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Tutta un’altra

America

Dalle Montagne Rocciose ai Ponti di Madison County

Andrea Guglielmetti

Fontanaedizioni


Tutta un’altra

America


Andrea Guglielmetti

Tutta un’altra

America

Dalle Montagne Rocciose ai Ponti di Madison County

Fontanaedizioni


In copertina: Roseman Covered Bridge, Madison County, Iowa ambientazione del film “The Bridges of Madison County”

© 2011 Fontana Edizioni S.A., CH-6963 Lugano-Pregassona © 2011 www.fontanaedizioni.ch ISBN 978-88-8191-308-4


Introduzione “Un viaggio non inizia quando, chiusa la porta alle spalle e valigia in mano, ci si reca all’aeroporto per prendere il volo. Un viaggio comincia quando l’idea dello stesso nasce nella nostra mente, anche molto tempo prima della partenza. Quando restiamo affascinati da un paese o da una cultura senza neppure conoscerla, e immaginiamo di poter visitare quelle terre un giorno, chissà quando. Poi, improvvisamente, qualcosa scatta dentro di noi e i preparativi subiscono una brusca accelerazione: si consultano le carte, si sceglie un percorso, si stabiliscono le date e via... Così è capitato anche a me, probabilmente da ragazzino guardando un film western, che gli Stati Uniti mi scegliessero. Il loro fascino ha continuato ad influenzarmi negli anni anche nei gusti musicali così, mentre gli amici ascoltavano brani di Madonna, io andavo alla ricerca dei 33 giri di John Denver, Johnny Cash e degli Eagles, nei miseri reparti di musica country dei grandi magazzini. Allo stesso modo però un viaggio non finisce quando facciamo rientro a casa, ma continua dentro di noi con le esperienze che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo incontrato e le difficoltà che abbiamo superato. Soprattutto per chi come me decide di partire da solo, con la speranza di riuscire a cogliere qualche bella immagine, senza conoscere la lingua del paese in cui ci si avventura, senza avere prenotato alcun albergo, non potendo condividere quindi l’esperienza con nessuno. Da qui nasce l’esigenza di mostrare le foto scattate ad altre persone. Perché se una foto rimane chiusa in un cassetto o dentro la memoria di un computer, è come se non esistesse. Solo gli occhi del pubblico possono dar luce alle immagini trovate lungo la strada e dare almeno in parte un senso al lavoro svolto. Ecco perché ho deciso di pubblicare questo libro: per far vivere le mie foto e condividere l’esperienza fatta in quel magico paese. Forse ora posso dire che il viaggio è terminato”. Buon viaggio, Andrew...

The Ducan Cedar World’s Largest Western Red Cedar (Thuja Plicata) Kalaloch, WA, Us Hwy 101

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Tutta un’altra America Al rientro dai due viaggi mi è capitato più d’una volta che gli amici mi rivolgessero delle domande inerenti la violenza negli Stati Uniti. Volevano sapere se non avessi avuto paura a viaggiare da solo. Mi sono reso conto che la percezione degli Stati Uniti visti da un europeo è quella che ci viene data dai telefilm polizieschi farciti di spari e inseguimenti. In realtà durante le 11 settimane in cui ho percorso 22’000 chilometri attraverso gli stati del centro e dell’ovest ho incontrato solo una dozzina di auto della polizia. Esiste infatti una netta differenza tra gli abitanti delle città e quelli della campagna. I primi, più stressati, somigliano allo stereotipo rappresentato nei vari programmi televisivi. I secondi, più rilassati, legati al territorio e accoglienti, sono quelli che io chiamo gli americani più genuini. Gente affabile, curiosa, gentile, che guida auto vecchie di vent’anni e che è ancora capace di prendersi il tempo necessario per... vivere. Ed è questa l’America che ho cercato e trovato nei miei viaggi: tutta un’altra America... appunto!

Moclips, WA, Hwy 109

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Due viaggi per un libro Andrea Guglielmetti vive a Chiasso dove è nato il 28 agosto 1970. Cresciuto in questa cittadina al confine con l’Italia, scopre la sua passione per la fotografia da ragazzino quando, frequentando il locale gruppo scout, acquista il primo apparecchio fotografico che non dimentica mai di mettere nello zaino durante le escursioni nei boschi. Passano gli anni e l’amore per la natura si trasforma in lavoro, prima come selvicoltore, in seguito come guardia forestale. Allo stesso modo cresce anche la passione per la fotografia; l’avvento del digitale è visto come un’opportunità e grazie ad un prezioso regalo, una Canon 300D, comincia una ricerca più approfondita. Confrontandosi e collaborando con i soci del fotoclub cittadino, arrivano anche i primi riconoscimenti pubblici. Nel 2008 giunge quindi l’ora di partire per la sua prima seria avventura... In questo libro troverete le immagini catturate durante due viaggi. Il primo di 6 settimane, partendo da Takoma (Washington) il 15 agosto 2008 e arrivando a Los Angeles 26 settembre 2008, attraverso gli stati di Idaho, Montana, Wyoming, Utah, Colorado, Arizona, Nevada, Oregon e California. Il secondo di 5 settimane, ripartendo da Los Angeles il 29 maggio 2010 per arrivare a Chicago il 4 luglio 2010, attraversando gli stati di California, Arizona, Utah, New Mexico, Colorado, Wyoming, South Dakota, Nebraska, Iowa, Illinois, e Wisconsin. I testi sono presi dal blog del mio sito internet, scritto ogni volta che ne avevo l’occasione durante il viaggio, senza alcuna modifica o correzione. L’idea è quella di restituire le sensazioni provate con le gioie e le delusioni, l’energia del mattino e la stanchezza della sera, dando al lettore l’opportunità di conoscere i luoghi visitati senza false enfasi, ma così come li hanno visti i miei occhi. Il sito è stato creato per l’occasione e aperto 4 giorni prima della partenza nel 2008. Non avendo alcuna esperienza nello scrivere un blog e senza sapere cosa avrei trovato, risulta evidente “l’imbarazzo” nello scrivere delle prime settimane (reso ancora più difficile dalle avverse condizioni del tempo dei primi giorni e la conseguente carenza di foto da scattare). Imbarazzo vinto grazie ai riscontri dei lettori che sempre più numerosi lasciavano un commento o mi inviavano una mail. Risultano più frequenti quindi gli articoli scritti durante il secondo viaggio.

Rapace ferito Mount Rainier National Park, WA, Hwy 706

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Parco eolico ] Dayton, WA, Hwy 12

Irrigazione Ronan, Montana, Hwy 93

Viaggio usa w2 Il viaggio negli USA è giunto alla seconda settimana e ho deciso di aprire un nuovo progetto per facilitare la visione delle foto. Nella prima settimana il brutto tempo imperversava, ma alla fine del 6° giorno un arcobaleno lasciava presagire un cambiamento. Dopo aver attraversato gli stati di Washington e Idaho, mi trovo ora nel Montana. Nella Clearwater National Forest ho conosciuto il District Ranger Douglas Gober, che mi ha fatto visitare la centrale di Orofino. Mi sono poi diretto a nord, verso il confine col Canada e ho attraversato il Glacier National Park; impressionante! Sono ridisceso verso sud percorrendo la 89 e la 287, su un altopiano dove pascoli e coltivazioni di grano si perdono all’orizzonte. Nei prossimi giorni mi dirigerò verso il Wyoming per visitare lo Yellowstone National Park. Essendo in anticipo sulla tabella di marcia potrei fermarmi qualche giorno all’interno del parco... A presto, Andrew. PS: mi sono dimenticato di presentarvi la compagna di viaggio, l’auto di media cilindrata che mi hanno dato a Tacoma, una Pontiac Grand Prix... 8


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A sud di Helena, Montana, Hwy 287

Jackson, Wyoming ]

Jackson Ciao ragazzi che mi seguite attraverso gli Western United States. Visto che mi sono concesso una breve pausa a Jackson, Wyoming, e che la linea Wi-Fi è buona, ne approfitto per aggiornarvi sul viaggio. Fin’ora ho attraversato Washington, Idaho e Montana. Il tempo cambia continuamente e gli sbalzi di temperatura sono enormi. A Yellowstone, oltre 2200 metri di altitudine, sono passato dai 36° di lunedì agli zero di martedì (vedi foto). Lo Yellowstone NP è veramente impressionante ma per goderlo a fondo avrei dovuto inoltrarmi a piedi per giorni e giorni nelle foreste, cosa non possibile se voglio percorrere i 10’044 km che mi sono prefissato. I bisonti che ho fotografato non sono finti... però l’Old Faithful Geyser che vedete alle mie spalle non voleva saperne di fare uno sbuffo decente; avrà avuto freddo anche lui... Domani partirò per lo Utah, una tappa molto lunga che non so ancora come affrontare: ci dormirò sopra... A presto, Andrew. 10


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Yellowstone National Park

Yellowstone National Park ]

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A nord di Rock Springs Hwy 191

Colorado! Ciao ragazzi! Cammina e cammina, siamo arrivati alla fine della seconda settimana di viaggio. Ho percorso più di 2’500 miglia ed ora mi trovo a Walden in Colorado, su un altopiano a 2’300 m.s.m., nel mezzo delle Colorado Rocky Mountains. Sto conoscendo molte persone, come Diego, che fa il cameriere a Jackson, ma che vorrebbe studiare architettura a Milano (buona fortuna). Nelle lunghe ore di viaggio ho tempo di riflettere su ciò che vedo, sul perché di certe abitudini degli americani che a noi sembrano tanto strane ad esempio. Il 24 agosto ad Helena sono uscito a piedi per cercare un ristorante. Dopo 10 min stavo per schiattare dal caldo: 36° alle 18.30. Mi sono rifugiato in un McDonald e quando sono uscito la porta d’entrata scottava così tanto da non poterla toccare. Senza quindi voler giustificare nessuno, mi sono reso conto che bisogna prima conoscere per poter... comprendere. Per sapere chi sei bisogna chiedersi da dove vieni, dove sei e dove stai andando. Proprio le domande che deve porsi un forestale quando ha di fronte un bosco e deve decidere cosa fare per curarlo. In ogni caso domani si riparte direzione sud, voglio gironzolare un po’ tra le foreste delle montagne rocciose. Alla prossima e scrivete... Andrew. 14


Dinosaur National Monument Utah e Colorado, Vernal, Hwy 40

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Rocky Mountain National Park Colorado River, Hwy 34

Rocky Mountain National Park ] Trail Ridge Road, 3400 m.s.m.

