dalla gioia leggera della Resurrezione. La domenica di Pasqua, tutti allegri e gioiosi, andiamo a vedere la ― Giunta‖, in Piazza Umberto. Gesù risorto ( Madrice) si incontra con la Madonna di Pasqua ( San. Giovanni) e con San Michele ( Sant‘ Enrico). Le tre statue Gesù Risorto

nascoste nelle strade adiacenti alla piazza, al suono di marce allegre,

sbucano

all‘improvviso

con

una

―annacata‖

caratteristica e si incontrano felicemente per poi proseguire insieme in processione per le vie principali del paese. (La Voce, Aprile 2006)

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Legalità - Giornalismo - Arte Dalla classe al laboratorio, con un continuo interscambio che ci forma e ci istruisce 23/03/06. Alle ore 11,00 scendono in palestra le seconde e le terze classi della scuola secondaria di primo grado - sede via Pola. Con un po‘ di agitazione gli alunni si siedono, ma non pensano certo di fare subito silenzio, ma si rassegnano a stare zitti, finalmente quando arrivano i Carabinieri!. Essi portano la buona novella della Legalità. Tra loro ci sono i marescialli Volpe e Mongiovi‘, che ci parlano di leggi, sì, perché la legalità si realizza quando la legge è osservata nella quotidianità delle azioni, e non disprezzata e derisa come, a volte, succede. Qualche ragazzo fa delle domande, si toccano temi delicati come quelli della droga e dei furti dei telefonini, i marescialli rispondono con cortesia e fermezza, rassicurando tutti e confermando che agiscono per il nostro bene. Subito dopo interviene un operatore del Nucleo operatori ecologici, un reparto dei carabinieri che vigila sull‘ambiente per impedirne la distruzione da parte dei deturpatori. Infine il nostro Dirigente Scolastico parla dell‘importanza della legalità nella vita di tutti i giorni. (La Voce, Aprile 2006)

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Un cuore aperto per ipologo La solidarietà non ha frontiere La nostra scuola è in prima linea nell’aiuto al Terzo Mondo Il

giorno

15/12/2005, presso la Banca di Credito Cooperativo Giuseppe‖

―San di

Mussomeli, c'è stato un

interessante

Barba – Indovina – Ruvolo –La Rocca – Di Marco - Valenza

convegno avente lo scopo di raccogliere aiuti per un piccolo paese della Tanzania: Ipologo. Dopo i saluti del nostro dirigente scolastico M. Barba, del presidente della banca M. Mingoia e del sindaco C. Valenza, sono intervenute illustri personalità. La dottoressa M. La Rocca, psicologa volontaria, ci ha aiutati a interrogarci se la solidarietà sia un dovere o un bisogno; mons. G. Di Marco ci ha detto come la comunità ―Cristiani nel mondo‖ porta avanti l'iniziativa umanitaria ―Un cuore per Ipologo‖; il dott. G. Indovina ha esposto i fattori di rischio sottostanti alle malattie cardiovascolari; il dott.G. Ruvolo ha parlato delle prospettive sanitarie ad Ipologo. La conferenza è stata davvero interessante e ci ha avvicinati a chi ci sembra lontanissimo, a chi ha altri ritmi di vita, altre abitudini, a chi, per la povertà, non ha potuto debellare alcune malattie ormai sconfitte nel primo mondo. Attraverso le immagini, proiettate sullo schermo, abbiamo visto un paese africano: Ipologo. Ci è sembrato improvvisamente vicinissimo, immobile nella savana, bisognoso d'aiuto, rappresentato da volti allegramente tristi, appartenenti a tanti, tanti bambini, a uomini e donne, che nel paese del Serengheti National Park, uno dei più famosi e vasti parchi del mondo, bevono acqua inquinata, abitano inospitali capanne e il cibo non è per niente adeguato al fabbisogno giornaliero. I volontari e le suore capeggiate dal Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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dott. G. Ruvolo, vi hanno costruito un bel villaggio, con comodità sconosciute in quelle latitudini! Ma la scommessa vera è quella di continuare, di non abbandonare quella gente che sta diventando fiduciosa. Per far questo occorrono disponibilità economiche e un grande cuore. Il cuore delle popolazioni ricche, come ha detto il Dott. Indovina è stanco, perché superalimentato, allora, come hanno auspicato il dott. Ruvolo e la consorte dottoressa M. La Rocca, diamogli nuovi slanci, ringiovanendolo con la solidarietà spontanea e assidua, nobilitiamolo con i veri valori cristiani che, secondo mons. Di Marco, non ci devono abbandonare mai. Un povero cuore diventerà ricco di nobili sentimenti e di bontà. Noi alla bontà abbiamo

abbinato la dolcezza perché nei giorni

precedenti il convegno, abbiamo preparato dei prelibati dolci,

aiutati dalle

nostre brave mamme, devolvendo il ricavato della vendita ai volontari che hanno preso a cuore le sorti di Ipologo, Tanzania – Africa. (La Voce, Aprile 2006)

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CHIARE, FRESCHE E CARE ACQUE Fontane e fontanelle dissero addio per sempre a “Petrappaoli” C'era una volta un paese, il nostro, pieno di fontane piccole e grandi e di fontanelle, dove

l'acqua

zampillava

giuliva,

rompendo il silenzio dei

vicoli,

caratteristici, ancora Fontana Nettuno

si

tanto che possono

ammirare, quando la

gente si trovava nelle case a consumare l'acqua attinta prima. Quando‖lanceddi‖ e recipienti si svuotavano, c'era baraonda con voci e mormorii attorno alle fontane, grandi e piccole: uomini venuti ad abbeverare il bestiame, donne con le brocche intende a fare la fila, curiosi che parlavano, con il naso in aria. Sono scomparse quasi tutte queste fontane, quando, dopo la 2^ guerra mondiale, a partire dagli anni 50 i rubinetti nelle case consentivano il possesso domiciliare del prezioso liquido. Intanto le fontane languivano sotto un destino avverso. La più importante ,quella del Nettuno , in piazza Roma fu la prima a soccombere . Nulla poté contro l'inesorabile piccone, nemmeno il glorioso passato seicentesco; quando allora appariva importante con il suo Nettuno altero alla sommità scambiato per San Pietro e San Paolo e con il leone di marmo bianco, tanto ammirati da don Ottavio Lanza e Barresi, che aveva voluto la fontana davanti al suo palazzetto. Vi scorreva la fresca e chiara acqua del Bosco e il popolo assetato vi trovava refrigerio! Un'altra fontana, nell'incrocio tra Via Palermo e Via Madonna di Fatima, un'altra in Via Caltanissetta, grande, rettangolare e ristoratrice. L'elenco di ogni punto d'acqua è lungo e noioso e ve Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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lo risparmiamo. Non vi risparmiamo una considerazione, la più ovvia. Sarebbe la stessa Roma, senza le sue meravigliose fontane, che i papi hanno eretto per rendere la città eterna scenografica al massimo? Ancora oggi paesi e città, piccoli e grandi, nella piazza principale esibiscono una caratteristica fontana. Noi abbiamo pochi segni muti, asciutti dell' acqua che fu: la fontana dismessa della discesa del palazzo, la via Nettuno, che viene subito dopo, unico cimelio di quel Nettuno da cui abbiamo ereditato il soprannome poco invidiabile di ―Petrappauli‖. Una fontana, quella dell' Annivina è ancora in grado di dare acqua. L'acqua fa pensare alla vita, esaltata da S. Francesco e messa in rima dal poeta F. Petrarca, è stata descritta con vari aggettivi; chiara, fresca, pura, umile e casta. Oggi l'acqua è anche cara e non solo in senso affettivo, l'inquinamento ne riduce la limpidezza e nel vuoto delle fontane ci può essere solo un sogno. (La Voce, Aprile 2006)

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Un imponente Santuario e la Pietà popolare Dal miracolo del paralitico ai grandi fasti del 1700 Un vero tempio per la Madonna, voluto dai domenicani Un povero paralitico forestiero, venuto a Mussomeli, per chiedere l'elemosina, la notte dell'otto settembre, riposa sull'orlo di una strada periferica del paese. In sogno gli appare la Madonna e, al risveglio, si accorge che può camminare. Sul posto del prodigio, dove tra i rovi, viene ritrovata un'antica immagine di Chiesa Madonna dei Miracoli

Maria, dipinta su pietra, viene eretta una chiesetta, per ricordare il miracolo e per

consentire ai fedeli di esprimere, con somma devozione, tutto il loro abbandono alla Madre celeste, tutta la disarmata semplicità e pietà degli imploranti grazie e salute, del corpo e dell'anima. La chiesetta, col tempo, non regge più alle visite continue dei fedeli, la fama e la fame di prodigi sono sempre più grandi, le famiglie nobili e ricche auspicano una chiesa più grande e più degna della Madre di Dio. Una di loro, la famiglia Langela, spicca come benefattrice e un suo rappresentante, Frà Francesco, è mezzo della Provvidenza. Dopo una vita travagliata diventa frate domenicano e si prodiga per la costruzione del convento (1721) su progetto all'architetto A. G. Decrenisse. I lavori durano tanti anni e, nel frattempo, i domenicani si stabiliscono a Mussomeli operando con tanto zelo in campo culturale, sociale e religioso: fondano l'Università, ricostruiscono la chiesa, dotandola di grandi capolavori, diffondono un forte spirito d‘autonomia. La nuova chiesa, che sarà completata nella

