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MALAMENTE 1


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MALAMENTE a cura di francesco sena

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dall’8 al 30 ottobre 2010

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Malamente “Per essere angeli bisogna prima essere stati diavoli” Vera Zilzer Affiora nella mente la prima immagine che ricordo della Comunità Il Porto. Ero di fronte al laboratorio d’arte. A pochi metri da me, dalle cantine della villa in cui è situata la comunità, provenivano urla furiose, grida, ingiurie, minacce e quanto di peggio si possa udire. Si stava animando in quel momento un gruppo terapeutico (gruppo di confronto) in cui i pazienti possono dare libero sfogo alle proprie pulsioni più profonde attraverso atti liberatori. Mentre le mie orecchie erano straziate, contemporaneamente gli occhi seguivano Raffaella Bortino (all’epoca presidente della Comunità) intenta a raccogliere candidamente le rose più belle dal roseto adiacente al laboratorio, con un movimento lento e armonioso. Non faceva alcun caso alle grida che provenivano da non più di cinque metri di distanza. Una situazione paradossale. Avevo 23 anni ed erano le prime ore che trascorrevo nel luogo dove tuttora lavoro. Sono passati più di vent’anni. Quel primo momento fu folgorante: c’erano insieme il dolore e la delicatezza, lo spavento e la serenità, l’aggressività e l’armonia. Un’opera d’arte: l’uomo urlante di Munch accerchiato dalle ballerine di Degas. Ero terrorizzato e affascinato. L’immagine di quegli attimi non mi ha più abbandonato. Nella comunità convivono la sofferenza, il disagio, il male di vivere. Ma questo luogo è carico anche di umanità e vita, capacità di produrre pensiero e conoscenza, vitalità creativa e profondità d’animo. Il progetto della mostra MALAMENTE nasce dai lavori di alcuni ospiti del Porto che frequentano tuttora, o hanno frequentato, il laboratorio di arte da me gestito e che affianca il percorso terapeutico comunitario. All’interno del laboratorio si è formato un gruppo di ragazzi particolarmente attratti dalla possibilità di fare arte. Molti si sono cimentati per la prima volta con pennelli, colori, matite, gomme e poi creta, collage e altri materiali ancora, alcuni “inventati” come tali da loro stessi. Per quasi tutti è stata una scoperta. All’inizio si sono misurati con i grandi capolavori della pittura, attraverso la riproduzione di opere di Morandi, Cezanne, Picasso, Casorati. In seguito hanno abbandonato i maestri e sono partiti alla ricerca di una propria “visione” artistica. Durante i pomeriggi passati a dipingere, abbiamo discusso tra le altre cose, di cinema, musica e vita: è nato un clima di complicità e a volte di divertimento, condito non di rado da grasse risate. 9


Altre volte si sono generate palpabili tensioni. Il numero di lavori prodotti ha iniziato ben presto ad essere piuttosto numeroso e così l’idea di fare una mostra ha iniziato a prendere corpo: dopo una serie di esposizioni all’interno della comunità si è pensato di portare “fuori” queste opere, di farle vedere all’esterno. In seguito alle visite ad alcuni studi di artisti della città con i ragazzi è venuto spontaneo pensare a un’esposizione dove potessero convivere opere realizzate da artisti “professionisti” insieme a quelle di artisti outsider. Dove le opere potessero guardarsi e trovare un terreno d’incontro. Al progetto espositivo hanno aderito con entusiasmo Paolo Leonardo, Nicus Lucà, Paolo Grassino, Turi Rapisarda, Daniele Gaglianone e il sottoscritto, artisti che nella propria poetica affrontano tematiche che richiamano a qualcosa di profondo, di diverso, venate di un seme di follia, di forte emotività o raggelanti distanze. Opere oscure che rimandano al buio della notte più che alla luce del giorno, ad una “mala-mente”, appunto, supposta e rivendicata come condizione esistenziale. Quante straordinarie opere sono state realizzate da persone-artisti “ malamente”? Nella storia se ne contano tantissime. Non sono forse una funzionalità sbagliata, uno sguardo diverso, una grande carica aggressiva, il desiderio di gridare al mondo, un’eccessiva sensibilità o una grande sofferenza a spingere l’essere umano a creare opere d’arte? I lavori selezionati per la mostra tra gli artisti outsider (dei “colleghi” non parlerò più se non per ringraziarli per la loro sensibilità) hanno un sapore autentico. Nella loro ingenuità hanno un approccio sincero, cosa rara a vedersi in molte delle mostre ospitate nelle gallerie d’arte. Sono tracce di vita da guardare con occhi freschi e, in alcuni casi, con occhi lucidi. In questa mostra non troverete un cubo al centro della stanza né un lampadario a terra. Non ci saranno cannoni che sparano coriandoli, aerei capovolti a terra o zebre al polo nord. In questa mostra troverete quadri, sculture, disegni, foto. E spero, per i sensibili di turno, emozioni e vissuti, piedi per terra e idee sopra le nuvole. In questa mostra vogliamo mettere a nudo la fragilità e la potenza del fare arte. Soprattutto in questi tempi in cui il fare arte è diventato un’attività per creativi e pubblicitari, finalizzata a creare eventi che devono scioccare. Dove spesso lo shock dura un attimo, il tempo di uno starnuto. Oppure sterili concettualizzazioni per pochissime menti eccelse. Bene. Nei lavori in mostra si vedranno opere che esprimono dolore vero, rabbia 10


vera, e non la loro rappresentazione sintetica e addomesticata. È trasgressione che morde. A volte perfino ironia. Arriva allo stomaco e non si ferma sulla retina dell’occhio. Sono voli, spostamenti senza forza di gravità, volti (tantissimi volti), occhi sbilenchi, bocche, denti. In alcuni casi ho visto nascere attimi di pura poesia, almeno di quella che io penso sia tale. Sono state soffiate piume e risolte verità assolute, sono stati srotolati discorsi inutili e inscenati deliri. Il concetto di “malamente” arriva da qui. Dalla necessità di affermare una propria diversità, dall’avere una personalità poco disponibile al facile compromesso, che vive di emozioni forti, esplosive, di sogni, desideri e illusioni. E che reagisce come meglio può alla vita percorrendo strade tortuose e incamminandosi in sentieri pericolosi. Arriva dal concetto di essere fragili e pur capaci di gesti potenti, di ribellione. I malamente si presentano qui così come sono. Senza costumi né maschere. Francesco Sena

Istruzioni per l’uso Un suggerimento. Visitate la mostra da soli. Venite un giorno durante la settimana e assicuratevi che non ci sia nessuno a disturbarvi. Datevi il tempo di farvi sorprendere dalle opere. Respirano un’aria diversa. Nascono da pennelli che tremano e che spesso non sanno che colore hanno in punta, pennelli che hanno autonomia e vanno oltre i propri confini. Sono opere figlie di matite che pesano e che vengono impugnate con forza. Di gomme che cancellano e si spezzano. Di pennelli senza più setole. 11


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Malamente The first image that I remember of Il Porto Community appears in my mind. I was in front of the art workshop. From the basements of the villa where the community is based, a few metres from me, it came violent shouts, yells, insults, threats and how much worse can be heard. In that moment it was enlivening a therapeutic group (a group of contrast) in which the patients can give free play to their own inner instincts by liberating outbursts. While my ears were tortured, at the same time the eyes followed Raffaella Bortino (when she was the Community president) intenting on collecting calmly the most beautiful roses in the rose-garden next to the workshop, with a slow and harmonious movement. She did not pay attention to the yells coming from no more than five metres away. A paradoxical situation. I was 23 years old and it was the first hours that I spent where I still work. More than twenty years are passed. That first moment was striking: there were together pain and sensitiveness, fright and serenity, aggressiveness and harmony. A work of art: the screaming man of Munch surrounded by the  ballerinas of Degas. I was terrorized and enchanted. The image of those moments did not abandon me any more. In the community suffering, uneasiness, the pain of life live together. But this place is also loaded with humanity and life, ability to produce thought and knowledge, creative energy and depth of heart. The project of MALAMENTE exhibition starts from the works of some guests of Porto that do or did the art workshop handled by me and that support the therapeutic community stage. In the workshop a group of boys particularly attracted from the possibility to make art has been constituted. Many tried for the first time paint-brushes, colours, pencils, rubbers and then clay, collage and other materials, some of them “invented” by themselves. For nearly all of them it was a discovery. At the beginning they confronted themselves with the great masterpieces of the painting, reproducing works of Morandi, Cezanne, Picasso, Casorati. Next they abandoned the masters and started the search of their own artistic “vision”. During the afternoons went by painting, by the other things we talked about cinema, music and life: a climate of complicity and sometimes of fun, often seasoned by hearty laughs. Other times palpably tensions were generated. Very soon the number of works produced began to be quite large and so the idea to make an exhibition star13


