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Michela Piazza

Comunicazione di Smarrimento

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Capitolo 1

Posta Aerea Era quasi l'alba quando scoppiò il temporale. Svegliandosi col suono della pioggia che martellava sui vetri come un tamburo, Chiara Desideri non poteva immaginare che quel giorno avrebbe perso la propria vita. La sua prima riflessione fu perciò semplicemente che non sarebbe potuta andare a scuola a piedi e il suo volto s'illuminò di un gran sorriso. Saltò giù dal letto, ciabattando allegramente fino alla cucina illuminata, e si fermò sulla soglia. Stiracchiando le braccia, esclamò: «Hai visto papà, sta diluviando!» Il padre, il dottor Matteo Desideri, cercò di nascondere un sorriso: «Eh, sì. Temo proprio che stamattina dovrai rinunciare alla tua salutare passeggiatina e lasciarti accompagnare in auto.» rispose, piazzando sul tavolo un pacchetto di biscotti al cacao ed una tazza di latte fumante «Per alleviare il tuo dolore, ti ho preparato una

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colazione

coi

fiocchi.» Chiara sorrise e si sedette,

immersa

nell'atmosfera calda della cucina. Cominciò

a

mangiare

mentre

ascoltava

il

ticchettio monotono della pioggia che cadeva. Non

esisteva

un

altro

suono

al

mondo che avrebbe sentito

con

altrettanto piacere, perché conteneva in sé la promessa di molte

gioie

imminenti. Innanzitutto poter trascorrere un po' di tempo extra con

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suo padre, cosa che non succedeva spesso: Matteo Desideri era un noto chirurgo e il suo lavoro gli lasciava poco spazio per ogni altra cosa, compresa la figlia. Certi giorni quasi non si vedevano nemmeno e Chiara doveva accontentarsi, rientrando a casa, di trovare sul tavolo della cucina un biglietto e il pranzo da

riscaldare.

Ma,

soprattutto,

quell'improvviso

acquazzone le toglieva un gran peso. La giornata che stava per cominciare si presentava già di per sé abbastanza dura da affrontare anche senza dover sbrigare quella faccenda. Erano molti giorni che la rimandava e la sera prima si era ripromessa di risolverla una volta per tutte. Il fatto è che si trattava di una cosa veramente strana, e più ci pensava più le sembrava assurda… Tutto aveva avuto inizio con un aeroplanino di carta. Era un assolato pomeriggio e Chiara stava cercando di risolvere un esercizio di matematica, mordicchiando la gomma

sulla

cima

della

sua

matita,

quando

l'aeroplanino era entrato dalla finestra aperta e le era atterrato proprio in mezzo alla fronte. «Ahi!» aveva esclamato lei, scattando in piedi. Era corsa a guardare fuori, ma il cortile della villetta era deserto ed il cancello sembrava ben chiuso… E anche

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se ci fosse stato qualcuno, centrare la sua finestra al primo piano sarebbe stato veramente difficile, centrare lei in fronte quasi impossibile: non c'erano alberi su cui arrampicarsi per prendere la mira di fronte alla casa, nÊ palazzi abbastanza vicini da cui tirare. Chiara si era massaggiata la fronte, pensierosa, senza smettere di guardare l'aeroplano: era giallo canarino, fatto di una carta spessa e davvero pesante. Ricordava che si era chiesta come potesse essere adatto a volare. Poi, non avrebbe saputo neanche lei dire per quale motivo, l'aveva disfatto lisciando il foglio con le mani. All'interno, in svolazzanti lettere di un inchiostro violetto, stava scritto: Gentile Signorina Desideri, la avvertiamo che da un controllo è risultato essere avvenuto uno spiacevole smarrimento riguardante la sua persona. La preghiamo pertanto di volersi recare, il primo giorno di bel tempo a partire da oggi, presso la nostra Segreteria in via Bianchi N.° 5.

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Inizialmente, Chiara aveva pensato ad uno scherzo: che si ricordasse non aveva perso nulla, e dubitava che qualsiasi segreteria seria avrebbe consegnato i propri messaggi in quel modo… Da quanto le risultava, per posta aerea si intendeva tutt'altro! In ogni caso, non pareva neppure uno dei soliti scherzi che i compagni le facevano di continuo. Era troppo complicato, e troppo difficile da realizzare… Non sembrava proprio l’idea di un ragazzino che si vuole soltanto fare quattro risate. Aveva pensato di dirlo a suo padre e di mandare lui a quella segreteria, perché di solito era compito suo occuparsi di certe faccende, ma qualcosa l'aveva trattenuta. Forse era stato per il tono della lettera… Cosa intendevano dire con spiacevole smarrimento? Se si fosse trattato di qualcosa di brutto, se si era involontariamente cacciata in qualche guaio, forse sarebbe stato meglio che lo venisse a sapere per prima. Per questo aveva deciso di andarci di persona, in via Bianchi n.° 5… Salvo poi trovare ogni giorno una scusa per rimandare. Aveva quasi concluso che sarebbe passata di lì quella mattina, mentre andava a scuola… Ma visto che stava diluviando e che l'avviso specificava di andarci col bel