Madonna dei Miracoli

seconda metà del 1700, ha una monumentale facciata Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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barocca, e una navata interna piuttosto spoglia. Viene chiamato per affrescare la volta il pittore di Palma di Montechiaro, Domenico Provenzani, allievo a Palermo del noto pittore Vito D'Anna. Esegue gli affreschi ispirandosi a quelli del Solimena, artista che opera a Napoli. Il risultato è grandioso. La volta è rincorsa dai nostri occhi in una fuga di immagini e di colori impressionanti. Pure suoi sono la Madonna del Rosario e i Misteri e la tela raffigurante S. Ludovico Bertrando. In seguito sono state collocate altre opere, la statua di S. Vincenzo Ferreri del Bagnasco, Gesù nell'orto di S. Cardinale e, in tempi più recenti, la statua di S. Giovanni Bosco, protettore della gioventù, donata da Nicolò Piazza. Guardandola ci ricordiamo di Padre Adinolfi, un salesiano che negli anni trenta opera qui, educando i giovani con la musica. Infine nell‘altare maggiore ammiriamo l‘amatissima Madonna del Biangardi. Subito dopo scendiamo nella cripta, accompagnati da un'addetta ai beni culturali. Siamo nelle radici della chiesa, la sua atmosfera è gotica e un po' misteriosa, ma tanto raccolta. C'è l'antica Madonna dei Miracoli, statua bizantina, affascinante per la sua espressione mistica e materna. La guida ci dice che la sostituzione con il gruppo del Biangardi non fu subito accettata dal popolo, e passa del tempo prima che possa fare breccia nei cuori dei fedeli. Nell'altare c‘è il famoso sasso con dipinta la Madonna del miracolo, restaurata dal Provenzani e in una teca di cristallo, contempliamo la Madonna Bambina (la Bammina) con un visetto bianco, delicato e innocente. La cripta è stata luogo di sepoltura, una volta, vediamo delle tombe ai lati e delle lapidi nel pavimento della navata laterale. La visita è finita, usciamo ripercorrendo sveltamente le stradine ripide intorno alla Chiesa e al Convento, che, restaurato, è diventato Palazzo della cultura. (La Voce, Maggio 2006)

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Come frà Cristoforo, si pente e diventa servo di Dio. Langela ha una vita romanzesca, che vogliamo raccontare

Mussomeli, Seconda metà del 1600. Giacinto Langela nasce in una famiglia ricca e potente. Cresce negli agi, frequenta la casa dei Lanza ed ha un carattere forte e risoluto, a tal punto che, un giorno, si scontra con un inserviente del nobile casato dei Lanza, dal quale viene offeso. L'offesa brucia tanto, diventa collera e sfocia nell'omicidio del nemico. L'omicida è costretto a fuggire, raggiunge Licata e, protetto da alcuni religiosi, si imbarca per Roma. Qui frequenta ambienti altolocati, tanto che conosce l'ex regina Cristina di Svezia, venuta a Roma, dopo la conversione al cattolicesimo. Il giovane Giacinto, perseguitato dal rimorso per il turpe atto commesso, incomincia a scavare nella propria coscienza e il pentimento affiora con tutta la sua irruenza. Decide di farsi frate ed è frate domenicano, diventa frà Francesco e, come il manzoniano frà Cristoforo, incomincia un cammino costellato di fede, di speranza e di buone azioni. Da pio uomo, ormai ritornato in Sicilia, consola una pia donna, la madre, donna Alessandra Tomasino, vedova di don Giacomo Langela, che ha altri tre figli, tutti consacrati alla chiesa: i sacerdoti don Giuseppe e don Pietro e Alessandro, domenicano come frà Francesco. Questi ha la grande ambizione di costruire, a Mussomeli, un maestoso convento e riuscirà a realizzarlo, usando i denari e i mezzi della sua famiglia. Anche se con grandi difficoltà, il sogno si avvera, la costruzione incomincia (1723) e nascerà il monumentale complesso del convento e della Chiesa di San Domenico. In un suo ritratto esposto in sacrestia, si legge: ―Franciscus Langela e Tomasino O.P. 4 martii Ann. 1748 Aetatis suae 77‖. Frà Francesco muore a 77 anni; l'importanza di quello che ha fatto si avvertirà dopo, quando il Santuario sarà il fulcro della religiosità paesana, testimonianza alta e solenne di un ardore che non si spegne, alimentato dalla Madonna dei Miracoli, Domina et Patrona di Mussomeli, del quale stringe le chiavi. Dopo Frà Francesco, verranno i grandi costruttori, gli artisti di chiara fama, gli insigni rettori della Chiesa Santuario. La Madonna cambierà volto, sarà Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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ricoperta di ori e di stoffe preziose, saranno interminabili le processioni, per onorarla e venerarla. Ma sarà sempre lo stesso quel simbolo riprodotto nel pavimento della Chiesa, raffigurante il cane con la fiaccola, che contemplava Frà Francesco: cane come fedeltà e fiaccola come verità. (La Voce, Maggio 2006)

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Salvatore Cardinale, uno scultore da ricordare Lavorò con i Biancardi e lasciò opere ammirevoli Salvatore Cardinale nacque a Mussomeli il 18/02/1881. Sposato con tre figlie, si stabilì a Caltanissetta, dove si formò alla scuola di Francesco e Vincenzo Biangardi, con i quali collaborò alla realizzazione dei gruppi dei Misteri, soprattutto la ―Flagellazione‖ ha una sua forte impronta. Salvatore Cardinale, come i suoi maestri, lasciò delle opere in vari paesi: Acquaviva, Marianopoli, Milena, Campofranco, Salvatore Cardinale

persino negli Stati Uniti d'America, a Pittson, c'è una M. SS del Rosario, venerata dagli immigrati

di Montedoro. A Caltanissetta scolpì l'Assunta e il San Giovanni, nella chiesa di Santa Flavia, il Redentore e Gesù nell'orto, ma la sua ispirazione artistica, si mostrò in tutto il suo fervore a Mussomeli. Ancora oggi possiamo ammirare le sue splendide opere: l'Angelo della grandiosa urna del Cristo morto(Madrice); la statua di Sant'Antonio Abate (Sant' Antonio), la Madonna del Bell'amore (San Giovanni). Con mani esperte restaurò le statue della Madonna del Carmelo e della Madonna della pace (Chiesa del Carmelo). Scolpì nel 1911 la Madonna del gruppo scultoreo della Sacra

Gesù nell’orto

famiglia a San Giovanni; il Bambino e San Giuseppe sono di Bagnasco. Nel grandioso santuario di Maria SS. dei Miracoli Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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troviamo una superba opera dell'allievo Salvatore Cardinale ―Gesù nell'orto‖, gruppo che suscita tanta emozione, per l'intensità espressiva che lo caratterizza, e altre notissime e solenni del suo maestro F. Biancardi: la nostra patrona M. SS. dei Miracoli e la Madonna del Rosario. In questa chiesa, che ci mostra

i

grandiosi affreschi della volta di un altro noto artista siciliano, Domenico Provenzani, si attua un'alleanza formidabile tra fede ed arte. I napoletani Biancardi, (1800) ai quali l'anno scorso abbiamo dedicato alcune pagine del nostro giornalino, e i siciliani D. Provenzani (1700 - pittore) e Salvatore Cardinale (scultore) sono nomi illustri. Salvatore Cardinale è il più vicino a noi in senso cronologico. Morì a Caltanissetta il 18 dicembre 1943, ma le sue opere non ce lo faranno mai dimenticare. (La Voce, Maggio 2006)

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La Madonna dei Miracoli in mezzo a noi A colloquio con P. Salvatore Taffaro rettore del Santuario I ricordi di ieri e gli entusiasmi di oggi Durante la visita guidata al Santuario, il rettore padre Taffaro ci accoglie gentilmente, con filiale rispetto gli rivolgiamo delle semplici domande, seguite da pronte paterne risposte. L'amichevole chiacchierata è punteggiata da interessanti osservazioni. Siamo nella sacrestia, ci sovrastano un antichissimo altare di legno intarsiato, l'imponente e bellissimo gruppo scultoreo di Biancardi, Maria S.S. Del Rosario, con San Domenico e Santa Caterina, una copia perfetta dell'originale Madonna dei Miracoli, detta Missionaria e Pellegrina, e dei quadri di religiosi famosi. Porgiamo le nostre domande a Padre Taffaro. Ci dice che è rettore del Santuario dal 31 agosto 1989, preceduto dai seguenti rettori: G Sorce, L. Messina, G. Calà, G. Russo, G. Spinnato, S. Alessi, G. Spinnato, ci fa ricordare due anni importantissimi, il 1775, quando il Cardinale Antonio Colonna, annunzia che la Chiesa è diventata Santuario e il 1948, quando dopo l'esproprio garibaldino di qualche secolo prima, il sindaco di Mussomeli, avv. G. Sorce, ridà Padre Salvatore Taffaro

Madonna del Rosario a pieno titolo, alle autorità ecclesiastiche, la Chiesa, la sacrestia e i locali della confraternita. Poi il rettore ci parla a lungo della fede profonda di noi paesani per la Santa Vergine, di miracoli e di guarigioni inspiegabili, verificatisi anche in tempi recenti, della nota festa che si svolge nell'arco di 15 giorni, dall'otto al quindici settembre, con un'incredibile concorso di popolo, dei mesi mariani di maggio e ottobre e del Sabato del popolo, coincidente con il 4° sabato di Quaresima, istituito per sostituire la festa di S. Giuseppe, voluta con insistenza dalla Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Madrice. Con soddisfazione ci ricorda che la Madonna, Missionaria e Pellegrina, che stiamo ammirando, è andata fuori: ad Albenga, a Torino, persino a Woking (U.K.) e a Londra, per trovare i suoi figli lontani. Alla domanda: ―Noi giovani come le sembriamo? Siamo devoti o un po' menefreghisti?‖ P. Taffaro risoluto risponde: ― I giovani sono tutti devoti. Basta osservare il grande spirito religioso che si nota nello svolgimento delle feste principali: Venerdì Santo, Corpus Domini, M. SS dei Miracoli, alle quali partecipano pure solennemente le Confraternite‖. Quella di M. S.S. Dei Miracoli (colori azzurro-oro) è molto antica, risale al 1540 e il 7 maggio 2005 le è stata riconosciuta la personalità giuridica. Il presidente è Gero Diliberto, gli aderenti sono circa 100. Un giovane confrate, Giovanni Pistone (22 anni) ci dice che l'impegno di portare in processione la Madonna per le vie del paese è forte. I portatori sono ben 36, 9 per ogni asta più due fedeli che, sbracciandosi, davanti e dietro, controllano che il tragitto si svolga senza imprevisti spiacevoli. Salutiamo Padre Taffaro e proseguiamo la nostra visita ,ricca di religiosità, di storia e di arte. (La Voce, Maggio 2006)

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Dal laboratorio è nato un bel presepe Come è stata rappresentata la natività nella nostra scuola Tutti gli alunni al lavoro per realizzarlo

