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Nadia Brodbeck

Passione e sensibilità al servizio dell’arte

Nicola Sergio

Pianista e compositore jazz di talento

Franca Formenti

Artista attenta all’identità postmoderna

Sebastiano Zanolli

Manager testimone di valori vincenti

Demetrio Naccari Carlizzi Avvocato appassionato di economia e storia

LUCIANO VANNI Editore romantico e visionario


ALDO

GIAN NICOLA LUCA

JOE

STEFANIA STÉPHANE MICHAEL YURIKO

SCENOGRAFIA

REGIAPIANO

BATTERIA

VOCE CONTRABBASSO SOPRANO SAX SOPRANO FLAUTO TRAVERSO

ZUCCO BECCARI SERGIO

QUITZKECAMPICELLI KERECKI ROSEN KIMURA

Cilea mon amour è un originale produzione musicale e culturale ideata e prodotta da Gianni Barone che propone una rilettura in chiave jazzistica dell’opera del compositore italiano Francesco Cilea (Palmi, 23 luglio 1866 – Varazze, 20 novembre 1950).

www.cileamonamour.com

info@cileamonamour.com

www.naurecords.com


05 EDITORIALE 06 CONTRIBUTI 07 PRIMO PIANO 08 RADIOGRAFIE CONTEMPORANEE di Giovanni Boccia Artieri

10 LUCIANO VANNI di Dejanira Bada

15 YAAKOV CHEFETZ

di Manuela De Leonardis

18 BEATRICE FEO FILANGERI di Domenico Cogliandro

20 GIUSEPPE OTTAVIANELLI di Stefania Bernardini

22 NADIA BRODBECK

di Adelaide Longhitano

24 DAVID CERNÝ

di Manuela De Leonardis

Andy Magazine via Enrico Stendhal, 49 - 20144 Milano andy@andymag.com tel. 02.899.26.328 Testata giornalistica registrata al Tribunale di Milano n° 550 del 11/12/2009 Iscrizione al Registro degli Operarori di Comunicazione n° 19071

Direttore editoriale Gianni Barone direzione@andymag.com Direttore responsabile Mario Idone mario.idone@andymag.com Coordinamento editoriale Paola Recagni paola.recagni@andymag.com Art director Stefano Ciannamea stefano.ciannamea@andymag.com Progetto grafico Pulp Studio www.pulpstudio.info Eventi e progetti speciali Alessandra Ambra alessandra.ambra@andymag.com Marketing manager Renato Ravenda renato.ravenda@andymag.com Diffusione Stefania Bernardini e Raffaella Scarpitta diffusione@andymag.com

27 IMMAGINARI TECNOLOGICI

Ufficio legale Avv. Vincenzo Raschellà legale@andymag.com

28 FRANCA FORMENTI

Hanno collaborato: Giovanni Boccia Artieri, Dejanira Bada, Antonio Belvedere, Stefania Bernardini, Domenico Cogliandro, Biagio D’Alessandro, Manuela De Leonardis, Marco De Paolis, Adelaide Longhitano, Isabella Marchiolo, Margherita Mazzenga, Romina Moranelli, Amedeo Novelli, Daniele Papuli, Renato Ravenda, Raffaella Scarpitta, Mario Virga

di Antonio Caronia di Paola Recagni

31 PORTFOLIO

di Maarten Kolk

38 COMICS

di Romina Moranelli

40 DIREZIONE OBBLIGATORIA di Paola Recagni

41 NICOLA SERGIO

di Raffaella Scarpitta

Pubblicità Paolo Bragagnolo paolo.bragagnolo@andymag.com mobile: 333.67.03.710 Editore STENDHAL 49 via Enrico Stendhal 49 20144 Milano stendhal49@gmail.com P.I. 06773130965 C.F. 97537500155

44 ANDREA BUFFA

Stampa Arti Poligrafiche Varamo via Scesa Fontana, 17 - 89024 Polistena (Rc)

46 SEBASTIANO ZANOLLI

www.andymag.com

di Dejanira Bada

di Isabella Marchiolo

48 DEMETRIO NACCARI CARLIZZI di Dejanira Bada

50 GLOW SWANSON di Paola Recagni

52 ROBERTO DEL BALZO di Margherita Mazzenga

54 MY LIST

di Gianni Barone

Cover Luciano Vanni foto di Ernesto Tedeschi Crediti per Glow Swansonn grazie a Martina e Arianna del Sex Sade di Milano www.sex-sade.it, per Sebastiano Zanolli si ringrazia per i pendenti www.animadoppia.com © 2010 – Stendhal 49 – Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte dei contenuti di questo magazine può essere riprodotta con mezzi digitali, grafici o meccanici senza l’autorizzazione scritta dell’editore. Qualsiasi tipo di violazione sarà perseguita a norma di legge.


EDITORIALE DI MARIO IDONE

QUAL È LO SPIRITO DEL NOSTRO TEMPO? LO SGUARDO E LA CURIOSITÀ DI ANDY SONO ALLA SUA RICERCA…

SCOPERTA - CURIOSITÀ. Il binomio inscindibile, l’assioma su cui si fonda ogni conoscenza. La leggendaria figura di Ulisse, in ogni sua più svariata interpretazione letteraria, ne è la testimonianza più viva. Parola d’ordine e di presentazione di questo numero è, dunque, Curiosità. Quel desiderio irrefrenabile di indagare e capire, di carpire, dalla complessa realtà che ci circonda, il segreto creativo e stravagante, con cui, direttamente o indirettamente, veniamo a contatto. Ed è proprio in quest’ottica che Andy non smette mai di cercare e di chiedersi quale direzione stia prendendo il nostro tempo; la sua avidità intellettuale sonda tra le pieghe degli eventi, alla ricerca di chi e cosa orienta quel timone che detta il nostro specifico spirito del tempo. Lo Zeitgeist appunto, quest’espressione incisiva quanto efficace, che tanto la filosofia otto - novecentesca ha utilizzato per indicare quelle influenze di pensiero che determinano e guidano una tendenza culturale. Dovremmo quindi, sull’onda dello spirito di questo tempo, pensare che nell’era dell’hi-tech un Ipod ci seppellirà? Ed a tal proposito, Andy si è rivolto ad uno dei sociologi più autorevoli nel panorama attuale, il professor Giovanni Boccia Artieri che, nella rubrica Radiografie Contemporanee, affronta il tema dell’identità legato all’uso di tecnologie e social network. Se oggi è la tecnologia a farla da padrone, esistono però anche altre tendenze e influenze, che caratterizzano sempre più lo spirito del nostro tempo, il cibo ad esempio. Mai come oggi si è parlato con più insistenza del tema alimentare: in televisione e sui giornali impazzano rubriche di cucina e consigli su come mangiare sano e leggero, le figure dei grandi chef sono sempre più assimilate a quelle di star. Avete mai riflettuto sul fatto che l’icona dello stilista e il glamour legato al mondo del fashion si stanno sempre più spostando nell’ambito dell’alta cucina? Andy lo ha fatto e ha interpellato una delle nostre menti più fini e intellettualmente valide, Antonio Caronia che, a partire dalla tematica del rapporto cibo - arte, inaugura una nuova rubrica, Immaginari tecnologici. Nel panorama artistico attuale c’è chi ha fatto di questo argomento l’oggetto della sua indagine e, tra questi, Andy ha incontrato Franca Formenti, una delle artiste più dirompenti e irriverenti che, con estrema intelligenza, affronta, in varie performance, il significato del cibo nella nostra società. Tra le novità introdotte in questo numero, troverete poi la presenza di un fumetto appositamente commissionato da Andy e che, di volta in volta, sarà affidato alla matita di giovani disegnatori. La copertina è dedicata all’editore Luciano Vanni, un uomo che con tenacia e coraggio ha perseguito e realizzato i suoi obiettivi, continuando ad ideare e creare nuove visioni sul futuro. Un terzo numero di Andy che, dal mondo dell’arte a quello della scienza, crea spazio alle voci protagoniste, quelle figure che con il loro ingegno e talento rendono per l’appunto unico lo spirito del nostro tempo. Buona lettura!


contributi

ISABELLA MARCHIOLO

Giornalista professionista. Ha pubblicato il saggio Schermi dell’Utopia – glossario dei calabresi nel cinema, e per la narrativa l’antologia di racconti Comuni Immortali e il romanzo Un giorno come lei. Un suo racconto è nell’antologia Frammenti di cose volgari. Racconti e idee sono sul suo blog http://sparladeipescicani.blogspot.com

ADELAIDE LONGHITANO

MAARTEN KOLK

Architetto catanese, lavora e studia nell’ambito delle “forme che comunicano”, siano esse tettoniche o sensoriali. Per lei le materie, attraverso l’ombra/luce, devono emozionare con ritmo incalzante. È alla continua ricerca del particolare… perché Dio sta nel dettaglio.

Designer olandese nato nel 1980 a Wijhe. Si è laureato presso la Design Academy di Eindhoven. Ha progettato per la Zuiderzee Museum e l’Audax Textile Museum di Eindhoven, la Sotheby di Londra e Pierre Bergè & Associès di Bruxelles. Da un anno si occupa di interior e product design con il designer Guus Kusters.

DEJANIRA BADA

AMEDEO NOVELLI

Classe 1984, è nata a Jesi (AN). Vive a Milano da sempre e si crede una giornalista e una critica musicale. La musica (rock, alternative, hard, grunge, indie ecc.) le ha salvato la vita più volte e potrebbe benissimo vivere senza ossigeno ma non senza i suoi album preferiti a farle da perenne colonna sonora della sua esistenza, il tutto possibilmente sparato ai massimi volumi nelle orecchie.

Nato a Genova nel 1970. Amedeo Francesco Novelli si occupa di giornalismo e fotografia dal 1993. Attualmente è direttore responsabile di Witness Journal, il primo mensile di fotogiornalismo. Oltre che nell’ambito del reportage, opera anche nella fotografia commerciale attraverso l’agenzia FotoUp Agency di cui è uno dei fondatori. www.fotoup.net - www.witnessjournal.net

ANTONIO CARONIA

MANUELA DE LEONARDIS

Docente di Sociologia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera e di Estetica e Antropologia alla NABA. È Director of Studies del M-Node del Planetari Collegium di Plymouth. Collabora a L’Unità e traduce narrativa e saggistica. È autore di vari testi tra cui Il cyborg, Il corpo virtuale, Universi quasi paralleli, Un’ambigua utopia: fantascienza, ribellione e radicalità negli anni ’70.

Manuela De Leonardis nasce a Roma nel 1966. Nel ‘91 si laurea all’Università La Sapienza in storia dell’arte moderna. Dal 1997 al 2004 collabora con la Fototeca Nazionale/ICCD occupandosi di ricerca e catalogazione di fondi fotografici storici. Curatrice, critico e giornalista scrive anche per Il Manifesto, Exibart, CultFrame e Art a part of Cul(ure).

ANTONIO BELVEDERE

MARCO DE PAOLIS

Nato nel 1968 in Calabria. Negli anni Settanta già iscritto alla disoccupazione. Formatosi in giro per l’Europa tra cucine, chef e camere oscure. La sua curiosità contribuisce nell’intenzione di raccontare la verità oltre l’evidenza. La fotografia è il mezzo scelto per confrontarsi con gli altri. La sua terra è un teatro che aspetta, l’arte per lui è azione. È assolutamente convinto che la “cultura” appartiene al popolo nel senso letterale del termine. Gli intellettuali gli debbono ancora pagare le fotografie.

Nato in Veneto da madre Belga e padre pugliese. Trascorre l’infanzia tra il Sud ed il Nord Italia. Conosce il pianoforte all’età di 4 anni mentre già a 6 usa una fotocamera. Pratica Wu-Shu dal 2003. È attratto dal muto linguaggio del corpo. Odia il tempo e i vizi. Ama l’anomalia, il silenzio e la famiglia. Vive legalmente di fotografia dal 2006.

BIAGIO D’ALESSANDRO

RAFFAELLA SCARPITTA

DANIELE PAPULI

MARGHERITA MAZZENGA

DOMENICO COGLIANDRO

MARIO VIRGA

STEFANIA BERNARDINI

RENATO RAVENDA

GIORGIO RIZZO

ROMINA MORANELLI

Da piccola cresce nutrita dalla cucina della sua mamma e dalla danza classica. È grazie a questa arte che impara come il bello sia nella perfezione e l’eleganza nella semplicità. Dopo un amore non corrisposto per il guerriero Ken Shiro, noto personaggio di un manga giapponese, si dedica alla musica, al cinema e ai libri. Vive e studia a Milano, ma, appena può, va in giro per il mondo a curiosare.

Dopo essersi diplomato in scultura, per evitare di trovare una mansione stabile e sicura, si iscrive all’Accademia di Belle Arti laureandosi in Pittura. Nutre un’ insana passione per il disegno, lavora come illustratore e attualmente è impegnato ad attrarre il maggior numero di occhi possibili su quanto produce.

Nata nell’ ottobre 1967 dopo un travagliato parto podalico. È lunatica, evanescente e quasi “aleatoria”, insomma un segno d’aria (bilancia), ma si piace così. E’ architetto con la passione per gli animali. Adora i gatti. Ama la Sicilia dove un giorno andrà a vivere... magari sullo Stretto!

Nato in Puglia e milanese d’adozione. La materia esclusiva del suo linguaggio artistico è la carta. Il rapporto inedito con questa materia lo ha portato a continue interconnessioni, dalla scultura al design, dal food-packaging ad impianti scenografici e libri d’arte.

Nato nel 1966. Fotografo umanista, la sua ricerca indaga la vita, la cultura e le tradizioni siciliane. Dal 1995 si occupa di fotografia anche per l’industria e la pubblicità. Dal 2007 collabora tra gli altri anche con la casa editrice Biblioteca del Cenide. Le sue foto sono state pubblicate su quotidiani e settimanali, sia nazionali che esteri (Oggi, Gente, L`Espresso, Panorama, Epoca, Il Venerdì di Repubblica, Figaro magazine, Presse All, Stern Gruner).

Nato nel 1963, è architetto ossessivo compulsivo, laico e situazionista, culturalmente instabile e politicamente labile. Socio ADI dal 2003, è advisor per il Design Index. Editor di Biblioteca del Cenide e del Laboratorio Woz. Ritiene che ogni dieci anni bisognerebbe cambiare città, lavoro, amicizie, panorami e prospettive.

Esperto di marketing e comunicazione. Onnivoro, eclettico, affamato. Le opere di Giancarlo Livraghi ed Emile Cioran sono l’unico punto fermo della sua vita. A cosa non rinuncerebbe mai? Alla pratica delle arti marziali e alla sua passione prima, la fotografia.

Laureanda in Teorie e tecniche della comunicazione mediale. Di lei dice: “Io sono il rosso. Energia, creatività, pazzia, passionalità”. Sempre in viaggio alla ricerca della stupefacente arte dell’imperfezione. Per lei la vita è spettacolo, luce, allegria. I desideri alimentano la quotidianità. I sogni esistono per essere realizzati. Osserva il mondo e non smette mai di stupirsi di questo incanto.

Segni particolari: catanese. Inizia la sua carriera di grafico e fotografo nella modaiola Milano da bere nell’ormai lontano ’94. Dopo svariati set e innumerevoli aperitivi opta per la dolce vita e si trasferisce a Roma dove inizia la sua carriera di percussionista. I ritmi cubano e del Sud entrano nel suo sangue e da allora non lo hanno più abbandonato.

Fumettista. Nata a Napoli nel 1981, vive in provincia di Salerno. La passione per il disegno l’accompagna fin da bambina, ma solo molto più tardi capisce di non potere fare altro che disegnare. Attualmente lavora su un volume che sarà pubblicato in Francia.

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DANIELE PAPULI PAPER THINKS giacca, camicia e accessori

Genere: Design Materiale: Cartoncino, carte vellutate e leggere Dimensioni: Variabili Anno: 2006 Provenienza: collezione Lema

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RADIOGRAFIE CONTEMPORANEE

L’identità connessa all’epoca dei social network di Giovanni Boccia Artieri Costruiamo sempre di più la nostra identità in equilibrio problematico fra attività off line e attività on line. E non si tratta, si badi, di due identità diverse da rendere più o meno compatibili ma di un unico flusso di rapporti, conversazioni, modi di consumare, modi di informarsi, pratiche di intrattenimento etc. che trovano nei risvolti del web social la maniera per essere connessi. Prendiamo un sito di social network come Facebook che in Italia coinvolge 13 milioni e mezzo di persone e che ha avuto una crescita esponenziale negli ultimi anni (nel 2008 del +135%). La maggior parte dei profili presenti non gioca celando la propria identità ma, piuttosto, rendendola manifesta: in Rete sono presente con il mio nome, i miei gusti, le mie relazioni e lì le consolido e le sviluppo. Il 70.5% si iscrive per rimanere in contatto con i propri amici, il 57.8% per ricostruire rapporti con quelli vecchi, e solo il 19.4% cerca nuove amicizie (dati Censis 2009). Le attività principali sono la lettura delle bacheche degli amici e l’invio dei messaggi personali. Il 54% partecipa a gruppi con interessi diversi, spesso portando la propria esperienza di Rete fuori, ad esempio organizzando incontri, manifestazioni, etc. e se solo usciamo dai nostri confini e pensiamo alla green revolution iraniana attraverso Twitter, possiamo capire la portata di realtà di questi mezzi. Quello che si sta creando è un contesto nuovo di relazioni tra ciò che è pubblico e ciò che è privato nella costruzione della nostra identità. Per tale motivo il tema della privacy diventa così centrale e solleva preoccupazioni sia tra gli individui che nei governi. Ma il punto è che ci troviamo di fronte ad una mutazione in atto: i più giovani vivono questi spazi sociali come nuovi spazi di intimità in pubblico. Come scrive Danah Boyd, studiosa di social network e oggi ricercatrice Microsoft, “rispetto agli adulti, che possono contare sulla casa come spazio privato in cui è vietato l’accesso a chi è indesiderato, i più giovani non hanno un vero controllo su chi viene e chi va, anche dalla loro

cameretta”. Questi nuovi spazi-cameretta vengono così percepiti per essere molto più privati di quanto siano in realtà. E questa tendenza originariamente adolescenziale di un nuovo privato in pubblico, che ha forgiato per prima molti social network, da MySpace a Badoo allo stesso Facebook, diventa sempre più riscontrabile oggi anche in strati allargati della popolazione. L’ingresso della classe media digitale in Rete, l’ascesa di quella cyberborghesia che sta mainstreamizzando gli spazi del web, rende sempre più percepibile e concreto questo stato delle cose nella costruzione della nostra identità quotidiana. Il rischio, allora, è quello di non avere ben compreso come gestire il livello della sovraesposizione che produciamo nei blog e nei siti di social network, creando contenuti intimi in pubblico (foto, video, scritti, conversazioni…) che producono la nostra reputazione pubblica. Quello che da studenti carichiamo sul nostro profilo Facebook o su MySpace come verrà interpretato quando, domani, un potenziale datore di lavoro cercherà la nostra identità in rete? Non si tratta solo di speculazione, già oggi gli uffici del personale fanno controllo on line dei curricula che ricevono. E la risposta non sta semplicemente nell’entrare in questi ambienti nascondendosi dietro a nick name o cercare nel tempo di cancellare le proprie tracce: abitare la Rete, come abbiamo visto, significa per la maggior parte delle persone entrare con la propria identità, non costruirne un’altra; molti dei contenuti generati su di noi, poi, richiamano la responsabilità di altri (pensate a quando si viene taggati in una foto). La nostra identità è sempre più un prodotto visibile delle nostre connessioni e delle nostre produzioni. Acquisire la consapevolezza del fatto che abitiamo una realtà (unica) costituita da spazi materiali e spazi immateriali allo stesso tempo è il primo passo. Il secondo è appropriarci dei linguaggi a disposizione che rendono visibile e concreta la costruzione della nostra identità giorno per giorno, in modo immediato. Le nostre scatole dei ricordi, i piccoli e grandi passi con i quali costruiamo “chi siamo”, non saranno, come per i nostri padri, chiuse in cassetti domestici sotto forma di album di foto, lettere d’amore, ritagli di giornale da mostrare ai nipoti, ma visibili, permanenti e ricercabili in tempo reale. A portata di motore di ricerca.