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tempo, avrebbe lasciato stare. Chissà perché col sole, poi. Forse esistevano uffici che, quando pioveva, tenevano chiuso. Il pendolo batté le sette e mezza, riportando di colpo Chiara alla realtà. Pensò alla giornata che l'aspettava a scuola e il sorriso le sparì dalle labbra: c'era qualcosa che l'attendeva, qualcosa che le faceva torcere le budella al solo pensiero e che neppure il temporale avrebbe potuto cancellare… «Che cos'è quella faccia? Sembra che ti sia andato di traverso il latte.» ridacchiò il signor Desideri cercando contemporaneamente di allacciarsi la cravatta e di bere l'ultimo sorso della propria tazza di caffè. Chiara abbozzò un sorriso stiracchiato e fece spallucce: «Niente, niente… Stavo solo pensando che oggi ci sarà la verifica di matematica.» mentì. «E da quando il mio piccolo genio si preoccupa di queste cose?» Il piccolo genio… Avrebbe preferito che suo padre non le ricordasse in ogni momento quanto era orgoglioso del fatto che fosse la prima della classe. A lei quel primato non faceva molto piacere, specialmente da quando era in classe con Lorenzo Manna, che non

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faceva che chiamarla “Miss Secchiona”. In effetti, però, doveva ammettere che nessun compito in classe avrebbe potuto spaventarla quanto

quella

stupida prova… «Passiamo a prendere Emma con la macchina?» chiese, tanto per cambiare discorso, visto che in realtà la risposta era scontata: Emma Leone abitava nella villetta immediatamente sulla destra rispetto a quella dei Desideri, ed essendo da sempre la migliore amica di Chiara, le due ragazzine erano andate a scuola insieme praticamente ogni giorno della loro carriera scolastica. «Tu comincia ad andare a vestirti. Intanto io do un colpo di telefono ai suoi genitori.» rispose il signor Desideri, appoggiando le tazze nel lavandino.

Meno di un quarto d'ora più tardi si trovavano tutti e tre in auto. La pioggia batteva sempre più forte, rimbalzando sul tetto e sui vetri tutt'intorno a loro, ma Chiara si sentiva felice e al sicuro. Suo padre, invece, se la passava un po' meno bene e lottava contro gli inconvenienti che gli acquazzoni provocano in una macchina: «Trattenete il respiro finché non saremo a scuola, ragazze, o mi si appanna il

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parabrezza» disse, guidando tutto accucciato e cercando di vedere qualcosa oltre il vetro offuscato dalla condensa e percorso incessantemente dai tergicristalli. Emma

scoppiò

a

ridere,

ma

Chiara,

vedendo

l'espressione di suo padre, non era altrettanto sicura che scherzasse. Stava quasi cominciando a preoccuparsi, quando l'amica le diede una gomitata, indicando un punto che arrancava lungo il marciapiede alla loro destra: «Guarda!» esclamò. Chiara si sporse da quella parte e, attraverso le gocce che scorrevano lungo il finestrino, riconobbe una figura fin troppo nota. «Dai, papà, schizzalo!» mormorò in un sussurro appena percettibile, stringendo i pugni. Come decisa ad obbedire al suo ordine, l'auto sbandò leggermente

e

centrò

una

grossa

pozzanghera,

mandando spruzzi d'acqua sporca e gelida ad investire il povero passante. «E vai!» esultarono insieme le due ragazzine, ridacchiando e facendo incuriosire Matteo Desideri, momentaneamente distratto dai problemi della guida. Ma mentre Emma rimase di buon umore per tutto il resto del breve tragitto, Chiara fu presto riassorbita dai suoi cupi presentimenti su quella giornata. In fondo era

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stata una magra rivincita da prendersi nei confronti di Lorenzo Manna, il peggior nemico che avesse mai avuto: una schizzata non poteva pareggiare gli scherzi e le battute crudeli che ogni mattina doveva sorbirsi da parte sua. Il peggio era che lei ed Emma non avevano modo di evitarlo: quel mostro che fingeva di essere un ragazzino di tredici anni abitava nella villetta immediatamente sulla sinistra rispetto a quella dei Desideri, perciò faceva il loro stesso tragitto per andare a scuola, visto che oltre ad essere loro vicino era anche loro compagno di classe. Insomma, diciamo che il fatto di non dover fare la strada in sua compagnia era un'altro dei motivi per cui Chiara amava i temporali‌ Un lampo squarciò il cielo in quel preciso momento, illuminando l'auto come il flash di un'enorme macchina fotografica. Chiara incrociò le dita ed espresse un desiderio, come fanno alcune persone nel vedere una stella cadente. Ah, fosse davvero bastato un fulmine per farla essere diversa da quello che era! A Chiara Desideri non piaceva essere se stessa. A dire il vero, quasi tutte le ragazzine della sua età