La scuola di oggi ha un progetto: formare e istruire gli alunni ricorrendo

anche

a

progetti

specifici. Nel mese di dicembre nelle aule, di solito, si riflette sui valori primari: il rispetto della persona, la pace, la solidarietà, la bontà. Essi costituiscono il sapere e, dalla sfera religiosa, si possono benissimo trasferire in quella dell‘educazione alla convivenza civile. Ma, per dare ai ragazzi delle competenze, occorre pure il saper fare. Bisognava allestire un laboratorio natalizio nella scuola secondaria di I grado di Via Pola; con le mani stesse degli alunni, con il coordinamento del prof. G. Provenzano (funzione strumentale), coadiuvato dai docenti S. Condemi, G. Calà e G. Mistretta, e con il pieno consenso del dirigente, prof. M. Barba, nella sala dei professori, ha preso forma e consistenza un grandioso presepe. È stato un continuo darsi da fare, un costruire con fantasia e maestria, un riciclare vari materiali, soprattutto cartone e plastica, con docenti e alunni impegnatissimi a mettere ogni cosa a posto. Il risultato è sorprendente, la tradizione è rispettata. Alla fine, alte montagne incorniciano un ambiente caratteristico, popolato da statuine di pastorelli, agricoltori, artigiani, massaie, Re Magi, e tutto converge nel punto in cui c‘è la grotta con il divino Bambinello di Betlemme, con Maria e Giuseppe, gli angeli e la stella cometa. Domina il restante paesaggio un maestoso castello, superbamente arroccato, somigliante a quello vero, al ―Chiaramontano‖, detto ―nido d‘aquila‖, al quale si deve la notorietà di Mussomeli, nel resto della Sicilia e fuori; nel ―prato‖, a valle ecco il complesso Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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scolastico di Via Pola, riprodotto con minuziosa precisione, nei minimi particolari. Quando, nel buio, vengono accese le luci sfolgoranti e multicolori, si sprigiona una magica felicità, sottolineata dal vivace applauso degli alunni, che si affollano attorno al loro presepe (per perfezionare qualche dettaglio, per sistemare, per ammirare semplicemente l‘opera ultimata). Il 18 dicembre u.s., giorno in cui c‘è stato il ricevimento dei genitori, accanto al presepe, è stata allestita una pesca di beneficenza, per raccogliere fondi in favore di Sara, la bambina che subirà una costosa operazione in America. Tutti ci auguriamo, in nome della solidarietà, che possa camminare. Dopo il 6 gennaio 2007 le luci di ogni presepe si spegneranno, ma i valori, alti e nobili, continueranno ad illuminare, se lo vogliamo, i sentieri della nostra vita. (La Voce, Dicembre 2006)

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Attraverso il ricordo, rivivono i mussomelesi illustri Il 4-5-6 settembre 2006 è stata celebrata la V edizione della giornata della memoria

Sala convegni della Banca di credito cooperativo “San Giuseppe”

Ore 17,00 del 5 settembre. Sala convegni della Banca di Credito cooperativo ―San Giuseppe‖. Ci sono tanti ospiti e noi alunni di 2^A ci guardiamo intorno un po' spaesati. Dopo il saluto del presidente, Geom. M. Mingoia, incomincia la celebrazione di noti personaggi. Carmelo Belfiore ci parla dei sacerdoti Ludovico Calà, Salvatore Ferreri , Giuseppe A. Costanzo e Calogero Cimò, Giuseppe Carapezza di Emanuele Nigrelli, ciascuno, dotato di fervore religioso e di grande carisma; Rossana Lo Manto rievoca la vita di padre Gaetano Valenza, prete che abbinò allo studio, un'appassionata opera sociale. Il moderatore del dibattito, dott. Francesco P. Amico, con saggezza e gentilezza, poi, invita a parlare un altro relatore: il prof. Vincenzo Ognibene, che ricorda l'insigne maestro Giovanni Camerota. E' un discorso lungo e dotto; noi, intanto, siamo in ansia. Arrivano nuovi ospiti e intravediamo la signora che aspettavamo: la figlia del noto scultore Salvatore Cardinale, riscoperto dalla classe I A, con una ricerca pubblicata nel nostro Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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giornalino ―La voce‖, di cui dà ampio resoconto il giornalista Roberto Mistretta, in un articolo del giornale ―La Sicilia‖, intitolato ―Cardinale, scultore dimenticato‖, pubblicato il 30 luglio 2006. I professori Michelina Calà e Angelo Genco Russo, nostri tutors nell'attività multimediale, il dirigente prof. Mario Barba, la prof.ssa Gaetana Mistretta, la signora Filomena, figlia dello scultore, di anni 82, e i suoi più stretti familiari, noi e altri invitati, tutti osserviamo attentamente l'esperto di belle arti. prof. Calogero Barba, che incomincia a parlare del nostro personaggio. Ce lo fa riscoprire un' altra volta con la forza del puro linguaggio specialistico dell'arte e con foto ed immagini suggestive e inedite, fornite dalla famiglia, che abita a Caltanissetta. Così, nel 125° dalla nascita, Salvatore Cardinale (1881-1943) è stato onorato e ricordato nel paesello natio, cancellando una dimenticanza solamente apparente, perché

le numerose e notevoli opere, qui e altrove,

parlano di lui. L'intensa espressione di ―Gesù nell'orto‖ (Chiesa

M. SS.

Miracoli) non si dimentica facilmente, né è cosa da poco ricordare che si è formato alla scuola dello scultore F. Biangardi. Subito dopo, il dott. Francesco Paolo Amico, che con altri appassionati di vicende locali,

ogni

anno

ci

dimostra che conoscere equivale invita ascoltare

a i

ricordare,

presenti le

ad

originali

poesie del gen. Michele Sala convegni Banca di credito coop. “San Giuseppe”

Vaccaro,

recitate

da

Adriana Arnone e alcuni episodi emblematici della vita della dott. Giovanna Pennica, farmacista e speziale. Dopo i ringraziamenti di rito, il silenzio scende nella sala e noi ce ne andiamo con il cuore gonfio di gioia. CLASSE 2^A (La Voce, Dicembre 2006)

Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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La conferenza “San Vincenzo De’ Paoli” di Mussomeli Un illuminante esempio di solidarietà cristiana è rappresentato dalla conferenza ―San Vincenzo De‘Paoli‖, fin dal lontano1934, anno della sua fondazione, grazie all‘opera del sacerdote Francesco Canalella e di alcuni signori, tra cui Giuseppe

Noto,

Ciccio

Scaduto,

Gaspare

Mingoia, Vincenzo Genuardi (Viciu paglia). Assistente spirituale, per un certo numero di anni è stato P. Francesco Canalella, poi Giuseppe Noto

subentrarono P. Pasquale Canalella, P. Pasquale

Schifano; attualmente la guida spirituale è P. Diego Di Vincenzo. Gli aderenti seguono gli insegnamenti di San Vincenzo De‘ Paoli, il santo della carità per eccellenza, e l‘esempio dato dallo storico e filosofo cattolico milanese Federico Ozanam. Era loro abitudine, dopo avere assistito alla messa domenicale, leggere il Vangelo e gli scritti di Ozanam, fare le offerte ―a pugno chiuso‖, cioè introdurre il pugno chiuso dentro un sacchetto di tela e depositarvi il denaro. Si utilizzano per

opere caritative anche le somme raccolte mediante lotterie,

vendita di oggetti donati, corone immarcescibili. Figura degna di essere menzionata è quella del signor Peppino Noto che fu uno dei fondatori e poi uno dei primi presidenti della suddetta Conferenza,

le cui attività venivano

affiancate dalle suore ―figlie della carità‖dell‘ordine di San Vincenzo De‘ Paoli; esse risiedevano nel collegio Sorce Malaspina, fondato nel 1886, da Vincenzo Sorce Malaspina e dalle sue sorelle. Le suore si dedicavano anche alla educazione ed al soccorso delle povere orfanelle, delle donne bisognose, degli anziani, degli extracomunitari. Ma, nel 1992 , tale collegio fu chiuso e le suore fecero ritorno alla Casa Madre di Napoli. Nei primi anni della fondazione, i volontari venivano distinti in ―Volontari Vincenziani‖e ―Donne della Carità‖; Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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attualmente, invece, formano un unico gruppo composto da 18 elementi che svolgono con zelo ed impegno la loro opera di assistenza sociale, economica e religiosa verso i fratelli bisognosi, provvedendo al disbrigo di particolari pratiche burocratiche, raccogliendo e distribuendo indumenti usati, generi alimentari, medicine, materiale scolastico, provvedendo al pagamento di bollette ENEL, di acqua e gas, di riparazioni edilizie e facendo tutto quanto può essere di sollievo alle varie necessità dei fratelli indigenti. Attualmente, inoltre, i volontari sostengono a proprie spese l‘adozione a distanza di un seminarista, e il ‖Progetto Bambini Felici‖della diocesi

di Coxim in Brasile. Tutti

noi

ragazzi siamo per questo molto grati ai volontari e ci auguriamo che anche in noi nasca il desiderio di emularli. CLASSE 3^B (La Voce, Dicembre 2006)

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Il Presepe: origine ed evoluzione Ė il vero simbolo del Natale

