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Luca Massimo Barbero

Il neo direttore del Macro svela la nuova anima del museo contemporaneo

Antonio Critelli

Lira calabrese, rinascita di uno strumento musicale quasi estinto

Lisa Natoli

Regista e attrice indagatrice del senso della parola

Domenico Cogliandro

Designer apolide, fondatore della Biblioteca Cenide

GIANFRANCO GROSSO Racconta come genera la sua arte partendo dalla memoria


KALURIA

FESTIVAL MINORANZE,CULTURE,IDENTITÀ

COSOLETO (RC) 8-12 AGOSTO 2009 www.kaluriafestival.com


NICOLA

SERGIO

JOE

QUITZKE

STÉPHANE

KERECKI

YURIKO

KIMURA

MICHAEL

ROSEN

Cilea mon amour è un originale produzione musicale e culturale ideata e prodotta da Gianni Barone che propone una rivisitazione in chiave jazzistica dell’opera del compositore italiano Francesco Cilea (Palmi, 23 luglio 1866 – Varazze, 20 novembre 1950).

www.cileamonamour.com

info@cileamonamour.com


05 EDITORIALE 06 CONTRIBUTI 07 PRIMO PIANO 08 NELL’OMBRA DEI PALAZZI INVISIBILI di Alan Jones

11 LUCA MASSIMO BARBERO di Manuela De Leonardis

15 GIANFRANCO GROSSO di Massimiliano Tonelli

20 GALLERIA EXPA

di Domenico Cogliandro

23 PORTFOLIO

di Angelo Maggio

28 LIRA CALABRESE

trimestrale_anno 1_numero 1 www.andymag.com redazione@andymag.com testata giornalistica in attesa di registrazione

direttore editoriale_gianni barone direzione@andymag.com direttore responsabile_mario idone mario.idone@andymag.com coordinamento editoriale_ paola recagni paola.recagni@andymag.com

di Antonio Critelli

art direction_ stefano ciannamea stefano.ciannamea@andymag.com

30 ASIA GARIPOLI

marketing manager_peter camezind peter.camezind@andymag.com

di Raffaella Scarpitta

32 MIMMO MARTINO di Valeria Malara

35 LISA NATOLI di Paola Recagni

38 DOMENICO COGLIANDRO di Francesco Mangiapane

40 TEATRO DELLE RANE di Valeria Malara

42 MARY CACCIOLA di Manuela De Leonardis

44 TEATRO DELLE MOIRE di Paola Recagni

46 KRISTINA MRAVCOVA

pubblicità_igor raskolnikov adv@andymag.com ufficio legale_avv. vincenzo raschellà legale@andymag.com con il contributo di: alan jones hanno collaborato: antonio belvedere, stefania bernardini, vivian celestino, domenico cogliandro, antonio critelli, manuela de leonardis, angelo maggio, valeria malara, francesco mangiapane, amedeo novelli, raffaella scarpitta, delfina todisco, massimiliano tonelli andy - via enrico stendhal 49 - 20144 Milano infoline +39.335.53.40.290 progetto grafico antonio altomare per pulp studio stampa arti poligrafiche varamo - via scesa fontana 17 89024 Polistena (rc)

di Paola Recagni

48 SALVATORE SCHIPILLITI di Stefania Bernardini

50 FIL ROUGE

cover: foto di Delfina Todisco un particolare ringraziamento ad Afra Zucchi e Franco Ottavianelli di Wunderkammern scenario della cover.


EDITORIALE Andy è un’anima pulsante, un punto di incontro, scambio e arricchimento esperienziale Nasce Andy! Una rivista free-press con l’intento di offrire una visone diversa sul mondo della creatività. Andy è un soggetto con un cuore e un’anima pulsante, uno spirito alimentato in virtù della comunità da cui prende vita e alla quale si rivolge. Andy è apolitico e, nel suo essere una voce narrante, produce stimoli e genera riflessioni. E’ a partire dalla sua natura apolide ed extra-ordinaria che si genera l’incontro assolutamente insolito di arte contemporanea e cultura tradizionale. Un dialogo tra due realtà apparentemente lontane ma così vicine perchè entrambe espressioni e linguaggi del nostro tempo. A queste due aree se ne aggiunge una terza, generalista, comprendente il teatro, l’architettura, il design, la musica e l’imprenditoria che coniuga la creatività del pensiero ad un nuovo mecenatismo operativo. Andy si propone pertanto come piattaforma non solo pluridisciplinare ma anche multiculturale, un punto di incontro, scambio e arricchimento esperienziale. Andy non è solo attento agli ambiti più strettamente culturali e di indagine critica, ma è anche vicino alle tematiche di tutela dell’ambiente e, per questo, si impegna a ricompensare l’emissione di CO2 prodotta per la sua stampa con il finanziamento del rimboscamento di aree verdi. In ogni sua pagina Andy narra una storia, un ideale, una testimonianza sino a divenire forza propulsiva verso nuove idee e azioni. Buona lettura.


contributi ANTONIO BELVEDERE

ANGELO MAGGIO

STEFANIA BERNARDINI

VALERIA MALARA

Nato nel 1968 in Calabria. Negli anni Settanta già iscritto alla disoccupazione. Formato in giro per l’Europa tra cucine, chef e camere oscure. La sua curiosità contribuisce nell’intenzione di raccontare la verità oltre l’evidenza. La fotografia è il mezzo scelto per confrontarsi con gli altri. La sua terra è un teatro che aspetta, l’arte per lui è azione. E’ assolutamente convinto che la “cultura” appartenga al popolo nel senso letterale del termine. Gli intellettuali gli debbono ancora pagare le fotografie.

Nato a Catanzaro nel 1967. Un signore con l’hobby della politica lo ha definito “ferroviere con l’hobby della fotografia”. Si interessa di fotografia etnografica e di scena dal 1996. Attualmente la sua ricerca indaga esempi del “non finito calabrese”, testimonianze delle aspettative deluse di migliaia di emigranti, che prontamente vengono immortalati dal suo obiettivo fotografico.

Laureanda in Teorie e tecniche della comunicazione mediale. Di lei dice: “Io sono il rosso. Energia, creatività, pazzia, passionalità”. Sempre in viaggio alla ricerca della stupefacente arte dell’imperfezione. Per lei la vita è spettacolo, luce, allegria. I desideri alimentano la quotidianità. I sogni esistono per essere realizzati. Osserva il mondo e non smette mai di stupirsi di questo incanto.

Nata a Reggio Calabria. La sua curiosità e l’interesse per la vita contribuiscono a dare vigore alla sua scrittura. Conoscere ciò che la circonda gli permette di spaziare con la mente, volare, viaggiare, sognare, in poche parole sentirsi viva. Chi la conosce sa che già da ragazzina aveva le idee chiare. Alla domanda: “Cosa farai da grande” senza esitazioni rispondeva: “la giornalista”. Gli studi universitari presso L’Università “La Sapienza” a Roma e la palestra sul campo fatta nelle redazione di Rtv, Telereggio, Mtv e la carta stampata, gli hanno permesso di acquisire metodologia, affinare il proprio linguaggio e vedere la sua professione da prospettive diverse.

VIVIAN CELESTINO

Siciliana, laureata in Architettura. Ha una passione per le case, per i ripari, che non ha mai costruito e forse mai ne costruirà. Di case ne ha immaginate tante e tante ne ha abitate. Scrive favole per bambini e per essi da 4 anni svolge il laboratorio Woz Kiz. Usa il video e la fotografia per raccontare storie di donne, storie piccole e poco conosciute. Su questi temi ha realizzato due documentari: “Sono nata nel 1974” e “Quintessenza”. Nel 2007 dà inizio al progetto “Altre stanze”, una ricerca sui modi e le qualità dell’abitare femminile. Ha ideato il concorso di scrittura, video e immagine “Facciamo quadrato” rivolto alle donne. Pensa di essere una donna, nel pensiero e nel fare. Un giorno vivrà in una casa gialla. Fino ad allora sarà Vivian, e ci assicura che è parecchio impegnativo.

FRANCESCO MANGIAPANE

Free lancer del content management, sta ultimando il PhD in Design, Espressione e Comunicazione Visiva presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo. E’ stato responsabile per l’Italia di Cerp Students, Confederazione Europea delle Relazioni Pubbliche, tuttora membro di Yepp, Young European Pr Professional, e di Aiss, Associazione italiana di studi semiotici. Si occupa di semiotica della marca e della spazialità. Ha scritto articoli sulle identità visive di Apple, Ibm e Microsoft (E/C, numero monografico sul design) sull’identità di marca di Telecom Italia (Finzioni Autobiografiche, Quattroventi) e sul design delle vetrine (Linguaggi della città, Meltemi; ArcoJournal). Nel tempo libero suona il sax e beve Negroni.

DOMENICO COGLIANDRO

Nato nel 1963, è architetto ossessivo compulsivo, laico e situazionista, culturalmente ondivago e politicamente labile. Designer nomade e apolide, portatore sano per dieci anni di insegnamento universitario in area meridiana, dopo avere conseguito un PhD a Palermo, nel 1995, è lì che ha iniziato a rivivere dieci anni dopo, sotto le mentite spoglie di direttore editoriale per Biblioteca del Cenide. Socio ADI dal 2003, è advisor per il Design Index. Ha coltivato sin da piccolo la passione per la musica (scaraventando dal balcone di casa, a sei anni, una preziosa collezione di 45 giri dei Beatles), per i libri (a partire dal Novissimo Melzi fino, oggi, agli inediti di Ugo Rosa) e per il cinema (amour fou). Ritiene, convinzione temporanea, che ogni cinque anni bisognerebbe cambiare città, lavoro, amicizie, panorami e prospettive.

AMEDEO NOVELLI

Nato a Genova nel 1970. Amedeo Francesco Novelli si occupa di giornalismo e fotografia dal 1993. Attualmente è direttore responsabile di Witness Journal, il primo mensile di fotogiornalismo. Oltre che nell’ambito del reportage, opera anche nella fotografia commerciale attraverso l’agenzia FotoUp Agency di cui è uno dei fondatori.

RAFFAELLA SCARPITTA

ANTONIO CRITELLI

Da piccola cresce nutrita dalla cucina della sua mamma e dalla danza classica. È grazie a questa arte che impara come il bello sia nella perfezione e l’eleganza nella semplicità. Dopo un amore non corrisposto per il guerriero Ken Shiro, noto personaggio di un manga giapponese, si dedica alla musica, al cinema e ai libri. Dalle sue letture cerca sempre di estrapolare qualche massima di vita, tra le molte, la più importante è questa: “Non lasciarti sfuggire dalle mani ciò che è tuo e nessuno te lo potrà togliere” (Lo scudo di Talos, Manfredi). Vive e studia a Milano, ma, appena può, va in giro per il mondo a curiosare.

Tra i pochi calabresi del 1968 a non aver lasciato la terra natia in cerca di lavoro, pian piano ha finito per attaccarcisi davvero: tanto che nel 2008, da valente ferroviere qual è, ha vegliato “granello per granello” alla bonifica delle ultime frane occorse in Calabria. Folgorato sulla via di Damasco dall’incontro col grande suonatore tradizionale Peppe Ranieri, decise di iniziare a muovere le mani e si accorse che erano le mani di un liutaio tradizionale, poi continuò a muoverle e scoprì di essere un ottimo polistrumentista (componente dei Phaleg). All’ultimo decise di muovere anche la mente: organizza con A.R.P.A. festival di musica etnica (Tarantella Power e L’Albero di Canto a Isca sullo Jonio, Radici Sonore Festival a Tiriolo).

DELFINA TODISCO

Nata in Puglia, dove inizia a fotografare per hobby. Nel 1996 partecipa ad un corso per fotoamatori ed entra per la prima volta in una camera oscura. Da quel momento decide di trasformare la sua passione in lavoro. Nel 2000 si trasferisce a Roma, dove comincia il suo percorso di studi. L’autoritratto diventa il suo chiodo fisso. Spesso in giro con la sua “Holga” in borsetta, dal 2005 scrive il suo diario per immagini. Appena può viaggia, ma è Roma la città dove ha deciso di vivere e lavorare.

MANUELA DE LEONARDIS

Contraddizione, questa è la password per accedere alla sua personalità. E’ nata a Roma nel 1966 e - benché ami viaggiare (possibilmente con lo zaino) - non ha alcuna intenzione di lasciare questa città straordinaria che amaodia. Dopo la laurea con una tesi in arte contemporanea, la curiosità la porta ad entrare nel mondo polveroso degli archivi fotografici. Catalogando un fondo di 7000 lastre della Fototeca Nazionale/ICCD, ricostruisce l’identità di un anonimo fotografo-viaggiatore francese. Ne nasce una mostra di cui è particolarmente orgogliosa: Tony André fotografo per diletto agli inizi del ‘900. Giornalista freelance per Il Manifesto, Exibart, CultFrame e Art a part of Cult(ure) è curatrice indipendente. Pigra quanto dinamica, cinica benché sognatrice, sostiene l’importanza dello sport unitamente alla psicanalisi… recentemente ha lasciato le lezioni di GAG (glutei-addome-gambe) per l’Ashtanga Yoga.

MASSIMILIANO TONELLI

E’ nato a Roma nel 1978. Dopo due lustri in Toscana, che lo hanno anche reso dottore è tornato a vivere nella Capitale. Questo anno festeggia i suoi dieci anni alla direzione di Exibart. Detesta con tutto se stesso chi parcheggia in divieto di sosta. Da qualche settimana si è sposato con Elisa.

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GIANFRANCO GROSSO CHROMATICALABRIA

5 elementi, 25 x 25 cm, mixed media 2009 opera donata dall’artista ad andy magazine

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NELL’OMBRA DEI PALAZZI INVISIBILI

Scopri il personaggio Lui era uno di quei pochi che hanno, come diceva Savinio, il diritto di praticare il cattivo gusto di Alan Jones Traduzione di Friederike Schaefer

Lo conoscevi di persona? Chi lo conosceva veramente di persona. Forse sua madre. Forse no. Conoscere qualcuno non significa sempre conoscerlo davvero, soprattutto se rimasto sconosciuto a se stesso. Il fabbricatore di specchi non necessariamente tende alla riflessione. Cosa c’era, dopo tutto, da conoscere? Solitudine e angoscia della solitudine, vuoto e orrore del vuoto, immobilità nel tempo e nello spazio. Personalmente impersonale. Se Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America, lui scopriva la dimensione non esplorata della banalità, dove colonizzatori ancora oggi continuano a radunarsi, un salto nel nulla, una vera miniera di vacuità. Il suo aspetto fisico fu un doppio negativo, una non-presenza, un forte concentrato di non-essenza. A disagio in compagnia degli altri ma restio a stare solo, sofferente di agorafobia, continuamente impegnato a lavorare con la mente. Sveglio ma fermo, come un animale ferito. Solo testa e occhi che si muovono, a volte un accenno di un sorriso che trapela sul viso pallido, un gesto al rallentatore delle mani, gomiti attaccati al corpo. Era impossibile immaginarlo correre nemmeno per prendere l’autobus, figuriamoci ballare o nuotare, sciare o guidare la macchina. Il torso corazzato da una catasta antiproiettile di riviste che portava per tenere lontano chi si avvicinava troppo: dare una copia dell’ultimo numero gli dava tempo per scappare via. Una volta chiese ad una sua impiegata che tornava dal pranzo: chi stavi baciando? L’aveva guardata dalla