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vorrebbero assomigliare a qualcun altro, ma Chiara non sognava di essere una star del cinema o una cantante o una modella. Nei suoi sogni, era semplicemente una delle sue compagne: a volte Stefania, che era la preferita da tutti i maschi della scuola; altre volte Giulia, che non aveva mai paura di dire quello che pensava; qualche volta persino Emma, che era capace di attaccar bottone con tutti facilmente e che era una ballerina eccezionale. Anche a Chiara sarebbe piaciuto seguire un corso di danza, e forse si sarebbe anche iscritta, se sua madre non fosse morta. Ricordava che quando era una bambina la madre disegnava per lei su cartoncini colorati degli esili profili di danzatrici, che camminavano sulle punte e tendevano le mani al cielo, in attesa di chissà cosa. Forse era per questo, e non per la bravura di Emma, che ogni volta che la vedeva ballare le venivano le lacrime agli occhi‌ Sua madre le mancava molto. Non che suo padre non fosse buono o premuroso‌ Nonostante fosse sempre impegnato, Chiara sentiva di poter contare sul suo aiuto e sul suo affetto in ogni momento.

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Ma quando c'era ancora sua madre, tutto era diverso. Lei riusciva a darle coraggio, a farle credere che, se si fosse impegnata con tutte le proprie forze, sarebbe riuscita ad ottenere tutto quello che voleva. Senza il suo appoggio, le era difficile credere in se stessa, specialmente visto che il papà si aspettava sempre il massimo da lei. Era assurdamente convinto che sua figlia fosse la migliore in ogni cosa, e così Chiara aveva a poco a poco finito con l'evitare le attività in cui avrebbe potuto fallire, per non rischiare di deluderlo o di farlo soffrire. Avrebbe voluto più di qualsiasi altra cosa diventare la ragazza perfetta ed allegra che suo padre desiderava, invece di fingere semplicemente di esserlo. Ma nella vita, ovviamente, non tutti i sogni possono diventare realtà… Questo pensava Chiara, e si accontentava di rimanere in quella grigia mediocrità in cui si sentiva al sicuro.

Il motivo del nervosismo di Chiara si mostrò in pieno

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alla terza ora. Aveva le mani sudate e mentre scendeva le scale che dalla classe l'avrebbero condotta al pianterreno e di lÏ alla palestra, non riusciva a non invidiare le sue compagne. Sembravano tutte tranquille, addirittura felici: a nessuno, tranne che a lei, spiaceva l'idea di passare il resto della mattinata facendo educazione fisica. Di solito, Chiara non se ne preoccupava troppo: essere brava nello sport non le interessava e le altre ragazze non la prendevano in giro con cattiveria. L'unica scocciatura di essere una schiappa nel giocare a pallavolo era quella di venire sempre scelta per ultima quando venivano formate le squadre, ma ormai ci aveva fatto l'abitudine. Per la maggior parte del tempo, durante le lezioni di ginnastica, cercava di trovare un angolino poco in vista nel cortile dove rintanarsi a chiacchierare con Emma e qualche altra compagna. Ma oggi tutto sarebbe stato diverso: la settimana prima il professor Guerra, l'insegnante di educazione fisica, aveva annunciato che per quel giorno avrebbe organizzato un torneo di pallavolo tra le classi, in modo da scegliere le ragazze piÚ brave per formare la nuova squadra della scuola‌ E questo significava mostrare a

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tutti gli altri studenti quant'era incapace di tenere in mano una palla. Significava uscire dalla zona d'ombra in cui era rimasta fino a quel momento. Sospirò, rassegnata. «Rilassati» le disse Emma «Vedrai che sarà meglio di quanto ti aspetti.» «Spero proprio di sì, perché io prevedo una catastrofe.» borbottò Chiara. In quel momento entrarono nella palestra e sentì un crampo allo stomaco: le gradinate che circondavano il perimetro del campo di parquet erano piene di ragazzi che schiamazzavano e si rivolgevano a vicenda scherzi e battutacce. «Non capisco perché i maschi possano godersi tre ore di vacanza senza fare il minimo sforzo.» si lamentò Chiara con aria petulante, gettando un'occhiata ad Emma. L'altra fece spallucce: «Beh, il torneo è soltanto per le ragazze, ma non potevano mica fare lezione senza metà classe.» rispose infilandosi dentro lo spogliatoio. Ma Emma faceva presto a parlare: forse non brillava di talento sportivo, però se non altro la sua schiacciata non faceva piegare in due dal ridere… E non sarebbe stata lei la vittima delle prese in giro di Lorenzo Manna per

