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Barlotto-Tregenda-Sabba-Akelarre – G. Mazzucchelli, 2005 –

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Sabbah delle streghe particolare del quadro di Goya (1746-1828) "Tregenda".

Gianni Mazzucchelli

Barlotto, tregenda, creusa, sabba, akelarre Ricerca storica e linguistica su voci vituperate dalla falsità di chi non curò la verità. Perché ai diavoli e ai maghi, inventati dalla fantasia umana, si davano nomi provenienti da usi e costumi antichissimi: Martino, Martinetto, Maestrino, Martintxiki, Martinpic, Myrddin, Merlino, ma anche Angelino e Bartöl.

Pietra e Storia CH - 6715 Dongio Prima edizione, 2006


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INDICE Pagina La verità camuffata 1996: Ultime notizie: La nuova inquisizione Fandonie che non s’han più da raccontare Processo del 16 luglio 1576 a Nena de Punto de Iragna L'ultima strega svizzera I Celti? La festa di Pontirone Il rito settimanale dello Shabbat Luna nuova: Inizio del mese Mosè e le corna Interrogatorio della strega 15-enne Cibi insipidi (kasher) al Barlotto I criteri giudiziari dell'inquisizione Eretici, riformati o ebrei ? Stregoneria e micologia Il suono stridente dello Shofar Etimologia di Barlotto e tregenda Scorribanda linguistica Ballotter, oscillare Barlotto, barilotto, Bushkeller Creuse, crosa, tresenda, il viottolo pubblico San Carlo, gli eretici e gli ebrei Akelarre, il prato basco del caprone fèe Sinagoga, fèe butaghin... Editto di Federico Borromeo contro streghe e incantesimi Le streghe della Capriasca Le streghe di Benevento Il serpente di Bronzo I diavoli: Martino, Martinetto, Maestrino Sammhuinn, San Martino ? 11 novembre: Martini Per un punto Martin perse la cappa Halloween / Le menadi di Monterosso / Samain I provenzali di Benevento Myrddin, Martin, Martin cocu, La festa dei cornuti Corna e fertilità Pubblicazioni di Pietra e Storia

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La verità camuffata 1 Nei numerosi documenti che descrivono il “barlotto” e la “tregenda” è difficile trovare la verità storica che, per dimenticanza, per ignoranza, ma anche per voluto oscurantismo, venne irrimediabilmente distrutta. I verbali dei processi che servirono unicamente a condannare streghe e stregoni al patibolo del rogo non sono facilmente reperibili. Le confessioni dei condannati contengono fatti incredibili e impensabili. Stupisce il fatto che “persone per bene” e materialmente altolocate siano gli attori principali di questi “processi”. Ma chi poteva credere alle confessioni estorte con la tortura, nelle quali si ammetteva di aver usato unguenti e polveri per uccidere uomini e bestie e per provocare temporali ? Confessioni alle quali seguiva l’atroce morte sul rogo che rallegrava l’anima immonda e perversa di coloro che, sotto il manto della religione e della giustizia, nascondevano il proprio essere diabolico. Io non ho mai visto né diavoli né streghe, né ho mai creduto che fulmini e saette siano magìe. Spero che qualche Grande si scusi per le nefandezze dell'inquisizione e che innalzi le "streghe" e tutte le vittime dell’inquisizione, all'onore dei "martiri". Pietra e Storia cerca di estrarre dall’ammasso disordinato dei rari documenti a disposizione e dalle dicerìe i pochi dettagli che permettono di ricostruire usi e costumi atavici. Gianni Mazzucchelli, 2006

La nuova inquisizione ? Création d’une nouvelle association. Déclaration à la Préfecture de la Police de Paris: Association pour la reconstruction de l’inquisition. Objet: reconstituer l’inquisition qui devra surtout détruire les écrits contraires à la doctrine catholique et empêcher la propagation par l’intermédiaire d’autres moyens de ce genre d’idées, chose qui comporte, naturellement, la lutte contre les hérésies, les fausses religions et idéologies. [...[ Naissance de l’association : 17/09/1996. Traduzione sommaria : Si ridà vita all’inquisizione per distruggere qualsiasi documento contrario (secondo l’associazione citata) al cattolicesimo. La nuova inquisizione lotta contro chiunque sia dedito all’eresia, a false religioni e ideologie. Commento: A parte il fatto che il testo del libro dell’associazione risulta altamente eretico, l’associazione stessa non ha ancora capito che il suo programma è in funzione da più di 400 anni. Mazàltôv ! (Augurio di buona sorte!). 1

Camuffare: Termine di origine veneziana, dapprima calmuffare (con –uffo di ambito gergale), ingannare, imbrogliare, nascondere. A Venezia camuffo significava ingannatore, ladro, uomo da poco, ma anche “rappezzare” un indumento liso o rovinato. [Voce elaborata dal Prof. Ottavio Lurati nella sua ultima lezione di linguistica all’Università di Basilea: 1 luglio 2003].


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Fandonie che non s’han più da raccontare Le streghe (di Armida Giovanora) 2 La cultura dell’ignoranza Il testo seguente, estratto alla lettera dal libro „Il Meraviglioso“, testimonia la confusione eccelsa che caratterizza tutti i racconti concernenti le streghe e i loro malefici. Mi sembra impossibile credere che gli indizi “nascosti” nel testo non siano capaci di “illuminare” l’autore, così da rendere omaggio alla verità storica lampante che illustra la “presenza ebraica”, perseguitata rabbiosamente dall’inquisizione e ignorantemente celebrata come “credenza dei nostri poveri vecchi”. G. Mazzucchelli, 2006

Quante streghe, quanti fatti paurosi, quanti luoghi favolosi conservano i nostri poveri vecchi! Ora a ricordar quei fatti noi ridiamo, ci paiono storielle ridicole ed amene, fandonie del tempo che fu, ma se i nostri poveri morti ci ascoltassero si mostrerebbero offesi; essi erano convinti della realtà di questi avvenimenti. Ma come potevan credere certe cose, come? Tre erano i posti principali, le fonti delle streghe: al ponte di Trec 3, nel Motto della Crocetta 4 e nel Piancone 5. Trec è una valle selvaggia, tetra, che scende dalla Cima di Medeglia: il torrente che vi scorre spumeggiante e verdastro pare incanalato fra i grossi macigni, e le rocce sporgenti d'ambo i lati della montagna formano profondi, brevi stagni. Al termine del ponte c'è una cappella piuttosto grande, ricovero dei pastori nelle primavere piovose, dove è dipinta la Madonna e una poco artistica figura che vorrebbe rappresentare l'ambizione punita con dei serpenti che avvolgono il corpo di una giovine. Il luogo è per natura pauroso. Qui le streghe durante la notte vagavano sopra e sotto il ponte, apparivano come piccoli lumicini e, al passaggio d'una persona che si recava a Canedo 6 o Borla 7, loro residenza, o saliva sui monti, le streghe gridavano: «Piel, piel» (piglialo, piglialo); le altre rispondevano: «A nol pos miga pià perché la digiunaa i tempur del Dineda» 8 (non posso prenderlo, perché ha digiunato la tempora di Natale). E quello che non aveva digiunato veniva tirato giù verso il ruscello e maltrattato e lasciato lì, abbandonato fino a giorno. Altre volte invece di sentir gridare, vedevano solamente un lumicino in fondo al ponte che svaniva all'avvicinarsi della persona. Queste favole impaurivano i bambini che temevano passare il ponte anche di giorno. Trec era ed è rimasto ancora oggi un luogo impressionante. Sorge quasi a riparare le case a monte del paesello, il Motto della Crocetta. Le streghe che passavano il giorno al piano di Fagudo 9 si radunavano a sera, sulla collinetta, dove ballavano tenendosi per mano in gran numero. Il loro apparire era 2

Da “Il Meraviglioso”, Vol. 2, Ed. Armando Dadò, Locarno, 1991. Il ponte collega le due sponde della valle di Treccio. 4 A est del nucleo di Medeglia. 5 Sul fianco sinistro della valle di Isone. 6 Frazione di Medeglia. 7 Frazione di Medeglia. 8 Probabilmente dal latino „dies Natalis“. In Valmaggia: Denedal, Natale. 9 Il Piano di Fagudo, „Fagü“ sopra Medeglia. 3


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annunciato da un rumore come di frana che cade e la loro presenza si manifestava con minuti lumicini. Della famiglia delle streghe facevano parte anche alcune donne del paese (strii). Suonata l'Ave Maria della sera queste vecchie megere si ungevano 10 i piedi e scomparivano per la cappa del camino; i familiari non se ne accorgevano, le vedevano dileguare in un attimo. La sera dell'assemblea generale era il giovedì e allora prima di presentarsi all'adunanza dovevano pettinarsi accuratamente. Partecipavano tutte le streghe del vicinato e perfino della val Cavargna, val d'Aosta e Valtellina (molti uomini emigravano in quel tempo in quest'ultima valle). Alla mattina al suono dell'Ave Maria, dovevano ritirarsi e allora sdegnate in coro gridavano: «Maria, Mariascia, Marianascia» e poi tutto tornava tranquillo. “Pubblichiamo un testo interessante perché rende conto del persistere delle credenze nelle streghe finché alla generazione nata fra le due guerre cominciano a parere «fandonie». Il testo è tratto da un quaderno di componimenti sulle tradizioni popolari conservato presso il Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana, parzialmente riprodotto in: Parrocchia di Medeglia 1585-1985, La Buona Stampa, Lugano 1985, pp. 69-72. Negli stessi anni, riferendosi alle prime indagini storiche sulla stregoneria nelle nostre regioni, Corinna Chiesa Galli scriveva: «Leggendo gli interrogatori dei processi pubblicati si può ricostruire un aspetto impressionante della vita di allora: vi sono rievocate certe orge oscene ridicole e macabre nello stesso tempo che avvenivano in luoghi solitari e che, per il loro carattere primordiale fanno ripensare alle donne frenetiche della preistoria invocanti Adonai 11, alle Baccanti, alle Furie, ecc. Fanno veramente pensare anche alle pazze ammiratrici di Valentino 12 ed alle frequentatrici di certi modernissimi ritrovi mondani che ogni tanto richiamano l'attenzione della polizia. Vi convenivano anche uomini ma in piccolo numero: la maggioranza era di donne, che probabilmente erano già allora in soprannumero: molte dovevano essere delle deficienti o delle anormali 13, spesso vittime di uomini viziosi che si facevano credere stregoni o diavoli per indurle a concedersi; come afrodisiaco, le facevano, fra altro, bestemmiare Dio e i Santi, motivo per cui esse venivano poi torturate e bruciate, perché l'accusa di stregoneria era per lo più unita a quella di eresia; e così certune, processate come streghe, possono essere state donne di alto intelletto 14, tratte forse a discutere di argomenti sui quali la Chiesa non ammetteva discussioni“. Tutto il testo corsivo è tratto da: „Il Meraviglioso“, pagina 132-133.

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Nella leggenda del Mendrisiotto „Un ballo strano“ è invece una „giovane di mirabile bellezza“ che si unge la fronte, le mani e i piedi con un unguento verde. 11 Adonai: Nome di D.o, il Signore dei cieli e della terra, in lingua ebraica. 12 Valentino: Attore cinematografico degli anni ’30 (1930). Figura debosciata da dimenticare. 13 Attenzione! L’uso di questi aggettivi può condurre al rogo! 14 Certo! E’ ebreo chi nasce da donna ebrea. Questa definizione indusse l’inquisizione all’eliminazione della “fonte” che produce e educa la cultura ebraica.


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Processo del 16 luglio 1576 a Nena de Punto de Iragna: Interrogata in che modo andava a Ponte Cassro 15 “Dice como andava a cavallo alla rocha ma prima la ongieva cum l’onto dato per detto suo moroxo et andava con luj a Ponte Cassro (o Cassero) dove ballavino et facevano li suoi giuochi. Così lej Nena sa come più volte s’è contrafatta in un gatto et li altri ancora se contrafacevano chi in un animale chi in un altro, però sempre nel nome del diavolo et come andavano via a cavallo alla rocha tornavano in forma di christiano”. Cleto Pellanda [1991] 16. Tre secoli, 300 anni ! “Per più di tre secoli, da un capo all’altro d’Europa, donne e uomini accusati di stregoneria raccontarono di essersi recati al sabba: il raduno notturno...” [Carlo Ginzburg: Storia notturna, Biblioteca Einaudi, 1998]

L’ebreo regiudaizzante Nell’elenco e nelle descrizioni contenute nel “Malleus malificarum”, il manuale dell’inquisitore, è descritto da quali segni riconoscere i regiudaizzanti, gli ebrei cioé che in seguito all’avvenuta “conversione” al cristianesimo, continuavano a seguire di nascosto la religione ebraica: “...I giudei ufficialmente convertiti ma rimasti in realtà fedeli al giudaismo si riconoscono da questo. Vanno raramente in chiesa. Frequentano i giudei. Si legano di amicizia con i giudei ed evitano il contatto dei cristiani. Nelle feste giudaiche mangiano con i giudei. Non toccano carne di maiale. Mangiano carne il venerdì. Osservano il sabato. In segreto lavorano nelle loro case nei giorni di festa. [...] L’inquisitore procederà contro ogni cristiano che manifestasse attraverso questo o quello dei segni enunciati un attaccamento di fatto alla setta giudaica”. [Fra Nicolau Eymerich: Manuale dell’inquisitore, 1376, pag. 167 - Ed. Piemme, 1998]

Per la storia: 1347: “...alla fine di settembre, dodici galere genovesi provenienti da Costantinopoli sbarcarono a Messina. In mezzo alle merci accumulate nelle stive c’erano topi portatori del bacillo della peste. Dopo quasi sei secoli il flagello tornava in Occidente. Dalla Sicilia l’epidemia si diffuse rapidamente fino a investire quasi tutto il continente. Pochi eventi sconvolsero così profondamente le società europee. Che si sia cercato in più luoghi di attribuire agli ebrei la responsabilità dell’epidemia, è noto”. [Carlo Ginzburg: Storia notturna, Biblioteca Einaudi, 1998]

1486: Il „Malleus maleficarum“, il martello delle streghe, è il manuale inquisizionale per antonomasia. Eretici, negromanti, maghi, regiudaizzati, streghe, ecc. Sono le persone da giudicare. L'ultima strega svizzera 1782: L’ultima strega, la serva Anna Göldin, viene decapitata nel Cantone di Glarus, in Svizzera.

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Cassro: Toponimo che ricorda l’antica denominazione „Kasser“, rione ebraico, poi chiamato “ghetto”, ma anche Casserio (?). 16 Cleto Pellanda [1991]: Memorie vallerane. Sulle orme di un cavaliere d’altri tempi – Arti grafiche A. Salvioni & Co SA, Bellinzona, 1991.