finestra del suo ufficio con vista su Union Square. Idolatra del contemporaneo, tutto ciò che succedeva intorno a lui, soprattutto pettegolezzi, era la sua mitologia immediata. Sempre le stesse domande: cosa hai fatto ieri sera, com’era, chi c’era, che hai fatto dopo? Anche lui c’è stato, la stessa sera, da un’altra parte, da nessuna parte, da ogni parte. Dicevano che sarebbe andato pure all’apertura di una busta. Sembrava sempre andare da qualche parte senza mai muoversi. Ma dove? Aveva concluso che non esisteva nessuna parte dove andare. Durante le feste non si sapeva mai se lui sarebbe venuto o no; ciò che importava era che sarebbe potuto arrivare da un minuto all’altro. Apparteneva alla razza di coloro che non sono mai stati giovani. Come tanti che non amano se stessi, lui amava il mondo più di quanto meritasse. Il cinismo gli era estraneo, perché coltivava la sua ingenuità grazie alla saggezza paesana della madre. Non rinunciava mai alla propria innocenza, diceva il suo amico Robert Rauschenberg. I suoi collaboratori sapevano che se lasciavano sul tavolo una rivista sulle corse di cavalli o sulle barche a vela, una brochure immobiliare o un menu di takeaway cinese, sarebbe sparito se lui fosse passato. Come la gazza ladra che ruba oggetti brillanti per nessun motivo, per accumularli in un buco di un albero. Cosa c’era in fondo a questa curiosità insaziabile, questo ardente istinto d’acquisto? Il ricordo di un infanzia mancata come del nipotino che rimpinza la valigia con i tramezzini a casa della zia? O gli anziani che collezionano lo spago o accumulano dieci anni di giornali in camera loro? Capsule del tempo. Ma anche l’istinto di protezione, del nido, come il grasso e feltro di Joseph Beuys. L’uniforme con solo le più piccole variazioni sulla conformità: giacca blu marino, camicia bianca con cravatta, blue jeans. Lo scopo era di passare inosservato. Un pomeriggio stava stranamente solo sul marciapiede mentre la parata del Giorno di Colombo scendeva la Quinta, lui che non usciva mai senza compagnia. Due vecchi hippy erano gli unici a riconoscerlo. Dietro di lui, la strada dei mercanti di diamanti. Come tutte le città antiche, New York si divide in quartieri, il quartiere dei fiori, il quartiere delle pellicce, il quartiere delle lampade, il quartiere dei libri, il quartiere delle finanze. Era andato per coltivare il suo vizio preferito per i gioielli antichi? Oppure per informarsi sulla polvere dei diamanti che usava nei suoi dipinti? Il suo posto di lavoro era leggendario come un intreccio di bohème e alta società, di star vere e di ambigui fasulli. Era emblematico che lavorava in un ufficio, come Rauschenberg in un exorfanotrofio, e Jasper Johns in una banca blindata. La sua impresa somigliava più ad un’agenzia di pubblicità che ad uno studio di un artista, oppure ad un palazzo rinascimentale dove lui era il buffone di corte ma anche il principe regnante, un principe altamente improbabile, senza armatura brillante, senza cavallo bianco. Il palazzo era pieno di cortigiani, e da lontano venivano gli ambasciatori. All’entrata c’era una donna piuttosto sciatta, con due cani Fama e Fortuna ai suoi piedi, mentre cuciva delle pantofole rispondeva ai telefoni. Star di tanti film del suo datore di lavoro, era una leggenda per conto suo, una di quel pantheon di mostri sacri che vagavano nel fosco labirinto della città. Apparteneva a quella razza insolita conosciuta come Superstars, coloro che, come i centauri e i


gladiatori, sono ormai estinti. Il loro mestiere era di non fare nient’altro che esistere, manifestare la loro presenza. Bastava esserci, in quel posto e in quel momento, per essere famoso, e essere famoso era l’unica cosa che contava, essere famoso per quindici minuti. Fotogenico? In modo spesso improbabile. Nessuna esperienza necessaria. Nessun compenso. Nessuna pensione. Fama anonima, anonimità famosa. Famoso voleva dire essere conosciuto dal primo nome: Brigid, Edie, Candy, Jackie, Holly, Viva, Taylor, Rene, proprio come a Hollywood di cui questo mondo era una parodia a bassi costi. Fama fai-da-te incarnata da una banda di travestiti ed estrosi fatti di amfetamina. Lui aveva fatto coincidere un appuntamento con l’arrivo quotidiano della sua allenatrice personale. Arrivando sopra allo studio c’erano dei dipinti serigrafici appoggiati contro il muro. Era come entrare nella presenza di un benevolente ma vagamente sinistro Caligola: non era una persona qualunque. Teneva un manubrio di metallo in ogni mano e continuava i suoi esercizi con l’aria svogliata, alzando prima un braccio poi l’altro, inspirando poi espirando. Amava stuzzicare la gente, con un senso dell’umorismo tutto suo, non dissimile a quello di Picabia o Duchamp: altamente serio senza prendersi mai sul serio. Arte, che cos’è, gli è stato chiesto una volta. Non lo so… il sopranome di Arturo? L’idiot savant non è per niente imbecille. All’improvviso anche il visitatore si trova con due manubri in mano, per fare esercizi tutti e due durante l’intervista. Uh… ho dimenticato su cosa dovevamo parlare. Televisione? Già… ma non sapevo che avresti portato un registratore. Va bene… Lui che non andava da nessuna parte senza registratore. Hmm… la televisione è stampa mobile. La video art ? Video art è meglio. È arte… L’intervista sembrava un fiasco totale. Però appena trascritta su carta era perfetta, lettera per lettera: aveva progettato come sarebbe apparsa sulla pagina stampata. Anni di pratica avevano consegnato a lui la capacità di visualizzare risultati finali, e niente sfuggiva alla sua attenzione

per il dettaglio. Era l’unico tra i suoi contemporanei ad aver lavorato, e con grande successo, nel campo della persuasione visiva commerciale di cui si nutriva la nuova estetica. Perché aggiungi un goccio di nero nel tuo pigmento? Ravviva il colore, mormorava. Doveva fare un programma mensile per MTV, quindi si sottoponeva con riluttanza a un prova. Seduto davanti alla videocamera, non si muoveva più. Solo gli occhi circolavano nel senso orario: dall’alto sinistro all’alto destro, poi dal basso destro al basso sinistro, tracciando un quadrato invisibile con gli occhi. Cosa stai facendo, chiedeva il direttore video. Sto misurando gli angoli dello schermo, come si vedrà a casa. Ripetizione interminabile dell’immagine statica, la riduzione all’assurdità della stessa cosa rifatta senza fine come una scena d’amore di un vecchio film culmina in un bacio, soltanto prolungato in un primo piano di cinquanta minuti sullo schermo. Avrebbe amato molto Telemarketing. Avrebbe detto: caspita, è questo che dobbiamo fare noi. Metà scherzando, metà sul serio. L’ultima volta che l’ho visto stava da solo nel foyer di un palazzo su Park Avenue sotto una fila di candelabri, accanto a lui il fotografo Chris Makos. Facevano finta di essere paparazzi. Click. State andando alla festa, chiedeva. Dove siete stati? Com’era? Chi c’era? Click. Stasera stiamo lavorando… Qui era il bello: la persona più famosa tra gli invitati rimaneva sotto come un fotografaccio del New York Post. Una scelta imbarazzante: rimanere nell’entrata oppure salire alla festa della Principessa di Grecia in onore del pittore James Brown. Click. Un’altra foto arbitraria scattata dal fianco, mai portando la macchina all’occhio. La situazione faceva ridere, lui da solo nel foyer, trattenendo la gente che cercava di andare alla festa. Finalmente indicava l’altra parte della hall. L’ascensore è lì, diceva. Furono le ultime parole che gli ho sentito dire. Mi chiedo se si pentono di aver disperso tutte queste scatole di biscotti all’asta. Starebbero bene fila dopo fila, come i box di Donald Judd o i cavalli sulla spiaggia di Giorgio De Chirico. Forse lui pensava che tutta la robaccia del mondo potrebbe essere eventualmente risistemata per poi diventare arte.

Non si trattava mai di celebrare il kitsch, ma della sua redenzione. Lui era uno di quei pochi che hanno, come diceva Savinio, il diritto di praticare il cattivo gusto. Fu l’ultimo mago stoico. Dopo la sua morte fecero un Timbro d’Autenticità di gomma per tutti i lavori non firmati. Soltanto che hanno sbagliato lo spelling della parola Autenticità. Fu perfetto: lui che amava gli errori tipografici, perché gli ricordavano sua madre, e la sua rivista ne era sempre piena. La messa celebrata in sua memoria nella cattedrale di St. Patrick era veramente grandiosa. Ero seduto dietro a Rachel Welch che non smetteva di fare il solletico al suo giovane compagno. Dopo ci fu una festa, un fiume di champagne Crystal. Tutti erano lì. Sotto shock. Fu una festa favolosa. Gli sarebbe piaciuta.

Alan Jones, Bar Necci, Roma 2009

SOLUZIONE: Andrew Warhola, artista americano (6 agosto 1929 – 22 febbraio 1987)


“LAVORATORI?

PRRR!!!

CREATIVE LAB

www.pulpstudio.info


Intervista: Manuela De Leonardis Soggetto: Luca Massimo Barbero

Luogo: Roma

Foto: Delfina Todisco

Web: www.macro.roma.museum

IL NEO DIRETTORE DEL MACRO SI RACCONTA IN UN AFFASCINANTE GIOCO DI IMMAGINI SVELANDO LA NUOVA ANIMA DEL MUSEO CONTEMPORANEO Ironico, curioso e loquace, Luca Massimo Barbero (Torino 1963) - già presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia e curatore della Collezione Peggy Gugghenheim - si muove con disinvoltura nelle sale del Macro – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, di cui è ufficialmente alla guida dal dicembre scorso. Entra e esce dalla porta di Massimo Bartolini, s’inoltra tra i filari di perline di Alessandra Tesi, si sofferma davanti a Gravida/Maternità (1964) di Pino Pascali, di cui ammira la delicatezza e la fragilità, oltre che la genialità di aver inserito nel retro della tela un palloncino per creare il gonfiore della pancia. Accarezza con lo sguardo le opere di Bice Lazzari, Ettore Colla, Giulio Turcato, Titina Maselli… presentando uno ad uno gli “abitanti della casa”. C’è anche l’irresistibile video di Naum June Paik Global Groove (1973); il lavoro fotografico di Tracey Moffatt (Guapa, 1995) e, tra gli “ospiti”, The innocents (2007) di Bill Viola. In letargo da un anno, dopo le dimissioni di Danilo Eccher, il museo ha festeggiato la sua riapertura in occasione della Notte dei Musei, il 16 maggio scorso. Un pubblico dinamico e numeroso ha potuto vedere le due installazioni realizzate ad hoc: la proiezione laser di Arthur Duff (durata solo un giorno), e la pala di una gru che incombe su una miriade di edifici colorati - tetti di lamiera, cupole di moschee, templi indù - di Hema Upadhyay. Where the Bees Suck, There Suck I (in mostra fino al 21 settembre) è una caotica visione urbana, un pò presepe, un pò slum. L’odore dell’India è lì, presente, forse meno intenso di quando le scatole, arrivate direttamente da Mumbai, sono state aperte svelando il loro contenuto. Luca Barbero ricorda l’emozione - la sorpresa - del momento. Un’opera emblematica sul sottile confine tra progresso/civiltà e, metaforicamente, “un cantiere nel cantiere Macro, dove cominciare una lenta trasfusione per armonizzare tutte le parti, in prospettiva del nuovo museo”. L’anticipazione della nuova apertura è avvenuta all’insegna delle installazioni di Arthur Duff e di Hema Upadhyay. Il Macro guarda ad Oriente? Il Macro guarda alla città, torna a respirare aria romana. Vorrebbe diventare un grande albero della contemporaneità romana con i grandi padri: alcuni ripudiati, altri amati e altri ancora che cominceremo ad amare. Oltre ad una novità che guarda ad Oriente e l’altra a Occidente, perché Duff è di origine americana - nasce in Germania, cresce in America e Corea, lavora in Italia - mentre Hema Upadhyay è indiana, penso che uno dei segni più forti sia quello di avere finalmente una collezione. Un museo, per essere tale, deve avere una

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collezione. Questa collezione, che ho più volte definito “buchi con una collezione intorno”, è in parte esposta ai piani superiori con dei grandi romani. Una sala piuttosto emblematica è quella con l’icona della Gravida di Pascali. Mi piace sempre che le cose vengano viste come realtà, ma anche metafore della contemporaneità. Questa maternità, perciò, si deve leggere come l’idea della nascita di un nuovo museo, anche in relazione ai nuovi comodati e alle donazioni. Vogliamo connotarci con un nostro percorso in cui c’è un Fontana che dialoga con Pascali, ma soprattutto abbiamo mescolato le carte mettendo Turcato vicino a Paik e Tiravanija; Ontani con Marc Queen e Castellani… L’idea è quella di far capire che la collezione permanente, che in Italia generalmente è vista come qualcosa di destinato a raccogliere polvere, in realtà rappresenta le nostre radici ed è simbolo della nostra vitalità. Un museo non facile, vista anche la dislocazione delle due sedi di via Reggio Emilia e Macro Future a Testaccio, zone della capitale distanti tra loro… Appena arrivato chiesi quanto distasse la stazione Termini. Mi risposero che era lontanissima e che non si poteva raggiungere a piedi. E dire che ho visto italiani affrontare i blocks newyorkesi anche a -20° per andare a vedere la biennale del Whitney! In realtà da qui alla stazione sono quattordici minuti a piedi, oppure quattro fermate con i mezzi pubblici. Il nuovo Macro, poi, avrà l’agognato parcheggio per quei signori il cui museo ideale è un “museo drive-in”. L’idea è cercare di dialogare con la città, con le sue dislocazioni e le sue abitudini. Una sfida interessante, anche perché Roma è una città straordinaria - unica - che guardo mollemente come le cortigiane di Scipione, sostenendo la forza ammagante di questa sirena seducente con l’ironia di Savinio. Venezia e New York, città da cui provengo non sono certo anonime, ma la luce di Roma è impressionante. Gli occhi del mondo sono puntati su Roma, che soprattutto all’estero è vista come incredibilmente viva. Gallerie, concerti… un’offerta culturale trasversale per un pubblico cittadino con milioni di turisti. Penso soprattutto ai tantissimi giovani turisti che di giorno vedono scavi e chiese e la sera cercano qualcosa di più fresco nella contemporaneità. Quanto alle due sedi trovo che sia perfetto e che mi rappresenti un pò, come scriveva Savinio in “Casa La vita”, tanto per citare un romano trasversale e polimorfo. Questo museo in via Reggio Emilia rispecchia, in particolare, il mio carattere poco appariscente. E’ un museo non muscoloso, non visibile dall’esterno. Però se si varca la curiosa soglia, con la sua storia di ex birreria, si trova una situazione inaspettata che aumenterà in modo stratosferico con l’ingresso di Odile Decq su via Nizza. Ingresso moderno, ma non così aggressivo, tra parallelepipedi di vetro che permetterà di entrare in un contesto interessante, dove ci sarà forse la sala espositiva più grande d’Europa. Dall’altra parte il Macro Future, in una zona fortemente connotata come notturna/performativa. Testaccio è un ex Mattatoio, un posto molto forte dove si percepisce lo slaughtering. Qui l’attività è destinata ad essere più

performativa. Un museo aperto fino a notte tarda, per incontri brevi, proiezione di film della scuola sperimentale… dove, insomma, sarà possibile trovare il croccante della modernità. In che modo pensa che il Macro possa monitorare l’arte contemporanea? Dato che i musei hanno tempi lunghi, in particolare quelli di arte contemporanea che arrivano sempre un momento dopo le gallerie, ci sono due strade per poter monitorare in modo fresco l’arte contemporanea: le gallerie e i collezionisti. Nella zona Macro l’idea è quella di coinvolgere le gallerie, ad esempio decidendo di inaugurare tutti lo stesso giorno. Operazione interessante perché coinvolge un pubblico diverso. A Testaccio, invece, si avrà la possibilità di monitorare i collezionisti, come si faceva negli anni ’60, che sono rapaci, veloci e dispongono di danari. Trovo, poi, fondamentale la creazione di una rete di gemellaggio, un dialogo con le fondazioni che sono più veloci, là dove il museo, più istituzionale, fa da cerniera per comunicare. Non è necessario che ci sia necessariamente qualcosa di sensational, perché Roma è already sensational. Entrando nella sfera privata si scoprono molteplici sfaccettature: autore di prosa, artista che utilizza la fotografia (appassionato di lotta grecoromana), viaggiatore, oltre che curatore, docente, critico e storico dell’arte. In altre interviste ha parlato della componente “inquietudine” come denominatore comune… Fino a quattro/cinque anni fa c’era una grande discrepanza tra il contemporaneista e chi si occupa di storia dell’arte, quasi le due cose non potessero essere associabili, con una serie di specializzazioni artificialmente isolate una dall’altra. Allora è improvvisamente sparita l’inquietudine ed è arrivata la cosiddetta professionalità. Essenzialmente parlo di inquietudine, perché mi occupo di immagini in tutte le loro forme. Ho sempre amato molto le immagini e ho sempre scritto, usando degli pseudonimi, perché mi divertiva molto: compiti, del resto, su cui ci formavano. Quando si studiava storia e critica delle arti, infatti, si seguivano corsi di regia, fotografia... perché era utile per catturare immagini, in un mondo in cui - parlo degli anni ’80 - non era così a grandi flussi. All’epoca non si poteva “googleare”, si consultavano i libri in biblioteca e si fotografava. Personalmente credo di aver fotografato l’intero Moma! Poi ci sono stati alcuni incontri nella mia vita piuttosto fondanti. Uno, nel 1983, con un signore che si chiamava Mapplethorpe, che passava da Venezia ed era una persona tutt’altro che noiosamente e angosciosamente professionale. Grande professionista innamorato e ammagante dei vasi di vetro di Venezia, era una persona con una sua inquietudine. A questo incontro seguirono una serie di viaggi a New York vicino alla fotografia. La fotografia è un altro supporto come la parola. Non è una specializzazione, il mio - ripeto - è un mondo di immagini. Ci sono state, poi, delle sfide