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12 Arizona. Alla fine della terza settimana sono arrivato in Arizona, e più precisamente a Page. È una cittadina sorta qualche decennio fa, credo con la costruzione della diga sul Colorado River. Partito da Frisco, Colorado (dove penso gli svizzeri abbiano lasciato il segno in passato), ho attraversato la parte meridionale dello Utah, facendo tappa a Moab, Torrey, Bryce e ora a Page. Ho voluto scrivere questo articolo perché è stata una settimana ricca di emozioni dovute ai paesaggi incontrati lungo la strada. Ho assaggiato l’inizio del Gran Canyon a Moab, nell’Arches National Park e nel Canyonland NP, dove temporali e raffiche di vento hanno messo a dura prova la mia abilità (poca) di fotografo. La sabbia si infilava ovunque tanto che ho temuto per la mia compagna di avventura, la Canon 5D. Un’impresa tenerla ferma! E la sera grande pulizia di obiettivi e sensore! Vi è già capitato di dover togliere gli occhiali da sole perché il vento ve li porta via? Ma poi l’arrivo del bel tempo, con lo spostamento sulla 95 verso Torrey, dove nel deserto ho trovato due cani abbandonati. Impossibile per me raccogliere due bei cani di grossa taglia, ma per fortuna erano in ottima salute e su quella strada transitano molti fuoristrada col ponte aperto, e sicuramente qualcuno li avrà condotti al sicuro. Lo sapevate che qui c’è una polizia apposta per la tutela dei cani? Meditiamo gente... Ma la strada più bella, lungo la quale ho trovato una varietà incredibile di paesaggi e climi differenti, è la 12. La 12 che da Torrey porta al Bryce Canyon passando per la Dixie National Forest, attraversando i paesi di Boulder, ed Escalante. E continua, immettendosi nella 143, attraverso un altopiano che ho soprannominato la Piccola Svizzera, per i suoi pascoli verdi naturali (non irrigati), che in primavera devono essere uno spettacolo! Una vera sorpresa dunque; quella che supponevo fosse una terra desertica tra Salt Lake City e il Grand Canyon, è invece una delle più ricche e variegate regioni che ho trovato in questo Paese. Il 12, numero particolare che ritrovo spesso sulla mia strada... e oggi, dopo giorni di assenza di segnale, anche il telefono ha ripreso a funzionare, sulla 12. Scrivetevi questo numero se avete in programma un giro da queste parti! Domani il viaggio continua, nel Grand Canyon, ma devo ancora preparare l’itinerario. Sì, perché ogni tanto cambio programma, e la sera decido dove andare. La sera, dopo aver trovato un Motel, fatto la doccia, cenato, scaricato e selezionato le foto, letto la posta, aggiornato il sito, ricaricato le batterie dei vari apparecchi, masterizzato i DVD, magari fatto il bucato, la sera decido... prima di dormire. Buonanotte dunque, o buongiorno Europa... Andrew.

Westwater Canyon a nord di Moab, Utah, Hwy 128

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Arches National Park, Utah, Dilicate Arch ]


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Arches National Park, Utah verso il Delicate Arch

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“Vita”, Arches National Park

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Arches National Park

Arches National Park ] Pime Tree Arch

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Bryce Canyon National Park, Utah Bristlecone Loop Trail

“Esseverde”, ] a sud di Boulder, Utah, Hwy 12

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Bryce Amphitheater from Bryce Point ]

“La Torre”, Bryce Canyon National Park, Utah

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Zion National Park ]

“La crepa”, Zion National Park, Utah

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Grand Canyon National Park ] Grandview Point, 2256 m.s.m.

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Sequoia National Forest ] Hwy 180

Giant Sequoia National Monument Southern Unit, California, Hwy 190

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Nutella Lunedì 8 settembre mi trovavo a Lee Vining (California) quando, aggirandomi tra gli scaffali di un piccolo negozio, la vedo: la Nutella! Non potevo crederci, in quel posto sperduto, ma era proprio lei. Ma non è tutto: non ci crederete ma avevano anche... il Toblerone!! È proprio vero che nella vita le cose arrivano quando meno te lo aspetti, ed è allora che le gusti di più. Ed è proprio così che in questo viaggio sto scoprendo i posti più belli, quelli che non si possono fotografare perché una foto non rende le sensazioni provate. Come oggi, dopo aver cambiato ancora il percorso che avevo stabilito, mi ritrovo all’entrata di una valle incantevole. Sembrava scavata dall’impatto con un meteorite milioni di anni fa, forse è andata proprio così. E allora ecco che arriva un altro piccolo suggerimento per chi si trovasse nei pressi del Lago Tahoe: andate a sud sulla 89, una strada chiusa in inverno... ma splendida in estate... E se avete voglia di un caffè, fermatevi al Store & Cafe del Sorensen’s Hope Valley RV Resort. Per questa sera è tutto, anche perché sto rubando la linea a una delle poche case qui attorno, a Calpine, nel mezzo di una foresta della Plumas Sierra Nevada, dove il primo ristorante è a 15 chilometri e io sono l’unico ospite di questo Sierra Valley Lodge... Grazie ancora a chi scrive anche sul blog e scusate se non riesco sempre a rispondere...

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Ciao, Andrew.

Mono Lake, California Pag. 36-37: Plumas National Forest, California, Almanor Lake, Hwy 89 Pag. 38-39: Klamath National Forest, California, Medicine Lake Pag. 38-39: a sud del Lava Beds National Monument and Wilderness

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“La strana coppia”, ] Yosemite National Park, California, Hwy 120


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Phantom Ship, dal Sun Notch ] Crater Lake National Park, Oregon

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Vulcani e fantasmi Quando pensi di averle viste tutte, ghiacciai, foreste, canyons, alberi giganti, laghi smeraldini, e forse a causa della stanchezza che comincia a farsi sentire credi che oramai non ci sia più niente da vedere... Quando hai la sensazione di non aver trovato quello che cercavi e le foto che hai scattato non hanno quel non so che, tanto che pensi di aver perso il feeling con il click... Può capitare un 12 di settembre di parcheggiare l’auto, seguire un sentiero lungo un pascolo alpino, e dopo 400 metri di leggera salita, guardando oltre la cresta, resti a bocca aperta e pensi: trovato! Lo pensi perché le parole non escono... ma i fantasmi svaniscono... o partono a bordo di una nave, una nave fantasma appunto. E allora porti la macchina fotografica agli occhi e lei comincia a scattare da sola, c’è poco da ragionare con la pelle d’oca e il fiatone, ma ogni click è un goal. Ma cosa sta succedendo? Facciamo un passo indietro. Negli ultimi giorni ho cambiato completamente il programma stabilito e mi sono addentrato in una terra di vulcani. Altopiani incredibili, completamente ricoperti da lava e foreste di pino inaspettate. Il Lassen Volcanic NP, appunto. Raggiunto percorrendo una strada che da secondaria diventa un qualcosa non riportato sulle carte stradali, dove finisce l’asfalto e ti chiedi se sarà poi quella giusta... Posti per gli appassionati di speleologia, ricchi di grotte, dove il caldo sta sopra e sotto la terra. Ma oggi sono entrato nel Crater Lake NP, pensando di scattare la solita foto al lago di montagna e invece... Uno spettacolo unico, anche perché credo di aver scelto il posto giusto nel momento giusto. Sono entrato da sud, e con il sole alle spalle ho percorso quel breve sentiero che porta sul bordo del cratere. E così la prima immagine che ho visto oltre il ciglio è quella che ho messo come anteprima in W5. Ero solo, nessun turista, solo gli scoiattoli curiosi. Un blu che non avevo mai visto e non oso pensare come potrebbe essere in una giornata limpida d’inverno, con un paio di metri di neve. Ed ecco il consiglio per chi si trovasse nei paraggi: anche se non è famoso come Yellowstone e sulle carte è piccolo piccolo, andate al Crater Lake National Park. Potrebbe essere finita così la giornata, ma mentre percorrete la 138 per dirigervi verso la costa del Pacifico, potrebbe capitarvi che la strada sia sbarrata a causa di un incendio. Uno di quelli veri. State già tornando sui vostri passi, convinti di dover allungare il percorso di 3 ore, quando vi accorgete che l’autista che vi precede vi fa dei segni strani. Vi fermate a “parlare”, e capite che vuole guidarvi attraverso le foreste per aggirare l’incendio e riportarvi sulla retta via. Così avete pure la possibilità, e per un forestale non è cosa da niente, di osservare lo spiegamento di forze messo in campo contro l’incendio. Il campo base dei pompieri e dei volontari con tanto di tende piazzate, tutte le segnalazioni per i rinforzi che continuano ad arrivare, il posto sanitario, il mega elicottero che volteggia sopra la testa, eccetera. Non vi dico l’espressione della mia “guida” quando le ho detto che sono un Swiss Ranger. Sarà veramente tutto per oggi? No! Ma non si può dire proprio tutto... Buonanotte, Andrew. Lava Beds National Monument

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“I saggi”, ] a nord del Crater Lake National Park, Oregon


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Crater Lake National Park

Crater Lake National Park e altri vulcani all’orizzonte ]

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Ophir, Oregon, Pacific coast Hwy 101

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Costa del Pacifico Hwy 101

Pagina 48-49: “Fotografo nella nebbia�, Pagina 48-49: a sud di Klamath, Hwy 101

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“Azul”, Gualala, California, Hwy 1