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Siamo nell’anno 2005 Leggo nel quotidiano “Corriere del Ticino” del 3 settembre 2005 che la Televisione della Svizzera Italiana presentò il 15 settembre la trasmissione intitolata “Biasca contro”. Una delle componenti era intitolata “Biasca e la strega” che “...illustra lo stretto legame con il territorio e le antiche usanze tra cui, sorprendentemente, quella precristiana del ‘barlott’, ereditata dai Celti ed intesa a scacciare gli spiriti maligni alla prima calende d’ottobre, cerimonia sopravvissuta in Val Pontirone fino agli anni Cinquanta (1950)”. Considerazioni di apertura Le voci “barlotto”, “sabba” e “tregenda” non hanno linguisticamente niente in comune, tranne il fatto di essere cresciute insieme nella storia, assumendo il ruolo di sinonimia reciproca. Per chiarire questa singolarità propongo le riflessioni seguenti. I Celti ? Sappiamo però che il cosiddetto “barlott” o “tregenda” non ha niente a che fare con i Celti, anche se la festa citata cade nel periodo nel quale qui e là si festeggiano i raccolti (ted. Erntedankfest). Anche l'usanza di “spaventare” gli spiriti maligni con suoni e baccano è da considerare nel contesto delle ricorrenze annesse all'equinozio di primavera, nelle quali si caccia l'inverno con gran frastuono, ad esempio, nell'Engadina, tradizione popolare detta "calende di marzo" o "Calendamarch". La festa di Pontirone Sappiamo anche dal libro di Magginetti-Lurati “Biasca e Pontirone” che la festa del “barlott” si celebrava nella notte dall’11 al 12 ottobre a Pontirone. “...la festa del barlott [...] segnava la discesa al piano; era una festa di ragazzi che facevano strepiti e rumori con ogni sorta di arnesi (campani, padelle, falci, ecc.); un ragazzo teneva un discorso, in cui si criticavano i giovani di altri monti, il che costituiva spesso un ‘casus belli’” Questo discorso veniva definito “balotraa”. Capodanno ebraico Sappiamo anche che nel periodo tra settembre e ottobre cade la festa ebraica di capodanno (Rosh hashana’: inizio dell’anno) e precisamente all’1 e al 2 del mese detto Thishrì del calendario lunare ebraico che corrisponde al periodo tra settembre e ottobre gregoriano. Festa che nell’anno 2005 venne celebrata dal 3 al 5 ottobre. E’ d’obbligo, in quest’occasione, suonare il corno di montone, detto Shofar. Suono stridente che apre le orecchie di chi ne conosce il significato. Stridore sicuramente ritenuto “diabolico” dall’ignaro. Ricorrenza settimanale Sappiamo inoltre che il "barlotto" non avveniva solo nelle date qui sopra citate, ma periodicamente, settimanalmente: "Il Proposito capo della Chiesa ora capo delle Streghe che vi sono qui molte et in più luoghi ogni settimana con gran gente havevano con quelle solite abominationi del loro ballo, comercio col diavolo con uccisione d'animali, d'homini, et massime fanciulli per mezzo di certa polve fatta di rospi, et ossa di morti et altri orrendi peccati..." 17. 17

Lettera del 16 novembre 1583 di Achille Gagliardo al vescovo milanese Carlo Borromeo riguardante le comunità di S. Vittore a Roveredo, Canton Grigioni. Tratta da "Atti di San Carlo" di Paolo d'Alessandri, Locarno, Tipografia artistica, 1909.


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E' chiaro che il testo addita al rito settimanale ebraico dello Shabbat che inizia alla sera del venerdì, dopo il tramonto, mentre i particolari descritti sono frutto di peccaminosa fantasia. Il rito settimanale dello Shabbat Lo Shabbat rappresenta ogni settimana il momento nel quale la famiglia si riunisce per celebrare il giorno del riposo. Si mangia, si beve, si prega e si canta. Lo Shabbat è un punto cardinale nella vita sociofamiliare ebraica. Le libagioni del venerdì sera esigevano che si risparmiasse l’appetito durante il venerdì stesso, mangiando in quel giorno solo pesce. Quale interessante analogia con l’antico precetto di non mangiar carne di venerdì!?! E’ qui interessante notare che in Val Pontirone i contadini non cambiavano mai di monte o di alpe di venerdì, in quanto potevan capitare imprevisti che impedissero di arrivare in tempo alla celebrazione dello Shabbat 18. E nenanche si sposavano: “...né di venere né di marte, né si sposa né si parte...”. Venere è il venerdì, mentre “marte” o martedì serve solo alla rima poetica. Luna nuova, inizio del mese Ecco la descrizione di un “festeggiamento” 19 che veniva eseguito all’apparire del primo spicchio della luna nuova: “La sera che si levava la luna nuova, gli Ebrei, osservatori delle pratiche religiose, si adunavano in un luogo aperto donde fosse possibile vederla, e al suo apparire esclamavano: ‘Questo sia di buon augurio per noi e per tutto Israele’. Nel pronunciare questa preghiera alla luna, il divoto faceva tre passi verso di essa o tre salti, poi fissando l’astro soggiungeva: ‘I miei nemici sieno colpiti da terrore e da spavento... che divengano immobili come pietre. Selah, selah, selah 20”. L’osservazione della prima falce della luna nuova non significa che gli Ebrei “adorassero” la luna. Si trattava e si tratta oggi ancora di un elemento astronomico basilare per il conteggio del calendario lunare. Decreto Ministero Interno (italiano) del 21 febbraio 2002 Determinazione calendario delle festivita' ebraiche per l'anno 2003. Vista la legge 8 marzo 1989, n. 101, recante norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l'Unione delle comunita' ebraiche italiane sulla base dell'intesa stipulata il 27 febbraio 1987; Visto l'art. 4 della citata legge il quale dispone: 1) la Repubblica italiana riconosce agli ebrei il diritto di osservare il riposo sabbatico che va da mezz'ora prima del tramonto del sole del venerdi' ad un'ora dopo il tramonto del sabato; Il vino dello Shabbat Elemento importante nella celebrazione dello Shabbat è il vino. L’inizio della celebrazione rituale è contrassegnato dal bicchiere, detto Kiddusch, colmo fino all’orlo di buon vino che viene usato sia alla sera del venerdì, per aprire lo Shabbat, che alla sera del sabato stesso, per concludere il giorno di festa. 18

Gotthard Emd: Biasca und Pontirone. P. Manfrin: Gli Ebrei sotto la dominazione Romana – Ed. Fratelli Bocca – Roma, 1888. 20 Selah corrisponde a « così sia » o a “amen”. 19


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Credenze macabre La perversione di chi istituì l’odio verso i giudei inventò che al barlotto si insultava l’Eucarestia, si ballava agli ordini del demonio e ...si mangiavano bambini cristiani rapiti. Il miscuglio tramandato folkloristicamente nella storia popolare, indica un’ignoranza coltivata da chi ne traeva profitto materiale, definito poi profitto morale. In verità, le descrizioni fantasiose hanno cancellato il contenuto storico e religioso che noi cerchiamo di riassestare. Streghe e magie inventate per acciecare il popolino Quando la sera cala e le ombre si impossessano dei monti e dei boschi, invadendo i sentieri e i villaggi, l’uomo ha paura e si rinchiude in casa. Ai bimbi si raccontano storie popolate da spiriti in agguato in ogni angolo buio. Chi si muove al lume di una lanterna sul viottolo che porta ai monti è persona sospetta. Gli ultimi ebrei, convertiti per forza al cristianesimo, non potevano esercitare la loro fede nella sinagoga oramai distrutta o trasformata in chiesa cristiana e, dopo il tramonto, prendevano la via dei monti, la tresenda, per “ammirare” il primo spicchio della luna nuova che segnava l’inizio del mese del calendario lunare o per celebrare lo Shabbat, il giorno di festa ebraico che iniziava e inizia tuttora la sera del venerdì. Chi li inseguì di nascosto li vide danzare, li udì cantare, gemere e suonare lo stridente corno (Schofar) e li vide mangiare e bere. Nacquero così racconti fiabeschi e grotteschi. Il ballo, danzato goffamente sulle zolle del prato da gente di montagna, lasciò intravvedere streghe e demoni, i cibi divennero sostanze malefiche e i canti imprecazioni blasfeme. In verità si trattava di un rito pacifico e “sacro”. Il ballo o “barlotto” e il sentiero che conduce fuori dall’abitato, la tresenda, divennero sinonimi di luoghi e atti nascosti. La fantasia popolare venne strausata da chi voleva “condurre” le anime in una sola direzione. Ne nacquero persecuzioni sanguinose, torture e roghi. Mosé e le corna A sinistra: Mosè discende dal Sinai con la faccia raggiante (Esodo 34, 29). Il tentativo di raffigurare Mosé con la faccia raggiante, così come descritto nel libro Esodo dell’Antico Testamento, indusse gli artisti a usare diversi metodi. Gli uni


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dipinsero aureole, altri raggi luminosi. Nella figura qui riportata, troneggiano sulla fronte di Mosé due cristalli di quarzo. Le "corna" di Mosè, presenti anche nella famosa scultura di Michelangelo, non sono corna, bensì "KRN". Le lettere ebraiche che nella Torà definiscono l'aspetto luminoso del volto di Mosè che scende dal monte Sinai con le Tavole della Legge, non sono dotate, nella scrittura originale, di vocali. KRN può così divenire KaRaN, raggi, ma anche KeReN, corna. Particolare interessante: La lingua tedesca definisce i cercatori di cristalli “Strahler”, termine che, tradotto letteralmente, significa “lucente o raggiante”. Queste raffigurazioni alimentarono la fantasia del popolino che vedeva negli ebrei raccolti per la celebrazione dello Shabbat i seguaci di colui che portava due raggi luminosi sulla fronte (Mosè), definiti spregiativamente: corna demoniache. Streghe e stregoni si recano al convegno in volo su bastoni, conocchie, scope, ceppi, unti con unguenti diabolici che li trasformano talora in animali o in mostri: «(ha) riceuuto dal sudetto Demonio dell'onto per ongere la rocha, quale deueniua in un uisibbio, ongendola in nome del Demonio con la mano sinistra, et quale portauala al gioco dell Berlotto per aere» (Mesolcina 1629), «la me fece senta su in una sciucca et la se senta su ancora lei, et fumm su in un subit» (Poschiavo 1672), «la gudazza ... pigliò fuori un scattolin d'inguento et l'apperse, et si unse strigolando le mani insieme. Et ... venne un homo vestito di bianco, et ... pigliorno una scopa et andorno subito su per il camino» (Poschiavo 1691); «così ongendo il bastone di questo opto, il bastone diventava in un cavallo, un asino, o capra o altro animale con corni in testa, et questo animale me conduceva al barloto» (Locarnese 1658), «ghe andavom a cavallo, quale era bianco» (Poschiavo 1674); «con l'onto ongeva la roccha... che diventava un demonio che haveva su li corni, et me portava al barlot» (Faido 1650) 21.


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La “magìa”, figlia dell’ignoranza Testo tratto in parte da: Cleto Pellanda, Memorie Vallerane, 1991, pag. 41-43: I dossi boschivi del Monte Crenone rovinarono, il 30 settembre 1513, seppellendo case, cascine e prati. Lo scoscendimento ostruì il corso del fiume Brenno, dando luogo a un lago che inondò il territorio da Loderio fino a Malvaglia Rongie. La chiesa di Malvaglia era totalmente immersa nel lago così che l’acqua giungeva fino a metà campanile. Il 20 maggio 1515 la pressione dell’acqua ruppe la diga formata dai detriti, irrompendo furiosamente verso Bellinzona e portando con sé circa 400 case e più di 100 vittime umane. “Il volgo attribuì la rovina alla vendetta divina contro i Biaschesi infetti dal peccato di Sodoma e spiegò lo sbocco del lago con la virtu di una breve del Papa”. Il semplice arciprete Ballarini narra che il lago sboccasse “per opera di certi maghi dell’Armenia, quandoché non era possibile per opera umana”. I Biaschesi sostennero che la “magia” fosse stata eseguita da un certo “negromante” chiamato Johannes Balistarius. A questa accusa risposero i Bleniesi, accusando a loro volta quelli di Biasca di “procurata magìa a danno della Riviera”. Interrogatorio del processo a Dominica, figlia di Giovanni Poma di anni 15 e condannata al rogo, cioé a essere arsa combusta. Per gentile concessione del discendente Olivier Poma ..qual era il diavolo e si chiamava Patrono Per facilitare la lettura ho ommesso diverse annotazioni strettamente legate alle caratteristiche dei manoscritti. Nell'originale mancano in gran parte le domande poste dagli inquisitori, che possono essere però dedotte dalle risposte in caratteri corsivi. Malvalia, Dominica figlia Giovanni Poma: annoy 15 - 1627 lunedi adì 26 aprille. Avanti al illustre signor Landtfogt Joanes Zumbronen e officiali dell'officio existente in Lottigna Dominica Poma de Malvalia examinata de plano per il signor locotenente Judice sopra l'imputazione di strega. - Si sa bene, che è stata mia madre Jacomina Poma nata de casa di Poligioli abrugiata sotto il signor Landtfogt Petter Luscii (probabilmente Lussy, già famiglia potente ai tempi del vescovo milanese Carlo Borromeo) qual mentre era picola mi portò al berlotto nelle Greiine di Malvalia. - Alle volte anco andava al berlotto in Pianeza nelli monti. - Ella mia madre quando mi portö via mi disse che non doveva credere in Dio, ma credere in un omo vestito di turchino con una bereta rossa in testa. ivi sedente in una catrega, qual era il diavolo e si chiamava il Patrono. - Ella mia madre mi fece promettere di non credere mai in altro Dio, che in quello che era ivi e cossì promisi di farlo. E’ straziante constatare come la fede di questa figlioletta sia rivolta all’unico Dio, mentre il testo del protocollo lascia intravvedere l'interpretazione atta a dichiararla eretica. La madre le consigliava di non adorare ciò che proponeva il cristianesimo: santi, beati, martiri ecc. - Vero è che io balava con mia madre al berlotto. Domanda: quomodo ibat ad berlottum etc. - Mia madre toglievami su dal letto e mi portava là non so in che modo. 21

Da “Bucato, canapa, tregenda”. Estratto dal Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana, 2002.


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E’ chiaro che la figlioletta, già immersa nel sonno, non realizzasse in quale modo essa venisse portata sul luogo dello Shabbat ebraico. 1627 lunedì 26 illius Mensis L'illustre signori Landtfogt e magnifico consiglio intiero avendo fatto considerazione sopra la suddetta deposizione e sebene essa Dominica s'è confessata, ad ogni modo consta una testimonianza di Jacoma del Cò, che l’ha vista al berlotto dopo la confessione e che poi anco non ha omninamente fatto la reale deposizione con vacellazione, perciò hanno ordinato, che detta Dominica sia examinata alla tortura e conforme alli ordini e conforme si trovarà se abbi poi a procedere. Die suprascripto in execuzione come sopra condota sotto il patibolo e bonamente examinata an post confessionem specialem rediverit ad berlottum. - No, che non fui al berlotto dopo la confessione. Alzata senza peso e interrogata s'ha conculcato 22 la croce, nega poi interrogata - Sì che ho conculcato la croce, infixa sopra una piota. Domanda: con chi ballava al berlotto? - Io balava con un omo, che pareva bello ma era un demonio.

Il “demonio” invita i suoi adepti a calpestare la croce

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L’ultima risposta non provenne sicuramente dalla bocca della bimba, bensì dalla fantasia malefica dell’inquisitore. Domanda: che cossa faceva più oltra con tal moroso? - Esso usava meco carnalmente per il posteriore nella parte de dreto il cui membro era freddo come un legno. Siamo di nuovo di fronte a un esempio latente di fantasia sessuale da parte degli inquisitori, la cui descrizione accendeva la morbosa curiosità del popolino che con malcelata conturbazione, si sollazzava e sdegnava nell’udire e raccontare i fatti. 22 23

Conculcato: Oltraggiato con calpestamento. Anna Marcaccioli Castiglioni: Streghe e roghi nel Ducato di Milano. Ed. Thélema, Milano 1999.