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divertenti, per cui sono stato il fotografo della Coppa Italia di lotta greco-romana. Ho semplicemente seguito la federazione durante un anno di preparazione e di gara, da cui è nato il libro “Nothing special. Lotta Greco Romana” (2007). Un altro progetto, “Il coltello di Winckelmann”, è dedicato all’assassinio, a Trieste, dell’inventore del neoclassicismo. La cosa divertente è che il giovane cuoco che uccise Winckelmann si chiamava Francesco Arcangeli. Quindi, se qualcuno vuole pensare che il critico bolognese del naturalismo astratto abbia ucciso il fondatore del neoclassicismo, abbiamo quasi un lavoro di Paolini. L’inquietudine è proprio questa. E’ l’idea di essere felice, ma molto responsabile, di giocare con tutti questi linguaggi. Cita spesso Alberto Savinio, che tra l’altro è l’argomento della sua tesi di laurea in storia e critica delle arti visive all’Università Ca’ Foscari di Venezia... Tra i miei amori trasversali c’è la lettura. Da una parte la letteratura giapponese con Mishima e “Ordeal by Roses” di Eikoh Hosoe: a vent’anni andai in Giappone proprio per trovare questo libro. Dall’altra parte l’Occidente con autori come Savinio, che scoprii nella biblioteca di una società letteraria di Verona, dove ho vissuto per un periodo, tornato dagli Stati Uniti. Era il ’77-’78, il volume che stavano per ristampare era la “Nuova Enciclopedia”. Rimasi totalmente affascinato da questo autore, anche perché uno dei miei pochi dogmi in storia dell’arte è Giorgio de Chirico. E’ stato un mio giocattolo, nel senso che fin da piccolo ritagliavo le foto delle sue opere. E Savinio, questo fratello sconosciuto e rimosso, non collocabile, è stato una vera passione. Per la mia tesi scelsi il teatro e le scenografie di Savinio, perché nel 1985-86 quando mi sono laureato, malgrado si studiasse la contemporaneità, non si potevano fare tesi sui viventi. Cominciai ad andare a caccia di lui scoprendo lo scenografo, il costumista, il regista... l’autore di libri quali “Alcesti di Samuele”. Un uomo straordinario, adesso molto famoso come pittore, che è una centrale creativa. Il monocromo continua ad essere il suo canone estetico di riferimento? Il monocromo è tutto. E’ come un campo da impressionare E’ anche una risposta a quella che chiamo la tracimazione delle immagini, cioè della figura. Intendo il monocromo come punto massimo e di grande concentrazione. Molti lo confondono con il minimalismo, cioè con l’interior design, sarebbe come confondere Malevich con Jill Sander. E’ un luogo dove stare, dove è facile entrare e uscire. C’è una frase che adoro, che disse - durante un incontro a Venezia - un pittore spazialista degli anni ’50, l’italiano Mario Deluigi, all’amico Frank Lloyd Wright che amava molto Raffaello: “l’aria di Raffaello è talmente rarefatta che non permetterebbe di entrare neanche con uno spillo”. L’immagine, il figurativo, alcune volte riempie il campo senza lasciare alcuno spazio mentale per entrare.


GIANFRANCO GROSSO Intervista: Massimiliano Tonelli

Soggetto: Gianfranco Grosso

Luogo: Roma

Foto: Delfina Todisco

Web: www.gianfrancogrosso.com

Come generare arte a partire dalla memoria, dal dialogo, dall’appropriazione e trasformazione della materia in un gioco di richiami concettuali e innovazioni

In una fresca serata di primavera incontro da Primo, al Pigneto, nuovo quartiere degli artisti a Roma, l’artista Gianfranco Grosso. L’atmosfera è rilassata, informale e mentre sorseggiamo un cocktail iniziamo a parlare, come al solito, di cose del mestiere. Gianfranco posa il bicchiere e sorridendo mi propone: “che dici Max se invece della solita intervista facciamo un dialogo?” Un dialogo, perché un dialogo? Perché l’intervista richiede una condizione di polarità. Il dialogo nell’arte e tra le arti è un approccio più stimolante dove necessita una conoscenza che passa attraverso i luoghi e la condizione precisa dell’istante. Ed ecco che allora ci troviamo qui davanti ad uno spritz. Quello che mi viene in mente per rompere il ghiaccio è chiederti con chi ti sei trovato nelle condizioni di potere dialogare fino ad oggi nella tua carriera di artista e di individuo... Soprattutto con gli artisti stessi. Indifferentemente che siano artisti visivi o artisti provenienti da altri settori come teatro, musica o letteratura. A proposito di spritz. Partiamo da Venezia. Non solo perché è lì che ci siamo conosciuti, ma sopratutto perché mi interessa capire il tipo di relazione affettiva, di conflitto, di relazioni con questa assurda città. Cosa ha significato per te nei vari step della tua carriera. Una sorta di percorso... Sì, una Venezia dei sestrieri, dei suoi canali con i palazzi, della sua bellezza. Un percorso importante della mia storia è stata la residenza presso la Fondazione Bevilacqua La Masa. Dove? A Palazzo Carminati, dove in teoria non si poteva neppure restare a dormire, ma dove al di là della legge si restava sempre. E’ proprio in quel luogo che avveniva una sinergia ed una condivisione totale con gli altri artisti. Chi erano costoro? Erano Simone Lucietti, Silvano Rubino e Igor Eskinja soprattutto, per non dimenticare l’impagabile Lucio Spinozzi e Maria Morganti con gli incontri al mercoledì

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Una volta gli mostrai un catalogo, come un rabdomante passava la mano sul libro, mi guardò e disse “ci sono i fantasmi!”

Grand-mère - laser painting - 2004

nel suo studio. Passavano molti artisti un elenco lunghissimo da elencare . Poi il poeta cileno Antonio Arévalo, il presidente della F.B.L.M Luca Massimo Barbero e il critico Aurora Fonda e le varie situazioni che si determinavano anche grazie all’ambiente della Biennale... Insomma ti sei ritrovato a Venezia. Ma per ritrovartici la devi pur aver scelta. Perché avevi scelto Venezia? La scelta è stata dettata dallo spirito. Mi sono ritrovato in un momento della mia vita - dopo aver terminato l’Istituto d’Arte - in cui sentivo dei limiti a vivere nella mia Calabria. Sentivo la necessità di un arricchimento. Perché Venezia? Perché è un’isola. Un’isola? Sì. E in quanto isola si sovrapponeva alla chiusura dalla quale provenivo. Ma una chiusura nuova che aiutava la mia riflessione interiore. Avevo bisogno di capire delle cose, di metterle a posto. Avevo necessità di fare ordine in quegli anni perché in me regnava una gran confusione. E ti sei iscritto all’Accademia. Eh sì, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Poi sono passato appunto negli studi della Bevilacqua La Masa. E hai trovato pure una galleria... Si, ho lavorato con una galleria veneziana, la TotemIl Canale. In tutta sincerità è merito loro, mi hanno invitato a partecipare per la prima volta alla mostra collettiva “Nuove Figure” e poi da lì una serie di personali. Cosa non ti piaceva di Venezia? La coda del Leone di Claes Oldenburg e l’installazione tecnologica su Palazzo Correr di Fabrizio Plessi: Piazza San Marco ha una sua sacralità. Il lavoro come era, in quegli anni? Intendo dire il tuo lavoro. Era un lavoro legato alla pittura. Di matrice informale,

l’opera di Alberto Burri era il faro. Usavo la terra, i colori. Analizzando i vari aspetti dell’informale –segnico e materico- mi innamoravo sempre di più della materia. A Venezia poi, in quegli anni, c’erano i grandi maestri. C’era uno scambio? Sono stati fondamentali gli incontri con Emilio Vedova ed Armando Pizzinato. Uno dedicato alla scoperta, uno dedicato all’aspetto sociale. Scelte poetiche diverse che hanno generato delle condizioni nel mio essere da ambo le parti. Li ho conosciuti tutti e due e ho potuto vedere la serenità di un maestro come Pizzinato e l’irrequietezza di un personaggio come Vedova. Più che parlare di loro, mi interessa capire cosa dicevano loro di te. Se commentavano il tuo lavoro, se erano interessati alla ricerca del giovane artista... Con Pizzinato non c’è stato mai un dialogo diretto sul lavoro. C’era più un rapporto personale. Una volta mi scrisse una dedica su un catalogo “al collega Gianfranco Grosso”, pur senza avere mai visto cosa facevo. Beh, niente male essere chiamato “collega” da uno come Pizzinato. Per di più sulla fiducia. E Vedova? Vedova era più interessato a capire, era più curioso. Una volta gli mostrai un catalogo, come un rabdomante passava la mano sul libro, mi guardò e disse “ci sono i fantasmi!” Era come se analizzasse, se misurasse la forza. Poi mi parlava dello specchio. “Grosso, lo specchio è importante…” mi diceva. “Quando uno prende dalla sua storia, qualcosa avverrà”, battendomi delicatamente, ma con una grande gestualità il mio catalogo sulla testa e dicendo “ me lo dedichi?” E tu, come guardavi dentro te stesso, dentro la tua ricerca. Come evolveva il tuo lavoro? Se non mi sbaglio è proprio in questi anni che c’è un passaggio sostanziale da un approccio pittorico alla vicinanza con la fotografia. Ad un certo punto la pittura tradizionale non mi lasciava spazio, totale saturazione. Durante una “crisi” ho iniziato a guardare al mondo della fotografia. Man Ray, Christian Boltanski, Mappelthorpe. Insomma quelli che restituivano soluzioni all’uso della fotografia.

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Ho trovato molto significativo l’uso dei mezzi meccanici della fotografia come metodo di supporto per la traduzione visuale in pittura dell’artista Robert Rauschenberg. Tuttavia non essendo un fotografo pensai di fare un lavoro di catalogazione partendo da un tema centrale che era quello della memoria. E iniziai a girare per mercatini a cercare ritratti. La manipolazione partì da un ritratto di una donna. In effetti questo elemento è poi rimasto come una costante, una delle costanti, nel tuo lavoro successivamente. Come era questo ritratto di donna? Mi ha catturato l’aspetto dell’espressione introversa. Era come se ci fosse un’informazione genetica nell’immagine. Poi camminando a Mestre –la prima città dell’Occidente per Venezia- vidi un negozio di elaborazioni grafiche e nel totale imbarazzo chiesi se potevo utilizzare i macchinari per modificare l’immagine. Da questa donna insomma uscì Nuova Dimensione, il primo lavoro legato all’uso della fotografia. A partire da questo feci tutta una serie di ritratti. Le foto provenivano sempre da identità sconosciute e da luoghi come i mercatini delle pulci. Eccolo. L’oggetto trovato. Questo sottolinea il tuo rapporto con Duchamp, artista che ricorre nella tua ricerca e nelle tue riflessioni da sempre… Si. Lui rende l’opera imprendibile. C’è il totale ribaltamento della visione. Penso a R. Mutt e l’opera dell’orinatoio\fontana. Con un semplice gesto di rotazione è in grado di decontestualizzarlo per reinventare una nuova condizione dell’oggetto, dichiarandolo opera d’arte. E da qui prende l’avvio il mio alfabeto. Oltre a Duchamp, chi ci sta nel tuo Pantheon? Una figura per me fondamentale è Pablo Picasso perché sta posto in modo speculare rispetto a Marcel Duchamp e attraversa con la pittura delle alternanze concettuali nei suoi periodi artistici. Giorgio de Chirico fa la stessa cosa, ha la capacità di passare dalle pitture legate alla mitologia, alla metafisica. E poi naturalmente Andy Warhol che è interessante per l’aspetto camaleontico del personaggio. Se Duchamp insegna che il comportamento e lo stile è arte, Warhol prende in pieno questo testimone. E non posso non inserire Piero


Portrait number five - mixed media - 2008

Manzoni che determina la condizione poetica dell’io dell’artista. Sono artisti che nel linguaggio hanno uno spettro. Non hanno scoperto una formuletta commerciale e ci hanno marciato. No. Sono andati oltre. Quando una cosa funziona tutti ti dicono di non cambiarla. Mentre queste sono personalità che sono state capaci di “ribaltare il tavolo” come diceva Picasso. Sei un artista concettuale e materico allo stesso tempo. Come si conciliano le due cose. Come vivi il rapporto con la materia? La materia si risolve considerandola come una pelle. Uno smalto, una carta, un acrilico, un’ incisione. La senti al momento in cui stai registrando l’immagine. Senti dentro come devi formalizzare un concetto. Nasce proprio nella fase di realizzazione. Quali sono le cose che hai abbandonato. Che non fai più… Nel lavoro non si abbandona niente. D’accordo, non fare il filosofo. Qual è stato il percorso evolutivo. Sono partito dall’uso della pittura, dal monocromo, dal passaggio dal pittorico bidimensionale al tridimensionale e qui è stato anche fondamentale per me Gino de Dominicis che attraverso la sua opera ci proietta verso la quarta dimensione. Un punto nodale e di passaggio è stato quando ho fatto dei lavori dove cancellavo manualmente per poi stampare i titoli delle mie vecchie opere pittoriche, in una sorta di composizione verticale, dichiarandoli “azzeramenti”. E poi sei passato anche alla tecnologia. Approcciandola in un modo peculiare rispetto alla ricerca degli artisti ‘digitali romani’ che pure sono tuoi coetanei. C’è stato un periodo in cui c’era un dialogo tra noi, a Venezia, e Roma. Nella Capitale c’era un forte polo di artisti che stavano analizzando bene il rapporto tra arte e tecnologia. C’era Matteo Basilè, Adrian Tranquilli, Massimo Ruiù, Chiara Passa, Emanuele Costanzo, Paolo Monti, Francesco Impellizzeri, Rafael Pareja. Per quanto mi riguarda non mi interessavano le tecniche, mi interessava di più la tecnologia come strumento. E quindi ho iniziato a realizzare i miei primi intrecci tra immagine e materia. Spesso ti sento parlare di fornitori, misteriosi

artigiani, fabbri, smaltatori. E’ un mondo affascinante lontanissimo da me, che non conosco. Insomma, dove e come realizzi i tuoi lavori? È molto importante per me il rapporto con i laboratori e gli artigiani. A Venezia era impensabile che un artista mescolasse ‘fornitori’ come il laccatore, l’incisore, il falegname e li mettesse insieme come in una alchimia. E anche lì a livello progettuale non è facile combinare quello che ciascuno deve fare. La cosa bella è che ognuno di loro non sa cosa sta avvenendo. Ora basta parlare di Venezia. Parliamo di Roma piuttosto che è la città dove vivi oggi. Perché c’è stato questo passaggio? Ad un certo punto Venezia mi sembrava scarica. Ero rimasto io con me stesso dentro questo palazzo cinquecentesco a San Stae. In una cena con amici, compare lo scrittore americano Alan Jones che mi disse “tu devi andare al Pigneto” che lui conosceva tramite il video artista Theo Eshetu. Al momento mi suonò come un insulto. Poi capii che è un quartiere di Roma dove sono effettivamente andato a fare una perlustrazione e dove mi sono impiantato cinque anni fa. Alan Jones, quello con lo scrittore americano è una sorta di sodalizio che dura da anni... E’ un legame di nutrimento che ho dal mondo della poesia, della letteratura e dell’arte stessa, rappresenta per me una sorta di guida. Su suo invito ho frapposto tra Venezia e Roma un soggiorno a New York che mi ha permesso di attutire il colpo nel passaggio. Mi ha permesso di sentire Roma un buon punto di equilibrio tra San Stae e Chelsea. Roma è una città del tutto particolare. Vorrei che tu mi dicessi come ha influito nel tuo lavoro, come si è insinuata nella ricerca che stavi portando avanti a partire da cinque anni fa. Positivamente. La dimensione della metropoli. Le contaminazioni legate al territorio. Gli oggetti che trovo (non) casualmente. La simbologia della pubblicità urbana che rinverdiscono il legame con Mimmo Rotella, l’artista più importante della mia terra. Lo stesso bacino di Porta Portese dove all’inizio andavo ogni domenica. Le ultime opere che ho presentato sono spesso degli object trouvé, prelevati, a cui ho dato una nuova dimensione. Roma poi è una città che ad ogni angolo ha una sedimentazione, un substrato in cui arricchirsi: Festa, Angeli, Schifano, Kounellis, Alighiero Boetti,

