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Teresa Macrì

Critico d’arte dal taglio pop-rock

Sükran Moral

Confessioni e provocazioni di una grande artista

Michael Rosen

Sassofonista jazz raffinato e seducente

Ariella Vidach

Il magico incontro di danza e tecnologia

Gianfranco Riccelli

Leader degli Arangara gruppo folk-autorale

IRENE TINAGLI

Chiarisce e rivela cos’è la classe creativa


NICOLA

SERGIO

JOE

QUITZKE

STÉPHANE

KERECKI

YURIKO

KIMURA

MICHAEL

ROSEN

Cilea mon amour è un originale produzione musicale e culturale ideata e prodotta da Gianni Barone che propone una rilettura in chiave jazzistica dell’opera del compositore italiano Francesco Cilea (Palmi, 23 luglio 1866 – Varazze, 20 novembre 1950).

www.cileamonamour.com

info@cileamonamour.com


05 EDITORIALE 06 CONTRIBUTI 07 PRIMO PIANO 08 RADIOGRAFIE CONTEMPORANEE di Salvatore D’Agostino

10 IRENE TINAGLI di Paola Recagni

15 TERESA MACRI’ di Paola Recagni

18 GIUSEPPE ALLERUZZO di Caterina Argirò

20 SILVIA ZOTTA di Paola Recagni

23 SÜKRAN MORAL

di Manuela De Leonardis

27 PORTFOLIO 34 DIREZIONE OBBLIGATORIA di Paola Recagni

35 ALAN MICHAEL ROSEN di Manuela De Leonardis

Andy Magazine via Enrico Stendhal, 49 - 20144 Milano Infoline 335.53.40.290 - andy@andymag.com testata giornalistica in attesa di registrazione

Direttore editoriale Gianni Barone direzione@andymag.com Direttore responsabile Mario Idone mario.idone@andymag.com Coordinamento editoriale Paola Recagni paola.recagni@andymag.com

38 BASILIO MUSOLINO

Art director Stefano Ciannamea stefano.ciannamea@andymag.com

40 ARIELLA VIDACH

Ufficio legale Avv. Vincenzo Raschellà legale@andymag.com

43 ANTONINO SCIORTINO

Hanno collaborato: Caterina Argirò, Dejanira Bada, Antonio Belvedere, Stefania Bernardini, Tiziana Brisotto, Francesca Cugliandro, Salvatore D’Agostino, Manuela De Leonardis, Annalisa Marinelli, Amedeo Novelli, Francesco Prandoni, Raffaella Scarpitta, Ernesto Tedeschi, Delfina Todisco.

di Francesca Cugliandro di Raffaella Scarpitta di Paola Recagni

46 VIVIAN CELESTINO di Annalisa Marinelli

48 SALVATORE R. FAMILIARI di Francesca Cugliandro

50 RENATO RAVENDA di Dejanira Bada

52 GIANFRANCO RICCELLI di Dejanira Bada

54 GIUSEPPE FODERARO di Stefania Bernardini

Diffusione Stefania Bernardini, Raffaella Scarpitta diffusione@andymag.com Comunicazione Paolo Bragagnolo m. 333.67.03.710 paolo.bragagnolo@andymag.com Progetto grafico Pulp Studio www.pulpstudio.info Stampa Arti Poligrafiche Varamo via Scesa Fontana, 17 - 89024 Polistena (Rc)

www.andymag.com

56 MY LIST 58 FIL ROUGE

cover: foto di Ernesto Tedeschi un particolare ringraziamento al Cineclub Grauco di Roma, location del servizio su Sükran Moral


EDITORIALE DI MARIO IDONE

SE SI DOVESSE RISPONDERE GENERICAMENTE ALLA DOMANDA:

“CHE COSA MANGIANO I CREATIVI?”, LA RISPOSTA SAREBBE MOLTO SEMPLICE:

“QUELLO CHE TROVANO”. Ben ritrovati ! Continuano in questo secondo numero i nostri intenti conoscitivi volti ad ogni universo creativo, l’indagine silenziosa ed attenta degli ambiti e dei protagonisti che via via si affacciano argutamente nel mirino delle nostre ricerche, sempre genuinamente fedeli a una natura curiosa, semi-seria, tanto amante delle differenze quanto indiscutibilmente fiera della propria origine ed identità. Andy si muove in avanti come un neonato, il cui passo successivo è scoprire come mai non gli piace star fermo. Fatte le dovute presentazioni e rotto il ghiaccio, perchè non realizzare un proficuo confronto di idee, entrando così più nel vivo del nostro mondo ed immergendoci reciprocamente nel sublime fascino della parola e della sua forza evocativa? Tanto per cominciare, una breve riflessione sulla copertina di questo numero e sul perché di questa scelta. La prima pagina è dedicata a Irene Tinagli, che tra i mille impegni di lavoro ha ritagliato uno spazio e lo ha dedicato ad Andy per raccontare a tutti noi il suo punto di vista sulla creatività, frutto dei suoi numerosi studi, nonché concetto chiave su cui verte la nostra rivista. Andy, lo vuole confessare apertamente, propone una particolare attenzione e sente una grande empatia per l’universo femminile. Già, è proprio così, e non gliene voglia l’altra metà del cielo, e il motivo è che ritiene le donne dotate di una sensibile intelligenza, di caparbietà e grande serietà professionale. Gioco di stile, fermezza e sinuosa espressione realizzano l’indispensabile complementarietà dei due opposti e fanno della donna creatura unica ed inviolabile. Detto questo, non vogliamo aprire una discussione sugli stereotipi di genere, ma riflettere su tematiche scottanti e delicate come quella della violenza. In questo numero abbiamo “gridato” tutto ciò nella rubrica Portfolio, in cui presentiamo una serie di lavori dell’artista Sükran Moral dedicati a questo tema. Andy è e sarà sempre dalla parte delle donne e ritiene che sostenerle significhi mostrare sia tutti quei modelli positivi in cui spiccano appieno la forza, la tenacia, l’originalità femminili, sia denunciare ogni forma di abuso e violenza. Questo ed altro ancora per sottolineare che al principio di ogni creazione non vi è un uomo o una donna, bensì la capacità di una persona che mette a disposizione di chi vorrà avvalersene un patrimonio di pensieri e di idee. Buona lettura!


contributi CATERINA ARGIRO’

ANNALISA MARINELLI

Studia Scienze della Comunicazione. Gli amici la definiscono “uno spirito libero”, ama viaggiare, ricercare posti nuovi, culture e modi di pensare differenti. La sua grande passione è la scrittura. Particolare importanza nella sua vita ha la musica. Una delle sue massime preferite è: “Ogni essere umano ha dentro di se un fiume inarrestabile che gli può fare vincere qualunque battaglia...”, racchiude il suo modo di pensare, di essere e, perché no, di vivere la vita.

Architetta di formazione, ha svolto e pubblicato studi in campo socio-urbanistico e politica delle donne. Madre di due bimbi, ama tenere insieme ogni parte di sé e dare un senso politico al suo agire. Appassionata dall’interazione dell’abita re nelle sue molteplici forme e delle istanze che si sollevano quando il privato diventa politico. Da quest’area è attratta la sua curiosità e in questo solco si muove il suo interesse come stuiosa

DEJANIRA BADA

Classe 1984, (come il grandissimo libro di Orwell) Dejanira (che era la moglie di Ercole nella mitologia greca e che significa “mangiatrice di uomini”, ma qui non staremo a spiegarvi il perchè, andatelo a scoprire da soli, lo abbiamo accennato soltanto perchè glielo chiedono da quando era ancora in fasce) è nata a Jesi (AN), vive a Milano da sempre e si crede una giornalista e una critica musicale. La musica (rock, alternative, hard, grunge, indie ecc.) le ha salvato la vita più volte e potrebbe benissimo vivere senza ossigeno ma non senza i suoi album preferiti a farle da perenne colonna sonora della sua esistenza, il tutto possibilmente sparato ai massimi volumi nelle orecchie.

AMEDEO NOVELLI

Nato a Genova nel 1970. Amedeo Francesco Novelli si occupa di giornalismo e fotografia dal 1993. Attualmente è direttore responsabile di Witness Journal, il primo mensile di fotogiornalismo. Oltre che nell’ambito del reportage, opera anche nella fotografia commerciale attraverso l’agenzia FotoUp Agency di cui è uno dei fondatori. www.fotoup.net www.witnessjournal.net

ANTONIO BELVEDERE

Nato nel 1968 in Calabria. Negli anni Settanta già iscritto alla disoccupazione. Formato in giro per l’Europa tra cucine, chef e camere oscure. La sua curiosità contribuisce nell’intenzione di raccontare la verità oltre l’evidenza. La fotografia è il mezzo scelto per confrontarsi con gli altri. La sua terra è un teatro che aspetta, l’arte per lui è azione. E’ assolutamente convinto che la “cultura” appartiene al popolo nel senso letterale del termine. Gli intellettuali gli debbono ancora pagare le fotografie.

FRANCESCO PRANDONI

Nato circa 40 anni fa in quel di Milano, si faceva subito notare per la fretta di venire al Mondo, infatti nasceva di 8 mesi. Amante da sempre della musica e delle note inizia a far foto ai concerti arrivando a fotografare le più grandi star italiane ed internazionali. Da circa 7 anni quasi ogni sera immortala con la sua macchina fotografica musicisti e cantanti, raccogliendo anche alcune soddisfazioni personali, come qualche libro di fotografia, qualche copertina cd e parecchie pubblicazioni su quotidiani, settimanali e mensili. I suoi scatti hanno contribuito a realizzare la mostra “Woodstock The after party “ presso la Triennale di Milano. Il suo sogno è quello di seguire in tour qualche star internazionale e per questo sta lavorando sodo….

STEFANIA BERNARDINI

Laureanda in Teorie e tecniche della comunicazione mediale. Di lei dice: “Io sono il rosso. Energia, creatività, pazzia, passionalità”. Sempre in viaggio alla ricerca della stupefacente arte dell’imperfezione. Per lei la vita è spettacolo, luce, allegria. I desideri alimentano la quotidianità. I sogni esistono per essere realizzati. Osserva il mondo e non smette mai di stupirsi di questo incanto.

RAFFAELLA SCARPITTA

Da piccola cresce nutrita dalla cucina della sua mamma e dalla danza classica. È grazie a questa arte che impara come il bello sia nella perfezione e l’eleganza nella semplicità. Dopo un amore non corrisposto per il guerriero Ken Shiro, noto personaggio di un manga giapponese, si dedica alla musica, al cinema e ai libri. Dalle sue letture cerca sempre di estrapolare qualche massima di vita, tra le molte, la più importante è questa: “Non lasciarti sfuggire dalle mani ciò che è tuo e nessuno te lo potrà togliere” (Lo scudo di Talos, Manfredi). Vive e studia a Milano, ma, appena può, va in giro per il mondo a curiosare.

TIZIANA BRISOTTO

Veneta, coneglianese nello specifico, circondata da vigneti, vino e grappa fin dalla nascita. Ama lo zenzero, il verde, le persone ciniche, la fotografia, la cassata siciliana, John De Leo, la polenta, la calligrafia, la zagara, Venezia, il tè, la pittura e un’infinità di altre cose... La distrazione per lei è una ragione di vita insieme al disordine, il disorientamento e l’amnesia. Lavora come Art director in una agenzia di pubblicità.

ERNESTO TEDESCHI Architetto e fotografo abusivo. Vive e lavora in Sicilia. Ha scritto per diverse riviste e magazine di architettura e arte italiana. Nel 2008 ha aperto il blog Wilfing Architettura dove sperimenta il linguaggio dei nuovi media attraverso dialoghi, inchieste e articoli sui temi dell’architettura. Si definisce un pedestre nei suoi due sensi.

Nato ad Avellino nel 1983, laureato in lettere, diplomato in cinematografia. Conosce prima la macchina da presa e poi quella fotografica. Operatore in svariati e fantasiosi cortometraggi, appassionato di pubblica mobilità, impara a fotografare sul tram, per non dimenticare mai tutto il tempo che ci passa dentro. Da qui nasce il suo amore per la bellezza, che lo porta a lavorare nel campo della moda con il collettivo di designer e costumiste teatrali The Great Vintage Swindle. Attualmente vive a Roma, dove si sta dedicando ad uno studio sul senso della fotografia.

MANUELA DE LEONARDIS

DELFINA TODISCO

SALVATORE D’AGOSTINO

Contraddizione, questa è la password per accedere alla sua personalità. E’ nata a Roma nel 1966 e - benché ami viaggiare (possibilmente con lo zaino) - non ha alcuna intenzione di lasciare questa città straordinaria che ama-odia. Laureata con una tesi in arte contemporanea è curatrice indipendente e giornalista freelance per Il Manifesto, Exibart, CultFrame e Art a part of Cult(ure). Pigra quanto dinamica, cinica benché sognatrice, sostiene l’importanza dello sport unitamente alla psicanalisi… Recentemente ha lasciato le lezioni di GAG (glutei-addome-gambe) per l’Ashtanga Yoga.

Nata in Puglia, dove inizia a fotografare per hobby. Nel 1996 partecipa ad un corso per fotoamatori ed entra per la prima volta in una camera oscura. Da quel momento decide di trasformare la sua passione in lavoro. Nel 2000 si trasferisce a Roma, dove comincia il suo percorso di studi. L’autoritratto diventa il suo chiodo fisso. Spesso in giro con la sua “Holga” in borsetta, dal 2005 scrive il suo diario per immagini. Appena può viaggia, ma è Roma la città dove ha deciso di vivere e lavorare.

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BRUNO MARZANO LIRA (CALABRESE) Strumento musicale tradizionale Provenienza: Bovalino (RC) Tipologia: Cordofono Materiale: Legno (acero e abete) Corde: Budello Dimensioni: cm 46(l) x 13(lar) x 6(p) Archetto: 50 cm (legno e crine) Realizzazione: Bruno Marzano strumento musicale donato ad andy magazine

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RADIOGRAFIE CONTEMPORANEE

Periferia, degrado e abusivismo (non consono all’uso comune della parola) spesso al limite della vivibilità.

di Salvatore D’Agostino V’invito a fare dei viaggi semantici su una triade che spesso appare inscindibile nel linguaggio dei media: periferia, degrado e abusivismo. Periferia: Genova, pieno centro storico, via Maddalena, luglio 2008: Il nervosismo dei residenti è sfociato sabato scorso in una rivolta a suon di bottigliate: «Non ne possiamo più di chiasso e degrado». [1] Padova, area periurbana, via Anelli, agosto 2006: È tutto di acciaio, è lungo 84 metri e alto tre. Per la giunta padovana di centrosinistra «era l’unica soluzione possibile in tempi brevi». Il muro isola dei condomini usati come centrale di spaccio di droga.[2] Degrado: Roma, falsi centurioni romani davanti al Colosseo. Roma, via Cristoforo Colombo, viale Guglielmo Marconi, via Salaria, via Tiburtina e viale Palmiro Togliatti luoghi che nella notte si trasformano in zone di prostituzione. Abusivismo: Agli inizi degli anni ‘80, nel messinese, il mecenate/ artista Antonio Presti fa realizzare delle sculture ‘abusive’ da artisti internazionali. Agrigento, all’interno del parco della valle dei templi, vengono costruite villette abusive. Pratica in uso fino al 2003. Tre parole che attraverso i media alimentano dissenso sociale, evitando l’analisi delle cause. Parole che spesso diventano manifesto politico. Riprendiamone i concetti. Periferia indica la zona esterna della città ed è evidente che non può esistere una città senza un margine. Centro storico è una definizione che individua aree con una presenza prevalente di edifici antichi o rilevanti storicamente. Due parole utili che servono a indicare circostanze specifiche ma non a identificare identità sociali, poiché molte aree dei centri storici e non solo quella di Genova indicata all’inizio ma Catania, Bari, Palermo, Milano, Roma vivono con un senso diverso dell’abitare

Degrado. Qual è la giusta definizione di degrado? Io non lo so, poiché penso che tutta l’Italia dell’emulazione storica a misura di turista sia l’aspetto più deleterio e degradante. Invece credo che nei luoghi declassati con l’etichetta del degrado sociale possiamo trovare bellezza. Abusivismo. Perché dal nord al sud spesso si preferisce costruire in modo abusivo? Anche questa volta non ho nessuna risposta ed occorre smontare questo cliché arcitaliano. AB. Nella sua accezione latina: «indica il luogo o la persona da cui si proviene o ci si allontana o ci si differenzia». USO. Usare, utilizzare, impiegare, adoperare e così via. Da questa vivisezione otteniamo una nuova parola: A-B USO. A-B USO. Cioè l’utilizzo di A che si trasforma in B. Eliminate le nostre tre parole comode da giornalista non ci resta che parlare di territorio e città e di ciò che trasforma l’A (il presente) in B (il presente più prossimo). Ora poniamoci una domanda: chi programma il territorio e la città? Per rispondere occorre fare una piccola panoramica storica. Dal 1910 si utilizza una parola trasposta dal francese urbanisme cioè Urbanistica. Solo all’inizio del Novecento si impose l’esigenza di una scienza legata alla città, poiché la compulsiva espansione delle città, nate con la rivoluzione industriale, portò a trovare delle strategie diverse per sopperire ai disastri sociali e igienici che si erano improvvisamente creati. Da quel momento la città iniziò a essere pianificata, cioè pensata e programmata ad ogni esigenza veniva ridefinito uno spazio funzionale. In questo modo le città vennero ridisegnate in funzione dei nuovi valori tecnologici: lavoro meccanico, auto private, mezzi di trasporto collettivo e economia non più locale. Questo sistema fu rimesso in discussione nel 1968 poiché le città così generate risultarono classiste: quartieri operai, quartieri per i lavoratori del terziario e un centro storico abitato spesso dagli operatori finanziari. Si avviò la fase edulcorata del moderno ovvero il postmoderno che si affianca alle vicende della post industrializzazione (delocalizzazione e sofisticazione tecnologica). Un’altra fase di rottura si ha con la caduta del muro di Berlino, nel 1989. Il muro che crolla è quello della


città funzionale. In questo periodo ci si accorse che la città divenne un catalizzatore d’informazioni non più leggibile secondo le vecchie tassonomie funzionali. «Quando l’informazione si sposta alla velocità dei segnali del nostro sistema nervoso - ha scritto Marshall McLuhan - l’uomo non può che considerare antiquate tutte le precedenti forme di accelerazione, come la strada e la ferrovia. Ciò che emerge è un campo totale di consapevolezza. I vecchi schemi dell’adattamento psichico e sociale non contano più nulla». [3] Ma leggere pedissequamente le esperienze moderne, postmoderne e contemporanee nelle nostre città è un errore. Ogni città contiene una ricchezza variegata di conoscenze, storie e culture legate al territorio che non rispettano le semplificazioni delle correnti ideologiche urbanistiche. Come dice Marshall McLuhan i vecchi schemi non servono a leggere la città di oggi. Gli operatori della città (politici, urbanisti e la gente comune) devono munirsi di sensori diversi e non di scienze esatte. «Come scriverei oggi questo libro? - si è domandato Umberto Eco - Lo dicevo nella prefazione del 1964, fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria di giovedì prossimo. Basta pensare che in quegli anni uscivano inchieste sociologiche sul futuro dei giovani in cui pronosticava una generazione disinteressata della politica, volta a una buona posizione, un matrimonio tranquillo, una casetta e un’utilitaria». [4]

Lo studio Albori chiamato più volte a progettare queste aggiunte, si dissocia dalla tendenza del camuffamento e costruisce dei sopralzi, per quelli che sono, delle semplici aggiunte. Il suolo a disposizione, se pur ad altezza non consueta, diventa una progettazione ex novo, una nuova casa con aree adibite al verde e all’incontro. Maria Giuseppina Grasso Cannizzo vive e lavora nel ragusano, nel 2004 è chiamata a ristrutturare una casa unifamiliare in un’area marginale di Ragusa. La preesistenza rispecchiava il linguaggio delle seconde case dei dintorni, villette per le vacanze con tutto il corollario tipico del ‘fai da te’ architettonico. L’architetto siciliano smonta e ricuce sulla struttura in cemento, una casa che non dialoga con l’identità “vacanziera”. Costruisce un mostro edilizio contemporaneo dissociandosi dalle usanze costruttive del luogo. Nel casertano opera Beniamino Servino, nell’estate di qualche anno fa gli è stato commissionato un ampliamento abusivo di una parte di un edificio, il committente doveva sposarsi e aveva bisogno di altri spazi. In pochi giorni, nel mese di agosto, il lavoro fu finito con lavori totalmente abusivi. L’anno successivo, i fratelli che abitavano nei piani di sopra, avendo apprezzato l’intervento, ampliarono anch’essi i propri appartamenti. L’architetto disegna la nuova volumetria dimenticandosi del contesto e ridefinendo il concetto di abusivismo della zona.