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- Io andava ogni giobia (giovedì) per settimana al berlotto. Andare di giovedì sera allo Shabbat era un mezzo per sviare l'attenzione di chi "curava" gli ebrei al venerdì sera. - Mia madre mi portava sempre al berlotto e quando ella vi andava ongeva un bachetto con la mano sinistra a nome del diavolo, qual diveniva in un boscio, che era un demonio e la portava al berlotto. Io n'arò doperato circa anni quattro di tall'onto per tall'effetto e sempre andava via con mia madre. - Ne davano anco polvere da gettare sopra li beni per farli secare, della quale n'ho gettato sopra li pascoli e n'ho anco gettato nelli propri in Piano Malvalia, specialmente in un ronco di vigna a Tognogna. che è di mio cognato Giovanni Tinala e faceva dissecare li frutti di quella. - A bestie tanto n'ho gettato solo a doi capre, cioé una a Martino Rigosso che doveva dissecare e fu anno passato di aprille, non so se moresse, l'altra di Martino Poma e fu di marzo inanz'anni. Ungere: Atto rituale. Davide (II Samuele 2, 4) venne unto re. L’Estrema Unzione cattolica testimonia l’importanza e la misticità rituale dell’unzione. Anche la Cresima cattolica avviene tramite “unzione” della fronte del cresimando. Polvere: Spargersi la cenere sopra al capo era atto di sottomissione e di umiliazione. Polveri e unguenti, elementi “normati” dall’inquisizione che pescava nel mare profondo dell’ignoranza popolare e clericale. Le ricette degli “unguenti” medicinali o meno erano tenute segrete e come tali esaltavano la mente del popolino. Domanda: quibus personis nocuerit ? (a quali persone recasti danno?) - N'ho gettato a Domenga figliola di Martino Rigosso che doveva sidrare per un pezo cossì, ma non di morire. - Item a Cattalina moglie di Martino Poma che doveva dissecare cossì e subito s'amalò e ha tiscato un pezo. - Item a Maria figliola di Giovanni Tinala, che doveva sidrare, ma e cossì è occorso sebene s'è rissanata e se ne sente anco bene. - Item a Catalina figliola di Martino Rigosso, gli la gettai di morire in tre giorni e in tali termine morse e fu già tre anni o quattro. - Item a Maria figliola di Martino Poma di morire in termine d'anni due e cossì morse dopo aver tiscato un pezo e quando ne gettava vi era mia madre e ameda brusate. - Son stata due volte in le montagne di Malvalia in parete di Giaca a fare tempeste gettando bachete nell’aqua, per arte diabolica e facendo tempeste e per destruere li beni della gente e venero ad Anzano a fare il magior danno. Già anni quattro fa mi son comunicata. - Sì ma ho tolto fora la comunione di boca e lo diedi a mia madre di portare al berlotto, dove ne facevano di gravi strazi e gli davano su de' piedi e gettava una gociola di sangue e il simile feci io. Il sacrilegio della profanazione dell’ostia venne “inventato” dall’inquisizione per provocare nel popolo una grande indignazione. - L’ultima volta, che io fui al berlotto, fu alle calende di marzo passato fora sopra la buza. - E son anco stata questa giobia prossima passata al berlotto in Pianeza, a monte.


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Seguono testimonianze varie di persone che avrebbero o non avrebbero visto Dominica Poma partecipare al barlotto. - Io son tornata al berlotto dopo che mi sono confessata, per istigazione e tentazione della moglie di Joanni Angelo Guffredo e mi lasciai indure di tornare al berlotto a Pianeza, ben e vero che il demonio m'aveva tentato, ma a lui aveva fatto ressistenza e quando tornai là il diavolo si rallegrò. Domanda: ubi sit pulvis et unetum (dove si trovano la polvere e l’unguento?) - Sono reposti in mano di detta Menga (moglie) Guffredo sotto la piota del fogolare. Levata in alto e interrogata s'ha fatto torto ad alcuno - No. - Quello ho detto e la verità e non mi son fatto torto. “Levata in alto” significa che la giovane venne issata tramite una corda che legava i polsi dietro alla schiena (!). 1627 lunedì il 10 maggio Suddetta Domenica constituita dice che si racorda dell'antecedente confessione Domanda: se vol agiongere o sminuire ? - Che sta in quella e dimanda perdono a Dio e mostra segno di pentimento e dolore. Presenti signor Landtfogt, locotenente, caneparo 24, giurato Pena e servidori Scierer e Gana. Vide sententiam capitaliam folio 29 (condanna a morte). Cibi insipidi: kasher Segue il protocollo del processo avvenuto il 14 giugno 1627 a Dangio nel quale viene notato che l’imputata Fomia, moglie di Bosettollo di Dangio, venne trasportata dalla strega arsa viva Antonia del Ferraro sul luogo del barlotto “...che una notte mi tolse nel letto e mi portò nel prato Sempraiiro di fori della terra di Sallo, qual mi presentò al demonio che era ivi con li corni in testa...”. Inoltre il detto demonio “...mi dava pane, crenga (formaggio) e carne che pareva cotta, ma il tutto era niente, poichè quando venivamo a casa eravamo affamati“ 25. Persecuzione e strage delle streghe In cosa consistette storicamente la figura della strega e quali furono i motivi che indussero le autorità secolari e religiose a punire con la morte centinaia di donne accusate di stregoneria? Il volo notturno e la tregenda diabolica sono solo il frutto dell'oscurantismo religioso e della superstizione popolare o, al contrario, sono il relitto, grottesco e distorto, di antichissime forme di spiritualità? La caccia alle streghe può essere in linea di massima suddivisa in tre fasi. Una prima ondata persecutoria si scatenò all'indomani della promulgazione della bolla pontificia Summis desiderantes affectibus (1484) e della pubblicazione della "bibbia" dei demonologi e dei cacciatori di streghe, il Malleus maleficarum (1486). In questa fase iniziale, durata circa un trentennio, furono principalmente coinvolte la Germania 24

Caneparo: Tesoriere e fiduciario. La carne “kasher”, carne privata dal sangue e non condita, così come il pane azzimo, senza sale, sono cibi che al palato del non-ebreo risultano insipidi. 25


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renana, la Stiria, il Tirolo, le Alpi italiane, Bologna e i Pirenei. Tra le punte massime raggiunte dalla persecuzione, vanno ricordati i processi svoltisi a Como e diocesi (nel solo 1485 furono consegnate al braccio secolare, ossia giustiziate, 41 streghe). Dopo una brevissima pausa, la giustizia ecclesiastica e secolare tornò ad abbattersi con rinnovellata ferocia sulle streghe nella seconda metà del secolo decimosesto. Questa volta la palma della intransigenza antistregonica toccò ai paesi protestanti. Nel solo Vaud, una regione di circa 160 parrocchie, tra gli inizi della Riforma e il 1680 ci furono più di 2000 processi per stregoneria, per la maggior parte (circa il 90% dei casi) conclusisi con la condanna a morte delle imputate. L'apice della caccia fu comunque raggiunto nel periodo che va dagli anni '80 del 1500 al 1650. Le regioni interessate furono la Svizzera, i Paesi Bassi, la Francia, la Scozia, gli Stati tedeschi , in particolare Wurzburg, Bamberg ed Ellwangen. La donna, custode dell’identità ebraica Solo le donne ebree potevano e possono tuttora trasmettere l’identità ebraica a figlie e figli. “E’ ebreo chi nasce da donna ebrea”. Erano le donne che conservavano la scienza popolare e la tradizione religiosa. Ecco una delle spiegazioni per l’infierimento dell’Inquisizione sulle donne, la cui unica “colpa” era di non essere cristiane. Uccidendo una donna ebrea si “eliminavano” generazioni intere. Parlare la “madre lingua” (ted. Muttersprache) traduce chiaramente il ruolo della donna nell’insegnamento e nell’educazione dei figli. Processi civili? “Molto più ricco è il materiale quattrocentesco riferito ai processi per stregoneria che si tengono davanti al tribunale di Leventina, a Faido. I documenti conservati riguardano due gruppi di persone, dei quali il primo fu esaminato tra il 1431 e il 1432, e il secondo, molto più cospicuo, fra il 1457 e il 1459: si tratta di verbali degli interrogatori, di testimonianze, e a volte anche delle decisioni dei giudici 26. Da questi atti è possibile ricavare numerose informazioni sulle concezioni religiose, come anche su aspetti economici, sociali, politici e giudiziari della regione leventinese. In particolare, colpisce il numero elevato di persone processate, o coinvolte, perché ritenute «streghe» o «stregoni»: in soli due anni, fra il 1457 e il 1459, sono quasi una settantina. Le accuse contro di loro si sviluppano da avvenimenti ritenuti particolarmente gravi, che i vallerani non riescono a spiegare se non come effetto dell'influenza diabolica richiamata da alcune persone che conoscono le arti magiche: morti misteriose, malattie improvvise di uomini e animali, difficoltà nei lavori agricoli e nelle attività quotidiane. In simili casi si può intuire come il sospetto si possa concentrare immediatamente su persone che vivono isolate, su donne sole, vedove o di età avanzata, e come possa diffondersi rapidamente, dando origine anche a profonde convinzioni collettive sulla malvagità di questi individui. Ciò che qui preme evidenziare è però in primo luogo la sostanziale estraneità delle strutture parrocchiali allo sforzo di estirpazione di simili credenze, le quali contengono indiscutibilmente elementi contrari alla dottrina dell'ortodossia cattolica. Sono indicative in questo senso le parole che alcuni imputati affermano di pronunciare per richiamare la presenza di Lucifero, e che quasi nessuno di loro osa ripetere davanti al tribunale. Documenti leventinesi, ASTXIX (1978), p. 255;MDTLev.,p. 1873 (1457.IX.15). 26

Sui processi leventinesi per stregoneria v. ibid., pp. 344 ss; SCHATZMANN, Hexenprozesse.


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Ma chi poteva credere a fatti simili? I processi leventinesi dei XV secolo si tengono davanti a tribunali civili: solo una volta nei 1432 è presente in giudizio a Faido un inquisitore, il domenicano Giovanni di Abbiategrasso, il quale ha individuato le colpe dell'imputata Agnese Argionelli di Altanca, prima di affidarla al braccio secolare. Mi sembra ridicolo sostenere che i processi partissero “solo” da accuse popolari. Dietro di esse è facile individuare la pressione esercitata dai religiosi e dalla religione che usava cappio, scure e fuoco per indurre all’accusa. E’ questa la procedura seguita nel periodo in cui il tribunale è composto da funzionari insediati in Leventina dall'autorità milanese, mentre negli anni '50 (1450) i processi vengono condotti da tribunali urani, e non viene menzionato il nome di alcun inquisitore. II ruolo del clero secolare nel procedimento è piuttosto marginale. Gli imputati vengono accusati di stregoneria in base alla publica vox et fama secondo cui essi sarebbero stregoni, e l'eventuale conferma di un sacerdote rappresenta una fra le tante raccolte tra la popolazione. I “criteri” giudiziari Papa Alessandro IV dichiarava nel 1260 che la stregoneria andava combattuta col ferro e il fuoco, fissando alcuni folcloristici punti per la costruzione dell’accusa: 1) Gli stregoni rinnegano Dio 2) Adorano il Diavolo 3) Gli consacrano i loro figli 4) Gli sacrificano, nel sangue, i loro figli 5) Consacrano i loro figli a Satana quando sono nel ventre materno 6) Si pongono al servizio di Satana 7) Giurano nel nome del Demonio 8) Commettono incesti 9) Uccidono e fanno bollire le loro vittime per mangiarle 10) Mangiano gli impiccati 11) Fanno morire il bestiame e bruciare i raccolti 12) Hanno rapporti carnali con il Diavolo

Il 9 dicembre 1484 il papa Innocenzo VIII promulga la bolla Summis desiderantes affectibus, diretta ad alcuni ecclesiastici tedeschi che avevano richiesto l'intervento papale, per frenare l'ondata stregonesca nella Germania del Nord. Per rendere più efficace la lotta, Innocenzo VIII delegava due domenicani di nome Heinrich Institor (o Kraemer) e Jakob Sprenger, a riorganizzare l'Inquisizione in Germania. Gli stessi Institor e Sprenger dettero alle stampe nel 1486 un compendio delle loro esperienze, intitolandolo Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe). Il Malleus rappresentò fino alla fine della caccia alle streghe il manuale inquisitoriale per antonomasia, dove ogni inquisitore poteva trovare tutto l'occorrente per iniziare, svolgere e concludere il processo. La tresenda 27, il vino e il barlotto Più grave è il fatto che, fra coloro che vengono chiamati in causa come partecipanti alle congreghe di streghe e stregoni, figuri anche un sacerdote. II prete Stefano di Pollegio viene indicato nel 1459 come seguace del diavolo insieme alla sorella Vivenza. L'accusa contro il sacerdote, formulata da Benvenuta moglie di Antonio Lazzari di Altirolo durante il processo istruito contro di lei, riferisce che 27

Tresenda: Strada o viottolo libero a tutti e che conduceva fuori dall’abitato. Vedi il cap. Tregenda.


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egli sarebbe stato a capo di una congrega composta anche dalla sorella del prete stesso e da numerose altre persone. Secondo le parole pronunciate da Benvenuta, il gruppo si sarebbe riunito fuori dell'abitato di Pollegio, dove sarebbe avvenuto l'incontro con il diavolo, che in seguito avrebbe guidato il gruppo su una strada verso un luogo appartato. Immediatamente dietro il demonio si sarebbe posto alla testa dei partecipanti alla riunione il sacerdote, distribuendo vino a tutti tranne che all'accusatrice”. Tutto il testo in corsivo e rientrato è tratto da “Il governo delle anime”, 1998 28. Eretici, riformati ? Il caso del Prevosto Domenico Quattrino, capo del clero vallerano della Mesolcina e della Calanca, lascia perplesso chi cerca di capire quale fu la colpa che indusse il Cardinale Carlo Borromeo ad accusarlo, nel 1583, di essere “capo degli stregoni”. Lo si accusa “di furti et di altri enormi delitti”, ma non esiste un elenco vero e proprio degli “altri enormi delitti”. “Infatti essere capo degli stregoni significava partecipare attivamente, anzi dirigere, quei ‘giochi del berlotto’ che pur tra tanta leggenda restano un fatto indiscusso di balli osceni, di orgiastici eccessi, con reali o simulati atti di sottomissione e di vera adorazione del demonio, con sicure trame di delitti perpetrati poi sotto la protezione del timore incusso in qualità di fattucchiere e ministro del diavolo. Non fosse altro che per la brutale oscenità di tali congreghe e per la grave apostasia che la loro partecipazione certamente traeva seco, il Quattrino, facendosene iniziatore, non era più degno di portare l’abito che portava” . Ridotto allo stato di semplice laico, l’infelice veniva dunque abbandonato dal Cardinale al tribunale secolare. Certo che nel XVI secolo comparire davanti ai giudici laici dopo esser stato ritenuto colpevole di stregoneria dall’inquisitore ecclesiastico (in questo caso tale Borsatto) significava salire il rogo come eretico. Riformato o ebreo ? Anche se si vuol accusare il Quattrino di essere “inconvertibile partitante della riforma”, cioé del protestantesimo luterano insediatosi nei cantoni svizzeri nel 1529 risulta che la definizione di “eretico” era strettamente legata alla “diversità” religiosa che fino nel 1600 venne anche espressa con Basilenses e Bernenses, 29 mentre l’accusa di “stregoneria” fu sempre parte integrale della persecuzione di un ebreo. Nel rapporto dell’inquisitore Borsatto al Papa di quei tempi, non esiste traccia di accusa di eresia per Domenico Quattrino. Il „nuovo calendario“ La differenza tra il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare nell’anno 46 a.C. e l’anno solare comportava, nel XVI secolo, ben 10 giorni. Papa Gregorio XIII impose che alla data del 4 ottobre 1582 seguisse il 15 ottobre 1582. Da quell’anno il calendario divenne “gregoriano”. Questa novità venne a lungo contrastata. I Cantoni cattolici della vecchia Confederazione accolsero il nuovo calendario il 10 novembre 1583. Nel Grigioni il nuovo calendario venne introdotto solo nel 1784. Ai tempi delle visite pastorali del Card. Carlo Borromeo nella Mesolcina, l’osservazione del “nuovo” calendario era un reato. Lo dimostrano gli atti del processo contro Giovanni Battista de Sacco del 16 28

Ostinelli Paolo: Il governo delle anime. Armando Dadò Editore, Locarno, 1998. Basilense e Bernenses, sinonimi di Eretici, data la provenienza della Riforma luterana dai Cantoni omonimi. Da: D’Alessandri Paolo: Atti di S. Carlo, 1909, pag. 281. 29