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le due settimane successive. Il professor Guerra soffiò nel suo fischietto argentato, richiamando l'attenzione generale e dando ufficialmente inizio alla gara. Il torneo cominciò in tono minore, senza grandi colpi di scena. Le prime due partite, che si svolgevano tra le ragazze di prima media, vennero anzi pressoché ignorate da tutti quelli che non stavano giocando; soltanto alcuni ragazzi appartenenti a quelle classi si sforzarono di fare un tifo molto di parte per le proprie compagne. Chiara stava seduta leggermente in disparte, e tormentava il braccialetto d'oro che portava al polso destro… Quel gesto le ridava un po' di fiducia, o almeno la aiutava a non concentrarsi sulla partita che stava per cominciare. Ricordava ancora il giorno in cui sua madre glielo aveva regalato: era il suo nono compleanno e anche allora c'era stato un temporale fortissimo. C'era un biglietto che accompagnava quel dono. Diceva: “Auguri, piccola. Costruisci la tua vita iniziando ogni giorno con un sorriso felice.” Aveva appeso quel messaggio sulla parete davanti al suo letto, in modo che fosse la prima cosa che avrebbe visto svegliandosi, e si

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era fatta forza di provare a seguire sempre quel consiglio… Il braccialetto era il simbolo dell’impegno che si era presa. A quel pensiero, involontariamente si ritrovò a sorridere: insomma, aveva superato prove ben peggiori che non una stupida partita di pallavolo! «Come mai te la ridi, Desideri? Già prevedi le figuracce con cui ci farai spanciare?» Chiara sapeva che a parlare era stato Lorenzo Manna prima

ancora

di

voltarsi

a

guardare:

avrebbe

riconosciuto tra mille la sua voce strascicata, quella calma che mimetizzava la cattiveria delle sue parole. Detestava con tutto il cuore Manna, ogni cosa in lui la irritava, ma forse niente la infastidiva come il fatto che Lorenzo non si arrabbiasse mai. Arrivava, ti insultava o ti faceva uno scherzo, e anche se tu urlavi o tentavi di offenderlo sembrava del tutto indifferente alla cosa: si ficcava le mani in tasca e abbozzava un sorriso obliquo, poi se ne andava. Era come se gli insulti gli scivolassero addosso, peggio, come se non li prendesse sul serio. Una volta Emma aveva detto che sembrava quasi che fosse convinto che nessuno avrebbe voluto offenderlo per davvero e che se loro gli dicevano le cose più terribili, lo facevano esclusivamente per

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scherzo. Da quel momento, Chiara aveva adottato la tecnica della Superiorità Indifferente, cioè fingeva che Manna non esistesse, o lo trattava come se non fosse degno di risposta. In realtà non pareva funzionare granché: lui continuava a ronzare intorno a lei e ad Emma, e Chiara spesso non riusciva a trattenersi dal rispondergli. Così accadde anche quella volta: «Sei una femmina, Manna, per essere qui invece che sulle gradinate con gli altri maschi?» sbottò con rabbia, senza avere però il coraggio di guardarlo negli occhi. Lorenzo sorrise: «Dici così soltanto perché sai anche tu che l’unico motivo per cui ti fanno giocare è che sei una ragazza!» ribatté con l'aria divertita di chi vince un gioco di abilità. Fece per andarsene, poi ci ripensò ed aggiunse: «In ogni caso, cerca di non deludere le mie aspettative: ho scommesso che sarai tu a far vincere la partita… alla squadra avversaria!» Chiara rimase a vederlo salire le scalinate senza trovare nulla di pungente da rispondergli. Lorenzo l'aveva avuta vinta anche quella volta e questo non l'avrebbe aiutata ad affrontare la partita con l'animo leggero. «Andiamo, tocca a noi!» le disse in quel momento Emma, dandole una pacca di incoraggiamento e

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correndo avanti, verso il campo. Chiara sospirò e la seguì strascicando i piedi, consolandosi col fatto che, se non altro, quella partita sarebbe stata composta di un unico set.

Inizialmente, le cose andarono davvero meglio di quanto Chiara si fosse aspettata: sembrava quasi che qualcuno avesse guardato giù dal cielo e avesse pietosamente deciso di far cadere tutte le palle nella parte del campo più lontana da lei. Se giocare a pallavolo avesse sempre significato limitarsi a fare la bella statuina in pantaloncini, avrebbe anche potuto trovarlo un gioco divertente. Quando era venuto il suo turno di battuta, la palla era andata miseramente contro la rete, ma non era un momento critico del set, così c'erano stati pochi fischi (i più entusiastici, naturalmente, erano stati quelli di Manna), e anche la paura della schiacciata era passata. Ma forse il fatto che tutto stesse andando liscio le aveva fatto abbassare la guardia e si era lasciata scappare un paio di palle che avrebbe potuto ricevere, se fosse stata più attenta e pronta a scattare. Era stato in quel modo che la classe avversaria era passata in vantaggio e che sulla

