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Sull’Oratorio di Sant’Antonio in Melzo

a cura di Matteo Marco Busnelli Andrea Roscini

progetto grafico 23bassi manifattura di idee

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m at t e o m a rc o b u s n e l l i a r c h i t e t t o


un’iniziativa de

progetto di recupero arch. Matteo Marco Busnelli, arch. Andrea Roscini progetto strutturale ing. Ambrogio Marabelli lavori edili G.R. di Ghilardelli &c. snc impianti B. F. Impianti di Forbiti Aberto restauri pittorici degi interni Valeria Degeri - Sergio Spallacci - Tombini Ivano restauro statua lignea Barindelli Mirian e Romeo restauro arredi lignei Piccolo Mondo Antico di Martini Franco progetto grafico


L’ORATORIO DI SANT’ANTONIO DAL SEICENTO AI GIORNI NOSTRI note storiche

9 gennaio 1679

la mappa del Ferrante da Lodi

L’Oratorio di Sant’Antonio a Melzo viene menzionato per la prima volta nel documento che certifica la visita pastorale del cardinale Federico Visconti avvenuta nel 1687. Costruito dalla famiglia Trivulzio per onorare la morte, avvenuta l’anno precedente, dell’ultimo signore di Melzo Antonio Teodoro, la data di fondazione presunta è il 9 gennaio 1679. La piccola chiesa è già presente nella pianta di Melzo redatta da Ferrante da Lodi nel 1623, quindi più di 50 anni prima rispetto al documento datato 1687.


Secondo il parere di alcuni storici la mappa non è attendibile e non può dunque essere utilizzata per fornire una datazione precisa della fondazione della chiesa. La piccola cappella però vi appare, con la sua sobria facciata barocca e adorna di capanile, posto però su un lato differente rispetto all’effettiva collocazione.

il catasto teresiano del 1720

E’ comunque ben visibile nei tavolari del catasto Teresiano del 1720, dove sembra ancora ben chiara la sua tipologia a pianta centrale, senza alcun corpo annesso. Il piccolo oratorio, fu dunque costruito dalla famiglia dei signori di Melzo per celebrarvi le loro esequie e come cappella funeraria, come testimonia la lapide del 1807 posta in memoria del conte Gerolamo Alessandro Trivulzio. Pietro Cagliani acquistò la chiesa assieme a palazzo Trivulzio nel 1837 e quando nel 1886 il palazzo viene ceduto all’Amministrazione Comune, l’oratorio diviene di proprietà della famiglia Tavazza. Nell’oratorio è probabilmente sepolta Isabella Verga, moglie del Cagliani, e ivi commemorata con una delicata scultura neoclassica, tutt’ora presente all’interno della chiesa. E’ probabile che nel corso della seconda metà del 1800 venne aggiunta la sacrestia, non chiaramente presente nella pianta di Melzo del 1856. Nel corso del 1900 la chiesa fu inglobata dall’adiacente corte agricola, situazione che permane fino ai giorni nostri. In un recente intervento di costruzione edile viene abbattuto il corpo di collegamento con la corte rurale e ripristinata la condizione originaria della cappella, intesa come corpo isolato che si staglia evidente in fondo al cono prospettico di via Sant’Antonio.

la pianta di Melzo del 1856


FOTOGRAFIE STORICHE alcune immagini provengono dall’archivio personale di Gaetano Milanese la facciata principale La facciata principale con la vecchia cascina adiacente. Si intravedono dei lacerti pittorici e si intuiscono i colori originari (nella foto di dettaglio si può intravedere uno stemma).

la facciata della sacrestia La foto, vista dai giardini del retro mostra la sacrestia. In primo piano l’abside e il campanile e il vecchio corpo agricolo demolito.


la corte agricola nella foto la vecchia cascina adiacente, ora demolita, e sullo sfondo il campanile della chiesetta.


la facciata da via Sant’Antonio la foto, vista dai via Sant’ Antonio, mostra la chiesa e la connessione con gli edifici esistenti.


La corte agricola Veduta dell’interno della vecchia corte, con il campanile della chiesa sullo sfondo.

La sacrestia La foto vista dai giardini del retro mostra la sacrestia circondata da arbusti.


L’interno La foto, rara, mostra uno scatto dell’interno in epoca recente. E’ presente l’altare ligneo ottocentesco in radica dipinta e la statua del Santo. La parete dell’altare è adorna di gigli, motivi stesi sopra gli affreschi originali.