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Giovanni Boccia Artieri Docente di Sociologia dei new media all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e vicedirettore del LaRiCA (Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione Avanzata) presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione. È presidente del corso di laurea in Scienze della Comunicazione e coordinatore del Dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. È membro dal 2007 del direttivo dell’Associazione Italiana di Sociologia. Si occupa della relazione tra media, identità e società; dei linguaggi e delle forme espressive della modernità compiuta; delle culture partecipative dei/nei media; di pratiche e linguaggi nei siti di social network. Il suo blog: http://mediamondo.wordpress.com


LUCIANO VANNI Intervista: Dejanira Bada Soggetto: Luciano Vanni Luogo: Collescipoli(TR)

Foto: Ernesto Tedeschi

Web: www.vannieditore.it

Editore romantico e visionario, ideatore delle riviste Jazzit e Turismo culturale. Passione e tenacia di un uomo che ha saputo tramutare in realtà i propri sogni Una vita intera dedita alle sue passioni più grandi, la musica e la letteratura, che sono confluite nella fondazione della Vanni Editore; un neoromantico generoso, avventuriero, artigiano e profondamente innamorato del proprio lavoro, come lui stesso ha desiderato definirsi. Stiamo parlando di Luciano Vanni, nato nella Toscana più robustamente anarchica e popolare, sguaiata e provocatoria, ma profondamente generosa (parole sue!).

allestimenti d’arte e ottenere un importante incarico di responsabilità per conto della New York University. Il sottoscritto, dopo gli studi liceali, ho studiato Scienze Politiche a Firenze. Per quanto concerne la mia adolescenza mi ricordano come un ragazzino vispo ma impenitente, brillante e ipercinetico. Un disastro in tutte quelle attività che necessitavano il rispetto di regole. Per mia madre, sotto questo aspetto, sono stato un incubo, così come tutt’oggi lo sono per mia moglie.

Partiamo dalle origini. Ci puoi fornire un primo profilo biografico?

Una famiglia decisamene unita e importante per la tua maturazione umana..

Ho bisnonni anarchici bakuniani, il nonno materno operaio e partigiano, medaglia d’oro alla resistenza nazi-fascista, e il nonno paterno muratore anticonformista. Mia nonna materna, poi, è stata una figura straordinaria, una donna d’altri tempi: in una piccola città di provincia, Piombino, negli anni Cinquanta, senza risorse economiche e senza istruzione accademica, aprì una galleria d’arte entrando in rapporto con autori come Giorgio De Chirico, Giuseppe Capogrossi, Salvatore Fiume, Mario Schifano e altri ancora. Mio padre è un chimico industriale che ha sempre lavorato nel mondo dell’acciaio, un uomo dal grande ingegno e dalla persistente vitalità e inventiva. Mia madre è tutt’oggi una superba cuoca e una splendida casalinga che ha sempre avuto cura della famiglia, di me e dei miei due fratelli, Francesco e Antonio. In casa ha sempre dominato serenità, affetto e vero amore, e abbiamo viaggiato in lungo e largo per l’Italia in funzione degli spostamenti lavorativi di mio padre.

Assolutamente si. Oggi, peraltro, tutta la famiglia è socia con pari grado nella Vanni Editore Srl. Ricordo che quando la società è stata fondata davanti ad un notaio è stata una gran bella festa per tutti, è stato come se un sogno si materializzasse davanti ai miei occhi: significò coinvolgere un intero nucleo familiare all’interno di una vicenda che fino ad allora avevo condotto quasi “clandestinamente” e in privato. La forza e l’unione familiare è stata sempre un punto fermo su cui ho fondato la mia personalità e i miei successi, o insuccessi, professionali. Devo molto anche alla mia splendida moglie, Chiara, che condivide quotidianamente con me vita ed esperienza professionale, validissima editor delle nostre produzioni editoriali. Mi sento di esser stato fortunato nella vita.

Che tipo di formazione hai avuto? Ciò che ha caratterizzato sempre la mia famiglia è stato il riconoscimento che mio padre e mia madre hanno dato alle diversità caratteriali dei loro figli. Siamo stati costantemente spronati a far meglio ciò che nel più profondo sentivamo di voler fare; e così mio fratello maggiore, Francesco, ha studiato ingegneria diventando un validissimo amministratore e manager dell’azienda siderurgica di famiglia; mio fratello più piccolo, Antonio, ha invece studiato lettere e si è specializzato nell’arte, meritando un lavoro alla Galleria degli Uffizi di Firenze per poi fondare una società di servizi per

A cosa fai riferimento, nello specifico, quando parli di fortuna? La mia è stata quella di esser nato in una famiglia che ha fornito incessantemente stimoli culturali e che ha letto sempre molto, dai quotidiani alla letteratura, classica e contemporanea; sono nato in una casa piena di quadri e mobili d’antiquariato, circondato di belle cose. Abbiamo sempre discusso quotidianamente di tutto: se mio padre ha portato a tavola le sue passioni per la chimica e la scienza, e mia madre l’interesse verso la politica, l’enogastronomia e la letteratura, mio fratello maggiore ha da sempre amato la fotografia, la meccanica e l’architettura mentre il piccolo dei fratelli è stato sempre travolto dalla passione per la musica, la filosofia e l’arte. Questa varietà di stimoli culturali, oggi, sono la cifra identitaria della Vanni Editore, la nostra più grande ricchezza. Non posso poi

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non ricordare dell’importanza che ha rivestito mio fratello Antonio nel mio processo di maturazione: due caratteri completamente diversi, lui più riflessivo e io più istintivo, che hanno sempre dialogato e che hanno lavorato sempre l’uno a fianco dell’altro. Ed ora che condivido con mia moglie molte delle scelte operative, tutto mi sembra meno insormontabile. Da dove nasce la tua passione per la lettura e per la musica? Questo desiderio feroce viene da lontano, dai primi giorni di vita. Leggere e ascoltare musica è stata, per certi versi, la mia salvezza perché fin dall’età di quattro anni ho avuto grossi problemi di salute in quanto asmatico. Il non poter correre e giocare con i coetanei, e il non poter condurre una vita regolare, mi ha portato a costruirmi un universo parallelo fatto di musica e di carta. Grazie ai miei genitori fui avviato allo studio del pianoforte e per me fu una rivelazione, anche se i miei studi furono privati e non accademici. Son partito dalla musica classica e sinfonica per poi giungere al rock e al blues ai tempi liceali, e infine compiere un balzo nel jazz agli inizi dei miei studi universitari. Ho recentemente organizzato la mia collezione privata di cd, dvd, vinile e libri e per non far torto a nessuno ho pensato di collocare ciascun supporto seguendo un rigorosissimo ordine alfabetico senza barriere stilistiche: e così, a poca distanza, si ritrovano J.S.Bach, B.B.King, Count Basie, Beatles, L.V.Beethoven, Bix Beiderbecke, Hector Berlioz, Chuck Berry, Jeff Bucley, Buffalo Springfield, etc … Hai fatto una stima di quanti cd, dvd, vinile e libri musicali possiedi? Circa diecimila. Cosa significa, per te, l’esperienza dell’ascolto musicale? L’ho sentita, più che ascoltata. A parte gli scherzi, per quanto mi riguarda è sempre stata una cosa seria, intima e profonda. Mi trasformava e mi migliorava, mi commuoveva e mi faceva pensare, e così ho inaugurato l’abitudine di prendere appunti, scrivere note e impressioni durante lo svolgimento musicale di un


brano o di un disco, una pratica che nel tempo è andata migliorandosi e facendosi più scientifica grazie anche alla lettura di testi e enciclopedie di critica musicale. C’è poi un fatto da non trascurare. Accanto alla musica ho sempre amato leggere la buona letteratura e poesia, saperne sempre di più d’arte, di storia e di filosofia; così come ho sempre desiderato viaggiare. Insomma, un desiderio onnivoro verso il sapere, che mi ha portato a fondare una prima fanzine culturale nel 1995, all’età di ventitré anni. Ed è l’inizio della tua vicenda imprenditoriale. Ma come si diventa editori? Questione spigolosa, anzi, gnoseologica. In verità non ricordo con esattezza il giorno in cui ho deciso di fare l’editore perché mi sembra che guardando indietro negli anni non ci siano mai stati momenti in cui ho scelto di iniziare la mia avventura imprenditoriale. È stato un naturale evolversi della mia vita quotidiana. Pensa che al mio primo rinnovo di carta d’identità, sotto la voce professione, mi ci feci scrivere editore. Editore di me stesso, inizialmente, ma ben presto mi stufai e iniziai a desiderare di confrontarmi con altri. Ciò che ho sempre amato è diventato, lentamente, la mia professione, giorno dopo giorno. Non senza difficoltà, rinunce e profonda fatica, immediatamente superata nel momento in cui venivo travolto da una soddisfazione lavorativa. È sempre bastata una lettera, un commento, una telefonata a scacciare anche il più cupo dei pensieri. Anche oggi, come sempre, mi alzo e mi addormento ragionando attorno a ciò che ho fatto o devo fare. Esser editori significa prendere sottobraccio chi ne sa più di te, avere uno sguardo ampio sulle cose e far convergere una equipe di persone su di un unico risultato. Si diventa editori con passione, militanza, dedizione e tanta fatica. Un consiglio per chi desidera compiere le tue stesse scelte? Occorre una buona dose di incoscienza, tenacia, fantasia, coerenza intellettuale, coraggio, curiosità e umiltà, la più alta forma di sapere umano; e di pazienza. Avere le antenne dritte sull’attualità, su ciò che esiste, di bello o brutto. Essere vivi. Leggere quotidiani, settimanali, blog, saggi, assistere a mostre e conferenze, vedere film e piece teatrali; viaggiare, mangiare e bere bene. Sembra che tu ti sia applicato in una profonda ricerca interiore … Bisogna lavorare sistematicamente su sé stessi se si desidera comunicare con gli altri. Sta di fatto che è diffusa, ahimé, l’idea che la cultura sia sinonimo di svago e che chi si occupa di cultura, in qualsiasi declinazione, sia esso stesso un artista o un bohèmienne. Per quanto mi riguarda, l’aver trasformato le mie passioni in lavoro, è stato un atto decisamente pericoloso, avventuroso e complicato. Ad oggi mi ritengo una persona fortunata, ma ho passato anche momenti infernali. Per esempio, il peggiore pericolo, è quello di farsi vincere dai sogni, non distinguere più la realtà effettiva delle cose con le proprie aspirazioni. Spesso ho creduto talmente tanto in un libro, in una persona e in un collaboratore da innamorarmene così profondamente da perdere la capacità stessa di valutazione e da rimanerne schiacciato. Nel nostro lavoro occorre anche un pizzico di distacco. Arriviamo quindi alla prima vostra pubblicazione di successo, JAZZIT. Dopo aver stampato in poche centinaia di copie qualche numero della nostra prima fanzine, dal titolo

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GONG!, all’età di ventitré anni, iniziai a provare un senso di insofferenza verso la nostra stessa conduzione dilettantesca. Così, assieme a mio fratello Antonio, decidemmo di chiudere quella rivista per fondarne immediatamente un’altra, dal titolo IL GEZZITALIANO, che avesse uno sguardo quantomeno nazionale: era dedicata, come recitava il suo titolo, alla scena jazzistica nazionale. Era l’estate del 1997. Anche quell’esperienza ebbe vita breve, appena due anni, e chiuse per lo stesso motivo per cui s’interruppe GONG!. Il desiderio fu quello di ampliare la qualità dei collaboratori e dei referenti: nello specifico, quello di scrivere di tutto il jazz contemporaneo, al di là di confini geografici e stilistici, e provare a confrontarsi con il mondo intero, senza alcuna limitazione. JAZZIT è figlia di questa ambizione.

A questo punto, mi attendo un tuo giudizio sul mondo editoriale d’oggi..

E da allora cos’è successo?

Innanzitutto la finzione. Trovo disgustoso rovesciare i connotati stessi della realtà. Oramai il lettore, così come il telespettatore, è travolto da notizie contrastanti dove il vero e il falso si contrastano fino a determinare un caos indistinto che permette ai più scaltri, o potenti e ricchi, di emergere e di governare la notizia e quindi l’attualità e l’opinione pubblica. Provo poi un vero e proprio disagio verso quell’editoria giornalistica e musicale che si basa sul “Mercato delle Illusioni”. Mi spiego meglio. È oramai diffusa la pratica di case editrici e discografiche che traggono i propri benefici dal pubblicare libri e cd di dilettanti, o di aspiranti professionisti. Ci sono troppi editori che lucrano sui sogni, sulle aspirazioni, sulle illusioni di giovani e meno giovani. Questa pratica ha fatto sì che negozi di musica e librerie si siano riempite, congestionandosi, di migliaia di produzioni di bassa qualità inceppando il mercato e disorientando di fatto il consumatore di questi beni. A mio avviso occorre tornare a valorizzare il ruolo del produttore, che valuta, sceglie, investe e promuove un testo o un album perché ci crede e perché merita, almeno a suo parere. Ciò significherebbe dar valore, e senso, all’intera industria culturale.

Iniziammo a raccogliere indirizzi di musicisti, giornalisti, discografici, organizzatori di concerti e manager per inviare loro copie omaggio, l’unico modo per promuovere il nostro lavoro. Parallelamente riuscimmo a circondarci di firme prestigiose, giornalisti e fotografi, incuriositi di questa nuova iniziativa editoriale che si presentava sul mercato. L’idea che ha sempre contraddistinto il nostro modo di operare fu quella di fare qualità: investire sui contributi giornalistici e fotografici per diventare un periodico autorevole. E poi, grazie alla sensibilità estetica che ha sempre governato le discussioni in famiglia, abbiamo indirizzato tutte le nostre forze per produrre edizioni di grande cura tipografica, scegliendo una delle migliori tipografie italiane, la Petruzzi Stampa di Città di Castello. Successivamente JAZZIT è diventata un bimestrale di riferimento per appassionati e operatori del settore e oggigiorno al suo marchio sono legati una label discografica, la JAZZIT|RECORDS, dedicata ai grandi classici del passato, una JAZZIT|BOUTIQUE dedicata alla vendite di prodotti inerenti al jazz e un sito, www.jazzit.it, che è particolarmente seguito. Inoltre, grazie alla crescita di JAZZIT, abbiamo pensato di allargare lo spettro produttivo dell’azienda producendo guide musicali e turistiche, libri, saggi e cataloghi d’arte e una pubblicazione che, per certi versi, dovesse raccogliere tutto ciò che in famiglia abbiamo sempre amato, che abbiamo intitolato IL TURISMO CULTURALE. Ci spieghi meglio di che cosa si tratta? È una rivista dedicata a chi ama viaggiare per saperne di più, dedicata ai più curiosi, a tutti coloro che sanno emozionarsi per itinerari turistici, culturali ed enogastronomici meno battuti e insoliti. Da questo gennaio IL TURISMO CULTURALE ha raddoppiato la sua edizione: esce con l’abbinamento editoriale di un Fascicolo dedicato alla presentazione dei principali festival e rassegne culturali italiani e di una Guida Turistica. Questa rivista ci sta portando alla scoperta di borghi, musei, residenze storiche, ristoranti, aree archeologiche, parchi, oasi naturalistiche e strade del gusto, facendoci incontrare persone splendide che sono costantemente fonti di inesauribile saggezza e competenza. Accanto all’attività editoriale, la vostra società è attiva sul fronte organizzativo e didattico, non è vero? Oggi la Vanni Editore srl è una società editrice impura in quanto produce riviste e libri ma è anche un laboratorio di attività più ampie, che vanno dalla didattica alle edizioni musicali, dall’organizzazione di eventi a consulenze di promozione, comunicazione e ufficio stampa; curiamo anche per conto di importanti aziende editoriali italiane interi progetti editoriali su commissione. Abbiamo strutturato una società in equilibrio tra produzione e servizi, capace di resistere, almeno questo lo speriamo, alle tempeste finanziarie dei nostri giorni.

Credo che negli ultimi anni, accanto ad una disaffezione di valori etici nel mondo della politica e delle istituzioni in genere, anche l’editoria abbia conosciuto il suo peggio. La pratica del publiredazionale, ovvero del pubblicare testi a pagamento, è diffusissima. La verità è che il lettore non si fida più dei contenuti scritti perché, nella maggioranza dei casi, sono stati pubblicati sotto raccomandazione economica. Il publiredazionale è una pratica inverosimilmente diffusa, più di quanto si pensi, che ha delegittimato l’importante funzione del critico e del giornalismo in genere. Cosa non sopporti del sistema editoriale italiano?

Ritieni che la pubblicistica, con l’avvento di internet, abbia le ore contate? Non credo che la rete abbia tolto lettori all’editoria di qualità. Il web, la rete, funziona per diffondere informazioni: sarà il quotidiano e la pubblicistica di rotocalco a non sopravvivere alle nuove tecnologie ma la pubblicistica di qualità, d’approfondimento, è destinata ad essere collezionata sullo scaffale, si valorizzerà ancor di più con il passare del tempo. Ma occorre un salto di qualità nell’etica dell’editore. La nostra società, nel suo piccolo, ha preso un’iniziativa destinata a far parlare di sé: in ogni uscita delle nostre pubblicazioni inseriremo una “Carta dei Valori e un Codice Etico”, un programma che dovranno esser accettati dai nostri inserzionisti nel caso siano interessati a promuoversi sulle nostre pagine. Sogni nel cassetto? Fondare, dopo dieci anni di attività didattica, una vera e propria “Accademia per l’Editoria e lo Spettacolo” e inaugurare una collana editoriale dedicata alla letteratura, all’arte, alla fotografia e alla saggistica. Su tutto, comunque, spero di poter contare ancora sul sostegno della mia famiglia e di mia moglie e di meritare la fiducia e la militanza del mio splendido gruppo di lavoro, che rappresenta il vero e proprio capitale della nostra società. Inoltre vorrei aprire in una grande città come Roma o Firenze un locale capace di ospitare concerti, mostre, conferenze, proiezioni e tutte le nostre attività didattiche, all’interno del quale poggiare la redazione di JAZZIT e IL TURISMO CULTURALE. Un ambiente vivo durante tutto il giorno grazie al nostro lavoro editoriale e a degustazioni di specialità enogastronomiche a cura de IL TURISMO CULTURALE con l’intervento dei migliori produttori italiani ed internazionali; con una rassegna concertistica a cura di JAZZIT grazie alla quale poter presentare l’uscita dei migliori album di artisti italiani e internazionali. Sarebbe un bel modo per invecchiare..

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Fermare il movimento di uno spettacolo, sia esso musica, teatro o cinema, significa avere la capacità di trasferire lo scorrere delle immagini, di storie e personaggi nell’immobilità della carta. Questo è il compito dei fotografi di scena, raccontare attraverso sequenze “senza movimento” ciò che nel movimento si sostanzia. Un lavoro teso a cogliere l’anima dell’arte, una professionalità e una sensibilità che FotoUp Agency si è costruita nel tempo con una particolare attenzione alla prospettiva degli artisti e alla rigorosa resa dell’opera in scena.