“Atmosfera”, ] Redwood National Park, California

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L’orso e la foca Cercavo un orso e ho trovato una foca. Non quella a cui i più maliziosi staranno già pensando, ma quella della foto pubblicata oggi. La speranza ormai abbandonata era di riuscire ad immortalare un orso durante questo viaggio. Alla foca non avevo proprio pensato. Così come non avrei mai pensato d’incontrare Marianne, lungo una strada sterrata del King Range NCA, a cui ho chiesto un’informazione vitale: “dove porta questa strada”? Marianne fa la postina in una località il cui nome è tutto un programma: Shelter Cove lungo la Lost Coast. In un primo momento si è limitata a sconsigliarmi vivamente di proseguire, gettando occhiate di circostanza alla mia auto e ai copertoni che, dopo 7000 miglia, non hanno più un battistrada perfetto... Ma quando le ho spiegato la ragione per cui volevo scegliere quella direzione e le ho detto il mio nome... Marianne ha origini Piemontesi e mentre mi raccontava la storia del nonno emigrante e del suo sogno di visitare l’Italia, gli occhi le diventavano lucidi. Ha voluto a tutti i costi scortarmi fino alla strada asfaltata, ma prima di risalire in auto... mi ha abbracciato. E così anche questa giornata, che si preannunciava tranquilla, si è rivelata una delle più emozionanti. Dapprima la scelta di abbandonare la 101 South per percorrere la Highway of the Giants, è anche il consiglio per coloro che viaggiano da queste parti. Con i tronchi di Redwood che delimitano questa stretta arteria del Humboldt Redwoods SP, è senza dubbio una delle più favolose (nel senso che racconta favole) vie di questo paese. Poi la scelta di inoltrarmi fino al capo estremo della Lost Coast, la foto alla foca, e l’incontro con Marianne. Seguire la 1 tra Leggett e Rockport è stato come salire sulle giostre. 22 miglia di curve e controcurve che fanno sembrare la nostra Tremola un manico di scopa... E da ultimo la decisione di fermarmi a Fort Bragg per la notte. Località sulla costa del Pacifico, a Fort Bragg si respira ancora l’atmosfera italiana importata dagli emigranti di inizio ’900. Ho potuto così gustare un delizioso minestrone e un buon piatto di spaghetti alla carbonara, bagnati da un discreto Pinot Grigio... Ma mentre rientravo al Motel l’ultima emozione. La foto della sezione di tronco di Redwood che ho inserito stasera nel sito... Perchè emozione? Sulla targa commemorativa sta scritto che quella è la sezione del più grande esemplare di Redwood conosciuta. È stato abbattuto sabato 18 aprile 1943 nel Big Baer Creek of the Mile River. All’epoca aveva 1753 anni, era alto 334 piedi e il diametro alla base era di 21 piedi e 2 pollici. Con una sega di 22 piedi di lunghezza e 60 ore di lavoro si è messo fine a ciò che la natura ha costruito in 1753 anni... Ho messo una mano sul tronco, il calore che trasmette ancora oggi mi ha fatto riflettere. Per fortuna oggi l’uomo è più consapevole (quando vuole) e soprattutto comincia ad utizzare meglio le risorse naturali. Ma questa è un’altra storia, e per oggi è tutto. Sperando di vedere il sole anche sull’oceano, Andrew.

Humboldt Redwoods State Park, Highway of the Giants, a sud di Eureka, California

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Lost Coast, California ]


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...a sud di San Francisco ]

Golden Gate Bridge, San Francisco

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Quattro amici al bar Gualala, costa del Pacifico 100 miglia a nord di San Francisco. Sono arrivato presto in paese perché la tappa era volutamente breve. Malgrado il tempo ingrato la mattinata mi aveva riservato ancora una volta paesaggi da romanzo: le Mendocino Headlands. Non ho fatto colazione ma anche se non ho molta fame, penso che un hot dog potrebbe starci bene. L’insegna Saloon mi attrae; entro. Mi dirigo al bancone e subito il barman mi chiede cosa voglio da bere. È un omaccione che trasuda simpatia, dalle chiare origini latine, baffi messicani. Vuole sapere da dove arrivo, e appena dico Svizzera lui lo ripete ad alta voce. Ora anche gli altri tre uomini seduti al bancone, tutti over cinquanta, sanno che sono uno straniero. L’ultimo in fondo al bancone è il tipico benestante ma alla mano, legge il giornale ma ascolta ogni discorso. Quello in mezzo è “l’uomo del paese”, barba lunga, non si capisce niente di quello che dice. Il terzo, seduto di fianco a me, è il tipo impresario. Mi rivolge subito la parola, vuole sapere il mio nome, dice che è stato a Ginevra e che la Svizzera è veramente bella. Spiega al secondo che laggiù si parlano tre lingue... Cerco di esprimermi meglio che posso, racconto del mio viaggio, del mestiere che faccio... sono al centro dell’attenzione insomma. Quando esco stringo la mano a tutti e l’uomo che mi stava vicino dice: buon viaggio fratello... Eravamo quattro amici al bar... Verso sera il tempo migliora e anche l’umore, così vado in spiaggia per cercare di catturare un tramonto. Per concludere bene la giornata torno al ristorante che avevo visto nel pomeriggio: il Cove Azul. Specialità di pesce, vista sull’oceano al tramonto: io c’ero. È incredibilmente tortuosa la strada che segue la costa scendendo verso San Francisco, ma altrettanto bella, e per chi non cede alla tentazione di lasciarla per un tracciato più dolce la ricompensa è unica: il Golden Gate. Non è il ponte più lungo della San Francisco Bay, ma ti mette un nodo in gola... Lo percorro a piedi fino alla metà ed è qui che decido che devo cercare un Motel in centro. Voglio godermela questa città, anche se per poco. Trovo una camera al Broadway Motel sull’omonima strada. Mollo tutto e mi fiondo per le vie. Ragazzi è come nei film, mi sembra di vedere i mitici Mike Stone e Steve Keller sfrecciare per... “Le strade di San Francisco”... Le case a schiera che sembrano sorreggersi l’un l’altra, le strade con pendenze impossibili, il Cable Car, China Town, il Financial District, e la baia al tramonto... Ma è già passato e ora, qui a Monterey, raccolgo le forze per le ultime tappe. Buonanotte Europa, Andrew. Golden Gate Bridge, dalla baia di San Francisco

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Morro Bay, California, Hwy 1 ]


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La piuma bianca Mi trovavo a Morro Bay, sulla costa del Pacifico, dove ho passato un paio di giorni tranquilli, mentre mi avvicino a Los Angeles per prendere il volo di ritorno a Chiasso. Due giornate di sole e senza nebbia, un vero miracolo sulla sponda di questo Oceano, o almeno lo sono per me. La prima sera ero riuscito a fotografare il tramonto, ma volevo riprovare con il teleobiettivo. Tipico villaggio di pescatori trasformato in turistico all’interno di un estuario naturale, Morro Bay ha come caratteristica quel panettone di roccia alto un centinaio di metri che affiora dall’Oceano proprio davanti al piccolo porto. Esco con buon anticipo dal motel per cercare il posto migliore tra i vari ristoranti con terrazza lungo il molo e, una volta trovato, aspetto. Il sole sta calando ma la luce è ancora bianca, provo qualche scatto. Incontro una giovane coppia di Udine e scambiamo due parole. Poi all’orizzonte comincia a delinearsi un banco di nebbia. Si avvicina sempre di più. Il sole è ancora troppo alto. Ormai è perso. Decido di aspettare comunque, non si sa mai... Ad un tratto l’occhio cade su una piccola macchia bianca appena oltre il parapetto. È una piuma bianca. Immobile nell’aria non cade in acqua. Passa attraverso le sbarre di ferro e si posa davanti ai miei piedi. Appartiene al gabbiano che sta tranquillo sul corrimano a un paio di metri da me e mi osserva da almeno mezz’ora. Resto un momento attonito, mi ricorda qualcosa, poi la raccolgo. È proprio lei, ricordate? La piuma che accompagna Forrest Gump durante la sua vita. Cosa cercava Forrest Gump con tutto quel viaggiare, correre, conoscere...? Credo non lo sapesse neppure lui, ma certamente l’ha trovato quando è tornato a casa... Il tramonto non l’ho visto ieri sera, ma penso di aver scattato la foto più bella di questo mio strano viaggio. Foto difficile, di un animale in movimento, con pochissima luce. Foto che non metterò sul sito. La qualità dell’immagine risulterebbe troppo bassa e non le renderebbe giustizia. A presto, Andrew.

Morro Bay

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L’ultimo giorno Los Angeles International Airport. A zia Nilde, 24.01.1924 - 26.09.2008 Grazie, Andrea.

Morro Bay

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Lost Ricominciare dalla fine. Ho lasciato Los Angeles il 26 settembre 2008 con la sensazione di qualcosa di incompiuto, o forse con la semplice consapevolezza che v’era ancora molto da vedere. E come talvolta accade nella vita quando in bocca resta un sapore amaro, è giusto ricominciare da capo. Qualcuno parte con la speranza di ritrovare se stesso o di scoprire una sorta d’illuminazione; io credo che il viaggio ci dia la possibilità di respirare aria dall’odore differente, vedere una luce inconsueta e distogliere il pensiero dal quotidiano. In questo modo abbiamo la possibilità di rigenerarci. Riparto da Los Angeles dunque, senza neppure sapere che direzione prendere una volta ritirata l’auto a noleggio, senza bagaglio, smarrito chissà dove (forse lo recupererò domani). Il paesaggio è brullo, devastato dagli incendi. Strada bloccata, forse un incidente, vengo deviato lungo una secondaria tortuosa ma, come spesso accade, molto più affascinante: sul fondo delle piccole valli alcuni alberi hanno resistito al fuoco, splendidi platani che uniti alle querce sopravvivono alle devastazioni dell’uomo. Sembra proprio di essere smarriti tra le montagne: mi fermo al Fireside Lodge... avrei voluto fare delle foto in notturna sul lago ma fa freddo e non ho la giacca, non ho nemmeno il cavalletto rimasto in valigia col pettine che volevo usare dopo aver fatto la doccia.... Pazienza! Quanta ce ne vuole a volte. Cari amici di Andrewphotos... cerchiamo almeno di trovare le foto da scattare! Buon viaggio! Andrew.

Big Bear Lake, California Hwy 18

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Nei pressi di Oceanside ] a sud di Los Angeles, Hwy 5


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Buona la seconda Esco per la seconda volta dall’aeroporto di Los Angeles, ho appena ritirato la valigia il cui “ritardo” mi aveva bloccato nel piccolo villaggio di Big Bear Lake. È giorno di festa negli States, un importantissimo Memorial Day che avrebbe ritardato di altre 24 ore la consegna a domicilio del mio bagaglio. Così ho deciso di andarmelo a prendere di persona! Le strade non sono intasate e ovunque sventolano bandiere a stelle e strisce. Alle sette del mattino, dopo una notte di buon sonno, ero uscito a fare colazione. Avevo cercato un localino intravisto il giorno prima, l’unico aperto a quell’ora nella località di vacanza dove la vita comincia a muoversi alle nove. Entrando avevo visto due uomini sulla sessantina seduti al bancone distanti tra loro un paio di metri. Quello di destra, pantaloni e giacca jeans, cappellino mimetico con bandiera USA e svariati pins, sembrava un reduce di guerra. L’altro, più distinto, camicia bianca e pancia da birra... Mi ero seduto in mezzo a loro ordinando la classica colazione americana: uova strapazzate, patate al forno, pancetta, due toast non troppo abbrustoliti e un “buon” caffè. Mi sembrava di rivivere la scena di due anni fa a Gualala... 62


Non erano passati due secondi che l’uomo alla mia sinistra mi chiede da dove vengo; mi chiede perché viaggio da solo, parlando un’inglese stentato, ma soprattutto è colpito dal fatto che abbia deciso quella destinazione solo una volta sbarcato a Los Angeles... Dopo vari commenti sulla Svizzera e sul clima che troverò lungo la strada mi confida che sua madre è di origini irlandesi mentre il padre viene dalla Finlandia: ora che si sta godendo una buona pensione (e da come lo ha sottolineato non deve essere cosa scontata) può permettersi un viaggio in Europa e chissà, forse verrà a trovarmi... Più tardi, imboccata la 38, ero salito fin oltre i 2000 metri di altitudine tra le foreste della San Bernardino National Forest: che spettacolo! La giornata era cominciata bene dunque. Ora, viaggiando verso San Diego, e con tutto il mio equipaggiamento, sono più sereno. Alla radio Lady Gaga mi da la carica... Appena posso abbandono la Freeway per seguire la costa e scattare un paio di foto. Attraversando la località costiera di Carisbad vedo un piccolo Motel di quelli che piacciono a me; faccio inversione a U e mi fermo. Controllo il contenuto della valigia: c’è tutto. La giacca ipertecnologica acquistata apposta per l’occasione, il cavalletto, ma anche le piccole cose di cui avevo bisogno. E mentre viaggiavo pensavo: buona la seconda Andrew.