Il termine presepe deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia. Per capire il significato originario del presepe occorre capire la figura dei lari (lares familiares), profondamente radicata nella cultura etrusca e latina. I lari erano gli spiriti divinizzati degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia. Ogni antenato veniva rappresentato con una statuetta, di terracotta o di cera, chiamata sigillum. In prossimità del Natale si svolgeva la festa detta Sigillaria (20 dicembre), durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla dei familiari defunti durante l‘anno. Nella vigilia del natale, dinanzi al recinto del presepe, la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare ciotole con vino e cibo. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci, ‖portati‖ dai loro trapassati nonni e bisnonni. In pochi secoli, i cristiani tramutarono le feste tradizionali in feste cristiane,

mantenendone i riti e le date, ma

mutando i nomi ed i significati

religiosi. Essendo una tradizione

molto antica e particolarmente

sentita, il presepe sopravvisse

nella

significato originario almeno fino

cultura

rurale

con

il

al XV secolo. La tradizione, tutta

italiana,

del

presepe

risale

all‘epoca di San Francesco d‗Assisi che nel natale del 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività. I primi a descrivere la Natività sono gli evangelisti Luca e Matteo. Nei loro brani c‘è tutta la sacra rappresentazione. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, dell‘annunzio dato ai pastori, dei magi venuti dall‘oriente seguendo la stella per adorare il Bambino. Il presepe si è arricchito di significati allegorici: il bue e l‘asino, aggiunti da Origene, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, rappresentano le tre età dell‘uomo: gioventù, maturità, vecchiaia e le tre razze, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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in cui si divide l‘umanità: la semita, la giapetica e la camita; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori, come l‘umanità da redimere; Maria e Giuseppe, in atteggiamento di adorazione, proprio per sottolineare la regalità dell‘infante; i doni dei magi: l‘incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l‘oro perché dono riservato al re. Primo esempio di presepe inanimato è quello che si trova nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria M. in Roma, scolpito in legno da Arnolfo di Cambio nel 1280. Da allora gli artisti modellano statue di legno o terracotta, che sistemano davanti a un fondale pitturato, riproducente un paesaggio, che fa da sfondo alla scena della Natività. Nel ‗600 e nel ‗700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un‘impronta naturalistica con personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo impegnati in occupazioni giornaliere o nei momenti di svago. La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nell‗800, quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa secondo i canoni tradizionali con materiali-statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro. Oggi, dopo l‘affievolirsi della tradizione negli anni 60 e 70, causata anche dall‘introduzione dell‘albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire. Purtroppo, questo anno alcuni centri commerciali hanno deciso di non esporre e vendere le statue del presepe per non ―toccare‖ la sensibilità di appartenenti ad altri culti religiosi. Da biasimare è stata pure l‘iniziativa di una scuola altoatesina di ritenere sconveniente far cantare ai bambini ―Tu scendi dalle stelle‖. Fermo restando il rispetto per la altre appartenenze religiose, queste iniziative rappresentano una forma di autocensura nei confronti della tradizione cattolica. Invece il presepe deve essere sempre riproposto come simbolo della nostra cultura e dei valori religiosi cristiani CLASSI 1^ e 2^ B (La Voce, Dicembre 2006)

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A Carnevale il divertimento vale Carri, maschere e baldoria per le vie di Mussomeli Dovunque, nel mese di febbraio,

esplode

la

festa del travestimento, degli

scherzi,

degli

sberleffi ai potenti e dei carri, perché senza carri che Carnevale sarebbe? E lì che si concentra la vita convulsa di oggi, vista nei suoi ritmi incontrollabili e ironici, e rappresentata da personaggi arcinoti, reali o prestati dai fumetti. Dei ragazzi volenterosi, appartenenti a tante fasce di età e a diversi quartieri, soprattutto Madrice, Cristo Re, Sant' Enrico, San Giovanni, aiutati dal Comune di Mussomeli, dalla Pro Loco e da numerosi sponsor, hanno preparato 4 carri, con mezzi materiali modesti, una con tanta fantasia e con la voglia di mandare dei messaggi positivi a giovani ed adulti. Sabato 17/02/07, domenica 18 e martedì 20, sfilano per le vie principali, in mezzo ad una folla imponente e curiosa, quattro carri e una marea di ―mascherati‖ con costumi ispirati ai cartoni animati – Batman – Superman – topolini - minnies; ai film – Charlot – Zorri; al mondo animale – conigli – coccinelle - panda. Non manca il filone ―punk‖, dedotto da maschere mostruose e nemmeno quello horror, rappresentato da streghe, diavoli, pirati, né quello delle favole, e dei buoni sentimenti, con principesse, angeli e fate. Molti hanno attinto al prosperoso bacino dei mestieri, essendoci delle squadre di meccanici, infermieri, dottori, militari, calciatori e al mondo del circo, tanti sono i clown e i pierrot. Accanto a questi risoluti interpreti del Carnevale, non sfigurano suore, collegiali, hawaiane, conigliette di play–boy, cubiste, ragazze pon–pon. Si sfila fino a tardi, in un turbinio coinvolgente di luci, di colori, di canti, di musiche, di Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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balli frenetici,di rumori concitati, che, in altre occasioni, sarebbero stati molto molesti. I carri, veri protagonisti della festa, sono stracolmi di giovani di ogni età. Uno di essi è dedicato all'Italia calcistica, ai campioni del mondo 2006. Autori: C. Caruso, S. Caruso, G. Fasino, M. Carta, G. Spoto, M.G. Bavado, M.A. Nucera, Z. Falzone, S. Cacciatore, T. Messina, G. Diliberto, D.J. Dario Ferreri. In un altro campeggia la scritta: ―I Simpson (no alcool)‖. Questa cartoonistica e notissima famiglia americana è il mezzo per dire ai ragazzi di non bere alcolici. Sonia, Mirella, Elisa e Chiara, che hanno partecipato alla realizzazione del carro e che sono le nostre brave croniste, affermano che bisogna stare lontano da ogni droga e dalle strade pericolose, che conducono alla completa rovina. Autori: E. Bertolone, M. Bertolone, D. Volpe. M. Volpe, M. Fazzolari, S. Garofalo, C. Mistretta, F. Vullo, V. Maida, S. Vullo, E. Diliberto.Nel carro, intitolato ―Angel e Devil‖ ci sono un angelo e un diavolo imponenti, ma anche dominanti perché ognuno nella vita deve avere a che fare con loro. Insieme rappresentano l'eterna lotta tra il bene e il male e ci pongono l' imperativo di usare bene la nostra libertà. Autori: M. e D. Favata, S. e G. Lo Brutto, F. Navarra, G. Misuraca, V. Valenza. L' ultimo carro, ―Club Paradise‖, è dedicato alla musica e al ballo. Chiude in modo spensierato la sfilata e rappresenta l' essenza delle celebrazioni carnevalesche, dove ognuno deve assolutamente gioire, affidandosi al comune sentire, secondo il quale, dopo Carnevale, non si può sfuggire all'austerità della quaresima. Autori: G.e O. Calà, S. Mistretta, S. Castiglione. Il martedì, ultima sera, alla villa, alle ore 24.00, c'è stata la premiazione. Il sindaco, Gero Valenza, e i rappresentanti della Pro Loco hanno consegnato agli organizzatori della manifestazione delle belle coppe ricordo. Classe 1^A (La Voce, Marzo 2007)

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Il Principe Felice e un mondo da favola Conosciamo meglio il protagonista di una fiaba di Oscar Wilde Con i professori Calà Michelina e Antonino Mancuso, discutiamo di regole e di convivenza civile. Siamo numerosi (28) e vivaci, ma il laboratorio ci attrae e, lavorando, tutto ci appare più comprensibile e diventiamo calmi e quieti. Cercavamo un personaggio, che ci poteva dare l'esempio da seguire, che ci facesse capire che fare del bene non è una cosa da niente. C' è un principe, dal cuore grande come il mare, la cui statua, dall'alto piedistallo, è palpitante di sentimenti delicati e desiderosa di aiutare chi è più in difficoltà. Tutti, guardandolo, gli invidiano la felicità di un tempo,

quando

davvero

si

divertiva e aveva ricchezza e potere,

nella

grande

Copenaghen. Cristiano, così lo abbiamo chiamato, ora, da statua, prova tanta pietà: per la vedova con il figlio ammalato, per il giovane infreddolito, per la bambina che ha perduto i fiammiferi e sarà picchiata, e per tanti altri sofferenti senza speranza. Allora si spoglia di tutte le foglie d'oro e delle pietre preziose, che lo rendono maestoso e regale, e la rondinella, sua complice e messaggera, regola tutto, proprio tutto! Cristiano diventa brutto, spoglio come un albero in autunno, non degno di ricevere più l'attenzione delle autorità: esse subito decidono di demolire la statua, che finisce in una fornace. Solamente il tenace cuore di piombo resiste e viene gettato tra i rifiuti insieme alla rondinella, che, per il freddo, non volerà Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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più su questa terra. Il buon Cristiano ha visto tanta infelicità con i suoi duri occhi di zaffiro e la gente, che lo credeva felice, vedeva ben poco. Il mondo da favola, da cui era circondato, non gli dava risposte credibili sul mistero del dolore e sulla sofferenza umana, lui le cercava altrove dove le miserie intenerivano il suo cuore di piombo. Nemico dell'arroganza e dell'egoismo, esso batte ancora nei giardini fioriti del buon Dio, sotto un cielo terso e luminoso, allietato dal batter d'ali della gentile rondinella.

Classe 1^A

(La Voce, Marzo 2007)

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Il Siciliano: un bene culturale primario C'è una perfetta intesa tra lingua locale e proverbi

Quest'anno abbiamo allestito con la professoressa C. Palmieri un laboratorio dialettale, avente come protagonista indiscussa la nostra parlata, il siciliano espresso, diversi

con accenti

Mussumeli, duci comu lu meli

e

inflessioni, in tutta la nostra regione, che

è

chiamare

riduttivo dialetto,

pensando ai molti scrittori che l'hanno adoperato

senza

vergognarsene. G. Meli, G. Verga, L. Pirandello, lo hanno esaltato facendo

scaturire

da

esso

suggestioni

e

liriche

atmosfere

indimenticabili. Quest'anno abbiamo riscoperto il dialetto attraverso i proverbi, detti brevi e arguti, di origine popolare, che esprimono, in modo figurato e allusivo, verità, concetti, consigli. Il proverbio, declamato in siciliano stretto e lapidario, dicendo poco e spiegando assai, di solito ha un duplice senso: reale e allegorico. Reale, perchè riferito alla vita quotidiana, allegorico, perchè il suo fine è quello di ammaestrare e di prospettare una morale. Quella dei proverbi è una letteratura semplice e facile, fatta di ammonimenti, sentenze e regole di vita, trasmessi oralmente di generazione in generazione, nella lingua più familiare, e, spesso, oggetto di attento esame da parte di grandi pensatori e scrittori. Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Afferma John Russell: “Un proverbio è lo spirito di uno solo e la saggezza di tutti”. Questa perfetta corrispondenza tra lingua dialettale e proverbi, la vogliamo dimostrare con alcuni esempi concreti. Sono categoriche affermazioni che, forse, conoscete, perchè la “memoria” dei proverbi è collettiva: Quantu fa l'onuri

nun fannu i dinari. (L'onore è più potente del

denaro!) M'aviatu a taliari un tempu avanti, quannu era tuttu amuri e nenti sdegnu. (Mi dovevi guardare una volta, quando ancora non conoscevo la cattiveria!) L' amici s' accattanu e quantu custano custano.(L'amicizia si compra a qualunque prezzo). U pani è duci di mangiari, ma amaru a guadagnari.(Il pane è gustoso, ma è frutto di fatica). Un' altra caratteristica dei proverbi è di farsi concorrenza, perchè uno afferma e l'altro nega, ma l'alleanza tra detto e dialetto supera ogni contraddizione,

ci permette di riconoscere le radici comuni e di

condividere un patrimonio ideale insostituibile. Proverbi, opere letterarie, testi teatrali, canti laici e religiosi, poesie, scritti di vario genere in siciliano, di composizione antica o recente, contribuiscono a farci scoprire il mondo, di cui facciamo parte, e a spiegarci il come e il perchè di tante cose. Il siciliano, fratello minore dell' italiano, non suo concorrente, è e sarà per noi il mezzo comunicativo più familiare e con i suoi contenuti, fa già parte delle nostre piccole conquiste culturali. Classi 2^A-3^A-3^B (La Voce, Marzo 2007)