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Intervista: Manuela De Leonardis

Soggetto: Yaacov Chefetz

Luogo: Haifa (Israele)

Foto: Yaacov Chefetz

Web: www.chefetzy.com

STORIA E PASSIONI DI UN ARTISTA ISRAELIANO CHE HA VISSUTO IN UN KIBBUTZ, HA SCOPERTO IL SENSO DI FARE ARTE NEGLI USA, E INDAGA SENZA SOSTA L’ETERNO CONCETTO DELL’IDENTITÀ Cuoco prelibato, Yaacov Chefetz (Rehovot 1946, vive a Haifa) ha una ricetta speciale per le polpette, che varia ogni volta. Un trito di verdure (con tante carote) e carne di prima scelta. Stavolta ha aggiunto solo la cannella, altre la dolcezza di questa spezia è bilanciata dall’aggressività del cumino. La stessa meticolosa precisione con cui realizza i suoi progetti - dai disegni alle sculture, presenti un po’ ovunque sul territorio israeliano, da Tel Aviv a Haifa, Herzeliya, Gerusalemme… - è nel movimento delle mani, che riescono a modellare polpette che - dalla prima all’ultima - hanno lo stesso volume. “Sai cosa rispondeva Brancusi,” - dice - “a chi gli chiedeva quale era la sua opera più importante? La minestra che era solito preparare ogni giorno”. Cibo e arte, del resto, non è un accostamento inusuale per lo stesso Chefetz, la cui prima performance nel kibbutz Eilon (kibbutz comunista fondato nel 1938: “il 1° maggio il cibo doveva essere rigorosamente rosso: il borsh, zuppa russa con le barbabietole”) s’intitola proprio Meal. Il suo primo giorno ad Eilon (l’artista è stato membro di questo kibbutz dal ’74 al ’99), infastidito dal rumore prodotto dai quasi 400 kibbutznikim, radunati per il pasto quotidiano nella mensa, non riuscendo a mangiare lo registrò e, nel giorno dello Shabbath, apparecchiato un tavolo solo per sé con la tovaglia e le due candele mangiava in piena solitudine, ma accompagnato dalla registrazione di quei suoni. Anche a Lodz (Polonia), nel 2006, la performance Lecture si svolgeva in due tempi paralleli: un video di 15 minuti in cui Chefetz era impegnato a mangiare la minestra, mentre dal vivo preparava un piatto della tradizione yiddish, il gefilte fish, prendendo il pesce ancora vivo, ammazzandolo e cucinandolo. Il cibo parla d’identità, un tema ricorrente nel suo lavoro. Alle pareti del salotto dell’abitazione di Haifa, dove vive con la moglie Hagar (artista specializzata nel mosaico), oltre ad alcune sue opere, tra cui A class struggle with prospects e alcuni lavori della serie Mash’chara, anche un’incisione originale di Marcel Duchamp e una dell’americano Asa Cheffetz (18961965). Sfogliando il catalogo della mostra che il Museum of Fine Arts di Springfiled dedicava all’incisore, nel 1984, è innegabile l’incredibile somiglianza (non solo nel cognome, ma soprattutto nella fisionomia) tra Asa Cheffetz e Yaacov Chefetz: è lo stesso Yaacov a notarlo sorridendo. L’ironia, spesso venata di cinismo, e sempre modulata dall’uso della metafora, appartengono indiscutibilmente al suo linguaggio. Non è un caso che Chefetz ami citare Calvino e anche Erri De Luca tra i suoi scrittori preferiti. Quanto agli ideali del kibbutz, non rimane che l’eco della parola utopia, insieme ad una manciata di ricordi raccolti in una grande ciotola: monete dei tempi dei romani, punte di frecce ancora più antiche, fibule e anche una sterlina palestinese emessa sotto il mandato britannico.

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Dopo aver frequentato per due anni la Kalisher School of Art di Tel Aviv, negli anni ’60, sei stato allievo di Raffi Lavi (1937-2007), a cui il padiglione israeliano ha dedicato la retrospettiva alla 53.ma Biennale di Venezia. Il significato di fare arte, però, l’hai scoperto dopo essere stato negli Stati Uniti. In che modo quest’esperienza ha influenzato il tuo linguaggio? Da studente Raffi Lavi era stato il mio punto di riferimento più importante, il centro del mondo. Il mio punto di vista sull’arte è cambiato profondamente dopo il viaggio in America. In Israele l’arte era collegata fortemente con il luogo: doveva essere in funzione della rappresentazione. A New York, invece, ho scoperto che può essere fine a se stessa. Durante il primo soggiorno a Boston e New York, durato sei mesi, smisi di fare arte. Sentivo il bisogno di fermarmi e studiare, per capire cosa mi stava succedendo. Ad esempio, la prima volta che ho sentito parlare di earthworks, se nel contesto israeliano significava nazionalismo, negli Stati Uniti era un tipo di arte minimale. Nel mio paese il minimalismo non esisteva proprio, perchè tutta l’arte aveva sempre un qualcosa di narrativo. Per oltre vent’anni hai vissuto nel Kibbutz Eilon. Che relazione c’è tra arte e politica? Per me non esiste nulla con il titolo “political art”. Da una parte c’è l’arte, dall’altra la politica. Quando sono arrivato nel kibbutz, nel ’73, non facevo arte. Ho fatto politica. Sono comunista, ho le mie idee e ho usato l’arte come strumento. In uno dei miei primi lavori, Rainfall Region (1978), ho usato i cartelli che indicavano la quantità d’acqua piovana in tutta la zona di Israele e dei paesi confinanti. Si trattava di un atto politico, perchè a quell’epoca cominciava la questione degli insediamenti israeliani nei territori della Cisgiordania. Sui miei cartelli non c’erano confini politici, si vedeva solo la scelta fatta in base ai luoghi dove c’era maggiore possibilità di approvvigionamento idrico. Anche quando, nel 1981, per la performance-installazione The red gallery leggevo alcuni scritti di Marx e lentamente mi spogliavo, se qualcuno voleva dire che non era arte, ma solo un atto politico, per me non c’era problema. Trovo che sia più interessante lasciare aperto il confine tra arte e politica, piuttosto che dichiaralo. Cos’è che ti ha spinto, nel 1999, ad andare via dal kibbutz? All’inizio pensavo che il kibbutz avrebbe cambiato il mondo. Invece con il tempo non è cambiato nulla. Anzi è il mondo che ha cambiato il kibbutz, trasformandolo in una società capitalistica in miniatura. Il modello marxista era fallito. Ho deciso di andar via dal kibbutz per due motivi. Il primo è di natura pratica. Durante il periodo in cui ho vissuto a Eilon ho realizzato numerose sculture monumentali e tutti i soldi che ho guadagnato li ho dati al kibbutz. Quando, però, ad un certo punto si è trattato di acquistare i materiali, mi è stato detto che avrei dovuto cercare uno sponsor o pagarli di tasca mia e, una volta che l’opera è stata fatta, mi è stato chiesto dove fossero i soldi. È stato allora che ho realizzato che non c’era alcun interesse per il mio lavoro artistico, ma solo per i miei guadagni. L’altro motivo, invece, nasce dall’idea di progettare un nuovo concetto di kibbutz che

si chiama Kibbutz 2000, con la finalità di supportare le persone di talento per dare la possibilità anche al sistema collettivo di crescere. Una forma di socialismo al passo con i tempi. La tua opera è attraversata dal tema di “masch’chara”, termine arabo per indicare la carbonaia. Raccontando le varie fasi di questa tecnica tradizionale - usata per la produzione del carbone dalla combustione del legno - parli d’identità. A partire dal 1979 hai affrontato questo tema con vari linguaggi: disegno, scultura, video, performance… Partiamo dal nome “masch’chara” che ha la stessa radice, sia in arabo che in ebraico: vuol dire nero. È un lavoro sull’identità, che ho sviluppato in senso metaforico. Un’idea presa da Calvino. La carbonaia, infatti, è una tecnica che viene utilizzata ancora oggi, in Israele e nei territori palestinesi, per ottenere il carbone. La tecnica stessa, il lavoro, è associata alla storia del territorio. Anch’io mi pongo il problema della mia identità. Sono palestinese o israeliano? Sul mio certificato di nascita c’è scritto che sono palestinese, perché sono nato sotto l’autorità britannica della Palestina, cioè prima della nascita dello stato di Israele, nel ’48. All’epoca in cui ho iniziato ad affrontare questo tema gli altri artisti israeliani guardavano al mondo dell’arte contemporanea occidentale, soprattutto a Parigi e New York. La mia ricerca, invece, si è concentrata nel trovare un’alternativa locale, anche relativamente ai materiali. Masch’chara, quindi, è stata la base del mio lavoro artistico minimalista. Ma è stato anche il punto di partenza per trovare la mia strada. A diciott’anni, infatti, anziché seguire i miei interessi portando avanti gli studi artistici, ho dovuto fare il servizio militare per due anni e mezzo. Solo quando ho finito la leva ho potuto, finalmente, iniziare a studiare arte. Nel frattempo è scoppiata la “guerra dei sei giorni”, nel 1967, e sono stato richiamato alle armi. Ma l’esperienza che mi ha letteralmente distrutto emotivamente e psicologicamente è stato il conflitto del ’72-’73. Come potevo fare l’artista dopo aver vissuto esperienze così forti? Masch’chara nasce in questo contesto, prima attraverso i disegni, poi nelle varie fasi della realizzazione. Allora non sapevo se fosse arte o meno, ma ero consapevole che rispondesse alle mie esigenze interiori. Se da una parte la guerra aveva distrutto la mia idea di arte, dall’altra - un po’ come i dada - l’aveva rigenerata, facendomi soprattutto sentire libero di fare quello che veramente mi interessava. In che senso consideri Amanita virosa il lavoro della tua vita? Tra il 2003 e il 2007 hai realizzato 60 pannelli di grandi dimensioni in cui hai utilizzato l’assemblaggio, il disegno, la scrittura e, soprattutto, il linguaggio metaforico. Il fungo mortale, che dà il titolo all’opera (conosciuto anche come “Angelo distruttore” o “Angelo della morte”), infatti, è la metafora del tempo e dello spazio mentale. Parli di pericoli e di esternazione delle emozioni... In Amanita virosa c’è tutto il mio mondo. Contiene i miei ultimi vent’anni. Ci sono tutti i miei errori e c’è Masch’chara; ci sono le persone che ho incontrato nel corso di questi anni; c’è l’identità, inclusa la mia. Questo

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lavoro è una sorta di metafora. John Cage ha detto qualcosa come “se sbagli con i funghi puoi morire, ma se sbagli con l’arte non è un gran problema”. Io stesso più volte nella mia vita - nel ’67, nel ’72-’73 e nel 1982 - ho mangiato l’“amanita virosa” e sono stato molto vicino alla morte. Questo lavoro è anche un’occasione per analizzare il mio essere artista: una sorta di vocabolario del mio linguaggio artistico. L’ironia è una componente importante nel tuo lavoro, anche quando affronti temi drammatici. Mi viene in mente la scultura Are you hero (2002) per Pyaterkovski Square a Lodz (Polonia), in cui lo spettatore può salire sulla sommità del monumento e diventare anche lui un eroe. Nella maggior parte dei miei lavori l’ironia è il mezzo per fuggire dalla pesantezza, dalla tristezza, dalla depressione.


Intervista: Domenico Cogliandro

Soggetto: Beatrice Feo Filangeri

Luogo: Palermo

Foto: Mario Virga

Web: www.artmajeur.com/beatricefeo

L’ARTE E L’AMORE PER LA CULTURA SONO IL LEITMOTIV DELLA SUA VITA DI ARTISTA E MECENATE, TRA INCANTI BAROCCHI E SUGGESTIONI CONTEMPORANEE La Sicilia è la sua terra d’origine, quella Sicilia superbamente raffinata, con i suoi splendidi palazzi barocchi animati dalle eleganti movenze di nobili dame e principi. L’amore e la passione per l’arte fanno parte del suo dna da svariate generazioni, lei è Beatrice Feo Filangeri, artista e mecenate che, con grande determinazione e innegabile talento, è diventata un’operatrice di primo piano della vita culturale palermitana. Beatrice si laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo con lode, e successivamente frequenta l’Accademia di Salisburgo. Vive tra Palermo e Roma. Per iniziare, mi racconta qualcosa di Lei? La decisione di diventare art director, e dunque investire tempo e passioni lungo una direttrice progettuale, ha attinenze con la storia della sua famiglia o lei si sta inoltrando in percorsi non battuti? Nella mia famiglia ci sono stati altri mecenati. La pinacoteca Filangeri era una delle più raffinate e prestigiose d’Italia, io sono cresciuta attorniata da cose belle, da opere d’arte e dall’amore e dal rispetto per il bello in tutte le sue forme. Giuseppe Tomasi di Lampedusa era cugino di mia nonna, i Piccolo di Calanovella anche: Lucio fu poeta squisito e Casimiro disegnatore eccelso. Poi, tre Viceré, la cantante lirica Teresa Merli Clerici e Alessandro Filangeri (il “principe rosso” che dilapidò un patrimonio per i suoi ideali socialisti). Buon sangue non mente: si chiama memoria genetica! Poi, ho studiato 22 anni specializzandomi nelle migliori accademie con grande rigore. Pensi che avrei voluto anche fare il medico, che rimane una passione ancora viva. Sono inoltre un’appassionata di semiotica, la ritengo la chiave di lettura per ogni forma d’arte sulla terra: affina l’intuito, si diventa quasi sensitivi! Di me, tutti sanno tutto e nulla. Ho molti segreti e tante verità! Sono autoironica e teatrale, ottimista, spesso solitaria, e sono innamorata. Nell’uomo non cerco bellezza, ma intelligenza e presupponenza, adoro chi esce dalla norma. Anche questo è arte! Palazzo Resuttano, residenza storica siciliana, è diventato un luogo dove si sono incrociati giovani artisti e dove lei ha curato eventi e attività nel

segno dell’arte. Quali prospettive ha questa forma di mecenatismo? Palazzo Resuttano è stato utilizzato per un periodo come spazio espositivo: ho lavorato notte e giorno, come una pazza, ho creato dal nulla questa realtà che è diventata un’idea apprezzata in Italia e oltre, ma credo che in quel luogo oggi non ci siano più, per quanto mi riguarda, le condizioni per organizzare eventi. Le parlerò invece dell’idea che oggi vorrei estendere a molte dimore siciliane, storiche e aristocratiche e, in modo esteso, a tutta la città di Palermo. L’arte contemporanea, come io la intendo, deve interagire con la Storia, con il tessuto urbano, con la gente, con tutto, pure con gli agenti atmosferici! Ho formulato una proposta chiara ad esponenti delle istituzioni, le cui risposte stanno per arrivare. Il semplice palazzo non basta più. Fino ad ora ha curato mostre con artisti emergenti. Mi sembra sia la conditio sine qua non del suo percorso, nel senso che emerge una precisa scelta. Quali criteri utilizza per la ricerca di giovani talenti? Va sempre in giro per il mondo, oppure si rivolge a qualcuno che la consiglia? Io stessa sono prima di tutto un’artista e quindi so bene cosa vuol dire, da giovanissimi, trovare qualcuno che ti agevoli, che ti dia visibilità. Gli artisti li ho sempre scelti da sola, fidandomi della mia ventennale esperienza culturale. In questo mestiere molti cercano di improvvisarsi, ma un occhio esperto capisce subito chi c’è dietro una scelta artistica. Come promotrice di eventi, quelli che ha curato e quelli che verranno, lei afferma di conoscere molto bene le dinamiche del mercato dell’arte, ma ha anche familiarità con l’arte e le sue tendenze attuali. In questo momento, secondo lei, è l’arte ad assecondare il mercato o è l’utenza disposta a seguire le tendenze artistiche? Un bel dilemma! Il mercato dell’arte è composto da tanti elementi. La grande qualità artistica oggi è indispensabile quando devo confrontare (parlo del grande mercato) “mostri” come Mueck, Hirst, Saville... artisti che operano con un perfezionamento tecnico

folle. Poi esistono tre o quattro grandi che decidono chi, come e dove. Credo che l’Inghilterra oggi detti legge al mondo intero, e anche le nuove frontiere dell’arte cinese: quotazioni da paura, ma opere supreme. Entrare nelle grazie di un grande gallerista è la fortuna per un artista. È l’inizio dell’accesso alla Storia dell’arte. Achille Bonito Oliva ha fatto “la” Storia dell’arte, e ha fatto business. Larry Gagosian, per esempio, ha creato mostri sacri! La scelta di inoltrarsi in una esperienza di genere, come questa, in una città come Palermo ha difficoltà oggettive, per essere in qualche modo “lontani” da un panorama internazionale, benché sia stata anche il cardine di esperienze collettive e pubbliche di rara evidenza, come i primi Kals’Art. Pensa sia una scelta comunque vincente, o la ritiene una tappa temporanea del suo percorso di art director? Sa cos’è? Una battaglia contro tutti e tutto. Chi arriva, e vuole fare il tuo stesso mestiere, vorrebbe scalzarti dall’oggi al domani; c’è poca conoscenza dell’arte contemporanea, molto arrivismo sociale ed individualismi, spesso mediocrità e invidia. Ma ci sono persone attente, meravigliose, tanta gente che mi segue e che vuole da me ciò che ho promesso: arte, e arte di qualità. Una bella responsabilità! Lo scontro con la realtà è duro, mancano i fondi, la volontà e talvolta l’entusiasmo. Spesso, infatti, ho la tentazione di mollare tutto e tornare a produrre le mie opere. Ma continuerò, qui, a Palermo! Perché, nonostante tutto, è qui che ho trovato, per esempio, nel Presidente dell’ARS, Francesco Cascio, una persona disponibile e sensibile all’arte contemporanea, che ha sostenuto sia il progetto “b&art” che lo sviluppo di un’importante expo per un giovane artista pugliese. Certo, avverto le minacce, gli ostruzionismi e palesi scorrettezze da parte di personaggi “meteora” (degli sconosciuti nel difficile mondo dell’arte) che cadono nel ridicolo pur di percorrere la mia via. Non ci faccio caso, ci sono abituata, perché l’amore per l’arte mi pervade da quando avevo 12 anni, capisco che è una passione incurabile, ma so anche che è il mio punto di forza. Una vita non basta per conoscere l’arte!