ted to realize: after a series of exhibitions inside the community we decided to carry “outside” these works, to let them see outside. After visiting with the boys some city artists’ studies, it was natural to think about an exhibition where professional artists’ works and outsider artists could live together. Where the works could see each other and find a ground of contact. The exhibition project was joined with enthusiasm by Paolo Leonardo, Nicus Lucà, Paul Grassino, Turi Rapisarda, Daniel Gaglianone and the undersigned, artists who in their own poetics deal with subjects that to something of deep, different, tinged with a madness seed, of strong sensitiveness or chilling distances. Dark works of art that recall more to the darkness of night to the daylight, to a “mala-mente”, exactly, imagined and claimed as an existential condition. How many extraordinary works were created by “malamente” persons-artists? In history we can count lots of them. Are not they perhaps a wrong functionality, a various look, a large aggressive store, the desire to scream to the world, an excessive sensitiveness or a great pain to push the human being to create an art work? The selected works for the exhibition between the outsider artists (by now I will speak about my “colleagues” only in order to thank them for their sensitiveness) have an authentic taste. In their naivety they have a true approach, quite an uncommon thing to see in many art galleries exhibitions. They are signs of life to watch with new eyes and, sometimes, with bright  eyes. In this exhibition you will not find a cube in the center of the room neither a ceiling lamp on the ground. There not will be guns shooting confetti, upturned to the ground airplanes or zebras in the North Pole. In this exhibition you will find paintings, sculptures, drawings, photos. And I hope, for the sensitive ones, emotions and real-life, feet on the ground and ideas over the clouds. In this exhibition we want to bare the weakness and the power of making art. Especially in these times in which making art has become a work for creatives and media men, aimed at creating events that must shock. Where often the shock lasts a moment, the time of a sneeze. Or sterile conceptions for a few lofty minds. Well. In the exhibited works you will see works expressing true pain, true anger, and not their synthetic and tame representation. It is transgression that bites. Sometimes even irony. It arrives in the stomach and it does not stop in the eye retina. They are flights, movings without force of gravity, faces (lots of faces), 14


crooked eyes, mouths, teeth. Sometimes I saw growing moments of pure poetry, at least the one I think it is. Feathers were blown and absolute truths where solved, useless speeches were unrolled and frenzies were staged. The “malamente� conception comes from here. From the necessity to declare our own difference, to have a personality not easy to be compromised, that lives of strong, explosive emotions, of dreams, desires and illusions. And that reacts the better it can to the life making tortuous roads and walking along dangerous paths. It comes from the conception to be frail and yet able to do powerful and rebellion acts. Here the malamente ones show themselves as they are. Without costumes neither masks. Francesco Sena

Instructions One suggestion. Visite the exhibition on your own. Come one day during the week and be sure that nobody bothers you. Take time to be surprised by the works. They breathe a different air. They are born from paint-brushes that shake and that often do not know which colour they have on the tip, paint-brushes that have freedom and go beyond their own limits. They are works child of held with strength pencils that weigh. Of rubbers that wipe out and break themselves. Of paint-brushes with no more bristles. 15


Antonio RombolĂ 

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Corpo umano - 33 x 48 cm - Pastelli su carta

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Vespa - 10 x 7 cm - Pastelli su carta


Stereo - 48 x 33 cm - Pastelli su carta

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Aurelia

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Carlos Lucas Blanca - 48 x 33 cm - Pastelli su carta

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2 - 48 x 33 cm - Acrilico su carta


4 - 48 x 33 cm - Acrilico su carta

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Daniele Gaglianone

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La carne sulle ossa - Super8 HI

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La carne sulle ossa - Super8 HI


La carne sulle ossa - Super8 HI

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Davide Beniamini

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Teschio - 7 x 7 x 7 cm - Creta e metallo

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Il fumo uccide - 24 x 10 x 8 cm - Materiale di recupero


Cigno - 12 x 16 x 25 cm - Materiale di recupero

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Emile l

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Il male - 35 x 71 cm - Olio su tela

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Svarione 1 - 66 x 73 cm - Olio su tela


Svarione 2 - 40 x 60 cm - Olio su tela

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Uno spazio a parte “Era stato all’Ermitage, e ne era uscito pieno di noia e di freddo. Era mai possibile che i quadri fossero rimasti così belli, mentre lui si trasformava in un vecchio galeotto? Perché non erano cambiati, perché non erano invecchiati i volti delle divine madonne, e i loro occhi non si erano fatti ciechi dal piangere? Forse, da quel restare immobili, perenni, derivava loro non forza, ma debolezza? Dipendeva forse da questo se l’arte tradiva l’uomo che l’aveva creata?” Vasilij Grossman, Tutto scorre… (1955-1963) Ci affacciamo alla pittura – alle mostre, nelle visite agli studi, sulle riviste, in rete – analizzandola come scheggia di una storia più vasta (quella dell’arte contemporanea, ammesso che ancora crediamo che una tale storia possa essere pensata e costruita), cioè come un insieme di segni, citazioni, omaggi, tour-de-force tecnici, provocazioni. Amiamo servirci, nella nostre analisi, di una metafora letteraria, e spesso parliamo di “testo pittorico”. Forse, per difenderci meglio dalle parole che nelle opere si sono depositate e disperse. Tra i molti significati di questa mostra, c’è l’invito pressante ad andarle a cercare, quelle parole affondate nel corpo della pittura, o impigliate nelle impronte – lievi o rabbiose – della matita sulla carta. Sono tracce di dialoghi o di narrazioni, monologhi allo specchio, frammenti di diario, elenchi e classificazioni, che nella maggior parte dei casi rimangono sottintesi. Ma su qualche foglio, al margine di qualche tela, alcune di quelle parole sono state formulate e trascritte, e ci parlano ad alta voce: “Delirio nel rosa”, “Spasmo Game”, “L’inferno è aperto, pronto a giocare con la morte”, “The Death of Schranz in a World of Ketchup”. In questi lavori il margine tra ironia e disperazione, tra sincerità e narcisismo sembra inafferrabile; e quindi, sempre presente e sempre evocato, eccolo il diavoletto della morte –con la spada– giocattolo fiammeggiante in una notte di Halloween che si ripete tutti i giorni. 37


L’obiettivo di chi ha fortemente voluto questa iniziativa è stato quello di offrire l’esperienza di una opacità o, che è lo stesso, di una trasparenza che rimanda ad altro, di opere che non avviano e concludono il loro ciclo nel circuito chiuso del sistema dell’arte contemporanea. Ma non solo nelle comunità terapeutiche la pittura è immagine e materia, uno strumento per esprimersi e uno spazio a parte, in cui elaborare proiezioni e fantasie anche distruttive; non solo nelle comunità terapeutiche la pratica pittorica può acquistare il valore di una quotidiana esplorazione e verifica. Quindi ecco le opere (dipinti, fotografie, installazioni, sculture, video) di Daniele Gaglianone, Paolo Grassino, Paolo Leonardo, Nicus Lucà, Turi Rapisarda, Francesco Sena – motore non immobile di questo progetto –poste a fiancheggiare e dialogare con quelle realizzate nell’atelier di pittura della comunità Il Porto. Lì, nel vuoto delle tele e delle carte prendono forma in primo luogo visi; tra i molti percorsi di allestimento che questo progetto espositivo potrebbe implicare, c’è quello di una galleria dei ritratti: facce, sguardi, espressioni, che si rincorrono e rinascono incessantemente, come se modellare con pochi tratti o con pennellate dense visi e fisionomie fosse un’urgenza decisiva, che trasforma il supporto pittorico in uno specchio, nel luogo di un dialogo possibile. Poi frammenti di corpi, e paesaggi immaginati si direbbe a fatica, ispezionati col pensiero prima ancora di essere disegnati, cartografie piuttosto che vedute, e, in alcuni fogli, geometrie astratte che si suggeriscono il mandala di un’invenzione utopistica. Gaglianone, Grassino, Leonardo, Lucà, Rapisarda, Sena seguono strade diverse, ma unite da un impulso che potremmo definire di de-figurazione. Non è la perfezione della forma a interessarli – quella in cui Vasilij Grossman individua un raggelante tratto di disumanità – ma i mille modi del suo decadere, del suo abbandonarsi all’entropia, al disordine, alla corruzione. Fuori e dentro la comunità, solo tradendo la purezza formale all’arte è concesso di non tradire coloro che la creano. Adelphi, Milano 1987, trad. di Gigliola Venturi. Maria Teresa Roberto

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A world apart “He went to the Ermitage and came back full of tedium and cold. It was possible that pictures remained so beautiful while he was transforming himself in an old convict? Why they were not changed, why the divine madonnas’ faces were not aged and their crying did not blind their eyes? Perhaps not their strength but their weakness comes from their immovable, perennial remaining? Perhaps from this depended the art betrayal of the man who created it?” Vasilij Grossman, All flows… (1955-1963) We face painting – in exhibitions, in studies visits, on magazines, in internet - analyzing it as a larger history chip (the one of contemporary art, supposing that we still believe that such a history could be thought and built), in other words as a cluster of signs, quotations, homages, technical tour-de-force, provocations. In our analysis we love to use a literary metaphor and often we speak about a “pictorial text”. Perhaps, we do it in order to better protect us from the words depositing and wasting in the works. Between the many meanings of this exhibition, there is the constant invitation to go and find them, those words sunk in Painting body or entrapped in the marks - light or violent - of the pencil on the paper. They are signs of dialogues or tales, monologues in front of the mirror, diary fragments, lists and classifications, than often remain understood. But in some sheet, in the margin of some picture, some of those words have been expressed and recorded and they speak to us aloud: “Delirio nel rosa”, “Spasmo Game”, “L’inferno è aperto, pronto a giocare con la morte”, “The Death of Schranz in a World of Ketchup”. In these works the limite between irony and despair, between sincerity and narcissism seems elusive; and therefore here it is, always present and always evoked, the little devil of death, with the flaming sword-toy in a Halloween night repeating every day. 39