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febbraio 1584, nei quali lo si accusa di “...essere stato uno dei fautori dell’introduzione del nuovo calendario...”. Al 17 febbraio 1584 i giudici della Val Calanca decretavano, tra l’altro, che „Il nuovo calendario dev’essere immediatamente abolito“ 30. Stregonerie e micologia 31 Clavices purpurea, (ted. Mutterkorn, ital. segale della madre o segale cornuta; franc. Seigle ivre, segale ubriaca) il fungo che infesta particolarmente le spighe della segale e che prospera negli anni piovosi. Chi mangiava pane o alimenti contenenti quel fungo veniva assalito da malesseri violenti, crampi e allucinazioni. Veniva usato per indurre nella muscolatura della donna gravida le contrazioni che accellerano il parto. Amanita muscaria, il fungo dal bel cappello rosso e ornato da puntini bianchi. L’ingestione di questo fungo provoca allucinazioni e dolori atroci, a causa dei due veleni principali contenuti nella sua polpa: muscarina e amanitina. Il fungo conobbe e conosce tutt’ora fama di allucinogeno e può condurre alla morte. Coprinus atramentarius, il fungo dell’astemio. L’ingestione di questo fungo non provoca nessun problema a chi non beve alcol nelle 12 ore prima e dopo il pasto. Altrimenti provoca un effetto “antabus”. La circolazione sanguigna, la pressione e il ritmo cardiaco, subiscono alterazioni drammatiche. L’effetto si riproduce ogni qualvolta, nel lasso di tempo di ca. 12 ore dopo il pasto, verranno ingerite bevande alcoliche. Chissà quante persone si ritennero “stregate” dopo aver mangiato i funghi descritti qui sopra ! Una leggenda illuminante Giuseppe Zoppi 32 descrive nella “Leggenda della nuvola”, senza citare né date né documenti, come la Valle Verzasca ...si era convertita tutta al Cristianesimo. [...] Soltanto a Brione, piccola terra situata circa a metà valle, proprio dove si apre una valletta laterale detta Osola, una tribù di Pagani, nove o dieci famiglie in tutto, resisteva ostinatamente alla nuova fede...” [...] . Rabbino o caprone ? II più vecchio dei Pagani, quello che sembrava in tutto il loro capo e, in queste sacrileghe beffe, fungeva da sacerdote, si moveva maestoso verso un muricciuolo che era poi il loro altare, vestito da capo a piedi della pelle di un orso, con adattate al mento la nera barba e, al capo, le grandi corna di un becco (caprone). Formaggio e sangue ? Con una mano reggeva una ciotola di legno quasi piena di fosco sangue, e, con l'altra, un'assicella di abete, su cui erano disposte, l'una sull'altra, molte sottilissime fette di formaggio: le ostie della loro comunione. Giunto all'altare, vi deponeva il tutto assai gravemente, e intonava un suo canto barbarico, che voleva imitare, in qualche modo, il latino della Chiesa. Gli altri lo accompagnavano con voci discordanti, le une stridule come seghe, le altre cavernose come l'eco del tuono tra le gole dei monti. L'orrenda cerimonia proseguiva in mezzo a questo coro sgangherato: il finto sacerdote gesticolava a lungo su quel sangue e su quel formaggio; ogni tanto due o 30

Tutti i testi in corsivo di questa pagina sono tratti da: Rinaldo Boldini / Cesare Santi: Quarto centenario della visita di San Carlo Borromeo nel Moesano, 1583/1983. Pagine 18, 43, 44 Responsabile: Luca a Marca, Gentilino, 1983. 31 Autore: Gianni Mazzucchelli: Esperto federale di micologia. 32 “Il meraviglioso”, leggende, fiabe e favole ticinesi. I vol. – Ed. Dadò, Locarno.


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tre dei suoi fidi, molto bravi nell'imitare il verso delle bestie, emettevano insieme, fra il sollazzo dell'intera tribù, l'abbaio dei cane, lo strido della civetta, l'ululo del lupo, il miagolio del gatto, il belo disperato delle pecore smarrite in mezzo alla tormenta. 33 Lo Shabbat, pane azzimo34 e vino Rileggendo il testo riportato qui sopra, ci troviamo di nuovo di fronte a una testimonianza maltrattata e che induce l’amante della storia e dei riti a piangere amaramente. Le “sottilissime fette di formaggio” sono le fette di pane azzimo (non lievitato) che per gli ebrei sono d’obbligo alla festa di Capodanno (Rosh hashana) e la “ciotola piena di fosco sangue” era colma di vino, elemento importantissimo per la celebrazione dello Shabbat. Il suono stridente dello Shofar Nella funzione di capodanno gli ebrei usavano e usano un corno di montone che produce suoni stridenti, quasi agghiaccianti. Il corno, detto Shofar (sciofàr) ha una tradizione antichissima. Anche qui, il presunto testimone si accanisce a raccontare il falso e camuffa così usi e costumi, sprofondando nella banalità di un racconto untuoso e poco credibile. Insomma, i pagani erano Ebrei Se la favola della nuvola raccontata da Zoppi descrive la conversione della valle Verzasca al cristianesimo e deplora la presenza di pagani nella valle Osola, ciò significa che in quel luogo c’era una presenza religiosa pre-cristiana. Le considerazioni sviluppate in questo testo portano decisamente a individuare riti ebraici oggi ancora costatabili.

C'era chi asseriva di aver ritratto il diavolo dal vero ! 35 33

“Il meraviglioso”, leggende, fiabe e favole ticinesi. I vol. – Ed. Dadò, Locarno. Azzimo: Pane azzimo, dal greco azymos, senza lievito, non fermentato. 35 Francesco Maria Guazzo, 1626: I genitori presentano i figli ai demoni. 34


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Etimologia di barlotto, tregenda, akelarre In questa ricerca mi impegno a risolvere l’etimologia di una voce che divenne a torto sinonimo di chiasso, fragore, confusione, addirittura di culto demoniaco (!) e di postribolo. Il Barlotto Testo di Don Federico Ganna (da “Ul Bregnon”, 3 febbraio 1900, No. 13): “Il Barlotto era il luogo ove le streghe e gli stregoni in forma di uomini, donne, volpi, gatti, ecc. Convenissero di notte assieme a diavoli e folletti a riddare, a darsi lezione di cabala, a cantar la cabaletta. Ogni paese aveva il suo Barlotto, se ne sa ancora il sito. Si dice tuttora in via imperativa: Va un po’ al Barlotto. L’archivio del nostro tribunale (quale? N.d.r.) conserva i libri malefiorum, di quelli cioè che eran abbonati al barlotto e consumavano malefici a danno del prossimo”. Chi più ne ha più ne metta ! Leggendo il testo riportato qui sopra mi sento soffocare, pensando all’ignoranza che “inventò” simili dicerie e, peggio ancora, constatando che il tutto vive ancora nelle menti moderne. Ma chi poteva credere che il “barlotto” avvenisse in presenza del demonio e che polveri e unguenti potessero provocare danni simili? Barlotto,Sabba Il Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana 36 concede molto spazio alle voci barlot, berlot, barlotà, barlutada, ecc., in qualità di sinonimi di schiamazzare, vociare, far baccano. In più si indica con “barlott” quel tipo di ballo eseguito dalle “streghe”, detto anche “sabba”. La presenza del diavolo e di eccessi carnali e religiosi al ballo del Barlotto è più o meno interpretazione popolare ed ecclesiastica che voleva così definire il ritrovo degli ebrei alla sera dello Shabbat. Sabba, Barlotto: luoghi di incontro con Bartöl Il diavolo ossolano "bartöl" prende il suo nome da Bertoldo e Bartolo. Il bruttissimo ma astuto giullare alla corte di Re Alboino, il Re dei Longobardi che si era insignorito quasi di tutta Italia, tenendo il seggio regale a Verona. Si racconta che un bel giorno capitò nella sua corte un villano, chiamato per nome Bertoldo, "...il qual era uomo difforme e di bruttissimo aspetto; ma dove mancava la formosità della persona, suppliva la vivacità dell'ingegno: onde era molto arguto e pronto nelle risposte, e oltre l'acutezza dell'ingegno, anco era astuto, malizioso e tristo di natura. E la statura sua era tale, come qui si descrive. Aspetto diavolesco di Bertoldo "Prima, era costui picciolo di persona, il suo capo era grosso e tondo come un pallone, la fronte crespa e rugosa, gli occhi rossi come di fuoco, le ciglia lunghe e aspre come setole di porco, l'orecchie asinine, la bocca grande e alquanto storta, con il labro di sotto pendente a guisa di cavallo, la barba folta sotto il mento e cadente come quella del becco, il naso adunco e righignato all'insù, con le nari larghissime; i denti in fuori come il cinghiale, con tre overo quattro gosci sotto la gola, i quali, mentre che esso parlava, parevano tanti pignattoni che bollessero; aveva le gambe caprine, a guisa di satiro, i piedi lunghi e larghi e tutto il corpo peloso; le sue calze

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Bucato, canapa, tregenda: Estratto dal Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana, 2002.


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erano di grosso bigio, e tutte rappezzate sulle ginocchia, le scarpe alte e ornate di grossi tacconi. Insomma costui era tutto il roverso di Narciso". Scorribanda linguistica La seguente esposizione sembrerà difficile e noiosa, ma rappresenta per me un documento importantissimo all’analisi della voce in questione. Lexique des Littératures dialectales du Hainaut 37 birlonjer, bar- ,ber-, bêrlonjî, birlanjer, birlocheu, berlondjî : " (se) balancer " D - Rouchi birlonger (s') v.pr. " se balancer sur une balançoire " (Héc) - Mo 1 birlonger " jouer à l'escarpolette, se balancer " (Delm) - Mo 1 barlonger, berlonger v.tr. et i. " balancer ; tituber " (AMoCa) - Flob. bêrlonjî " marcher en zig-zag, en se balançant, en se déhanchant " (DeRi) - Stamb. birlanger, A birlocheu v.t. et i. " balancer, brimbaler ; se dandiner " : Deneubourg, L'éterr'mét du Roux Tiquté (CHAA) - Bin berlondjî (s') " balancer (se) légèrement " (Lej) - La L. bèrlondjî " balancer " (FEW 5, 411). T - Pât. : «El curé el ze suit, in courant eyé in tnant s' grosse panche qui birlochot » (RAVpg ; Cord 20). E 1 - FEW 1, 363 : < lat. bilanx " balance " ; étym. apparemment abandonnée par le FEW, sans doute en raison de la domination des formes en -on- . Les formes L birlance et Stamb. birlanger sont isolées. Jupille (L) a aussi bérloncer " balancer, osciller ", qu'on n'est pas tenu de considérer comme un " dér. de birlance balance " (DL). Ce dernier mot pourait être un gallicisme. - 2) < préf. birl-, barl-, berl- + lat. longus " long " (FEW 5, 411). Le mot se rattacherait à la famille des mfr. et nfr. berlong, barlong berlong, barlong " qui n'est pas également long partout (habit, cheveux, etc.) " : 1. Cf. pic. berlong " mal équilibré " (boulonnais, St-Pol) E 2 - < mfr. barlonguer v.t. " rendre plus long que large ", v.i. " être au devenir plus long que large ". L'idée de " déséquilibre " conduirait à celle de " balancement ", renforcé par le préf. FEW 1, 363 : wallon birlance. R - La valeur du préf. bèrl- , barl- pour signifier un " balancement, mouvement de vaet-vient " est générale : v. aussi A bèrloqueu " pendiller, marcher en chancelant, balloter, branler, être mal fixé " v.i. (CHAA) ; Irch. bèrloqueu " osciller, pendiller " v.i. (Vind) ; Bin berlokî " vaciller " (Lej) ; Flob. barloquî, bërloquî v. t. " balloter, secouer, hocher ; rouler d'un côté à l'autre, balancer, pendiller " (DeRi) ; L barloker v.i. " pendiller ". Pour suggérer le " va-et-vient " et la notion d'"écart " qu'il comporte, la langue a pu privilégier une opposition phonétique de plus large amplitude articulatoire : a, è ~ õ plutôt que ã. Même écart a ~ o dans les termes signifiant " pendiller, osciller ".

Ballotter, oscillare Appare così logico che il barlotto venisse definito tale da chi sapeva o aveva visto o inteso, che gli ebrei ballavano. E’ noto che la danza è parte integrante dei riti ebraici. Quegli ebrei e quelle ebree che in fin dei conti erano “gente di montagna” ballavano goffamente e compiendo “movimenti oscillanti”, da bilancia. Birl, la trottola che prilla Da “I dialetti italiani” del Dizionario etimologico (UTET): Pirla, birla ( lombardo) membro virile , al figur. Persona sciocca, sprovveduta ( anche come epiteto ingiurioso). Voce connessa al dialettale pirla, pirlo, birlo (lombardo, piemontese

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Ce lexique a été élaboré sur la base des mémoires de licence en Langues et Littératures romanes présentés sous la direction de Daniel Droixhe à l'Université Libre de Bruxelles.


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orientale, ligure settentrionale, trentino, emiliano) pirli ( friulano) prillo ( lucchese) trottola di origine espressiva (pirl/birl) con successivo accostamento a pirum ( pera)... Nel vocabolario Zingarelli, 1920: “prillare” indica il “girare come una trottola”. Pirl, birl, brillare Meyer-Lübke [1935] 38 traduce il termine romanico Pirl con wirbeln, girare su sé stesso o su un perno. Birl, im Kreise drehen, girare in tondo. Prillo, termine lucchese per trottola (ted. Kreisel). Anche l’alto italiano “brillare” indica la separazione del riso dalla ‘pula’ tramite un meccanismo rotante (Ted. Reis mit einen rotierenden Maschine enthülsen). Il detto: “Gli brillan le mani” viene tradotto in tedesco “...die Hände zittern (tremano)”. Inoltre “birlar” è sinonimo di “tirare ai birilli” (ted. Kegelschieben), mentre “brillo” indica chi ha bevuto troppo vino e gira su sé stesso invece di camminare diritto. Barlotto, barilotto Ai tempi nei quali il cardinale Federico Borromeo imperversava nelle valli dell’alto Ticino, “...ne trovò una folla (di streghe) a Claro, così sfacciata, che di pieno giorno andavano in tregenda o in barilotto...”. Dal Vocabolario degli Accademici della Crusca 39 Esito della ricerca nel lemmario. Il lemma compare un' unica volta nel Vocabolario. Barletto: bariletto. dim. di barile, lo stesso, che bariletta. Acciocchè ben si sgoccioli il barletto. Modo di favellare che significa dire tutto ciò ch' huom sa di che che si sia. Dicesi anche barlótto. “E pien di strana cervogia un barlotto”. Da Buskeller (Buschkeller) a Barilotto ? "Barlot, Barlotto, Barlozo, Barilotto, Berloto: è una riunione di streghe, il corrispettivo popolare del Sabba della demonologia ufficiale. Il Sabba era inoltre chiamato Sinagoga, 40 Vauderie, Strioz (o Striozzo), Gioco (Ludus). [...] "L'oscuro termine Buskeller è verosimilmente una allusione derisoría alla macabra cerimonia iniziatica basata sull'ingestione di polveri o liquami di carni di bambini uccisi contenuti in un fiasco o in un otre. [...] Sul versante italiano, l'otre sarebbe diventato un barile, e quelli della "cantina piena" sarebbero diventati "quelli del barlotto" o barilotto. Cfr. Ginzburg Carlo p. 53. Barilot, Barlot, Ballo, o Congresso di streghe. Nel dialetto celtico de montanari di Scozia, detto Caledonio ed anche Erso e Gaelico: Bandruidh = strega. Cfr. Monti Pietro, voce Barilot". 41 L'oscuro termine Buskeller... (?) L'affermazione enigmatica contenuta nell'opera di Anna Marcaccioli si lascia spiegare indagando lo sviluppo linguistico del termine "Buskeller" che in verità dovrebbe essere "Buschkeller", la cantina contraddistinta da un "Busch", da un manipolo di paglia o da una frasca. Il termine tedesco "Busch" indica un cespuglio, ma anche un ciuffo (Haarbusch = ciocca di capelli e Federbusch = pennacchio).