L’esterno Le foto mostrano alcune immagini dagli anni 50 in poi, fino quasi ai giorni nostri (foto della facciata principale). La fotografia del campanile mostra chiaramente come anche la facciata interna sul lato della corte rurale fosse originariamente in mattoni faccia a vista e non intonacata come la facciata principale e le due ali laterali.


L’ARCHITETTURA L’Oratorio, di dimensioni assai contenute, è caratterizzato da una pianta centrale di forma ottagonale con abside, probabilmente una delle prime aggiunte. Vi è annessa una piccola torre campanaria forse originaria della fondazione, data la presenza sulla mappa del 1623 (anche se sembra successiva) e una sacrestia, come si è già detto, aggiunta probabilmente dopo il 1856. La facciata, che volge a occidente, presenta sobrie forme barocche e si caratterizza, in elevato, per la presenza di un timpano curvilineo; sugli altri lati l’unico motivo decorativo è costituito da una modanatura lievemente aggettante.


All’interno l’aula ottagonale è coperta da una cupola ripartita in otto spicchi, scanditi da fasce in rilievo. Un’analoga fascia segna l’imposta della volta sulla muratura d’ambito. Il pavimento, in tavelloni rettangolari posti in opera a spina di pesce, è in cotto lombardo. Sul lato settentrionale trova collocazione la statua raffigurante Isabella Verga, moglie del Cagliani: di dimensioni contenute, l’opera è siglata dall’autore, l’Accademico di Brera Giuseppe Croff. La statua presenta l’iconografia classica della “scena del commiato”, in cui il defunto prende congedo dai propri cari. La donna, che secondo i dettami della statuaria classica si presenta velata, è immortalata nella sua dimensione di madre: con il braccio sinistro sorregge il figlio minore, colto nell’atto di asciugarsi una lacrima; il braccio destro è delicatamente poggiato sulla spalla del figlio maggiore, che la madre avvicina a sè con gesto protettivo e che è raffigurato con le mani giunte in preghiera. Accanto alle due figure è collocata un “loutrophoros”, recipiente tradizionalmente usato per le abluzioni durante le cerimonie funebri e quindi entrato nell’iconografia sepolcrale. Il complesso statuario, in marmo di Carrara, ha come basamento un cippo funerario adorno di una ghirlanda di fiori. A destra dell’ingresso è presente una piccola acquasantiera di forma circolare, in pietra scalpellata a mano. L’abside, interessata da decorazioni, ospita la statua ottocentesca di Sant’Antonio, di buona fattura, poggiante su un basamento con volute e teste di angeli, dai capitelli e dalle ali dorate. La traccia più visibile del decoro originario è situata sulla lastra lapidea dell’altare. Una nicchia accanto all’abside accoglie un’epigrafe su base lapidea in memoria di Ernesto Tavazza, del 1921. Tra l’abside e una delle nicchie laterali si trova il varco conducente alla sacrestia, dov’è conservato ancora oggi un arredo ligneo che si compone di diversi moduli ad ante con intagli geometrici, interamente foderato di stoffa cremisi.


L’ORATORIO PRIMA DEI RESTAURI l’esterno


L’ORATORIO PRIMA DEI RESTAURI l’interno

l’altare

la sacrestia

Il putto


I LAVORI DI RECUPERO l’esterno Dopo la demolizione del complesso cascinale adiacente, l’impianto dell’oratorio è tornato all’originaria condizione di elemento isolato nel tessuto urbano. Tale intervento demolitivo ha però causato la maggior parte dei degradi di natura strutturale dell’oratorio, che sono da rintracciare nel cinematismo di ribaltamento innescatto proprio dal mancato appoggio delle strutture limitrofe. La facciata principale, che fa da quinta a via San Antonio, è senza dubbio la più caratterizzante. Nonostante il discutibile lavoro di restauro eseguito contestualmente agli interventi di demolizione della cascina, tramite il quale l’intonaco esistente è stato completamente rimosso e sostituito con stabilitura cementizia e dipinto con colori incongruenti, la facciata si presentava in buono stato di conservazione. La nuova tinta a velatura di calce rispecchia la bicromia originale, ma con contrasti leggeri e morbidi. i lavori di cosolidamento della copertura


La sacrestia, precedentemente intonacata a dispetto dell’originaria finitura in mattoni faccia a vista è stata riportata all’aspetto originale tramite completa stonacatura. La porzione interessata dalla presenza della finestra, per evidenziare il fatto che in origine fosse un varco passante, poi tamponato per ridimensionarlo, è stata intonacata, per richiamare tramite il colore l’originaria forma e funzione, secondo la volontà di evitare interventi inutilmente invasivi. Le travi originarie della copertura della sacrestia sono state recuperate e mantenute, mentre sono stati sostituiti i travetti, di sezione strutturalmente insufficiente. In generale la struttura secondaria risultava in molte parti degradata e marcescente.