Come leggere la città? Anche per questa risposta non ho soluzione da prospettarvi, fare una teoria senza tener conto ‘del giovedì prossimo’ sarebbe inutile. Vi propongo alcuni episodi concreti di architetti, e non solo, che lavorano sulle sfumature e non sugli anatemi dei media. La Regione Lombardia nel 1996 approva una legge chiamata ‘Recupero ai fini abitativi dei sottotetti esistenti’, in pochi anni i tetti di Milano vengono gonfiati, addobbandoli con cappuccine in stile e spioventi valdostani. In poco tempo muta il paesaggio milanese. [5]

I Critical Garden sono un gruppo bolognese che va a caccia di aree abbandonate dove costruire dei giardini senza nessuna intermediazione politica. Unico aiuto la gente disposta a prendersi cura, nel tempo, di questi spazi. La città pianificata senza una lettura costante dei cambiamenti economici, sociali ed edilizi non è più possibile. Se leggiamo le nostre città ci accorgiamo che c’è in atto un A-B USO quotidiano. Non è più possibile programmare quando A diventa B, dove B va inteso come terreno incolto o edificio preesistente. L’urbanistica non è morta ma ha bisogno, come dice MacLuhan, di munirsi di nuovi codici e, come scrive

Eco, di non proporre teorie definitive. Occorre una nuova visione. Nel 2000 Jimmy Wales e Larry Sanger ebbero un’intuizione: creare una piattaforma telematica dove offrire agli utenti la possibilità di inserire le voci della futura enciclopedia telematica. Nacque Wikipedia, un sito con delle regole precise per inserire i dati ma aperto a qualsiasi contenuto. La voce inserita da un utente è modificabile da tutti. L’urbanistica dell’A-B USO di cui vi sto parlando ama questa filosofia, che non inizia nel 2000 con l’invenzione di Wikipedia ma è stata teorizzata da Umberto Eco nel suo libro Opera aperta nel 1962: «L’autore offre insomma al fruitore un’opera da finire: non sa esattamente in qual modo l’opera potrà essere portata a termine, sarà pur sempre la sua opera, non un’altra, e che alla fine del dialogo interpretativo si sarà concretata una forma che è la sua forma, anche se organizzata da un altro in un modo che egli non poteva completamente prevedere: poiché egli in sostanza aveva proposto delle possibilità già razionalmente organizzate, orientate e dotate di esigenze organiche di sviluppo». [6] Il piano urbanistico A deve poter essere modificato da B, dove B è il prossimo A. Andare da A a B significa anche che B non rispetta i codici di A come abbiamo visto nei lavori precedenti. La teoria A, così costruita, ama essere revisionata giovedì prossimo. Per capire meglio le storie di A-B USO vi suggerisco di andare alla Villa comunale di Sciacca e osservare i giocatori abusivi di bocce, divisi in due squadre di quattro persone di età mista dai 20 ai 70 anni, animano partite emozionanti tra l’asfalto e i bordi delle aiuole. V’invito ad ascoltare i loro incitamenti, sono delle vere e proprie giaculatorie che richiamano il gergo dei pescatori. Tutto avviene di fronte al teatro, mai finito, dell’architetto Giuseppe Samonà, costruito e dimensionato secondo le previsioni del piano urbanistico. Recentemente, pare che si sia costituito un comitato contro il degrado della Villa. Credetemi, io che ci sono stato, so cosa degrada quell’area e non è certo l’A-B USO dei giocatori di bocce. Dimenticavo: a chi e a che cosa servono le parole periferia, degrado e abusivismo?

Note: [1]Raffaele R. Riverso, Maddalena fra degrado e movida ‘Senza sicurezza, qui muore tutto’ La Repubblica, 05 luglio 2008 ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/07/05/ maddalena-fra-degrado-movida-senza-sicurezza-qui.html [2] Paolo Beltramin, Immigrati e violenze. Padova alza un muro, Corriere della Sera, 10 agosto 2006 www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/08_Agosto/10/padova. shtml [3] Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967 [4] Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano, 1994 [5] LOMBARDIA Legge regionale n. 15 del 15 luglio 1996 [6] Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962


IRENE TINAGLI Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Irene Tinagli

Luogo: Viareggio

Foto: Ernesto Tedeschi

Ricercatrice e docente di economia dell’innovazione e della creatività. Lo sguardo attento e critico di chi nell’oggi individua l’eccellenza del domani La creatività. Una parola che racchiude nel suo significato una molteplicità di sfumature e concetti, un vero e proprio mondo che si plasma ed evolve davanti ai nostri occhi. Mai come nel ventunesimo secolo si è parlato con più insistenza ma anche con più facilità di persone, lavori e ambienti creativi. Se vi ponessimo una domanda tanto semplice quanto spiazzante quale cos’è la creatività? Cosa rispondereste? Avete riflettuto? Bene... siete convinti che la risposta sia giusta? Per chiarire ogni idea e comprendere cosa sia veramente la creatività abbiamo incontrato Irene Tinagli. La professoressa Tinagli ha lavorato come consulente per le Nazioni Unite, la Commissione Europea e diverse altre organizzazioni internazionali, ministeri e governi. Ha conseguito un Master of Science e un PhD in Public Policy e Management all’Università di Carnegie Mellon di Pittsburgh. Attualmente è ricercatrice e docente presso l’Università Carlos III di Madrid dove si occupa di economia dell’innovazione, sviluppo e creatività. Chi se non lei può chiarire ogni dubbio? Se ancora pensate che la cretività sia solo sinonimo di genio e sregolatezza siete sulla strada sbagliata... Partiamo subito con una domanda impegnativa ma oserei dire necessaria, visto l’uso spesso improprio che si fa di questo termine. Cos’è la creatività e chi appartiene alla cosiddetta classe creativa? Definire la creatività non è semplice. Vi hanno lavorato e vi lavorano ricercatori, filosofi, economisti. Solitamente questa parola viene usata come aggettivo, quindi si parla di economia creativa, prodotto creativo, processo creativo. Creativo è tutto ciò che possiede un elemento di novità rispetto a ciò che esiste, di originalità, ma anche di utilità. Non è da intendersi, errore facilmente commesso, come stravaganza fine a se stessa, bensì la creatività è un modo di risolvere ed affrontare certi tipi di compiti e di problemi in modo nuovo. Ha pertanto questa doppia anima di novità ed utilità. Tutti coloro che affrontano problemi e trovano soluzioni non seguendo una prassi standardizzata, secondo procedure definite, ma in un modo che richieda competenze ed originalità, appartengono appunto alla classe creativa. Si tratta di professioni ad ampio raggio, non solo artisti o scienziati, ma anche avvocati, architetti, medici, ingegneri. Il raggio è ampio e potenzialmente molte più

professioni che oggi non sono considerate e valorizzate come creative potrebbero esserlo. Da cosa dipende la creatività, quali sono i fattori che la determinano? Innanzitutto ci sono fattori individuali, mi riferisco alla famiglia in cui si è cresciuti e alle relazioni sociali, fondamentali per lo sviluppo della capacità critica. Secondo elemento sono le competenze che una persona matura, perché va comunque sottolineato che la creatività non è innata ma si alimenta di competenze; e per finire l’ambiente sociale e culturale in cui la creatività si esprime. Su cosa si fonda l’ethos creativo? Beh, potrei dire su molte cose. Fondamentalmente sull’onestà intellettuale, sulla capacità di autoespressione, quella che gli inglesi chiamano selfexpression. Quali sono gli elementi che contraddistinguono l’ambiente e le scelte di vita della classe creativa? Sono ambienti che stimolano, favoriscono e accettano la diversità intellettuale degli individui, che la sanno apprezzare, che si sanno confrontare con la diversità delle opinioni e delle scelte. Questi sono gli ambienti migliori perché incoraggiano e stimolano le persone ad esprimersi e a proporre cose nuove. I due fattori chiave sono l’apertura culturale e sociale. Quali sono le ragioni che hanno portato all’ascesa di questa nuova classe? In gran parte è stata guidata da un’evoluzione del mercato e dell’economia, ma vi è anche un elemento sociale. Mi riferisco al fatto che, con il tempo, ci si è accorti sempre più del ruolo e dell’importanza di questi aspetti legati alla creatività, e appartenere alla classe creativa è diventata una forma di status sociale. La capacità di essere creativi è percepita e vissuta anche come una gratificazione personale e, di conseguenza, è diventata una cosa ambita dagli individui come realizzazione personale. All’inizio quindi è stata la molla economica ma il suo successivo diffondersi in maniera

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così prepotente è legato alla componente sociale. In un sistema così aperto e tollerante, qual è il valore del cosiddetto capitale sociale e qual è la sua riconfigurazione rispetto al passato? È importantissimo, esso identifica le relazioni sociali che una persona ha e che le consentono di avere accesso ad una serie di risorse e possibilità di crescita. Certamente è notevolmente cambiato il suo ruolo sia nella vita del singolo che nel sistema economico, perché ha assunto anche una funzione di crescita economica. In passato il capitale sociale era molto più piccolo e ristretto, le relazioni sociali che una persona aveva erano quelle che nascevano all’interno del quartiere e del paese in cui si viveva. Oggi c’è stata un’esplosione delle relazioni sociali sotto diversi aspetti, si sono allargate sia come raggio di azione e ambito geografico, sia come numero. Si tratta perciò anche di rapporti meno frequenti, che possono pertanto sembrare meno solidi rispetto a quelli del passato. In realtà il capitale sociale attuale riflette il tipo di vita che oggi si conduce, è più ampio e, se vogliamo, più debole, ma anche più selezionato. Rispetto a trent’anni fa le persone hanno più possibilità di selezionare colleghi ed amici. In passato l’ambiente sociale con cui si interagiva era ristretto ed era costituito da persone e relazioni che non si erano scelte; era sì una rete protetta ma, diciamolo, anche soffocante. Le reti sociali di oggi sono più ampie e solo in apparenza più deboli, infatti, essendo selezionate a priori, nascono sulla base di forti interessi comuni, di esperienze condivise. Sono rapporti che nascono con una configurazione diversa e, grazie all’ampliamento e alla selezione, attraverso di essi possiamo accedere ad una vasta mole di informazioni e conoscenze, alimentando la nostra creatività in un modo potenzialmente infinito. Perché oggi la creatività è essenziale per la nostra vita e il nostro lavoro? È essenziale perché l’economia è cambiata, si è evoluta. Oggi le produzioni sono sempre più guidate dall’idea che ci sta dietro e non dall’elemento manuale, che può essere per lo più svolto dalle macchine o da processi facilmente reclutabili anche in altri Paesi. Ciò che oggi rappresenta veramente un vantaggio competitivo per


un’azienda, un’organizzazione, più in generale per un Paese, è la capacità di pensare in modo veloce ed innovativo. Questo lo può fare solo la creatività umana, non esistono macchine che possano farlo. Su cosa si basa l’economia creativa? Sulla capacità di innovare, inventare delle cose nuove in tempi molto rapidi. Non si tratta solo di inventare, perché non parliamo solo di compiere innovazioni radicali ma anche, più semplicemente, combinare delle cose nuove, prendere ciò che è nato in un settore e applicarlo ad un altro. A volte è veramente meno radicale di quanto si creda. Pertanto possiamo dire che la creatività guarda anche alla tradizione? Certo. Non si possono sempre inventare cose nuove, ma bisogna anche saper reinventare ciò che già esiste. Fare incursioni nel nostro passato può essere un valido strumento per cogliere idee oltre che ricevere stimoli per affrontare nuovi aspetti del futuro. Non credo che la creatività debba essere solo ed esclusivamente novità a tutti i costi. Anzi, specialmente in certi ambienti, si nutre molto di ispirazione, stimoli e la tradizione può darne tanti. L’urbanista Jane Jacobs diceva sempre che le idee nuove hanno bisogno di edifici vecchi; lei fu sempre molto affascinata dagli edifici storici, dai vecchi palazzi, amava molto l’idea di recuperare i vecchi spazi per farne delle cose nuove. Si tratta sempre di sperimentazioni belle e fruttuose. Che peso ha la componente femminile in questo settore? È un argomento molto affascinante su cui ritengo non si sia ancora molto indagato. Per decenni gli studi sulla creatività, prettamente in campo psicologico e non economico, venivano svolti su soggetti maschili. Non ci sono ancora studi approfonditi sulle capacità, sul se e come le donne possano avere un approccio alla creatività diverso dagli uomini. Quello che sappiamo sicuramente è che, per esempio, i contesti e i gruppi di lavoro in cui c’è una maggiore diversità, anche di genere, tendono ad essere gli ambienti più creativi e innovativi, dove si trovano con più facilità soluzioni nuove ed originali. Esistono pertanto delle attitudini differenti tra uomini e donne? Questa è una questione ancora molto dibattuta, gli studi a tal proposito sono ancora molto empirici. Sicuramente le donne hanno, per alcuni aspetti, delle determinate peculiarità che la creatività richiede: il saper collegare molte cose, l’essere più interdisciplinari. Però è anche vero che la creatività richiede un pizzico di rischio, molta confidence e parecchia autostima, quella sicurezza in se stessi che non sempre le donne possiedono. Hanno più paura ad esprimersi, per questioni sociali si autocensurano di più. Paradossalmente potrebbero avere più capacità ma hanno più difficoltà a realizzarle ed esprimerle. Abbiamo accennato all’interdisciplinareità, uno degli elementi che costituiscono l’anima della nostra rivista. Che ruolo e peso assumono la pluridisciplinareità e il multiculturalismo nell’ambiente dei creativi? In genere moltissimo, perché le cose più creative nascono proprio dalla capacità di captare le tendenze,

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cogliere le novità apportate nelle varie discipline e applicarle nella propria. Bisogna però fare anche attenzione perché la pluridisciplinareità può essere molto dispersiva e quindi può impedire lo sviluppo di competenze specifiche in un settore, aspetto altrettanto importante. La capacità di dominare un ambito specifico è fondamentale, non si può competere senza essere professionisti di altissimo livello nel proprio settore. Questo però, benché indispensabile, non è sufficiente, si deve anche mantenere una capacità e una curiosità rispetto una serie di ambiti limitrofi che possono rivelarsi terreni fertili con cui interagire, per arricchire il proprio settore di specializzazione. Alcuni sociologi più che definirla come interdisciplinareità parlano di ibridazione della specializzazione, una specializzazione capace, quando necessario, di fare incursione in altri settori. Qual è il ruolo del talento socioeconomico moderno?

nel

sistema

Assolutamente fondamentale. Personalmente ritengo il talento molto legato alle competenze forti, solide e radicate, perché senza di esse manca la materia prima. Il talento è una pre-condizione indispensabile per l’economia creativa e la creatività. Naturalmente con un battage, perché se noi formiamo persone bravissime e altamente competenti ma poi non le abituiamo e stimoliamo a combinare le conoscenze, ad essere appunto creative, le cose non cambiano, non c’è valorizzazione del talento. Talento, sistema economico e globalizzazione. Che rapporto intercorre tra questi tre elementi? Non si può più pensare di competere se non siamo in grado di misurarci con un mercato globale. Globale non solo per i prodotti che si commerciano e si vendono ma mercato globale anche per quanto riguarda le idee, i saperi e le persone. Se parliamo ad esempio dell’Italia, vediamo che nel nostro Paese non si fa solo fatica a vendere prodotti ma anche ad attrarre e trattenere “cervelli”, idee e talenti. Quindi si parla di mercato globale a 360°, non più solo per le merci ma sempre di più per i talenti e i saperi. Rispetto alla nuova riconfigurazione dell’economia e della struttura sociale, quali sono gli elementi e i fattori che concorrono all’innovazione e allo sviluppo di un Paese? Tantissimi. Fondamentalmente esistono molti fattori legati ad un sistema economico-industriale che sia aperto alla competizione, che sia dinamico ed innovativo. Ma, e non mi stancherò mai di dirlo, è altrettanto fondamentale coltivare un sistema sociale e culturale che si evolve alla stessa velocità. Spesso parliamo di modernizzazione dell’economia ma ci dimentichiamo che, se vogliamo un’economia moderna, ci serve anche una società moderna ed è compito nostro aiutare la stessa a crescere, a valorizzare alcuni aspetti, a non dimenticare l’importanza della cultura, dell’apertura e della tolleranza. Questi sono valori che vanno coltivati e portati avanti, soprattutto nel mondo d’oggi. In che misura si può dire l’Italia sostiene e valorizza la creatività? Il nostro Paese ha senz’altro un grosso potenziale, ma non perché è l’Italia, patria di Leonardo, ma perché ha ancora degli ambiti molto importanti, dei contesti economici, produttivi e industriali molto vivi e dinamici. C’è una bella tradizione imprenditoriale che, di per sé, è sempre portatrice di una cultura innovativa e creativa. L’Italia ha anche delle tradizioni culturali di grandissimo valore, ha un valore aggiunto quale la bellezza, che è molto importante anche come fonte di ispirazione. Purtroppo fa molta fatica a creare quelle condizioni, quei contesti, sia economici che sociali, di cui si parlava prima. La creatività ha bisogno di determinate condizioni per potersi sviluppare, esprimere e realizzare. L’Italia fa fatica a creare delle condizioni, a investire in maniera sistematica.

Quali sono le aree di impiego e i luoghi geografici che nel nostro Paese rappresentano una forte attrattiva per i creativi? C’è una grandissima frammentazione, si fa fatica anche perché ognuno ha le proprie eccellenze. Ci sono delle belle realtà per quanto riguarda l’università e la ricerca a Trieste, Torino, Pisa, città in cui si sono sviluppate notevoli aree innovative. Ci sono delle zone interessanti nell’Italia del nord-est e nel centro. Un caso che sicuramente merita di essere citato è quanto si è verificato a Torino negli ultimi anni, esempio di come una città che ha vissuto ed attraversato moltissime difficoltà ha poi saputo gestire il processo in modo molto intelligente, accompagnando la trasformazione economica a quella sociale, non soffocando ma valorizzando le diversità. Vanno create le condizioni affinché questo diventi norma e non più solo eccezione. L’Italia è per antonomasia il paese della creatività. Verità o mito ormai privo di fondamento? Penso che sia un pò un mito. L’Italia ha senz’altro un ottimo potenziale, non perché abbia avuto nel passato grandi nomi che le hanno reso fama e onore, ma perché ha oggettivamente delle potenzialità oggi. Si trovano dei bei contesti industriali e culturali, però sono delle isole, mancano completamente delle politiche sistematiche a livello di governo che siano capaci di creare quelle condizioni indispensabili per valorizzare queste realtà a livello nazionale, e renderle così un sistema funzionante. Qual è la sfida che l’Italia dovrebbe avere il coraggio di affrontare per uscire da questo suo impasse? Riforme un pò più strutturali. Spesso si attuano provvedimenti in modo molto poco lungimirante, pensati e applicati più per accontentare qualche parte sociale e meno con la finalità di costruire il futuro del Paese. Le varie parti sociali, gli attori chiave che vanno dal settore economico a quello politico e culturale, dovrebbero mettersi intorno ad un tavolo e portare avanti le riforme necessarie nel mondo della ricerca, nella pubblica amministrazione. Agire mettendo in atto nuove regole, modificare abito mentale e pensare a riforme di lungo periodo, pensare ad investimenti fatti in modo chiaro, trasparente e con costanza. In una parola attuare provvedimenti efficaci. Se pensiamo al ruolo e al valore della creatività nel futuro, qual è lo scenario che si prospetta? Sono molti anni che si parla di creatività, ma siamo solo agli inizi. La classe creativa di oggi copre in media il 30% dei lavoratori quindi vi è un grandissimo potenziale per ampliare, per far sì che molte persone in più ambiti abbiano la possibilità di liberare la propria creatività ed applicarla ai propri settori di lavoro. Ciò porterà il sistema economico su tutt’altro livello. Noi ora abbiamo imparato a riconoscere e valorizzare la creatività ma solo in alcuni ambiti dell’economia: nei servizi economici più avanzati, nella ricerca, nell’arte, nella comunicazione, nella moda. Ma restano moltissimi altri contesti in cui non si è ancora capito il valore della creatività e le modalità con cui farla emergere e guidarla. C’è ancora molta strada da fare e, una volta colte tutte le potenzialità, ci sarà moltissima crescita, sviluppo, gratificazione e valorizzazione delle persone.