lavagna

della

palestra

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era

comparso

un


venticinque a ventiquattro. Ancora un punto fatto segnare alle altre e Chiara e la sua classe avrebbero perso. Quando la battitrice avversaria si preparò a schiacciare, palleggiando prima un paio di volte, la tensione sul campo era chiaramente avvertibile. Il pallone venne lanciato e roteò, bianco e liscio, oltre la rete. Chiara, in fondo al campo, se lo vide venire dritto contro. “Non devo lasciarmelo scappare” pensò, stringendo i denti, e si spostò di lato, inseguendone la traiettoria. Si preparò a ricevere, piegando leggermente le ginocchia come le aveva ripetuto di fare tante volte Emma. «No!» sentì urlare da qualche parte, ma per lei esisteva soltanto la palla che le veniva incontro… La prese. La battuta era stata così violenta che sentì i polsi bruciare… Il pallone roteò in alto, in alto, quasi contro il soffitto, e poi, di colpo, iniziò a scendere in picchiata: l'aveva mandato perfettamente dritto sopra la sua testa e ora, perfettamente dritto, le stava ripiombando addosso. Chiara, stordita, fece per prepararsi a prendere di nuovo la palla, ma si ricordò all'improvviso della regola per cui la stessa giocatrice non può toccarla due volte di

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seguito, e all'ultimo momento si scansò. Il pallone rimbalzò sul parquet, con un tonfo che echeggiò per tutta la palestra, poi rotolò verso un angolo, in direzione degli spogliatoi. Dalle gradinate giunse un boato fatto di applausi e di fischi, a seconda della sorte toccata alla squadra per cui si faceva il tifo, e Chiara, alzando gli occhi, vide oltre la rete le ragazze dell'altra classe abbracciarsi e saltellare felici. Beh, aveva fatto del suo meglio… Se non altro, la battuta l'aveva ricevuta. «Complimenti!» le disse in quel momento la sua compagna Stefania, comparendole davanti con le mani sui fianchi «E meno male che ti ho anche gridato no!» Chiara dovette assumere un'espressione stupefatta, perché Stefania scosse la testa arrabbiata e se ne andò, come se non valesse la pena di perdere altro tempo con lei. Poi si udì la voce di Emma, che timidamente diceva: «Beh, la battitrice aveva tirato fuori… Se l'avessi lasciata andare, non avrebbero segnato e il punto sarebbe andato a noi…» Soltanto in quel momento Chiara capì la stupidità del proprio errore e non poté fare a meno di arrossire.

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Abbassò lo sguardo a terra e borbottando qualcosa si affrettò verso gli spogliatoi: voleva soltanto cambiarsi ed andarsene a casa prima che le lacrime di umiliazione che sentiva pungerle gli occhi decidessero di rotolare fuori. Ma proprio davanti alla porta degli spogliatoi si trovava Lorenzo Manna, con le braccia incrociate ed un sorriso canzonatorio stampato in faccia. «Sparisci, Manna, o…» cominciò Chiara, ma il suo tono la tradì e il ragazzo non si fece pregare per approfittarne: «…O ti metti a piangere?» concluse. Chiara sentì che stava davvero per scoppiare in lacrime, e non voleva assolutamente farlo, non davanti a lui. Lo aggirò e si affrettò a scomparire all'interno degli spogliatoi. Dietro di sé sentì la voce di Lorenzo che le urlava: «Dai, Desideri, non metterti a frignare o dovrò cambiare il tuo soprannome da “Miss Secchiona” a “Cipolla in tasca”!»

«Forza, andiamo a casa.» disse Emma dopo qualche minuto, mettendole una mano sulla spalla. Chiara annuì, cercando di riprendere il controllo di se stessa, e trotterellò dietro all'amica. Non riusciva a

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pensare ad altro che alla partita che aveva fatto perdere, si era perfino dimenticata del tutto (per la prima volta da quando le era piombato in testa) dell'aeroplanino giallo e del suo messaggio strampalato. Uscire all'aperto e respirare l'aria fresca fu un vero sollievo, nonostante la pioggia sembrasse non aver la minima intenzione di smettere. Camminarono in silenzio per un po', poi Emma cominciò a chiacchierare del più e del meno, sforzandosi di essere divertente per risollevarle il morale. Chiara le era grata, ma l'ascoltava a metà: si stava chiedendo cosa ci sarebbe stato scritto sul biglietto che suo padre le aveva lasciato sul tavolo, e se un uomo avrebbe mai potuto capire le preoccupazioni e l'umiliazione che prova un'adolescente goffa. Le due ragazze erano quasi arrivate a metà strada, quando Chiara si fermò di colpo, con un gemito. Emma continuò a parlare e fece ancora due o tre passi prima di rendersi conto che l'amica era rimasta indietro. «Chiara!» disse, con tono di rimprovero «Ti stai bagnando!» Ma visto che l'altra non si muoveva, Emma tornò indietro di corsa e le piazzò l'ombrello sopra la testa: «Si può sapere cosa ti prende?»

