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PietroPietro de de Negri Negri


Scorre lentamente verso ovest il Tevere, scorre indifferente, mentre la città attorno cresce, mentre il cemento regala illusioni ai dormitori di periferia. La Magliana vecchia, stretta tra la ferrovia Roma-Fiumicino ed il Tevere non riesce a contenere gli emigranti meridionali in fuga, i borgatari allontanati dai quartieri riqualificati e pretenziosi, nasce così, tra gli anni ʼ60 e ʼ70, una nuova Magliana, che guarda verso il tramonto, verso il mare, nasce soffocando tra gli enormi condomini di via DellʼImpruneta, di Via Vaiano, di Piazza Certaldo, nasce e cresce velocemente per soddisfare il bisogno di alloggi di un quartiere senza identità, e cresce ancora più velocemente per placare la fame di denaro dei palazzinari del boom economico. Tra quelle vie monotone, vuote, malsane, costruite sotto il livello del mare, dove lʼacqua ristagna, spesso, troppo spesso, la pioggia inonda le strade, mal progettate, dei miasmi che la rete fognaria inadatta non contiene, non riesce a far defluire.


La situazione è precaria, la recente crescita demografica, esponenziale, unita ad un alto indice di disoccupazione o nel migliore dei casi una sottoccupazione, che porta ai margini della povertà le famiglie arrivate inseguendo la chimera, della capitale, del benessere, del lavoro, oberate da mutui concessi facilmente per favorire lo sviluppo del mercato edile, esasperano gli animi. Il terreno è pronto, fertile, irrigato dal bisogno e dal malcontento, per la semina, la crescita di una situazione di microcriminalità esplosiva, degenerante. Si cerca disopravvivere, allʼombra dei palazzi incombenti, sotto il sole dei campi ancora non compresi dal piano regolatore. Una fitta rete di traffici, di scambi illeciti e di quellʼarte di arrangiarsi tipica del sud Italia, contamina a macchia di leopardo prima, in maniera sempre più fitta poi, il tessuto urbano in costante crescita.


Gli immigrati, come moderni pionieri, saliti dalla Campania, dalla Calabria, dalla Sicilia, infrangono i propri sogni contro un muro di realtà ostile, difficile, emarginante; esclusi, impossibilitati ad assurgere lʼagognata dignità ritrovano le ataviche modalità di sopravvivenza. Gli anni passano in fretta, lʼItalia corre verso un illusorio boom economico che non toccherà a tutti, e nella Magliana nuova, forse a pochi.


Pietro De Negri è un uomo qualunque, un uomo sposato, con una figlia che ama, con un lavoro onesto, raro, tra le vie perpendicolari che caratterizzano il moderno quartiere, moderno solo come accezione temporale. Pietro il canaro. Così lo conoscono tutti. Pietro si alza presto la mattina, accompagna la figlia a scuola, solleva la serranda del suo laboratorio di toelettatura per cani ed accende la radio mentre svolge il suo lavoro, una radio che troppo spesso ascolta a volume altissimo, suscitando le reazioni stizzite dei vicini, unico neo nellʼepidermide candida della sua esistenza, unica nota stonata nellʼesecuzione piatta di uno spartito banale, troppo.


Pietro ha un sogno, come molti nel quartiere ha un sogno. ma mentre tutti sognano un lavoro ed una normalità Pietro sogna lʼeccesso, sogna di poter emulare quelle figure irriverenti, spaccone, irruenti che vede spadroneggiare nel quartiere, invidia la vita apparentemente eccitante, i soldi facili e soprattutto quellʼaura di spavalderia mista a rispetto che aleggia intorno a queste grottesche esistenze. Ed ama circondarsi di loro. Poter dire di essere amico, poter risplendere di un barlume di luce da loro emanata ai suoi occhi. Soprattutto Giancarlo Ricci è amico di Pietro, o meglio Pietro è amico di Giancarlo.Lui lo usa. Lo sfrutta. Ha un passato banale il Ricci, scontato per chi ha deciso che la via più facile da percorrere, la via che passa attraverso la violenza, i piccoli furti, ma soprattutto lo spaccio. Eʼ un ragazzo robusto, con una piccola esperienza pugilistica alla spalle ed una naturale inclinazione ad appianare le situazioni usando le mani. Ha coraggio Giancarlo, il coraggio tipico che la cocaina infonde temporaneamente, alla bisogna. Come un farmaco da banco.


Ma Pietro lo segue, lascia che lʼuomo sfrutti la sua disponibilità, tollera i soprusi, le”stecche” non date a fronte di affari da lui procacciati, spesso tollera la minacce ed a volte anche le botte, quelle che Giancarlo non è mai stanco di dare. Trascura la famiglia, Pietro, per seguire il suo amico, per assecondare i suoi traffici, trascura la famiglia al punto di inasprire i rapporti fino a lasciare la casa per trasferirsi in laboratorio, anche per la notte. E non capisce. Non capisce e prosegue la sua folle discesa, fino a non riuscire più a fermarsi. La situazione come è ovvio degenera. Ma non come molti potrebbero pensare, non verso implicazioni giudiziarie, ma incredibilmente verso una non tolleranza per lʼamico, verso le vessazioni che subisce quotidianamante, verso i soprusi. Ogni persona ha un limite, ognuno ha una soglia di tolleranza ed un margine di sopportazione, soggettivo, suscettibile alla situazione contingente, Pietro ha tollerato le umiliazioni, le percosse, le frodi, ma il punto di rottura arriva con lʼennesima lite con il Ricci di fronte alla figlia, le botte Pietro questa volta le sente, le sente emotivamente, le sente nellʼintimo, di fronte alla figlia Pietro ritrova lʼorgoglio, la consapevolezza. Qui la storia si avvia allʼepilogo, la violenza, incontrollata ed incontrollabile, la trappola che tutti abbiamo conosciuto attraverso i media, la furia nata dalla frustrazione e dal transfer di una vita di sogni e di repressione, il riscatto.


Lʼomicidio consumato con lʼastuzia, usando la testa dove la forza non era sufficiente, usando ogni mezzo a disposizione, ogni mezzo familiare per lʼuso quotidiano di anni, anche quella radio a lungo criticata per il disturbo è servita a coprire i rumori, senza destare sospetto, tutto era curato, ogni dettaglio esaminato, tutto tranne lʼepilogo, tutto tranne una via di fuga, lʼatto era commesso e niente era stato pensato per il dopo, per non pagare, forse perchè Pietro in fondo era abituato a pagare. Le modalità dellʼomicidio sono state a lungo esaminate, sono state oggetto di studio, sono state usate contro ed a favore nellʼemissione di un giudizio, nello stabilire la pena.


Pietro è in carcere. Ha ucciso, ha barbaramente dato sfogo alla rabbia, ha mutilato, torturato il suo torturatore, ha fatto ciò che riteneva giusto fare. Ma non per la legge. Pietro è in carcere e ha, al pari di Gino Girolimoni, dato a Roma il nome per categorizzare un tipo di delitto, solo che Pietro è colpevole. Il popolo è diviso, come sempre in questi casi lʼopinione pubblica si schiera, contro o a favore. Ma forse in questo caso più a favore.


Gli anni novanta fuggono veloci, il quartiere cambia, si avvicina a Roma proporzionalmente a quanto le nuove palazzine sorgono lontano, sempre piÚ verso il Raccordo Anulare, verso la campagna, che scompare sotto la massiccia antropizzazione. Pietro è in carcere, ma lascia dietro di se lʟimpressione che giustizia sia fatta.


Foto e Testi di Andrea Pasta


Pietro De Negri