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Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Teresa Macrì

Luogo: Roma

Foto: Delfina Todisco

Web: www.teresamacri.net

CRITICO D’ARTE E DOCENTE UNIVERSITARIA. ACUTA OSSERVATRICE DELLE TENDENZE ARTISTICHE CONTEMPORANEE Conoscete la figura di un critico d’arte così interessante da non voler mai smettere di ascoltare e che è in grado di trascinarvi in un mondo pop dai mille colori animato da musica rock? State leggendo la sua intervista. Teresa Macrì non è solo un critico d’arte, curatrice del concorso pagine Bianche d’autore e professoressa universitaria, è un mondo da scoprire. La sua vita è nutrita di letteratura, filosofia, viaggi, incontri ma tutto vissuto e consumato qui e ora perché nulla nella vita è per sempre. Non chiedetele qual è l’artista della sua vita perché non ne ha, non pensate che per lei esistano miti perché l’unica cosa che veramente le interessa è la forza seducente della mente creatrice. Qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare un critico d’arte? È una domanda che mi faccio anch’io. Il fatto di essere molto interessata all’arte, e per arte intendo l’inclusione di varie discipline, è un’eredità che ho ricevuto dalla mia famiglia. Ricordo ancora quando i miei zii mi portavano nell’atelier di un pittore loro amico, quelli furono i momenti in cui l’allora piccola Teresa iniziò a veder dipingere, a sentir parlare di arte, a respirare quella particolare aria che è entrata in me e non mi ha più abbandonata. Quello fu un vero privilegio perché mi ha permesso di non vivere mai il mito dell’artista ma di osservare e studiare sempre questo mondo con un certo distacco e in maniera lucida. A differenza di molti altri, per me, così come tutte le cose della vita, nessun artista è per sempre. Ciò che veramente mi interessa è l’idea dell’arte, la testa di un’artista, perché solo conoscendo il suo mondo mentale si può capire da dove nasce l’oggetto che lui crea La nostra rivista si chiama Andy, evidente omaggio ad Andy Warhol, cosa ha dato Andy al mondo dell’arte? Andy Warhol ha aperto l’arte al mondo. Penso che l’arte contemporanea abbia dei limiti tra i quali l’essere elitaria, mentre il sistema avrebbe bisogno di allargarsi. Aprirsi al mondo significa permettere a chiunque di percepire e comprendere un’opera contemporanea proprio come un film di Gus Van Sant. Magari non gli piacerà ma il problema non sarà a livello comprensivo. Andy è stato il primo a far sì che l’opera d’arte divenisse oggetto di consumo e potesse essere comprato e consumato come un oggetto qualsiasi. Ha aperto una nuova strada percorsa da tutti gli artisti a seguire. Bisogna andare oltre, l’arte contemporanea è innanzitutto linguaggio contemporaneo e come tale dovrebbe uscire dalla volontaria elite che la limita. Devo anche dire però che al tempo stesso sono molto snob e mi piace il fatto che un’opera non abbia il consenso di tutti. Se ci fosse solo consenso non ci sarebbe crescita. L’arte contemporanea è elitaria per i suoi rituali, penso ad esempio all’opening che non fa altro che autocelebrare quella tribù di persone a cui è arrivato l’invito e si mostra solo per dire che fa parte di quel mondo.

TERESA MACRI’ 15


Quanta reale innovazione credi ci sia oggi nel mondo dell’arte? Ciò che mi interessa dell’arte è il pensiero che ne esce. L’innovazione intesa come caratteristica formale non mi interessa. Ciò che manca realmente è l’innovazione mentale, soprattutto in Italia manca il ripensamento. L’arte contemporanea è un nostro linguaggio e dovrebbe essere supportato maggiormente... ma queste sono le cose che sempre si dicono e che restano sempre uguali. Rispetto alle altre potenze del G8 il nostro Paese vive sicuramente una situazione penalizzante, una condizione di immobilismo dovuta a quel fardello di mancanze che si trascina dolentemente. Non ci sono né attenzione, né sensibilità né preparazione culturale adeguata. Trovo assurdo che in nessun museo italiano ci sia un dipartimento di didattica. Sarebbe ora di iniziare e cacciare un po’ di polvere dalle nostre care ma vecchie istituzioni. Qual è la filosofia della cultura pop e quanto di pop c’è nell’arte di oggi? Penso che la pop culture sia realmente la vita stessa. Questo però è come aborrito dagli artisti italiani che sembrano vedere questo mondo troppo banale e per così dire di seconda classe. Se pensiamo invece agli artisti inglesi, messicani, indiani... ritroviamo un immaginario pop meraviglioso, loro sì che parlano della vita. Pop è la nostra vita più pura, senza maschere. Io mi sento molto pop anche nelle scelte. Sono cresciuta con molta filosofia, ho avuto la fortuna di conoscere Gilles Deleuze ad un reading di filosofia a Bologna e mi è rimasto impresso questo concetto di pop analisi che in realtà racchiudeva l’idea di quella che è l’avventura della conoscenza. Mi sento una pop critica. Il sistema dell’arte, che valutazione ne dai? È un bene che ci sia un sistema. L’arte non può essere una rappresentazione pura perché è viziata dalla soggettività dell’artista. Non esiste niente di puro. Il sistema non vizia l’oggetto ma lo può rendere più ingessato. Il bello dell’esistenza delle regole è la possibilità di sovvertirle e ricrearne delle nuove, come ha fatto un’artista di genio quale Damien Hirst. Tutti parlano del suo lavoro interpretandolo solo in modo materiale mentre c’è molta filosofia nelle sue opere. Interessante è la sua riflessione sulla dimensione dell’uomo contemporaneo: le nostre incertezze, le nostre paure, i nostri lussi, la nostra stupidità, i nostri feticci e quei simulacri con i quali cerchiamo di coprire le mancanze, le assenze, quelle che amo definire le nostre droghe quotidiane. Ciò che mi affascina è la sua capacità di convogliare tutte queste riflessioni sulla nostra esistenza attraverso oggetti che possono sembrare spaesanti. Dal tuo punto di vista esiste un feticcio diffuso nella società di oggi? Qual è il tuo? La nostra società è pianificata su feticci e simulacri per compensare delle assenze. Possono essere tanti. Io sono molto affascinata dal mondo degli oggetti ma in quanto tali li consumo molto velocemente e quindi ho migliaia di feticci che possono durare anche solo un secondo. Sono una persona che cambia molto, probabilmente

incostante, ho un carattere infantile e come tale cerco di avere le cose in maniera infantile. Posso impazzire per un artista perché in quel momento sento una sorta di mimesi, lo stesso vale per uno scrittore, la scrittura mi porta a riflettere su me stessa. Studiare e scrivere su Damien Hirst o Douglas Gordon è studiare sulla mente dell’artista e da ciò posso estrarre delle affinità con me stessa. Tengo però a precisare che la mia volubilità non significa non essere leale, lo sono molto e con tutti. Ciò che odio maggiormente sono la superficialità e la stupidità perché fanno male agli altri. Quali sono i colori, la musica e i sapori con i quali ti descriveresti? I miei colori preferiti sono il bianco e il viola, mi piace il puntinato bianco e nero, è molto optical e fa tanto sixty. La moda per me è importante perché la rapporto al mondo dell’arte, mi piace mescolare gioielli di plastica e oggetti di mercatino ad abiti firmati. Per me la moda è un divertimento perché, se è giusto ricordare che intorno ad essa ruota un’importante economia, tuttavia sarebbe ridicolo prenderla sul serio. La musica che ascolto è rock, punk, techno, hardcore. Vengo da un background molto musicale. Negli anni Ottanta facevo parte degli Illogical sound, una band di Roma. Il mio compito non era né di suonare né di cantare, ma durante i concerti mi muovevo sul palco vestita con un abito tutto bianco sul quale venivano proiettati dei Super8. Da sempre per me la musica significa ribellione. I sapori della mia vita sono semplici, non sono una buongustaia e non amo andare nei ristoranti perché mi annoio da morire. L’arte è più femminile o maschile? L’arte non ha generi, potrebbe essere trans nel senso che translittera da qualsiasi categoria del genere. Il bello dell’arte è essere tutto. Se esiste, quale piattaforma multiculturale e pluridisciplinare preferisci indagare? L’avventura di poter frequentare molte culture, non come categoria del multiculturalismo, è un modo che mi appartiene, sono da sempre interessata a ciò che è diverso da me. Questo è ciò che mi spinge e mi stimola nella vita. Tutto questo è connesso alle pluridiscipline, ossia indagare angoli che non si conoscono. Una delle cose per cui viviamo è la conoscenza e conoscere è navigare tra le differenze culturali. Come donna occidentale a volte non sono riuscita a capire culture troppo lontane dalla mia ma ciò che conta è sforzarsi. La crisi sociale e il declino etico-morale in che modo si riflettono sul fare arte, sia essa cinema, musica, arte, teatro, moda..? Declino è un termine che mi piace perché c’è effettivamente un declino socio-culturale molto forte negli ultimi anni e ciò è avvenuto perché sono venute a mancare dimensioni importanti come: l’essere un essere pensante e responsabile. Non trovo però che tale crisi corrisponda necessariamente ad una crisi rappresentativa nel mondo dell’arte contemporanea. Dan Perjovschi, Douglas Gordon, Damien Hirst ne sono una prova. La qualità è rara ma c’è.

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La crisi sociale e dei valori corrisponde anche ad una crisi creativa? No, forse si può avere di primo acchito questo pensiero perché c’è abbondanza di offerta e non si riesce sempre a trovare qualità. Individuo sempre artisti che mi piacciono tantissimo ma non sono mai tantissimi. Purtroppo la mediocrità pullula nel mondo ma per fortuna in questo grande mare si può sempre trovare qualche artista meraviglioso. Nei miei libri parlo degli artisti che mi piacciono ma non sono gli artisti della mia vita. C’è un innamoramento mentale tra artista e critico ma non è per sempre, proprio come nelle relazioni di coppia. È una sintonia appassionata e fascinatoria che avviene tra due teste, è un innamoramento che dura per un periodo circoscritto. È qualcosa di chimico. La durata dipende dalla capacità dell’artista di trascinarti nelle sue riflessioni. Tutto questo è legato all’ hic et nunc, al momento che si sta vivendo.


Intervista: Caterina Argirò

Soggetto: Giuseppe Alleruzzo

Luogo: Pistoia

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.spazioa.it

ARCHITETTO, DESIGNER, IDEATORE DEL PROGETTO USCITA PISTOIA. HA FONDATO E DIRIGE LA GALLERIA SPAZIOA, LUOGO IN CUI ROMANTICISMO E PASSIONE SONO AL SERVIZIO DELLA GIOVANE ARTE CONTEMPORANEA Giuseppe Alleruzzo è uno dei nuovi protagonisti del panorama nazionale dell’arte contemporanea. Dopo essersi laureato alla Facoltà di Architettura ed aver insegnato in venti città diverse, si trasferisce a Pistoia dove sviluppa una forte passione per il design che si risolve nella realizzazione di alcune mostre. La sola idea di fermarsi non è contemplata da Giuseppe che, spinto dalla passione e dall’amore per il fare artistico, accoglie una nuova sfida personale e professionale, dando vita al progetto artistico USCITA PISTOIA. Il nuovo corso è tracciato: l’amore per l’arte, la passione per i rapporti umani ed il successo del nuovo progetto fanno il resto. Oggi Alleruzzo dirige, dopo aver fondato, la Galleria SpazioA, luogo di ricerca e di sintesi della giovane arte contemporanea gestita con spirito romantico e devozione assoluta. Architetto, insegnante, progettista, artista e oggi gallerista. Come si descrive una personalità così eclettica come la sua? Non saprei neanch’io precisamente come spiegare la cosa. Diciamo che ho sempre fatto quello che ho sentito di fare, come un unico progetto di vita, senza farmi troppe domande e cercando di fare le cose che sono più congeniali a me. Sono state tutte tappe di avvicinamento a quello che sto facendo adesso, che mi piace molto e potrebbe essere un’altra tappa per qualche cosa che verrà in futuro e che non conosco ancora. L’importante è lasciare fluire le cose e farle accadere senza sforzo. In che misura è stata influenzata la sua carriera e il suo approccio al mondo dell’arte dal fatto di essere figlio di un’artista? Fondamentale. Respirare un clima ed un’atmosfera come quella di casa mia accanto a mio padre sono state il punto di partenza di quel percorso di vita le cui fondamenta hanno origine dall’essere figlio di mio padre e di mia madre. Quest’ultima è stata decisiva per uno dei passaggi di

quel percorso che durerà tutta la vita e che mi auguro di affrontare sempre con la stessa passione. Oggi, in qualità di gallerista, che giudizio dà al sistema dell’arte? E’ cambiata la sua visione rispetto a quando era un artista? La tappa del gallerista non è cominciata da molto tempo. Ho molto ancora da imparare e studiare, il cosiddetto sistema dell’arte non so cosa sia. Diciamo meglio non mi sono posto ancora la questione. Cerco di affrontare le cose per come le vedo evitando pregiudizi devianti e cercando di non dare per scontato niente. Vivo dell’esperienza diretta sul campo che mi permette, pur facendo degli errori, di affrontare questo mondo con un certo candore che spero di mantenere per sempre. Molti mi chiedono se mi manca il fare dell’artista; rispondo che affronto il lavoro del gallerista con la stessa energia dell’artista ed è per questo che non mi manca. Non ho nostalgia e non vivo di pentimenti, mai! Ad un certo punto della sua vita si è trasferito a Pistoia e ha dato vita ad un’importante manifestazione quale Uscita Pistoia. Com’è nata l’idea e qual è la natura dell’evento? Nel 2003 in una fase di cambiamento della mia vita ho sentito che volevo condividere lo studio, dove allora lavoravo e vivevo con un gruppo di amici artisti. E’nata così la prima edizione di Uscita Pistoia, con l’intento di creare un dialogo tra gli artisti invitati, lo spazio architettonico ed i visitatori. Si sono poi susseguite altre tre edizioni, fino all’esaurimento della spontaneità che ha caratterizzato il progetto e che ha dato linfa vitale ad una manifestazione che ha destato molto interesse e curiosità. Sono passati da Uscita Pistoia circa 70 artisti, giovani e meno giovani, italiani e stranieri di grande qualità. Qual è stata la risposta della città ad un evento di tale portata? Quelli erano gli anni in cui Palazzo Fabroni arti visive

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e contemporanee era chiuso per restauro. Spero e sono convinto che in questo tempo Uscita Pistoia abbia dato il suo contributo per mantenere viva l’attenzione in città per l’arte contemporanea. Di questo ne ho avuta attestazione dai tanti che mi hanno incoraggiato e sostenuto nel portare avanti il progetto. Da quell’esperienza è poi nata la Galleria SpazioA. Qual è la sua anima? In base a quali criteri sceglie gli artisti che orbitano intorno ad essa? L’esperienza positiva di Uscita Pistoia mi ha fatto venire voglia di far diventare questa passione un lavoro vero e proprio. Ed è così che ho intrapreso l’avventura di Galleria SpazioA nata nel 2006 nello spazio del mio studio per poi, nel 2008, essere trasferita nel centro storico di Pistoia con l’intento principale di farla appartenere ancora di più alla città ed ai suoi abitanti. Con gli artisti che scelgo deve scattare qualcosa che riesce a coniugare la qualità del loro lavoro con la qualità della persona, che ritengo essere importante per la strada da percorrere insieme. Dico sempre agli artisti: facciamo la prima mostra e poi decidiamo se intraprendere un cammino insieme. In che posizione si colloca la sua galleria all’interno del circuito dell’arte? La posizione di chi si vuole fare strada con la qualità e la professionalità, ma non saprei dire adesso quale in particolare. Nella sua galleria viene lasciato ampio spazio ai giovani emergenti. Quali sono le motivazioni di tale scelta e che tipo di rapporto instaura con essi? Penso che una giovane galleria non possa che puntare su dei giovani artisti e con essi costruire un percorso per arrivare al riconoscimento di un lavoro da consolidare tappa dopo tappa. Mi entusiasma molto l’idea di contribuire alla crescita artistica di un giovane seguendo insieme ad essa anche quella personale. Il rapporto con loro è di grande scambio e confronto continuo, la mia è una partecipazione attiva al loro lavoro, voglio essere sempre informato sulle varie fasi, insomma voglio divertirmi con loro. Il suo avvicinamento e interesse ai giovani è evidenziato anche dal nuovo progetto-residenza, sempre chiamato Uscita Pistoia. Ce ne può parlare? Com’è nato e verso quali futuri sviluppi si proietta? L’intenzione è quella di farne un luogo destinato a interventi e residenze per artisti molto giovani che hanno terminato da poco o si apprestano a farlo, esperienze formative nelle più qualificate istituzioni di formazione pubbliche e private italiane e straniere. Occasione, quindi, sia per una riflessione culturale, sia per la costruzione di un ponte tra il mondo accademico e il campo della pratica espositiva e curatoriale.


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Silvia Zotta

Luogo: Milano

Foto: Amedeo Novelli

Web: www.silviazotta.com

ARTISTA ARGENTINA. IL SUO ELEMENTO È LA CERAMICA, ANTICA ARTE CHE INTERPRETA CON UNA VISIONE CONTEMPORANEA DOVE FORMA, COLORE, PITTURA E INCISIONE TROVANO UN LORO NATURALE EQUILIBRIO Dedicarsi ad un’arte antica e di lunga tradizione quale la lavorazione della ceramica con uno sguardo nuovo, un approccio che pone in primo piano l’anima e le emozioni del fare artistico. Questo è uno degli elementi che caratterizzano le opere dell’argentina Silvia Zotta. Appena entrati nel suo laboratorio milanese si è accolti dal suo caldo sorriso e dall’esplosione dei colori e delle forme delle sue ceramiche. Silvia è una donna e un’artista straordinariamente aperta, il suo mondo, così come il suo lavoro, non ha confini né etichette, viaggiare e creare, questa è la sua dimensione. Perché la scelta della ceramica? La ceramica è un po’ come il teatro. Nel teatro c’è voce, volumi, attori, danza, movimento e così in ceramica c’è colore, pittura, incisione, forma. Il mio amore per la ceramica è scoppiato molto presto, avevo otto anni e andai alla festa di compleanno di una mia amica che nel doposcuola frequentava dei laboratori di ceramica per bambini, trascorsi l’intera giornata a guardare i suoi lavoretti e da lì mi dissi: “voglio fare ceramica”. Ho fatto l’accademia a Buenos Aires seguendo corsi di pittura, scultura e solo successivamente ho frequentato la scuola di ceramica infine ho completato la mia formazione in Italia alla scuola di Faenza. In che modo il metodo di lavoro che segui definisce le tue opere? Come prima cosa mi immagino sempre lo spazio, non l’oggetto sulla base. La mia è una ceramica d’ambiente, “architettonica” e prima di fare una mostra vado sempre a vedere lo spazio, il posto. Mi piace che la gente si soffermi davanti ad una mia opera e si chieda se è design, scultura, pittura. Per me la ceramica è pittura tridimensionale, mi piace che non le si possa mettere un’etichetta. Qual è l’elemento che contraddistingue il tuo lavoro? Ho sempre voluto fare opere grandi e questa è una sfida rispetto alla materia che uso. Cerco di fare grandi lavori mettendo insieme piccoli pezzi. Ad esempio ho realizzato un’installazione partendo da dei piccoli vasi

tubolari. Ho adottato una forma così presente nella produzione in ceramica e facendone altro. Mi piace che i pezzi siano versatili, fare un vaso, stereotipo della ceramica e nell’installazione renderlo un tubo, puro colore.

Come appare ai tuoi occhi l’arte contemporanea?

Disegno molto sulla carta e poi riproduco, a volte vedo delle cose che mi colpiscono, faccio delle foto ma poi non le riproduco di preciso. Altre volte prendo dei lavori vecchi e li rifaccio, il bello della ceramica è anche il fatto che non rifai mai la stessa cosa per due volte.