The aim of who very deeply wanted this initiative was to offer the experience of a dimness or, that is the same, of a clearness that sends back to other, to works that do not start and stop their life in the closed circuit of the contemporary art system. But not only in therapeutic communities painting is image and matter, an instrument to express oneself and a world apart, in which elaborating projections and fantasies also destructive; not only in therapeutic communities the pictorial practice can acquire the value of a daily exploration and verification. Therefore here it is the works (paintings, photographies, installations, sculptures, videos) by Daniele Gaglianone, Paolo Grassino, Paolo Leonardo, Nicus Lucà, Turi Rapisarda, Francesco Sena – not motionless drive of this project – placed side by side to dialogue with the paintings created in the community Il Porto painting atelier. Therefore faces are the first things that are shaped in the pictures and papers emptiness; between the many paths that this project fitting could involve, there is that one of a portraits gallery: faces, glances, expressions, that incessantly run after each other and revive, as if shaping with little or thick strokes faces and features were a crucial urgency, that transforms the pictorial support in a mirror, in the place of a possible dialogue. And after fragments of bodies and, as it could seem, imagined with difficulty landscapes, examined with the thought before being drawn, cartographies rather than sights, and, in some sheets, abstract geometries that suggest to themselves the mandala of an utopian invention. Gaglianone, Grassino, Leonardo, Lucà, Rapisarda, Sena follow different ways but but put together by an instinct that we could define a de-figuration. They are not interested in form perfection – that one in which Vasilij Grossman identifies a freezing stroke of inhumanity – but in its many ways of decay, in its abandon in entropy, in disorder, in corruption. Outside and inside the community, only the betrayed formal purity of art allows not to betray those who create it. Adelphi, Milano 1987, trad. di Gigliola Venturi. Maria Teresa Roberto

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Fabiano

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La pianta - 33 x 24 cm - Pastelli su carta 43


La cuccia - 33 x 24 cm - Pastelli su carta 44


Gli occhiali - 33 x 24 cm - Pastelli su carta 45


Federico Cardoni

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In equilibrio - 36 x 51 cm - Olio su tela 47


Sotto la pelle - 52 x 34 cm - Olio su tela 48


Un nuovo giorno (autoritratto) - 28 x 41 cm - Olio su tela 49


Francesco Sena

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Via Nera - 170 x 200 cm - Cera e resina su legno 51


I Vinti - 160 x 60 x 50 cm - Polistirolo, legno e cera 52


Di mille Rivoli - 175 cm x 62 ø, 3 elementi - Polistirolo e cera 53


Giulia C

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A te - 51 x 68 cm - Olio su tela 55


Fratelli d’Italia - 80 x 126,5 cm - Olio su tela 56


Solitudine - 108 x 81 cm - Olio su tela 57


Giuliano Addari

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Missione compiuta - 48 x 33 cm - Pastelli su carta 59


Psicolabile non vuol dire manipolabile 33 x 48 cm - Pastelli su carta 60


Teschio - 7 x 7 x 7 cm - Creta e viti 61


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Scazzo cosmico “L’arte è una menzogna che ci fa comprendere la verità” - Pablo Picasso “Vi lamentate tanto di ciò che vedete solo perché siete inglobati...” - Giuliano Addari “Che la tempesta ci porti con se al centro del mondo, lì da dove inizi a riconoscere i colori, e abbandonare le frustrazioni ed essere una cosa sola con l' acqua, col vento,con tutta la natura …” - Ivan Vellini Scazzo cosmico. In questo posto la gente impazzisce per necessità. D’altra parte non c’è niente di meglio da fare. Gruppi terapeutici a parte, ore interminabili di vuoto. Davanti alla tv o in camera a dormire. Il vuoto mi dà ansia, non riesco a tollerarlo. Sarà perché siamo abituati a riempire la nostra quotidianità di scariche di adrenalina continue, e con un coefficiente di pericolo sempre più alto, in modo da non doverci confrontare con l’insopportabile angoscia della noia, della banalità, del quotidiano. Nicola e Federica, i miei operatori di riferimento, mi suggeriscono di andare a dare un’occhiata all’atelier della Comunità, un giorno che piove in cui sono particolarmente nervosa. Il lunedì e il martedì c’è pittura. La soluzione ideale per una che non prende una matita in mano dalle medie e che anche allora non otteneva certo grandi risultati. Vado solo per farmi un giro. Sia beninteso. L’atelier è un vero casino: tavolacci di legno stracolmi di oggetti di ogni sorta, vasi colorati, candele profumate, fogli, fotografie, tele, pastelli, acrilici, colori a olio, creta. Mi piace. Mi piacciono le grandi vetrate che danno sul giardino, mi piace l’odore di acquaragia e polvere, mi piace l’atmosfera vivida e caotica. Mi sembra un angoletto pieno di vita in uno scenario tutto sommato mortifero. Che poi sia io ad essere più morta che viva, è una riflessione che avrò modo di elaborare solo a distanza di mesi. Mi siedo dopo essermi presentata a quello che dovrebbe essere l’operatore di arte terapia. Ma non è arte terapia quella che inizio a fare in atelier con Gianfranco (Francesco sena), o almeno quello che inizio a fare in atelier non ha niente a che vedere con le idee che mi sono fatta in merito all’arte terapia. Inizio a sfogliare libri d’arte, a osservare quadri che mi rammentano dei miei studi liceali, delle visite ai musei, della mia passione per le mostre d’arte moderna. Tutte cose che credevo morte e sepolte. Chiacchiero di Hopper, Bacon, Casorati, Munch e Kahlo. Inizio a copiare, inizialmente uso i pastelli acquerellabili ma passo quasi subito all’olio. Adoro l’effetto materico, le possibilità di modulazione del colore, le sfumature che permette 63


di ottenere in modo intuitivo. Adoro mischiare, trasformare, capovolgere, pasticciare, mettere qualcosa di mio nelle riproduzioni di quadri che già sembrano saper parlare di me meglio di quanto non sappia fare io. Non si può dire che sia particolarmente portata, lo capisco, ma i risultati che ottengo mi stimolano a proseguire. Ho scoperto un canale estremamente funzionale a dare sfogo ad energie latenti, a contenuti difficili da verbalizzare. Passo ai ritratti. I miei soggetti preferiti sono i volti femminili, di altre residenti o operatrici. Il profilo aguzzo e maestoso di Graziella, la morbidezza malinconica di Nadia, lo sguardo felino di Michela, l’intensità rabbiosa di Giulia. Quando termino un quadro, o meglio quando Gianfranco me lo leva da davanti per impedire che lo rovini o che mi incaponisca su dettagli sempre più piccoli, mi sento completamente svuotata. Calma. E’ come se avessi partorito, posto che sappia cosa significhi. E sono completamente coperta di colore sulle mani, sui vestiti, sul viso. Diventa proverbiale in atelier la mia capacità di sporcarmi ovunque nel giro di pochissimi minuti. Gianfranco dice che se continuo così non troverò mai marito … In atelier c’è la pittura, è vero, ma soprattutto ci sono le persone. Le persone che popolano l’atelier. C’è un gran fermento, per così dire, una vivacità che rende ancora più leggere le ore trascorse a dipingere. Ci sono le litigate per la scelta della musica di sottofondo, i discorsi filosofici sul male di vivere (e su Francesca!) di Ivan, le battute caustiche di Giulio, la risata contagiosa di Davide, l’interminabile ricerca di Antonio (Avete visto Carmen?!) i borbottii sommessi di Giulia, le gag di Marco e Fea con il loro totem di creta … Le persone più lontane e diverse tra loro, per modalità, percorsi di vita, gusti e convinzioni, riunite in un unico spazio a svolgere attività artistiche per due giorni alla settimana: una situazione bizzarra, a volte divertente, a volte carica di tensioni, ma estremamente fertile. Gianfranco ironizza, sdrammatizza, ridimensiona drammi e protagonismi, si fa prendere un po’ in giro, ascolta racconti di vita comunitaria, fughe, sanzioni, lamentele nei confronti di operatori e psichiatri, storie tra residenti e quant’altro con pazienza degna di nota. Non “insegna”, non esprime giudizi. Parla poco del lavoro che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo, ma quelle poche lapidarie indicazioni sono preziosissime. Lo spazio del lunedì e del martedì diventa ben presto vitale nell’economia della mia settimana comunitaria: è un momento in cui ci si confronta con i propri limiti, si esplorano potenzialità espressive, ci si concentra sulle proprie specificità cercando di evitare la competizione. Si elaborano tensioni, rabbia, frustrazioni, auto distruttività, trasformandole in energia creativa. E lo si fa con leggerezza, quasi senza rendersene conto. Non c’è una connotazione terapeutica in senso stretto in quello che facciamo ( se per terapia intendiamo una serie di atti che consentono di “vincere” sintomi più o meno gravi), c’è la scoperta di una vita da vivere, piut64