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Meyer-Lübke W. [1935]: Romanisches Etymologisches Wörterbuch. Heidelberg, 1935. Vocabolario degli Accademici della Crusca, istituzione fondata a Firenze nel 1583 da C. Dati, A. F. Grazzini, L. Salviati e altri letterati, con lo scopo di difendere il primato linguistico del fiorentino e di promuovere il conseguente purismo della lingua italiana. 40 ...fée sinagoga ! è l'esclamazione usata nella Valle di Blenio dagli anziani per indicare un raduno chiassoso o tumultuoso, ma anche per una riunione vivace. 41 Anna Marcaccioli Castiglioni: Streghe e roghi nel Ducato di Milano - Ed. Thélema, Milano, 1999. 39


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Buschkeller, la cantina provvista di frasca 42 La "Frasca" è oggi ancora la denominazione legale per l'edificio e per il tipo di commercio che permette, per un numero limitato di giorni, di vendere prodotti della propria azienda agricola, in Italia. Lo stesso vale per la Besenwirtschaft (ristorante contrassegnato con una scopa) e per la Buschwirtschaft (ristorante contrassegnato con un ciuffo di fieno) nella Svizzera tedesca e nella Germania. Frasca e mannello di paglia, ben esposti sulla porta d'entrata della locanda, indicavano l'autorizzazione alla vendita di prodotti propri e nella maggior parte dei casi, di vino. Nel GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana) sotto la voce 'frasca', è riportato un brano di Loredano Giovanni Francesco, 1638: "Costoro sono simili a quelli ostieri che nelle loro taverne rinnovano le frasche senza tramutare il vino mussato". Il barilotto nel Buschkeller La cantina adibita a locanda o a taverna è anche simbolo di vizio e di riti dionisiachi o baccanali, non essendo certamente luogo di preghiera. Collegare il vino e le bevande esilaranti con "cerimonie iniziatiche" è facile e chissà quante "verità" uscirono dalla bocca dei clienti di quelle taverne. Il detto "In vino veritas" non segue la strada rettilinea della morale, ma indica che l'individuo in preda all'ubriachezza rivela la sua vera natura o almeno ciò che solitamente tace. Tresenda o tregenda, sentiero accompagnato da siepi o muriccioli In Valtellina l’appellativo tresénda serve a indicare "passaggio", "viottolo", "transito". Il suffisso di gerundivo -enda ha impresso al nome una sfumatura di "necessità", portandolo a significare, nel suo significato più estensivo, "passaggio obbligato" («Quaderni di Semantica», M. Alinei, 11(1990), pp. 159 ss.). Ricorderemo qui altri sviluppi semantici che si sono dipanati da quel primo di "transito obbligato". Nella Valfurva continua a sopravvivere l'appellativo comune tregénda, riservato a designare il «passaggio dalle stalle ai pascoli comunali, contornati da siepi per evitare che gli animali entrino a danneggiare i prati». Ugualmente a Livigno tregénda vale «transito verso i pascoli, accompagnato ai due lati da siepi e muriccioli». Dal tardo latino tra(n)s-ienda, per il classico trans-eunda "passaggio" (REW 8855; Salvioni, R 36,250; 39,471; Prati,VEI 1005; AGI 18,263; DEI 5,3880; Serra, DR 5,462). Dalla stessa base latina transienda, nel senso derivato di «luogo di passaggio, luogo di incontro. Tresenda, carrale, corsia, strada francisca Hans Bossard 43 cita a pagina 333 del suo vocabolario i termini usati per indicare la via, il viottolo e il sentiero: carrale, carraricia, clazallum, groarea, rua, ruga, tresenda, trazium, sappellum (strada francisca 44, strata mastra); rizzolum, ma anche Tresenda, corsia 45 42

Gianni Mazzucchelli [2004]: Quaderni di semantica 2/2004: Sinonimie giuridiche nell'antica terminologia agraria e legale: dal ramo di cinorrodo allo spaventapasseri. Ed. Mario Alinei. Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, CLUEB. 43 Bossard, Hans : Saggio di un glossario dell’antico lombardo, compilato su statuti e su carte medievali della Lombardia e della Svizzera Italiana. Ed. Arnaldo Forni. 44 Francisca : da strada franca, strada libera e aperta a tutti. 45 Tresenda = corsia, "...forse collegato a Transenna (dial. Trèse) che separava il pecorile dalla mandra". Da Antonio Tiraboschi: Voc. dei dialetti bergamaschi antichi e moderni. Ed. Arnaldo Forni, 1873.


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Crosa, stradina a fondo concavo, la tresenda francese Crosa: La crêuza (o creusa, crœza; pronuncia: ['krø:za]) è un termine della lingua ligure spesso italianizzato in crosa. Viene fatto derivare, come l'aggettivo francese creux/creuse, dal latino crŏsus, a sua volta di origine celtica, e definisce la tipica mulattiera o viottolo pubblico che fende verticalmente le colline del Genovesato e di tutta la Liguria. Creusot : Surtout porté dans les Vosges et en Haute-Saône, c'est un toponyme désignant un creux, une cavité. Variante : Creuzot. Creuza: dicesi quella strada fuori di città, che traversando dalla strada principale mena per le ville 46. Chiaro sinonimo di “tregenda” o “tresenda”. Più precisamente, la creuza è una strada suburbana che spesso cammina tra due muri (solitamente a secco), che delimitano i confini delle proprietà. Tresenda, il sentiero pubblico Mi sembra di vederli, gli ebrei che salivano a uno dei pascoli o boschetti situati fuori paese, percorrendo il viottolo prescritto per il traffico delle bestie, recintato o almeno provvisto di siepi o di muretti che impedivano alle capre e alle pecore di invadere i terreni adiacenti. A sinistra: Sentiero o mulattiera di Roseto (Val Bavona) delimitato da sassi raccolti nei prati adiacenti 47. Tregenda, sinonimo di barlott La “processione” di coloro che al venerdì sera si avviavano verso l’alpe o verso il bosco all’infuori del paese, si snodava sul sentiero detto “tresenda” o “tregenda”. La popolazione cristiana del luogo fece di “tregenda” il sinonimo di “barlott”. Testimonianza importante Il fatto riportato dal Vocabolario dei dialetti della Svizzera Italiana che a un barlotto del 1554 “...si mangia carne, ma non ha gusto alcuno...” e del 1629 in Mesolcina: “...Streghe e stregoni, insieme con gli spiriti maligni partecipano poi a un tripudio orgiastico in cui si susseguono accoppiamenti osceni, un banchetto di cibi insipidi e di bevande immonde, talora anche di carne umana e soprattutto di balli grotteschi...” denota la fantasia depravata di chi, attraverso un’ignoranza e una malafede incredibili, creava odio, non rispettando né la fede ebraica, né tantomeno quella cristiana. Dal testo risulta però la credibilità del testimone che visitò sicuramente una riunione ebraica. I cibi “insipidi” ricordano che la carne “kasher” è priva di sangue 48 e probabilmente di sapore “diverso” da quello conosciuto dal non-ebreo, anche perché non venivano usate spezie particolari. Anche il “pane azzimo” di Pessach (Pasqua) non veniva lievitato e risultava così “insipido”. 46

Giovanni Casaccia: Vocabolario Genovese-Italiano. Creuza viene pronunciato: Crösa. Il nostro Paese, No. 97, Dicembre 1973, pagina 211. 48 Estratto da un testo italiano sulla cucina ebraica: “Se non altro per lasciare cuocere e ammorbidire le pietanze di una carne estenuata dai trattamenti imposti per eliminare ogni traccia di sangue dai tessuti (salature e risciacqui che rendono tutto piuttosto stopposo)”. 47


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Tregenda, notte di Valpurga? Non mi si venga a raccontare che la cosiddetta “notte di Valpurga” sia sinonimo di “barlotto”! Valpurga, la religiosa anglosassone del VIII sec. d.C., chiamata in Germania da San Bonifacio per collaborare all'opera di evangelizzazione di quel Paese, divenne badessa del monastero di Heidenheim, dove rimase fino alla morte. Le sue ossa vennero poi trasportate dal monastero a Eichstätt il 1º maggio 870. Ecco perché la sua festa viene celebrata nella notte dal 30 aprile al 1º maggio. Collegamento sopravissuto sopratutto nelle regioni nordiche. Alcune leggende della Germania raccontano che in questa data le streghe si scatenerebbero, riunendosi per celebrare il Sabba sulle montagne del Brocken ed i rituali praticati in quella notte avrebbero quindi funzione protettiva contro le forze del male. Altri raccontano le stesse favole riferendosi alla notte del 25 marzo. Barlotto, storia strangolata Nell’intento di scoprire finalmente ciò che avveniva al raduno al di fuori del paese, si descriveva il Barlotto creando confusioni incredibili. Più facile e più semplice sarebbe vedere gli abitanti di religione ebraica adunarsi per assolvere le preghiere, i canti e le danze tipiche dell’entrata dello Shabbat (Sabato), dell’inizio del mese (Rosh Chodesh) o addirittura dell’inizio dell’anno (Rosh Hashanah). Descrizioni che gioverebbero alla “memoria” delle nostre genti, dei nostri avi e alla storia vera. La chiesa cattolica, ai tempi dell’Inquisizione e anche dopo, offuscò il tragitto storico, insistendo su descrizioni macabre e inventando diavolerie mai avvenute, ma capaci di “sedurre”, terrorizzare e soggiogare. Fatti incredibili Estratto dalla relazione di Padre Gagliardi al vescovo milanese Carlo Borromeo del 1533: “...Il Proposito capo della chiesa (S. Vittore a Roveredo) ora capo delle streghe che vi sono qui molte et in più luoghi ogni settimana con gran gente havevano, con quelle solite abominationi del loro ballo, comercio col diavolo con uccisione d’animali, d’huomini, et massime fanciulli per mezzo di certa polve fatta di rospi, et ossa di morti ed altri orrendi peccati...” 49. Nello stesso libro leggo che “...Sono fatti incontrovertibili i così detti giuochi del barlotto, ossia convegni notturni di collegati segreti per commettere ogni sorta di nefandità e sacrilegi, e per nuocere altrui con segni e mezzi per sè i più futili e ridicoli (polveri, ossa, ecc.)” 50. Aberrazioni moderne Il cosiddetto Black-Sabbath germanico non ha niente a che fare con avvenimenti storici e rispecchia un insano amore per il macabro. ... e non tanto antiche Tempi medioevali, tempi macabri che si protraggono fino ai nostri giorni. Ne è testimonianza la divisione dei tesori ecclesiastici tra il semicantone di Basilea e di Basilea Campagna (1832 – 1835) che elenca gli oggetti di culto da spartire. Tra le mostranze in oro e argento figurano anche dozzine di reliquie di santi sottoforma di frammenti ossei. I “pezzi” più rari sono: un ostensorio contenente “..latte della Madonna” un altro con “...una ciocca di capelli della Madonna”, un pezzetto di stoffa 49 50

D’Alessandri Paolo : Atti di San Carlo, pag. 335 – Tipografia artistica, Locarno, 1909. D’Alessandri Paolo : Atti di San Carlo, pag. 352 – Tipografia artistica, Locarno, 1909.


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appartenente al vestito di Cristo e il piedino di un bimbo ucciso durante la persecuzione di Erode a Betlemme 51. Anche Guido Pedrojetta ci racconta il fatto/leggenda del sacerdote che in punto di morte venne guarito dal latte uscito dal seno della Madonna apparsagli 52. San Carlo, gli eretici e gli ebrei 53 Chi ritiene che le visite pastorali nelle alte valli ticinesi del Cardinale Carlo Borromeo e di suo cugino Federico ebbero lo scopo di combattere “unicamente” il protestantesimo, dilagato da oltralpe nel Canton Ticino e nei Grigioni a partire dal 1529, si sbaglia. Tra le tante persone, uomini e donne, condannate a penitenze, al carcere e al rogo c’erano anche le cosiddette “streghe” e “stregoni”. Donne ebree, le prime e rabbini, i secondi. Si suole lodare la magnanimità del Borromeo che non giudicò, né tantomeno inflisse torture e condanne a persone religiose ritenute malefiche 54. I fatti erano però ben altri. I “prevosti” e i “preti” venivano degradati e consegnati al cosiddetto “braccio secolare”, cioé alla giustizia laica e non ecclesiastica. Ma è chiaro che la giustizia laica o secolare attingeva alla fonte ecclesiastica per tutto ciò che aveva a che fare con la “stregoneria” dichiarata nei suoi punti dai regolamenti dell’inquisizione. Ecco un esempio nel quale l’inquisitore di Como, Fra Gasparo di Sacco chiede, nella lettera datata 11 settembre 1576 da Faido a Carlo Borromeo, il “permesso” di sentenziare: “...consiglieri et anche parlamento della Valle hanno concluso et deliberatamente terminato che si faccia inquisitione contra le streghe, il che ho promesso di fare servando li ordini della ragione secondo il tenor delle Canoniche legi; se accontentano questi homini che in tal modo si proceda: ma desiderano grandemente che a me sia concesso facoltà et autorità da V. S. Ill.ma (Vostra Signoria illustrissima) di puotere dare le sententie deffinitive...”. La lettera continua: “Alcuni di questi homini grosolani se pensaveno ch’io dovessi conoscere le streghe per indivinatione guardandoli nel viso overo facendoli restar in Chiesa et procedere precipitoso pazamente come ha fatto quello maestro valese nelle Rivere et Valle di Brenno, il qual ingiusto et impiemente procedendo con indivinatione non observando altro ordine di giustizia ha tormentato et fatto brugiare molte persone per streghe...”. Ciò significa che prima della delega al frate inquisitore, i verdetti dovevano essere provvisti di approvazione ecclesistica. Voglia di condanne ! Anche il Focht (Landvogt Nicolao Meyer) e gli uomini di Leventina, con lettera del 10 settembre 1576, richiesero al Cardinale Borromeo di accorciare i tempi necessari all’esecuzione delle sentenze, investendo Fra Gasparo di Como dell’autorità necessaria: 51

Wilhelm Schulz-Stutz: Ernste und heitere Notizen zur Geschichte von Baselland und derienigen von Liestal, aus den Jahren 1832 – 1835, pagina 59 – Verlag Lüdin AG, 4410 Liestal, 1931. 52 Guido Pedrojetta: Un libercolo secentesco per ‚donnicciole’: il Prato fiorito di Valerio da Venezia, pagina 206, No. 37. – Ed. Universitarie Friburgo, 1991. 53 Il testo corsivo di questa pagina è tratto da: D’Alessandri Paolo : Atti di San Carlo, pag. 216-217 – Tipografia artistica, Locarno, 1909. 54 Rinaldo Boldini / Cesare Santi: Quarto centenario della visita di San Carlo Borromeo nel Moesano, 1583/1983. Pagina 13: “Ma è travisare la storia voler dipingere il Borromeo come un severo, anzi crudele inquisitore”.


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“...Così umilmente preghiamo quella a jnstante desiderio de nostri populi, se degni de admettere et concedere al detto R.mo Frate Inquisitore, che a essa religiosa paternità sia concesso de poder essa istessa fare tale judici et sententia finitiva, cioé se siano strioni o non...”. Via libera...! ...e Carlo Borromeo rispondeva: “Carissimi figliuoli, habbiamo visto quanto per la vostra ci scrivete et con quella cura paterna che tenemo di Voi et dell’anime vostre et desiderio di consolarvi in ogni cosa ci siamo contentati di dare la facoltà a cotesto Padre Inquisitore che possa procedere nelle cause di queste streghe, anco alla sentenza definitiva come voi ci havete richiesto et con questo fine vi benediciamo”. Il barlotto basco: AKELARRE Akelarre, dehesa del macho cabrio Termine in lingua basca, equivalente a Okolarre, che in spagnolo, per inversione in Larreko, significa “de la dehesa” 55, il terreno usato a pascolo montano. La presupposta interpretazione di “aker larre” ” “dehesa del macho cabrío”, pascolo del caprone 56, è un etimo popolare inconsistente e adatto a attivare la fantasia nell’era cristiana medievale degli inquisitori e a squalificare quel popolo che che parlava una lingua “misteriosa” 57 per chi, per ignoranza non voleva capirla e che cercava solo argomenti adatti a incrementare lo sterminio di quelle minoranze religiose. Anche la lingua moderna usa il termine akelarre per indicare una riunione notturna nella quale si balla, si beve e si consumano sostanze insolite, come Belladonna (spagnolo: beyadona) 58, Amanita, 59 ecc.. Testo moderno (2005) in lingua spagnola: “Dicen que el akelarre es una reunión nocturna en el monte (dehesa) en la que se baila alrededor de la hoguera, se bebe, se come y dicen que se consumen algunas sustancias más, como beyadona, amanitas, mongis, etc.. Vamos, una fiesta en toda regla, porque ese tipo de cosas se hacen hoy en dia. Osea bailar, beber, jamar y algunos hasta fumar, etc...“. La parola Akelarre appartiene alla lingua Euskara, l'antico idioma delle popolazioni basche, che ancora oggi mantiene misteriosa la sua origine. Comunemente definisce un genere di rituale religioso pre-cristiano. Il nome sembra essere composto da aker (capro) e larre (prato-pascolo). Grazie alla intransigente azione della Chiesa ogni informazione riguardo al paganesimo basco è stata soppressa ed occultata ed alla parola Akelarre sono stati dati forti connotati di sabba, o messa nera, con il sacrificio 55

Dehesa: L’antico pascolo per ovini e bovini nei querceti spagnoli. Le querce venivano impiegate nella produzione del carbone di legna. Le ghiande erano elemento utile all’allevamento suino. 56 Aquelarre: Termine basco o vasco: “prado del macho cabrío” (pascolo del caprone) según la Real Academia Española. 57 “...una lengua misteriosa (misteriosa por la ignorancia de los alienígenas, no por la perseverancia de los que la siguen hablando) y encender hogueras de exterminio. 58 Atropa belladonna, ted. Tollkirsche. L’estratto dai frutti dell’Atropa belladonna, atropina, viene usato nella medicina in qualità di rilassante muscolare. Provoca l’ingrandimento duraturo delle pupille e permette così un’indagine approfondita dell’interno dell’occhio. 59 Amanita: Amanita muscaria (ted. Fliegenpilz). Fungo che provoca forti allucinazioni, ma anche la morte. Da non confondere con l’ Amanita phalloides, fungo dal veleno mortale.