Non capisco bene da che parte vada. Forse non riesco a coglierne il senso. Non mi interessa il materiale con cui si lavora e si crea, l’importante è che mi dica qualcosa, che parli. Spesso mi trovo davanti a opere che non capisco. Vado ad una fiera d’arte e mi trovo davanti ad una sedia e inizio a chiedermi: “mi posso sedere o è un’opera?”, vedo un filo appeso che non mi dice assolutamente nulla e poi leggo la spiegazione pazzesca che ne viene data e mi dico: “Ah si?”. A me piacciono gli artisti che creano ancora con le loro mani, un lavoro che contiene ancora un sapore di artigianalità.

Da dove deriva la parte poetica delle tue creazioni?

Cosa significa per te la parola creatività?

Il primo presupposto è il luogo in cui vivo. Sono in Italia, la terra che abbiamo sotto i piedi è rossa e io uso questa terra, mi piace questa parte poetica. In Italia c’è poi un’importantissima tradizione della maiolica e io ho voluto riprendere e avviare la mia ricerca da qui. Vivo in questo Paese da sedici anni, i miei nonni erano italiani, ho un forte legame con questa nazione. Solitamente i ceramisti si preparano i loro colori, le loro terre. Io da questo punto di vista ho fatto molta esperienza a scuola, mentre ero a Faenza , ma poi ho deciso di acquistarli perché in Italia vengono prodotti smalti e colori straordinari. E’ dura superare le convinzioni e l’idea che il vero ceramista è solo colui che si prepara i propri colori e che usa esclusivamente forno a gas o a legna. Io non lo credo e per questo ho intitolato una mia mostra “Noioso forno elettrico metropolitano”. Credo una cosa su tutte, che il lavoro che fai deve essere coerente con la vita che conduci. Io vivo a Milano, sono cresciuta a Buenos Aires e non in campagna o in un piccolo centro di provincia, cerco di unire la ceramica, tecnica così ancestrale e primitiva, alla mia vita frenetica e cittadina di tutti i giorni. L’importante non è che colore usi ma il modo in cui lo usi. La domanda che sento fare più spesso alle mostre di ceramica è “come ha ottenuto questo colore?” Questo mi annoia, vorrei che dicessero “perché ha usato proprio qui questo colore?” In ceramica c’è il mito della tecnica mentre a me interessa l’anima del lavoro.

Tempo fa un mio amico mi ha inviato un messaggio con una frase pronunciata dal celebre cuoco spagnolo Ferran Adrià: “la creatività è non copiare”. Io non saprei dare definizione migliore. Se ti guardi intorno vedrai e sentirai solo il già fatto, il già detto. Bisogna cercare fuori dalle cose conosciute, cercare il più lontano possibile dal noto.

Come nasce una tua idea?

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Al di fuori della tua attività, come ti definisci, quali sono le altre componenti della tua vita? Mi sento un’argentina che ha radici in Italia. Vivo sentimenti contrastanti, passo dalla nostalgia e dalla malinconia ad essere utopicamente positiva, penso sempre: “succederà qualcosa di buono”. Non mi piace una vita sedentaria ma porto con me un pezzettino da ogni parte in cui vado. Il mio mondo è fatto di tanti pezzetti, un giorno mi chiama un mio amico dall’Olanda, poi da Barcellona..., la tecnologia mi fa bene perché posso comunicare con tutti. A Milano mi sono creata il mio mondo, mi piace la tranquillità. Adoro questa città in agosto perché è deserta e appena arriva il freddo me ne vado in vacanza al caldo. Il freddo è l’unica cosa che mi ferma il cervello.


Intervista: Manuela De Leonardis

Soggetto: Sükran Moral

Luogo: Roma

Foto: Ernesto Tedeschi

Web: www.sukranmoral.net

UNA GRANDE ARTISTA DELLA CONTEMPORANEITA’. LA SUA ARTE ED IL SUO MESSAGGIO COLPISCONO CON LA STESSA FORZA ESERCITATA DA QUELLA VIOLENZA CONTRO CUI SI SCAGLIANO L’intera pagina 9 di Hürriyet, del 29 marzo 2009, è dedicata a Sükran Moral (Terme - Turchia, vive tra Istanbul e Roma). C’è anche Artista (1994), opera fotografica in cui Moral – seminuda - evoca l’icona del Cristo in croce: è stata battuta da Sotheby’s, nel marzo scorso, per 12.500 sterline. “Tutta colpa della vagina”, suona più o meno così in italiano il titolo sul diffuso quotidiano turco. Si riferisce alla grande - esplicita - immagine di Found Guilty, esposta in occasione di Love and Violence, personale dell’artista alla Yapi Kredi Kazim Taskent Art Gallery di Istanbul (marzo/maggio 2009), ma che per via di un certo codice (si legga pure censura), come precisa il rotocalco, non è stata pubblicata. Due gambe divaricate e un sesso femminile in primo piano, da cui cola del rosso che va a tingere il candore di un telo. Il sangue delle mestruazioni e, insieme, della verginità. Dono prezioso da custodire per la prima notte di nozze e da esibire pubblicamente - usanza anche italiana di non troppo tempo fa - ma anche onta da lavare con altro sangue, quando c’è odore di disonore. Sesso, amore, morte e un corollario di pregiudizi. Violenze impunite che troppo spesso si consumano all’interno del nucleo familiare, complice l’omertà, la vergogna. Non è casuale, quindi, che Sükran Moral scelga di inserire l’immagine nel contesto domestico di una sala da pranzo. Un gruppo di bambine - “bambinespose vestite di bianco che sognano il principe azzurro” danzano intorno alla tavola apparecchiata. Sembra un giorno di festa con le margherite nel vaso, le candele rosse come i tovaglioli, ma anche una pistola, un martello, un grosso coltello da cucina. L’unico invitato, però, è uno scheletro che dichiara la propria identità femminile attraverso la parrucca nera: quanto al neo è una citazione autobiografica dell’artista. Uno scheletro che urla, con la testa tra le mani. Sükran Moral si ispira all’urlo più celebre della storia dell’arte. Anche questo - come quello di Munch è un urlo disperato, silenzioso. L’arredo del salotto prevede un quadro alle pareti: non una rasserenante veduta panoramica, un tripudio floreale, né un ritratto di famiglia. E’ un disegno tracciato in rosso in cui la sagoma di uno scheletro - anche questo femminile – ha il volto coperto

da un velo che sgocciola. In un altro ambiente della galleria, al piano terra, si consuma un diverso tipo di violenza. L’artista è impegnata nella performance che dà il titolo alla mostra, ovvero il drammatico racconto della pratica della mutilazione genitale femminile. Una mamma in chador che taglia con la lametta il clitoride alla sua bambina-fantoccio. E’ finito il tempo dell’innocenza. Diventare donna significa sottomettersi alle regole, coprirsi, omettere anima e corpo. L’azione si conclude con le frustate (vere) che l’artista-mamma infligge al proprio corpo e a quello della figlia. Sono le donne stesse - spesso - a perpetuare violenze in nome della tradizione, della religione, dell’ipocrisia. Sükran Moral è serissima quando parla di arte ma - nell’intimità domestica - gioca a fare la diva se indossa il cappello di paglia con il lungo tulle bianco e ha l’entusiasmo di una bambina quando sfoglia

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il libro tridimensionale di Alice nel paese delle meraviglie o guarda teneramente Pallettina, la sua gatta pelosa il cui nome ufficiale è Sheker (zucchero in turco). In cucina l’acqua bolle per il tè. L’artista lo prepara come si fa in Turchia. La sua teiera, però, è frutto di un assemblaggio originale. La parte inferiore - dove c’è il tè concentrato - è un bricco di metallo. Sopra l’acqua bolle in una graziosa teiera di ceramica old fashion. Sükran ama collezionare cose d’altri tempi: tazzine, bicchieri da liquore, candelabri, ex voto... Oggetti con un passato che non le appartiene, ma su cui è libera di fantasticare. “Nei mercatini compro di tutto, anche abiti, cappelli, guanti, scarpe...” - dice “Mi piace reinventare indumenti e gioielli, rendendoli miei. Quando sono a casa, da sola, mi travesto. Mi trucco, mi guardo allo specchio. Lo faccio per me. Sono affascinata dalla diversa personalità che esce fuori”.


Parlando del tuo lavoro, ricorre spesso il termine “teatralizzazione” di usanze, tabù, pregiudizi, trasgressioni… Attraverso il travestimento interpreti sempre un diverso personaggio. Lo facevo anche da bambina nel mio paese, un posto sperduto della Turchia dove non c’era nulla. Ero uguale a come sono oggi. Forse è rimasto in me un aspetto infantile. Il disagio, la condizione femminile - in particolare nel mondo islamico - la violenza... sono tra le tue tematiche ricorrenti che, peraltro, nascono da un vissuto personale. Purtroppo sì. Come me ci sono tante donne che hanno subito violenza. Non mi chiedere che tipo di violenza, perché non mi va di parlarne. Altrimenti si esce fuori dall’arte e diventa terapia. Mi ha colpito molto quello che hai detto nell’intervista raccolta da Bruno Di Marino per Ziqqurat (2002) - pubblicata anche sul libro Sükran Moral. Apocalypse, a cura di Simonetta Lux e Patrizia Mania - quando racconti che da ragazzina non volevi fare la sarta e tua madre ti iscrisse di nascosto alle scuole medie. “Mio padre quando mi trovava a leggere romanzi mi picchiava,” - affermi - “dicendomi che sarei diventata puttana o comunista. Mio fratello mi obbligava a coprirmi con il fazzoletto. A quindici anni, quando frequentavo il liceo, creai un altro scompiglio: avevo scritto una poesia sul destino delle donne curde. Alla fine mi hanno dovuto accettare, ma ricordo che fino al giorno in cui ho compiuto 18 anni e che finalmente sono andata via da Terme, mi hanno continuato a picchiare tutti in famiglia. Insomma ho pagato la trasgressione con le botte.”. Non avrei voluto che fosse pubblicata questa parte dell’intervista. In Ziqqurat non compare. Non mi piace parlarne, perché viviamo in una società spietata e la gente non rispetta le persone di cui prova pietà. Io stessa mi sento molto vulnerabile, anche se rimango un’ottimista. Nel 1989 sei arrivata a Roma come esiliata. La situazione politica e sociale nel tuo paese è cambiata nel corso degli anni. La Turchia ambisce ad entrare nell’Unione Europea. Nel 1997 sei stata invitata a partecipare per la prima volta alla Biennale di Istanbul, dove hai presentato progetti realizzati in luoghi off-limits della città: il bordello, il bagno turco maschile, il manicomio. Pensi che oggi si respiri, effettivamente, aria di rinnovamento? Dipende se parliamo dell’ambiente artistico o del paese. Dal punto di vista dell’arte contemporanea i cambiamenti sono notevoli. Istanbul, in particolare, è una città al top. Unica nel suo genere. Ha un timbro internazionale. A Roma non mi è mai capitato che un collezionista svizzero, o il direttore di un museo di Berlino, mi chiamassero per vedere i miei lavori e venissero a mangiare da me. Lì sì. Ad Istanbul si può incontrare chiunque. Si lavora meglio che a Roma, città che adoro ma che è molto chiusa. Qui c’è sempre

paura di fare piccole cose trasgressive che possano danneggiare l’immagine. All’epoca cos’è che ti ha spinto a scegliere di vivere in Italia? E’ stata un’attrazione fatale. Ero curiosa, mi piaceva la musicalità della lingua e adoravo il cinema Neorealista. Provavo emozioni fortissime nel vedere i film di Fellini, De Sica... Sono abbagliata dalla bellezza di questo paese. La curatrice turca Beral Madra ha associato il tuo nome a quello dell’artista cubana Ana Mendieta. Tra i tuoi riferimenti artistici, invece, ho letto che sei solita citare Frida Kahlo, Gina Pane, Andy Warhol, il poeta Nazim Hikmet... Mi piace molto leggere. Sono attratta, in particolare, dalle biografie. Ultimamente, ad Istanbul, ho letto Le donne di Mozart e La vita di Edith Piaf. Ho sentito molto vicini entrambi, anche se sono personaggi diversi che hanno vissuto in altre epoche. Mi ha colpito la sofferenza della creazione. Ho imparato molto dal loro essere grandi lavoratori. Tra le biografie ho letto anche quella di Napoleone. Mi è piaciuta la prima parte della sua vita, prima che raggiungesse il potere. Fin da bambina scrivevi poesie e in Turchia, prima di venire in Italia - dove hai frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma - eri critica d’arte per una rivista. Negli anni hai sempre tenuto un “diario artistico”. La scrittura come memoria, traccia di un’idea durante il processo creativo o strumento liberatorio? Sono appunti più che un diario vero e proprio. Annoto le cose più importanti. Scrivo con una certa continuità, anche se non tutti i giorni. Quando rileggo questi appunti mi viene sempre la pelle d’oca. Il tuo approccio all’arte è di tipo concettuale: performance, video, fotografie in cui sei protagonista, regista e in passato anche produttrice. C’è un mezzo che senti appartenerti più degli altri? Dipende dal progetto. In Speculum, ad esempio, quello che è un semplice lettino ginecologico diventa una scultura. Quanto è importante la componente-sfida nella tua opera? Penso, in particolare, a lavori legati alla religione - sia cristiana che musulmana come il bacio tra Maometto e Gesù in Peace... Fucking Fairytale! (2007); la fotografia Artista (1994) in cui evochi l’iconografia del Cristo in croce o Diffidate della storia dell’arte (1995), quello della Pietà. Fino ad arrivare a Cristo incinta (2004) in cui, attraverso il corpo completamente nudo di una giovane donna incinta, dai una tua interpretazione alla scena sacra, introducendo l’elemento vita in opposizione alla negazione della morte. La sfida è molto importante. Una sfida che prima è tra me e me, poi con tutto il mondo. Cristo incinta, in

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particolare, è un lavoro a cui tengo molto. Fa parte di una mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma, curata da Simonetta Lux e Domenico Scudero. In una sala avevo messo questa immagine all’interno di un’installazione che evocava i corpi dei morti avvolti in lenzuola bianche.. C’è la religione, ma c’è anche il dolore. Quei corpi avvolti velocemente nei teli ricordano i morti della guerra in Jugoslavia o Iraq. Corpi in cui si avverte l’urgenza di essere buttati via. Il tuo corpo diventa il mezzo per esprimere idee e concetti. Ti metti in gioco completamente, rischiando sulla tua pelle. Così è stato nella performance Zina, in cui condanni la pratica islamica della lapidazione delle donne adultere, che hai portato anche alla Biennale di Venezia 2007, oppure quando hai interpretato il ruolo di una prostituta in Bordello, o in Hamam sei stata la prima donna ad entrare nella sezione maschile del bagno turco Galatasaray di Istanbul. Hai mai provato un sentimento di paura? La paura c’è sempre. Forse c’è un lato autolesionistico in me. La prima volta che ho realizzato Zina, nel 2003, alla Fondazione Baruchello non avevo immaginato quello che avrebbe comportato l’essere interrata, fisicamente e psicologicamente. Malgrado la performance sia durata una decina di minuti ho avuto paura di morire. Ho provato un senso di soffocamento e mi sono sentita umiliata. Ero sconvolta. Subito dopo la performance mi sono fatta accompagnare a casa. Ho pianto per tutta la notte e non sono uscita per una settimana. Del resto ho sfiorato la morte più volte nella mia vita, a partire da quando ero piccola. Per concludere, una domanda frivola. Come mai non compare da alcuna parte la tua data di nascita? Perché mi toglierebbe la possibilità di scegliere ogni giorno - ogni ora - la mia età del momento. Nella nostra società i pregiudizi maschilisti sono tanti. Voglio sentirmi libera di leggere Alice nel paese delle meraviglie, come di flirtare con un ragazzo di venticinque anni, senza che nessuno mi dica: “Signora sta girando con suo figlio?”.


P O R T F O L I O

Ecco la colpevole, 2009

S Ü K R A N

M O R A L

Le immagini qui riportate sono tratte da opere dell’artista turca Sükran Moral, immagini fortemente provocatorie che denunciano la violenza di folli azioni delittuose perpetrate ai danni delle donne. Quell’immagine resa poeticamente sensuale da Courbet nell’ Origine du monde sale qui sul banco degli imputati come la sola colpevole, macchiata dal sangue della condanna. Tutto ha inizio da qui, da un’accusa formulata come inappellabile, un’arma ben congeniata contro cui non c’è possibilità d’appello per l’incriminata. Si parla di “purezza” e si difende questa idea con mezzi e azioni che sono nella loro stessa formulazione contradditori, proprio come esplicitato dalla convivenza sulla tavola di un vaso di margherite e di un’accetta. La condanna a morte è già stata pronunciata, la donna non è altro che un’identità negata.

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P O R T F O L I O

Love and Violance, 2009

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P O R T F O L I O

In the nome honour 2007

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P O R T F O L I O

Turban, 2009

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P O R T F O L I O

Family niht,2009

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P O R T F O L I O

Love and Violance, 2009

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P O R T F O L I O

La Storia di una donna turca, 2007

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DI PAOLA RECAGNI

SONO UNA DONNA DEL XXI SECOLO e vivo nella parte del mondo dove se sei donna e sono nata nella parte sviluppata del mondo. significa che il sesso che ti è toccato in sorte non ti permetterà di vivere la tua vita senza il rischio che H o u n l a v o r o c h e m i p e r m e t t e d i m a n t e n e r m i , g u i d o u n ’ a u t o m o b i l e , h o d i v e r s i h o b b y, le tue idee e i tuoi comportamenti siano giudicati “non consoni ad una donna”. Mi chiedi se sono s e a n c o r a n o n s o n o s p o s a t a è p e r c h é n o n l ’ h o v o l u t o . L’ i d e a d i a v e r e u n f i g l i o ? vergine? Ovviamente si, dal momento che non ho marito. Sono una donna, quindi è norP e r c h é n o , m a a n c o r a c ’ è t e m p o . G l i u o m i n i ? Tr o v a r e q u e l l o g i u s t o male che mi sposerò presto e che farò tanti figli. La mia vita trascorrerà per gran non è facile ma non demordo. Mi chiedi come si comporta parte dietro le pareti domestiche e ciò che mio marito deciderà sarà anche no sul lavoro? Dopotutto abbastanza bene, certo se hai la mia volontà. Ero bambina e mia madre mi tagliò con una lametta il vent’anni, sei carina e porti una gonna corta va clitoride. Subire questo tipo di violenze dicono sia normale, ananche meglio.. Mi chiedi se esiste la pacora non riesco a capire il perché. Cammino per la strada rità di diritti? Beh, forse e’ un azzare il mio capo è coperto da un velo. Sono una donna, do anche solo pensarlo, dopotutto non posso fare altro che coprirmi; subire e se non ho ancora figli è anche negare agli occhi del mondo la mia perché il mio capo non identità, celando il dolore di vedrebbe di buon invisibili ferite che non occhio una smettono mai di maternità sanguinare. . . .