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Intervista: Stefania Bernardini

Soggetto: Giuseppe Ottavianelli

Luogo: Roma

Foto: Ernesto Tedeschi

Web: www.wunderkammern.net

INGEGNERE AEROSPAZIALE CON LA PASSIONE PER L’ARTE EREDITATA DAI GENITORI. LO SGUARDO SPECIALE DI CHI OSSERVA L’UNIVERSO FISICO E NE CONTEMPLA LA SUA INEGUAGLIABILE BELLEZZA Giuseppe Ottavianelli, 29 anni, ingegnere aeronautico e spaziale tra i fondatori della galleria d’arte Wunderkammern. Tra i vari impegni è riuscito a ritagliare un po’ di tempo per rispondere alle mie domande e per farci scoprire il suo mondo: la creatività. Veniamo a contatto con un personaggio eclettico, dai più differenti interessi e attento ai particolari, a cogliere la spontaneità delle cose, capace di dialogare in modo puro e disinibito con l’arte. Sei laureato in Ingegneria Aerospaziale, Master in Ingegneria Astronautica e Spaziale e un Dottorato di ricerca in Osservazione della Terra. Lavori su programmi europei dell’Osservazione della Terra da satellite, segui varie missioni satellitari internazionali. Come colleghi queste attività alla tua passione per l’arte? Nel mio lavoro bisogna essere pragmatici, sistematici e metodici. Ma, allo stesso tempo, si è spinti dagli stessi intenti dell’artista: analizzare il proprio universo, esplorare nuove dimensioni. L’arte è nella quotidianità delle immagini satellitari con cui lavoro. Quindi per te le immagini satellitari sono una forma d’arte, puoi spiegarmi cosa intendi? Le immagini satellitari sono acquisite da complessi strumenti in orbita attorno alla Terra. Oltre al valore scientifico e alle loro utilissime applicazioni, hanno un impatto estetico vicino all’esperienza artistica. Ad esempio si riesce a evidenziare una dimensione più complessa della natura, dove prevale l’elemento frattale. Quando si immagina lo spazio, sembra oscuro e infinito. Qual è il tuo rapporto con il buio? Solo apparentemente vuoto, silenzioso, oscuro. Ma lo spazio è pervaso di materia e “colorato” più di quanto i nostri occhi ci permettono di vedere. Gli strumenti utilizzati per osservare l’oscurità dello spazio potrebbero essere considerati come strumenti artistici che permettono di leggere ciò che lo sguardo superficiale non percepisce. Potremmo vivere senza alcun problema anche al buio, ma sarebbe una grande

perdita e un grande spreco. Essendo figlio d’arte avrai vissuto esperienze e situazioni formative fin dalla tenera età, potresti parlarmi della tua infanzia? Sin da piccolo ho respirato l’aria che veniva diffusa dai vari artisti e critici che frequentavano la mia famiglia. Ho vissuto nell’arte attraverso le innumerevoli inaugurazioni, gli eventi, le performance, le Biennali di Venezia. Da bambino ho passato molto tempo in compagnia di Kader (Abdelkader Houamel, un artista algerino amico di famiglia) e dei suoi personaggi berberi immersi nei colori brillanti. Mio padre, anche lui artista, mi ha insegnato a leggere e dialogare con un’opera d’arte. Con lui ho esplorato fotografia, incisione, pittura, scultura, performance e video art. Date le premesse, l’arte contemporanea mi è sempre stata fedele compagna di viaggio e di svago, insieme alla passione per il volo e lo spazio, costante sin dall’infanzia. Nel 1998 abbiamo fondato la Wunderkammern. Sei cresciuto a stretto contatto con molti artisti, probabilmente in un ambiente creativo e stravagante, cosa ti hanno insegnato questi personaggi? Ambiente creativo, certamente, ma non stravagante. La compagnia e l’amicizia di artisti e critici mi hanno arricchito profondamente, era una creatività senza limiti. Vivendo l’arte contemporanea quotidianamente in modo spontaneo mi è stato possibile accostarmi a questa realtà con purezza e senza inibizioni. Gli artisti mi hanno insegnato a guardare, ammirare e analizzare un’opera d’arte senza fretta. Il contatto con i protagonisti di questo mondo mi ha permesso di vivere a pieno, con totalità, la loro creatività negli aspetti sociali, scientifici, emotivi ed estetici. Accostavo le mie percezioni, mutevoli nel tempo, a ciò che essi intendevano evidenziare. Senza dubbio mi hanno trasmesso un’apertura verso le più svariate forme di comunicazione ed espressive, non esclusivamente nella sfera dell’arte, senza inaridirsi nella standardizzazione di forma e contenuti. Gli artisti mi hanno contagiato con un forte senso di curiosità, iniettando una ricerca

della meraviglia nella mia quotidianità. Tutto ciò cerchiamo di rifletterlo nella Wunderkammern e nelle sue tematiche, nella passione con cui sono sviluppati i vari progetti. Cosa intendi per creatività e meraviglia nel quotidiano? Il nostro quotidiano si va riempiendo sempre più di superficialità, tralasciando gli stimoli di uno sguardo curioso ad apprendere e di una mente desiderosa di creare. La meraviglia è la realissima e individuale risposta alle sensazioni, di qualunque genere siano, in opposizione alla distaccata concretezza. Cos’è per te l’arte? Arte significa depurarsi dal superfluo, liberarsi dalla temporalità. La identifico nella meditazione ma allo stesso tempo è anche passione. È al di sopra delle parti, al di sopra di ogni cosa. È metodo, scienza estetica, tecnica. Arte come purificazione, liberazione dalla temporalità, cosa vuoi dire? Cos’è per te il superfluo? Ci si immerge spesso in un mondo di inutili utilità. L’arte, che apparentemente è anch’essa inutile, al contrario appaga e colma quel senso di vuoto che ci percorre. La riflessione e la meditazione ci restituiscono il senso della trascendenza a-temporale del mondo sensibile. Soprattutto la meditazione ritengo che sia totalmente intrinseca al mondo dell’arte. Oltre all’amore per l’arte e lo spazio sei anche un appassionato di sport quali la vela e lo snowboard. Tutte attività che io ricollego alla libertà. C’è un legame con questa sensazione? Che rapporto hai con le costrizioni sociali? Molto probabilmente c’è questo legame. Libertà di ragionare e agire come desidero senza interferire con la libertà altrui. Le costrizioni sociali? Direi che sono utili, se ci aiutano a convivere in armonia e se ci creano una chiara e trasparente responsabilità d’azione. Un’ultima domanda, cos’è per te la vita?

GIUSEPPE OTTAVIANELLI

Tante appassionanti e ardue opportunità.

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Intervista: Adelaide Longhitano

Soggetto: Nadia Brodbeck

Luogo: Catania

Foto: Giorgio Rizzo

Web: www.fondazionebrodbeck.it

LA FRESCA VITALITÀ DELLA GIOVANE VICEPRESIDENTE DELLA FONDAZIONE BRODBECK. UNA NUOVA VOCE DEL PANORAMA CULTURALE ITALIANO La Fondazione Brodbeck è stata costituita il 30 novembre del 2007 per volontà della famiglia di Paolo Brodbeck, con il fine di produrre e presentare opere di artisti che vogliano e sappiano spostare i confini del “fare arte”, del making art. La sede è collocata in un’area di 6 mila metri quadri di un ex-complesso industriale di lavorazione della liquirizia, in quella che era una zona marginale della città (i quartieri operai e popolari degli Angeli Custodi e di San Cristoforo) e che ora ha un suo posizionamento “strategico” tra il Museo Civico del Castello Ursino e la “Manifattura del Tabacco” che dovrebbe ospitare il Museo Archeologico, Piazza Duomo e Piazza Università. Scopo della Fondazione è trasformare i quartieri della periferia interna di Catania in un polo di riferimento per l’arte contemporanea, connubio tra percorsi artistici proposti, programmi di residenza d’artista e offerta turistico-culturale. La Fondazione ha dato avvio al primo programma di residenze artistiche internazionali, denominato Fortino 1. Incontriamo Nadia Brodbeck, vicepresidente della Fondazione. Ciao Nadia. Che bello vedere una giovane donna che dirige una nuova fondazione artistica nella ridente ma alquanto difficile realtà siciliana. Com’è nata l’idea di intraprendere questa avventura? Più che da un’idea, tutto ha avuto inizio da una proposta concreta. Stavo per completare i miei studi per l’abilitazione all’insegnamento e mio padre venne a trovarmi a Palermo. Seduti sul divano, tra un discorso e l’altro, si iniziò a parlare di uno spazio molto particolare che mio padre aveva acquisito e che voleva trasformare in una cittadella per l’arte contemporanea. L’idea di poter lavorare ad un progetto dal sapore internazionale, così ricco di spunti, mi ha convinta del fatto che probabilmente quella che stavo intraprendendo non era poi un’avventura tanto distante dalla mia formazione, che mi aveva sempre messo in contatto, tramite la lingua e la letteratura, con altre culture. Adottando dunque la tattica del “passo felpato” mi sono fatta piacevolmente coinvolgere in questo nuovo mondo. Prima dell’eruzione vulcanica del 1669 qui c’era il mare e su di esso incombeva il castello svevo, oggi sorge la tua Fondazione. La sorte ha voluto che quel tragico episodio si mutasse simbolicamente

in una effervescente eruzione di creatività? Beh, i catanesi sono famosi per il loro fuoco esplosivo, per la capacità di fare, di inventare, di sperimentare. La creatività dunque non manca nel nostro dna. Credo comunque che il luogo che ospita la Fondazione emani un’energia, sì, forse “vulcanica” è proprio il termine giusto, che coinvolge non solo noi che la viviamo quotidianamente o chi ci viene a trovare, ma anche gli artisti che vengono in residenza per realizzare le loro opere. Credo proprio che il basalto, la pietra rossa, il profumo del mare, la vitalità e allo stesso tempo la tranquillità che caratterizzano questo posto, siano tutti elementi che giocano un ruolo nella creazione artistica di chi prende parte ai nostri progetti di residenza. In che modo ritieni di poter far dialogare questa struttura con il pubblico e le istituzioni del luogo? Fin dall’inizio abbiamo cercato di inserirci in questo quartiere senza fare troppo rumore, gradualmente. Non volevamo essere una bomba caduta dal cielo. Il dialogo si apre ufficialmente ogni volta che presentiamo una mostra ma in realtà è attraverso la presenza quotidiana, silenziosamente operosa, è attraverso le attività e i progetti, che la Fondazione si apre al dialogo. La Fondazione suppongo nasca con un respiro internazionale, tuttavia, ci sono progetti volti a supportare e valorizzare le eccellenze locali? I primi due progetti avviati, “Fortino 1” e “Cretto”, prevedono il coinvolgimento di artisti provenienti nel primo caso dall’area mitteleuropea, nel secondo caso da quella ispanica (compresa l’America latina). Il respiro è sì dunque internazionale. L’idea di voler iniziare con degli artisti stranieri (anche se il prossimo sarà italiano, Diego Perrone) nasce anche dal desiderio di essere strumento di incontro tra diverse realtà artistiche. I progetti infatti non sono mai finalizzati solamente alla realizzazione di una mostra ma prevedono momenti di scambio, di dialogo, di confronto sia con gli artisti locali sia con gli studenti dell’accademia che hanno la possibilità, attraverso uno stage, di stare a stretto contatto con l’artista, di vedere come lavora, di vivere tutti i processi che precedono la realizzazione di una mostra. E soprattutto, i progetti della Fondazione non vanno letti come delle isole nel deserto ma come

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strettamente collegati ad altri progetti portati avanti da una rete siciliana fatta di musei, gallerie, spazi indipendenti etc. , in cui i protagonisti sono proprio gli artisti siciliani. Quale identità ti auspichi assuma questo luogo? Preferisco non parlare di identità. La mia è una generazione fortemente stressata dalla domanda sull’identità; è un po’ come chiedere a chi o a cosa appartieni e qualsiasi risposta dai, esclude qualcos’altro che, eppure, fa parte di te. Mi sembra come chiudere una porta. In qualità di operatore primario della vita culturale di Catania come definiresti la ricerca e lo spirito creativo e imprenditoriale che la anima? Tra le città siciliane Catania è certamente la più viva sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista imprenditoriale. Probabilmente questo è un dono della nostra storia. Affidàti più spesso al governo di altre popolazioni (arabi, normanni, greci, spagnoli…) che a noi stessi, siamo stati abituati ad esercitare le nostre capacità di adattamento e di scambio. Cosa rappresenta per te l’arte contemporanea? Ora ti lancio l’ennesima provocazione sulla materia. Parafrasando Karl Kraus, pensi che oggi si usi l’arte contemporanea come vaso da notte o il vaso da notte come arte contemporanea? Eh si, ritorniamo alle definizioni. E invece quello che mi affascina dell’arte contemporanea è proprio questa sensazione di non definito, questa libertà che ha tutti gli spazi e tutti i tempi, anche quelli che ancora non avevi mai immaginato. Di vasi da notte ancora non me ne intendo. Ho letto che hai la doppia cittadinanza italiana e svizzera. Cosa esce dal mix di sangue siciliano e tedesco? Scommetto che quando prepari la pasta alla norma non sgarri di un minuto la cottura! Please, il mix è tra sangue siciliano e sangue svizzero (qualcuno si potrebbe offendere…). Per non cadere nei luoghi comuni direi che ne esce fuori un vulcano di cioccolato o un orologio con la coppola. Questo dipende un po’ dalle giornate. Come immagini la fondazione tra cinque anni? Posso fare un disegno?


Intervista: Manuela De Leonardis

Soggetto: David Černý

Luogo: Roma/Praga

Foto: Ernesto Tedeschi

Web: www.davidcerny.cz

IRRIVERENTE, IRONICAMENTE PROVOCATORE E INDISCUTIBILMENTE GENIALE. UNO SPIRITO CHE VA OLTRE GLI SCHEMI COMUNI E DISSACRA CON IRONIA E INTELLIGENZA SIMBOLI E FALSI MITI “David are you ready?”. “Yes”. “Ok 2 min”. L’appuntamento via skype è per le 14.30, una settimana dopo quello “live” mancato. L’artista praghese (è nato nel 1967) è partito da Roma 36 ore dopo aver inaugurato la sua prima mostra personale italiana, David Černý. The Solo Show, curata da Maria Letizia Bixio. Sarebbe dovuto arrivare a bordo del suo Cessna, ma ha preferito il furgone per portare anche la bicicletta, proprio quella con cui girava per la CO2 contemporary art in piena mostra allestita. Tre i nuclei di opere presentate: Smallness, un’installazione di 196 sculture in miniatura, in bronzo su piedistallo di marmo, tutte in fila - sul pavimento - come soldatini. Per osservarle nei particolari requisito indispensabile gattonare o munirsi di lente d’ingrandimento. Tra le opere anche la versione mignon di Quo Vadis che, proprio durante un viaggio a Praga nell’agosto 1990, avevo fotografato, rimanendo affascinata da quel monumento alla Trabant (utilitaria dell’era sovietica) su quattro zampe lunghe, che sembrava avanzare per la Città Vecchia. “L’ho esposta nella piazza vecchia di Praga, il primo giorno dopo la riunificazione della Germania.” - spiega David Černý - “Il fatto che l’avessi intitolata ‘Quo Vadis’ (dove vai) era una domanda sul futuro del paese”. Artist, Rock Star e Jesus Christ sono, invece, i protagonisti di Kits (1992/2009), pezzi in fiberglass a grandezza naturale da staccare e ricomporre. Ma l’attrazione più eccentrica, che cattura l’attenzione anche del passante più distratto, è Shark (2005): un finto Saddam che galleggia nella vasca piena di formaldeide. La citazione è esplicita, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living di Damien Hirst. Che la poetica dell’esplosivo Černý fosse attraversata da una vena dissacrante era cosa nota, a partire dalla home page del suo stesso website dove, per entrare, bisogna cliccare sulla sua testa che ruota senza mai fermarsi: ogni volta che la testa si gira verso l’utente, lui apre la bocca e morde. Aggressiva, del resto, è stata considerata una delle sue opere più recenti, Entropa (2008), realizzata per la hall del Parlamento Europeo a Bruxelles. Se n’è parlato talmente tanto che, tornare sull’argomento, sarebbe noioso. La web cam è accesa, ecco comparire il volto di David sullo schermo del pc. Tra una domanda e l’altra preziosissima la collaborazione di Carolina Pozzi, assistente della galleria - l’artista ogni tanto si alza, risponde ad un sms, beve un sorso di caffè e si lascia

sfuggire una risata. Nell’agosto 1990, a Praga, realizzavi Quo Vadis. In vent’anni di postcomunismo com’è cambiata la realtà artistica? Prima della fine dell’era comunista l’arte era un modo per protestare, però in un modo molto limitato. Se si faceva in maniera più esplicita si veniva arrestati. Anch’io, all’inizio, ho provato a combattere il comunismo, ma dopo aver passato due giorni in prigione, decisi che non sarebbe più dovuto succedere. Non c’era altro da fare che emigrare definitivamente. Proprio dipingere di rosa il carro armato sovietico (monumento alla liberazione dall’occupazione nazista), è stata la causa del tuo arresto, nel 1991, benché ti abbia portato anche grande notorietà. Alla base del tuo lavoro c’è sempre uno sconfinamento tra realtà e finzione, espresse attraverso la formula del gioco e dell’ironia. Cosa rispondi a chi ti ritiene più un provocatorio che non un artista che utilizza la provacazione? È qualcosa di simile alle canzoni di protesta. C’è sempre da distinguere tra il significato del testo e la musica. Alcune canzoni hanno anche una musica bellissima, altre invece valgono solo per il testo. Lo stesso è per le opere d’arte. Se il messaggio è quello della provocazione, è difficile distingere se si tratti di mera provocazione o di un’opera d’arte che provoca. È un’opera d’arte L’Orinatoio di Marcel Duchamp o provocazione? Tra i soggetti dei tuoi lavori c’è Cristo, Saddam Hussein, Re Venceslao… ci sei anche tu. Come mai non c’è Kafka? (Risata). In realtà, tempo fa, avevo pensato di proseguire la serie Kits con tre ebrei importanti: Kafka, Freud e Einstein. Iniziai con la figura di Freud, di cui avevo trovato una fotografia in cui posa, in piedi, per una scultura. Mi piaceva l’idea di realizzare una scultura di lui mentre, a sua volta, veniva scolpito. Ma è stato il risultato a non piacermi. Però ho utilizzato l’immagine per Hanging Out.

Ai tempi dell’Accademia di Belle Arti, che hai frequentato a Praga tra il 1988 e il ’94, hai fatto parte del gruppo di artisti “Uhvatni” (I Fenomeni), con cui avevi stilato un manifesto che sembra un inno al capitalismo. “Condanniamo ogni atteggiamento ostile verso il denaro. Insomma desideriamo diventare famosi e ricchi subito, non post mortem”… (Risata). Bisogna considerare che avevamo tra i 18 e i 19 anni e, nel profondo, eravamo socialisti, ma senza alcuna idea reale sul mondo dell’arte e su come fare arte. (Risata). Era puro fanatismo. Nel tuo curriculum c’è anche un doppio soggiorno newyorkese: tra il ’94 e il ’96 sei stato invitato come artista in residenza per il PS e, successivamente, hai seguito un programma di studio del Whitney Museum. Che posto hanno avuto queste esperienze nel tuo bagaglio personale e professionale? La Meet Factory, che ho fondato nel 2006, è proprio il risultato di queste esperienze. È una struttura non profit per artisti cechi e stranieri che prevede residenze d’artisti per lavorare a Praga. All’interno di questo centro culturale multifunzionale ci sono quindici studi, una galleria, un teatro... Ti definisci scultore, tra l’altro nel tuo libro - The Fucking Years - fai un calcolo degli anni che hai trascorso come scultore con la quantità di sperma che hai usato (pari a 30 litri). Hai sempre sperimentato materiali diversi: vetroresina, plastica, bronzo, vernice… c’è un materiale che prediligi? Hai una metologia di lavoro? (Risata) Però non ho mai usato lo sperma! Scelgo il materiale a seconda del progetto, prendendo in considerazione caratteristiche come resistenza e durata, soprattutto quando si tratta di opere pubbliche che devono resistere alle intemperie. Non uso quasi mai la pietra. Quanto alla metodologia, utilizzo sia il computer - soprattutto quando si tratta di opere meccaniche in movimento, che visualizzo attraverso programmi 3D - che modellini e schizzi. Qual è la tua opera più rappresentativa?