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La misericordia secondo Madre Teresa A Calcutta per i più poveri, un giorno, si aprirono orizzonti nuovi

Madre Teresa, beatificata da papa Giovanni Paolo II nel 2003, piccola e minuta, ci appare gigantesca nella sua bontà. Proveniente dalla povera Macedonia, da Skopje, dove è nata nel 1910, diventa suora e vive nei più esclusivi collegi cattolici d‘Irlanda e Madre Teresa di Calcutta

d‘America, ma sente che le manca qualcosa. Pensa agli atroci dolori di Gesù sulla Croce e avverte un richiamo irresistibile:

quello dei più poveri della terra che, senza voce, invocano aiuto. Allora lascia le comodità e si reca a Calcutta, in India (1928); trova un inferno di miseria e di malattie. Ha l‘ardire di richiedere, per i suoi malati, soli e derelitti, il tempio della dea Kali, una divinità indù molto venerata. Lo ottiene e con le suorine dell‘ordine da lei fondato, raccoglie moribondi e intoccabili e li porta nei suoi ricoveri, per curarli o dare loro una degna sepoltura. Incontrerà i più potenti della terra, riceverà il premio Nobel per la pace (1979), lei, così fragile, avvolta in un povero saio bordato di azzurro. Molti dicono che la sua carità è una goccia nell‘oceano dei bisogni e dell‘indifferenza, ma è una goccia che si fa sentire e che riecheggia nel mondo, schiaffeggiando i superbi e i distratti. Madre Teresa è diventata la rivoluzionaria dell‘amore e della misericordia di Dio, nel suo volto rugoso e deciso, abbiamo visto la sofferenza, non inutilmente disperata e arrabbiata, ma soffusa della luce rigeneratrice della fede e della fiducia in quel Dio, che affligge, ma non abbandona. Lo conferma una toccante preghiera della stessa Madre Teresa di Calcutta, che ci dà una stretta forte, con una incrinatura simile al rumore del ghiaccio che si rompe e lascia zampillare acqua fresca. L‘uomo è irragionevole, illogico, egocentrico NON IMPORTA, AMALO Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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NON IMPORTA, FA‘ IL BENE Se realizzi i tuoi obbiettivi, troverai falsi amici e veri nemici NON IMPORTA, REALIZZALI Il bene che fai verrà domani dimenticato NON IMPORTA, FA‘ IL BENE L‘onestà, la sincerità ti rendono vulnerabile NON IMPORTA, SII FRANCO E ONESTO

Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo NON IMPORTA, COSTRUISCI Se aiuti la gente, se ne risentirà NON IMPORTA, AIUTALA Dà al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci NON IMPORTA, DA‘ IL MEGLIO DI TE

(La Voce, Marzo 2007)

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S. M. del Carmelo: una Chiesa con un prestigio intatto Custodisce le memorie e le speranze di un quartiere tranquillo

Come gli altri quartieri di Mussomeli, anche quello del Carmelo si estende attorno all'omonima Chiesa, sorta sulla

contrada

Santa

Marina

e,

ampliata, con il convento dei padri carmelitani, voluto nel 1574 da Don Cesare Lanza. Il primo priore fu frà Battista Palumbo, la ricostruzione è opera di Ruggero Messina, il culto più solenne è riservato alla Madonna del Carmelo. Quando, nel 1651, si scioglie il convento, la Chiesa diviene un semplice oratorio, sede, prima della Compagnia dei Verdi e, poi, di Chiesa Madonna del Carmelo

quella del Carmelo (1700). Risorge ad

opera di frà Giuseppe D'Amico e del sac. Don Stefano Minnella, che, alla fine del secolo XVIII, sulle rovine dell'antico convento, fa ricostruire un nuovo e più vasto tempio, decorato con stucchi di stile ionico. Durante tutto il 1800 rettori e cappellani curano il completamento e l'abbellimento della Chiesa. In questa opera si distinguono tre sacerdoti appartenenti alla famiglia Cicero: don Gaetano, che, a Roma, fa eseguire il quadro dell'Adorazione dei Magi, (pittore T. Oreggia- 1857) don Salvatore, che completa la fabbrica della Chiesa nella prima metà del 1800, don Michele, che dota la Chiesa dell'artistico simulacro della Mad. del Carmine, prima opera siciliana di F. Biangardi (1874). Nel 1885, viene costruito, dalla ditta Lopes di Palermo, l'altare maggiore in marmo ben lavorato, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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a spese di D. Sebastiano Mistretta Mussillo; sua moglie, donna Ninfa, in seguito farà collocare nel campanile una grande campana. Nel 1930 don Giuseppe Cicero assume la rettoria, divenendo parroco nel 1951. La nuova parrocchia si distingue per fervore spirituale e per iniziative di carattere socio-religioso. La chiesa, oggi retta dal parroco D. Di Vincenzo, è più splendida che mai, dopo l'ultimo recente restauro, preceduto da altri, grazie ai quali dei benefattori hanno potuto tradurre la loro devozione in opere considerevoli, che ancora oggi si ammirano. Oltre ai capolavori di qui si è parlato, ci sono un bel San Giovanni, che la Confraternita del Carmelo,dai colori giallo oro, porta in processione il giovedì e il venerdì santo, le statue di papa Giovanni XXIII, di San Domenico Savio e del Bambino di Praga, per la cui venerazione si sono sempre prodigati i carmelitani. Le feste tipiche della chiesa si S. Maria del Carmelo ricorrono il 16 luglio, quando il simulacro del Biancardi, con la Madonna e con San Simone Stock, sono al centro dell'attenzione dei fedeli di tutto il paese, e il 6 gennaio, quando si celebra quella più infantile, ma ricca di gioiose manifestazioni di pietà popolare, dei Re Magi ( li Santi tri Re), impersonati da giovani in costume, circondati da bambini e ragazzi, che, quel giorno, trascorrono in parrocchia ore liete e serene. Nel 1999 i confini della parrocchia del Carmine sono stati modificati, per adeguarli alle nuove esigenze abitative e urbanistiche, e arrivano fino alla parrocchia di San Pietro in Polizzello, passando per la zona PonteCastello; partono, comunque, da un quartiere che rappresenta ed è un pezzo prezioso di centro storico, vero anello di congiunzione tra il nord e il sud dell' abitato. (La Voce, Maggio 2007)

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Il giovane Giacomo Longo, grande esempio di virtù e di lungimiranza Un ospedale per poter dare un volto accettabile alla sofferenza

La storia del Longo somiglia straordinariamente a quella di Sorce Malaspina. Anche lui nato ricco e fortunato, decide

di

destinare i suoi averi ad un'opera di

grande

spessore sociale e umano:

un

ospedale, di cui si sente drammaticamente la Ospedale M. Immacolata Longo

mancanza,

essendo

quasi

inattivo

quello

antico di Santa Rosalia, rifondato nel 1551 all'epoca di Don Cesare Lanza. Giacomo Longo muore a soli 26 anni, nel 1868. Era nato a San Giovanni Gemini (1842) da Vincenzo e da Grazia Nigrelli di Mussomeli, rimasto orfano in tenera età, suo tutore diventa lo zio, sac. don Pietro Nigrelli. Dedito agli studi, consegue la laurea in giurisprudenza, diventa capitano della guardia nazionale, consigliere e assessore comunale, è ammirato per l'eleganza e per la fortuna di possedere molte salme di terra nell'ex feudo Realmici. Improvvisamente si ammala gravemente e muore. Prima di lasciare questo mondo, però, manifesta il desiderio di destinare gran parte delle sue sostanze alla fondazione di un ospedale in Mussomeli. Deceduto prima di aver sottoscritto il testamento, nascono varie controversie, che risolve la sorella, suor Domenica Longo, ospite Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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del monastero di S. Vincenzo in Agrigento. Lei cede volentieri allo zio sac.

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Nigrelli 54 salme di terreno, ma il resto dell'eredità, destinato alla fondazione dell'ospedale, rischia di andare altrove, ad Agrigento, dove i canonici G. Bondì e G. Bonfiglio, fiduciari della suora, vogliono avviare un'opera di beneficenza. Il caso si chiude a favore di Mussomeli, anche per l'interessamento del sindaco don Giuseppe Giudici, del presidente della congregazione di carità, don Carmelo Sorce e di altri autorevoli personaggi del tempo. Con l'atto del 21/09/1900 si sottoscrive la nascita dell'ospedale per i poveri di Mussomeli e, nella proporzione di un terzo, per quelli di San Giovanni Gemini, paese natale di Giacomo Longo. Il patrimonio ammonta a £ 115.913,86, segue il Regio Decreto del 23/07/1903, con cui è eretto in Ente morale l'ospedale di Mussomeli, che viene dedicato a Maria Immacolata. Più tardi all'intitolazione viene aggiunto il cognome del benefattore, un giovane di 26 anni, colpito da malattia crudele, che ha saputo dare una vera testimonianza di bontà e di consapevolezza del bene supremo della salute. Nel quartiere del Carmine nel 1870 viene iniziata la costruzione dell'ospedale M. Immacolata Longo che termina il 18/11/1887. Nei prima anni del

1900

l'ospedale è attivo

e

risponde alle necessità sanitarie e a Ospedale di Via G. Longo (disegno Arch. Fiandaca)