Costa del Pacifico, California, Hwy 5

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Julian Nebbia. Apro le tende della mia camera a due passi dell’Oceano ma quello che vedo oltre il ristorante armeno dove ho cenato la sera precedente è solo una grigia nebbia. Decido comunque di avviarmi verso le Palomar Mountains dove sorge l’omonimo osservatorio astronomico. Indicazioni stradali praticamente nulle, sono costretto a chiedere più volte conferma a dei passanti. Più mi inoltro nel continente e più il cielo comincia a schiarirsi. Forse ho fatto la scelta giusta. Attraverso una vallata dove, in mezzo al nulla, sorgono degli enormi grattacieli: Casinò. Comincia la salita e la vegetazione si scatena; foreste miste di quercia, abete, pino, tuja e un infinità di arbusti. L’osservatorio è impressionante: peccato non poter appoggiare l’occhio all’oculare. D’altronde è giorno... Riconquistata la 76, che in realtà mai mi ero accorto d’aver abbandonato, comincio a scendere verso sud. Ancora una volta la desolazione di migliaia e migliaia di ettari di foreste carbonizzate: alberi dal diametro di un metro arsi fino al midollo. Non oso pensare all’intensità di fuoco. Ad un tornante una piccola lapide onora il ricordo di un pompiere deceduto tra le fiamme... Ma il paesaggio è comunque incantevole . Mi fermo al Julian Mom’s. Il localino è tutto un programma: le torte sono la specialità della casa. Ordino una torta di “Nonna Papera” con panna (sarà il mio pranzo) e un caffè. Sono indeciso sulla strada da scegliere per continuare la discesa verso il deserto, così chiedo informazioni alla commessa. La ragazza, che mi guarda con due occhi grigio chiaro sbarrati, mi consiglia di proseguire sulla 79. Meglio partire di corsa... Faccio una breve sosta a Julian, due file di case in stile Western, dove il tempo scorre al rallentatore. Prodotto tipico è il miele e tutti i dolci che vi si possono fare. Ora capisco cos’erano quegli insetti che ricoprivano l’asfalto qualche chilometro prima del paese: api! Uscendo dalla Cleveland National Forest il paesaggio cambia repentinamente. Imbocco la 8 in direzione Yuma e mi trovo nel deserto. La giornata è stata così intensa che la stanchezza si fa sentire prima del previsto. Decido di fermarmi a El Centro. La temperatura è attorno ai 40 gradi; mi butto sotto la doccia e mi sdraio un attimo a riposare... Tre ore dopo mi risveglio... Esco appena in tempo per ammirare il rosso del cielo che solo nel deserto!... Buone notte, Andrew.

Cleveland National Forest a sud di Julian, Hwy 79

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Carisbad, California Aspettando l’ultima onda

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Cambio programma Da un paio di giorni ormai viaggio nel deserto, prima quello californiano, ora quello dell’Arizona. Poche foto da fare ma molto da vedere. I diversi tipi di deserto, quello roccioso e quello sabbioso; gli allevamenti di bovini il cui odore si sente per miglia; i treni lunghissimi trainati da 4 motrici diesel; le immense coltivazioni di foraggio che rendono il deserto incredibilmente verde; i canali artificiali che portano l’acqua dalle montagne; gli interminabili sbarramenti metallici che corrono lungo il confine col Messico nel tentativo di arginare l’onda di disperati alla ricerca del benessere... Mi ero fermato a El Centro e ho proseguito ieri fino a Gila Bend. Cosa c’è a Gila Bend di tanto interessante? Nulla. Ma dopo 4 ore di viaggio una pausa tecnica era proprio indicata. Così mi son potuto preparare al meglio per scattare le foto al tramonto. A dire il vero c’è qualcosa di buono in quel piccolo crocevia in mezzo al deserto, oltre allo Space Age Motel in cui ho dormito: un “ristorante” dalla vera cucina italiana, come sta scritto sull’insegna. Non ci crederete ma ho mangiato dei veri spaghetti al dente, con del vero pomodoro! Stamane, dopo aver fatto colazione di fronte ad un dipinto dell’astronave di Star Trek, ho lasciato il motel il cui arredamento interno ed esterno richiama le missioni spaziali. Meta prefissa: Saguaro National Park a est di Tucson. Tutto sembrava combaciare; distanza, tempo, orario d’arrivo... Ma poi, mentre percorrevo la 10 in direzione di Tucson, un cartello attira la mia attenzione: Saguaro National Park next exit. Sulla carta sembra più piccolo di quello famoso... non c’è tempo per riflettere... Cambio programma! Svolto a destra e seguo le indicazioni. Ben presto capisco d’aver fatto la scelta giusta. Il deserto ai lati della strada è disseminato di giganteschi cactus, e sono pure in fiore! Al Visitor Center acquisto l’Annual Pass che mi consentirà di entrare in ogni parco nazionale. La Ranger è incuriosita dalla mia scelta e mi rivolge le classiche domande... Quando capisce che sono un Ranger Svizzero con la passione per la foto mi stringe la mano e mi ricopre di prospetti e consigli... Decido comunque di recarmi anche nell’altro parco ma, con grande delusione, lo trovo praticamente chiuso: stanno rifacendo il manto stradale. Penso a quanto sia stata opportuna la scelta del mattino... A questo punto è inutile fermarmi a Tucson, decido di proseguire verso nord, sulla 77, dove alla fine trovo un piccolo motel. Mi trovo a Mammoth, in una piccola stanza da 40 dollari in mattoni pitturati di blu, con gli asciugamani blu... Ma malgrado non riesca neppure a capire di cosa possa vivere questa comunità cresciuta lungo il San Pedro River, dispongo di un collegamento internet Wi-Fi veloce con cui posso scrivere questo articolo. E pensare che nella moderna Svizzera se si abita a Pedrinate si può solo sognare d’avere l’ADSL... Alla prossima, Andrew. Saguaro National Park (West), Arizona

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“Il frutto”, ] Gila Band, Arizona, Hwy 8


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“Hotel California”, ] Gila Band, Arizona

“Spine”

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Tonto National Forest, ] Arizona, Hwy 88

“Coppia im... perfetta�

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Il lago Roosvelt ] dal Tonto National Monument, Arizona, Hwy 88

Fiori di cactus Tonto National Monument, Roosvelt, Arizona

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Sedona Venerdì 4 giugno; parto da Mammoth con un po’ di rammarico per non aver potuto visitare quella che pensavo fosse la più bella regione caratterizzata dai cactus giganti. Procedo verso nord lungo la 77 e, a sud di Globe, prima di immettermi sulla 88, questo tipo di vegetazione ricompare in modo insistente. Globe è una cittadina mineraria: chilometri di colline artificiali formate con i resti delle estrazioni; colline verde rame... Una ciminiera sorge in mezzo ad un canyon sovrastandolo. Un veicolo di cantiere scarica dell’acqua color rosso ruggine giù per una scarpata; sarà biodegradabile?! Continuo in direzione del Roosevelt Lake. Da qualche miglio mi trovo ormai nella Tonto National Forest. Vedo l’indicazione “Tonto National Monument”: decido di svoltare a sinistra e curiosare. Fantastico... Un piccolo parco, un gioiello sul fianco di un canyon dove crescono stupendi saguari in fiore. Si accede direttamente attraversando il Visitor Center. Prendo l’attrezzatura fotografica e m’incammino sul sentiero che porta alla caverna indiana. La vista sul lago, i fiori, gli uccelli di diverse specie... Se siete di passaggio amici, non preoccupatevi del Saguaro NP, ma fermatevi qui! Riparto. La strada comincia a salire sulle montagne e la vegetazione cambia. Mi immetto sulla 87, i cactus spariscono e cominciano le foreste di pino. Vorrei fermarmi a Strawberry ma quassù i due motel non dispongono di internet. Cosa fare fino a sera? Un paio di ore di auto più a nord, la mia amica Anna L. (ticinese) è appena arrivata dal Montana; potrei passare a trovarla. E così faccio. Seguo la 260 che attraversa un altopiano con poca vegetazione e scende poi fino alla 17, poche miglia e svolto sulla 179 in direzione di Sedona. Altro spettacolo: la strada entra in un canyon con le caratteristiche conformazioni a torre color rosso mattone. Mi sembra di essere in un film. La cittadina di Sedona è adagiata in mezzo a queste montagne. Trovo l’abitazione di Anna senza difficoltà. Strana sensazione incontrare un’amica dell’altra parte del mondo. Per cena ci rechiamo al ristorante dell’aeroporto che, contrariamente a quello che succederebbe da noi, qui si trova sull’altopiano in cima al canyon. Vista spettacolare, tramonto e stelle... Penso che per oggi ne ho viste a sufficienza! Domani sarà un giorno di riposo a Sedona: primo bucato, calcolare se sono nei tempi, acquistare un hard disk esterno (perché mi ci vorrebbero troppi DVD per fare una copia di sicurezza di tutte le foto) e una piccola gita nei paraggi. E forse trovo anche un posto con internet per pubblicare questo articolo. Andrew. Sedona, Arizona, Hwy 179

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A Nina...