DAVID CERNÝ

Sicuramente Metalmorphosis. L’ho realizzata a Charlotte, North Carolina, nel 2007, ma è un’opera che continua ad affascinarmi. In Shark citi, sotto forma di parodia, Damien Hirst, artista top price dei nostri tempi. Ci sono altri artisti o movimenti che ritieni significativi punti di riferimento? Damien Hirst non è certo un punto di riferimento per me: non mi piace quello che fa. È l’esempio di un artista famoso che è un’enorme bolla di sapone. Il mio citarlo è puramente ironico. Tra quelli, invece, che stimo credo che non abbia senso citarne uno o due.

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IMMAGINARI TECNOLOGICI di Antonio Caronia

Mangiare le parole «La grande dualità delle cause e degli effetti... si prolunga in quella delle cose e delle proposizioni, dei corpi e del linguaggio», scrive Deleuze commentando Lewis Carroll. E individua «l’alternativa che attraversa tutta la [sua] opera: mangiare o parlare». (Logica del senso, Quarta serie: sulle dualità). Se «mangiare, essere mangiato, è il modello dell’operazione dei corpi, il tipo della loro mescolanza in profondità, la loro azione e passione», parlare è invece «il movimento della superficie, degli attributi ideali o degli eventi incorporei». Non c’è speranza, allora, di fare incrociare questi due ordini di eventi, di fare interagire il linguaggio col cibo? Niente affatto, continua Deleuze, e chiama sempre a testimone Carroll, e la sua Alice. Si può «parlare di cibo, o mangiare le parole.» Ma mentre nel primo caso «le parole della narrazione giungono di traverso, come attratte dalla profondità dei corpi, accompagnate dalle allucinazioni verbali», mangiando le parole «si eleva l’operazione dei corpi alla superficie del linguaggio, si fanno salire i corpi destituendoli della loro vecchia profondità, a costo di rischiare in questa sfida tutto il linguaggio». Potremmo chiederci quale di queste due modalità sia all’origine (o descriva meglio) la recente ascesa del cibo come «oggetto culturale» per eccellenza della cultura globalizzata mondiale in questi ultimi anni. Perché pare proprio che il cibo stia avviandosi ad avere questa funzione, affiancandosi (o addirittura soppiantando) moda e design, troppo eterei e «immateriali» per esercitare una qualche funzione di contrappeso alla «immaterialità» del capitalismo contemporaneo. L’arte del secondo Novecento ha già avuto notevoli commerci culturali col cibo. Basti pensare a Daniel Spoerri, a Mario Merz, a Wolf Vostell, a Hermann Nitsch. I modelli di questa interazione col cibo sono stati i più vari. Rischiando l’eccessiva semplificazione, potremmo dire che la polarità deleuziana si proietta in qualche modo in una specie di opposizione fra Spoerri e Nitsch. Là dove il primo opera ironiche congiunzioni e opposizioni fra cibo e linguaggio (le collezioni di ricette, i resti dei pranzi incollati, quasi vetrificati sulla tavola), alla ricerca di una dimensione paradossale che gli consenta di mettere sempre più in scacco la rappresentazione, il secondo utilizza il pasto comune come forma privilegiata della «comunione totale», puntando a un rovesciamento fortemente ritualizzato fra interno ed esterno: l’esibizione delle viscere degli animali macellati e il sangue che intride le vesti bianche dei partecipanti all’Orgien Mysterien Theater, il «teatro delle orge e dei misteri» che l’artista austriaco ripropone in varie forme da cinquant’anni, sono altrettanti indizi di una discesa in profondità del linguaggio, del suo scontrarsi col corpo in una ritualità tragica che deve qualcosa ad Artaud. Più di recente, nella scena artistica italiana, stanno emergendo interessanti sviluppi nell’utilizzo del cibo e dell’alimentazione come terreno di ricerca linguistica e sociale. Il progetto Foodpower (www. foodpower.it) ne è un bell’esempio. Partendo da una intenzione prevalentemente sociale e politica

(far riflettere il pubblico sulla contraddizione tra il cibo come bisogno primordiale – la fame – e la sua trasformazione in un consumo da privilegiati – il lusso), Franca Formenti utilizza però nelle sue performance raffinati strumenti di carattere linguistico. Il riferimento ai problemi sociali legati al cibo (fame nel mondo, immigrazione, diversi modelli alimentari) non viene realizzato con una esplicita denuncia, ma con dispositivi più sottili – mettendo in scena situazioni paradossali che rovescino l’esperienza quotidiana dei partecipanti, mettendoli in situazioni imbarazzanti, addirittura irritanti o comunque inconsuete. Da un’esperienza e da una relazione linguistica (una nuova situazione) il partecipante trarrà, se vorrà, la sua riflessione. Se nella prima performance (Varese, settembre 2008, poi replicata in varie altre città) il puro e semplice caso teneva lontano dal buffet la maggioranza del pubblico, trasformandola in affamati costretti a contemplare una minoranza di privilegiati che si riempivano di cibo, nella seconda tappa del progetto da poco presentata (Hai fame? Milano 2010) alcuni migranti dismettono la veste di queruli postulanti – come di solito molti di loro si presentano per le strade delle nostre città – per offrire invece con cortesia del cibo ai passanti. Se nel primo caso il meccanismo linguistico era ancora metaforico (il servizio d’ordine che regolava l’accesso al buffet non era che il braccio secolare di un editto crudele e capriccioso: «Tu non hai diritto al cibo»), nella seconda performance è ancora più diretto: la tradizionale e lamentosa invocazione del mendicante («Ho fame!») viene trasformata nella sorprendente e paradossale domanda: «Hai fame?». Formenti non è sola. Nella performance Squatting supermarkets: cortocircuito (www. artisopensource.net) al circolo Arci La schighera di Milano (gennaio 2010), xdxd e Penelope di Pixel (i due artisti/performer) mettono in opera una curiosa simulazione del meccanismo oracolare, costringono il partecipante in fila per il cibo a un lavoro ermeneutico su frammenti di video e audio, e concludono: «Vuoi mangiare? Raccontami una storia». Qui il collegamento tra le informazioni di cui il cibo è comunque portatore e la «attivizzazione» del pubblico si realizza con un appello alle competenze comunicative e linguistiche di quest’ultimo. Con un dispositivo diverso da quello di Foodpower, anche questa è una sfida che mette in gioco il linguaggio.

foto: Enrico De Matteis


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Franca Formenti

Luogo: Milano

Foto: Cavallopazzo e Urijoe

Web: www.foodpower.it

ARTISTA LA CUI RICERCA MOSTRA APERTAMENTE UNA NUOVA SOCIETÀ CHE MITIZZA IL CIBO E I SUOI CREATORI Franca Formenti…che forza della natura! Appena ho letto di lei ho pensato: “questa deve essere una donna tosta. Una che pensa”. Appena l’ho incontrata ne ho avuto la conferma. Una donna sveglia, intelligente, fuori dagli schemi e con una risata altamente contagiosa. C’è l’artista che crea e non sa in realtà perché, e c’è chi, come Franca, che osserva, ragiona e agisce anticipando mode e tendenze. Nel 2007 ha ideato Foodpower, una performance che esasperava il concetto dell’accessibilità al cibo presentata da un’immagine in cui un trans imboccava un giovane ragazzo. Nella porzione di mondo ricca e benestante il cibo non rappresenta più solo una necessità ma è diventato anche uno status symbol rivestito di glamour e fascino, un oggetto-feticcio plasmato dalle mani delle star del nuovo millennio, gli chef. Il cibo è un nuovo “strumento di potere” e Franca ne esalta gli eccessi e i paradossi con spietata lucidità. Partiamo con FOODPOWER, la performance “culinaria” da te realizzata nel settembre 2008. Inizio da qui per entrare nel vivo della tua ricerca e ti chiedo: qual è il potere del cibo? Un essere umano appena nato, dopo il pianto ha fame. Il potere del cibo ha due aspetti: la fame e la gola. La fame è legata alla sopravvivenza, all’istinto; la gola è invece seducente, subdola. Oggi c’è una grandissima attenzione anche al mondo e ai personaggi che gravitano intorno al cibo, pensa ad esempio alla figura del critico gastronomico; prima non se ne sentiva parlare così tanto mentre oggi ha un grado di riconoscibilità sociale elevatissimo. Come si è generata questa riflessione e in che modo si è poi costruita l’analisi che ha dato vita alla tua performance? Ogni mio lavoro nasce da un vissuto personale. Foodpower è nato da un vissuto che non ha però coinvolto me personalmente, una situazione materna in cui ho avvertivo che l’unica arma per riuscire ad attirare l’attenzione del mio interlocutore era il cibo. Da lì poi è nato l’interesse per Ferran Adrià, non perché si tratta di uno dei più grandi chef del mondo, ma perché avevo letto che usava, e usa tuttora, delle sostanze che anestetizzano delle parti della bocca. Questo aspetto mi interessava moltissimo anche in relazione a sostanze

narcotiche usate dai giovani che anestetizzano oltre che il cavo del setto nasale anche quello orale. La mia sfida era riuscire a trovare zone che rimanessero sensibili e, dopo esserci riuscita, ho capito che il cibo ha un potere fortissimo. Come l’erotismo in cui l’uso di oggetti per provare piacere è assimilabile ad una ricerca del sé, così il cibo, nel momento in cui viene introdotto dentro di noi, procura piacere. Qual è il fondamento teorico che sostiene tutto ciò dal punto di vista artistico? Ora ti dirò una cosa che troverai probabilmente dissacrante. Io non abbraccio molto il discorso dell’artista-intellettuale, anzi, mi sento molto distante da quella figura. Credo che gli artisti siano delle persone che hanno la capacità di fissare e amplificare le emozioni e di tradurle in lavoro, mentre è compito dell’intellettuale decifrare e concettualizzare il lavoro e l’attività dell’artista. Detto questo, considero Foodpower un’operazione di hacking nei confronti della società e il mio interesse attuale è verso Vilém Flusser, Manuel Castells e soprattutto Antonio Caronia. Il cibo seduce e corteggia i palati, l’arte nutre la bellezza dello spirito. Sai, ho sempre pensato all’uno e all’altro ricordando l’immagine del Convivio dantesco. Come può il cibo diventare arte, oggetto di analisi artistica? Il cibo è già arte, non lo deve diventare. Pensa ad esempio a qualcosa di semplicissimo come la farina, dietro vi è la terra, il frumento, c’è la storia di un popolo, la sua cultura. Il cibo è altamente evocativo e denso di metafore. A maggior ragione oggi, in una società altamente individualizzata e frammentaria, il cibo evoca radici storiche e culturali. Richiama la convivialità, i legami e i rapporti umani. Da sempre, analisi sociologiche come quelle di Jack Goody lo confermano, è esistito uno stretto legame tra cibo e classe sociale. Ti chiedo, e non senza provocazione, il cibo è lusso per le classi elitarie e semplice necessità per tutti gli altri? Anche il sarto era una semplice persona che cuciva i vestiti poi, con la ricerca delle classi più abbienti, è diventato un vero e proprio status e da qui è nata l’icona dello stilista. Oggi questo è avvenuto nel campo

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alimentare in cui non si fa altro che ribadire che il cibo deve essere biologico e di qualità e, di conseguenza, avere un prezzo superiore. Il dualismo tra poveri e ricchi c’è sempre stato ma dietro c’è anche un inganno legato al business, c’è e ci sarà sempre di più il meccanismo perverso per cui il cibo sano equivale a cibo caro. Tu ritieni che gli chef siano le nuove icone del terzo millennio e che abbiano sostituito l’iconastilista. Perché, secondo te, c’è stato questo spostamento d’asse? Quali sono le condizioni storico-sociali che hanno spinto verso questa tendenza? L’abito resta esterno al corpo, il cibo invece entra al suo interno. Come c’è stato il boom dell’uso del sex toy, qualcosa che entra dentro, così oggi c’è grande attenzione al cibo perché il mangiare è come una sorta di ingravidamento. Da un lato il cibo come lusso e dall’altro la sempre maggiore attenzione alle tematiche ambientaliste, l’importanza di consumare cibi di stagione e prodotti “sotto casa” per ridurre l’inquinamento ambientale. Semplice ipocrisia di una società votata per natura alla contraddittorietà? Qualcuno ha detto che l’essere umano è l’unico mammifero che dove passa distrugge. Nella vita ci sono cose fantastiche e irrinunciabili ma finché questa falla comportamentale non verrà debellata credo che, malgrado le buone intenzioni, poi prevalga l’istinto distruttivo legato alla smania di accumulo di denaro. Il tema dell’EXPO 2015 di Milano è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. Una conferma di questa visione sull’attenzione sempre maggiore che avrà il cibo nel nostro futuro prossimo? Certamente sarà un trionfo anche di contraddizioni perché in fondo l’arte serve a quello. Qual è lo scenario e quali sono le strade che a tuo avviso verranno percorse nel domani? Avremo figli che sfoggeranno in tavola una fetta di prosciutto San Daniele come oggi si sfoggia un paio di scarpe Jimmy Choo? C’è già il culto tra i giovani ventenni di mostrare la griff, il brand del cibo ricercato sulle loro tavole, piuttosto che andare in un ristorante particolare. Questo nel futuro sarà sempre più evidente. Franca, devo dire che la tua ricerca e la tua riflessione mi hanno colpita in modo particolare. Vorrei che mi parlassi un po’ di te…com’è Franca? Sono molto irruente ma anche molto serena . E ora svela a noi di Andy…come te la cavi in cucina? Beh…in modo divino!


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Le immagini qui riportate sono tratte dalla serie fotografica Bolted del designer olandese Maarten Kolk. L’idea del progetto, confluito poi nel libro “Bolted” edito nel 2008 da Episode Publishers di Rotterdam, nasce dal suo interesse verso il mondo degli orti e dalla convinzione che la materia della quotidianità sia troppo spesso data per scontata. Le verdure sono alimenti che vengono acquistati e consumati regolarmente da tutti noi, eppure, quanto sappiamo delle vicende legate all’origine e alla crescita delle stesse? Maarten, a partire dalle visite giornaliere presso il proprio orto, ha iniziato ad osservare e annotare tutte le scoperte, che ha poi registrato e interpretato con il suo occhio da designer.

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TESTO DI PAOLA RECAGNI ILLUSTRAZIONE DI BIAGIO D’ALESSANDRO

Mondo ricco : gola, gusto, ra f f i n a t e z z a , ricchezza, abbondanza, mercato, supermercato, fast food, slow food, tradizione culinaria, festa, pranzo di Natale, abbuffata, ristorante, chef, Gambero rosso, critico gastronomico, nouvelle cousine, bon ton, stelle michelin, percorsi enogastronomici, turismo rurale, editoria, campagna pubblicitaria, sano, biologico, ogm, omega3, anoressia, bulimia, dieta mediterranea, dieta dissociata, linea, prelibatezza, multinazionale, cibo in scatola, quattro salti in padella, consegna a domicilio, sushi, cibi light, obesità, cellulite, malattie cardio-vascolari, spese sanitarie, inquinamento, colletta alimentare, spreco, spazzatura, sevizie sugli animali, petrolio, schiavitù.

Terzo mondo: fame, miseria, carestia, sete, sfruttamento, eccidio, aiuti umanitari, dittature, multinazionali, no profit, G8, fondo monetario internazionale, interessi bancari, debito pubblico, Fao, emigrazione, guerre, morte.

Il cibo è solo la nostra fonte di nutrimento? Andy è partita da questa semplicissima domanda e ha iniziato a riflettere. Abbiamo fatto un gioco di brainstorming a partire dalla parola cibo, pensando a tutto ciò che è associato ad esso nella nostra porzione di mondo ricca e benestante e ciò che invece lo collega al Terzo Mondo. Il risultato? Una bilancia totalmente “sbilanciata” dove a farla da padrone sono gli eccessi e le contraddizioni generate da un sistema che si inchina solo davanti al profitto. Non vogliamo certamente togliervi il piacere di gustare un delizioso piatto servito in un bel ristorante, questo no, vogliamo però farvi riflettere. Pensate a tutto quanto ruota intorno al cibo, riflettete sul potere che si è creato intorno ad uno dei bisogni irrinunciabili di ogni essere vivente. Noi non parliamo più di bisogno ma di moda, se non mangi sushi non sei trendy, sei davvero cool solo se frequenti determinati locali; per non parlare delle liste d’attesa e dei conti stratosferici che siamo disposti a pagare con grande gioia, per mangiare un piatto preparato dalle mani dell’ultimo chef di grido. Se da un lato impazza la dieta vegetariana, dall’altro lato è arrivata da New York una nuova tendenza: i “neo-cavernicoli”, persone che si cibano di sola carne proprio come l’uomo di Neanderthal… Buffa creatura l’essere umano, non è vero? E tutto ciò lo si può anche accettare ma, per favore, prima di sparare l’ultima trovata in fatto di cibo fermatevi un secondo e pensate a chi la fame ha tolto anche la capacità di poter solo immaginare il vostro prossimo piatto. 40


Intervista: Raffaella Scarpitta Soggetto: Nicola Sergio

Luogo: Parigi

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.myspace.com/nicolasergio

L’AVVENTURA DI UN GIOVANE MUSICISTA CHE CON TALENTO, CORAGGIO E AMBIZIONE HA AFFRONTATO UNA DELLE SFIDE PIÙ DURE: VIVERE DI MUSICA, SUA UNICA E GRANDE PASSIONE Nicola Sergio, pianista e compositore, è determinato, istintivo, voglioso di sorprendere e di sorprendersi, di godere dell’inatteso. La sua musica non nasce solo dalla musica, ma da uno sguardo personalissimo sulla realtà. Le sue note ci immergono in un elegante, melodico e fiabesco mondo. È il leader del Nicola Sergio Trio che vede come special guests il newyorkese Michael Rosen e l’argentino Javier Girotto. Il trio, che concilia la tradizione jazzistica alla modernità e alla multiculturalità, ha registrato il CD “Symbols” per l’etichetta indipendente Challenge Records International. Recentemente ha anche registrato con la nascente Nau Records un reportage e un CD in quintetto per il progetto “Cilea mon amour”, rilettura in chiave jazz di arie tratte dalle tre opere del compositore Francesco Cilea. Come ti descriveresti? Sono determinato e ambizioso, abituato a lavorare con gli occhi fissi sull’obiettivo. Cerco di essere il più “aperto” possibile e di sfruttare tutte le opportunità per migliorare, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche professionale e umano. Mi piace avere uno sguardo personale sulle cose e amo le persone che hanno voglia di esprimersi e di comunicare. Qual è stato il percorso che ti ha portato alla musica? Perché proprio il pianoforte? Da piccolo ho ricevuto molti stimoli: mia zia era costretta a prodursi in balli e canti per farmi mangiare, mio nonno mi raccontava molte favole che hanno sviluppato la mia creatività e immaginazione. Poi i miei genitori mi regalarono un lettore e dei dischi in vinile con delle colonne sonore di film e di cartoni animati: ricordo ancora a memoria le melodie e i testi. Un giorno mi regalarono anche una piccola tastiera, con cui riproducevo ad orecchio i temi delle pubblicità in Tv. Ho creato il mio primo gruppo a 8 anni, nei locali di una banca in costruzione. Il bello è che non avevamo strumenti, ma scope, mattoni, scatoloni di carta ed un’asta vecchia di un microfono. Mi divertivo molto. Desideravo studiare la batteria, ma non essendoci professori nel mio paese, iniziai lo studio del pianoforte che, da allora, non ho mai più lasciato.