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tutte le emergenze. Ammirando l‘edificio si evince la grandiosità del complesso architettonico, adagiato ai piedi della rocca, sulla cui sommità c'è la chiesa dei Monti. Il prospetto principale è a due elevazioni, la parte centrale è leggermente sporgente, la parte basamentale presenta un ingresso decorato con 4 colonne di ordine dorico, le due centrali sono ripetute con grande solennità nell‘atrio, dove si trovano pure 2 grandi nicchie. L'elevazione superiore, nella sommità, presenta elementi di ordine ionico e un timpano con occhio centrale. Le finestre dei due piani e le porte del pianterreno sono decorate con semplicità. La pietra da taglio calcarea sagomata costituisce la decorazione della facciata. Gli ambienti del prospetto principale erano destinati alla degenza, quello centrale a sala operatoria, quelli di via Tripoli ad alloggio delle suore di Sant'Anna; un cortile, con una cisterna, un giardino e altri locali di servizio completano tutta la struttura, che per le particolarità della facciata è neoclassica, molto somigliante ai solenni teatri sorti nelle città italiane ed europee nel 1800. Il progetto, infatti, è stato attribuito al noto architetto Ernesto Basile ma ciò non è vero, secondo l‘architetto Luigi Schifano, che gentilmente ci ha concesso un‘intervista, il Basile, per questioni cronologiche e stilistiche, non può avere ideata l‘opera, che può essere ascritta, invece, al colto ed esperto progettista palermitano Emanuele Palazzotto. L'ospedale vecchio, il nuovo è quello funzionante nella zona nord- ovest del paese, è stato chiuso nel 1956. Da allora di restauro in restauro, è stata consolidata la costruzione, senza provvedere ad un‘idonea destinazione. I soliti vandali, sempre instancabili e risoluti, oggi infieriscono, soprattutto contro vetri e finestre, deturpando quella facciata, così composta e maestosa. (La Voce, Maggio 2007) Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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L' orfanotrofio Sorce – Malaspina: una casa sicura per fanciulle povere e sole Nel 1886 si realizza a Mussomeli una grande iniziativa benefica Come inizia, si espande e finisce la vita di un collegio femminile. Il grande complesso dell'orfanotrofio è accanto alla chiesa del Carmine, appare imponente e con i segni dell'abbandono, ma il passato importante e il ruolo caritativo, un tempo indispensabile, non si possono cancellare. Con testamento del 13/11/1882 le sorelle M. Angelica, M. Carmela Sorce Malaspina e il fratello Vincenzo decidono la fondazione, con il loro intero patrimonio,

di

un

orfanotrofio per le povere

orfane

Mussomeli. Regio

di Con

decreto

il

14/2/1886 l'orfanotrofio

viene

eretto in ente morale,

Orfanotrofio Sorce - Malaspina

con

approvazione

dello

statuto

precisazione

con dello

scopo da perseguire cioè quello di ricoverare, alimentare e vestire le orfane di uno o di entrambi i genitori di età tra i 6 e i 10 anni. La rendita dei tre fratelli Sorce Malaspina ammonta a £ 121-775. Il collegio viene inaugurato il 7/8/1888; la sede è l'antica casa dei Sorce-Malaspina, molto vasta e dotata di un giardino interno. Per volontà del Cav. Vincenzo è primo presidente il cognato Carmelo Sorce; la cura delle orfanelle (28) è affidata alle suore di San Vincenzo Dè Paoli. L' istituzione, messa in piedi dalla forte volontà di una famiglia facoltosa, acquista rapidamente fama e benemerenze, diventando eredità di tutto il paese, dopo la morte (1897) di Gaetana Sorce Malaspina, vedova del fondatore, Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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sepolta, con il marito e con le cognate nella nota tomba gentilizia della Madonna del Riparo. Nel collegio Sorce Malaspina per 104 anni risiedono le suore di San Vincenzo Dè Paoli. Esse operano in locali dotati di dormitori, laboratori, cappella, refettorio, cucine e magazzini e di un bel giardino con terrazze audaci, che assecondano le sporgenze e le rientranze della rupe. Accudiscono con zelo le fanciulle, dedite al loro sviluppo fisico, spirituale, culturale e morale. C' è una scuola elementare interna che le ragazze frequentano e una celebre scuola laboratorio, dove imparano a cucire, ricamare e lavorare all'uncinetto. Quando muore qualcuno, le orfanelle partecipano al corteo funebre, tutte in fila dalla chiesa delle esequie fino alla Madonna di Trapani, in cambio di offerte. Le ragazze sono numerose, e spesso escono dal collegio poco prima di sposarsi. Negli anni '50 e '60 l'istituzione ha ospitato la seziona femminile della Scuola Media. Con il passare del tempo le ospiti vanno diminuendo per le mutate condizioni socio-economiche generali, ma l'Istituto Sorce-Malaspina resiste adeguandosi ai tempi. Le suore continuano ad elargire generosamente la carità ai bisognosi del paese, insieme ai volontari della conferenza di San Vincenzo de Paoli. Una suora, di cui molti si ricordano ancora, è suor M. Luisa Toscano, una pugliese di statura imponente, pia e dinamica, che opera incessantemente per poveri e bisognosi; muore nel 1986. Dopo inizia la parabola discendente del collegio Sorce-Malaspina. Non essendoci più orfanelle, le quattro suore presenti a Mussomeli, nel 1992, sono state richiamate nella casa madre di Napoli. Il portone, da cui prima entravano fiduciose bambine e fanciulle salvate dalla solitudine e dall'abbandono, ora resta malinconicamente chiuso. (La Voce, Maggio 2007)

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Un sogno che si è appena avverato: PARIGI Il nostro Istituto, grazie al progetto ―Scambi culturali‖, ha organizzato un viaggio avente come meta Parigi. Molti di noi avrebbero per la prima volta fatto l‘esperienza del viaggio in aereo, con il quale poter sorvolare dall‘alto il mare, le Alpi, il paesaggio della ―douce France‖, prima di atterrare all‘aereoporto internazionale ―C. De Gaulle‖. All‘inizio, appena arrivati, eravamo perplessi in quanto Parigi ci sembrava una città come le altre, ma, improvvisamente, tutti abbiamo avuto un tuffo al cuore quando, dinanzi ai nostri occhi, è apparsa la gigantesca Tour Eiffel che abbiamo avuto modo di ammirare prima dalla scalinata del Trocadero, poi internamente, tramite gli ascensori che ci hanno portato sino in cima, al 2° piano. Il momento clou di questo viaggio è stato l‘incontro con gli alunni del collége ―Jaques Prevert‖, situato nel cuore del Quartiere Latino. Qui abbiamo incontrato personalmente quei ragazzi con cui giorni prima avevamo chattato. Ci hanno accolto calorosamente, sedendoci l‘uno accanto all‘altro, chiacchierando e scambiandoci le nostre esperienze. Dopo è cominciata la visita formale, durante la quale dei ragazzi di quella scuola , con l‘ausilio di diapositive, ci hanno illustrato in lingua italiana e con voce tremante, i principali monumenti della loro Capitale. Dopo è stato il nostro turno: anche noi, con la voce che tradiva la nostra emozione, abbiamo presentato i luoghi interessanti del nostro paese, in lingua francese. Alla fine è arrivato il momento dei saluti, ma prima il nostro Dirigente ha offerto alla Vice preside dei doni : un quadro raffigurante il Castello Manfredonico, dolci tipici, libri, brochure su Mussomeli e su Acquaviva e un CD-ROM. Dopo aver fatto delle foto di gruppo, ci siamo salutati, augurandoci vicendevolmente di rivederci e promettendo di tenerci in contatto. Un'altra giornata impossibile da dimenticare è quella trascorsa nel magico mondo di Disneyland: ci sembrava di essere magicamente cascati nel Paese dei balocchi dove ogni cosa ci sollecitava a dimenticare gli impegni scolastici ed i tanto temuti esami, e, al contrario, a tuffarci nella fantasia più sfrenata, con tanta carica di adrenalina, quando salivamo sulle giostre più Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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spericolate, nonostante le continue raccomandazioni da parte dei professori di scegliere, invece, quelle più rilassanti. Con la guida locale, abbiamo visitato la Parigi storica con i principali monumenti, abbiamo avuto l‘opportunità di entrare nel famoso Louvre per ammirare i capolavori dell‘arte mondiale, in particolare ―La Gioconda‖ di L.

da

Vinci.

Veramente romantica è stata la traversata della Senna

con

il

bateau mouche, di sera , dal quale è stato

possibile

ammirare la Ville Noi a Parigi

Lumière,

i

suoi

ponti, Palazzi storici, la Tour Eiffel scintillante di luci più del solito, in quanto i Parigini, alle ore 23:00, hanno festeggiato l‘elezione del nuovo Presidente della Repubblica francese, N. Sarkosy. Al contrario, triste è stato il viaggio di ritorno, perché ci stavamo svegliando da un bellissimo sogno. Saremo sempre grati al Dirigente Scolastico, prof. M. Barba, e a tutti i professori con cui abbiamo vissuto questa fantastica esperienza: Sorce, Calà, Mancuso, Caruso, Amico. Au revoir, Parigi. Classi 3^A e 3^ B (La Voce, Maggio 2007)

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Abbiamo un sogno: essere costruttori di pace Recentemente, nell'ambito dell' U.D.A. "Guerra e Pace", dell'Ed. alla convivenza civile ed alla legalità, con la nostra insegnante di italiano Salvina Sorce, abbiamo riflettuto sugli orrori della guerra e della violenza, e sull'importanza della diffusione di una "cultura della Pace" fra le giovani generazioni. Educare alla pace significa educare al cambiamento dei propri atteggiamenti, della propria mentalità e, propriamente, come ripeteva spesso il Papa Giovanni Paolo II, educare al rinnovamento del cuore dell'uomo, orientato, cioè, a realizzare la giustizia, la fraternità e la tolleranza tra tutti gli esseri viventi. Abbiamo con attenzione letto ed analizzato il pensiero di grandi uomini della storia e della letteratura del Novecento, quali M.K. Gandhi, il quale ha lanciato una sfida al mondo moderno, dimostrando che si possono superare ostacoli anche grandi, senza ricorrere alle armi, ma attraverso l'amore universale. Spunti di riflessione personale e in classe ci ha offerto anche la lettura di un brano dello scrittore russo A. Solzenicyn quando afferma che il contrario della pace non è la guerra, ma è la violenza, anche quella silenziosa e nascosta, ma non meno pericolosa di quella clamorosa. Anche noi ragazzi vogliamo, con le nostre piccole forze, promuovere e rafforzare la pace in ogni ambiente ed in ogni momento della nostra esistenza, come ci spinge a fare il poeta turco N. Hikmet, ad essere, cioè, uomini migliori di quelli che ci hanno preceduto, capaci di costruire un mondo nuovo, fatto di amore, di pace e di gioia di fronte alla bellezza della vita. Questo è il nostro sogno, seguendo il pensiero di M. Luther King. Questo è il nostro augurio, in occasione della Santa Pasqua 2007. CLASSE III B (La Voce, Maggio 2007)