tosto che da guarire. Non siamo disabili che scimmiottano l’arte, non facciamo finta di essere artisti: spesso la sensazione è che queste attività che finiscono con –terapia sottendano un’idea per cui chi ha problemi debba limitarsi a “far finta” di fare, accontentarsi di mimare la vita insomma, perché diversamente la vita sarebbe troppo per loro. Quando siamo in atelier invece noi siamo tutti veri artisti, e l’unica etichetta che ci accomuna è quella del fare arte. Un’affinità che sviluppa legami, confronto, interazione, crescita. Attraverso la creatività ci riappropriamo, materialmente e simbolicamente, del nostro diritto di produrre un'impronta che nessun altro potrebbe lasciare ed attraverso la quale esprimiamo la scintilla individuale della nostra umanità. Mentre le parole implicano la concettualizzazione e possono mentire, nascondere, o dimenticare, le immagini non mentono: sono immediate, autentiche, partono dal profondo ed è più facile esprimerle perché non creano barriere di difesa. I nostri prodotti artistici sono realmente fuori dai canoni, forse perché le preoccupazioni della concorrenza, l'acclamazione e la promozione sociale non interferiscono con la spontaneità dell’espressione. Non c’è preoccupazione di stile e spesso neppure grande abilità tecnica e manuale, e tuttavia le nostre opere sono piene di qualità fantastiche e creative. D’altra parte «La vera arte», dice Jean Dubuffet, «è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L'arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l'intelligenza né con la logica delle idee». Viviamo  un’epoca dominata da quel sentimento che Spinoza definì delle "passioni tristi": è come se un senso di angoscia, di impotenza , di paura del futuro ci spingesse all'isolamento, all’individualismo e al ripiegamento su noi stessi . Come reagire di fronte a questa passività che ci rende statici ed insofferenti al cambiamento, bisognosi di evasione e di “farmaci” contro l’angoscia ed il vuoto? Credo sia una domanda che rimane aperta. E sulla quale continuare a riflettere e lavorare. Quella che abbiamo sperimentato in atelier è forse una via possibile: riappropriarsi di  una visione estetica della vita, che ci rimetta in contatto con i talenti che abbiamo smarrito , con le cose che amiamo , ma non ci ricordiamo più  di possedere, per ritrovare le passioni gioiose, il desiderare, e conseguentemente l’impegno per raggiungere i propri obiettivi. In una dimensione collettiva, di relazione, scambio, confronto, responsabilità. Oggi per essere al servizio della vita occorre praticare un certo grado di resistenza. Resistere significa senz’altro opporsi e scontrarsi, ma, prima di tutto, “resistere è creare.” * * Florence Aubenas e Miguel Benasayag, Résister, c’est créer. Marta Becco 65


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Cosmic dead bore “Art is the lie that makes the truth understandable for us” - Pablo Picasso “You complain yourselves a lot about what you see only because you are englobed…” - Giuliano Addari “Storm takes us with it into the center of the world, where you begin to recognize the colours, to abandon the frustrations and to be a single thing with water, wind, with the whole nature…” - Ivan Vellini Cosmic dead bore. In this place people go mad for necessity. On the other there is nothing better to do. Except for therapeutic groups, endless hours of void. In front of tv or sleeping in room. Void gets me anxious, I can not stand it. Perhaps we usually fill our everyday life with continual adrenalin discharges and with a more and more high danger coefficient in order to do not have to face the insufferable tedium, triviality, everyday anguish. Nicola and Federica, my workers of reference, advise me to take a look of the Community atelier, one rainy day in which I am particularly nervous. On Monday and Tuesday there is painting. The ideal solution for one like me that does not take a pencil in his hand from the middle school and that also in that time did not obtain great results. I only go there to do a round, of course. The atelier is a true mess: wooden tables full of objects of every kind, coloured jars, perfumed candles, sheets, photographies, pictures, pastels, acrylics, oil paints, clay. I like it. I like the large windows giving on the garden, I like the oil of turpentine and dust smell, I like the vivid and chaotic atmosphere. It seems to me a little place full of life in a quite  deadly background. Only at a distance of months I will be able to understand if am I more dead than alive. I seat down after introducing myself to the one who seems to be the art therapy worker. But it is not art therapy what I begin to do in the atelier with Gianfranco (Francesco Sena), or at least what I begin to do in the atelier does not have nothing to do with what I thought about art therapy. I begin to leaf through art books, to observe pictures that remind me my high school studies, the visits to the museums, my passion for modern art exhibitions. All things that I believed died and buried. I chat about Hopper, Bacon, Casorati, Munch and Kahlo. I begin to copy, at first with pastels but nearly quickly I move up to the oil paints. I love their matter effect, the possibilities of their colour modulation, the shades that they allow to obtain in an intuitive way. I love to mix, to transform, to turn over, to mess up, to put something of mine in my pictures reproductions that 67


already seem to know how to speak about me better than can do. I know that it cannot be said that I have a particularly talent for it but my results stimulate me to continue. I found an extremely functional channel give vent to hidden energies, to contents that are difficult to to put into words. I move up to portraits. My preferred subjects are women's faces, of other guests or workers. The sharp and majestic Graziella’s profile, Nadia’s melancholic softness, Michela’s feline look, Giulia’s angry intenseness. When I finish a picture, or better when Gianfranco takes it away from me to prevent me to ruin it or me to prevent me to insist on more and more little details, I feel myself completely emptied. Calm. It is as if I had given birth to a child, supposing that I knows what it means. And I am completely covered by the colour on my hands, on my clothes, on my face. In atelier it becomes proverbial  my ability to soil myself everywhere in a very few minutes. Gianfranco says that if I continue that way I will never find husband… In atelier there is painting, it is true, but above all there are persons. The persons who people the atelier. There is a great ferment, a liveliness that makes even lighter the hours passed to paint. There are the quarrels for the background music, Ivan’s philosophical speeches on the pain of life (and on Francesca!), Giulio’s biting replies, Davide’s contagious laugh, Antonio’s endless quest (Have you seen Carmen ?!), Giulia’s low grumblings, Marco’s and Fea’s gag with their clay totem… The more different and various persons for condition, ways of life, tastes and convictions, all together in one place to do artistic activities for two days a week: an odd situation, sometimes funny, sometimes loaded with tensions but extremely rich. Gianfranco is ironic, plays down, puts into proportion dramas and the desires to be the centre of attention, he makes fun of himself a little, he listens to the of communitarian life tales, escapes, feelings, complainings regarding workers and psychiatrists, love affairs between the guests and other things with noteworthy patience. He does not “teach”, he does not express judgments. He speaks very little about the work that we are doing while we are doing it but those few lapidary instructions are invaluable. Very soon Monday and Tuesday time becomes vital in the communitarian week economy: that is a moment in which we face our limits, we explore expressive potentialities, we are concentrated on our specificities trying to avoid the competition. We elaborate tensions, anger, frustrations, auto-destructive instincts changing them into creative energy. And we do this with lightness, nearly without realize it. In a strict sense there is not a therapeutic connotation in what we do (as if for therapy we mean a series of actions concurring to “win” more or less serious symptoms), there is the discovery of a life to live, rather than to recover. We are not disabled that ape art, we do not pretend to be artists: quite often the feeling is that these activities that 68


end with - therapy subtend the idea that who has problems must limit himself to “pretend” to do, all in all he must please himself to mime life, because in a different way life would be too much for him. On the contrary, when we are in atelier we are all true artists and the only label that join us is that of making art. An affinity that develops bonds, comparison, interaction, growth. Through creativity we get again, materially and symbolically, our right to produce a print that nobody else could have leaved and through it we express our own personal humanity spark. While words imply a mental conception and can lie, hide, or forget, images do not lie: they are immediate, authentic, they come from the deep and it is easier to express them because they do not create defense barriers. Our artistic products are really outside from rules, perhaps because the cares of competition, acclamation and social promotion do not interfere with the spontaneity of expression. There is not care of style and often not even great technical and manual ability and however our works are full of fantastic and creative qualities. On the other side “True art”, says Jean Dubuffet, “is where nobody waits for if it, where nobody thinks about it neither pronounces its name. Above all art is vision and vision, many times, does not have nothing in common neither with intelligence nor with the logic of ideas”. We live in an age overlooked by that feeling that Spinoza defined of the "sad passions": as if a sense of anguish, impotence, fear of the future pushed us to isolation, to individualism and to the falling back on ourselves. How to react in front of this passivity that makes us static and unable to bear changings, in need of escape and “drugs” against anguish and the void? I think that this question will remain open. And I think that we must continue to reflect and work on it. Perhaps in the atelier we experimented with a possible way: to get again an aesthetic vision of life that put us in contact again with the talents that we lost, with the things that we love but we do not even remember to possess, to find again our joyful passions, our wishes and therefore our care to achieve our own targets. In a collective dimension, of relation, exchange, comparison, responsibility. Nowadays to be with life it is necessary to practice a certain degree of resistance. Certainly to resist means to oppose to it and to face it but, first of all, “to resist is to create”. * Florence Aubenas e Miguel Benasayag, Résister, c’est créer. Marta Becco

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Giuseppe Galassi

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Ritratto - 30 x 49 cm - Olio su tela 71


Ritratto - 37 x 41 cm - Olio su tela 72


Ritratto - 54 x 64 cm - Olio su tela 73


Ivan Vellini

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Mancanza d’amore (Struggimento d’amore) - 83 x 90 cm - Olio su tela 75


Mancanza d’amore (Morte per amore) - 103 x 147 cm - Olio su tela 76


Mancanza d’amore (Pena d’amore) 69 x 96 cm - Olio su tela 77


Lucia Antonucci

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Ritratto - 41,5 x 53,5 cm - Olio su tela 79


Fermate questo shuttle - 67 x 60 cm - Olio su tela 80


Donna - 32 x 32 cm - Olio su tela 81


Marco Morassi

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Non dirmi ti amo - 54 x 48,5 cm - Olio su tela 83


Western - 47 x 65 cm - Olio su tela 84


Desous donna - 33 x 61 cm - Olio su tela 85


Marco R

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Senza titolo - 53 x 34 cm - Olio su tela 87


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Senza titolo - 51 x 44 cm - Olio su tela 89