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Sedona

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Sedona

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Nella bocca del vulcano Sono le otto del mattino di domenica 6 giugno, ho appena bevuto il caffè con Anna e salutato il proprietario dell’appartamento che ha accettato di ospitare anche me per un paio di notti. Negli occhi di Anna leggo la delusione di chi si sente escluso. Dispone di un paio di giorni di vacanza e vorrebbe accompagnarmi al Grand Canyon. Ma dopo 24 ore a Sedona già “mi prudono le mani”. Devo partire, solo. È così che concepisco questo tipo di viaggio. Imbocco subito l’Oak Creek Canyon che, grazie alla grande presenza di acqua, ha una vegetazione lussureggiante. A Flagstaff, sulla mitica 66, mi fermo in un locale storico per la colazione. Avendo abbondantemente cenato in un ristorante indiano la sera precedente, era meglio attendere qualche ora prima di ricaricarmi con uova, prosciutto e patate... È un giorno particolare per le famiglie americane la domenica: indossano i vestiti migliori e si concedono la colazione al ristorante. Così alle mie spalle siedono coppie e famiglie intere; le bambine con il loro bel vestitino e i bimbi con la camicia allacciata fino all’ultimo bottone: sorridono, tutti. Leggendo meglio la cartina vedo che poco più a nord c’è un parco nazionale: mi ci fiondo. Si tratta del Sunset Crater Volcano. Faccio due passi lungo un sentiero scosceso di sabbia nera. In cima alla collina altro spettacolo: a sud le vette delle montagne ancora innevate, mi trovo nella bocca di un vulcano e a nord il Grand Canyon. Per riprendere la 89 a nord di Flagstaff devo passare dal Wupatki National Monument. Il paesaggio ricorda quello del film “Balla coi lupi”, dove il protagonista si insedia nel mezzo del territorio indiano. Mancano solo i bisonti! Che varietà di orizzonti. Prima di arrivare a Page ultimo panorama: qui inizia il Grand Canyon. Prendo una stanza al Motel6 per 72 dollari la notte e mi preparo per ciò che due anni fa non ero riuscito a fare: le foto all’interno dell’Antelope Canyon. Alla prossima, Andrew. Sunset Crater Volcano, a nord di Flagstaff, Hwy 89

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Wupatki National Monument ]


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Due anni d’attesa Talvolta bisogna saper aspettare il momento giusto per ottenere ciò che si desidera. E se si ritiene che questa cosa sia così bella o preziosa, non importa quanto lunga possa essere l’attesa. Page sarà l’unico punto in cui il viaggio di due anni fa e quello che sto vivendo adesso si incontrano. E non è un caso. Allora, forse per le difficoltà con la lingua, forse perché non ero convinto di avere abbastanza tempo, non ero stato in grado di organizzare questa escursione. La cosa mi è rimasta sullo stomaco fino ad oggi. Il tour comincia alle 11.30 ma alle 7.30 sono già in piedi. Controllo e ricontrollo tutta l’attrezzatura: macchina fotografica con batterie cariche, memoria di riserva, straccetto, telecomando, pompetta a mano per la polvere. Attaccati all’imbracatura: teleobiettivo, grandangolare, borraccia, cellulare. Inoltre nello zainetto: flash, una mela, altra acqua. Cavalletto. Esco a fare colazione, ma questa volta voglio rimanere leggero; cerco un caffè di cui ho letto una buona recensione e prendo un cappuccino doppio con torta alla crema. Si parte puntuali a bordo di grossi fuoristrada con ruote spropositate, sospensioni raddoppiate e sul cui ponte sono stati fissati longitudinalmente due lunghi sedili. Siamo in otto in questo gruppo. Sotto al telo aperto sui due lati la calura si fa sentire. Appena entrati in territorio Navajo finisce l’asfalto e comincia la sabbia. Barbara, la nostra guida e autista indiana, inserisce la trazione 4x4. Ne avremo bisogno! Il fuoristrada sobbalza tanto che a fatica riusciamo a tenere il sedere incollato al suo posto. Arriviamo all’imboccatura del piccolo canyon che siamo già impolverati. Come immaginavo la prima parte di visita guidata è addirittura irritante: troppa gente e le guide ci mettono fretta. Poi però, quando i gruppi di “non fotografi” se ne vanno, abbiamo 40 minuti per fotografare liberamente. Ed è ora che scopro i colori più belli e le inquadrature meno scontate. Ci riportano in paese: le scarpe sono piene di sabbia rossa. Prego che nell’apparecchio fotografico non sia entrata troppa sporcizia: non ho nemmeno provato a cambiare obiettivo durante il tour. Del cavalletto non parliamo neppure, basti dire che a più riprese ho faticato parecchio ad allungare ed accorciare le aste. Ma ora sono qui, e stasera si festeggia con uno steak americano! Missione compiuta, Andrew. PS: se volete vedere le foto più belle dell’Antelope Canyon non basterà guardare il mio sito...

Antelope Canyon 80

“Veli”


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“L’attesa”

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“Pugni stretti”

“Ghost”

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“Il volto”

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“Il seme”

“L’uscita”

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“Fiamma”

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“Colori”

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L’ottava meraviglia del mondo Sono le otto del mattino di mercoledì 9 giugno a Keyenta, Arizona. Seduto al tavolo di un caffè dalla caratteristica pianta ottagonale, come le abitazioni dei nativi americani, osservo. Al tavolo alla mia sinistra siedono una donna col figlio, luce dei suoi occhi. Il ragazzo sedicenne ha una splendida chioma nera raccolta in una lunga coda che arriva fino alla cintola. Poco oltre si sono appena accomodati un’anziana indiana, col caratteristico vestito a quadretti bianchi e blu, accompagnata dai due nipoti. I giovani Navajo hanno grande rispetto per gli anziani. Dall’altra parte del locale, pure nativi, siedono tre uomini intenti a fare colazione: non mollano il cappello neanche a morire... Ripenso alla giornata precedente. Ero partito da Page seguendo la 98, viaggiando con molta calma. Sapevo di avere tutto il tempo per arrivare alla meta prefissa: la Monument Valley. Se fossi arrivato troppo presto non avrei avuto la luce buona per scattare le foto. Così mi ero fermato ad ogni punto panoramico, ammirando ogni bancarella dove i nativi espongono i loro manufatti. Avevo pranzato ad un caffè indiano ordinando alla cieca dal menù: un buon minestrone con pezzi di manzo accompagnato da una sorta di frittelle al formaggio da condire col miele di fiori di cactus. Non male. Prima di svoltare a sinistra sulla 163 avevo letto l’insegna: Monument Valley, l’ottava meraviglia del mondo. Nella testa l’immagine della copertina dell’album degli Eagles; volevo ritrovarla. Dirigendomi verso Mexican Hat la strada sale e scende dalle colline. Accostando l’auto per l’ennesima volta, ero sceso e... trovata. La lunga strada che punta diritta verso la montagna per svoltare leggermente a sinistra e poi ancora a destra scomparendo chissà dove. Era proprio lei. Avevo deciso di tornare all’imbrunire per tentare qualche scatto in notturna. Cambiando ancora il programma, stamane ero ritornato per fotografare questo spettacolo con la luce del mattino. Ora, mentre finisco il mio caffè, penso che la giornata che sto per affrontare sarà completamente differente. Mi attende una lunga tratta fino al Petrified Forest National Park e poi ancora più a sud, fino a St. Johns. Ma mai potrei immaginarmi cosa in realtà sta per riservarmi il prossimo futuro. La foresta pietrificata in realtà sarà una mezza delusione dal punto di vista paesaggistico. Emozionante invece poter toccare con mano questi tronchi affioranti nel mezzo del deserto. Mi ero sempre chiesto quale potesse essere la sensazione: sembra di toccare il marmo, quello di Arzo visto il colore... Ma il bello arriverà la sera quando, alla ricerca di una sorta di taverna messicana in cui cenare, incappo in un gruppetto di motociclisti americani. Mi avevano già visto nel pressi del motel e così, mentre entriamo, mi chiedono se voglio unirmi a loro. Sono quattro ragazzotti sulla cinquantina provenienti dal North Carolina e dal New Mexico: amici in motocicletta in cerca di avventura. Sono interessati all’immagine che hanno gli americani all’estero, soprattutto Ron, che lavora per una ditta di condizionatori d’aria. Mi chiedono del mio lavoro e del mio viaggio. Bobby, capitano di polizia a Fayetteville, conosce la Germania e la Svizzera. Gli altri due mi mostrano i tatuaggi che portano con orgoglio sulle braccia con, in mezzo ai classici disegni da motociclista, il nome dei figli. Vogliono darmi qualche dritta sul percorso da scegliere nelle prossime settimane e, siccome degli stati centrali non conosco nulla, accetto ben volentieri. Rientrando al motel, dopo avermi offerto la cena, si fermano nella mia stanza e, mentre alcuni guardano le foto sul mio Mac, uno dei quattro mi segna il tragitto sul libro stradale che poi mi regala. Non sapendo cosa offrire in cambio, decido di regalargli i mio coltellino svizzero, quello che possiedo da 23 anni. Vistosamente colpito, l’amico americano si mette le mani al collo e, di fronte allo sguardo attonito del collega che mi fa capire il valore di quel gesto, mi dona una collana da cui non si separa mai; e si vede. Prima di lasciare la stanza mi promettono che scriveranno un commento nel mio blog: lo attendo con gioia! Buonanotte amici Americani, Andrew.

A sud di Page, Arizona, Hwy 98 ]

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Monument Valley

Al confine tra Utah e Arizona, Hwy 163

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“Testimoni�, ] US 163 Scenic, Utah


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I’ll leave the light on for you 92


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US 163 Scenic

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US 163 Scenic, ] come la foto dell’LP “The Best of Eagles”, 1985


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Due amici a Santa Fe Esco dalla doccia nella mia camera in stile New Mexico del motel Super 8 di Taos. I mobili sono in legno di pino con decorazioni indiane, sulla parete un arazzo Pueblo. La giornata è stata intensa. Dapprima la scoperta del Bandelier National Monument con le rovine dell’antico villaggio Tyuonyi nel Frijoles Canyon: una passeggiata di due ore sulla sponda del Frijoles Creek attraverso un bosco di pini, querce e salici, ammirando la pianta circolare del villaggio, i resti delle abitazioni appoggiate alla roccia e gli altri ripari ricavati sul fianco della montagna. Poi la visita al santuario di Chimayo situato nel mezzo di colline sperdute, con le stampelle appese ad una parete a testimoniare la grazia ricevuta. Il vento intenso del pomeriggio mi ha riempito di sabbia ad ogni fermata, ma ora è tutta un’altra cosa. Gli ultimi due giorni sono stato ospite di Anna e Brendan a Santa Fe. Anna è originaria di Bruzella (sì, proprio in Valle di Muggio) mentre il marito, che ha vissuto diversi anni in Ticino, è cresciuto qui. Avevo promesso ad Anna, conosciuta grazie al fatto che aveva commentato le foto del mio sito, che se fossi tornato negli USA sarei passato a trovarla. Detto, fatto. I due nuovi amici mi hanno accompagnato alla scoperta degli aspetti più interessanti di questa storica cittadina dove moltissimi artisti hanno scelto di aprire i loro atelier: La Plasa, gli alberghi storici, i locali, le gallerie d’arte, l’antica stazione. Non poteva però mancare a fine giornata una buona pasta al sugo con lunga chiacchierata in stile ticinese... Ed è grazie alle indicazioni di Brendan che ho potuto trovare i luoghi descritti in precedenza. Questa sera cenerò nella Taos Plasa, in un piccolo caffè in fondo ad una via laterale: il Bent Street Deli & Café. Le costruzioni in legno sono su un lato in stile Saloon, con ampi terrazzi al primo piano, mentre di fronte una fila di casupole ospita al piano terra dei piccoli negozi di artigiani a cui si accede salendo tre scalini e nel sottotetto una piccola finestra sembra celare una cameretta ormai adibita ad ufficio. Un abbraccio ad entrambi, Andrew.