Intervista: Manuela De Leonardis

Soggetto: Alan Michael Rosen

Luogo: Roma

Foto: Ernesto Tedeschi

Web: www.michaelrosenmusic.com

SASSOFONISTA JAZZ LA CUI MUSICA CORTEGGIA E SEDUCE. UNA PERSONALITA’ CHE E’ UN CONCENTRATO DI SIMPATIA E PROFESSIONALITA’ Due momenti diversi per l’intervista con Michael Rosen (Ithaca 1963). Interno. La tenda è arancione, come la tazza di tè che sorseggia. Il divano è rosso. Pulsioni di colori simultanei sul poster di Robert Delaunay. C’è anche la superficie nera, lucida, del piano elettronico con lo spartito di un minuetto. Foto di famiglia un po’ ovunque, nel monolocale del sassofonista americano. Ricordano due storie diverse, invece, quelle in bianco e nero, appese alla parete. Una è stata fatta a Torino, nel 2000, prima di un concerto. Intorno al tavolino c’è Rosen con il suo primo quartetto: Paolino dalla Porta, Bebo Ferra e il compianto Giampiero Prina. Incorniciata anche la sequenza di immagini scattate intorno ad un laghetto immerso nella nebbia mattutina, fuori Milano, città dove il musicista ha vissuto a lungo, prima di trasferirsi - cinque anni fa - a Roma. Sono immagini che rimandano alla copertina del suo primo disco, Elusive Creatures (1996). Quanto all’ultimo - Unquiet Silences (2008) - è il sottofondo di questa prima parte della nostra chiacchierata. Esterno. Tardo pomeriggio di inizio autunno nel verde di Villa Doria Pamphilj, sotto un pino secolare, sfiorati dal suono dell’acqua che zampilla da una fontana seicentesca e dalla gioia di un ragazzino che gioca a palla con il padre. Un luogo dove Michael torna spesso. Gli piace girare in bicicletta, soprattutto in autunno e primavera, per sintonizzarsi con i ritmi di una natura che lo riportano indietro nel tempo. “Sono nato in una città piccola, ma piena di verde: cascate e fiumi, gole e sentieri.” - spiega - “La natura mi appartiene da sempre e penso che, in qualche modo, esca fuori dalla mia musica”. Nei titoli degli album il riferimento è ricorrente, a partire proprio dal primo, che in italiano vuol dire creature elusive: è il lato sfuggente della natura, e tra le “cose viventi” di Living things (2002), registrato dal vivo al Teatro Paisiello di Lecce, ci sono sicuramente gli alberi. Ancora è più esplicito The Surge and the Flow (2005), che sta ad indicare il flusso della corrente elettrica, come pure il movimento delle onde: “L’idea mi venne in Sicilia, mentre contemplavo il mare aperto con quelle sue onde che continuavano ad arrivare. Un’immagine che si collega all’andamento generale della vita, dell’universo”. Anche con l’ultimo album Rosen dichiara il suo anelito ad una pace interiore: una ricerca che non può che partire dalla natura.

ALAN MICHAEL ROSEN

L’ultimo progetto - Cilèa mon amour è un’avventura che condividi con l’editore di “Andy Magazine”... A coinvolgermi in questo progetto, prodotto da Gianni Barone, è stato un amico. Nicola Sergio è un giovane talentuoso - pianista, arrangiatore, compositore - che si è trasferito circa un anno fa a Parigi, alla ricerca dell’arte. Cilèa mon amour è la rilettura in chiave jazz di alcuni brani di Francesco Cilèa (1866-1950), grandissimo compositore di musica lirica, nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria.

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Pur avendo sentito parlare di Cilèa, non conoscevo il suo lavoro. Da buon americano i miei modelli di musica lirica erano i grandi nomi come Puccini. E’ stato un incontro felice, quello con Cilèa. Mi sono ritrovato ad ascoltare i suoi brani originali, ma anche i pezzi arrangiati da Nicola per un quartetto jazz, con un paio di strumenti aggiunti dove, però, la voce principale è quella del sax soprano. Motivo per cui sono stato coinvolto nel progetto, la cui prima fase ha visto la realizzazione di un album, insieme ad un gruppo di musicisti stupendi - Joe Quitzke, Stéphane Kerecki, Yuriko Kimura oltre che, naturalmente Nicola Sergio - che è stato registrato a Parigi nel maggio scorso. Successivamente, l’idea ambiziosa è quella di produrre uno spettacolo multimediale con balletti e interventi di arte visiva da portare in giro per l’Italia e all’estero. Quando hai capito che il sassofono sarebbe stato il tuo strumento? Mia madre avrebbe voluto un concertista di violoncello, per cui all’età di sei anni mi mandò a lezione di violoncello. Ma durò poco, perché non ero a mio agio con quello strumento. Sarà stato per via delle corde, ma lo sentivo troppo astratto. Verso i sette anni, poi, ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte, che ho continuato per dieci anni. Nel frattempo, avendo un certo talento, ma essendo anche un po’ introverso, mia madre pensò che sarebbe stato meglio farmi studiare uno strumento da suonare in gruppo. Inizialmente volevo imparare l’oboe, come il mio migliore amico, ma le ance dell’oboe erano complicate, ed è il suonatore che le deve costruire appositamente. Così, alla fine, ascoltando a scuola i vari strumenti, scelsi il sassofono che mi piacque da subito. Hai proseguito gli studi alla Berklee School of Music… Ci ho messo un pò di tempo prima di decidere di suonare il sax professionalmente. Ithaca, benché sia un posto culturalmente elevato, con la presenza di due importanti università, non offre grandi possibilità. La mia famiglia, poi, voleva che facessi l’università per diventare medico o avvocato. Così ho passato un anno studiando Storia alla Cornell University, poi ho vagato per altri due suonando in vari gruppi locali, finché a ventuno anni ho deciso di frequentare la Berklee. Lì, finalmente, ho capito che la musica mi appassionava a tal punto da farne una carriera. Avevi dei referenti artistici? A differenza di alcuni jazzisti che ascoltano solo jazz, il mio percorso è stato un pò diverso. Ero appassionato di rock progressive, ma ho sempre ascoltato ogni genere musicale, tranne il rap e l’hip hop. In casa mia madre sentiva solo musica classica, per cui a sedici anni ascoltavo anche Prokofiev. Ma non avevo molti dischi di jazz, benché lo suonassi nella band della scuola e avessi vinto anche un premio come solista. Mi innamorai del sax ascoltando il sassofonista più influente dell’epoca, Michael Breker. Non lo ascolto più spessissimo, essendo passato ad altro, ma allora rimasi stupito dal suo virtuosismo senza precedenti.

Hai iniziato con il sax contralto, per passare al sax tenore e al soprano. In che modo ti relazioni a questi strumenti? Da almeno dieci anni il mio grande amore è il sax soprano, strumento che mi lascia più spazio per creare qualcosa di personale e nuovo. Il sax tenore, invece, legato alla tradizione del jazz, è più sfruttato. C’è una carrellata di solisti importanti che lo suonano: Sonny Rollins, John Coltrane, Dexter Gordon, Stan Getz... In senso jazzistico trovo più facilità ad esprimermi in modo originale con il sax soprano, che è anche più maneggevole. Il sax tenore lo uso in pochi pezzi o in situazioni di musica pop e sezione di fiati. Quanto è importante l’improvvisazione e l’empatia con gli altri musicisti della band? Dipende da quello che sto facendo. Nel jazz, o comunque nella musica strumentale, l’improvvisazione svolge un ruolo di fondamentale importanza. Per me lo è anche la composizione. Purtroppo, spesso nel jazz si fanno pezzi banali solo per dare veicolo a supervirtuosi per dimostrare quello che sanno fare con lo strumento. Quanto all’empatia con gli altri componenti della band è importantissima. E’ tutto collegato, sia la parte musicale che quella caratteriale. Sentirsi in armonia è fondamentale, ma è una ricerca che può durare tutta la vita. Quello che rovina tutto è l’ego, che in qualcuno è più grande e rischia di rovinare l’equilibrio con gli altri. In Unquiet Silences penso di aver trovato il mio quartetto “stabile” con Paolo Birro, che è un vero poeta, al piano; Ares Tavolazzi al basso e Fabrizio Sferra alla batteria. Più di qualsiasi volta in passato, penso che tutti abbiano suonato al servizio della musica. Un americano che lascia la patria del jazz per trasferirsi in Italia, dove vivi dal 1987… L’America è un bellissimo posto per formarsi musicalmente, ma dopo le opportunità per suonare sono poche. Chicago è molto indirizzata al blues, come Los Angeles al pop e ai lavori di studio, l’unica città che respira veramente il jazz moderno è New York, dove però la concorrenza è spietata. L’Europa, invece, ha il mito di essere il posto che accoglie i jazzisti. Negli Stati Uniti non esistono tutti i festival di jazz che ci sono qui. La mia scelta è stata radicale, anche se non avessi fatto il musicista. Il mio interesse più grande è sempre stato la storia, l’architettura... mi attrae da sempre un certo carattere sofisticato della cultura europea. In vent’anni di carriera hai suonato con grandi nomi del pop e jazz - da Mina a Celentano, Finardi, Rava, Gatto, Hall, Stern, Erskine… - ce n’è stato uno che ti ha trasmesso umanamente qualcosa più degli altri? Con gran parte dei cantanti con i quali ho inciso spesso si è trattato di assoli sui loro dischi. Non li conosco abbastanza per giudicarli caratterialmente. Ho avuto maggiore contatto con gli artisti con cui sono stato in tournée, come Edoardo Bennato, Celentano o Fiorello. A livello umano sono tutte belle persone, anche se quando si raggiunge una tale fama senza dubbio si diventa piuttosto indirizzati su se stessi, nonostante

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tutte le opere di beneficenza che fanno. Ultimamente ho lavorato con Claudio Baglioni che mi è sembrato un vero signore. L’artista pop che mi ha colpito di più sul palcoscenico è, invece, Giorgia. Canta in maniera diversa ogni sera, improvvisa, ha una gran bella voce ed è sempre ultra intonata. Nel mondo del jazz, invece, ci sono tanti personaggi, tra cui sicuramente Jim Hall e Mike Stern. Leggende che trasmettono una pace interiore e mai quell’arroganza che talvolta si può trovare in personaggi “famosi”, anche di minor importanza. Progetti futuri? Ho un paio di progetti che mi piacerebbe realizzare. Vorrei riprendere alcuni pezzi di musica classica, facendo riarrangiare anche un paio di miei brani originali per quartetto d’archi, pianoforte e sax soprano. Molto più impegnativa è, poi, l’idea di “collezionare” pezzi di musica sacra provenienti da varie religioni del mondo. Naturalmente la scelta del repertorio sarà preceduta da una ricerca meticolosa, supportata da esperti. Questi brani, così diversi tra loro, saranno uniti grazie ad un suono omogeneo, quello del sax soprano. La cosa più scontata, per me, sarebbe quella di fare un disco sulle musiche ebraiche, essendo questa la cultura da cui provengo. Ma trovo decisamente più interessante la contaminazione delle varie culture. In considerazione, poi, del momento storico che stiamo vivendo, in cui c’è un attrito profondo tra una religione e l’altra, forse questo lavoro musicale potrebbe rivelarsi come forza unificatrice. Di sicuro al centro del disco ci dovrà essere la musica e le emozioni che suscita. Vorrei far commuovere sentimentalmente chi lo ascolta, piuttosto che impressionare con la tecnica. Hai un modello di riferimento, in particolare? Se parliamo di musica classica, mi vengono in mente le Sinfonie di Gustav Mahler, il compositore che più ha cercato di inglobare nella sua musica il lato umano, l’universo, la guerra, la pace, dio... Nel jazz è più difficile definire quest’idea, perché è un genere musicale che riflette maggiormente la personalità dell’artista, il suo modo di suonare. Quando però ascolto il sassofonista Wayne Shorter, sento uscire fuori tutta la sua umanità, la spiritualità. Il suo è un suono favoloso che esce dall’interno. Shorter non è certo un musicista che abbonda con le note. Personalmente è l’intensità che emette il suono, ciò da cui trovo maggiore ispirazione.


Intervista: Francesca Cugliandro

Soggetto: Basilio Musolino

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.experimenta.info

REGISTA, ATTORE, DRAMMATURGO. UNA PASSIONE PER IL TEATRO NATA PER CASO MA DIVENUTA DA VENT’ANNI RAGIONE DI VITA Regista, attore, drammaturgo, insegnante di recitazione. Quasi vent’anni sul palcoscenico, ma ancora lui, Basilio Musolino, quarantaquattro anni a novembre, si definisce un “timido esagerato”. Poi ti racconta di quella passione per il teatro, nata per caso e cresciuta fino ad assorbire tutta la sua vita. Parla e quasi lo vedi, fresco ragioniere, cominciare a lavorare alle casse dei villaggi turistici e, la sera, mettere in scena i primi sketch, muoversi in un musical, fare il dj. All’inizio solo un dovere, una mano da dare, per contratto, agli animatori. Poi, il gusto di stare sul palcoscenico che s’impone e lo porta, per sette anni, lontano da Reggio Calabria, a solcare i mari sulle navi da crociera ed a spostarsi in vari villaggi, fino in Marocco. “Fare l’animatore mi divertiva. Con quel lavoro mi trasformavo, tiravo fuori un’altra parte di me che scacciava via la timidezza”. Basilio capisce allora che vuole fare l’attore. Parte ancora, per Milano. Fa mille lavori per mantenersi gli studi di recitazione. “Prima di decidere a quale scuola iscrivermi, ho girato Teatri importanti, ma l’incontro fortunato è scoccato con la Compagnia Teatro Cinque, nella zona dei Navigli, uno dei più importanti gruppi italiani di ricerca in quei primi anni ’90. Sono entrato per informarmi sui corsi e sono rimasto folgorato da quella piccola sala in cui si respirava teatro vero. Gli altri posti in cui ero stato erano freddi, quasi asettici. Lì c’era energia, intensità. Dal palco arrivavano urla, suoni: provava un gruppo tedesco con una forza dirompente che mi ha convinto a fermarmi lì”. Seguono tre anni di Laboratorio teatrale con Alessandro del Bianco e Mabel Lopez, di lezioni, prove, spettacoli in cui Basilio Musolino si lascia affascinare anche dai sistemi audio e luci. Diventa socio dell’associazione culturale da cui nasce Teatro Cinque, fa l’attore, ma collabora anche alla parte tecnica degli spettacoli. La passione per la regia nasce così. “Ho sempre pensato lo spettacolo non come la parte che mi era assegnata, ma come progetto complessivo fatto dagli attori, dal testo, dalle luci, dai suoni. Solo così, da regista, sento lo spettacolo completamente mio”. Finito il laboratorio, anche gli anni milanesi si avviano alla conclusione.

“Ad un certo punto, cresci. Se hai il maestro sempre accanto, ti rimane cucito addosso il vestito dell’allievo. E poi mi mancavano la famiglia, i miei luoghi”. Nella città meneghina, Basilio conosce un altro giovane reggino, Gaetano Tramontana, e, insieme, decidono di fondare Spazio Teatro a Reggio Calabria. Inizia una nuova avventura, stavolta a casa. Ed è ormai chiaro che, per lui, il teatro è prima di tutto una necessità, il bisogno di dire, e comunicare, qualcosa. La conseguenza sono spettacoli non facili, diretti ad un pubblico attento, che ha voglia di interrogarsi e di riflettere.“K e le altre”, ispirato dal Processo di Kafka; “I Filodrammatici di Charenton”, dal “Marat-Sade” di Peter Weiss; “Dottor Faustus” di Christopher Marlowe, “Il sogno spezzato di Rita Atria”; “La deposizione” di Emilio Tadini, “Oggi le cosmiche” da Italo Calvino, “La tempesta” di Shakespeare, sono solo alcuni degli spettacoli che porta in scena. Nascono tutti dal bisogno di approfondire tematiche sociali, dalla fascinazione per un libro letto o da fatti di cronaca che aprono nuovi interrogativi. Proporre questo teatro non è semplice in un contesto in cui l’attrattiva è costituita quasi esclusivamente dai cartelloni ospitati dai teatri importanti, “come se il teatro fosse solo quello che si rappresenta nei grandi edifici teatrali”. E latitano pure le istituzioni, che potrebbero svolgere un importante ruolo educativo facendo veicolare il lavoro dei gruppi che propongono teatro di ricerca. “Solo in qualche rara occasione si riesce a trovare dei referenti presso la pubblica amministrazione, che hanno voglia di farsi spiegare un progetto e di investire su di esso”. Riflessioni amare, ma dopo averle espresse Basilio Musolino ti sorprende dicendoti che “fare teatro a Reggio Calabria è bellissimo”. Questo lavoro, nella sua città, acquista un valore aggiunto. Lui lo vive come un dovere, un restituire qualcosa alla sua terra. E l’aspirazione massima è rappresentare in giro per i teatri italiani uno spettacolo nato nella città dello Stretto, con attori reggini. “Qui chi si avvicina a questo mondo ha dentro un bisogno inespresso, una fiamma che arde”. Come insegnante, Basilio si spende nei laboratori di Spazio Teatro e dopo in quelli di Experimenta -Teatro dell’Arte, la compagnia che fonda nel 2004 in una nuova fase della sua vita.

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“Experimenta perché nell’arte del teatro non esistono punti fermi, solo la continua ricerca e sperimentazione conducono alla creazione”. Poi c’è il lavoro con i ragazzi delle scuole e delle Comunità di recupero. Le collaborazioni con altri gruppi teatrali siciliani e calabresi. Decine di docenze, consulenze, progetti che prendono vita. L’ultimo, nasce ancora dalla suggestione per un testo, il romanzo “Libera i miei nemici” di Rocco Carbone, lo scrittore originario di Cosoleto, nel reggino, e morto prematuramente nel luglio 2008 in un incidente stradale a Roma, la sua città d’adozione. Lo spettacolo, interpretato da Domenico Cucinotta, Renata Falcone e Kristina Mravcova, è stato presentato lo scorso mese di agosto, in anteprima nazionale, proprio a Cosoleto, nell’ambito del Kaluria Festival che lo ha prodotto insieme ad Experimenta -Teatro dell’Arte. “Mi hanno affascinato le due tematiche di fondo: il carcere ed il terrorismo. Ho letto il libro dieci volte ed ho buttato giù un canovaccio fissando immagini e sensazioni. La drammaturgia è nata dal confronto con gli attori, dalle idee nate durante le prove. Quando lavoro ad un testo ispirato o tratto da un romanzo è così: la prima fase è quella dell’analisi, i personaggi acquistano sostanza giorno dopo giorno”. Con i suoi attori, il regista Musolino cerca una relazione profonda “per illuminarne i lati oscuri della personalità”. Le abilità tecniche sono importanti, ma non decisive: prima ci sono le emozioni, il mondo inesplorato che ciascuno si porta dentro e che può fare vibrare lo spettacolo. L’allestimento si plasma, così, in maniera artigianale, succhiando emozioni, immagini, energia. Poi inizia la seconda fase. “Adesso c’è da fare il lavoro di promozione: far girare “Libera i miei nemici” nei teatri, nelle rassegne, nei festival. E’ importante che la gente lo veda, ne parli, rifletta”. Intanto, Basilio Musolino viaggia, passeggia col cane, legge. In attesa di innamorarsi ancora di una storia da portare sul palcoscenico.


Intervista: Raffaella Scarpitta

Soggetto: Ariella Vidach

Luogo: Milano

Foto: Amedeo Novelli

Web: www.aiep.org

COREOGRAFA E BALLERINA. INDAGATRICE DI UN LINGUAGGIO ESPRESSIVO BASATO SUL RAPPORTO TRA CORPO E TECNOLOGIA Formatasi negli Stati Uniti, nel 1988 Ariella Vidach fonda a Lugano, con Claudio Prati, l’associazione culturale Avventure In Elicottero Prodotti, con lo scopo di produrre e promuovere l’arte multimediale. Elabora un linguaggio espressivo nuovo basato sulla contaminazione di più campi artistici e sull’utilizzo di tecniche operative. Nel 1996 crea a Milano la compagnia di danza Ariella Vidach-AIEP: elemento base è il rapporto tra corpo e tecnologia. All’inizio del 2005 inaugura all’interno della Fabbrica del Vapore di Milano il DiDstudio, centro di formazione, promozione e ricerca sulla danza contemporanea. Queste le fasi salienti di una carriera dedicata alla creatività ed innovazione, che ripercorriamo insieme alla sua protagonista. Che valore ha nella tua vita la danza? Come è iniziato il tuo viaggio nel mondo di questa arte? La danza è il mio modo di comunicare. Ci sono arrivata per vie traverse. Inizialmente, frequentavo il teatro e il mondo attoriale, pensando fosse la forma espressiva a me più congeniale. Con il tempo, mi ha affascinato un certo modo di fare danza e i suoi movimenti carichi di energia, istinto, immediatezza. Questa spontanea rapidità comunicativa è diventata il mezzo per esprimermi. Come è nata l’associazione culturale Avventure In Elicottero Prodotti e da dove nasce questo nome? Importante è stato l’incontro con Claudio Prati a New York nel 1986. Nel 1988 abbiamo fondato l’associazione. Il nome è ispirato a una serie televisiva americana per ragazzi degli anni Sessanta. Claudio è un amante del deltaplano… era suggestivo ricordare già nel nome il senso di libertà, tipico dell’aria, che voleva essere punto fondamentale della nostra ricerca. Quali sentimenti hanno fatto nascere in te la necessità di ricercare un nuovo linguaggio espressivo? Essenziale è stata la scoperta, a Roma, della tecnica di contact-improvisation, che fornisce principi interpretabili sulla consapevolezza fisica del danzatore. La libertà, nata da regole e declinata nel corpo, mi ha

incantato a tal punto da farne campo di indagine. Che cosa è per te il corpo di un danzatore? È simbolo di un’energia drammatica: il corpo è materia pura da plasmare che, da una parte, punta al sublime, dall’altra rimane limitato dai principi fisici, come i cambi di peso e la gravità. Ogni corpo ha un percorso da riconoscere e da intraprendere. Ogni ostacolo che si incontra non deve essere letto negativamente, ma come occasione per trovare altre soluzioni che calzino meglio. Mi piace mettere in scena ciò che vedo: l’uomo e le sue tensioni, inesorabilmente in precario equilibrio. Adesso, l’uomo mi appare più che mai vulnerabile nella sua arroganza e nel suo egocentrismo, bisognoso di ridimensionarsi. Quali influenze ed echi vivono nelle tue coreografie? Cosa ti ispira? Non ho precisi riferimenti, anche se mi interessano varie personalità del mondo della danza. Alcuni flash delle mie coreografie nascono da suggestioni cinematografiche o dalla vita quotidiana. La base fondamentale è il materiale umano che ho a disposizione. La tappa prima e basilare è un lavoro di improvvisazione legato in modo indissolubile all’idea portante del progetto. Capendo le energie del gruppo monto le coreografie. È un lavoro in divenire. Quale apporto danno le arti visive multimediali alla tua arte? Sono importanti per lo spazio. I nuovi sistemi interattivi e i software creano un’atmosfera particolare. Inizialmente, la mia ricerca prevedeva un approccio astratto. Ora, indago la sinergia tra gli argomenti sviluppati nella performance e l’elemento visivo. L’interattività viene modificata e potenziata da spettacolo a spettacolo, per costruire un linguaggio capace di evolversi e stare al passo della contemporaneità. La tecnologia quasi mai si adatta alle esigenze artistiche. Bisogna trovare soluzioni valide. Come ti poni davanti all’oggetto tecnologico? Che legame intercorre tra l’uomo e la macchina?