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di un capro. Alcune fonti ritengono che Akelarre sia il nome di una valle in Navarra (una delle sette provincie basche) fortemente interessata alla presenza e all'azione di gruppi magici nell'epoca medievale. Barlotto e Sinagoga Barlot, Barlotto, Barlozo, Barilotto, Berloto: è una riunione di streghe, il corrispettivo popolare del Sabba della demonologia ufficiale. Il Sabba era inoltre chiamato Sinagoga 60, Vauderie, Strioz (o Striozza), Gioco (Ludus). Cfr. Paolo Portone, p. 38 n. 6. Diventa sempre più chiaro il fenomeno che produsse una dozzina di sinonimi atti a designare un elemento della vita religiosa ebraica, lo Shabbat, usando però termini sempre più indecifrabili e storicamente opachi. ...fèe Sinagoga: far baccano, confusione, discussione a voce alta Mariella Becchio condusse nell'anno 2000 un'inchiesta tra la gente di Olivone e in Val di Blenio in generale, per sapere come e quanto fosse esteso il modo di dire: "Fèe Sinagoga!". Ecco il suo resoconto pubblicato nella rivista bleniese "3 Valli": "Mi sono regalata due ore di tempo per andare in piazza a chiacchierare su questo argomento. Ecco i risultati dell'inchiesta: Signor A.A. (1935): Sinagoga ad Olivone significa luogo di schiamazzi e confusione. Mia mamma, quando in casa i 5 figli vociavano diceva: "A sarem miga in sinagoga!", non saremo in sinagoga!, oppure "O che sinagoga ca l'è!", che sinagoga è questa! E' un termine per indicare baccano, accesa discussione. Febo Bianchi, detto Pin (1927) "Fèe sinagoga u vör dii fèe butaghin, far sinagoga significa "far botteghino" discutere ad alta voce, senza cattiveria, tutti insieme, proprio come avviene in una piccola bottega, nella quale molta gente, in uno spazio ristretto, discute vivacemente del bello e del brutto. Lucio Emma (1928) "Fèe sinagoga u vör dii fèe butaghin, far fiera, far casino, discüssioi muvimantai (discussioni movimentate). L'è una Sinagoga quanc i ghè int tüt (quando tutti sono insieme), vün u va, vün u vegn e tüt i pèrla (uno va, uno viene e tutti parlano), par esempi quanc a ghè do o tre famiglia in d'una ca (quando due o tre famiglie abitano la stessa casa), tüt i vo di ra sua (tutti vogliono avere ragione), tüt i vo veigh rason e i va mai d'acordia (e non vanno mai d'accordo), quela l'è ra Sinagoga!!! (quello è Sinagoga!)". Remo Jamolli (1921) "Sinagoga i diséva quand i feva municipia o patrizièe (si diceva "sinagoga" alle riunioni municipali e patriziali) quando, parchè i féva calüsia, i discüteva movimantou (discutevano vivacemente). L'era un detto par dii ca i parléva tüt isema e tüt i vureva veigh rason (e tutti volevano aver ragione). Quanc che nasevia a scöra (quando andavo a scuola), a ghéra un malinteis (c'era un malinteso), quanc uno faceva una cosa piuttosto di un'altra, as diseva l'è cuma quanc ieri dré a fèe sü ra Sinagoga, quanc che ag naseva ra malta i purteva i sass, quanc chi ghera bisögn i sass i purteva ra malta" (quando, durante la costruzione della Sinagoga, invece della malta 61 portavano i sassi e quando servivano sassi portavano la malta). Si "fa Sinagoga" quando si discute a lungo senza venir a capo di nulla; spaccare il capello in quattro 62 solo per il piacere di discutere".

60

Marcaccioli Castiglioni, Anna [1999]: Streghe e roghi nel Ducato di Milano. Processi di stregoneria a Venegono Superiore (VA) nel 1520. 61 Malta: impasto di sabbia, acqua e un legante, cemento o calce. 62 Spaccare il capello in quattro: Modo di dire che indica la pignoleria e la caparbietà di una persona.


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Editto di Federico Borromeo contro streghe e incantesimi FEDERICUS Miseratione divina, tit. S. Mariae Angelorum S.R.E. Presbyter Cardinalis S.E.M. Mediolanen. Archiepiscopus. E’ si grave, e nefando peccato quello del commercio e Famigliarità co’l Demonio, per via di cui si commettono i maleficij, gl’incantesimi, le magie, le stregherie, i sortilegij, e simili superstitioni, che meritatamente contro li delinquenti in simile materia non solo da Sommi Pontefici, Sacri Canoni, e legi civili, ma fino nel testamento vecchio sono state proposte pene severissime; poiche oltre l’offesa gravissima, che con similsorte de peccati si fa a Dio, ne segue anco da essi pregiuditio infinito alla salute delle anime, e dei corpi humani, danno inestimabile à i frutti della terra, e ogn’altro pessimo effetto contrario al ben publico. Hora desiderando noi provedere con la nostra Pastorale sollecitudine, che si pestifero veleno non vadi serpendo in questa Città, e Diocese, nella quale per gratia del Signore regna molta purità, e pietà Christiana, e che li principij, e radici di esso, se pur vi sono, siano con gagliardo rimedio estirpate, e levate à fatto, inherendo à gl’Editti altre volte fatti, anzi con ogni miglior modo confermandogli, habbiamo risoluto di publicare il presente Editto più ampio, e più copioso in virtù del quale ordiniamo, e commandiamo ad ogni persona di questa Città e Diocese tanto Ecclesiastica, come secolare di qualunque stato, grado, e dignità sotto pena di Scommunicatione latae sententiae, che nel termine di giorni quindeci dopo haver havuto notitia del presente Editto per le cose passate, e altretanti per le future, de quali se gl’assegnano cinque per il primo, cinque per il secondo, e cinque per il terzo perentorio, e canonica monitione debbano haver denunciato, e notificato in mano nostra, ò del R.P. Inquisitore, ò de nostri Vicarij qualsivoglia persona dell’uno, e l’altro sesso, di qualunque grado, stato, e conditione, la quale habbi atteso, attenda, e per l’avvenire attenderà alle nefande, e scelerate attioni, ò ad alcuna di esse, le quali qui da basso si descriveranno. Avertendo ciascheduno, che chi farà simile notificatione di queste scrileghe, e empie persone non tanto resterà libero dal castigo di Dio, e dalle censure Ecclesistiche, ma di più acquistarà le indulgenze concesse da Papa Giulio Terzo. Quelli donque, che si doveranno notificare, e denonciare come sopra, sono gl’infrascritri. Primo. Che fosse della setta delle streghe, ò stregoni, maghi, ò maghe, ò che dasse opera alla scrilega, e nefand’arte degl’Incanti, malefici, legature, signature, fattuchierie, venefici, prestigi, overo ad altra simil sorte d’opere Diaboliche. Secondo. Chi havesse fatto espresso, overo tacito patto co’l Demonio, overo in qual si voglia maniera gli facesse riverenza, ò havesse rinegata la fede, il Battesimo, Christo, ò la Beatissima Vergine, ò chi havesse conculcata, e ingiuriata la Santa Croce, ò che per qualche malia havesse mal usato li Santissimi Sacramenti o cose Sacramentali. Terzo. Chi avesse spontanea amicitia con qualche Demonio, ò chi havesse adorato lui, ò la sua imagine. Quarto. Chi havesse battezzato, ò tenesse presso di se cosa battezzata, come fave, calamita, animali brutti, e altre cose per far opere diaboliche, ò chi havesse maleficiato huomo, ò donna per tirarli all’amor suo, ò che con simil mezo havesse seminato discordie tra la moglie, e il marito, overo altre persone. Quinto. Chi havesse legato i sposi, ò maritati per impedire il matrimonio, ò chi havesse impedito la concettione de figliuoli ò procurato l’aborto cò simili incantesimi.


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Sesto. Chi havesse con arte diabolica fatt’impazzire, amalare, desiccare, inspiritare, o morire alcuna persona, o chi havesse ad alcuno minacciato qualche male, e di subito, o poco dopo per via di simil arte gli fosse avenuto. Settimo. Chi per incanti havesse fatto tempestare, saettare, brinare, nebbiare, inondare, ò per via d’aridità, ò vento desiccante, havesse fatto abbruggiare li frutti della Terra prohibendo la pioggia con arte diabolica. Ottavo. Chi con incanti havesse levato o seccato il latte a donna, ò bestia, overo havesse fatto amalare gl’animali, ponendo qualche cosa superstitiosa nella stalla. Nono. Chi havesse guardato, ò fatto guardare in ampolla, ò caraffa, ò chi havesse fatto correre il sedazzo, ò crivello per discoprire il ladro, ò per fare cosa secreta. Decimo. Chi havesse pigliato terra, overo ossi de morti dalle sepolture, ò dalli Cemeterij, oglio di lampada, overo altra simil cosa per servirsene, come sopra. Undecimo. Chi havesse, ò tenesse presso di se libri d’incanti, magia, negromantia, aeromantia, piromantia, chiromantia, o tenesse l’opra di se caratteri, ò brevi superstitiosi, contro l’armi, saette ecc. Duodecimo. Chi fosse solito sanare qualunque o alcuna infermità con parole superstitiose, et massime le donne, che vanno publicamente essendo condotte a segnare febri, malatie, mani, gambe senza medicamento naturale. Decimoterzo. Chi essendo carcerato, et spetialmente le streghe si fosse da se stesso fatto il maleficio della taciturnità per non confessare à giudici il vero. S’avisano tutti, che dalle censure sudette nelle quali i trasgressori incorreranno ipso facto passato il termine prescritto, niuno potrà essere assoluto se non della Santità di N.S. dall’Ufficio della Sacra universale Inquisitione Romana, da noi, dal Reverendo Padre Inquisitore, o da Nostri Vicarij. Et à fin che il presente nostro Editto pervenga à notitia di ciascheduno, commandiamo che la Domenica prossima sia letto, e publicato nella nostra Chiesa Metropolitana da tutti li Parochi di questa Città fra la Messa, e che le copie siano affisse ne i soliti luoghi publici. Di più ordiniamo, che nella Diocese i Parochi medesimamente lo leggano, e publichino il primo giorno di festa, subito, che haveranno le copie stampate d’esso. In quarum rerum fidem hoc nostrum Edictum manu nostra signatum Sigillo Archiepiscopali Sancti Ambrosij, subscriptione que R.D. Cancellarij Archiepiscopalis muniti mandavimus. Dat. Ex Palatio Archiepiscopalis Mediolani. Die 10. Ianuarij. MDCIV (1604). F. Cardinalis Borromaeus Archiep. Vidit Ant. Albergatus Vic. Gen. Alexander Magiolinus S. Mediolanen. Ecclesia Canonicus Ordinarius, et Cancellarius Archiepiscopalis. In Milano, Per l’herede dil q. Pacifico Pontio, et Gio. Battista Piccaglia, Stampatori Archiepiscopali. Per la veridicità dei fatti, annoto che il testo originale di questo editto è scritto come segue: Tutte le lettere “v” sono scritte “u”. Tutte le congiunzioni “e” sono scritte “&” = et. Le voci del verbo “avere” sono scritte con una “h” iniziale. Tutte le lettere “s” sono scritte “f”. Le lettere finali”...ij” indicano pluralizzazione. Es.: Vicarij...

Una cosa è certa: un testo simile squalifica la responsabilità e la competenza religiosa dei suoi autori.


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Le streghe della Capriasca In un volantino turistico che invita alla visita di Tesserete e dintorni, leggo: "Visitate la torre di Redde, nelle vicinanze di Tesserete TI, ora restaurata. Primo insediamento e posto di leggende e di streghe". Si dice che le streghe della Capriasca recitavano versetti in una lingua sconosciuta in tutto l’arco alpino63): An dudigou paour lavare - Kan, Merzhin, kan, e pep mare Lare eure ar vretoned - Kan, Merzhin, An traou da sonet ! Di che lingua si tratta e che cosa significano queste strofe? La fortuna, che bacia il ricercatore accanito, volle che io trovassi la soluzione in una poesia brétone che racchiude questi versi. E’ sorprendente il fatto che in Capriasca si recitino oggi ancora versi nati nel Nord della Francia (Bretagne), in una regione di tradizione detta "celtica" e ricca di sculture rupestri e di menhir 64. Ecco la poesia completa: Le Fou bretonne, il brétone pazzo recitava la poesia scritta per il mago Merlino: "...est poème breton: s'il plaît à l'assemblée, le Fou le traduira après la récitée. Voici donc ce poème qu'on dit du grand Merlin": En amzer ma dan barzh er bed, Me a oa gant an holl enoret Dioc'htu ma'z aen 'barzh ar sal, E klevet an holl a youc'hal! Dioc'htu ma kane va zelen Koueze diouzh ar gwez qour melen Rouéed ar vro am c'hare, Rouéed all holl am douje An dudigou paour lavare Kan, Merzhin, kan, e pep mare Lare eure ar vretoned Kan, Merzhin, An traou da sonet!

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Ecco i versi recitati dalle « streghe » della Capriasca

Traduzione in francese de «Il brétone pazzo»: Du temps où j'étais barde dans le monde, J'étais honoré de tous Dès mon entrée dans les palais La foule m'acclamait Sitôt que ma harpe chantait Des arbres l'or jaune tombait Les rois du pays m'aimaient Les rois étranger me craignaient Les petits gens pauvres disaient: > Chante, Merlin, chante toujours > Les bretons disaient: > Chante, Merlin, les choses à venir! >

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Quando ero cantastorie nel mondo tutti mi onoravano Alla mia apparizione a palazzo la folla mi acclamava. Non appena la mia arpa cantava cadeva oro dagli alberi. I nostri re mi amavano i re nemici mi temevano. La gente povera diceva : Canta Merlino, canta sempre I Brétoni dicevano : Racconta, Merlino 65), predici il futuro!