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Pino Pascali, Luigi Ontani, Gianfranco Barruchello, Claudio Abate, la Scuola di San Lorenzo. E poi la Roma degli ultimi anni con le nuove gallerie che sono nate, con i nuovi musei. Cosa non ti piace della città in cui vivi. Non mi piace vedere una città non curata. Imbrattata. Violentata continuamente. Non mi piace che ne venga distrutta la bellezza. Prima abbiamo parlato degli artisti di Venezia con i quali avevi una relazione feconda. Ora cerchiamo di fare lo stesso con i ‘colleghi’ che frequenti a Roma... Un sodalizio vero e proprio c’è con Giacinto Occhionero, Francesco Impellizzeri, Luca Guatelli, Massimo Ruiù, Delfina Todisco, Susana Serpas, Sandro Mele, Alberto di Fabio, Donato Piccolo, Gianni Piacentini, Seboo Migone e Theo Eshetu. E poi naturalmente ci sono una miriade di contatti più sfuggenti. Ma di cosa parla un gruppo di giovani artisti a Roma nel 2009. Quali sono i temi che affrontate? I temi centrali sono quelli della memoria, il paesaggio e il retroterra culturale, le citazioni con la storia dell’arte e la contemporaneità dei linguaggi. In particolare tu ti sei concentrato sulla memoria. Ancora oggi la tua ricerca punta molto su questo? E’ ancora un punto cruciale. Il processo è legato al tempo. Si vive nel presente, ci si proietta al futuro e poi c’è la memoria che è qualcosa di cristallizzato, che dà dei codici di come si è strutturata l’umanità. In tutti questi anni come è stato il rapporto con il collezionismo. E’ stato sempre attraverso una galleria. E’ un incontro che gradualmente avviene e che si spera di alimentare sempre di più perché è utile alla continuità della ricerca. Poi non ho mai voluto contemplare la committenza, non ho mai avuto delle limitazioni alla libertà. Cosa stai facendo oggi? Sto preparando un manifesto. Lo scrivi? No, un manifesto da appendere, in centinaia di copie. Un tris d’assi più un joker che indica e sorride…


Cuore - mixed media - 2007

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Intervista: Domenico Cogliandro

Soggetto: Tiziano Di Cara e Giuseppe Romano

Luogo: Palermo

Foto: Vivian Celestino

Web: www.expa.org

UN PRESIDIO CULTURALE NEL CUORE DELLO STORICO QUARTIERE KALSA DI PALERMO DIVISO TRA TRIENNALE DI MILANO, BIENNALE DI VENEZIA E CINEMA D’AUTORE Nel febbraio del 2005, ha preso vita a Palermo la Galleria di architettura, grafica e design EXPA, sede off della Triennale di Milano, con sede nelle antiche scuderie di Palazzo Cefalà in via Alloro 97, nel cuore dello storico quartiere della Kalsa. EXPA, sotto il patrocinio diretto del Comune di Palermo, nasce da un forte e appassionato desiderio di esporre in prevalenza, ma non solo, progetti di architettura, attivando così in Sicilia un circuito culturale legato al mondo dell’architettura altrimenti assai carente. In cinque anni, a Palermo, il lavoro della Galleria di Architettura EXPA è stato prodigo di proposte culturali, di mostre, di happenings. Caposaldo della Triennale di Milano al Sud e sito off della Biennale di Venezia, è pure stata set di scene dell’ultimo film di Wenders, Palermo Shooting. Anche grazie ad EXPA la città è tornata ad essere polo culturale della contemporaneità. Ma oggi, nonostante il pedigree, EXPA rischia di scomparire. A cosa è dovuto tale repentino declino? Declino è una parola che non vorrei usare, anche solo per scaramanzia, forse “sopravvivenza” è la più indicata. Continuiamo, infatti, le nostre attività che una causa civile con il vicinato vorrebbe invece annientare. Ventuno residenti delle limitrofe case popolari ci chiedono 105.000 euro per danni psicologici (dopo aver scardinato l’immobilismo culturale di un quartiere e, forse, di una città). Anche con la chiusura alle 23 delle attività, il lancio di uova dai balconi sono il solo segno di riconoscenza usato dai vicini. Ma noi, nonostante tutto e tutti, andiamo avanti. Il bar, vista la latitanza delle istituzioni e delle aziende locali, diventa la fonte di entrate economiche a copertura delle mostre, pur se minato dai lanci, ai quali rispondiamo con serate a tema, gli “Eggs Party”, installazioni d’arte con le uova e buffet a base prevalente di uova. Per fortuna, grande è l’attenzione nazionale ed internazionale su di noi, con collaborazioni eccellenti che ci consentono di prendere fiato, anche solo psicologicamente. Meno mostre, ma di ottimo livello, meno eventi, ma tutti di alta qualità. Ogni uovo non vien per nuocere, ma preferiremmo farne frittate.

EXPA comunque è stata una delle “invenzioni” più suggestive, dopo i cantieri culturali alla Zisa, l’exploit di KalsArt, le performances di Uwe Jantsch a Piazza Garraffello e altre iniziative che hanno investito una città che oggi continua ad essere vitale - le iniziative non mancano nonostante vi sia una crisi di movimento o una percepibile inedia. Alla luce di questo, “quanto” ha risposto la città alle traversie di EXPA.

qualche giorno fa abbiamo avuto in concessione onerosa un ex casello ferroviario sul lago di Piana degli Albanesi. Si chiamerà EXPA_STAZIONE LAGO, e sarà un centro policulturale di land-art con ristorante, bar e piccolo albergo con stanze d’artista. Apertura a inizio estate 2009, con un full moon party sulla riva del lago. Se non avessimo l’entusiasmo della sfida imprenditoriale/ culturale ci sentiremmo persi in questa città, anche se di solo entusiasmo non si vive.

Mesi fa abbiamo lanciato un appello con una richiesta di sottoscrizione in appoggio della sopravvivenza di EXPA da presentare in opportuna sede al magistrato, che purtroppo ci considera una sorta di pub: la risposta è stata positiva, con centinaia e centinaia di firme e commenti emozionanti. Abbiamo anche lettere di accredito da parte di personaggi illustri, tra cui Wim Wenders, ma nel complesso riteniamo che se EXPA dovesse chiudere, al trambusto dei primi giorni seguirebbe il solito ottuso silenzio che troppo spesso ha marchiato la storia della nostra città. La chiusura di un centro culturale, qualunque esso sia, è da considerarsi come l’agonia di una città. Fra l’altro, EXPA ha la data di scadenza. Il comune di Palermo ha messo l’immobile all’asta, nel 2012, termine del nostro contratto di affitto: il “piano nobile” che è stato set del film di Wenders si trasformerà in lucentissimi bi, tri e quadrivani per giovani coppie locali, e magari le ex-scuderie della Galleria in un ampio parking per le automobili.

Piana degli Albanesi non è Palermo, ma leggo il germe della sicilitudine sciasciana: la Sicilia “con le sue storie di vanto e le sue strade di fango”. Presidiare il meridione, rimanere in trincea, produrre cultura in territori marginali è una vocazione più che una scelta di mercato, a determinate condizioni: o ce lo si può permettere, o si è coperti dalla possibilità di finanziamenti, o si è innamorati di luoghi di confine permeati di bellezza. Viviamo costantemente l’equilibrio instabile della terza via, che non paga, forse, ma alla distanza ci si riscopre “realisti” di là dalle logiche di mercato. Eppure, come dici tu, di entusiasmo non si vive, e allora: come si è motivati a perseguire l’imprenditorialità culturale al Sud?

Prendo il caso della Focacceria San Francesco, storico locale palermitano, che ha aperto a Milano una sua “replica”. Non pensi che le idee, più che gli spazi fisici, siano trasferibili altrove e, dunque, non sarebbe il caso di tradurre altrove la vostra esperienza anziché opporre una strenua sopravvivenza in un luogo critico come quello in cui, oggi, è ancora collocata la Galleria? Certo, ci abbiamo pensato più volte. Magari nel 2012. Oggi, invece di scappare continuiamo ad espanderci, ci piace il masochismo, dopo EXPA abbiamo aperto PALAB, galleria d’arte con bar e ristorante, con altri soci squilibrati come noi. Anche lì grandi onori, ma anche difficoltà “burocratiche”, e per non restare indietro,

GALLERIA EXPA 20

La terza via, hai detto bene, l’amata odiata terza via. Prima i quartieri difficili della Kalsa (per EXPA) e dell’Albergheria (per PALAB), oggi Piana degli Albanesi a due passi da Portella della Ginestra, sito tristemente simbolico di una Sicilia dove mafia, politica, imprenditoria e sindacati corrotti hanno dettato la storia della nostra terra: non potevamo perdere un’occasione simile, la sfida è energia. Pensa, per ottenere questo spazio abbiamo dovuto fare ricorso al TAR perché EXPA era stata battuta per “titoli” da una cassiera del posto con tanto di diploma magistrale ed esperienza di aiuto cameriera. Se avessimo ragionato come tanti siciliani sordi e muti avremmo fatto spallucce e cambiato strada. Ma ormai siamo benefattori degli avvocati, quindi mettiamo tutto in conto e continuiamo a lottare per una vera rinascita culturale, forse contro i mulini a vento. Però, lottare è meglio che guardare lottare.


Hotel Lido sostiene il programma Genius Loci del cerac_centro regionale per l’arte contemporanea della Calabria dedicato ai giovani artisti


P O R T F O L I O

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M A G G I O

1 9 9 6 - 2 0 0 8 Calabria, terra di tradizione, di storia e di riti dal forte sentire religioso che conservano ancora oggi quel sapore antico di forte devozione e partecipazione collettiva, e che trovano una loro significativa manifestazione nel periodo della Settimana Santa. Quanto si svolge il Sabato Santo a Nocera Terinese e il Giovedì a Verbicaro è davvero un evento straordinario che spinge visitatori da ogni parte del mondo ad assistere e ad immortalare momenti dal forte impatto emozionale. I cosiddetti “vattienti” o “battenti” percorrono le vie del paese procurandosi ferite e tamponando le stesse con delle soluzioni d’aceto. Azioni e gesti che il fedele compie con spirito fortemente devozionale, come forma di concreta partecipazione al dolore provato da Cristo nei momenti precedenti la crocifissione. (Gianni Barone)

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Radici

Sonore Festival IV edizione

Tiriolo (Cz) 7-10 agosto 2009


LIRA CALABRESE Rinascita di uno strumento musicale quasi estinto In Calabria, ancora oggi esiste un ricco e variegato patrimonio di strumenti musicali tradizionali tra cui spicca per le sue caratteristiche, un piccolo cordofono ad arco, la lira calabrese. Ebbi modo di scoprire la sua esistenza grazie ad una ricerca sullo strumento condotta nei primi anni ’80 dalla coop. Raffaele Lombardi Satriani, in particolare da: E. Castagna, S. Di Giorgio, D. Gatto, G. Plastino, E. Rinaldo. La ricerca a cui mi riferisco fu pubblicata nell’articolo “Riscopriamo la lira calabrese” della rivista Calabria a. XIV n. 16 dell’agosto del 1986. Successivamente, sempre a cura della rivista Calabria del maggio 1987, fu pubblicato un interessante inserto, in cui furono divulgati i materiali e i risultati della ricerca della coop. RLS svolta dal 1980. Già grande appassionato di musica e strumenti musicali, qualche anno prima mi ero avvicinato timidamente alla liuteria, avevo fatto le prime esperienze studiando da autodidatta liuteria classica e le tecniche di costruzione della chitarra e del violino, e dopo aver costruito alcuni strumenti, peraltro ben riusciti, spinto anche dalla difficoltà di reperire strumenti musicali tradizionali di qualità, cominciai a indirizzare le esperienze sviluppate nella liuteria classica a quella tradizionale. Prendendo spunto dalla ricerca condotta dalla Coop. RLS, intrapresi un’approfondita ricerca sul campo, che mi portò a girovagare per i maggiori centri di costruzione ancora attivi in Calabria: S. Andrea sullo Ionio per la zampogna a chiave delle Serre, S. Ippolito per i tamburi, Reggio Calabria per le zampogne aspromontane (a moderna e a paru), Seminara per i tamburi a cornice, Cetraro e Oriolo per la zampogna surdulina, Praia e Trebisacce per la zampogna a chiave del Pollino, Bisignano e Davoli per la chitarra battente, Siderno per la lira calabrese. Conobbi tanti suonatori tradizionali tra cui il grande Giuseppe Ranieri che mi sollecitò da subito a continuare la strada intrapresa. Addentrandomi sempre di più, mi resi conto, da calabrese, della ricchezza che ancora esisteva e di quanta arte, manualità, saperi e tecnica fossero condensati in ogni strumento incontrato, anche in quello più semplice come il flauto costruito con la corteccia di castagno da zii Diego Battaglia di Cardeto (RC). Dopo tanto peregrinare, avevo raccolto molto materiale: appunti, foto, disegni, rilievi, registrazioni audio. Mi sentivo meno ignorante e con una grande voglia di fare qualcosa per evitare che il ripetersi di eventi sociali, come l’emigrazione degli anni ’50, potessero ancora una volta mettere in pericolo la cultura musicale tradizionale ancora viva in tanti paesi visitati. Iniziai a costruire strumenti musicali tradizionali, zampogne, doppi flauti, ciaramelle, flauti in legno e la lira calabrese, con grande rispetto per i canoni di ogni strumento, solo poco migliorie e sperimentazioni, dettate esclusivamente per migliorare gli strumenti costruiti e renderli più funzionali. Non ho mai tenuto il conto delle lire che sono nate nel mio laboratorio, ma ricordo tutti gli appassionati che in quasi vent’anni sono venuti a farmi visita, per conoscere lo strumento, per ascoltare l’inconfondibile suono, chiedere informazioni sulle tecniche costruttive ed esecutive, sui materiali utilizzati o per ordinare lo strumento dopo averne provati diversi altri. La lira arriva in Calabria intorno all’XI sec., definita da Curt Sachs violino mediterraneo, la sua struttura ha forti similitudini con altri cordofoni ad arco presenti in tutto il bacino del Mediterraneo come la gadulka (balcani), il kemange (turchia), la lira cretese (isola di Creta). Si costruisce partendo da un unico pezzo di legno (ciliegio, sambuco, ecc.). La sua sagoma può essere piriforme con fondo bombato, oppure di forma quasi triangolare con bombatura della cassa meno accentuata.