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Manteniamo pulita la nostra casa terra Nell'ambito dell' Educazione ambientale, nonchè dell'Unità di apprendimento interdisciplinare "Io e l'ambiente", secondo la logica ologrammatica, com'è nello spirito della recente riforma scolastica, nel corso di questo anno, insieme al professore Genco Salvatore, noi alunni della 3^B abbiamo portato avanti un progetto riguardante la salvaguardia dell'ambiente, in particolare lo smaltimento dei rifiuti. I rifiuti sono un problema molto complesso per vari motivi, sia per la quantità che ognuno produce ogni giorno, sia perchè sono tanti e diversi i materiali e le sostanze di cui sono composti. I materiali possono essere leggeri o pesanti, piccoli o voluminosi, le sostanze possono essere innocue o pericolose, riutilizzabili, riciclabili o non riciclabili. Il decreto legislativo 5 Febbraio 1997 n°22 introduce un nuovo sistema di classificazione dei rifiuti che si basa sulla loro origine e sulla loro pericolosità. Si distinguono in rifiuti urbani, rifiuti speciali, ecc. Questo progetto che portiamo avanti da settembre 2006 ci ha informato sui tanti modi per smaltire i rifiuti. Il modo più semplice per smaltire i rifiuti è quello delle discariche, un luogo controllato dove si conferiscono i rifiuti ma che inquina le falde acquifere e non permette il recupero di materiale. Un altro modo molto semplice consiste nell'effettuare la raccolta differenziata, separando i rifiuti a seconda del materiale: carta, vetro, alluminio, ecc. Il termovalorizzatore è un inceneritore di rifiuti che sfrutta il loro contenuto calorico per generare calore, produrre energia, ecc., ma ha lo svantaggio di emettere polveri sottili molto nocive alla salute. Un ultimo modo possibile per smaltire i rifiuti è il compostaggio che consiste nel trasformare i rifiuti organici secondo processi naturali producendo così concime per l'agricoltura. Mantenere pulita la terra non è poi così difficile, quindi rispettiamola e facciamola rispettare ! Classe III B (La Voce, Maggio 2007) Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Il poeta Michele Vaccaro e il suo mondo La natura, l'infanzia, la vita nell'incessante fluire, la partenza e il ritorno, sono i miraggi preferiti dall'autore.

Nel settembre 2006, siamo stati anche noi testimoni della giornata della memoria, indetta per celebrare i mussomelesi illustri, tra di essi c'era il poeta Michele Vaccaro. In classe, con la professoressa Michelina Calà, abbiamo cercato di conoscerlo meglio. La sua produzione poetica è copiosa, comprende 13 libri: ―Luci e ombre‖, ―Lucciole‖, ―Nel giardino della memoria‖ ecc.. Le fonti di ispirazione preferite sono: la Michele Vaccaro Contadino - soldato - poeta

natura, l' infanzia, gli affetti, la vita quotidiana. Possiamo paragonarlo a Giovanni

Pascoli, il poeta del ―Fanciullino‖, che si rifugia nell'ambiente e nei ricordi infantili, che hanno come comodo cuscino la memoria, cullata dolcemente dal sogno. L'infanzia di Michele Vaccaro è stata modesta e felice, trascorsa in una famiglia contadina con tanti fratelli, nella casa di via Ponticello e a Polizzello (Tu mi fosti madre dolce campagna, come a Venere il mare). Non scorderà mai sua madre, (Quando mi stai vicina e l'occhio carezzevole mi sfiora appena appena, quel tuo fare amorevole cancella ogni mia pena), né il paesello, che abbandona, per crearsi un avvenire (Qui dell'antico borgo l'usanza si perpetua...). L'accostamento al Pascoli appare ancor più realistico nella poesia dedicata a mamma coniglia, uccisa prima di ritornare dai suoi coniglietti, ci fa ricordare la ben nota

―X Agosto‖. Il tempo passa, Michele si arruola nell'Arma dei

carabinieri, perfezionando i suoi studi e passando per i vari gradi della vita militare, fino a diventare colonnello e, da pensionato, generale. Accanto a lui c'è Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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l'amata moglie Maria Misuraca, sposata nel 1944, dal matrimonio nascono 2 figli. Tutti trascorrono giorni piacevoli nella comoda casa con giardino, nel rione Dalmazia. Dopo la partenza il ritorno. Nella sua fantastica immaginazione non c'è il pessimismo pascoliano, al suo posto si fa strada una risoluta fermezza, con l'ironia e l'orgoglio di stare dalla parte della pace, della verità, della libertà, dell'amore, della fede (Dall'eretico al cristiano, l'uomo è proprio disumano e imbruttisce la terra con le liti e con la guerra... Signore suscita nei cuori degli uomini sentimenti di amore e di pietà, di mitezza, di pace e tolleranza). Lo stile poetico è semplice, le parole dotte si trovano accanto a quelle del linguaggio comune. La lunga parentesi, aperta nel lontano 21 marzo 1911, si chiude, dopo 95 anni il 3 Luglio 2006 a Palermo, ma M. Vaccaro continua a parlare con la voce dei suoi versi. Classe 2^ A (La Voce, Maggio 2007)

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Il viaggio di istruzione in Campania Quanto e quando un viaggio di istruzione può definirsi istruttivo

A noi, alunni della II B,

quest‘anno

il

progetto Eureka, curato dalla prof.ssa Tatina Mistretta, ha dato la possibilità di recarci in Campania e compiere

Classe II B

Certosa di Padula

il viaggio d‘istruzione in questa bellissima Regione. Il giorno della partenza eravamo euforici, per molti di noi era la prima volta che attraversavamo lo stretto di Messina. Il primo luogo dove ci siamo fermati è stato Padula per ammirare la Certosa di San Lorenzo, la più grande d‘Europa. Abbiamo anche visitato Sorrento, ridente cittadina sul mare. Da Porta Marina siamo entrati nella bellissima città di Pompei che, grazie agli scavi, ci testimonia come si svolgeva la vita degli antichi abitanti con la sensazione di effettuare un viaggio straordinario nel passato. Abbiamo ammirato il Foro, una grande piazza rettangolare, cuore della vita politica, religiosa e sociale di Pompei, la Basilica, costruita nell‘anno 120 A.C., utilizzata per l‘amministrazione della giustizia, per le riunioni dei commercianti che qui discutevano dei loro affari, l‘Anfiteatro costruito nell‘80

A.C. e

considerato il più antico giunto fino a noi. Proseguendo, abbiamo ammirato alcune delle più vaste e sontuose dimore di Pompei come la casa del Fauno, la casa dei Vetti, la casa del chirurgo, cosi chiamata perché vi furono trovati numerosi strumenti chirurgici veramente preziosi

per la conoscenza

dell‘attrezzatura chirurgica antica. Un‘altra tappa è stata la bellissima Reggia di Caserta. Varcare le porte di questo gioiello significa conoscere un‘infinità di tesori d‘arte insieme all‘immensa distesa di verde e alle fontane del Parco. La Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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visita a Caserta si è conclusa al borgo antico, che si distingue, da lontano, per la sua imponente torre maschia, alta circa trenta metri e per il campanile del Duomo, del tredicesimo secolo. Scopo primario del viaggio è stato la visita a Bagnoli presso la Città della Scienza, polo scientifico e tecnologico d‘avanguardia (il primo in Italia). La mostra ―Evoluzione ripercorrendo l‘odissea della vita‖ ci ha offerto affascinanti scorci dal campo della ricerca e descrizione degli effetti dell‘evoluzione sull‘umanità e sulla vita del nostro pianeta. Siamo stati attratti dal grande Planetario, il più grande del centro Sud, dove abbiamo potuto ammirare lo spettacolo del cielo. Il Planetario con un sistema di proiettori ottici ad effetti multimediali riproduce, su una cupola di 10 metri di diametro, settemila stelle simulando il moto della sfera celeste e riproducendo l‘aspetto del cielo diurno e notturno nelle diverse stagioni e a differenti latitudini terrestri. Il viaggio è durato quattro giorni, ci siamo un po‘ stancati, ma siamo molto soddisfatti perché è stata una grande opportunità di formazione culturale. Un particolare ringraziamento va al nostro dirigente scolastico prof. Mario Barba per aver promosso questa iniziativa e ai docenti Tatina Mistretta e Tanino Catania, che ci hanno guidato in questa bella esperienza.

Classe II B

(La Voce, Maggio 2007)

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Il principe dei palazzi: il palazzo del principe Il palazzo del principe si staglia in piazza Roma e ne occupa una buona porzione a nord. Il vecchio palazzo del conte, con accanto la torre dell'orologio, voluta da don Cesare Lanza (sec XVI) era ormai troppo assediato da altre case. Venne costruita una nuova piazza con un'altra casa del principe detta del "baglio", per il cortile che la precedeva. Nel mezzo di Palazzo Trabia

esso, venne convogliata l'acqua proveniente da San Francesco,

che zampillava in una fontana, che don Ottavio Lanza e Barresi, nel 1635, volle decorare con la statua di Nettuno e con 4 leoni di marmo bianco. Contemporaneamente vennero abbattuti i muri del cortile, per fare attingere l'acqua ai paesani e quel Nettuno, detto Petrappaolo, rimase baluardo di un bene prezioso e anche ornamentale come l'acqua. Abbandonato il Castello come residenza, i Lanza, signori dal 1549 fino all'abolizione della feudalità(1812), confermavano con quel palazzo, così imponente e dallo stile rinascimentale, il loro potere e la loro magnificenza. Nel 1700 venne ampliato, c'erano numerose sale, porticati e cortili, fienili, magazzini e carretteria, alloggi per militari e servitù e, perfino, un mulino. Una scalinata scenografica, che ancora esiste, portava ai piani superiori. Per iniziativa di don Giuseppe Lanza, un'ala del palazzo era adibita a pinacoteca e mostrava veri capolavori. Dopo la vendita a privati, nel 1900, mobili, arredi e preziosi dipinti scomparvero e restò solamente un grande lampadario in legno nel salone più grande, che, i signori MingoiaMisuraca, nuovi proprietari, adibivano a ricevimenti per le feste nuziali, essendo noti pasticcieri. Gli altri locali vennero via via venduti e trasformati, per cui di originale, fortunatamente, resta la parte più artistica e più importante: il palazzo con la galleria e i due grandi finestroni del piano sopraelevato, scolpiti nella parte superiore, e la sommità con le sue ondeggianti volute. La fontana del Nettuno non c'e' più, purtroppo. Quando l'acqua ha incominciato a scorrere dai rubinetti, il piccone si è accanito anche su di essa.