Rime note solo agli anziani di Sala Capriasca. Menhir: Massi turriformi di notevoli dimensioni: les bigous, che diedero il nome a questa regione: Le pays bigouden. Anche le vistose acconciature dei capelli delle donne brétoni e il copricapo di pizzo rievocano la forma dei massi. 65 Merlin, Myrrdin (gallois), Merzin (breton). Famoso mago medioevale alla corte di re Artus. La leggenda lo vuole figlio di un demonio e di una vergine. Usava la magia solo per il bene dell’umanità. 64


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Le streghe di Benevento Il materiale sulle streghe di Benevento e sul Noce é vastissimo, non si contano i libri che sono stati scritti in merito. Narra la leggenda che, ai tempi del Ducato Longobardo, un paio di miglia fuori dalla città di Benevento, un serpente di bronzo appeso a un noce era meta di un culto misterioso che trascinò alla perdizione gli abitanti della città, la quale venne scelta dal Demonio come casa. Sotto il magico noce, nelle notti di giovedì e venerdì, in alcuni periodi dell'anno più che in altri, si radunavano le streghe che qui convenivano da ogni parte e ballavano danze di morte, si univano carnalmente ai demoni e portavano la perdizione su tutta la terra intorno. Secondo la leggenda la pianta fu abbattuta con la scure da San Barbato, allora vescovo, nel 665, ma il culto delle streghe nere non cessò e resistette nel silenzio delle notti fredde ed umide per la vicinanza del fiume Sabato 66. Le testimonianze storiche Prima delle Guerre Sannitiche la città si chiamava Maleventum ed era una potente città sannitica. Dopo la conquista romana e la vittoriosa battaglia che qui si combattè contro il re Pirro nel 275 a.C., i Romani ne cambiarono il nome in Beneventum. Anche se si ipotizza che il luogo fu legato ai riti alla dea egizia Iside, dea della magia, mi sembra opportuno riportare il passo seguente. Il serpente di bronzo Dall’Antico Testamento, libro dei NUMERI 21, 4: “Poi gli Israeliti partirono dal monte Cor, dirigendosi verso il Mare Rosso per aggirare il paese di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè : "Perché ci avete fatti uscire dall`Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c`è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero (la Manna)". Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un gran numero d`Israeliti morì. Allora il popolo venne a Mosè e disse: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; prega il Signore che allontani da noi questi serpenti". Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè : "Fatti un serpente e mettilo sopra un`asta; chiunque, dopo essere stato morso lo guarderà, resterà in vita". Mosè allora fece un serpente di rame e lo mise sopra l`asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di rame, restava in vita”. Mi sembra che la citazione comprovi di più il legame dei beneventani con la Thora (Sacra Bibbia) che con l’Egitto. Il venerdì sera, entrata dello Shabbat La strega Violante di Benevento confessò al tribunale del Santo Uffizio della città che non era consentito a tutte le streghe di recarsi al Noce, ma solo a quelle che avessero particolari requisiti, le cosiddette arcistreghe. Il giorno in cui avvenivano i raduni era il venerdì. La celebrazione dello Shabbat inizia alla sera del venerdì: tutti i giorni ebraici hanno il loro inizio alla sera, dopo il tramonto. Nell'anno 1428 la strega umbra Matteuccia si recava al Noce di Benevento in volo per partecipare "alle immortali tregende" dopo aver recitato questa formula: "Unguento, unguento, mandame alla noce de Benevento. Supra acqua e supra vento et supra omne maletempo". 66

Sabbatyon: Fiume leggendario al di là del quale si credeva vivessero le dieci tribù perdute d'Israele. Secondo una tradizione, esso scorre impetuoso tutta la settimana e il sabato si arresta. (Enciclopedia giudaica: Sambatyon).


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I diavoli: Martino, Martinetto, Maestrino Durante gli interrogatori, nel 1524 due streghe confessarono gli orrendi riti che erano solite praticare sotto il magico Noce. A ognuna di esse era assegnato un demone che doveva accompagnarle sempre e servirle a comando, ma loro non dovevano contraddirlo mai, altrimenti sarebbero andate incontro a tormenti senza fine, il nome del demone era Martinetto o Maestrino. Nel libro di Marcaccioli Castiglioni [1999] 67 appare ripetutamente il nome dell’essere ritenuto diabolico dagli inquisitori: Martino. Le sette donne di Venegono (prov. Varese), incolpate di eresia e di apostasia e che verranno bruciate vive, ritengono di aver avuto rapporti con un demonio di nome Martino. Demonio che, come tutti gli uomini-demoni, chiedono a quelle donne di “calpestare la croce e abiurare alla fede cristiana, al battesimo e agli altri sacramenti...”. Il libro di Marcaccioli Castiglioni [1999] descrive e commenta incarti inediti sui processi di stregoneria senza analizzare a fondo il movente di questi processi: l’estrema pazzia religiosa che sconvolse l’umanità per ben 300 anni. Più che “come” vennero torturate le streghe ci interesserebbe sapere il “perché” di dette torture e lo sviluppo di una simile persecuzione. Solo così il mondo intero griderebbe non solo allo scandalo, ma si accorgerebbe che l'umanità visse in quei tempi un dramma vergognoso. Cibi insipidi Paolo Grillando 68 narra la storia di un contadino laziale che, vedendo la moglie uscire di notte di gran fretta e rincasare all'alba, la costrinse a farsi portare con lei. Nonostante le sue raccomandazioni di non pronunciare mai le parole "Dio, Gesù" il contadino, giunto al Sabba, chiese del sale per insaporire i pasti che gli erano offerti (le streghe non usano il sale) e poiché questo tardava ad arrivare, quando finalmente glielo portarono esclamò: "... sia lodato Gesù, finalmente il sale..." e tutto scomparve. Siamo di nuovo di fronte a una testimonianza di presenza ebraica, dato che i cibi consumati durante la celebrazione dello Shabbat ammettono solo carne "kasher", senza sangue e pane azzimo, cioé privo di sale, e non fermentato. Cibi ritenuti "insipidi". La natura di Martino e Maestrino, onomastica diavolesca 11 novembre: San Martino, Festa dei cornuti ? Per l’ACR (Associazione Cornuti Ruvianesi), la tradizione prevede una divertente processione con un gigantesco fantoccio dalle lunghe corna che al termine dei festeggiamenti viene incendiato. La festa di San Martino è definita da alcuni l’Halloween italiano. San Martino venne eletto, in alcune regioni italiane (per esempio: Ruviano, nelle Umbrie), protettore dei traditi, dei cosiddetti "cornuti". Nel periodo della ricorrenza di San Martino (11 novembre) nelle civiltà contadine terminavano i lavori per la vinificazione, si svolgevano importanti fiere di animali con le corna (mucche, tori, capre, montoni) così che, creato il nesso fra le corna, simbolo dell'infedeltà e la data della ricorrenza di San Martino, si stabilì un collegamento tenace. 67

Marcaccioli Castiglioni, Anna [1999]: Streghe e roghi nel Ducato di Milano. Processi di stregoneria a Venegono Superiore (Va) nel 1520. 68 Paolo Grillando, di Castiglione Fiorentino, uditore in alcuni processi tenutisi dal 1524 al 1527, affermava che il maggior luogo di ritrovo delle streghe, era sotto un noce nel beneventano.


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Samuin o Samhuinn Anche la festa di S. Martino di Tours, che si celebra l'11 novembre, è un capodanno perchè si riallaccia al Samuin celtico che durava una decina di giorni." Anche Samuin aveva infatti la stessa durata e l'11 era l'ultimo giorno dei festeggiamenti. A riprova di questa data come inizio d'anno abbiamo ricorrenze non folkloriche: a S.Martino ricominciava l'attività dei tribunali, delle scuole, dei Parlamenti, si tenevano le elezioni municipali, si effettuavano pagamenti di fittanze, ecc... Samhuinn, per assonanza: San Martino ? Secondo il Dizionario McBeain di Lingua Gaelica, Samhain, forse la più importante tra le festività celtiche, deriverebbe da "samhuinn" e significherebbe "summer's End", la fine dell'estate e l'inizio della stagione invernale. I festeggiamenti duravano quasi due settimane, dal primo del mese di Novembre fino all'11 del mese stesso, data coincidente con quella che oggi viene definita estate di San Martino. Successivamente, nei paesi di origine anglosassone, Samhain fu trasformata in All Hallow's Eve, ove "Eve" sta per "vigilia", o ancora Halloween. La lingua moderna gaelica 69 conosce i termini "samhuinn" (ingl. all souls = Ognissanti), "samhnaic" (ingl. winter = inverno) e infine "sam-fuin" (ingl. end of summer = fine estate). I cupi corni: Shofar ? In questa data, nell'Italia settentrionale troviamo le celebrazioni più chiassose e drammaticamente rituali con mascherate. E' dunque nella notte di S.Martino che si aggirano i morti tra le case dei vivi (le maschere rappresentano i defunti); Piero Camporesi 70 cita "i cupi richiami dei corni 71 risuonanti nella nebbiosa notte autunanle riproponevano l'associazione paurosa con la "caccia selvaggia", notissima cavalcata dei morti che i rumori frenetici e sconcertanti avevano il compito di esorcizzare”. Eventi nel Comune di Civitella Roveto In occasione della festa di S. Martino (11 novembre) si mangia carne di capra e c'è chi , spiritosamente, usa mettere nottetempo, sotto la finestra o davanti la porta del presunto "cornuto", una zucca di forma rotonda, svuotata di tutti i semi, sulla quale sono stati praticati alcuni fori a forma di occhi, naso e bocca. Quindi, sistemati su di essa due grossi peperoncini rossi per simboleggiare le due ben note protuberanze diaboliche, vi viene accesa una candela all'interno. Persone e cose di poco valore ? Martina e Martinin sono, secondo Carlo Azzi 72, le "potaiuole" che lavoravano nelle vigne. Il "martinetto" è l'arnese che aiuta il sollevamento di pesi notevoli. Fa' San Martì, nel senso di traslocare, ha lo stesso significato di "Fa' scapà i rat" 73, far scappare i topi con il trambusto causato dal trasloco dei mobili, essendo la data di San Martino (11 novembre) data dell'ultima possibilità di trasloco prima dell'inverno. 69

Malcom Maclennan: Dictionary Gaelic-English, Aberdeen University Press, 1984. Piero Camporesi: Cultura popolare e cultura d'élite fra medioevo ed età moderna, in Storia d'Italia, Annali IV: Intellettuali e potere, Torino, Einaudi, 1981, pp. 79-157. 71 Il corno ebraico detto Shofar (pronuncia Sciofar) è anche il corno d'ariete dal suono lacerante che viene usato nella ricorrenza del Capodanno ebraico, nel mese di ottobre del nostro calendario. 72 Carlo Azzi: Vocabolario domestico Ferrarese-Italiano, 1857. 73 Dal Vocabolario dei dialetti bergamaschi antichi e moderni di Antonio Tiraboschi. Ed. Arnoldo Forni, 1873. 70


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Una raccolta di voci e di detti 74 Fa' San Martin significa lasciare il podere, sgomberare. "Giugà a martin bèè", gioco nel quale si dà una manata sulla schiena del giocatore con gli occhi bendati il quale dovrà indovinare chi lo ha percosso. Il francese "Martin bèè" indica il montone belante. "Martin tacogn" è il lamentone e il brontolone. Anche il "gergo" usava "Martin" per indicare il coltello, ma anche il fiasco di vino, mentre il "Martinon" era il boccalaccio di vino. "Martipicio" è colui che "...vuole impicciarsi in chicchessia". Martincit, diavolo piemontese Cit e pcit sono sostantivi del dialetto piemontese che significano: bambino, ragazzino, fanciulli. Significa anche piccolo, di statura o di dimensioni inferiori alla misura ordinaria. ‘n pum cit, una piccola mela. Cita e pcita indicano invece la fanciulla, la bambina 75. Myrddin (gallois), Merzin (breton): Martin ? Merlino, mago-druida conosciuto come Myrddin nella lingua del suo luogo d'origine, il Galles dell'epoca di Re Vortigern e di Re Artù (X secolo). La leggenda lo vuole figlio di un demonio e di una vergine, usava la magia solo per il bene dell’umanità. Lascio gustare al lettore l'assonanza tentatrice che possiede il nome gallico Myrrdin con Martin. Assonanza sostenuta dal fatto che sia Myrddin o Myrrdin che Martin vengono ritenuti "maghi" dalla credenza popolare e ecclesiatica. I Baschi, religione e mitologia La presenza di religioni precristiane nei Paesi Baschi è contrassegnata da divinità ataviche, come la dea della fertilità terrestre “Mari” e il suo consorte spirituale “Sugaar”, il serpente che appare in moltissime leggende sotto diversi nomi. Le leggende basche parlano dei molti personaggi mitici come „jentilak” (i giganti), lamiak (le crisalidi), mairuak (costruttori dei cromlechs o dei cerchi di pietre), sorginak (franc. sorcière, strega, sacerdotessa di Mari 76). Infine la mitologia basca conosce un “San Martin Txiki” (pronuncia cecki, "il San Martino minore"). Testo in lingua inglese tratto dall’Enciclopedia Wikipedia: San Martin Txiki ("Little Saint Martin") is the Trickster figure from Basque mythology. "Txiki" (pronounced "cheeky") means "little" in an affectionate sense. San Martin is often called simply "Martintxiki" or "Samartitxiki". He stole the secrets of planting, sowing, and harvesting from the Basajauns 77 (lords of the woods, trad. signore dei boschi). He also invented the first saws, modeling them after the edges of the chestnut leaf. Ecco spiegato il fatto che i beneventini chiamano Martinetto (piccolo Martino) il presunto diavolo che emerge nel Barlotto e nei Sabba, “...vestito di nero, di mezz’età, porta un copricapo e una barbetta”, personaggio che può assumere anche il ruolo di "magister" , di maestro o di maestrino.

74

Francesco Cherubini: Vocabolario Milanese-Italiano, 1841. Camillo Brero: Vocabolario piemontese-italiano. Ed. Piemonte in bancarella, Torino. 76 Mari è la divinità suprema della mitologia basca. Il suo nome significa "signora". (Dizionario illustrato: Dei, Angeli, Demoni, ed. Piemme). 77 Basayaun: spirito basco che vive nelle foreste e in grotte altolocate, protettore del bestiame. Insegnò all'uomo l'arte del fabbro (Dizionario illustrato: Dei, Angeli, Demoni, ed. Piemme). 75


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Martin txiki (pronuncia Martinciki) Il termine basco Txiki significa piccolo, minore e serve da diminutivo e vezzeggiativo. Ecco spiegato i diminutivi usati nella denominazione dei “demonietti” Martinetto e Maestrino presenti nei racconti sabbatici del beneventano e del Martino di Venegono, nell’Italia settentrionale. 11 Novembre, Martini L'11 novembre era un giorno con valore giuridico e legale. Per questa data dovevano essere "pronte", nell'apposito edificio, le decime, cioè la decima parte di qualsiasi raccolta agricola che spettava all'autorità vigente. Data fissata dalla Chiesa cattolica per commemorare l'antico San Martino, nato in Pannonia (Ungheria) nel 316 e figlio di un ufficiale romano. La leggenda dice che Martino, convertito al Cristianesimo, donò metà del suo mantello a un povero malvestito e tremante dal freddo. Viene raffigurato mentre compie l'atto di tagliare il mantello con la spada. Martin, wifa, spaventapasseri 78 "Anni addietro i proprietari terrieri di San Donà del Piave affiggevano agli alberi croci di paglia, cosiddette martin, per indicare il divieto di accesso al campo. Segnale accompagnato dalla locuzione: "gli martini, si ti ci trovi, ti ci lassi", col significato che se un estraneo fosse stato sorpreso sul fondo terriero poteva essere punito. Nel periodo della cultura a rotazione triennale, il terreno agricolo era diviso in tre aree, due delle quali venivano seminate a grano e avena, mentre la terza parte restava a riposo o maggese (ted. Dinkel, Hafer, brach). Dopo San Martino (11 novembre) i campi erano aperti al pascolo per tutti (Ted. Spätweide, ital. Vago pascolo). Durante il XVIII secolo, allorché il terreno venne sistematicamente privatizzato (cfr. anche Samuel Huggel [1979], il pascolo libero venne sempre più limitato. Il detto bergamasco (A. Tiraboschi [1873]) "Dopo San Martì(n) l'erba l'é di(del) bezzi" cioé: "dopo l'11 novembre l'erba appartiene agli agnellini, lascia trapelare l'opposizione al divieto di pascolo libero. L'usanza di vietare l'accesso alla vigna viene tuttora praticata nel periodo della vendemmia dai vignaioli tedeschi nella regione della Renania e fino nel XIX secolo anche nel Cantone di Basilea-Campagna (Rothenfluh: Rebenverbot, 1856)”. Per un punto Martin perse la cappa Non si sa di quale "Martino" si tratti. L'aneddoto è comunque così noto come il detto popolare che sintetizza la sfortuna di chi non raggiungere il traguardo a causa di un banale errore. "Un giorno frate Martino fu incaricato di copiare l'iscrizione che era sulla porta del convento e che in latino suonava così: "Porta patens esto, nulli claudatur honesto", cioè: La porta aperta sia; a nessuna persona onesta si chiuda. Che fece il monaco Martino? Nel trascrivere, mise per errore un punto dopo "nulli": "Porta patens est nulli. Claudatur honesto", cioè: La porta aperta sia a nessuno. Si chiuda in faccia alla persona onesta. Per questo errore di punteggiatura Martino non fu nominato priore, perse cioè la cappa, il mantello con cappuccio che indossano i priori. Storpiatura linguistica, assimilazione fonetica E' possibile immaginare che la definizione originale "Samhuinn" passò nella lingua popolare attraverso quei filtri che hanno sempre avuto una funzione importante nei 78

Gianni Mazzucchelli [2004]: Quaderni di semantica 2/2004Sinonimie giuridiche nell'antica terminologia agraria e legale: dal ramo di cinorrodo allo spaventapasseri. Ed. Mario Alinei. Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, CLUEB.