La multimedialità è un partner stimolante e chiede al suo fruitore di ascoltare ed elaborare concetti. Il danzatore lavora attivamente ed intensamente con l’oggetto tecnologico, col quale stabilisce un rapporto di azione e reazione. L’oggetto tecnologico è componente vitale di studio, è spunto di ricerca continua dai confini incerti. Si deve stabilire un legame sano e diretto con la macchina, per gestirla meglio. Ho instaurato con essa una relazione rilassata, ma pronta a cogliere ogni sua applicazione, ogni sua sfumatura. Dobbiamo conoscere l’oggetto tecnologico per potervi lavorare liberamente. Solo conoscendolo acquisiamo una certa libertà di scelta e di creatività. Secondo te, come l’ambiente artificiale tecnologico ha modificato la percezione del proprio corpo? Verso una libertà senza precedenti. Ciò che mi affascina è la possibilità, grazie alla rete, di offrire allo sguardo un corpo, che è altrove, in tempo reale. È una nuova strada da percorrere. Come armonizzi la tua ricerca visiva con l’elemento musicale? La musica si sposa bene con l’immagine, formando una sinergia carica di senso. È più difficile accordare le proiezioni ai corpi in movimento, anche dopo un attento studio registico. L’immagine succhia attenzione. Bisogna veicolare gli sguardi del pubblico. La musica utilizzata è prevalentemente elettronica, ma con diverse incursioni: musica classica (ho utilizzato Bach per rendere la spiritualità dell’uomo), suoni, rumori quotidiani, magari non con esplicita funzione musicale, ma come una sorta di colonna sonora. Negli istanti che precedono un’esibizione, cosa fai? Lascio i panni di coreografa e mi preparo per indossare quelli di ballerina. Credo che assumere ruoli diversi mi aiuti ad analizzare le alchimie, gli eventuali problemi. Realizzare produzioni è difficile e richiede un dispendio energetico alto: solo chi vuole raccontare qualcosa sente la necessità di creare. Essere creativi è un lavoro complicato, anche se per me fondamentale. Che cosa vorresti che il pubblico portasse a casa, terminato lo spettacolo?

ARIELLA VIDACH

Una prospettiva inedita nell’osservare la realtà. Vorrei che portassero a casa un’apertura mentale nuova. Sono convinta che l’arte espanda la visione del mondo, aiuti a crescere… verso il miglioramento? Forse… Crescere significa, comunque, ampliamento di possibilità, entro i cui confini si possono operare delle scelte oculate e giuste. In questo momento storico è necessario rivedere quelle riflessioni, quei principi che consideravamo assoluti. Amo la danza perché ha stretti rapporti con la vita: in entrambe qualcosa ci sfugge di mano, bisogna accettarlo. L’importante è l’atteggiamento critico con cui si fanno le cose. Vorrei che il pubblico portasse con sé una visione critica nuova.

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Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Antonino Sciortino

Luogo: Milano

Foto: Amedeo Novelli

Web: www.antoninosciortino.com

DESIGNER DALL’ANIMO ECLETTICO CHE HA SAPUTO REINTERPRETARE IN CHIAVE DEL TUTTO INEDITA L’ANTICA ARTE DELLA LAVORAZIONE DEL FERRO In un cortile di un’ex area industriale di Milano si trova il laboratorio di Antonino Sciortino, un’artigiano-artista dall’animo eclettico che ha saputo reinterpretare in chiave del tutto inedita un vecchio mestiere e renderlo arte, gioco, pura creatività. Una vita nutrita di quella passione e intraprendenza che, se sorrette da vero talento, fanno volare alto e che hanno permesso di essere ad Antonino prima un ballerino e coreografo e oggi un artista. La storia di Antonino ha il fascino e il sapore di quei racconti coinvolgenti che non vorresti finissero mai, la storia di un ragazzo nato in una numerosa famiglia del Sud che ha saputo inseguire i suoi sogni con tenacia e volontà e unire la versatilità e la creatività alla concretezza e saggezza che solo chi si è creato da sé possiede. Come si racconta Antonino Sciortino? La prima parola per raccontarmi è Sicilia. Sono nato a Bagheria e ho pertanto avuto la fortuna di crescere con la presenza costante di due elementi, la terra e il mare. Ancora oggi ricordo che spesso invece di andare a scuola io e i miei amici prendevamo una barchetta e trascorrevamo ore al mare. Come dimenticare quei colori e quei profumi… Quando inizia ad emergere il tuo spirito artistico? Potrei dire sin dalla tenera età. Veramente non so se si può già parlare di spirito artistico ma sicuramente di animo irrequieto sì. Avevo otto anni quando iniziai ad imparare il mestiere di fabbro nella bottega di mio fratello e al contempo sentivo nascere dentro di me un sempre più forte interesse per la danza e così, con gli abiti ancora intrisi dall’odore del ferro, me ne andavo di nascosto a Palermo a studiare danza in una scuola di ballo, insomma un Billy Elliot ante litteram. E da Palermo come è proseguita e sviluppata questa passione? A diciotto anni, spinto dal mio maestro di ballo, me ne andai a Roma per perfezionarmi e provare ad entrare nel mondo dello spettacolo. La prima cosa che feci appena arrivato nella Capitale fu di cercare lavoro nella bottega di un fabbro per potermi mantenere visto che non avevo alcun mezzo economico.

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Messo alla prova misi in atto, nonostante la mia giovane età, tutte le conoscenze acquisite durante gli anni di apprendistato presso la bottega di mio fratello e fui immediatamente assunto. Ricordo ancora che lavoravo a cottimo fino alle due per poi recarmi a studiare danza da Renato Greco, finché un giorno un mio amico che studiava presso la scuola di Enzo Paolo Turchi, non mi invitò ad entrare in quella scuola. All’epoca Enzo Paolo stava preparando la coreografia di un balletto per una convention e, vuoi per caso vuoi per destino, un ballerino si fece male ad una gamba ed io, per non farmi sfuggire quell’occasione più unica che rara, mi proposi come sostituto e fui preso. Da lì inizia la mia carriera di ballerino in vari spettacoli televisivi come Drive in nell’ ’82, e successivamente come coreografo per artisti noti come Ricky Martin e Julio Iglesias. Con una carriera così ben avviata perché hai poi abbandonato la danza? Circa sette anni fa feci un provino che non andò bene e alla soglia dei quarant’anni, cosciente che la mia carriera di ballerino non avrebbe potuto proseguire ancora a lungo, raccolsi alcuni articoli che erano stati negli anni pubblicati sulle mie creazioni e mi recai a Milano a quella che era la Compagnia del giardino. Qui mi diedero un corner espositivo e così ha avuto inizio questa nuova avventura. Che cosa significava per te il lavoro di fabbro e cosa invece la danza? Per me la danza era solo una passione, non immaginavo ad essa come ad un lavoro. Nella mia mente non c’è mai stato il pensiero di abbandonare l’apprendistato e il lavoro in bottega per dedicarmi esclusivamente al ballo, al contrario ho sempre alimentato indistintamente queste due passioni-mestieri. Come si possono coniugare due attività così distanti tra loro? Nel mio caso specifico è stata assolutamente naturale questa convivenza. In realtà, anche se può sembrare paradossale, ho ricercato anche nell’arte di lavorare il ferro quella componente leggera ed eterea che è propria della danza e forse, ma questo non sta a me dirlo, è proprio questo insolito connubio a far percepire le mie creazione come arte. Come si può parlare di leggerezza per un materiale forte e resistente quale il ferro? Uno degli elementi che uso da sempre è il filo “cotto”, una tipologia particolare di ferro che è per natura più plasmabile e ciò che si ricava non sembra ferro ma, a seconda dei casi, legno, plastica… La mia ricerca mi spinge a tentare di rendere il ferro “caldo”, le mie opere non hanno la classica rigidità propria del ferro ma c’è una morbidezza nelle linee, creano delle ombre, animano lo spazio, è come se danzassero. Qual è la matrice, lo spunto, da cui prendono vita le tue creazioni?

Direi occasionale, viene da stimoli esterni come amici, riviste, parenti.Tutto ciò che mi circonda è una potenziale fonte di creatività. Non progetto l’opera ma la realizzo di getto, mi fermo, la rivedo e la rielaboro finché non penso sia pronta. Per me creare opere con il ferro è come una sorta di terapia, con le mie opere ci parlo. Puoi fare un esempio di genesi di alcuni tuoi lavori? Tra le opere che si trovano qui in studio un esempio può essere la figura del pappagallo che ho scherzosamente chiamato Pierluigi senza motorino. Un giorno venne a trovarmi un mio caro amico in studio tutto triste perché gli avevano rubato il motorino, e così creai questo pappagallo triste il cui naso adunco ricorda proprio quello del mio amico Pierluigi. L’opera invece che raffigura il gufo nasce su richiesta di mia nipote, essendo questo l’animale preferito dal fidanzato. Quando hai iniziato a raccontarti hai ricordato per prima cosa la Sicilia. Che ricordi ci sono della tua terra natale in queste creazioni? Vedi quel tonno appeso alla parete? Nasce dalla scritta che lessi su un cartello appeso alla porta di una bottega in Sicilia “tonno subito”, mentre il ricordo di una procace donna sempre affacciata al balcone di una casa nel mio paese ha dato vita a questa figura che ho chiamato La ragazza della porta accanto e come non affiancarle poi la figura trasognata di Mimmo il figlio del portinaio? La Sicilia non è presente nelle mie opere solo a livello di soggetti ma anche come spirito, quando parlo delle mie creazioni parlo sempre di “barocco minimale”, una contraddizione solo apparente perché, come amo dire, se conosci la regola puoi fare l’eccezione. Le opere che crei sono anche oggetti di arredo, di design. Cosa mi racconti della loro origine? Spesso ricevo delle commissioni specifiche oppure le persone che vengono a visitare il mio studio si innamorano degli oggetti creati e li acquistano per arredare casa. Le mie opere sono versatili, duttili, si prestano a più funzioni e sistemazioni. Nel tempo mi sono accorto che le persone sono sì attratte dalla forma di un’opera ma poi tendono sempre a ricercare in essa anche una funzionalità che tento pertanto di dare sempre. Caso emblematico è questa creazione che ho chiamato Servo muto perché lo si può mettere dove si vuole e attribuirgli una funzione a seconda dei contesti. Hai un animo fortemente sensibile, artistico ed estroverso ma anche fortemente pratico e concreto. Una qualità innata? Se parliamo di inventiva unita a senso pratico sicuramente stiamo parlando di eredità materna. Mia madre è una donna eccezionale, che non si ferma davanti a nessun ostacolo e trova sempre la soluzione originale ad ogni problema. Ricordo ancora che ero piccolo e mentre era in cucina a preparare il pranzo si accorse che non aveva il mattarello, senza fare una piega si guardò intorno, prese una vecchia sedia e con una parte di questa ricavò un mattarello che non aveva nulla da invidiare a quelli acquistati.

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Che valore ha oggi il sapere pratico all’interno di una società fortemente in crisi? Quello che posso dire è che se avessi un figlio lo inviterei non solo a studiare ma anche ad imparare un lavoro manuale, perché è vero che oggi c’è crisi e difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro ma è anche vero che mancano giovani artigiani o comunque ragazzi disposti ad imparare un mestiere che non sia il classico lavoro impiegatizio. Credo che sia importante approcciarsi alla realtà che ci circonda riscoprendo la concretezza della stessa, non lasciare che vada perduto quel ricchissimo patrimonio di sapere e di conoscenze legate al lavoro artigiano in cui l’estro e la creatività italiana hanno dato il loro meglio, permettendo di far conoscere l’eccellenza e l’inventiva del nostro Paese in tutto il mondo.


Intervista: Annalisa Marinelli

Soggetto: Vivian Celestino

Luogo: Palermo

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.ultra-book.com/-altrestanze

ARCHITETTO CHE INDAGA ATTRAVERSO I MEZZI DEL VIDEO E DELLA FOTOGRAFIA L’UNIVERSO FEMMINILE Un incontro, un momento di riflessione in cui io e Vivian ci interroghiamo sui modi e le qualità dell’abitare femminile. Il pretesto è il progetto Altre Stanze, un percorso ancora in evoluzione che mira a definire non solo le modalità dell’abitare le case, ma le pratiche, femminili e non, di stare nelle città, di riempire di senso gli spazi pubblici, di rivendicare una nuova gestione dei tempi e dei luoghi. Ho visto i tuoi video “Altre stanze”, so che me li hai mostrati per condividere con me un percorso di rilettura e ri-significazione dello spazio, specie domestico, ma non solo. Allora voglio porti alcune domande, innanzitutto perché il nome Altre stanze? Altre da cosa? Altre sono le stanze della vita delle donne, non nel senso di diverse, altri sono i contenuti che le donne sono in grado di portare dentro, i colori, i rumori, i significati, altre le prospettive che partono dalle case. Il tuo lavoro mi sembra un’indagine alla ricerca di un codice nascosto dello spazio. Qualcosa che sia capace di narrare le storie, ma anche l’anima e il desiderio di chi lo abita, lo cerchi tra gli oggetti, nella loro disposizione, nei dettagli. Come li scegli? Quanto conta la relazione con le abitanti? Tutto dipende dall’intervista, il mio movimento nelle case comincia dopo aver raccolto gli elementi necessari per muovermi con lo sguardo. La scelta del video e del tempo, i corti durano 3 minuti circa, permette poi di raccontare l’esperienza e la storia seguendo un ritmo che diventa in un certo modo quello della vita quotidiana, dei gesti che dentro le case si compiono. Nei tre filmati leggo una chiave comune: la confusione del confine tra privato e pubblico, un uso libero, eretico dello spazio. Non a caso le protagoniste sono tre donne. In “A house in every place” la casa è descritta come un buco, rifugio per la propria libertà, ma quando la videocamera segue l’abitante fino a fuori, scopre che il suo modo di relazionarsi e muoversi nella strada non è differente. La libertà domestica dunque contagia lo spazio pubblico e questa sembra una modalità efficace per modificare anche la percezione della propria sicurezza in strada?

Il confine è davvero confuso, ma volutamente se vogliamo, nessuna delle donne intervistate considera la casa un rifugio, un luogo lontano dal mondo, e anche il questionario usato per la ricerca parte dalla casa per uscire, volutamente e necessariamente, fuori, un fuori da sé, nella città, tra le persone, in una mescolanza di vite, progetti, passaggi. La casa resta, come posto dove le donne tornano ma dal quale inevitabilmente ripartono.C’è poi “Lucy in the room (with diamonds)” la stanza dell’adolescente che segna di fatto il confine di tutto il suo mondo non perché il suo mondo sia piccolo come una stanza, bensì perché è la stanza che esplode abbracciando il mondo. La realtà della comunicazione attraversa le pareti. A un anno dall’intervista Lucy mi ha detto che la sua stanza era cambiata di nuovo. Sono stata contenta di questo cambiamento, ho amato la stanza di lucy, quasi fuori moda per una ragazzina di 12 anni. Lucy sta crescendo e sta portando con sé il senso dello spazio nel quale vive, sta costruendo la sua identità, allora è giusto che la sua stanza esploda o che si ridimensioni, di sicuro resterà questa particolare attenzione a voler comunicare attraverso le pareti. Mi piace pensare che continuerà a prestare attenzione al suo personale modo di essere, attraverso uno spazio o la sua vita, che tutto non sarà filtrato solo dal corpo, nel senso dell’apparire, ma da un corpo che saprà dove andare e come muoversi. Infine in “Add a place in the house” l’uso dello spazio è contemporaneamente domestico e collettivo, familiare e professionale, in una spazialità continua e circolare convivono lavoro di cura e laboratorio fotografico. Qui dimostri come la doppia presenza delle donne non è affatto “divisa” - come si dice - tra lavoro domestico e lavoro cosiddetto produttivo, ma che le donne stanno mettendo a punto una diversa organizzazione dello spazio che permette loro di vivere contemporaneamente due dimensioni forti del loro desiderio (ma anche tre, quattro..). Le donne che riescono a dedicarsi alla professione e contemporaneamente al lavoro di cura sono tante, credo venga quasi naturale. Non si tratta di prediligere un percorso o l’altro. È una necessità, un bisogno, un’aspirazione e vedo in tutto questo anche un bisogno materiale. Inutile negarlo velando tutto di un romanticismo al quale la figura della donna non

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corrisponde più. Il lavoro di cura, quando condiviso, lascia il tempo per il lavoro produttivo, quello che porta le donne nelle città, le proietta verso i propri desideri o le scaraventa in luoghi di lavoro poco gratificanti. Pensando al rapporto che le donne dei tuoi video intrattengono con lo spazio, potresti concludere che esiste un modo di abitare al femminile? Esiste un modo di relazionarsi allo spazio che credo sia proprio di ogni persona. Ho intervistato donne diverse tra loro per età, percorsi ed esperienze di vita, annotando differenti approcci all’uso e alla cura dello spazio: la cura maniacale o il controllo misurato, l’attenzione ai particolari e agli oggetti o l’approccio più funzionale e pratico. Tutto dipende dai tempi di vita, dal gusto, dalle condizioni di passaggio o di stanzialità in quello spazio, da quanto la vita di fuori spinga le donne ad occupare nuovi spazi di libertà. Non parlerei di una modalità tipicamente femminile, anche se è vero che il lavoro di cura spesso lo è, o viene affidato ad altre donne che lo svolgono al loro posto o condiviso con chi vive lo stesso spazio. Le donne che ti hanno aperto la loro casa, secondo te, sono consapevoli che la loro “libertà” nell’uso dello spazio è portatrice di una nuova cultura abitativa? Non tutte. E poi credo che la libertà nell’uso dello spazio debba essere preceduta dalla conquista della propria libertà: la libertà nella gestione del tempo, del corpo, del lavoro, dei figli. Le case, come le vite devono diventare sempre di più esperienze di apertura, di dialogo, di scambio. Quasi degli spazi pubblici e di creazione sociale. Quali sono le aperture che ti aspetti da questa silenziosa rivoluzione domestica? Spero che la relazione di cura, delle relazioni, delle persone e dei luoghi da sapienza tipicamente femminile possa diventare una pratica sociale e condivisa. E quali obiettivi ti poni nel tuo percorso di ricerca? Quali scenari prospetti? Una volta montate tutte le interviste, circa 10, mi piacerebbe arricchirle con un sguardo esterno per provare a tracciare una mappa dei modi dell’abitare. Gli scenari, già in parte presenti nelle interviste ma non tanto nelle immagini, saranno quelli delle città, Altre stanze è stato un primo passo ora bisogna mettere i piedi e la testa fuori casa. La città è un luogo che non risponde alle esigenze delle persone e nel caso delle donne gli elementi di difficoltà si moltiplicano, recuperare il giusto potere sullo spazio della città significa rivoluzionare la nostra presenza per le strade, acquisire nuove sicurezze, nuove possibilità di spostamento, nuove agilità del corpo e della mente.