di Antonio Critelli

In alto, Antonio Critelli - Concerto con i Phaleg

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Le dimensioni possono variare in funzione del modello, monta tre corde obbligatoriamente di budello dello spessore di 0,82 mm (un tempo le corde venivano realizzate anche con fibre di agave intrecciato). Sono fissate alla cassa tramite la cordiera in cuoio, e vengono accordate tramite tre piroli o bischeri inseriti nella parte terminale del manico. Manico e cassa armonica, vengono sagomati e lavorati a mano, con l’ausilio di sgorbie e scalpelli. Chiude la cassa una tavola armonica un tempo costruita in abete locale, oggi per migliorare le qualità timbriche e sonore dello strumento utilizzo abete della Val di Fiemme. (località del Trentino, dove cresce una pianta straordinaria, dal suo legno, unico al mondo per le sue caratteristiche di sonorità, si ottengono ottime tavole armoniche per tutti gli strumenti musicali classici, anche Stradivari sceglieva personalmente il legno della Val di Fiemme per costruire i suoi famosi violini). Prima del montaggio della tavola sulla cassa, che avviene tramite incollatura (colla animale), vengono praticati due fori di risonanza che possono avere forma varia a seconda del tipo di lira: semicircolare e circolare. Tra i due fori si monta il ponticello di acero con una curvatura accentuata verso la seconda e terza corda, queste poggiano sul ponticello. Completa lo strumento l’anima mobile in legno (tradizionalmente in canna - caratteristica unica della lira - essa trasmette le vibrazioni prodotte dalle corde alla cassa armonica). Infine, l’archetto, costituito utilizzando una barra di legno opportunamente sagomata su cui viene tesato e poi fissato un fascio di crini di cavallo. Come già accennato, in Calabria una percentuale non indifferente della popolazione condivide ancora un’arcaica cultura agro-pastorale, tramandata oralmente e in parte funzionale alla vita delle comunità. In tale ambito la musica e gli strumenti musicali assumono un ruolo di rilievo e i suonatori, per il loro grado di conoscenza, rappresentano le punte più avanzate di questa cultura che alcuni erroneamente ancora oggi definiscono “minore”. Negli anni ’80 la lira era quasi estinta, i suonatori in vita erano pochissimi, e l’unico costruttore si chiamava Giuseppe Fragomeni di Siderno. Oggi, invece, lo strumento gode di ottima salute. Infatti, solo in Calabria si possono contare cinque centri di costruzione, e gli appassionati che si avvicinano allo strumento, nella regione e fuori dai confini regionali si

moltiplicano di anno in anno. La lira per il suo timbro è apprezzata anche da musicisti che si occupano di musica antica, Ambrogio Sparagna ha inserito la lira tra gli strumenti dell’Orchestra Popolare Italiana (prodotta dall’Auditorium Parco della Musica di Roma), Lino Cannavacciulo, virtuoso violinista napoletano è rimasto stregato dal suono della lira, tanto da volerla utilizzare per il suo prossimo disco. L’età media dei suonatori è di circa 20 anni, e la più piccola suonatrice di lira si chiama Federica Santoro (14 anni) abita a S. Maria di Catanzaro ed è stata mia allieva. Ritengo che in vent’anni, in Calabria sono stati fatti passi da gigante nel campo della musica tradizionale, grazie al lavoro di numerosi ricercatori, associazioni e gruppi musicali di riproposta, anche se tra mille resistenze. Tale cambiamento ha innescato un fenomeno assai importante dal punto di vista sociologico e culturale, che è tutto rivolto alla rivalutazione della cultura tradizionale locale in un contesto, per così dire “globale”, attirando sempre di più l’interesse di istituzioni pubbliche e private. E’ importante ricordare che la spinta iniziale per avviare questo processo è legato ai festival di musica etnica che ormai da dieci anni si organizzano in Calabria. Veri e propri momenti di ricollocazione della cultura tradizionale in nuovi ambiti, rispondenti alle esigenze del mondo contemporaneo, che spesso inglobano diverse attività quali: corsi di danza tradizionale calabrese, didattica sull’uso di strumenti musicali tradizionali, degustazione di cucina tipica, escursioni, concerti. La direzione giusta per riscoprire le nostre radici culturali e le identità locali sono anche queste iniziative che contribuiscono attivamente a rilanciare la politica culturale e turistica della Calabria e considerando le esperienze negative del passato questa regione non necessita per risollevarsi di politiche industriali e modelli di sviluppo che non appartengono storicamente e culturalmente al Sud; ha bisogno invece di una politica incentrata sulla valorizzazione delle economie e delle culture sostenibili che abbiano il loro nutrimento nella storia e nella valorizzazione delle risorse endogene.

Dall’ alto: Lira calabrese e il laboratorio di liuteria tradizionale www.liuteriatradizionale.it

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Intervista: Raffaella Scarpitta

Soggetto: Asia Garipoli

Luogo: Palmi (RC)

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.myspace.com/asiamoly

TALENTO PRECOCE E DOTI NATURALI SONO GLI ELEMENTI CARATTERIZZANTI DELLA CALDA E COINVOLGENTE VOCE DEI BUNARMA, BAND ETNO-POP CALABRESE Asia Garipoli è la calda, coinvolgente ed espressiva voce dei calabresi Bunarma (che in dialetto antico significa “di anima buona”),band etno-pop-rock. L’abbiamo rintracciata in un momento di pausa dalla stesura dell’ultimo album, di prossima uscita. Il suo è un talento precoce: partecipa, infatti, a note trasmissioni televisive in giovane età. Le doti naturali vengono affiancate dallo studio con insegnanti esperte quali Elsa Baldini, corista di Giorgia, ed Elisabetta Currà, cantante jazz. Oltre alla musica, porta avanti, con successo, il suo percorso di studi accademici in Scienze della Formazione, presso l’Università di Messina. Parlando con Asia, si hanno solo sensazioni positive. Si capisce, infatti, di aver a che fare con una ragazza dalla interessante personalità: sensibile, intelligente, perfezionista, impegnata nel sociale quotidianamente, umile, determinata e critica innamorata della sua terra.

molta attenzione anche ai testi, perché sono capaci di dar grande forza all’elemento sonoro. La musica è un potente mezzo di comunicazione e cerco di rispettarlo, usandolo nel miglior modo possibile.

Quando hai capito veramente che volevi fare la cantante?

Il gruppo nasce nel 1998, come duo composto da me e mio fratello (Saverio Garipoli, autore delle musiche e degli arrangiamenti, voce e chitarra acustica). Con il tempo si sono aggiunti il bassista (Sasà Filippone)e il batterista (Meki Marturano): si è subito creato un bel feeling. Ai Bunarma si aggiungono, durante le esibizioni dal vivo, altri musicisti tournisti. I testi, all’inizio, erano integralmente in dialetto e scritti da mio padre, ora dal noto autore Vincenzo Incenzo (paroliere di Zarrillo, Zero, PFM, Pausini). Questa collaborazione ha portato nel gruppo identità e stimoli nuovi: i testi sono in italiano, hanno un respiro più ampio (toccano numerose tematiche, per esempio, la condizione femminile e la solidarietà), ma le nostre origini, che consideriamo imprescindibili, sono ricordate da innesti dialettali.

Forse non l’ho ancora capito. Ho sempre ascoltato musica e cantato. Mio fratello da piccolo, per la festa della Befana, aveva ricevuto una tastiera e, giocando, ho iniziato a cantare. Io avevo quattro anni, lui nove. Poi, tutti e due, insieme, abbiamo partecipato a manifestazioni e concorsi. Queste esperienze ci hanno legato molto, il nostro è un rapporto libero, onesto e schietto. Insomma, per entrambi, tutto è iniziato per gioco e per caso. Oltre la carriera artistica ne hai una universitaria. Quante difficoltà hai nel portare avanti questi due progetti? Tantissime, soprattutto perché i periodi degli esami coincidono spesso con prove e tournée. Alcune cose mi aiutano molto: la mia facoltà non ha l’obbligo di presenza e lo studio tocca tematiche a me particolarmente care. Comunque, è realmente difficile rispettare e far convivere gli impegni del gruppo, del volontariato e dello studio. Amo quel che faccio, fisso i miei obiettivi e vado avanti nella maniera più seria possibile. Cos’è la musica per te? È vita, carica, serenità, habitat naturale. Ho sete di emozioni e la musica ne è la mia fonte primaria. Alcuni brani allontanano le energia negative e le ansie. Presto

Che rapporto hai con la musica degli “altri”. Cosa o chi ami ascoltare? Sono cresciuta con il pop italiano, ma adesso ascolto, per esempio, anche il jazz, perché mi infonde allegria. Cerco di spaziare il più possibile, non mi limito solo a quel che canto. Ricerco la melodia, per questo non amo la tecno e il rock duro, sonorità troppo estreme, per i miei gusti. Parlando del gruppo, qual è stata la genesi dei Bunarma?

Le vostre canzoni di denuncia che tipo di reazione hanno suscitato? Di stima e di appoggio, anche tra i calabresi in giro per il mondo. Nel 2007 “Arrivau ccà” ha captato l’attenzione di Fiorello nel programma Rai “Viva Radio 2” e più volte è stato inserito in scaletta. Credo che abbia risvegliato molte coscienze a livello nazionale su questioni tutt’altro che risolte. I nostri brani vogliono spingere il pubblico a riflettere su temi attuali e volutamente taciuti. La canzone “L’effetto farfalla”, per esempio, nasce proprio dal nostro desiderio di far capire come ognuno, nel suo piccolo, può fare qualcosa di grande. Anche un sorriso fa tanto, ma spesso lo dimentichiamo. Quali difficoltà incontrate nel portare avanti le vostre proposte? Il riscontro del pubblico è positivo e credo che il lavoro del gruppo proceda bene. Il problema è emergere in un contesto, come quello calabrese, in cui non ci sono molti canali e spazi. Abbiamo difficoltà tecniche, non di sostegno. Cos’è il pubblico per Asia? Come ti rapporti con esso? Credo che il pubblico sia una sorta di specchio: rimanda l’immagine del lavoro svolto. Riempie il cuore vedere la gente che canta, balla e interagisce con te. Sono emozioni indescrivibili e fantastiche. Il pubblico è fondamentale, va sempre emozionato e tenuto presente. Proprio per rispettare e rimanere vicini alle esigenze dei nostri fan, il singolo “L’effetto farfalla” ha anticipato di un anno l’album, di prossima uscita. Quest’arco temporale, abbiamo lavorato tantissimo.

Che rapporto intercorre tra voi e il vostro territorio?

Cosa vi piace fare dopo un tour o un concerto? Raccontaci dei retroscena.

Parliamo della storia, della tradizione e dei miti della Calabria, ma anche dei suoi problemi sociali antichi, purtroppo ancora attuali, e della ‘ndrangheta, come in “Arrivau ccà”. La nostra musica unisce sonorità etnicomediterranee, strumenti moderni e testi impegnati. Nella band convivono fisarmonica, tastiere, chitarre, basso, percussioni. Ricordiamo il passato della nostra terra, ma vogliamo esser utili al suo futuro.

Ceniamo, scherziamo, ma, principalmente, facciamo il punto della situazione: parliamo di cosa ha funzionato e cosa no. Tra di noi siamo molto critici, ma questo continuo confronto ci aiuta a crescere, a migliorare. Per noi, in realtà, il concerto non finisce, il nostro lavoro continua.

ASIA GARIPOLI 30


Intervista: Valeria Malara

Soggetto: Mimmo Martino

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.mattanza.org

UNA PASSIONE SFRENATA PER LA LETTERATURA POPOLARE ALIMENTA LA RICERCA MUSICALE E CULTURALE DEL LEADER E FONDATORE DEI MATTANZA Quando si pensa alla musica popolare, o alla musica folk, vengono in mente canti, balli che affondano le proprie radici nelle tradizioni di una determinata popolazione, etnia. Parlando con Mimmo Martino, questa visione si allarga a favore di una rilettura della letteratura popolare che trova espressione nelle composizioni caratterizzanti la musica dei “Mattanza”, di cui egli stesso è l’anima ed il testimone storico. “Partiamo da lontano” - esorta Mimmo Martino, col fiato in gola e tutto il desiderio di far comprendere il perché dei Mattanza. Era la fine degli anni sessanta quando, tra Parma, Bologna e Reggio Emilia, con un gruppo chiamato “i Rifiuti”, Mimmo faceva rock durissimo. Rientrato a Reggio Calabria, città natale, passò, un po’ costretto dagli eventi, alla musica leggera con i “Rubacuori”: “Cantavamo nei matrimoni e nelle feste private, racconta Mimmo - tutto ciò mi dava una discreta soddisfazione economica ma non era quello che desideravo professionalmente”. L’occasione giusta arrivò quando Mimmo con i “Campanella” si trovò ad eseguire canzoni di lotta programmate dall’Arci nell’ambito delle feste dell’Unità. “Questa esperienza mi portò a girare nei piccoli centri rurali calabresi, ad ascoltare la gente che vi abitava. Un giorno – ricorda Mimmo – incontrai un’anziana signora sull’uscio di casa, piangeva, le chiesi il perché e iniziò a cantare una nenia che mi fece rabbrividire, carica di sentimento. Provai a trascriverla, con tanta difficoltà, e solo dopo riuscii a capire il pianto dell’anziana donna”. Comincia così per Mimmo una vera e propria raccolta sul campo dei testi dando ascolto all’anima della gente. “Da qui iniziò la mia ricerca, la trascrizione di ciò che sentivo, frutto delle chiacchierate con la gente comune, umile, senza una grande istruzione, ma depositaria di una cultura orale millenaria. Oggi i miei archivi sono carichi di materiale: parole, pensieri e sogni che amo mettere in musica”. Nella vita professionale di Mimmo emblematico fu l’incontro con Luigi Lombardi Satriani, ordinario di Etnologia all’Università “La Sapienza” di Roma, che portò alla nascita del “Gruppo di Ricerca Popolare Tommaso Campanella”. Tanta passione e forte volontà di andare avanti, nonostante i pochi guadagni, spinsero Mimmo a dar vita ai Mattanza, correva l’anno 1997.

La mattanza ricorda un antico e tradizionale metodo di pesca del tonno, cosa c’entra con la riscoperta delle più antiche tradizioni musicali italiane? Siamo nati per lottare contro l’etnocidio, la mattanza rappresenta lo scempio fatto di molti testi tradizionali per seguire le mode del momento. Sono un militante convinto che solo un recupero rispettoso del passato può tornare utile al nostro presente, senza però dimenticare che il tempo che viviamo ha un profumo e un sapore diverso. Spiegaci meglio. Le tantissime realtà nate, seguite da movimenti musicali e culturali, esulano totalmente dal rispetto della tradizione. Intendo dire che la tarantella, danza tradizionale con una melodia straordinaria, non può essere trasformata in un “tunze tunze” di musica house che popola le discoteche e, purtroppo, anche le piazze. Perché hai rivisitato il canto tradizionale “Vitti na Crozza”? Quello che desidero è epurare i testi per riportarli all’antico e vero significato senza troppe inutili parole. Sai cos’è una crozza? Pochi lo sanno, te lo dico io: è un teschio. Adesso puoi capire come una canzone intrisa di dolore, che parla di morte, non può avere ad ogni ritornello il “tirullalero”, che io naturalmente ho eliminato. Qual è la chiave nuova di lettura che hai dato alla “Calabrisella”? Tutti, anche quelli che dicono di conoscerla trascurano alcuni aspetti. E’ vero che è una canzone d’amore ma fino ad un certo punto. Il giovanotto che si reca alla fontana e ruba un fazzoletto alla giovane donna che lava i panni, lo sottrae e non lo restituisce perchè gli serve per piangere. Emigra per studio, la città di cui parla il testo, è Napoli. Vi lascio immaginare all’epoca come era difficile raggiungere la città partenopea dalla Calabria, si trattava di un viaggio veramente pesante, di durata imprecisata. La mia è una “Kalavrisella” come non l’avete mai sentita.

MIMMO MARTINO 32

Come hanno fatto i Mattanza a superare i confini nazionali e raggiungere l’Europa dell’est? Sembra incredibile ma una nostra fan ungherese, studentessa dell’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, in uno dei suoi viaggi di rientro a casa, portò un nostro cd. Così nacque il nostro tour in Ungheria, esperienza unica e con grandi consensi di critica. Divulgare la nostra musica in una delle culle della cultura musicale europea è stata una vera soddisfazione. Cosa ti stimola ad andare avanti? L’affetto ormai tangibile di tutti coloro che mi scrivono da ogni parte del mondo. Ciò mi spinge a lottare contro l’impoverimento culturale in nome di qualcosa di diverso, di più profondo che risvegli quelli colti da sopore. Qual è ancora il sogno che desideri realizzare? L’azione di recupero della letteratura popolare non si fermerà facilmente, lotterò contro questa cultura egemone e massificatoria che cancella storie e identità. A sostegno del mio progetto, la nuova etichetta discografica Italian World Music, nata dalla fusione della storica Irma Records di Bologna con la Italymusic di Avellino, produrrà un disco che racconterà tutta la nostra storia. Sarà la prima vera occasione per far arrivare la nostra musica al grande pubblico, che così potrà riappropriarsi della propria storia e tradizione. In questa avventura musicale, Mimmo Martino (voce, flauto, percussioni, composizione), è accompagnato dai fedelissimi Enzo Petea (fisarmonica, tastiere, arrangiamenti) e Roberto Aricò, detto Bracio, (basso e contrabbasso) e li vedrà sul palcoscenico con Marìka Gatto (voce), Mario Lo Cascio (chitarre), Fabio Moragas (chitarra battente), Giampaolo Gangemi (batteria), Simone Martino (percussioni), e la partecipazione straordinaria di Cesare Melfa (percussioni).