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cambiamenti subiti dagli idiomi. Samhuinn può diventare Sanmartino e il mago Myrrdin si trasforma in Martin, così come il Sambenito ricorda San Benedetto, anche se non ha niente in comune con il santo 79. Halloween? La festività di Samhuinn o Samain sta nel momento calendarico nel quale la luce viene sopraffatta dall'ombra. La notte tra il 31 ottobre e il primo di novembrea cadeva il capodanno "celtico". Il mondo cristiano celebra in questo momento dell'anno la festa di Ognissanti (ingl. Hallow Even > Halloween; ted. Allerheiligen). La festa, originaria dell'Irlanda, venne esportata in America per poi essere reimportata in Europa. Oggi Halloween è un festa ridicola e priva di spiritualità. Le Menadi e "evoè !" Le Menadi sono dette anche baccanti, tiadi, bassaridi, sacerdotesse di Dioniso che, durante le feste, invasate, si abbandonavano a ogni sorta di danze scomposte, con i capelli scarmigliati e incoronati di pampini e di edera. Suonavano spesso tamburelli, crotali e flauti; invocavano il dio gridando evoè. La citazione seguente, tratta da un testo Internet, lascia trapelare diversi elementi che somigliano alle descrizioni di un barlotto o sabba. Importante è il grido "evoè" che somiglia moltissimo al nome ebraico di Dio: Jahvèh. Lo stesso testo continua "... i riti dionisiaci erano infatti particolarmente seguiti dalle donne, dette menadi, ed è probabile che ciò accadesse non solo perché queste erano tassativamente escluse da ogni altra forma di celebrazione religiosa: il menadismo femminile rappresentava una vera e propria cultura della follia contrapposta alla razionalità, qualità che il mondo ellenico considerava prettamente maschile" [...] "L'esito del rito, anticamente collegato al ciclo vitale della vegetazione (della vendemmia), era il temporaneo ritorno dell'adepto a una condizione naturale (animale): la caccia e lo sbranamento di un animale selvaggio ne erano il coronamento finale. A partire dal VI sec. questa brutale procedura arcaica fu progressivamente sostituita con una rappresentazione simbolica (dapprima solo mimica) e canti corali. Dalla liturgia dionisiaca che accompagnava il sacrificio della bestia (quasi sempre un capro, tragos in greco), nacque la tragedia". Cinque Terre: Menadi Luigi Cavallo [2000]: Oggi ancora, nella regione ligure delle Cinque Terre, si parla delle Menadi come di spiriti femminili che danzano, tenendo fiaccole e candele, sul prato tra Pradolino e Castrovecchio, nella notte che va da Ognissanti al giorno dei morti (2 novembre). Gli allineamenti delle stele del Monte Dragnone (regione Cinque Terre) indicano non solo le date equinoziali e solstiziali, ma anche la data del tramonto tra il primo e il secondo giorno di novembre, data oggi ancora importante. Rothenfluh (BL): Samain e Domino Tra gli allineamenti presenti nel calendario solare di Rothenfluh (Cantone di Basilea Campagna) si trova anche il muretto di sassi, la cui linea di mezzo indica esattamente il tramonto del 1° di novembre (Azimut: 249 °). Sempre nel villaggio di Rothenfluh, nel Cantone di Basilea Campagna, viene mantenuta la tradizione del personaggio carnevalesco detto "Domino". Gli adolescenti del paese si vestono con una lunga tonaca bianca o nera, nascondono il 79

Sambenitos: Veste d’infamia indossata dai processati e condannati dall’inquisizione spagnola. Veste che ricorda nella sua forma il mantello detto “poncho”. “Saco benito”, sacco benedetto, per assimilazione fonetica, sambenito. Dare un sambenito è sinonimo di “incolpare ingiustamente”. Oggi ancora, nella Svizzera di lingua tedesca, "Sakko" significa "giacca della festa".


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viso sotto un cappuccio conico che copre anche il viso e, armati di una lunga verga di nocciolo, girano per il paese "castigando" a sferzate chi si trova a tiro. Interpretazione linguistica: Domino = Maestr(in)o ? I Provenzali a Benevento 80 San Marco dei Cavoti dista da Benevento 36 km, è disposto sulla Statale 369, dopo Pietralcina e Pesco Sannita. Il nucleo originario è raccolto sulla sommità di un rilievo, ma il paese si espone verso Nord e Nord-Est, con quartieri dalla struttura a scacchiera. L'invasione del regno di Napoli da parte del re d'Ungheria Luigi il Grande, dapprima nel 1348 e poi una seconda volta nel 1350, fece scomparire il borgo. Fra l'una e l'altra invasione si ebbe il disastroso terremoto del 9 settembre 1349, che recò danni irreparabili al castello di San Severo. Fu così che questo feudo, che era passato da un feudatario all'altro, si trovò in quel momento nelle mani della famiglia dei Shabran, conti di Ariano e di Apice, venuta in Italia al seguito di Carlo I d'Angiò. Ora, morto Guglielmo di Shabran nel 1352, gli successe in tutti i suoi domini il figlio Luigi. Rimasto spopolato e distrutto il feudo di San Severo, Luigi Shabran aveva tutto l'interesse di ripopolare la zona, sia perché il suo feudo riacquistava importanza sia ancora per interesse personale. Egli allora bandì l'invito in proposito con condizioni quanto mai favorevoli per quanti l'avessero accolto. Fu così che un folto gruppo di Provenzali diede ascolto a quella voce: era l'anno 1356. Così come oggi appare San Marco non ci fa pensare neppure lontanamente ai Provenzali. Di qui la necessità di presentare alcune considerazioni particolari per chiarirne l'origine. L'espressione "dei Cavoti" è un adattamento e trasformazione posteriore dell'espressione originale "de Gavotis", che noi troviamo largamente attestata nei secoli. Ora Gavots erano detti gli abitanti di Gap, città della Provenza nel Delfinato. Di qui la parola Gavotte, che è una danza che veniva ballata dagli abitanti di Gap, e perciò da questi Provenzali. Ci rendiamo così conto come l'espressione "dei Gavoti", poi trasformata in "dei Cavoti", equivalga a "provenienti dalla città di Gap", quindi a Provenzali. L'origine provenzale del paese spiega perché costoro, dovendo fondare un paese completamente nuovo, scelsero come nome San Marco. Nella famiglia Shabran la devozione verso San Marco, santo vescovo di Bovino di Puglia, era vivissima. Si deve a questa famiglia la creazione a Benevento della parrocchia di "San Marco dei Sabariani" (adattamento popolare di Shabrariani). Il termine "provenzale", nel suo momento originario, ha avuto non tanto un contenuto di ordine linguistico ma piuttosto politico, perché l'insediamento era legato all'iniziativa della dinastia angioina, percepita sul posto e nei dintorni come dinastia provenzale. I re Angioini di Napoli, che stettero sul trono della città partenopea dal 1266 al 14351442, provenivano dalla Provenza e avevano una particolare predilezione per i loro connazionali, considerandoli come loro fedelissimi nel regno di Napoli: di qui i diplomi emanati dai re Carlo I, Carlo II e Roberto nell'invitare i Provenzali a stabilirsi nel regno di Napoli, concedendo loro amplissimi privilegi di esenzioni fiscali. Risulta così chiara l'origine provenzale di S. Marco dei Cavoti. La torre dei Provenzali, in seguito trasformata in campanile della chiesa parrocchiale, 80

Angelo Fuschetto: "San Marco dei Cavoti": Dall’antica San Severo beneventana alla scomparsa del feudo.


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ricorda il luogo di provenienza, così come la contrada Borgognone e la contrada Francisi. Il cerchio si chiude Gli Ebrei sefarditi emigrati in Provenza sono gli stessi che ripopolarono il Beneventano, portando con sé la religione ebraica e le tracce mitologiche basche e provenzali. Il personaggio detto Martino-Txick (Martinocik), il piccolo Martino, lo spirito conturbante e misterioso (ingl. trixter) venne poi usato dalla popolazione nonebraica per identificare la presunta figura centrale del Barlotto o Sabba: Martinetto o Maestrino, personaggi barbuti come i Rabbini (!). Myrddin, Martin cocu: 11 novembre, la festa dei cornuti "Cornuto" è, secondo il vocabolario italiano, chi è dotato di corna e ciò che ha forma cornuta, ma anche il marito tradito. Dalla regione italiana Liguria (Monterosso) all'Abruzzo e fino in Lucania, si festeggiano, il giorno di San Martino (11 novembre) le "Feste dei cornuti". Ecco un testo tratto da Internet: "Cornuti d'Italia, unitevi! 11 novembre 2005 Tradizionale appuntamento a Ruviano, paesino dell'Abruzzo, con i festeggiamenti di San Martino, considerato nella tradizione il protettore dei mariti traditi. Negli anni settanta (1970), la tradizone creò una vera e propria processione, animata da alcuni personaggi mascherati come il "cornuto" per eccellenza che pronunciava la frase: "tu puoi esse' 'u cchu' curnuto du' munno ma nun sarrai mai curunto comm'a mme!" (tradotto dal dialetto: "tu potrai essere il più cornuto del mondo, ma non potrai mai essere più cornuto di me!"), il suonatore e il finto monaco benedicente delle case del paese. Oggi infine, dopo la fondazione del ACR (ovvero l'Associazione Cornuti Ruvianesi), la tradizione prevede una divertente processione con un gigantesco fantoccio dalle lunghe corna che al termine dei festeggiamenti viene incendiato. In realtà simili iniziative si svolgono in molte altre località italiane, tanto che la festa di San Martino è definita da alcuni l'"Halloween italiano", un'occasione dove storia, tradizioni, goliardia e desiderio di esorcizzare la negatività di un fatto si fondono e si mescolano. Ma perchè San Martino è diventato protettore dei traditi? Si narra che in questo periodo dell'anno, nelle civiltà contadine, terminati i lavori per la vinificazione, si svolgessero importanti fiere di animali con le corna (mucche, tori, capre, montoni) e si creò così il nesso fra le corna e la ricorrenza di San Martino". Castrum cornutum Il Comune di Vallo della Lucania è costituito da Vallo capoluogo (formato dall’unione degli ex rioni “Corinoti" e “ Spio” ) Angellara, Massa e Pattano. L’antico nome Castrum Cornutum gli fu dato dai suoi fondatori, i “Cornuti”, (VI secolo) popolazione della Dalmazia e più propriamente dell’ Illiria, dove era la città di Cornuto. Si dice che i due casali di Cornuti e Spio sorgessero al tempo di Annibale. Nel secolo XVIII il Casale dei Cornuti venne ribattezzato Vallo di Novi. Cornuto in lingua francese: "cocu" Cocu, il marito tradito, termine usato fin dal XIV secolo è derivato, in forma abbreviata, dal nome dell'uccello "Coucou" o "Cùculo" che la lingua italiana d'uso semplifica in Cucù. Uccello che depone le uova nei nidi altrui, affidando la propria "prole" a altri genitori ignari del fatto di allevare un estraneo. Nasce così la metafora ironica di "cornuto", già conosciuta dai greci e dai romani, che indica l'infedeltà coniugale.


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Ma perché "Martin cocu" ? La denominazione in lingua francese "Martin cocu" peggiora la presunta identità di Martino, già in sé ritenuta spregiativa. Martino è anche il nome del diavolo che dirige le celebrazioni dette Barlotto, Sabba, Tregenda e in lingua basca, Akelarre. Questo individuo, rappresentato o descritto come mezzo caprone, vanta sempre l'attributo di "cornuto". Le donne, considerate streghe dall'inquisizione, ballavano, mangiavano, bevevano e "avevano commercio" con questa invenzione clericale e popolare. Insomma, i mariti dovevano dividere a malincuore le loro mogli con quell'essere "cornuto". Myrddin (gallois), Merzin (breton): Martin ? Myrddin è il nome in lingua basca del mago Merlino, mago-druida alla corte del Re Artù del X secolo. Nato, secondo la leggenda, in Gallia (Galles), figlio di un demonio e di una vergine e che usava la magia solo per il bene dell’umanità. Lascio gustare al lettore l'assonanza tentatrice esistente tra il nome gallico Myrrdin con Martin. Assonanza sostenuta dal fatto che sia Myrddin o Myrrdin che Martin vengono ritenuti "maghi" dalla credenza popolare e ecclesiatica. Il mago Myrddin venne poi importato in Italia dai profughi ebrei fuggiti dai Paesi Baschi, dalla Spagna e dalla Provenza che si diffusero in tutt'Italia. Ecco perché i demoni presenti ai Barlotti di Venegono e di Benevento vengono denominati dall'inquisizione "Martino". E' storicamente accertato che un gran numero di provenzali e tra loro moltissimi Ebrei, si insediò nel Beneventano nel 1356, portando con sé usi e costumi provenzali. Il mago Myrddin diventa Martin. Mosé e le corna Le "corna" di Mosè, presenti anche nella famosa scultura di Michelangelo, non sono corna, bensì "KRN". Le lettere ebraiche che nella Torà definiscono l'aspetto luminoso del volto di Mosè che scende dal monte Sinai con le Tavole della Legge, non sono dotate, nella scrittura originale, di vocali. KRN può così divenire KaRaN, raggi, ma anche KeReN, corna. Corna e fertilità Caproni, montoni, buoi, tori e mucche furono da sempre animali utili alla sopravvivenza dell'umanità che si cibò di essi e dei loro prodotti e li sacrificò sugli altari. La fantasia umana proiettò le capacità procreative degli esseri cornuti nella fantasia sessuale di chi vedeva nella celebrazione del Barlotto unicamente eccessi sessuali e carnali. Il quadro dipinto dall'inquisizione rigurgita di cibi, bevande alcoliche e misteriose, di balli osceni e di figure nate dalla brama insoddisfatta di prelati ai quali le notti solitarie recavano sogni immondi.

Corna e vanto Penso che le "feste dei cornuti" celebrate un po' in tutt'Italia non perseguano lo scopo di deridere chi si vanta di essere "tradito", ma inneggino al vanto e al desiderio di possedere la forza procreatrice degli animali "cornuti".


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Pubblicazioni a cura dell’Associazione Pietra e Storia: - 2003: Nuova interpretazione della pittografia rupestre. Fascicolo 1 e 2. - 2005: Il Miqweh di Dongio (Italiano). - 2005: Die Mikweh von Dongio (Deutsch). - 2005: Il lastrone di Dagro (italiano) - 2005: Die Steintafel von Dagro (Deutsch). - 2006: Chiese biabsidali. - 2006: La primavera di Dagro e Nebra: Lüna növa, tri dì a la pröva, Il calendario lunare (Il lastrone di Dagro CH-TI, Nebra D, Rothenfluh CH-BL). - 2006: Il basilisco della Capriasca, la contessa Crassa: interpretazione storica. - 2006: Barlotto, tregenda, akelarre, sinagoga. - 2006: Pugnali remedelliani e Madonne addolorate. - 2006: Cognomi redenti: da Cagainarca a Vacca.


"BARLOTTO, TREGENDA, CREUSA,SABBA, AKELARRE"