Intervista: Francesca Cugliandro

Soggetto: Salvatore Familiari

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.cdclubentertainment.com

IMPRENDITORE ED EDITORE MUSICALE. IDEATORE E PRODUTTORE DEL FESTIVAL DELLO STRETTO, UNO DEGLI EVENTI LIVE PIU’ IMPORTANTI DELL’AREA MERIDIANA L’orecchio e l’intuito non l’hanno mai tradito: a sedici anni, giovanissimo dj, gli bastava un ascolto per capire quale brano sarebbe diventato una hit. A ventiquattro era già uno dei più quotati produttori discografici nel mondo dell’hip-hop con Neffa, Fabbri Fibra, Poeti Onirici, Flaminio Maphia, Piotta, tra gli artisti presenti nei cd in catalogo. Oggi la sua Cd club Entertainment si muove nel vasto settore dell’editoria musicale ed uno dei prodotti di punta, il Festival dello Stretto – musica etnica di qualità, proposta da nove edizioni sul Lungomare di Reggio Calabria - è stato nel 2008 uno dei migliori festival organizzati in Europa, tra i primi quindici in lizza per la vittoria, a Londra, del Best European Festival Awards. Fin troppo semplice dedurne che, per Salvatore R. Familiari, la musica è la scelta della vita, insieme a quella di non spostarsi dalla sua città, Reggio Calabria. Entrambe le decisioni sono frutto di quella personalità decisa che, da adolescente, portava il giovane Salvatore a buttarsi a capofitto nella musica ed oggi gli fa sostenere che il coraggio lo ha chi affronta le difficoltà e resta a lavorare nel Meridione, non certo chi si costruisce una carriera lontano dalle sue origini e poi torna solo per ritirare i premi che gli vengono conferiti. Come si riesce, dal Sud, a gestire la molteplicità di rapporti con artisti, studi di registrazione, fonici, grafici, che si trovano sparsi per l’Italia e all’estero? Anni fa tutto era rigidamente legato alla logistica, ai continui scambi fisici, a mezzo corrieri, di stampe grafiche, supporti, interscambi contrattuali. L’evoluzione tecnologica ha permesso di livellare le possibilità, oggi i contenuti fanno la differenza. Il resto, in questo settore, è frutto d’istinto: trovare e proporre quello che può piacere. Io dico spesso che, sin da ragazzino, non mangiavo la panna, ma la montavo: impiegavo il tempo ad ascoltare la musica e a comprendere gusti e tendenze. Ampliando le mie attività, ho cercato di attorniarmi delle migliori figure professionali applicando costantemente il paradigma d’eccellenza, in tutte le combinazioni. Oggi con noi, in outsourcing, lavorano oltre 30 aziende d’ogni parte d’Italia. Si progetta di fare l’imprenditore musicale o è l’amore per la musica che si appropria di ogni

spazio vitale e quasi costringe a fare di questa passione un lavoro? Studi, ti specializzi ritenendoti fortunato perché fai un lavoro che ti appassiona, ma stai attento a separare la dimensione personale da quella lavorativa. Ho studiato economia focalizzando l’attenzione, da autodidatta, nel settore discografico, editoriale e live: un piano di studi personale non essendo presenti in Italia percorsi formativi scolastici in materia di disciplina del diritto d’autore. Sono stato accredito in Siae circa 12 anni fa per una serie di produzioni discografiche interessanti che, associate agli studi specialistici, mi hanno consentito di entrare nel settore dell’editoria musicale. Oggi questa è l’attività principale di Cd club Entertainment, in parallelo all’attività di digital content distribution in cui siamo label primaria in Italia grazie a rapporti diretti con Nokia, Itunes, Vodafone, Virgin, solo per citare alcuni degli oltre 300 nostri partner. Ormai il suono va oltre il supporto classico inteso come acquisto del cd. E’ divenuto parte integrante del sistema di fruizione in sede di navigazione, per cui ascolti, condividi, commenti, “linki” e compri attraverso il sistema del downloading. Successivamente decidi di acquistare la musica sul supporto fisico. La tua gavetta artistica affonda nel mondo dell’hip-hop. Che cosa ha determinato la sterzata verso la musica etnica? Sono due generi che hanno nella “realtà raccontata” un comune denominatore. Gli MC (Master of Cerimonies, i rappers; ndr) dell’hip hop nei loro testi esprimono ciò che realmente sono e ciò che realmente vivono nella vita quotidiana, senza alcuna remora. I musicisti e gli interpreti della musica etnica usano il linguaggio territoriale accompagnandosi con gli strumenti tradizionali. Ad entrambi abbiamo dato “propulsione” quando erano ancora generi sottostimati nei grandi circuiti mediatici, riuscendo a valorizzarne le figure più rappresentative. Nei nostri album HH, a metà degli anni novanta, trovi Cor Veleno, Flaminio Maphia, Poeti Onirici e Kento, Joel e Neffa, Fritz con Fabbri Fibra, Turi e Piotta, Kaos e Joe Cassano solo per citarne alcuni. Nell’etnica, invece, privilegiamo la dimensione live. I rapporti internazionali maturati negli anni ’90 mi hanno consentito di comprendere quanta valenza

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avessero i Festival musicali nelle città europee, in termini di associazione positiva tra la località ospitante e il marchio dell’evento di richiamo. Il sistema è definito tecnicamente “entertainment advertising”. Scopo del Festival è la continua stimolazione della memoria individuale attraverso la sollecitazione nella massa critica: quanto più la stessa riesce, tanto più cresce la fidelizzazione del pubblico all’evento, mai annualmente ripetitivo e sempre orientato ad educational content e non semplicemente entertainment. L’aspetto saliente nella continua innovazione annuale è comprendere la percezione finale relativamente all’unicità dell’evento, in cui uno degli aspetti, cioè il suono, è attualizzato con odierni arrangiamenti pur mantenendo il lavoro di ricerca sul tradizionale. Il Festival dello Stretto ha sempre rivendicato una scelta scrupolosa degli artisti portati sul suo palco: musicisti con una marcata radice etnica, ma nello stesso tempo capaci di sperimentare nuove sonorità e di presentarsi con una veste contemporanea. E’ lo stesso criterio con cui Cd club Entertainment seleziona gli artisti da produrre nell’ambito dello stesso genere musicale? Certamente, questo è uno dei motivi per cui, discograficamente, nel nostro lavoro oggi trovi Quartaumentata e Kalamu o, andando oltre, Kalafro Sound Power, band capaci di sperimentare sovrapposizioni linguistiche e sonore. Ai fini della realizzazione del Festival dello Stretto la ricerca dell’unicità si è fondata su contenuti e sistemi attuativi. Per meglio comprendere il principio d’unicità pensiamo che in Andalusia il flamenco è trainante, per l’Irlanda e la Scozia lo è la musica celtica, New Orleans senza il jazz sarebbe rimasta conosciuta a pochi. La nostra scelta è ricaduta sull’etnica, che fino a dieci anni fa era inverosimilmente poco valorizzata in Italia, perché musicalmente originale e di una qualità tecnica eccelsa. A tuo giudizio, quindi, l’etnica è uno dei generi che riuscirà ad affermarsi sempre più nel panorama musicale europeo? La musica etnica rappresenta un “suono nostro”, prodotto da strumenti musicali tradizionali, spesso con un’origine arcaica. Difficilmente il rock italiano o il pop, tranne pochissimi casi, riescono a trascinare il pubblico al di fuori dei nostri confini nazionali, perché sono generi a prerogativa linguistica anglofona, di cui oggi abbiamo sicuramente necessità in Europa in termini di scambio, ma non a discapito delle nostre radici culturali e della nostra identità.


Intervista: Dejanira Bada

Soggetto: Renato Ravenda

Luogo: Venezia

Foto: Tiziana Brisotto

Web: www.ravenda.it

ESPERTO DI COMUNICAZIONE. DESIDERIO, EMOZIONE, SEDUZIONE E VALUTAZIONE RAZIONALE SONO GLI ELEMENTI DEL SUO FARE QUOTIDIANO Renato Ravenda, classe 1971. Laureato all’Accademia di Belle Arti, è laureando in Comunicazione e Marketing presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Questo uomo in carriera è riuscito, non si sa come, a trovare del tempo da dedicarci per rispondere a delle domande riguardo la sua vita. Abbiamo scoperto molte cose su di lui, ma soprattutto ci siamo resi immediatamente conto di avere a che fare con un vero creativo, con un individuo diverso, simpatico e fuori dagli schemi, che probabilmente nella vita non potrebbe fare altro che il suo mestiere. In una parola: Comunicare. Qui però non parleremo soltanto del suo lavoro, ma anche delle sue passioni, dei suoi hobby, degli sport praticati. Una domanda che però ci siamo dimenticati di fargli è questa: Renato, ma ogni tanto ti ricordi anche di respirare?! Spiegami un po’ di cosa ti occupi esattamente, quali sono le tue mansioni a tutt’oggi? Ancora oggi devo capirlo. L’inquieto. Per fare il mio “mestiere”, ammesso che questo lo sia un “mestiere”, occorre una buona dose di psicologia ed empatia con le persone. Sei sempre tra due fuochi, devi mediare esigenze ed umori all’interno del tuo team prima e con il “cliente” poi. Infilandoci dentro una bella dose di creatività (n.b.: non fantasia, quella è un altra cosa) e frullando il tutto q.b. Io devo “vendere”. Un atto di acquisto è sempre il risultato dell’azione congiunta di un desiderio e di una valutazione razionale: si seduce con le emozioni e si rassicura con le argomentazioni. Forse questo è in breve il mio “mestiere”, “vendere” un’idea o un “pezzo” in più. Come ti vengono in mente le idee per il tuo lavoro? La “creatività”: tutti la chiedono, ma pochissimi la vogliono realmente, perché è scomoda. Ripetersi è economico, sicuro, meno faticoso, ci dà sicurezza. La consuetudine, il “manierismo” hanno una percentuale molto elevata di accettazione in chi ti chiede “creatività”. Infatti raramente il cliente accetta la pura creatività. In generale le idee le mastico un po’ di giorno e le accantono. Programmo il cervello che nella notte le digerisce e verso le quattro del mattino le risputa fuori. Appunto sempre tutto in tempo sul mio fido iphone.

Qual è la cosa che ritieni sia più difficile nel tuo ambito lavorativo? Citando Barbero, il neo direttore del Macro, a qualcuno capita di “confondere Malevich con Jill Sander”. Constatazione 1: nessuno si mette a contestare l’opinione di un professionista, diciamo di un medico. Ma nessuno all’estremo opposto si sogna neanche di porre obiezioni all’idraulico. Constatazione 2: in comunicazione e in grafica, tutti invece diventano “esperti”, come se la ghestaltica, i limiti segnici e cognitivi, le euristiche del giudizio e della scelta fossero cose che tutti imparano all’asilo. Comunicare è sicuramente “facile”, Watzlawick insegna. Comunicare bene, raggiungere un obiettivo, è un affare un po’ più complesso. Quando e come hai capito di voler lavorare nella comunicazione e nel marketing? Era un tuo sogno fin da quando eri piccolo? Ho avuto un infanzia difficile: a otto anni mi sono ritrovato nella libreria Psicopatologia della vita quotidiana di Freud. Ho proseguito con i tipi psicologici di Jung. Sono cresciuto con Giancarlo Livraghi e Gaetano Kanizsa nel cassetto, a fianco ai “graphos” ed ai pennelli. Direi che la mia “fine” è stata un po’ inevitabile. Oggi invece mi diletto con mouse, Cialdini e Kiyosaki. E quando invece ti sei reso conto che il mondo stava andando verso la dimensione dell’online? Fieramente posso dire di essere stato tra i primi: nel 1996 ero già Art director di uno dei primi service provider italiani. La mia prima email risale al 1993. Sicuramente Il Mercante in Rete di Giancarlo Livraghi ha sempre segnato il mio passo. Gli devo molto in termini di formazione. Che tipo di docente sei con i tuoi studenti? Non lo sono. Imparo sempre insieme a loro. Dove hai trovato il tempo per seguire anche un’infinità di corsi e master post universitari? La notte è lunga! E poi uso i frequenti spostamenti in

RENATO RAVENDA

macchina per la mia formazione, è incredibile quanto si possa essere concentrati e ricettivi mentre si guida. Aggiungici anche una buona dose di ferie e di soldi sacrificati sull’altare del sapere... ed ecco girata la clessidra. Sei aggettivi per descrivere la tua personalità, positivi e negativi. Riflessivo. Razionale. Sintetico. Riflessivo. Razionale. Sintetico. Ho letto che sei anche istruttore di Kyusho Jitsu, in cosa consiste questa pratica? E’ un antico “sapere” tramandato inizialmente da alcune caste segrete in Oriente, oggi invece epurato dal mito e valorizzato scientificamente, è una conoscenza formidabile per la salute ed il benessere, ma anche per la più micidiale difesa personale. Quando ti avanza del tempo libero che cosa ti piace fare? Mangi? Le fai le faccende di casa? Arti marziali. Fotografia. Sono la mia vita parallela. Non vivrei senza. Mangio disordinatamente. Ma periodicamente mi impongo regole. Nei weekend amo cucinare... e mi tocca “amare” il ferro da stiro! Che tecniche usi per non stressarti e per riuscire a staccare la spina quando è il momento? Facile! Vado in palestra, picchio un po’ di gente e mi rilasso subito! Oltre al Kyusho pratico regolarmente Ju Jitsu e Ryukyu Kempo. Ultimo libro letto? L’uomo nuovo, scritto da Luigi Manglaviti. Scrittore “conterroneo”. Uno di quei talenti che meriterebbero mille volte la notorietà dei vari Dan Brown. Introspettivo ed acutissimo. Da leggere. Che musica ascolti? Dai notturni di Chopin agli assoli dei Deep Purple. Da Emiliana Torrini ai Gipsies del Rajasthan. Dipende in molta parte da quello che mi capita sotto mano e di cosa ho voglia di ascoltare. Sicuramente Vinicio Capossela, in una notte di dopoconcerto “privè-improvvisè” in sei persone alla mitica “Sosta”, noi, e lui per noi al piano fino all’alba... bè, un posto speciale se l’è guadagnato. Nella vita di tutti i giorni sei abbastanza creativo oppure uscito dall’ufficio diventi una persona molto pragmatica? L’inverso. E’ in ufficio che devo essere pragmatico. Non esiste creatività senza pragmatismo, diventerebbe fantasia. Per dirla alla Munari, è la distanza che separa artista e designer. Fuori... ebbene si, confesso: sono io a scrivere le battute ai comici di Zelig! (Facciamo le corna) Da domani il mondo cambia e ti dicono dappertutto che una figura professionale come la tua non serve più. Che cosa ti metteresti a fare? Non smetterò mai di fare arti marziali. Non smetterò mai di parlare con la gente. Non smetterò mai di fotografare la gente. Però amo anche alzarmi prima dell’alba. ... il fotografo panettiere?

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Intervista: Dejanira Bada

Soggetto: Gianfranco Riccelli

Luogo: Bologna

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.arangara.it

CANTAUTORE ISPIRATO DALLA SUA “STAGIONE INCANTATA”. FONDATORE E LEADER DEGLI ARANGARA GRUPPO FOLK-AUTORALE TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE Gianfranco Riccelli, mente degli Arangara, ha fondato questa band, a dir poco particolare, nel 2005 e da allora non ha mai smesso di stupire e di far parlare di se. Cantautore di origine calabrese, Riccelli, come molti altri suoi conterranei, ha dovuto ben presto lasciare la sua terra di origine per inseguire i suoi sogni, ma nonostante questo gli Arangara sono un gruppo molto fedele alle tradizioni della propria terra, alle vecchie usanze, che porta ben viva dentro di sé anche la saggezza dei propri avi. Di questi tempi sentire la tua musica porta davvero ad essere catapultati in un altro mondo e in un’altra dimensione, l’ispirazione ti arriva soltanto dalla tua terra di origine oppure anche da qualcos’altro? L’ispirazione arriva, nello scrivere i testi e le musiche, indubbiamente dalla mia terra d’origine. Ma la mia terra io l’ho lasciata quando avevo diciotto anni (con l’iscrizione all’Università) per non tornarci mai più stabilmente. Sicuramente hanno contribuito anche tutti i posti dove ho risieduto e tutte le persone che ho conosciuto. Tutto questo, persone e luoghi, sono stati determinanti nella mia formazione umana e quindi non trascurabili; ma la “stagione incantata” rimangono senza dubbio la mia infanzia e la mia adolescenza. Come viene accolta la vostra musica al Nord e dai giovani? Perdonami ma quando ho letto che durante i vostri live cercate di far ballare e di coinvolgere anche il pubblico, immaginare queste scene per esempio a Milano mi viene veramente difficile, dato l’individualismo dilagante. La nostra musica viene accettata e capita anche al Nord e all’estero. Abbiamo ottenuto lusinghieri, quanto inaspettati, consensi nella Repubblica Ceca, in Polonia, nei paesi del Nord Africa ed in tutti i posti dove siamo andati. Far ballare a Milano? Anche! Una canzone deve poter essere cantata e suonata su una spiaggia con la sola chitarra e una voce. Se questo funziona vuol dire che sei sulla buona strada e noto che questo gusto coincide anche con quello dei giovani sia al Nord che al Sud.

Quando e come è nata l’idea di creare questo gruppo e come definiresti il vostro genere musicale? L’idea di creare un gruppo come gli Arangara mi è venuta nel momento in cui molti mi spingevano, dopo una cena tra amici o in altre occasioni conviviali, a prendere la chitarra e far ascoltare i miei pezzi ed eravamo a Milano, a Torino o anche all’estero, per motivi di lavoro. E’ stata la molla che mi ha aiutato a fare il passo in avanti. Arrivato a Bologna, città di musicanti, il passo è stato breve e facile. Dopo una breve esperienza con il Collettivo E.C.U. formato da calabresi residenti in quest’ultima città, ha iniziato a prendere forma quello che attualmente è il progetto Arangara che propongono una sorta di folk d’autore, chiamiamolo così. Chi sono i tuoi artisti di riferimento, se ne hai qualcuno? Con Fabrizio De Andrè ci sono spuntate le orecchie (l’ho sentito dire da qualche parte). E poi Vecchioni, De Gregori, Locasciulli, Guccini, Lolli. Gli stranieri? Dylan, Brassens, Cohen, etc. Insomma tutti quelli che mi potevano dare - e mi hanno dato - qualcosa. Mi sono appassionato poi ai cantautori ‘nostrani’ quali Profazio, Balestrieri, Buttitta, etc. E riguardo allo spettacolo di teatro-canzone con Carlo Lucarelli che cosa mi puoi dire? Com’è nata questa iniziativa? E’nata per volere di Carlo. Il tutto è finalizzato alla raccolta fondi per la costruzione di un asilo a Lakka, in Sierra Leone. Mi sembra un’ottima cosa non tanto per il fine dello spettacolo - che è già molto - ma per il fatto che riesce a far capire alle persone che vi assistono che ci sono delle realtà inimmaginabili agli occhi di un occidentale. Detto così potrebbe sembrare pura retorica; ma il racconto di Carlo è pervaso da tante sfaccettature e dà una visione immediata della dimensione del problema. Ho avuto, e continuo ad avere, ogni volta la sensazione di trovarmi nel posto da lui descritto. Ho letto che gli Arangara sono da sempre molto sensibili alle tematiche sociali. In che modo cercate di aiutare i più bisognosi e cosa ti ha

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spinto ad occuparti anche di queste questioni? Perchè altrimenti non servirebbe a nulla la musica o, almeno, quello che io intendo per musica. Noi facciamo tanti concerti a scopo benefico. Ne abbiamo fatti per l’A.D.O. (Assistenza Domiciliare Oncologica) di Ferrara, per l’AVIS, etc. Ci proponiamo negli istituti di cura e di riposo e siamo sempre ben felici nel momento in cui qualche ente preposto ci chiama per una serata. Penso che poter fare qualcosa per chi soffre sia una delle cose più gratificanti che ti possano capitare nella vita. Come e dove hai trovato altre persone con cui condividere questi progetti? Anche perchè penso non sia stato semplice trovare musicisti amanti di questo tipo di musica. Questo ‘tipo di musica’ è già uno stereotipo. E’ vero! Utilizziamo il dialetto (ma non solo, in quanto nel nostro repertorio ci sono anche canzoni in italiano scritte da noi). E trovare i musicisti, o gente appassionata, non è affatto difficile. Ci sono, nel panorama musicale italiano, centinaia di realtà simili alle nostre. Sono fuori dai circuiti mediatici. Ma questo non vuol dire che non siano presenti e che non stiano dicendo cose interessanti. Le major discografiche hanno bisogno di mercato. E le esigenze di mercato esulano dalle emozioni e dal vero interesse per le proposte. Abbiamo, nell’ultimo anno, venduto (e solo ai nostri concerti) quasi 4.000 CD, un numero considerevole. Un’ultima curiosità: siete degli alieni oppure molto più semplicemente delle persone genuine e normali che hanno ancora dei valori e dei principi da divulgare, cosa che sembra un po’ rara in questi anni ’00? Perché cosa rara? Non siamo degli alieni come non lo sono tutti quelli che riescono ad affrontare autonomamente qualsiasi passione. Se mi guardo in giro trovo molta energia e tanta voglia di fare. Secondo me non è vera la frase “..ai miei tempi..”. Se così fosse potremmo definire, in un discorso a ritroso, l’età della pietra la migliore per l’umanità. E sappiamo che non è così! Non siamo portatori di certezze perchè non ne abbiamo nemmeno noi. Cerchiamo di raccontare le nostre emozioni sperando di poterne regalare qualcuna a chi ci ascolta. Progetti e concerti futuri? Un disco per l’inizio del prossimo anno che conterrà dodici pezzi (tre dei quali in italiano ed uno in un dialetto del Nord Italia). La compilation conterrà anche una canzone scritta da Carlo Lucarelli (tralascio il contenuto). Poi una serie di concerti nel Nord Europa nel periodo prenatalizio e per primavera un tour in Argentina, Brasile, U.S.A. e Canada. Da maggio la preparazione del nostro tour estivo “Cantu e cuntu 2010”.