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Lisa Natoli

Luogo: Roma

Foto: Delfina Todisco

Web: www.lisaferlazzonatoli.blogspot.com

REGISTA E ATTRICE DALLA VISCERALE PASSIONE PER IL SAPERE, UNA INSTANCABILE INDAGATRICE DEL SENSO DELLA PAROLA anni non pensavo affatto di dedicarmi al teatro ma volevo fare l’etologa. Il teatro era il mio mondo e lì ci stavo bene, ma lo vivevo senza pensarlo come luogo di lavoro futuro, era la mia casa, punto. Oltretutto alla fine degli anni ’90 , quando già facevo teatro, l’attività di Spazio zero cessò e capii che dovevo avviare un mio personale cammino di ricerca, andai a lavorare nella compagnia di Leo De Berardinis, il più significativo regista-attore del teatro di ricerca in Italia. Poi proseguii i miei studi e tornai quando Leo stava rifondando la compagnia. Il mondo di Lisa Natoli da chi e da cosa è abitato? Mah…intanto non conosco la noia. E’ la cosa che più mi stupisce delle persone. Leggere e passeggiare con il mio cane, questo lo definisco il mio grado zero. Ho un innamoramento feroce per i libri, le parole, le storie e un rapporto importante, speciale con gli animali, con loro e grazie a loro mi dimentico del mondo e mi rimetto nel circolo del mondo. Poi c’è il teatro che per me è vitale e in particolare i momenti più belli sono gli allestimenti; ma dopo un po’ che sono in teatro sento l’esigenza di rimettermi a dialogare con il tempo della vita. Da questo punto di vista è rimasta l’esperienza del teatro vissuta nell’infanzia come spazio aperto, oggi invece i teatri sono diventati baluardo e non spazi aperti e friabili. Qual è stata la tua prima regia e che emozioni conservi?

Lisa Natoli, se la si definisse solo regista e attrice si direbbe solo una parte di lei e non si comprenderebbe il fascino e l’interesse che suscita nel momento in cui inizia a raccontarsi e a svelare il meraviglioso mondo di cui si è circondata sin dall’infanzia, un mondo abitato dalle figure più disparate, dai grandi nomi del teatro alla signora di quartiere. Il suo animo inquieto, poliedrico e mai sazio di conoscere e imparare l’ha spinta a formarsi e a lavorare con figure del calibro di Luca Ronconi, Carmelo Bene, Merce Cunningham, Thrisha Brown; a ricercare le dinamiche del sapere puro con lo studio della filosofia. Il teatro di Lisa Natoli è incontro di espressioni molteplici, non solo recitazione ma lavoro sulla parola, sul linguaggio, armonioso scambio di arti. Elementi che si ritrovano ben concertati nelle figure dei musicisti, artisti e attori che animano la compagnia Lacasadargilla da lei fondata nel 2004.

di creare un teatro con intorno un giardino, uno spazio aperto sia in senso reale che figurato, che ospitava artisti provenienti da tutto il mondo. Fu Spazio zero ad esempio ad ospitare i primi concerti di Laurie Anderson in Italia. Oltre al teatro l’altra componente importante era la musica e in particolare la Scuola di musica popolare di Testaccio cui Spazio zero partecipò. Se ripenso alla mia infanzia non posso che ricordarla felice, abitata e animata dalla presenza di circensi,attori,colori, musica…una bambina che restava lì per ore a vedere le prove degli spettacoli oppure se ne andava girovagando per lo spazio verde intorno. Ricordo ancora alcune notti d’inverno quando mi addormentavo accanto al tepore che emanava il riscaldamento dell’epoca, una grande bocca circolare di fuoco, un disco di un arancio acceso proprio come il sole.

Chi è Lisa Natoli?

La scelta di fare la regista e l’attrice è stata quindi naturale, dettata dall’ambiente in cui sei nata e cresciuta?

Bella domanda…da dove inizio? Io cresco in teatro, i miei genitori sono stati i creatori negli anni ’70 di Spazio zero a Roma, un teatro tenda. La loro volontà fu

Sicuramente la mia infanzia ha influito ma non è stata una scelta così naturale e scontata. Fino ai quattordici

LISA NATOLI In alto, Ssst di Pietro Durante e Lisa Ferlazzo Natoli. Foto di Sveva Bellucci

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Il primo lavoro che ho curato come regista è stato “Le tre sorelle” di Cechov, uno spettacolo con cinque donne delle quali una faceva tutti i personaggi maschili. Era uno spettacolo lieve e ricordo l’esperienza con molta gioia. Con questo lavoro ho fatto in qualche modo pace con il fatto che dovevo iniziare, ho accolto il consiglio di mio padre che mi diceva “è inutile che aspetti di essere pronta perché non lo sarai mai”, nella vita si va per esperimenti. Qual è la tua ricerca? Come si colloca il tuo lavoro rispetto i due poli della tradizione e dell’innovazione? Forse sono troppo tradizionale per la sperimentazione e troppo sperimentale per la tradizione. Nel mio lavoro ci sono determinati temi ricorrenti, sono ossessionata dalla domanda “da dove veniamo?”, dal rapporto con la memoria, reale o fantastica che sia. I luoghi che mi affascinano sono quelli senza scampo e che trattengono le storie. La casa è un luogo ossessivamente presente, da casa Prozorov de “Le tre sorelle” a “La casa d’argilla”, veglia funebre magica, al femminile, che ho scritto assieme alle attrici e che la casa la ha anche nel titolo. Mi chiedo perché, e questa presenza costante potrebbe anche dipendere dal fatto di essere cresciuta in uno spazio mobile, senza mura, ma che per me era una casa. Poi c’è il mio rapporto con la parola, un rapporto molto intimo, adoro l’italiano e per italiano intendo la lingua mobile, quella mobilità che ben si esprime in uno scrittore di genio come Sciascia. Il mio è un lavoro concertato di voci e di corpi. Nella regia di “Ascesa e rovina della città di Mahagonny” di Brecht ho lavorato su una concertazione di quattordici voci. Questo nasce come opera e, malgrado io abbia tolto il


SE LA CAPACITÀ DI UNA NAZIONE DI RACCONTARSI SI INDEBOLISCE... TUTTO COLLASSA PERCHÈ SONO LE STORIE A PRODURRE UNA RIFLESSIONE

principio sinfonico, la struttura musicale è determinata dal concertato recitativo e dei corpi nello spazio. Nei miei lavori voglio che gli attori parlino come se i pensieri si fossero originati lì per lì. Ho sempre cercato spunti e influenze da altri mezzi espressivi: la musica, il cinema e in particolare registi come Bergman, Buñuel, Visconti. Dati i tempi sento in maniera inquieta ancor di più la necessità di fermarmi,di studiare, ma sembra che se non produci non esisti, se non facciamo non esistiamo, e qui c’è una contraddizione…alla fine rischi di fare sempre la stessa cosa per renderti riconoscibile e comprensibile e trovo questa ricerca di fruibilità ai limiti del disgustoso. Il teatro è più uomo o donna? Non so se ha un senso chiedersi questo. Se stiamo alle statistiche credo ci siano nuove figure femminili interessanti, ma non tratterei più uomini o donne nel senso di una differenza sessuale. Una differenza c’è ma essa non implica necessariamente un cosiddetto teatro al femminile. Ancora, di fatto il teatro in generale è più maschile ma con straordinarie eccezioni come Pina Bausch o Sasha Walz. E’ un altro dato di fatto che una donna deve e vuole fare un lavoro ma, forse per sua natura e sicuramente per tradizione si deve poi anche

occupare di tutta una serie di oneri di cui l’uomo non si preoccupa affatto, io dico sempre “mi servirebbe una moglie”. Qual è l’autore del passato che potrebbe essere attuale? Tra gli altri mi vengono subito in mente Shakespeare e Beckett. Shakespeare per come tratta la parola che è viva, è scenografia, ancora oggi produce corpi con le parole. Beckett per la stessa ragione, malgrado scriva di un mondo al collasso, con una parola, come dire, postatomica, riesce ad essere vivo, commovente. Cosa riescono a dare i giovani scrittori italiani al teatro oggi? Cosa danno? Non lo so esattamente. Nel paesaggio di nuova drammaturgia ci sono molti testi nuovi, nati su un palcoscenico o indipendenti da esso, fruibili come testo puro. Ma creare mondi è già un’operazione di secondo livello e avviene solo se sotto c’è un territorio ampio di tante storie. Se la capacità di una nazione di raccontarsi si indebolisce, come è il caso dell’Italia, tutto collassa perché sono le storie a produrre una riflessione.

In alto, Foto di gruppo in un interno di Lisa Natoli. Foto di Jacopo Quaranta

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Qual è il senso del fare teatro oggi? Non sono sicura che il teatro abbia ‘senso’ perché oggi è difficile gettare in pasto al mondo i risultati del tuo lavoro e far sì che il teatro sia coabitato, condiviso, a prescindere dal singolo spettacolo. Nella migliore delle ipotesi invece si possono riuscire a fare delle repliche. Credo che il respiro che mi do oggi sia doppio, da un lato vivo il teatro come un mestiere da fare con il massimo di serietà e civiltà, e questo è molto importante perché sempre meno si percepisce il teatro come mestiere e sempre più si dimentica che alla base c’è un saper fare. Dall’altro lato il teatro è una costante messa in verifica di contenuti e questo è il motivo per cui lavoro. Spesso mi viene mossa la critica di non occuparmi dell’oggi ma io parto da questa convinzione di fondo, che parlare dell’inconsistenza generale, del consumismo, del contesto politico, soprattutto per l’Italia, significa credere di parlare e criticare qualcosa che ha lo stesso linguaggio di ciò che si porta in scena. Nella migliore delle ipotesi, se non si è un Paolini o un Celestini, si fa solo cronaca ed io non voglio fare cronaca. Devo andare a teatro per vedere qualcosa che è andato perduto. Il punto è inventare i linguaggi, provare a cambiare le mappe cognitive, spostare lo sguardo di chi il teatro lo fa e di chi lo guarda. Se riesci a farlo, anche solo in parte, allora forse ha senso continuare a fare teatro.


Intervista: Francesco Mangiapane

Soggetto: Domenico Cogliandro

Luogo: Palermo

Foto: Vivian Celestino

Web: www.cenide.net

DESIGNER NOMADE E APOLIDE FONDATORE E DIRETTORE EDITORIALE DELLA BIBLIOTECA DEL CENIDE, CASA EDITRICE MERIDIANA CON LA PASSIONE DEI SAPERI SMARRITI ED IGNOTI Biblioteca del Cenide nasce nel 1998 da un’idea di Domenico Cogliandro. Una giovane casa editrice che ha prodotto in questi anni diversi inediti (tra cui libri di Le Corbusier, Giovanni Michelucci, Robert Adam), e pubblicato testi importanti di Karl Friedrich Schinkel, Louis Kahn e Peter Eisenman. Ha inoltre dato spazio a numerosi studiosi meridiani, con testi originali, e promosso WozLab, laboratorio di design collaborativo. Dopo la trasformazione di BdC in società, Domenico Cogliandro si occupa della direzione editoriale. Domenico, prima di tutto svela il mistero: cosa è il Cenide e a cosa gli serve una biblioteca? Il Cenide è un toponimo, le cui origini possono essere mitologiche o storiche a seconda del punto di vista degli studiosi, che individua, in maniera “ballerina” (cioè, i topografi storici lo collocano in punti differenti), la sponda calabra più protesa sullo Stretto di Messina, quella dinanzi il Peloro. La scelta del termine “biblioteca” ha risvolti diversi, due su tutti: deriva dalla mia personale passione per Jorge Luis Borges e, dunque, il suo sconfinato amore per i libri e le biblioteche; nasce dalla volontà di recuperare, o “borgesianamente” inventare, una biblioteca di saperi smarriti, scomparsi, ignoti che partano dalle culture meridiane. Allargando lo sguardo, sempre di più gli studi sull’architettura e sul design si costruiscono nella contaminazione dei generi e dei saperi. Che senso ha oggi una casa editrice di libri di architettura? La crisi globale contemporanea colpisce le economie e, di più, i valori culturali, la passione per i contenuti, l’attenzione ad una visione lungimirante. Una piccola casa editrice di settore (di architettura come di narrativa) significa, su tutto, il presidio di una frontiera, l’assunzione di un punto di vista, la necessità di voler vedere intelligenze, più che artefatti, a sostenere le idee. Biblioteca del Cenide è una realtà editoriale ormai consolidata a partire da uno sguardo meridionale, uno dei pochi esempi di casa editrice di libri di architettura a sud di Roma. Quanto conta questa visione da Sud? Cosa si può imparare sul progetto dal Meridione?

Quando abbiamo iniziato, undici anni fa, eravamo solo tre a sud di Roma, per fortuna oggi questo panorama ha altri interlocutori. La pluralità delle voci è importante, significa che non si parla in una sola maniera e che si guarda verso direzioni diverse. Il punto di vista meridiano (uso spesso questo termine, che trovo più corretto di “meridionale”) è libero e aspira a cambiamenti sostanziali. Il Sud, posto che sia ancora una categoria, colto ma non saccente, esporta idee sane, terricole, radicali, e spesso intransigenti, che trovano in altre parti d’Europa l’humus giusto per crescere e proliferare. Domenico, scorrendo il catalogo della casa editrice, ciò che colpisce è l’ampio respiro dei temi trattati e la varietà di collane. I vostri libri sono anche sorprendenti oggetti di design: la cura del lavoro editoriale è massima e i risultati si vedono. Quanto conta nell’identità di una piccola casa editrice come la vostra il mestiere dell’editore? E poi, qual è l’elemento unificante fra tutti questi punti di vista, il pezzo di mondo che volete portare avanti con il vostro lavoro? Mi affaccio dal terrazzo della casa paterna sullo Stretto, che non è dietro una cortina urbana ma sta lì, davanti a me, a pochi metri dal mio sguardo. Quando sono lì “prendo posizione”, vedo quello che mi sta davanti. Dietro ogni libro, ogni collana, c’è la ricerca di un sentiero che porti alla bellezza e alla conoscenza. La scelta dei temi e della carte da stampa, il colloquio con gli autori e con i tipografi, la riflessione coi grafici e i fotografi, in un certo senso, si equivalgono e dipanano le circostanze di una lungimiranza a cui si aspira sin da bambini: si vuole essere qualcuno per poter fare qualcosa. Se poi si sa dire qualcosa, si ha anche la responsabilità di dirla bene. La casa editrice è anche il luogo di progettazione di Woz, laboratorio di design politico. Che rapporto lega i libri, la riflessione e l’orientamento all’azione dell’happening? Il Woz è nato quando BdC ha compiuto cinque anni. I contenuti di un libro travalicano l’azione, o ne anticipano gli effetti dichiarandone la possibilità. Ci è sembrato necessario, in quel momento, cercare in

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azioni di progetto lo stimolo per parlare di architettura in maniera diversa. Per questo abbiamo invitato attori diversi, da ogni parte d’Italia, ognuno con la propria storia e la propria esperienza, per fare del design uno strumento politico toccando con mano le città in cui abbiamo operato. Il libro, per crescere, ha bisogno di un tempo largo più che lungo; il progetto, per darsi, necessita di tutte le forme possibili di dialogo. Sono due modi di essere del pensiero, e delle persone che lo determinano: ecco perché Woz muove idee da più di cinque anni. Per finire, Biblioteca del Cenide è presente sul web ma anche sui social network più diffusi come Facebook o Vimeo. Quanto è coeso il gruppo di Biblioteca del Cenide? Quali sono i limiti e le opportunità del networking nella vostra esperienza? BdC è in continuo cambiamento. I libri, i collaboratori, le scelte editoriali, i luoghi in cui si lavora - nonostante siamo coscienti e coi piedi per terra - stanno in una sorta di sprawl che solo in parte abbiamo decodificato. Insomma, bisogna esser capaci di operare scelte senza troppo pianificare. Il nostro tempo rompe gli argini continuamente (l’esplosione dei social network, come sono adesso, era inimmaginabile fino a dieci anni fa) per cui è necessario saper gestire l’urgenza cambiando direzioni, prospettive e interlocutori, accogliendo l’imprevedibile come una risorsa. Ancora, domani, cosa vedete? Quale sarà il futuro prossimo della Biblioteca? Undici anni è un’età critica, non si è più bambini e non si è ancora ragazzi. Noi siamo a questo crocevia, attraversato da informazioni, persone, visioni, oggetti, luoghi, i più disparati. Ogni strada può essere quella giusta e, al tempo stesso, quella sbagliata, e stiamo per prendere delle decisioni sul da farsi. Nei cassetti, da tempo, abbiamo dei testi importanti (autori come De Amicis o Viollet-le-Duc, Tàvora o Le Corbusier) che ritardiamo quasi fosse necessario farlo. Sul tavolo da lavoro, invece, si stanno accumulando storie e intenzioni diverse, narrazioni meridiane, libri per bambini, percorsi fotografici, la cui cifra rimane sempre la passione per i luoghi, il design e l’architettura.