(La Voce, maggio 2008)

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La chiesa dei Monti e il Monte di Pietà Un'altra chiesa celebre e importante dell'area tra le due piazze, piazza Manfredi e piazza Roma, è quella dei Monti, fondata nella metà del 1500 e affidata ai padri riformati dell'osservanza, che le diedero il tipico aspetto francescano, con opere, che, nel 1716, potevano considerarsi compiute. Guardando in fondo si nota, in alto, dietro l'altare maggiore, un grande quadro del pittore Amico (5m x 3m) eseguito nel 1639, raffigurante l' Immacolata Concezione, circondata da angeli, da Chiesa dei Monti

Sant'Anna e San Gioacchino, i veri titolari della chiesa, da San Francesco e Sant' Antonio. Negli altri altari si venerano Sant' Antonio da Padova, in un dipinto del 1708 dei pittori Andrea e Flaminio Volescart, San Pasquale, protettore dei pastori e delle greggi, la cui antica festa è stata ripristinata da alcuni anni, San Calogero e, in un dipinto, San Michele. L'opera più pregevole della chiesa è, però, il celebre Crocifisso di frà Umile da Petralia (vero nome Giovanni Franc. Pintorno). Da francescano, frà Umile dà al Cristo un aspetto doloroso soffuso di infinita dolcezza. É incastonato in una custodia rococò elegante, con sacre reliquie. La festa più importante è quella dell'Assunta, che, il 15 agosto, viene portata in processione nell'urna, che la ospita dormiente. Anche questa chiesa fu sede di una confraternita, quella del Monte di Pietà o della Carità, fondata nel 1567, Paolo Valenza, noto benefattore, fece, in suo favore una generosa donazione. I Monti di pietà vennero istituiti in Italia nella prima metà del secolo XVI, su Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

Crocifisso ligneo di fra Umile da Petralia

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incoraggiamento del Papa Leone X, per aiutare la gente più povera. I ―bianchi‖

in

quanto

i

confrati

portavano un mantello bianco, erano nobili e benestanti. La confraternita del Monte durò circa 40 anni. Venne sostituita

da

quella

dei

―verdi‖

(chiamata cosi per il colore verde delle cappe), nata in seguito all'aiuto divino, che ricevette il conte don Lorenzo Lanza in una terribile notte d'inverno, quando decise di onorare il santo nome di Gesù. Nel 1682 i ―verdi‖ si trasferirono nella chiesa di Santa Margherita, eseguendo sempre i doveri di ogni Confraternita: aiuto ai poveri, dote per le ragazze sole, sepoltura per chi non aveva una tomba propria. Intanto la Chiesa dei Monti (Santa Maria del Monte) continuò ad essere la sede dei padri francescani dell'osservanza, ospitati nel grandioso convento attiguo, comprendente tanti locali, tra cui un chiostro interno e un giardino. Dopo la chiusura, l'ex convento è stato caserma dei carabinieri e, nel piano superiore, ha ospitato, per parecchi anni, un plesso della scuola media ― L. da Vinci‖. Nei locali a pianterreno, vi ha sede la Biblioteca comunale. Ha retto la chiesa per molto tempo il sacerdote Don Francesco Canalella; oggi è aggregata alla Madrice. Non ha mai perso la caratteristica di chiesa accogliente, di luogo sacro, frequentato con fiduciosa devozione. (La Voce, maggio 2008)

Dal monastero dell'Annunziata al Collegio di Maria Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Il collegio è una grande costruzione, che occupa parecchi metri quadrati lungo la via Principe

di

Scalea.

In

sostituzione

del

monastero benedettino che si trovava nella parte sud del paese, (Batia vecchia), vi si erano insediate le suore dedite alla regola di San Benedetto, ma essendo, poi rimasto vuoto per 11 anni, in virtù di richieste inoltrate alla curia vescovile di Girgenti, tra il 1737 e il 1738, si pervenne alla commutazione del monastero in collegio di Maria, secondo le costituzioni Campanile della Chiesa del Collegio

dettate, nel 1720, dal cardinale Corradini e destinate al conservatorio della città di Sezze.

Il nuovo istituto, nel 1740, era già fondato e conosciuto come Sacra Famiglia oltre che come Collegio di Maria con titolo di Santa Maria del Lume. Le educande erano ospitate o a pagamento o con posto gratuito. Le rendite erano le stesse del monastero dell'Annunziata e provenivano soprattutto da fondi rustici. Carlo e Ferdinando di Borbone dichiararono i collegi di Maria istituzioni laicali e come tali soggetti all'autorità civile, ma dopo la rivoluzione francese e la caduta del regno di Napoli, nel 1809, ritornò a prevalere l'autorità delle chiesa e i rettori laici furono puri e semplici amministratori. Nel corpo della costruzione c'è un'artistica chiesa, sormontata da un campanile pregevole. Quando le benedettine lasciarono il vecchio monastero, trasportarono nella nuova sede degli arredi sacri e cinque quadri: il mistero dell'Annunciazione, la Natività, l'Incoronazione della Vergine, la Madonna del Rosario e San Benedetto. Nell'altare maggiore si venerava il quadro della Madonna del Lume, donato dalla Chiesa Madre, per ricompensare monache e collegine per il dono di paramenti riccamente lavorati. Nella chiesa erano celebrate solennemente le feste dell'Annunziata, di San Benedetto, di San Michele e i riti della settimana santa e Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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delle quarantore. Il collegio, oggi non ospita piĂš orfanelle, poche suore gestiscono una scuola dell'infanzia e ospitano dei turisti di passaggio, essendo il loro convento molto

vasto

e

adeguatamente

ristrutturato. Negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso, il grande

Chiesa del Collegio di Maria

cortile interno e i locali disponibili accoglievano allegre scolaresche. (La Voce, maggio 2008)

La chiesa di Sant'Antonio e il culto dei defunti Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE� dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Questa chiesa è stata frequentata da numerosi fedeli, per la posizione centrale e per i riti particolari. Esisteva già, nel sec.XVII, e, con l'opera del sac. Don Antonio Cinquemani, progrediva sempre più. La sua unica navata presenta degli altari artistici e delle statue, oggetto di venerazione e di culto. Nell'altare maggiore troneggia la statua di Sant'Antonio abate, a cui la chiesa è dedicata, protettore degli animali e Chiesa di S. Antonio

delle persone colpite da ―herpes zoster‖ (fuoco di

Sant'Antonio). Nel lato destro ci sono il quadro e la statua di San Francesco di Paola, per il quale, tanti anni fa, si svolgeva una festa organizzata dagli artigiani, e la statua della Madonna della Catena, festeggiata il 2 settembre anche al Castello. Nel lato sinistro c'è la statua di Sant'Isidoro, lo scolpì in gesso mastro Aurelio Trabucco; protettore di allevatori e agricoltori, si festeggiava con solennità nel mese di dicembre. Segue il grande quadro di Sant' Eligio, protettore di orafi e argentieri, dipinto dal pittore Di Giovanni; il santo è circondato da lavoranti, che hanno i celebri volti di Dante, Mazzini e Garibaldi. Un altro quadro è dedicato alle anime del Purgatorio, esso è importante per capire la vocazione di questa chiesa, dove la madre di Dio aveva il titolo di ―libera inferni‖e dov'era sorta, nel 1603, la Confraternita di Santa Maria del Suffragio delle anime del purgatorio o del Miseremini; si pregava per soccorrere le anime del Purgatorio e assicurare loro l'eterna beatitudine. I confrati del Purgatorio portavano il sacco con un mantello nero e raccoglievano l'elemosina il venerdì. La chiesa di Sant'Antonio è stata pure sede della Congregazione di Gesù e Maria. I congregati ogni sera si riunivano per recitare il santo rosario e, nella sera del giovedì, uscivano in processione per le vie del paese. La dedizione al culto dei defunti è Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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riconfermata ancora oggi: per tutto il mese di novembre nella chiesa ci sono celebrazioni, che rinvigoriscono il ricordo e invocano la santità di coloro che non ci sono più. Oggi la chiesa è aggregata a quella del Carmelo, prima è stata retta da vari sacerdoti, tra cui Don Pasquale Canalella, scomparso nel 1973, in un tragico incidente in Toscana. La chiesa di

S. Eligio

Sant'Antonio, nonostante gli effetti negativi della secolarizzazione e dello spopolamento del centro storico, è pur sempre un tempio che attira, per la preziosa tradizione religiosa tenacemente conservata. (La Voce, maggio 2008)

Bibliografia F. Dell‘Utri – P. D‘Orto – R. La Mattina – S. Raggio: I Biangardi: la vita l‘epoca le opere

Ed. Lussografica 1992 Caltanissetta

Rassegna degli articoli del giornalino “LA VOCE” dal 2004 al 2008 a cura del Prof. Angelo Genco Russo

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Paolo Giudici: Quadia terra di mori – Salvatore Sciascia Editore 1968 Palermo Pasquale Mulè: Le poesie – A. Cappugi e Figli 1979 Palermo Pietro Puntrello: L‘incredulo convertito Maria Sorce Cocuzza: Arte e cultura a Mussomeli Ed. Lussografica 1990 CL Giuseppe Sorge: Mussomeli, dall‘origine all‘abolizione della feudalità Vol II N. Giannotta Ed. 1916 Catania

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LA VOCE  

Rassegna di tutti gli articoli del giornalino scolastico “La Voce” dal 2004 al 2008

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