Intervista: Stefania Bernardini

Soggetto: Giuseppe Foderaro

Luogo: Milano

Foto: Francesco Prandoni

Web: www.giuseppefoderaro.com

UNO SCRITTORE IMPIEGATO CHE NELLA NORMALITA’ DELLA VITA TROVA L’ECCEZIONALITA’ DELL’ESSERE. CULTORE DEL SUONO CREATO DALLE PAROLE Un tavolino, un aperitivo, una birra, un bicchiere di vino e una cascata di parole che riempie l’aria. La descrizione di un mondo. Allucinazione, apparente contraddizione e pura normalità. Punti di vista. Significati sonori mi conducono alla scoperta di Giuseppe Foderaro. Scrittore trentacinquenne e artista eclettico. “Ho un incontro di lama per te” è il suo primo romanzo: un enigma in stile neo-futurista. Stupefacente. Come è nata l’idea di questo sconvolgente racconto? Un giorno sulla metro di Londra. Guardavo la città. Adoro osservare il mondo che mi circonda. Sulla mia Moleskine, non giro mai senza, leggo una frase che avevo scritto un po’ di tempo prima: cominciammo a parlare di un temporale. Da lì è nata la storia. Una narrazione semplice. Un dettaglio, uno stimolo. L’importante è lasciare andare la fantasia. Il tuo stile è molto particolare, affascina, confonde, incuriosisce. Quando hai iniziato ad avvicinarti alla scrittura? Grazie a un’amica. Lei mi consigliò i libri di Edoardo Sanguineti, mi innamorai degli esponenti della Neoavanguardia e poi di quelli della Poesia dell’Esperienza e del loro modo di creare mondi con le parole. Ogni singolo lemma è un suono, anzi un insieme di suoni. E’ significato diffuso da armonia. E’ meraviglioso sentire la melodia che le parole riescono a creare. Così iniziai a scrivere, prima due libri di poesie e poi questo romanzo. Non è tanto il racconto in sé che mi interessa quanto la musica che si riesce a creare accostando monemi apparentemente senza legame. Giocare sul non-sense che diviene mondo. Parli di musica, sembra un elemento fondamentale nella tua vita. Prima di iniziare a scrivere ero musicista in una band. Poi la vita frenetica delle tournèe non faceva per me. Io sono una persona tranquilla, ho bisogno delle mie certezze, del mio equilibrio, ma la musica ricoprirà sempre un ruolo essenziale. Anche scrivendo continuo a far musica. Il jazz è il genere che più mi rappresenta. L’improvvisazione studiata. Quella valanga di suoni che ti aggrediscono, ti inondano, ti travolgono.

Confusione, stupore, caos apparentemente senza senso e invece tutto frutto di calcoli matematici, scale armoniche e accordi specifici. Il non-sense ancora una volta. La contraddizione. Potresti descrivermi il tuo mondo ideale? Il mio mondo ideale è Londra. La metropoli, la velocità, il cielo grigio, la pioggia, l’asfalto, il rumore, il suono. Solitamente queste immagini vengono accostate a sensazioni pessimistiche. Qual è la tua visione della vita? Io amo la vita. E’ il bene più prezioso che abbiamo. Ogni attimo è un emozione splendida da cogliere, è un sogno, è stupore. Odio chi non riesce a capire e rispettare questo valore. Però mi piace il cielo grigio perché è modesto, è tranquillo, è gentile. Il sole è invadente, egoista. Se tu stai dormendo ti entra dalla finestra e ti sveglia, ti acceca con la sua luce. Adoro la città perché è piena di stimoli. In metro la puoi vedere scorrere come la pellicola di un film. Tu sei lo spettatore che si gode lo show. Perché il mondo è un racconto continuo, è pazzia, è meraviglia, è magia. Ti reputi egocentrico? Sinceramente sì. Sono egocentrico ma non nella maniera convenzionale. A me non piace parlare sempre di me, mettermi al centro dell’attenzione. Mi interessa esserci nell’assenza. Essere ricordato dagli altri senza impormi. Un’essenza che si diffonde nell’aere. Io ci sono, sono presente ma non ho un corpo, non ho un’immagine specifica. Come una parola presa isolatamente. Può significare tante cose, avere tante rappresentazioni. Una presenza senza contesto. Come quando una persona ha in mano un libro. Legge il nome dell’autore, legge il racconto che questi ha scritto, lo conosce ma se dovesse incontrarlo per strada non saprebbe riconoscerlo. Sa che esiste, magari lo ammira, ma non sa chi è. Com’è la tua vita sociale? Quanto contano gli affetti per te? La mia vita è molto semplice. Oltre a scrivere faccio un lavoro normale in ufficio, esco con i miei amici, vivo con

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la mia ragazza e ogni tanto fuggo a Londra o New York a rigenerarmi. I miei affetti per me sono tutto. Mi piace selezionare le persone che mi accompagnano lungo il percorso della mia vita. Chi mi sta intorno deve darmi qualcosa. Sensibilità, intelligenza, stravaganza sono le caratteristiche che più mi attirano. Difficilmente riesco a dimenticarmi di un amico. Ultimamente sono tornato a Roma, dove ho vissuto parecchi anni, e sono andato nell’albergo in cui rimasi per molto tempo solo per rivedere i miei amici portinai, Taximiliano, il mio amico tassista. Queste persone hanno fatto parte della mia vita, sono state in un certo senso i miei punti di riferimento durante un determinato periodo, è impossibile dimenticarli. Anche se sono lontani faranno sempre parte della mia vita. Fai un lavoro di ufficio. Devi rispettare gli orari, le regole. Riesci a sentirti ugualmente libero nonostante queste imposizioni? Assolutamente sì. Io sono libero. Libero di scrivere, libero di osservare, libero di creare il mio mondo, libero di esprimermi. Le regole che la società ci impone basta non sentirle come tali. Basta introiettarle dentro di sé, comprenderle e farle proprie. In questo modo io vivo nel rispetto di leggi che sono mie, fanno parte di me e perciò non mi opprimono. Dalle tue parole sembra che tu abbia raggiunto un equilibrio eccezionale. Sei riuscito a creare il tuo mondo personale in perfetto accordo con il mondo universale. Le tue contraddizioni diventano normalità. Sei felice? Certo. Come non potrei? I miei amici, la mia ragazza, la mia famiglia sono eccezionali, ho un lavoro che, anche se non è strapagato, mi consente di vivere in tranquillità e fare i miei viaggi ri-energizzanti. Ho le mie parole, la mia musica per rilassarmi e esprimere le mie emozioni e soprattutto ho la possibilità di vivere. Vivere il mondo da spettatore e attore, lasciarmi avvolgere da lui e sedurre. Si, sono decisamente felice.


MY LIST!!! Vi domanderete, DI COSA SI TRATTA? E’ una rubrica. LA MIA RUBRICA. L’ho voluta perché mi piace l’idea di sottoporre alla VOSTRA attenzione le mie bizzarie, piuttosto che i libri, gli oggetti, la musica e dio solo sa che altro. Per farla breve, in questa rubrica

NON VI E’ NULLA DI DEMOCRATICO O POLITICAMENTE CORRETTO. Sono io e basta. Qualora non vi piaccia!!! Poco male. Passate avanti. La cosa mi lascia indifferente. DIMENTICAVO. Io sono Gianni Barone, colui che ha avuto la cattiva idea di ideare ed editare Andy Magazine.

ROLLING STONE Una cosa che non mi faccio quasi mai mancare è la lettura ogni mese dell’editoriale del magazine ROLLING STONE. Mi riferisco a quello del suo direttore, Carlo Antonelli. Non sto qui a commentare, sarebbe ridicolo. Se qualcuno è interessato si rechi all’edicola più vicina, acquisti una copia e lo legga.

ALLORO E LIMONE Questa è la tisana che bevo ogni sera dopo cena. Preparata con cura dalla mia amata. Un equilibrio di sapori perfetto. Io ci provo… ma non riesce mai.

TUTTI CON IL 9

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI Ho riletto dopo tanti anni LA FATTORIA DEGLI ANIMALI, straordinario e tragico romanzo satirico di George Orwell concepito e in parte scritto durante la sua partecipazione alla guerra civile spagnola. Un’allegoria della dittatura stalinista, un libro duro e puro. Ispirato il discorso del Vecchio Maggiore, maiale pluripremiato, a tutti gli altri animali della fattoria. Rappresenta il germe della Rivoluzione, che presto avrà il sopravvento su tutto e tutti seguendo il principio utopico marxista, ma il regno dell’uguaglianza e della prosperità sarà ben lungi dal realizzarsi.

ODIO Il citazionismo, le pippe mentali e gli esercizi di stile.

ERBA CIPOLLINA A proposito di erbe. Adesso vi confesso una cosa. Da qualche anno mi sono convinto di realizzare un orto medievale e dedicarmi alla coltivazione di piante aromatiche ed officinali. L’ultimo impianto fatto è stato di ALLIUM SCHOENOPRASUM volgarmente noto come erba cipollina. Vi confido che la cosa che più mi ha attratto è l’infiorescenza estiva di colore rosa-lilla.

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1909 Pubblicazione su Le Figaro del MANIFESTO DEL FUTURISMO 1919 L’AFGANISTAN diventa indipendente dalla Gran Bretagna 1929 CROLLO di Wall Street 1939 Prima edizione del concorso MISS ITALIA 1949 Nascita della REPUBBLICA POPOLARE CINESE 1959 L’anno che cambiò il JAZZ 1969 Sara e Luigi Barone accolgono con cautela l’arrivo del loro PRIMOGENITO 1979 Woody Allen scrive e dirige MANHATTAN 1989 Caduta del MURO DI BERLINO 1999 Fine di un Millennio 2009 Nasce ANDY MAGAZINE ;)


SONO ANDATO AL CINEMA Ho visto l’ultimo film di Allan Stewart Königsberg. Era da qualche film che mi mancava. Qui l’ho ritrovato. Il fatto è che adoro la sua ironia, il suo stile celebrale e raffinato, la capacità di affrontare temi quali la crisi esistenziale degli intellettuali, le riflessioni sull’ebraismo, la psicoanalisi, la religione, il sesso, che si ritrovano nei suoi migliori film. Io credo che lui sia convinto di essere un GENIO. Una filmografia ricchissima la sua, quasi un film all’anno. Quelli che adoro sono stati realizzati alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70, vi sono titoli per me irrinunciabili, capolavori che contengono decine di battute che vorrei mandare a memoria. Come sempre ci provo ma i risultati sono pessimi. Poi c’era lui a rendere le cose più affascinati e uniche. Insomma io ho sempre identificato un film di Königsberg con Königsberg attore. Tutte le volte che non è stato così, credetemi è stata una delusione. Questa volta no! Vedere sul grande schermo Larry David è stato come vedere il vecchio e caro Allan Stewart Königsberg con tutti i suoi tic. Mi sono detto, non c’è lui? Ok, basta che funzioni.

ne frega!!! La prima: comprate e leggete il numero 53 di Jazzit, troverete una vera e propria monografia degna di un saggio su Woodstock e Bitches Brew. La seconda: andate al cinema e godetevi Motel Woodstock, fregandovene della critica. Infine, una confessione: mentre scrivo sto ascoltando Elusive Creatures di Michael Rosen, niente di più lontano dal Miles elettrico. Ahahaha!!!

ROSARIO

TRA DUE MARI

1969 MILES Maledizione!!! Ho perso i miei appunti, non li trovo!!! Eppure erano qui, non ricordo più in quale file ma c’erano. Sono anche in ritardo con la consegna del materiale, non ci voleva. Questo notebook è la mia croce e la mia delizia. Pazienza. Ok… ricomincio. 19 agosto 1969… mhhhhhhh, ah si!!! E’ il primo giorno di registrazione di BITCHES BREW di Miles Davis. La prima di tre sessioni che porteranno alla pubblicazione di un album che rappresenta il momento in cui i rapporti tra jazz e rock diventano più “intimi” e che porteranno a quel genere musicale conosciuto come fusion. AFFASCINANTE IL 1969. Pensate, pochi giorni prima si era consumato Woodstock e poi le rivolte studentesche, il Vietnam, Easy Rider che epoca!!! Da quel momento tutto sarà diverso. Quell’anno negli Stati Uniti il Newport Jazz Festival si apriva al pop, la stessa cosa succedeva in Europa, a Parigi con il Festival Actuel. E’ chiaro che Miles sentiva le cose, aveva compreso che era il momento, così l’istrione cambiò di nuovo. Da una parte Woodstock, dall’altra lui, solo contro tutti. Abbigliamento freak e hippy e nuova band che lo portò a conquistare un nuovo pubblico grazie al quale vinse il suo primo disco d’oro. E la cover? Dove la vogliamo mettere? Come non ricordare la specificità della copertina che dichiarava al mondo intero la diversità di quello che conteneva. Fu uno shock per i “ben pensanti”. Molte le allusioni: l’Africa, le donne, la droga. Tutti portano a Miles. Certo trovo molto curioso il fatto che fu disegnata da un bianco. Lui che sottolineava sempre la condizione di emarginazione dei neri e denunciava quella comoda dei bianchi. C’è da dire anche che con questo disco il caro Miles mandò a casa i suoi vecchi musicisti e diede vita ad una nuova band, dove oltre agli strumenti elettrici entrarono anche i musicisti bianchi. Una copertina intima, intrisa di erotismo, molto pop, opera dell’artista visionario Abdul Mati Klarwein. Pensate, appena pochi mesi dopo firmò anche la cover dell’album “Abraxas” di Carlos Santana. Credo che il suo egocentrismo da quel momento toccò vette elevatissime. Dopo tutto come dargli torto, aveva contribuito con la comunicazione creata dal suo estro artistico al successo di due dischi che fanno parte della storia della musica. Due raccomandazioni. Potete anche non seguirle, chi se

Il titolo mi ha appassionato subito. Anche se, vi confesso che in realtà ho comprato tutti i romanzi di Carmine Abate per motivi di lavoro. No no, state tranquilli non ho velleità letterarie tanto meno “critiche”. Mi vengono i brividi solo a pensarci. Semplicemente mi interessava approfondire la sua scrittura, le tematiche trattate, le ambientazioni, la psicologia dei suoi personaggi. NON MI HA DELUSO. Uno scrittore tra i più interessanti del panorama letterario contemporaneo. Naturalmente è un mio giudizio e pertanto vale quel che vale. Quella narrata è una storia di amicizia, un legame di famiglia. Questo è quello che appare. In realtà è molto di più. E’ un romanzo molto intimo che racconta il carattere, la caparbietà, l’orgoglio di un uomo e della sua gente. E poi la luce, i profumi, il blu del mare e del cielo, la polvere, la terra, la fatica, le allusioni, i rimandi, i sottintesi e poi il Fondaco del Fico… IO HO VISTO TUTTO. E non è un eufemismo. Quella è luce che mi acceca, quelli sono profumi che sento, quelle sono parole famigliari, quella è gente che conosco. Quella è la mia terra.

L’altro giorno stavo leggendo un testo su Fabian Marcaccio. Vi domanderete chi sia. Si tratta di un artista contemporaneo che stimo molto. La sua ricerca mi affascina. Non sto qui a commentare il testo, anzi ho difficoltà a dargli semplicemente una definizione. Però pensandoci meglio mi sento di dire che era mediocre e privo di alcuna concretezza. Questi critici sono una categoria curiosa, le loro “pippe mentali” sono quasi insuperabili, per fortuna ogni tanto si incontra qualcuno che esce dal mucchio, che si differenzia, ma ahimè non era questo il caso. Scusate la mia digressione. Dicevo… Fabian Marcaccio artista rosarino con studi in filosofia, oggi vive e lavora a New York. Ma il punto è Rosario, Santa Fe, Argentina. Lì è primavera, come tutti i luoghi sotto l’equatore le stagioni sono invertite. La città si affaccia sul Paranà, è cosmopolita e vi vivono i miei cugini. 11000 mila chilometri è la distanza che ci separa. Federico è da 13 anni che non lo vedo, Marisa da 11. Quanta distanza, quanto tempo, quanti ricordi!!! Ma Rosario è anche la città di Lucio Fontana e di Ernesto Che Guevara. Che dire? Il padre dello Spazialismo e il più grande rivoluzionario del secolo scorso. VIVA ROSARIO!!!

ANGELO DELLA MATTINA Angelo della mattina risvegliami ancora per la nuova fulgente aurora che s’arrossa sull’orizzonte o s’incrina. Io sono uno strano mendicante che chiede amore e parole, sono un solitario emigrante verso le terre della luce e del sole. Vienimi coi tuoi fulgori, angelo che non ristai, coi tuoi infiniti fulgori colle movenze che tu sai, e crescimi delle meraviglie, di quanto raccogli negli occhi neri, degli infiniti misteri che tu celi dentro l’arco dei cigli.

IL BAFFO E IL CUORE Adoro questo logotipo. Ecco!!! Sono certo che qualcuno sta storcendo il naso. Perché? E’ evidente!! Per chi ancora non lo sapesse l’ho commissionato io e se ciò non bastasse è stato realizzato da Stefano Ciannamea, Art director di Andy. D’accordo, lo ammetto. Sono di parte. Ma oggettivamente guardatelo, ammiratelo nella sua essenzialità, è la sintesi perfetta dei contenuti del progetto musicale che rappresenta. E che curve!!!

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Fammi conoscere ciò che tu conosci i riflessi della tua bocca chiara; mutevolmente nel mio cuore già amara è una musica una magica forma, in una pioggia che scrosci. Il primo incontro con i versi di questo poeta lo feci nel 1987. Ero troppo giovane per capire. Malgrado ciò non mi lasciò più. Lorenzo Calogero attende ancora di essere collocato nella parte più alta della letteratura italiana del ‘900. Nato il 28 maggio del 1910 a Melicuccà vi morì il 25 marzo 1961. Accanto al suo corpo venne trovato un bigliettino con su scritto “Vi prego di non essere sotterrato vivo”.


Spettacolo: Libera i miei nemici

Anno: 2009

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Scenografia e luci: Aldo Zucco



andy magazine #2