Petrified Forest National Park, Arizona

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Painted Desert, ] Petrified Forest National Park, Arizona


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Santa Fe, New Mexico

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Bandelier National Monument, New Mexico, Tyuonyi Village, visto da un’abitazione nella roccia. A sud di Los Alamos, Hwy 4

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Adolph F.A. Bandelier, ] was born in Switzerland in 1840 and grew up in Illinois. He was obligated to work in his father’s businesses but read, corresponded, and published in anthropology. In 1880 he took up the southwest fieldwork that became his life’s passion. “The grandest thing I ever saw”.

“Caparbietà”, Bandelier National Monument

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A Nina Mi trovo in una locanda di Amarillo, nel nord del New Mexico, sono quasi le undici e non ho ancora messo nulla nello stomaco. Sto percorrendo la strada che da Taos mi porterà a Durango, in Colorado. L’anziana padrona del locale mi serve il caffè e mentre scelgo dal menu l’abbondante colazione, sento arrivare un messaggio sul cellulare. Leggo: “...sono nata sabato mattina alle 04.07, peso 2.940 kg, misuro 49 cm e mi chiamo Nina...” Sorrido. Di certo per qualche settimana ancora non potrò fare visita alla piccola Nina e alla splendida mamma, ma posso almeno dedicarle un fiorellino. Riparto più sereno seguendo la lunga strada che attraversa vallate incredibilmente verdi su su fino al passo della Carson National Forest. Arrivato a Durango, una cittadina stile Western, mi concedo una passeggiata sulla via principale, curiosando tra i negozi e le gallerie d’arte locale, prima di tornare al motel per scrivere questa dedica. Cara Nina, un bacio tutto Colorado.... Andrew.

Nel Black Canyon of the Gunnison National Park, Hwy 92

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“Simbiosi”, ] Cliff Canyon, Mesa Verde National Park, Colorado, Hwy 160


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Cliff Palace Mesa Verde National Park, Colorado

“Viaggiatore solitario...�, ] Mesa Verde National Park

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Il drago Entro nel Black Canyon of the Gunnison National Park esibendo ancora una volta il mio Annual Pass. Non ho mai sentito nominare questo parco e siccome è appena visibile sulla cartina stradale, l’idea è quella di dare una breve occhiata e via. Credevo. Non appena mi affaccio sulla profonda gola di roccia nera capisco che sono di fronte ad un altro degli spettacoli creati da madre natura. La giornata sarà molto più lunga ed entusiasmante del previsto, proprio come lo era stata la precedente. Anche ieri infatti ero partito da Durango credendo che la visita al Mesa Verde NP e la successiva trasferta verso Montrose non mi avrebbero donato grandi emozioni. A parte le odiose visite guidate ai villaggi indiani nascosti sulle pareti dei canyon che avevo elegantemente ignorato, la giornata era stata piena di scoperte interessanti. Avevo fotografato i villaggi da lontano con il teleobietivo da 400 mm, incontrato un coyote che passeggiava lungo la strada incurante dei turisti, appreso dell’ossessione americana d’inizio ’900 per le auto che portò alla costruzione di strade nelle zone più sperdute del paese. Nel pomeriggio poi, a seguito di una delle ormai consuete deviazioni, avevo imboccato una lunga vallata il cui fiume, che rende i pascoli verdi e fertili, porta il nome di mia sorella: Dolores. E mentre salivo fino al Lizard Head Pass a oltre 3000 metri, la temperatura scendeva fino a 6 gradi centigradi e la prima pioggia rendeva difficili le mie brevi soste. Scendendo sul lato nord della montagna il clima era di nuovo cambiato, era tornato il sole e il traffico... Improvvisamente, incrociando un camion, un tonfo mi aveva fatto sobbalzare. Guardando nello specchietto retrovisore avevo potuto vedere la nuvola di polvere sollevata dall’esplosione di uno pneumatico del mezzo pesante e poi, dalla stessa una grossa striscia di gomma e fili d’acciaio volare in mezzo alla carreggiata. Le auto che seguivano avevano fatto appena in tempo a frenare evitando il peggio. La notte a Montrose non era stata delle migliori. Il motel, gestito da una coppia la cui moglie aveva vissuto a San Gallo lavorando alla Migros, non è uno di quelli che consiglierei... Ma ora sono qui, e di fronte a me quel drago disegnato sulla roccia mi ricorda che molta gente è convinta che negli Stati Uniti vi siano energie e presenze sovrannaturali... Da buon forestale, abituato quindi ad osservare ed interpretare la natura, mi limito a pensare che questo continente abbia una conformazione tale da rendere tutto più speciale. L’altitudine media molto elevata, il clima che cambia improvvisamente, le catene montuose poste da nord a sud (invece che da est a ovest come siamo abituati lungo le Alpi), e l’incredibile numero di terre vulcaniche sparse su tutto il territorio, rende l’atmosfera magica, piena di energia. Ma non si tratta di maghi o draghi... Si tratta di natura. Esco dal parco che è già pomeriggio, costeggio il Blue Mesa Reservoir (ampio lago artificiale), risalgo ancora nella Gunnison National Forest fino ai 3500 metri del Monarch Pass, e ridiscendo fino a Canon City. Ho attraversato paesi fondati da emigranti svizzeri dove, all’entrata del ranch, invece del nome sta appesa una mela con infilzata la freccia... Come da noi una volta anche in queste valli arrivava la ferrovia, e questo potrebbe spiegare perché molte foreste non siano dove dovrebbero essere. L’utilizzo del legname per la costruzione dei villaggi e della ferrovia, la fame di pascoli per il bestiame, e il fabbisogno enorme di legname da parte delle città, deve aver spogliato le montagne del loro mantello verde. A queste altitudini ci vorranno secoli prima che il bosco riprenda il suo posto. Comunque, draghi permettendo, trascorrerò la notte al Comfort Inn cercando di ricaricare le batterie per domani. Buonanotte, Andrew. Black Canyon of the Gunnison

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Black Canyon of the Gunnison, Dragon Point ]


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“Senza fiato�, ] Devils Tower National Monument, Wyoming

Wyoming, Hwy 450, convoglio di carbone

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“La leggenda�, Devils Tower National Monument, Wyoming, Hwy 24

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La leggenda Narra la leggenda del popolo Kiowa che otto bambini, sette sorelle e il loro fratello, si rifugiarono sul grande albero per sfuggire ad un orso. Cercando di afferrare i giovani indiani, l’orso lasciò il segno degli artigli sul tronco... Ho viaggiato due giorni per raggiungere questo strano luogo del Wyoming nord-orientale. Due anni fa ritenni che lo spostamento dal Colorado sarebbe stato eccessivo, ed avevo ragione. Ma ora che la mia destinazione è Chicago e che non ho un piano di viaggio preciso, ho pensato che con una piccola deviazione... Partendo da Canon City ieri mattina, ho puntato a nord attraversando le foreste a ovest di Colorado Springs e Denver, per poi lambire il confine del Rocky Mountain NP, e giungere infine a Laramie nel Wyoming del sud. La tappa odierna è stata particolarmente impegnativa. Avevo avuto la sensazione che il vento fosse particolarmente forte e che mi costringesse a tenere forte il volante continuando a correggere la direzione di marcia. Siccome mi sorpassavano praticamente tutti avevo creduto semplicemente di non essere abituato a questo tipo di condizioni climatiche. Le luci lampeggianti dell’auto dello sceriffo in mezzo alla Highway mi hanno dato invece ben presto ragione. Un autotreno si era appena rovesciato a causa di una raffica di vento ostruendo la corsia opposta e i dieci metri di terreno aperto che separa i due sensi di marcia. Quello che doveva essere un lungo e noioso spostamento, si è rilevato ancora una volta un’esperienza entusiasmante. Sinceramente sono troppo stanco per descrivere tutti gli episodi vissuti oggi, ma ne farò almeno un breve elenco. Ho viaggiato in mezzo a pascoli che non finivano mai, ho visto lunghissimi treni trasportare carbone e la rispettiva miniera, ho visto cervi, bufali, cavalli, antilopi, cani della prateria, ho visto il vento far volare via dalla testa il casco di un operaio sul cantiere stradale, ho ascoltato bellissime canzoni country alla radio, ed infine sono arrivato alla Devils Tower che, devo ammettere, ha il suo fascino particolare. Qui sulle sponde del Belle Fourche River sono le undici e un quarto di sera, è giunto il momento di spegnere la luce... Notte, Andrew.

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Devils Tower

“Feeling”, ] Badlands National Park, South Dakota, Pine Ridge Indian Reservation, Hwy 73