Intervista: Valeria Malara

Soggetto: Antonino Alessi, Maria Grazia Bono, Sabina Frisina, Caterina Morano e Aldo Zucco

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

LE MOVENZE DI MARIONETTE CHE DANNO VITA AD UNA FIABA SENZA TEMPO Marionette, marottes, pupazzi, ombre, oggetti, attori questo e tanto altro compone l’azione scenica rappresentata dal “Teatro delle Rane” in vita a Reggio Calabria da ben più di tredici anni. Una realtà sperimentale che vuole unire la tradizione del teatro delle marionette con la musica, l’opera lirica, la prosa, partendo dalla costruzione delle marionette stesse, all’allestimento della scenografia, ai testi. Non dimentichiamo che il teatro delle marionette rappresenta una delle più importanti tradizioni teatrali d’Europa da diversi secoli. Nel Settecento alcuni fra i più grandi autori e compositori hanno scritto per il teatro delle marionette; in epoca barocca le marionette furono le interpreti ideali di operine in musica. Nell’Ottocento i più importanti melodrammi, dopo il debutto sui palcoscenici lirici, in poco tempo arrivavano sulle scene del teatro delle marionette, un mezzo e un linguaggio che rendevano questi spettacoli accessibili al pubblico di tutti i ceti sociali. L’esperienza maturata presso l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria ha dato spunto a Sabina Frisina e Maria Grazia Bono, di mettere in piedi il “Teatro delle Rane”assieme ad Aldo Zucco scenografo, Antonino Alessi scenotecnico e Caterina Morano marionettista e pittrice. “Due mesi di lavoro a Milano con la compagnia di Gianni e Cosetta Colla – raccontano Sabina e Maria Grazia – sono stati fondamentali per porre le basi al nostro teatro”. Da dove nasce il nome “Le rane”? Inizialmente nasce per gioco, - spiega Maria Grazia - la rana ha sempre colpito la fantasia dell’uomo, rappresenta un po’ il nostro modo di lavorare incuriosendo. E poi comunque ci è tornato utile perché oltretutto è facile da ricordare.

In cosa siete sperimentali? In tutto – spiega Sabina - dai materiali, alle dimensioni delle marionette al modo di muoverle, alle tecniche di produzione. Il nostro teatro vive auto-finanziandosi, ed ecco che la nostra scelta cade sui materiali più poveri. Si parte dal riciclo, tutto ciò che gli altri buttano per noi è fonte di ispirazione: un ombrello vecchio ad esempio diventa un ragno. Il polistirolo ci è utile per dare forma al busto e al viso delle marionette, le biglie per gli occhi, la rafia per i capelli. Proprio l’uso innovativo dei materiali vi ha permesso di avere un’importante riconoscimento. Si trattava del 1996 quando a Perugia presentammo uno dei primi spettacoli, “Perseo” in prima ufficiale. Andò benissimo – ricordano Aldo e Maria Grazia – non solo per il premio ricevuto ma per il fatidico incontro con Otello Sarzi, tra i più grandi burattinai del nostro paese, che all’epoca non conoscevamo. I suoi consigli e le sue guide ci sono stati sempre utili, rimase in contatto con noi fino alla sua morte. Esperienze e incontri che hanno determinato la crescita del “Teatro delle Rane”? Mario Mirabassi maestro del teatro di figura – racconta Aldo – Aldo De Martino il papà della moviola, Mimmo Cuticchio e il teatro dei pupi, Antonello Antonante e Lisa Natoli che ci hanno resi quello che oggi siamo. Il vostro è un lavoro complesso. Si, dopo un’accurata ricerca sui materiali e sui testi che daranno vita ai nostri spettacoli, - racconta Caterina

TEATRO DELLE RANE

- la fabbricazione della marionetta, che dura anche più settimane, ci permette di instaurare con essa un rapporto quasi materno, trasferendole la nostra anima. Cosa contraddistingue burattino?

la

marionetta

dal

Spesso vengono confusi tra loro – spiega Sabina – pur avendo caratteristiche ben diverse. Il burattino esaspera la realtà in chiave grottesca, la marionetta la ripropone in chiave fantastica e fiabesca. Quest’ultima ha fattezze umane, con un costume curato, ed è manovrata dall’alto verso il basso da fili. La sua struttura comprende tutto il corpo umano con testa, braccia e gambe slegate tra loro. Il burattino può muoversi in maniera limitata a causa della sua struttura ed è manovrato dall’alto verso il basso, dalla mano del burattinaio. Qual è il segreto del vostro successo? Arriviamo alla gente instaurando un rapporto felicissimo – continua Caterina - e poi una strana magia ci lega alla nostra creatura. La marionetta, mossa attraverso un grande numero di fili, si prende piccole libertà assumendo indipendenza nei movimenti. Ad un certo punto nasce il bisogno di confronto e così i nostri protagonisti iniziano a frequentare i festival italiani da quello di Perugia ad Amalfi, a Porto S.Elpidio, alla “Primavera dei teatri” di Castrovillari con “Appesi in scena” (mostra di marionette e marottes), per citarne alcuni. L’arrivo del “Teatro delle Rane” destava vero sconcerto tra gli organizzatori dei festival. Si era abituati ad accogliere gruppi di non più di tre persone e con qualche marionetta al seguito. “Le rane”, in controtendenza, arrivavano come una vera e propria carovana: cinque elementi con a seguito un gran numero di marionette e marottes anche alte due metri. Ma, l’iniziale sbalordimento, si trasformava in vero consenso. “Le rane” hanno sempre ricevuto il meritato successo con grandi apprezzamenti di pubblico e di critica. Ebbene si, anche se il teatro delle marionette prediligeva massimo tre manovratori, “Le rane” sono riuscite a stravolgere anche questo canone. Come ci stupiranno in futuro “Le rane”? Aldo non si pronuncia per scaramanzia ma, raccomanda, di non perdere d’occhio la prossima uscita in dvd, prevista nel mese di settembre, dello spettacolo “La Bella dormente nel bosco” di Ottorino Respighi, opera lirica per marionette e cantanti, prodotta dal Teatro Rendano di Cosenza in collaborazione con la fondazione Cini di Venezia.

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Intervista: Manuela De Leonardis

Soggetto: Mary Cacciola

Luogo: Roma

Foto: Delfina Todisco

Web: www.capital.it

SPIRITO EFFERVESCENTE, SIMPATIA INNATA E CONTAGIOSA IRONIA... LA RADIO NON È MAI STATA COSÌ DIVERTENTE Un Negroni “sbagliato” per Mary Cacciola: Martini rosso, Campari e prosecco, ma niente gin. E’ uno dei cocktail preferiti dalla conduttrice radiofonica, insieme alla Caipiroska alla fragola, “ma quella vera, non con lo sciroppo”. Il salottino di vimini del wine bar Terra Satis è all’aperto, nella piazzetta silenziosa di Trastevere. Nata a Reggio Calabria nel 1970, vive a Roma da vent’anni. La sua voce è morbida, la risata esplosiva. Un’ironia contagiosa, con quella dose di adrenalina e innata simpatia che trasmette da sempre ai suoi ascoltatori, soprattutto a quelli che si svegliano molto presto di mattina. Con Andrea Lucatello - che adora - e la bravissima Isabella Marini, Mary conduce Il caffé di Radio Capital, radio dove lavora da dieci anni, dopo una lunga esperienza alla Rai come regista. “Malgrado mi svegli ogni giorno alle 4 e 40, mi diverto moltissimo. Forse il fuori onda è addirittura più bello della trasmissione in sé”. Lettrice vorace di Pennac, annovera tra i suoi interessi soprattutto il cinema. “Uno dei film che rivedo sempre con piacere è The Blues Brothers. E’ stato il primo film che ho visto al cinema, a dieci anni, insieme a mio fratello Luciano. Anche Good Morning, Vietnam è tra i miei preferiti. Tra i tanti film sul mondo della radio è quello che dà l’idea di come la radio dovrebbe essere: allietare, alleggerire la giornata, ma anche informare. Un mezzo vero, nel bene e nel male”. Hai cominciato a lavorare a 15 anni per una radio locale di Reggio Calabria, in seguito ad una bocciatura scolastica... L’idea è venuta a mio fratello che faceva il DJ in varie discoteche e conduceva un suo programma radiofonico. Quanto a me, armeggiavo con radio e registratori da quando avevo sette anni. Mi piaceva “fare” Raffaella Carrà. Luciano mi disse che a Radio Touring cercavano persone e che non sarei stata peggio di tanti altri. Quando mi presentai non avevo certo l’idea che avrei fatto questo lavoro per sempre. Cominciai d’estate, di nascosto da mio padre che già ce l’aveva con me per la bocciatura, poi mano mano sono andata avanti, cambiando radio dopo tre mesi. Fare la conduttrice mi divertiva, e continua a divertirmi, anche se la dimensione locale è molto diversa da quella nazionale. Lì bisogna fare tutto, dal tecnico al regista, mettere la musica...

Già da ragazzina eri consapevole delle tue scelte? E’ stato tutto istintivo. A casa, da che ho memoria, la radio è sempre stata accesa. Evidentemente, poi, avevo lo spettacolo dentro, nel senso che ero un’egocentrica. Solo gli egocentrici, infatti, possono fare questo lavoro! Mi sono trasferita a Roma, nel 1989, con l’idea di iscrivermi a Sociologia, unica facoltà che ai tempi non c’era a Messina. Mio padre mi aveva dato un anno di tempo per avere una bella media, altrimenti sarei dovuta tornare a casa. Proprio quell’anno, però, ci fu l’occupazione, a cui partecipai anch’io. Era la scusa che, se non studiavo, non era colpa mia. Contemporaneamente, per avere dei soldi miei, iniziai a lavorare a Radio Luna. Perché sgobbare sui libri, quando si poteva guadagnare senza studiare e, per di più, divertendosi? Pensiero idiota che non rifarei, ma che allora ho fatto. Quali sono, secondo te, le doti di un bravo conduttore radiofonico? La spontaneità, prima di tutto. Dote abbastanza rara, probabilmente perché si tende a uniformare il modo di trasmettere con l’impostazione. L’inclinazione della voce o il modo di parlare sono fondamentali e, naturalmente, saper ascoltare e parlare. E’ un lavoro che si fa ventiquattr’ore su ventiquattro. Bisogna prestare attenzione a quello di cui la gente parla, a cosa succede in giro. Il rischio, altrimenti, è di andare in radio e di parlare del proprio mondo, che comunque è a sé, estraniandosi totalmente e non utilizzando la stessa lingua degli ascoltatori. Quello che serve alla gente è sapere che dall’altra parte c’è chi ha i loro stessi problemi. In piena era tecnologica e multimediale, quale pensi che sia il futuro della radio? Non lo so e, quasi quasi, non lo vorrei neanche sapere. Ascoltare la radio dal web può essere utile, anche perché è meno disturbata. Ma mi rifiuto di pensare che qualunque tipo di radio possa correre esclusivamente sul web. Sono poco allineata con le nuove tecnologie, mi considero una donna molto antica e antiquata. A casa non ho alcuna radio digitale, preferisco quelle con le manopole.

MARY CACCIOLA 42

Vivi in un mondo dominato dalle voci. Dovendo dare una priorità ai sensi, ce n’è uno che è più importante degli altri? L’olfatto. E’ il senso che mi fa scattare la memoria. Ricordo l’odore di un certo tipo di sugo a casa di mia nonna, o di quando bambina, entrando in ascensore, riconoscevo il passaggio di mio padre. L’odore della pelle è importantissimo. Anni fa ho fatto un corso di degustazione di vini molto “base” che, oltre ad avermi divertito moltissimo, mi ha fatto riscoprire una serie di odori e gusti che probabilmente avevo messo da parte. Mi piace il buon mangiare e il buon bere. Prima avevo la passione per i cocktail, poi, ho scoperto vini e birre. Sono molto curiosa e per principio devo sempre provare. Da golosa, quale sei, ti piace anche cucinare? Sì, se si fa con serenità e non per obbligo. Anche se devo mangiare da sola, certe volte, apro una bottiglia di vino, metto un sottofondo musicale e mi preparo qualcosa di buono. Non ho mai fatto un corso di cucina, molte ricette le lo viste fare a mia madre. Altre, invece, le invento. Qualche giorno fa vedendo, per caso, una trasmissione del Gambero Rosso ho scoperto che il pollo alla birra si prepara in maniera completamente diversa dalla mia versione. Faccio abbrustolire le fette di cipolla, possibilmente rossa, aggiungo le cosce di pollo e le faccio stufare nella birra, che continuo ad aggiungere durante la cottura. La cipolla diventa una specie di cremina e il pollo si cuoce rimanendo tenero e per niente grasso. Venticinque minuti in tutto.


Foto: Isabella Marini, Andrea Lucatello e Mary Cacciola


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani

Luogo: Milano

Foto: Amedeo Novelli

Web: www.teatrodellemoire.it

L’ARTE TEATRALE: UNA QUESTIONE DI INGEGNO, PASSIONE, TENACIA E CREATIVITÀ Avere un sogno, una passione e mettere tutti se stessi nel tentativo di far sì che non rimanga tale ma che si concretizzi e diventi realtà nonostante tutto e tutti. Difficile? Si. Impossibile? No! Dopo aver incontrato Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani, fondatori del Teatro delle Moire di Milano, ho pensato che la loro storia più che essere riportata attraverso un’intervista, meritasse di essere raccontata perché l’avventura nella quale si sono cimentati possa diventare uno stimolo per altri giovani che hanno tanta voglia di fare, buone idee ma pochissimi mezzi. Alessandra e Attilio si incontrano circa vent’anni fa seguendo un corso per attori. Dopo alcuni anni fondano insieme ad altri allievi l’associazione Metropolis, nell’ambito della quale condividono una serie di esperienze formative e spettacolari. Lei, donna assolutamente vulcanica e determinata a coltivare il suo animo artistico nonostante la provenienza da una famiglia di stampo tradizionalista, e lui, giovane studente di economia con la passione per il cinema e la cultura pop, decidono di unire le loro forze e, insieme ad un terzo elemento, fondano l’associazione Teatro delle Moire. Proprio le figure mitologiche delle tre Parche, le tre donne che tessono e filano il destino di ogni essere vivente, diventano il nome simbolo adottato per indicare quella loro situazione precaria, quel senso che tutto è appunto come sospeso ad un filo. L’inizio è sempre difficile e complicato, non ci sono soldi, non una sede in cui provare ed esibirsi e allora, come fare? Idea!! Con le poche lire che hanno in tasca pensano ad un piccolo festival che chiamano Danae. Con intuito Alessandra ed Attilio fanno diventare quei limiti strutturali iniziali i loro veri punti di forza e così, se non c’è una sede, perché non rendere gli stessi spazi urbani, la stessa città di Milano, il palcoscenico su cui esibirsi? Danae è un “fuori luogo” anche per la sua natura irriverente, un festival che sonda tutti i possibili linguaggi artistici, dal teatro alla danza, alla

performing art. In questo mondo aperto a tutte le forme d’espressione non ci sono limiti, le barriere e le restrizioni del sistema diventano il punto su cui fare forza per dare voce e spazio a chi non ne ha. Da qui la volontà di dare ampio spazio alle donne, a quell’universo che fa e crea senza sosta ma che ancora soggiace all’imperare maschile. La parola chiave è APERTURA, sia fisica che mentale. Tendenzialmente il formato scelto per gli spettacoli è breve, un formato che spinge l’esibizione ai confini con la performance, un lavoro che focalizza al massimo l’attenzione sulla drammaturgia del corpo. I contenuti, nel loro originarsi, prendono vita e forma sagomandosi sulla natura ed essenza del luogo performativo. I personaggi disneyani escono dal mondo fantastico di Attilio, da quel non luogo mentale che ogni bambino costruisce intorno a sé e che popola gli spazi più intimi e segreti di ognuno di noi. La natura ludica e trasognata di queste insolite maschere si pone in funzione non solo della ricerca di un nuovo linguaggio ma anche dell’indagine dell’immagine prototipo della cultura del nuovo millennio pop-trash, un lavoro che ci mostra non lo stereotipo o la riproposizione pedissequa dell’icona-personaggio, ma una dimensione nuova, surreale e grottesca che ci porta anche all’interno di una riflessione sulle identità. Un lavoro di ricerca ed indagine, un continuo work in progress, un fare teatro dissacrando i polverosi concetti e le eterne costanti che pesano come un macigno e che sembrano essere un tutt’uno con questo nostro vecchio e stanco sistema. Per fare tutto questo servono però soldi, finanziamenti, perché, ahimè, avere solo buone idee non è sufficiente. Alessandra ed Attilio cercano dei fondi, all’inizio in qualche modo si fa, si cerca di far bastare quel poco che si ha, ma poi, come proseguire? Bel problema. Ottengono sponsorizzazioni dal comune e dalla provincia di Milano, ma la burocrazia è lenta, troppo lenta rispetto alle esigenze e alle scadenze che incombono. Ci sono le banche che ti possono aiutare, giusto? Mai pensiero fu tanto sbagliato!! In questa giungla intricata alla

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fine trovano però un buon alleato, la Banca Etica, che accoglie le loro richieste e anticipa loro i soldi per poter realizzare il festival. Tra momenti alterni, attimi di gioia e creatività e altri di preoccupazione e tensione, Alessandra ed Attilio tengono duro e crescono di anno in anno. Danae inizia ad ospitare anche compagnie provenienti da tutta Europa, a partire dal 2001 con il gruppo Conservas e con Sol Picó. Tra i tratti distintivi del teatro vi è sicuramente il fatto di essere un luogo delle relazioni, come dice Alessandra “il teatro è una questione di persone”, uno spazio aperto allo scambio di idee, di opinioni, un fertile terreno da cui possano nascere spunti, riflessioni, nuovi sguardi sul mondo. Nel frattempo passano dieci anni e, dopo tanta fatica e dopo tante avventure, il Teatro delle Moire trova casa, un laboratorio fisso in cui potersi esibire e ospitare attori ed artisti, uno spazio chiamato LachesiLab. Un luogo che da subito mostra il suo volto divertente e divertito accogliendoti con un grande murales realizzato dal famoso writer Bros che ha gentilmente omaggiato questo spazio con una sua opera, uno spazio animato dalla gentile presenza del gruppo che con il tempo ha accresciuto questa aggregazione di persone che insieme lavorano ad un progetto comune. Il Teatro delle Moire non cessa mai di essere fedele alla sua apertura originaria ed originale e si è dato un respiro ancora più ampio con Ares, un progetto di produzione e residenza creativa nato in collaborazione con le compagnie Giorgia Maretta e Espz. Il Teatro delle Moire è alla continua ricerca di stimoli e di idee, un laboratorio di puro fermento creativo. Ancora va ricercata una certa stabilità economica, quel minimo che rispetti la dignità di ognuno e successivamente, passo sentito come assolutamente necessario, varcare i confini dell’Italia, perché se i suoi abitanti sono in fermento non lo sono di certo le istituzioni. Sicuramente la tenacia e la bravura che contraddistingue Alessandra, Attilio e il gruppo che si è formato intorno a loro li porterà lontano e noi di Andy glielo auguriamo di cuore.