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Gli stranieri Quando una sera di quest’estate, a San Salvario, Francesco mi parlò del progetto di questa mostra, mi si presentarono una serie di riflessioni. Ci trovammo così a discutere e a confrontarci su un tema complesso, spinoso, vastissimo ed entusiasmante. I nomi di artisti con problemi psicologici affiorarono nella discussione: Munch, Kafka, Pollock, Rotcko, Modigliani, Bacon, Artaud; insomma una lista lunghissima, le nostre posizioni erano a volte discordanti e ci rendemmo conto che il dibattito aperto poteva essere molto interessante da più punti di vista. Francesco mi chiese di scrivere qualcosa per il catalogo e io ci sto provando. In questi anni, quelle poche volte che qualche A.S.L. o associazione o amici che lavorano nel sociale, mi hanno invitato a dar vita a dei progetti con individui con un disagio esistenziale ho sempre accettato molto volentieri, provandone sempre una sensazione di utilità.( Anche lavorando in acuni laboratori con i bambini). Il mio ruolo d’artista all’interno di un sistema che si relaziona con galleristi, collezionisti e critici; nel contesto di un laboratorio, invece, si neutralizza. La mia ricerca artistica diventa semplicemente uno strumento per entrare in contatto con altri individui. Penso che una delle spinte che mi hanno portato a esprimermi attraverso la pittura, intorno ai diciannove anni, sia stata una sensazione di estraneità al mondo e alla società. L’idea di fare l’artista professionista non l’ho presa in considerazione se non alcuni anni dopo. Sviluppare la dimensione creativa permette all’individuo di stare meglio con se stesso imparando a convivere anche con gli aspetti più scomodi e sofferenti della propria personalità. Penso che la creazione, in qualsiasi campo si eserciti: musicale, letterario, figurativo o altro, rappresenti sempre, un tentativo di autoguarigione e comunicazione. Chi soffre psicologicamente vive in uno stato di trasfigurazione, di distorsione del reale, di conflitto. “ C’è sempre un conflitto interiore all’origine della spinta a creare, a immettere qualcosa di personale nella realtà, a ri-crearla. Anche quando il conflitto è tout-court tra l’artista e la realtà esterna, il mondo com’è o come appare, è sulla sua rappresentazione interna che l’artista agisce preliminarmente, prima ancora di arrivare a esprimere nell’opera la sua ‘versione’ dell’uomo e del reale. L’ opera, figurativa o narrativa, è la testimonianza e l’esito di quel conflitto interiore. Il cosidetto ‘talento’ non è un dono misterioso e indefinibile che piove dal cielo o dal DNA: è la capacità di entrare in sintonia, nell’esprimere il proprio conflitto interiore, con gli altri; pochi o molti che siano”1 Ma da un rapporto di estraneità con il mondo nascono anche le idee, i progetti e la capacità di coltivare 91


il pensiero e tendere verso l’utopia. In una società come la nostra, sempre più competitiva, neoliberista e globalizzata c’è sempre meno spazio per i più deboli. Penso che la necessità di umanità condivisa, sempre più forte, in questo momento, sia alla base di ogni autentica dinamica relazionale. Gli artisti, secondo me, possono costruire un ruolo attivo, anche pedagogico. [1] A. Carotenuto, Il fondamento della personalità, Studi Bompiani, Milano, 2000, p.13

Paolo Leonardo

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The Aliens During an evening of this summer, in San Salvario, some reflections came to my mind while Francesco was talking to me about this exhibition project. This way, we found ourselves discussing and examining a complex, thorny, too wide and fascinating topic. Some names of artists with psychological problems emerged during the talk: Munch, Kafka, Pollock, Rotcko, Modigliani, Bacon, Artaud, in short, a very long list. Sometimes our positions were discordant and we realised that from many points of view an open debate could be very interesting. Francesco ask me to write something for the catalogue and I am trying to. During these years, those few times that some A.S.L or association or friends who work in social have invited me to start projects with individuals who have existential troubles I always accepted with a lot of pleasure, feeling always a sensation of utility. (Also working in some workshops with children). In a workshop context, instead, my role as an artist inside the art gallery owners, collectors and critics system neutralized itself. I think that one of the stimulus that pushed me to express myself with painting, around nineteen years old, could be a feeling of extraneousness to the world and the society. Only some years after, I took the idea to work as a professional artist into consideration. The development of the creative dimension allows the individual to be better with himself learning also to live with the more difficult and suffering side of his own personality. I think that the practice of creation in any musical, literary, figurative or other field always is an attempt of recover themselves and communicate. Who suffers psychologically lives in a transfiguration, distortion of the truth and conflict state. “There is always an inner conflict at the origin of the push to create, to introduce something of private in reality, to recreate it. Even if the conflict is tout-court between the artist and the external truth, the world as it is or as it appears, the artist acts first on his inner representation, even before expressing in his work his interpretation of man and reality. The work, as figurative or narrative, is the proof and the result of that inner conflict. The so called talent is not a mysterious and undefinable gift that appears out of the blue or out of the DNA: it is the talent to be on the same wavelength as the others, many or few, expressing his own inner conflict�. [1] But it is from an extraneousness relationship that also comes up the ideas, the projects and the talent of cultivate the thought and aim at Utopia. In our society, more and more competitive, neoliberalist and globalized, 93


there is always less space for weak persons. I think that the need of of shared humanity, more and more strong, in this moment, is based on every real relational dynamics. I think that artists can build an active role, also pedagogical.

[1] A. Carotenuto, Il fondamento della personalitĂ , Studi Bompiani, Milano, 2000, p.13

Paolo Leonardo

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Marta Becco

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23 La pazza - 76 x 55 cm - Olio su tela 97


Legami - 105 x 150 cm - Olio su tela 98


Neve - 48 x 52 cm - Olio su tela 99


Nadia Cazzoli

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Infanzia negata - 48 x 33 cm - Pastelli e acrilico su carta 101


La prostituta - 33 x 48 cm Pastelli e acrilico su carta 102


Dolore di donna - 33 x 48 cm Pastelli e acrilico su carta 103


Nicus lucĂ 

Insulti Spilli e acrilici su tela - Misura variabile 104


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Insulti Spilli e acrilici su tela - Misura variabile 107


Pacome Piatti

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Green Cross - 80 x 150 cm - Stampa Fotografica 109


Green Cross and money, Navicella spaziale Il lavoro qui svolto rende conto delle mie esperienze di vita e di ricerca di libertà :

« Quali sono le responsabilità in tutte le diverse libertà? »

Qui é esposto d’un lato un lavoro sulla natura e d’altro lato un lavoro su nuove capacita dell’uomo. Il lavoro di mandala nasce dal lavoro sulle nuove capacità dell’uomo. Prendendo un pezzo del motore dell’astronave (non esponibile per ragioni di sicurezza) ho creato una serie di mandala sempre più evocatori, per arrivare a una domanda, espressione centrale di avvertimento in Green Cross and money : « il denaro è più importante e sovrasta nella societa la natura? » D’altro lato ho creato una navicella capace di sorpassare la velocità della luce. Perchè? Perchè secondo una mia teoria andando più veloce della velocità della luce si vedono i protoni andare indietro e se vedo questo fenomeno fisico posso andare più veloce della velocità di movimento degli atomi che ci compongono. Questo per risalire nel tempo e salvarci da catastrofi o morte (con tutte le reali domande che ne provengono). Queste ricerche sulla natura e su nuove libertà dell’uomo rispetto alle sue nature (gestite con cautela) mi sembra ben riassumere e nutrire l’evoluzione. Un’ultima domanda per riassumere :

« è possibile organizzarci per evolvere con meno sofferenze per noi e il tutto? »

In conclusione anche se accedessimo a una nuova specie di civiltà liberata in parte dal fattore tempo, senza avere prima risposto alla domanda sulla possibilità comune di diverse libertà accettate e in parte protette in un certo modo, che realtà ne nascerebbe? In altre parole tratte dall’architettura poniamoci le domande fondatrici della nostra era e rispondiamoci, per poi costruire un futuro con delle basi, che sorpassi i nostri limiti. 110

-PersonnePer Honey


Green Cross and money, Space shuttle The work carried out here comes from my life and my search of freedom experiences:

« Which are the responsibilities in all kind of freedom? »

Here it is showed a work on the one hand on the nature and on the other hand on new man abilities. The job of mandala begins from the work on new man abilities. Taking a piece of a spaceship motor (it cannot be showed for safety reasons) I created a series of mandala more and more evocative to arrive to a question, main warning expression in Green Cross and money:

« Is money the most important thing and does it hang over nature in society? »

On the other hand I created a shuttle able to exceed the light speed. Why? Because according to my theory if I go faster than light speed I see protons go behind and if I see this physical phenomenon I can go faster than the movement speed of the atoms composing us. That is in order to go back in time and save us from catastrophes or death (with all the real questions coming from it). I think that these researches on nature and on new man freedoms as regards his natures (managed with caution) sum up and nourish the evolution well. A last question to sum up:

« Is it possible to organize us in order to evolve with less sufferings for us and everything? »

In the end even if we get a new kind of civilization partly freed from the time factor, without having answered before to the question on the common possibility of different accepted and partly protected in some way freedoms, what reality would come from? In other words drawn by architecture we have to ask ourselves the basic questions of our era and we have to answer ourselves to build a future with some bases that goes beyond our limits. - PersonneFor Honey 111


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Navicella - 80 x 150 cm - Stampa Fotografica 113


Paolo Grassino

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Lavoro rende morte - 330 x 56 x 550 cm Cemento su resine e ferro 115