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Bellissimo paese Venerdì 18 giugno è stato un giorno dalle emozioni contrastanti. Allontanandomi dalla Devils Tower ho percorso una strada in mezzo a verdi pascoli che mi ha condotto fino a Spearfish. Qui ho fatto colazione con due omelette ai frutti di bosco che non sono riuscito a finire... Cercare il posto giusto per fare colazione è sempre divertente e ormai comincio a farci l’occhio. Il posto più carino che ho trovato è stato il Grandmother’s Kitchen a Woodland Park in Colorado. Un ristorantino di legno azzurro, nascosto tra anonimi fast food, con una piccola veranda delimitata da una staccionata in legno bianca. Le poltroncine in pelle blu sono poste lungo tre lati del locale, mentre al centro i tavoli hanno sedie foderate di pelle blu. Naturalmente la metà superiore delle pareti è pitturata come l’esterno, d’azzurro, mentre la parte bassa è perlinata in legno scuro. Ovunque, appesi, oggetti che ricordano lavori di artigianato. La giovane cameriera porta un grembiule a fiorellini, e tutto si svolge nella massima calma. Se i tavoli sono tutti occupati, all’entrata, dove invece dell’anonimo cartello che invita ad aspettare c’è la sagoma in legno di una bimba con vestitino country, ci si può accomodare su due poltroncine poste ai lati della porta... Dirigendomi a sud ho imboccato la Spearfish Scenic Byway che costeggia un fresco torrente. Le Black Hills sono dei monti ricoperti da foreste di abete e pino, non esattamente il paesaggio che mi ricordavo dai film. Vecchie città sorte al tempo della corsa all’oro, riconvertite in attrazione turistica, sono disseminate in tutta la regione. La mia destinazione era però il Mount Rushmore National Memorial, che ho raggiunto ad inizio pomeriggio. Malgrado la folla di turisti è stata una tappa molto interessante: grande autosilo, scalinata tipo Rocky Balboa, colonnato con le bandiere degli stati, atmosfera solenne e lassù in cima al monte granitico i faccioni dei quattro presidenti. Tutt’altra storia la visita al Crazy Horse Memorial. Avevo sentito parlare in tv di questo personaggio che si era messo in mente di scolpire una collina dandole la forma del capo Sioux Cavallo Pazzo. Da allora sono passati almeno 20 anni ma di progressi negli scavi... pochi. Così ho pensato che ormai la tassa di 10 dollari che si paga per accedere all’area non serva più a finanziare l’opera, ma finisca altrove... Trascorsa la notte a Hot Springs, di cui si potrebbe parlare a lungo, stamane ho voltato la prua ad oriente direzione Badlands. A Red Shirt due edifici scolastici a forma di panettone rosa mi segnalano che sto entrando in una riserva indiana: mi fermo sul ciglio della strada da dove si gode del primo panorama sulle Badlands. Naturalmente nel posto strategico non poteva mancare la bancarella indiana. Questa volta però l’incontro con l’anziana nativa è diverso: dopo avermi salutato si avvicina con un blocco di carta e mi spiega che sta facendo una sorta di libro degli ospiti. Lascio una breve frase la cui parte in italiano dice: “bellissimo paese”. La donna legge, poi mi guarda e cerca conferma della pronuncia. Ripetiamo assieme alcune volte la frase “bellissimo paese”. Mentre mi allontano per scattare un paio di foto, la sento avvicinarsi al marito che attende in auto e dire: “bellissimo paese, bellissimo paese, ora conosco un’altra lingua”... Sorrido e riparto. La strada numero 2 che costeggia il Badlands NP non è asfaltata; 30 chilometri di ghiaia che fanno rollare l’auto costringendomi ad un’andatura di crociera. Considerando la brezza che giunge alle mie spalle, l’equipaggio di Alinghi avrebbe cazzato la randa... Giunto all’altezza del White River mi fermo incuriosito da uno stormo di rondini che hanno nidificato sotto il ponte. Un’altra auto si ferma. Mi raggiunge un giovane del luogo il cui nome è Chris Cuni. Mi spiega le bellezze della regione e mi dice che se volessi fare escursioni, andare a cavallo o canoa, posso rivolgermi a lui, perché possiede una piccola attività poco distante, la Badland Bay Adventures. Suo nonno veniva dalla Svizzera ma non sa il luogo esatto... Prima di ripartire vengo attratto da uno splendido fiore viola e un gigantesco “soffione”. Cambio obiettivo, scavalco una staccionata, mi siedo sui talloni a pochi centimetri dal fiore ma, prima di scattare la foto sento un fruscio tra l’erba. Nella frazione di secondo in cui metto a fuoco e l’adrenalina entra in circolo, comincio lentamente ad alzarmi; non dite a mia mamma che un serpente a sonagli delle praterie strisciava verso di me, si preoccuperebbe troppo. Mi allontano cautamente... Il pomeriggio è proseguito molto più tranquillamente ma pur sempre nel delicato scenario delle Badlands che più che descrivere vi invito a guardare nel mio sito e che mi ha obbligato ad alternare tutti e quattro gli obiettivi che mi sono portato da casa... È ora di cena al Rodeway Inn a Kodaka, South Dakota! Buon appetito, Andrew PS: mi immagino la scena dell’anziana indiana che, prima di coricarsi, guarda il marito e sorridendo dice: “bellissimo paese”... 114


A sud del Badlands National Park, strada sterrata n. 2

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La porta del West

La porta del West: questa è la frase che sta scritta all’entrata della località di Kadoka a est delle Badlands, South Dakota. Mi chiedevo perché avessero scelto di collocare quell’insegna proprio lassù. Certo si trova ai piedi delle Montagne Rocciose che dividono il continente nordamericano in due, ma è solo quella la ragione? Da tre giorni ormai viaggio in direzione est ed il paesaggio è drasticamente cambiato. Ma non sono le montagne, i deserti o i canyon a fare la differenza; è proprio la cultura. E con essa cambia la gestione del territorio, le città. Mentre il west è più romantico, con le mandrie di bovini e cavalli disseminate su pascoli che si perdono all’orizzonte e si percepisce la dura vita dei cowboy, all’est lo stile è più europeo. I pascoli sono sostituiti da campi di frumento lavorati con mezzi meccanici e le mandrie sono raccolte attorno a grandi mangiatoie, costrette a sostare nel fango tutto il giorno. Ma la natura ogni tanto ci manda un avvertimento: non so se è giunta notizia anche in Europa, ma il maltempo ha messo a dura prova proprio le regioni che sto attraversando. Il telegiornale trasmette incessantemente l’allarme tempesta e la lista delle strade interrotte: io stesso ho dovuto cambiare due volte percorso per giungere fin qui. Molti agricoltori si lamentano per aver perso completamente il raccolto mentre io ricordo il documentario visto la scorsa settimana in cui un anziano cowboy del Wyoming tratteneva a stento le lacrime al pensiero che quella notte avrebbe perso molti vitelli a causa di una tempesta di neve. “Ma è la vita”, diceva al figlio, “muoiono gli uomini e muoiono anche gli animali”... Mi rendo conto che il viaggio è giunto ad una svolta o meglio, inizio un nuovo viaggio, dallo spirito diverso. Così ho deciso di fermarmi in questa località un tempo percorsa dalle carovane che dirigevano alla conquista del west. Per un paio di giorni niente più foto nel mio sito, niente più blog. Cercherò di fare un salto indietro nel tempo, nella torrida estate del 1965, per rivivere una storia dal sapore romantico che tutti conoscete. Vedremo cosa sortirà dalla macchina fotografica. Dove sono? Ho lasciato un indizio nel mio sito, l’ultima foto pubblicata... Arrivederci.... Andrew. La Creek National Wildlife Refuge, South Dakota, Hwy 18

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Kadoka, South Dakota, Hwy 248 ]


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The Bridges of Madison County Mercoledì 23 giugno. Tengo stretta tra le mani una tazza di caffè con la scritta pubblicitaria del Northside Café. Da queste parti molti locali sono fieri di offrire ai clienti la propria tazza personalizzata. Queste in particolare sono leggermente più strette al centro, ricordando forse metaforicamente i fianchi di una donna. Sto aspettando l’omelette con salsiccia ordinata da qualche minuto, ho molta fame ma, come si dice in campagna, relax... Ero uscito senza fretta dal motel, verso le otto, perché ancora piovigginava. Una notte di tempesta che ha provocato altri allagamenti in tutti gli States centrali. La motivazione non era al massimo ma contavo almeno di fare un sopralluogo completo dei ponti coperti della contea di Madison. Mi ero spostato fino al confine nord-est, sebbene sapessi che fosse stata chiusa al pubblico nel 2003 a causa di un incendio, per vedere la casa di Francesca. Solo uno scatto da molto lontano, spremendo al massimo il teleobiettivo: cancello chiuso, cartelli di divieto d’accesso, video sorveglianza, anche le indicazioni stradali sono state tolte. L’avevo trovata solo grazie al fiuto... In seguito ero tornato in paese per cercare un ristorante. Quasi non l’avevo visto il Northside Café. Solo una piccola insegna al neon appesa a metà vetrina; avevo indugiato sbirciando dietro ai vetri sporchi per capire se vi fosse il lungo bancone con apparecchiati i set di sale-pepe-tovaglioli. Aperta la vecchia porta zanzariera, spinto quella interna, mi ero seduto a metà bancone. L’omelette tarda ad arrivare, deluso per non aver potuto raggiungere la veranda di Francesca, giro la tazza e leggo l’altro lato. Alzo gli occhi di scatto e mi guardo attorno, non ci posso credere, sono seduto nel caffè dove è stato girato il film. Ecco perché tutto è così vecchio: la credenza in legno, la ghiacciaia di metallo, l’orologio con i piccoli cartelli pubblicitari che girano meccanicamente, i sedili di pelle nera. L’hanno lasciato così com’era negli anni sessanta. Mi alzo e vado in fondo al locale. Appese alla parete le foto Clint Eastwood mentre gira le scene del film nel 1994. E come nel film, ho appena lasciato la casa di Francesca e sono qui a fare colazione...

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Giovedì 24 giugno. Ieri sera ho concentrato gli sforzi sul Hogback Bridge. Ho cercato il ponte che offrisse la luce migliore prima del tramonto. Stamane invece sono tornato al Holliwell Bridge che offre un fianco al sole del mattino. La contea di Madison è composta da sei piccole comunità. La settima, Winterset, sta al centro e da lei si diramano un pugno di strade asfaltate. Nascoste al viaggiatore però c’è un labirinto di stradine bianche che raggiungono ogni singola fattoria disseminata tra le colline. I ponti si trovano proprio tra queste colline; aveva ragione Francesca a voler accompagnare il fotografo... Prima di tornare al Roseman, dove si sono svolte le scene principali del film, faccio tappa al Northside Cafè per la colazione. Ho dimenticato di dirvi che la cittadina di Winterset ha dato i natali a John Wayne e naturalmente il locale espone molte delle sue foto. In effetti per la città il vero eroe è lui. Durante le visite ai ponti ho conosciuto alcuni turisti, non molti, ma quasi tutti pensionati e diversi tra loro sono stati in Svizzera, e quasi tutti a Lucerna. Nessuno che conosca il Ticino... (non faccio commenti). Voglio scusarmi col fotografo che pubblicò sul National Geographic le foto dei Ponti di Madison County e con coloro che hanno nella mente un ricordo, un film diverso: naturalmente la mia è una personale interpretazione realizzata in un paio di giorni, ostacolato dalla vegetazione cresciuta negli anni e dalle barriere, cartelli, fari e quant’altro l’essere umano possa inventare per deturpare la vista di un’opera d’arte. Per raccontare meglio questo fazzoletto di terra al centro degli Stati Uniti, con la sua storia e i suoi costumi, ho aggiunto alcuni scatti di altri elementi trovati qua e là, in ordine sparso. Vista la quantità di immagini raccolte, ho deciso di dedicare un intero progetto ai Ponti di Madison County. È stata un’occasione per riposare e riflettere qualche istante. Del resto i ponti coperti realizzati in legno li troviamo da secoli lungo le alpi e forse li hanno inventati proprio gli svizzeri... E domani si riparte. Andrew.