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Kristina Mravcova

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.myspace.com/mravec

ATTRICE CHE INDAGA IL SENSO DEL TEATRO IN UN GIOCO DI COLORI E IDENTITÀ UNA VOCAZIONE ALIMENTATA DA TALENTO E DEDIZIONE Il teatro come scelta non solo professionale, ma di vita, perché recitare è una vocazione che richiede non solo talento, ma una dedizione totale. Kristina è una giovane attrice dall’estro innato e con carattere da vendere, che dopo la formazione e l’avvio della sua professione a Bratislava ha scelto di venire in Italia e affrontare nuove sfide. Uno spirito irrequieto alla costante ricerca di sé, che persegue con grande coraggio e impegno l’affascinante avventura nel mondo della recitazione. Chi è Kristina? Sono assolutamente volubile ed è normale nella mia professione, sono esplosiva, energica, misteriosa, a volte simpatica. Amo rifugiarmi in casa per giorni, leggere e studiare; mi piace il gioco dei colori, la natura, la pioggia d’estate, l’odore del caffè. Sono una persona molto creativa ed è per questo che ho scelto il teatro, o forse è stato il teatro a scegliere me. Come è iniziata la tua avventura professionale nel mondo della recitazione? Quando frequentavo il liceo seguivo contemporaneamente i corsi della scuola artistica e la curiosità mi spinse a presentarmi ai corsi di recitazione dell’Accademia. All’epoca non avevo la minima idea che recitare potesse assommare così tanta fatica a premura, lo ritenevo più un gioco. Il teatro invece richiede un notevole impegno sia fisico che psichico, un lavoro che occupa ogni singolo momento della giornata perché il teatro è una vocazione che richiede un impegno completo. Che definizione daresti al teatro? Il teatro, da ogni artista vissuto individualmente, è un’eccezionalità dell’attività umana, il risultato del fare non meccanico. Vivere la recitazione essendo attrice consente di scoprire giorno dopo giorno la propria personalità attraverso lo studio dei personaggi. E’ importante sottolineare che cos’è l’arte drammatica, io come attrice rappresento un’opera teatrale attraverso la mia fantasia e nel portare sulla scena un personaggio gli do vita impiegando la mia persona. Tra il personaggio e l’attore c’è un interscambio, il risultato finale sarà frutto dell’incontro delle due diverse personalità. Quando mi appresto ad un nuovo lavoro, trascrivo inizialmente su

un foglio bianco gli aspetti positivi e negativi miei e del personaggio, il mio fare artistico parte dai punti in comune individuati con lo stesso.Questo è però solo un aspetto di un lavoro quotidiano costituito da faticose scoperte, un’incessante voglia di imparare, studiare e applicare.

culture credo sia importante che ognuno di noi impari ad apprendere e analizzare bene la propria, perché l’identità è l’elemento fondante su cui si regge il nostro essere.

Che rapporto hai con il pubblico?

Senza dubbio le opere classiche di Čechov. I suoi testi consentono all’attore di esprimere il proprio intero potenziale attraverso un gioco di continue emozioni. Čechov riesce a rivelare tutti gli aspetti di un personaggio mascherandoli, in una convivenza positiva e negativa senza però esprimere palesemente le motivazione esatte e profonde. L’aspetto anomalo è che solitamente scriveva commedie, tutti i registi però trasponevano le sue opere in tragedie. Nella tragicità dei personaggi nascondeva una vita interiore molto intensa, così comica e d’altronde così estremamente vera.

Il rapporto tra attore e pubblico è viscerale, come lo è tra attori e regista, in quanto nella sua stessa essenza il teatro è interazione psichica. Cerco di coinvolgere lo spettatore evidenziandogli non come si vive la vita, ma come si possono vivere le diverse situazioni della vita. Credo molto nel pubblico e nella sua intelligenza comprensiva. A Bratislava hai studiato recitazione seguendo il metodo Stanislavskij, quali sono le componenti su cui si fonda? Si impernia sull’approfondimento psicologico del personaggio e la ricerca delle affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore. Stanislavskij lavorava sulla fantasia, sull’osservazione, su quella che lui definiva la memoria emotiva ossia rivivere sentimenti già provati ma controllando le proprie di emozioni, con in mente “il sorriso attraverso le lacrime”. La mia recitazione ha come dottrina fondante questa metodologia accademica, anche se cerco di aggiungere sempre qualcosa di mio attraverso l’introspezione e lo studio laterale. Cosa significa per te recitare? Scoprire le mie più profonde introversioni attraverso le continue interpretazioni nei diversi ruoli assegnatimi. Cosa pensi del teatro contemporaneo? In Slovacchia vengono prodotte opere contemporanee definite cool-drama, drammi scritti da giovani a partire dagli anni Novanta, in cui si parla della cruda realtà. Personalmente amo le opere che affrontano il tema dell’identità, della memoria, del futuro. Attraverso le opere teatrali puoi decidere quali messaggi trasmettere alle generazioni future e aprirti alla percezione delle diversità culturali. Ma prima di conoscere le altre

KRISTINA MRAVCOVA 46

Qual è l’autore che più ti emoziona?

Come vivi i momenti che precedono un’esibizione teatrale? Vado in teatro sempre un’ora prima dello spettacolo al fine di concentrarmi al meglio su me stessa e sul personaggio. Ripeto tutti i movimenti e le parole e in questo sono riuscita a coinvolgere i miei compagni di scena. E’ una piccola palestra mentale basata su una rigida disciplina nei confronti di noi stessi e del pubblico. Oltre al teatro, quali sono i tuoi interessi? La mia dimensione ideale è la natura. Quando non recito trascorro ore e ore immersa nel verde, adoro circondarmi di fiori, mi da una sensazione di libertà. Amo preparare dolci, inventare, creare. Sin dall’infanzia sono stata spinta dalla voglia di scoprire e approfondire, proprio questo aspetto mi ha invogliata a visitare l’Italia e ad apprendere la lingua italiana . L’apertura e la conoscenza sono per me elementi imprescindibili che si affiancano però a un forte legame con le mie origini perché trovo sbagliato annullare ciò che si è, considero la crescita un processo di costruzione non di azzeramento.


Intervista: Stefania Bernardini

Soggetto: Salvatore Schipilliti

Luogo: Palmi (RC)

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.myspace.com/salvatoreschipilliti

LA MUSICA È IL MEZZO CHE HA SCELTO COME STRUMENTO DI COMUNICAZIONE ATTRAVERSO DI ESSA PORTA A CONOSCENZA DEGLI ALTRI LA SUA INTERIORITÀ Salvatore Schipilliti, un giovane musicista calabrese, già da bambino si accorge di quanto la musica ricopra un ruolo fondamentale per lui. Un ragazzo semplice ma con una grande passione e una immensa determinazione nel volere raggiungere la sua meta, una di quelle persone dalle quali c’è molto da imparare. Diplomato in contrabbasso al Conservatorio “Francesco Cilea” di Reggio Calabria e laureato in Discipline delle arti, musica e spettacolo, oggi, a ventisei anni, si è già esibito in numerosi concerti, ha vinto festival e collaborato con artisti di fama quali Annalisa Minetti, Sergio Caputo e Alex Baroni. Salvatore, come è iniziato il tuo viaggio nel mondo della musica? Quando hai iniziato ad avvicinarti a questo ambiente? In realtà io vengo da una famiglia di musicisti, sin da piccolo andando a casa di mio zio, Mastro Melo, ascoltavo i miei cugini più grandi suonare batteria e basso sotto la sua guida. Sono rimasto affascinato dall’emozione che i suoni mescolandosi fra loro creavano dentro di me, cosi iniziai a prendere alcune lezioni di basso elettrico da mio cugino, il M° Sasà Filippone, e da quel momento capii che la musica era la mia strada. Ascoltare l’armonia prodotta da uno strumento mi entusiasmava, mi ipnotizzava, ma quando ero io stesso a suonare le sensazioni andavano oltre. Potevo esprimere ciò che sentivo, liberarmi di ciò che avevo dentro, gioia o angoscia, allegria o inquietudine e donarlo a coloro che mi circondavano. La mia famiglia, il supporto di mia madre, gli incoraggiamenti di mio padre, il sostegno economico che non mi hanno mai fatto mancare, sono stati i fattori che mi hanno consentito di proseguire il mio percorso e continuare ad assecondare il mio amore per la musica. E’ a loro, infatti, che devo un ringraziamento speciale. La musica quindi è un modo per esprimere te stesso. Quali sono le tue sensazioni quando produci delle armonie? Dipende dalla situazione. Mentre suono lascio uscire quello che ho dentro, se sono felice, triste, turbato, e la mia musica varia a seconda del mio stato d’animo. In un certo senso mi descrive, mi rappresenta. A volte mi aiuta ad avvicinarmi agli altri. Per comunicare c’è chi è bravo con le parole, chi con un sorriso, chi con un gesto, e chi, come me, con una melodia.

Come persona come ti descriveresti? Non mi reputo un essere speciale, anzi, ho un carattere timido, un po’ introverso, umile. Mi piace stare con le persone, divertirmi, scherzare, però ho i miei tempi per dare confidenza. Sono riflessivo, quando conosco persone nuove le osservo, le studio prima di aprirmi del tutto. Oltre la musica, che è una passione, quali sono i tuoi hobby, cosa ti piace fare? Come la stragrande maggioranza dei ragazzi, il calcio è uno dei miei amori. Ma anche il cinema mi affascina e mi interessa, infatti uno dei miei progetti è quello di collaborare come musicista alla creazione di film. Ultimamente ho realizzato un disco di colonne sonore con la “Film sound Orchestra” ora attendo nuove proposte. Ecco, si, il cinema mi incuriosisce, mi suggestiona. Con i “The Ice” sono iniziati i primi concerti e i primi concorsi, cosa provavi mentre ti esibivi per la prima volta davanti a un pubblico. Si, l’emozione era molto forte unita a un po’ di paura. Pensavo, “e se non piace? E se si annoiano?” poi finita l’esibizione sentivo gli applausi e tutto passava. Quando sei su un palco è incredibile. Tutto dipende da te, tutti sono lì per te e quando vedi che sei riuscito a trasmettere qualcosa, che sei stato apprezzato la felicità ti riempie il cuore. Poi si può anche sbagliare, in quel caso è un’altra cosa. Io sono abbastanza scrupoloso perciò quando capita mi arrabbio moltissimo con me stesso. E’ come se non avessi mantenuto una promessa, quella di trasmettere qualcosa di bello. Hai collaborato con molte personalità importanti, cosa hai provato nel ricoprire ruoli di questo calibro? Essere scelto per accompagnare un artista famoso è sicuramente una soddisfazione. Non riuscivo a crederci e sono stato davvero contento di aver avuto questa opportunità. Sono persone che oltre alla bravura, hanno esperienza e la capacità di trascinarti, di trasmetterti quello che loro vogliono esprimere. Mi hanno insegnato molto, sia tecnicamente a essere più

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preciso che personalmente. Mi hanno reso più attento, più disponibile a comprendere come potermi avvicinare e affascinare il pubblico. Tu suoni musica pop, funk, rock, classica. Un musicista a tutto tondo. Quale di queste correnti ti rappresenta maggiormente o quale parte di te descrive ognuna di queste? Pop e funk sono i generi che faccio più di frequente. Il pop mi rende più preciso ed esprime la mia passionalità, mentre con il funk sono più naturale, per me è divertimento. Il rock è un modo per sfogarmi, scaricare le tensioni. La musica classica è fondamentale, mi fa pensare, riflettere, sognare. Mi piace suonare in un’orchestra ma non molto come solista perciò preferisco suonare insieme ad altri senza impormi. Quanto ti ha cambiato la musica? Pensi che saresti stato lo stesso se non avessi intrapreso questo percorso? Sinceramente non riesco a immaginarmi in un altro ambito. Per me la musica è tutto, è il mio mondo, il mio ambiente. Sono cresciuto con i suoni, il mio modo di comunicare è tramite la melodia. La musica mi ha reso più sensibile, più attento a ciò che mi circonda. Ogni attimo, ogni gesto, ogni elemento per me ha significato e mi regala qualcosa, un’emozione che poi posso tradurre in suoni per ricordarla o elaborarla. Quindi, per concludere, si dice che la musica sia l’arte di esprimere i propri sentimenti attraverso i suoni. Sei d’accordo con questa definizione? Si, assolutamente. Con la musica io mi presento, comunico, scherzo, trasmetto ciò che ho dentro, mi metto a nudo davanti a chi mi ascolta. La melodia che produco mi aiuta a capire meglio me stesso e a farmi comprendere dagli altri.


Nel prossimo numero di Andy protagonista sarà la parola creatività, la sua essenza e la sua definizione perchè la vera grande risorsa di una nazione sono le competenze, il talento. Jim Goodnight fondatore e capo di una delle più note società di software nel mondo, un giorno disse che il miglior investimento che avesse mai fatto e che le risorse critiche del suo successo erano le “persone”. “La competitività e la ricchezza di un paese dipendono sempre meno dalla presenza di grosse industrie nazionali, dall’accesso alle materie prime, o da enormi capacità produttive. Ciò che più conta, oggi, è il ruolo svolto dal talento e dalla creatività delle persone che in quel paese vivono e lavorano e da come le loro competenze ed energie vengono stimolate, coltivate e valorizzate”1.

La vitalità intellettuale è da intendersi come la “condicio sine qua non” per la ripresa e lo sviluppo economico del paese e affinchè ciò avvenga tre sono i fattori critici: Tecnologia, Talento e Tolleranza. “La creatività sconfigge razze, etnicità, età, preferenze sessuali e reddito. Non si può sapere dove nascerà il prossimo Andy Warhol, Thomas Edison, Giorgio Armani, o il prossimo Bill Gates. I creativi vengono dalla strada tanto quanto dalle università”2. 1 Irene Tinagli, Talento da svendere, Einaudi, Torino 2008. 2 Richard Florida, L’ascesa della nuova classe creativa, Mondadori, Milano 2003. Immagine: Banksy, Stop and search

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ANDY è un trimestrale (4 numeri + uno speciale all’anno), 52 pagine a colori con tiratura iniziale di 5000 copie, in distribuzione nazionale...

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