NICOLA SERGIO

Ogni artista ha un tratto distintivo, il tuo? Nelle e-mail ricevute, la mia musica è descritta come personale e melodica. Sono contento perché queste caratteristiche sono basilari per un progetto e per un’identità all’interno del mercato musicale. Anche se, a dire il vero, non scrivo per essere originale, ma per essere me stesso.

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Credo molto nell’istinto e nell’intuito: l’originalità viene fuori da sola, se abita in te. Quando scrivo non mi pongo mai dei limiti stilistici, cerco di essere naturale e spontaneo. Pensando ad un disco mi focalizzo sull’omogeneità e sulla progettualità: se fanno perdere coerenza al lavoro scarto anche dei temi. Da musicista, come ti accosti a un brano musicale? Tramite un ascolto empatico, trascinato dall’emozione, o tramite un ascolto analitico, affiancato da trascrizioni per studiare gli aspetti armonici, ritmici, o legati al linguaggio. Stessa cosa quando suono: in fase di studio analizzo, cerco, elaboro; quando suono in pubblico, invece, mi abbandono completamente all’istinto e all’emozione. Oltre che pianista, sei compositore nonché leader del Nicola Sergio Trio… come è nata questa realtà? Tutto inizia a Perugia nel 2004, eravamo un quartetto e suonavamo al centralissimo Caffè Morlacchi tutti i mercoledì sera. Ad ottobre il proprietario ci disse: “vedrete che dopo la prima serata non verrà più nessuno, ai giovani non piace molto il jazz, è una musica difficile”; suonammo, invece, per dodici mesi consecutivi, col pienone fino alle 3 di notte. Lì venivano a farci visita altri amici giovani musicisti, con cui facevamo le jam, e grandi musicisti come Gabriele Mirabassi, Paolo Di Sabatino, Mario Raia e molti altri. Siamo divenuti trio in seguito alla partenza per il servizio militare del nostro sassofonista. Così a fianco agli standards ho iniziato a scrivere composizioni mie, fino a raggiungere un repertorio originale, proposto in varie manifestazioni e in alcuni festival. Nell’Ottobre 2007 mi sono trasferito a Parigi, ho cambiato ritmica, rodato un po’ il gruppo e registrato il disco nello studio di Stefano Amerio a Udine. Come ospiti ho invitato due personaggi esperti e d’eccezione: il mio caro amico Michael Rosen, con cui avevo suonato varie volte e con cui oggi condivido il progetto “Cilea mon amour” nonché un progetto in duo, e il sassofonista argentino Javier Girotto, che vive a Roma da molti anni. La forza comunicativa del jazz? La spontaneità e la libertà dell’approccio. Ma, al di là di questo, per me il jazz è una mentalità, un modo di essere. La necessità, l’urgenza di esprimere profondamente la propria personalità, attraverso un continuo confronto tra il linguaggio della storia e il bisogno di innovare. Il vero jazzista per me è una persona creativa, audace, che cerca di andare sempre oltre quello che altri hanno già detto e che lui stesso ha detto prima. È voglia di sorprendere e di sorprendersi, di godere dell’inatteso. Questo è il jazz, questo ciò che mi emoziona di più. Da quali temi, suggestioni, sentimenti nascono le tue composizioni? Quali corde emotive vuoi toccare nel pubblico? Credo che la musica non nasca solamente dalla musica. Per essere musicista e compositore bisogna avere un’identità sul piano culturale e maturare molte esperienze al di fuori della musica stessa. Ho appreso molti concetti, ritrovati nella musica, in realtà da

altri campi. I temi possono nascere dalle situazioni più disparate: la lettura di un libro, l’incontro con una persona, la visione di un film, un sogno, un’esperienza emotiva forte, un concetto, l’ascolto di un brano. Questo è l’ “humus” da cui nascono le mie idee. Per toccare le corde emotive del pubblico, prima devi toccare le tue. Se sei spontaneo e vivi la musica il pubblico ti capisce. È straordinaria l’energia che senti dal palco: se suoni col cuore senza dubbio arrivi alla gente. Come vivono, nella tua musica, la modernità e la multiculturalità? Come si armonizza questo sguardo analitico sulla contemporaneità con la tradizione jazzistica? Il primo ambito di ricerca si sviluppa attraverso l’utilizzo di progressioni armoniche e di strutture non tradizionali. L’aspetto multiculturale si riferisce al fatto che gli spunti creativi dei temi possono essere rintracciati non solo in musiche di regioni e popoli diversi, senza preclusioni di generi, di stili o di epoche (è il caso di “Children’s Circle” dedicata a Debussy e di “Violino gitano”, di influenza balcanica) ma possono anche intrecciarsi con le vicende della storia (“Edessa”, ispirata all’epico scontro fra i crociati e i turchi) o con i personaggi della letteratura (“Mr. Hyde”), così come dalla visione di un quadro o di un paesaggio (“Un quadro” e “Scilla”) o, ancora, da un’immagine umoristica (“Il pugile Frank Zopp”, storia di un pugile zoppo che vuole sfidare i campioni della boxe) o fantastica/fiabesca (“Il labirinto delle fate”). Il rapporto tra innovazione e tradizione è importante. Sono partito senza molto tener conto del discorso stilistico, oggi invece studio sempre più la tradizione perché più hai coscienza del passato, più puoi essere moderno e innovativo. Inoltre il jazz ha un proprio linguaggio e una propria grammatica che non può prescindere dalla tradizione. L’importante è comunque non rimanere vittima della tradizione e crearsi un modo proprio di suonare. Con la prestigiosa Challenger Records hai pubblicato “Symbols”. Le tappe di questo lavoro? Dopo la registrazione molti mi dicevano “c’è la crisi del disco e i cd non si vendono più, i produttori sono sommersi da cd e non li ascoltano nemmeno, se non sei un nome non ti calcola nessuno”. Non ci ho creduto! Anche se consapevole delle difficoltà credevo nel mio progetto ed avevo i miei obiettivi. Ho comunque inviato una copia del master alla Challenge Records International, sperando nel loro ascolto. Dopo appena una settimana mi chiama Maurits De Weerts, product manager & artist relashionships: tutti erano affascinati e colpiti, si erano riuniti e votato il mio disco all’unanimità. Il capo della Challenge Anne De Jong aveva intenzione di avviare con me un discorso che non riguardasse solamente questo cd. Poi sono venuti a Parigi per parlare con me e, dopo un paio di mesi di trattativa, ho firmato un contratto d’artista, più impegnativo rispetto ad un contratto di licenza, che prevede altri lavori in futuro con la stessa etichetta e mira alla mia crescita artistica e alla diffusione dei CD sul mercato internazionale. Vedere quanto credano in me mi ripaga di tutti i sacrifici. Sono molto felice e provo due sensazioni contrastanti: da un lato non mi sembra vero, dall’altro ci credevo profondamente

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perché sono ambizioso. Recentemente hai anche collaborato al progetto “Cilea mon amour”, cosa ha significato per te? Come descriveresti questa esperienza? Ha rappresentato una grande responsabilità e una bella opportunità per cimentarmi in un progetto originale e stimolante che ho condiviso senza perplessità, pur consapevole delle inevitabili critiche alle quali ci si sottopone manipolando materiale artistico che da molti è considerato quasi sacro e inviolabile. Il mestiere di musicista è rischio: la creazione è, di per sé, un meccanismo in cui ci si mette in gioco tout court e dal quale non ci si può ritrarre. Con questo progetto sono cresciuto sia dal punto di vista umano che professionale. Mi sono appropriato del linguaggio di un grande della lirica italiana, mio conterraneo. Mi emoziona pensare che abbiamo visto gli stessi splendidi paesaggi nel cuore della Costa viola, conosciuto gli stessi sapori, respirato gli stessi odori. Sono felice di aver collaborato con grandi musicisti e di aver instaurato un rapporto di fiducia e di stima reciproca con il produttore Gianni Barone, persona entusiasta, determinata, ricca di idee e amante della cultura e dell’arte. Secondo te, qual è il fascino del compositore Cilea? Quali aspetti, musicalmente parlando, sono stati valorizzati con questo lavoro? Cilea è un poeta, canta le passioni eterne dell’uomo: l’amore, il dolore, la morte. Il suo messaggio è affascinante, nonché di straordinaria attualità. A livello musicale il primo problema da arrangiatore, era di tipo concettuale: come intervenire su delle opere capaci di commuovere migliaia di persone in tutto il mondo? Ho iniziato ascoltando per più di un mese le opere: più andavo avanti e più emergeva chiara la caratteristica della contabilità dei tempi, del gusto melodico, di melodie che si impongono immediatamente all’orecchio. Ho lasciato quasi intatta la “carrozzeria”, la melodia, affinché fosse riconoscibile, sfruttando così appieno il punto di forza e il carattere distintivo di Cilea, ho modificato in senso jazzistico il “motore”, la forma e l’armonia. Ho riarmonizzato le arie più belle e conosciute usando accordi più moderni e sonorità che si ritrovano non solo nel jazz, ma anche nelle musiche di Debussy, di Bartok, di Scriabine. Ho attinto al mio universo per creare qualcosa di personale, ho aperto delle “parentesi”, creato dei “tunnel” e delle estensioni, infine ho dovuto inventare delle griglie di accordi su cui sviluppare la pratica essenziale del jazz: l’improvvisazione. È stata un’esperienza affascinante e divertente. Sogni e progetti futuri? Sto studiando per migliorare a livello musicale, per avere sempre più flessibilità ed elasticità, per indirizzare le mie competenze in settori eterogenei: dal jazz alla musica per il teatro, al pop-jazz, ai rapporti tra musica ed altre arti. Idee tante, poi si valuterà la fattibilità. Mi piacerebbe fare qualcosa di importante per la mia terra che possa contribuire a rilanciare l’immagine e a far vedere il vero volto della Calabria, da cui non ho mai rescisso il legame.


Intervista: Dejanira Bada

Soggetto: Andrea Buffa

Luogo: Missaglia (LC)

Foto: Marco De Paolis

Web: www.manzamezzora.it

UN CANTAUTORE DALLA FORTE PERSONALITÀ CHE NON HA MAI SMESSO DI SOGNARE. PER LUI LA MUSICA È VITA, LA SCRITTURA UNA PASSIONE Andrea Buffa è uno di quegli individui che non ha mai smesso di sognare e che da grande, grazie alla sua determinazione e non solo, è riuscito a realizzarsi e a diventare un cantautore molto stimato. Gli incontri fortunati, (di quelli che ti cambiano la vita) la pazienza, la passione, l’amore per la vita e per la musica, sono gli ingredienti che hanno permesso ad un uomo di divenire un grande artista, che sicuramente farà ancora parlare molto di sé…

Gabriele Buffa (pianoforte), che sono parte integrante del progetto “Andrea Buffa”, e Pier Daniel Cornacchia (violino), abbiamo iniziato le prove e il lavoro sul commento musicale. Le nostre storie parlano del momento in cui l’umanità cede nei confronti di sé stessa e si perde o rischia di perdersi. Alcune sono storie vere, nel senso di storicamente accertate; altre sono inventate ma stanno sicuramente nell’esperienza di quasi tutti noi, di uomini e di cittadini.

È la tua innata passione per la musica, che coltivi fin da bambino, ad averti portato a diventare un cantautore invece che uno scrittore, oppure è dipeso anche da qualcos’altro?

Per ora siamo in possesso soltanto di un tuo EP e di (strana cosa) un live. A quando la registrazione di un disco vero e proprio?

La musica, come esperienza dall’altro capo dello stereo, dello strumento, mi appartiene e sono sempre stato un fruitore di musica, così come ho sempre amato scrivere. Un giorno queste due cose, portate da qualche altra esperienza di vita, si sono incontrate e ho scritto canzoni. Diventare un cantautore, poi, è dipeso da una serie di incontri fortunati che ho fatto negli ultimi anni. Come mai hai deciso di dedicarti proprio a questo particolare genere musicale? Non credo si sia trattato di una decisione. La modalità espressiva che uso viene probabilmente dalla mia esperienza di ascoltatore e anche dalle possibilità di gestire i contenuti di cui sento il bisogno di parlare. Inizialmente pensavo che avrei camminato maggiormente sulla strada del folk, poi le cose hanno preso la loro direzione da sole. Ho molta voglia, però, di sperimentare sonorità nuove e credo che nel prossimo disco questa cosa sarà bene in evidenza. Parlami del tuo progetto “Come api”.. “Come Api” nasce dall’esigenza che avevo di andare oltre la “canzone”, di utilizzare un altro strumento espressivo. Si tratta di uno spettacolo teatrale fatto di monologhi e canzoni che ho iniziato a scrivere, un po’ come esperimento, per la nostra partecipazione all’On the Road festival di Pelago, nel 2009. Lì, anche se siamo arrivati senza esperienza e ore di prova, la cosa è stata bene accolta, così non mi sono fermato e ho finito di scrivere il copione alla fine dell’estate. Da quel momento, con Sonia Cenceschi (chitarra),

Il live che pubblicheremo, almeno su internet a breve, è frutto della necessità di andare oltre al primo lavoro, di avere del materiale che dicesse chi eravamo diventati in un anno, e della voglia di fare “una foto” a quello che avevamo fatto. Sappiamo che i live sono figli di tanti tour e vengono prodotti su più date e che noi siamo andati nella direzione opposta ma era quello che volevamo e cioè mettere in mano, a chi ci ascolta, una “sintesi” realistica di quello che avevano sentito ai nostri concerti. Le idee per un disco nuovo ci sono, abbiamo solo bisogno di trovarci e svilupparle e poi di entrare in studio a registrare. Cos’hai provato quando Lorenzo Monguzzi, anima dei “Mercanti di Liquore”, ha risposto alla tua mail per darti un parere riguardo alla tua musica e come è stato collaborare con lui? Seguivo da un po’ Lorenzo e i suoi “mercanti” e, senza sapere ancora bene per quale motivo, ho sentito che potevo affidare le mie canzoni a lui. Il perché l’ho scoperto dopo. Non solo perché mi ha risposto dopo tre ore ma perché ho trovato un uomo di grande spessore, generoso, disposto a spendersi per il piacere di farlo. “Collaborare” è una parola un po’ grossa perché prevede uno scambio. Io più che altro ho preso. Lorenzo è un grande professionista, sensibile e molto umano. E se ti dico Riccelli degli Arangara e lo spettacolo ideato da Carlo Lucarelli … Ho conosciuto, girovagando per il “My Space”, la musica degli “Arangara” e sul loro spazio ho visto che facevano una cosa per raccogliere fondi per un asilo in Sierra

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Leone. Inizialmente non ho colto il fatto che Carlo fosse “implicato”, come scriverebbe lui. Supportato dalla bella impressione per la musica degli “Arangara” e spinto dalla formula magica “fondi per asilo” ho contattato Gianfranco per “mettermi a disposizione”. Cos’hai pensato la prima volta che sei salito su un palco? Abbiamo debuttato in una situazione piuttosto importante, su un palco grande con sotto un pubblico discreto e, sinceramente, una volta salito sul palco, mi sono seduto, con loro che già avevano iniziato a suonare e mi sono sentito come se fossi sul divano di casa. Non è una cosa che ho realizzato subito. Ho dovuto finire il concerto, scendere e pensarci sopra. È sempre stato così e nei mesi in cui l’attività live ha visto un momento di sosta in favore del lavoro su “Come Api”, mi sono mancati moltissimo sia il palco che il pubblico. Solitamente come nascono le tue canzoni? Una volta scrivevo solo se ero pressatissimo dall’esigenza di mettere ordine, di metabolizzare, un’esperienza o un’emozione. Diventare un musicista mi ha permesso di aprirmi un po’ di più nei confronti della scrittura e mi ha regalato il gusto di scrivere anche per raccontare. Di andare a cercare le storie invece di aspettare di sbatterci contro. Il testo è sempre centrale e nasce assieme alla linea melodica e ad un primo abbozzo di giro armonico. Poi entrano in scena Gabriele e Sonia che fanno il lavoro “pesante” sull’arrangiamento. Come hai trascorso tutti questi anni, prima dell’Ep, del live e del teatro? Sono diventato “grande” lavorando, vivendo la mia vita. Facendo degli errori e delle cose giuste. Facendo il papà. Non credo di avere smesso di crescere, temo che farò ancora degli errori e, fortunatamente, le cose belle della mia vita, come i miei figli, rimangono. Cosa consiglieresti a tutti quei giovani che cercano, a volte invano, di raggiungere il successo con la loro musica, proprio tu che ci sei riuscito così tardi? Dipende un po’ da quello che si vuole e da cosa intendiamo per successo. Vivere della propria musica, per esempio, è già un gran successo. Credo che sia determinante avere qualcosa da dire e porsi sempre in maniera sincera nei confronti del pubblico e di se stessi. Bisogna lavorare tanto. Sperare nel colpo di fortuna non ha molto senso in generale e, nella musica, alle cui porte si accalcano in molti, è proprio fuori luogo.


Intervista: Isabella Marchiolo

Soggetto: Sebastiano Zanolli

Luogo: Nove (VI)

Foto: Renato Ravenda

Web: www.sebastianozanolli.com

MANAGER ATIPICO E SCRITTORE DI BEST SELLER. AMMINISTRATORE DELEGATO DI 55DSL, TESTIMONIA I VALORI VINCENTI DELL’ECONOMIA DI OGGI Di mestiere fa il manager e il formatore di manager. I suoi libri hanno titoli come “La grande differenza” e “Paura a parte”. Il vicentino Sebastiano Zanolli, classe ’64, ha lavorato per grandi aziende internazionali (oggi è AD di 55DSL, il marchio streetwear della Diesel con il logo “wendersiano” dell’angelo) ed è uno che, anziché impantanarsi nella fobia imprenditoriale della crisi pandemica, punta dritto alle soluzioni. Il suo approccio manageriale è l’umanesimo puro: se riscopriamo affetti, valori e cultura vivremo meglio e penseremo di più. Intelligenza contro crisi economica, una lotta alla pari. E l’incubo della famigerata parabola discendente si sgretola come un gigante d’argilla. Lei è un manager “con l’anima” new age e radici nella lezione del corporate training. Eppure la stagione motivazionista dei Dale Carnegie sembra un capitolo “vintage” dei nostri tempi. Penso alle foto di un amico, con lui in giacca e cravatta durante un raduno: quella Polaroid sfumata somiglia a una testimonianza mitologica raccontata dai manager in embrione di vent’anni fa ai rampanti di oggi, meno inclini all’esercizio del sé. Francamente non mi interessa sapere se qualcosa che riguarda la crescita personale è di moda o meno. Scrivo e gestisco in base ai risultati. Se si ottiene quello che si desidera allora un comportamento vale, se no, non vale. Valeva nel passato, vale oggi, varrà domani. Attingo a tutto quello che mi sembra funzionare. A volte sbaglio, provo a correggermi e riprovo. Nel suo target di orientamento ci sono anche i genitori. In che modo è possibile “educarli” a crescere i figli? Come si diventa buoni padri e madri? Ho un figlio, con cui faccio del mio meglio. Ed è il massimo che possiamo fare. Provare, studiare ed applicare criticamente le esperienze e gli studi altrui sono un buon viatico. Dopodiché servono pancia e cervello, perchè ciò che insegniamo sarà difficile che valga nel mondo del futuro. Credo che lo spazio di miglioramento, se i genitori si applicano, sia enorme, perchè si parte davvero dal poco.