Hogback Bridge

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Hogback Bridge ]

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Pian piano Stati Uniti è ormai iniziata. Dalla contea di Madison nell’Iowa mi sono diretto verso le sponde del Mississippi. L’idea era quella di addentrarmi il più possibile nelle riserve naturali per cercare una delle immagini che ho nella testa ma che non sono ancora riuscito a trovare. Per scaramanzia non dirò di cosa si tratta, non si sa mai... Come vedete dalla foto però, per riuscire nel mio intento più che di un’auto avrei dovuto disporre di un mezzo anfibio. Le precipitazioni degli ultimi giorni hanno reso impraticabili le strade che si avvicinano ai grandi fiumi, inondando migliaia di ettari di coltivazioni. Ma anche alcune delle strade principali sono state chiuse al traffico, tanto da costringermi ad un paio di deviazioni. Sto vagabondando perciò un po’ a casaccio dirigendomi lentamente verso Chicago, tenendo sempre gli occhi aperti per percepire quanto queste terre dal sapore equatoriale sanno trasmettere. Equatoriale certo, perché vista la conformazione del terreno, i relitti di boschi rimasti laddove non è possibile coltivare e l’altissimo tasso d’umidità, non è difficile immaginare le foreste che dovevano ricoprire queste pianure prima dell’arrivo dell’uomo bianco... Ho trovato anche i resti della Route 66, quella vera. La stretta strada di campagna che, aggirando le colline, attraversando i ruscelli su esili ponti, collegando le piccole comunità, da Chicago giungeva a St. Louis. Una Route 66 fatta di mattoni rossi, dove ancora ci sono, o di un asfalto aggredito dall’erba. La Route 66 non esiste più, sostituita dalle superstrade, abbandonata a se stessa come i piccoli paesi del West a cui portava la vita e che ora non visita più nessuno. Mi sono fermato a Beardstown oggi e ho cercato una lavanderia per fare il bucato. Perdendomi nella periferia della cittadina ci ho sbattuto contro il naso. Avete in mente la pubblicità dei Levis in cui il bel ragazzo attirava l’attenzione del pubblico femminile? Dimenticatela... Ambiente caldo, ventilatori inutili, niente da leggere. Però è stato interessante constatare che nessuno parlava inglese: un ragazzo di colore parlava francese al cellulare, una coppia di anziani parlava spagnolo come pure una madre con la bimba dalle origini indefinibili, una famiglia di colore parlava una lingua africana che non conosco e poi c’ero io che stavo zitto... Dimenticavo, quella nella foto è la mia compagna di viaggio: una Kia Soul verde a cui ho dato il nome di Ranocchia. Certo non si tratta della Chevrolet Camaro verde metallizzato edizione limitata, che il ragazzo della concessionaria di Fort Madison mi ha presentato. Certo, perché vedendomi curiosare attraverso i vetri oscurati ed immaginando i miei pensieri, si è avvicinato e, senza dire una parola, col telecomando l’ha aperta e accesa... Poi mi ha fatto cenno di salire! (non commento). Per tornare sulla terra, anche la mia Ranocchia va bene e, una volta arrivato a Chicago, proverò a baciarla: chissà che non si trasformi in una principessa...

“La finestra”, a ovest di Peoria, Illinois, Hwy 78

Route 66 (4), a sud di Springfield, Illinois ]

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Sogni d’oro, Andrew.


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Baraboo Prophetstown è un piccolo villaggio sorto a metà ottocento sulla sponda meridionale del Rock River, un affluente del Mississippi, a quaranta miglia a est di Davenport. Come la maggior parte di questi nodi posti sulle vie di comunicazione, ha vissuto un passato florido. Il dipinto realizzato da allievi della scuola superiore d’arte sulla parete di un edificio, racconta la celebrazione del 4 luglio 1897, con la banda che suona nella via principale di un paese animato da gente, carrozze e commercianti. Vi ero arrivato dopo un lento spostamento in direzione nord attraverso i campi dell’Illinois centrosettentrionale. Incappato nell’unico motel, il Riverside Motel appunto, mi ero fermato per la notte. Pareva una serata tranquilla: due passi per curiosare e scattare una foto, cena in un ristorante grazioso della via principale, collegamento internet wi-fi rubato ad un certo Robert per aggiornare il mio sito... Al rientro però la voce adirata di una donna proveniente dalla stanza accanto mi aveva messo in agitazione. Pareva discutere al telefono per qualche minuto, poi si calmava, poi riprendeva. Prima del tramonto mi faccio notare uscendo sul balcone che collega l’entrata di tutte le camere al primo piano, lasciando la porta aperta. La donna mi imita: esce, la saluto e lei risponde gentilmente, rientra lasciando la porta aperta. Dopo qualche istante riprende a parlare, seduta davanti allo specchio parla a se stessa. Ha evidentemente una doppia personalità. Capisco che sarà una lunga notte. Decido comunque di non fare nulla: la sento urlare alle 02.30, alle 04.00 e alle 06.30. La stanza di un motel non è certo il posto dove dovrebbe stare una donna che ha bisogno di aiuto. Vi sono persone che vengono abbandonate a se stesse o altre che non hanno la forza o il coraggio di affrontare uno stato depressivo. Così si nascondono al mondo convinte di trovare in qualcosa o in qualcuno un salvagente a cui aggrapparsi. È un vero peccato perché sia la medicina che la società moderna sono pronte a prendere per mano queste persone e accompagnarle fino a quando non hanno ritrovato la strada. Parto da Prophetstown con una sensazione di disagio che mi accompagnerà per diversi chilometri. Il dolce paesaggio collinare al confine del Wisconsin riesce però a farmi cambiare umore e nel pomeriggio approdo a Mount Horeb, un simpatico villaggio dal chiaro stampo norvegese, dove Trolls alti più di un metro e scolpiti nel legno, ti salutano dal giardino di ogni abitazione: la Trollway! Non funzionando la wi-fi sarò costretto a pubblicare questo articolo più avanti, dopo essermi spostato ancora più a nord, per prendere lo slancio che mi porterà a Chicago, ultima tappa di questo entusiasmante viaggio. Il giorno successivo infatti, continuo il tranquillo girovagare e, grazie all’ormai consueto cambio di direzione, posso esplorare una regione ricca di laghi e paludi, ma anche di paesi dalla vocazione turistica e da caratteristiche inconsuete come Baraboo. Baraboo non è un nome inventato, e neppure la parola usata dal Leeloo (Milla Jovovich) quando precipita nel taxi di Korben Dallas (Bruce Willis) nel film Il quinto elemento: “badaboom”. È il capoluogo della contea di Souk vicino alla quale, sbagliando strada, ho potuto imbattermi in uno strano pennuto dalla testa rossa e alto quasi un metro mai visto prima d’ora. Ne ho messo la foto nel sito, se qualcuno ne conosce il nome... Ma ora sto divagando troppo. Notte, Andrew. 124


[ De Soto National Wildlife Refuge, Missouri River, Iowa, Hwy 30

“Linfa”, Port Louisa National Wildlife Refuge, Illinois, Hwy 61 (x61)

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Chicago Entro a Downtown Chicago attraversando il ponte in ferro sul North Branch Chicago e lascio l’auto al Kingsbury Park, il primo autosilo che trovo. Ero partito dal motel un’ora prima, seguendo la Grand Av, strada che avevo scelto perché non fa parte del reticolo di vie perpendicolari della periferia, ma lo attraversa in diagonale, e questo mi aveva fatto pensare che si trattasse di un’arteria storica. Sebbene il motel dove alloggio in questi giorni sia già dentro la cintura urbana, dista comunque 25 chilometri dal cuore di Chicago. Avevo così potuto intuire lo sviluppo della città attraverso i quartieri delle diverse comunità, come quella Ucraina, che ha edificato la splendida chiesa cattolica di St. Joseph, composta da 12 torri circolari, non lontano dal ristorante in cui avevo cenato la sera precedente. Verso le 10 dunque inizio l’esplorazione della città. La giornata è splendida, il lago Michigan è a due chilometri in linea d’aria: una buona passeggiata. Vengo subito attratto dal vociare proveniente dell’English Pub dove ragazzi con maglie brasiliane e olandesi stanno guardando la partita: quale occasione migliore per fare colazione e immergermi nell’atmosfera cittadina... Man mano che avanzo tra i grattaceli storici e moderni, tra ponti e vie d’acqua, lungo strade e metropolitane a cielo aperto, vengo catturato dal fascino unico di questo luogo. Il giorno prima non avevo scattato neppure una foto nella tappa di avvicinamento alla metropoli, oggi invece guardo il display della mia Canon e vedo l’indicatore della memoria scendere vertiginosamente. Riesco anche a scovare il Visitor Center dove, con una telefonata durata 15 minuti, la responsabile del personale riesce a confermare il mio volo di ritorno. Ci avevano provato già in due, al motel e alla ricezione di un grande albergo in cui avevo chiesto indicazioni, senza successo; per me sarebbe stato impossibile. La città è pronta per i festeggiamenti del 4 luglio e le manifestazioni a Grant Park non si contano. Durante la scorsa settimana avevo notato la popolazione delle campagne e dei piccoli centri impegnarsi nei preparativi: prati rasati alla perfezione, bandiere stelle e strisce ovunque, facciate ridipinte, piazzali asfaltati a nuovo. 126


Chicago è famosa per la parata del 4 luglio, ma io la perderò, perché sarò sulla strada dell’aeroporto. Dopo sei ore di camminata, 360 foto scattate, viso e braccia ustionati (non ho pensato al sole!) e una serie di aneddoti nella mente, ritrovo l’auto: pago e riprendo la Grand Av in senso opposto. A metà strada c’è ancora lo spazio per un incontro particolare. Sono fermo ad un semaforo rosso, nel mezzo delle due corsie che dirigono a ovest una donna anziana di colore sulla carrozzella chiede l’elemosina. Di solito non lascio denaro ai mendicanti perché se va bene finisce in alcool. Ma la donna dai capelli bianchi non ha il piede destro e lo sguardo è lucido. Lei mi guarda, e senza che io faccia cenno alcuno (porto gli occhiali da sole), capisce che le avrei dato qualcosa. Mentre si avvicina alla portiera destra dell’auto porgendo un bicchiere di plastica abbasso il finestrino. Nel cruscotto, davanti alla leva del cambio, ho messo tutte le monete che mi hanno dato di resto in questo mese. Quelle da 1/4 di dollaro le usavo per fare il bucato. Prendo tutte le monete che riesco a stringere nel pugno le le lascio cadere nel bicchiere. Prima di allontanarsi mi dice: Dio ti benedica... Alzo gli occhi, verde, riparto. Domani farò ancora due passi in città, con più calma però, e mettendo la crema solare... A presto, Andrew.

[ Ponte sulla S. Columbus Dr., Jay Pritzker Pavillion

“La valigia”

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Finito di stampare nel mese di maggio 2011 dalla tipografia Fontana Print S.A., 6963 Lugano-Pregassona


Andrewphotos


Tutta un'altra America