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Lavoro rende morte - 330 x 56 x 550 cm Cemento su resine e ferro 117


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Espressione artistica In un saggio del 1895, Progetto di una psicologia, Sigmund Freud scrive una frase breve, molto sintetica: “ L’artista sa trovare la strada di ritorno dal mondo della fantasia alla realtà. Le sue creazioni, le opere d’arte, sono soddisfazioni fantastiche di desideri inconsci, come i sogni”. Giovane studioso, di soli 39 anni, Freud solo quattro anni dopo pubblicherà un testo così importante come l’interpretazione dei sogni, e tuttavia questo approccio di coniugare le fantasie dei sogni, quelle dell’espressione artistica ed i “ desideri” inconsci resterà un tema fondamentale delle sue opere, dei suoi studi, un tema anche molto sviluppato all’interno della cultura psicoanalitica. In ogni concezione dell’uomo vi sono concetti troppo complessi perchè possano essere chiaramente delimitati, e tuttavia se il bisogno mira ad un oggetto specifico e vuole soddisfarsi con esso, la domanda viene frequentemente formulata e rivolta agli altri… Il desiderio ( wunsch ) sembra nascere in questo scarto tra il bisogno e la domanda: per Freud sembra rievocare e cercare di riprodurre la situazione antica del primo, ed a volte triste, soddisfacimento. Abituati alla parola che appare sempre definitoria, l’immagine appare evocativa, ed intorno ad essa sembrano addentrasi una nuvola di significati che sfumano gli uni agli altri. … Credo che sia per questo aspetto che siamo così abituati a cercare di dimenticare presto le immagini della notte, sogni ed incubi, espressione di una esperienza emotiva misteriosa … Da quando nel 1983 ho iniziato a lavorare presso la comunità terapeutica Il Porto sono sempre rimasto sorpreso di come residenti che non avevano avuto precedentemente un particolare interesse per il disegno e la pittura potessero essere interessati a trascorre parte del loro tempo in atelier. Stupito anche di una certa dose di bellezza e poesia delle loro opere. Per un primo periodo fui anche propenso a credere che fosse una forma di combattimento contro un sentimento di vuoto interiore, combattimento per una immagine. 119


2. Francesco Sena e l’atelier di pittura

Outsider Art ( termine coniato nel 1972 dal critico inglese Roger Cardinal ) è la denominazione internazionale più usata oggi per definire l’arte marginale, cioè un arte prodotta da malati psichici, reclusi, solitari, emarginati di ogni tipo. Questa espressione artistica, nota soprattutto con il nome di Art Brut, in Italia è chiamata anche Arte irregolare. Le opere frutto di una sublimazione sono ad un tempo un prodotto narcisistico ed un messaggio indirizzato all’assente, oggetti di storia personale con loro qualità e difetti, ma anche oggetti interiorizzati trasformati dalle loro pulsioni erotiche e distruttive. Si potrebbe dire che la pulsione creativa, il bisogno d’espressione che si manifesta nel corso di una crisi rappresenti anche un tentativo di reintegrazione di fronte a qualcosa che si teme in via di dissolvimento. Frank ( per gli amici ) ha iniziato a lavorare in comunità nell’89 ed ha sviluppato negli anni qualcosa che io trovo formidabile. Siamo abituati a sentire parlare della arteterapia come una attività di supporto e di guida all’espressione artistica. Ma l’aspetto più interessante è che Frank non fa l’arteterapeuta, o almeno nega di farlo. A volte i residenti gli chiedono di essere aiutati a disegnare immagini fotografiche, copie di quadri di pittori famosi… a volte gli raccontano immagini che li tormentano la notte o il giorno. Credo che il pregio di Frank consista nel fatto che non vuole fare il terapeuta, ma voglia limitarsi ad aiutare qualcuno ad esprimere una propria immagine della mente. Vi è un’altro gruppo che con mio grande stupore ha avuto un notevole successo negli ultimi dieci anni: il gruppo poesia condotto da Lorenza Pertusatti, insegnante distaccata dal Provveditorato agli studi di Torino. Avendo scoperto che molti ragazzi custodiscono nella propria stanza un loro quaderno di appunti o un diario, Lorenza ha preso l’abitudine di fare riunioni dove ci si aiuta gli uni con gli altri per cercare di mettere in poesia. 120


In molte struttura psichiatriche del passato vi sono stati casi di pazienti per i quali l’attività artistica, magari scoperta per caso, era diventata un esercizio quotidiano indispensabile: talvolta questi pazienti hanno avuto la possibilità di frequentare i laboratori artistici istituiti all’interno degli ospedali psichiatrici ( S. Giacomo a Verona, S. Salvi a Firenze… ) oppure sono stai incoraggiati, anche a scopo occupazionale, tramite la fornitura di fogli e colori da parte dei medici. All’interno dell’Ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia già nel 1867 vi era un atelier di pittura in cui un Maestro insegnava le tecniche e correggeva le opere. Nel 2005 è stata curata una esposizione che ha voluto testimoniare la necessità e l’importanza della possibilità di esprimersi attraverso disegni e colori, un esprimersi di ricordi, paure ed esperienze sovente dolorosi ed enigmatici. Quasi tutta la produzione dei pazienti dei vecchi ospedali psichiatrici, con la chiusura dei medesimi, è andata dispersa nel corso degli ultimi trent’anni. L’ospedale di San Lazzaro di Reggio Emilia è forse l’unico in Italia ad avere a tutt’oggi una collezione custodita ed un museo in allestimento.

3. Il terapeuta

Le Thérapeute, 1937 René François Ghislain Magritte (1898 – 1967) L’autore, tra il 1937 e l’anno del suo decesso, ha sviluppato molte immagini in colori di questo tema. Anche una fotografia della moglie Georgette con due colombi bianchi nel 1938, che ricorda l’immagine pittorica. Anche una scultura in bronzo nel 1967. Sembra un viandante o un viaggiatore, forse di una certa età, seduto su un piccolo promontorio, con alle spalle il mare, nella mano destra stringe un bastone e nella sinistra una bisaccia da viaggio. Senza volto, con un ampio mantello ed un cappello di paglia, di un epoca passata. Forse il volto potremmo provare ad immaginarlo, anche con qualche specifica qualità personale… 121


Il suo attributo più evidente potrebbe essere il suo mantello e quello che si rivela sotto di esso: come una gabbia aperta con due colombe bianche, l’una dentro la gabbia e l’altra, per il gioco di prospettive, sembra dondolarsi tra dentro e fuori. La prima sembra attendere che l’altra si liberi e la raggiunga fuori. L’ombra delle gambe del viaggiatore fa pensare che sia una giornata in cui splende il sole, eppure il cielo è blue scuro… Autoritratto della specie del terapeuta, immagine del guaritore? Le colombe potrebbero esprimere il bisogno di cura e la sofferenza che in tale attività lavorativa trasuda: negli uccelli dimorano l’anima ferita e quella prigioniera e quella libera e nello stesso tempo il riscatto rappresentato dalla cura e dalla coincidenza degli opposti. L’uccello può anche essere visto latore di stati spirituali e superiori dell’essere… Non smetto di guardarla in questi giorni che cerco di scrivere queste poche pagine e mi appare come una immagine ricca di movimento, aspetti polisemici e centripeti… Chissà se l’autore voleva esprimere in un gioco simbolico il conflitto che ben lascia intendere il lavoro del terapeuta, pur avvolto dal mantello di esperienza di un viaggiatore, fatto di sofferenza e di cura … oppure il conflitto del paziente, combinazione di desiderio e paura di una maggiore libertà… oppure il conflitto tra il mondo interiore dell’artista e quello più esteriore del guaritore… Renè François Ghislain Magritte è stato anche soprannominato -le saboteur tranquille- per la sua capacità di insinuare dubbi sul reale attraverso la rappresentazione del reale stesso. Egli non avvicina il reale per interpretarlo, né per ritrarlo, ma per cercare di mostrarne un mistero indefinibile.  4. La funzione del guaritore Holding Un termine nato dalla osservazione della relazione tra la madre ed il bambino, successivamente trasferito anche alla relazione tra il terapeuta ed il paziente. E’ la capacità di contenimento della figura della madre ( o del terapeuta ) sufficientemente buona, la quale sa istintivamente quando intervenire dando amore al bambino ( o al paziente ) e quando invece mettersi da parte in quanto questi ha necessità di una sua autonomia. All’interno della holding l’altro può sperimentare la sua soggettività, ovvero la sensazione di essere egli, con il suo mondo di desideri e scelte, a creare la propria esistenza. 122


Insight Un termine nato dalla osservazione degli scimpanzè di fronte al compito di raggiungere una banana: all’improvviso ( il fenomeno dell’Aha Erleibnis ) lo scimpanzè monta i due bastoni e raggiunge la banana. Il termine, successivamente trasferito anche alla relazione tra il terapeuta ed il paziente, certamente vuole indicare un “ guardare dentro “ all’animo di ricordi, sogni, pensieri, fantasie… Ma soprattutto vuole indicare che più che un ragionamento, un analizzare un problema nei dettagli, può essere utile la riconfigurazione dello spazio del problema, una ristrutturazione concettuale degli elementi disponibili, per l’intuizione di risultati più spontanei. Mentalization Il termine vuole indicare che vi è una relazione importante tra i nostri stati mentali ed il nostro comportamento: la psychological mindedness si riferisce alla capacità individuale di valutare le relazioni fra pensieri, sentimenti e azioni al fine di apprendere i significati e le cause delle proprie esperienze e dei propri comportamenti. Non vuole affermare una sorta di primato della ragione, ma vuole solo sottolineare l’importanza della capacità di focalizzarsi sui propri stati mentali o su quelli degli altri, in particolare nelle spiegazioni e rappresentazioni del comportamento umano. Gli psicoanalisti, ed in modo particolare quelli dell’ultima generazione, sono sempre stati affascinati dal fatto che l’esperienza di essere alla presenza della mente di un’altra persona è una esperienza difficile, sovente crea una tempesta emotiva ed enigmatica per entrambi… da cento anni si interrogano sui fattori terapeutici del loro lavoro… e molti tendono a ritenere che tutto ruoti intorno a tre concetti: holding, insight e mentalization. Frank racconta di non fare il terapeuta con i residenti che frequentano l’atelier, eppure io credo che tutto il suo lavoro ruoti anch’esso intorno a questi tre concetti ( che ho cercato brevemente di esporre ). Mi auguro che gli oggetti rappresentati nella mostra appaiano ai visitatori come possedere una vita latente, che è in rapporto con la vita tellurica della nostra psiche e che si può esprimere attraverso una riorganizzazione dei rapporti tra le cose, nell’introdurci nel cuore di una seconda dimensione.