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Chiara allungò il braccio destro e mostrò il polso nudo che spuntava dal giaccone mezzo bagnato. Altre gocce di pioggia caddero sulla manica, facendo passare il colore della stoffa da lilla a viola cupo. «Il braccialetto di mia madre non c'è più.» mormorò con un filo di voce. Guardò negli occhi Emma e, stringendo le labbra, aggiunse: « Torno indietro a cercarlo.» «Ma potrebbe essere ovunque!» «Prima della partita ce l'avevo. Sono quasi certa di averlo perso in palestra. Se mi sbrigo, forse faccio ancora in tempo a trovare la scuola aperta.» disse con tono deciso. Poi, cominciando a correre, si voltò un istante ed urlò: «Tu comincia pure a tornare a casa!» «Aspetta! Almeno prendi l'ombrello!» le gridò Emma, ma ormai l'amica era lontana e col rombo del temporale non poteva più sentirla.

Quando Chiara arrivò a scuola era ormai fradicia. Attraversò di corsa il vialetto lastricato e si fermò a riprendere fiato sotto al portico, piegata in due per l'acuto dolore alla milza e per la mancanza di fiato. Alzò lo sguardo verso le porte a vetri sbarrate, cercando di scorgere un bidello, ma non vide nessuno. Sembrava

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che nella scuola non fosse rimasta anima viva, il che era strano, perché era ancora presto. “Forse sono andati tutti a prendere il caffè prima di cominciare a pulire” pensò fra sé, cercando di rincuorarsi “Devo soltanto avere un attimo di pazienza e prima o poi spunterà qualcuno.” Avvicinò il viso al vetro, tanto che il suo fiato lo fece appannare, e rimase in attesa qualche minuto, ma non era facile restare calma mentre la pioggia le si gelava addosso, facendo aderire il vestito alle gambe ed i capelli grondanti al viso. Diede qualche colpetto con il pugno contro le vetrate, chiamando perché venissero ad aprirle, ma non udì nessun movimento in risposta. Dovevano essere intenti a bere il caffè più lungo della storia! Fu scossa da un brivido e si strinse le braccia al petto, battendo i piedi per terra in modo da scaldarsi un po'. Forse avrebbe dovuto andarsene, visto che era chiaro che nessuno l'avrebbe fatta entrare, ma non voleva rischiare che pulendo la palestra gettassero via il braccialetto. Era un ricordo di sua madre, era importante, era quasi sacro per lei. Perché non lo capivano e non si

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decidevano a venire ad aprirle quella stupida porta? In preda ad uno scatto di rabbia tirò un calcio allo stipite di ferro e tutta la vetrata cominciò ad ondeggiare pericolosamente, con un rumore che non le piacque affatto. Si appoggiò ad essa con le mani, cercando di fermare l'oscillazione, poi si fece prendere dal panico e girò l'angolo di corsa, finendo col trovarsi sul lato della scuola. Rimase un istante col fiato sospeso, aspettandosi di sentire un rumore di vetri infranti o le urla del custode, invece a poco a poco ritornò il silenzio ed anche il suo cuore riprese a battere in modo più calmo. Tornò a spiare all'interno dalla porta laterale vicino a cui si trovava e fu insieme sollevata e stupita che nessuno fosse venuto a vedere chi avesse fatto tutto quel chiasso. Sospirò e si appoggiò con la schiena alla porta, in attesa… Quando quella cedette sotto il suo peso e si spalancò. Ci mancò poco che Chiara finisse per terra, ma mantenne l'equilibrio e si ritrovò in piedi nell'atrio della scuola. Era riuscita ad entrare… Fissò la porta, che era l'uscita

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di sicurezza, e si accorse che la maniglia era stata legata con lo spago. Doveva essere rotta, ecco perché si era aperta non appena lei ci si era appoggiata! Chiara si guardò intorno, valutando la possibilità di avvisare che si trovava lì, ma decise che non ne sarebbe valsa la pena: in fondo era questione di pochi minuti, doveva soltanto andare un attimo a recuperare il braccialetto, poi sarebbe corsa a casa a cambiarsi e a mangiare. Non c'era niente di male. Muovendosi comunque silenziosa come un ladro, attraversò l'atrio ed imboccò il corridoio sulla destra, sbucando proprio di fronte alla porta della palestra. Si gettò all'interno dimenticando ogni prudenza. Passò come un razzo di fronte alla lavagna, evitando di guardarla per non vederci di nuovo scritto il deprimente punteggio

della

partita

della

mattina.