La zoccolatura strollata è stata ripristinata ove mancante e il portale ligneo è stato conservato con l’unica aggiunta del parabordo finale in ottone brunito, così come il serramento, l’inferriata e la croce in ferro. La facciata laterale è stata ripristinata nelle zone degradate con una malta a base di calce e tinteggiata come la facciata principale. Anche il muro di recinzione dell’area sul retro mostrava la forte presenza di intonaco cementizio in gran parte distaccato dal supporto murario in mattoni. La facciata a sud svela una lettura più complessa delle altre. È infatti evidente la preesistenza della cascina che per oltre un secolo e mezzo fu collocata in adiacenza. La traccia maggiormente visibile di tale presenza è la forma della copertura, rimasta “impressa” sul campanile: si tratta del segno dell’incasso della trave di colmo, che si è voluto conservare e rendere visibile tramite stuccatura e velatura. Il muro che delimita in parte la sacrestia e in parte la chiesa stessa risultava matericamente disomogeneo. Presenta infatti delle parti in mattoni, altre in ciottoli, altre addiritura in mattoni forati, risalenti all’ultimo restauro, e pesanti stuccature in cemento. Tale porzione di facciata è stata dunque completamente scrostata e ritinteggiata con intonaco a base di calce di colore grigio, a contrasto, come le parti decorative. La facciata a ovest è invece composta da numerose parti in mattoni a vista. Tutte le mancanze nell’apparecchiatura sono state colmate con l’accorgimento di arretrare leggermente rispetto al filo della facciata le nuove porzioni di muratura e di stuccarle in maniera differente, per consentire una lettura chiara delle parti in aggiunta, seppur matericamente mimetiche.


l’interno L’interno, coperto da piÚ mani di tinteggiatura a tempera bianca, presentava poche aree con evidenti affioramenti dei lacerti pittorici originari, nonostante probabilmente fosse completamente affrescata.


Dopo le prime lunghe operazioni di raschiamento e ripulitura dalla tempera sono evidentemente emerse delle differenti aree di intervento che potevano essere recuperate. La volta presentava ancora tutta la decorazioni a rosoncini e foglie di acanto delle costolature, con la loro cromia originaria, mentre i campi interstiziali non avevano più alcun riferimento, forse logorati dalle infiltrazioni di umidità dalla copertura. Si è proceduto, quindi, al recupero delle costolature e alla stesura di un fondo cromatico coerente per i campi. I raccordi tra pilastri e copertura presentavano delle cornici che probabilmente in origine contenevano quattro diverse scene. Si è intervenuto recuperando la geometria delle cornici differenziandole cromaticamente dai fondi. La zona absidale nascondeva le sorprese più interessanti. La composizione di volute e motivi floreali, tipicamente seicentesca, prospettica e fortemente barocca, è coerente con le aggraziate cornici esterne della facciata. In questo caso la tempera ha protetto l’affresco, riportato alla luce con le sue splendide cromie contrastanti che circondano il santo. le lunette delle nicchie laterali presentano le uniche tracce di scene dipinte, con putti e una porbabile apparizione Mariana. Il fronte dell’altare è forse la parte più stupefacente. Infatti sotto un legero strato di intonaco di calcina è rimasto conservato in condizioni pressochè perfette uno stemma con la tipica iconografia di Sant’Antonio, con putto, breviario e giglio, e degli interessantissimi motivi floreali che lo adornano. La composizione, che non ha subito alcuna integrazione, è la più interessante di tutta la chiesa. Tutta la fascia media era scalpellata e rovinata dall’umidità di risalita. Sono state riproposte le divisioni in campi geometrici e le cromie più probabilmente simili all’originale.


L’ESTERNO fotografie di Marco Curatolo


L’INTERNO fotografie di Marco Curatolo


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