5. Da visitare

Collezione Prinzhorn presso la Clinica psichiatrica dell’Università di Heidelberg 123


La Collezione conserva un patrimonio di dipinti ed opere realizzate da pazienti di ospedali psichiatrici tra l’800 ed il 900, messa a punto dallo storico dell’arte e medico presso l’Istituto di psichiatria dell’Università di Haidelberg, Hans Prinzhorn ( 1886 – 1933 ) tra il 1919 ed il 1921. La raccolta comprende cica 5.000 pezzi, prevalentemente disegnati a matita e pastello, ma anche dipinti con colori ad acqua ed a olio, lavori su tessuti, collage, testi scritti e sculture in legno. Si possono ammirare le espressioni artistiche di 435 pazienti/artisti di tutte le età, classi sociali e professioni, tra cui 80 donne, ricoverati con la diagnosi prevalente di “ schizofrenia” in istituti psichiatrici della Germania, Svizzera ed Austria. Anche l’Italia ha contribuito alla collezione con opere provenienti da l’Aquila, Ceccano e da Roma. La collezione divenne subito nota tra gli artisti delle avanguardie: Paul Klee, Kubin, Max Ernest… Museo Waldau a Berna, fondato dal dr Morgheltaler per i lavori dei suoi pazienti. Paul Klee è stato tra i primi artisti ad accordare valore creativo a queste opere. Nel 1912, nei suoi Diari – tra i primi visitatori del museo - scrive “ nell’arte si può ricominciare da capo […] Anche i bambini conoscono l’arte e vi mettono molta saggezza! Quanto più sono maldestri, tanto più ci offrono esempi istruttivi … Fenomeni analoghi sono le creazioni dei malati di mente: sarebbe un insulto parlare in questi casi di ingenuità o di pazzia..” Adolf Wolfli, considerato fra i più importanti artisti storici, ha vissuto 35 anni nella Clinica psichiatrica di Waldau. Ospedale Psichiatrico Maria Gugging, Casa degli artisti, Klosterneuburg, ( circa 20 km da Vienna ). Nel 1981 Leo Navratil giovane laureato ha aperto un padiglione all’interno dell’ospedale psichiatrico. Inizialmente egli riteneva che la produzione artistica di alcuni suoi pazienti ( disegni, dipinti, sculture ) potesse essere utilizzata a fini diagnostici e terapeutici; ben presto propende nel ritenere una modalità di espressione emozionale: La Galerie Nachst St. Stephen, una delle pi�� importanti gallerie di Vienna ha ospitato la prima mostra degli “ artisti del Gugging” Attualmente i loro lavori sono esposti in 180 musei in tutto il mondo e contesi da collezionisti privati. Attualmente la casa degli artisti è diretta dal Dr. Johann Feillacher. Ognuno degli ospiti che vi è stato ricoverato ha lasciato la propria impronta sui muri esterni e nelle stanze interne, che sono stati affrescati a più riprese. 124


Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino Fondato nel 1923 da Giovanni Marro ( 1875 – 1952) , ex Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno, e fondatore dell’Istituto di Antropologia dell’Ateneo Torinese, archeologo nelle campagne di scavi in Egitto. Il Museo raccoglie numerose opere dei pazienti dell’Ospedale Psichiatrico di inizio secolo, tra cui un capolavoro dell’arte irregolare: Francesco Toris, brigadiere dei carabinieri, ricoverato con la diagnosi di paranoia, compie una imponente scultura di centinaia di ossa nell’arco di cinque anni, ossa provenienti dai pranzi della mensa, finemente cesellate in figure fantastiche e decorazioni, assemblate assieme. Per anni lo psichiatra chiede al paziente un qualche significato fino a quando Francesco, in una lettera, scrive: la rappresentazione del nuovo mondo. Collezione de l’Art Brut, Losanna La ricerca iniziata nel 1945 da Jean Dubuffet di opere al di fuori dei circuti culturali e di tendenze alla moda è diventata negli anni sempre più corposa. Anche grazie all’attività della Compagnie de l’Art Brut, fondata dallo stesso Dubuffet assieme ad Andrè Breton, Jean Paulhan e Michel Tapié. Dopo essere stata ospitta in Francia e negli Stati Uniti, dal 1975 la Collezione ha sede stabile a Losanna. Dubuffet ha anche coniato il termine Art Brut per indicare un arte praticata da coloro che, per una ragione o un’altra, sono sfuggiti al condizionamento culturale e al conformismo sociale: individui solitari, disadattati, ricoverati di ospedali psichiatrici, detenuti, emarginati… che comunque hanno prodotto opere altamente originali per contenuti ed opere. Metello Corulli Presidente Associazione Il Porto onlus

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Artistics expression In one essay of 1895, Project of a psychology, Sigmund Freud wrote a short, very concise sentence: “The artist can find the road of return from the fantasy world to reality. Its creations, its works are fantastic satisfactions of unconscious desires, like dreams”. He was a young scholar, only 39 years old but only four years after Freud published his most important text The interpretation of dreams and this approach to combine the fantasies of dreams with those of artistic expression and with the unconscious “desires” will remain its works, its studies fundamental topic, a topic also very developed inside of psychoanalytic culture. In every man conception there are too much complex concepts to be clearly delimited but if the need aims to a specific object and wants to be satisfied with it, the demand is frequently formulated and addressed to the others… The desire (wunsch) seems to grow in this gap between the need and the demand: Freud thought that the desire seems to recall and tries to reproduce the first ancient condition and sometimes poor satisfaction. Used to the word that appears always determinate, the image appears evocative and around it seems to penetrate a cloud of meanings shading one into another. … I believe this is why we are so used to try to soon forget the images of night, dreams and nightmares, expression of a mysterious emotional experience… Since 1983 when I began to work in the therapeutic community Il Porto I have always been surprised how the guests who did not have a special desire to draw and paint before could be interested in passing a part of their time in atelier. I was also quite surprised by the beauty and the poetry of their of their works. In the first period I was also inclined to believe that it was a kind of fight against a feeling of inner void, a fight by image.

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2. Francesco Sena and the painting atelier

Up till now Outsider Art (term coined in 1972 by the English critic Roger Cardinal) is the international most used name to define the marginal art, an art produced by mental patients, convicts, solitary people, alienated of every kind. This artistic expression especially known with the name of Art Brut, in Italy is also called Arte irregolare. The works resulting from a sublimation are at the same time a narcissistic product and a message addressed to the absent one, objects of a personal history with their quality and defects but also inner objects transformed by their erotic and destructive instincts. It could be said that the creative instinct, the need of expression revealed during a crisis also represents an attempt of reintegration against something that is feared in gradual dissolution. Frank (for friends) began to work in the community in 1989 and during this time he has developed something that I find great. We are used to hear that the art therapy is a support activity and a guide for the artistic expression. But the more interesting aspect is that Frank does not do the art therapist or at least he denies to do it. Sometimes the guests ask him to help them to draw photographic images, copies of pictures of famous painters‌ sometimes they tell him the images that torture them day and night. I think that Frank’s merit is that he does not want to do the therapist but only wants to limit himself to help someone to express one of the images in his mind. With my great astonishment there is an other group that is having a remarkable success in the last ten years: the poetry group managed by Lorenza Pertusatti, a detached teacher of the Superintendency of the studies of Turin. After discovering that many boys keep in their room notes or diaries, Lorenza got used to hold meetings where everyone helps the others to try to do poetry. 128


In lots of past psychiatric structures there were cases of patients for whom the artistic activity, even discovered accidentally, became an essential daily exercise: sometimes these patients had the possibility to attend artistic workshops founded inside of psychiatric hospitals (S. Giacomo in Verona, S. Salvi in Firenze…) or they were encouraged, also with an employment aim, by supplying sheets and colours by the doctors. In the psychiatric Hospital San Lazzaro of Reggio Emilia already in 1867 there was a painting atelier in which a Master taught techniques and corrected works. In 2005 it was curated an exhibition wanting to testify the necessity and the importance of the possibility of expression by drawings and colours, an expression of memories, fears and often painful and enigmatic experiences. In the last thirty years, after their closing, almost all the production of the old psychiatric hospitals patients go wasted. Reggio Emilia San Lazzaro’s hospital is perhaps the only one in Italy keeping up till now a collection and setting up a museum.