Lei lavora molto sulle dinamiche di gruppo. Non sente la “concorrenza” di una società sfrenatamente individualista? Sembra che il lavoro in team sia guidato soprattutto dall’obiettivo di unirsi nel sacro nome dell’interesse e nella santa crociata del massacro dell’avversario… Credo che quello che dice sia vero. Ma in questo momento storico l’alternativa non esiste. Forse non si tratta di un vero massacro, ma la globalizzazione (torno ora da un soggiorno in Cina) ci sta dicendo che 3 miliardi di persone vogliono arrivare ad essere come noi ed avere ciò di cui noi godiamo (a volte immeritatamente). La globalizzazione, da tempo, non pone scelte. Competere o soccombere. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato, ma è così e né io né altri riusciremo a far cambiare idea a chi lotta per cambiare il suo status. E il nemico per loro siamo noi. Sarà un periodo molto duro. Forse educativo, ma duro. Nei suoi libri cita il valore dell’amicizia e delle buone letture. Possiamo suggerire, per il nutrimento spirituale di un buon manager o imprenditore, la semplice e antica regola di trovare sempre dieci minuti al giorno per un libro? Assolutamente sì. Guardi, 15 minuti al giorno valgono circa 10 pagine; 10 pagine al giorno (dal lunedì al venerdì, cosi il week end la mente riposa...) sono 200 pagine al mese. Se saltiamo agosto e dicembre (sempre per non esagerare...) sono 10 libroni all’anno, più probabilmente 12. Ora, chi in Italia legge 12 libri all’anno di un tema specifico, è invitato da Vespa a Porta a Porta come esperto... Mi risolva una situazione comune dei nostri tempi. Qualcuno è insoddisfatto e frustrato nel suo lavoro ed è impossibilitato ad abbandonarlo, magari perché ha una famiglia da mantenere o un mutuo da pagare. Deve osare cambiar vita? E se va male? Realizziamo a lieto fine la vituperata flessibilità: in Italia è davvero possibile cambiare lavoro e fare quello per cui ci si sente tagliati? Per rispondere bisogna completare la domanda. È possibile, “pagando un conto”, cambiare vita? Se la risposta è piena di se e ma... allora no. Ma non è colpa

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del mondo, è un problema individuale. Consiglio come esempi contrastanti ma interessanti “Adesso basta “ di Simone Perotti e “La fortuna non esiste” di Calabresi. Altra situazione. Qualcuno è convinto di avere una qualità e, tramite essa, poter raggiungere il successo. Come fa a capire se il cuore gli indica la strada giusta o se invece si sta sbagliando? Guardando il suo passato e quello dei suoi genitori, usando qualche test e facendo domande a chi lo conosce bene (dategli la possibilità di rispondere anonimamente, però, per capire se si sta raccontando balle). Poi dedicarsi qualche bella giornata da solo, con la musica che ti piace, in un posto che ti piace, con il quaderno e la matita che ti piacciono. E chiederti, appunto, se il cuore dice che sarai disponibile a pagare il conto. Lei afferma: “Ora contano i prodotti e i servizi di qualità. Il ‘made in’ non salverà nessuno. Le idee invece sì. Per questo è strategica la formazione, perché nella vita si impara sempre.” Come lo spiega all’artigiano del piccolo paese che con la sua azienda di famiglia lavora da quarant’anni sul suo personale ‘made in’? Non è una visione che taglia fuori i ‘piccoli’? Lo dico proprio a loro. Sto parlando delle rendite di posizione, il ‘made in’ lo è. Che una cosa sia fatta in Italia, se non ha intrinseche qualità realmente differenti, non salva. Serve lavorare sul nuovo e sul diverso. Nessuno dice che sia facile. Il commercio, oggi più di prima, è una guerra. Le guerre non sono mai piacevoli. Bisogna decidere se si vuole combatterle o meno, ma una volta deciso non si scherza più. Vede, io sono figlio di una di queste persone, che proprio per questa fondamentale miopia - e in buona fede - ha dovuto chiudere baracca e burattini. Ai piccoli servono proprio le idee. Più che ai grandi. Citando ancora Carnegie, se vinciamo la paura e impariamo a “trattare gli altri e farceli amici”, avremo intrapreso la strada giusta. Ma se usiamo questo insegnamento per vendere qualcosa a qualcuno, dovremmo sentirci in colpa? Esiste il venditore con l’anima, o l’iconografia che lo vuole furbo in modo non sempre onesto, ha un fondo di verità? È un pensiero comune, forse derivante da una mala interpretazione di alcuni pensieri religiosi o ideologici. Tutta la nostra esistenza è contrassegnata dal tentativo di piacere ad altri, e ci sono gradi di onestà diversi da persona a persona. La regola d’oro del non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te per me è una discriminante importante. No, non direi che dovremmo sentirci in colpa se semplifichiamo, miglioriamo o facilitiamo in questo modo le esistenze altrui.


Intervista: Dejanira Bada

Soggetto: Demetrio Naccari Carlizzi

Luogo: Reggio Calabria

Foto: Antonio Belvedere

Web: www.demetrionaccari.it

LA DIALETTICA È STATA IL SUO PRIMO AMORE. UN AVVOCATO CULTORE DI STORIA E DI ECONOMIA DIVISO TRA LA SUA FAMIGLIA E LA PASSIONE PER LA POLITICA Bando ai pregiudizi, perchè qui abbiamo a che fare con un avvocato, un politico, un padre, un marito, un uomo vero, decisamente fuori dagli schemi. Demetrio Naccari Carlizzi, rock star-intellettuale nella sua vita precedente. Alla faccia di chi sostiene che i politici siano tutti corrotti e gli avvocati degli individui disumani. Demetrio, come e quando è nata la tua passione per la giurisprudenza? Da ragazzo al Liceo classico Tommaso Campanella di Reggio ho capito l’importanza di affermare le proprie idee in maniera pacifica. Questa arte aveva un nome, si chiamava dialettica. Sui libri di latino si studiava di un certo signore, che faceva l’avvocato e veniva ammirato per come convinceva le persone con la sua dialettica, e che poi si sarebbe dato alla politica. Si chiamava Cicerone. Decisi che l’avvocatura non doveva essere così malvagia come dicevano tutti E per la politica? Sempre al Tommaso Campanella di Reggio, dove venni presto eletto rappresentante degli studenti; insistendo con preside e Provveditore agli Studi, ottenemmo delle migliorie all’edificio e vedemmo garantito il nostro diritto a studiare in condizioni decenti. Ho cominciato a crederci da allora: se si persevera, se si cerca di documentarsi e capire, si può ottenere il rispetto dei propri diritti. Competenza, testardaggine, studio: quello che ci serve al Sud. Ma veniamo alla tua formazione. Dì la verità, quando hai effettuato un corso presso l’Università della California passavi molto più tempo in spiaggia a guardare le bagnine in stile Pamela Anderson (se ne esistono davvero) che a studiare… Tanto non eri ancora sposato vero? Beh io ero andato dall’altra parte del mondo a studiare, e non mi andava di sprecare i soldi della mia famiglia, non mi sembrava corretto; e a stare lontano dalle aule dell’università, avrei perso un’occasione, se poi pensi che Davis, dove si trovava il Campus universitario, non

è sul mare, ma vicino la Napa valley, niente Pamela Anderson! Ma poi te la posso dire tutta? Se avessi proprio voluto passare il mio tempo in spiaggia a guardare belle figliole, non avevo certo bisogno di fare diecimila chilometri: ne abbiamo di fin troppo belle in Calabria, di spiagge e di donne; te lo dico io che ho sposato una calabrese come me. A parte gli scherzi, tua moglie come e dove l’hai incontrata? Può sembrare strano a dirsi, ma è un amore che è nato da un dolore comune. Ci siamo conosciuti in ospedale. Suo padre stava molto male, pativa per una malattia che di lì a poco ci avrebbe portato via il suo grande esempio di vita. Era stato anche il mio maestro in politica. Cambiando argomento. Tu sei Assessore regionale al Bilancio e Trasporti della Calabria. Chi meglio di te ci può dire come è messa realmente la situazione al Sud. Il Sud non può avere altro futuro che migliorare. Il divario con il resto dell’Italia non ha più scuse, ed è imbarazzante se confrontato con il resto dell’Europa. Bisogna abbandonare un modello di sviluppo che negli ultimi 30 anni è stato fallimentare, anche la Calabria vuole nuove opportunità e servizi decenti. Il Sud troverà il suo riscatto solo con leader giovani che puntino sull’innovazione socio-culturale ed economica. I giovani di oggi sono pronti per le sfide globali, non so se posso dirlo di parecchi dei politici che abbiamo qui. Dubito che molti di loro sappiano cos’è un iPhone o abbiano mai mandato una e-mail in vita loro. Ho letto che sei un grande cultore di Alessandro Magno. Non è che sei un po’ megalomane e credi di poter salvare l’umanità e di riuscire a risolvere il problema della fame nel mondo? Ti dirò che per me la questione è molto seria. Io non ammiro Alessandro il Grande perché fu uno che sottomise e conquistò tutto il mondo civilizzato

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del suo tempo. Io sono rimasto affascinato, non dal condottiero, perché le armi mi procurano una reazione allergica, ma da una personalità che ha dell’incredibile. Alessandro ha rivoluzionato il mondo dei trasporti dell’epoca e questo gli permise di vincere gran parte delle sue guerre, e per uno che si alza la mattina e va in ufficio a fare l’Assessore regionale ai Trasporti, ammetterai che questo ha un certo peso, può diventare materia d’indagine. Alessandro duemila anni fa aveva realizzato una globalizzazione ante litteram, nel suo regno non vi era obbligo di seguire questo o quel rito, inoltre era stato così rivoluzionario da trasferire la sua capitale dall’Epiro, suo luogo d’origine, a Babilonia, l’odierna Baghdad. Infine il suo unico figlio maschio nacque da un matrimonio con una principessa afgana (per essere precisi una Battriana), che indossava il burqa e si chiamava Roxana. So anche che sei un fan dei Pink Floyd (che anche io adoro da sempre) ma non mi dire (come sostengono molti altri) che il disco che preferisci di questa band, unica nel mondo, è il loro primo album “The Piper at the Gates of Dawn”, solo perchè c’era quel folle genio di Syd Barret!!.. Ho sempre pensato che si dovessero rompere gli schemi. Nessuna restrizione, nessun limite, nessuna paura del futuro; per questo mi sono da subito riconosciuto nel testo di una pietra miliare come il brano “Another Brick in the Wall”, quando si canta We don’t need no education… we don’t need no thought control... E lasciando da parte i Pink Floyd e Alessandro Magno, quali sono i personaggi, le letture e le band che più hanno influenzato la tua vita? Mi piace passare il tempo libero a leggere romanzi storici, ho un debole per i libri di Valerio Massimo Manfredi e libri di economia. Mi distraggo sempre sentendo canzoni di Vasco o qualcosa retrò, come i Simply Red. Nella vita politica ho sempre guardato con ammirazione alle forze tranquille di personaggi che sapevano mediare e al tempo stesso prendere decisioni senza tentennamenti. Ho avuto la fortuna di crescere al fianco di un uomo eccezionale come Italo Falcomatà, sindaco di Reggio negli anni ’90, ma ho sempre avuto ammirazione anche per altri calabresi, come Riccardo Misasi. Sei anche uno sportivo.. ma stai mai a casa con la tua famiglia?! Per i miei due figli ho dovuto ritagliare degli orari particolari. Nei primi anni di vita della maggiore ho capito che fare bene il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo. Non vorrei mai finire come quel politico che mi spiegava agli inizi della mia carriera a quali sacrifici ti portasse dedicarsi a questa passione. Scherzava sempre sulla volta che sul corso principale del suo paese i figli piccoli, che non lo vedevano da settimane, corsero a braccia aperte incontro al parroco del paese scambiandolo per il papà! Beh, abbiamo finito e ti devo dire che tutto sembri tranne che un freddo e spietato avvocato e per giunta anche politico. Hai mai pensato di fare la rock star? Forse quando avevo ancora i capelli. Adesso non saprei dove mettere il gel per farmi una cresta punk.


Intervista: Paola Recagni

Soggetto: Glow Swanson

Luogo: Milano

Foto: Marco De Paolis

Web: www.facebook.com/missglowswanson

LE LUCI SI ABBASSANO, LA TEMPERATURA SALE E LEI COMPARE IN TUTTO IL SUO SPLENDORE COME UNA DIVA DEGLI ANNI ’50. INIZIA LO SPETTACOLO BURLESQUE DI GLOW, SENSUALE PERFORMER DI TALENTO Una ragazza bella, raffinata, dolce e riservata con una grande passione, il burlesque. Lei è Gloria, in arte Glow Swanson. La sua più che passione è una vera e propria dedizione, un amore che l’ha portata a diventare una performer di grande talento che prepara con cura maniacale ogni suo spettacolo, dalla meticolosa creazione del costume all’elaborata ideazione della sua presenza in scena. Un grande lavoro di ricerca e di continua scoperta di un mondo che seduce e corteggia con gusto e malizia. Curiosi di assistere ad una sua esibizione? Preparatevi, perché sarete catapultati in una nuova dimensione chic-retrò. Ti confesso di non aver mai assistito ad uno spettacolo di burlesque perciò sono curiosissima di capire di cosa si tratta. Mi parleresti un po’ di questo mondo? Il burlesque nasce come spettacolo parodistico a metà Ottocento nell’Inghilterra vittoriana, poi è stato adottato da vari altri Paesi tra i quali l’America, dove oggi è molto sentito. La donna che si esibisce in questo genere di spettacoli deve essere sensuale ma anche molto ironica, infatti non esiste un rigoroso canone estetico, la cosa che conta maggiormente è saper catturare il pubblico attraverso un mix di sensualità e humor. Come è nata la tua passione? Sin da ragazzina ho amato il mondo delle pin up, lo stile anni ’50, generi musicali quali il rockabilly e il rock and roll alla Elvis Presley. Poi, crescendo, ho iniziato a documentarmi anche sul burlesque, pian piano ho imparato a conoscerlo sempre più frequentando serate ed eventi, fino a contattare la Voodoo Deluxe Burlesque Agency, agenzia per la quale oggi lavoro. Cosa significa essere una burlesque performer, pin up e alternative model quale tu sei? L’alternative model è una modella che non rispecchia i classici canoni di bellezza di una ragazza da copertina patinata, ma è una donna normale, con tatuaggi o piercing. C’è chi ha i capelli colorati, chi è più maschiaccio, sono ragazze dalla forte personalità che si

differenziano dalla classica bellezza acqua e sapone. Pin up perché un po’ mi sento tale, mi piace lo stile retrò, anche quando vado di giorno al lavoro ho un mio stile particolare che va dall’acconciatura all’abbigliamento. Quindi, oltre ad esibirti, svolgi anche un normale lavoro… Si, purtroppo in Italia non si vive di solo burlesque. Sono segretaria in una Banca d’affari, questa è l’occupazione con cui riesco a mantenermi. Il burlesque è la mia passione che svolgo con serietà professionale e che mi piacerebbe diventasse un giorno il mio unico lavoro. Immagino che la preparazione di un tuo spettacolo richieda molto impegno…. Moltissimo. La mia ricerca inizia con la scelta della musica da cui sviluppo un tema e in base a questo elaboro il costume. Nella preparazione dell’abito prendo spunto dalle dive del cinema americano come Mae West o dalle burlesque performer del passato quali Gipsy Lee Rose, Lili St. Cyr, Dixie Evans... Parto dai costumi d’epoca per poi rielaborarli in chiave moderna, seguendo il mio gusto e la mia personalità, un gusto raffinato che trae spunto anche dai ricercati costumi di Dita Von Teese. Dove trovi gli oggetti e i capi d’abbigliamento retrò? Quali sono i mercatini e negozi particolari che frequenti solitamente? La ricerca è tutt’altro che semplice, scovare i capi e gli accessori giusti richiede una dose di tempo e di denaro non indifferente. Trovare un negozio dedicato al burlesque in Italia è molto difficile, a Milano ho però trovato dei punti di riferimento quali la corsetteria Mezzobusto, dove lo stilista Luca Soffiatti crea costumi su misura, e il Sex Sade dove trovo vari accessori in stile retrò. Poi spazio via internet, cercando contatti anche con ragazze che creano da loro i vestiti. Com’è il mondo che ruota intorno al burlesque, da quali persone è formato? Ci sono soprattutto persone che amano lo stile retrò,

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che hanno la passione per la cultura che va dagli anni ’30 agli anni ’50. Dal dj che ascolta e trasmette musica rockabilly o rock and roll, all’appassionato che si veste e vive nel quotidiano come se fosse catapultato in quegli anni, che indossa abiti e scarpe vintage e che si pettina usando solo la brillantina, o che arreda la propria casa con pezzi d’arredo retrò. È un vero e proprio stile di vita. Il pubblico che assiste ai tuoi spettacoli è prettamente maschile o ci sono anche donne? Si, si, ci sono anche le donne, anzi, a volte sono più numerose del pubblico maschile. Si tratta di ragazze normali, curiose e affascinate da questo mondo e di altre che, anche se non sono delle performer, si presentano con un look retrò ricercatissimo. Ci sono dei luoghi e dei momenti in cui la vostra comunità ha occasione di ritrovarsi? Si ci sono vari eventi organizzati ogni anno tra i quali il più importante è il Summer Jamboree a Senigallia. Si tratta di un evento internazionale, a cui partecipano persone provenienti da tutte le parti del mondo. Per dieci giorni il centro di Senigallia viene popolato da stand di macchine, moto, parrucchieri e bancarelle vintage, oltre che una serie di show legati a questo mondo come concerti e spettacoli burlesque. Poi ci sono tante altre manifestazioni più piccole che ruotano intorno al mondo delle pin up o locali, come il Milwaukee 50’S Diner di Varedo, un tipico locale americano anni ’50 dove si può cenare e ballare. Una volta tolti i panni di miss Glow chi è Gloria? Quali sono i tuoi interessi, le persone che animano il tuo mondo…? Quando sono Gloria sono una persona normalissima che ama comunque vestirsi con un look particolare e che perciò può apparire agli occhi delle persone un po’ strana e bizzarra. Frequento pochi amici ma buoni, con cui amo andare al cinema, a cena o a concerti, infatti la maggior parte di loro sono musicisti underground, ma non frequento le discoteche perché non le sopporto. Ovviamente il mondo del burlesque fa parte di me quindi non smetto mai di ricercare e di “respirare la sua aria”, anche in ambito cinematografico prediligo infatti la commedia americana degli anni ’30 e ’40 e la screwball-comedy. Mi piace viaggiare, sia in senso proprio che su internet, alla ricerca e scoperta di cose sempre nuove. Bene, l’intervista è terminata e ora, inter nos, mi riveli la tua miglior arma di seduzione? Oddio! Credo un atteggiamento un po’ sfuggente legato al mio sguardo, al mio modo di essere misteriosa.