Iniziò

a

perlustrare l'armadio dove erano tenuti i palloni da basket e da pallavolo (metà dei quali sgonfi da tempo immemorabile)

e

a

cercare

fra

i

materassini

ammucchiati disordinatamente in un angolo. Anche la perquisizione degli spogliatoi non diede alcun frutto, così frugò nei cassetti della cattedra del professore, nel caso in cui qualcuno avesse ritrovato il gioiello e l'avesse consegnato a lui.

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Stava cominciando a farsi prendere dallo sconforto, quando si accorse di un fatto che distolse i suoi pensieri dal braccialetto: sulla superficie grigiastra della lavagna il punteggio della partita era stato cancellato e al suo posto campeggiava ora una scritta di tutt'altro genere. Stupita, Chiara si diresse in quella direzione, perlustrando con lo sguardo la palestra. Non sembrava esserci nessuno oltre a lei. La lavagna era molto vecchia, del tipo che non si appende al muro, ma che è sorretta da un cavalletto di legno e che è possibile far ruotare per scrivere su entrambi i lati. Se nelle aule occupava troppo spazio, in palestra era un segnapunti ideale perché si poteva spostare. Chiara vi si avvicinò con cautela, tenendo d’occhio anche la porta per paura che qualcuno la scoprisse. Alla fine si decise a leggere il messaggio.

Alla Signorina Chiara Desideri

L'intestazione la fece sobbalzare (chi poteva scrivere proprio a lei? E per quale motivo?). Si affrettò a leggere il resto.

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So che non ti piace essere come sei, so che a volte ti sembra di trovarti in un posto che non è quello adatto a te. Io posso spiegarti perché ti senti così. Ti aspetto subito al Laboratorio di Artistica... Scoprirai un modo diverso di essere te stessa!

E poi più niente, nessuna firma, nessuna spiegazione. Chiara rimase ferma a fissare quel messaggio misterioso per non avrebbe saputo dire quanto tempo. Poi si riscosse e fece una smorfia: «Mmm… Mi sembra la pubblicità di qualche libro New Age.» disse tra sé, con aria di superiorità. Decise che avrebbe ignorato quella roba. Era sicura che fosse tutta opera di Lorenzo Manna o di qualche altro suo compagno imbecille: di certo si erano accorti che aveva perso il braccialetto e sapevano che sarebbe tornata a cercarlo, così avevano organizzato quella messa in scena. Cancellò la scritta di gesso e con un sospiro si mise di nuovo a cercare. Adesso, però, le riusciva più difficile concentrarsi: probabilmente, chiunque avesse organizzato quella pagliacciata si era portato via il braccialetto o lo aveva nascosto nel posto più assurdo, tipo in cima

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all'armadietto delle palle mediche dove i ragni andavano a fare le ragnatele o nel bagno dei maschi. “Ah, Ah, ma che bello scherzo!” rimuginò Chiara tra sé, girando dietro la lavagna per controllare per terra. Era ormai decisa a rinunciare, seppure a malincuore, quando si accorse che su quel lato della lavagna c’era un’altra scritta, che sembrava averle letto nel pensiero:

Mi si staccasse il naso se è uno scherzo!

Si girò di scatto a destra e a sinistra, ma nella palestra non si vedeva nessuno, non c'era un rumore. «C-chi sei?» domandò, con la voce tremante. Niente. Allungò la mano per afferrare il cancellino, decisa ad eliminare quelle parole di gesso, ma la mano le rimase bloccata a mezz'aria. Appeso alla sporgenza metallica della lavagna che serviva per riporre il cancellino, c'era il suo braccialetto. Chiara non volle fermarsi a pensare a chi avesse potuto metterlo lì, si limitò ad afferrarlo, a voltare le spalle alla scritta e ad andarsene dalla palestra correndo il più velocemente possibile.

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Prima ancora di rendersi conto di quello che stava facendo, si ritrovò nell'atrio, davanti all'uscita di sicurezza legata con lo spago. In giro, ancora nessun bidello, ma in lontananza si sentiva il ronzio di una di quelle macchine per lavare i pavimenti e questo la tranquillizzò. Prese una bella boccata d'aria e fece per uscire… ma ci ripensò. In un certo senso, quella che le era stata lanciata era una sfida, una sfida a dimostrare che non aveva paura di uno stupido scherzo (perché era uno scherzo, su questo non ci pioveva). Non voleva che la mattina dopo Lorenzo potesse avere la soddisfazione di raccontare a tutti gli altri compagni che lei si era quasi messa a piangere per la paura e se l'era data a gambe. Il rumore della pulitrice si stava avvicinando: se voleva

davvero

accettare

quella

sfida

doveva

prendere una decisione e muoversi. Si allacciò il braccialetto al polso e attraversò di corsa l'atrio, con le scarpe da ginnastica fradice che facevano ancora cik-ciak. Veloce come un razzo si gettò verso le scale che portavano al seminterrato e al luogo dell'appuntamento.