3. The therapist

Le Thérapeute, 1937 René François Ghislain Magritte (1898 – 1967) The author, between 1937 and the year of his death, developed many images in colours on this topic. Also a photograph of his wife Georgette with two white pigeons in 1938 that recalls the pictorial image. Also a sculpture in bronze in 1967. It seems a wayfarer or a traveller, perhaps quite aged, seated on a small promontory, the sea behind him, clenching a stick in the right hand and a travel pack-saddle in the left. Without face, with a large cloak and a straw hat of a past age. Perhaps we could try to imagine his face, also with some specific personal quality… His most evident characteristic could be his cloak and what is disclosed 129


under it: like an opened cage with two white doves, one into the cage of the other, because of the perspectives game, it seems to swing inside and outside. The first seems to wait that the other frees itself to join it outside. The legs shadow of the traveller let us think that the sun is shining but the sky is dark blue… Self-portrait of the therapist kind, image of the healer? The doves could express the need of cure and the suffering that such working activity oozes with: in the birds stay the wounded soul the prisoner and the free one and at the same time the redemption represented by the cure and the coincidence of the opposites. The bird can also be seen as a bearer of spiritual and superior states of being… In these days I do not stop to watch it while I am trying to write these few pages and it appears to me like a rich of movement image, like polysemous and centripetal aspects… Who knows if the author wanted to express in a symbolic game the conflict that leaves to mean the therapist job even if wrapped by the experience cloak of a traveller, made of pain and cure … or the patient conflict, combination of desire and fear of a greater freedom… or the conflict between the inner world of the artist and that more superficial of the healer… Renè François Ghislain Magritte was also nicknamed le saboteur tranquille for his talent to insinuate doubts on the real by the representation of the real itself. He does not approach the real in order to interpret it, neither to portray it, but in order to try to show his inexplicable mystery.  4. The function of the healer Holding A term brought about by the observation of the relation between mother and child, afterwards transferred also to the relation between the therapist and the patient. It is the ability to control the mother figure (or the therapist) sufficiently good, who knows instinctively when intervene to give love to the child (or to the patient) and when it is time to put herself aside because he needs his freedom. Inside the holding the other can experience his subjectiveness, in other words, the feeling of being himself, with his world of desires and choices, to create his own existence. Insight A term brought about by the observation of the chimpanzees before the task to catch a banana: suddenly 130


(the Aha Erleibnis phenomenon) the chimpanzee builds the two sticks and catches the banana. The term, after transferred also to the relation between the therapist and the patient, wants to indicate “to watch inside” the soul of memories, dreams, thoughts, fantasies… But above all it wants to indicate that more than a thought, more than a problem analysis in details, it can be useful the reconfiguration of the problem space, a conceptual restructure of the available elements for the intuition of more spontaneous results. Mentalization The term wants to indicate that there is an important relation between our mental states and our behavior: the psychological mindedness refers to the individual ability to estimate the relations between thoughts, feelings and actions to learn the meanings and the causes of his experiences and behaviors. It does not want to assert a kind of supremacy of reason but it only wants to underline the importance of the ability to focus on his own mental states or on those of the others, in particular in the explanations and representations of human behavior. The psychoanalysts and, in particular, those of the last generation always have been fascinated by the fact that the experience of being to the presence of the mind of an other person is a difficult experience, often it creates an emotional and enigmatic storm for both… since one hundred years they examine the therapeutic factors of their job… and many of them think that all circles round three concepts: holding, insight and mentalization. Frank says that he does not do the therapist with the guests who attend the atelier but I believe that also all his job circles round these three concepts (that I tried to expose briefly). I hope that the objects shown in the exhibition seem to the visitors full of hidden life that is in relationship with the telluric life of our psyche and that it can be expressed by a reorganization of the relationships between the things while it is showing us the heart of a second dimension.

5. Places To Visit

Prinzhorn collection near the psychiatric Clinic of the University of Heidelberg. The Collection keeps a patrimony of paintings and works realized by patients of psychiatric hospitals between the 800 and the 900, cured by the art historian and doctor in the Institute of psychiatry of the University of Haidelberg, Hans Prinzhorn (1886 - 1933) between 1919 and 1921. The collection includes about 5,000 pieces, prevalently 131


drawn by pencil and pastel, but also painted with water colours and oil, works on fabrics, collage, written texts and sculptures in wood. You can admire the artistic expressions of 435 patients/artists of all the ages, social classes and professions, among them 80 women, taken in with the prevailing diagnosis of “schizophrenia” in psychiatric institutes of Germany, Switzerland and Austria. Also Italy contributed to the collection with works coming from Aquila, Ceccano and Rome. The collection became quickly famous among the artists of the avant-garde: Paul Klee, Kubin, Max Ernest… Waldau Museum in Bern, founded by dr Morgheltaler for the works of his patients. Paul Klee was among the first artists to recognize creative value to these works. In 1912, in his Diaries - among the first visitors of the museum - writes “in art you can start again[…] Also children know art and they put a lot of wisdom in it! How much they are clumsy, the more they offer instructive examples… Analogous phenomena are the creations of mental patients: it would be an insult to speak in these cases of naivety or madness..” Adolf Wolfli, considered among the most important historical artists, lived 35 years in the psychiatric Clinic of Waldau. Psychiatric hospital Maria Gugging, House of artists, Klosterneuburg, (about 20 km from Vienna). In 1981 the young graduated Leo Navratil opened a pavilion inside of the psychiatric hospital. At first it thought that the artistic production of some of his patients (drawings, paintings, sculptures) could be used for diagnostic and therapeutic aims; very soon he start thinking that it is an emotional expression modality: The Galerie Nachst St. Stephen, one of the most important galleries of Vienna housed the first exhibition of the “artists of Gugging”. Nowadays their works are showed in 180 museums all over the world and they are sought-after by private collectors. Nowadays the house of the artists is directed by Dr. Johann Feillacher. Every guest left his own print on the external walls and in the internal rooms that have been frescoed several times. Museum of Anthropology and Ethnography of Turin Founded in 1923 by Giovanni Marro (1875 - 1952), former Director of the Psychiatric Hospital of Collegno and founder of the Institute of Anthropology of the Turin Academy, archaeologist in the diggings campaigns in Egypt. The Museum collects a lot of works of the patients of the Psychiatric Hospital of the beginning of the century, among them a masterpiece of the irregular art: Francesco Toris, sergeant of the police officers took in with 132


a paranoia diagnosis, he realized an imposing sculpture of hundred of bones in five years, bones coming from the refectory dinners, finely shaped in fantastic figures and decorations put in together. For years the psychiatrist asks to the patient any meaning untill Francesco, in a letter, writes: the representation of the new world. Collection of Art Brut, Losanna The search begun in 1945 by Jean Dubuffet of works outside the cultural cicuit and of fashionable tendencies became during the years more and more rich. Also thanks to the activity of the Compagnie de l’Art Brut, founded by the same Dubuffet together with André Breton, Jean Paulhan and Michel Tapié. After to be housed in France and in the United States, from 1975 the Collection is housed in Losanna. Dubuffet also coined the term Art Brut to indicate an art practiced by those who, for any reason, are escaped from the cultural conditioning and the social conventional behaviour: solitary individuals, maladjusted persons, psychiatric hospitals patients, prisoners, alienated… that however have produced works highly original for contents and works. Metello Corulli Presidente Associazione Il Porto onlus

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Paolo Leonardo

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Senza titolo 140 x 100 cm - Smalto su manifesto 135


Senza titolo 140 x 100 cm - Smalto su manifesto 136


Senza titolo 140 x 100 cm Smalto su manifesto

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Patrick

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La puttana 33 x 48 cm - Pastelli e acrilico su carta 139


Quando la luna - 48 x 33 cm - Pastelli su carta 140


L’inferno - 48 x 33 cm - Pastelli su carta 141


Roberto V

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La follia della normalitĂ  - 40 x 60 cm - Acrilico su carta 143


La pazzia - 33 x 48 cm - Acrilico su carta 144


La fortuna - 30 x 50 - Acrilico su tela 145


Tagliola

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Cani al lavoro - 109 x 76 cm - Olio su tela 147


Leopardo Himalaya - 77 x 65 cm - Olio su tela 148


La fame - 102 x 61,5 cm - Olio su tela 149


Turi Rapisarda

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Ritratto - 30 x 40 cm - Stampa ai sali d’argento 151


Ruote - 50 x 60 cm - Stampa ai sali d’argento 152


Ruote - 50 x 60 cm - Stampa ai sali d’argento 153


Credits Progetto grafico e impaginazione Andrea Sosso info@andreasosso.com

Fotografie Maurizio Elia Paolo Grassino (Foto pag. 115 - 117) Gianfranco Mura (Foto pag. 105 - 106) Tommaso Mattina (Foto pag. 135 - 137)

Via San Francesco d’Assisi, 14 10122 Torino Tel. +39 011. 5538799 INFO@PALAZZOBERTALAZONE.COM WWW.PALAZZOBERTALAZONE.COM

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Ringraziamenti Si ringraziano tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione della mostra, in particolare: - Metello Corulli - Roberto Allegretti - Maria Teresa Roberto - Erica Bertero - Marta Becco - Laura Giuntoli Un ringraziamento particolare a: - Daniele Gaglianone - Paolo Grassino - Paolo Leonardo - Nicus Lucà - Turi Rapisarda Si ringraziano tutti i ragazzi che in questi anni sono passati dal laboratorio d’arte della comunità Il Porto.

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Malamente