Intervista: Margherita Mazzenga

Soggetto: Roberto Del Balzo

Luogo: Milano

Foto: Amedeo Novelli

Web: www.robertodelbalzo.com

DALL’EDITORIA TRADIZIONALE AL WEB. OGGI IL SUO CAMPO D’AZIONE È L’INTERACTION DESIGN E LE APPLICAZIONI CHE PROGETTA PER IPHONE Creativo nato a Milano, dove vive. Metà del suo sangue è napoletano, l’altra milanese per cui la chimica dei due poli scatena spesso qualche piccola tempesta interiore, placabile solo con una pizza o un risotto allo zafferano. La passione per la grafica e il design è stata sempre coltivata nonostante gli studi di carattere scientifico. Nel 1990 l’entrata nel Gruppo Editoriale Jackson segna l’inizio della sua carriera. Qui lavora quasi 10 anni fino a raggiungere il ruolo di art director, poi la svolta con l’ingresso in Matrix, società del Gruppo Telecom Italia leader nel mondo dei media digitali e dell’advertising online famosa per la sua attività editoriale rappresentata dal portale Virgilio e Virgilio Città e tutte le attività di innovazione. In Matrix si occupa anche della parte mobile, con nuove iniziative nel campo delle applicazioni soprattutto per iPhone. “Interaction design”: design dell’interazione! Spiegami bene cosa significa. Definire in maniera univoca e definitiva l’interaction design non è semplice. In due parole è lo studio dell’interazione tra l’uomo e la macchina. Ma è una disciplina più complessa in cui confluiscono definizione dei contenuti, progettazione e sintesi finale: il momento in cui il progetto delle funzionalità viene rappresentato graficamente da un visual designer che spesso, se non sempre, si occupa anche della progettazione, suo irresistibile polo di attrazione. Nel mio percorso, cominciato con l’editoria negli anni ’90, sono arrivato alle applicazioni per dispositivi come l’iPhone passando per il web, ambito in cui tuttora lavoro. Vent’anni fa non avrei mai pensato di ritrovarmi tra le mani un telefono touch con un’applicazione disegnata da me. Immagino quanto possa essere gratificante! Ma, secondo te, come e quanto l’interaction design è funzionale alla qualità della vita? Dovrebbe migliorare la qualità della vita e degli oggetti che viviamo quotidianamente, nonché del modo che abbiamo di fruirli. Tecnologia e innovazione vanno sempre avanti e il mio mestiere deve fare i conti sia con questo, sia con la convergenza in atto: c’è un mondo fatto di notizie, telefonia, connected tv, web, realtà aumentata, musica… l’interaction design ci salverà

dalla schizofrenia! Ci sarà sempre più il tentativo di creare modelli ed esperienze d’uso comuni.

musica, qualche lettura e una buona predisposizione ad osservare quello che ci circonda, chiamiamola curiosità.

Ho letto ultimamente dell’ultrasound tactile display, uno speciale proiettore in grado di produrre una sensazione tattile sulle mani di un individuo, allo scopo di rendere “touch” un ologramma. Pensi che si possa arrivare ad interessare anche altri sensi, cioè il gusto e l’olfatto?

Sono assolutamente d’accordo con te. Vuoi raccontarmi di come è avvenuto il passaggio dall’editoria al web?

Sicuro! Per fantasticare, magari, ben presto, avremo una televisione che interpreterà i film: basterà “taggare” le scene e definire il genere e farà tutto lei, in collaborazione con una casa tutta collegata alla rete. Così le luci dell’appartamento verranno regolate a seconda delle scene e così i profumi. Immagina una scena thriller o horror: le luci si abbassano a seconda dell’intensità della scena; cominci a sentire l’odore acre del sangue e, sul più bello, al massimo della tensione, un segnale ti fa squillare il telefono o il campanello della porta di casa e il proiettore di cui parli ti farà sentire una sensazione tattile sul corpo, magari una mano che ti sfiora. Dopo tutto questo, se non sei già morto d’infarto con i tuoi occhialini 3d saldamente agganciati alle tempie, il decoder lancerà un messaggio in cucina dove, alla fine del film, troverai una bella e calmante camomilla ad aspettarti! A parte gli scherzi, tutto può succedere e qualcosa è già successo. È un mondo incredibilmente affascinante! Ti va di raccontarmi di qualche tuo lavoro o progetto in itinere? Qual è la molla creativa? La creatività è l’atto finale, la sintesi di un bagaglio di conoscenze ed esperienze che si materializzano magicamente dopo un processo che non è uguale per tutti, per fortuna. Per alcuni, e non è il mio caso, si arriva a questa sintesi con metodo, una placida razionalità che porta comunque a dei risultati. Io appartengo più alla categoria di quelli che fanno del caos il terreno fertile dove creare associazioni, piccole esplosioni che generano altre idee. Un approccio divergente, il tentativo di arrivare a un risultato in modo poco lineare, per suggestioni e qualche ora di sonno in meno magari. Poi l’immaginazione va anche nutrita con una dieta fatta di poche devianze televisive, buona

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Dieci anni fa ho lasciato un gruppo editoriale dove ho passato formidabili momenti di crescita e, arrivato al bivio, ho imboccato decisamente la strada del web. Si lavorava fino all’alba in qualsiasi stato fisico, dalla lombosciatalgia alla bronchite, in una sorta di estraniamento dal mondo, con l’accettazione degli occhi velati di rosso come un fatto naturale. Si sviluppava una sorta di indifferenza al dolore cercando di fare qualcosa di nuovo, bello e diverso, ore e ore davanti al computer senza alcuna sofferenza. So di te che “custodisci dietro lo sterno, da una vita, una passione: la scrittura”. Cosa ti piace scrivere? A cosa ti ispiri? Racconti brevi, monologhi, frammenti. È un desiderio custodito e coltivato, qualcosa di vicino all’anima e per questo fonte anche di un leggero tormento per la difficoltà di non poter vivere due vite: una la dedicherei alla scrittura. Sono tanti gli scrittori che amo, anzi i libri che amo, e sono troppi da citare. Adesso mi sto dedicando in modo un po’ seriale e compulsivo a Marco Vichi, mi piace molto. Altre passioni oltre la scrittura? La cucina, i viaggi, il mare in tutte le sue versioni, a colori sotto il sole oppure in bianco e nero, schiacciato dalle nuvole. Amo gli animali: l’estate mi ha regalato una splendida cagnetta trovata in un angolo della Sardegna. Prima parlavi anche di “buona musica”: quale musica ascolti? Non solo jazz. L’attuale compilation che mi accompagna in questi giorni è una miscela sapiente di John Mayer, Pat Metheny, Samuele Bersani, Michael Rosen, Bendik Hofseth, Dewey Redman, Rick Margitza, Kurt Elling. Non sopporteresti di vivere in un mondo senza ? L’elenco sarebbe troppo lungo! Quindi facciamo che non sopporterei un mondo senza cioccolato. Dicono di te … ? Generalmente quando vieni a sapere qualcosa detto su di te non è mai una cosa bella. Spero quindi che non si dica molto e di essere apprezzato per quello che sono. E tu, invece, come ti definiresti? Non basta una vita per capire se stessi e non riesco a darti una definizione; la cosa più semplice che mi viene in mente è che sono onesto, che non vuol dire essere buono ma cercare di essere onestamente me stesso, difetti inclusi.


mondo diverso fatto di lane e feltri, tessiture tradizionali e contemporanee, due piani in cui non trovi uno spazio libero. Scaffali pieni di cappelli provenienti da ogni dove… il rischio è lasciarci la testa! Ma la Cappelleria Melegari è anche un laboratorio dove si realizzano cappelli su misura, dove si prendono cura del tuo feltro, dove restaurano cappelli antichi. Un luogo contemporaneo che conserva un’antica arte grazie alla consapevolezza della propria storia e della propria tradizione che si perpetua dal 1914.

RE SALOMONE Mi ero preoccupato. Pensavo di aver perso i miei fogli volanti. Ho preso appunti per un’ora, durante tutto il pranzo. Si lo so, qualcuno penserà: “cavolo un’ora seduto a pranzare.. e poi a Milano!! Ma questo tizio ha proprio tempo da perdere”. Posso capirvi, ma dovete considerare diverse cose: la mia area di provenienza è quella meridiana, mi piace gustare il cibo e adoro l’ottima compagnia. C’è un posto a Milano che io amo, entrando mi sento bene e considerate che non è facile avere questa sensazione. È un ristorante ebraico, Re Salomone. Io adoro il cibo ebraico ed in genere mediorientale, amo la cultura ebraica pur essendo di formazione cattolica e un agnostico per convinzione e diletto. Insomma, tutte le volte che varco quella soglia mi perdo totalmente, e lo dico letteralmente. Alcune volte non riesco a capire se mi trovo a Parigi, a New York a Milano o a Gerusalemme. Che sensazioni splendide! Inglese, italiano, francese e ebraico si accavallano, si mischiano, si fondono. Qualcuno penserà che sia effetto della globalizzazione, io credo più semplicisticamente che sia l’effetto della diaspora. Ma lasciamo stare questi discorsi, il terreno potrebbe diventare veramente scivoloso. Veniamo a noi. Quello che non mi faccio mai mancare andando da Re Salomone è un’ottima bottiglia di Barkan, un’equilibratissimo shiraz prodotto a Dan in Israele, mi aiuta a mandare giù i falàfel, polpette di ceci fritte che proprio leggere non sono. Ma in realtà l’inizio è molto più ricco, questa volta ho deciso di prendere diversi assaggi della tradizione ebraica e mediorientale. I sigari del Sinai fatti con pasta sfoglia e carne trita piccante e i brik di patate assolutamente deliziosi. Il tutto accompagnato da un humus di salse varie fatte con passate di ceci, sesamo e melanzane. Lo shiraz è il mio fido compagno, mi aiuta in questa esplorazione culinaria fatta con curiosità e coraggio. Ecco, finalmente arriva il mio cous cous vegetariano, assolutamente delicatissimo, e poi mangiarlo mi ricorda delle cene fatte un decennio fa con Khaled, un mio grande amico tunisino che preparava un cous cous tipico di Zarzis, sua città di provenienza a sud di Tunisi, di fronte a Djerba. Debbo essere sincero, sono arrivato. Ma non demordo, ho ancora qualcosa da assaggiare. È arrivato il momento di una buona boukha, un acquavite a base di fichi, il mio frutto preferito e dulcis in fundo il dolce. Un assaggio di sofra, delizia a base di semola, pinoli, mandorle e uvette e baklawa, dalla personalità un po’ più forte, fatto con pasta sfoglia ripiena di pistacchi e mandorle. L’ultimo goccio di boukha e il gioco è fatto. Lascio il locale soddisfatto, salutando il personale gentile ed efficiente come sempre. Sono stato proprio a casa. Alla prossima.

1594 William Painter traducendo una novella trecentesca di Giovanni Fiorentino fece una grande cortesia a William Shakespeare. Pensandoci bene non solo a lui ma anche a noi. Eh si, senza quella traduzione non avremmo avuto Il mercante di Venezia. Immaginate quanto avrebbe perso il Teatro senza questa opera e non ultimo il cinema, dove la mettiamo infatti la straordinaria interpretazione di Shylock fatta da Al Pacino? Pensate quante cose e quante emozioni ci saremmo persi senza quella traduzione. 1594 è l’anno in cui Painter morì, sempre quell’anno Shakespeare iniziò a scrivere Il mercante di Venezia, e a Venezia nello stesso anno Paolo Sarpi fu denunciato per la seconda volta al Sant’Uffizio; tra le varie accuse anche quella di avere rapporti poco chiari con ebrei veneziani. Questo religioso dell’Ordine dei servi di Maria è una figura di primo piano nella storia della letteratura e della scienza. Fu assassinato a Venezia da Rodolfo Poma la sera del 5 ottobre 1607. Nei pressi del luogo dell’attentato in Campo Santa Fosca è possibile soffermarsi davanti ad un monumento che lo ricorda. Ma Paolo Sarpi dà il nome anche ad una via di Milano, raccontata da Roberto Vecchioni in una sua canzone. Io ci arrivo con il 14, scendo in via Bramante, giro l’angolo e sono in VIA PAOLO SARPI, una via storica che ancora oggi esprime tutto il suo fascino anche se negli ultimi 10 anni ha cambiato identità. Oggi risiede e commercia la più grande comunità cinese d’Italia. Le botteghe tradizionali ed i negozi storici hanno ceduto il passo ai grossisti cinesi. Sono pochi i sopravvissuti e tra questi al numero 19 c’è la CAPPELLERIA MELEGARI. Solo nel guardare la vetrina si respira un’aria d’altri tempi. Appena si passa la soglia d’ingresso il brusio ed il vociare esterno lasciano il posto al silenzio, alla calma. Si è proiettati in un

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IGOR Nella religione induista Krishna e Rama sono le incarnazioni di VISHNU che è uno degli aspetti di Dio assieme a BRAHMA e SHIVA conosciuti anche come la Trinità indù. L’assunzione di un corpo fisico da parte di un Dio viene chiamato nella religione induista AVATARA o avatar. Con l’arrivo del mondo virtuale questo termine è stato assimilato per indicare l’alter ego da noi usato nei mondi


fittizi generati all’interno di internet. Questo fenomeno ha stimolato la curiosità di James Cameron il cui risultato è probabile che lo abbiate visto al cinema. A me interessa poco la critica al film che per altro ho visto con molto interesse apprezzandone pienamente le nuove tecnologie usate. La cosa che mi interessa è che dopo Avatar credo che la quasi totalità della videoarte creata attualmente non abbia più senso. Forse sarebbe utile una riconversione con relativo ricollocamento professionale dei tanti artisti, critici, curatori e galleristi che non avranno più motivo di esistere. Sarà dura convincerli.

LA METROPOLE È la terza città francofona al mondo come numero di abitanti dopo Kinshasa, che a sua volta è preceduta da Parigi. Città dal grande fascino Montréal più affettuosamente chiamata in francese la Métropole. Ha dato i natali al grande Leonard Cohen, poeta e cantante senza confini, basti pensare alla sua Suzanne cantata anche dal nostro Fabrizio De André. Canzone che gli fu ispirata dalla figura della ballerina Suzanne Verdal, moglie dello scultore Armand Vaillancourt. Sempre a Montréal ha visto i natali nel 1970 un altro scultore, Michel de Broin. Figura molto interessante e poco conosciuta in Italia, oggi vive e lavora a Londra vera capitale europea dell’arte contemporanea. I progetti artistici di Michel sono delle vere e proprie sfide sia perché realizzati con materiali diversi sia perché rappresentano una vera e propria aspirazione utopica. Opere spesso giocose e scherzose, ma in grado sempre di suscitare e stimolare in colui che le osserva delle riflessioni. La Harvard Business Review Italia ha usato le immagini delle opere di Michel per illustrare il primo numero della nuova edizione. Seguo HBR sin dal primo numero e debbo dire che il lavoro svolto dal suo direttore Enrico Sasson è davvero encomiabile ed in linea con la sua grande professionalità e competenza. HBR è più di una rivista, è una guida, un contenitore di idee e possibili soluzioni che vanno attentamente seguite e studiate. E poi debbo dire sinceramente che questa nuova edizione è davvero gradevole anche alla vista. Cosa voglio di più? Leggo di strategie e nello stesso tempo arricchisco la mia anima osservando incuriosito le opere di un grande artista contemporaneo.

WALLANDER

MENTA PIPERITA

È stata una casualità fortuita fare la conoscenza di Kurt Wallander. Poche settimane fa in una delle mie escursioni alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, tra gli scaffali del piano basso ho incontrato casualmente questo affascinate e straordinario poliziotto con la passione dell’Opera, che sognava di fare l’agente di spettacolo ed invece, suo malgrado, si è trovato a lavorare al commissariato di Ystad, città portuale della Scania, la regione più a sud della Svezia. Dopo le prime battute ci siamo accomodati al bar della libreria. Inizialmente ero un po’ restio nel convincermi ad ascoltare le sue storie, infine mi sono fatto sedurre dal fascino che il Nord Europa esercita su di me e da un buona bottiglia di vino. Beh credetemi, oltre ad essermi ubriacato ne sono rimasto folgorato. Da quel primo incontro sono passate due settimane ma ci scriviamo con regolarità. Malgrado la sua riservatezza ha iniziato a raccontarmi del suo lavoro, della sua vita, di sua figlia. Penso sia nato un bel rapporto di amicizia con questo commissario di provincia. Si avete capito bene. Adesso ci diamo anche del tu e poi il darsi del tu è stato del tutto naturale visto che è una consuetudine svedese. Vi ho già detto la scorsa volta che non ho velleità letterarie e lo ribadisco, ma non vi nascondo che sto pensando seriamente di scrivere una biografia su questo poliziotto.

Vi ho già accennato della mia passione per il giardinaggio e dell’avventura che ho intrapreso da qualche anno, quella cioè di realizzare un orto medievale. Forse dovrei andare in analisi per capire il perchè. Voglio dire, io sono un appassionato di MEDIOEVO, sto li a ricercare volumi su volumi a leggerli a studiarli e tutto ciò non ha nulla a che vedere con quello che faccio. Una mattina di agosto di due anni fa svegliandomi mi sono detto: voglio realizzare un “orto medievale”, e da quella mattina questo desiderio è diventato azione, un’azione che mi assilla e spesso mi fa sentire impotente. Effettivamente penso che l’orto medievale sia un universo ricco di simboli, concepito secondo le ragioni e la cultura di quell’epoca. Credo che esso rappresentasse una sorta di CAMMINO ASCETICO, un viaggio ideale. Insomma più che un semplice orto era un GIARDINO DELLO SPIRITO. La frustrazione che mi assale penso sia una qualche forma di debolezza. È pazienza che non ho. Da anni lavoro per migliorare questo lato del mio carattere, riconosco che qualche risultato l’ho ottenuto, ma il cammino è lungo. I tempi della natura sono altri, credo che anche da questa consapevolezza trovi ragione la leggendaria saggezza contadina. Movimenti lenti che si susseguono, forte capacità critica e grande spirito di osservazione con un’attenzione spiccata per i particolari. Ma veniamo ad una delle piante del mio giardino dello spirito che più mi affascina: la MENTA PIPERITA. È stata dura prendere confidenza con questa pianta. Innumerevoli volte l’ho persa con facilità. Una folata di caldo, un ammanco d’acqua, una leggera dimenticanza per farla morire. In estate la uso non solo per le bevande ma anche per arricchire l’insalata. La mia menta ha innumerevoli proprietà: è stimolante, antisettica, anestetica, digestiva e carminativa. Ho imparato a propagarla per talea con il suo fusto ascendente, le sue foglie ovali e le sue felici infiorescenze, ha richiesto tanta pazienza ma alla fine siamo riusciti ad intenderci.

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SURICI La sua eleganza accresceva e si faceva notare giorno dopo giorno. Dimostrava il suo affetto in mille modi. La sua simpatia era contagiosa. Per 6 mesi è stato curato con amore e attenzione da SARA, il 26 febbraio un pirata della strada lo ha ucciso.

Avevo conservato il biglietto apposta, per ricordarmi di scrivere qualcosa. Aspettate un attimo… Eccolo!!! Trovato tra i fogli della mia moleskine. Crt Teatro dell’Arte Milano viale Alemagna 6. LE PULLE OPERETTA AMORALE. Balconata Fila O Posto n. 8. Prezzo € 18. Era domenica 14 febbraio, inizio spettacolo ore 16. Un’ora e mezza circa. Spettacolo irriverente, spesso incomprensibile per via dei dialetti usati. L’ossessione per le bambole è evidentissima, soffocante. Ottime alcune soluzioni sceniche. Uno spettacolo costruito con intelligenza. Confesso che vi sono stati momenti in cui ho fatto fatica a non addormentarmi. Resisto, lotto. Finalmente fuori. L’aria fresca mi aiuta a risvegliarmi completamente. Dietro di me sento una signora dire al marito: “ora capisco perché l’hanno fischiata alla Scala”. Mi guardo attorno, molti giovani sono venuti a teatro. Mi soffermo ad osservarne uno in particolare, parla con un gruppo di amici, è concitato, spiega, dà l’impressione di aver capito tutto. Mi avvio, ho il bus che mi aspetta!

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scirvi a: mylist@andymag.com


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Andy è una rivista free press ideata da Gianni Barone che si avvale del contributo intellettuale di menti giovani e dinamiche. Andy è la voc...

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