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Chiara si affacciò sulla soglia della stanza, incapace di procedere oltre. Se c'era un luogo nella scuola che detestava ancor più della palestra, quello era sicuramente il laboratorio per le attività extra-scolastiche. In quell'enorme stanzone venivano allestite le scenografie per le recite della scuola e venivano costruiti cartelloni per gli scopi più vari, tutti lavori artistici per i quali Chiara sentiva di non avere alcuna predisposizione. Il salone era sempre ingombro di una quantità di oggetti strampalati: pezze di tessuto multicolore sul bancone; valigette di ogni dimensione contenenti vernici e pennelli accatastate sul pavimento; alberi e case di cartone appoggiate alle pareti; e poi, in ordine sparso: vecchie maschere, cartoncini colorati e fogli di carta velina… E ancora tutto quello che sarebbe forse potuto tornare utile un giorno o l'altro. Era un po' come se la borsa di Mary Poppins fosse esplosa nella stanza. Gli studenti si tramandavano la diceria secondo cui la signorina Vinci, la professoressa di Arte che aveva anche il compito di gestire il laboratorio, coltivasse la segreta passione di recuperare dai rifiuti altrui tutto quello che le piaceva, per poi ripulirlo e portarlo a

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scuola… E alla fine dell'anno precedente, quando il laboratorio era stato invaso da vecchi manichini dall'aria

decisamente

malandata,

Chiara

aveva

cominciato a sospettare che non si trattasse soltanto di un pettegolezzo. Con un sospiro, cercando di farsi coraggio, allungò una mano

lungo

la

parete

di

destra

alla

ricerca

dell'interruttore della luce. Sentì il muro ruvido sotto i polpastrelli, poi, dopo alcuni istanti, il pulsante. Lo spinse, e di fronte a lei la lampadina si accese per una frazione di secondo prima di esplodere in mille pezzi, facendo ripiombare la stanza nelle tenebre. Chiara si lasciò sfuggire un grido ed involontariamente mosse un passo indietro. Cominciava a pensare che l'idea di accettare quella sfida fosse stata la più stupida che avesse mai avuto in tutta la sua vita: era ovvio che qualcuno si stava divertendo alle sue spalle e che avrebbe finito col farla cacciare nei guai. La cosa migliore da fare sarebbe stata girare sui tacchi e tornarsene a casa. Ma non poteva. C'era qualcosa di talmente vero in quelle parole… Chiunque le avesse scritte sulla lavagna sembrava conoscerla bene, meglio di quanto avrebbe mai pensato

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potesse conoscerla qualcuno. Chiara doveva sapere chi c'era dietro a quella storia, doveva capire perché le arrivavano bizzarri aeroplanini di carta e sulle lavagne comparivano scritte indirizzate a lei. Non poteva andarsene. Mosse un passo nell'oscurità quasi completa, cercando di far abituare gli occhi al buio. A poco a poco cominciò a distinguere la sagoma del bancone, su cui erano ammucchiate varie casse contenenti chissà che. Lo aggirò cautamente, cercando di dirigersi verso l'altro capo della stanza, dove c'era un interruttore che accendeva un secondo lampadario. Stava quasi per raggiungerlo, quando il suo piede urtò qualcosa. Il cuore di Chiara si fermò per un istante. Deglutì, sperando che la cosa contro cui era inciampata non fosse quello che sembrava… Nel buio riusciva a scorgere una sagoma più scura, che pareva il corpo di un uomo, disteso a terra in modo disarticolato. Non si muoveva. Fece per chinarsi, ma poi ebbe paura di toccarlo e lo scavalcò. Rimase ferma un istante ad ascoltare il rumore del

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proprio respiro, amplificato dalla stanza vuota e silenziosa. Poi, approfittando di un'improvvisa ondata di coraggio, si abbassò di scatto a sfiorarlo. Era freddo e liscio… «E di plastica!» sbottò in un soffio. Non si era mai sentita così sollevata in vita sua. «Certo che non dovrebbero lasciarli in giro così, questi manichini!» mormorò tra sé, maledicendo le bizzarre abitudini della professoressa Vinci. Mosse ancora un passo e scorse una sagoma umana in piedi proprio di fronte a lei, ma questa volta sorrise e la aggirò, decisa a non farsi fregare due volte dallo stesso trucco. Era così determinata a raggiungere la propria meta che quasi andò a sbattere contro il muro. A tentoni trovò

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l'interruttore e, sperando che non esplodesse anche questa lampadina, lo premette. La luce al neon si accese e poi si spense per un momento, tornando subito dopo ad illuminare la stanza. «Così sei venuta» disse una voce alle sue spalle. Chiara si voltò di scatto ed impallidì. Si rese conto che la sagoma che aveva visto in piedi di fronte a sé qualche istante prima era una persona, e che l'aveva osservata in silenzio per tutto quel tempo. Ma fu un'altra la cosa che la fece rabbrividire.

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Comunicazione di smarrimento 1  

Il 1° Capitolo sugli abitanti di Oceano.

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